venerdì 27 agosto 2010

Le Regioni più povere aiutano le più ricche



Di Gianfranco Viesti

Negli ultimi anni sono molto cresciute in Italia forme di egoismo territoriale. Su di esse la Lega Nord ha basato le sue fortune elettorali. Le ha accentuate la crisi economica, l’aumento della disoccupazione, la preoccupazione per il futuro. Tutt’altro che infondata: i dati più recenti mostrano come l’Italia abbia le prospettive di crescita più contenute nei prossimi anni. Ha contribuito anche una accentuata deriva individualistica nella società italiana, ben documentata nelle rilevazioni di studiosi come Mannheimer e Diamanti: per gli italiani cioè che viene, sempre più, prima di tutto è il benessere della propria famiglia, del proprio territorio.

SOMMA ZERO. - Questo porta a concepire la politica e le politiche economiche sempre più come un gioco a somma zero: più a me, meno a te. E l’obiettivo diventa aumentare la propria quantità di risorse disponibili, a danno degli altri. In questo la Lega è maestra. Cattiva maestra. L’economia, per fortuna, non è come la ragioneria. Il problema non è solo quello di suddividere una torta di dimensioni date, e litigare sulla dimensione della propria fetta. Il problema è accrescere la dimensione della torta, a vantaggio di tutti.

Si fa un gran parlare della necessità di quantificare con precisione le risorse che vanno destinate ad ogni territorio. E’ una necessità giusta: per avere una distribuzione più equa; per poter avere certezza della disponibilità, e responsabilità nel loro utilizzo. Ma questo non può significare che tutte le risorse siano destinate a gestioni locali; e soprattutto che ognuno, nell’utilizzarle, possa e debba pensare solo a se stesso.

Si fa un gran parlare delle risorse “sottratte” al Nord: come se investire nel Mezzogiorno non portasse benefici all’intero paese, a cominciare dalle imprese del Nord che ottengono – giustamente – appalti o che intercettano i nuovi consumi. Ma ci sono anche casi molto interessanti – e di cui ben poco si parla – nei quali la solidarietà nazionale ha avuto forme diverse.

La crisi internazionale ha colpito in misura estremamente ampia il mercato del lavoro italiano. Il Governo ha deciso di puntare sull’utilizzo più ampio possibile della cassa integrazione guadagni (CIG): uno strumento per garantire il reddito dei lavoratori, nell’attesa di una ripresa delle imprese. Una strategia pericolosa; troppo basata sulla speranza di una ripresa che ancora non c’è a sufficienza. Una strategia che ancora una volta privilegia chi un lavoro, seppure a rischio, ce l’ha rispetto a chi non l’ha mai trovato. Una strategia molto costosa per le casse dello stato.

PROTEZIONE SOCIALE. -Ma comunque una protezione sociale, che è stata estesa (con la CIG cosiddetta in deroga) ai lavoratori a termine, agli apprendisti e ai parasubordinati. Ma dove trovare i soldi per finanziarla? Sono venuti dalla solidarietà nazionale. Con l’accordo del 12 febbraio 2009 sono stati
reperiti 8 miliardi. Il governo centrale ne ha stanziati solo 1,4 (dal fondo occupazione); 2,65 sono venuti dal Fondo Sociale Europeo, prevalentemente da risorse destinate alle regioni del Sud; 3,95 sono stati presi dal Fondo Aree Sottoutilizzate (FAS), che è destinato per l’85% alle regioni del Sud. Il nuovo finanziamento della CIG è venuto principalmente da risorse “me - ridionali”.

E ha finanziato prevalentemente lavoratori settentrionali. Nel 2009 sono state finanziate oltre 300.000 ore di CIG nel Nord-Ovest e oltre 150.000 nel Nord-Est, contro meno di 100.000 al Sud. Cifre imponenti: le ore di CIG corrispondono al 13,4% delle unità di lavoro dipendenti del Nord-Ovest (contro 7,3% al Sud). Nel 2010 il ricorso alla CIG ha continuato ad aumentare, specie al Centro-Nord. Questo ha consentito alle imprese di ridurre fortemente le ore lavorate, senza licenziamenti; e di porre a carico della collettività il costo delle retribuzioni. Al Sud, invece, per le caratteristiche settoriali e dimensionali delle imprese, e per le tipologie più deboli di lavoro, è aumentata più nettamente la disoccupazione.

Pur con tutti i dubbi sulla strategia complessiva, quella sul finanziamento è stata una decisione giusta. Una scelta solidale, di fronte ad una grande emergenza: le regioni più povere hanno destinato proprie risorse alle imprese e ai lavoratori delle regioni più ricche, colpiti dalla crisi, nell’interesse nazionale. Ricordarlo, ogni tanto, non farebbe male.


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Di Gianfranco Viesti

Negli ultimi anni sono molto cresciute in Italia forme di egoismo territoriale. Su di esse la Lega Nord ha basato le sue fortune elettorali. Le ha accentuate la crisi economica, l’aumento della disoccupazione, la preoccupazione per il futuro. Tutt’altro che infondata: i dati più recenti mostrano come l’Italia abbia le prospettive di crescita più contenute nei prossimi anni. Ha contribuito anche una accentuata deriva individualistica nella società italiana, ben documentata nelle rilevazioni di studiosi come Mannheimer e Diamanti: per gli italiani cioè che viene, sempre più, prima di tutto è il benessere della propria famiglia, del proprio territorio.

SOMMA ZERO. - Questo porta a concepire la politica e le politiche economiche sempre più come un gioco a somma zero: più a me, meno a te. E l’obiettivo diventa aumentare la propria quantità di risorse disponibili, a danno degli altri. In questo la Lega è maestra. Cattiva maestra. L’economia, per fortuna, non è come la ragioneria. Il problema non è solo quello di suddividere una torta di dimensioni date, e litigare sulla dimensione della propria fetta. Il problema è accrescere la dimensione della torta, a vantaggio di tutti.

Si fa un gran parlare della necessità di quantificare con precisione le risorse che vanno destinate ad ogni territorio. E’ una necessità giusta: per avere una distribuzione più equa; per poter avere certezza della disponibilità, e responsabilità nel loro utilizzo. Ma questo non può significare che tutte le risorse siano destinate a gestioni locali; e soprattutto che ognuno, nell’utilizzarle, possa e debba pensare solo a se stesso.

Si fa un gran parlare delle risorse “sottratte” al Nord: come se investire nel Mezzogiorno non portasse benefici all’intero paese, a cominciare dalle imprese del Nord che ottengono – giustamente – appalti o che intercettano i nuovi consumi. Ma ci sono anche casi molto interessanti – e di cui ben poco si parla – nei quali la solidarietà nazionale ha avuto forme diverse.

La crisi internazionale ha colpito in misura estremamente ampia il mercato del lavoro italiano. Il Governo ha deciso di puntare sull’utilizzo più ampio possibile della cassa integrazione guadagni (CIG): uno strumento per garantire il reddito dei lavoratori, nell’attesa di una ripresa delle imprese. Una strategia pericolosa; troppo basata sulla speranza di una ripresa che ancora non c’è a sufficienza. Una strategia che ancora una volta privilegia chi un lavoro, seppure a rischio, ce l’ha rispetto a chi non l’ha mai trovato. Una strategia molto costosa per le casse dello stato.

PROTEZIONE SOCIALE. -Ma comunque una protezione sociale, che è stata estesa (con la CIG cosiddetta in deroga) ai lavoratori a termine, agli apprendisti e ai parasubordinati. Ma dove trovare i soldi per finanziarla? Sono venuti dalla solidarietà nazionale. Con l’accordo del 12 febbraio 2009 sono stati
reperiti 8 miliardi. Il governo centrale ne ha stanziati solo 1,4 (dal fondo occupazione); 2,65 sono venuti dal Fondo Sociale Europeo, prevalentemente da risorse destinate alle regioni del Sud; 3,95 sono stati presi dal Fondo Aree Sottoutilizzate (FAS), che è destinato per l’85% alle regioni del Sud. Il nuovo finanziamento della CIG è venuto principalmente da risorse “me - ridionali”.

E ha finanziato prevalentemente lavoratori settentrionali. Nel 2009 sono state finanziate oltre 300.000 ore di CIG nel Nord-Ovest e oltre 150.000 nel Nord-Est, contro meno di 100.000 al Sud. Cifre imponenti: le ore di CIG corrispondono al 13,4% delle unità di lavoro dipendenti del Nord-Ovest (contro 7,3% al Sud). Nel 2010 il ricorso alla CIG ha continuato ad aumentare, specie al Centro-Nord. Questo ha consentito alle imprese di ridurre fortemente le ore lavorate, senza licenziamenti; e di porre a carico della collettività il costo delle retribuzioni. Al Sud, invece, per le caratteristiche settoriali e dimensionali delle imprese, e per le tipologie più deboli di lavoro, è aumentata più nettamente la disoccupazione.

Pur con tutti i dubbi sulla strategia complessiva, quella sul finanziamento è stata una decisione giusta. Una scelta solidale, di fronte ad una grande emergenza: le regioni più povere hanno destinato proprie risorse alle imprese e ai lavoratori delle regioni più ricche, colpiti dalla crisi, nell’interesse nazionale. Ricordarlo, ogni tanto, non farebbe male.


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giovedì 26 agosto 2010

Sicurezza sul lavoro. Tremonti “sposa il sistema Sicilia”


tremontiFinalmente il governo nazionale butta la maschera. Secondo quanto afferma il super Ministro dell’economia, Tremonti, i diritti perfetti in una fabbrica ideale rischiano di far perdere la fabbrica che va da un’altra parte.
Sempre secondo Tremonti, l’Italia non si può permettere “una certa qualità di diritti (i lavoratori) e regole (per gli industriali).
Per concludere questa sua dissertazione sui diritti dei lavoratori e sulla sicurezza nei posti di lavoro, Tremonti ha affermato che “siamo orgogliosi e convinti della politica che abbiamo fatto , e il momento di riaprire il cantiere delle riforme e delle cose da fare”
Tremonti quindi, con la sua flemma, dimostra di aver bene appreso la lezione siciliana dove tutta l’economia si regge sull’assenza di diritti dei lavoratori e sullo sfruttamento sistematico degli stessi.
In Sicilia lo stato è assente e fa finta di lottare contro la mafia arcaica che in realtà è delinquenza pura, adesso, si presenta all’Italia e dice: copiate dalla Sicilia, fucina della politica italiana ed esempio di sopravvivenza economica.
Sicuramente nel cantiere della politica che Tremonti vuol riaprire (?) sono applicate le norme di sicurezza e soprattutto i diritti dei parlamentari e dei ministri che percepiscono anche il doppio stipendio.
Più diritti di così !


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tremontiFinalmente il governo nazionale butta la maschera. Secondo quanto afferma il super Ministro dell’economia, Tremonti, i diritti perfetti in una fabbrica ideale rischiano di far perdere la fabbrica che va da un’altra parte.
Sempre secondo Tremonti, l’Italia non si può permettere “una certa qualità di diritti (i lavoratori) e regole (per gli industriali).
Per concludere questa sua dissertazione sui diritti dei lavoratori e sulla sicurezza nei posti di lavoro, Tremonti ha affermato che “siamo orgogliosi e convinti della politica che abbiamo fatto , e il momento di riaprire il cantiere delle riforme e delle cose da fare”
Tremonti quindi, con la sua flemma, dimostra di aver bene appreso la lezione siciliana dove tutta l’economia si regge sull’assenza di diritti dei lavoratori e sullo sfruttamento sistematico degli stessi.
In Sicilia lo stato è assente e fa finta di lottare contro la mafia arcaica che in realtà è delinquenza pura, adesso, si presenta all’Italia e dice: copiate dalla Sicilia, fucina della politica italiana ed esempio di sopravvivenza economica.
Sicuramente nel cantiere della politica che Tremonti vuol riaprire (?) sono applicate le norme di sicurezza e soprattutto i diritti dei parlamentari e dei ministri che percepiscono anche il doppio stipendio.
Più diritti di così !


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PADANI EVASORI FISCALI.. E POI SAREMMO NOI MERIDIONALI A NON PAGARE LE TASSE


http://www.youtube.com/watch?v=p2DsyictD7o

e poi sarebbero loro a mantenerci...
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http://www.youtube.com/watch?v=p2DsyictD7o

e poi sarebbero loro a mantenerci...

mercoledì 25 agosto 2010

Allarme usura nel mezzogiorno, nel 2010 in aumento del 118%

di Davide Milosa


Allarme usura nel Mezzogiorno. “Nel 2010 sta dilagando a seguito della grave situazione di difficoltà economica in cui versano le famiglie e le piccole imprese. Il sovra indebitamento delle famiglie del mezzogiorno, nel 2010, è cresciuto del 156,2%, rispetto al 2009 e l’usura e’ aumentata del 117,6%”. A rivelaro sono i dati di Contribuenti.it resi noti oggi ad Ostuni, all’apertura del convegno “Usura e fisco”. L’associazione in collaborazione con lo Sportello Antiusura monitora costantemente il fenomeno del sovra indebitamento delle famiglie e delle piccole imprese in Italia. “Nel mezzogiorno sono a rischio d’usura 681.000 famiglie e 716.000 piccoli imprenditori- afferma Vittorio Carlomagno presidente di Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani – . Il debito medio delle famiglie meridionali ha raggiunto la cifra di 31.200 euro, mentre quello dei piccoli imprenditori ha raggiunto il tetto dei 49.300 euro”

“Al primo posto delle regioni maggiormente esposte all’usura – afferma Carlomagno – troviamo la Campania, seguita dalla Puglia, Sicilia, Calabria, Basilicata ed il Molise”. Alla base di questo fenomeno, diversi fattori. “La crisi economica, l’aggressione al patrimonio familiare da parte delle esattorie, il proliferare del pagamento delle tasse a rate, la impossibilità di accesso al credito bancario, la crescita del gioco d’azzardo e delle scommesse sportive legalizzate ed il boom delle carte di credito revolving, con tassi del 25%”. Tutto questo, prosegue Carlomagno “trascina migliaia di famiglie e piccole imprese meridionali nelle mani di spregiudicati usurai”

“I dati – conclude Carlomagno – confermano che il fenomeno sta aumentando ed è ancora difficile intravedere l’apice. In passato, ogni qual volta l’economia ha segnato brusche frenate, l’usura ha subito delle forti crescite”. Contribuenti.it chiede urgentemente al governo uno stanziamento straordinario a favore del Sud di 10 miliardi di euro, di sospendere la riscossione delle imposte nei confronti delle famiglie e dei piccoli imprenditori assistite dalle fondazioni antiusura e di tutti coloro che hanno perso un lavoro, di bloccare il gioco di azzardo che sta diventando l’altra faccia di un’Italia sempre piu’ povera e, soprattutto, di riformare urgentemente il fisco, rendendolo piu’ equo, ponendo al centro del sistema la famiglia al posto dell’impresa.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/24/allarme-usura-nel-mezzogiorrno-nel-2010-in-aumento-del-118/52485/

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di Davide Milosa


Allarme usura nel Mezzogiorno. “Nel 2010 sta dilagando a seguito della grave situazione di difficoltà economica in cui versano le famiglie e le piccole imprese. Il sovra indebitamento delle famiglie del mezzogiorno, nel 2010, è cresciuto del 156,2%, rispetto al 2009 e l’usura e’ aumentata del 117,6%”. A rivelaro sono i dati di Contribuenti.it resi noti oggi ad Ostuni, all’apertura del convegno “Usura e fisco”. L’associazione in collaborazione con lo Sportello Antiusura monitora costantemente il fenomeno del sovra indebitamento delle famiglie e delle piccole imprese in Italia. “Nel mezzogiorno sono a rischio d’usura 681.000 famiglie e 716.000 piccoli imprenditori- afferma Vittorio Carlomagno presidente di Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani – . Il debito medio delle famiglie meridionali ha raggiunto la cifra di 31.200 euro, mentre quello dei piccoli imprenditori ha raggiunto il tetto dei 49.300 euro”

“Al primo posto delle regioni maggiormente esposte all’usura – afferma Carlomagno – troviamo la Campania, seguita dalla Puglia, Sicilia, Calabria, Basilicata ed il Molise”. Alla base di questo fenomeno, diversi fattori. “La crisi economica, l’aggressione al patrimonio familiare da parte delle esattorie, il proliferare del pagamento delle tasse a rate, la impossibilità di accesso al credito bancario, la crescita del gioco d’azzardo e delle scommesse sportive legalizzate ed il boom delle carte di credito revolving, con tassi del 25%”. Tutto questo, prosegue Carlomagno “trascina migliaia di famiglie e piccole imprese meridionali nelle mani di spregiudicati usurai”

“I dati – conclude Carlomagno – confermano che il fenomeno sta aumentando ed è ancora difficile intravedere l’apice. In passato, ogni qual volta l’economia ha segnato brusche frenate, l’usura ha subito delle forti crescite”. Contribuenti.it chiede urgentemente al governo uno stanziamento straordinario a favore del Sud di 10 miliardi di euro, di sospendere la riscossione delle imposte nei confronti delle famiglie e dei piccoli imprenditori assistite dalle fondazioni antiusura e di tutti coloro che hanno perso un lavoro, di bloccare il gioco di azzardo che sta diventando l’altra faccia di un’Italia sempre piu’ povera e, soprattutto, di riformare urgentemente il fisco, rendendolo piu’ equo, ponendo al centro del sistema la famiglia al posto dell’impresa.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/24/allarme-usura-nel-mezzogiorrno-nel-2010-in-aumento-del-118/52485/

La mafia che al nord (non) esiste



"Qui a Milano la mafia non esiste". A dirlo non è stato un ottuagenario un po' brillo appena uscito dal bar dello sport ma il sindaco del capoluogo lombardo Letizia Moratti. Sulla stessa linea di pensiero, come stranoto, si trovano a viaggiare a metà tra reale ignoranza ed imperdonabile ipocrisia mistificatrice centinaia di autoerevoli esponenti del Pdl ed in particolare della Lega Nord.
Nella nostra penisola, per ragioni fin troppo facili da intuire, si continua anche nel 2010 a ripetere questa sciagurata, odiosa e negazionista litania che recita, in un disperato quanto grottesco e patetico tentantivo di mantrico autoconvincimento, che la malavita organizzata è un problema ed un "vizio" esclusivamente meridionale; nato, cresciuto e confinato all'interno di quei territori ingrati, lontani e oziosi che si stravaccano, pigri ed accaldati, a sud di Roma.
Per carità, che un lavorantore brianzolo che tira picconate o monta motori per 13 ore al giorno da quando aveva 12 anni creda ancora in questa favola della mafia terrona ci può anche stare ma, che il sindaco di Milano e tanti altri esponenti di spicco dell'esecutivo si ostinino a non voler vedere un legame indissolubile che esiste, in maniera sul serio radicata ed inconfutabile fin dagli anni 80, rappresenta motivo di vergogna e delegittimazione per l'intera classe dirigente.
Senza voler scomodare Michele Sindona e
Roberto Calvi (le cui biografie invitiamo comunque a leggere con attenzione e curiositò) e la tristemente nota Banca Rasini situata nel pieno centro di Milano (via dei Mercanti), ci basta difatti citare un esempio particolarmente significativo per comprendere quanto, parlare oggi di Nord e Sud del paese dividendo la mala geograficamente, sia incredibilmente fuorviante e sinonimo di cialtroneria imbarazzante o di imperdonabile mala fede.
E' la fine del non troppo lontano 1986 quando, i picciotti siciliani, decidono che è arrivato il momento di stringere un altro patto di sangue (in tutti i sensi) con gli imprenditori del centro- nord. In particolare, con il beneplacito di Salvatore Riina, la famiglia Buscemi di Palermo (composta da membri di Cosa Nostra) entra in società con il gruppo ravennate Ferruzzi-Gardini della Calcestruzzi. La potente famiglia di Ravenna, che conSerafino Ferruzzi ha messo in piedi un impero da multinazionale negli anni precedenti, sfidando con la distrubuzione e la produzione di grano anche gli americani, è la numero uno in Italia proprio per il tanto agognato calcestruzzo.
E' un'azienda solida ed in crescita che sembrava aver trovato in Raul Gardini (succeduto al defunto Ferruzzi) un dirigente giovane, dinamico e lungimirante.
E così, la Calcestruzzi, ha modo di aggiudicarsi il monopolio del fiorente mercato edilizio (per lo più abusivo) di Sicilia, Campania e Calabria. Un mercato finanziato con diluvi incessanti di fondi pubblici che concede a Gardini, tra le varie zone calde, la collina abusiva di Palermo della famiglia di Michele Greco.
Un giro d'affari enorme che fonde in un unico impasto marcio la migliore imprenditoria nordica con la più feroce e spregiudicata malavita meridionale. Un connubio da 26 miliardi di lire (dell'epoca) di capitale capace di aumentare del 20% il valore iniziale in un solo anno di attività. In altre parole, un'azienda del Nord, riceve appalti e finanziamenti pubblici (pagati dai contribuenti di tutto il paese) per costruire case al Sud e piazza, ai vertici dei diversi consigli d'amministrazione delle cave e delle filiali sparse per la Sicilia, membri di Cosa Nostra.
Ma il patto scellerato e miliardario con la mala si rivela ben presto disastroso per Gardini che, qualche anno dopo, si toglierà la vita; forse (non lo sapremo mai con certezza) proprio a causa del patto con la mala.
Ricatti alla famiglia Ferruzzi-Gardini, lavori malfatti e leggi anti-aziendali imposte nei territori del sud sfalderano in breve tempo il gruppo; erodendo risorse economiche e dando una lezione importante anche ai grandi manager del settentrione: la mafia non concede a nessuno la possibilità di salvarsi. Chi stringe un patto con i suoi membri, rischia la vita fin dalla prima firma e deve sottostare ad ogni capriccio, ad ogni carognata, ad ogni minaccia e ad ogni scelta imposta dagli uomini d'onore.
Quello della Calcestruzzi è un esempio tra i tantissimi che, in maniera lampante, palesa il non senso e la miopia dei discorsi a metà tra il demagogico ed il populista di chi aizza le folle ignoranti del nord contro quelle povere (ed altrettanto poco erudite) del sud in una lotta tra straccioni al termine della quale trionfano solo ricconi e mafiosi. Che motivo c'è, quindi, di fare ancora una differenziazione nord virtuoso e trainante e sud arretrato, arraffone, malavitoso ed inefficiente. I fondi pubblici tanto contestati dalla Lega nord hanno e continuano a finanziare anche i gruppi industriali del settentrione; creando mostri bifronte che investono da Roma in su e deturpano, uccidono e distruggono nel meridione.
Eppure, per scoprire l'intollerabile superficialità di certi discorsi para-politici, basterebbe sforzarsi di leggere qualche libro di storia ben scritto.
La cultura è l'unica arma di salvezza e, per potenti e malavitosi, è molto più pericolosa di una pistola puntata alla tempia.

Fonte:Julianews


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"Qui a Milano la mafia non esiste". A dirlo non è stato un ottuagenario un po' brillo appena uscito dal bar dello sport ma il sindaco del capoluogo lombardo Letizia Moratti. Sulla stessa linea di pensiero, come stranoto, si trovano a viaggiare a metà tra reale ignoranza ed imperdonabile ipocrisia mistificatrice centinaia di autoerevoli esponenti del Pdl ed in particolare della Lega Nord.
Nella nostra penisola, per ragioni fin troppo facili da intuire, si continua anche nel 2010 a ripetere questa sciagurata, odiosa e negazionista litania che recita, in un disperato quanto grottesco e patetico tentantivo di mantrico autoconvincimento, che la malavita organizzata è un problema ed un "vizio" esclusivamente meridionale; nato, cresciuto e confinato all'interno di quei territori ingrati, lontani e oziosi che si stravaccano, pigri ed accaldati, a sud di Roma.
Per carità, che un lavorantore brianzolo che tira picconate o monta motori per 13 ore al giorno da quando aveva 12 anni creda ancora in questa favola della mafia terrona ci può anche stare ma, che il sindaco di Milano e tanti altri esponenti di spicco dell'esecutivo si ostinino a non voler vedere un legame indissolubile che esiste, in maniera sul serio radicata ed inconfutabile fin dagli anni 80, rappresenta motivo di vergogna e delegittimazione per l'intera classe dirigente.
Senza voler scomodare Michele Sindona e
Roberto Calvi (le cui biografie invitiamo comunque a leggere con attenzione e curiositò) e la tristemente nota Banca Rasini situata nel pieno centro di Milano (via dei Mercanti), ci basta difatti citare un esempio particolarmente significativo per comprendere quanto, parlare oggi di Nord e Sud del paese dividendo la mala geograficamente, sia incredibilmente fuorviante e sinonimo di cialtroneria imbarazzante o di imperdonabile mala fede.
E' la fine del non troppo lontano 1986 quando, i picciotti siciliani, decidono che è arrivato il momento di stringere un altro patto di sangue (in tutti i sensi) con gli imprenditori del centro- nord. In particolare, con il beneplacito di Salvatore Riina, la famiglia Buscemi di Palermo (composta da membri di Cosa Nostra) entra in società con il gruppo ravennate Ferruzzi-Gardini della Calcestruzzi. La potente famiglia di Ravenna, che conSerafino Ferruzzi ha messo in piedi un impero da multinazionale negli anni precedenti, sfidando con la distrubuzione e la produzione di grano anche gli americani, è la numero uno in Italia proprio per il tanto agognato calcestruzzo.
E' un'azienda solida ed in crescita che sembrava aver trovato in Raul Gardini (succeduto al defunto Ferruzzi) un dirigente giovane, dinamico e lungimirante.
E così, la Calcestruzzi, ha modo di aggiudicarsi il monopolio del fiorente mercato edilizio (per lo più abusivo) di Sicilia, Campania e Calabria. Un mercato finanziato con diluvi incessanti di fondi pubblici che concede a Gardini, tra le varie zone calde, la collina abusiva di Palermo della famiglia di Michele Greco.
Un giro d'affari enorme che fonde in un unico impasto marcio la migliore imprenditoria nordica con la più feroce e spregiudicata malavita meridionale. Un connubio da 26 miliardi di lire (dell'epoca) di capitale capace di aumentare del 20% il valore iniziale in un solo anno di attività. In altre parole, un'azienda del Nord, riceve appalti e finanziamenti pubblici (pagati dai contribuenti di tutto il paese) per costruire case al Sud e piazza, ai vertici dei diversi consigli d'amministrazione delle cave e delle filiali sparse per la Sicilia, membri di Cosa Nostra.
Ma il patto scellerato e miliardario con la mala si rivela ben presto disastroso per Gardini che, qualche anno dopo, si toglierà la vita; forse (non lo sapremo mai con certezza) proprio a causa del patto con la mala.
Ricatti alla famiglia Ferruzzi-Gardini, lavori malfatti e leggi anti-aziendali imposte nei territori del sud sfalderano in breve tempo il gruppo; erodendo risorse economiche e dando una lezione importante anche ai grandi manager del settentrione: la mafia non concede a nessuno la possibilità di salvarsi. Chi stringe un patto con i suoi membri, rischia la vita fin dalla prima firma e deve sottostare ad ogni capriccio, ad ogni carognata, ad ogni minaccia e ad ogni scelta imposta dagli uomini d'onore.
Quello della Calcestruzzi è un esempio tra i tantissimi che, in maniera lampante, palesa il non senso e la miopia dei discorsi a metà tra il demagogico ed il populista di chi aizza le folle ignoranti del nord contro quelle povere (ed altrettanto poco erudite) del sud in una lotta tra straccioni al termine della quale trionfano solo ricconi e mafiosi. Che motivo c'è, quindi, di fare ancora una differenziazione nord virtuoso e trainante e sud arretrato, arraffone, malavitoso ed inefficiente. I fondi pubblici tanto contestati dalla Lega nord hanno e continuano a finanziare anche i gruppi industriali del settentrione; creando mostri bifronte che investono da Roma in su e deturpano, uccidono e distruggono nel meridione.
Eppure, per scoprire l'intollerabile superficialità di certi discorsi para-politici, basterebbe sforzarsi di leggere qualche libro di storia ben scritto.
La cultura è l'unica arma di salvezza e, per potenti e malavitosi, è molto più pericolosa di una pistola puntata alla tempia.

Fonte:Julianews


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martedì 24 agosto 2010

Vecchie ossa e pallettoni L’Unità fa un po’ orrore



Di Massimiliano Parente

«Obbedisco!», così risuona nei timpani scolarizzati la mesta storiella dell’Unità d’Italia, che disgraziatamente ci troviamo a dover celebrare, quando gli anniversari, i centenari, sono più funerei dei funerali, sono funerali di funerali. Tra l’altro, poiché Vittorio Feltri mi ha chiesto una riflessione sull’Unità d’Italia, e avendo risposto anch’io garibaldinamente «Obbedisco!», per fare le cose bene e ambientarmi sono andato al Museo Centrale del Risorgimento di Roma, e credevo di morire, li mortacci loro. Un luogo tristissimo, da suicidio, con una scelta di oggetti di necrofilia fetish più istruttiva di qualsiasi libro di Storia e di Galli della Loggia. C’è una pagnotta di pane o segale rattrappita con cui i veneziani dovettero nutrirsi durante non so quali giornate di valorosa resistenza contro gli austriaci invasori. C’è la coperta rappezzata dove fu trasportato Garibaldi quando fu ferito a una gamba, e lo stivale di Garibaldi bucato dal pallettone che lo ferì, e la cassetta degli attrezzi foderata di velluto cremisi contenente gli strumenti medici per curare Garibaldi dalla ferita, e perfino il pallettone stesso. Non mancano i jeans di Garibaldi, minuscoli, e delle due l’una: o i mille partirono con i calzoni alla zuava, o Garibaldi era un nano. Tutto questo tra una quantità di croste celebrative e patetiche cianfrusaglie simili a ex voto che non avrebbero provocato un’erezione intellettuale neppure a Enzo Biagi, ma forse a Gianni Minoli ancora sì. E comunque sia «Obbedisco!», e io al Museo del Risorgimento volevo solo sentire qualche brivido, sentire qualcosa, una palpitazione d’amor patrio. Ho pensato che magari ricordavo male, sono passati tanti anni da quando odiavo la Storia italiana in particolare e gli storici in generale. Invece mi è preso un attacco di sbadigli e soffocamento, come ogni volta che vedo un monumento ai caduti in una piazza, un mezzo busto di Mazzini, un Vittorio Emanuele a cavallo. Dopo dieci minuti sono battuto in ritirata, aria, e circumnavigando il Vittoriano mi sono liberato con qualche fantasia delle mie, per esempio pensando che sarebbe bellissimo se si potesse trasformare il Vittoriano in un McDonald’s. Ci penso sempre anche guardando San Pietro, quanto ci starebbe bene una M gigante e luminosa di McDonald’s lassù, sulla cupola di Michelangelo. Oh, se almeno si fosse riusciti a portarne a termine una giusta, e magari da Porta Pia arrivare fino al Vaticano e far piazza pulita, e invece no, neppure di aprire brecce siamo capaci, ne apriamo una e ci fermiamo prima. Tant’è che se andate a Porta Pia è stato eretto, molto eretto, un monumento dello scultore Pubblio Morbiducci, un enorme bersagliere rimasto lì, in posa scattante, come se lo avessero freddato e imbalsamato mentre correva slanciato, pronto a infilzare il papa con la baionetta, e a guardarlo, sebbene sia inguardabile, mi viene da piangere, un’altra occasione mancata. Quando escono da scuola i giovani non vogliono più sentirne parlare, dell’Unità d’Italia, e hanno ragione, meglio impersonare un marine giocando a Call of Duty. La Storia d’Italia è noiosa, dall’Ottocento al Novecento tutta una Storia stracciona che va avanti a singhiozzi e a sospiri e a lacrime tricolori, tante piccole ribellioni poco convinte e sempre abortite sul nascere, passando tra primi e secondi triumvirati, il trio Armellini-Saffi-Mazzini da imparare a memoria neppure fosse una poesia, e intorno uno scoppiettìo di moti rivoluzionari simili a petardi e una sfilza di «radiose giornate», tanto radiose quanto sfigatissime, inutili, tronfie, retoriche, patetiche, destinate al fallimento quando al di là dell’oceano da un secolo avevano messo su gli Stati Uniti, e gli storici di qua a dire che non hanno Storia.
A me la storia del Risorgimento fa schifo, e anche il concetto del Risorgimento fa schifo, e anche la letteratura del Risorgimento fa schifo, una letteratura edificante strappalacrime e mortuaria e terribilmente kitsch mentre altrove Melville, Flaubert, James, Dostoevskij sfornavano capolavori. Basti pensare a Edmondo De Amicis e a quella cagata di bestseller istituzionale intitolato Cuore, che doveva inculcare il valore dell’obbedienza ai piccini dandogli come modelli piccole vedette lombarde e piccoli patrioti padovani e piccoli scrivani fiorentini, tutto destinato a restare piccolo anche da grandi, oggi chiamerebbero il Telefono Azzurro per violenza psicologica sui minori. E quando, dopo tutta quella fatica e radiose giornate e sangue versato e «Obbedisco!» arriva Massimo D’Azeglio, per dire «Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani»? Prego? Altra frase rimasta lì, surgelata come un bastoncino Findus, come un Quattro salti in padella, come il bersagliere di Porta Pia. O forse D’Azeglio voleva dire «si tratta di farsi gli italiani»? In tal caso avrebbe avuto ragione Federico De Roberto, che l’imbroglio dell’Unità d'Italia lo racconta nel suo meraviglioso I viceré, dove i candidati onorevoli organizzavano già dei truffaldini «meeting» elettorali, subito storpiati dai siciliani in «metingo», con precocissime spallucce all’opportunismo e all’affarismo dei nuovi politici dell’Italia finalmente unita. Infatti non fa in tempo a iniziare la tanto agognata Unità d’Italia che passiamo alla Storia per il «trasformismo», il parlamentarismo cialtrone, la partitocrazia, gli accordi sottobanco, i doppi giochi, le furbizie, Depretis, le Pentarchie, i ribaltoni, tutto come oggi. E riguardo ai Savoia lasciamo perdere, io ho sempre lottato perché tornassero in Italia, quando non potevano rientrare, perché mi sembrava ingiusto che le colpe dei padri ricadessero sui figli, poi ho visto Emanuele Filiberto in televisione, l’ho sentito parlare, l’ho visto ballare, infine l’ho sentito cantare Italia Amore mio a Sanremo e mi sono ricreduto, è giustissimo, nel caso dei Savoia, che le colpe ricadano sui figli, e anche sui nipoti di Emanuele Filiberto, e anche su Pupo e i figli di Pupo, esiliateli. E poi ma quale Unità d’Italia, siamo seri: gli italiani non si sentono uniti su niente, neppure sul 25 aprile, quando a voler essere pignoli dovrebbero far sventolare anche le bandiere americane e ringraziare più la Quinta Armata del generale Clark che i supposti eroi della Resistenza, altra bufala. Al massimo gli italiani si sentono uniti nel calcio, non durante l’anno perché si ridividono nelle rispettive tifoserie contrapposte ma ogni quattro anni, per i mondiali, quando gioca la nazionale, dove però quelli di sinistra non possono più dire «Forza Italia» e quindi, poverini, dicono «Forza Azzurri», e Berlusconi li ha fregati due volte, perché Forza Italia è pure azzurra. La vera Unità d’Italia, piuttosto, l’hanno creata due guerre mondiali e soprattutto Mussolini, e bisogna ammettere, anche Berlusconi, perché politicamente o sei berlusconiano o sei antiberlusconiano, e televisivamente gli italiani sono stati uniti più dalla Finivest, Dallas, Dynasty,Drive In, il Costanzo Show, Casa Vianello, Striscia la Notizia, che dai Savoia o Cavour o D’Azeglio o la Dc, e quindi poche storie, poca Storia, grazie a Silvio più uniti di così si muore, e purtroppo molti sono morti di Risorgimento senza sapere che per unirsi sarebbero bastate le tette di Tinì Cansino, quelle sì da monumento, quelle sì da «Obbedisco!».



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Di Massimiliano Parente

«Obbedisco!», così risuona nei timpani scolarizzati la mesta storiella dell’Unità d’Italia, che disgraziatamente ci troviamo a dover celebrare, quando gli anniversari, i centenari, sono più funerei dei funerali, sono funerali di funerali. Tra l’altro, poiché Vittorio Feltri mi ha chiesto una riflessione sull’Unità d’Italia, e avendo risposto anch’io garibaldinamente «Obbedisco!», per fare le cose bene e ambientarmi sono andato al Museo Centrale del Risorgimento di Roma, e credevo di morire, li mortacci loro. Un luogo tristissimo, da suicidio, con una scelta di oggetti di necrofilia fetish più istruttiva di qualsiasi libro di Storia e di Galli della Loggia. C’è una pagnotta di pane o segale rattrappita con cui i veneziani dovettero nutrirsi durante non so quali giornate di valorosa resistenza contro gli austriaci invasori. C’è la coperta rappezzata dove fu trasportato Garibaldi quando fu ferito a una gamba, e lo stivale di Garibaldi bucato dal pallettone che lo ferì, e la cassetta degli attrezzi foderata di velluto cremisi contenente gli strumenti medici per curare Garibaldi dalla ferita, e perfino il pallettone stesso. Non mancano i jeans di Garibaldi, minuscoli, e delle due l’una: o i mille partirono con i calzoni alla zuava, o Garibaldi era un nano. Tutto questo tra una quantità di croste celebrative e patetiche cianfrusaglie simili a ex voto che non avrebbero provocato un’erezione intellettuale neppure a Enzo Biagi, ma forse a Gianni Minoli ancora sì. E comunque sia «Obbedisco!», e io al Museo del Risorgimento volevo solo sentire qualche brivido, sentire qualcosa, una palpitazione d’amor patrio. Ho pensato che magari ricordavo male, sono passati tanti anni da quando odiavo la Storia italiana in particolare e gli storici in generale. Invece mi è preso un attacco di sbadigli e soffocamento, come ogni volta che vedo un monumento ai caduti in una piazza, un mezzo busto di Mazzini, un Vittorio Emanuele a cavallo. Dopo dieci minuti sono battuto in ritirata, aria, e circumnavigando il Vittoriano mi sono liberato con qualche fantasia delle mie, per esempio pensando che sarebbe bellissimo se si potesse trasformare il Vittoriano in un McDonald’s. Ci penso sempre anche guardando San Pietro, quanto ci starebbe bene una M gigante e luminosa di McDonald’s lassù, sulla cupola di Michelangelo. Oh, se almeno si fosse riusciti a portarne a termine una giusta, e magari da Porta Pia arrivare fino al Vaticano e far piazza pulita, e invece no, neppure di aprire brecce siamo capaci, ne apriamo una e ci fermiamo prima. Tant’è che se andate a Porta Pia è stato eretto, molto eretto, un monumento dello scultore Pubblio Morbiducci, un enorme bersagliere rimasto lì, in posa scattante, come se lo avessero freddato e imbalsamato mentre correva slanciato, pronto a infilzare il papa con la baionetta, e a guardarlo, sebbene sia inguardabile, mi viene da piangere, un’altra occasione mancata. Quando escono da scuola i giovani non vogliono più sentirne parlare, dell’Unità d’Italia, e hanno ragione, meglio impersonare un marine giocando a Call of Duty. La Storia d’Italia è noiosa, dall’Ottocento al Novecento tutta una Storia stracciona che va avanti a singhiozzi e a sospiri e a lacrime tricolori, tante piccole ribellioni poco convinte e sempre abortite sul nascere, passando tra primi e secondi triumvirati, il trio Armellini-Saffi-Mazzini da imparare a memoria neppure fosse una poesia, e intorno uno scoppiettìo di moti rivoluzionari simili a petardi e una sfilza di «radiose giornate», tanto radiose quanto sfigatissime, inutili, tronfie, retoriche, patetiche, destinate al fallimento quando al di là dell’oceano da un secolo avevano messo su gli Stati Uniti, e gli storici di qua a dire che non hanno Storia.
A me la storia del Risorgimento fa schifo, e anche il concetto del Risorgimento fa schifo, e anche la letteratura del Risorgimento fa schifo, una letteratura edificante strappalacrime e mortuaria e terribilmente kitsch mentre altrove Melville, Flaubert, James, Dostoevskij sfornavano capolavori. Basti pensare a Edmondo De Amicis e a quella cagata di bestseller istituzionale intitolato Cuore, che doveva inculcare il valore dell’obbedienza ai piccini dandogli come modelli piccole vedette lombarde e piccoli patrioti padovani e piccoli scrivani fiorentini, tutto destinato a restare piccolo anche da grandi, oggi chiamerebbero il Telefono Azzurro per violenza psicologica sui minori. E quando, dopo tutta quella fatica e radiose giornate e sangue versato e «Obbedisco!» arriva Massimo D’Azeglio, per dire «Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani»? Prego? Altra frase rimasta lì, surgelata come un bastoncino Findus, come un Quattro salti in padella, come il bersagliere di Porta Pia. O forse D’Azeglio voleva dire «si tratta di farsi gli italiani»? In tal caso avrebbe avuto ragione Federico De Roberto, che l’imbroglio dell’Unità d'Italia lo racconta nel suo meraviglioso I viceré, dove i candidati onorevoli organizzavano già dei truffaldini «meeting» elettorali, subito storpiati dai siciliani in «metingo», con precocissime spallucce all’opportunismo e all’affarismo dei nuovi politici dell’Italia finalmente unita. Infatti non fa in tempo a iniziare la tanto agognata Unità d’Italia che passiamo alla Storia per il «trasformismo», il parlamentarismo cialtrone, la partitocrazia, gli accordi sottobanco, i doppi giochi, le furbizie, Depretis, le Pentarchie, i ribaltoni, tutto come oggi. E riguardo ai Savoia lasciamo perdere, io ho sempre lottato perché tornassero in Italia, quando non potevano rientrare, perché mi sembrava ingiusto che le colpe dei padri ricadessero sui figli, poi ho visto Emanuele Filiberto in televisione, l’ho sentito parlare, l’ho visto ballare, infine l’ho sentito cantare Italia Amore mio a Sanremo e mi sono ricreduto, è giustissimo, nel caso dei Savoia, che le colpe ricadano sui figli, e anche sui nipoti di Emanuele Filiberto, e anche su Pupo e i figli di Pupo, esiliateli. E poi ma quale Unità d’Italia, siamo seri: gli italiani non si sentono uniti su niente, neppure sul 25 aprile, quando a voler essere pignoli dovrebbero far sventolare anche le bandiere americane e ringraziare più la Quinta Armata del generale Clark che i supposti eroi della Resistenza, altra bufala. Al massimo gli italiani si sentono uniti nel calcio, non durante l’anno perché si ridividono nelle rispettive tifoserie contrapposte ma ogni quattro anni, per i mondiali, quando gioca la nazionale, dove però quelli di sinistra non possono più dire «Forza Italia» e quindi, poverini, dicono «Forza Azzurri», e Berlusconi li ha fregati due volte, perché Forza Italia è pure azzurra. La vera Unità d’Italia, piuttosto, l’hanno creata due guerre mondiali e soprattutto Mussolini, e bisogna ammettere, anche Berlusconi, perché politicamente o sei berlusconiano o sei antiberlusconiano, e televisivamente gli italiani sono stati uniti più dalla Finivest, Dallas, Dynasty,Drive In, il Costanzo Show, Casa Vianello, Striscia la Notizia, che dai Savoia o Cavour o D’Azeglio o la Dc, e quindi poche storie, poca Storia, grazie a Silvio più uniti di così si muore, e purtroppo molti sono morti di Risorgimento senza sapere che per unirsi sarebbero bastate le tette di Tinì Cansino, quelle sì da monumento, quelle sì da «Obbedisco!».



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Pino Aprile, Antonio Ciano, Il sindaco Raimondi, l'avv. Troncone a Gaeta

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http://www.youtube.com/watch?v=Z0OxG1fQ9o8

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http://www.youtube.com/watch?v=XHg2ClM3_2k

3

http://www.youtube.com/watch?v=E_obpfb05UY

4

http://www.youtube.com/watch?v=8HixMM26Qr0

Una serata indimenticabile a Gaeta, ospiti d'onore all'arena dello stabilimento balneare Miramare, con la moderazione di Erasmo Lombardi...pubblico attento e numeroso...Lo scrittore e giornalista Pino Aprile ha presentato il suo libro "Terroni" (edito da Piemme) sabato 21 agosto alle 21,30 presso il lido Miramare in via Marina di Serapo. È un'opera che sta suscitando molto interesse per il tema trattato: l'annosa ed irrisolta Questione Meridionale alla luce delle continue polemiche ed alle celebrazioni per il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia. Sono intervenuti, oltre l'autore, il Sindaco Antonio Raimondi, Antonio Ciano, del Partito del Sud, e Pasquale Troncone, avvocato, professore ordinario presso l'Università Federico II di Napoli. L'incontro è stato organizzato dal Comune di Gaeta in collaborazione con l'Ass. Aietes.

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Una serata indimenticabile a Gaeta, ospiti d'onore all'arena dello stabilimento balneare Miramare, con la moderazione di Erasmo Lombardi...pubblico attento e numeroso...Lo scrittore e giornalista Pino Aprile ha presentato il suo libro "Terroni" (edito da Piemme) sabato 21 agosto alle 21,30 presso il lido Miramare in via Marina di Serapo. È un'opera che sta suscitando molto interesse per il tema trattato: l'annosa ed irrisolta Questione Meridionale alla luce delle continue polemiche ed alle celebrazioni per il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia. Sono intervenuti, oltre l'autore, il Sindaco Antonio Raimondi, Antonio Ciano, del Partito del Sud, e Pasquale Troncone, avvocato, professore ordinario presso l'Università Federico II di Napoli. L'incontro è stato organizzato dal Comune di Gaeta in collaborazione con l'Ass. Aietes.

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Il Belpaese della disuguaglianza, metà ricchezza al 10% degli italiani


La crisi ha aumentato le distanze sociali. Classe media frantumata. Peggio di noi fra le nazioni sviluppate solo Messico, Turchia, Portogallo, Usa e Polonia.

di Roberto Mania, da Repubblica

Don Paolo Gessaga la spiega così, quasi con uno slogan pubblicitario: "La povertà non è più "senza fissa dimora"". La povertà è accanto a noi. Diffusa e afona, al pari della diseguaglianza. "È meno apparente, ma è più profonda", aggiunge il sacerdote che ha fondato la catena degli empori della Caritas. Dalla sua parrocchia di San Benedetto in via del Gazometro a Roma, nel quartiere popolare Ostiense, questo cinquantenne arrivato dal varesotto, vede, e tocca, da vicino le nuove povertà e le nuove diseguaglianze, coda velenosa della Terza Depressione mondiale come l'ha chiamata il premio Nobel per l'economia Paul Krugman. La crisi ha accentuato le diseguaglianze e frantumato anche la middle class italiana. Siamo diventati tutti americani. E l'Italia, in termini di reddito, è un paese sempre più diseguale: ricchi e poveri, giovani e anziani, uomini e donne, nord e sud. L'eguaglianza non c'è più, né si ricerca, e le distanze si allargano. Lo dice Don Paolo, lo certificano l'Ocse e la Banca d'Italia. Peggio di noi, tra le nazioni cosiddette sviluppate, solo il Messico, la Turchia, il Portogallo, gli Stati Uniti e la Polonia.

E forse non è neanche più un caso che l'indice per misurare il tasso di diseguaglianza nella distribuzione del reddito sia stato definito nel secolo passato da uno statistico-economista italiano: Corrado Gini. Forse era già quello un segno premonitore. Ecco, il "coefficiente Gini" ci dice quanto siamo peggiorati. E peggioreremo ancora se è vero che la discesa ha subito un'accelerazione con la recessione precedente, quella dei primi anni Novanta. Meno profonda di questa e più celere nell'abbandonarci, però. "L'esperienza del 1992-93 quando l'economia italiana attraversò una fase severamente negativa, suggerisce che a una crisi economica può seguire un persistente aggravamento della diseguaglianza", ha scritto l'economista della Sapienza di Roma Maurizio Franzini, nel suo recente libro "Ricchi e poveri" (Università Bocconi editore). Basterà aspettare i prossimi mesi.
Più basso è l'indice Gini più eguale è la società. Il nostro indice Gini arriva a 35. In Polonia è 37, negli Stati Uniti 38, in Portogallo 42, in Turchia 43 e in Messico 47. La Francia ha un coefficiente del 28 per cento e la Germania, nonostante gli effetti della riunificazione est-ovest, è al 30. In alto i paesi dell'uguaglianza, l'Europa del nord: la Danimarca e la Svezia con un coefficiente Gini del 23 per cento.

C'è anche un altro modo per misurare la diseguaglianza, dividendo la popolazione in decili: il 10 per cento più ricco e il 10 per cento più povero per poi calcolare quante volte il reddito del primo gruppo supera il secondo. Anche qui siamo messi male, malissimo: gli italiani più ricchi hanno un reddito superiore di dodici volte quello dei più poveri. Certo, in Messico questo rapporto sale a 45, ma nella vecchia Europa ci supera solo la Gran Bretagna con un rapporto che sfiora il 14, mentre la Germania è al 6,9, la Spagna al 10,3, la Svezia al 6,2. Conclusione di una ricerca dell'Ires appena uscita ("Un paese da scongelare", di Aldo Eduardo Carra e Carlo Putignano, edito da Ediesse): "In Italia i ricchi sono più ricchi, il ceto medio è più povero e i poveri sono molto più poveri". E così, in un decennio le diseguaglianze si sono accresciute di oltre cinque punti. Il coefficiente Gini era 29 nel 1991, poi è salito al 34 nel 1993. E ora - si è visto - è al 35. Ma nulla fa pensare che si fermi lì. Anzi: tutto fa pensare il contrario. Altri paesi - la Spagna, per esempio - si sono mossi in direzione esattamente opposta.

La ricchezza è saldamente nelle mani di pochi e lì ci rimane, impedendo la mobilità sociale, condizionando le carriere, costruendo pezzo per pezzo una parte della nostra gerontocrazia. Secondo l'ultimo dato della Banca d'Italia contenuto nella periodica indagine su "I bilanci delle famiglie italiane", il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede quasi il 45 per cento dell'intera ricchezza netta delle famiglie. Un livello rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi quindici anni. Partecipiamo non sempre consapevolmente a un processo di divaricazione che spinge la classe media verso il basso, i super-ricchi verso l'alto e affonda i più poveri. "Che oggi sono anche in giacca e cravatta, basta guardare come sono cambiate le persone che almeno una volta al giorno vengono a mangiare alla Caritas", racconta Don Paolo da quello che è un osservatorio strategico anche perché Roma è fondamentale nell'attribuire al Lazio il primato negativo della regione più diseguale d'Italia con il 33,9 di coefficiente Gini. Pesano, nella Capitale, ma non solo qui, il caro-casa e la precarietà del lavoro. In alto, la regione italiana dell'eguaglianza è il Friuli Venezia Giulia, regione a statuto speciale, laboriosa e dal benessere diffuso. L'eguaglianza è anche questo.

E, probabilmente, è anche uno dei fattori che porta la provincia di Trieste a un triplo primato: l'età media più elevata tra le province del nord-est, la più alta percentuale di anziani oltre il 65 anni (30,2 per cento), e l'incidenza più elevata di residenti con 80 anni e più (11,2 per cento). Anche nel 2028 - secondo la Fondazione Nord-Est - Trieste manterrà i primati. Perché l'eguaglianza - è la tesi originale che Richard Wilkison e Kate Pickett illustrano nel loro "La misura dell'anima" (Feltrinelli) - migliora "il benessere psicologico di tutti noi". Di più, secondo i due studiosi: "Tanto la società malata quanto l'economia malata hanno le proprie origini nell'aumento della diseguaglianza". E infatti due economisti come Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz pensano che all'origine della grande crisi provocata dai mutui subprime ci sia proprio l'aumento delle diseguaglianza che, ad un certo punto, ha fatto implodere il sistema finanziario.

Di certo tra i frutti di questa "economia malata" ci sono i working poor, i lavoratori poveri, più tute blu che colletti bianchi, ma ci sono anche - lo abbiamo visto - gli impiegati, la classe di mezzo. Un fenomeno che in Italia non avevano ancora conosciuto in queste dimensioni ma che è anch'esso conseguenza di una diseguaglianza crescente. Tra gli operai i "poveri" sono il 14,5 per cento. Percentuale che si impenna fino a sfiorare il 29 per cento nelle regioni meridionali. Il "caso Pomigliano" ha fatto riscoprire la classe operaia e anche la distanza abissale di reddito tra l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, e i suoi turnisti: il primo guadagna 435 volte di più dei secondi.

Nemmeno la recessione è stata, ed è, uguale per tutti. I giovani stanno pagando più caro. È l'Istat che lo certifica nel suo Rapporto annuale: "La crisi ha determinato nel 2009 una significativa flessione dei giovani occupati (300 mila in meno rispetto all'anno precedente), i quali hanno contribuito per il 79 per cento al calo complessivo dell'occupazione". Un giovane su tre è senza lavoro. Un giovane - ricordano Tito Boeri e Vincenzo Galasso nel loro "Contro i giovani" (Mondadori) - guadagna il 35 per cento in meno di chi ha tra i 31 e i 60 anni (era il 20 per cento negli anni Ottanta). Ecco: così, partendo dal basso, si costruisce un paese diseguale.

Fonte:MicroMega

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La crisi ha aumentato le distanze sociali. Classe media frantumata. Peggio di noi fra le nazioni sviluppate solo Messico, Turchia, Portogallo, Usa e Polonia.

di Roberto Mania, da Repubblica

Don Paolo Gessaga la spiega così, quasi con uno slogan pubblicitario: "La povertà non è più "senza fissa dimora"". La povertà è accanto a noi. Diffusa e afona, al pari della diseguaglianza. "È meno apparente, ma è più profonda", aggiunge il sacerdote che ha fondato la catena degli empori della Caritas. Dalla sua parrocchia di San Benedetto in via del Gazometro a Roma, nel quartiere popolare Ostiense, questo cinquantenne arrivato dal varesotto, vede, e tocca, da vicino le nuove povertà e le nuove diseguaglianze, coda velenosa della Terza Depressione mondiale come l'ha chiamata il premio Nobel per l'economia Paul Krugman. La crisi ha accentuato le diseguaglianze e frantumato anche la middle class italiana. Siamo diventati tutti americani. E l'Italia, in termini di reddito, è un paese sempre più diseguale: ricchi e poveri, giovani e anziani, uomini e donne, nord e sud. L'eguaglianza non c'è più, né si ricerca, e le distanze si allargano. Lo dice Don Paolo, lo certificano l'Ocse e la Banca d'Italia. Peggio di noi, tra le nazioni cosiddette sviluppate, solo il Messico, la Turchia, il Portogallo, gli Stati Uniti e la Polonia.

E forse non è neanche più un caso che l'indice per misurare il tasso di diseguaglianza nella distribuzione del reddito sia stato definito nel secolo passato da uno statistico-economista italiano: Corrado Gini. Forse era già quello un segno premonitore. Ecco, il "coefficiente Gini" ci dice quanto siamo peggiorati. E peggioreremo ancora se è vero che la discesa ha subito un'accelerazione con la recessione precedente, quella dei primi anni Novanta. Meno profonda di questa e più celere nell'abbandonarci, però. "L'esperienza del 1992-93 quando l'economia italiana attraversò una fase severamente negativa, suggerisce che a una crisi economica può seguire un persistente aggravamento della diseguaglianza", ha scritto l'economista della Sapienza di Roma Maurizio Franzini, nel suo recente libro "Ricchi e poveri" (Università Bocconi editore). Basterà aspettare i prossimi mesi.
Più basso è l'indice Gini più eguale è la società. Il nostro indice Gini arriva a 35. In Polonia è 37, negli Stati Uniti 38, in Portogallo 42, in Turchia 43 e in Messico 47. La Francia ha un coefficiente del 28 per cento e la Germania, nonostante gli effetti della riunificazione est-ovest, è al 30. In alto i paesi dell'uguaglianza, l'Europa del nord: la Danimarca e la Svezia con un coefficiente Gini del 23 per cento.

C'è anche un altro modo per misurare la diseguaglianza, dividendo la popolazione in decili: il 10 per cento più ricco e il 10 per cento più povero per poi calcolare quante volte il reddito del primo gruppo supera il secondo. Anche qui siamo messi male, malissimo: gli italiani più ricchi hanno un reddito superiore di dodici volte quello dei più poveri. Certo, in Messico questo rapporto sale a 45, ma nella vecchia Europa ci supera solo la Gran Bretagna con un rapporto che sfiora il 14, mentre la Germania è al 6,9, la Spagna al 10,3, la Svezia al 6,2. Conclusione di una ricerca dell'Ires appena uscita ("Un paese da scongelare", di Aldo Eduardo Carra e Carlo Putignano, edito da Ediesse): "In Italia i ricchi sono più ricchi, il ceto medio è più povero e i poveri sono molto più poveri". E così, in un decennio le diseguaglianze si sono accresciute di oltre cinque punti. Il coefficiente Gini era 29 nel 1991, poi è salito al 34 nel 1993. E ora - si è visto - è al 35. Ma nulla fa pensare che si fermi lì. Anzi: tutto fa pensare il contrario. Altri paesi - la Spagna, per esempio - si sono mossi in direzione esattamente opposta.

La ricchezza è saldamente nelle mani di pochi e lì ci rimane, impedendo la mobilità sociale, condizionando le carriere, costruendo pezzo per pezzo una parte della nostra gerontocrazia. Secondo l'ultimo dato della Banca d'Italia contenuto nella periodica indagine su "I bilanci delle famiglie italiane", il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede quasi il 45 per cento dell'intera ricchezza netta delle famiglie. Un livello rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi quindici anni. Partecipiamo non sempre consapevolmente a un processo di divaricazione che spinge la classe media verso il basso, i super-ricchi verso l'alto e affonda i più poveri. "Che oggi sono anche in giacca e cravatta, basta guardare come sono cambiate le persone che almeno una volta al giorno vengono a mangiare alla Caritas", racconta Don Paolo da quello che è un osservatorio strategico anche perché Roma è fondamentale nell'attribuire al Lazio il primato negativo della regione più diseguale d'Italia con il 33,9 di coefficiente Gini. Pesano, nella Capitale, ma non solo qui, il caro-casa e la precarietà del lavoro. In alto, la regione italiana dell'eguaglianza è il Friuli Venezia Giulia, regione a statuto speciale, laboriosa e dal benessere diffuso. L'eguaglianza è anche questo.

E, probabilmente, è anche uno dei fattori che porta la provincia di Trieste a un triplo primato: l'età media più elevata tra le province del nord-est, la più alta percentuale di anziani oltre il 65 anni (30,2 per cento), e l'incidenza più elevata di residenti con 80 anni e più (11,2 per cento). Anche nel 2028 - secondo la Fondazione Nord-Est - Trieste manterrà i primati. Perché l'eguaglianza - è la tesi originale che Richard Wilkison e Kate Pickett illustrano nel loro "La misura dell'anima" (Feltrinelli) - migliora "il benessere psicologico di tutti noi". Di più, secondo i due studiosi: "Tanto la società malata quanto l'economia malata hanno le proprie origini nell'aumento della diseguaglianza". E infatti due economisti come Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz pensano che all'origine della grande crisi provocata dai mutui subprime ci sia proprio l'aumento delle diseguaglianza che, ad un certo punto, ha fatto implodere il sistema finanziario.

Di certo tra i frutti di questa "economia malata" ci sono i working poor, i lavoratori poveri, più tute blu che colletti bianchi, ma ci sono anche - lo abbiamo visto - gli impiegati, la classe di mezzo. Un fenomeno che in Italia non avevano ancora conosciuto in queste dimensioni ma che è anch'esso conseguenza di una diseguaglianza crescente. Tra gli operai i "poveri" sono il 14,5 per cento. Percentuale che si impenna fino a sfiorare il 29 per cento nelle regioni meridionali. Il "caso Pomigliano" ha fatto riscoprire la classe operaia e anche la distanza abissale di reddito tra l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, e i suoi turnisti: il primo guadagna 435 volte di più dei secondi.

Nemmeno la recessione è stata, ed è, uguale per tutti. I giovani stanno pagando più caro. È l'Istat che lo certifica nel suo Rapporto annuale: "La crisi ha determinato nel 2009 una significativa flessione dei giovani occupati (300 mila in meno rispetto all'anno precedente), i quali hanno contribuito per il 79 per cento al calo complessivo dell'occupazione". Un giovane su tre è senza lavoro. Un giovane - ricordano Tito Boeri e Vincenzo Galasso nel loro "Contro i giovani" (Mondadori) - guadagna il 35 per cento in meno di chi ha tra i 31 e i 60 anni (era il 20 per cento negli anni Ottanta). Ecco: così, partendo dal basso, si costruisce un paese diseguale.

Fonte:MicroMega

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lunedì 23 agosto 2010

Melfi. I licenziati Fiat si presentano ai cancelli. Una lezione di dignità per Marchionne

Editoriale di Alesando Cardulli

"Noi non siamo parassiti, vogliamo il nostro posto di lavoro. Cosa significa vi paghiamo lo stipendio? Io la mattina mi voglio alzare e voglio sentirmi un uomo con la mia dignità, i miei diritti e i miei doveri". Sono parole pronunciate da Giovanni Barozzino uno dei licenziati dalla Fiat di Melfi e reintegrati dal giudice del lavoro insieme a Antonio Lamorte e Marco Pignatelli.

Lunedì si presenteranno ai cancelli della fabbrica nonostante il telegramma inviato loro dalla Fiat in cui si annuncia che saranno regolarmente pagati secondo contratto ma i cancelli dello stabilimento di Melfi non possono varcarli. Restino a casa perché l’azienda ha presentato ricorso contro il decreto che, dicono i tre operai e con loro la Fiom-Cgil, evidentemente la Fiat considera “ carta straccia”.

Il gruppo del Lingotto torna all’odio contro gli operai
A fronte delle parole di Barozzino, un operaio, una tuta blu, un uomo che lavora in uno dei pochi grandi stabilimenti del Mezzogiorno, fossimo Sergio Marchionne, manager raffinato, disinvolto, uno alla mano che non porta la cravatta ma un maglioncino, dicono ne abbia una serie per le diverse occasioni, andremmo a nasconderci. Sarebbe solo un recupero di dignità a fronte di una vigliaccata, segno dell’odio antioperaio che anima chi dirige il più grande gruppo industrial-finanziario con ramificazioni in tanti paese dove il lavoratore conta quanto il due di briscola, privo di tutele, di diritti e costa poco. E con il manager “ moderno”, quasi un riformista, dovrebbero nascondersi, non diciamo arrossire perché non ne sono capaci, tutti quei cialtroni, fra questi anche chi frequenta le istituzioni, che hanno condotto una offensiva di una violenza raramente riscontrabile nella storia sindacale italiana contro gli operai della Fiat, quelli di Pomigliano, di Melfi, di Termini Imerese in primo luogo, senza ovviamente tralasciare Miarafiori, con la Fiom, contro la Cgil.

Il fallimento degli accordi siglati da Cisl e Uil in combutta con il governo
Per un piatto di lenticchie , dopo l’accordo separato con il governo sulla contrattazione, Cisl e Uil hanno siglato un patto scellerato con Marchionne, rinunciando a diritti essenziali, quello di sciopero, quello di ammalarsi.
Hanno condotto una rabbiosa campagna , seguendo le orme della direzione Fiat, a Pomigliano perché Marchionne nella sua libido di potere facesse cappotto nel referendum in cui sai metalmeccanici si chiedeva di scegliere fra il posto di lavora e i diritti garantiti dai contratti, dalle leggi, dalla Costituzione. Da Pomigliano è venuta una lezione di dignità con un buon quaranta per cento che ha rifiutato il ricatto, è sceso in campo aperto, ha detto no. Da Melfi non è mai venuta meno la solidarietà, la lotta, per i diritti, il lavoro, il futuro dell’azienda, del gruppo. Il risultato degli accordi separati, della sciagurata politica del governo, di ministri come Sacconi che non ha tralasciato niente per far vedere quanto grande sia l’odio verso la Cgil, in particolare verso la Fiom. è sotto gli occhi di tutti. Cisl, Uil, governo e Confindustria, firmarono un patto che dovere consentire un netto aumento della produttività e, dei conseguenza, dicevano questi ignoranti che si spacciano per studiosi di politiche industriali, dei salari dei lavoratori. Il risultato: non c’è stato aumento di produttività, i salari non sono cresciuti, la contrattazione di secondo livello, venduta come il toccasana per la ripresa dell’industria, non è masi decollata. Era largamente prevedibile in un paese in cui parte consistente dell’economia si regge sulla piccola e piccolissima impresa ,per non parlare del lavoro nero e del precariato.

Il manager Fiat sogna l’operaio macchina impersonato da Charlot
Fallito quel patto scellerato, il nuovo accordo, quello fra sindacati e Marchionne, sostenuto dal ministro Sacconi, sta dando quei risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Il manager della Fiat, un maniaco della produttività ad ogni costo, sogna l’operaio-macchina, quello di cui Charlot ha dato una immagine memorabile, quell’omino dagli occhi tristi, con i baffetti, che stringe bulloni in modo sempre più veloce, perde il ritmo e per recuperare finisce negli ingranaggi. Marchionne per affermare il suo potere incontrastato anche a fronte di una sentenza di un giudice, paga il salario a tre operai pur che non entrino in fabbrica, non producano. Ma loro, gli assenteisti di cui parla sempre Marchionne, i fannulloni direbbe il ministro Brunetta, guarda caso, vogliono lavorare, rivendicano la dignità di essere lavoratori. La loro presenza ai cancelli della fabbrica di Melfi assume uno straordinario valore simbolico nel paese in cui spadroneggiano le varie “ cricche”, il capo del governo si mette la Costituzione sotto le scarpe, un Marchionne qualsiasi vuol dettare la “ sua” legge, parla perfino uno come il portavoce del Pdl, Capezzone che non ha niente da dire ma lo dice, il capo dei leghisti vuol rompere l’unità d’Italia costruendo la megaregione Padania e in cambio offre a Berlusconi il via libera sulle leggi che gli consentano di eludere i processi in corso. Le loro parole sono un segnale di speranza. Ci dicono che c’è un Italia diversa da quella berlusconiana, un Italia democratica, che non si rassegna, che non ci sta, dove in tanti , tantissimi, la mattina si vogliono alzare e, come dice Giovanni Barozzino, sentirsi uomini, con la loro dignità,i loro diritti, i loro doveri.


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Editoriale di Alesando Cardulli

"Noi non siamo parassiti, vogliamo il nostro posto di lavoro. Cosa significa vi paghiamo lo stipendio? Io la mattina mi voglio alzare e voglio sentirmi un uomo con la mia dignità, i miei diritti e i miei doveri". Sono parole pronunciate da Giovanni Barozzino uno dei licenziati dalla Fiat di Melfi e reintegrati dal giudice del lavoro insieme a Antonio Lamorte e Marco Pignatelli.

Lunedì si presenteranno ai cancelli della fabbrica nonostante il telegramma inviato loro dalla Fiat in cui si annuncia che saranno regolarmente pagati secondo contratto ma i cancelli dello stabilimento di Melfi non possono varcarli. Restino a casa perché l’azienda ha presentato ricorso contro il decreto che, dicono i tre operai e con loro la Fiom-Cgil, evidentemente la Fiat considera “ carta straccia”.

Il gruppo del Lingotto torna all’odio contro gli operai
A fronte delle parole di Barozzino, un operaio, una tuta blu, un uomo che lavora in uno dei pochi grandi stabilimenti del Mezzogiorno, fossimo Sergio Marchionne, manager raffinato, disinvolto, uno alla mano che non porta la cravatta ma un maglioncino, dicono ne abbia una serie per le diverse occasioni, andremmo a nasconderci. Sarebbe solo un recupero di dignità a fronte di una vigliaccata, segno dell’odio antioperaio che anima chi dirige il più grande gruppo industrial-finanziario con ramificazioni in tanti paese dove il lavoratore conta quanto il due di briscola, privo di tutele, di diritti e costa poco. E con il manager “ moderno”, quasi un riformista, dovrebbero nascondersi, non diciamo arrossire perché non ne sono capaci, tutti quei cialtroni, fra questi anche chi frequenta le istituzioni, che hanno condotto una offensiva di una violenza raramente riscontrabile nella storia sindacale italiana contro gli operai della Fiat, quelli di Pomigliano, di Melfi, di Termini Imerese in primo luogo, senza ovviamente tralasciare Miarafiori, con la Fiom, contro la Cgil.

Il fallimento degli accordi siglati da Cisl e Uil in combutta con il governo
Per un piatto di lenticchie , dopo l’accordo separato con il governo sulla contrattazione, Cisl e Uil hanno siglato un patto scellerato con Marchionne, rinunciando a diritti essenziali, quello di sciopero, quello di ammalarsi.
Hanno condotto una rabbiosa campagna , seguendo le orme della direzione Fiat, a Pomigliano perché Marchionne nella sua libido di potere facesse cappotto nel referendum in cui sai metalmeccanici si chiedeva di scegliere fra il posto di lavora e i diritti garantiti dai contratti, dalle leggi, dalla Costituzione. Da Pomigliano è venuta una lezione di dignità con un buon quaranta per cento che ha rifiutato il ricatto, è sceso in campo aperto, ha detto no. Da Melfi non è mai venuta meno la solidarietà, la lotta, per i diritti, il lavoro, il futuro dell’azienda, del gruppo. Il risultato degli accordi separati, della sciagurata politica del governo, di ministri come Sacconi che non ha tralasciato niente per far vedere quanto grande sia l’odio verso la Cgil, in particolare verso la Fiom. è sotto gli occhi di tutti. Cisl, Uil, governo e Confindustria, firmarono un patto che dovere consentire un netto aumento della produttività e, dei conseguenza, dicevano questi ignoranti che si spacciano per studiosi di politiche industriali, dei salari dei lavoratori. Il risultato: non c’è stato aumento di produttività, i salari non sono cresciuti, la contrattazione di secondo livello, venduta come il toccasana per la ripresa dell’industria, non è masi decollata. Era largamente prevedibile in un paese in cui parte consistente dell’economia si regge sulla piccola e piccolissima impresa ,per non parlare del lavoro nero e del precariato.

Il manager Fiat sogna l’operaio macchina impersonato da Charlot
Fallito quel patto scellerato, il nuovo accordo, quello fra sindacati e Marchionne, sostenuto dal ministro Sacconi, sta dando quei risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Il manager della Fiat, un maniaco della produttività ad ogni costo, sogna l’operaio-macchina, quello di cui Charlot ha dato una immagine memorabile, quell’omino dagli occhi tristi, con i baffetti, che stringe bulloni in modo sempre più veloce, perde il ritmo e per recuperare finisce negli ingranaggi. Marchionne per affermare il suo potere incontrastato anche a fronte di una sentenza di un giudice, paga il salario a tre operai pur che non entrino in fabbrica, non producano. Ma loro, gli assenteisti di cui parla sempre Marchionne, i fannulloni direbbe il ministro Brunetta, guarda caso, vogliono lavorare, rivendicano la dignità di essere lavoratori. La loro presenza ai cancelli della fabbrica di Melfi assume uno straordinario valore simbolico nel paese in cui spadroneggiano le varie “ cricche”, il capo del governo si mette la Costituzione sotto le scarpe, un Marchionne qualsiasi vuol dettare la “ sua” legge, parla perfino uno come il portavoce del Pdl, Capezzone che non ha niente da dire ma lo dice, il capo dei leghisti vuol rompere l’unità d’Italia costruendo la megaregione Padania e in cambio offre a Berlusconi il via libera sulle leggi che gli consentano di eludere i processi in corso. Le loro parole sono un segnale di speranza. Ci dicono che c’è un Italia diversa da quella berlusconiana, un Italia democratica, che non si rassegna, che non ci sta, dove in tanti , tantissimi, la mattina si vogliono alzare e, come dice Giovanni Barozzino, sentirsi uomini, con la loro dignità,i loro diritti, i loro doveri.


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domenica 22 agosto 2010

CAMPO DI GIOVE(AQ): A GRANDE RICHIESTA LUNEDI' 23 AGOSTO SI REPLICA " E..LI CHIAMARONO BRIGANTI"





Come scritto nel nostro precedente comunicato, mercoledì scorso la sala dove si è svolta la proiezione del film "LI CHIAMARONO BRIGANTI"non ha potuto accogliere tutta la grande folla di campogiovesi e turisti che volevano assistere alla proiezione.

Il "Comitato per restituire verità alla storia", nato a Campo di Giove in questi giorni fra residenti, villeggianti e proprietari non residenti, ha perciò proposto al Vice Sindaco della amena località abruzzese , che ha accettato di buon grado, di mettere nuovamente a disposizione la sala di Palazzo Nanni , dove perciò lunedì 23 agosto alle ore 18,00 si proietterà nuovamente il film diretto da Pasquale Squitieri " E..LI CHIAMARONO BRIGANTI".

Come mercoledì scorso l’evento sarà preceduto da un’ introduzione esplicativa sul film e sui fatti storici in esso descritti a cura di Gennaro Pisco,delegato del Movimento Neoborbonico e Responsabile Provinciale di Modena del Partito del Sud
, il cui impegno non viene meno neanche durante il periodo delle ferie estive. Al termine verrà aperto uno spazio al libero dibattito.

L’ingresso è libero come, a breve, speriamo anche il nostro Sud.

Nei prossimi giorni posteremo maggiori ragguagli sul "Comitato per restituire verità alla storia" e sulle sue iniziative, fra le quali la riabilitazione della figura del Partigiano Primiano Marcucci il cosidetto "Brigante di Campo di Giove".

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Come scritto nel nostro precedente comunicato, mercoledì scorso la sala dove si è svolta la proiezione del film "LI CHIAMARONO BRIGANTI"non ha potuto accogliere tutta la grande folla di campogiovesi e turisti che volevano assistere alla proiezione.

Il "Comitato per restituire verità alla storia", nato a Campo di Giove in questi giorni fra residenti, villeggianti e proprietari non residenti, ha perciò proposto al Vice Sindaco della amena località abruzzese , che ha accettato di buon grado, di mettere nuovamente a disposizione la sala di Palazzo Nanni , dove perciò lunedì 23 agosto alle ore 18,00 si proietterà nuovamente il film diretto da Pasquale Squitieri " E..LI CHIAMARONO BRIGANTI".

Come mercoledì scorso l’evento sarà preceduto da un’ introduzione esplicativa sul film e sui fatti storici in esso descritti a cura di Gennaro Pisco,delegato del Movimento Neoborbonico e Responsabile Provinciale di Modena del Partito del Sud
, il cui impegno non viene meno neanche durante il periodo delle ferie estive. Al termine verrà aperto uno spazio al libero dibattito.

L’ingresso è libero come, a breve, speriamo anche il nostro Sud.

Nei prossimi giorni posteremo maggiori ragguagli sul "Comitato per restituire verità alla storia" e sulle sue iniziative, fra le quali la riabilitazione della figura del Partigiano Primiano Marcucci il cosidetto "Brigante di Campo di Giove".

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