mercoledì 18 agosto 2010

SU L' UNITA' DI OGGI SI PARLA DI ANTONIO CIANO E DEL PARTITO DEL SUD : 150 anni dopo / In viaggio a Eboli, Gaeta, Teano...


di Giuseppe Civati

La compagnia si allarga. Più che alle gesta garibaldine, il nostro viaggio dell’Unità assomiglia a un’impresa di Forrest Gump. Ora siamo in quattro, domani saremo in otto. Chissà quanti saremo a Marsala. Lascio a voi la (facile) risposta.

Ci si ferma a Eboli. Guardandosi indietro e pensando a cosa ci aspetta. A Matera, in Puglia, e ancora più a Sud. Perché la fermata, per noi, è da intendersi, in senso tecnico, come una sosta. E perché qui non hanno certo bisogno di noi: il Pd ha appena vinto. Da solo, o quasi, perché c’era l’Api e una lista che si chiama «Fatti per Eboli». Per dire.



In questa estate disunita e unitaria insieme, c’è un tizio con una croce di tre metri che viaggia, a piedi, da Milano (Binasco, per la precisione) a Cefalù. Salvatore, di nome. Di cognome, Glorioso. Per lui si tratta di un voto perché non vede i suoi figli dall’anno del divorzio. E vuole religiosamente protestare. Siccome alla croce ha messo le rotelle, qualcuno, prima che Glorioso superasse il fatidico confine del Po, lo voleva addirittura multare. Chissà se s’inventeranno un’ordinanza (apposita!) anche per le «croci a rotelle». Sembra uno scherzo, ma, come al solito, è tutto vero. Poi, ormai arrivato a Torrimpietra, vicino a Roma, lo ha fermato anche la Polstrada perché «la croce sbandava per il vento». Lo hanno rifocillato e lui, indomito, è ripartito. Deve arrivare a Cefalù. Magari lo incontro, verso Sud, e facciamo un pezzo di strada insieme.

Qualche chilometro più in là lungo la costa tirrenica, sempre più bella, arriviamo a Gaeta. Ci accompagnano Eliano e Paolo, amici per la pelle e giovani democratici. Ci parlano del Pd, che qui alle Amministrative se la cava, nonostante i terribili risultati delle politiche. Sono un po’ preoccupati per quello che accade a livello nazionale ma questo, nel Pd, non è una novità: è uno dei tratti che uniscono tutti gli iscritti. O quasi.

A Gaeta, contro la «sinistra garibaldina» che «professa la propria fede verso il massone nizzardo», c’è Antonio Ciano, che ha il negozio di tabacchi in piazza, vicino al municipio. Ciano ha fondato nel 2002 il Pds, che questa volta, nel gioco impazzito degli acronimi della politica italiana, sta per Partito del Sud. Qualche centinaio di voti in città. Il nome della lista? «Riprendiamoci Gaeta». Si sente assediato, Ciano, ma non da Roma: no, lui ce l’ha con Torino. Ora è assessore al demanio, che qui conta parecchio, con tutte le aree militari e i limiti invalicabili che compaiono sui muri della città.

Curioso che un neo-borbone si debba confrontare con il federalismo demaniale. Un segno dei tempi. «Nel 2005 dal Sud sono emigrati 120 mila giovani, chiamati terroni da coloro i quali si sono arricchiti con il drenaggio fiscale ai danni del Sud praticato dai vari governi di destra e di sinistra dal 1861 ad oggi», scrive cose così, Antonio Ciano. Che ha l’obiettivo, da «brigante», di «radicarsi nel territorio» (una vera ossessione, al giorno d’oggi) e si dice equidistante tra i due poli, perché «non è di destra, né di sinistra» (anche lui, ormai si ritrovano tutti lì, nel mezzo).

L’identità del Mezzogiorno è quello che gli interessa. Del resto, si sa, i Savoia hanno portato tutti i mali, perché hanno devastato («massacrato» o «violentato», precisa Ciano) l’economia del Sud. Ne riparleremo, perché il discorso di Ciano ha una sua anacronistica attualità, in attesa, ovviamente, che arrivi, scendendo dai Tremonti, la panacea del federalismo. Ciano non scherza: ha presentato una petizione per riavere i beni espropriati dai Savoia. Dalle due Sicilie alle due Italie, insomma. Una storia già sentita.

Da Gaeta lo sguardo corre verso Ponza. E viene in mente Ventotene. E il limite invalicabile diventa confino. Pio IX si scambia, allora, con Altiero Spinelli. E con Vittorio Foa, dalle carceri della giovinezza alla vicina Formia delle sue parole, fino alla fine limpide e precise. E l’«obbedisco» di Garibaldi, il vero sipario sul Risorgimento, diviene il limite invalicabile dell’obbedienza, si potrebbe dire. Così da Carlo Levi si passa velocemente a don Milani. Al conformismo dei tempi nostri, al confino di un Paese che vi si è posto da solo e alla necessità, liberatoria, di evadere e di andare controcorrente.
Tra Gaeta ed Eboli, c’è Teano. Una tappa irrinunciabile. L’antica Sidicinum ora dà il nome al locale centro commerciale. Il centro storico è affascinante. La cittadina si prepara alla Notte bianca di fine agosto. Le fanno dappertutto, le notti bianche. Ci sono cinque vetrine sulle quali campeggia l’insegna della Pro Loco, ma sono tutti chiusi e non ci sono gli orari di apertura. Ora, prima di unire l’Italia, sarebbe il caso di unire le Pro Loco.

Perché sono tante e in ogni caso e, potremmo dire, da nessuna parte, si trovano informazioni circa il ‘loco’ dello storico incontro. Ci rivolgiamo a Sergio, che fa l’infermiere al Pronto Soccorso. Ci dice che dobbiamo andare verso l’autostrada. Nemmeno i due si fossero incontrati in autogrill. Nella campagna, senza alcuna enfasi, come se si trattasse di un agriturismo, il primo dei due cartelli. Qui si incontrarono Garibaldi e il re. La cittadinanza pose. Sopra il guardrail. Ma non è finita. Dopo una rotonda, qualche centinaio di metri più in là, ce n’è un altro. Che dice che anche qui si sono incontrati Garibaldi e il re. Dall’incontro siamo passati alla disfida di Teano: ponte di San Nicola o Taverna Catena? Teano o Vairano? La cosa ha dell’incredibile, perché il vero problema non consisterebbe nella corretta localizzazione, sulla quale le fonti per altro si dividono, ma nel dare le minime informazioni ai visitatori che arrivano sul posto. E Teano e Variano potrebbero addirittura coalizzarsi. Pensateci: sarebbe un fatto epocale, nell’Italia dei localismi e delle rivalità da strapaese.

Per ora, vince, per meriti turistici, Vairano Patenora. Che ha il cartello, il monumento in piazza, e molte lapidi. Con i toni seri, che ci vogliono, in questi casi. L’eroe che mai fu vinto e il grande re. I citandi artefici. Salutandolo sovrano, il popolo, ecc.

Chissà cosa accadrebbe oggi se Garibaldi volesse incontrare le istituzioni a Teano. I Savoia, li escludiamo per motivi repubblicani (e non solo). L’eroe dei due mondi troverebbe il presidente Napolitano assediato dai golpisti balneari, che più che a Teano lo vedrebbero volentieri a Gaeta. O forse un Berlusconi sempre più improbabile, di ritorno da un festino a Casoria. Bertolaso organizzerebbe uno dei suoi grandi eventi, per l’occasione.

La verità è con il senso dello Stato che ci ritroviamo sulla lapide scriverebbero: «Arrivò Garibaldi e non c’era nessuno». Per poi discutere, per anni, circa l’esatta localizzazione del mancato incontro. Perché noi, in Italia, ci occupiamo sempre degli aspetti più importanti delle cose.

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di Giuseppe Civati

La compagnia si allarga. Più che alle gesta garibaldine, il nostro viaggio dell’Unità assomiglia a un’impresa di Forrest Gump. Ora siamo in quattro, domani saremo in otto. Chissà quanti saremo a Marsala. Lascio a voi la (facile) risposta.

Ci si ferma a Eboli. Guardandosi indietro e pensando a cosa ci aspetta. A Matera, in Puglia, e ancora più a Sud. Perché la fermata, per noi, è da intendersi, in senso tecnico, come una sosta. E perché qui non hanno certo bisogno di noi: il Pd ha appena vinto. Da solo, o quasi, perché c’era l’Api e una lista che si chiama «Fatti per Eboli». Per dire.



In questa estate disunita e unitaria insieme, c’è un tizio con una croce di tre metri che viaggia, a piedi, da Milano (Binasco, per la precisione) a Cefalù. Salvatore, di nome. Di cognome, Glorioso. Per lui si tratta di un voto perché non vede i suoi figli dall’anno del divorzio. E vuole religiosamente protestare. Siccome alla croce ha messo le rotelle, qualcuno, prima che Glorioso superasse il fatidico confine del Po, lo voleva addirittura multare. Chissà se s’inventeranno un’ordinanza (apposita!) anche per le «croci a rotelle». Sembra uno scherzo, ma, come al solito, è tutto vero. Poi, ormai arrivato a Torrimpietra, vicino a Roma, lo ha fermato anche la Polstrada perché «la croce sbandava per il vento». Lo hanno rifocillato e lui, indomito, è ripartito. Deve arrivare a Cefalù. Magari lo incontro, verso Sud, e facciamo un pezzo di strada insieme.

Qualche chilometro più in là lungo la costa tirrenica, sempre più bella, arriviamo a Gaeta. Ci accompagnano Eliano e Paolo, amici per la pelle e giovani democratici. Ci parlano del Pd, che qui alle Amministrative se la cava, nonostante i terribili risultati delle politiche. Sono un po’ preoccupati per quello che accade a livello nazionale ma questo, nel Pd, non è una novità: è uno dei tratti che uniscono tutti gli iscritti. O quasi.

A Gaeta, contro la «sinistra garibaldina» che «professa la propria fede verso il massone nizzardo», c’è Antonio Ciano, che ha il negozio di tabacchi in piazza, vicino al municipio. Ciano ha fondato nel 2002 il Pds, che questa volta, nel gioco impazzito degli acronimi della politica italiana, sta per Partito del Sud. Qualche centinaio di voti in città. Il nome della lista? «Riprendiamoci Gaeta». Si sente assediato, Ciano, ma non da Roma: no, lui ce l’ha con Torino. Ora è assessore al demanio, che qui conta parecchio, con tutte le aree militari e i limiti invalicabili che compaiono sui muri della città.

Curioso che un neo-borbone si debba confrontare con il federalismo demaniale. Un segno dei tempi. «Nel 2005 dal Sud sono emigrati 120 mila giovani, chiamati terroni da coloro i quali si sono arricchiti con il drenaggio fiscale ai danni del Sud praticato dai vari governi di destra e di sinistra dal 1861 ad oggi», scrive cose così, Antonio Ciano. Che ha l’obiettivo, da «brigante», di «radicarsi nel territorio» (una vera ossessione, al giorno d’oggi) e si dice equidistante tra i due poli, perché «non è di destra, né di sinistra» (anche lui, ormai si ritrovano tutti lì, nel mezzo).

L’identità del Mezzogiorno è quello che gli interessa. Del resto, si sa, i Savoia hanno portato tutti i mali, perché hanno devastato («massacrato» o «violentato», precisa Ciano) l’economia del Sud. Ne riparleremo, perché il discorso di Ciano ha una sua anacronistica attualità, in attesa, ovviamente, che arrivi, scendendo dai Tremonti, la panacea del federalismo. Ciano non scherza: ha presentato una petizione per riavere i beni espropriati dai Savoia. Dalle due Sicilie alle due Italie, insomma. Una storia già sentita.

Da Gaeta lo sguardo corre verso Ponza. E viene in mente Ventotene. E il limite invalicabile diventa confino. Pio IX si scambia, allora, con Altiero Spinelli. E con Vittorio Foa, dalle carceri della giovinezza alla vicina Formia delle sue parole, fino alla fine limpide e precise. E l’«obbedisco» di Garibaldi, il vero sipario sul Risorgimento, diviene il limite invalicabile dell’obbedienza, si potrebbe dire. Così da Carlo Levi si passa velocemente a don Milani. Al conformismo dei tempi nostri, al confino di un Paese che vi si è posto da solo e alla necessità, liberatoria, di evadere e di andare controcorrente.
Tra Gaeta ed Eboli, c’è Teano. Una tappa irrinunciabile. L’antica Sidicinum ora dà il nome al locale centro commerciale. Il centro storico è affascinante. La cittadina si prepara alla Notte bianca di fine agosto. Le fanno dappertutto, le notti bianche. Ci sono cinque vetrine sulle quali campeggia l’insegna della Pro Loco, ma sono tutti chiusi e non ci sono gli orari di apertura. Ora, prima di unire l’Italia, sarebbe il caso di unire le Pro Loco.

Perché sono tante e in ogni caso e, potremmo dire, da nessuna parte, si trovano informazioni circa il ‘loco’ dello storico incontro. Ci rivolgiamo a Sergio, che fa l’infermiere al Pronto Soccorso. Ci dice che dobbiamo andare verso l’autostrada. Nemmeno i due si fossero incontrati in autogrill. Nella campagna, senza alcuna enfasi, come se si trattasse di un agriturismo, il primo dei due cartelli. Qui si incontrarono Garibaldi e il re. La cittadinanza pose. Sopra il guardrail. Ma non è finita. Dopo una rotonda, qualche centinaio di metri più in là, ce n’è un altro. Che dice che anche qui si sono incontrati Garibaldi e il re. Dall’incontro siamo passati alla disfida di Teano: ponte di San Nicola o Taverna Catena? Teano o Vairano? La cosa ha dell’incredibile, perché il vero problema non consisterebbe nella corretta localizzazione, sulla quale le fonti per altro si dividono, ma nel dare le minime informazioni ai visitatori che arrivano sul posto. E Teano e Variano potrebbero addirittura coalizzarsi. Pensateci: sarebbe un fatto epocale, nell’Italia dei localismi e delle rivalità da strapaese.

Per ora, vince, per meriti turistici, Vairano Patenora. Che ha il cartello, il monumento in piazza, e molte lapidi. Con i toni seri, che ci vogliono, in questi casi. L’eroe che mai fu vinto e il grande re. I citandi artefici. Salutandolo sovrano, il popolo, ecc.

Chissà cosa accadrebbe oggi se Garibaldi volesse incontrare le istituzioni a Teano. I Savoia, li escludiamo per motivi repubblicani (e non solo). L’eroe dei due mondi troverebbe il presidente Napolitano assediato dai golpisti balneari, che più che a Teano lo vedrebbero volentieri a Gaeta. O forse un Berlusconi sempre più improbabile, di ritorno da un festino a Casoria. Bertolaso organizzerebbe uno dei suoi grandi eventi, per l’occasione.

La verità è con il senso dello Stato che ci ritroviamo sulla lapide scriverebbero: «Arrivò Garibaldi e non c’era nessuno». Per poi discutere, per anni, circa l’esatta localizzazione del mancato incontro. Perché noi, in Italia, ci occupiamo sempre degli aspetti più importanti delle cose.

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SCHEGGE DI SUD – 1




Che succede, al Sud, mentre qualcuno ne parla male, senza preoccuparsi di conoscerlo

e qualche altro è distratto dal tentativo di capirlo?

Passi anni a cercare il Sud sulle pagine di chi lo ha studiato, descritto. Hai percorso centinaia di migliaia di chilometri fra le sue capitali, perché è lì che succedono i fatti. Hai consumato le rotte aeree e le autostrade (vabbé, si fa per dire) per muoverti fra quei centri che producevano notizie, quasi sempre della stessa specie, perché il Sud interessa solo quando conferma la sua natura di terra e gente perdute e irredimibili (quindi mafia, sprechi, ritardi); il buono, a Sud, è sospetto. Il terremoto ti svela, poi, una miriade di non-luoghi dove il Sud si nasconde: paesi di cui scopri l’esistenza quando il sisma li cancella. Come le vittime degli episodi di cronaca nera: apprendi che c’erano, se qualcuno li uccide; e ne pubblichi il nome, persino la storia! Insomma: dover morire, per certificare la propria esistenza. Poi, accetti inviti, per andare a parlare di Terroni, in paesi di cui apprendi il nome per la prima volta. E il Sud che pensavi di conoscere è solo la parte visibile; l’altro, lo attraversavi per sapere di quello.Fra gli Alburni e i monti di sabbia del Pollino, sopra il Vallo di Diano (residui di un immenso, mobile paleolago), fra le forre e le gole precipiti che salgono dal Cilento nell’interno vuoto; fra le valli larghe della Lucania e del Sannio, dov’è sparsa, in centinaia di chilometri, la popolazione che c’è in una borgata di Roma, un quartiere di Napoli, non dei maggiori… Sono posti da cui non si passa, perché restano ai lati della strada, magari dietro la collina, invisibili; ci va chi ci deve stare; o tornarci, ogni tanto. Posti, da cui si va via. Vedi centri storici bellissimi e abbandonati: le case le regalano, e nessuno le vuole. «Eravano oltre diecimila; oggi i residenti sono la metà; veri, ancora meno: tanti risultano abitare qui, ma sono altrove», ti dicono a San Bartolomeo in Galdo, nel Subappennino Dauno, fra Campobasso e Foggia. Sono i paesi in cui il Sud che si vede butta i suoi rifiuti, in ogni senso: dalla miseria all’immondizia. Ai piedi dell’abitato, c’è una discarica nella quale finisce lo schifo che avvelenava Napoli. Non si sa cosa sversino lì, quali veleni; li si vedono scorrere (a decine di litri al secondo, hanno filmato, prima che almeno ricoprissero la discarica), in un affluente del Fortore, che poi riempie l’enorme diga di Occhito e dà da bere a mezzo milione di persone, nel Tavoliere. Nel lago sono comparse alghe rosse, tossiche; la pesca è stata interdetta. Ma chi ne sa? Chi ne parla? A chi interessa? E nessuno interviene sulla discarica; il sindaco ha scarsi poteri. E pure quelli, magari, amputati, come a Casalduni, uno dei due paesi martiri del 1861, rasi al suolo dai bersaglieri di Pier Eleonoro Negri, per fare l’Italia. Il Comune ha accettato di ospitare un colossale centro per il trattamento rifiuti, in cambio di royalties, per rivitalizzare l’economia cittadina. Il centro lo hanno fatto, ci portano la monnezza di Napoli; capita che file di camion, chilometri, attendano per giorni, lasciando scolare veleni nella valle dov’è il paese, con il suo fiume e la cascata. Il veleno è arrivato, i soldi no; e non si sa quando glieli daranno. Sulla carta, il Comune è con le casse zeppe; nei fatti, non ha un euro per pagare i fornitori e rischia la bancarotta. «Falliremo ricchi», dice il sindaco. Una legge apposita gli vieta di pignorare il malpagatore. Tanto chi lo saprà, a chi importa?

Il Sud che fa notizia è libero e pulito (insomma…); qualcuno può vantarsi di aver fatto un miracolo. Non c’è altro da dire; e il Sud che nessuno vede è ridotto a una rete di discariche senza controllo.

Però… Una mezza dozzina ragazzi crea un centro culturale a San Bartolomeo in Galdo; si tassano. «Siamo quattro gatti, ma vieni lo stesso», ti dicono. Hanno ottenuto la sala della biblioteca comunale, sono contenti. Se va bene, ci saranno anche 20-30 persone. Ne arrivano oltre duecento, inclusi i sindaci del paesi intorno. Ci sono i vigili urbani, i carabinieri, il prete e il dirigente scolastico; i giovani con i nonni. Chi è che parlava di apatia? Ti raccontano che i cavatelli con i broccoli qui li fanno come neanche in paradiso; e c’è la casa che nessuno compra, anche se molto comoda, perché c’è il fantasma; e che si sono iscritti alla confraternita della chiesetta sorta sull’antico cimitero, per poterne salvare l’organo del Settecento, farlo restaurare, impedire che sia venduto, come fece un parroco con l’altro organo che era vanto del paese. Colgono un accenno alle altre discariche “sui” paesi dell’interno e sulla necessità di raccordarsi, fare un’indagine insieme, e il giorno dopo sono già all’opera; cercano idee per far ritornare la gente nelle case vuote. Qui, nel paese delle incompiute: l’ospedale è in costruzione da cinquant’anni; la scuola da una ventina, se ho capito bene: è ferma allo scheletro; come la nuova chiesa…

«Vogliamo cominciare cose che giungono al termine», ti dicono questi ragazzi. Il sindaco è un loro coetaneo, ex compagno di scuola. Divisi politicamente, non negl’intenti. Scopri che hanno lauree interessanti, ben prese; alcuni restano qui, a gestire il poco, pur avendo prospettive incomparabili altrove: Altri sono fuori, per il lavoro, ma si sono impegnati a tornare ogni fine settimana, ogni due, a lavorare per iniziative comuni, come risiedessero ancora qui. «Ora completeranno la strada, sarà più facile arrivare». Sono due chilometri (ora di buche e frane), ma a loro sembra il segnale di svolta.

Quelli che vengono a prenderti in Cilento, per portarti sui monti si sabbia ti fanno risalire la valle del Mingardo. Sapete di cosa parlo? Questo era il fiume dei morti, per Virgilio, lo Stige; e lo era anche per Dante, che dai sette gironi di queste gole prese l’idea della conformazione dell’inferno. Qui ci sono la Valle dell’Inferno e la Gola del Diavolo. La fantasia umana attribuisce spesso la bellezza estrema alla perfidia dell’opera luciferina. Le pareti di queste gole sono un sogno o un incubo: poche volte ho visto qualcosa di più bello; quando il fiume sfugge alla stretta rocciosa, si distende, finalmente libero e sinuoso, nella piana, fra pinete e coltivi, mandrie allo stato brado, e la foce presso Palinuro, dinanzi al celebratissimo arco naturale di pietra. A governare, a monte, l’ingresso nell’orrido, l’abitato medievale di San Severino, rudere disabitato. Gioielli sprecati. Non producono lavoro, tranne che sull’intasata fascia costiera, in estate.

E Montesano sulla Marcellana voi sapevate che esiste? Ha più di seimila abitanti, domina il Vallo di Diano e i boschi alle sue spalle, verso il Potentino, più Lucania che Salernitano. Di qui andò via un emigrante che tornò ricchissimo, dall’Argentina, e si mise a costruire chiese, conventi, terme, tutto a sue spese.

Ad animare il posto, un gruppetto di ragazzi tenacemente legati al paese, anche se uno studia a Bologna e organizza manifestazioni musicali; e non è il solo a fare il pendolare, con un obiettivo: avere come base il proprio paese, estrarre lavoro e reddito da quello che c’è. «È tanto, non considerato: storia, cibo buono, posti magnifici e non conosciuti, possibilità di offrirli a prezzi modesti ma remunerativi…». Sono ragazzi che hanno visto mondo, sanno e guardano con altri occhi quello che, a chi è rimasto in paese, sembra privo di valore. «Vendo i pezzi di terra sparsi che appartengono alla mia famiglia, ne prendo uno più grande e ci faccio qualcosa: qui vale la pena venire. Noi ce ne siamo accorti, se ne accorgeranno pure gli altri. Li aiuteremo ad accorgersene».

Non se ne vanno, questi ragazzi; potrebbero, ma tornano, per restare. E se provi, con un pizzico di provocazione, a dire: «Che ci fa uno con la tua preparazione, qui?», ti rispondono che dove tutto sembra finito, si può ricominciare; mentre tanti ancora partono. È un valore che scorgono per contrasto: vedono quello che si è ancora salvato nel loro paese e non quello che si è perso; quello che può diventare, non quello che è diventato; e che, nonostante il declino e lo svuotamento, vi è più di quel che hanno trovato altrove. A parte i soldi.

Pino Aprile


Fonte:
Terroni blog

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Che succede, al Sud, mentre qualcuno ne parla male, senza preoccuparsi di conoscerlo

e qualche altro è distratto dal tentativo di capirlo?

Passi anni a cercare il Sud sulle pagine di chi lo ha studiato, descritto. Hai percorso centinaia di migliaia di chilometri fra le sue capitali, perché è lì che succedono i fatti. Hai consumato le rotte aeree e le autostrade (vabbé, si fa per dire) per muoverti fra quei centri che producevano notizie, quasi sempre della stessa specie, perché il Sud interessa solo quando conferma la sua natura di terra e gente perdute e irredimibili (quindi mafia, sprechi, ritardi); il buono, a Sud, è sospetto. Il terremoto ti svela, poi, una miriade di non-luoghi dove il Sud si nasconde: paesi di cui scopri l’esistenza quando il sisma li cancella. Come le vittime degli episodi di cronaca nera: apprendi che c’erano, se qualcuno li uccide; e ne pubblichi il nome, persino la storia! Insomma: dover morire, per certificare la propria esistenza. Poi, accetti inviti, per andare a parlare di Terroni, in paesi di cui apprendi il nome per la prima volta. E il Sud che pensavi di conoscere è solo la parte visibile; l’altro, lo attraversavi per sapere di quello.Fra gli Alburni e i monti di sabbia del Pollino, sopra il Vallo di Diano (residui di un immenso, mobile paleolago), fra le forre e le gole precipiti che salgono dal Cilento nell’interno vuoto; fra le valli larghe della Lucania e del Sannio, dov’è sparsa, in centinaia di chilometri, la popolazione che c’è in una borgata di Roma, un quartiere di Napoli, non dei maggiori… Sono posti da cui non si passa, perché restano ai lati della strada, magari dietro la collina, invisibili; ci va chi ci deve stare; o tornarci, ogni tanto. Posti, da cui si va via. Vedi centri storici bellissimi e abbandonati: le case le regalano, e nessuno le vuole. «Eravano oltre diecimila; oggi i residenti sono la metà; veri, ancora meno: tanti risultano abitare qui, ma sono altrove», ti dicono a San Bartolomeo in Galdo, nel Subappennino Dauno, fra Campobasso e Foggia. Sono i paesi in cui il Sud che si vede butta i suoi rifiuti, in ogni senso: dalla miseria all’immondizia. Ai piedi dell’abitato, c’è una discarica nella quale finisce lo schifo che avvelenava Napoli. Non si sa cosa sversino lì, quali veleni; li si vedono scorrere (a decine di litri al secondo, hanno filmato, prima che almeno ricoprissero la discarica), in un affluente del Fortore, che poi riempie l’enorme diga di Occhito e dà da bere a mezzo milione di persone, nel Tavoliere. Nel lago sono comparse alghe rosse, tossiche; la pesca è stata interdetta. Ma chi ne sa? Chi ne parla? A chi interessa? E nessuno interviene sulla discarica; il sindaco ha scarsi poteri. E pure quelli, magari, amputati, come a Casalduni, uno dei due paesi martiri del 1861, rasi al suolo dai bersaglieri di Pier Eleonoro Negri, per fare l’Italia. Il Comune ha accettato di ospitare un colossale centro per il trattamento rifiuti, in cambio di royalties, per rivitalizzare l’economia cittadina. Il centro lo hanno fatto, ci portano la monnezza di Napoli; capita che file di camion, chilometri, attendano per giorni, lasciando scolare veleni nella valle dov’è il paese, con il suo fiume e la cascata. Il veleno è arrivato, i soldi no; e non si sa quando glieli daranno. Sulla carta, il Comune è con le casse zeppe; nei fatti, non ha un euro per pagare i fornitori e rischia la bancarotta. «Falliremo ricchi», dice il sindaco. Una legge apposita gli vieta di pignorare il malpagatore. Tanto chi lo saprà, a chi importa?

Il Sud che fa notizia è libero e pulito (insomma…); qualcuno può vantarsi di aver fatto un miracolo. Non c’è altro da dire; e il Sud che nessuno vede è ridotto a una rete di discariche senza controllo.

Però… Una mezza dozzina ragazzi crea un centro culturale a San Bartolomeo in Galdo; si tassano. «Siamo quattro gatti, ma vieni lo stesso», ti dicono. Hanno ottenuto la sala della biblioteca comunale, sono contenti. Se va bene, ci saranno anche 20-30 persone. Ne arrivano oltre duecento, inclusi i sindaci del paesi intorno. Ci sono i vigili urbani, i carabinieri, il prete e il dirigente scolastico; i giovani con i nonni. Chi è che parlava di apatia? Ti raccontano che i cavatelli con i broccoli qui li fanno come neanche in paradiso; e c’è la casa che nessuno compra, anche se molto comoda, perché c’è il fantasma; e che si sono iscritti alla confraternita della chiesetta sorta sull’antico cimitero, per poterne salvare l’organo del Settecento, farlo restaurare, impedire che sia venduto, come fece un parroco con l’altro organo che era vanto del paese. Colgono un accenno alle altre discariche “sui” paesi dell’interno e sulla necessità di raccordarsi, fare un’indagine insieme, e il giorno dopo sono già all’opera; cercano idee per far ritornare la gente nelle case vuote. Qui, nel paese delle incompiute: l’ospedale è in costruzione da cinquant’anni; la scuola da una ventina, se ho capito bene: è ferma allo scheletro; come la nuova chiesa…

«Vogliamo cominciare cose che giungono al termine», ti dicono questi ragazzi. Il sindaco è un loro coetaneo, ex compagno di scuola. Divisi politicamente, non negl’intenti. Scopri che hanno lauree interessanti, ben prese; alcuni restano qui, a gestire il poco, pur avendo prospettive incomparabili altrove: Altri sono fuori, per il lavoro, ma si sono impegnati a tornare ogni fine settimana, ogni due, a lavorare per iniziative comuni, come risiedessero ancora qui. «Ora completeranno la strada, sarà più facile arrivare». Sono due chilometri (ora di buche e frane), ma a loro sembra il segnale di svolta.

Quelli che vengono a prenderti in Cilento, per portarti sui monti si sabbia ti fanno risalire la valle del Mingardo. Sapete di cosa parlo? Questo era il fiume dei morti, per Virgilio, lo Stige; e lo era anche per Dante, che dai sette gironi di queste gole prese l’idea della conformazione dell’inferno. Qui ci sono la Valle dell’Inferno e la Gola del Diavolo. La fantasia umana attribuisce spesso la bellezza estrema alla perfidia dell’opera luciferina. Le pareti di queste gole sono un sogno o un incubo: poche volte ho visto qualcosa di più bello; quando il fiume sfugge alla stretta rocciosa, si distende, finalmente libero e sinuoso, nella piana, fra pinete e coltivi, mandrie allo stato brado, e la foce presso Palinuro, dinanzi al celebratissimo arco naturale di pietra. A governare, a monte, l’ingresso nell’orrido, l’abitato medievale di San Severino, rudere disabitato. Gioielli sprecati. Non producono lavoro, tranne che sull’intasata fascia costiera, in estate.

E Montesano sulla Marcellana voi sapevate che esiste? Ha più di seimila abitanti, domina il Vallo di Diano e i boschi alle sue spalle, verso il Potentino, più Lucania che Salernitano. Di qui andò via un emigrante che tornò ricchissimo, dall’Argentina, e si mise a costruire chiese, conventi, terme, tutto a sue spese.

Ad animare il posto, un gruppetto di ragazzi tenacemente legati al paese, anche se uno studia a Bologna e organizza manifestazioni musicali; e non è il solo a fare il pendolare, con un obiettivo: avere come base il proprio paese, estrarre lavoro e reddito da quello che c’è. «È tanto, non considerato: storia, cibo buono, posti magnifici e non conosciuti, possibilità di offrirli a prezzi modesti ma remunerativi…». Sono ragazzi che hanno visto mondo, sanno e guardano con altri occhi quello che, a chi è rimasto in paese, sembra privo di valore. «Vendo i pezzi di terra sparsi che appartengono alla mia famiglia, ne prendo uno più grande e ci faccio qualcosa: qui vale la pena venire. Noi ce ne siamo accorti, se ne accorgeranno pure gli altri. Li aiuteremo ad accorgersene».

Non se ne vanno, questi ragazzi; potrebbero, ma tornano, per restare. E se provi, con un pizzico di provocazione, a dire: «Che ci fa uno con la tua preparazione, qui?», ti rispondono che dove tutto sembra finito, si può ricominciare; mentre tanti ancora partono. È un valore che scorgono per contrasto: vedono quello che si è ancora salvato nel loro paese e non quello che si è perso; quello che può diventare, non quello che è diventato; e che, nonostante il declino e lo svuotamento, vi è più di quel che hanno trovato altrove. A parte i soldi.

Pino Aprile


Fonte:
Terroni blog

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L’esperimento socialista di San Leucio


Di F.M.

L’utopia della “Città del Sole” del calabrese Tommaso Campanella, vittima dell’Inquisizione e della dominazione spagnola a Napoli e in Sicilia, sarebbe stata realizzata proprio nel “retrogrado” regno dei Borbone, dove, a dispetto delle calunnie e delle menzogne diffuse dalla centrale londinese della massoneria, per iniziativa dei Borbone era fiorito l’Illuminismo di Vico, Galiani, Genovesi, Pagano, Filangieri, il più ragguardevole nell’ambito dell’Illuminismo italiano.
San Leucio è il primo esempio di repubblica socialista della storia contemporanea. E’ curioso che esso risalga a un despota illuminato, quando un altro despota illuminato, il re del Portogallo Giuseppe I, asservito all’Inghilterra, aveva stroncato nelle colonie brasiliane le prime repubbliche socialiste della storia, le Encomiendas progettate, fondate e dirette dai Gesuiti.
San Leucio era in origine una residenza di caccia di Ferdinando IV di Borbone. Dopo la morte prematura del figlio principe ereditario Carlo Tito, avvenuta alla fine del 1778, non volendo più recarsi nell’amena località legata alla memoria del caro estinto, il re decise di destinarla ad altro più utile uso. Lasciamo a lui la parola: “Essendo giunti gli abitanti del luogo, con le famiglie aggregatesi, al numero di 134 (…), temendo che tanti fanciulli e fanciulle, che andavano sempre aumentando, per mancanza di educazione divenissero un giorno e formassero una piccola comunità di scostumati e malviventi, pensai di stabilire una Casa di educazione per i figli dell’uno e dell’altro sesso, servendomi, per collocarveli, del mio casino (…). Col tempo, poi, rivolsi altrove le mie mira, e pensai di rendere quella Popolazione utile allo Stato, alle famiglie e a ogni individuo, introducendo una manifattura di sete grezze e lavorate di diverse specie fin qui poco e malamente conosciute, procurando di ridurla alla miglior perfezione possibile”.
La colonia si chiamerà poi Ferdinandopoli e si trovava nei pressi di Caserta, dove oggi spadroneggiano i camorristi di Casal di Principe. Il suo Statuto, basato sul principio dell’eguaglianza dei cittadini, fu stilato personalmente dal re. Esso anticipava, sia pure nell’ottica del dispotismo illuminato, gli stessi concetti della Comune di Parigi del 1870, che notoriamente fu stroncata, non a caso nel sangue, dal massone Thiers e dal suo boia generale Gallifet.
La fabbrica tessile possedeva 82 ettari di terreno per i bisogni alimentari degli operai, che abitavano in case a schiera progettate dall’architetto Collecini. La vita che vi si conduceva era dura ma libera da vincoli padronali.
L’abbigliamento era semplice, pratico e uguale per tutti. La sveglia suonava prestissimo, si assisteva alla messa e subito dopo ci si recava sul posto di lavoro. Vi era un’interruzione a mezzogiorno per il pranzo. Si riprendeva a lavorare alle 13,30 e si smontava al tramonto.
L’istruzione era obbligatoria e l’educazione orientata a formare la coscienza civile. Il matrimonio era disciplinato al fine di preservare la comunità da pericolose influenze esterne. Se una ragazza voleva sposare un forestiero, riceveva una dote di cinquanta ducati e se ne doveva andare. Se accadeva il contrario, la sposa forestiera doveva seguire un corso di tessitura e poi entrava a pieno titolo nella comunità. I testamenti erano aboliti e l’eredità del defunto era divisa fra i figli e il coniuge superstite. Ove questi non vi fossero, l’eredità era incamerata dal Monte degli Orfani.
Esisteva una Cassa di Carità che prestava denaro senza interesse a chi ne avesse bisogno e che provvedeva a erogare le pensioni. Era alimentata dai cittadini mediante un prelievo mensile sulla busta paga corrispondente a 85 centesimi di lira aurea.
Erano proibite le liti fra cittadini e i contrasti di poco conto venivano risolti dagli anziani e dal parroco.
Esisteva un carcere con un sovrintendente. Si racconta che una volta vi finì un leuciano. Il sovrintendente gli fece portare in cella il telaio perché “non oziasse” e continuasse a provvedere al sostentamento della famiglia. Doveva produrre tre paia di calze alla settimana.


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Di F.M.

L’utopia della “Città del Sole” del calabrese Tommaso Campanella, vittima dell’Inquisizione e della dominazione spagnola a Napoli e in Sicilia, sarebbe stata realizzata proprio nel “retrogrado” regno dei Borbone, dove, a dispetto delle calunnie e delle menzogne diffuse dalla centrale londinese della massoneria, per iniziativa dei Borbone era fiorito l’Illuminismo di Vico, Galiani, Genovesi, Pagano, Filangieri, il più ragguardevole nell’ambito dell’Illuminismo italiano.
San Leucio è il primo esempio di repubblica socialista della storia contemporanea. E’ curioso che esso risalga a un despota illuminato, quando un altro despota illuminato, il re del Portogallo Giuseppe I, asservito all’Inghilterra, aveva stroncato nelle colonie brasiliane le prime repubbliche socialiste della storia, le Encomiendas progettate, fondate e dirette dai Gesuiti.
San Leucio era in origine una residenza di caccia di Ferdinando IV di Borbone. Dopo la morte prematura del figlio principe ereditario Carlo Tito, avvenuta alla fine del 1778, non volendo più recarsi nell’amena località legata alla memoria del caro estinto, il re decise di destinarla ad altro più utile uso. Lasciamo a lui la parola: “Essendo giunti gli abitanti del luogo, con le famiglie aggregatesi, al numero di 134 (…), temendo che tanti fanciulli e fanciulle, che andavano sempre aumentando, per mancanza di educazione divenissero un giorno e formassero una piccola comunità di scostumati e malviventi, pensai di stabilire una Casa di educazione per i figli dell’uno e dell’altro sesso, servendomi, per collocarveli, del mio casino (…). Col tempo, poi, rivolsi altrove le mie mira, e pensai di rendere quella Popolazione utile allo Stato, alle famiglie e a ogni individuo, introducendo una manifattura di sete grezze e lavorate di diverse specie fin qui poco e malamente conosciute, procurando di ridurla alla miglior perfezione possibile”.
La colonia si chiamerà poi Ferdinandopoli e si trovava nei pressi di Caserta, dove oggi spadroneggiano i camorristi di Casal di Principe. Il suo Statuto, basato sul principio dell’eguaglianza dei cittadini, fu stilato personalmente dal re. Esso anticipava, sia pure nell’ottica del dispotismo illuminato, gli stessi concetti della Comune di Parigi del 1870, che notoriamente fu stroncata, non a caso nel sangue, dal massone Thiers e dal suo boia generale Gallifet.
La fabbrica tessile possedeva 82 ettari di terreno per i bisogni alimentari degli operai, che abitavano in case a schiera progettate dall’architetto Collecini. La vita che vi si conduceva era dura ma libera da vincoli padronali.
L’abbigliamento era semplice, pratico e uguale per tutti. La sveglia suonava prestissimo, si assisteva alla messa e subito dopo ci si recava sul posto di lavoro. Vi era un’interruzione a mezzogiorno per il pranzo. Si riprendeva a lavorare alle 13,30 e si smontava al tramonto.
L’istruzione era obbligatoria e l’educazione orientata a formare la coscienza civile. Il matrimonio era disciplinato al fine di preservare la comunità da pericolose influenze esterne. Se una ragazza voleva sposare un forestiero, riceveva una dote di cinquanta ducati e se ne doveva andare. Se accadeva il contrario, la sposa forestiera doveva seguire un corso di tessitura e poi entrava a pieno titolo nella comunità. I testamenti erano aboliti e l’eredità del defunto era divisa fra i figli e il coniuge superstite. Ove questi non vi fossero, l’eredità era incamerata dal Monte degli Orfani.
Esisteva una Cassa di Carità che prestava denaro senza interesse a chi ne avesse bisogno e che provvedeva a erogare le pensioni. Era alimentata dai cittadini mediante un prelievo mensile sulla busta paga corrispondente a 85 centesimi di lira aurea.
Erano proibite le liti fra cittadini e i contrasti di poco conto venivano risolti dagli anziani e dal parroco.
Esisteva un carcere con un sovrintendente. Si racconta che una volta vi finì un leuciano. Il sovrintendente gli fece portare in cella il telaio perché “non oziasse” e continuasse a provvedere al sostentamento della famiglia. Doveva produrre tre paia di calze alla settimana.


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“BRIGANTE SE MORE” IL NUOVO LIBRO DI EUGENIO BENNATO


Di Gino Giammarino

LA COPERTINA DEL LIBRO DI BENNATO
LA COPERTINA DEL LIBRO DI BENNATO

L’avvicinarsi delle celebrazioni per il centocinquantesimo anno della farsa unità d’Italia, in scadenza nel prossimo anno 2011, ma con numerose manifestazioni “apripista” già in questo 2010 in corso, sta partorendo una serie di controeventi che stanno posizionando il boccone di traverso a chi sperava di cavarsela di nuovo con un po’ di retorica a buon mercato per sgraffignare un ennesimo bottino di fondi pubblici. Così, dopo il boom del libro “Terroni” di Pino Aprile, in volo già oltre le 200.000 (leggasi: duecentomila – ndr) copie, è in uscita un nuovo libro a firma di colui che del brigantaggio rappresenta l’anima musicale, culturale ed identitaria: Eugenio Bennato. Sua è, infatti, “Brigante se more”, la ballata scritta insieme a Carlo D’Angiò nel 1979 ed impostasi rapidamente come vero “Inno dei Briganti” al punto che in tanti, impropriamente, la chiamano proprio così. Ma non è questa l’unica storpiatura che la creatura del fine musicista e ricercatore ingiustamente subisce. E se alcuni versi sono stati alterati per dare un senso diverso dall’originale voluto dagli autori, a un certo punto si è addirittura arrivati alla mistificazione pura secondo la quale la ballata sarebbe stata scritta nel lontano 1860.

Eugenio_Bennato“Ormai ad ogni concerto aumentano i giovani. E quando attacchiamo “Brigante se more” sono tutti a cantare: è un trionfo!”

Brillano un attimo gli occhi ad Eugenio quando mi accoglie nel “covo” di Taranta Power nel quartiere napoletano del Vomero. Poi tira fuori la sua ultima creatura fatta libro:“BRIGANTE SE MORE – Viaggio nella musica del Sud”, la apre, sfoglia e mi spiega:“Questo libro racconta la storia di una sigla commissionatami nel 1979 da Anton Giulio Majano per lo sceneggiato RAI “L’eredità della priora”e diventata un inno del Sud che non ci sta…
Ma la cosa più interessante è il modo in cui si è diffusa, il tramandato orale in una sorta di passaparola che si è allargato a macchia d’olio in maniera incontrollabile!”
Come incontrollabili sono state le alterazioni subite dai versi…
“Ma come si può pensare che io possa scrivere cose del genere? Significa non aver capito niente neanche di quello che si sta dicendo. A Crocco e a Ninco Nanco certamente non gliene frega niente dei Savoia che combattono, ma altrettanto vale per i Borbone: è la terra, è il senso della ribellione che parte dal nostro Sud ma vale per tutti i Sud del mondo. Per la strofa finale, poi, vabbe’…quando mai si è sentito che una preghiera si “mena”? E’ una jastemma che si “mena”, ‘na jastemma contro una falsa libertà promessa e mai realizzata!
Divertente è, invece, la voce secondo la quale si tratterebbe di una vecchia canzone che io e D’Angiò avremmo scovato da qualche parte…”
Una voce che Bennato e D’Angiò smontano con alcuni capitoli dal gradevole e simpatico senso dello humor, anche questo tutto meridionale d.o.c.
Ma il libro di Eugenio Bennato (Coniglio Editore, pp 210, € 14,00) pone innanzitutto una questione che travalica ed attualizza, anche in chiave di ribellione ai sistemi del mercato discografico odierno, quella irrisolta meridionale. E costituisce una bussola tracciata nella musica popolare con la chiarezza di idee propria di chi studia e ricerca il passato per ripensare scenari alternativi futuri. E se qualche neoborbonico nostalgico ma impreparato, politico affabulatore o musicista di scarsa fantasia pensa di poter mettere su il cappello, Bennato riporta nella quarta di copertina le seguenti parole:
“Molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni,
le loro rivoluzioni,
ma la libertà non è cambiare padrone,
non è parola vana e astratta.
E’ dire senza timore:
“E’ mio” e sentire forte il “MIO”,
e sentire forte il possesso di qualcosa
a cominciare dall’anima,
è vivere di ciò che si ama,
vento forte ed impetuoso,
che in ogni generazione rinasce.
Così è stato e così sempre sarà”.

La firma è una garanzia senza remore: Carmine Crocco

Fonte:Il Brigante


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Di Gino Giammarino

LA COPERTINA DEL LIBRO DI BENNATO
LA COPERTINA DEL LIBRO DI BENNATO

L’avvicinarsi delle celebrazioni per il centocinquantesimo anno della farsa unità d’Italia, in scadenza nel prossimo anno 2011, ma con numerose manifestazioni “apripista” già in questo 2010 in corso, sta partorendo una serie di controeventi che stanno posizionando il boccone di traverso a chi sperava di cavarsela di nuovo con un po’ di retorica a buon mercato per sgraffignare un ennesimo bottino di fondi pubblici. Così, dopo il boom del libro “Terroni” di Pino Aprile, in volo già oltre le 200.000 (leggasi: duecentomila – ndr) copie, è in uscita un nuovo libro a firma di colui che del brigantaggio rappresenta l’anima musicale, culturale ed identitaria: Eugenio Bennato. Sua è, infatti, “Brigante se more”, la ballata scritta insieme a Carlo D’Angiò nel 1979 ed impostasi rapidamente come vero “Inno dei Briganti” al punto che in tanti, impropriamente, la chiamano proprio così. Ma non è questa l’unica storpiatura che la creatura del fine musicista e ricercatore ingiustamente subisce. E se alcuni versi sono stati alterati per dare un senso diverso dall’originale voluto dagli autori, a un certo punto si è addirittura arrivati alla mistificazione pura secondo la quale la ballata sarebbe stata scritta nel lontano 1860.

Eugenio_Bennato“Ormai ad ogni concerto aumentano i giovani. E quando attacchiamo “Brigante se more” sono tutti a cantare: è un trionfo!”

Brillano un attimo gli occhi ad Eugenio quando mi accoglie nel “covo” di Taranta Power nel quartiere napoletano del Vomero. Poi tira fuori la sua ultima creatura fatta libro:“BRIGANTE SE MORE – Viaggio nella musica del Sud”, la apre, sfoglia e mi spiega:“Questo libro racconta la storia di una sigla commissionatami nel 1979 da Anton Giulio Majano per lo sceneggiato RAI “L’eredità della priora”e diventata un inno del Sud che non ci sta…
Ma la cosa più interessante è il modo in cui si è diffusa, il tramandato orale in una sorta di passaparola che si è allargato a macchia d’olio in maniera incontrollabile!”
Come incontrollabili sono state le alterazioni subite dai versi…
“Ma come si può pensare che io possa scrivere cose del genere? Significa non aver capito niente neanche di quello che si sta dicendo. A Crocco e a Ninco Nanco certamente non gliene frega niente dei Savoia che combattono, ma altrettanto vale per i Borbone: è la terra, è il senso della ribellione che parte dal nostro Sud ma vale per tutti i Sud del mondo. Per la strofa finale, poi, vabbe’…quando mai si è sentito che una preghiera si “mena”? E’ una jastemma che si “mena”, ‘na jastemma contro una falsa libertà promessa e mai realizzata!
Divertente è, invece, la voce secondo la quale si tratterebbe di una vecchia canzone che io e D’Angiò avremmo scovato da qualche parte…”
Una voce che Bennato e D’Angiò smontano con alcuni capitoli dal gradevole e simpatico senso dello humor, anche questo tutto meridionale d.o.c.
Ma il libro di Eugenio Bennato (Coniglio Editore, pp 210, € 14,00) pone innanzitutto una questione che travalica ed attualizza, anche in chiave di ribellione ai sistemi del mercato discografico odierno, quella irrisolta meridionale. E costituisce una bussola tracciata nella musica popolare con la chiarezza di idee propria di chi studia e ricerca il passato per ripensare scenari alternativi futuri. E se qualche neoborbonico nostalgico ma impreparato, politico affabulatore o musicista di scarsa fantasia pensa di poter mettere su il cappello, Bennato riporta nella quarta di copertina le seguenti parole:
“Molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni,
le loro rivoluzioni,
ma la libertà non è cambiare padrone,
non è parola vana e astratta.
E’ dire senza timore:
“E’ mio” e sentire forte il “MIO”,
e sentire forte il possesso di qualcosa
a cominciare dall’anima,
è vivere di ciò che si ama,
vento forte ed impetuoso,
che in ogni generazione rinasce.
Così è stato e così sempre sarà”.

La firma è una garanzia senza remore: Carmine Crocco

Fonte:Il Brigante


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martedì 17 agosto 2010

Solo una cultura diversa può cambiare radicalmente la nostra società, non certo questa politica

DueSistemiculturali
Si lotta quotidianamente in mille fronti, ci si arrabbia di fronte a certe notizie, si vuole più democrazia, più rispetto per l’ambiente e per la salute dei cittadini, più legalità, più società a dimensione umana, ma non basta tutto questo, ci deve essere un’APPROCCIO diverso riguardo l’impegno sociale e politico che ognuno di noi può avere.

Questo approccio non può essere “ideologico”, le ideologie “fottono la gente” perché tendono a dividerla, divide et impera, che c’entrano la destra e la sinistra con i concetti legati al bene comune o alla sostenibilità ambientale, parolaccia peraltro ampiamente abusata, infatti usata anche dalle multinazionali del petrolio e dell’energie fossili e nucleari, come da quelle della chimica, in un greenwashing di cui anche i peggiori politici si mostra propugnatori.

Sapendo che c’è di mezzo la salute ed il futuro dei propri figli le differenze ideologiche perdono di significato, è solo la mancata conoscenza e la disinformazione imperante che portano molte persone a disinteressarsi di questi argomenti.

C’è bisogno quindi di un approccio totalmente nuovo, nel mondo si sono formati vari gruppi , che perseguendo strade diverse, arrivano magicamente alle stesse conclusione. Parliamo, ad esempio dei gruppi della “Transition” (transizione) che dal Regno Unito si sono sparsi nel mondo, parliamo di quelli della “Decrescita Felice”, e ce ne sono molti altri.

La Permacultura, di cui proprio in questi giorni mi stò avvicinando leggendo un libro di uno dei suoi “ideatori”, è una “filosofia”, un “approccio”, una visione di vita “solistica” che si contrappone radicalmente a questa civiltà industriale energeticamente onnivora che stà man mano distruggendo il pianeta con la follia della “crescita economica infinita”: sempre più consumi, più produzione, più automobili, più ciminiere, più PIL, mentre la gente stà sempre peggio, la qualità della vita peggiora, economicamente si fa fatica a tirare avanti, le (false) sicurezze che ti da questo sistema te le toglie subito dopo. E le risorse fossili che hanno permesso la rivoluzione industriale del 1800 sono al loro futuro declino.

Invece servirebbe parlare di BIL, Benessere Interno Lordo, come segnale di civiltà e di progresso di una Nazione.

Bene, non voglio spingermi oltre, questo era solo uno stimolo ad approfondire maggiormente questi argomenti.

Ecco allora qui sopra una tabella tratta dal libro “Permacultura” di David Holmgren che spiega bene le caratteristiche della civiltà “sostenibile” nei confronti di quella “industriale” odierna. Una filosofia completamente diversa che può essere applicata in ogni campo delle attività umane…


Fonte: Tra il reale e l' immaginario


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DueSistemiculturali
Si lotta quotidianamente in mille fronti, ci si arrabbia di fronte a certe notizie, si vuole più democrazia, più rispetto per l’ambiente e per la salute dei cittadini, più legalità, più società a dimensione umana, ma non basta tutto questo, ci deve essere un’APPROCCIO diverso riguardo l’impegno sociale e politico che ognuno di noi può avere.

Questo approccio non può essere “ideologico”, le ideologie “fottono la gente” perché tendono a dividerla, divide et impera, che c’entrano la destra e la sinistra con i concetti legati al bene comune o alla sostenibilità ambientale, parolaccia peraltro ampiamente abusata, infatti usata anche dalle multinazionali del petrolio e dell’energie fossili e nucleari, come da quelle della chimica, in un greenwashing di cui anche i peggiori politici si mostra propugnatori.

Sapendo che c’è di mezzo la salute ed il futuro dei propri figli le differenze ideologiche perdono di significato, è solo la mancata conoscenza e la disinformazione imperante che portano molte persone a disinteressarsi di questi argomenti.

C’è bisogno quindi di un approccio totalmente nuovo, nel mondo si sono formati vari gruppi , che perseguendo strade diverse, arrivano magicamente alle stesse conclusione. Parliamo, ad esempio dei gruppi della “Transition” (transizione) che dal Regno Unito si sono sparsi nel mondo, parliamo di quelli della “Decrescita Felice”, e ce ne sono molti altri.

La Permacultura, di cui proprio in questi giorni mi stò avvicinando leggendo un libro di uno dei suoi “ideatori”, è una “filosofia”, un “approccio”, una visione di vita “solistica” che si contrappone radicalmente a questa civiltà industriale energeticamente onnivora che stà man mano distruggendo il pianeta con la follia della “crescita economica infinita”: sempre più consumi, più produzione, più automobili, più ciminiere, più PIL, mentre la gente stà sempre peggio, la qualità della vita peggiora, economicamente si fa fatica a tirare avanti, le (false) sicurezze che ti da questo sistema te le toglie subito dopo. E le risorse fossili che hanno permesso la rivoluzione industriale del 1800 sono al loro futuro declino.

Invece servirebbe parlare di BIL, Benessere Interno Lordo, come segnale di civiltà e di progresso di una Nazione.

Bene, non voglio spingermi oltre, questo era solo uno stimolo ad approfondire maggiormente questi argomenti.

Ecco allora qui sopra una tabella tratta dal libro “Permacultura” di David Holmgren che spiega bene le caratteristiche della civiltà “sostenibile” nei confronti di quella “industriale” odierna. Una filosofia completamente diversa che può essere applicata in ogni campo delle attività umane…


Fonte: Tra il reale e l' immaginario


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A CAMPO DI GIOVE SI PROIETTA “E…LI CHIAMARONO BRIGANTI”


UNA SCENA DAL FILM

UNA SCENA DAL FILM

Il prossimo mercoledì 18 agosto 2010 alle ore 18:00, presso Palazzo Nanni in Campo di Giove (AQ), grazie all’impegno di Gennaro Pisco, delegato del Movimento Neoborbonico e Responsabile Provinciale di Modena del Partito del Sud, verrà proiettato il film di Pasquale Squitieri intitolato “E…li chiamarono Briganti”. L’evento sarà preceduto da un’ introduzione esplicativa sul film e sui fatti storici in esso descritti a cura dello stesso Gennaro Pisco, il cui impegno non viene meno neanche durante il periodo delle ferie estive Al termine verrà aperto uno spazio al libero dibattito. L’ingresso è libero come, a breve, speriamo anche il nostro Sud.

Fonte:Il Brigante


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UNA SCENA DAL FILM

UNA SCENA DAL FILM

Il prossimo mercoledì 18 agosto 2010 alle ore 18:00, presso Palazzo Nanni in Campo di Giove (AQ), grazie all’impegno di Gennaro Pisco, delegato del Movimento Neoborbonico e Responsabile Provinciale di Modena del Partito del Sud, verrà proiettato il film di Pasquale Squitieri intitolato “E…li chiamarono Briganti”. L’evento sarà preceduto da un’ introduzione esplicativa sul film e sui fatti storici in esso descritti a cura dello stesso Gennaro Pisco, il cui impegno non viene meno neanche durante il periodo delle ferie estive Al termine verrà aperto uno spazio al libero dibattito. L’ingresso è libero come, a breve, speriamo anche il nostro Sud.

Fonte:Il Brigante


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Al peggio non c’è mai fine: Emanuele Filiberto si candida a sindaco di Napoli

Questo articolo di Giornalettismo.com risponde con il giusto spirito alla incredibile (ma vera) notizia della proposta, da parte della Lega Sud Ausonia, di candidare a sindaco di Napoli Emanuele Filibero di savoia .....Ma per favore...


di Maria Teresa Mura (Indigo Scarlett)

Dopo Sanremo e la tivvù l’unica ribalta che non ha provato è quella politica. Perché non affligerci anche in questo ambito, avrà pensato il principe?

Non è Ballando con le stelle, ma vedrà di accontentarsi il Principe Emanuele Filiberto di Savoia che ha annunciato la sua candidatura a Sindaco di Strictly+Come+Dancing+Italian+TV+Show+Press+GGDEcg3yEIXl Al peggio non cè mai fine: Emanuele Filiberto si candida a sindaco di NapoliNapoli con la Lega Sud Ausonia. In contraddizione, ma neanche tanto se si tiene conto che il principe ha fatto tutto e il contrario di tutto, con il titolo dellacanzone che aveva cantato a Sanremo – e che ha anche rischiato di vincere – “Italia amore mio” Emanuele Filibertonei giorni scorsi aveva dichiarato “..Magari ci fosse una lega Sud….“.

MA FAMO UN PO’ COME CE PARE, SEMO PRINCIPI- E così, detto fatto si ritrova, proprio lui che cantava “Sì, stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio“, diventa esponente di un’organizzazione politica che di patriottismo sa poco, essendo il principale movimento autonomista del Mezzogiorno. Come spiega il segretario della Lega Sud Ausonia Gianfranco Vestuto, “la candidatura di Emanuele Filiberto rappresenta un grande segno di riconciliazione storica con Napoli, ma ha anche un valore concreto per le doti manageriali e mediatiche dell’erede di Casa Savoia in un momento in cui la politica non brilla certo per… regalita‘. Per non parlare di come sa ballare bene la rumba, un peccato non menzionarlo o no? E’ una dote che il principe ha dimostrato di possedere al contrario di tanti altri candidati sindaci, tzè.

E VISSERO INFELICI E SCONTENTI –Come si legge in una nota l’annuncio ha reso contenta anche un’altra personcina di tutto rispetto, il Presidente Onorario della Lega Sud Ausonia, SAIR la Principessa Yasmin von Hohenstaufen, discendente diretta dell’Imperatore Federico II di Svevia, che insieme alla Bella Addormentata, Shrek, e la Fatina di Cenerentola ha fatto giungere a Emanuele Filiberto tanti auguri. A settembre e’ prevista la presentazione ufficiale della candidatura e Vestuto ci fa sapere che se ci fossero elezioni anticipate Emanuele Filiberto potrebbe pensare di correre per un seggio, a patto che le tribune politiche siano presentate da Milly Carlucci. Secondo il segretario “Un Savoia che ritorna a Napoli per riparare ai torti dell’avo Vittorio Emanuele II rappresenta un precedente sulla via di una rinnovata storiografia meridionalista“. E io mi chiamo Claudia Schiffer.

Edit: evidentemente Vestuto, il segretario della Lega Sud Ausonia è più realista del re, perchè alle 20.30 l’adnkronos pubblica la smentita del principe: “Non ho alcuna intenzione di candidarmi a sindaco di Napoli. Ringrazio la Lega Sud Ausonia per le parole di apprezzamento espresse nei miei confronti ma, come e’ noto, ho scelto da tempo di dedicarmi alla carriera televisiva”. Il principe ci avrà letto?


Fonte:Giornalettismo


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Questo articolo di Giornalettismo.com risponde con il giusto spirito alla incredibile (ma vera) notizia della proposta, da parte della Lega Sud Ausonia, di candidare a sindaco di Napoli Emanuele Filibero di savoia .....Ma per favore...


di Maria Teresa Mura (Indigo Scarlett)

Dopo Sanremo e la tivvù l’unica ribalta che non ha provato è quella politica. Perché non affligerci anche in questo ambito, avrà pensato il principe?

Non è Ballando con le stelle, ma vedrà di accontentarsi il Principe Emanuele Filiberto di Savoia che ha annunciato la sua candidatura a Sindaco di Strictly+Come+Dancing+Italian+TV+Show+Press+GGDEcg3yEIXl Al peggio non cè mai fine: Emanuele Filiberto si candida a sindaco di NapoliNapoli con la Lega Sud Ausonia. In contraddizione, ma neanche tanto se si tiene conto che il principe ha fatto tutto e il contrario di tutto, con il titolo dellacanzone che aveva cantato a Sanremo – e che ha anche rischiato di vincere – “Italia amore mio” Emanuele Filibertonei giorni scorsi aveva dichiarato “..Magari ci fosse una lega Sud….“.

MA FAMO UN PO’ COME CE PARE, SEMO PRINCIPI- E così, detto fatto si ritrova, proprio lui che cantava “Sì, stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio“, diventa esponente di un’organizzazione politica che di patriottismo sa poco, essendo il principale movimento autonomista del Mezzogiorno. Come spiega il segretario della Lega Sud Ausonia Gianfranco Vestuto, “la candidatura di Emanuele Filiberto rappresenta un grande segno di riconciliazione storica con Napoli, ma ha anche un valore concreto per le doti manageriali e mediatiche dell’erede di Casa Savoia in un momento in cui la politica non brilla certo per… regalita‘. Per non parlare di come sa ballare bene la rumba, un peccato non menzionarlo o no? E’ una dote che il principe ha dimostrato di possedere al contrario di tanti altri candidati sindaci, tzè.

E VISSERO INFELICI E SCONTENTI –Come si legge in una nota l’annuncio ha reso contenta anche un’altra personcina di tutto rispetto, il Presidente Onorario della Lega Sud Ausonia, SAIR la Principessa Yasmin von Hohenstaufen, discendente diretta dell’Imperatore Federico II di Svevia, che insieme alla Bella Addormentata, Shrek, e la Fatina di Cenerentola ha fatto giungere a Emanuele Filiberto tanti auguri. A settembre e’ prevista la presentazione ufficiale della candidatura e Vestuto ci fa sapere che se ci fossero elezioni anticipate Emanuele Filiberto potrebbe pensare di correre per un seggio, a patto che le tribune politiche siano presentate da Milly Carlucci. Secondo il segretario “Un Savoia che ritorna a Napoli per riparare ai torti dell’avo Vittorio Emanuele II rappresenta un precedente sulla via di una rinnovata storiografia meridionalista“. E io mi chiamo Claudia Schiffer.

Edit: evidentemente Vestuto, il segretario della Lega Sud Ausonia è più realista del re, perchè alle 20.30 l’adnkronos pubblica la smentita del principe: “Non ho alcuna intenzione di candidarmi a sindaco di Napoli. Ringrazio la Lega Sud Ausonia per le parole di apprezzamento espresse nei miei confronti ma, come e’ noto, ho scelto da tempo di dedicarmi alla carriera televisiva”. Il principe ci avrà letto?


Fonte:Giornalettismo


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lunedì 16 agosto 2010

Cgia Mestre: Sud indebitato fino al collo

In sette anni, dal 2002 al 2009, in provincia di Caserta il debito delle famiglie è aumentato del 137,4%, a Taranto del 131,3, a Napoli del 129,7%. Dati preoccupanti che dimostrano come, al di là della crisi iniziata due anni fa, dove i redditi sono più bassi il ricorso all’indebitamento è l’unica soluzione per tirare a campare. Rate, mutui, finanziamenti: al Meridione sempre più famiglie sono costrette a contrarre debiti per acquistare beni di consumo. E’ quanto emerge dal rapporto della Cgia di Mestre, che evidenzia una situazione preoccupante.

Per la verità se il Sud piange, il Nord non ride. Secondo l’analisi l’indebitamento medio delle famiglie consumatrici – originato dall’accensione di mutui per l’acquisto della casa, dai prestiti per l’acquisto di beni mobili, dal credito al consumo, dai finanziamenti per la ristrutturazione di beni immobili, etc. – ha toccato, nel dicembre del 2009, i 15.930 €. Rispetto al dicembre 2008, l’indebitamento medio nazionale è cresciuto in termini assoluti di 863 €. A livello provinciale le “sofferenze” maggiori sono a carico delle famiglie di Roma (22.394 €), seguite da quelle di Lodi (22.218 €) e da quelle di Milano (22.083 €). Al quarto posto troviamo Trento (21.644 €), di seguito Prato (21.442 €), Como (20.695 €) e via via tutte le altre.

A vivere con minore ansia la preoccupazione di un debito da onorare nei confronti degli istituti di credito o degli istituti finanziari sono le famiglie sarde, in particolare quelle residenti nelle provincie di Carbonia-Iglesias (7.486 €), Medio Campidano (7.431 €) e, infine, Ogliastra (5.784 €).

Da rilevare, però, che i dati che riguardano il Meridione vanno letti in un contesto più ampio: al Sud, infatti, la crisi morde di più e c’è il rischio di maggiori sofferenze e difficoltà nella restituzione dei prestiti.

Fonte: http://www.ilsud.eu/?p=694


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In sette anni, dal 2002 al 2009, in provincia di Caserta il debito delle famiglie è aumentato del 137,4%, a Taranto del 131,3, a Napoli del 129,7%. Dati preoccupanti che dimostrano come, al di là della crisi iniziata due anni fa, dove i redditi sono più bassi il ricorso all’indebitamento è l’unica soluzione per tirare a campare. Rate, mutui, finanziamenti: al Meridione sempre più famiglie sono costrette a contrarre debiti per acquistare beni di consumo. E’ quanto emerge dal rapporto della Cgia di Mestre, che evidenzia una situazione preoccupante.

Per la verità se il Sud piange, il Nord non ride. Secondo l’analisi l’indebitamento medio delle famiglie consumatrici – originato dall’accensione di mutui per l’acquisto della casa, dai prestiti per l’acquisto di beni mobili, dal credito al consumo, dai finanziamenti per la ristrutturazione di beni immobili, etc. – ha toccato, nel dicembre del 2009, i 15.930 €. Rispetto al dicembre 2008, l’indebitamento medio nazionale è cresciuto in termini assoluti di 863 €. A livello provinciale le “sofferenze” maggiori sono a carico delle famiglie di Roma (22.394 €), seguite da quelle di Lodi (22.218 €) e da quelle di Milano (22.083 €). Al quarto posto troviamo Trento (21.644 €), di seguito Prato (21.442 €), Como (20.695 €) e via via tutte le altre.

A vivere con minore ansia la preoccupazione di un debito da onorare nei confronti degli istituti di credito o degli istituti finanziari sono le famiglie sarde, in particolare quelle residenti nelle provincie di Carbonia-Iglesias (7.486 €), Medio Campidano (7.431 €) e, infine, Ogliastra (5.784 €).

Da rilevare, però, che i dati che riguardano il Meridione vanno letti in un contesto più ampio: al Sud, infatti, la crisi morde di più e c’è il rischio di maggiori sofferenze e difficoltà nella restituzione dei prestiti.

Fonte: http://www.ilsud.eu/?p=694


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Ferragosto – Puglia, viaggio dal Sud al Sud

Non solo mare e spiagge trasparenti: i misteri dell’Oriente avvolgono un’Italia sconosciuta. Grotte con affreschi bizantini e i segreti dei menhir. Segni esoterici, le tarantolate della pizzica, pope ortodossi e il sole che nasce un’ora prima di Torino fra le montagne d’Albania. Amicizie che non finiscono con le vacanze. D’inverno suona il telefono delle nostre città: “Signora, volevo solo sapere come stavi”. La contadina che vende verdure lungo la strada vuol scambiare due parole come ogni mattina d’estate


La vacanza è una dimensione dello spirito: ci si libera dalle abitudini per lasciarsi avvolgere dalla bellezza. Non solo ore senza orologi, mare, pinete, tramonti; il carattere di chi vive nei posti dello svago è quasi più importante del panorama. E la Puglia diventa lo spazio di una scoperta che rallegra. I pugliesi si aprono con la curiosità dei viaggiatori immobili, ma immobili non sono. Quei treni del nord, emigrazioni e ritorni: la nostalgia non perdona. Figli che vanno e vengono dai laboratori dell’Italia delle nebbie e, nelle vacanze dei visi pallidi, ridiventano i ragazzi del posto. Impiegati dietro il banco degli alberghi o vendono frutta e verdure che escono dagli orti di famiglia. Cameriere dagli occhi allegri fra le tavole degli agriturismo. La simpatia del bagnino può nascondere una laurea quasi pronta nel cassetto. La virtù che resiste al rumore dei nostri giorni é l’eleganza. Vecchie contadine dal garbo di una nobiltà mai raggiunta si avvicinano allo “straniero” con la riservatezza che non è il silenzio di chi si nasconde, ma dignità alla ricerca di nuove amicizie. E l’amicizia pugliese non finisce quando finiscono le vacanze. Continua nel tempo degli auguri o affiora all’improvviso al telefono delle nostre città: “Signora, volevo solo sapere come stavi”.di Rosanna Abruzzese

La Puglia è lunga e dal nord al sud i dialetti cambiano, anche le culture sono diverse. Il Gargano è lo sperone di un’isola con filosofia autoctona anche se le campagne lo legano allo stivale. Montanari bizantini. Pareti che precipitano in mare, ombra di foreste dove la luce diventa un ricordo. Nella seconda metà del ‘900 le strade aprono un turismo d’avventura domestica, campeggiatori e roulotte affacciate sulle navi incamminate verso i porti dell’altra Italia. E mentre il giorno si spegne, illuminata come un giocattolo, la Daunia riporta dalle isole Tremiti subacquei cotti dal sole. Sulle terrazze degli alberghi la si segue incantati mentre l’aperitivo annuncia la cena. Il fascino continua nelle fantasie popolari. In un certo giorno d’agosto file di serpenti attraverserebbero la strada che sale ai mille metri di Monte Sant’Angelo dove, sepolto in una grotta, il santuario dell’arcangelo Michele è coperto dagli ex voto di pellegrini arrampicati nei secoli per invocare miracoli.

Una montagna più in là (solo un caso?) la basilica di San Giovanni Rotondo accoglie le devozioni di Padre Pio. Anche gli agriturismo possono essere insoliti. Sopra Mattinata, i bungalow che risalgono la montagna sdegnano lo stereotipo delle casette di legno o murature costruite poco fa: rifugi di pastori, uno all’angolo di ogni tornante di ulivi, aprono finestre e giardini sul mare. Mura di sassi, ma stanze levigate da architetti dalla mano gentile. Il nome riecheggia lo spirito dei posti attorno: “Madonna Incoronata”.

Fuori dalle ombre del Gargano, ecco la Puglia schiacciata dal sole. I bagliori delle saline di Margherita di Savoia e dentro al tavoliere, verso le Murge, tetti e campanili di Cerignola riportano alla storia contadina, la più dura del primo novecento. Il latifondo opprime ma non riesce ad avvilire i caratteri delle folle senza nome, anime morte che sudavano piegate a terra. Le signorie se le passavano in eredità assieme ai palazzi. Giuseppe Di Vittorio era ancora ragazzo quando vendemmiava con la bocca imbavagliata dalla museruola. Proibito mangiare uva. L’uomo che ha cambiato il sindacalismo italiano ascoltava le parole incomprensibili dei proprietari: dalle dimore di città venivano a tener d’occhio la raccolta parlando una lingua sconosciuta, l’italiano. Il ragazzo non capiva e voleva capire. La confrontava al dialetto dei discorsi familiari e ne annotava le traduzioni in un piccolo quaderno. Un giorno, davanti alla vetrina di una libreria di Foggia, scopre che il suo quaderno è già stampato: “si chiama vocabolario”.

Comincia la Puglia degli ulivi, del grano, del vino. Le cicale sono la colonna sonora che arriva al Salento. Comincia la Puglia dove i maestri del romanico costruiscono cattedrali lasciandosi eccitare dalle fantasie orientali. Architettura che lentamente risale l’Italia con leoni ed elefanti di pietra per sciogliere il romanico rivisitato nelle pianure del nord partendo da Ruvo, Troia, Molfetta, leggerezza della cattedrale di Trani appoggiata al mare. Meraviglie che spuntano in fondo alla rete dei vicoli per ricordare ai distratti: noi eravamo così. L’amore per la bellezza è profondo. Castel del Monte ha attraversato i secoli col mistero di una fortezza rotonda giocata sul ricorrere scaramantico del numero otto. Sempre immerse negli ulivi le rampe morbide che portano da Andria alla spianata della fortezza che nel tredicesimo secolo esorcizzava ogni paura. Castello senza fossati di difesa; senza ponti levatoi e prigioni sotterranee dove soffocare i nemici, nell’illusione che i nemici non dovessero condizionare l’armonia della vita. Un castello aperto a poesia, canto, scultura sotto una cupola che richiamava il cielo. Ottimismo che anticipa gli umori pugliesi di oggi. La linea azzurra del mare sempre dietro gli ulivi. Ed è un mare nel quale si immerge la campagna. Sotto Bari, nella strada per Brindisi, la tentazione di chi passa è abbandonare il volante per le onde, lì, a due passi, con l’erba che sfiora la sabbia. Provvisoriamente la Puglia mantiene passato e futuro nell’equilibrio che permette di ricordare con meno rimpianto l’Italia d’antan, il bel paese dei viaggiatori di due secoli fa. Non sempre è un paradiso pulito dalle brutture delle costruzioni di rapina, ma l’impegno riesce a mantenere l’armonia per non dividere le generazioni, passato e futuro che si incontrano ad ogni passo. La cultura di Bari diventa pratica nella difesa della città e l’incanto del paesaggio. Gli orribili palazzoni sbriciolati di Punta Perotti non hanno esempio in altri posti d’Italia. Distruzione più coraggiosa dei mostri della speculazione. San Nicola di Bari è una cattedrale solenne, cappelle sotterranee dove è facile ascoltare canti e preghiere in russo. I pellegrini attraversano l’Europa per inginocchiarsi davanti al sepolcro del santo che riunisce cattolici ed ortodossi. Naturalmente San Nicola distribuisce miracoli, ma sono anche miracoli americani. Per un gioco del marketing le abitudini di oriente ed occidente si incontrano proprio qui. Il prodotto è Babbo Natale. Nicola era nato a Licia (oggi Anatolia turca) nella famiglia di un ricco mercante. Dalla finestra spiava le ragazze che i genitori vendevano ai piaceri degli uomini delle taverne. Di nascosto faceva piovere monete d’oro per salvarle dall’umiliazione. Diventato vescovo ha continuato a soccorrere giovani e bambini, fama che si è allargata nelle capitali della Turchia e dalla Turchia verso il nord. Pietroburgo e la desolazione scandinava. Gli emigranti trapiantati nelle americhe ne celebravano la devozione sorprendendo i figli con regali, e il disegnatore che aveva inventato la bottiglia della coca cola, ha avuto l’idea di rappresentarlo nella favola di Babbo Natale.

Il cammino verso il sud si può fare in due modi: seguendo le superstrade o saltellando sui vecchi tracciati che accompagnano i crinali delle colline. Dormire una notte ad Alberobello nell’albergo dei trulli, coni freschi nell’estate che cuoce, o affacciarsi alle balconate della vecchia Ostuni che guarda l’Ostuni delle vacanze, sotto, sul mare. La sorpresa dei paesi pugliesi è come brillano le pietre che pavimentano le strade: pulizia e cura che sgomentano chi arriva dalle città dove la disattenzione fa torcere il naso. Una volta, sul molo del porto di Brindisi, mi sono seduta al tavolo dell’albergo La Valigia delle Indie, stucchi che ingialliscono, soffitti decorati, la brezza gonfia le tende di portefinestre aperte davanti alle navi attraccate un metro in là. Da qui partivano i bastimenti inglesi per attraversare Suez; a queste banchine attraccavano le imbarcazioni romane di ritorno dalla Grecia. Sono passati i protagonisti di quel mondo che chiamiamo antico. Il viaggio nella memoria, bracciate in mare e tovaglie imbandite, arriva a Lecce. Sappiamo tutto, ma lo stupore resta. È la prima città dove l’oriente illumina palazzi che disegnano i capricci del barocco con sfumature dorate: cambiano ogni ora del giorno. I viaggiatori che da mille e mille anni attraversano i mari (Adriatico a 11 chilometri, lo Jonio di Gallipoli a 23) hanno lasciato segni di passaggi e permanenze: fenici, greci, romani, bizantini, aragonesi, spagnoli. Architetture che nella notte sembrano fondali di un teatro fragile, pietra tenera del Salento. La fragilità è l’illusione sulla quale gli artigiani delle cartapeste costruiscono personaggi di presepi contadini, imponenti o minuti: sempre preziosi. Quindici secoli prima del barocco si scava nella piazza principale per costruire un teatro: sono gli anni di Augusto. Non l’arena di una piccola città: dava posto a 25mila spettatori.

E qui comincia il sud del sud. Sfuma la lingua cantata di Bari e la parlata frettolosa del Gargano nell’italiano quasi limpido se non per l’accento che increspa le ultime parole. Appena fuori ricominciano gli ulivi. Le leggende cambiano, i racconti evocano ricordi minacciosi. Per proteggere campagne e città dalle invasioni turche, il barone Gian Giacomo dell’Acaya, “ingegnere militare”, alza le mura di un avamposto armato fino ai denti. Mura rimaste imponenti e restaurate. Ma le case e le piazze oggi sono vuote: i contadini che le abitavano si sono trasferiti a Lecce. Piazze e strade surreali accolgono concerti, ristoranti, piccoli musei e Acaya diventa capitale per la pace nel Mediterraneo. Capitale di pace dentro il guscio di una macchina da guerra: la memoria non bada alle contraddizioni. Nel Salento l’amicizia è facile. Il “tu” obbligo semantico. Ogni angolo una sorpresa ed un mistero. Dolmen e menhir fra ulivi e foglie di tabacco. I dolmen erano rifugi antichissimi di pastori, mura di sassi, due larghe pietre per tetto. A cosa servivano i menhir non si sa: colonne rivolte a mezzogiorno accompagnano il sospetto delle magie che attraversano il quarantesimo parallelo da Otranto a Samarcanda. All’improvviso si aprono le sorpresa degli ipogei, catacombe scavate nelle campagne dove si rifugiavano i cristiani per nascondere la fede alle invasioni dei pascià.

Si arriva ad Otranto attraverso le pinete e i laghi dolci degli Alimini: rompono giunchi ed erbe senza la presenza di una casa, deserto verde-giallo che rasserena. Otranto e il suo castello sono sospese sul mare. L’oriente dell’Albania e le leggende rincorrono il tempo: intrighi, ipotesi esoteriche. I crociati ricevevano l’ultima benedizione prima di aprire le vele. Francesco d’Assisi sbarca di ritorno dalla Terra Santa. E il castello che dà nome al primo romanzo gotico della storia. Quando a Torino fa ancora notte, il sole si affaccia sopra le montagne che abbracciano la baia di Valona. Il fuso di Otranto è il fuso di Varsavia. Quasi un’ora di differenza con le capitali dell’industria. Se soffia la tramontana l’Albania si può toccare con mano. Lo scirocco attraversa il braccio di terra che separa lo Jonio dall’Adriatico. Otranto è un romanzo che affascina un’infinità di romanzi, storie che ricostruiscono la storia. La storia del massacro guidato da Ahmed Pasha: “L’ora di tutti” di Maria Corti. Nel 1480 Ahmed sbarca da Valona con 150 imbarcazioni e 18mila soldati. Taglia la testa ai cristiani che rifiutano l’Islam e riparte trascinando schiavi. Le ossa dei martiri sono custodite negli armadi della cattedrale. Sull’elenco del telefono la parola “martire” resta un nome diffuso mentre Ahmed Pascià è diventato un ristorante. Mamma li turchi, ma gli aggressori erano albanesi eppure gli albanesi che dieci anni fa attraversavano clandestini l’Adriatico sono stati accolti con la comprensione dovuta ai profughi disperati. Ospitati nelle case, inseriti nel lavoro. Un professore ricorda: «Sono cresciuto con le uova di Valona. La donna di servizio albanese tornava ogni lunedì con cestini pieni. Come posso non dare una mano?». Otranto porta d’oriente, Otranto sole d’oriente. Non è solo la furbizia delle insegne che si aggrappano all’esotico. L’oriente è steso nel mosaico della cattedrale costruita 990 anni fa da Pantaleone, monaco di origine greca. Immensa fantasia medioevale con l’albero della vita, segni dello zodiaco, cavalieri di Artù. Sempre antico testamento; chissà perché Pantaleone ha ignorato il nuovo testamento. Calpestare il capolavoro sembra un sacrilegio eppure fedeli e curiosi sono costretti a farlo. Se Pantaleone era greco, il grico (accento sulla “i”) resta il dialetto da Soleto a Calimera dove i pope coi capelli raccolti continuano a dire messa.

I dialetti cambiano come i piatti a tavola. Pesce e verdure dai sapori diversi; burrate e latte fritto, nord uguale a sud ma fino a un certo punto. La Puglia é stesa lungo il mare eppure é una regione contadina: grandi orti, vivai, il grano duro delle orecchiette, vini bianchi e rosati i cui mosti rinvigorivano i mosti deboli del nord ma che adesso viaggiano meno: si è imparato a vinificare e i rosati del Salento o di Andria fanno invidia a mezza Europa. Tramontato il latifondo, le masserie degli antichi padroni sono passate a pronipoti che hanno aperto ristoranti nei giardini. Tovaglie di un lino che potrebbero essere di famiglia e l’eleganza di chi passeggia fra i tavoli. Ma è l’agriturismo di chi vive in campagna (vive davvero) la meraviglia degli ultimi anni. Sono tornati perfino gli emigranti. Bartolo Merico era un carpentiere appeso alle cattedrali tedesche. Il padre gli ha lasciato gli orti e sugli orti ha costruito la fortuna. Per non tradire la chiama “Il contadino”, tra i laghi Alimini e il mare di Otranto. Un bungalow, due bungalow, dieci, venti, piscina. È uno dei pugliesi che ha inventato il turismo col ritardo di chi non immaginava il fascino che questa terra poteva suscitare in chi la scopre. Non è solo la qualità del cibo, è il modo in cui arriva a tavola. Appena seduti si è circondati dai dieci piatti degli antipasti, vino nei bicchieri. Si ordina dopo. E poi le feste, e poi la musica. Nel nostro nord le bande sono orchestre un po’ dimenticate; non in Puglia. Maestri solenni. Quando era bambino, mano nella mano del nonno, Riccardo Muti seguiva le processioni del venerdì santo dietro ottoni e tamburi che attraversavano le strade di Barletta. “La musica ho cominciato ad amarla così”. Nelle feste dei santi patroni campanili e chiese madri si trasformano in torte da sposi, infiocchettate, illuminate. Risplendono nella notte sopra il vento che piega gli ulivi. Anche i dolci non sembrano gli stessi. Se dal Gargano a Bari mandorle e pasticceria sono sinonimi, il Salento un po’ li trascura e i biscotti profumano di anice. Oriente sempre lì: mescola i nomi del vino e della musica. Negramaro li riunisce: rosso da arrosti, gruppo da hit parade. La pizzica è il ballo che fa saltare anche le città del nord ed ispira tesi di laurea. Nelle piazze dell’estate è in concorrenza con le ragazze sbracciate nella tarantola. Perché l’ironia contadina ha proiettato nel ballo l’angoscia che stringeva il cuore quando la “tarantola”, forma di epilessia con radici nello sfinimento del mangiar poco, faceva tremare le persone di famiglia. Le consideravano indemoniate; gli esorcisti le benedivano. Ma l’ottimismo pugliese ha sciolto l’incubo nel ritmo che esorcizza la tragedia delle miserie.

Una volta sono tornata da Valona sul ponte di comando, accanto al capitano che portava la nave. In mano l’Eneide; gioco del controllare come Virgilio aveva raccontato l’arrivo di Enea a Porto Badisco, fiordo di pietra chiara, piscina azzurra fra pareti che precipitano. “Le scogliere si infrangono in flutti provenienti dai venti dell’est. Due turriti scogli allungano le braccia in doppio muro”. Leggo e rileggo guardando lo schermo: l’impressione é che il poeta scriva con gli occhi sul radar. Non sbaglia un sasso. Il primo sbarco italiano di Enea, Virgilio lo vuole a Porto Badisco dove la nave del poeta riposava ogni notte dopo le traversate dalla Grecia. Ma Enea è un protagonista al quale nessuno vuole rinunciare. Qualche chilometro a nord, fra le rovine di Roca, gli archeologi continuano a scavare dirottando il mito verso un altro sbarco e un’altra città. Non è il solo mistero di Porto Badisco. Le sue pareti nascondono stanze, corridoi e sale segnate da nomi: Grotta dei Diavoli, Grotta dei Cervi e una distesa di geometrie in apparenza astratte. Triangoli che si accorciano e si allungano per ripetere il tremore di chi abitava questo mare sei mila anni prima di Cristo. Aveva paura. Paura di fronte al mutare incomprensibile delle stagioni col sole che accorcia la luce insinuando il dubbio terribile: forse un giorno non si riaccende più.


Fonte:Domani.Arcoiris.Tv


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Non solo mare e spiagge trasparenti: i misteri dell’Oriente avvolgono un’Italia sconosciuta. Grotte con affreschi bizantini e i segreti dei menhir. Segni esoterici, le tarantolate della pizzica, pope ortodossi e il sole che nasce un’ora prima di Torino fra le montagne d’Albania. Amicizie che non finiscono con le vacanze. D’inverno suona il telefono delle nostre città: “Signora, volevo solo sapere come stavi”. La contadina che vende verdure lungo la strada vuol scambiare due parole come ogni mattina d’estate


La vacanza è una dimensione dello spirito: ci si libera dalle abitudini per lasciarsi avvolgere dalla bellezza. Non solo ore senza orologi, mare, pinete, tramonti; il carattere di chi vive nei posti dello svago è quasi più importante del panorama. E la Puglia diventa lo spazio di una scoperta che rallegra. I pugliesi si aprono con la curiosità dei viaggiatori immobili, ma immobili non sono. Quei treni del nord, emigrazioni e ritorni: la nostalgia non perdona. Figli che vanno e vengono dai laboratori dell’Italia delle nebbie e, nelle vacanze dei visi pallidi, ridiventano i ragazzi del posto. Impiegati dietro il banco degli alberghi o vendono frutta e verdure che escono dagli orti di famiglia. Cameriere dagli occhi allegri fra le tavole degli agriturismo. La simpatia del bagnino può nascondere una laurea quasi pronta nel cassetto. La virtù che resiste al rumore dei nostri giorni é l’eleganza. Vecchie contadine dal garbo di una nobiltà mai raggiunta si avvicinano allo “straniero” con la riservatezza che non è il silenzio di chi si nasconde, ma dignità alla ricerca di nuove amicizie. E l’amicizia pugliese non finisce quando finiscono le vacanze. Continua nel tempo degli auguri o affiora all’improvviso al telefono delle nostre città: “Signora, volevo solo sapere come stavi”.di Rosanna Abruzzese

La Puglia è lunga e dal nord al sud i dialetti cambiano, anche le culture sono diverse. Il Gargano è lo sperone di un’isola con filosofia autoctona anche se le campagne lo legano allo stivale. Montanari bizantini. Pareti che precipitano in mare, ombra di foreste dove la luce diventa un ricordo. Nella seconda metà del ‘900 le strade aprono un turismo d’avventura domestica, campeggiatori e roulotte affacciate sulle navi incamminate verso i porti dell’altra Italia. E mentre il giorno si spegne, illuminata come un giocattolo, la Daunia riporta dalle isole Tremiti subacquei cotti dal sole. Sulle terrazze degli alberghi la si segue incantati mentre l’aperitivo annuncia la cena. Il fascino continua nelle fantasie popolari. In un certo giorno d’agosto file di serpenti attraverserebbero la strada che sale ai mille metri di Monte Sant’Angelo dove, sepolto in una grotta, il santuario dell’arcangelo Michele è coperto dagli ex voto di pellegrini arrampicati nei secoli per invocare miracoli.

Una montagna più in là (solo un caso?) la basilica di San Giovanni Rotondo accoglie le devozioni di Padre Pio. Anche gli agriturismo possono essere insoliti. Sopra Mattinata, i bungalow che risalgono la montagna sdegnano lo stereotipo delle casette di legno o murature costruite poco fa: rifugi di pastori, uno all’angolo di ogni tornante di ulivi, aprono finestre e giardini sul mare. Mura di sassi, ma stanze levigate da architetti dalla mano gentile. Il nome riecheggia lo spirito dei posti attorno: “Madonna Incoronata”.

Fuori dalle ombre del Gargano, ecco la Puglia schiacciata dal sole. I bagliori delle saline di Margherita di Savoia e dentro al tavoliere, verso le Murge, tetti e campanili di Cerignola riportano alla storia contadina, la più dura del primo novecento. Il latifondo opprime ma non riesce ad avvilire i caratteri delle folle senza nome, anime morte che sudavano piegate a terra. Le signorie se le passavano in eredità assieme ai palazzi. Giuseppe Di Vittorio era ancora ragazzo quando vendemmiava con la bocca imbavagliata dalla museruola. Proibito mangiare uva. L’uomo che ha cambiato il sindacalismo italiano ascoltava le parole incomprensibili dei proprietari: dalle dimore di città venivano a tener d’occhio la raccolta parlando una lingua sconosciuta, l’italiano. Il ragazzo non capiva e voleva capire. La confrontava al dialetto dei discorsi familiari e ne annotava le traduzioni in un piccolo quaderno. Un giorno, davanti alla vetrina di una libreria di Foggia, scopre che il suo quaderno è già stampato: “si chiama vocabolario”.

Comincia la Puglia degli ulivi, del grano, del vino. Le cicale sono la colonna sonora che arriva al Salento. Comincia la Puglia dove i maestri del romanico costruiscono cattedrali lasciandosi eccitare dalle fantasie orientali. Architettura che lentamente risale l’Italia con leoni ed elefanti di pietra per sciogliere il romanico rivisitato nelle pianure del nord partendo da Ruvo, Troia, Molfetta, leggerezza della cattedrale di Trani appoggiata al mare. Meraviglie che spuntano in fondo alla rete dei vicoli per ricordare ai distratti: noi eravamo così. L’amore per la bellezza è profondo. Castel del Monte ha attraversato i secoli col mistero di una fortezza rotonda giocata sul ricorrere scaramantico del numero otto. Sempre immerse negli ulivi le rampe morbide che portano da Andria alla spianata della fortezza che nel tredicesimo secolo esorcizzava ogni paura. Castello senza fossati di difesa; senza ponti levatoi e prigioni sotterranee dove soffocare i nemici, nell’illusione che i nemici non dovessero condizionare l’armonia della vita. Un castello aperto a poesia, canto, scultura sotto una cupola che richiamava il cielo. Ottimismo che anticipa gli umori pugliesi di oggi. La linea azzurra del mare sempre dietro gli ulivi. Ed è un mare nel quale si immerge la campagna. Sotto Bari, nella strada per Brindisi, la tentazione di chi passa è abbandonare il volante per le onde, lì, a due passi, con l’erba che sfiora la sabbia. Provvisoriamente la Puglia mantiene passato e futuro nell’equilibrio che permette di ricordare con meno rimpianto l’Italia d’antan, il bel paese dei viaggiatori di due secoli fa. Non sempre è un paradiso pulito dalle brutture delle costruzioni di rapina, ma l’impegno riesce a mantenere l’armonia per non dividere le generazioni, passato e futuro che si incontrano ad ogni passo. La cultura di Bari diventa pratica nella difesa della città e l’incanto del paesaggio. Gli orribili palazzoni sbriciolati di Punta Perotti non hanno esempio in altri posti d’Italia. Distruzione più coraggiosa dei mostri della speculazione. San Nicola di Bari è una cattedrale solenne, cappelle sotterranee dove è facile ascoltare canti e preghiere in russo. I pellegrini attraversano l’Europa per inginocchiarsi davanti al sepolcro del santo che riunisce cattolici ed ortodossi. Naturalmente San Nicola distribuisce miracoli, ma sono anche miracoli americani. Per un gioco del marketing le abitudini di oriente ed occidente si incontrano proprio qui. Il prodotto è Babbo Natale. Nicola era nato a Licia (oggi Anatolia turca) nella famiglia di un ricco mercante. Dalla finestra spiava le ragazze che i genitori vendevano ai piaceri degli uomini delle taverne. Di nascosto faceva piovere monete d’oro per salvarle dall’umiliazione. Diventato vescovo ha continuato a soccorrere giovani e bambini, fama che si è allargata nelle capitali della Turchia e dalla Turchia verso il nord. Pietroburgo e la desolazione scandinava. Gli emigranti trapiantati nelle americhe ne celebravano la devozione sorprendendo i figli con regali, e il disegnatore che aveva inventato la bottiglia della coca cola, ha avuto l’idea di rappresentarlo nella favola di Babbo Natale.

Il cammino verso il sud si può fare in due modi: seguendo le superstrade o saltellando sui vecchi tracciati che accompagnano i crinali delle colline. Dormire una notte ad Alberobello nell’albergo dei trulli, coni freschi nell’estate che cuoce, o affacciarsi alle balconate della vecchia Ostuni che guarda l’Ostuni delle vacanze, sotto, sul mare. La sorpresa dei paesi pugliesi è come brillano le pietre che pavimentano le strade: pulizia e cura che sgomentano chi arriva dalle città dove la disattenzione fa torcere il naso. Una volta, sul molo del porto di Brindisi, mi sono seduta al tavolo dell’albergo La Valigia delle Indie, stucchi che ingialliscono, soffitti decorati, la brezza gonfia le tende di portefinestre aperte davanti alle navi attraccate un metro in là. Da qui partivano i bastimenti inglesi per attraversare Suez; a queste banchine attraccavano le imbarcazioni romane di ritorno dalla Grecia. Sono passati i protagonisti di quel mondo che chiamiamo antico. Il viaggio nella memoria, bracciate in mare e tovaglie imbandite, arriva a Lecce. Sappiamo tutto, ma lo stupore resta. È la prima città dove l’oriente illumina palazzi che disegnano i capricci del barocco con sfumature dorate: cambiano ogni ora del giorno. I viaggiatori che da mille e mille anni attraversano i mari (Adriatico a 11 chilometri, lo Jonio di Gallipoli a 23) hanno lasciato segni di passaggi e permanenze: fenici, greci, romani, bizantini, aragonesi, spagnoli. Architetture che nella notte sembrano fondali di un teatro fragile, pietra tenera del Salento. La fragilità è l’illusione sulla quale gli artigiani delle cartapeste costruiscono personaggi di presepi contadini, imponenti o minuti: sempre preziosi. Quindici secoli prima del barocco si scava nella piazza principale per costruire un teatro: sono gli anni di Augusto. Non l’arena di una piccola città: dava posto a 25mila spettatori.

E qui comincia il sud del sud. Sfuma la lingua cantata di Bari e la parlata frettolosa del Gargano nell’italiano quasi limpido se non per l’accento che increspa le ultime parole. Appena fuori ricominciano gli ulivi. Le leggende cambiano, i racconti evocano ricordi minacciosi. Per proteggere campagne e città dalle invasioni turche, il barone Gian Giacomo dell’Acaya, “ingegnere militare”, alza le mura di un avamposto armato fino ai denti. Mura rimaste imponenti e restaurate. Ma le case e le piazze oggi sono vuote: i contadini che le abitavano si sono trasferiti a Lecce. Piazze e strade surreali accolgono concerti, ristoranti, piccoli musei e Acaya diventa capitale per la pace nel Mediterraneo. Capitale di pace dentro il guscio di una macchina da guerra: la memoria non bada alle contraddizioni. Nel Salento l’amicizia è facile. Il “tu” obbligo semantico. Ogni angolo una sorpresa ed un mistero. Dolmen e menhir fra ulivi e foglie di tabacco. I dolmen erano rifugi antichissimi di pastori, mura di sassi, due larghe pietre per tetto. A cosa servivano i menhir non si sa: colonne rivolte a mezzogiorno accompagnano il sospetto delle magie che attraversano il quarantesimo parallelo da Otranto a Samarcanda. All’improvviso si aprono le sorpresa degli ipogei, catacombe scavate nelle campagne dove si rifugiavano i cristiani per nascondere la fede alle invasioni dei pascià.

Si arriva ad Otranto attraverso le pinete e i laghi dolci degli Alimini: rompono giunchi ed erbe senza la presenza di una casa, deserto verde-giallo che rasserena. Otranto e il suo castello sono sospese sul mare. L’oriente dell’Albania e le leggende rincorrono il tempo: intrighi, ipotesi esoteriche. I crociati ricevevano l’ultima benedizione prima di aprire le vele. Francesco d’Assisi sbarca di ritorno dalla Terra Santa. E il castello che dà nome al primo romanzo gotico della storia. Quando a Torino fa ancora notte, il sole si affaccia sopra le montagne che abbracciano la baia di Valona. Il fuso di Otranto è il fuso di Varsavia. Quasi un’ora di differenza con le capitali dell’industria. Se soffia la tramontana l’Albania si può toccare con mano. Lo scirocco attraversa il braccio di terra che separa lo Jonio dall’Adriatico. Otranto è un romanzo che affascina un’infinità di romanzi, storie che ricostruiscono la storia. La storia del massacro guidato da Ahmed Pasha: “L’ora di tutti” di Maria Corti. Nel 1480 Ahmed sbarca da Valona con 150 imbarcazioni e 18mila soldati. Taglia la testa ai cristiani che rifiutano l’Islam e riparte trascinando schiavi. Le ossa dei martiri sono custodite negli armadi della cattedrale. Sull’elenco del telefono la parola “martire” resta un nome diffuso mentre Ahmed Pascià è diventato un ristorante. Mamma li turchi, ma gli aggressori erano albanesi eppure gli albanesi che dieci anni fa attraversavano clandestini l’Adriatico sono stati accolti con la comprensione dovuta ai profughi disperati. Ospitati nelle case, inseriti nel lavoro. Un professore ricorda: «Sono cresciuto con le uova di Valona. La donna di servizio albanese tornava ogni lunedì con cestini pieni. Come posso non dare una mano?». Otranto porta d’oriente, Otranto sole d’oriente. Non è solo la furbizia delle insegne che si aggrappano all’esotico. L’oriente è steso nel mosaico della cattedrale costruita 990 anni fa da Pantaleone, monaco di origine greca. Immensa fantasia medioevale con l’albero della vita, segni dello zodiaco, cavalieri di Artù. Sempre antico testamento; chissà perché Pantaleone ha ignorato il nuovo testamento. Calpestare il capolavoro sembra un sacrilegio eppure fedeli e curiosi sono costretti a farlo. Se Pantaleone era greco, il grico (accento sulla “i”) resta il dialetto da Soleto a Calimera dove i pope coi capelli raccolti continuano a dire messa.

I dialetti cambiano come i piatti a tavola. Pesce e verdure dai sapori diversi; burrate e latte fritto, nord uguale a sud ma fino a un certo punto. La Puglia é stesa lungo il mare eppure é una regione contadina: grandi orti, vivai, il grano duro delle orecchiette, vini bianchi e rosati i cui mosti rinvigorivano i mosti deboli del nord ma che adesso viaggiano meno: si è imparato a vinificare e i rosati del Salento o di Andria fanno invidia a mezza Europa. Tramontato il latifondo, le masserie degli antichi padroni sono passate a pronipoti che hanno aperto ristoranti nei giardini. Tovaglie di un lino che potrebbero essere di famiglia e l’eleganza di chi passeggia fra i tavoli. Ma è l’agriturismo di chi vive in campagna (vive davvero) la meraviglia degli ultimi anni. Sono tornati perfino gli emigranti. Bartolo Merico era un carpentiere appeso alle cattedrali tedesche. Il padre gli ha lasciato gli orti e sugli orti ha costruito la fortuna. Per non tradire la chiama “Il contadino”, tra i laghi Alimini e il mare di Otranto. Un bungalow, due bungalow, dieci, venti, piscina. È uno dei pugliesi che ha inventato il turismo col ritardo di chi non immaginava il fascino che questa terra poteva suscitare in chi la scopre. Non è solo la qualità del cibo, è il modo in cui arriva a tavola. Appena seduti si è circondati dai dieci piatti degli antipasti, vino nei bicchieri. Si ordina dopo. E poi le feste, e poi la musica. Nel nostro nord le bande sono orchestre un po’ dimenticate; non in Puglia. Maestri solenni. Quando era bambino, mano nella mano del nonno, Riccardo Muti seguiva le processioni del venerdì santo dietro ottoni e tamburi che attraversavano le strade di Barletta. “La musica ho cominciato ad amarla così”. Nelle feste dei santi patroni campanili e chiese madri si trasformano in torte da sposi, infiocchettate, illuminate. Risplendono nella notte sopra il vento che piega gli ulivi. Anche i dolci non sembrano gli stessi. Se dal Gargano a Bari mandorle e pasticceria sono sinonimi, il Salento un po’ li trascura e i biscotti profumano di anice. Oriente sempre lì: mescola i nomi del vino e della musica. Negramaro li riunisce: rosso da arrosti, gruppo da hit parade. La pizzica è il ballo che fa saltare anche le città del nord ed ispira tesi di laurea. Nelle piazze dell’estate è in concorrenza con le ragazze sbracciate nella tarantola. Perché l’ironia contadina ha proiettato nel ballo l’angoscia che stringeva il cuore quando la “tarantola”, forma di epilessia con radici nello sfinimento del mangiar poco, faceva tremare le persone di famiglia. Le consideravano indemoniate; gli esorcisti le benedivano. Ma l’ottimismo pugliese ha sciolto l’incubo nel ritmo che esorcizza la tragedia delle miserie.

Una volta sono tornata da Valona sul ponte di comando, accanto al capitano che portava la nave. In mano l’Eneide; gioco del controllare come Virgilio aveva raccontato l’arrivo di Enea a Porto Badisco, fiordo di pietra chiara, piscina azzurra fra pareti che precipitano. “Le scogliere si infrangono in flutti provenienti dai venti dell’est. Due turriti scogli allungano le braccia in doppio muro”. Leggo e rileggo guardando lo schermo: l’impressione é che il poeta scriva con gli occhi sul radar. Non sbaglia un sasso. Il primo sbarco italiano di Enea, Virgilio lo vuole a Porto Badisco dove la nave del poeta riposava ogni notte dopo le traversate dalla Grecia. Ma Enea è un protagonista al quale nessuno vuole rinunciare. Qualche chilometro a nord, fra le rovine di Roca, gli archeologi continuano a scavare dirottando il mito verso un altro sbarco e un’altra città. Non è il solo mistero di Porto Badisco. Le sue pareti nascondono stanze, corridoi e sale segnate da nomi: Grotta dei Diavoli, Grotta dei Cervi e una distesa di geometrie in apparenza astratte. Triangoli che si accorciano e si allungano per ripetere il tremore di chi abitava questo mare sei mila anni prima di Cristo. Aveva paura. Paura di fronte al mutare incomprensibile delle stagioni col sole che accorcia la luce insinuando il dubbio terribile: forse un giorno non si riaccende più.


Fonte:Domani.Arcoiris.Tv


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Genchi: «In azione network informativo che si avvale di 007»


Di Claudia Fusani

Penso che ormai l’abbiano capito anche i bambini: c'è un organizzato e collaudato network informativo che opera per neutralizzare e colpire gli avversari pericolosi e favorire chi deve essere rilanciato. Questa centrale si avvale anche di apparati dei servizi segreti. Non hanno altra spiegazione le perle dell'ultimo periodo, dal caso Boffo alle case a Montecarlo di proprietà di An e finite al cognato di Fini, passando dal caso Marrazzo. Prima ancora possiamo ricordare il caso Sircana (Silvio, portavoce del governo Prodi, ndr) e se so ancora leggere gli avvertimenti, posso prevedere qualcosa anche per Tremonti. Comunque, nei confronti di chiunque possa dar fastidio al conducente».

Gioacchino Genchi, poliziotto in aspettativa, consulente di numerose procure messo all’indice quando il suo lavoro, un archivio con migliaia di informazioni, ha cominciato a creare preoccupazioni, è osservatore attento di cosa si sta muovendo dietro i casi che segnano la scena politica. «L'origine di questi dossier - spiega Genchi - si basa sempre su fatti con un fondamento di verità, debolezze in cui possono cadere tutti. L'aspetto patologico sta nella montatura che ad arte viene fatta di circostanze vere, infarcite di autentiche falsità che vengono amplificate a dismisura». La cabina di regia è «unica»: «Se guardiamo bene i palinsesti di certi reti televisive e le scalette di alcuni telegiornali, così come l'organizzazione di titoli e articoli di alcuni giornali, riusciamo a cogliere in controluce la strategia di chi ha deciso le notizie di prima pagina». L’ultimo «caso» sospetto, l’appartamento a Montecarlo, conferma questo modello-sistema. Genchi esclude che Fini abbia avallato dei «raggiri», da censurare semmai «un comportamento troppo disinvolto» con la famiglia Tulliani. «Prevedo però - aggiunge Genchi - altri sviluppi visto che il tesoro di An è cospicuo e in più di una indagine alla quale ho collaborato abbiamo trovato precisi riferimenti. Gli attacchi a Fini arrivano dall’interno del suo partito. Chi li ha fatti però ha trascurato che quella della casa di Montecarlo potrebbe non essere la sola operazione sospetta. Nel Pdl ci sono ex di An che conoscono bene queste cose. Insomma, più che dalla casa di Monaco, ne vedremo delle belle quando saranno noti i soci delle società off shore che hanno acquistato l’immobile».

In questa guerra di dossier l’informazione può giocare un ruolo decisivo. E’ evidente a tutti, ad esempio, come Dagospia e Roberto D’Agostino riescano spesso a giocare d’anticipo su certe informazioni. Dagospia sapeva già tutto, da mesi, del clan Tulliani e oggi è in grado di annunciare «novità» dalle rogatorie sul caso Montecarlo. Anche l’home page del Mac di Genchi si apre fissa su Dagospia. «E questo - dice l’ex consulente - dice già molto. D'agostino è un lago con diversi affluenti. Oltre al numero ed alla qualità delle fonti, Dagospia riesce a giocare molto sui tempi di diffusione e di indirizzo delle notizie. Non fa più solo gossip ma rappresenta quasi un TomTom per indirizzare i più autorevoli commentatori politici, e non solo quelli. Detto questo, certe anticipazioni, così come certi messaggi di Feltri, è come se dicessero: “Sappiamo già tutto”. Al momento utile, poi, sparano».

Cos'altro uscirà nelle prossime settimane? «Nella guerra dei dossier andranno a raschiare il fondo dei barili. Magari torneranno fuori i trans e il misterioso “Chiappe d’oro” che ha fatto tremare il Parlamento ai tempi di Marrazzo ma di cui credo alla gente freghi assai poco. Non credo che “Chiappe d’oro” sia andato in Fli. Anche per questo Fini ha poco da temere. Piuttosto stia attento nel procedere agli arruolamenti».

Fonte:L'Unità

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Di Claudia Fusani

Penso che ormai l’abbiano capito anche i bambini: c'è un organizzato e collaudato network informativo che opera per neutralizzare e colpire gli avversari pericolosi e favorire chi deve essere rilanciato. Questa centrale si avvale anche di apparati dei servizi segreti. Non hanno altra spiegazione le perle dell'ultimo periodo, dal caso Boffo alle case a Montecarlo di proprietà di An e finite al cognato di Fini, passando dal caso Marrazzo. Prima ancora possiamo ricordare il caso Sircana (Silvio, portavoce del governo Prodi, ndr) e se so ancora leggere gli avvertimenti, posso prevedere qualcosa anche per Tremonti. Comunque, nei confronti di chiunque possa dar fastidio al conducente».

Gioacchino Genchi, poliziotto in aspettativa, consulente di numerose procure messo all’indice quando il suo lavoro, un archivio con migliaia di informazioni, ha cominciato a creare preoccupazioni, è osservatore attento di cosa si sta muovendo dietro i casi che segnano la scena politica. «L'origine di questi dossier - spiega Genchi - si basa sempre su fatti con un fondamento di verità, debolezze in cui possono cadere tutti. L'aspetto patologico sta nella montatura che ad arte viene fatta di circostanze vere, infarcite di autentiche falsità che vengono amplificate a dismisura». La cabina di regia è «unica»: «Se guardiamo bene i palinsesti di certi reti televisive e le scalette di alcuni telegiornali, così come l'organizzazione di titoli e articoli di alcuni giornali, riusciamo a cogliere in controluce la strategia di chi ha deciso le notizie di prima pagina». L’ultimo «caso» sospetto, l’appartamento a Montecarlo, conferma questo modello-sistema. Genchi esclude che Fini abbia avallato dei «raggiri», da censurare semmai «un comportamento troppo disinvolto» con la famiglia Tulliani. «Prevedo però - aggiunge Genchi - altri sviluppi visto che il tesoro di An è cospicuo e in più di una indagine alla quale ho collaborato abbiamo trovato precisi riferimenti. Gli attacchi a Fini arrivano dall’interno del suo partito. Chi li ha fatti però ha trascurato che quella della casa di Montecarlo potrebbe non essere la sola operazione sospetta. Nel Pdl ci sono ex di An che conoscono bene queste cose. Insomma, più che dalla casa di Monaco, ne vedremo delle belle quando saranno noti i soci delle società off shore che hanno acquistato l’immobile».

In questa guerra di dossier l’informazione può giocare un ruolo decisivo. E’ evidente a tutti, ad esempio, come Dagospia e Roberto D’Agostino riescano spesso a giocare d’anticipo su certe informazioni. Dagospia sapeva già tutto, da mesi, del clan Tulliani e oggi è in grado di annunciare «novità» dalle rogatorie sul caso Montecarlo. Anche l’home page del Mac di Genchi si apre fissa su Dagospia. «E questo - dice l’ex consulente - dice già molto. D'agostino è un lago con diversi affluenti. Oltre al numero ed alla qualità delle fonti, Dagospia riesce a giocare molto sui tempi di diffusione e di indirizzo delle notizie. Non fa più solo gossip ma rappresenta quasi un TomTom per indirizzare i più autorevoli commentatori politici, e non solo quelli. Detto questo, certe anticipazioni, così come certi messaggi di Feltri, è come se dicessero: “Sappiamo già tutto”. Al momento utile, poi, sparano».

Cos'altro uscirà nelle prossime settimane? «Nella guerra dei dossier andranno a raschiare il fondo dei barili. Magari torneranno fuori i trans e il misterioso “Chiappe d’oro” che ha fatto tremare il Parlamento ai tempi di Marrazzo ma di cui credo alla gente freghi assai poco. Non credo che “Chiappe d’oro” sia andato in Fli. Anche per questo Fini ha poco da temere. Piuttosto stia attento nel procedere agli arruolamenti».

Fonte:L'Unità

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