sabato 18 settembre 2010

Bacchetta il Sud ed avrai il Nord


di Lino Patruno

Il ministro Renato Brunetta sa come finire sui giornali. Basta dire, come giorni fa, che Napoli è un «cancro etico e sociale ». Anzi che «se non avessimo la Calabria, la conurbazione Napoli-Caserta, o meglio se queste zone avessero gli stessi standard del resto del Paese, l’Italia sarebbe la prima in Europa». Detto dal buon maestro a un corso di formazione del PdL, cioè imparate che è così. E traetene il conseguente disprezzo per i meridionali. La soluzione? Ma naturalmente il federalismo, la medicina per tutti i mali italiani. L’avessero detto a Lippi, con un po’ di federalismo sarebbe arrivato in finale ai Mondiali di calcio.

Il bello è che i meridionali potrebbero anche concordare che se la sottospecie napoletana-casertana- calabrese fosse diversa, farebbero sfracelli. Anzi che se l’Italia fosse solo il Nord, sarebbe più ricca della Germania. Ciò che purtroppo molti meridionali e quasi tutti i settentrionali non sanno è che il Nord non sarebbe così ricco se non ci fosse il Sud. Perché la maggiore ricchezza del Nord si basa sulla minore ricchezza del Sud. Non diciamo sfruttamento, che sarebbe troppo comunista. Ma, per esempio, non si farebbe l’alta velocità ferroviaria al Nord se non si sopprimessero quattro treni al Sud come avvenuto. Non sono redditizi, hanno pensosamente spiegato. Ma anche ciò che si ricava e non si spende al Sud serve a costruire linee da 300 all’ora lassù.

Perché, piaccia o non piaccia al ministro Brunetta, l’Italia è una rete. E visto che il Sud più inguaiato di così non può essere, se si spezza la rete non si sa dove va a finire anche il Nord. Sud mercato dei loro prodotti. Sud dove vincere gli appalti ma non perché sono più bravi ma perché hanno dimensioni aziendali che al Sud non ci sono. Sud dove mandare i loro rifiuti più pericolosi. Sud dal quale hanno preso per decenni la manodopera a basso costo evitando i più fastidiosi immigrati stranieri. Sud dove vengono a fare le vacanze quando non ne possono più anche di se stessi. Sud dal quale, scandalosamente parlando, arrivano quei soldi della mafia che in Cilento ammazza un sindaco ma in Brianza investe procurando ricchezza senza che risultino inequivocabili rip ulse. Non c’è un Nord senza un Sud, siamo un Paese innervato così, anzi ci si scusi il «siamo». Come un industriale (polentone) che al maggiordomo (terrone) che apriva la finestra e diceva «oggi abbiamo bel tempo» rispose: «Abbiamo? Non siamo mica soci».

Allora il Sud maggiordomo va periodicamente bacchettato. E la colpa è sempre della classe politica meridionale. Che, per dirne un’altra, fa costruire dove non si dovrebbe provocando le alluvioni. Vero,ma le leggi che non tutelano il territorio non le fanno al Sud. Comunque quelli sono sindaci da mandare in galera, e ce ne sono di patibolari. Ma i servizi pubblici insufficienti (dai treni appunto, alle strade, all’amministrazione) non dipendono dallo Stato? I servizi che influiscono sulla vita civile, un divario non meno grave di quello economico.

Forse c’è bisogno di maggior coordinamento fra ministri se è vero che negli stessi giorni Tremonti ha detto che al Sud ci vuole più Stato, altro che federalismo. Anzi egli rifarebbe la Cassa per il Mezzogiorno. Quello Stato che ora si fa sentire molto di più contro la criminalità, a conferma che deve spiegare dove era prima. Senza contare che tutte le stragi impunite degli ultimi decenni portano a Roma. E Stato che da un lato dice di dare soldi, dall’altro li dà con tale lentezza e tali difficoltà che quando arrivano ne servono il doppio e così via in un pozzo senza fondo. E poi questa classe dirigente meridionale. Assolverla, mai, sarebbe complicità. Anzi dovrebbe pagare i danni. Ma lavora dove tutto è un problema, se al Nord possono pensare ai fiori nelle aiuole qui devono pensare alla gente che non ha casa e lavoro. Così più spendono, più sono votati: un ammortizzatore sociale. Anzi col federalismo «fai da te» saranno ancora più succubi della pressione, a cominciare da quella della malavita. Tutto il contrario della riduzione della spesa. Ha ragione chi ha scritto in questi giorni che troppo spesso vivere al Sud è un atto d’amore.

Ma, come si dice al Sud, non si può continuare a vivere alla scusa di Cristo, con tutto contro. E poi, in 150 anni di Italia unita, è possibile che ci siano state sempre classi dirigenti colpevoli di ogni peccato, compreso lo stecchino per pulirsi i denti in pubblico? Quando non si sa che dire, dàlli all’amministratore locale, funziona sempre. Eppure sono stati sia di destra che di sinistra, ci deve essere un virus ambientale. Ché quando anche l’amministratore brutto e cattivo (nonché un po’ ladro) non funziona, c’è sempre il federalismo. Su cui si può anche filosofare, ma pensando prima a ciò che andava fatto al Sud e non è stato fatto come dice Tremonti. Proprio la debolezza di memoria che conviene per tenere il Sud sempre in castigo.

Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno
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di Lino Patruno

Il ministro Renato Brunetta sa come finire sui giornali. Basta dire, come giorni fa, che Napoli è un «cancro etico e sociale ». Anzi che «se non avessimo la Calabria, la conurbazione Napoli-Caserta, o meglio se queste zone avessero gli stessi standard del resto del Paese, l’Italia sarebbe la prima in Europa». Detto dal buon maestro a un corso di formazione del PdL, cioè imparate che è così. E traetene il conseguente disprezzo per i meridionali. La soluzione? Ma naturalmente il federalismo, la medicina per tutti i mali italiani. L’avessero detto a Lippi, con un po’ di federalismo sarebbe arrivato in finale ai Mondiali di calcio.

Il bello è che i meridionali potrebbero anche concordare che se la sottospecie napoletana-casertana- calabrese fosse diversa, farebbero sfracelli. Anzi che se l’Italia fosse solo il Nord, sarebbe più ricca della Germania. Ciò che purtroppo molti meridionali e quasi tutti i settentrionali non sanno è che il Nord non sarebbe così ricco se non ci fosse il Sud. Perché la maggiore ricchezza del Nord si basa sulla minore ricchezza del Sud. Non diciamo sfruttamento, che sarebbe troppo comunista. Ma, per esempio, non si farebbe l’alta velocità ferroviaria al Nord se non si sopprimessero quattro treni al Sud come avvenuto. Non sono redditizi, hanno pensosamente spiegato. Ma anche ciò che si ricava e non si spende al Sud serve a costruire linee da 300 all’ora lassù.

Perché, piaccia o non piaccia al ministro Brunetta, l’Italia è una rete. E visto che il Sud più inguaiato di così non può essere, se si spezza la rete non si sa dove va a finire anche il Nord. Sud mercato dei loro prodotti. Sud dove vincere gli appalti ma non perché sono più bravi ma perché hanno dimensioni aziendali che al Sud non ci sono. Sud dove mandare i loro rifiuti più pericolosi. Sud dal quale hanno preso per decenni la manodopera a basso costo evitando i più fastidiosi immigrati stranieri. Sud dove vengono a fare le vacanze quando non ne possono più anche di se stessi. Sud dal quale, scandalosamente parlando, arrivano quei soldi della mafia che in Cilento ammazza un sindaco ma in Brianza investe procurando ricchezza senza che risultino inequivocabili rip ulse. Non c’è un Nord senza un Sud, siamo un Paese innervato così, anzi ci si scusi il «siamo». Come un industriale (polentone) che al maggiordomo (terrone) che apriva la finestra e diceva «oggi abbiamo bel tempo» rispose: «Abbiamo? Non siamo mica soci».

Allora il Sud maggiordomo va periodicamente bacchettato. E la colpa è sempre della classe politica meridionale. Che, per dirne un’altra, fa costruire dove non si dovrebbe provocando le alluvioni. Vero,ma le leggi che non tutelano il territorio non le fanno al Sud. Comunque quelli sono sindaci da mandare in galera, e ce ne sono di patibolari. Ma i servizi pubblici insufficienti (dai treni appunto, alle strade, all’amministrazione) non dipendono dallo Stato? I servizi che influiscono sulla vita civile, un divario non meno grave di quello economico.

Forse c’è bisogno di maggior coordinamento fra ministri se è vero che negli stessi giorni Tremonti ha detto che al Sud ci vuole più Stato, altro che federalismo. Anzi egli rifarebbe la Cassa per il Mezzogiorno. Quello Stato che ora si fa sentire molto di più contro la criminalità, a conferma che deve spiegare dove era prima. Senza contare che tutte le stragi impunite degli ultimi decenni portano a Roma. E Stato che da un lato dice di dare soldi, dall’altro li dà con tale lentezza e tali difficoltà che quando arrivano ne servono il doppio e così via in un pozzo senza fondo. E poi questa classe dirigente meridionale. Assolverla, mai, sarebbe complicità. Anzi dovrebbe pagare i danni. Ma lavora dove tutto è un problema, se al Nord possono pensare ai fiori nelle aiuole qui devono pensare alla gente che non ha casa e lavoro. Così più spendono, più sono votati: un ammortizzatore sociale. Anzi col federalismo «fai da te» saranno ancora più succubi della pressione, a cominciare da quella della malavita. Tutto il contrario della riduzione della spesa. Ha ragione chi ha scritto in questi giorni che troppo spesso vivere al Sud è un atto d’amore.

Ma, come si dice al Sud, non si può continuare a vivere alla scusa di Cristo, con tutto contro. E poi, in 150 anni di Italia unita, è possibile che ci siano state sempre classi dirigenti colpevoli di ogni peccato, compreso lo stecchino per pulirsi i denti in pubblico? Quando non si sa che dire, dàlli all’amministratore locale, funziona sempre. Eppure sono stati sia di destra che di sinistra, ci deve essere un virus ambientale. Ché quando anche l’amministratore brutto e cattivo (nonché un po’ ladro) non funziona, c’è sempre il federalismo. Su cui si può anche filosofare, ma pensando prima a ciò che andava fatto al Sud e non è stato fatto come dice Tremonti. Proprio la debolezza di memoria che conviene per tenere il Sud sempre in castigo.

Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno
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Le Poste: all'8% il rischio default per l'Italia

Un articolo de "Ilsole24ore" dimostra che l'ipotesi di fallimento dello Stato Italiano, non e' solo una ipotesi di scuola, ma uno scenario considerato probabile nei prospetti informativi di prodotti finanziari emessi, tra l'altro, da Enti controllati dal Tesoro.

Qual è il rischio di credito della Repubblica Italiana? Te lo dice la polizza Radar di Poste-Vita: è l'8,54 per cento. Sono quelle le possibilità che l'investimento - è scritto nelle note informative che accompagnano il prodotto - si concluda con un rendimento negativo. E poiché la unit è strutturata in modo tale da concentrare il rischio finanziario nei titoli di stato italiani (BTp) ecco che la percentuale di rendimento negativo contenuta negli scenari probabilistici di rendimento riguarda quasi per intero la possibilità che il Tesoro non sia in grado di onorare il suo debito. Non è una vera notizia.
I prezzi correnti dei BTp e gli spread che registrano sul Bund tedesco incorporano un certo rischio di default che gli investitori attribuiscono a titoli sovrani made in Italy. Tuttavia sorprende il fatto di trovarlo esplicitato in un prospetto informativo redatto per giunta da un ente (le Poste Italiane) controllato per intero dal ministero dell'Economia. Sono le meraviglie della trasparenza.
Da tempo la Consob ha imposto agli emittenti di prodotti complessi e potenzialmente illiquidi (tra cui le polizze finanziarie) di redigere scenari di rendimento nei quali viene stimata la loro futura performance anche in confronto con un tasso «privo di rischio» (quello Euribor). Non tutti, nel mercato, condividono questa metodologia e forse qualche dubbio potrebbe venire sulla «resistenza» del tasso privo di rischio in ipotesi estreme. Se, ad esempio, la Repubblica Italiana annunciasse un default l'Euribor rimarrebbe impassibile?
Resta però il fatto che, dal punto di vista dell'investitore, lo schema della Consob ha il grande vantaggio della semplicità e di rappresentare con immediatezza ciò che un risparmiatore debba attendersi da un investimento. Nel caso della polizza del Bancoposta, ad esempio, c'è una probabilità del 90% che il rendimento sia in linea con quello di un'attività priva di rischio e dell'1,17% che lo sopravanzi.
Radar è una unit cosiddetta «protetta» (per limitarne i rischi). A garanzia del risparmiatore è stata anche stipulata una put option con Barclays per assicurare comunque un «livello minimo di protezione» alla scadenza (dopo 7 anni). Ma quella garanzia contiene alcune esclusioni tra cui è esplicitamente indicato un «evento di credito della Repubblica Italiana». In quel caso la protezione è assicurata direttamente da Poste vita. Ma poiché l'ente fa capo al Tesoro ne eredita lo stesso merito di credito. Ciò che spiega la probabilità di «rendimento negativo» della sua polizza. In fondo è il risultato dell'elevato standard di trasparenza della polizza di Poste Vita le cui note informative spiegano tutti i rischi che l'investitore corre. Proprio come un «radar».


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Un articolo de "Ilsole24ore" dimostra che l'ipotesi di fallimento dello Stato Italiano, non e' solo una ipotesi di scuola, ma uno scenario considerato probabile nei prospetti informativi di prodotti finanziari emessi, tra l'altro, da Enti controllati dal Tesoro.

Qual è il rischio di credito della Repubblica Italiana? Te lo dice la polizza Radar di Poste-Vita: è l'8,54 per cento. Sono quelle le possibilità che l'investimento - è scritto nelle note informative che accompagnano il prodotto - si concluda con un rendimento negativo. E poiché la unit è strutturata in modo tale da concentrare il rischio finanziario nei titoli di stato italiani (BTp) ecco che la percentuale di rendimento negativo contenuta negli scenari probabilistici di rendimento riguarda quasi per intero la possibilità che il Tesoro non sia in grado di onorare il suo debito. Non è una vera notizia.
I prezzi correnti dei BTp e gli spread che registrano sul Bund tedesco incorporano un certo rischio di default che gli investitori attribuiscono a titoli sovrani made in Italy. Tuttavia sorprende il fatto di trovarlo esplicitato in un prospetto informativo redatto per giunta da un ente (le Poste Italiane) controllato per intero dal ministero dell'Economia. Sono le meraviglie della trasparenza.
Da tempo la Consob ha imposto agli emittenti di prodotti complessi e potenzialmente illiquidi (tra cui le polizze finanziarie) di redigere scenari di rendimento nei quali viene stimata la loro futura performance anche in confronto con un tasso «privo di rischio» (quello Euribor). Non tutti, nel mercato, condividono questa metodologia e forse qualche dubbio potrebbe venire sulla «resistenza» del tasso privo di rischio in ipotesi estreme. Se, ad esempio, la Repubblica Italiana annunciasse un default l'Euribor rimarrebbe impassibile?
Resta però il fatto che, dal punto di vista dell'investitore, lo schema della Consob ha il grande vantaggio della semplicità e di rappresentare con immediatezza ciò che un risparmiatore debba attendersi da un investimento. Nel caso della polizza del Bancoposta, ad esempio, c'è una probabilità del 90% che il rendimento sia in linea con quello di un'attività priva di rischio e dell'1,17% che lo sopravanzi.
Radar è una unit cosiddetta «protetta» (per limitarne i rischi). A garanzia del risparmiatore è stata anche stipulata una put option con Barclays per assicurare comunque un «livello minimo di protezione» alla scadenza (dopo 7 anni). Ma quella garanzia contiene alcune esclusioni tra cui è esplicitamente indicato un «evento di credito della Repubblica Italiana». In quel caso la protezione è assicurata direttamente da Poste vita. Ma poiché l'ente fa capo al Tesoro ne eredita lo stesso merito di credito. Ciò che spiega la probabilità di «rendimento negativo» della sua polizza. In fondo è il risultato dell'elevato standard di trasparenza della polizza di Poste Vita le cui note informative spiegano tutti i rischi che l'investitore corre. Proprio come un «radar».


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venerdì 17 settembre 2010

Il sud nell’Italia unita. Nascita della questione meridionale




Di Carlo Ruta

La prospettiva unitaria non era solo nelle aspettative del ceto dirigente sabaudo e dell’industria del nord, penalizzata quest’ultima dalle barriere doganali che, lungo la penisola, deprimevano la circolazione delle merci. Veniva reclamata dal mondo intellettuale, che si riconosceva in una lingua comune e in un secolare patrimonio di tradizioni, scientifiche, letterarie e non solo. Correlata a istanze di tipo federalistico, veniva presa in considerazione da sicilianisti come Domenico Scinà, Pietro Lanza di Scordia, Isidoro La Lumia, Michele Amari. Fu tenuta in debito conto da Ruggero Settimo e dagli altri capi rivoluzionari del ‘48 palermitano, prima della inevitabile sconfitta. Su tale prospettiva, rivendicata pure dai locali padroni del vapore, dai Florio agli inglesi Woodhouse e Ingham, convergeva altresì, negli anni cinquanta, il radicalismo democratico che, lungo i tracciati mazziniani e garibaldini, andava diffondendosi fra i ceti medi e popolari dell’isola, sotto l’egida di personalità come Francesco Crispi e Rosolino Pilo. Tutto questo, associato ad alcuni iter in corso nel continente europeo, dovrebbe confortare la tesi di una storia tutto sommato coerente e liberale dell’unità d’Italia. Esistono nondimeno fatti, controversi, che tanto più oggi sollecitano a nuovi impegni interpretativi.

Agli esordi dell’impresa siciliana, Garibaldi e i suoi referenti dell’isola presero in seria considerazione l’argomento della terra. Nel vivo dei combattimenti, il 2 giugno 1860, un decreto firmato da Francesco Crispi ne prometteva infatti l’assegnazione ai contadini, a partire da coloro che si sarebbero battuti “per la patria”. In realtà, i fatti di Bronte, Alcara, e altri centri, che per la loro gravità hanno gettato ombre sul garibaldismo di quei frangenti, testimoniano come andarono le cose. L’anno clou, che aprì realmente la questione meridionale fu comunque il 1862, quando, in un contesto del tutto diverso, sullo sfondo del nuovo regno sabaudo, il radicalismo democratico, che avrebbe potuto sorreggere le istanze civili nel sud, con l’attuazione di una riforma agraria e non solo, venne sbaragliato. La resa dei conti venne quando Garibaldi mosse dalla Sicilia per risolvere militarmente la questione romana, giacché il capo del governo Rattazzi, apparso di primo acchito interlocutorio, non esitò a proclamare nell’isola lo stato d’assedio, conferendo il comando delle truppe a Raffaele Cadorna. Ne seguirono rastrellamenti e repressioni, a Girgenti, Racalmuto, Alcamo, Bagheria, Siculiana, Grotte, Casteltermini, culminanti in autunno con l’eccidio di Fantina. In tutto il Mezzogiorno, attraversato dalla guerriglia legittimista, l’anno si chiudeva d’altronde, come veniva espresso in un rapporto della Camera, con oltre 15 mila fucilazioni e circa mille uccisi in combattimento. Entrava così nel vivo l’offensiva di Cadorna, che avrebbe avuto un momento decisivo nel 1866, quando la rivoluzione detta del Sette e Mezzo sarebbe stata repressa con il cannoneggiamento di Palermo.

Lo statuto, mutuato da quello albertino del 1848, al sud venne violato da allora regolarmente, con un uso metodico della forza. In tutto il Mezzogiorno, proposta dal deputato della Destra Giuseppe Pica, dal 15 agosto 1863 veniva resa operativa, e sarebbe durata oltre due anni, la legge marziale, che prevedeva la sospensione dei diritti costituzionali, la punizione collettiva per i reati dei singoli e la rappresaglia contro i centri abitati. Precisi atteggiamenti culturali, con o senza cautele, intervenivano a legittimare intanto, pure in sedi ufficiali, ogni eccesso repressivo. Il generale Giuseppe Govone, i cui metodi, quando ebbe conferiti in Sicilia i pieni poteri, furono denunciati già allora come criminosi, non esitò a sostenere che i meridionali andavano considerati inferiori per natura. E lo scandalo che ne derivò, pure in Parlamento, non impedì al medesimo di passare di promozione in promozione, fino a ottenere, seppure per poco, sotto il governo Lanza, il prestigioso dicastero della Guerra. Si trattava, evidentemente, di un humus, cui aderivano del resto gran parte dei prefetti del tempo, a partire da quel Guido Fortuzzi, emiliano, che riteneva i siciliani non propriamente umani. Ma quali furono le cause di tale deriva, negli orizzonti di uno Stato che si ispirava al liberalismo?

Come in altre aree del sud, in Sicilia il nocciolo della questione continuava ad essere la terra. Le strutture del latifondo, che avevano retto alle leggi del 1812, con cui il parlamento dell’isola aveva abolito formalmente il feudalesimo, erano rimaste pressoché intatte, mentre le terre confiscate agli ordini religiosi finivano nelle mani del ceto agrario più spregiudicato. In sostanza, con il rifiuto di una riforma della proprietà rurale, che avrebbe potuto rimescolare le carte nelle politiche del Regno, equilibrando le opportunità e le risorse dei diversi territori, abortiva in quei decenni il disegno di una coesistenza equa di nord e sud. Sulla traccia di Cavour, contrario alle autonomie regionali, i governi sabaudi della Destra, da Ricasoli a Minghetti, convennero altresì su una linea centralistica, autoritaria, che, destinata a perpetuarsi pure dopo del 1876, quando il governo passò alla Sinistra, avrebbe annichilito ogni autentica aspirazione democratica. Lo scollamento nell’isola fu avvertito dalle popolazioni a tutti i livelli: anche dal ceto aristocratico-terriero, che pure da decenni aveva perduto il privilegio di un parlamento a propria misura. Ambienti in bilico fra luce e ombra, sullo sfondo dell’emergenza militare, poterono trarre tuttavia guadagno dalla situazione, coinvolgendosi nelle cospirazioni della corte sabauda, che crebbero ancora dal 1862, quando, con l’accoltellamento di tredici persone in diversi punti di Palermo, in simultanea, esordiva nell’isola una sorta di strategia della tensione.

La vicenda, oscura ancora oggi, rimane sintomatica. Identificato uno dei sicari, i sospetti, sin da subito, ricaddero sul principe Raimondo Trigona di Sant’Elia, senatore del regno, e sul reggente dalla questura palermitana Giovanni Bolis, mentre venivano adombrati contatti ancora più in alto, tali da coinvolgere lo stesso governo sabaudo. Il sostituto procuratore del re Guido Giocosa in un rapporto annotava altresì il possibile movente: quello di sconvolgere l’ordine della città e del circondario per giustificare misure repressive. Si corse allora ai ripari. L’inchiesta venne prima ostacolata, poi fermata d’autorità. I conti con le fazioni garibaldine e repubblicane dell’isola venivano saldati comunque, nel medesimo orizzonte strategico, con l’assassinio del generale Giovanni Corrao, avvenuto, ancora a Palermo, il 3 agosto dell’anno successivo. E anche in questo caso le indagini, che minacciavano di lambire il governo e la corte sabauda, vennero chiuse anzitempo.

Su quegli sfondi, che nelle grandi città siciliane ricalcavano, per certi versi, lo Stato di polizia borbonico, esponenti pubblici di varia estrazione ideale si ponevano altresì a disposizione di consorterie vecchie e nuove, le quali, profittando anch’esse del fossato civile che separava le popolazioni dall’autorità pubblica e dalle leggi, tanto più si ergevano nei circondari come potere parallelo. Già adombrato nel 1876 da Raimondo Franchetti, viene ritenuto emblematico il caso del barone Nicolò Turrisi-Colonna, indipendentista nel 1848, capo della guardia nazionale e deputato filo-garibaldino nel 1861, infine, negli anni successivi, senatore del Regno. Il nobiluomo siciliano pare che riuscisse a coniugare senza problemi la difesa teorica dei principi di legalità, con la difesa, sul terreno, di associazioni propriamente criminali, come quella, già allora famigerata, che faceva capo a Antonino Giammona. Lungo gli anni sessanta e settanta, negli orizzonti di una questione meridionale che insisteva tragicamente, magistrati, inquirenti parlamentari, sociologi e cronisti, non soltanto italiani, scoprivano la mafia.


Fonte:Peacelink


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Di Carlo Ruta

La prospettiva unitaria non era solo nelle aspettative del ceto dirigente sabaudo e dell’industria del nord, penalizzata quest’ultima dalle barriere doganali che, lungo la penisola, deprimevano la circolazione delle merci. Veniva reclamata dal mondo intellettuale, che si riconosceva in una lingua comune e in un secolare patrimonio di tradizioni, scientifiche, letterarie e non solo. Correlata a istanze di tipo federalistico, veniva presa in considerazione da sicilianisti come Domenico Scinà, Pietro Lanza di Scordia, Isidoro La Lumia, Michele Amari. Fu tenuta in debito conto da Ruggero Settimo e dagli altri capi rivoluzionari del ‘48 palermitano, prima della inevitabile sconfitta. Su tale prospettiva, rivendicata pure dai locali padroni del vapore, dai Florio agli inglesi Woodhouse e Ingham, convergeva altresì, negli anni cinquanta, il radicalismo democratico che, lungo i tracciati mazziniani e garibaldini, andava diffondendosi fra i ceti medi e popolari dell’isola, sotto l’egida di personalità come Francesco Crispi e Rosolino Pilo. Tutto questo, associato ad alcuni iter in corso nel continente europeo, dovrebbe confortare la tesi di una storia tutto sommato coerente e liberale dell’unità d’Italia. Esistono nondimeno fatti, controversi, che tanto più oggi sollecitano a nuovi impegni interpretativi.

Agli esordi dell’impresa siciliana, Garibaldi e i suoi referenti dell’isola presero in seria considerazione l’argomento della terra. Nel vivo dei combattimenti, il 2 giugno 1860, un decreto firmato da Francesco Crispi ne prometteva infatti l’assegnazione ai contadini, a partire da coloro che si sarebbero battuti “per la patria”. In realtà, i fatti di Bronte, Alcara, e altri centri, che per la loro gravità hanno gettato ombre sul garibaldismo di quei frangenti, testimoniano come andarono le cose. L’anno clou, che aprì realmente la questione meridionale fu comunque il 1862, quando, in un contesto del tutto diverso, sullo sfondo del nuovo regno sabaudo, il radicalismo democratico, che avrebbe potuto sorreggere le istanze civili nel sud, con l’attuazione di una riforma agraria e non solo, venne sbaragliato. La resa dei conti venne quando Garibaldi mosse dalla Sicilia per risolvere militarmente la questione romana, giacché il capo del governo Rattazzi, apparso di primo acchito interlocutorio, non esitò a proclamare nell’isola lo stato d’assedio, conferendo il comando delle truppe a Raffaele Cadorna. Ne seguirono rastrellamenti e repressioni, a Girgenti, Racalmuto, Alcamo, Bagheria, Siculiana, Grotte, Casteltermini, culminanti in autunno con l’eccidio di Fantina. In tutto il Mezzogiorno, attraversato dalla guerriglia legittimista, l’anno si chiudeva d’altronde, come veniva espresso in un rapporto della Camera, con oltre 15 mila fucilazioni e circa mille uccisi in combattimento. Entrava così nel vivo l’offensiva di Cadorna, che avrebbe avuto un momento decisivo nel 1866, quando la rivoluzione detta del Sette e Mezzo sarebbe stata repressa con il cannoneggiamento di Palermo.

Lo statuto, mutuato da quello albertino del 1848, al sud venne violato da allora regolarmente, con un uso metodico della forza. In tutto il Mezzogiorno, proposta dal deputato della Destra Giuseppe Pica, dal 15 agosto 1863 veniva resa operativa, e sarebbe durata oltre due anni, la legge marziale, che prevedeva la sospensione dei diritti costituzionali, la punizione collettiva per i reati dei singoli e la rappresaglia contro i centri abitati. Precisi atteggiamenti culturali, con o senza cautele, intervenivano a legittimare intanto, pure in sedi ufficiali, ogni eccesso repressivo. Il generale Giuseppe Govone, i cui metodi, quando ebbe conferiti in Sicilia i pieni poteri, furono denunciati già allora come criminosi, non esitò a sostenere che i meridionali andavano considerati inferiori per natura. E lo scandalo che ne derivò, pure in Parlamento, non impedì al medesimo di passare di promozione in promozione, fino a ottenere, seppure per poco, sotto il governo Lanza, il prestigioso dicastero della Guerra. Si trattava, evidentemente, di un humus, cui aderivano del resto gran parte dei prefetti del tempo, a partire da quel Guido Fortuzzi, emiliano, che riteneva i siciliani non propriamente umani. Ma quali furono le cause di tale deriva, negli orizzonti di uno Stato che si ispirava al liberalismo?

Come in altre aree del sud, in Sicilia il nocciolo della questione continuava ad essere la terra. Le strutture del latifondo, che avevano retto alle leggi del 1812, con cui il parlamento dell’isola aveva abolito formalmente il feudalesimo, erano rimaste pressoché intatte, mentre le terre confiscate agli ordini religiosi finivano nelle mani del ceto agrario più spregiudicato. In sostanza, con il rifiuto di una riforma della proprietà rurale, che avrebbe potuto rimescolare le carte nelle politiche del Regno, equilibrando le opportunità e le risorse dei diversi territori, abortiva in quei decenni il disegno di una coesistenza equa di nord e sud. Sulla traccia di Cavour, contrario alle autonomie regionali, i governi sabaudi della Destra, da Ricasoli a Minghetti, convennero altresì su una linea centralistica, autoritaria, che, destinata a perpetuarsi pure dopo del 1876, quando il governo passò alla Sinistra, avrebbe annichilito ogni autentica aspirazione democratica. Lo scollamento nell’isola fu avvertito dalle popolazioni a tutti i livelli: anche dal ceto aristocratico-terriero, che pure da decenni aveva perduto il privilegio di un parlamento a propria misura. Ambienti in bilico fra luce e ombra, sullo sfondo dell’emergenza militare, poterono trarre tuttavia guadagno dalla situazione, coinvolgendosi nelle cospirazioni della corte sabauda, che crebbero ancora dal 1862, quando, con l’accoltellamento di tredici persone in diversi punti di Palermo, in simultanea, esordiva nell’isola una sorta di strategia della tensione.

La vicenda, oscura ancora oggi, rimane sintomatica. Identificato uno dei sicari, i sospetti, sin da subito, ricaddero sul principe Raimondo Trigona di Sant’Elia, senatore del regno, e sul reggente dalla questura palermitana Giovanni Bolis, mentre venivano adombrati contatti ancora più in alto, tali da coinvolgere lo stesso governo sabaudo. Il sostituto procuratore del re Guido Giocosa in un rapporto annotava altresì il possibile movente: quello di sconvolgere l’ordine della città e del circondario per giustificare misure repressive. Si corse allora ai ripari. L’inchiesta venne prima ostacolata, poi fermata d’autorità. I conti con le fazioni garibaldine e repubblicane dell’isola venivano saldati comunque, nel medesimo orizzonte strategico, con l’assassinio del generale Giovanni Corrao, avvenuto, ancora a Palermo, il 3 agosto dell’anno successivo. E anche in questo caso le indagini, che minacciavano di lambire il governo e la corte sabauda, vennero chiuse anzitempo.

Su quegli sfondi, che nelle grandi città siciliane ricalcavano, per certi versi, lo Stato di polizia borbonico, esponenti pubblici di varia estrazione ideale si ponevano altresì a disposizione di consorterie vecchie e nuove, le quali, profittando anch’esse del fossato civile che separava le popolazioni dall’autorità pubblica e dalle leggi, tanto più si ergevano nei circondari come potere parallelo. Già adombrato nel 1876 da Raimondo Franchetti, viene ritenuto emblematico il caso del barone Nicolò Turrisi-Colonna, indipendentista nel 1848, capo della guardia nazionale e deputato filo-garibaldino nel 1861, infine, negli anni successivi, senatore del Regno. Il nobiluomo siciliano pare che riuscisse a coniugare senza problemi la difesa teorica dei principi di legalità, con la difesa, sul terreno, di associazioni propriamente criminali, come quella, già allora famigerata, che faceva capo a Antonino Giammona. Lungo gli anni sessanta e settanta, negli orizzonti di una questione meridionale che insisteva tragicamente, magistrati, inquirenti parlamentari, sociologi e cronisti, non soltanto italiani, scoprivano la mafia.


Fonte:Peacelink


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Infrastrutture al Nord, a Sud tagli alla sanità


Di Nicola Rossi

Quale Italia verrà fuori dalla riforma federalista? «Più infrastrutture al Nord e taglio di posti di lavoro nella sanità assistita del sud». Il direttore del Censis, Giuseppe Roma, sintetizza così la scena dell'Italia federale futura perché se la riforma è rigorosa «deve produrre lacrime e sangue, cioè reale riduzione della spesa pubblica». Subito aggiunge un avvertimento, però. «Se non accade questo, se non viene esaltata la funzione razionalizzatrice del sistema federalista, allora il cambiamento si tradurrà solo in uno spostamento di quote di potere e di spesa pubblica dal centro alla periferia. In questo caso, sarà alto il rischio che i governatori, in sede locale, usino leve come l'addizionale Irpef per aumentare e non diminuire la pressione fiscale».
Questa «ambiguità» della riforma federalista, sospesa fra «svolta rigorista» e «continuismo clientelare», non è risolta neanche dagli ultimi testi elaborati dal governo su fisco regionale e costi standard: lo sottolineano tutti quelli che accettano di sottoporsi all'esercizio di immaginare l'Italia di domani, politologi, economisti, urbanisti, sociologi. La possibilità di aumentare le addizionali Irpef, l'Irap nelle mani dei governatori e i costi standard in versione soft non sono garanzie che il risultato finale del federalismo fiscale sia davvero il rigore.
«I decreti attuativi – dice Nicola Rossi, economista e senatore Pd poco ortodosso – sono ancora contenitori ambigui che possono contenere di tutto: un federalismo annacquato e vago che continua a garantire clientele nel Mezzogiorno oppure un federalismo rigoroso e sostanziale che aiuti il Sud a rendere più efficiente la gestione dei grandi flussi di risorse che continueranno ad arrivare, anche dall'Europa». Per Rossi il federalismo deve essere rigoroso e indurre le classi dirigenti del Mezzogiorno a riproporsi come «classe dirigente di livello nazionale»: una forma di orgoglio che hanno perso ormai da molti decenni. L'ambiguità che sottolinea è molto diversa da quella che denunciano molti altri a sinistra quando denunciano il rischio di secessione. Semmai il rischio secessione non sembra venire tanto da questa riforma quanto dal suo possibile fallimento o svuotamento di effetti reali. In quel caso le vecchie idee leghiste, in versione hard, potrebbero tornare di moda.Così come potrebbe tornare di moda una secessione soft alla bavarese: il federalismo si attua al nord che è in grado di rispettare i parametri e il resto del paese resta indietro.

Più infrastrutture al Nord: il direttore della fondazione Nord-est, Daniele Marini, concorda sulla sintesi. «La realizzazione dell'Alta velocità Milano-Venezia – dice – è ciò che cittadini e imprese del nord-est si aspettano dalla riforma federalista: il disegno che vedo andare avanti mi pare coerente con questa aspettativa». Ferrovie e strade sono un modo per sintetizzare le esigenze del territorio, ma il discorso non cambia se si allarga alle infrastrutture immateriali come la banda larga o al nuovo welfare locale per anziani e immigrati. «Qui alcune amministrazioni locali hanno già un alto livello di responsabilizzazione civile – dice Marini – e siamo convinti che il federalismo possa portare anche le altre amministrazioni a questi livelli. Il federalismo deve soprattutto eliminare i vincoli del patto di stabilità che impediscono ai comuni virtuosi di spendere le loro risorse in favore della collettività».
Anche Marini vede rischi e ambiguità connessi all'avvio del sistema. «Paradossalmente – dice – la fase di avvio del sistema potrebbe portare a una riduzione delle risorse disponibili o, se vogliamo, a un aumento della pressione fiscale anche al nord. C'è il rischio che lo spostamento di funzioni dal centro alla periferia comporti una duplicazione di strutture e lievitazione di costi». Anche la duplicazione delle regole è un rischio. «È già successo con l'urbanistica – dice Roma – quando la competenza è passata alle regioni: le imprese si sono trovate a fronteggiare una sovrapposizione di regole tra centro e periferia e regole diverse sul territorio nazionale per situazioni analoghe». Ultimo esempio, il piano casa.
Anche Innocenzo Cipolletta riscontra da economista profonde ambiguità nel percorso federalista. «Non possiamo neanche parlare di federalismo, ma di decentramento fiscale, perché non abbiamo risorse prelevate in ambito locale e poi trasferite al centro per la quota di servizi nazionali svolti, come è nei sistemi federalisti. Abbiamo il governo che decide che quote trasferire in periferie e anche a quali costi standard devono essere forniti i servizi». Inoltre l'Irap affidata ai governatori rischia di creare penalizzazioni pesanti alle imprese in ambito locale, come già avviene per i deficit sanitari. Ancora Roma: «Dovremmo accompagnare questa fase di transizione con riforme e provvedimenti che aiutino il federalismo ad andare nella giusta direzione. Per esempio, riducendo davvero la spesa pubblica. Oggi tutto questo non è scontato affatto».

Fonte:Il Sole 24 ore

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Di Nicola Rossi

Quale Italia verrà fuori dalla riforma federalista? «Più infrastrutture al Nord e taglio di posti di lavoro nella sanità assistita del sud». Il direttore del Censis, Giuseppe Roma, sintetizza così la scena dell'Italia federale futura perché se la riforma è rigorosa «deve produrre lacrime e sangue, cioè reale riduzione della spesa pubblica». Subito aggiunge un avvertimento, però. «Se non accade questo, se non viene esaltata la funzione razionalizzatrice del sistema federalista, allora il cambiamento si tradurrà solo in uno spostamento di quote di potere e di spesa pubblica dal centro alla periferia. In questo caso, sarà alto il rischio che i governatori, in sede locale, usino leve come l'addizionale Irpef per aumentare e non diminuire la pressione fiscale».
Questa «ambiguità» della riforma federalista, sospesa fra «svolta rigorista» e «continuismo clientelare», non è risolta neanche dagli ultimi testi elaborati dal governo su fisco regionale e costi standard: lo sottolineano tutti quelli che accettano di sottoporsi all'esercizio di immaginare l'Italia di domani, politologi, economisti, urbanisti, sociologi. La possibilità di aumentare le addizionali Irpef, l'Irap nelle mani dei governatori e i costi standard in versione soft non sono garanzie che il risultato finale del federalismo fiscale sia davvero il rigore.
«I decreti attuativi – dice Nicola Rossi, economista e senatore Pd poco ortodosso – sono ancora contenitori ambigui che possono contenere di tutto: un federalismo annacquato e vago che continua a garantire clientele nel Mezzogiorno oppure un federalismo rigoroso e sostanziale che aiuti il Sud a rendere più efficiente la gestione dei grandi flussi di risorse che continueranno ad arrivare, anche dall'Europa». Per Rossi il federalismo deve essere rigoroso e indurre le classi dirigenti del Mezzogiorno a riproporsi come «classe dirigente di livello nazionale»: una forma di orgoglio che hanno perso ormai da molti decenni. L'ambiguità che sottolinea è molto diversa da quella che denunciano molti altri a sinistra quando denunciano il rischio di secessione. Semmai il rischio secessione non sembra venire tanto da questa riforma quanto dal suo possibile fallimento o svuotamento di effetti reali. In quel caso le vecchie idee leghiste, in versione hard, potrebbero tornare di moda.Così come potrebbe tornare di moda una secessione soft alla bavarese: il federalismo si attua al nord che è in grado di rispettare i parametri e il resto del paese resta indietro.

Più infrastrutture al Nord: il direttore della fondazione Nord-est, Daniele Marini, concorda sulla sintesi. «La realizzazione dell'Alta velocità Milano-Venezia – dice – è ciò che cittadini e imprese del nord-est si aspettano dalla riforma federalista: il disegno che vedo andare avanti mi pare coerente con questa aspettativa». Ferrovie e strade sono un modo per sintetizzare le esigenze del territorio, ma il discorso non cambia se si allarga alle infrastrutture immateriali come la banda larga o al nuovo welfare locale per anziani e immigrati. «Qui alcune amministrazioni locali hanno già un alto livello di responsabilizzazione civile – dice Marini – e siamo convinti che il federalismo possa portare anche le altre amministrazioni a questi livelli. Il federalismo deve soprattutto eliminare i vincoli del patto di stabilità che impediscono ai comuni virtuosi di spendere le loro risorse in favore della collettività».
Anche Marini vede rischi e ambiguità connessi all'avvio del sistema. «Paradossalmente – dice – la fase di avvio del sistema potrebbe portare a una riduzione delle risorse disponibili o, se vogliamo, a un aumento della pressione fiscale anche al nord. C'è il rischio che lo spostamento di funzioni dal centro alla periferia comporti una duplicazione di strutture e lievitazione di costi». Anche la duplicazione delle regole è un rischio. «È già successo con l'urbanistica – dice Roma – quando la competenza è passata alle regioni: le imprese si sono trovate a fronteggiare una sovrapposizione di regole tra centro e periferia e regole diverse sul territorio nazionale per situazioni analoghe». Ultimo esempio, il piano casa.
Anche Innocenzo Cipolletta riscontra da economista profonde ambiguità nel percorso federalista. «Non possiamo neanche parlare di federalismo, ma di decentramento fiscale, perché non abbiamo risorse prelevate in ambito locale e poi trasferite al centro per la quota di servizi nazionali svolti, come è nei sistemi federalisti. Abbiamo il governo che decide che quote trasferire in periferie e anche a quali costi standard devono essere forniti i servizi». Inoltre l'Irap affidata ai governatori rischia di creare penalizzazioni pesanti alle imprese in ambito locale, come già avviene per i deficit sanitari. Ancora Roma: «Dovremmo accompagnare questa fase di transizione con riforme e provvedimenti che aiutino il federalismo ad andare nella giusta direzione. Per esempio, riducendo davvero la spesa pubblica. Oggi tutto questo non è scontato affatto».

Fonte:Il Sole 24 ore

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I cialtroni e l'Unità d'Italia

Di Luigi Capozza


Ho letto con partecipazione e condivisione gli articoli di Franco Federico sulla politica e l’amministrazione meridionali, comparsi sulle pagine del trisettimanale ilCrotonese la scorsa estate. Il desiderio è di riprendere il discorso di Federico, cercando di aggiungere un’ulteriore riflessione di carattere storico, partendo dall’affermazione di Tremonti che la classe dirigente meridionale sia composta da cialtroni. Tremonti, come documenta anche Federico, non ha, per certi versi, tutti i torti; tuttavia gioverà analizzare storicamente il come mai si sia verificata una simile condizione.

Centinaia di paesi e città nel Sud, sono state e sono terre di emigrazione; nella sola Calabria, dall’unità d’Italia in poi, vi sono stati circa due milioni di emigrati, tanti quanti abitanti attualmente conta la regione; un vero e proprio esodo biblico. Dai primi anni ’90 del ‘900 ad oggi, come rilevato dalla stampa di ogni tendenza, da tutto il Sud sono emigrati altri 2 milioni di persone, in assoluta maggioranza giovani diplomati e laureati. È stato sempre così, o l’esodo è iniziato proprio con l’Unità?

Ricaviamo alcuni dati statistici dalla oggi imprescindibile opera di Giuseppe Ressa e Alfonso Grosso, Il Sud e l’unità d’Italia (compare anche su Internet, sulla piattaforma Scribd):

1) «All'epoca di Francesco II, l'ultimo re, l'emigrazione era sconosciuta, le tasse molto basse come pure il costo della vita, il tesoro era floridissimo. In campo culturale Napoli contendeva a Parigi la supremazia europea» (ciò lo riconosceva con molta onestà Paolo Volponi nel suo discorso d’insediamento alla Camera).

2) «Come risultò dalla Esposizione Internazionale di Parigi del 1856, le Due Sicilie erano lo Stato più industrializzato d'Italia ed il terzo in Europa, dopo Inghilterra e Francia (stessa documentazione fornisce Paolo Granzotto su numerosi interventi sul Giornale). Dal censimento del 1861 si deduce che, al momento dell'Unità, le Due Sicilie impiegavano nell'industria una forza-lavoro pari al 51% di quella complessiva italiana (nonostante avesse 9 milioni di abitanti su 22). I settori principali erano: cantieristica navale, industria siderurgica, tessile, cartiera, estrattiva e chimica, conciaria, del corallo, vetraria, alimentare.

3) «Nei pressi di Napoli, a Pietrarsa, era attiva la più grande industria metalmeccanica d'Italia … era l'unica fabbrica italiana in grado di costruire motrici a vapore per uso navale. A Pietrarsa fu istituita anche la "Scuola degli Alunni Macchinisti" che permise alle Due Sicilie, unico Stato della Penisola, ad affrancarsi dalla necessità di disporre di macchinisti navali inglesi. A Pietrarsa venivano costruiti cannoni ed altri armamenti; venivano realizzati prodotti meccanici per uso civile, vagoni, locomotive ed i binari ferroviari (di cui in Italia solo Pietrarsa disponeva della tecnologia costruttiva). … Accanto a Pietrarsa sorgevano la Zino ed Henry (poi Macry ed Henry) e la Guppy, entrambe con 600 addetti. … Viceversa al Nord, alla vigilia dell'Unità, solo l'Ansaldo di Genova era a livello di grande industria (aveva 480 operai contro i 1.000 di Pietrarsa)».

Vignetta di Enzo Brizio, riproduzione di un’originale del 1860

4) « La ferriera di Mongiana sorgeva nei dintorni di Serra San Bruno … Poco distante, fu più tardi costruita Ferdinandea. … Il complesso siderurgico calabrese di Mongiana e Ferdinandea era, fino al 1860, il maggiore produttore d'Italia di ghisa e semi-lavorati per l'industria metalmeccanica. Altri impianti metallurgici erano attivi in tutti il Sud».

5) « Le Due Sicilie disponevano di una flotta mercantile pari ai 4/5 del naviglio italiano ed era la quarta del mondo … fu la prima flotta italiana a collegare l'Italia con l'America ed il Pacifico. … Il primo vascello a vapore del Mediterraneo fu costruito nelle Due Sicilie nel 1818 e fu anche il primo al mondo a navigare per mare e non su acque interne … l'Inghilterra dovette aspettare altri quattro anni per metterne in mare uno, il Monkey, nel 1822. … Il cantiere diCastellammare di Stabia, con 1.800 operai, era il più grande del Mediterraneo. Al momento della conquista piemontese stava attrezzandosi per la costruzione di scafi in ferro. L'arsenale-cantiere di Napoli, con 1.600 operai, era l'unico in Italia ad avere un bacino di carenaggio in muratura lungo 75 metri. … Sono patrimonio delle Due Sicilie anche: la prima compagnia di navigazione a vapore del Mediterraneo (1836) … Nel 1847 fu introdotta per la prima volta in Italia la propulsione a elica con la nave "Giglio delle Onde".

6) «Prima dell’Unità il settore cotoniero vantava quattro stabilimenti con 1.000 o più operai (1425 alla Von Willer di Salerno, 1160 in un’altra filanda della provincia, 1129 nella filanda di Pellazzano, 2159 in quella di Piedimonte e un migliaio nella Aninis-Ruggeri di Messina); nello stesso periodo gli stabilimenti lombardi a stento raggiungevano i 414 operai della filatura Ponti. … si ebbe dal 1835 un rinnovato sviluppo dell’industria della seta e nuove filande sorsero in Calabria, in Lucania, in Abruzzo».

Senza tirarla per le lunghe, diciamo che gli stessi primati su tutto il resto d’Italia il Sud li vantava, a ridosso dell’Unità, nelle seguenti industrie: a) cartiere; b) estrattiva e chimica (provenivano dal Sud i 2/3 delle produzioni chimiche italiane); c) conciaria; d) del corallo; e) saline; f) dei vetri e cristalli.

7) I dati indicano che nel 1860 il Sud, che conta il 36.7 % della popolazione d’Italia, «pur non avendo nulla che si possa paragonare alla pianura padana produce il 50.4% di grano; l’80.2% di orzo e avena; il 53% di patate; il 41.5% di legumi; il 60% di olio … Per quanto riguarda l’allevamento, considerando il numero dei capi, il Sud era in testa in quello ovino, caprino, equino e dei maiali».

8) «Il livello impositivo era il più mite di tutti gli Stati Italiani. La contribuzione diretta era praticamente basata solo sull’imposta fondiaria, quella indiretta solo su quattro tributi». Il sistema bancario era il migliore che si potesse desiderare.

Dunque, il Sud, come risulta da statistiche e dati inoppugnabili, era, fino al 1861, lo Stato più grande, più ricco e meglio governato dell’intera Penisola, sì da gareggiare con le maggiori potenze economiche del tempo: Inghilterra e Francia (sarebbe opportuno leggere tutta l’opera di Ressa e Grosso, che hanno consultato migliaia di documenti. Bisognerebbe anche leggere o rileggere, almeno, sia Corrado che Francesco Barbagallo, Einaudi, F. S. Nitti, Salvemini e Zitara; leggere Simonelli, A. Pellicciari e Veneziani, Aprile e G. Bruno Guerri, il cui saggio, Il sangue del Sud, uscirà a fine anno).


II

Come è potuto accadere che il Meridione, già all’indomani dell’Unità, finisse pian piano per diventare la cenerentola della “Nazione” con un tasso migratorio biblico? Ci soccorrono per comprendere (e ci scusiamo per le continue, ma indispensabili, citazioni) due documenti, ma vedremo altre ricostruzioni storiche, anch’essi inoppugnabili: uno di F. S. Nitti e uno di Luigi Einaudi.

ùAfferma F. S. Nitti, nel suo Bilancio dello Stato dal 1862 al 1897: «In quarant’anni il Sud ha dato ciò che poteva e ciò che non poteva, ha ricevuto assai poco, soprattutto ha ricevuto assai male”. Insomma, il 65% di tutta la moneta circolante in Italia era del Sud e in pochi anni, tra tributi per risanare il deficit del Tesoro dovuto alle guerre (il Meridione con 27% di produzione della ricchezza dovette pagare il 32% dei tributi), in conseguenza delle nuove imposte e della vendita dei beni demaniali ed ecclesiali ai latifondisti, il regime doganale del 1887, il Sud fu privato dei suoi capitali a esclusivo vantaggio del Nord».

Tale testimonianza è avvalorata, fin dai primi anni del Novecento, proprio da quello che fu primo presidente dell’Italia repubblicana, Luigi Einaudi. Luigi Einaudi ne Il Buongoverno riconosce apertamente che «Sì, è vero, noi settentrionali abbiamo … profittato di più delle spese dello Stato italiano; è vero, peccammo di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio ed assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale; è vero che abbiamo spostata molta ricchezza dal Sud al Nord con la vendita dell’asse ecclesiastico e del demanio e coi prestiti pubblici … È vero che abbiamo ottenuto più costruzioni di ferrovie, di porti, di scuole e di altri lavori pubblici, ma sono stati duri sacrifici imposti da circostanze politiche ed economiche … ».

Quello che è stupefacente, soprattutto in Einaudi, come se non se ne accorgesse, è che egli dichiara candidamente che la vera Unità è stata fatta per il Nord e che a questa (presunta) “necessità” si è dovuto sacrificare il Sud. Insomma, il Sud è stato spogliato, impoverito, ridotto a territorio coloniale per … lo sviluppo del Nord. Riconosce altresì, Einaudi, e candidamente non lo comprende, che il Nord era povero e il Sud talmente ricco da “costruire” il Nord (la presunta vera Italia lavoratrice, direbbero senza vergogna Bossi, Brunetta e Gelmini) con le sue ricchezze.


III

Ma, oltre a quanto sopra documentato, che altro è successo? Salvemini è molto chiaro su questo fatto. Scrive il Nostro in Problemi educativi e sociali d’Italia: «I governi italiani per avere i voti del Sud concessero i pieni poteri alla piccola borghesia, delinquente e putrefatta, spiantata, imbestialita, cacciatrice d’impieghi e di favori personali, ostile a qualunque iniziativa potesse condurre a una vita meno ignobile e più umana […] Qualunque gruppo di uomini onesti […] avesse voluto mettere un po’ di freno alla iniquità di una sola fra le clientele che facevano capo a un deputato meridionale, era sicuro di trovarsi contro tutta la marmaglia [piccolo borghese] compatta». Giordano Bruno Guerri rincara la dose: «L’annessione del Sud fu una guerra di annessione e di conquista, spietata e brutale … il paternalismo (?) borbonico permetteva pure ai più poveri di vivere decentemente … La vita culturale … dera di tutto rispetto … Le industrie erano all’altezza – e a volte superiori – a quelle del Nord. Soprattutto, le casse dello Stato e la circolazione monetaria erano più ricche che nel resto d’Italia messo assieme. Denaro, terre e industrie facevano gola ai Savoia … il cui motto era: “L’Italia è un carciofo da mangiare foglia a foglia”. Infatti l’ex Regno delle Due Sicilie venne depredato di tutto: l’oro delle sue banche venne per lo più reinvestito al Nord, le industrie smantellate e trasferite più vicino alle Alpi; le terre … non furono date ai contadini, ma cedute a basso prezzo alla borghesia settentrionale o agli antichi feudatari divenuti improvvisamente filounitari. A rimetterci fu il popolo … Il brigantaggio …, oggi [i briganti] li chiameremmo partigiani …, fu una guerra civile … Di certo, nascondere quello che avvenne non è servito a una crescita del Paese e della nostra coscienza nazionale …».

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Che dire di più per spiegare lo sfascio, voluto e programmato, della nostra terra e il processo migratorio dal Sud al Nord e nel resto del mondo? In effetti, però, si può dire di più. Come si sa, la Sinistra storica e Giolitti non risolsero propriamente la cosiddetta “Questione meridionale”; la grande guerra e il dopo guerra sfasciarono ancor di più l’economia meridionale, privandola dei suoi capitali e delle sue braccia per sostenere lo sforzo bellico e foraggiare l’industria di guerra (e qui era già cominciata la trasformazione della mafia in delinquenza organizzata di tipo moderno attraverso il mercato nero e poi i fondi per la ricostruzione).

Il Fascismo – e la crisi di Wall Street –, con la famigerata “Quota 90”, ossia il pareggio della lira con la sterlina, a voler parlare solo di ciò, finì con lo buttare sul lastrico migliaia di contadini, artigiani e piccoli imprenditori debitori delle banche del Sud, le quali, non potendo più riscuotere i prestiti aumentati a dismisura di valore, fallirono a loro volta.

La seconda guerra mondiale, se possibile, peggiorò ancor di più le cose nel Sud, mentre l’industria di guerra dell’Alta Italia marciava a pieno ritmo.

Ancora una volta, la mafia si ingrassò col mercato nero, l’usura e, avendo bloccato il Piano Marshall appena a sud di Roma, con, di nuovo, la caotica ricostruzione e i relativi subappalti, col mercato illegale delle armi invendute, l’incipiente mercato di droga e fonti energetiche in cambio di prestiti neocoloniali, tecnologia, prodotti industriali con i popoli sottosviluppati.

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Chiuderanno le chiavi di una spoliazione perfetta: 1) la famigerata Riforma agraria degli anni cinquanta, che, invece di aiutare la trasformazione del latifondo in aziendalità e imprenditoria, o, perlomeno, in organizzazione cooperativistica, suddivise il latifondo in piccoli lotti, con case di “cartapesta” isolate, privi di qualsiasi strumento meccanico, e la 2) Cassa per il Mezzogiorno (e Organismi similari), che, coi suoi finanziamenti a pioggia ha favorito, ancora una volta, attraverso subappalti e altre diavolerie, la mafia, lo scempio edilizio, le truffe imprenditoriali, l’illegalità diffusa, il clientelismo, il burocraticismo vessatorio, improvvise fortune politiche, ecc. ecc.

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Non dico che non bisogna accettare ormai l'unità, ma bisognava, dando un senso alla ribellione dei “briganti”, bilanciare in modo paritario col resto d'Italia la stessa forma unitaria. Cosa che neanche si sognarono di fare, né se lo sognano, i nostri intellettuali e politici. Non capirono, e non capiscono. Purtroppo, come si scriveva sopra, il Meridione fu messo da subito nella condizione di minorità, complice, allora, anche il grande (?) intellettuale Croce (leggere i suoi giudizi sulla Destra storica e su Sella) e i suoi salottieri seguaci. Fu giudicato, il Meridione, dalla pubblicistica dell'epoca e dai politici interessati, arretrato, barbaro, mafioso, incapace e analfabeta, non tanto potenzialmente delinquenziale, da conquistare e liberare (rileggere il Manzoni per capire, invece, che cos'era il Settentrione spagnolo; e poi francese e poi austriaco). E gli fu assegnato il ruolo di banca del Nord, di procuratore di manodopera, di bacino elettorale, di trafficante del mercato illegale, di carne da macello delle varie guerre. Insomma, fu distrutta la storia e la sua verità, senza le quali nessun popolo trova identità e può costruire la sua vita e il futuro.


IV

La solfa continua ancor oggi e non bisogna meravigliarsi che ormai sia lo Stato ufficiale ad essere, a vivacchiare, nello Stato reale e non viceversa, come si diceva un tempo, perché lo Stato 'dranghetista-mafioso, un tempo detto anti-Stato, è il naturale blocco e sbocco collaborativo di uno Stato che di legale, di ufficiale non ha mai avuto l'ombra.

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Come si fa, infatti, da parte del presunto Stato ufficiale e da parte delle imprese manifatturiere, bancarie e finanziarie, e dalle conseguenti tasse e spese statali, a rinunciare a 150 miliardi di proventi mafiosi, a 200 miliardi di evasione ed elusione fiscale, a 100 e oltre miliardi di lavoro in nero e al mercato delle armi e di transazione commerciale di manufatti e tecnologia e finanze con la droga, ai subappalti edilizi lucrosi, alle rimesse degli emigranti, al lavoro lucroso degli immigrati, alla prostituzione, tutte cose in mano pressocché allo Stato real-mafioso? Sono almeno 1.000.000 di miliardi di vecchie lire, insomma! Che promettono affari sempre più lucrosi! Se non ci si crede, basta guardare ai grandi affari che lo Stato ufficiale va facendo nell'area mediterranea, ma da cui il Meridione è tenuto accuratamente fuori, se non per la questioni illegali.

Ogni tanto lo Stato ufficiale interviene, sì (come pomposamente vanta Maroni), ma per riequilibrare i rapporti tra Stato reale e Stato ufficiale (ossia, per ri-appropriarsi, questo, della sua parte di proventi). Si volesse risolvere davvero la situazione, bisognerebbe reinventare un modo nuovo di far politica unitaria e inviare per qualche anno tutto l'esercito (altro che Afghanistan!) in assetto di guerra e far amministrare prefetti e generali (sperando che non colludano) insieme agli amministratori locali. Ma vai a dire queste cose ai parlamentari, amministratori e imprenditor-finanzieri collusi o che lucrano sullo status quo, nonché alle anime belle dei "sinceramente democratici" del garantismo sinistrorso!

Dobbiamo scrivere, scrive e scrivere noi, lasciando almeno un'eredità spendibile per le nuove generazioni. E al diavolo i distinguo. È tutta l'Italia che vive dall'Unità senza storia. Abbiamo distrutto tutta l'eredità urbana e ambientale, che pur avevamo ed era faro per il mondo almeno dal Medioevo fino all' ' 800. Non sappiamo ancora dire perché fu scelta quel tipo di Unità, quando contemporaneamente, per fare un solo un esempio, la Germania poteva dar lezioni di unità equilibrata e federale.

Non sappiamo ancora definire il perché, se non in forma demagogico-ideologica, proprio in Italia si ebbe il più forte partito comunista occidentale (nota bene che le due maggiori personalità fondative, Bordiga e Gramsci, erano meridionali), che non consentì la dialettica autentica di maggioranza e opposizione da Livorno ad oggi. Non sappiamo davvero bene addossare al PSI le colpe per l’avvento del Fascismo, avendo esso rifiutato per ben due volte ufficialmente di far parte dei governi Giolitti. Non sappiamo ancora riconoscere che nel secondo dopoguerra è nata una Repubblica fondata sull' "Anti", antifascismo, anticomunismo, anti-DC, anti questo e anti quello, e non una Repubblica in positivo, propositiva. Non vogliamo riconoscere che, sempre nel secondo dopoguerra, continuò la politica antimeridionalista dell'Unità. "Anti" anche lo Spirito di un popolo e la sua cultura, che hanno finito con lo scadere nell'imitazione anglosassone e nel provincialismo. Ma come, noi, "figli" di Dante, di Machiavelli, di Michelangelo e di Caravaggio, di Leopardi e di Rosmini, di Giotto e dei grandi architetti e urbanisti, della Scuola siciliana, per tacere di migliaia di altre personalità e cose!!!



V

Via! Non vi può essere riscatto dell'Italia se non vi è riscatto del Meridione. Mentre Bossi e il Berlusca ritornano ad un federalismo di tipo Comunale e delle Signorie, cioè quanto di più antitetico rispetto alla concezione di uno Stato nazionale e perfino della globalizzazione, il Meridione non si pone questo problema, gli è distante anni luce, ma non perché è corrotto e mira alle sovvenzioni, ma perché ha nel DNA storico il senso dello Stato, avendo creato il primo vero Stato moderno fin dai Normanni. E dallo Stato, e dalla nazione (!), vorrebbe il riconoscimento di questa antica e positiva storia. Basta pensare che dal Meridione furono arruolati, proprio per il loro alto e sentito senso dello Stato, le burocrazie, i maestri, i dirigenti del dopo Unità. Federalismi, sì, ma quello dell’ ‘800, perfino del Cavour del convegno di Plombières, rivisitato magari secondo le teorie di un Albert Dicey e di un James Bryce, o di un K.C. Wheare, o, se si vuole salire a livello filosofico, di un Immanuel Kant. Certo non quello degli antichi Comuni e Signorie propugnato da un Bossi qualsiasi e seguaci.

Questione Settentrionale Pontida

Come si può constatare, la situazione odierna non è gran che cambiata. Come si può cambiare con le mafie che penetrano violentemente dappertutto, e non basta, come abbiamo cercato di illustrare, arrestare qualche vecchio boss e incamerare 10/15 miliardi di beni, bisognerebbe assolutamente intervenire, oltre che con esercito e prefetti, sulle banche e sulle Borse, a livello internazionale, sulla Banca d’Italia, con la finanza a tappeto, per sequestrare i miliardi illegali. Come si può creare e costruire una classe dirigente, anche politica, nuova se negli ultimi 10 anni almeno 700.000 giovani laureati e diplomati sono emigrati, e nella devastazione attuale, se i politici e i partiti nazionali, pieni di meridionali, non si danno da fare nel senso del rinnovamento qui auspicato? Come si può allora far finta, insomma, che la “Questione meridionale” ormai, essendo storicizzata, in effetti non esiste più, ma che, addirittura!, esista una questione settentrionale? Insomma, dovremmo accettare di essere “cornuti e mazziati”? Ma va là! Cialtroni, semmai, saranno Tremonti, Bossi e chi li segue.

Fonte: Area locale

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Di Luigi Capozza


Ho letto con partecipazione e condivisione gli articoli di Franco Federico sulla politica e l’amministrazione meridionali, comparsi sulle pagine del trisettimanale ilCrotonese la scorsa estate. Il desiderio è di riprendere il discorso di Federico, cercando di aggiungere un’ulteriore riflessione di carattere storico, partendo dall’affermazione di Tremonti che la classe dirigente meridionale sia composta da cialtroni. Tremonti, come documenta anche Federico, non ha, per certi versi, tutti i torti; tuttavia gioverà analizzare storicamente il come mai si sia verificata una simile condizione.

Centinaia di paesi e città nel Sud, sono state e sono terre di emigrazione; nella sola Calabria, dall’unità d’Italia in poi, vi sono stati circa due milioni di emigrati, tanti quanti abitanti attualmente conta la regione; un vero e proprio esodo biblico. Dai primi anni ’90 del ‘900 ad oggi, come rilevato dalla stampa di ogni tendenza, da tutto il Sud sono emigrati altri 2 milioni di persone, in assoluta maggioranza giovani diplomati e laureati. È stato sempre così, o l’esodo è iniziato proprio con l’Unità?

Ricaviamo alcuni dati statistici dalla oggi imprescindibile opera di Giuseppe Ressa e Alfonso Grosso, Il Sud e l’unità d’Italia (compare anche su Internet, sulla piattaforma Scribd):

1) «All'epoca di Francesco II, l'ultimo re, l'emigrazione era sconosciuta, le tasse molto basse come pure il costo della vita, il tesoro era floridissimo. In campo culturale Napoli contendeva a Parigi la supremazia europea» (ciò lo riconosceva con molta onestà Paolo Volponi nel suo discorso d’insediamento alla Camera).

2) «Come risultò dalla Esposizione Internazionale di Parigi del 1856, le Due Sicilie erano lo Stato più industrializzato d'Italia ed il terzo in Europa, dopo Inghilterra e Francia (stessa documentazione fornisce Paolo Granzotto su numerosi interventi sul Giornale). Dal censimento del 1861 si deduce che, al momento dell'Unità, le Due Sicilie impiegavano nell'industria una forza-lavoro pari al 51% di quella complessiva italiana (nonostante avesse 9 milioni di abitanti su 22). I settori principali erano: cantieristica navale, industria siderurgica, tessile, cartiera, estrattiva e chimica, conciaria, del corallo, vetraria, alimentare.

3) «Nei pressi di Napoli, a Pietrarsa, era attiva la più grande industria metalmeccanica d'Italia … era l'unica fabbrica italiana in grado di costruire motrici a vapore per uso navale. A Pietrarsa fu istituita anche la "Scuola degli Alunni Macchinisti" che permise alle Due Sicilie, unico Stato della Penisola, ad affrancarsi dalla necessità di disporre di macchinisti navali inglesi. A Pietrarsa venivano costruiti cannoni ed altri armamenti; venivano realizzati prodotti meccanici per uso civile, vagoni, locomotive ed i binari ferroviari (di cui in Italia solo Pietrarsa disponeva della tecnologia costruttiva). … Accanto a Pietrarsa sorgevano la Zino ed Henry (poi Macry ed Henry) e la Guppy, entrambe con 600 addetti. … Viceversa al Nord, alla vigilia dell'Unità, solo l'Ansaldo di Genova era a livello di grande industria (aveva 480 operai contro i 1.000 di Pietrarsa)».

Vignetta di Enzo Brizio, riproduzione di un’originale del 1860

4) « La ferriera di Mongiana sorgeva nei dintorni di Serra San Bruno … Poco distante, fu più tardi costruita Ferdinandea. … Il complesso siderurgico calabrese di Mongiana e Ferdinandea era, fino al 1860, il maggiore produttore d'Italia di ghisa e semi-lavorati per l'industria metalmeccanica. Altri impianti metallurgici erano attivi in tutti il Sud».

5) « Le Due Sicilie disponevano di una flotta mercantile pari ai 4/5 del naviglio italiano ed era la quarta del mondo … fu la prima flotta italiana a collegare l'Italia con l'America ed il Pacifico. … Il primo vascello a vapore del Mediterraneo fu costruito nelle Due Sicilie nel 1818 e fu anche il primo al mondo a navigare per mare e non su acque interne … l'Inghilterra dovette aspettare altri quattro anni per metterne in mare uno, il Monkey, nel 1822. … Il cantiere diCastellammare di Stabia, con 1.800 operai, era il più grande del Mediterraneo. Al momento della conquista piemontese stava attrezzandosi per la costruzione di scafi in ferro. L'arsenale-cantiere di Napoli, con 1.600 operai, era l'unico in Italia ad avere un bacino di carenaggio in muratura lungo 75 metri. … Sono patrimonio delle Due Sicilie anche: la prima compagnia di navigazione a vapore del Mediterraneo (1836) … Nel 1847 fu introdotta per la prima volta in Italia la propulsione a elica con la nave "Giglio delle Onde".

6) «Prima dell’Unità il settore cotoniero vantava quattro stabilimenti con 1.000 o più operai (1425 alla Von Willer di Salerno, 1160 in un’altra filanda della provincia, 1129 nella filanda di Pellazzano, 2159 in quella di Piedimonte e un migliaio nella Aninis-Ruggeri di Messina); nello stesso periodo gli stabilimenti lombardi a stento raggiungevano i 414 operai della filatura Ponti. … si ebbe dal 1835 un rinnovato sviluppo dell’industria della seta e nuove filande sorsero in Calabria, in Lucania, in Abruzzo».

Senza tirarla per le lunghe, diciamo che gli stessi primati su tutto il resto d’Italia il Sud li vantava, a ridosso dell’Unità, nelle seguenti industrie: a) cartiere; b) estrattiva e chimica (provenivano dal Sud i 2/3 delle produzioni chimiche italiane); c) conciaria; d) del corallo; e) saline; f) dei vetri e cristalli.

7) I dati indicano che nel 1860 il Sud, che conta il 36.7 % della popolazione d’Italia, «pur non avendo nulla che si possa paragonare alla pianura padana produce il 50.4% di grano; l’80.2% di orzo e avena; il 53% di patate; il 41.5% di legumi; il 60% di olio … Per quanto riguarda l’allevamento, considerando il numero dei capi, il Sud era in testa in quello ovino, caprino, equino e dei maiali».

8) «Il livello impositivo era il più mite di tutti gli Stati Italiani. La contribuzione diretta era praticamente basata solo sull’imposta fondiaria, quella indiretta solo su quattro tributi». Il sistema bancario era il migliore che si potesse desiderare.

Dunque, il Sud, come risulta da statistiche e dati inoppugnabili, era, fino al 1861, lo Stato più grande, più ricco e meglio governato dell’intera Penisola, sì da gareggiare con le maggiori potenze economiche del tempo: Inghilterra e Francia (sarebbe opportuno leggere tutta l’opera di Ressa e Grosso, che hanno consultato migliaia di documenti. Bisognerebbe anche leggere o rileggere, almeno, sia Corrado che Francesco Barbagallo, Einaudi, F. S. Nitti, Salvemini e Zitara; leggere Simonelli, A. Pellicciari e Veneziani, Aprile e G. Bruno Guerri, il cui saggio, Il sangue del Sud, uscirà a fine anno).


II

Come è potuto accadere che il Meridione, già all’indomani dell’Unità, finisse pian piano per diventare la cenerentola della “Nazione” con un tasso migratorio biblico? Ci soccorrono per comprendere (e ci scusiamo per le continue, ma indispensabili, citazioni) due documenti, ma vedremo altre ricostruzioni storiche, anch’essi inoppugnabili: uno di F. S. Nitti e uno di Luigi Einaudi.

ùAfferma F. S. Nitti, nel suo Bilancio dello Stato dal 1862 al 1897: «In quarant’anni il Sud ha dato ciò che poteva e ciò che non poteva, ha ricevuto assai poco, soprattutto ha ricevuto assai male”. Insomma, il 65% di tutta la moneta circolante in Italia era del Sud e in pochi anni, tra tributi per risanare il deficit del Tesoro dovuto alle guerre (il Meridione con 27% di produzione della ricchezza dovette pagare il 32% dei tributi), in conseguenza delle nuove imposte e della vendita dei beni demaniali ed ecclesiali ai latifondisti, il regime doganale del 1887, il Sud fu privato dei suoi capitali a esclusivo vantaggio del Nord».

Tale testimonianza è avvalorata, fin dai primi anni del Novecento, proprio da quello che fu primo presidente dell’Italia repubblicana, Luigi Einaudi. Luigi Einaudi ne Il Buongoverno riconosce apertamente che «Sì, è vero, noi settentrionali abbiamo … profittato di più delle spese dello Stato italiano; è vero, peccammo di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio ed assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale; è vero che abbiamo spostata molta ricchezza dal Sud al Nord con la vendita dell’asse ecclesiastico e del demanio e coi prestiti pubblici … È vero che abbiamo ottenuto più costruzioni di ferrovie, di porti, di scuole e di altri lavori pubblici, ma sono stati duri sacrifici imposti da circostanze politiche ed economiche … ».

Quello che è stupefacente, soprattutto in Einaudi, come se non se ne accorgesse, è che egli dichiara candidamente che la vera Unità è stata fatta per il Nord e che a questa (presunta) “necessità” si è dovuto sacrificare il Sud. Insomma, il Sud è stato spogliato, impoverito, ridotto a territorio coloniale per … lo sviluppo del Nord. Riconosce altresì, Einaudi, e candidamente non lo comprende, che il Nord era povero e il Sud talmente ricco da “costruire” il Nord (la presunta vera Italia lavoratrice, direbbero senza vergogna Bossi, Brunetta e Gelmini) con le sue ricchezze.


III

Ma, oltre a quanto sopra documentato, che altro è successo? Salvemini è molto chiaro su questo fatto. Scrive il Nostro in Problemi educativi e sociali d’Italia: «I governi italiani per avere i voti del Sud concessero i pieni poteri alla piccola borghesia, delinquente e putrefatta, spiantata, imbestialita, cacciatrice d’impieghi e di favori personali, ostile a qualunque iniziativa potesse condurre a una vita meno ignobile e più umana […] Qualunque gruppo di uomini onesti […] avesse voluto mettere un po’ di freno alla iniquità di una sola fra le clientele che facevano capo a un deputato meridionale, era sicuro di trovarsi contro tutta la marmaglia [piccolo borghese] compatta». Giordano Bruno Guerri rincara la dose: «L’annessione del Sud fu una guerra di annessione e di conquista, spietata e brutale … il paternalismo (?) borbonico permetteva pure ai più poveri di vivere decentemente … La vita culturale … dera di tutto rispetto … Le industrie erano all’altezza – e a volte superiori – a quelle del Nord. Soprattutto, le casse dello Stato e la circolazione monetaria erano più ricche che nel resto d’Italia messo assieme. Denaro, terre e industrie facevano gola ai Savoia … il cui motto era: “L’Italia è un carciofo da mangiare foglia a foglia”. Infatti l’ex Regno delle Due Sicilie venne depredato di tutto: l’oro delle sue banche venne per lo più reinvestito al Nord, le industrie smantellate e trasferite più vicino alle Alpi; le terre … non furono date ai contadini, ma cedute a basso prezzo alla borghesia settentrionale o agli antichi feudatari divenuti improvvisamente filounitari. A rimetterci fu il popolo … Il brigantaggio …, oggi [i briganti] li chiameremmo partigiani …, fu una guerra civile … Di certo, nascondere quello che avvenne non è servito a una crescita del Paese e della nostra coscienza nazionale …».

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Che dire di più per spiegare lo sfascio, voluto e programmato, della nostra terra e il processo migratorio dal Sud al Nord e nel resto del mondo? In effetti, però, si può dire di più. Come si sa, la Sinistra storica e Giolitti non risolsero propriamente la cosiddetta “Questione meridionale”; la grande guerra e il dopo guerra sfasciarono ancor di più l’economia meridionale, privandola dei suoi capitali e delle sue braccia per sostenere lo sforzo bellico e foraggiare l’industria di guerra (e qui era già cominciata la trasformazione della mafia in delinquenza organizzata di tipo moderno attraverso il mercato nero e poi i fondi per la ricostruzione).

Il Fascismo – e la crisi di Wall Street –, con la famigerata “Quota 90”, ossia il pareggio della lira con la sterlina, a voler parlare solo di ciò, finì con lo buttare sul lastrico migliaia di contadini, artigiani e piccoli imprenditori debitori delle banche del Sud, le quali, non potendo più riscuotere i prestiti aumentati a dismisura di valore, fallirono a loro volta.

La seconda guerra mondiale, se possibile, peggiorò ancor di più le cose nel Sud, mentre l’industria di guerra dell’Alta Italia marciava a pieno ritmo.

Ancora una volta, la mafia si ingrassò col mercato nero, l’usura e, avendo bloccato il Piano Marshall appena a sud di Roma, con, di nuovo, la caotica ricostruzione e i relativi subappalti, col mercato illegale delle armi invendute, l’incipiente mercato di droga e fonti energetiche in cambio di prestiti neocoloniali, tecnologia, prodotti industriali con i popoli sottosviluppati.

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Chiuderanno le chiavi di una spoliazione perfetta: 1) la famigerata Riforma agraria degli anni cinquanta, che, invece di aiutare la trasformazione del latifondo in aziendalità e imprenditoria, o, perlomeno, in organizzazione cooperativistica, suddivise il latifondo in piccoli lotti, con case di “cartapesta” isolate, privi di qualsiasi strumento meccanico, e la 2) Cassa per il Mezzogiorno (e Organismi similari), che, coi suoi finanziamenti a pioggia ha favorito, ancora una volta, attraverso subappalti e altre diavolerie, la mafia, lo scempio edilizio, le truffe imprenditoriali, l’illegalità diffusa, il clientelismo, il burocraticismo vessatorio, improvvise fortune politiche, ecc. ecc.

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Non dico che non bisogna accettare ormai l'unità, ma bisognava, dando un senso alla ribellione dei “briganti”, bilanciare in modo paritario col resto d'Italia la stessa forma unitaria. Cosa che neanche si sognarono di fare, né se lo sognano, i nostri intellettuali e politici. Non capirono, e non capiscono. Purtroppo, come si scriveva sopra, il Meridione fu messo da subito nella condizione di minorità, complice, allora, anche il grande (?) intellettuale Croce (leggere i suoi giudizi sulla Destra storica e su Sella) e i suoi salottieri seguaci. Fu giudicato, il Meridione, dalla pubblicistica dell'epoca e dai politici interessati, arretrato, barbaro, mafioso, incapace e analfabeta, non tanto potenzialmente delinquenziale, da conquistare e liberare (rileggere il Manzoni per capire, invece, che cos'era il Settentrione spagnolo; e poi francese e poi austriaco). E gli fu assegnato il ruolo di banca del Nord, di procuratore di manodopera, di bacino elettorale, di trafficante del mercato illegale, di carne da macello delle varie guerre. Insomma, fu distrutta la storia e la sua verità, senza le quali nessun popolo trova identità e può costruire la sua vita e il futuro.


IV

La solfa continua ancor oggi e non bisogna meravigliarsi che ormai sia lo Stato ufficiale ad essere, a vivacchiare, nello Stato reale e non viceversa, come si diceva un tempo, perché lo Stato 'dranghetista-mafioso, un tempo detto anti-Stato, è il naturale blocco e sbocco collaborativo di uno Stato che di legale, di ufficiale non ha mai avuto l'ombra.

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Come si fa, infatti, da parte del presunto Stato ufficiale e da parte delle imprese manifatturiere, bancarie e finanziarie, e dalle conseguenti tasse e spese statali, a rinunciare a 150 miliardi di proventi mafiosi, a 200 miliardi di evasione ed elusione fiscale, a 100 e oltre miliardi di lavoro in nero e al mercato delle armi e di transazione commerciale di manufatti e tecnologia e finanze con la droga, ai subappalti edilizi lucrosi, alle rimesse degli emigranti, al lavoro lucroso degli immigrati, alla prostituzione, tutte cose in mano pressocché allo Stato real-mafioso? Sono almeno 1.000.000 di miliardi di vecchie lire, insomma! Che promettono affari sempre più lucrosi! Se non ci si crede, basta guardare ai grandi affari che lo Stato ufficiale va facendo nell'area mediterranea, ma da cui il Meridione è tenuto accuratamente fuori, se non per la questioni illegali.

Ogni tanto lo Stato ufficiale interviene, sì (come pomposamente vanta Maroni), ma per riequilibrare i rapporti tra Stato reale e Stato ufficiale (ossia, per ri-appropriarsi, questo, della sua parte di proventi). Si volesse risolvere davvero la situazione, bisognerebbe reinventare un modo nuovo di far politica unitaria e inviare per qualche anno tutto l'esercito (altro che Afghanistan!) in assetto di guerra e far amministrare prefetti e generali (sperando che non colludano) insieme agli amministratori locali. Ma vai a dire queste cose ai parlamentari, amministratori e imprenditor-finanzieri collusi o che lucrano sullo status quo, nonché alle anime belle dei "sinceramente democratici" del garantismo sinistrorso!

Dobbiamo scrivere, scrive e scrivere noi, lasciando almeno un'eredità spendibile per le nuove generazioni. E al diavolo i distinguo. È tutta l'Italia che vive dall'Unità senza storia. Abbiamo distrutto tutta l'eredità urbana e ambientale, che pur avevamo ed era faro per il mondo almeno dal Medioevo fino all' ' 800. Non sappiamo ancora dire perché fu scelta quel tipo di Unità, quando contemporaneamente, per fare un solo un esempio, la Germania poteva dar lezioni di unità equilibrata e federale.

Non sappiamo ancora definire il perché, se non in forma demagogico-ideologica, proprio in Italia si ebbe il più forte partito comunista occidentale (nota bene che le due maggiori personalità fondative, Bordiga e Gramsci, erano meridionali), che non consentì la dialettica autentica di maggioranza e opposizione da Livorno ad oggi. Non sappiamo davvero bene addossare al PSI le colpe per l’avvento del Fascismo, avendo esso rifiutato per ben due volte ufficialmente di far parte dei governi Giolitti. Non sappiamo ancora riconoscere che nel secondo dopoguerra è nata una Repubblica fondata sull' "Anti", antifascismo, anticomunismo, anti-DC, anti questo e anti quello, e non una Repubblica in positivo, propositiva. Non vogliamo riconoscere che, sempre nel secondo dopoguerra, continuò la politica antimeridionalista dell'Unità. "Anti" anche lo Spirito di un popolo e la sua cultura, che hanno finito con lo scadere nell'imitazione anglosassone e nel provincialismo. Ma come, noi, "figli" di Dante, di Machiavelli, di Michelangelo e di Caravaggio, di Leopardi e di Rosmini, di Giotto e dei grandi architetti e urbanisti, della Scuola siciliana, per tacere di migliaia di altre personalità e cose!!!



V

Via! Non vi può essere riscatto dell'Italia se non vi è riscatto del Meridione. Mentre Bossi e il Berlusca ritornano ad un federalismo di tipo Comunale e delle Signorie, cioè quanto di più antitetico rispetto alla concezione di uno Stato nazionale e perfino della globalizzazione, il Meridione non si pone questo problema, gli è distante anni luce, ma non perché è corrotto e mira alle sovvenzioni, ma perché ha nel DNA storico il senso dello Stato, avendo creato il primo vero Stato moderno fin dai Normanni. E dallo Stato, e dalla nazione (!), vorrebbe il riconoscimento di questa antica e positiva storia. Basta pensare che dal Meridione furono arruolati, proprio per il loro alto e sentito senso dello Stato, le burocrazie, i maestri, i dirigenti del dopo Unità. Federalismi, sì, ma quello dell’ ‘800, perfino del Cavour del convegno di Plombières, rivisitato magari secondo le teorie di un Albert Dicey e di un James Bryce, o di un K.C. Wheare, o, se si vuole salire a livello filosofico, di un Immanuel Kant. Certo non quello degli antichi Comuni e Signorie propugnato da un Bossi qualsiasi e seguaci.

Questione Settentrionale Pontida

Come si può constatare, la situazione odierna non è gran che cambiata. Come si può cambiare con le mafie che penetrano violentemente dappertutto, e non basta, come abbiamo cercato di illustrare, arrestare qualche vecchio boss e incamerare 10/15 miliardi di beni, bisognerebbe assolutamente intervenire, oltre che con esercito e prefetti, sulle banche e sulle Borse, a livello internazionale, sulla Banca d’Italia, con la finanza a tappeto, per sequestrare i miliardi illegali. Come si può creare e costruire una classe dirigente, anche politica, nuova se negli ultimi 10 anni almeno 700.000 giovani laureati e diplomati sono emigrati, e nella devastazione attuale, se i politici e i partiti nazionali, pieni di meridionali, non si danno da fare nel senso del rinnovamento qui auspicato? Come si può allora far finta, insomma, che la “Questione meridionale” ormai, essendo storicizzata, in effetti non esiste più, ma che, addirittura!, esista una questione settentrionale? Insomma, dovremmo accettare di essere “cornuti e mazziati”? Ma va là! Cialtroni, semmai, saranno Tremonti, Bossi e chi li segue.

Fonte: Area locale

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SQUITIERI, FILM DI MARTONE E' UN FALSO STORICO


(AGI) - Venezia, 10 set. - "Il film di Martone, 'Noi credevamo' e' un falso storico. La falsita' ideologica continua a prevalere sull'obiettivita' della storia, che viene fatta a pezzi: in questo modo si distrugge l'identita'". Lo ha detto all'Agi il regista Pasquale Squitieri, prima della proiezione del film/work in progress di Giuseppe Tornatore 'L'ultimo gattopardo' in sala grande. "Il problema che in questo Paese si continua a vivere sui falsi storici. Subito dopo l'unita', per 'reprimere il brigantaggio' nel Sud furono massacrate decine di migliaia di persone. Parlo per esempio delle strade di Casalduni e di Pontelandolfo, in Basilicata e nel Cilento. Il film di Martone non ci racconta praticamente nulla di tutto questo, dimentica come del resto fanno libri di storia, dai testi delle medie a quelli delle universita', la Brigata ungherese. Martone la vede 'da sinistra' ma io ricordo che Lenin disse che 'I fatti sono testardi': e i fatti sono le stragi, la distruzione dell'industria, delle campagne, la colonizzazione del Mezzogiorno". Per il regista che nel 1999 firmo' 'Gli ultimi briganti', "il problema non fu tanto Garibaldi ma la massoneria: e' della massoneria il progetto dell'unita' d'Italia, cosi' come quello della rivoluzione francese. Il progetto della massoneria e' al centro della storia europea".


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(AGI) - Venezia, 10 set. - "Il film di Martone, 'Noi credevamo' e' un falso storico. La falsita' ideologica continua a prevalere sull'obiettivita' della storia, che viene fatta a pezzi: in questo modo si distrugge l'identita'". Lo ha detto all'Agi il regista Pasquale Squitieri, prima della proiezione del film/work in progress di Giuseppe Tornatore 'L'ultimo gattopardo' in sala grande. "Il problema che in questo Paese si continua a vivere sui falsi storici. Subito dopo l'unita', per 'reprimere il brigantaggio' nel Sud furono massacrate decine di migliaia di persone. Parlo per esempio delle strade di Casalduni e di Pontelandolfo, in Basilicata e nel Cilento. Il film di Martone non ci racconta praticamente nulla di tutto questo, dimentica come del resto fanno libri di storia, dai testi delle medie a quelli delle universita', la Brigata ungherese. Martone la vede 'da sinistra' ma io ricordo che Lenin disse che 'I fatti sono testardi': e i fatti sono le stragi, la distruzione dell'industria, delle campagne, la colonizzazione del Mezzogiorno". Per il regista che nel 1999 firmo' 'Gli ultimi briganti', "il problema non fu tanto Garibaldi ma la massoneria: e' della massoneria il progetto dell'unita' d'Italia, cosi' come quello della rivoluzione francese. Il progetto della massoneria e' al centro della storia europea".


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Su Il Mattino del 14 settembre : "I Guerrieri scugnizzi delle Due Sicilie" articolo di Gigi di Fiore




Per ingrandire fare clik sull'immagine

Fonte:Il Mattino del 14/09/2010

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Fonte:Il Mattino del 14/09/2010

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giovedì 16 settembre 2010

Nord - Sud... Miseria e Nobiltà (Dedicato al Ministro Brunetta)


http://www.youtube.com/watch?v=eKLPWCJd5PA

Nord - Sud... Miseria e Nobiltà [del gruppo musicale M.A.N.]

Rapina dell'oro del Banco di Napoli (1860),
Fondi F.A.S. sottratti al Sud (2010),
Contributo dell'emigrazione meridionale nella crecita del Nord Italia,
Risorse dedicate alle infrastruttire del Nord (la quasi totalità) e del Sud Italia,
Citazioni di personaggi illustri,
Alcuni tra i grandi scandali finanziari Nord...

Questo e altro nel video per distruggere alcuni stereotipi che vedono un Nord produttivo ed un Sud sanguisuga e palla al piede.

Il tutto aspettando le scuse del Ministro Brunetta...

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http://www.youtube.com/watch?v=eKLPWCJd5PA

Nord - Sud... Miseria e Nobiltà [del gruppo musicale M.A.N.]

Rapina dell'oro del Banco di Napoli (1860),
Fondi F.A.S. sottratti al Sud (2010),
Contributo dell'emigrazione meridionale nella crecita del Nord Italia,
Risorse dedicate alle infrastruttire del Nord (la quasi totalità) e del Sud Italia,
Citazioni di personaggi illustri,
Alcuni tra i grandi scandali finanziari Nord...

Questo e altro nel video per distruggere alcuni stereotipi che vedono un Nord produttivo ed un Sud sanguisuga e palla al piede.

Il tutto aspettando le scuse del Ministro Brunetta...

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Senza lavoro e dimenticati: i disoccupati italiani sono i meno aiutati d’Europa

Di Luca Ajroldi

Sono mesi ormai che sentiamo ripeterci dal governo, e in particolare dal ministro dell’Economia Tremonti, che in Italia tanto è stato fatto per aiutare chi è rimasto senza lavoro. Tra cassa integrazione e sussidi alla disoccupazione insomma, sarebbero stati impegnate ingenti risorse. Peccato che a conti fatti, come molti sospettavano, tutto risulta falso. O perlomeno, viene fuori con chiarezza quanto questo sostegno sia stato minimo e risicato, soprattutto se confrontato con altri Paesi attanagliati dalla nostra stessa crisi economica. A chiarire bene la questione sono alcuni dati dell’l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre: i disoccupati italiani sono tra i meno aiutati d’Europa, con solo lo 0,5% del Pil speso. Un dato tanto più vergognoso se si considera la grave situazione dell’occupazione italiana, sopratutto giovanile e le ripercussioni sociali, specialmente nel Mezzogiorno, che questo scenario comporta. Insomma trova conferma la critica più volte rivolta al governo Berlusconi di aver effettivamente fatto troppo poco per sostenere le famiglie il cui reddito è stato messo a rischio da licenziamenti e casse integrazioni. Solo per fare qualche esempio emblematico, in Germania è stato impegnato il 2,2% del Pil per i senza lavoro, in Spagna il 2,1%, e la stessa cifra è stata messa sul piatto anche in Francia. E stiamo parlando di realtà che hanno un numero di disoccupati perfettamente paragonabili ai nostri. Insomma, dopo il brusco stop agli investimenti per la scuola, pari in Italia a un misero 4,5% del Pil, con solo la Slovacchia ad investire meno di noi tra i Paesi Ocse, ora bisogna fare i conti anche con sussidi alla disoccupazione che viaggiano con il freno a mano tirato. Tutte politiche che di certo non aiutano la ripresa dei consumi e non servono a sostenere il rilancio dell’economia.

Fonte:Il Journal

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Di Luca Ajroldi

Sono mesi ormai che sentiamo ripeterci dal governo, e in particolare dal ministro dell’Economia Tremonti, che in Italia tanto è stato fatto per aiutare chi è rimasto senza lavoro. Tra cassa integrazione e sussidi alla disoccupazione insomma, sarebbero stati impegnate ingenti risorse. Peccato che a conti fatti, come molti sospettavano, tutto risulta falso. O perlomeno, viene fuori con chiarezza quanto questo sostegno sia stato minimo e risicato, soprattutto se confrontato con altri Paesi attanagliati dalla nostra stessa crisi economica. A chiarire bene la questione sono alcuni dati dell’l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre: i disoccupati italiani sono tra i meno aiutati d’Europa, con solo lo 0,5% del Pil speso. Un dato tanto più vergognoso se si considera la grave situazione dell’occupazione italiana, sopratutto giovanile e le ripercussioni sociali, specialmente nel Mezzogiorno, che questo scenario comporta. Insomma trova conferma la critica più volte rivolta al governo Berlusconi di aver effettivamente fatto troppo poco per sostenere le famiglie il cui reddito è stato messo a rischio da licenziamenti e casse integrazioni. Solo per fare qualche esempio emblematico, in Germania è stato impegnato il 2,2% del Pil per i senza lavoro, in Spagna il 2,1%, e la stessa cifra è stata messa sul piatto anche in Francia. E stiamo parlando di realtà che hanno un numero di disoccupati perfettamente paragonabili ai nostri. Insomma, dopo il brusco stop agli investimenti per la scuola, pari in Italia a un misero 4,5% del Pil, con solo la Slovacchia ad investire meno di noi tra i Paesi Ocse, ora bisogna fare i conti anche con sussidi alla disoccupazione che viaggiano con il freno a mano tirato. Tutte politiche che di certo non aiutano la ripresa dei consumi e non servono a sostenere il rilancio dell’economia.

Fonte:Il Journal

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Radio 24: Luca Telese VS Sindaco di Adro (La Zanzara, 13/09/2010)


http://www.youtube.com/watch?v=EokqkPGDphg&feature=related

Durante la puntata de "La Zanzara" del 13 settembre 2010, esplode una polemica al fulmicotone tra il giornalista Luca Telese e Oscar Lancini, primo cittadino leghista di Adro, già balzato agli onori delle cronache per aver negato il diritto alla mensa scolastica a quei bambini figli di genitori morosi coi pagamenti delle rette. Stavolta il sindaco del Carroccio si è distinto con un'altra trovata: sabato scorso, in presenza dell'assessore regionale Monica Rizzo e del parlamentare Davide Caparini, ha inaugurato un nuovo polo scolastico intitolato a Gianfranco Miglio, politologo e ideologo della Lega. La struttura scolastica è letteralmente invasa dal logo del "Sole delle Alpi" in tutte le salse: dalle panchine ai banchi ai cestini dei rifiuti ai cartelli che invitano a non calpestare le aiuole fino allo zerbino situato all'ingresso della scuola.
Altra curiosità: la presenza dei crocifissi fissati con il cemento nei muri.

Nel corso della trasmissione condotta da Cruciani, nasce una diatriba accesa tra il sindaco leghista e Telese, che alla fine dà del "fallocefalo" a Lancini.

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http://www.youtube.com/watch?v=EokqkPGDphg&feature=related

Durante la puntata de "La Zanzara" del 13 settembre 2010, esplode una polemica al fulmicotone tra il giornalista Luca Telese e Oscar Lancini, primo cittadino leghista di Adro, già balzato agli onori delle cronache per aver negato il diritto alla mensa scolastica a quei bambini figli di genitori morosi coi pagamenti delle rette. Stavolta il sindaco del Carroccio si è distinto con un'altra trovata: sabato scorso, in presenza dell'assessore regionale Monica Rizzo e del parlamentare Davide Caparini, ha inaugurato un nuovo polo scolastico intitolato a Gianfranco Miglio, politologo e ideologo della Lega. La struttura scolastica è letteralmente invasa dal logo del "Sole delle Alpi" in tutte le salse: dalle panchine ai banchi ai cestini dei rifiuti ai cartelli che invitano a non calpestare le aiuole fino allo zerbino situato all'ingresso della scuola.
Altra curiosità: la presenza dei crocifissi fissati con il cemento nei muri.

Nel corso della trasmissione condotta da Cruciani, nasce una diatriba accesa tra il sindaco leghista e Telese, che alla fine dà del "fallocefalo" a Lancini.

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