mercoledì 28 luglio 2010

Milano capitale morale???



Da notizia Ansa ho saputo che sono stati chiusi due locali simbolo della movida milanese, l'Holliwood e il The Club, convolti in un giro di droga e di mazzette...davvero li possiamo considerare dei simboli della decadenza di quella "Milano da bere", della città che non dorme mai e del "perchè qui si lavora". Non voglio fare il facile moralista ne' generalizzare, ma la notizia mi ha colpito, e non per la solita cerchia di vip o pseudo-vip coinvolti, ma soprattutto perchè sembra uno di quei classici segnali di fine di un'epoca.
Davvero non si capisce come nel "belpaese" si puo' ancora essere orgogliosi della città delle tangenti; perchè, al contrario della retorica leghista, la Tangentopoli del '92 è scoppiata qui con quel nome misterioso, Pio Albergo Trivulzio, e non nel profondo Sud "degli sprechi ed inefficienze". Milano per me è diventata quasi un simbolo di quel pezzo di società italiana basata esclusivamente sui soldi e sull'apparire...una triste scia che ci trasciniamo dagli anni '80 e che e' arrivata fino a Berlusconi, ma tutti i "segnali" ci dicono che oramai è arrivata al capolinea.

Facendo un salto indietro a prima dell'Unità d'Italia, che per noi meridionali e' stata una guerra di conquista coloniale, Milano era una città molto meno popolata e meno importante di Napoli (secondo i dati del censimento del 1861 Napoli contava ca. 500.000 abitanti contro i ca. 200.000 di Milano...) e, paradossalmente, gli austriaci dicevano dei milanesi e dei lombardi le stesse cose che i settentrionali dicono di noi "terroni" (Con tutti i soldi che mandiamo, sfaticati, inetti...etc etc...). La "malaunità" del 1861 ha distrutto il Sud, non solo con una feroce guerra costata centinaia di migliaia di morti, infamati come "briganti" dagli scrittori prezzolati di regime sabaudo, ma anche con la distruzione della nascente industria navale e manifatturiera presente al Sud e contemporaneamente ha creato le basi del triangolo industriale tra Genova, Torino e Milano; basti pensare allo svilimento di Pietrarsa, alla quale furono negate tutte le commesse pubbliche per favorire l'Ansaldo di Genova che, all'epoca, era molto molto meno sviluppata ed importante dell'opificio partenopeo.
Per aggiungere al danno la beffa, si è creato il mito del "Nord produttivo", quasi come se stessimo parlando di una popolazione etno-antropologicamente migliore di quella meridionale (nonostante i "troppi" meridionali immigrati al Nord...oramai e' una delle classiche boutade non solo dei leghisti ma anche di tanti giornalisti, opinionisti e altri comunicatori che dovrebbero essere imparziali ed oggettivi).
In effetti le industrie del Nord sono state assistite continuamente dallo Stato italiano fin dall'800 e tutte le scelte di politica economica ed industriale, dal periodo post-unitario passando per il periodo fascista ed arrivando alla partitocrazia repubblicana, sono state sempre in direzione di rafforzare un Centro-Nord che produce e decide ed un Sud che consuma, insomma dopo averlo creato il divario, lo hanno anche rafforzato!
Dopo le angherie subite in 150 anni di colonizzazione, con la crisi dell'industria manifatturiere italian-padana (come mai oggi che c'e' la concorrenza dell'Est si parla di nuovo di protezionismo mentre per le Due Sicilie un secolo e mezzo fa si diceva che erano "retrogradi"???), la rinascita di una coscienza meridionalista ed il passaggio ad un economia post-industriale, finalmente noi meridionali abbiamo una possibilità di riscatto per la quale lottare...non dovremmo più seguire i modelli del Nord, non ci dovrebbe interessare competere per la capitale delle veline e dei tronisti...dobbiamo trovare un nostro modello di sviluppo sostenibile, più giusto, più solido e più solidale, basato su valori veri e non su quelli effimeri come il facile e veloce arricchimento, l'esibizionismo e la striscia di coca.

Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
PARTITO DEL SUD


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Da notizia Ansa ho saputo che sono stati chiusi due locali simbolo della movida milanese, l'Holliwood e il The Club, convolti in un giro di droga e di mazzette...davvero li possiamo considerare dei simboli della decadenza di quella "Milano da bere", della città che non dorme mai e del "perchè qui si lavora". Non voglio fare il facile moralista ne' generalizzare, ma la notizia mi ha colpito, e non per la solita cerchia di vip o pseudo-vip coinvolti, ma soprattutto perchè sembra uno di quei classici segnali di fine di un'epoca.
Davvero non si capisce come nel "belpaese" si puo' ancora essere orgogliosi della città delle tangenti; perchè, al contrario della retorica leghista, la Tangentopoli del '92 è scoppiata qui con quel nome misterioso, Pio Albergo Trivulzio, e non nel profondo Sud "degli sprechi ed inefficienze". Milano per me è diventata quasi un simbolo di quel pezzo di società italiana basata esclusivamente sui soldi e sull'apparire...una triste scia che ci trasciniamo dagli anni '80 e che e' arrivata fino a Berlusconi, ma tutti i "segnali" ci dicono che oramai è arrivata al capolinea.

Facendo un salto indietro a prima dell'Unità d'Italia, che per noi meridionali e' stata una guerra di conquista coloniale, Milano era una città molto meno popolata e meno importante di Napoli (secondo i dati del censimento del 1861 Napoli contava ca. 500.000 abitanti contro i ca. 200.000 di Milano...) e, paradossalmente, gli austriaci dicevano dei milanesi e dei lombardi le stesse cose che i settentrionali dicono di noi "terroni" (Con tutti i soldi che mandiamo, sfaticati, inetti...etc etc...). La "malaunità" del 1861 ha distrutto il Sud, non solo con una feroce guerra costata centinaia di migliaia di morti, infamati come "briganti" dagli scrittori prezzolati di regime sabaudo, ma anche con la distruzione della nascente industria navale e manifatturiera presente al Sud e contemporaneamente ha creato le basi del triangolo industriale tra Genova, Torino e Milano; basti pensare allo svilimento di Pietrarsa, alla quale furono negate tutte le commesse pubbliche per favorire l'Ansaldo di Genova che, all'epoca, era molto molto meno sviluppata ed importante dell'opificio partenopeo.
Per aggiungere al danno la beffa, si è creato il mito del "Nord produttivo", quasi come se stessimo parlando di una popolazione etno-antropologicamente migliore di quella meridionale (nonostante i "troppi" meridionali immigrati al Nord...oramai e' una delle classiche boutade non solo dei leghisti ma anche di tanti giornalisti, opinionisti e altri comunicatori che dovrebbero essere imparziali ed oggettivi).
In effetti le industrie del Nord sono state assistite continuamente dallo Stato italiano fin dall'800 e tutte le scelte di politica economica ed industriale, dal periodo post-unitario passando per il periodo fascista ed arrivando alla partitocrazia repubblicana, sono state sempre in direzione di rafforzare un Centro-Nord che produce e decide ed un Sud che consuma, insomma dopo averlo creato il divario, lo hanno anche rafforzato!
Dopo le angherie subite in 150 anni di colonizzazione, con la crisi dell'industria manifatturiere italian-padana (come mai oggi che c'e' la concorrenza dell'Est si parla di nuovo di protezionismo mentre per le Due Sicilie un secolo e mezzo fa si diceva che erano "retrogradi"???), la rinascita di una coscienza meridionalista ed il passaggio ad un economia post-industriale, finalmente noi meridionali abbiamo una possibilità di riscatto per la quale lottare...non dovremmo più seguire i modelli del Nord, non ci dovrebbe interessare competere per la capitale delle veline e dei tronisti...dobbiamo trovare un nostro modello di sviluppo sostenibile, più giusto, più solido e più solidale, basato su valori veri e non su quelli effimeri come il facile e veloce arricchimento, l'esibizionismo e la striscia di coca.

Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
PARTITO DEL SUD


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Mongiana, il paradiso del Corpo Forestale

VIBO VALENTIA -
Quest’estate quello che potrà distoglierci dalla voglia di arrostire sotto il sole lungo gli 800 km di variegate coste calabresi, si trova lasciando il fascino del paesaggio costiero, spostandosi nell’entroterra, dove non ci si aspetta di scoprire suggestive aree boschive che ammantano di verde ampi tratti delle alture locali; avvolgono di fresca quiete lo spirito riarso dal caldo che scioglie; dove si riscoprono tracce del passato, monumenti di religiosità, di storia, varietà naturalistiche sottratte all’incedere del moderno appiattimento della globalizzazione.
Nel mare verde smeraldo delle coste di Nicotera, Pizzo, Tropea, si specchia lo spirito delle montagne della tanto bistrattata provincia di Vibo Valentia. Tra lo Ionio e il Tirreno, tra la Sila e l’Aspromonte, l’Appennino calabrese è costituto dalle Serre Calabre, due lunghe successioni parallele di rilievi montuosi e collinari, che ricordano i denti di una sega e predominano graniti, porfidi, dioriti; in alcune zone argille e calcari.
Domina Monte Pecoraro, la vetta più elevata, con 1.423 metri, e vigila su lussureggianti boschi di conifere e latifoglie che traggono vantaggio dalla ricchezza di minerali nel substrato di origine granitica e dalle forti precipitazioni. È un ambiente favorevole anche per le tante varietà di funghi che stabiliscono con le piante superiori un rapporto utile per entrambi: la pianta fornisce gli zuccheri che i funghi non sono in grado di produrre, mentre il fungo può cedere acqua e sostanze minerali, visto che le ife fungine hanno una capacità di assorbire acqua dal terreno superiore a quella delle radici degli alberi.
Questi patrimoni verdi sono giunti fino a noi non senza difficoltà. Il bosco era risorsa indispensabile per il funzionamento dell’industria siderurgica che lavorava i minerali di ferro presenti nella vallata dell’Allaro e le varie dominazioni hanno sfruttato ferocemente il bosco a vantaggio della produzione industriale. Ferdinando II di Borbone, nella seconda metà dell’800, arrestò tale sfruttamento selvaggio con una legge che conciliava la produzione industriale con la conservazione e l’incremento del patrimonio forestale.
Altre norme hanno continuato a garantirne la tutela, riaffermando sempre più la necessità di conservazione degli equilibri naturali e ambientali.
Nel 1977 fu costituita la rete delle Riserve naturali Statali e la legge Galasso del 1985 ribadì una serie di norme per la conservazione di tutti i boschi pubblici e privati sempre più minacciati da uno pseudo sviluppo e dalle sue conseguenze. Oggi questo patrimonio è ben custodito e, soprattutto nelle Riserve, ben tutelato. Per continuarne la conservazione bisogna che sia meglio conosciuto, si rispetta quello che si conosce e se ben si conosce, si ama. L’approccio deve essere appropriato, rispettoso dei complessi e delicati equilibri naturali che determinano o alterano la conservazione, così, il bosco può essere fruito, può essere goduto, può trasmettere all’uomo benessere esteriore ed interiore.
Il concetto di riserva biogenetica nasce con lo scopo di proteggere gli habitat di specie animali e vegetali minacciate di estinzione e di difendere il patrimonio genetico europeo, è una zona protetta che beneficia di un particolare regime giuridico e caratterizzata da uno o più habitat, biocenosi o ecosistemi tipici, unici, rari o in pericolo.
Entro il perimetro delle riserve è consentito l'accesso per ragioni di studio, per fini educativi, per compiti amministrativi, di vigilanza e per l'attuazione dei disciplinari previsti dalla legge.
Le riserve naturali biogenetiche in Italia sono attualmente 43; particolarmente numerose sono quelle istituite in Toscana e in Calabria, nella nostra regione, oltre a proteggere importanti formazioni forestali, rappresentano ambienti particolarmente interessanti per la vegetazione e soprattutto per la fauna presente, che annovera tra gli altri animali il lupo, il capriolo, e numerosa avifauna stanziale e migratoria e sono affidate, in base all'art. 31 della legge 6/12/1991 n. 394 sulle aree protette, alla gestione del Corpo Forestale dello Stato.
Sono uno scrigno di valori naturali e ambientali a disposizione di chi sa goderne i benefici e sa trarne insegnamenti per migliorarlo e non alterarlo. Tale patrimonio deve essere tramandato come significativo testimone alle future generazioni.
In un contesto storico, culturale e naturalistico del territorio, dove si trovano la Certosa di Serra San Bruno, luogo mistico religioso, la Fabbrica d’Armi e le Ferriere di Mongiana e della Ferdinandea, notevoli opifici del Regno Borbonico, si inseriscono le 2 Riserve Naturali Biogenetiche Europee “Marchesale” e “Cropani Micone”, ricadenti nei comuni di Mongiana, Arena, Acquaro e gestite dall’Ufficio Territoriale per la Biodiversità del Corpo Forestale dello Stato. Il centro, con a capo l’Ing Angelo Daraio, V. Questore Agg. del Corpo Forestale, ospita il Comando provinciale del CFS della provincia di Vibo Valentia e il Centro per la Formazione del CFS di Mongiana. Oltre all’attività di controllo particolarmente mirata ai reati contro l’ambiente, si punta molto sull’opera di prevenzione, i cui destinatari sono in particolare i ragazzi delle scuole.
Queste Riserve Statali sono incastonate nel Parco Naturale Regionale delle Serre, istituito nel 1990, i cui confini sono stati delineati solo nel 2003, ma che ha allargato il territorio protetto e interessa le provincie di Vibo Valentia, Catanzaro e Reggio Calabria.
Le Riserve contribuiscono con gli altri boschi calabresi a formare quella che un tempo veniva denominata la Selva Brutia di notevole significato biogeografico, data la posizione centrale nel bacino mediterraneo, che contrasta, con la propria presenza gli effetti negativi siccitosi che avanzano , minacciosi, dal nord-Africa.

Questa condizione sofferta, determina nella flora montana il radicarsi e il consolidarsi di genotipi di sicuro interesse. L’Abete bianco ne è una dimostrazione. Presente anche in molte altre aree dell’Appennino esso seleziona caratteri di resistenza, probabilmente da correlare alla particolare marginalità nell’areale geografico naturale. Infatti la specie Abies alba manca sia in Sicilia che in Africa.
Tra le suggestive abetine naturali delle Riserve, assumono particolare rilievo anche le formazioni boschive comprendenti il tasso europeo. Relitto appartenuto all’antica flora Terziaria, il tasso richiede una particolare forma di tutela, dovuta alla crescita molto lenta.
Importanti consociazioni con ontani, carpini, frassini, lecci, castagni assicurano una interessante variabilità. Il sottobosco accoglie splendidi arbusti di agrifoglio e pungitopo che assieme al novellame naturale di faggio e abete bianco contribuiscono a determinare una struttura multiforme, varia e complessa. Non mancano piccoli lembi di radura con specie arbustive di ginestre, cisti, erica.
Capita spesso di imbattersi in esemplari di volpi, ricci, donnole o rilevare ghiri, moscardine e altri piccoli roditori.
Fra le specie di avifauna oltre alla comune poiana, nocciolaia, ghiandaia, scricciolo, si scoprono presenze di picchio verde, gufo, allocco, differenti specie di falchi, mentre fra i migratori si è registrato il passaggio di aironi cenerini e svassi minori attirati da un laghetto che poggia nell’altopiano lungo l’alveo del torrente Allaro. Interessante il progetto di salvaguardia della razza murgese del cavallo su cui fa affidamento il servizio di controllo del Corpo Forestale dello Stato.
Questi tesori di biodiversità, questi territori ricchi di vita, di paesaggio, di emozioni, trovano la loro vetrina ideale in una struttura ubicata all’interno della Riserva Naturale Biogenetica Europea “Cropani Micone” a 910 metri s.l.m., nel comune di Mongiana, il centro polifunzionale del Corpo Forestale dello Stato “Villa Vittoria” che con i suoi sentieri di piante officinali, alberi da frutto del passato, raccolta di rocce, orto botanico, sentiero biblico, sentiero delle ortensie, sentiero faunistico, allevamento di cavalli murgesi, vivaio forestale, valorizza le risorse naturali del territorio, promuovendo tutte le iniziative per facilitare la conoscenza e rilevare l’importanza dei suoi valori naturalistici, storici e culturali.
Oltre l’area dei sentieri didattici concentrati all’interno di Villa Vittoria, ampiamente fruibili anche da persone diversamente abili (c’è anche un sentiero appositamente creato che riassume le raccolte più significative di piante e rocce), si spazia con i percorsi naturalistici nelle riserve, sentieri tabellati e segnati sul territorio. Le riserve sono altresì attraversate dal Sentiero Frassati della Calabria (Mongiana – Serra San Bruno), circuito ad anello che permette di ammirare la natura incontaminata, nonché le tracce di vecchi mulini, casolari abbandonati, percorso che parla di natura, religione, storia.
I rifugi montani sono valorizzati dai numerosi campus estivi organizzati da gruppi scout provenienti da tutta Europa oltre che da ricercatori. L’interesse biologico e selvicolturale ha polarizzato l’attenzione di numerose Università. Studi vengono condotti sulle specie endemiche, ma anche sui caratteri strutturali dei boschi.
La didattica viene perfezionala dalla presenza del Centro di Esperienza gestito in collaborazione con gli Enti Locali. La sua funzione permette di orientare le visite delle numerose scolaresche e di gruppi organizzati di turisti che trovano ristoro, soprattutto in primavera e estate. Si possono vivere esperienze di educazione ambientale incentrate sia su attività didattiche in aula, che sull’esplorazione diretta dell’ambiente, attraverso visite guidate e percorsi didattici specifici.
Le morbide trine di vegetazione che fanno da contorno ai sentieri attraggono e stupiscono i visitatori, restare affascinati da un paesaggio che rilassa lo sguardo e l’anima è facile. Quello che è difficile da credere è che questa bellezza potremmo esportarla anche nelle nostre piazze, nelle nostre città. Il pezzetto di carta, il bicchiere di plastica o, peggio, il sacchetto di rifiuti dopo il picnic, che non buttiamo a terra o dal finestrino dell’auto, e che ci sacrifichiamo a portarci dietro fino al primo cassonetto, ci può portare a vivere in un mondo felice, pulito.
Non è il piccolo atto inquinante che crea il danno enorme, ma è che lo stesso piccolo gesto è da moltiplicare per tutte le volte che lo facciamo e per tutti quelli che lo fanno; e non è detto che dietro di noi possa passare sempre qualcuno o porre rimedio alla nostra maleducazione. Quello che combiniamo all’ambiente, ce lo troviamo sbattuto in faccia prima o poi.
Questa Terra è come una grande bolla che contiene tutto, dove saremo sommersi dai rifiuti che produciamo se non siamo in grado di “ripulirli” e “riutilizzarli”.
Il polmone verde della vegetazione si assottiglia e non riuscirà più a digerire il nostro inquinamento, che ora ci restituisce sotto forma di ossigeno respirabile; le mille risorse nelle variabili della biodiversità della natura, vengono distrutte giorno per giorno e non troveremo più sostanze utili e preziose per la nostra sopravvivenza. Distruggendo un piccolo e secondo noi inutile elemento può crollare il mondo al quale esso è funzionalmente collegato.
Tutto è importante, basta pensare agli insetti impollinatori, senza di essi e senza la necessità delle piante di attirare la loro attenzione, noi oggi forse non avremmo avuto i fiori…
Anche questo è biodiversità che letteralmente viene dalla combinazione delle parole “biologico” e “diversità”. Significa tutte le varietà di vita sulla terra. Non solo tutte le differenti specie vegetali o animali, come i cavalli e le mele, ma anche le variazioni all’interno di ogni specie, come cavallo Murgese e mele Fontanarosa. In effetti, si riferisce anche alla varietà che esiste tra un Murgese e l’altro o tra le Fontanarosa o le limoncelle stesse.
C’è tanta biodiversità. E questo è un bene.
La biodiversità è importante, prendiamo ad esempio la biodiversità agricola.
Meno risorse genetiche significa meno opportunità per la crescita e per l’innovazione dell’agricoltura.
La perdita di biodiversità non limita solamente le opportunità di crescita; mette in pericolo le scorte alimentari. L’agricoltura perde la capacità di adattarsi ai cambiamenti ambientali, come il riscaldamento globale o nuovi insetti nocivi e malattie. Se le attuali disponibilità alimentari non riescono ad adattarsi ai mutamenti dell’ambiente, ci potremmo trovare veramente in grave difficoltà.
Sfortunatamente, questo patrimonio si è notevolmente ridotto negli ultimi decenni. La spinta per un aumento della produzione agricola e dei profitti ha orientato la scelta su un numero limitato di varietà di piante e di razze animali ad alto rendimento. Questo è un altro retaggio della “rivoluzione verde”.
Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2010 anno internazionale della biodiversità. La Convenzione per la diversità biologica (CBD) era un protocollo approvato nel dicembre del 1993 per la difesa e la salvaguardia della Terra e di tutte le sue specie: nell'aprile del 2002 i governi sottoscriventi si erano posti l'importante obiettivo di raggiungere entro il 2010 una significativa riduzione della perdita di biodiversità a livello globale, nazionale e regionale.
Il 2011 sarà l’Anno Internazionale delle Foreste per sostenere l’impegno di favorire la gestione, conservazione e lo sviluppo sostenibile delle foreste di tutto il mondo.
Grandi organizzazioni mondiali si preoccupano tanto di queste emergenze ambientali perché mettono a rischio la vita stessa del Pianeta.
Le Riserve Naturali Biogenetiche assolvono a tal proposito funzioni fondamentali:
. Preservare la genetica originaria dell’ambiente naturale.
. Preservare aree rappresentative e siti geologici di particolare importanza.
. Consentire ai sistemi ambientali di evolversi secondo natura.
. Contribuire ad accrescere le conoscenze scientifiche.
. Fornire opportunità per le attività ricreative consentite all’interno dell’area protetta.
. Preservare i processi essenziali per particolari specie e habitat.

Siamo lontani dalle impressioni di un viaggiatore inglese dell’ottocento che vedeva nelle nostre montagne «qualcosa di tanto selvaggio e di tanto tenebroso, dai boschi fitti e oscuri, da soggiogare le mente …» oggi i nostri boschi sono meta ambita per rinfrancare il corpo e lo spirito, per educare, per vivere un’esperienza indimenticabile.


Descrizione e cenni storici

Maggiore fra le 2 riserve naturali statali tutelate dall’Ufficio Territoriale per la Biodiversità di Mongiana (VV), la "Marchesale" viene acquisita al demanio forestale nel 1914 come parte di un feudo appartenuto prima alla Marchesa Caracciolo di Arena che la ereditò a sua volta dai duchi di Atri dopo il 1650; l'acquisizione ai beni dello Stato del territorio che poi verrà a far parte della riserva statale Cropani Micone si perfeziona, invece, nel 1918.
Significativa fu l'acquisizione all'Azienda del Demanio Forestale che permise di bloccare lo sfruttamento a cui fu soggetta l'area negli ultimi decenni del XIX sec. Lo status di Riserva Naturale Biogenetica venne assunto nel 1977.
Il profilo geografico dell’area è tipicamente montuoso, dal punto di vista climatico si rileva la frequenza di venti umidi occidentali provenienti dal Tirreno che sono all'origine di abbondanti precipitazioni, abbondanti in autunno e in inverno. I suoli sono di origine granitica risalente ad epoca remota e di particolare ricchezza mineralogica.
Le Riserve contribuiscono con gli altri boschi calabresi a formare quella che un tempo veniva denominata la Selva Brutia di notevole significato biogeografico, data la posizione centrale nel bacino mediterraneo. L'insolita appendice della Calabria prolunga i suoi benefici effetti naturalistici fin all'estrema propaggine meridionale della penisola, limitando e contrastando gli effetti climatici siccitosi che, minacciosi, avanzano dal nord-Africa e che interessano lembi della regione siciliana.

Flora
Le condizioni geografiche e climatiche della montagna calabrese determinano il radicarsi e il consolidarsi di genotipi di sicuro interesse che nelle Serre assumono particolare valenza e significato; l'abete bianco ne è una dimostrazione. Presente anche in molte altre aree dell'Appennino esso seleziona caratteri di resistenza, probabilmente da correlare alla particolare marginalità del proprio areale geografico naturale, mancando infatti in Sicilia, dove è sostituito dall’abete dei Nebrodi.
Le abetine naturali costituiscono una delle principali attrazioni delle riserve naturali serresi. Assume particolare rilievo la presenza nell’ambito delle formazioni boschive naturali del tasso europeo, esempio tipico della flora dell’era Terziaria, da cui è facile desumere l’importanza della tutela particolare che ad esso viene assicurata, data anche la lenta crescita e la scarsa abbondanza sul territorio che caratterizza il Taxus baccata.
Le riserve presentano interessanti stagni dove crescono specie vegetali interessanti e dove si determinano aspetti fisionomici particolari e suggestivi resi ancora più interessanti dai particolari effetti risultanti dalla erosione dovuta ai rigagnoli che corrugano il territorio.
La utilizzazione del territorio risalente al periodo che ha preceduto la demanializzazione dell’area naturale, ha sollecitato l’opera di rimboschimento in piccole aree dove comunque l’intervento dell’uomo ha in particolare effettuato un consolidamento delle formazioni boschive naturali esistenti e che per cause molteplici lamentavano limitate sofferenze.
Gli interventi selvicolturali sono stati pertanto mirati a orientare la progressiva sostituzione delle conifere da piantagione e la stessa douglasia con le specie spontanee.
Importanti consociazioni con ontani, carpini, frassini, lecci, castagni assicurano una interessante variabilità. Il sottobosco accoglie splendidi arbusti di agrifoglio e pungitopo che assieme al novellame naturale di faggio e abete bianco contribuiscono a determinare una struttura multiforme, varia e complessa.
Non mancano piccoli lembi di radura con specie arbustive di ginestre, cisti, erica e agrifoglio.

Fauna
Le Riserve si inseriscono in un corridoio naturale di alto valore naturalistico che negli ultimi decenni ha visto consolidare l'estensione delle aree boscate e delle aree protette. Non mancano le occasioni di imbattersi in esemplari di volpi, ricci, donnole, e non è neanche raro rilevare ghiri, moscardini e altri piccoli mammiferi roditori. Frequenti cumuli di terra ci mettono sulle tracce delle talpe. La lepre mediterranea rimasta con ridotte popolazioni nel sud Italia e in Corsica frequenta le aree di radura limitrofe alle aree protette.
Non è raro imbattersi in qualche serpente, soprattutto nei pressi delle radure e dei campi limitrofi, dove trova riparo il cervone.
Fra le specie di avifauna oltre alla comune poiana, nocciolaia, ghiandaia, scricciolo, sono frequenti il picchio verde, il gufo, l’allocco oltre a differenti specie di falchi, e, fra i migratori, gli aironi cenerini e gli svassi minori, attratti da un laghetto che poggia nell'altopiano lungo l'alveo del torrente Allaro. Interessante il progetto di salvaguardia della razza murgese del cavallo su cui fa affidamento il servizio di controllo del Corpo forestale dello Stato.

Ferriere borboniche
Un cenno viene fatto al dato storico che sollecita qualche considerazione sulla tutela riservata al bosco delle Serre data la presenza delle Ferriere borboniche. Nella seconda metà del `700 si insediano, in forma stabile, nelle Serre e, precisamente, lungo l’Allaro e lo Stilaro, torrente dello Jonio reggino, alcuni stabilimenti metallurgici.
Data la progressiva riduzione dell'area boschiva a causa della notevole richiesta di carbone vegetale, si registra lo spostamento degli stabilimenti ai confini dei boschi.
Le ferriere che si insediano nelle Serre a pochi chilometri da Serra San Bruno determinano la nascita dell’agglomerato di Mongiana in mezzo al feudo boschivo appartenente al principe di Roccella, feudatario di Fabrizia.
Per evitare compromissioni notevoli alla consistenza boschiva, al fine anche di dare stabilità alla produzione della nuova ferriera, viene varata una legge a tutela del patrimonio boschivo «pro Mongiana».
Continuando questa disamina storica è interessante osservare che lo stesso Murat aveva sollecitato a più riprese una particolare attenzione per la tutela dei boschi promuovendo presso l’amministrazione del Regno Borbonico il varo di una legge forestale organica valida su tutto il territorio del Regno, da cui discese la creazione del Corpo delle Guardie Forestali. Particolare cura e salvaguardia veniva riservata al patrimonio boschivo e sanzioni severissime venivano elevate per ogni albero giovane tagliato in modo fraudolente, oppure per aver appiccato il fuoco al bosco.

Fruizione
Particolarmente interessante è il contesto storico, culturale e naturalistico del territorio delle riserve. Di forte suggestione è infatti la Certosa di Serra San Bruno, luogo mistico religioso oltre alla Fabbrica d'Armi e alle Ferriere di Mongiana e della Ferdinandea. Ma l'interesse più rilevante è sicuramente quello naturalistico.
L'attrazione dei turisti viene guidata attraverso un fitto reticolo di sentieri, piste e percorsi didattici e naturalistici. I rifugi non mancano e la loro presenza viene valorizzata dai frequenti campus estivi organizzati da gruppi di scouts provenienti da tutta Europa oltre che da ricercatori scientifici.
L'interesse biologico e selvicolturale ha polarizzato l'attenzione di numerose Università. Studi vengono condotti sulle specie endemiche, ma anche sui caratteri strutturali dei boschi. Interessante è il Centro di Esperienza Ambientale (C.E.A.) gestito in collaborazione con la regione Calabria. La sua funzione permette di orientare le visite delle numerose scolaresche e di fornire un utile approfondimento di argomenti scientifici e delle funzioni istituzionali svolte dal Corpo Forestale dello Stato Fiore all’occhiello del Centro di Esperienza sono l’orto botanico, riconosciuto dalla Società Botanica Italiana ed i qualificati e interessanti percorsi naturalistici: il vivaio, il sentiero faunistico, il sentiero dei frutti perduti, il sentiero geologico, il sentiero biblico, il sentiero per disabili e non vedenti, il sentiero delle piante officinali.
Di ognuno di essi viene rappresentata una sintetica descrizione.

Orto botanico
Lungo i suoi 400 metri accoglie una vasta collezione di piante arboree, erbacee e arbustive. Nella parte iniziale vi sono le conifere nostrane, nella seconda parte le latifoglie nell’ultima le conifere esotiche. Una sezione consente di osservare una rassegna di arbusti di diverse aree geografiche. Ciascun gruppo, presente con 5-10 esemplari, viene individuato da un cartello esplicativo contenete il nome scientifico, la famiglia di appartenenza e la distribuzione geografica.

Vivaio Vittoria
Si estende per circa 2 ettari e assicura una produzione annua di circa 10.000 piantine appartenenti alle principali specie forestali presenti sul territorio. La programmazione vivaistica è orientata alla produzione di piantine da impiegare nel miglioramento delle aree ricadenti all’interno delle Riserve Naturali Biogenetiche e nella realizzazione di impianti di arboricoltura e da legno pregiato.

Sentiero faunistico
Lungo li sentiero, caratterizzato dalla presenza di stagni e ruscelli, è possibile osservare alcuni esemplari della famiglia degli ungulati in condizioni ambientali seminaturali, oltre ad alcuni esemplari di uccelli come il gufo reale, inseriti all’interno di un’ampia voliera. Fra i mammiferi si possono riconoscere cervi, caprioli, daini, mufloni, cinghiali, tenuti all’interno di recinti che racchiudono superfici sufficientemente vaste da evitare un sovrapopolamento che finirebbe per nuocere sia gli animali che l’ambiente interessato.

Sentiero dei frutti perduti
Il significato che intende fornire questo sentiero è specificatamente rivolto verso quelle specie arboree fruttifere che in questo territorio sono state trascurate, pur rivestendo un interesse alimentare apprezzabile. La collezione raggruppa circa trenta esemplari in cui è possibile riconoscere la molteplice diversità di varietà delle più importanti specie di fruttiferi riconoscibile nel nostro territorio.

Sentiero geologico
La collezione mostra le caratteristiche morfo-strutturali di alcuni campioni prelevati nel territorio calabrese e siciliano. I campioni presenti indicano chiaramente che la Calabria ha una struttura prevalentemente cristallina rappresentata da rocce vulcaniche di tipo intrusivo e metamorfiche.

Sentiero biblico
Il percorso propone una collezione simbolica di alcune fra le più significative piante in relazione con le più diffuse tradizioni religiose. Infatti piante come l’ulivo, il frassino, la vite il melo, da sempre connesse all’ambiente mediterraneo, evocano tradizioni di grande significato per la cultura dei popoli di quest’area.

Sentiero natura accessibile
Il sentiero è costituito da 30 tabelle didattiche trascritte in braille riportanti la descrizione delle specie di pianta e tipo di roccia a cui si riferiscono.

Sentiero delle piante officinali
Un cenno più approfondito merita il sentiero officinale. La collezione raggruppa più di 200 esemplari di piante medicinali, velenose e aromatiche, la maggior parte è spontanea nel territorio delle Serre; l’ambiente di appartenenza è il castaneto o la faggeta, ma non mancano pure esemplari legati abitualmente ad habitat differenti, come la macchia mediterranea, o i greti dei fiumi, o l’ambiente di pascolo.
L’interesse che gravita negli ultimi anni sul mondo delle piante officinali è ampiamente giustificato dalla loro importante funzione terapeutica per la cura di molteplici affezioni.
Con la presente collezione si intende sollecitare l’interesse del comune visitatore sulla necessità di salvaguardare le specie viventi a qualunque territorio ed ambiente appartengano; anche quelle molto comuni, dunque apparentemente banali, in realtà rivelano funzioni che possono creare benefici all’umanità. Una pianta rappresenta effettivamente una industria naturale, infatti è in grado di sintetizzare in modo naturale molecole organiche anche fra le più complesse. La scomparsa di una qualsiasi specie determina la perdita di un patrimonio genetico unico, esito di una storia biologica ed evolutiva fatta di migliaia di anni. La responsabilità di provocare lo sterminio di una specie biologica si aggrava ulteriormente se si scopre l’importante funzione farmaceutica o qualsiasi altra caratteristica specifica benefica per l’uomo.
Le malattie che possono venire curate con le piante officinali sono fra le più svariate: dissenteria, dermatiti, disturbi circolatori, infiammazioni respiratorie, malattie biliari e renali, malattie nervose, ecc.
E’ importante rilevare che gli estratti devono essere impiegati in modo appropriato, non mancano infatti casi di intossicazioni per abuso o uso improprio di estratti, per non citare le piante che sono considerate velenose per l’uomo.


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VIBO VALENTIA -
Quest’estate quello che potrà distoglierci dalla voglia di arrostire sotto il sole lungo gli 800 km di variegate coste calabresi, si trova lasciando il fascino del paesaggio costiero, spostandosi nell’entroterra, dove non ci si aspetta di scoprire suggestive aree boschive che ammantano di verde ampi tratti delle alture locali; avvolgono di fresca quiete lo spirito riarso dal caldo che scioglie; dove si riscoprono tracce del passato, monumenti di religiosità, di storia, varietà naturalistiche sottratte all’incedere del moderno appiattimento della globalizzazione.
Nel mare verde smeraldo delle coste di Nicotera, Pizzo, Tropea, si specchia lo spirito delle montagne della tanto bistrattata provincia di Vibo Valentia. Tra lo Ionio e il Tirreno, tra la Sila e l’Aspromonte, l’Appennino calabrese è costituto dalle Serre Calabre, due lunghe successioni parallele di rilievi montuosi e collinari, che ricordano i denti di una sega e predominano graniti, porfidi, dioriti; in alcune zone argille e calcari.
Domina Monte Pecoraro, la vetta più elevata, con 1.423 metri, e vigila su lussureggianti boschi di conifere e latifoglie che traggono vantaggio dalla ricchezza di minerali nel substrato di origine granitica e dalle forti precipitazioni. È un ambiente favorevole anche per le tante varietà di funghi che stabiliscono con le piante superiori un rapporto utile per entrambi: la pianta fornisce gli zuccheri che i funghi non sono in grado di produrre, mentre il fungo può cedere acqua e sostanze minerali, visto che le ife fungine hanno una capacità di assorbire acqua dal terreno superiore a quella delle radici degli alberi.
Questi patrimoni verdi sono giunti fino a noi non senza difficoltà. Il bosco era risorsa indispensabile per il funzionamento dell’industria siderurgica che lavorava i minerali di ferro presenti nella vallata dell’Allaro e le varie dominazioni hanno sfruttato ferocemente il bosco a vantaggio della produzione industriale. Ferdinando II di Borbone, nella seconda metà dell’800, arrestò tale sfruttamento selvaggio con una legge che conciliava la produzione industriale con la conservazione e l’incremento del patrimonio forestale.
Altre norme hanno continuato a garantirne la tutela, riaffermando sempre più la necessità di conservazione degli equilibri naturali e ambientali.
Nel 1977 fu costituita la rete delle Riserve naturali Statali e la legge Galasso del 1985 ribadì una serie di norme per la conservazione di tutti i boschi pubblici e privati sempre più minacciati da uno pseudo sviluppo e dalle sue conseguenze. Oggi questo patrimonio è ben custodito e, soprattutto nelle Riserve, ben tutelato. Per continuarne la conservazione bisogna che sia meglio conosciuto, si rispetta quello che si conosce e se ben si conosce, si ama. L’approccio deve essere appropriato, rispettoso dei complessi e delicati equilibri naturali che determinano o alterano la conservazione, così, il bosco può essere fruito, può essere goduto, può trasmettere all’uomo benessere esteriore ed interiore.
Il concetto di riserva biogenetica nasce con lo scopo di proteggere gli habitat di specie animali e vegetali minacciate di estinzione e di difendere il patrimonio genetico europeo, è una zona protetta che beneficia di un particolare regime giuridico e caratterizzata da uno o più habitat, biocenosi o ecosistemi tipici, unici, rari o in pericolo.
Entro il perimetro delle riserve è consentito l'accesso per ragioni di studio, per fini educativi, per compiti amministrativi, di vigilanza e per l'attuazione dei disciplinari previsti dalla legge.
Le riserve naturali biogenetiche in Italia sono attualmente 43; particolarmente numerose sono quelle istituite in Toscana e in Calabria, nella nostra regione, oltre a proteggere importanti formazioni forestali, rappresentano ambienti particolarmente interessanti per la vegetazione e soprattutto per la fauna presente, che annovera tra gli altri animali il lupo, il capriolo, e numerosa avifauna stanziale e migratoria e sono affidate, in base all'art. 31 della legge 6/12/1991 n. 394 sulle aree protette, alla gestione del Corpo Forestale dello Stato.
Sono uno scrigno di valori naturali e ambientali a disposizione di chi sa goderne i benefici e sa trarne insegnamenti per migliorarlo e non alterarlo. Tale patrimonio deve essere tramandato come significativo testimone alle future generazioni.
In un contesto storico, culturale e naturalistico del territorio, dove si trovano la Certosa di Serra San Bruno, luogo mistico religioso, la Fabbrica d’Armi e le Ferriere di Mongiana e della Ferdinandea, notevoli opifici del Regno Borbonico, si inseriscono le 2 Riserve Naturali Biogenetiche Europee “Marchesale” e “Cropani Micone”, ricadenti nei comuni di Mongiana, Arena, Acquaro e gestite dall’Ufficio Territoriale per la Biodiversità del Corpo Forestale dello Stato. Il centro, con a capo l’Ing Angelo Daraio, V. Questore Agg. del Corpo Forestale, ospita il Comando provinciale del CFS della provincia di Vibo Valentia e il Centro per la Formazione del CFS di Mongiana. Oltre all’attività di controllo particolarmente mirata ai reati contro l’ambiente, si punta molto sull’opera di prevenzione, i cui destinatari sono in particolare i ragazzi delle scuole.
Queste Riserve Statali sono incastonate nel Parco Naturale Regionale delle Serre, istituito nel 1990, i cui confini sono stati delineati solo nel 2003, ma che ha allargato il territorio protetto e interessa le provincie di Vibo Valentia, Catanzaro e Reggio Calabria.
Le Riserve contribuiscono con gli altri boschi calabresi a formare quella che un tempo veniva denominata la Selva Brutia di notevole significato biogeografico, data la posizione centrale nel bacino mediterraneo, che contrasta, con la propria presenza gli effetti negativi siccitosi che avanzano , minacciosi, dal nord-Africa.

Questa condizione sofferta, determina nella flora montana il radicarsi e il consolidarsi di genotipi di sicuro interesse. L’Abete bianco ne è una dimostrazione. Presente anche in molte altre aree dell’Appennino esso seleziona caratteri di resistenza, probabilmente da correlare alla particolare marginalità nell’areale geografico naturale. Infatti la specie Abies alba manca sia in Sicilia che in Africa.
Tra le suggestive abetine naturali delle Riserve, assumono particolare rilievo anche le formazioni boschive comprendenti il tasso europeo. Relitto appartenuto all’antica flora Terziaria, il tasso richiede una particolare forma di tutela, dovuta alla crescita molto lenta.
Importanti consociazioni con ontani, carpini, frassini, lecci, castagni assicurano una interessante variabilità. Il sottobosco accoglie splendidi arbusti di agrifoglio e pungitopo che assieme al novellame naturale di faggio e abete bianco contribuiscono a determinare una struttura multiforme, varia e complessa. Non mancano piccoli lembi di radura con specie arbustive di ginestre, cisti, erica.
Capita spesso di imbattersi in esemplari di volpi, ricci, donnole o rilevare ghiri, moscardine e altri piccoli roditori.
Fra le specie di avifauna oltre alla comune poiana, nocciolaia, ghiandaia, scricciolo, si scoprono presenze di picchio verde, gufo, allocco, differenti specie di falchi, mentre fra i migratori si è registrato il passaggio di aironi cenerini e svassi minori attirati da un laghetto che poggia nell’altopiano lungo l’alveo del torrente Allaro. Interessante il progetto di salvaguardia della razza murgese del cavallo su cui fa affidamento il servizio di controllo del Corpo Forestale dello Stato.
Questi tesori di biodiversità, questi territori ricchi di vita, di paesaggio, di emozioni, trovano la loro vetrina ideale in una struttura ubicata all’interno della Riserva Naturale Biogenetica Europea “Cropani Micone” a 910 metri s.l.m., nel comune di Mongiana, il centro polifunzionale del Corpo Forestale dello Stato “Villa Vittoria” che con i suoi sentieri di piante officinali, alberi da frutto del passato, raccolta di rocce, orto botanico, sentiero biblico, sentiero delle ortensie, sentiero faunistico, allevamento di cavalli murgesi, vivaio forestale, valorizza le risorse naturali del territorio, promuovendo tutte le iniziative per facilitare la conoscenza e rilevare l’importanza dei suoi valori naturalistici, storici e culturali.
Oltre l’area dei sentieri didattici concentrati all’interno di Villa Vittoria, ampiamente fruibili anche da persone diversamente abili (c’è anche un sentiero appositamente creato che riassume le raccolte più significative di piante e rocce), si spazia con i percorsi naturalistici nelle riserve, sentieri tabellati e segnati sul territorio. Le riserve sono altresì attraversate dal Sentiero Frassati della Calabria (Mongiana – Serra San Bruno), circuito ad anello che permette di ammirare la natura incontaminata, nonché le tracce di vecchi mulini, casolari abbandonati, percorso che parla di natura, religione, storia.
I rifugi montani sono valorizzati dai numerosi campus estivi organizzati da gruppi scout provenienti da tutta Europa oltre che da ricercatori. L’interesse biologico e selvicolturale ha polarizzato l’attenzione di numerose Università. Studi vengono condotti sulle specie endemiche, ma anche sui caratteri strutturali dei boschi.
La didattica viene perfezionala dalla presenza del Centro di Esperienza gestito in collaborazione con gli Enti Locali. La sua funzione permette di orientare le visite delle numerose scolaresche e di gruppi organizzati di turisti che trovano ristoro, soprattutto in primavera e estate. Si possono vivere esperienze di educazione ambientale incentrate sia su attività didattiche in aula, che sull’esplorazione diretta dell’ambiente, attraverso visite guidate e percorsi didattici specifici.
Le morbide trine di vegetazione che fanno da contorno ai sentieri attraggono e stupiscono i visitatori, restare affascinati da un paesaggio che rilassa lo sguardo e l’anima è facile. Quello che è difficile da credere è che questa bellezza potremmo esportarla anche nelle nostre piazze, nelle nostre città. Il pezzetto di carta, il bicchiere di plastica o, peggio, il sacchetto di rifiuti dopo il picnic, che non buttiamo a terra o dal finestrino dell’auto, e che ci sacrifichiamo a portarci dietro fino al primo cassonetto, ci può portare a vivere in un mondo felice, pulito.
Non è il piccolo atto inquinante che crea il danno enorme, ma è che lo stesso piccolo gesto è da moltiplicare per tutte le volte che lo facciamo e per tutti quelli che lo fanno; e non è detto che dietro di noi possa passare sempre qualcuno o porre rimedio alla nostra maleducazione. Quello che combiniamo all’ambiente, ce lo troviamo sbattuto in faccia prima o poi.
Questa Terra è come una grande bolla che contiene tutto, dove saremo sommersi dai rifiuti che produciamo se non siamo in grado di “ripulirli” e “riutilizzarli”.
Il polmone verde della vegetazione si assottiglia e non riuscirà più a digerire il nostro inquinamento, che ora ci restituisce sotto forma di ossigeno respirabile; le mille risorse nelle variabili della biodiversità della natura, vengono distrutte giorno per giorno e non troveremo più sostanze utili e preziose per la nostra sopravvivenza. Distruggendo un piccolo e secondo noi inutile elemento può crollare il mondo al quale esso è funzionalmente collegato.
Tutto è importante, basta pensare agli insetti impollinatori, senza di essi e senza la necessità delle piante di attirare la loro attenzione, noi oggi forse non avremmo avuto i fiori…
Anche questo è biodiversità che letteralmente viene dalla combinazione delle parole “biologico” e “diversità”. Significa tutte le varietà di vita sulla terra. Non solo tutte le differenti specie vegetali o animali, come i cavalli e le mele, ma anche le variazioni all’interno di ogni specie, come cavallo Murgese e mele Fontanarosa. In effetti, si riferisce anche alla varietà che esiste tra un Murgese e l’altro o tra le Fontanarosa o le limoncelle stesse.
C’è tanta biodiversità. E questo è un bene.
La biodiversità è importante, prendiamo ad esempio la biodiversità agricola.
Meno risorse genetiche significa meno opportunità per la crescita e per l’innovazione dell’agricoltura.
La perdita di biodiversità non limita solamente le opportunità di crescita; mette in pericolo le scorte alimentari. L’agricoltura perde la capacità di adattarsi ai cambiamenti ambientali, come il riscaldamento globale o nuovi insetti nocivi e malattie. Se le attuali disponibilità alimentari non riescono ad adattarsi ai mutamenti dell’ambiente, ci potremmo trovare veramente in grave difficoltà.
Sfortunatamente, questo patrimonio si è notevolmente ridotto negli ultimi decenni. La spinta per un aumento della produzione agricola e dei profitti ha orientato la scelta su un numero limitato di varietà di piante e di razze animali ad alto rendimento. Questo è un altro retaggio della “rivoluzione verde”.
Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2010 anno internazionale della biodiversità. La Convenzione per la diversità biologica (CBD) era un protocollo approvato nel dicembre del 1993 per la difesa e la salvaguardia della Terra e di tutte le sue specie: nell'aprile del 2002 i governi sottoscriventi si erano posti l'importante obiettivo di raggiungere entro il 2010 una significativa riduzione della perdita di biodiversità a livello globale, nazionale e regionale.
Il 2011 sarà l’Anno Internazionale delle Foreste per sostenere l’impegno di favorire la gestione, conservazione e lo sviluppo sostenibile delle foreste di tutto il mondo.
Grandi organizzazioni mondiali si preoccupano tanto di queste emergenze ambientali perché mettono a rischio la vita stessa del Pianeta.
Le Riserve Naturali Biogenetiche assolvono a tal proposito funzioni fondamentali:
. Preservare la genetica originaria dell’ambiente naturale.
. Preservare aree rappresentative e siti geologici di particolare importanza.
. Consentire ai sistemi ambientali di evolversi secondo natura.
. Contribuire ad accrescere le conoscenze scientifiche.
. Fornire opportunità per le attività ricreative consentite all’interno dell’area protetta.
. Preservare i processi essenziali per particolari specie e habitat.

Siamo lontani dalle impressioni di un viaggiatore inglese dell’ottocento che vedeva nelle nostre montagne «qualcosa di tanto selvaggio e di tanto tenebroso, dai boschi fitti e oscuri, da soggiogare le mente …» oggi i nostri boschi sono meta ambita per rinfrancare il corpo e lo spirito, per educare, per vivere un’esperienza indimenticabile.


Descrizione e cenni storici

Maggiore fra le 2 riserve naturali statali tutelate dall’Ufficio Territoriale per la Biodiversità di Mongiana (VV), la "Marchesale" viene acquisita al demanio forestale nel 1914 come parte di un feudo appartenuto prima alla Marchesa Caracciolo di Arena che la ereditò a sua volta dai duchi di Atri dopo il 1650; l'acquisizione ai beni dello Stato del territorio che poi verrà a far parte della riserva statale Cropani Micone si perfeziona, invece, nel 1918.
Significativa fu l'acquisizione all'Azienda del Demanio Forestale che permise di bloccare lo sfruttamento a cui fu soggetta l'area negli ultimi decenni del XIX sec. Lo status di Riserva Naturale Biogenetica venne assunto nel 1977.
Il profilo geografico dell’area è tipicamente montuoso, dal punto di vista climatico si rileva la frequenza di venti umidi occidentali provenienti dal Tirreno che sono all'origine di abbondanti precipitazioni, abbondanti in autunno e in inverno. I suoli sono di origine granitica risalente ad epoca remota e di particolare ricchezza mineralogica.
Le Riserve contribuiscono con gli altri boschi calabresi a formare quella che un tempo veniva denominata la Selva Brutia di notevole significato biogeografico, data la posizione centrale nel bacino mediterraneo. L'insolita appendice della Calabria prolunga i suoi benefici effetti naturalistici fin all'estrema propaggine meridionale della penisola, limitando e contrastando gli effetti climatici siccitosi che, minacciosi, avanzano dal nord-Africa e che interessano lembi della regione siciliana.

Flora
Le condizioni geografiche e climatiche della montagna calabrese determinano il radicarsi e il consolidarsi di genotipi di sicuro interesse che nelle Serre assumono particolare valenza e significato; l'abete bianco ne è una dimostrazione. Presente anche in molte altre aree dell'Appennino esso seleziona caratteri di resistenza, probabilmente da correlare alla particolare marginalità del proprio areale geografico naturale, mancando infatti in Sicilia, dove è sostituito dall’abete dei Nebrodi.
Le abetine naturali costituiscono una delle principali attrazioni delle riserve naturali serresi. Assume particolare rilievo la presenza nell’ambito delle formazioni boschive naturali del tasso europeo, esempio tipico della flora dell’era Terziaria, da cui è facile desumere l’importanza della tutela particolare che ad esso viene assicurata, data anche la lenta crescita e la scarsa abbondanza sul territorio che caratterizza il Taxus baccata.
Le riserve presentano interessanti stagni dove crescono specie vegetali interessanti e dove si determinano aspetti fisionomici particolari e suggestivi resi ancora più interessanti dai particolari effetti risultanti dalla erosione dovuta ai rigagnoli che corrugano il territorio.
La utilizzazione del territorio risalente al periodo che ha preceduto la demanializzazione dell’area naturale, ha sollecitato l’opera di rimboschimento in piccole aree dove comunque l’intervento dell’uomo ha in particolare effettuato un consolidamento delle formazioni boschive naturali esistenti e che per cause molteplici lamentavano limitate sofferenze.
Gli interventi selvicolturali sono stati pertanto mirati a orientare la progressiva sostituzione delle conifere da piantagione e la stessa douglasia con le specie spontanee.
Importanti consociazioni con ontani, carpini, frassini, lecci, castagni assicurano una interessante variabilità. Il sottobosco accoglie splendidi arbusti di agrifoglio e pungitopo che assieme al novellame naturale di faggio e abete bianco contribuiscono a determinare una struttura multiforme, varia e complessa.
Non mancano piccoli lembi di radura con specie arbustive di ginestre, cisti, erica e agrifoglio.

Fauna
Le Riserve si inseriscono in un corridoio naturale di alto valore naturalistico che negli ultimi decenni ha visto consolidare l'estensione delle aree boscate e delle aree protette. Non mancano le occasioni di imbattersi in esemplari di volpi, ricci, donnole, e non è neanche raro rilevare ghiri, moscardini e altri piccoli mammiferi roditori. Frequenti cumuli di terra ci mettono sulle tracce delle talpe. La lepre mediterranea rimasta con ridotte popolazioni nel sud Italia e in Corsica frequenta le aree di radura limitrofe alle aree protette.
Non è raro imbattersi in qualche serpente, soprattutto nei pressi delle radure e dei campi limitrofi, dove trova riparo il cervone.
Fra le specie di avifauna oltre alla comune poiana, nocciolaia, ghiandaia, scricciolo, sono frequenti il picchio verde, il gufo, l’allocco oltre a differenti specie di falchi, e, fra i migratori, gli aironi cenerini e gli svassi minori, attratti da un laghetto che poggia nell'altopiano lungo l'alveo del torrente Allaro. Interessante il progetto di salvaguardia della razza murgese del cavallo su cui fa affidamento il servizio di controllo del Corpo forestale dello Stato.

Ferriere borboniche
Un cenno viene fatto al dato storico che sollecita qualche considerazione sulla tutela riservata al bosco delle Serre data la presenza delle Ferriere borboniche. Nella seconda metà del `700 si insediano, in forma stabile, nelle Serre e, precisamente, lungo l’Allaro e lo Stilaro, torrente dello Jonio reggino, alcuni stabilimenti metallurgici.
Data la progressiva riduzione dell'area boschiva a causa della notevole richiesta di carbone vegetale, si registra lo spostamento degli stabilimenti ai confini dei boschi.
Le ferriere che si insediano nelle Serre a pochi chilometri da Serra San Bruno determinano la nascita dell’agglomerato di Mongiana in mezzo al feudo boschivo appartenente al principe di Roccella, feudatario di Fabrizia.
Per evitare compromissioni notevoli alla consistenza boschiva, al fine anche di dare stabilità alla produzione della nuova ferriera, viene varata una legge a tutela del patrimonio boschivo «pro Mongiana».
Continuando questa disamina storica è interessante osservare che lo stesso Murat aveva sollecitato a più riprese una particolare attenzione per la tutela dei boschi promuovendo presso l’amministrazione del Regno Borbonico il varo di una legge forestale organica valida su tutto il territorio del Regno, da cui discese la creazione del Corpo delle Guardie Forestali. Particolare cura e salvaguardia veniva riservata al patrimonio boschivo e sanzioni severissime venivano elevate per ogni albero giovane tagliato in modo fraudolente, oppure per aver appiccato il fuoco al bosco.

Fruizione
Particolarmente interessante è il contesto storico, culturale e naturalistico del territorio delle riserve. Di forte suggestione è infatti la Certosa di Serra San Bruno, luogo mistico religioso oltre alla Fabbrica d'Armi e alle Ferriere di Mongiana e della Ferdinandea. Ma l'interesse più rilevante è sicuramente quello naturalistico.
L'attrazione dei turisti viene guidata attraverso un fitto reticolo di sentieri, piste e percorsi didattici e naturalistici. I rifugi non mancano e la loro presenza viene valorizzata dai frequenti campus estivi organizzati da gruppi di scouts provenienti da tutta Europa oltre che da ricercatori scientifici.
L'interesse biologico e selvicolturale ha polarizzato l'attenzione di numerose Università. Studi vengono condotti sulle specie endemiche, ma anche sui caratteri strutturali dei boschi. Interessante è il Centro di Esperienza Ambientale (C.E.A.) gestito in collaborazione con la regione Calabria. La sua funzione permette di orientare le visite delle numerose scolaresche e di fornire un utile approfondimento di argomenti scientifici e delle funzioni istituzionali svolte dal Corpo Forestale dello Stato Fiore all’occhiello del Centro di Esperienza sono l’orto botanico, riconosciuto dalla Società Botanica Italiana ed i qualificati e interessanti percorsi naturalistici: il vivaio, il sentiero faunistico, il sentiero dei frutti perduti, il sentiero geologico, il sentiero biblico, il sentiero per disabili e non vedenti, il sentiero delle piante officinali.
Di ognuno di essi viene rappresentata una sintetica descrizione.

Orto botanico
Lungo i suoi 400 metri accoglie una vasta collezione di piante arboree, erbacee e arbustive. Nella parte iniziale vi sono le conifere nostrane, nella seconda parte le latifoglie nell’ultima le conifere esotiche. Una sezione consente di osservare una rassegna di arbusti di diverse aree geografiche. Ciascun gruppo, presente con 5-10 esemplari, viene individuato da un cartello esplicativo contenete il nome scientifico, la famiglia di appartenenza e la distribuzione geografica.

Vivaio Vittoria
Si estende per circa 2 ettari e assicura una produzione annua di circa 10.000 piantine appartenenti alle principali specie forestali presenti sul territorio. La programmazione vivaistica è orientata alla produzione di piantine da impiegare nel miglioramento delle aree ricadenti all’interno delle Riserve Naturali Biogenetiche e nella realizzazione di impianti di arboricoltura e da legno pregiato.

Sentiero faunistico
Lungo li sentiero, caratterizzato dalla presenza di stagni e ruscelli, è possibile osservare alcuni esemplari della famiglia degli ungulati in condizioni ambientali seminaturali, oltre ad alcuni esemplari di uccelli come il gufo reale, inseriti all’interno di un’ampia voliera. Fra i mammiferi si possono riconoscere cervi, caprioli, daini, mufloni, cinghiali, tenuti all’interno di recinti che racchiudono superfici sufficientemente vaste da evitare un sovrapopolamento che finirebbe per nuocere sia gli animali che l’ambiente interessato.

Sentiero dei frutti perduti
Il significato che intende fornire questo sentiero è specificatamente rivolto verso quelle specie arboree fruttifere che in questo territorio sono state trascurate, pur rivestendo un interesse alimentare apprezzabile. La collezione raggruppa circa trenta esemplari in cui è possibile riconoscere la molteplice diversità di varietà delle più importanti specie di fruttiferi riconoscibile nel nostro territorio.

Sentiero geologico
La collezione mostra le caratteristiche morfo-strutturali di alcuni campioni prelevati nel territorio calabrese e siciliano. I campioni presenti indicano chiaramente che la Calabria ha una struttura prevalentemente cristallina rappresentata da rocce vulcaniche di tipo intrusivo e metamorfiche.

Sentiero biblico
Il percorso propone una collezione simbolica di alcune fra le più significative piante in relazione con le più diffuse tradizioni religiose. Infatti piante come l’ulivo, il frassino, la vite il melo, da sempre connesse all’ambiente mediterraneo, evocano tradizioni di grande significato per la cultura dei popoli di quest’area.

Sentiero natura accessibile
Il sentiero è costituito da 30 tabelle didattiche trascritte in braille riportanti la descrizione delle specie di pianta e tipo di roccia a cui si riferiscono.

Sentiero delle piante officinali
Un cenno più approfondito merita il sentiero officinale. La collezione raggruppa più di 200 esemplari di piante medicinali, velenose e aromatiche, la maggior parte è spontanea nel territorio delle Serre; l’ambiente di appartenenza è il castaneto o la faggeta, ma non mancano pure esemplari legati abitualmente ad habitat differenti, come la macchia mediterranea, o i greti dei fiumi, o l’ambiente di pascolo.
L’interesse che gravita negli ultimi anni sul mondo delle piante officinali è ampiamente giustificato dalla loro importante funzione terapeutica per la cura di molteplici affezioni.
Con la presente collezione si intende sollecitare l’interesse del comune visitatore sulla necessità di salvaguardare le specie viventi a qualunque territorio ed ambiente appartengano; anche quelle molto comuni, dunque apparentemente banali, in realtà rivelano funzioni che possono creare benefici all’umanità. Una pianta rappresenta effettivamente una industria naturale, infatti è in grado di sintetizzare in modo naturale molecole organiche anche fra le più complesse. La scomparsa di una qualsiasi specie determina la perdita di un patrimonio genetico unico, esito di una storia biologica ed evolutiva fatta di migliaia di anni. La responsabilità di provocare lo sterminio di una specie biologica si aggrava ulteriormente se si scopre l’importante funzione farmaceutica o qualsiasi altra caratteristica specifica benefica per l’uomo.
Le malattie che possono venire curate con le piante officinali sono fra le più svariate: dissenteria, dermatiti, disturbi circolatori, infiammazioni respiratorie, malattie biliari e renali, malattie nervose, ecc.
E’ importante rilevare che gli estratti devono essere impiegati in modo appropriato, non mancano infatti casi di intossicazioni per abuso o uso improprio di estratti, per non citare le piante che sono considerate velenose per l’uomo.


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martedì 27 luglio 2010

Il Sud Boicotta la Benetton


Mercoledì 28 luglio alle 18 e 30 partirà da Napoli la più grande campagna di boicottaggio ai danni dello storico marchio trevigiano "Benetton",da sempre finanziatore di persone come MASTELLA o partiti come la LEGA.Da ricordare poi è che sempre BENETTON\AUTOSTRADE gestisce pure la tangenziale di Napoli,unica tangenziale a pagamento d'ITALIA.

L'appuntamento è alle ore 18 e 40 presso il negozio BENETTON di via Roma(alle spalle del caffè Gambrinus).

I movimenti INSIEME PER LA RINASCITA, PARTITO DEL SUD ,INSORGENZA CIVILE e CAMBIAMO NAPOLI ,tutti insieme, manifesteranno e distribuiranno volantini contro il marchio BENETTON .

Non mancare,SE CI TIENI AL SUD !!!!


NAPOLI - Il 28 luglio alle 18,30 partirà da Napoli la più grande campagna di boicottaggio ai danni dello storico marchio trevigiano "Benetton": a prometterlo è il comitato "Progetto Napoli" composto dai quattro movimenti meridionalisti Insorgenza Civile, Partito del Sud, Cambiamo Napoli e Insieme per la Rinascita.
La multinazionale con sede in Veneto, che solo in Campania conta più di trenta rivenditori ed inoltre gestisce la Tangenziale di Napoli, unico asse urbano d’Europa in cui si paga un pedaggio, risulta essere tra i principali finanziatori della Lega Nord.
“E’ noto che, dopo aver finanziato Clemente Mastella per ben 50.000 euro, la Società Autostrade/Benetton abbia effettuato un dono di ben 150.000 euro al partito di Umberto Bossi. Ci chiediamo il motivo di tanta beneficenza” si interroga il docente universitario e leader di Cambiamo Napoli , Francesco Forzati . “Ed è poi degno di nota - aggiunge - l’accordo milionario che ha legato"Fabrica", il centro di ricerca sulla comunicazione voluto e finanziato dalla dinasty industriale Benetton , all’onorevole Luca Zaia(Lega Nord). Merito della vittoria di Zaia alle recenti regionali è pure di "Fabrica", che ha curato personalmente la campagna elettorale dell’attuale Governatore del Veneto”.
Per Nando Dicè, presidente di "Insorgenza civile", movimento che da tempo ha promosso una petizione per abolire il pedaggio sulla Tangenziale di Napoli, sempre gestita dal gruppo veneto, “è tristemente noto che le concessionarie autostradali, i cui manager non dimenticano che il futuro dei loro bilanci dipende dalle tariffe fissate dal governo, sono le principali finanziatrici dei partiti politici e che Autostrade spa ha finanziato con 150mila euro la Lega Nord. Quella stessa concessionaria incassa dalla Tangenziale di Napoli – la fonte è il bilancio della società – sei milioni di euro al mese. Non potendo boicottare la Tangenziale, boicottiamo i prodotti di Benetton: dunque i marchi Benetton e Sisley.”
Concludono Andrea Balia,leader campano del Partito del Sud e Stefano lo Passo,presidente di Insieme per la Rinascita: “Inonderemo il sud con migliaia di volantini anti-Benetton : i consumatori devono essere a conoscenza del fatto che parte del denaro speso per acquistare un capo firmato "Benetton" finanzia indirettamente le casse del Carroccio, così come il pagamento del pedaggio sulla Tangenziale. Sarà questa pure l’occasione per incentivare la gente ad acquistare prodotti del Sud :una legittima difesa nei confronti del federalismo fiscale tanto voluto dalla Lega”.
L'appuntamento è per mercoledì 28 luglio,ore 19,innanzi la sede Benetton di via Roma.

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Mercoledì 28 luglio alle 18 e 30 partirà da Napoli la più grande campagna di boicottaggio ai danni dello storico marchio trevigiano "Benetton",da sempre finanziatore di persone come MASTELLA o partiti come la LEGA.Da ricordare poi è che sempre BENETTON\AUTOSTRADE gestisce pure la tangenziale di Napoli,unica tangenziale a pagamento d'ITALIA.

L'appuntamento è alle ore 18 e 40 presso il negozio BENETTON di via Roma(alle spalle del caffè Gambrinus).

I movimenti INSIEME PER LA RINASCITA, PARTITO DEL SUD ,INSORGENZA CIVILE e CAMBIAMO NAPOLI ,tutti insieme, manifesteranno e distribuiranno volantini contro il marchio BENETTON .

Non mancare,SE CI TIENI AL SUD !!!!


NAPOLI - Il 28 luglio alle 18,30 partirà da Napoli la più grande campagna di boicottaggio ai danni dello storico marchio trevigiano "Benetton": a prometterlo è il comitato "Progetto Napoli" composto dai quattro movimenti meridionalisti Insorgenza Civile, Partito del Sud, Cambiamo Napoli e Insieme per la Rinascita.
La multinazionale con sede in Veneto, che solo in Campania conta più di trenta rivenditori ed inoltre gestisce la Tangenziale di Napoli, unico asse urbano d’Europa in cui si paga un pedaggio, risulta essere tra i principali finanziatori della Lega Nord.
“E’ noto che, dopo aver finanziato Clemente Mastella per ben 50.000 euro, la Società Autostrade/Benetton abbia effettuato un dono di ben 150.000 euro al partito di Umberto Bossi. Ci chiediamo il motivo di tanta beneficenza” si interroga il docente universitario e leader di Cambiamo Napoli , Francesco Forzati . “Ed è poi degno di nota - aggiunge - l’accordo milionario che ha legato"Fabrica", il centro di ricerca sulla comunicazione voluto e finanziato dalla dinasty industriale Benetton , all’onorevole Luca Zaia(Lega Nord). Merito della vittoria di Zaia alle recenti regionali è pure di "Fabrica", che ha curato personalmente la campagna elettorale dell’attuale Governatore del Veneto”.
Per Nando Dicè, presidente di "Insorgenza civile", movimento che da tempo ha promosso una petizione per abolire il pedaggio sulla Tangenziale di Napoli, sempre gestita dal gruppo veneto, “è tristemente noto che le concessionarie autostradali, i cui manager non dimenticano che il futuro dei loro bilanci dipende dalle tariffe fissate dal governo, sono le principali finanziatrici dei partiti politici e che Autostrade spa ha finanziato con 150mila euro la Lega Nord. Quella stessa concessionaria incassa dalla Tangenziale di Napoli – la fonte è il bilancio della società – sei milioni di euro al mese. Non potendo boicottare la Tangenziale, boicottiamo i prodotti di Benetton: dunque i marchi Benetton e Sisley.”
Concludono Andrea Balia,leader campano del Partito del Sud e Stefano lo Passo,presidente di Insieme per la Rinascita: “Inonderemo il sud con migliaia di volantini anti-Benetton : i consumatori devono essere a conoscenza del fatto che parte del denaro speso per acquistare un capo firmato "Benetton" finanzia indirettamente le casse del Carroccio, così come il pagamento del pedaggio sulla Tangenziale. Sarà questa pure l’occasione per incentivare la gente ad acquistare prodotti del Sud :una legittima difesa nei confronti del federalismo fiscale tanto voluto dalla Lega”.
L'appuntamento è per mercoledì 28 luglio,ore 19,innanzi la sede Benetton di via Roma.

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L'intervento di Antonio Ciano al convegno di Noi Sud a Villa San Giovanni


http://www.youtube.com/watch?v=brWa-m4dNi8

Una miriade di movimenti meridionalisti son nati nel Sud, questo ci fa piacere. Bisogna scegliere la strada da seguire. Il Partito del Sud della Confederazione del Sud lo ha fatto. Bisogna andare al governo contro tutti i partiti del Nord e batterli. Quella che chiamano economia nazionale è solo tosco- padana e i partiti di destra e di sinistra sono i difensori di quella economia. Per unire l'Italia dobbiamo ricreare, dopo 150 anni,una economia del Sud, distrutta dal Risorgimento. Per crearla dobbiamo mandare all'opposizione destra e sinistra, che ,per noi del Partito del Sud, sono solo indicazioni stradali.

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http://www.youtube.com/watch?v=brWa-m4dNi8

Una miriade di movimenti meridionalisti son nati nel Sud, questo ci fa piacere. Bisogna scegliere la strada da seguire. Il Partito del Sud della Confederazione del Sud lo ha fatto. Bisogna andare al governo contro tutti i partiti del Nord e batterli. Quella che chiamano economia nazionale è solo tosco- padana e i partiti di destra e di sinistra sono i difensori di quella economia. Per unire l'Italia dobbiamo ricreare, dopo 150 anni,una economia del Sud, distrutta dal Risorgimento. Per crearla dobbiamo mandare all'opposizione destra e sinistra, che ,per noi del Partito del Sud, sono solo indicazioni stradali.

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Lavoro, Italia a due velocità


Mercato del lavoro stabile al Centro-Nord, in crisi al Sud



FTAOnline News, 26 Lug - 10:53

Italia, due paesi in uno, almeno dal punto di vista economico. La certificazione di questo assunto, una volta in più, arriva dal Rapporto sul mercato del lavoro 2009 firmato dal Cnel, sotto il coordinamento di Carlo Dell’Aringa, economista dell’Università Cattolica di Milano e presidente del Ref (Ricerche per l’economia e la finanza). In base a quanto scritto nell’indagine, di fronte a un Centro-Nord dove l’offerta di lavoro si rivela stabile o crescente, le regioni meridionali non riescono a uscire dalla crisi che vede ridursi le opportunità di lavoro.

Una nazione, due velocità

Secondo il Cnel, in Italia si è registrato un aumento complessivo dell’offerta del lavoro (almeno fino all’anno 2008) pari allo 0,3%, frutto della crescita rilevata al Centro (+0,7%) e della sostanziale stabilità evidenziata al Nord (+0,2%) rispetto all’anno passato. La buona tenuta dell’economia settentrionale e centrale non contagia – evidentemente – il Meridione. Nel Sud del Paese, infatti, il Cnel ha registrato una riduzione dell’offerta sul mercato del lavoro.

Le ragioni dei passi diversi

Secondo i ricercatori, i dati divergenti tra le varie zone del Paese hanno più di una spiegazione. La tenuta del mercato del lavoro settentrionale e centrale, infatti, è stata influenzata anche dal forte incremento demografico dato dalle ondate di regolarizzazioni degli stranieri. Il calo dell’offerta del lavoro evidenziato al Sud, invece, a incidere sulle cattive prestazioni del mercato del lavoro sarebbero stati invece il calo della partecipazione e il minore peso dell’emigrazione.

Al Sud: scoraggiamento ed emigrazione

La ricerca del Cnel evidenzia come nell’ultimo quinquennio il tasso di attività (calcolato sulle persone di età compresa tra i 15 e i 64 anni) al Sud si sia ridotto di oltre tre punti percentuali, scendendo al 54,3% a poco più del 51%. Il calo della partecipazione al lavoro ha riguardato sia le donne, sia gli uomini. Per le prime, il tasso di attività è sceso al 36,1% (nel 2004 era pari al 38,7%), mentre per i secondi, nello stesso periodo, è sceso dal 70,3% al 66,3%. Sui dati negativi del Meridione, inoltre, pesa la minore appetibilità del lavoro nelle regioni del Mezzogiorno rispetto a quelle del Centro-Nord: sono molti i lavoratori meridionali che lasciano la propria città per cercare fortuna nel Nord-Italia o all’estero. Secondo i calcoli del Cnel, tra il 1997 e il 2008, la strada dell’emigrazione sarebbe stata percorsa da oltre 700mila persone.


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Mercato del lavoro stabile al Centro-Nord, in crisi al Sud



FTAOnline News, 26 Lug - 10:53

Italia, due paesi in uno, almeno dal punto di vista economico. La certificazione di questo assunto, una volta in più, arriva dal Rapporto sul mercato del lavoro 2009 firmato dal Cnel, sotto il coordinamento di Carlo Dell’Aringa, economista dell’Università Cattolica di Milano e presidente del Ref (Ricerche per l’economia e la finanza). In base a quanto scritto nell’indagine, di fronte a un Centro-Nord dove l’offerta di lavoro si rivela stabile o crescente, le regioni meridionali non riescono a uscire dalla crisi che vede ridursi le opportunità di lavoro.

Una nazione, due velocità

Secondo il Cnel, in Italia si è registrato un aumento complessivo dell’offerta del lavoro (almeno fino all’anno 2008) pari allo 0,3%, frutto della crescita rilevata al Centro (+0,7%) e della sostanziale stabilità evidenziata al Nord (+0,2%) rispetto all’anno passato. La buona tenuta dell’economia settentrionale e centrale non contagia – evidentemente – il Meridione. Nel Sud del Paese, infatti, il Cnel ha registrato una riduzione dell’offerta sul mercato del lavoro.

Le ragioni dei passi diversi

Secondo i ricercatori, i dati divergenti tra le varie zone del Paese hanno più di una spiegazione. La tenuta del mercato del lavoro settentrionale e centrale, infatti, è stata influenzata anche dal forte incremento demografico dato dalle ondate di regolarizzazioni degli stranieri. Il calo dell’offerta del lavoro evidenziato al Sud, invece, a incidere sulle cattive prestazioni del mercato del lavoro sarebbero stati invece il calo della partecipazione e il minore peso dell’emigrazione.

Al Sud: scoraggiamento ed emigrazione

La ricerca del Cnel evidenzia come nell’ultimo quinquennio il tasso di attività (calcolato sulle persone di età compresa tra i 15 e i 64 anni) al Sud si sia ridotto di oltre tre punti percentuali, scendendo al 54,3% a poco più del 51%. Il calo della partecipazione al lavoro ha riguardato sia le donne, sia gli uomini. Per le prime, il tasso di attività è sceso al 36,1% (nel 2004 era pari al 38,7%), mentre per i secondi, nello stesso periodo, è sceso dal 70,3% al 66,3%. Sui dati negativi del Meridione, inoltre, pesa la minore appetibilità del lavoro nelle regioni del Mezzogiorno rispetto a quelle del Centro-Nord: sono molti i lavoratori meridionali che lasciano la propria città per cercare fortuna nel Nord-Italia o all’estero. Secondo i calcoli del Cnel, tra il 1997 e il 2008, la strada dell’emigrazione sarebbe stata percorsa da oltre 700mila persone.


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lunedì 26 luglio 2010

Acqua pubblica, Padre Zanotelli: "Altro che morta, la cittadinanza attiva è viva e vegeta"


di Antonella Loi
"Qualcosa di notevolissimo, quello per l'acqua pubblica è il più gettonato tra i referendum della storia della Repubblica italiana". E, dato ancora più rilevante, il milione e 400mila firme sono state ottenute "senza l'ombrello dei partiti politici: è la prima volta che succede". Padre Alex Zanotelli, cuore pulsante della campagna referendaria "Acqua bene comune", stenta a credere a quanto successo: un risultato del genere neanche nelle più rosee previsioni. "Eravamo senza soldi ci siamo autofinanziati e, cosa importante, i cittadini si sono mossi, hanno raccolto firme e questo è un segno davvero bello". "Ma non sufficiente", ci spiega padre Alex dalla sua canonica di Scampia, quartiere popolare di Napoli, dove l'abbiamo raggiunto. "Quella sembrava morta, la cittadinanza attiva invece - dice - è tutt'altro che morta".
Non solo bisogno fisico dunque, ma anche voglia di partecipazione?
"Decisamente, tanta voglia di partecipare. La gioia di vedere gente che raccoglieva firme o che veniva per firmare, lunghe file, tutto inaspettato, è immensa. L'acqua è servita. Il bene comune più importante che abbiamo è servito a riunire le forze che ci sono alla base, la gente ha dimostrato di essere di nuovo viva. Ma questo è solo l'inizio: da qui bisogna ripartire".
La parola ora passa alla Cassazione, la strada è ancora lunga.
"Adesso c'è il passaggio alla Corte di Cassazione. Bisogna capire quali saranno le domande e ricordiamo che la corte è generalmente abbastanza conservatrice, più pro liberalizzazione. Non sappiamo ancora se l'altro referendum sull'acqua, quello avanzato dall'Italia dei valori, riuscirà ad arrivare fino in fondo. Quindi bisogna aspettare e vedere che succede. Chiaramente così tante firme peseranno sul giudizio dei giudici. Una volta dichiarato ammissibile, bisognerà però portare alle urne 25 miloioni di persone, non è uno scherzo".
Negli ultimi decenni la strada del referendum in Italia non è stata semplice.
"Esatto, vent'anni che non ne passa uno. Per questo bisogna impegnarsi molto, andare avanti, fare incontri, coinvolgere la gente, promuovendo questa grossa sfida. E' una sfida epocale. Perché il referendum chiede una cosa quasi impossibile, nel senso che mai come oggi il mercato ha tradito e mai come oggi l'unica legge che il mercato accetta è la legge del profitto. Noi stiamo chiedendo di togliere l'acqua dal mercato e di togliere il profitto dall'acqua. E' epocale in un momento di stravittoria del mercato".
Una vittoria varrebbe una rivoluzione.
"Se arriviamo alla vittoria mettiamo in crisi tutto l'assetto politico italiano che non ha capito assolutamente nulla di quello che la gente vuole. Ecco la grande sfida per la politica di destra e sinistra. Da qui dobbiamo andare avanti, passo passo, a recuperare tutti i beni comuni che ci hanno espropriato. Questo impegno sull'acqua è essenzialmente un impegno per la democrazia".
Padre Alex, qualcuno ha detto "Dio ci ha dato l'acqua però non ci ha dato le tubature, quelle spettano a noi". Chi sostiene la privatizzazione dice che il pubblico non è in grado di accollarsi i costi degli impianti.
"Consideriamo prima di tutto che è una questione di principio: l'acqua non è un bene economico, è un diritto fondamentale. Nella legge di iniziativa popolare che abbiamo depositato in Parlamento, commissione ambiente, viene enunciato il principio e chiediamo 50 litri gratis di acqua per ogni cittadino italiano al giorno pagato dalla fiscalità pubblica. E' un aspetto fondamentale su cui noi non tergiversiamo".
La rete idrica italiana è un colabrodo.
"E' vero, è chiaro che questo bene deve essere gestito ed è chiaro che ci sono costi. Ma quando noi parliamo di gestione pubblica, non parliamo della vecchia gestione pubblica dove un bene essenziale come l'acqua viene gestito dagli amici e dai parenti dei nostri politici, solo per fare soldi. Noi chiediamo una gestione fatta da gente competente, una nuova maniera gestione pubblica in cui i cittadini investiranno anche sull'acqua e comparteciperanno al controllo dell'acqua, del prezzo eccetera. Ecco la novità".
Lo Stato italiano è "alla canna del gas": dove prendere i soldi per gestire 300mila chilometri di rete idrica?
"Molti dicono che non ci sono i soldi, balle. Perché l'Italia nel bilancio di quest'anno - e mi vergogno di dirlo - ha fatto una manovra da 24 miliardi chiamandola 'lacrime e sangue' quando sarebbe stato sufficiente abbattere la spesa militare che quest'anno ammonta a 24 miliardi di euro. Una cosa vergognosa, manco fossimo invasi dagli ufo. Sono questi i soldi pubblici che devono essere investiti. Trecentomila chilometri di rete, in buona parte colabrodo? Il privato non investe mica sa? Il privato vuole solo guadagnare, è talmente ovvio. Investiamo i soldi pubblici. Se le nostre tasse non vengono investite qui, dove vengono investite? Nella guerra? I dati del governo dicono che da quando ci sono le privatizzazioni gli investimenti sono calati, si è passati da due miliardi nel '95 a 700milioni dal '94 ad oggi. Il privato deve guadagnare perché deve rispondere agli azionisti. Quindi dobbiamo aiutare la gente a capire, perché è chiaro che ci sono costi. Faccio un esempio".
Prego.
"La Publiacqua di Firenze, controllata da Acea che gestisce l'acqua di Roma, ha fatto una grande campagna sul risparmio per diminuire il consumo di acqua a Firenze, la campagna "Salva la goccia". E i fiorentini hanno salvato. Cosa ha significato per Publiacqua? Ovviamente meno entrate. E cosa hanno fatto? Hanno immediatamente sollevato le tariffe del 9.5%. Il privato può solo fare soldi e nelle Spa, anche in quelle con almeno il 51% di capitale comunale o provinciale, sono sempre i privati che dettano legge. Noi diciamo che sull'acqua non si deve fare guadagno".
E il futuro è ancora più appetitoso: nei prossimi trent'anni il fabbisogno di acqua aumenterà del 50 per cento.
"Enormemente, ti do solo un elemento: noi andiamo verso un surriscaldamento della terra, minimo di due gradi e su questo gli scienziati sono chiarissimi. Attenzione perché sempre gli scienziati dicono che basta un grado e mezzo in più per sciogliere tutto, ghiacciai, nevai, ci salteranno buona parte delle fonti idriche, il clima sarà sconvolto: ecco perché le multinazionali devono mettere le mani sull'oro blu. Il petrolio altri trent'anni ed è finito. I capitali già si spostano sull'acqua. E' importante vincerla questa battaglia".
L'acqua diventerà uno spartiacque politico.
"Cavoli, basti pensare che l'acqua è già un problema militare. Il Pentagono è uscito con un documento due o tre anni fa in cui dice che le due nazioni che saranno più colpite dal surriscaldamento saranno gli Stati Uniti e la Cina. Se ieri hanno fatto le guerre per il petrolio immaginiamo quelle che faranno per l'acqua. Bisogna essere imbecilli per consegnare l'acqua nelle mani dei privati".
Una questione di vita o di morte, dunque.
"Esatto e non c'è più tempo".

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di Antonella Loi
"Qualcosa di notevolissimo, quello per l'acqua pubblica è il più gettonato tra i referendum della storia della Repubblica italiana". E, dato ancora più rilevante, il milione e 400mila firme sono state ottenute "senza l'ombrello dei partiti politici: è la prima volta che succede". Padre Alex Zanotelli, cuore pulsante della campagna referendaria "Acqua bene comune", stenta a credere a quanto successo: un risultato del genere neanche nelle più rosee previsioni. "Eravamo senza soldi ci siamo autofinanziati e, cosa importante, i cittadini si sono mossi, hanno raccolto firme e questo è un segno davvero bello". "Ma non sufficiente", ci spiega padre Alex dalla sua canonica di Scampia, quartiere popolare di Napoli, dove l'abbiamo raggiunto. "Quella sembrava morta, la cittadinanza attiva invece - dice - è tutt'altro che morta".
Non solo bisogno fisico dunque, ma anche voglia di partecipazione?
"Decisamente, tanta voglia di partecipare. La gioia di vedere gente che raccoglieva firme o che veniva per firmare, lunghe file, tutto inaspettato, è immensa. L'acqua è servita. Il bene comune più importante che abbiamo è servito a riunire le forze che ci sono alla base, la gente ha dimostrato di essere di nuovo viva. Ma questo è solo l'inizio: da qui bisogna ripartire".
La parola ora passa alla Cassazione, la strada è ancora lunga.
"Adesso c'è il passaggio alla Corte di Cassazione. Bisogna capire quali saranno le domande e ricordiamo che la corte è generalmente abbastanza conservatrice, più pro liberalizzazione. Non sappiamo ancora se l'altro referendum sull'acqua, quello avanzato dall'Italia dei valori, riuscirà ad arrivare fino in fondo. Quindi bisogna aspettare e vedere che succede. Chiaramente così tante firme peseranno sul giudizio dei giudici. Una volta dichiarato ammissibile, bisognerà però portare alle urne 25 miloioni di persone, non è uno scherzo".
Negli ultimi decenni la strada del referendum in Italia non è stata semplice.
"Esatto, vent'anni che non ne passa uno. Per questo bisogna impegnarsi molto, andare avanti, fare incontri, coinvolgere la gente, promuovendo questa grossa sfida. E' una sfida epocale. Perché il referendum chiede una cosa quasi impossibile, nel senso che mai come oggi il mercato ha tradito e mai come oggi l'unica legge che il mercato accetta è la legge del profitto. Noi stiamo chiedendo di togliere l'acqua dal mercato e di togliere il profitto dall'acqua. E' epocale in un momento di stravittoria del mercato".
Una vittoria varrebbe una rivoluzione.
"Se arriviamo alla vittoria mettiamo in crisi tutto l'assetto politico italiano che non ha capito assolutamente nulla di quello che la gente vuole. Ecco la grande sfida per la politica di destra e sinistra. Da qui dobbiamo andare avanti, passo passo, a recuperare tutti i beni comuni che ci hanno espropriato. Questo impegno sull'acqua è essenzialmente un impegno per la democrazia".
Padre Alex, qualcuno ha detto "Dio ci ha dato l'acqua però non ci ha dato le tubature, quelle spettano a noi". Chi sostiene la privatizzazione dice che il pubblico non è in grado di accollarsi i costi degli impianti.
"Consideriamo prima di tutto che è una questione di principio: l'acqua non è un bene economico, è un diritto fondamentale. Nella legge di iniziativa popolare che abbiamo depositato in Parlamento, commissione ambiente, viene enunciato il principio e chiediamo 50 litri gratis di acqua per ogni cittadino italiano al giorno pagato dalla fiscalità pubblica. E' un aspetto fondamentale su cui noi non tergiversiamo".
La rete idrica italiana è un colabrodo.
"E' vero, è chiaro che questo bene deve essere gestito ed è chiaro che ci sono costi. Ma quando noi parliamo di gestione pubblica, non parliamo della vecchia gestione pubblica dove un bene essenziale come l'acqua viene gestito dagli amici e dai parenti dei nostri politici, solo per fare soldi. Noi chiediamo una gestione fatta da gente competente, una nuova maniera gestione pubblica in cui i cittadini investiranno anche sull'acqua e comparteciperanno al controllo dell'acqua, del prezzo eccetera. Ecco la novità".
Lo Stato italiano è "alla canna del gas": dove prendere i soldi per gestire 300mila chilometri di rete idrica?
"Molti dicono che non ci sono i soldi, balle. Perché l'Italia nel bilancio di quest'anno - e mi vergogno di dirlo - ha fatto una manovra da 24 miliardi chiamandola 'lacrime e sangue' quando sarebbe stato sufficiente abbattere la spesa militare che quest'anno ammonta a 24 miliardi di euro. Una cosa vergognosa, manco fossimo invasi dagli ufo. Sono questi i soldi pubblici che devono essere investiti. Trecentomila chilometri di rete, in buona parte colabrodo? Il privato non investe mica sa? Il privato vuole solo guadagnare, è talmente ovvio. Investiamo i soldi pubblici. Se le nostre tasse non vengono investite qui, dove vengono investite? Nella guerra? I dati del governo dicono che da quando ci sono le privatizzazioni gli investimenti sono calati, si è passati da due miliardi nel '95 a 700milioni dal '94 ad oggi. Il privato deve guadagnare perché deve rispondere agli azionisti. Quindi dobbiamo aiutare la gente a capire, perché è chiaro che ci sono costi. Faccio un esempio".
Prego.
"La Publiacqua di Firenze, controllata da Acea che gestisce l'acqua di Roma, ha fatto una grande campagna sul risparmio per diminuire il consumo di acqua a Firenze, la campagna "Salva la goccia". E i fiorentini hanno salvato. Cosa ha significato per Publiacqua? Ovviamente meno entrate. E cosa hanno fatto? Hanno immediatamente sollevato le tariffe del 9.5%. Il privato può solo fare soldi e nelle Spa, anche in quelle con almeno il 51% di capitale comunale o provinciale, sono sempre i privati che dettano legge. Noi diciamo che sull'acqua non si deve fare guadagno".
E il futuro è ancora più appetitoso: nei prossimi trent'anni il fabbisogno di acqua aumenterà del 50 per cento.
"Enormemente, ti do solo un elemento: noi andiamo verso un surriscaldamento della terra, minimo di due gradi e su questo gli scienziati sono chiarissimi. Attenzione perché sempre gli scienziati dicono che basta un grado e mezzo in più per sciogliere tutto, ghiacciai, nevai, ci salteranno buona parte delle fonti idriche, il clima sarà sconvolto: ecco perché le multinazionali devono mettere le mani sull'oro blu. Il petrolio altri trent'anni ed è finito. I capitali già si spostano sull'acqua. E' importante vincerla questa battaglia".
L'acqua diventerà uno spartiacque politico.
"Cavoli, basti pensare che l'acqua è già un problema militare. Il Pentagono è uscito con un documento due o tre anni fa in cui dice che le due nazioni che saranno più colpite dal surriscaldamento saranno gli Stati Uniti e la Cina. Se ieri hanno fatto le guerre per il petrolio immaginiamo quelle che faranno per l'acqua. Bisogna essere imbecilli per consegnare l'acqua nelle mani dei privati".
Una questione di vita o di morte, dunque.
"Esatto e non c'è più tempo".

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L'altra storia (Sandro Sottile)


http://www.youtube.com/watch?v=wCB5IMft6D0

Sandro Sottile "C'è quel Sud" - "L'altra storia"

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http://www.youtube.com/watch?v=wCB5IMft6D0

Sandro Sottile "C'è quel Sud" - "L'altra storia"

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Meridione sempre peggio: il 15% vive con meno di mille euro al mese


La fotografia è impietosa. Il nostro Meridione sta sempre peggio. Il rapporto Swimez sull'economia del Mezzogiorno 2010 è chiaro: al Sud c'è sempre meno lavoro e il Pil torna ai livelli di dieci anni fa. Mentre il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese, una famiglia su cinque non ha i soldi per andare dal medico e una su cinque non si può permettere di pagare il riscaldamento. Un Mezzogiorno in recessione, insomma, colpito dalla crisi del settore industriale, che da otto anni consecutivi cresce meno che del Centro-Nord, cosa mai avvenuta dal dopoguerra a oggi. Per questo, dice lo Svimez, serve un nuovo progetto Paese per il Sud, che parta dal rilancio delle infrastrutture, con un piano di 38 miliardi di euro.

In base agli ultimi dati disponibili (2007) il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese, un dato quasi tre volte superiore rispetto al resto del Paese (5,5%). Nel 47% delle famiglie meridionali vi è un unico stipendio, percentuale che in Sicilia sale al 54%. Hanno inoltre a carico tre o più familiari il 12% delle famiglie meridionali, un dato quattro volte superiore a quello del Centro-Nord (3,7%), che arriva al 16,5% in Campania. A rischio povertà a causa di un reddito troppo basso quasi un cittadino meridionale su tre, contro uno su dieci al Centro-Nord. In valori assoluti, al Sud, si tratta di 6 milioni 838mila persone, fra cui 889mila lavoratori dipendenti e 760mila pensionati.

Da segnalare che non sempre, nel Mezzogiorno, uno stipendio in più oltre a quello base modifica la situazione: in quasi una famiglia su quattro (23,9%) con due redditi il rischio rimane. Una situazione che ha i suoi effetti sulle scelte di tutti i giorni: una famiglia meridionale su quattro non ha soldi per andare dal medico; quasi una su due non ha potuto sostenere una spesa imprevista di 750 euro. Ed ancora: nel 2008 nel 30% delle famiglie al Sud sono mancati i soldi per vestiti necessari e nel 16,7% dei casi si sono pagate in ritardo bollette di luce, acqua e gas. Otto famiglie su cento dovuto rinunciare ad alimentari necessari (il 12% in Basilicata), il 21% non ha avuto soldi per il riscaldamento (27,5% in Sicilia) e il 20% per andare dal medico (il 25,3% in Campania e il 24,8% in Sicilia). Nel 2008 è arrivata con difficoltà a fine mese oltre una famiglia su quattro (25,9%) contro il 13,2% del Centro-Nord.

Nel 2009 il Pil del Sud è calato del 4,5%, un valore molto più negativo del -1,5% del 2008, leggermente inferiore al dato del Centro-Nord (-5,2%). Il Pil per abitante è pari a 17.317 euro, il 58,8% del Centro-Nord (29.449 euro). Nessun settore si salva dalla crisi: dall'agricoltura (crollo del valore aggiunto del 5%) all'industria (meno 15,8%). Mentre le produzioni manifatturiere hanno segnato un calo del 16,6% e il commercio -11%. Giù anche turismo e trasporti (-3%) e intermediazione creditizia e immobiliare (-1,7%). Due le cause principali: gli investimenti che rallentano e le famiglie che non consumano. Queste ultime infatti hanno ridotto al Sud la spesa del 2,6% contro l'1,6% del Centro-Nord. Mentre gli investimenti industriali sono crollati del 9,6% nel 2009, dopo la flessione (-3,7%) del 2008.

Forte l'impatto sull'occupazione anche se la disoccupazione cresce di più al centro-nord. Nel 2009 i disoccupati sono aumentati più al Centro-Nord (+29,9%), quasi 30 volte di più che al Sud (+1,4%). Nella classe di età 15-24 anni la disoccupazione è arrivata al 20,1% al Centro-Nord e al 36% al Sud. Qui crescono anche i disoccupati di lunga durata (sono il 6,6% del totale, erano il 6,4% nel 2008). Tuttavia, al Sud continua a crescere la zona grigia della disoccupazione, che raggruppa persone che non cercano lavoro ma si dicono disponibili a lavorare, disoccupati impliciti e lavoratori potenziali: considerando questa componente, il tasso di disoccupazione effettivo del sud salirebbe nel 2009 a sfiorare il 23,9% (era stimato nel 22,5% nel 2008).

Tra il 1990 e il 2009 circa 2 milioni 385mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno. Direzione Centro-Nord, dove si dirigono 9 emigranti su 10. Nel 2009 114mila persone si sono trasferite dal Sud al Nord, 8mila in meno rispetto al 2008. In crescita invece i trasferimenti in direzione opposta, da Nord a Sud, arrivati nel 2009 a 55mila unità (erano 50mila l'anno precedente). Riguardo alla provenienza, in testa per partenze la Campania (38mila nel 2007), seguita da Sicilia (26.200) e Puglia (21.300). La regione più attrattiva resta la Lombardia, seguita dall'Emilia Romagna. Solo 1 su dieci, invece, si trasferisce all'estero: in valori assoluti, dal 1996 al 2007, parliamo di 242mila persone, di cui oltre 13mila laureati. In testa alle preferenze la Germania, che attrae oltre un terzo degli emigranti verso l'estero, per il 20% laureati; seguono Svizzera e Regno Unito.

Risultati "insufficienti", presenza di "significative inefficenze" che rendono "necessario un ripensamento e possono anche spingere a una profonda modifica delle modalità e dello stesso impianto strategico degli interventi di sviluppo". Si può sintetizzare così il messaggio inviato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla Svimez. Il capo dello Stato segnala i risultati insufficienti delle politiche fin qui seguite, la presenza di significative inefficenze, richiamando a un ripensamento e a una profonda modifica degli interventi di sviluppo.

Fonte:Marsal@.it


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La fotografia è impietosa. Il nostro Meridione sta sempre peggio. Il rapporto Swimez sull'economia del Mezzogiorno 2010 è chiaro: al Sud c'è sempre meno lavoro e il Pil torna ai livelli di dieci anni fa. Mentre il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese, una famiglia su cinque non ha i soldi per andare dal medico e una su cinque non si può permettere di pagare il riscaldamento. Un Mezzogiorno in recessione, insomma, colpito dalla crisi del settore industriale, che da otto anni consecutivi cresce meno che del Centro-Nord, cosa mai avvenuta dal dopoguerra a oggi. Per questo, dice lo Svimez, serve un nuovo progetto Paese per il Sud, che parta dal rilancio delle infrastrutture, con un piano di 38 miliardi di euro.

In base agli ultimi dati disponibili (2007) il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese, un dato quasi tre volte superiore rispetto al resto del Paese (5,5%). Nel 47% delle famiglie meridionali vi è un unico stipendio, percentuale che in Sicilia sale al 54%. Hanno inoltre a carico tre o più familiari il 12% delle famiglie meridionali, un dato quattro volte superiore a quello del Centro-Nord (3,7%), che arriva al 16,5% in Campania. A rischio povertà a causa di un reddito troppo basso quasi un cittadino meridionale su tre, contro uno su dieci al Centro-Nord. In valori assoluti, al Sud, si tratta di 6 milioni 838mila persone, fra cui 889mila lavoratori dipendenti e 760mila pensionati.

Da segnalare che non sempre, nel Mezzogiorno, uno stipendio in più oltre a quello base modifica la situazione: in quasi una famiglia su quattro (23,9%) con due redditi il rischio rimane. Una situazione che ha i suoi effetti sulle scelte di tutti i giorni: una famiglia meridionale su quattro non ha soldi per andare dal medico; quasi una su due non ha potuto sostenere una spesa imprevista di 750 euro. Ed ancora: nel 2008 nel 30% delle famiglie al Sud sono mancati i soldi per vestiti necessari e nel 16,7% dei casi si sono pagate in ritardo bollette di luce, acqua e gas. Otto famiglie su cento dovuto rinunciare ad alimentari necessari (il 12% in Basilicata), il 21% non ha avuto soldi per il riscaldamento (27,5% in Sicilia) e il 20% per andare dal medico (il 25,3% in Campania e il 24,8% in Sicilia). Nel 2008 è arrivata con difficoltà a fine mese oltre una famiglia su quattro (25,9%) contro il 13,2% del Centro-Nord.

Nel 2009 il Pil del Sud è calato del 4,5%, un valore molto più negativo del -1,5% del 2008, leggermente inferiore al dato del Centro-Nord (-5,2%). Il Pil per abitante è pari a 17.317 euro, il 58,8% del Centro-Nord (29.449 euro). Nessun settore si salva dalla crisi: dall'agricoltura (crollo del valore aggiunto del 5%) all'industria (meno 15,8%). Mentre le produzioni manifatturiere hanno segnato un calo del 16,6% e il commercio -11%. Giù anche turismo e trasporti (-3%) e intermediazione creditizia e immobiliare (-1,7%). Due le cause principali: gli investimenti che rallentano e le famiglie che non consumano. Queste ultime infatti hanno ridotto al Sud la spesa del 2,6% contro l'1,6% del Centro-Nord. Mentre gli investimenti industriali sono crollati del 9,6% nel 2009, dopo la flessione (-3,7%) del 2008.

Forte l'impatto sull'occupazione anche se la disoccupazione cresce di più al centro-nord. Nel 2009 i disoccupati sono aumentati più al Centro-Nord (+29,9%), quasi 30 volte di più che al Sud (+1,4%). Nella classe di età 15-24 anni la disoccupazione è arrivata al 20,1% al Centro-Nord e al 36% al Sud. Qui crescono anche i disoccupati di lunga durata (sono il 6,6% del totale, erano il 6,4% nel 2008). Tuttavia, al Sud continua a crescere la zona grigia della disoccupazione, che raggruppa persone che non cercano lavoro ma si dicono disponibili a lavorare, disoccupati impliciti e lavoratori potenziali: considerando questa componente, il tasso di disoccupazione effettivo del sud salirebbe nel 2009 a sfiorare il 23,9% (era stimato nel 22,5% nel 2008).

Tra il 1990 e il 2009 circa 2 milioni 385mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno. Direzione Centro-Nord, dove si dirigono 9 emigranti su 10. Nel 2009 114mila persone si sono trasferite dal Sud al Nord, 8mila in meno rispetto al 2008. In crescita invece i trasferimenti in direzione opposta, da Nord a Sud, arrivati nel 2009 a 55mila unità (erano 50mila l'anno precedente). Riguardo alla provenienza, in testa per partenze la Campania (38mila nel 2007), seguita da Sicilia (26.200) e Puglia (21.300). La regione più attrattiva resta la Lombardia, seguita dall'Emilia Romagna. Solo 1 su dieci, invece, si trasferisce all'estero: in valori assoluti, dal 1996 al 2007, parliamo di 242mila persone, di cui oltre 13mila laureati. In testa alle preferenze la Germania, che attrae oltre un terzo degli emigranti verso l'estero, per il 20% laureati; seguono Svizzera e Regno Unito.

Risultati "insufficienti", presenza di "significative inefficenze" che rendono "necessario un ripensamento e possono anche spingere a una profonda modifica delle modalità e dello stesso impianto strategico degli interventi di sviluppo". Si può sintetizzare così il messaggio inviato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla Svimez. Il capo dello Stato segnala i risultati insufficienti delle politiche fin qui seguite, la presenza di significative inefficenze, richiamando a un ripensamento e a una profonda modifica degli interventi di sviluppo.

Fonte:Marsal@.it


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Rapporto Svimez 2010. Il Sud abbandonato nella crisi

Di Pietro Salvato

Il Mezzogiorno continua ad affondare. Meno crescita (siamo tornati ai livelli del 2000) meno occupazione e più disuguaglianze. A tal proposito abbiamo sentito Amedeo Lepore, professore di Storia economica e consigliere dell’associazione.

Pochi giorni fa, il 20 luglio, è stato presentato il rapporto 2010 dello Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, dal quale emerge una situazione molto preoccupante della realtà socio-economica del meridione. Il Pil è ritornato ai livelli di dieci anni fa, in forte calo risulta poi la produzione industriale che, per l’ottavo anno consecutivo, cresce meno del centro-nord. L’occupazione è letteralmente crollata: più della metà dei posti di lavoro persi nell’ultimo anno in Italia si sono registrati nel Mezzogiorno. Preoccupano poi le condizioni di vita dei cittadini del meridionali. Uno su tre è a rischio povertà per il reddito troppo basso, il 14% delle famiglie vive, addirittura, con meno di 1.000 euro al mese. Il rapporto, infine, non ha mancato di segnalare anche diverse proposte, come quelle relativi alla politica industriale, tramite l’introduzione di una fiscalità di vantaggio e nuovi investimenti per le infrastrutture, per un ammontare complessivo di circa 35 miliardi di euro.

LA PAROLA ALL’ESPERTO – Abbiamo sentito a tal proposito, Amedeo Lepore, consigliere delloSvimez e professore associato di Storia economica presso  Rapporto Svimez 2010. Il Sud abbandonato nella crisi l’Università degli studi di Bari, dove è titolare dei corsi di Storia del Marketing e Storia Economica delle Relazioni Internazionali.

Professor Lepore, dal rapporto Svimez di quest’anno traspare un quadro allarmante specie per quanto riguarda la disoccupazione giovanile. Quali fattori hanno maggiormente influito sull’aggravarsi di questa ormai endemica situazione? - Il Mezzogiorno, in un sol colpo, ha perso dieci anni. La sua crescita economica è tornata sui livelli raggiunti nel 2000. Ha certamente influito la crisi internazionale, ma permangono e si sono ulteriormente aggravati fattori preesistenti che già conoscevamo. Mi riferisco in particolare all’emigrazione pendolare, specie quella giovanile, verso le regioni del Nord Italia o dell’Europa. Un’emigrazione spesso qualificata, fatta di giovani laureati.

Si potrebbe quindi dire che al Sud studiare serve soprattutto per emigrare e la laurea è diventata una sorta di passaporto? – In un certo senso è così. Se fino a qualche tempo fa, la mobilità dei laureati garantiva un lavoro qualificato quantomeno ai più bravi, inteso come un lavoro meglio remunerato di quanto non sarebbe possibile nel Mezzogiorno, adesso, con la crisi, anche questa tendenza sembra essersi interrotta. Oggi, sempre più spesso, i giovani laureati meridionali finiscono con l’accettare lavori poco qualificati o, quantomeno, non confacenti al proprio percorso di studio. Questa emigrazione però ha un effetto devastante, poiché deprime ogni prospettiva di crescita dell’intera economia meridionale. Le migliori risorse e capacità contribuiscono allo sviluppo di altre regioni se non di altri paesi. Oltre all’emigrazione, ovviamente, ci sono altre cause, ormai diventate altrettanto strutturali, che opprimono come una pesante cappa l’economia del Sud. Mi riferisco ad un certo modo di far politica sia a livello locale, sia a livello nazionale di questi ultimi anni. Per esempio, con la fine dell’intervento straordinario, non è poi seguita o, almeno non ha funzionato come sperato, un’efficace strategia legata alla cosiddetta contrattazione programmata. Questo è un meccanismo da rivedere assolutamente.

Dallo stesso rapporto Svimez, appare che l’industria meridionale è in forte sofferenza. Solo a causa del calo delle esportazioni o c’è probabilmente dell’altro? In particolare, secondo lei, esiste una classe imprenditoriale meridionale degna di tale nome? In America, tanto per dirne una, imprenditore è sinonimo d’innovatore. Lei vede al Sud degli innovatori? - Credo dipenda molto dalla struttura e dal sistema produttivo delle regioni meridionali. Esistono piccole realtà produttive che davvero fanno innovazione, mi riferisco all’ambito della cosiddetta “Green economy” o della stessa “Information technology”. L’essere piccoli o riferirsi ad un mercato di nicchia, in sé non è un problema, anzi può essere un efficace vantaggio se si ha la capacità di fare “sistema” concentrando queste realtà produttive. Lo spiega efficacemente Chris Anderson nel suo libro “La coda lunga”, un libro che mi sento vivamente di consigliare di leggere, dove il concetto fondamentale è espresso nella formula “Da un mercato di massa a una massa di mercati”. (Anderson, sostiene che i prodotti a bassa richiesta o con ridotti volumi di vendita possono collettivamente occupare una quota di mercato equivalente o superiore a quella dei pochi bestseller, se il punto vendita o il canale di distribuzione sono abbastanza grandi. Il primo che ci viene in mente è, per esempio, proprio il web).

Nel rapporto dello Svimez si fa esplicitamente riferimento al rischio povertà per un’ampia fetta della popolazione del Meridione. Quali politiche occorrerebbero per determinare una decisa inversione di rotta? – Il problema, in questo caso, è nazionale. Manca una strategia di lungo respiro. Il Welfare state, così come l’abbiamo conosciuto almeno nel nostro paese, va rivisto. Occorre valorizzare gli Enti Rapporto Svimez 2010. Il Sud abbandonato nella crisi locali, a cominciare dalle Regioni e dai comuni che meglio conoscono le proprie realtà e meglio possono organizzare gli interventi. Ovviamente allo Stato va affidata una struttura efficace di politiche di coordinamento. Lo stato attuale è molto grave. Dalla nostra ricerca emerge che una famiglia su cinque (in Sicilia e Campania quasi una su quattro) non ha avuto i soldi per le visite mediche, il 21% per il riscaldamento, il 17% quasi ha pagato in ritardo le bollette. Il 30% dei nuclei familiari non ha avuto disponibilità economica per i vestiti, l’8% ha dovuto rinunciare a generi alimentari necessari.

Spesso, in passato, il welfare nel Sud ha assunto una deriva di tipo assistenziale, pensa che il federalismo possa apportare un cambiamento fecondo e se sì, cosa pensa del federalismo che si appresta a varare il governo Berlusconi? – Ho l’impressione che il federalismo del governo sia un finto federalismo. Il federalismo serio ha come obiettivo quello di responsabilizzare gli Enti locali, ma non può avere un intento punitivo che colpisce alcuni (vedi il Mezzogiorno) e favorisce altri (il settentrione). Per ora si è capito ancora poco di quali sono le vere intenzioni del governo. Bisognerà aspettare i decreti attuativi e vedere quanto verrà effettivamente destinato alle Regioni.

Un’ultima domanda Professor Lepore. Lei è napoletano e a Napoli l’anno prossimo si vota per eleggere il nuovo sindaco. Al di là degli schieramenti e dei candidati, qual è, a suo giudizio, la prima iniziativa che la nuova Amministrazione partenopea deve assolutamente mettere in campo? - Napoli, mi permetta questo termine, deve “sprovicializzarsi”. Deve tornare ad essere protagonista. Deve superare le divisioni che in questi anni tanto l’hanno penalizzata. Per fare questo, però, occorrono facce nuove, nuove capacità, nuove volontà. Bisogna superare l’idea di una Napoli da cartolina a favore di una Napoli protagonista, che torni a contare nel nostro paese e nello scenario internazionale.

Professore, ma lei vede in giro queste capacità e questa volontà, specie nell’ambito politico? – Ci sono senza dubbio. Devono avere il coraggio di farsi avanti e determinare in prima persona il necessario cambiamento.

Del resto, in politica come altrove nessuno regala niente.


Fonte:Giornalettismo


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Di Pietro Salvato

Il Mezzogiorno continua ad affondare. Meno crescita (siamo tornati ai livelli del 2000) meno occupazione e più disuguaglianze. A tal proposito abbiamo sentito Amedeo Lepore, professore di Storia economica e consigliere dell’associazione.

Pochi giorni fa, il 20 luglio, è stato presentato il rapporto 2010 dello Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, dal quale emerge una situazione molto preoccupante della realtà socio-economica del meridione. Il Pil è ritornato ai livelli di dieci anni fa, in forte calo risulta poi la produzione industriale che, per l’ottavo anno consecutivo, cresce meno del centro-nord. L’occupazione è letteralmente crollata: più della metà dei posti di lavoro persi nell’ultimo anno in Italia si sono registrati nel Mezzogiorno. Preoccupano poi le condizioni di vita dei cittadini del meridionali. Uno su tre è a rischio povertà per il reddito troppo basso, il 14% delle famiglie vive, addirittura, con meno di 1.000 euro al mese. Il rapporto, infine, non ha mancato di segnalare anche diverse proposte, come quelle relativi alla politica industriale, tramite l’introduzione di una fiscalità di vantaggio e nuovi investimenti per le infrastrutture, per un ammontare complessivo di circa 35 miliardi di euro.

LA PAROLA ALL’ESPERTO – Abbiamo sentito a tal proposito, Amedeo Lepore, consigliere delloSvimez e professore associato di Storia economica presso  Rapporto Svimez 2010. Il Sud abbandonato nella crisi l’Università degli studi di Bari, dove è titolare dei corsi di Storia del Marketing e Storia Economica delle Relazioni Internazionali.

Professor Lepore, dal rapporto Svimez di quest’anno traspare un quadro allarmante specie per quanto riguarda la disoccupazione giovanile. Quali fattori hanno maggiormente influito sull’aggravarsi di questa ormai endemica situazione? - Il Mezzogiorno, in un sol colpo, ha perso dieci anni. La sua crescita economica è tornata sui livelli raggiunti nel 2000. Ha certamente influito la crisi internazionale, ma permangono e si sono ulteriormente aggravati fattori preesistenti che già conoscevamo. Mi riferisco in particolare all’emigrazione pendolare, specie quella giovanile, verso le regioni del Nord Italia o dell’Europa. Un’emigrazione spesso qualificata, fatta di giovani laureati.

Si potrebbe quindi dire che al Sud studiare serve soprattutto per emigrare e la laurea è diventata una sorta di passaporto? – In un certo senso è così. Se fino a qualche tempo fa, la mobilità dei laureati garantiva un lavoro qualificato quantomeno ai più bravi, inteso come un lavoro meglio remunerato di quanto non sarebbe possibile nel Mezzogiorno, adesso, con la crisi, anche questa tendenza sembra essersi interrotta. Oggi, sempre più spesso, i giovani laureati meridionali finiscono con l’accettare lavori poco qualificati o, quantomeno, non confacenti al proprio percorso di studio. Questa emigrazione però ha un effetto devastante, poiché deprime ogni prospettiva di crescita dell’intera economia meridionale. Le migliori risorse e capacità contribuiscono allo sviluppo di altre regioni se non di altri paesi. Oltre all’emigrazione, ovviamente, ci sono altre cause, ormai diventate altrettanto strutturali, che opprimono come una pesante cappa l’economia del Sud. Mi riferisco ad un certo modo di far politica sia a livello locale, sia a livello nazionale di questi ultimi anni. Per esempio, con la fine dell’intervento straordinario, non è poi seguita o, almeno non ha funzionato come sperato, un’efficace strategia legata alla cosiddetta contrattazione programmata. Questo è un meccanismo da rivedere assolutamente.

Dallo stesso rapporto Svimez, appare che l’industria meridionale è in forte sofferenza. Solo a causa del calo delle esportazioni o c’è probabilmente dell’altro? In particolare, secondo lei, esiste una classe imprenditoriale meridionale degna di tale nome? In America, tanto per dirne una, imprenditore è sinonimo d’innovatore. Lei vede al Sud degli innovatori? - Credo dipenda molto dalla struttura e dal sistema produttivo delle regioni meridionali. Esistono piccole realtà produttive che davvero fanno innovazione, mi riferisco all’ambito della cosiddetta “Green economy” o della stessa “Information technology”. L’essere piccoli o riferirsi ad un mercato di nicchia, in sé non è un problema, anzi può essere un efficace vantaggio se si ha la capacità di fare “sistema” concentrando queste realtà produttive. Lo spiega efficacemente Chris Anderson nel suo libro “La coda lunga”, un libro che mi sento vivamente di consigliare di leggere, dove il concetto fondamentale è espresso nella formula “Da un mercato di massa a una massa di mercati”. (Anderson, sostiene che i prodotti a bassa richiesta o con ridotti volumi di vendita possono collettivamente occupare una quota di mercato equivalente o superiore a quella dei pochi bestseller, se il punto vendita o il canale di distribuzione sono abbastanza grandi. Il primo che ci viene in mente è, per esempio, proprio il web).

Nel rapporto dello Svimez si fa esplicitamente riferimento al rischio povertà per un’ampia fetta della popolazione del Meridione. Quali politiche occorrerebbero per determinare una decisa inversione di rotta? – Il problema, in questo caso, è nazionale. Manca una strategia di lungo respiro. Il Welfare state, così come l’abbiamo conosciuto almeno nel nostro paese, va rivisto. Occorre valorizzare gli Enti Rapporto Svimez 2010. Il Sud abbandonato nella crisi locali, a cominciare dalle Regioni e dai comuni che meglio conoscono le proprie realtà e meglio possono organizzare gli interventi. Ovviamente allo Stato va affidata una struttura efficace di politiche di coordinamento. Lo stato attuale è molto grave. Dalla nostra ricerca emerge che una famiglia su cinque (in Sicilia e Campania quasi una su quattro) non ha avuto i soldi per le visite mediche, il 21% per il riscaldamento, il 17% quasi ha pagato in ritardo le bollette. Il 30% dei nuclei familiari non ha avuto disponibilità economica per i vestiti, l’8% ha dovuto rinunciare a generi alimentari necessari.

Spesso, in passato, il welfare nel Sud ha assunto una deriva di tipo assistenziale, pensa che il federalismo possa apportare un cambiamento fecondo e se sì, cosa pensa del federalismo che si appresta a varare il governo Berlusconi? – Ho l’impressione che il federalismo del governo sia un finto federalismo. Il federalismo serio ha come obiettivo quello di responsabilizzare gli Enti locali, ma non può avere un intento punitivo che colpisce alcuni (vedi il Mezzogiorno) e favorisce altri (il settentrione). Per ora si è capito ancora poco di quali sono le vere intenzioni del governo. Bisognerà aspettare i decreti attuativi e vedere quanto verrà effettivamente destinato alle Regioni.

Un’ultima domanda Professor Lepore. Lei è napoletano e a Napoli l’anno prossimo si vota per eleggere il nuovo sindaco. Al di là degli schieramenti e dei candidati, qual è, a suo giudizio, la prima iniziativa che la nuova Amministrazione partenopea deve assolutamente mettere in campo? - Napoli, mi permetta questo termine, deve “sprovicializzarsi”. Deve tornare ad essere protagonista. Deve superare le divisioni che in questi anni tanto l’hanno penalizzata. Per fare questo, però, occorrono facce nuove, nuove capacità, nuove volontà. Bisogna superare l’idea di una Napoli da cartolina a favore di una Napoli protagonista, che torni a contare nel nostro paese e nello scenario internazionale.

Professore, ma lei vede in giro queste capacità e questa volontà, specie nell’ambito politico? – Ci sono senza dubbio. Devono avere il coraggio di farsi avanti e determinare in prima persona il necessario cambiamento.

Del resto, in politica come altrove nessuno regala niente.


Fonte:Giornalettismo


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domenica 25 luglio 2010

Manovra/ Ifel: Più colpiti Comuni Sud, peserà 22 euro a cittadino


La manovra economica colpisce di più i Comuni del Sud e l'effetto sulla spesa è pari a circa 22 euro a cittadino. E' quanto afferma il presidente dell?Ifel, Giuseppe Franco Ferrari, in occasione della presentazione del rapporto 2010. "Il livello di insostenibilità - sottolinea - cresce in modo sensibile nel 2012, e in misura maggiore nel Mezzogiorno, quando metà dei Comuni si troverà nella posizione di dover tagliare la spesa per più del 10% e il 35%, invece, dovrà chiedere ai cittadini un contributo che sarà superiore ai 100 euro pro capite". "Come incide la manovra finanziaria per i Comuni nel prossimo triennio? - si chiede Ferrari - la prima cosa che balza all'attenzione di tutti è l'effetto sulla spesa delle amministrazioni comunali che è del 2,1%, pari a circa 22 euro a cittadino. Le regioni maggiormente colpite - prosegue Ferrari - sono il Molise, l'Umbria e la Sardegna, mentre i Comuni più esposti, in termini di spesa, sono quelli del sud Italia, con un taglio implicito della spesa complessiva del 2,4%, seguiti da quelli del Nord, dove l'obiettivo incide per il 2,1%, e infine dai Comuni del Centro, con un taglio dell'obiettivo dell'1,6%". Nel dettaglio, spiega, la manovra risulta per i Comuni talmente dannosa che l'11% degli enti dovrà tagliare la propria spesa del 10% per ottemperare al patto di stabilità. Il 56% degli enti dovrà generare un avanzo, mentre i restanti dovranno necessariamente andare incontro ad un pareggio.


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La manovra economica colpisce di più i Comuni del Sud e l'effetto sulla spesa è pari a circa 22 euro a cittadino. E' quanto afferma il presidente dell?Ifel, Giuseppe Franco Ferrari, in occasione della presentazione del rapporto 2010. "Il livello di insostenibilità - sottolinea - cresce in modo sensibile nel 2012, e in misura maggiore nel Mezzogiorno, quando metà dei Comuni si troverà nella posizione di dover tagliare la spesa per più del 10% e il 35%, invece, dovrà chiedere ai cittadini un contributo che sarà superiore ai 100 euro pro capite". "Come incide la manovra finanziaria per i Comuni nel prossimo triennio? - si chiede Ferrari - la prima cosa che balza all'attenzione di tutti è l'effetto sulla spesa delle amministrazioni comunali che è del 2,1%, pari a circa 22 euro a cittadino. Le regioni maggiormente colpite - prosegue Ferrari - sono il Molise, l'Umbria e la Sardegna, mentre i Comuni più esposti, in termini di spesa, sono quelli del sud Italia, con un taglio implicito della spesa complessiva del 2,4%, seguiti da quelli del Nord, dove l'obiettivo incide per il 2,1%, e infine dai Comuni del Centro, con un taglio dell'obiettivo dell'1,6%". Nel dettaglio, spiega, la manovra risulta per i Comuni talmente dannosa che l'11% degli enti dovrà tagliare la propria spesa del 10% per ottemperare al patto di stabilità. Il 56% degli enti dovrà generare un avanzo, mentre i restanti dovranno necessariamente andare incontro ad un pareggio.


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