sabato 21 agosto 2010

Non serve insultare il Sud


di GIANFRANCO VIESTI

È opinione diffusa che le regioni del Mezzogiorno hanno a propria disposizione immense risorse finanziarie, dai fondi europei e nazionali. Che tali risorse giacciono da molti anni inutilizzate. E che questo accade perché le classi dirigenti del Sud sono composte da cialtroni – come ha elegantemente sostenuto il Ministro dell’Economia – che non sono in grado di programmarle e spenderle. Ed è conseguente convinzione che al Sud siano state destinate sin troppe risorse per lo sviluppo, e che sarebbe opportuno ridurle. Questa opinione rimbalza di bocca in bocca, dalle pagine dei grandi quotidiani nazionali alle opinioni espresse dai rappresentanti politici e di governo. Viene assunta dall’opinione pubblica come una verità indiscussa.

E invece – se a qualcuno interessano ancora i fatti e i numeri – è abbastanza semplice scoprire che è falsa.

Guardiamo al passato recente, e concentriamoci sull’avanzamento finanziario. Prossimamente guarderemo anche al presente e al futuro. Non è questo l’aspetto più importante: ciò che conta davvero è la qualità degli interventi e il loro effetto per il benessere dei cittadini e la competitività delle imprese. Ma occorre occuparsi anche dell’avanzamento finanziario, perché è di questo che si discute molto.

Le risorse per lo sviluppo del Mezzogiorno degli anni scorsi provenivano da due grandi origini: i fondi comunitari; i fondi cosiddetti FAS, cioè nazionali. La domanda è: è vero che queste risorse giacciono inutilizzate, o, peggio, vengono perse? La risposta è no. I fondi europei 2000-06 sono stati integralmente impegnati e spesi, nonostante esistano regole comunitarie piuttosto stringenti circa le tempistiche di utilizzo.
A fine 2008 l’Italia aveva perso, per il mancato rispetto di queste regole, solo 100 milioni di euro, cioè lo 0,33% del totale, percentuale significativamente inferiore alla media europea. Certo, l’avanzamento finanziario è stato ottenuto, soprattutto dai Ministeri, rendicontando progetti “coerenti” già realizzati, ma anche questo è un tema – pur fondamentale – che merita un discorso a sé.

E i fondi FAS? Nella polemica politica si torna spesso su questo aspetto, e si sostiene che giacciono abbandonati nei cassetti delle regioni. Non è così. Il più recente monitoraggio, contenuto nel Rapporto Annuale del Dipartimento per lo Sviluppo (DPS), presentato dal Ministro Fitto lo scorso 15 luglio, illustra la seguente situazione. A partire dal 1999 e fino al 31 dicembre 2009 sono stati programmati interventi nel Mezzogiorno per 51 miliardi di euro; i fondi FAS sono serviti per finanziare poco più di un terzo del costo di questi interventi.

A che punto siamo? Il 27% degli interventi è stato completato. Per il 46% i lavori sono in corso. E per l’11% gli interventi sono stati aggiudicati e prossimi all’avvio. Quindi circa l’85% delle risorse sono state destinate ad interventi già completati o in corso. Il rimanente 15% degli interventi è ancora in fase progettuale, ed in particolare per il 5% non è stata ancora approvata la progettazione preliminare. E’ interessante comparare questi dati con quello che è avvenuto nelle regioni del CentroNord. I dati sono appena migliori. Gli interventi completati sono il 32% (contro 27%); quelli in corso 50% (contro 46%); al contrario gli interventi ancora in fase progettuale sono il 12% (contro il 15%).

Sorpresa! Fra amministratori cialtroni e non cialtroni le differenze sono tutto sommato limitate. E’ interessante, ancora, notare che le cose vanno meno bene nel Mezzogiorno per i grandi progetti infrastrutturali di trasporto – quelli di responsabilità dell’ANAS e delle Ferrovie - per i quali circa un quarto delle risorse è fermo nella fase progettuale degli interventi. Molto migliore l’avanzamento dei progetti che riguardano risorse culturali e naturali. Sono numeri soddisfacenti? Assolutamente no. I tempi che intercorrono fra la programmazione degli interventi e il loro completamento sono lunghissimi. Ma questo accade in tutto il paese. Lo stesso rapporto del DPS ci informa (confermando dati già forniti dall’Associazione Nazionale dei costruttori) che i tempi di attuazione delle opere pubbliche in Italia sono eterni.

Per completare un’opera di valore superiore a 100 milioni di euro occorrono in media oltre 10 anni. Persino per le opere piccolissime, sotto il milione di euro, ci vogliono tre anni e mezzo. Colpa dei meridionali cialtroni? Non proprio. “Il quadro che emerge mostra un’Italia a più facce, nella quale non esiste unicamente la dicotomia Nord-Sud; l’analisi mostra che i ritardi nella realizzazione delle opere interessano sia regioni meridionali (Basilicata, Sicilia, Campania), sia regioni dell’Italia centrale (Umbria, Toscana, Liguria) in chiaro ritardo”.

Conclusione: insultare il Mezzogiorno serve per una facile polemica politica; ma non permette di capire quali sono i veri problemi del paese. Un paese ormai quasi incapace di progettuare e realizzare infrastrutture. Problemi un po’ più intensi al Sud, ma che ne minano complessivamente le prospettive di sviluppo a tutte le latitudini.


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di GIANFRANCO VIESTI

È opinione diffusa che le regioni del Mezzogiorno hanno a propria disposizione immense risorse finanziarie, dai fondi europei e nazionali. Che tali risorse giacciono da molti anni inutilizzate. E che questo accade perché le classi dirigenti del Sud sono composte da cialtroni – come ha elegantemente sostenuto il Ministro dell’Economia – che non sono in grado di programmarle e spenderle. Ed è conseguente convinzione che al Sud siano state destinate sin troppe risorse per lo sviluppo, e che sarebbe opportuno ridurle. Questa opinione rimbalza di bocca in bocca, dalle pagine dei grandi quotidiani nazionali alle opinioni espresse dai rappresentanti politici e di governo. Viene assunta dall’opinione pubblica come una verità indiscussa.

E invece – se a qualcuno interessano ancora i fatti e i numeri – è abbastanza semplice scoprire che è falsa.

Guardiamo al passato recente, e concentriamoci sull’avanzamento finanziario. Prossimamente guarderemo anche al presente e al futuro. Non è questo l’aspetto più importante: ciò che conta davvero è la qualità degli interventi e il loro effetto per il benessere dei cittadini e la competitività delle imprese. Ma occorre occuparsi anche dell’avanzamento finanziario, perché è di questo che si discute molto.

Le risorse per lo sviluppo del Mezzogiorno degli anni scorsi provenivano da due grandi origini: i fondi comunitari; i fondi cosiddetti FAS, cioè nazionali. La domanda è: è vero che queste risorse giacciono inutilizzate, o, peggio, vengono perse? La risposta è no. I fondi europei 2000-06 sono stati integralmente impegnati e spesi, nonostante esistano regole comunitarie piuttosto stringenti circa le tempistiche di utilizzo.
A fine 2008 l’Italia aveva perso, per il mancato rispetto di queste regole, solo 100 milioni di euro, cioè lo 0,33% del totale, percentuale significativamente inferiore alla media europea. Certo, l’avanzamento finanziario è stato ottenuto, soprattutto dai Ministeri, rendicontando progetti “coerenti” già realizzati, ma anche questo è un tema – pur fondamentale – che merita un discorso a sé.

E i fondi FAS? Nella polemica politica si torna spesso su questo aspetto, e si sostiene che giacciono abbandonati nei cassetti delle regioni. Non è così. Il più recente monitoraggio, contenuto nel Rapporto Annuale del Dipartimento per lo Sviluppo (DPS), presentato dal Ministro Fitto lo scorso 15 luglio, illustra la seguente situazione. A partire dal 1999 e fino al 31 dicembre 2009 sono stati programmati interventi nel Mezzogiorno per 51 miliardi di euro; i fondi FAS sono serviti per finanziare poco più di un terzo del costo di questi interventi.

A che punto siamo? Il 27% degli interventi è stato completato. Per il 46% i lavori sono in corso. E per l’11% gli interventi sono stati aggiudicati e prossimi all’avvio. Quindi circa l’85% delle risorse sono state destinate ad interventi già completati o in corso. Il rimanente 15% degli interventi è ancora in fase progettuale, ed in particolare per il 5% non è stata ancora approvata la progettazione preliminare. E’ interessante comparare questi dati con quello che è avvenuto nelle regioni del CentroNord. I dati sono appena migliori. Gli interventi completati sono il 32% (contro 27%); quelli in corso 50% (contro 46%); al contrario gli interventi ancora in fase progettuale sono il 12% (contro il 15%).

Sorpresa! Fra amministratori cialtroni e non cialtroni le differenze sono tutto sommato limitate. E’ interessante, ancora, notare che le cose vanno meno bene nel Mezzogiorno per i grandi progetti infrastrutturali di trasporto – quelli di responsabilità dell’ANAS e delle Ferrovie - per i quali circa un quarto delle risorse è fermo nella fase progettuale degli interventi. Molto migliore l’avanzamento dei progetti che riguardano risorse culturali e naturali. Sono numeri soddisfacenti? Assolutamente no. I tempi che intercorrono fra la programmazione degli interventi e il loro completamento sono lunghissimi. Ma questo accade in tutto il paese. Lo stesso rapporto del DPS ci informa (confermando dati già forniti dall’Associazione Nazionale dei costruttori) che i tempi di attuazione delle opere pubbliche in Italia sono eterni.

Per completare un’opera di valore superiore a 100 milioni di euro occorrono in media oltre 10 anni. Persino per le opere piccolissime, sotto il milione di euro, ci vogliono tre anni e mezzo. Colpa dei meridionali cialtroni? Non proprio. “Il quadro che emerge mostra un’Italia a più facce, nella quale non esiste unicamente la dicotomia Nord-Sud; l’analisi mostra che i ritardi nella realizzazione delle opere interessano sia regioni meridionali (Basilicata, Sicilia, Campania), sia regioni dell’Italia centrale (Umbria, Toscana, Liguria) in chiaro ritardo”.

Conclusione: insultare il Mezzogiorno serve per una facile polemica politica; ma non permette di capire quali sono i veri problemi del paese. Un paese ormai quasi incapace di progettuare e realizzare infrastrutture. Problemi un po’ più intensi al Sud, ma che ne minano complessivamente le prospettive di sviluppo a tutte le latitudini.


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Scuole Tossiche



Fonte:http://current.com/shows/inchieste-italiane/92560407_scuole-tossiche.htm



Alla scoperta dell'ennesima bomba ecologica del mezzogiorno d'Italia, forse la più grave, già esplosa.Tra inchieste in corso, particolari e risvolti inquietanti, dopo gli abissi delle navi dei veleni, cosa c'è sulla terraferma della Calabria da morire?
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Fonte:http://current.com/shows/inchieste-italiane/92560407_scuole-tossiche.htm



Alla scoperta dell'ennesima bomba ecologica del mezzogiorno d'Italia, forse la più grave, già esplosa.Tra inchieste in corso, particolari e risvolti inquietanti, dopo gli abissi delle navi dei veleni, cosa c'è sulla terraferma della Calabria da morire?
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Economia: Italia indietro tutta. Il fallimento dell'era Berlusconi

di Fulvio Lo Cicero

L’Ocse certifica il ristagno italiano, mentre i Paesi sviluppati agganciano la ripresa. Un Governo latitante, senza una politica economica, caratterizzato dal totale immobilismo del ministro Giulio Tremonti

ROMA – Ora che i dati diffusi dall’Ocse (l’Organizzazione internazionale per la Cooperazione economica) mostrano con evidenza come l’Italia risulti, sul piano della crescita economica, il fanalino di coda del mondo sviluppato e dell’Europa in particolare, escludendo Grecia, Spagna e Portogallo, forse qualche riflessione “indipendente” rispetto ai proclami trasmessi dalle televisioni di regime sarà il caso di farla. Certo, non può stupire il fatto che la Germania abbia fatto segnare una crescita del prodotto interno lordo pari al 2,2%, mentre il nostro Paese si blocca sullo 0,4% (che su base annua diventa l’,1,1%). Da quando esiste l’Europa unita, cioè dai Trattati di Roma del marzo 1957, il colosso tedesco ha sempre guidato il carro economico del Vecchio Continente. Ciò che invece deve essere rimarcato – come dimostrazione, segnalata da almeno un anno dagli analisti non implicati nel regime berlusconiano, dell’assenza di una politica economica adeguata – è il ristagno italiano, in presenza peraltro di un’inflazione in netta ripresa, che colloca il Paese dietro anche alla Francia e al Regno Unito.

Italia: una crescita debole, una produttività calante

La media registrata nella crescita della ricchezza prodotta dai 32 Paesi appartenenti all’area Ocse è stata pari, nel secondo trimestre del 2010, allo 0,7%. Quindi lo 0,4% italiano è inferiore a questa media. Su base annua, il nostro Paese ha registrato la media più bassa (+1,1% contro il 3,7% della Germania). Ovviamente, il dinamismo mostrato dall’economia tedesca si è immediatamente riflesso sull’occupazione che, sempre nel secondo trimestre 2010, ha guadagnato 72 mila unità di lavoro, raggiungendo la soglia di 40,3 milioni, una cifra molto vicina al record di 40,7 milioni del 2008, cioè prima dello scoppiare della crisi. Con riferimento al primo trimestre del 2010, l’occupazione italiana continua, invece, a calare (-0,9%, cioè oltre 200 mila unità in meno). Il tasso di occupazione complessivo nel nostro Paese è pari al 56,6%, con una flessione di otto decimi di punto rispetto allo stesso periodo del 2009, così come il numero di persone in cerca di prima occupazione aumenta del 14,7% rispetto ad un anno fa. Numeri che non hanno bisogno di commenti.

La totale assenza di un Governo che diriga la politica economica italiana (basti pensare al fatto che da oltre tre mesi è vacante la carica di ministro delle attività produttive, dopo le dimissioni di Scajola, cioè un ministero centrale nella struttura istituzionale della nostra economia) ha prodotto e continua a produrre il disastro dell’era berlusconiana, incarnata alla perfezione da Giulio Tremonti. I principali indicatori economici italiani mostrano la dimensione di questa disfatta. In Italia, la bassa crescita economica continua a coniugarsi con una produttività del lavoro in caduta libera, connessa a quella che gli economisti denominano “total factor productivity” (cioè il complesso dei fattori che accrescono la produttività a prescindere dal capitale e dal lavoro, quindi si tratta del contesto produttivo e istituzionale di un Paese). Sempre secondo dati di fonte Ocse, fra 2001 e 2008, l’Italia è buon ultima rispetto al resto dei Paesi membri. Se poi si considera il periodo che fa dal 2008 ad oggi, il tasso di produttività globale (quindi, non solamente quella legata al lavoro) ha subito una diminuzione del 3,4%.

Il disastro del Governo Berlusconi-Tremonti

Così come accadde nel periodo successivo al 2001, quando il ministro Giulio Tremonti non seppe fare altro che richiamarsi alla crisi economica causata dall’attentato alle “Twin Towers”, anche quando gli altri Paesi europei l’avevano oramai superata da un pezzo, ancora oggi lui e i corifei a pagamento delle truppe berlusconiane non sanno farfugliare di meglio. Ma la realtà li smentisce clamorosamente. L’Italia sta dimostrando che il fatto di non essere quasi fallita, come la Grecia, non significa altro che essa non è in grado di partecipare da protagonista sulla scena economica internazionale e la sua capacità di creare ricchezza è inferiore di meno della metà rispetto al mondo sviluppato. E la colpa non può più essere attribuita alla crisi mondiale, una volta che questa è trapassata.

L’andamento delle esportazioni

Paradossalmente, la dimostrazione della totale assenza di una politica economica nel nostro Paese è fornito proprio dai dati sulle esportazioni, che il regime berlusconiano ha evidenziato con urla di gioia. Esse sono aumentate del 22,8% rispetto ad un anno fa ma la crescita avviene proprio in un settore dove le decisioni del Governo nazionale non incidono per niente, perché le esportazioni dipendono ovviamente dalla domanda estera (che è in crescita). Inoltre, l’ultimo Rapporto 2009-2010 dell’Istituto per il commercio estero mostra come la gran parte della produzione italiana venduta sui mercati internazionali proviene da piccolissime aziende, con un fatturato da export non superiore ai 750 mila euro. Imprese dove maggiore è la decrescita della competitività internazionale e che sono dunque più soggette ai colpi della concorrenza nel settore dei manufatti a bassa intensità tecnologica. Un tessuto produttivo assai debole, a favore dei quali i vari Governi berlusconiani-tremontiani non hanno saputo fare altro che operazioni di propaganda senza grandi effetti reali (come la semplificazione burocratica per la costituzione di nuove imprese), aumentando invece la pressione tributaria complessiva.


Fonte:Dazebao


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di Fulvio Lo Cicero

L’Ocse certifica il ristagno italiano, mentre i Paesi sviluppati agganciano la ripresa. Un Governo latitante, senza una politica economica, caratterizzato dal totale immobilismo del ministro Giulio Tremonti

ROMA – Ora che i dati diffusi dall’Ocse (l’Organizzazione internazionale per la Cooperazione economica) mostrano con evidenza come l’Italia risulti, sul piano della crescita economica, il fanalino di coda del mondo sviluppato e dell’Europa in particolare, escludendo Grecia, Spagna e Portogallo, forse qualche riflessione “indipendente” rispetto ai proclami trasmessi dalle televisioni di regime sarà il caso di farla. Certo, non può stupire il fatto che la Germania abbia fatto segnare una crescita del prodotto interno lordo pari al 2,2%, mentre il nostro Paese si blocca sullo 0,4% (che su base annua diventa l’,1,1%). Da quando esiste l’Europa unita, cioè dai Trattati di Roma del marzo 1957, il colosso tedesco ha sempre guidato il carro economico del Vecchio Continente. Ciò che invece deve essere rimarcato – come dimostrazione, segnalata da almeno un anno dagli analisti non implicati nel regime berlusconiano, dell’assenza di una politica economica adeguata – è il ristagno italiano, in presenza peraltro di un’inflazione in netta ripresa, che colloca il Paese dietro anche alla Francia e al Regno Unito.

Italia: una crescita debole, una produttività calante

La media registrata nella crescita della ricchezza prodotta dai 32 Paesi appartenenti all’area Ocse è stata pari, nel secondo trimestre del 2010, allo 0,7%. Quindi lo 0,4% italiano è inferiore a questa media. Su base annua, il nostro Paese ha registrato la media più bassa (+1,1% contro il 3,7% della Germania). Ovviamente, il dinamismo mostrato dall’economia tedesca si è immediatamente riflesso sull’occupazione che, sempre nel secondo trimestre 2010, ha guadagnato 72 mila unità di lavoro, raggiungendo la soglia di 40,3 milioni, una cifra molto vicina al record di 40,7 milioni del 2008, cioè prima dello scoppiare della crisi. Con riferimento al primo trimestre del 2010, l’occupazione italiana continua, invece, a calare (-0,9%, cioè oltre 200 mila unità in meno). Il tasso di occupazione complessivo nel nostro Paese è pari al 56,6%, con una flessione di otto decimi di punto rispetto allo stesso periodo del 2009, così come il numero di persone in cerca di prima occupazione aumenta del 14,7% rispetto ad un anno fa. Numeri che non hanno bisogno di commenti.

La totale assenza di un Governo che diriga la politica economica italiana (basti pensare al fatto che da oltre tre mesi è vacante la carica di ministro delle attività produttive, dopo le dimissioni di Scajola, cioè un ministero centrale nella struttura istituzionale della nostra economia) ha prodotto e continua a produrre il disastro dell’era berlusconiana, incarnata alla perfezione da Giulio Tremonti. I principali indicatori economici italiani mostrano la dimensione di questa disfatta. In Italia, la bassa crescita economica continua a coniugarsi con una produttività del lavoro in caduta libera, connessa a quella che gli economisti denominano “total factor productivity” (cioè il complesso dei fattori che accrescono la produttività a prescindere dal capitale e dal lavoro, quindi si tratta del contesto produttivo e istituzionale di un Paese). Sempre secondo dati di fonte Ocse, fra 2001 e 2008, l’Italia è buon ultima rispetto al resto dei Paesi membri. Se poi si considera il periodo che fa dal 2008 ad oggi, il tasso di produttività globale (quindi, non solamente quella legata al lavoro) ha subito una diminuzione del 3,4%.

Il disastro del Governo Berlusconi-Tremonti

Così come accadde nel periodo successivo al 2001, quando il ministro Giulio Tremonti non seppe fare altro che richiamarsi alla crisi economica causata dall’attentato alle “Twin Towers”, anche quando gli altri Paesi europei l’avevano oramai superata da un pezzo, ancora oggi lui e i corifei a pagamento delle truppe berlusconiane non sanno farfugliare di meglio. Ma la realtà li smentisce clamorosamente. L’Italia sta dimostrando che il fatto di non essere quasi fallita, come la Grecia, non significa altro che essa non è in grado di partecipare da protagonista sulla scena economica internazionale e la sua capacità di creare ricchezza è inferiore di meno della metà rispetto al mondo sviluppato. E la colpa non può più essere attribuita alla crisi mondiale, una volta che questa è trapassata.

L’andamento delle esportazioni

Paradossalmente, la dimostrazione della totale assenza di una politica economica nel nostro Paese è fornito proprio dai dati sulle esportazioni, che il regime berlusconiano ha evidenziato con urla di gioia. Esse sono aumentate del 22,8% rispetto ad un anno fa ma la crescita avviene proprio in un settore dove le decisioni del Governo nazionale non incidono per niente, perché le esportazioni dipendono ovviamente dalla domanda estera (che è in crescita). Inoltre, l’ultimo Rapporto 2009-2010 dell’Istituto per il commercio estero mostra come la gran parte della produzione italiana venduta sui mercati internazionali proviene da piccolissime aziende, con un fatturato da export non superiore ai 750 mila euro. Imprese dove maggiore è la decrescita della competitività internazionale e che sono dunque più soggette ai colpi della concorrenza nel settore dei manufatti a bassa intensità tecnologica. Un tessuto produttivo assai debole, a favore dei quali i vari Governi berlusconiani-tremontiani non hanno saputo fare altro che operazioni di propaganda senza grandi effetti reali (come la semplificazione burocratica per la costituzione di nuove imprese), aumentando invece la pressione tributaria complessiva.


Fonte:Dazebao


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Eugenio Bennato e i Briganti Emigranti


http://www.youtube.com/watch?v=ZEGvZqDsKgo

Eugenio Bennato ospite a Sorrento della rassegna Suoni del Mediterrraneo parla del Risorgimento, delle "ragioni dei vinti", della questione meridionale, della necessità del Mezzogiorno di rivendicare identità e radici.
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http://www.youtube.com/watch?v=ZEGvZqDsKgo

Eugenio Bennato ospite a Sorrento della rassegna Suoni del Mediterrraneo parla del Risorgimento, delle "ragioni dei vinti", della questione meridionale, della necessità del Mezzogiorno di rivendicare identità e radici.

venerdì 20 agosto 2010

I dimenticati d'Abruzzo

di Fabrizio Gatti

Centri storici abbandonati, strade invase dalle macerie, 30 mila ancora sfollati, 15 mila senza lavoro. Nuovi alloggi già deteriorati. Viaggio nei luoghi martoriati dal terremoto. Sedici mesi dopo le scosse

Fonte:L'Espresso del 19/08/2010

Il centro di Sant Eusanio Forconese foto di Fabrizio GattiIl centro di Sant'Eusanio Forconese
foto di Fabrizio Gatti
Qualcuno ha chiamato per nostalgia il numero della sua casa pericolante. E un bel giorno ha sentito rispondere. "Chi parla?". "Chi parla? Ma chi sei tu?". Quello dell'Aquila è stato il primo grande disastro italiano nell'era della comunicazione. E la comunicazione non può aspettare. È per questo che Telecom, secondo quanto è stato detto ad alcuni sfollati dallo sportello clienti, sta assegnando ad altri i numeri dei contratti sospesi dopo il terremoto.

Comincia così l'oblio. Ti cancellano dall'elenco telefonico. Non dalle bollette di abbonamenti tv, luce, gas che continuano ad arrivare. Almeno in città c'è il popolo delle carriole a tenere vivo il ricordo su cosa non è stato fatto. Ma nei paesi della provincia come Sant'Eusanio Forconese, Castelnuovo, Poggio Picenze i centri storici sono giorno dopo giorno sempre più estranei. Sempre più lontani dalla quotidianità. Immagini spettrali di un mondo ora rinchiuso dentro le facciate di legno pressato delle new town. Ci siamo giocati anche la seconda estate per avviare i lavori. Tra un mese in Abruzzo arriveranno il freddo e il maltempo. Se ne riparla dopo il prossimo inverno. E nessuno può ancora prevedere quando torneranno abitabili quei comuni: il 2015, il 2030, mai?

Lo show ha funzionato. Hanno dato appartamenti dignitosi e casette di legno a 18 mila persone e, a guardarle dal resto dell'Italia, sembra che tutti abbiano avuto un tetto. Invece il grosso resta ancora da fare. Rimuovere le macerie, avviare la ricostruzione vera nei centri storici, i più colpiti. E soprattutto riportare in città quanti si trovano nelle stesse condizioni di sedici mesi fa: 15 mila senza lavoro e 30 mila sfollati di cui 3.500 ospitati ancora negli alberghi sulla costa adriatica, secondo i dati calcolati a inizio agosto dal Comune dell'Aquila. Da quando il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, ha passato i poteri di commissario delegato al presidente della Regione, Gianni Chiodi, i cittadini abruzzesi sperimentano ogni giorno cosa significhi il motto stampato sullo stemma del capoluogo: "Immota manet" c'è scritto, resta ferma. E infatti nei centri storici dei paesi non si muove nulla. Scavalcate le transenne che sbarrano le strade ci si ritrova a camminare su macerie e pezzi d'arredamento calcificati. Si fatica a capire dove finivano le case e cominciavano le vie. Erbacce e rovi ricoprono di verde e fiori selvatici la distruzione. Uno specchio rotto appeso alla parete. Un triciclo schiacciato dalle pietre. La culla di un bimbo. Lo scricchiolio di una persiana sbattuta dal vento. Si sale e si scende tra cumuli e voragini. Un odore umido di cantina e sabbia bagnata si diffonde dalle finestre senza vetri. A Poggio Picenze la foto di quella notte è immortalata nei panni stesi ad asciugare al balcone di una casa che non c'è più. Un lavandino continua a gocciolare. Il lampione stradale ti guarda dal basso, piegato in due, spento per sempre un anno e quattro mesi fa.

I nomi delle piazze li leggi sulle targhe ad altezza di polpacci. Decine di facciate sono pronte a crollare. Come a Sant'Eusanio, paese di Mimmo Srour, 62 anni, titolare a L'Aquila di uno studio di ingegneria civile, messo a capo all'assessorato provinciale alla Ricostruzione inventato per l'occasione dalla giunta di centrodestra. L'assessore Srour prima del disastro stava con il centrosinistra. Ora è accusato dal Pd locale di essere il responsabile della sconfitta della presidente uscente, Stefania Pezzopane. Il terremoto non sbriciola soltanto il cemento. E poi c'è il peso prevedibile del prossimo inverno, il secondo. La neve, il ghiaccio, le infiltrazioni d'acqua. Senza lavori di consolidamento, anche le case soltanto danneggiate stanno via via cadendo. Il centro di Sant'Eusanio è fermo all'alba del 6 aprile 2009: a parte le erbacce e i cespugli di lavanda, lo scenario è lo stesso di quando la prima luce del giorno mostrò ai sopravvissuti cosa era rimasto. Hanno puntellato solo la chiesa e, per proteggere gli operai, gli edifici della piazza. Nel farlo, si sono lasciati prendere la mano. Hanno montato tralicci e puntelli a ridosso della canonica. Senza considerare che andava demolita. La canonica ora non c'è più e l'immenso castello di metallo è rimasto lì a sostenere l'aria tersa di fine estate. Uno spreco: un tubo zincato venduto in esclusiva dalle Acciaierie Marcegaglia costa 3,40 euro al metro, i giunti cardanici 1,98. Puntellare una villa può valere 60 mila euro. Un palazzo 500 mila. Sempre soldi pubblici.
Hanno chiuso l'emergenza, assegnato le case provvisorie, provato a far scendere il silenzio. In Abruzzo ci vorrebbe un buon assessore alla Protezione civile per affrontare quanto resta da fare. Ma l'assessore regionale che ha gestito il terremoto, Daniela Stati, 38 anni, Pdl, si è dimesso il 2 agosto per un diamante da 15 mila euro ricevuto in regalo, secondo la Procura dell'Aquila, dopo aver sponsorizzato una società pubblica partecipata da Finmeccanica. È un momento difficile. Quello dell'oblio. Il passaggio alla quotidianità dell'attesa che non ha fine. Quel periodo di transizione che nei paesi siciliani del Belice è diventato sinonimo di fallimento. In Irpinia un'occasione per camorra e malaffare. In Friuli, in Umbria e nelle Marche un motivo di orgoglio. Gli estremi dell'Italia di sempre. È adesso che si diventa terremotati. Vivere con le solite camicie addosso. Abitare in case provvisorie. Usare sedie, tavoli, letti provvisori. E ritrovarsi con l'essere davvero provvisori.

I tubi dell acqua esposti al gelo nella new town di Collebrincioni foto di Fabrizio GattiI tubi dell'acqua esposti al gelo
nella new town di Collebrincioni
foto di Fabrizio Gatti
L'oblio è anche scoprire che la Telecom ha assegnato il numero di telefono della tua casa crollata o danneggiata ad altri abbonati. "È successo a molti. Anche a un nostro cugino", racconta Nello Cozzolino, 52 anni, di Castelnuovo, frazione di San Pio delle Camere, paese dell'ex presidente del Senato Franco Marini: "Lui voleva trasferire il suo numero di telefono nella casa provvisoria dove è stata trasferita la sua famiglia. Alla Telecom gli hanno detto che non era possibile perché quel numero non è più disponibile. L'hanno assegnato ad altri abbonati". Nello Cozzolino ora lavora come cuoco al self-service di un distributore di benzina. La sera del 5 aprile 2009 era ancora uno chef, proprietario del ristorante "La cabina" con la moglie Stefania Maurizi, 55 anni, insegnante precaria di inglese. Nello era conosciuto nella zona come il re dello zafferano per i piatti che proponeva e in agosto il loro antico locale sulla statale 17 diventava la casa del blues, crocevia di musicisti e appassionati. Il ristorante va demolito. Quando? "Boh", risponde Cozzolino, che adesso abita con la moglie e il figlio di 16 anni in un Map, i moduli abitativi provvisori, cioè le casette di legno a un piano disseminate in provincia. Sono meno spaziose, meno robuste delle palazzine prefabbricate di tre piani su piastra antisismica in cemento armato costruite per 15 mila sfollati del centro storico dell'Aquila.

"Il problema non è solo la ricostruzione che non parte. Il problema di tutti i giorni sono le bollette, le rate che devi pagare per cose che non possiediamo più, in base a un reddito che non abbiamo più", spiega Cozzolino: "Dicono che con il terremoto le banche avrebbero sospeso i mutui. Non è vero: io avevo rate di 800 euro al mese. Hanno sospeso la restituzione del capitale. Ma preteso gli interessi, 170 euro al mese, che ho continuato a pagare anche quando vivevamo in tenda. E da novembre ricomincio con il capitale". La vecchia vita, quella cancellata con la scossa delle 3.32, continua a bussare: "Un altro caso", racconta lo chef dello zafferano, "è l'abbonamento a Sky. Sembra impossibile disdire il contratto e per due volte mi hanno chiesto gli arretrati. Da settembre a maggio mi sono poi arrivate sette bollette della luce con cui mi si chiedeva per ogni bolletta di pagare 720 euro, calcolati in base ai consumi precedenti del ristorante. Non c'era verso di fargliela capire che la corrente era stata staccata la mattina del 6 aprile. Alla fine ho detto: venite a piombare il contatore così vedete cosa mi è successo. Il guaio è che se non risolvi la questione non puoi aprire nuovi contratti. Alla fine mi hanno scontato sette bollette di conguaglio con segno meno".

I Map sono costati come chalet di montagna. A Sant'Eusanio Forconese hanno un soffitto alto, travi robuste. Ma quelli consegnati la scorsa primavera stanno perdendo l'intonaco. Oppure gli strati di isolante si sfogliano come pelle scottata. Le casette di Castelnuovo e Poggio Picenze, costruite per ultime e assegnate quattro mesi fa, sono già fragili. Il rischio è che perdano presto il nome avveniristico di Map inventato dalla Protezione civile e diventino semplicemente baracche. "E queste non hanno ancora affrontato il primo inverno" osserva Stefania Pace, 42 anni, impiegata alle Poste, davanti alla sua casa di legno in via Sacco e Vanzetti a Poggio Picenze, dove ora vive con il marito e due figli. Lei si è salvata perché ha creduto all'allarme lanciato da Giampaolo Giuliani, il tecnico di laboratorio che aveva previsto le scosse misurando l'aumento di gas radon. Le ultime ore prima del disastro le ha passate con un'amica a Paganica: a convincere decine di persone a uscire all'aperto dopo che un volontario del paese con la giacca della Protezione civile le aveva rimandate a casa a dormire.
La sua è tra le storie raccontate nel libro "Ju tarramutu" (Casaleggio associati) di Samanta Di Persio, 30 anni, pure lei sfollata a Coppito. "Su di noi pesa ancora la sfiducia per l'allarme sottovalutato dalla commissione Grandi rischi e dalla Protezione civile", dice Stefania Pace: "Lo scemo era Giuliani, l'hanno denunciato per procurato allarme. Ma come facciamo a fidarci? Quante persone avrebbero potuto salvare?". Anche a Poggio Picenze continuano ad arrivare bollette: "La mia casa", la indica Stefania, "è nel centro dichiarato inagibile. Ma l'azienda del gas mi ha mandato una bolletta per tutto il 2009 in base a consumi ipotetici: 1.377 euro nonostante i rubinetti siano chiusi da sedici mesi. È come se il mondo fuori non volesse rendersi conto che qui c'è stato un terremoto".

La ricostruzione non parte, secondo il senatore abruzzese del Pd, Giovanni Legnini, 51 anni, perché la legge approvata è sbagliata. È tutto spiegato in una proposta di "indagine conoscitiva" presentata in commissione Bilancio. L'articolo 3 del decreto legge 39 del 2009 prevede finanziamenti soltanto per la prima casa. Non sono previsti aiuti pubblici per le seconde case, gli uffici, le imprese, i negozi, gli ambulatori e le varie attività sparse sul territorio: "Non è che in una città ci sia il quartiere delle prime case, quello delle seconde, quello degli uffici", osserva Legnini: "Il territorio va affrontato in modo integrato. Va modificato l'articolo 3, subito alla ripresa a settembre. Altrimenti nei centri storici non si ricostruisce nulla".

C'è poi un dilemma che sembra accademico. Invece è un altro grosso ostacolo: "Entro novembre prevedo che a L'Aquila metà degli sfollati torni nelle case B e C, quelle meno danneggiate, esterne al centro storico, dove i lavori procedono. Il problema è per i costi superiori al milione di euro", osserva Massimo Cialente, 58 anni, sindaco Pd dell'Aquila, "la legge non dice se il finanziamento sia un indennizzo o un contributo. Perché se è un indennizzo i cittadini possono assegnare direttamente i lavori. Se invece è un contributo, i proprietari privati devono scegliere le imprese attraverso gare d'appalto europee. E non si finirebbe più. Ho chiesto a Roma: dite che è un indennizzo. L'occasione era la legge finanziaria. Ma il governo non si è ancora pronunciato". In realtà il 27 luglio il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha firmato un'importante direttiva per la Protezione civile, su proposta di Bertolaso. Ma non riguarda la ricostruzione: stabilisce invece che il dipartimento che dovrebbe proteggere i cittadini dal rischio calamità torni a occuparsi di grandi eventi e relativi contratti come le regate veliche, i mondiali di nuoto, le visite del Papa, i 150 anni dell'Unità d'Italia, l'Expo 2015 a Milano.

È facile immaginare il caos delle gare d'appalto da organizzare per ogni palazzo da ricostruire. I proprietari devono consorziarsi. Poi nominare l'Angelo Balducci della situazione, da scegliere tra gli amministratori di condominio e i commercialisti. E affidargli la cassa dei lavori. Sono incarichi che hanno un costo: almeno il 2 per cento del valore dell'opera, per una ricostruzione stimata soltanto per i danni a edifici privati poco al di sotto dei dieci miliardi. In ballo per amministratori e commercialisti c'è un malloppo di 200 milioni solo per la gestione delle gare. E forse è proprio per questo che il governo non ha ancora risposto al sindaco Cialente.

In città anche i nuovi quartieri del progetto Case voluto da Berlusconi mostrano già qualche difetto. Forse si è risparmiato troppo sulle guarnizioni: "È vero che non dormiamo nei container. Ma i tubi dell'acqua perdono ovunque", dice Mario Dodi, 72 anni, a Cese di Preturo: "Gli isolanti antigelo li hanno sostituiti con fogli di carta stagnola e con il freddo i tubi scoppiano. L'ascensore tutto in vetro poi è proprio adatto al clima. D'inverno si blocca per il ghiaccio. D'estate è un forno a 43 gradi. Giorni fa un vecchietto è rimasto imprigionato dentro per mezza giornata. Nessuna impresa di manutenzione veniva a liberarlo, ho dovuto chiamare il 113". Le 185 palazzine in legno, cartongesso e prefabbricato sono costate 792 milioni, sul miliardo 107 milioni finora spesi per gli alloggi provvisori. Sono 192 milioni in più rispetto alle previsioni presentate a Palazzo Chigi dai coordinatori del progetto, Vincenzo Spaziante e Gian Michele Calvi. Spesa che comprende i piatti di porcellana, le sedie di alto design e i dolci. Che c'entrano i dolci con i soldi per la ricostruzione? Così ha voluto lo show per la consegna alle prime 500 famiglie: 17.050 euro in dolciumi, 10.092 per il coffe-break e il buffet, 1.887 euro per le 50 bandiere tricolore, 4.590 euro per il pranzo con Berlusconi e il suo seguito, 12.210 euro per comprare mille confezioni di torrone e di cantucci alle mandorle.
Fonte:L'Espressodel 19/08/2010

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di Fabrizio Gatti

Centri storici abbandonati, strade invase dalle macerie, 30 mila ancora sfollati, 15 mila senza lavoro. Nuovi alloggi già deteriorati. Viaggio nei luoghi martoriati dal terremoto. Sedici mesi dopo le scosse

Fonte:L'Espresso del 19/08/2010

Il centro di Sant Eusanio Forconese foto di Fabrizio GattiIl centro di Sant'Eusanio Forconese
foto di Fabrizio Gatti
Qualcuno ha chiamato per nostalgia il numero della sua casa pericolante. E un bel giorno ha sentito rispondere. "Chi parla?". "Chi parla? Ma chi sei tu?". Quello dell'Aquila è stato il primo grande disastro italiano nell'era della comunicazione. E la comunicazione non può aspettare. È per questo che Telecom, secondo quanto è stato detto ad alcuni sfollati dallo sportello clienti, sta assegnando ad altri i numeri dei contratti sospesi dopo il terremoto.

Comincia così l'oblio. Ti cancellano dall'elenco telefonico. Non dalle bollette di abbonamenti tv, luce, gas che continuano ad arrivare. Almeno in città c'è il popolo delle carriole a tenere vivo il ricordo su cosa non è stato fatto. Ma nei paesi della provincia come Sant'Eusanio Forconese, Castelnuovo, Poggio Picenze i centri storici sono giorno dopo giorno sempre più estranei. Sempre più lontani dalla quotidianità. Immagini spettrali di un mondo ora rinchiuso dentro le facciate di legno pressato delle new town. Ci siamo giocati anche la seconda estate per avviare i lavori. Tra un mese in Abruzzo arriveranno il freddo e il maltempo. Se ne riparla dopo il prossimo inverno. E nessuno può ancora prevedere quando torneranno abitabili quei comuni: il 2015, il 2030, mai?

Lo show ha funzionato. Hanno dato appartamenti dignitosi e casette di legno a 18 mila persone e, a guardarle dal resto dell'Italia, sembra che tutti abbiano avuto un tetto. Invece il grosso resta ancora da fare. Rimuovere le macerie, avviare la ricostruzione vera nei centri storici, i più colpiti. E soprattutto riportare in città quanti si trovano nelle stesse condizioni di sedici mesi fa: 15 mila senza lavoro e 30 mila sfollati di cui 3.500 ospitati ancora negli alberghi sulla costa adriatica, secondo i dati calcolati a inizio agosto dal Comune dell'Aquila. Da quando il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, ha passato i poteri di commissario delegato al presidente della Regione, Gianni Chiodi, i cittadini abruzzesi sperimentano ogni giorno cosa significhi il motto stampato sullo stemma del capoluogo: "Immota manet" c'è scritto, resta ferma. E infatti nei centri storici dei paesi non si muove nulla. Scavalcate le transenne che sbarrano le strade ci si ritrova a camminare su macerie e pezzi d'arredamento calcificati. Si fatica a capire dove finivano le case e cominciavano le vie. Erbacce e rovi ricoprono di verde e fiori selvatici la distruzione. Uno specchio rotto appeso alla parete. Un triciclo schiacciato dalle pietre. La culla di un bimbo. Lo scricchiolio di una persiana sbattuta dal vento. Si sale e si scende tra cumuli e voragini. Un odore umido di cantina e sabbia bagnata si diffonde dalle finestre senza vetri. A Poggio Picenze la foto di quella notte è immortalata nei panni stesi ad asciugare al balcone di una casa che non c'è più. Un lavandino continua a gocciolare. Il lampione stradale ti guarda dal basso, piegato in due, spento per sempre un anno e quattro mesi fa.

I nomi delle piazze li leggi sulle targhe ad altezza di polpacci. Decine di facciate sono pronte a crollare. Come a Sant'Eusanio, paese di Mimmo Srour, 62 anni, titolare a L'Aquila di uno studio di ingegneria civile, messo a capo all'assessorato provinciale alla Ricostruzione inventato per l'occasione dalla giunta di centrodestra. L'assessore Srour prima del disastro stava con il centrosinistra. Ora è accusato dal Pd locale di essere il responsabile della sconfitta della presidente uscente, Stefania Pezzopane. Il terremoto non sbriciola soltanto il cemento. E poi c'è il peso prevedibile del prossimo inverno, il secondo. La neve, il ghiaccio, le infiltrazioni d'acqua. Senza lavori di consolidamento, anche le case soltanto danneggiate stanno via via cadendo. Il centro di Sant'Eusanio è fermo all'alba del 6 aprile 2009: a parte le erbacce e i cespugli di lavanda, lo scenario è lo stesso di quando la prima luce del giorno mostrò ai sopravvissuti cosa era rimasto. Hanno puntellato solo la chiesa e, per proteggere gli operai, gli edifici della piazza. Nel farlo, si sono lasciati prendere la mano. Hanno montato tralicci e puntelli a ridosso della canonica. Senza considerare che andava demolita. La canonica ora non c'è più e l'immenso castello di metallo è rimasto lì a sostenere l'aria tersa di fine estate. Uno spreco: un tubo zincato venduto in esclusiva dalle Acciaierie Marcegaglia costa 3,40 euro al metro, i giunti cardanici 1,98. Puntellare una villa può valere 60 mila euro. Un palazzo 500 mila. Sempre soldi pubblici.
Hanno chiuso l'emergenza, assegnato le case provvisorie, provato a far scendere il silenzio. In Abruzzo ci vorrebbe un buon assessore alla Protezione civile per affrontare quanto resta da fare. Ma l'assessore regionale che ha gestito il terremoto, Daniela Stati, 38 anni, Pdl, si è dimesso il 2 agosto per un diamante da 15 mila euro ricevuto in regalo, secondo la Procura dell'Aquila, dopo aver sponsorizzato una società pubblica partecipata da Finmeccanica. È un momento difficile. Quello dell'oblio. Il passaggio alla quotidianità dell'attesa che non ha fine. Quel periodo di transizione che nei paesi siciliani del Belice è diventato sinonimo di fallimento. In Irpinia un'occasione per camorra e malaffare. In Friuli, in Umbria e nelle Marche un motivo di orgoglio. Gli estremi dell'Italia di sempre. È adesso che si diventa terremotati. Vivere con le solite camicie addosso. Abitare in case provvisorie. Usare sedie, tavoli, letti provvisori. E ritrovarsi con l'essere davvero provvisori.

I tubi dell acqua esposti al gelo nella new town di Collebrincioni foto di Fabrizio GattiI tubi dell'acqua esposti al gelo
nella new town di Collebrincioni
foto di Fabrizio Gatti
L'oblio è anche scoprire che la Telecom ha assegnato il numero di telefono della tua casa crollata o danneggiata ad altri abbonati. "È successo a molti. Anche a un nostro cugino", racconta Nello Cozzolino, 52 anni, di Castelnuovo, frazione di San Pio delle Camere, paese dell'ex presidente del Senato Franco Marini: "Lui voleva trasferire il suo numero di telefono nella casa provvisoria dove è stata trasferita la sua famiglia. Alla Telecom gli hanno detto che non era possibile perché quel numero non è più disponibile. L'hanno assegnato ad altri abbonati". Nello Cozzolino ora lavora come cuoco al self-service di un distributore di benzina. La sera del 5 aprile 2009 era ancora uno chef, proprietario del ristorante "La cabina" con la moglie Stefania Maurizi, 55 anni, insegnante precaria di inglese. Nello era conosciuto nella zona come il re dello zafferano per i piatti che proponeva e in agosto il loro antico locale sulla statale 17 diventava la casa del blues, crocevia di musicisti e appassionati. Il ristorante va demolito. Quando? "Boh", risponde Cozzolino, che adesso abita con la moglie e il figlio di 16 anni in un Map, i moduli abitativi provvisori, cioè le casette di legno a un piano disseminate in provincia. Sono meno spaziose, meno robuste delle palazzine prefabbricate di tre piani su piastra antisismica in cemento armato costruite per 15 mila sfollati del centro storico dell'Aquila.

"Il problema non è solo la ricostruzione che non parte. Il problema di tutti i giorni sono le bollette, le rate che devi pagare per cose che non possiediamo più, in base a un reddito che non abbiamo più", spiega Cozzolino: "Dicono che con il terremoto le banche avrebbero sospeso i mutui. Non è vero: io avevo rate di 800 euro al mese. Hanno sospeso la restituzione del capitale. Ma preteso gli interessi, 170 euro al mese, che ho continuato a pagare anche quando vivevamo in tenda. E da novembre ricomincio con il capitale". La vecchia vita, quella cancellata con la scossa delle 3.32, continua a bussare: "Un altro caso", racconta lo chef dello zafferano, "è l'abbonamento a Sky. Sembra impossibile disdire il contratto e per due volte mi hanno chiesto gli arretrati. Da settembre a maggio mi sono poi arrivate sette bollette della luce con cui mi si chiedeva per ogni bolletta di pagare 720 euro, calcolati in base ai consumi precedenti del ristorante. Non c'era verso di fargliela capire che la corrente era stata staccata la mattina del 6 aprile. Alla fine ho detto: venite a piombare il contatore così vedete cosa mi è successo. Il guaio è che se non risolvi la questione non puoi aprire nuovi contratti. Alla fine mi hanno scontato sette bollette di conguaglio con segno meno".

I Map sono costati come chalet di montagna. A Sant'Eusanio Forconese hanno un soffitto alto, travi robuste. Ma quelli consegnati la scorsa primavera stanno perdendo l'intonaco. Oppure gli strati di isolante si sfogliano come pelle scottata. Le casette di Castelnuovo e Poggio Picenze, costruite per ultime e assegnate quattro mesi fa, sono già fragili. Il rischio è che perdano presto il nome avveniristico di Map inventato dalla Protezione civile e diventino semplicemente baracche. "E queste non hanno ancora affrontato il primo inverno" osserva Stefania Pace, 42 anni, impiegata alle Poste, davanti alla sua casa di legno in via Sacco e Vanzetti a Poggio Picenze, dove ora vive con il marito e due figli. Lei si è salvata perché ha creduto all'allarme lanciato da Giampaolo Giuliani, il tecnico di laboratorio che aveva previsto le scosse misurando l'aumento di gas radon. Le ultime ore prima del disastro le ha passate con un'amica a Paganica: a convincere decine di persone a uscire all'aperto dopo che un volontario del paese con la giacca della Protezione civile le aveva rimandate a casa a dormire.
La sua è tra le storie raccontate nel libro "Ju tarramutu" (Casaleggio associati) di Samanta Di Persio, 30 anni, pure lei sfollata a Coppito. "Su di noi pesa ancora la sfiducia per l'allarme sottovalutato dalla commissione Grandi rischi e dalla Protezione civile", dice Stefania Pace: "Lo scemo era Giuliani, l'hanno denunciato per procurato allarme. Ma come facciamo a fidarci? Quante persone avrebbero potuto salvare?". Anche a Poggio Picenze continuano ad arrivare bollette: "La mia casa", la indica Stefania, "è nel centro dichiarato inagibile. Ma l'azienda del gas mi ha mandato una bolletta per tutto il 2009 in base a consumi ipotetici: 1.377 euro nonostante i rubinetti siano chiusi da sedici mesi. È come se il mondo fuori non volesse rendersi conto che qui c'è stato un terremoto".

La ricostruzione non parte, secondo il senatore abruzzese del Pd, Giovanni Legnini, 51 anni, perché la legge approvata è sbagliata. È tutto spiegato in una proposta di "indagine conoscitiva" presentata in commissione Bilancio. L'articolo 3 del decreto legge 39 del 2009 prevede finanziamenti soltanto per la prima casa. Non sono previsti aiuti pubblici per le seconde case, gli uffici, le imprese, i negozi, gli ambulatori e le varie attività sparse sul territorio: "Non è che in una città ci sia il quartiere delle prime case, quello delle seconde, quello degli uffici", osserva Legnini: "Il territorio va affrontato in modo integrato. Va modificato l'articolo 3, subito alla ripresa a settembre. Altrimenti nei centri storici non si ricostruisce nulla".

C'è poi un dilemma che sembra accademico. Invece è un altro grosso ostacolo: "Entro novembre prevedo che a L'Aquila metà degli sfollati torni nelle case B e C, quelle meno danneggiate, esterne al centro storico, dove i lavori procedono. Il problema è per i costi superiori al milione di euro", osserva Massimo Cialente, 58 anni, sindaco Pd dell'Aquila, "la legge non dice se il finanziamento sia un indennizzo o un contributo. Perché se è un indennizzo i cittadini possono assegnare direttamente i lavori. Se invece è un contributo, i proprietari privati devono scegliere le imprese attraverso gare d'appalto europee. E non si finirebbe più. Ho chiesto a Roma: dite che è un indennizzo. L'occasione era la legge finanziaria. Ma il governo non si è ancora pronunciato". In realtà il 27 luglio il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha firmato un'importante direttiva per la Protezione civile, su proposta di Bertolaso. Ma non riguarda la ricostruzione: stabilisce invece che il dipartimento che dovrebbe proteggere i cittadini dal rischio calamità torni a occuparsi di grandi eventi e relativi contratti come le regate veliche, i mondiali di nuoto, le visite del Papa, i 150 anni dell'Unità d'Italia, l'Expo 2015 a Milano.

È facile immaginare il caos delle gare d'appalto da organizzare per ogni palazzo da ricostruire. I proprietari devono consorziarsi. Poi nominare l'Angelo Balducci della situazione, da scegliere tra gli amministratori di condominio e i commercialisti. E affidargli la cassa dei lavori. Sono incarichi che hanno un costo: almeno il 2 per cento del valore dell'opera, per una ricostruzione stimata soltanto per i danni a edifici privati poco al di sotto dei dieci miliardi. In ballo per amministratori e commercialisti c'è un malloppo di 200 milioni solo per la gestione delle gare. E forse è proprio per questo che il governo non ha ancora risposto al sindaco Cialente.

In città anche i nuovi quartieri del progetto Case voluto da Berlusconi mostrano già qualche difetto. Forse si è risparmiato troppo sulle guarnizioni: "È vero che non dormiamo nei container. Ma i tubi dell'acqua perdono ovunque", dice Mario Dodi, 72 anni, a Cese di Preturo: "Gli isolanti antigelo li hanno sostituiti con fogli di carta stagnola e con il freddo i tubi scoppiano. L'ascensore tutto in vetro poi è proprio adatto al clima. D'inverno si blocca per il ghiaccio. D'estate è un forno a 43 gradi. Giorni fa un vecchietto è rimasto imprigionato dentro per mezza giornata. Nessuna impresa di manutenzione veniva a liberarlo, ho dovuto chiamare il 113". Le 185 palazzine in legno, cartongesso e prefabbricato sono costate 792 milioni, sul miliardo 107 milioni finora spesi per gli alloggi provvisori. Sono 192 milioni in più rispetto alle previsioni presentate a Palazzo Chigi dai coordinatori del progetto, Vincenzo Spaziante e Gian Michele Calvi. Spesa che comprende i piatti di porcellana, le sedie di alto design e i dolci. Che c'entrano i dolci con i soldi per la ricostruzione? Così ha voluto lo show per la consegna alle prime 500 famiglie: 17.050 euro in dolciumi, 10.092 per il coffe-break e il buffet, 1.887 euro per le 50 bandiere tricolore, 4.590 euro per il pranzo con Berlusconi e il suo seguito, 12.210 euro per comprare mille confezioni di torrone e di cantucci alle mandorle.
Fonte:L'Espressodel 19/08/2010

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Iniziano a sentire puzza di bruciato!


Riportiamo una dichiarazione del Senatore QUAGLIARIELLO ( ex radicale, attuale esponente PDL fulminato un paio d'anni fa dal "credo" berlusconiano), che "annusa" il pericolo che i meridionali possano organizzarsi. Fa un pò di confusione ipotizzando che finiani e centristi, magari più gli "autonomisti" del MpA possano intercettare il voto del Sud, sottraendo la volontà del governo a proseguire l'opera di rilancio del territorio meridionale.
Cita la solita manfrina d'aver risolto il problema "monnezza" e altre promesse.

Capiamo che avvertano odor di bruciato, ma sbagliano obiettivo ed analisi : il Sud lo riscatterà il popolo ed il suo movimento politico identitario in fase di definizione, non di certo loro o i loro colleghi dei soliti o pseudo nuovi partiti istituzionali!

Partito del Sud - Napoli






"E QUAGLIARIELLO SI PREOCCUPA PER I VOTI DEL SUD "EVITIAMO CHE NASCA UNA LEGA MERIDIONALE"


Da "IL RIFORMISTA" di giovedì 19 agosto 2010

E Quagliariello si preoccupa per i voti del sud «Evitiamo che nasca una Lega meridionale»
INTERVISTA. Dice il vicecapogruppo al Senato che le difficoltà del Mezzogiorno non sono solo «alibi».

SERENELLA MATTERA MI Il Popolo della libertà deve saper utilizzare al meglio la «risorsa politica» per «mettere insieme le ragioni del Nord e del Sud» ed «evitare che possano nascere degli incunaboli di partiti meridionali».
E` una vera e propria chiamata alle armi, quella di Gaetano Quagliariello. Il vicepresidente dei senatori del Pdl, storico e uomo del Sud, avverte che sul tema del Mezzogiorno si giocherà nei prossimi mesi una sfida fondamentale «per tenere insieme il Paese» alla vigilia dell`anniversario dell`Unità d`Italia. Ma non solo. Su questo capitolo, che è uno dei quattro (gli altri sono giustizia, fisco e federalismo) su cui si tenterà di costruire con i finiani un accordo per il prosieguo della legislatura, il Pdl, secondo Quagliariello, è atteso da una prova importante. «C`è bisogno ha scritto il vicecapogruppo in una lunga riflessione pubblicata dal Foglio la scorsa settimana che il Pdl reagisca al tentativo di incubare un simulacro di "partito del Sud" mettendo insieme dissidenza finiana, vecchi e nuovi centristi, varie sigle autonomiste, e al tentativo di schiacciare il partito di maggioranza relativa sull`asse di governo con la Lega, uscito necessariamente rinsaldato dalla scissione dei seguaci del presidente della Camera».

Senatore Quagliariello, il Pdl si appresta a presentare ai finiani il suo programma in quattro punti. Per il Sud si annuncia un piano da 80 miliardi di euro. Ci può anticipare qualcosa?
Non sto prendendo parte a questo lavoro. Lo stanno facendo sul versante del governo i ministri Giulio Tremonti e Raffaele Fitto.
Ma quali sono, secondo lei, le priorità per il Mezzogiorno?
Sicurezza. Infrastrutture.Fiscalità di vantaggio. Differenziazione dei salari, nello stesso spirito dell`ultimo accordo sindacale.Defiscalizzazione della ricerca, cosa che era già presente nell`ultima finanziaria, anche se in forma insufficiente.

Appunto. Il governo viene accusato di aver fatto poco finora per il Sud, pressato dall`influenza della Lega.

Non sono d`accordo. Questo governo ha messo a posto realtà e situazioni difficili come quelle di Roma e di Catania, dove la situazione debitoria era terribile. Ha risolto l`emergenza dei rifiuti in Campania. E ha affrontato il terremoto in Abruzzo.Queste non sono cose che si collocano al Nord. Ma credo che adesso la vera sfida, che entrerà nel vivo con l`attuazione del federalismo fiscale, sia un`altra.

Quale?
Quella di tenere insieme le ragioni del Nord e le ragioni del Sud. Perché abbiamo da gestire una situazione per la quale da una parte la società del Nord (e non soltanto la Lega) non sopporta più che venga utilizzata la storia, e quindi anche il malgoverno e l`utilizzo dissennato della spesa pubblica, come un alibi. E dall`altra parte il Sud, con una nuova classe politica quasi tutta di centrodestra (da Scopelliti alla Polverini, da Chiodi a Caldoro), si trova a dover rientrare in carreggiata, mentre fa i conti con un fardello che non si può levare dalle spalle e in cui rientra anche la gestione di diritti acquisiti tutelati costituzionalmente. Si pensi soltanto alle politiche dell`occupazione, molto spesso dissennate, fatte in passato.

Come uscirne? Se il Pdl, unico partito nazionale radicato al Nord, al Centro e al Sud, utilizza sapientemente le sue risorse politiche potrà risolvere questo problema.Oggi abbiamo una difficoltà oggettiva a tenere insieme le giuste esigenze di rigore del Settentrione e alcune giustificazioni del Mezzogiorno che non sono campate in aria e non sono degli alibi.In queste difficoltà si inserisce la possibile nascita di quella «Lega Sud» formata da finiani, centristi e autonomisti, di cui ha parlato in un editoriale sul Corriere della Sera anche Angelo Panebianco.Ne ho scritto una settimana fa negli stessi termini di Panebianco.E sottolineo che noi dobbiamo, attraverso una gestione sapiente della risorsa politica che metta insieme le ragioni del Nord e del Sud, evitare che possano nascere degli incunaboli di partiti meridionali.

Quindi secondo lei il nuovo scenario politico nato dalla rottura tra Fini e Berlusconi complica le cose, ma questo è il momento per il Pdl di dare la prova di essere davvero un partito nazionale.

Esattamente. E guardi, anche il fatto che tra i quattro punti determinanti è stato inserito sia il federalismo che il Mezzogiorno è segno della nostra consapevolezza.


Fonte : "il Riformista" del 18/08/2010

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Riportiamo una dichiarazione del Senatore QUAGLIARIELLO ( ex radicale, attuale esponente PDL fulminato un paio d'anni fa dal "credo" berlusconiano), che "annusa" il pericolo che i meridionali possano organizzarsi. Fa un pò di confusione ipotizzando che finiani e centristi, magari più gli "autonomisti" del MpA possano intercettare il voto del Sud, sottraendo la volontà del governo a proseguire l'opera di rilancio del territorio meridionale.
Cita la solita manfrina d'aver risolto il problema "monnezza" e altre promesse.

Capiamo che avvertano odor di bruciato, ma sbagliano obiettivo ed analisi : il Sud lo riscatterà il popolo ed il suo movimento politico identitario in fase di definizione, non di certo loro o i loro colleghi dei soliti o pseudo nuovi partiti istituzionali!

Partito del Sud - Napoli






"E QUAGLIARIELLO SI PREOCCUPA PER I VOTI DEL SUD "EVITIAMO CHE NASCA UNA LEGA MERIDIONALE"


Da "IL RIFORMISTA" di giovedì 19 agosto 2010

E Quagliariello si preoccupa per i voti del sud «Evitiamo che nasca una Lega meridionale»
INTERVISTA. Dice il vicecapogruppo al Senato che le difficoltà del Mezzogiorno non sono solo «alibi».

SERENELLA MATTERA MI Il Popolo della libertà deve saper utilizzare al meglio la «risorsa politica» per «mettere insieme le ragioni del Nord e del Sud» ed «evitare che possano nascere degli incunaboli di partiti meridionali».
E` una vera e propria chiamata alle armi, quella di Gaetano Quagliariello. Il vicepresidente dei senatori del Pdl, storico e uomo del Sud, avverte che sul tema del Mezzogiorno si giocherà nei prossimi mesi una sfida fondamentale «per tenere insieme il Paese» alla vigilia dell`anniversario dell`Unità d`Italia. Ma non solo. Su questo capitolo, che è uno dei quattro (gli altri sono giustizia, fisco e federalismo) su cui si tenterà di costruire con i finiani un accordo per il prosieguo della legislatura, il Pdl, secondo Quagliariello, è atteso da una prova importante. «C`è bisogno ha scritto il vicecapogruppo in una lunga riflessione pubblicata dal Foglio la scorsa settimana che il Pdl reagisca al tentativo di incubare un simulacro di "partito del Sud" mettendo insieme dissidenza finiana, vecchi e nuovi centristi, varie sigle autonomiste, e al tentativo di schiacciare il partito di maggioranza relativa sull`asse di governo con la Lega, uscito necessariamente rinsaldato dalla scissione dei seguaci del presidente della Camera».

Senatore Quagliariello, il Pdl si appresta a presentare ai finiani il suo programma in quattro punti. Per il Sud si annuncia un piano da 80 miliardi di euro. Ci può anticipare qualcosa?
Non sto prendendo parte a questo lavoro. Lo stanno facendo sul versante del governo i ministri Giulio Tremonti e Raffaele Fitto.
Ma quali sono, secondo lei, le priorità per il Mezzogiorno?
Sicurezza. Infrastrutture.Fiscalità di vantaggio. Differenziazione dei salari, nello stesso spirito dell`ultimo accordo sindacale.Defiscalizzazione della ricerca, cosa che era già presente nell`ultima finanziaria, anche se in forma insufficiente.

Appunto. Il governo viene accusato di aver fatto poco finora per il Sud, pressato dall`influenza della Lega.

Non sono d`accordo. Questo governo ha messo a posto realtà e situazioni difficili come quelle di Roma e di Catania, dove la situazione debitoria era terribile. Ha risolto l`emergenza dei rifiuti in Campania. E ha affrontato il terremoto in Abruzzo.Queste non sono cose che si collocano al Nord. Ma credo che adesso la vera sfida, che entrerà nel vivo con l`attuazione del federalismo fiscale, sia un`altra.

Quale?
Quella di tenere insieme le ragioni del Nord e le ragioni del Sud. Perché abbiamo da gestire una situazione per la quale da una parte la società del Nord (e non soltanto la Lega) non sopporta più che venga utilizzata la storia, e quindi anche il malgoverno e l`utilizzo dissennato della spesa pubblica, come un alibi. E dall`altra parte il Sud, con una nuova classe politica quasi tutta di centrodestra (da Scopelliti alla Polverini, da Chiodi a Caldoro), si trova a dover rientrare in carreggiata, mentre fa i conti con un fardello che non si può levare dalle spalle e in cui rientra anche la gestione di diritti acquisiti tutelati costituzionalmente. Si pensi soltanto alle politiche dell`occupazione, molto spesso dissennate, fatte in passato.

Come uscirne? Se il Pdl, unico partito nazionale radicato al Nord, al Centro e al Sud, utilizza sapientemente le sue risorse politiche potrà risolvere questo problema.Oggi abbiamo una difficoltà oggettiva a tenere insieme le giuste esigenze di rigore del Settentrione e alcune giustificazioni del Mezzogiorno che non sono campate in aria e non sono degli alibi.In queste difficoltà si inserisce la possibile nascita di quella «Lega Sud» formata da finiani, centristi e autonomisti, di cui ha parlato in un editoriale sul Corriere della Sera anche Angelo Panebianco.Ne ho scritto una settimana fa negli stessi termini di Panebianco.E sottolineo che noi dobbiamo, attraverso una gestione sapiente della risorsa politica che metta insieme le ragioni del Nord e del Sud, evitare che possano nascere degli incunaboli di partiti meridionali.

Quindi secondo lei il nuovo scenario politico nato dalla rottura tra Fini e Berlusconi complica le cose, ma questo è il momento per il Pdl di dare la prova di essere davvero un partito nazionale.

Esattamente. E guardi, anche il fatto che tra i quattro punti determinanti è stato inserito sia il federalismo che il Mezzogiorno è segno della nostra consapevolezza.


Fonte : "il Riformista" del 18/08/2010

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La lenta agonia degli ulivi centenari - Per colpa di una legge comunitaria orneranno le ville del Nord...


In viaggio per la piana dell'Aspromonte a salutarli. Per colpa di una legge comunitaria orneranno le ville del Nord


MIMMO GANGEMI

Sono tornato sulle strade della mia infanzia, tra gli ulivi alle prime pendici dell’Aspromonte tirrenico, per la doverosa visita che si conviene a dei moribondi stesi su un letto di dolore.

I passi scricchiolano sulle foglie secche, polverosi cilindri di luce filtrano tra il fogliame e si piantano in terra, un filo di vento fruscia di uno stridio metallico tra le cime.

Riaffiorano immagini antiche: la «grana» (cioè il fiore dell’ulivo) che in giugno imbiancava l’aria, le raccoglitrici intente, nel punto di raccolta delle femmine, alle quattro misure d’obbligo, i canti campagnoli su cui si ergeva imperiosa e solista la voce di Mena, don Rocchino, eterno vizioso, che s’approfittava della posa ricurva per tastare l’uovo a una donna messa apposta a raccogliere in un terrazzamento isolato.

Asini e muli caricati che arrancavano in salita e sembrava pompassero le ultime forze dal ritmo sincronizzato a sollevare e abbassare la testa, uomini che si facevano muli loro stessi, il carico in spalla e ogni passo una bestemmia.
E poi Pasca, abile a lanciare per aria, dal crivello - una sorta di setaccio - un’onda di olive, e a scansare le foglie, più lente nella ricaduta; Peppe che dettava i tempi dei quattro zappatori piazzati dal padrone su un’uguale linea per far competere la miseria, Masi che un giorno spuntò da dietro un tronco rugoso, la coppola girata di traverso, il fucile calibro 12 a bilanciere sulla mano e la migliore faccia truce che gli riuscì, per mostrarsi ’ndranghetista a dei «cazzoni americani» tremanti con la macchina fotografica sollecita a scattare a più non posso, la fragranza dell’olio appena spremuto nel frantoio.

Il tutto mentre io ragazzo che sedevo con i grandi a mangiare peperoni il cui bruciore mi ustionava la lingua e portava lacrime e rabbia perché non riuscivo a dissimulare, il dito di vino che toccava ai miei pochi anni, mentre i lavoranti colmavano a più riprese il loro misurino, un bicchiere appena più grande di quello per il rosolio e contenente la giusta quantità da calarsi d’un fiato, le macine di pietra che schiacciavano le olive squittendo un sempre uguale sciabordio, compare Pascali che caricava nelle sportine la pasta tritata e le metteva nella pressa, ristrette tra dischi in acciaio, l’olio che calava come le acque degli zampilli a più vasche.

Dalla morga, il residuo marcio della spremitura, si ricavava il sapone di casa. Dalla sansa, i sansifici spremevano altro olio. Delle olive andava perduto solo il fumo della sansa esausta che alimentava il fuoco delle cucine a legna.

Li guardo e li piango, questi giganti, alti fino a venti metri, che hanno accompagnato ogni mia età. In tanti hanno superato i duecento anni. Nessuno i duecentotrenta. Perché così imponenti s’iniziò a piantarli dopo il «grande flagello», nel 1783, dopo che la Cassa Sacra, messa su dai Borboni, incamerò i proventi delle vendite di molte proprietà della chiesa, vendute, con particolari forme d’asta, ai sopravvissuti.

A quel tempo gli ulivi erano bassi, di buona qualità e disposti distanti più di dieci metri l’uno dall’altro, a croce, quattro sui lati e un quinto al centro del quadrato. Questo consentiva al sole di adagiarsi al suolo, e alla terra di sopportare più colture.

Nell’ampio spazio tra le piante convivevano grano e viti. E gli ulivi s’alternavano ai gelsi, che significavano bachi da seta.
Per i vaticali e i bracciali, ma anche per le donne e i ragazzi, c’era maggior lavoro, distribuito in più periodi. E la produzione era pregiata.
Dopo il 1783 si passò alla monocultura degli ulivi, piantati stretti da non consentire altro sotto la loro ombra, e privilegiando la quantità alla qualità, per garantire una produzione con cui far fronte alla forte richiesta inglese di un olio che facesse funzionare le macchine della prima industrializzazione.

Il mercato inglese, la distruzione causata dal sisma, la Cassa Sacra, l’ingordigia dei grandi proprietari terrieri e gli errori successivi, trascinati fino ai giorni nostri, hanno stravolto un’agricoltura prima illuminata e sono le cause dei guai di oggi, dovuti agli ulivi giganteschi, solo belli a vedere, un unico manto grigioverde che si spinge fino al mare e che sagoma sulle cime l’andamento sinuoso del terreno, perché se ne ricava un olio scadente che soccombe alla concorrenza e perché costringono a una raccolta a singhiozzo, da novembre a tutto aprile.

Moribondi su un letto di dolore, dicevo. Hanno infatti un destino quasi segnato: legna da ardere. Il loro ciclo potrebbe chiudersi nel 2013, quando la produzione s’infrangerà contro il muro dell’integrazione comunitaria sull’olio d’oliva: la riforma della PAC (la Politica agricola comune), in discussione all’Unione Europea in questi mesi, potrebbe tagliare i sussidi agli olivicoltori - inutile contare sulla Provvidenza, già accorsa per tante proroghe - lasciando costernati e in piena fame una fetta importante della popolazione.

Non converrà raccogliere neppure con il lavoro in nero su emigranti da sfruttare. Lo stesso destino delle arance, pagate ai produttori sei centesimi al chilo. Lo stesso errore compiuto per le arance: non aver trasformato le colture e aver badato a intascare i soldi dell’integrazione senza cogliere l’occasione, che era lo spirito della normativa comunitaria, di migliorare la qualità e il prodotto, insistendo in un ammiccante parassitismo - la furbizia degli stolti! - lungo quarant’anni e di cui vergognarsi e pagare ora un conto amaro e salato.

L’unica alternativa alla legna da ardere, l’espianto con tutta la zolla, il trasporto e il trapianto a decoro delle ville della Brianza. Il prezzo, calcolato a volume di frasca e a metro d’altezza, batteva sui millecinquecento euro a pianta, purché secolare, ma solo per i grossisti, che poi lassù li rivendevano a otto-diecimila. È lievitato a duemilacinque, per causa degli arresti dopo la scoperta del traffico derivante da furto e per causa della legge che proibisce lo sdradicamento.

Agli acquirenti tocca la sola buca da tenere pronta nel giardino. E sperare che attecchiscano - su questo non c’è assicurazione che li protegga - e s’adattino, seppure diradino i frutti, si spennacchino, forse per protesta, forse per nostalgia dell’aria di casa, della brezza del mare vicino, del soffio del Levante, dei tordi che dentro il fogliame trovavano cibo e riparo, sarà perché soffrono il clima più di un husky da slitta a Porto Empedocle.

L’unico modo per arginare quest’altra fame che potrebbe piovere addosso nel 2013 - e la rivolta che ne deriverà - è liberalizzarne il traffico, guidandolo con uno sterzo sapiente.

Meglio che vederli inutili ingombri, né più né meno delle palme, dei cipressi, dei pini argentati, in bella mostra nei giardini dei signori, e tanto invisi ai contadini della mia infanzia, perché producevano null’altro che ombra e per uno spreco di buona terra che offendeva il bisogno e pareva insopportabile davanti agli occhi il privilegio di un’immutabilità che i padroni si premuravano di conservare a ogni costo.

Fonte:La Stampa

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In viaggio per la piana dell'Aspromonte a salutarli. Per colpa di una legge comunitaria orneranno le ville del Nord


MIMMO GANGEMI

Sono tornato sulle strade della mia infanzia, tra gli ulivi alle prime pendici dell’Aspromonte tirrenico, per la doverosa visita che si conviene a dei moribondi stesi su un letto di dolore.

I passi scricchiolano sulle foglie secche, polverosi cilindri di luce filtrano tra il fogliame e si piantano in terra, un filo di vento fruscia di uno stridio metallico tra le cime.

Riaffiorano immagini antiche: la «grana» (cioè il fiore dell’ulivo) che in giugno imbiancava l’aria, le raccoglitrici intente, nel punto di raccolta delle femmine, alle quattro misure d’obbligo, i canti campagnoli su cui si ergeva imperiosa e solista la voce di Mena, don Rocchino, eterno vizioso, che s’approfittava della posa ricurva per tastare l’uovo a una donna messa apposta a raccogliere in un terrazzamento isolato.

Asini e muli caricati che arrancavano in salita e sembrava pompassero le ultime forze dal ritmo sincronizzato a sollevare e abbassare la testa, uomini che si facevano muli loro stessi, il carico in spalla e ogni passo una bestemmia.
E poi Pasca, abile a lanciare per aria, dal crivello - una sorta di setaccio - un’onda di olive, e a scansare le foglie, più lente nella ricaduta; Peppe che dettava i tempi dei quattro zappatori piazzati dal padrone su un’uguale linea per far competere la miseria, Masi che un giorno spuntò da dietro un tronco rugoso, la coppola girata di traverso, il fucile calibro 12 a bilanciere sulla mano e la migliore faccia truce che gli riuscì, per mostrarsi ’ndranghetista a dei «cazzoni americani» tremanti con la macchina fotografica sollecita a scattare a più non posso, la fragranza dell’olio appena spremuto nel frantoio.

Il tutto mentre io ragazzo che sedevo con i grandi a mangiare peperoni il cui bruciore mi ustionava la lingua e portava lacrime e rabbia perché non riuscivo a dissimulare, il dito di vino che toccava ai miei pochi anni, mentre i lavoranti colmavano a più riprese il loro misurino, un bicchiere appena più grande di quello per il rosolio e contenente la giusta quantità da calarsi d’un fiato, le macine di pietra che schiacciavano le olive squittendo un sempre uguale sciabordio, compare Pascali che caricava nelle sportine la pasta tritata e le metteva nella pressa, ristrette tra dischi in acciaio, l’olio che calava come le acque degli zampilli a più vasche.

Dalla morga, il residuo marcio della spremitura, si ricavava il sapone di casa. Dalla sansa, i sansifici spremevano altro olio. Delle olive andava perduto solo il fumo della sansa esausta che alimentava il fuoco delle cucine a legna.

Li guardo e li piango, questi giganti, alti fino a venti metri, che hanno accompagnato ogni mia età. In tanti hanno superato i duecento anni. Nessuno i duecentotrenta. Perché così imponenti s’iniziò a piantarli dopo il «grande flagello», nel 1783, dopo che la Cassa Sacra, messa su dai Borboni, incamerò i proventi delle vendite di molte proprietà della chiesa, vendute, con particolari forme d’asta, ai sopravvissuti.

A quel tempo gli ulivi erano bassi, di buona qualità e disposti distanti più di dieci metri l’uno dall’altro, a croce, quattro sui lati e un quinto al centro del quadrato. Questo consentiva al sole di adagiarsi al suolo, e alla terra di sopportare più colture.

Nell’ampio spazio tra le piante convivevano grano e viti. E gli ulivi s’alternavano ai gelsi, che significavano bachi da seta.
Per i vaticali e i bracciali, ma anche per le donne e i ragazzi, c’era maggior lavoro, distribuito in più periodi. E la produzione era pregiata.
Dopo il 1783 si passò alla monocultura degli ulivi, piantati stretti da non consentire altro sotto la loro ombra, e privilegiando la quantità alla qualità, per garantire una produzione con cui far fronte alla forte richiesta inglese di un olio che facesse funzionare le macchine della prima industrializzazione.

Il mercato inglese, la distruzione causata dal sisma, la Cassa Sacra, l’ingordigia dei grandi proprietari terrieri e gli errori successivi, trascinati fino ai giorni nostri, hanno stravolto un’agricoltura prima illuminata e sono le cause dei guai di oggi, dovuti agli ulivi giganteschi, solo belli a vedere, un unico manto grigioverde che si spinge fino al mare e che sagoma sulle cime l’andamento sinuoso del terreno, perché se ne ricava un olio scadente che soccombe alla concorrenza e perché costringono a una raccolta a singhiozzo, da novembre a tutto aprile.

Moribondi su un letto di dolore, dicevo. Hanno infatti un destino quasi segnato: legna da ardere. Il loro ciclo potrebbe chiudersi nel 2013, quando la produzione s’infrangerà contro il muro dell’integrazione comunitaria sull’olio d’oliva: la riforma della PAC (la Politica agricola comune), in discussione all’Unione Europea in questi mesi, potrebbe tagliare i sussidi agli olivicoltori - inutile contare sulla Provvidenza, già accorsa per tante proroghe - lasciando costernati e in piena fame una fetta importante della popolazione.

Non converrà raccogliere neppure con il lavoro in nero su emigranti da sfruttare. Lo stesso destino delle arance, pagate ai produttori sei centesimi al chilo. Lo stesso errore compiuto per le arance: non aver trasformato le colture e aver badato a intascare i soldi dell’integrazione senza cogliere l’occasione, che era lo spirito della normativa comunitaria, di migliorare la qualità e il prodotto, insistendo in un ammiccante parassitismo - la furbizia degli stolti! - lungo quarant’anni e di cui vergognarsi e pagare ora un conto amaro e salato.

L’unica alternativa alla legna da ardere, l’espianto con tutta la zolla, il trasporto e il trapianto a decoro delle ville della Brianza. Il prezzo, calcolato a volume di frasca e a metro d’altezza, batteva sui millecinquecento euro a pianta, purché secolare, ma solo per i grossisti, che poi lassù li rivendevano a otto-diecimila. È lievitato a duemilacinque, per causa degli arresti dopo la scoperta del traffico derivante da furto e per causa della legge che proibisce lo sdradicamento.

Agli acquirenti tocca la sola buca da tenere pronta nel giardino. E sperare che attecchiscano - su questo non c’è assicurazione che li protegga - e s’adattino, seppure diradino i frutti, si spennacchino, forse per protesta, forse per nostalgia dell’aria di casa, della brezza del mare vicino, del soffio del Levante, dei tordi che dentro il fogliame trovavano cibo e riparo, sarà perché soffrono il clima più di un husky da slitta a Porto Empedocle.

L’unico modo per arginare quest’altra fame che potrebbe piovere addosso nel 2013 - e la rivolta che ne deriverà - è liberalizzarne il traffico, guidandolo con uno sterzo sapiente.

Meglio che vederli inutili ingombri, né più né meno delle palme, dei cipressi, dei pini argentati, in bella mostra nei giardini dei signori, e tanto invisi ai contadini della mia infanzia, perché producevano null’altro che ombra e per uno spreco di buona terra che offendeva il bisogno e pareva insopportabile davanti agli occhi il privilegio di un’immutabilità che i padroni si premuravano di conservare a ogni costo.

Fonte:La Stampa

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giovedì 19 agosto 2010

'I Borbone si raccontano', Caserta in prima serata su Rai1

Venerdì andrà in onda uno spettacolo musicale che da un lato ripercorre i momenti salienti della storia dei Borbone e dall’altro darà il via al festival dei talenti italiani

CASERTA - Caserta e la sua storia in prima serata su Rai 1. Dal complesso monumentale di San Leucio venerdì prossimo, 20 agosto, andrà in onda alle 21.15 sulla rete ammiraglia della Rai "I Borbone si raccontano - Serata per giovani talenti", un progetto promosso dall'Ente provinciale per il Turismo di Caserta in collaborazione con la Rai, con il finanziamento dell'assessorato al Turismo della Regione Campania. A presentare la serata sarà Eleonora Daniele, conduttrice di Uno Mattina, che proprio a San Leucio festeggerà tra l’altro il suo compleanno.
L'evento di promozione del territorio sarà registrato domani, mercoledì 18 agosto, alle ore 21.00 da San Leucio (ingresso solo su invito), e coniugherà la storia di Terra di Lavoro e il talento dei giovani, mettendo in vetrina il patrimonio di ricchezze lasciato in eredità dai Borbone.
Su Rai1 andrà in onda infatti uno spettacolo musicale che da un lato ripercorre i momenti salienti della storia dei Borbone e dall’altro darà il via al festival dei talenti italiani. Ideato da Dino Vitola, che nel corso della sua carriera ha lanciato talenti come Vasco Rossi, Zucchero, 883, Laura Pausini, il festival dà la possibilità ai nuovi talenti di poter essere scoperti e inseriti nel mondo dello spettacolo.

LO SPETTACOLO - Durante la serata si svolgerà la gara per l'assegnazione del titolo di vincitore della manifestazione, alternata a momenti di intrattenimento, con la presenza di ospiti musicali e comici. Sul palco si sfideranno 11 concorrenti, selezionati tra 800 giovani in tutta Italia, divisi in due categorie: cantanti (musica lirica e pop) e comici. Ognuno di loro sarà accompagnato da un big della canzone italiana: a San Leucio si esibiranno Alex Britti, Valerio Scanu, Ivana Spagna, Enzo Gragnaniello, Luisa Corna, Gino Santercole, i New Trolls e i Camaleonti. Per la sezione dedicata alla lirica ci saranno Katia Ricciarelli e Simone Alaimo, mentre Pippo Franco sarà il testimonial per la categoria dei comici, insieme con il Grande Mago Alessandro Politi. Lo spettacolo punta a creare in Italia una novità assoluta nella promozione della cultura del nostro Paese, che viene abbinata alla promozione dei giovani talenti italiani. Per la prima volta, in prima serata su Rai Uno, si potrà assistere a un evento di tale portata e totale innovazione: unire la storia ai talenti.
A decretare i vincitori sarà una giuria di vip, di cui, tra gli altri, faranno parte Simona Izzo e Giampiero Mughini, presieduta da Cesare Lanza, che è anche autore del programma, prodotto dalla DVC Corporation in collaborazione con Maria Rosaria Madonna.
A completare il cast un’orchestra di 68 elementi diretta dal maestro Quadrini, che accompagnerà gli artisti dal vivo. Rai 1 aprirà inoltre numerose finestre sul territorio, con clip affidate all’attrice Silvia Bilotti per raccontare Caserta e promuovere le iniziative dell’Ente Provinciale per il Turismo, dai Percorsi di Luce nel Parco della Reggia a Settembre al Borgo. La regia è di Franco Bianca.

Fonte: Interno 18


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Venerdì andrà in onda uno spettacolo musicale che da un lato ripercorre i momenti salienti della storia dei Borbone e dall’altro darà il via al festival dei talenti italiani

CASERTA - Caserta e la sua storia in prima serata su Rai 1. Dal complesso monumentale di San Leucio venerdì prossimo, 20 agosto, andrà in onda alle 21.15 sulla rete ammiraglia della Rai "I Borbone si raccontano - Serata per giovani talenti", un progetto promosso dall'Ente provinciale per il Turismo di Caserta in collaborazione con la Rai, con il finanziamento dell'assessorato al Turismo della Regione Campania. A presentare la serata sarà Eleonora Daniele, conduttrice di Uno Mattina, che proprio a San Leucio festeggerà tra l’altro il suo compleanno.
L'evento di promozione del territorio sarà registrato domani, mercoledì 18 agosto, alle ore 21.00 da San Leucio (ingresso solo su invito), e coniugherà la storia di Terra di Lavoro e il talento dei giovani, mettendo in vetrina il patrimonio di ricchezze lasciato in eredità dai Borbone.
Su Rai1 andrà in onda infatti uno spettacolo musicale che da un lato ripercorre i momenti salienti della storia dei Borbone e dall’altro darà il via al festival dei talenti italiani. Ideato da Dino Vitola, che nel corso della sua carriera ha lanciato talenti come Vasco Rossi, Zucchero, 883, Laura Pausini, il festival dà la possibilità ai nuovi talenti di poter essere scoperti e inseriti nel mondo dello spettacolo.

LO SPETTACOLO - Durante la serata si svolgerà la gara per l'assegnazione del titolo di vincitore della manifestazione, alternata a momenti di intrattenimento, con la presenza di ospiti musicali e comici. Sul palco si sfideranno 11 concorrenti, selezionati tra 800 giovani in tutta Italia, divisi in due categorie: cantanti (musica lirica e pop) e comici. Ognuno di loro sarà accompagnato da un big della canzone italiana: a San Leucio si esibiranno Alex Britti, Valerio Scanu, Ivana Spagna, Enzo Gragnaniello, Luisa Corna, Gino Santercole, i New Trolls e i Camaleonti. Per la sezione dedicata alla lirica ci saranno Katia Ricciarelli e Simone Alaimo, mentre Pippo Franco sarà il testimonial per la categoria dei comici, insieme con il Grande Mago Alessandro Politi. Lo spettacolo punta a creare in Italia una novità assoluta nella promozione della cultura del nostro Paese, che viene abbinata alla promozione dei giovani talenti italiani. Per la prima volta, in prima serata su Rai Uno, si potrà assistere a un evento di tale portata e totale innovazione: unire la storia ai talenti.
A decretare i vincitori sarà una giuria di vip, di cui, tra gli altri, faranno parte Simona Izzo e Giampiero Mughini, presieduta da Cesare Lanza, che è anche autore del programma, prodotto dalla DVC Corporation in collaborazione con Maria Rosaria Madonna.
A completare il cast un’orchestra di 68 elementi diretta dal maestro Quadrini, che accompagnerà gli artisti dal vivo. Rai 1 aprirà inoltre numerose finestre sul territorio, con clip affidate all’attrice Silvia Bilotti per raccontare Caserta e promuovere le iniziative dell’Ente Provinciale per il Turismo, dai Percorsi di Luce nel Parco della Reggia a Settembre al Borgo. La regia è di Franco Bianca.

Fonte: Interno 18


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Bossi e la 'ndrangheta. Le mafie al Nord, tra rivelazioni e semplificazioni leghiste


di Lorenzo Frigerio

Bossi e la 'ndrangheta. Le mafie al Nord, tra rivelazioni e semplificazioni leghisteFerragosto di lotta e di governo per gli uomini della Lega Nord, sugli scudi e in prima pagina mentre gli italiani si crogiolano al sole. Il ministro dell’Interno Maroni, insieme al collega alla Giustizia Alfano, da Palermo snocciolava i dati della vittoria del Governo Berlusconi contro le mafie italiche. A dire il vero, si tratta di una vittoria presunta tale perché, nonostante l’ottimismo ministeriale, siamo molto lontani dall’aver debellato il cancro mafioso nel nostro Paese, purtroppo.

Da quello che è ormai il suo buen retiro di Ponte di Legno in Val Camonica, invece, il leader della Lega Nord Umberto Bossi rilasciava dichiarazioni sulle infiltrazioni delle mafie al nord e sulle difficoltà incontrate dal suo movimento nel cercare di trovare proseliti anche nelle regioni meridionali. Tra una canzone eseguita al pianoforte con i villeggianti e una battuta al vetriolo contro Napolitano ad uso dei militanti e dei giornalisti che lo tallonano giorno e notte, il Senatur ha trovato il tempo per lanciare l’allarme sull’aggressione mafiosa alle regioni del Nord: “Arrivano da tutte le parti. La Brianza ha molte infiltrazioni, perché c’è la possibilità di costruire”.
Il riferimento alla Brianza non è casuale: la maggior parte degli arresti nell’ambito dell’operazione denominata “Il crimine”, portata a termine a metà luglio sull’asse Milano-Reggio Calabria, hanno riguardato questo territorio, fino ad un paio di anni fa parte della provincia milanese e oggi assurto a provincia autonoma di Monza e Brianza.

“Li tengo fuori dalla porta”
Quasi a mettere le mani avanti e ad anticipare ogni possibile replica, Bossi ha quindi affermato che le infiltrazioni criminali sono impossibili nella Lega Nord, perché ad esercitare il più ferreo controllo è lui, in prima persona: “Li tengo fuori dalla porta. È difficile che faccia passare uno che non è da anni nella Lega”.
A chi gli ricordava il nome di Angelo Ciocca, consigliere leghista in Regione Lombardia, eletto nell’ultima tornata con ben 18.000 preferenze e il cui nome è finito nelle carte dell’inchiesta coordinata dal pm Ilda Boccassini, il leader leghista ha avuto buon gioco nel rispondere che “non fa l’assessore. È lì bloccato. La magistratura seguirà il suo corso. Se lo butto fuori è condannato anche se innocente”. L’espulsione dal partito di chi non è nemmeno indagato – ha continuato il ministro delle Riforme – equivarrebbe ad una “condanna a morte” e poi, “non è chiaro se abbia commesso un reato, c'è solo una fotografia”.
La fotografia cui fa riferimento Bossi è un fermo immagine di una ripresa effettuata dalle forze dell’ordine nel corso dell’inchiesta che, a metà luglio, ha visto la DDA di Milano e quella di Reggio Calabria sferrare un duro colpo alle cosche della ‘ndrangheta che, muovendo dalla Calabria, hanno stabilito in Lombardia un presidio economico e militare di tutto rispetto. In piazza Petrarca a Pavia, con Ciocca – vero enfant prodige della nuova generazione di quadri dirigenti leghisti – vengono ripresi l’avvocato tributarista Pino Neri, finito poi in galera per concorso in associazione mafiosa, il costruttore Antonio Dieni e il candidato nelle liste di “Rinnovare Pavia” Francesco Del Prete. Il contesto è quello delle elezioni amministrative del 2009 ma non solo, sul piatto ci sono anche gli interessi legati ad alcune compravendite di immobili e ad appalti pubblici.
Una matassa quindi che risulterà ben più difficile da districare nei prossimi mesi; altro che dare semplici spiegazioni per la fotografia di cui parla Bossi.
Le esternazioni del Senatur in tema di mafia non sono finite qui e si sono poi arricchite di una ulteriore rivelazione, giunta in piena nottata, come riportato da alcuni quotidiani. Infatti il leader maximo della Lega ha avuto modo di ricordare anche le difficoltà di esportare il verbo padano in terre lontane: “Al sud è difficile andare. Ho dato la concessione per aprire una sede della Lega in Calabria e due giorni dopo c'era uno della 'ndrangheta”.
Le cronache non ci dicono se qualcuno dei presenti, all’udire questa notizia, sia trasalito o abbia chiesto spiegazioni. Sta di fatto che uno scoop di questa portata è stato liquidato come se niente fosse, in poche ore, nei pastoni politici di tg e giornali dedicati alla situazione politica.
Ci sarà almeno un magistrato che vorrà chiedere conto e ragione al ministro di questa uscita, dai contorni assolutamente inquietanti?
Anche le reazioni politiche non sono sembrate all’altezza della gravità di quanto denunciato. Nel vuoto di queste ore, si registra solo la dura dichiarazione del capogruppo PD in commissione antimafia, Laura Garavini che ha biasimato l’atteggiamento del ministro: “Non si può chiedere ai semplici cittadini di denunciare chi chiede il racket e poi non dare il buon esempio, facendo nomi e cognomi degli 'ndranghetisti che si sarebbero presentati alla Lega. A meno che questa non sia una sparata per coprire il maldestro tentativo di minimizzare il ruolo del consigliere regionale lombardo Ciocca e il grave imbarazzo di Bossi per i suoi rapporti con personaggi che rappresentano la 'ndrangheta al nord".

Saviano vs Castelli
A luglio di quest’anno, dopo il blitz congiunto dei magistrati milanesi e calabresi, lo scrittore Roberto Saviano si era permesso di far notare il disagio dei dirigenti della Lega di fronte all’avanzata delle cosche al nord: “La Lega ci ha sempre detto – ha dichiarato l'autore di Gomorra a Vanity Fair – che certe cose al nord non esistono, ma l'inchiesta sulle infiltrazioni della 'ndrangheta in Lombardia racconta una realtà diversa. Dov'era la Lega quando questo succedeva negli ultimi dieci anni laddove ha governato? E perché adesso non risponde?”.
Reazioni veementi e in qualche caso sopra le righe erano venute in quel frangente da diversi dirigenti della Lega Nord. Il più duro di tutti l’ex ministro alla Giustizia Castelli: “Saviano è accecato e reso sordo dal suo inopinato successo e dai soldi che gli sono arrivati in giovane età. Unica sua scusante rispetto alle sciocchezze che dice sulla Lega è che, quando noi combattevamo contro la sciagurata legge del confino obbligatorio che tanti guai ha portato al nord, aveva ancora i calzoni corti. Se nulla sa della storia della Lombardia, vada a rileggersi la storia della battaglia che la Lega fece a Lecco a iniziare dal '93 contro i clan della 'ndrangheta. Atti amministrativi precisi, fatti concreti”.
A parte il fatto che la legge sul confino produsse i suoi effetti nefasti soltanto qualche decennio prima che Bossi e i suoi fondassero la Lega Nord e quindi c’è perlomeno una incongruenza cronologica che sfugge all’ingegnere Castelli, sarebbe stato interessante capire a quali atti amministrativi precisi, a quali fatti concreti, l’attuale viceministro abbia inteso riferirsi nel ricordare la concretezza della battaglia antimafia condotta dalla Lega Nord.
Crediamo, molto verosimilmente, che Castelli, nella polemica con Saviano, abbia inteso soltanto rimarcare quanto già espresso anche nel corso di altre interviste televisive e giornalistiche rilasciate in questi anni. Il succo di queste esternazioni sarebbe la sottolineatura della concretezza leghista nel contrasto alle mafie: vale a dire la confisca dei beni alle cosche della ‘ndrangheta che in quel di Lecco erano comandate da Franco Coco Trovato.
“Atti amministrativi precisi, fatti concreti”: cioè i provvedimenti delle amministrazioni comunali di Lecco, dove la Lega aveva un ruolo rilevante e Castelli un posto di primo piano come segretario cittadino prima e capogruppo in Consiglio comunale poi, che avrebbero consentito l’utilizzo a fini istituzionali e sociali dei beni confiscati alle mafie.
Anche in questo caso sono necessarie due piccole precisazioni. Intanto i beni non vengono confiscati dai comuni ma il loro intervento è cruciale solo all’esito del procedimento che parte con il sequestro. La partita dei sequestri è merito che va attribuito a magistratura e forze dell’ordine che nel corso delle inchieste ricostruiscono il valore dei patrimoni criminali e consentono la loro individuazione. Concediamo però a Castelli il beneficio del dubbio e le possibili confusioni sul tema, visto che per lo stesso ministro dell’Interno Maroni, collega di partito, sequestrare un bene equivale a confiscarlo e ad arrestare i mafiosi sono i ministri…
Secondariamente, Castelli è male informato oppure trascura colpevolmente il fatto che alcuni dei beni confiscati a Coco Trovato e recepiti con atto amministrativo da quella giunta che governava Lecco in quegli anni, in pieno 2010 sono ancora inutilizzabili e non destinati. Per informazioni il viceministro potrebbe chiedere all’attuale amministrazione comunale di Lecco che sconta gli errori del passato, ancora oggi invece rivendicati come meriti dalla Lega Nord.

Clandestini criminali e mafiosi impuniti
In attesa di capire meglio nei prossimi giorni i contorni della pubblica denuncia di Bossi o in attesa di una smentita successiva – non sarebbe una novità per il ministro delle Riforme, che in passato ha più volte utilizzato lo strumento della dichiarazione ad effetto, salvo puntualmente rettificare quanto aveva detto – giova, senza dubbio, ricordare che per la Lega Nord la questione mafia è sempre stato un tasto dolente, nonostante i proclami lanciati da Pontida.
La Lega da decenni va soffiando sul vento dell’intolleranza, predicando rigore e pugno duro contro i clandestini e facendo diventare scorrettamente una vera emergenza criminale l’immigrazione, che resta comunque un problema sociale. Quest’azione politica ha assunto anche il ruolo di una vera e propria campagna culturale che ha finito per spostare l’enfasi della repressione giudiziaria e poliziesca sui reati commessi dagli stranieri.
Il risultato è che parlare di mafie al nord è ancora oggi un tabù, soprattutto per quella larga fetta di cittadinanza che vota centrodestra e Lega in particolare.
Per costoro le mafie sono un problema dei “terroni”, tanto da spingere nel 2009 il sindaco leghista di Ponteranica (BG) a revocare l’intitolazione della biblioteca locale a Peppino Impastato perché “non è uno dei nostri morti”.
Per costoro le mafie sono un problema del sud, un fenomeno deviato tanto da arrivare a proporre la costituzione della Sicilia in repubblica autonoma gestita dalla mafia. Era stato il professor Miglio, l’allora ideologo della Lega, a proporre di realizzare un porto franco nel Mediterraneo; eravamo tra il 1992 e il 1994, quando le bombe di Cosa Nostra facevano saltare per aria magistrati e monumenti. Forse anche su questo aspetto sarebbe opportuno un approfondimento in sede giudiziaria.
Sull’onda di queste pericolose sottovalutazioni, fenomeni quali la mafia e la ‘ndrangheta sono oggi pienamente inserite – altro che infiltrate! – nel tessuto economico e sociale di quella che i dirigenti e i militanti leghisti si ostinano a chiamare, contro ogni logica e contro la storia, Padania.
Ha ragione Saviano quando chiede dove era la Lega mentre le mafie si insinuavano al nord.
Suggeriamo ai dirigenti leghisti di studiare le carte e di ripresentarsi più preparati, perché oggi la partita antimafia si sta già giocando al nord da tempo e, facendo così, corrono il rischio di essere superati drammaticamente dai fatti.

Fonte:Articolo 21

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di Lorenzo Frigerio

Bossi e la 'ndrangheta. Le mafie al Nord, tra rivelazioni e semplificazioni leghisteFerragosto di lotta e di governo per gli uomini della Lega Nord, sugli scudi e in prima pagina mentre gli italiani si crogiolano al sole. Il ministro dell’Interno Maroni, insieme al collega alla Giustizia Alfano, da Palermo snocciolava i dati della vittoria del Governo Berlusconi contro le mafie italiche. A dire il vero, si tratta di una vittoria presunta tale perché, nonostante l’ottimismo ministeriale, siamo molto lontani dall’aver debellato il cancro mafioso nel nostro Paese, purtroppo.

Da quello che è ormai il suo buen retiro di Ponte di Legno in Val Camonica, invece, il leader della Lega Nord Umberto Bossi rilasciava dichiarazioni sulle infiltrazioni delle mafie al nord e sulle difficoltà incontrate dal suo movimento nel cercare di trovare proseliti anche nelle regioni meridionali. Tra una canzone eseguita al pianoforte con i villeggianti e una battuta al vetriolo contro Napolitano ad uso dei militanti e dei giornalisti che lo tallonano giorno e notte, il Senatur ha trovato il tempo per lanciare l’allarme sull’aggressione mafiosa alle regioni del Nord: “Arrivano da tutte le parti. La Brianza ha molte infiltrazioni, perché c’è la possibilità di costruire”.
Il riferimento alla Brianza non è casuale: la maggior parte degli arresti nell’ambito dell’operazione denominata “Il crimine”, portata a termine a metà luglio sull’asse Milano-Reggio Calabria, hanno riguardato questo territorio, fino ad un paio di anni fa parte della provincia milanese e oggi assurto a provincia autonoma di Monza e Brianza.

“Li tengo fuori dalla porta”
Quasi a mettere le mani avanti e ad anticipare ogni possibile replica, Bossi ha quindi affermato che le infiltrazioni criminali sono impossibili nella Lega Nord, perché ad esercitare il più ferreo controllo è lui, in prima persona: “Li tengo fuori dalla porta. È difficile che faccia passare uno che non è da anni nella Lega”.
A chi gli ricordava il nome di Angelo Ciocca, consigliere leghista in Regione Lombardia, eletto nell’ultima tornata con ben 18.000 preferenze e il cui nome è finito nelle carte dell’inchiesta coordinata dal pm Ilda Boccassini, il leader leghista ha avuto buon gioco nel rispondere che “non fa l’assessore. È lì bloccato. La magistratura seguirà il suo corso. Se lo butto fuori è condannato anche se innocente”. L’espulsione dal partito di chi non è nemmeno indagato – ha continuato il ministro delle Riforme – equivarrebbe ad una “condanna a morte” e poi, “non è chiaro se abbia commesso un reato, c'è solo una fotografia”.
La fotografia cui fa riferimento Bossi è un fermo immagine di una ripresa effettuata dalle forze dell’ordine nel corso dell’inchiesta che, a metà luglio, ha visto la DDA di Milano e quella di Reggio Calabria sferrare un duro colpo alle cosche della ‘ndrangheta che, muovendo dalla Calabria, hanno stabilito in Lombardia un presidio economico e militare di tutto rispetto. In piazza Petrarca a Pavia, con Ciocca – vero enfant prodige della nuova generazione di quadri dirigenti leghisti – vengono ripresi l’avvocato tributarista Pino Neri, finito poi in galera per concorso in associazione mafiosa, il costruttore Antonio Dieni e il candidato nelle liste di “Rinnovare Pavia” Francesco Del Prete. Il contesto è quello delle elezioni amministrative del 2009 ma non solo, sul piatto ci sono anche gli interessi legati ad alcune compravendite di immobili e ad appalti pubblici.
Una matassa quindi che risulterà ben più difficile da districare nei prossimi mesi; altro che dare semplici spiegazioni per la fotografia di cui parla Bossi.
Le esternazioni del Senatur in tema di mafia non sono finite qui e si sono poi arricchite di una ulteriore rivelazione, giunta in piena nottata, come riportato da alcuni quotidiani. Infatti il leader maximo della Lega ha avuto modo di ricordare anche le difficoltà di esportare il verbo padano in terre lontane: “Al sud è difficile andare. Ho dato la concessione per aprire una sede della Lega in Calabria e due giorni dopo c'era uno della 'ndrangheta”.
Le cronache non ci dicono se qualcuno dei presenti, all’udire questa notizia, sia trasalito o abbia chiesto spiegazioni. Sta di fatto che uno scoop di questa portata è stato liquidato come se niente fosse, in poche ore, nei pastoni politici di tg e giornali dedicati alla situazione politica.
Ci sarà almeno un magistrato che vorrà chiedere conto e ragione al ministro di questa uscita, dai contorni assolutamente inquietanti?
Anche le reazioni politiche non sono sembrate all’altezza della gravità di quanto denunciato. Nel vuoto di queste ore, si registra solo la dura dichiarazione del capogruppo PD in commissione antimafia, Laura Garavini che ha biasimato l’atteggiamento del ministro: “Non si può chiedere ai semplici cittadini di denunciare chi chiede il racket e poi non dare il buon esempio, facendo nomi e cognomi degli 'ndranghetisti che si sarebbero presentati alla Lega. A meno che questa non sia una sparata per coprire il maldestro tentativo di minimizzare il ruolo del consigliere regionale lombardo Ciocca e il grave imbarazzo di Bossi per i suoi rapporti con personaggi che rappresentano la 'ndrangheta al nord".

Saviano vs Castelli
A luglio di quest’anno, dopo il blitz congiunto dei magistrati milanesi e calabresi, lo scrittore Roberto Saviano si era permesso di far notare il disagio dei dirigenti della Lega di fronte all’avanzata delle cosche al nord: “La Lega ci ha sempre detto – ha dichiarato l'autore di Gomorra a Vanity Fair – che certe cose al nord non esistono, ma l'inchiesta sulle infiltrazioni della 'ndrangheta in Lombardia racconta una realtà diversa. Dov'era la Lega quando questo succedeva negli ultimi dieci anni laddove ha governato? E perché adesso non risponde?”.
Reazioni veementi e in qualche caso sopra le righe erano venute in quel frangente da diversi dirigenti della Lega Nord. Il più duro di tutti l’ex ministro alla Giustizia Castelli: “Saviano è accecato e reso sordo dal suo inopinato successo e dai soldi che gli sono arrivati in giovane età. Unica sua scusante rispetto alle sciocchezze che dice sulla Lega è che, quando noi combattevamo contro la sciagurata legge del confino obbligatorio che tanti guai ha portato al nord, aveva ancora i calzoni corti. Se nulla sa della storia della Lombardia, vada a rileggersi la storia della battaglia che la Lega fece a Lecco a iniziare dal '93 contro i clan della 'ndrangheta. Atti amministrativi precisi, fatti concreti”.
A parte il fatto che la legge sul confino produsse i suoi effetti nefasti soltanto qualche decennio prima che Bossi e i suoi fondassero la Lega Nord e quindi c’è perlomeno una incongruenza cronologica che sfugge all’ingegnere Castelli, sarebbe stato interessante capire a quali atti amministrativi precisi, a quali fatti concreti, l’attuale viceministro abbia inteso riferirsi nel ricordare la concretezza della battaglia antimafia condotta dalla Lega Nord.
Crediamo, molto verosimilmente, che Castelli, nella polemica con Saviano, abbia inteso soltanto rimarcare quanto già espresso anche nel corso di altre interviste televisive e giornalistiche rilasciate in questi anni. Il succo di queste esternazioni sarebbe la sottolineatura della concretezza leghista nel contrasto alle mafie: vale a dire la confisca dei beni alle cosche della ‘ndrangheta che in quel di Lecco erano comandate da Franco Coco Trovato.
“Atti amministrativi precisi, fatti concreti”: cioè i provvedimenti delle amministrazioni comunali di Lecco, dove la Lega aveva un ruolo rilevante e Castelli un posto di primo piano come segretario cittadino prima e capogruppo in Consiglio comunale poi, che avrebbero consentito l’utilizzo a fini istituzionali e sociali dei beni confiscati alle mafie.
Anche in questo caso sono necessarie due piccole precisazioni. Intanto i beni non vengono confiscati dai comuni ma il loro intervento è cruciale solo all’esito del procedimento che parte con il sequestro. La partita dei sequestri è merito che va attribuito a magistratura e forze dell’ordine che nel corso delle inchieste ricostruiscono il valore dei patrimoni criminali e consentono la loro individuazione. Concediamo però a Castelli il beneficio del dubbio e le possibili confusioni sul tema, visto che per lo stesso ministro dell’Interno Maroni, collega di partito, sequestrare un bene equivale a confiscarlo e ad arrestare i mafiosi sono i ministri…
Secondariamente, Castelli è male informato oppure trascura colpevolmente il fatto che alcuni dei beni confiscati a Coco Trovato e recepiti con atto amministrativo da quella giunta che governava Lecco in quegli anni, in pieno 2010 sono ancora inutilizzabili e non destinati. Per informazioni il viceministro potrebbe chiedere all’attuale amministrazione comunale di Lecco che sconta gli errori del passato, ancora oggi invece rivendicati come meriti dalla Lega Nord.

Clandestini criminali e mafiosi impuniti
In attesa di capire meglio nei prossimi giorni i contorni della pubblica denuncia di Bossi o in attesa di una smentita successiva – non sarebbe una novità per il ministro delle Riforme, che in passato ha più volte utilizzato lo strumento della dichiarazione ad effetto, salvo puntualmente rettificare quanto aveva detto – giova, senza dubbio, ricordare che per la Lega Nord la questione mafia è sempre stato un tasto dolente, nonostante i proclami lanciati da Pontida.
La Lega da decenni va soffiando sul vento dell’intolleranza, predicando rigore e pugno duro contro i clandestini e facendo diventare scorrettamente una vera emergenza criminale l’immigrazione, che resta comunque un problema sociale. Quest’azione politica ha assunto anche il ruolo di una vera e propria campagna culturale che ha finito per spostare l’enfasi della repressione giudiziaria e poliziesca sui reati commessi dagli stranieri.
Il risultato è che parlare di mafie al nord è ancora oggi un tabù, soprattutto per quella larga fetta di cittadinanza che vota centrodestra e Lega in particolare.
Per costoro le mafie sono un problema dei “terroni”, tanto da spingere nel 2009 il sindaco leghista di Ponteranica (BG) a revocare l’intitolazione della biblioteca locale a Peppino Impastato perché “non è uno dei nostri morti”.
Per costoro le mafie sono un problema del sud, un fenomeno deviato tanto da arrivare a proporre la costituzione della Sicilia in repubblica autonoma gestita dalla mafia. Era stato il professor Miglio, l’allora ideologo della Lega, a proporre di realizzare un porto franco nel Mediterraneo; eravamo tra il 1992 e il 1994, quando le bombe di Cosa Nostra facevano saltare per aria magistrati e monumenti. Forse anche su questo aspetto sarebbe opportuno un approfondimento in sede giudiziaria.
Sull’onda di queste pericolose sottovalutazioni, fenomeni quali la mafia e la ‘ndrangheta sono oggi pienamente inserite – altro che infiltrate! – nel tessuto economico e sociale di quella che i dirigenti e i militanti leghisti si ostinano a chiamare, contro ogni logica e contro la storia, Padania.
Ha ragione Saviano quando chiede dove era la Lega mentre le mafie si insinuavano al nord.
Suggeriamo ai dirigenti leghisti di studiare le carte e di ripresentarsi più preparati, perché oggi la partita antimafia si sta già giocando al nord da tempo e, facendo così, corrono il rischio di essere superati drammaticamente dai fatti.

Fonte:Articolo 21

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CAMPO DI GIOVE: GRANDE FOLLA ALLA PROIEZIONE DEL FILM " E..LI CHIAMARONO BRIGANTI"


Grande folla ieri sera a Campo di Giove (AQ) a Palazzo Nanni alla proiezione del film " E...li chiamarono briganti" del regista Pasquale Squitieri, ottimamente organizzata da Gennaro Pisco, delegato del Movimento Neoborbonico e Responsabile Provinciale di Modena del Partito del Sud, in ferie a Campo di Giove.

La folla , veramente strabocchevole, ha letteralmente invaso la sala di proiezione e molti ospiti sono dovuti restare in piedi, mentre altri hanno assistito al film e al successivo interessante, dibattito dall'androne adiacente la sala.Presenti in sala anche due Assessori del Comune di Campo di Giove.

Al termine della proiezione , lungamente applaudita dalla folla presente, Gennaro Pisco ha proposto, e gli Assessori presenti accettato di portare l'istanza in Consiglio Comunale , la riabilitazione della figura del Partigiano Primiano Marcucci il cosidetto "Brigante di Campo di Giove". Si è costituito un comitato per la raccolta firme per la riabilitazione di Primiano Marcucci, ed è stato proposto da cittadini locali e turisti di proiettare di nuovo il film all'aperto per poter soddisfare la sete di verità storica della cittadinanza. Presenti in sala alcuni discendenti di Partigiani dell'epoca che non hanno mancato di portare testimonianza diretta delle gesta dei loro avi.

Letti in sala, da alcuni dei presenti, alcuni brani del libro "terroni"di Pino Aprile.

Ringraziamo a nome del Partito del Sud Gennaro Pisco, il cui impegno non viene meno neanche durante il periodo delle ferie estive .



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Grande folla ieri sera a Campo di Giove (AQ) a Palazzo Nanni alla proiezione del film " E...li chiamarono briganti" del regista Pasquale Squitieri, ottimamente organizzata da Gennaro Pisco, delegato del Movimento Neoborbonico e Responsabile Provinciale di Modena del Partito del Sud, in ferie a Campo di Giove.

La folla , veramente strabocchevole, ha letteralmente invaso la sala di proiezione e molti ospiti sono dovuti restare in piedi, mentre altri hanno assistito al film e al successivo interessante, dibattito dall'androne adiacente la sala.Presenti in sala anche due Assessori del Comune di Campo di Giove.

Al termine della proiezione , lungamente applaudita dalla folla presente, Gennaro Pisco ha proposto, e gli Assessori presenti accettato di portare l'istanza in Consiglio Comunale , la riabilitazione della figura del Partigiano Primiano Marcucci il cosidetto "Brigante di Campo di Giove". Si è costituito un comitato per la raccolta firme per la riabilitazione di Primiano Marcucci, ed è stato proposto da cittadini locali e turisti di proiettare di nuovo il film all'aperto per poter soddisfare la sete di verità storica della cittadinanza. Presenti in sala alcuni discendenti di Partigiani dell'epoca che non hanno mancato di portare testimonianza diretta delle gesta dei loro avi.

Letti in sala, da alcuni dei presenti, alcuni brani del libro "terroni"di Pino Aprile.

Ringraziamo a nome del Partito del Sud Gennaro Pisco, il cui impegno non viene meno neanche durante il periodo delle ferie estive .



 
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