domenica 25 luglio 2010

“Cento nomi nascondono i segreti delle stragi”

Di Marco Travaglio


Parla Roberto Scarpinato, nuovo procuratore generale a Caltanisetta


Dottor Roberto Scarpinato, come nuovo procuratore generale a Caltanissetta lei dovrà occuparsi dell’iter della revisione del processo per la strage di via D’Amelio, che a quanto pare ha condannato definitivamente almeno sette persone innocenti, di cui tre si erano autoaccusate falsamente. Ora, sulle stragi del 1992-93, i suoi colleghi di Palermo e Caltanissetta dicono che siamo prossimi a una verità che la classe politica potrebbe non reggere. Qual è la sua opinione?


Proprio a causa del mio nuovo ruolo non posso entrare nel merito di indagini e processi in corso. Mi limito a un sommario inventario che induce a ritenere che i segreti del multiforme sistema criminale che pianificò e realizzò la strategia terroristico-mafiosa del 1992-93 siano a conoscenza, in tutto o in parte, di circa un centinaio di persone. E tutte, dalla prima all’ultima, continuano a custodirli dietro una cortina impenetrabile.

E chi sarebbero tutte queste persone?

Partiamo dai mafiosi doc: Riina, Provenzano, i Graviano, Messina Denaro, Bagarella, Agate, i Madonia di Palermo, Giuseppe Madonia di Caltanissetta, Ganci padre e figlio, Santapaola e tutti gli altri boss della “commissione regionale” di Cosa Nostra che si riunirono a fine 1991 per alcuni giorni in un casale delle campagne di Enna per progettare la strategia stragista. Una trentina di boss che poi riferirono le decisioni in tutto o in parte ai loro uomini di fiducia. Altre decine di persone. Nessuno di loro ha mai detto una parola sul piano eversivo globale. Le notizie che abbiamo ce le hanno fornite uomini d’onore che le avevano apprese in via confidenziale da alcuni partecipanti al vertice, come Leonardo Messina, Maurizio Avola, Filippo Malvagna. Altri a conoscenza del piano sono stati soppressi poco prima che iniziassero a collaborare, come Luigi Ilardo, o sono stati trovati morti nella loro cella, come Antonino Gioè. Agli esecutori materiali delle stragi o di delitti satellite, i vertici mafiosi in genere non rivelavano i retroscena politici del piano stragista, si limitavano a fornire spiegazioni di causali elementari e di copertura. Aggiungiamo i vertici della ndrangheta che, come hanno rivelato vari collaboratori, tennero nello stesso periodo una riunione analoga nel santuario di Polsi.

Chi altri sa?

È da supporre una serie di personaggi che anticiparono gli eventi che poi puntualmente si verificarono. L’agenzia di stampa “Repubblica” vicina a Vittorio Sbardella, ex leader degli andreottiani romani (nulla a che vedere col quotidiano omonimo) scrisse 24 ore prima di Capaci che di lì a poco si sarebbe verificato “un bel botto” nell’ambito di una strategia della tensione finalizzata a far eleggere un outsider come presidente della Repubblica al posto del favoritissimo Andreotti. Il che puntualmente avvenne, così Andreotti fu costretto a farsi da parte e venne eletto Scalfaro. Anni dopo Giovanni Brusca ha riferito che la tempistica di Capaci era stata preordinata per finalità che coincidono esattamente con quelle annunciate nel profetico articolo. Dunque, o l’autore aveva la sfera di cristallo, o conosceva alcuni aspetti della strategia stragista e aveva deciso di intervenire sul corso degli eventi con una comunicazione cifrata, comprensibile solo da chi era a parte del piano.

L’agenzia Repubblica aveva pure anticipato il progetto globale in cui si inscriveva il delitto Lima.

Esattamente. Il 19 marzo 1992, pochi giorni dopo l’assassinio di Salvo Lima (andreottiano come Sbardella, ndr), l’agenzia annunciò che l’omicidio era l’incipit di una complessa strategia della tensione “all’interno di una logica separatista e autonomista […] volta a consegnare il Sud alla mafia siciliana per divenire essa stessa Stato al fine di costituirsi come nuovo paradiso del Mediterraneo […] mediante un attacco diretto ai centri nevralgici di mediazione del sistema dei partiti popolari […]. Paradossalmente il federalismo del Nord avrebbe tutto l’interesse a lasciare sviluppare un’analoga forma organizzativa al Sud lasciando che si configuri come paradiso fiscale e crocevia di ogni forma di traffici e di impieghi produttivi, privi delle usuali forme di controllo, responsabili della compressione del reddito derivabile dalla diversificazione degli impieghi di capitale disponibile”. Anni dopo Leonardo Messina rivelò alla magistratura e all’Antimafia il progetto politico secessionista di cui si era discusso nel summit di Enna su input di soggetti esterni che dovevano dare vita a una nuova formazione politica sostenuta da “vari segmenti dell’imprenditoria, delle istituzioni e della politica”. Come faceva l’autore dell’articolo a sapere ciò che anni dopo avrebbe svelato Messina? È come se circolassero informazioni in un circuito separato e parallelo a quello destinato alla massa. Un circuito soprastante alla base mafiosa, delegata ad eseguire la parte militare del piano, e interno alla mente politica collettiva che quel piano aveva concepito, anche se poi quel piano mutò in corso d’opera per una serie di eventi sopravvenuti, e si puntò così ad una diversa soluzione incruenta. In questo quadro c’è poi da chiedersi perché, in un’intervista del 1999, il professor Miglio, ex teorico della Lega Nord, dichiarò parlando dei fatti dei primi anni ‘90: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”.

Andiamo avanti.

L’ex neofascista Elio Ciolini, già coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna, il 4 marzo 1992 scrisse una lettera dal carcere al giudice Leonardo Grassi per anticipargli che “nel periodo marzo-luglio” si sarebbero verificati fatti per destabilizzare l’ordine pubblico con esplosioni dinamitarde e omicidi politici. Puntualmente il 12 marzo fu ucciso Lima e nel maggio e luglio ci furono le stragi di Capaci e via D’Amelio. Il 18 marzo Ciolini aggiunse che il piano eversivo era di “matrice masso-politico-mafiosa” , come rivelarono poi alcuni collaboratori di giustizia, e preannunciò un’operazione terroristica contro un leader del Psi. Anni dopo accertammo che era stato progettato l’omicidio di Claudio Martelli, fallito per alcuni imprevisti.

Chi manca, alla “lista della spesa”?

Quanti si celavano dietro la sigla della “Falange armata” i quali, pochi giorni dopo le dimissioni di Martelli da ministro perché coinvolto nelle indagini sul conto segreto svizzero “Protezione” a seguito delle dichiarazioni rese da Silvano Larini (il 9.2.1993) e da Licio Gelli (il 17.2.1993), diffusero il 21 aprile 1993 un comunicato per invitare Martelli a non fare la vittima e ad essere “grato alla sorte che anche per lui si sia potuta perseguire la via politica invece che quella militare”; e poi per lanciare avvertimenti a Spadolini, Mancino e Parisi, annunciando future azioni. Pochi mesi dopo, la manovra dello scandalo dei fondi neri del Sisde indusse Parisi a dimettersi, fece vacillare il ministro Mancino e anche il presidente Scalfaro, il quale denunciò che dietro quella vicenda si muovevano oscuri progetti di destabilizzazione politica.

E poi?

L’elenco sarebbe molto lungo e coinvolgerebbe tanti soggetti di quali non posso parlare, visti i limiti che derivano dal mio ruolo. Possiamo forse aggiungere alcuni di coloro che hanno concepito il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio: cioè la costruzione a tavolino, tramite falsi pentiti, di una versione minimalista che ha “tarato” le indagini verso il basso, circoscrivendola a una banda di piccoli criminali come Scarantino, e garantendo intorno ad essa un muro impenetrabile di omertà che ha retto fino a un paio di anni fa, cioè alle dichiarazioni autoaccusatorie di Spatuzza. Poi, se i riscontri dovessero confermare le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ci sono i vari “signor Franco” o “signor Carlo” che affiancarono suo padre Vito facendo da cerniera tra mondo mafioso e mondi superiori durante le stragi. E inoltre quanti garantirono a Provenzano, garante della soluzione politica alternativa a quella cruenta di Riina, di muoversi per anni liberamente per l’Italia e di visitare Vito Ciancimino gli arresti domiciliari. Poi coloro che fecero sparire l’agenda rossa di Borsellino. E tanti altri…

Come gli ufficiali del Ros Mori e De Donno, ora imputati per la mancata cattura di Provenzano dopo la trattativa che portò all’arresto di Riina, con annessa mancata perquisizione del covo e sparizione delle carte segrete del boss. E i superiori militari e politici che autorizzarono quella “trattativa”.

Non posso rispondere. Sono fatti ancora oggetto di indagini in corso.

Su questa convergenza di ambienti e interessi lei, a Palermo, aveva avviato l’indagine “Sistema criminale”, poi in parte archiviata. Che cos’è il sistema criminale?

Quello che abbiamo appena sintetizzato. Un sistema composto da esponenti di mondi diversi, tutti rimasti orfani dopo la caduta del Muro di Berlino delle passate protezioni, all’ombra delle quali avevano potuto coltivare i più svariati interessi economici e criminali, tra questi anche la mafia militare sino ad allora tollerata come anticorpo contro il pericolo comunista. Questi mondi intercomunicanti attraverso uomini cerniera erano accomunati da un interesse convergente: destabilizzare il sistema agonizzante della Prima Repubblica e impedire un ricambio politico radicale ai vertici del Paese con l’avvento delle sinistre al potere (la “gioiosa macchina da guerra”). Ciò doveva avvenire mediante la creazione di un nuovo soggetto politico che avrebbe dovuto conquistare il potere mediante un’articolata strategia che si snodava contemporaneamente sul piano militare e politico. La nostra ipotesi, almeno sul piano storico, esce sempre più confermata dalle recenti scoperte investigative. Nella stagione delle stragi si muovono molteplici operatori che poi si dividono i compiti. Chi concepisce il piano, chi lo realizza a livello militare, chi organizza la disinformazione e chi i depistaggi. Basterebbe che cominciasse a parlare qualcuno che conosce anche solo la sua parte, per consentirci enormi passi avanti nella ricerca della verità. Ma, finora, non parla nessuno.

Be’, mafiosi come Spatuzza e figli di mafiosi come Massimo Ciancimino parlano. E costringono a ricordare qualche esponente delle istituzioni: gli improvvisi lampi di memoria di alcuni politici, dopo 17-18 anni, sul ruolo di Mori durante la “trattativa” con Ciancimino fanno pensare che tanti a Roma sappiano molto, se non tutto…

Anche qui preferisco non addentrarmi in vicende specifiche, tuttora oggetto di indagini e processi. Prescindendo da casi specifici, vista dall’alto la tragica sequenza degli avvenimenti di quegli anni fa pensare al “gioco grande” di cui parlava Falcone: l’ennesimo gigantesco war game giocato all’interno di alcuni settori della nomenclatura del potere nazionale sulla pelle di tanti innocenti. Un war game trasversale combattuto anche a colpi di segnali, messaggi trasversali, avvertimenti in codice, veti incrociati e ricatti sotterranei: non potendo parlare esplicitamente tutti erano costretti a comunicare con linguaggi cifrati.

Perché dice “ennesimo war game”?

Tutta la storia repubblicana è segnata dal “gioco grande” celato dietro progetti di colpi di Stato poi rientrati (dal golpe Borghese al piano Solo) e stragi caratterizzate da depistaggi provenienti da apparati statali: da Portella della Ginestra alla strage di Bologna alle stragi del 1992-93. Perciò la questione criminale in Italia è inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale e con la questione stessa dello Stato e della democrazia.

Possibile che, in un Paese debole di prostata dove nessuno si tiene niente, i segreti sulle stragi custoditi da tanta gente tanto eterogenea restino impenetrabili a quasi vent’anni di distanza?

Molte stragi d’Italia nascondono retroscena che coinvolgono decine, se non centinaia di persone. Pensi a Portella della Ginestra: la banda Giuliano, i mafiosi, i servizi segreti, esponenti delle Forze dell’ordine, il ministero dell’Interno. Pensi alle stragi della destra eversiva. Così quelle politico-mafiose del 1992-93. La storia insegna che quando un segreto dura nel tempo sebbene condiviso da decine e decine di persone, è il segno che su quel segreto è impresso il sigillo del potere. Un potere che cavalca la storia riproducendosi nelle sue componenti fondamentali e che eleva intorno al proprio operato un muro invalicabile di omertà, perché è così forte da poter depistare le indagini, alimentare la disinformazione, distruggere la vita delle persone, riuscendo a raggiungerle e a eliminarle anche nel carcere più protetto. Come Gaspare Pisciotta, testimone scomodo ucciso all’Ucciardone con un caffè alla stricnina, e a un’altra decina di persone al corrente dei segreti retrostanti la strage di Portella. E come Ermanno Buzzi, condannato in primo grado per la strage di Brescia e strangolato in carcere. Resta inquietante lo strano suicidio in carcere nel 1993 di Nino Gioè, appena arrestato e sospettato per Capaci, dopo strani incontri con agenti dei servizi e una strana trattativa avviata con Paolo Bellini, coinvolto in indagini sull’eversione nera negli anni 70, per aprire un canale con Cosa Nostra. Ed è inquietante che Nino Giuffrè, braccio destro di Provenzano, abbia raccontato di essere stato invitato a suicidarsi nel 2005, subito dopo l’inizio della sua collaborazione, ancora segretissima. Il muro dell’omertà comincia a fessurarsi solo quando il sistema di potere entra in crisi.

È per questo che oggi si aprono spiragli importanti di verità?

Presto per dirlo, ma ancora una volta la lezione della storia ce lo insegna. Quando la Prima Repubblica era potente, Buscetta, Marino Mannoia e altri collaboratori rifiutarono di raccontare a Falcone i rapporti mafia-politica: iniziarono a svelarli solo nel ‘92, quando quel sistema crollò, o meglio sembrò fosse crollato.

Oggi il governo appena qualcuno torna a parlare, vedi Spatuzza, gli nega il programma di protezione. Che messaggio è?

Quella decisione è stata presa contro il voto di dissenso dei magistrati della Procura nazionale antimafia che fanno parte della Commissione sui collaboratori di giustizia e contro il parere concorde dei magistrati di ben tre Procure della Repubblica antimafia: Caltanissetta, Palermo e Firenze. Intorno al caso Spatuzza e sul fronte delle indagini sulle stragi si è verificata una spaccatura assolutamente inedita tra magistrati e gli altri componenti della Commissione. Proprio perché non si tratta di una scelta di routine e proprio a causa di questa spaccatura, quella decisione in un mondo come quello mafioso che vive di segnali può essere equivocata e letta in modo distorto: nel senso che lo Stato in questo momento non è compatto nel voler conoscere la verità sulle stragi. Naturalmente non è affatto così, le motivazioni del dissenso sono di tipo giuridico, ma è innegabile che il pericolo esista.

Dunque hanno ragione i pm di Caltanissetta quando dicono in Antimafia che la politica non è pronta a fronteggiare l’onda d’urto delle nuove verità sulle stragi?

A me risulta che le loro dichiarazioni sono state riportate dalla stampa in modo inesatto. In ogni caso, sulle stragi e i loro retroscena abbiamo oggi un’occasione più unica che rara, forse l’ultima, per raccontare una storia collettiva sepolta da quasi vent’anni di oblio organizzato. Per restituire al Paese la sua verità e aiutarlo a divenire finalmente adulto. Se non dovessimo farcela neppure stavolta, non ci resterebbe che fare nostra un’amara considerazione di Martin Luther King: “Alla fine non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 24 luglio 2010

.
Leggi tutto »

Di Marco Travaglio


Parla Roberto Scarpinato, nuovo procuratore generale a Caltanisetta


Dottor Roberto Scarpinato, come nuovo procuratore generale a Caltanissetta lei dovrà occuparsi dell’iter della revisione del processo per la strage di via D’Amelio, che a quanto pare ha condannato definitivamente almeno sette persone innocenti, di cui tre si erano autoaccusate falsamente. Ora, sulle stragi del 1992-93, i suoi colleghi di Palermo e Caltanissetta dicono che siamo prossimi a una verità che la classe politica potrebbe non reggere. Qual è la sua opinione?


Proprio a causa del mio nuovo ruolo non posso entrare nel merito di indagini e processi in corso. Mi limito a un sommario inventario che induce a ritenere che i segreti del multiforme sistema criminale che pianificò e realizzò la strategia terroristico-mafiosa del 1992-93 siano a conoscenza, in tutto o in parte, di circa un centinaio di persone. E tutte, dalla prima all’ultima, continuano a custodirli dietro una cortina impenetrabile.

E chi sarebbero tutte queste persone?

Partiamo dai mafiosi doc: Riina, Provenzano, i Graviano, Messina Denaro, Bagarella, Agate, i Madonia di Palermo, Giuseppe Madonia di Caltanissetta, Ganci padre e figlio, Santapaola e tutti gli altri boss della “commissione regionale” di Cosa Nostra che si riunirono a fine 1991 per alcuni giorni in un casale delle campagne di Enna per progettare la strategia stragista. Una trentina di boss che poi riferirono le decisioni in tutto o in parte ai loro uomini di fiducia. Altre decine di persone. Nessuno di loro ha mai detto una parola sul piano eversivo globale. Le notizie che abbiamo ce le hanno fornite uomini d’onore che le avevano apprese in via confidenziale da alcuni partecipanti al vertice, come Leonardo Messina, Maurizio Avola, Filippo Malvagna. Altri a conoscenza del piano sono stati soppressi poco prima che iniziassero a collaborare, come Luigi Ilardo, o sono stati trovati morti nella loro cella, come Antonino Gioè. Agli esecutori materiali delle stragi o di delitti satellite, i vertici mafiosi in genere non rivelavano i retroscena politici del piano stragista, si limitavano a fornire spiegazioni di causali elementari e di copertura. Aggiungiamo i vertici della ndrangheta che, come hanno rivelato vari collaboratori, tennero nello stesso periodo una riunione analoga nel santuario di Polsi.

Chi altri sa?

È da supporre una serie di personaggi che anticiparono gli eventi che poi puntualmente si verificarono. L’agenzia di stampa “Repubblica” vicina a Vittorio Sbardella, ex leader degli andreottiani romani (nulla a che vedere col quotidiano omonimo) scrisse 24 ore prima di Capaci che di lì a poco si sarebbe verificato “un bel botto” nell’ambito di una strategia della tensione finalizzata a far eleggere un outsider come presidente della Repubblica al posto del favoritissimo Andreotti. Il che puntualmente avvenne, così Andreotti fu costretto a farsi da parte e venne eletto Scalfaro. Anni dopo Giovanni Brusca ha riferito che la tempistica di Capaci era stata preordinata per finalità che coincidono esattamente con quelle annunciate nel profetico articolo. Dunque, o l’autore aveva la sfera di cristallo, o conosceva alcuni aspetti della strategia stragista e aveva deciso di intervenire sul corso degli eventi con una comunicazione cifrata, comprensibile solo da chi era a parte del piano.

L’agenzia Repubblica aveva pure anticipato il progetto globale in cui si inscriveva il delitto Lima.

Esattamente. Il 19 marzo 1992, pochi giorni dopo l’assassinio di Salvo Lima (andreottiano come Sbardella, ndr), l’agenzia annunciò che l’omicidio era l’incipit di una complessa strategia della tensione “all’interno di una logica separatista e autonomista […] volta a consegnare il Sud alla mafia siciliana per divenire essa stessa Stato al fine di costituirsi come nuovo paradiso del Mediterraneo […] mediante un attacco diretto ai centri nevralgici di mediazione del sistema dei partiti popolari […]. Paradossalmente il federalismo del Nord avrebbe tutto l’interesse a lasciare sviluppare un’analoga forma organizzativa al Sud lasciando che si configuri come paradiso fiscale e crocevia di ogni forma di traffici e di impieghi produttivi, privi delle usuali forme di controllo, responsabili della compressione del reddito derivabile dalla diversificazione degli impieghi di capitale disponibile”. Anni dopo Leonardo Messina rivelò alla magistratura e all’Antimafia il progetto politico secessionista di cui si era discusso nel summit di Enna su input di soggetti esterni che dovevano dare vita a una nuova formazione politica sostenuta da “vari segmenti dell’imprenditoria, delle istituzioni e della politica”. Come faceva l’autore dell’articolo a sapere ciò che anni dopo avrebbe svelato Messina? È come se circolassero informazioni in un circuito separato e parallelo a quello destinato alla massa. Un circuito soprastante alla base mafiosa, delegata ad eseguire la parte militare del piano, e interno alla mente politica collettiva che quel piano aveva concepito, anche se poi quel piano mutò in corso d’opera per una serie di eventi sopravvenuti, e si puntò così ad una diversa soluzione incruenta. In questo quadro c’è poi da chiedersi perché, in un’intervista del 1999, il professor Miglio, ex teorico della Lega Nord, dichiarò parlando dei fatti dei primi anni ‘90: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”.

Andiamo avanti.

L’ex neofascista Elio Ciolini, già coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna, il 4 marzo 1992 scrisse una lettera dal carcere al giudice Leonardo Grassi per anticipargli che “nel periodo marzo-luglio” si sarebbero verificati fatti per destabilizzare l’ordine pubblico con esplosioni dinamitarde e omicidi politici. Puntualmente il 12 marzo fu ucciso Lima e nel maggio e luglio ci furono le stragi di Capaci e via D’Amelio. Il 18 marzo Ciolini aggiunse che il piano eversivo era di “matrice masso-politico-mafiosa” , come rivelarono poi alcuni collaboratori di giustizia, e preannunciò un’operazione terroristica contro un leader del Psi. Anni dopo accertammo che era stato progettato l’omicidio di Claudio Martelli, fallito per alcuni imprevisti.

Chi manca, alla “lista della spesa”?

Quanti si celavano dietro la sigla della “Falange armata” i quali, pochi giorni dopo le dimissioni di Martelli da ministro perché coinvolto nelle indagini sul conto segreto svizzero “Protezione” a seguito delle dichiarazioni rese da Silvano Larini (il 9.2.1993) e da Licio Gelli (il 17.2.1993), diffusero il 21 aprile 1993 un comunicato per invitare Martelli a non fare la vittima e ad essere “grato alla sorte che anche per lui si sia potuta perseguire la via politica invece che quella militare”; e poi per lanciare avvertimenti a Spadolini, Mancino e Parisi, annunciando future azioni. Pochi mesi dopo, la manovra dello scandalo dei fondi neri del Sisde indusse Parisi a dimettersi, fece vacillare il ministro Mancino e anche il presidente Scalfaro, il quale denunciò che dietro quella vicenda si muovevano oscuri progetti di destabilizzazione politica.

E poi?

L’elenco sarebbe molto lungo e coinvolgerebbe tanti soggetti di quali non posso parlare, visti i limiti che derivano dal mio ruolo. Possiamo forse aggiungere alcuni di coloro che hanno concepito il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio: cioè la costruzione a tavolino, tramite falsi pentiti, di una versione minimalista che ha “tarato” le indagini verso il basso, circoscrivendola a una banda di piccoli criminali come Scarantino, e garantendo intorno ad essa un muro impenetrabile di omertà che ha retto fino a un paio di anni fa, cioè alle dichiarazioni autoaccusatorie di Spatuzza. Poi, se i riscontri dovessero confermare le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ci sono i vari “signor Franco” o “signor Carlo” che affiancarono suo padre Vito facendo da cerniera tra mondo mafioso e mondi superiori durante le stragi. E inoltre quanti garantirono a Provenzano, garante della soluzione politica alternativa a quella cruenta di Riina, di muoversi per anni liberamente per l’Italia e di visitare Vito Ciancimino gli arresti domiciliari. Poi coloro che fecero sparire l’agenda rossa di Borsellino. E tanti altri…

Come gli ufficiali del Ros Mori e De Donno, ora imputati per la mancata cattura di Provenzano dopo la trattativa che portò all’arresto di Riina, con annessa mancata perquisizione del covo e sparizione delle carte segrete del boss. E i superiori militari e politici che autorizzarono quella “trattativa”.

Non posso rispondere. Sono fatti ancora oggetto di indagini in corso.

Su questa convergenza di ambienti e interessi lei, a Palermo, aveva avviato l’indagine “Sistema criminale”, poi in parte archiviata. Che cos’è il sistema criminale?

Quello che abbiamo appena sintetizzato. Un sistema composto da esponenti di mondi diversi, tutti rimasti orfani dopo la caduta del Muro di Berlino delle passate protezioni, all’ombra delle quali avevano potuto coltivare i più svariati interessi economici e criminali, tra questi anche la mafia militare sino ad allora tollerata come anticorpo contro il pericolo comunista. Questi mondi intercomunicanti attraverso uomini cerniera erano accomunati da un interesse convergente: destabilizzare il sistema agonizzante della Prima Repubblica e impedire un ricambio politico radicale ai vertici del Paese con l’avvento delle sinistre al potere (la “gioiosa macchina da guerra”). Ciò doveva avvenire mediante la creazione di un nuovo soggetto politico che avrebbe dovuto conquistare il potere mediante un’articolata strategia che si snodava contemporaneamente sul piano militare e politico. La nostra ipotesi, almeno sul piano storico, esce sempre più confermata dalle recenti scoperte investigative. Nella stagione delle stragi si muovono molteplici operatori che poi si dividono i compiti. Chi concepisce il piano, chi lo realizza a livello militare, chi organizza la disinformazione e chi i depistaggi. Basterebbe che cominciasse a parlare qualcuno che conosce anche solo la sua parte, per consentirci enormi passi avanti nella ricerca della verità. Ma, finora, non parla nessuno.

Be’, mafiosi come Spatuzza e figli di mafiosi come Massimo Ciancimino parlano. E costringono a ricordare qualche esponente delle istituzioni: gli improvvisi lampi di memoria di alcuni politici, dopo 17-18 anni, sul ruolo di Mori durante la “trattativa” con Ciancimino fanno pensare che tanti a Roma sappiano molto, se non tutto…

Anche qui preferisco non addentrarmi in vicende specifiche, tuttora oggetto di indagini e processi. Prescindendo da casi specifici, vista dall’alto la tragica sequenza degli avvenimenti di quegli anni fa pensare al “gioco grande” di cui parlava Falcone: l’ennesimo gigantesco war game giocato all’interno di alcuni settori della nomenclatura del potere nazionale sulla pelle di tanti innocenti. Un war game trasversale combattuto anche a colpi di segnali, messaggi trasversali, avvertimenti in codice, veti incrociati e ricatti sotterranei: non potendo parlare esplicitamente tutti erano costretti a comunicare con linguaggi cifrati.

Perché dice “ennesimo war game”?

Tutta la storia repubblicana è segnata dal “gioco grande” celato dietro progetti di colpi di Stato poi rientrati (dal golpe Borghese al piano Solo) e stragi caratterizzate da depistaggi provenienti da apparati statali: da Portella della Ginestra alla strage di Bologna alle stragi del 1992-93. Perciò la questione criminale in Italia è inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale e con la questione stessa dello Stato e della democrazia.

Possibile che, in un Paese debole di prostata dove nessuno si tiene niente, i segreti sulle stragi custoditi da tanta gente tanto eterogenea restino impenetrabili a quasi vent’anni di distanza?

Molte stragi d’Italia nascondono retroscena che coinvolgono decine, se non centinaia di persone. Pensi a Portella della Ginestra: la banda Giuliano, i mafiosi, i servizi segreti, esponenti delle Forze dell’ordine, il ministero dell’Interno. Pensi alle stragi della destra eversiva. Così quelle politico-mafiose del 1992-93. La storia insegna che quando un segreto dura nel tempo sebbene condiviso da decine e decine di persone, è il segno che su quel segreto è impresso il sigillo del potere. Un potere che cavalca la storia riproducendosi nelle sue componenti fondamentali e che eleva intorno al proprio operato un muro invalicabile di omertà, perché è così forte da poter depistare le indagini, alimentare la disinformazione, distruggere la vita delle persone, riuscendo a raggiungerle e a eliminarle anche nel carcere più protetto. Come Gaspare Pisciotta, testimone scomodo ucciso all’Ucciardone con un caffè alla stricnina, e a un’altra decina di persone al corrente dei segreti retrostanti la strage di Portella. E come Ermanno Buzzi, condannato in primo grado per la strage di Brescia e strangolato in carcere. Resta inquietante lo strano suicidio in carcere nel 1993 di Nino Gioè, appena arrestato e sospettato per Capaci, dopo strani incontri con agenti dei servizi e una strana trattativa avviata con Paolo Bellini, coinvolto in indagini sull’eversione nera negli anni 70, per aprire un canale con Cosa Nostra. Ed è inquietante che Nino Giuffrè, braccio destro di Provenzano, abbia raccontato di essere stato invitato a suicidarsi nel 2005, subito dopo l’inizio della sua collaborazione, ancora segretissima. Il muro dell’omertà comincia a fessurarsi solo quando il sistema di potere entra in crisi.

È per questo che oggi si aprono spiragli importanti di verità?

Presto per dirlo, ma ancora una volta la lezione della storia ce lo insegna. Quando la Prima Repubblica era potente, Buscetta, Marino Mannoia e altri collaboratori rifiutarono di raccontare a Falcone i rapporti mafia-politica: iniziarono a svelarli solo nel ‘92, quando quel sistema crollò, o meglio sembrò fosse crollato.

Oggi il governo appena qualcuno torna a parlare, vedi Spatuzza, gli nega il programma di protezione. Che messaggio è?

Quella decisione è stata presa contro il voto di dissenso dei magistrati della Procura nazionale antimafia che fanno parte della Commissione sui collaboratori di giustizia e contro il parere concorde dei magistrati di ben tre Procure della Repubblica antimafia: Caltanissetta, Palermo e Firenze. Intorno al caso Spatuzza e sul fronte delle indagini sulle stragi si è verificata una spaccatura assolutamente inedita tra magistrati e gli altri componenti della Commissione. Proprio perché non si tratta di una scelta di routine e proprio a causa di questa spaccatura, quella decisione in un mondo come quello mafioso che vive di segnali può essere equivocata e letta in modo distorto: nel senso che lo Stato in questo momento non è compatto nel voler conoscere la verità sulle stragi. Naturalmente non è affatto così, le motivazioni del dissenso sono di tipo giuridico, ma è innegabile che il pericolo esista.

Dunque hanno ragione i pm di Caltanissetta quando dicono in Antimafia che la politica non è pronta a fronteggiare l’onda d’urto delle nuove verità sulle stragi?

A me risulta che le loro dichiarazioni sono state riportate dalla stampa in modo inesatto. In ogni caso, sulle stragi e i loro retroscena abbiamo oggi un’occasione più unica che rara, forse l’ultima, per raccontare una storia collettiva sepolta da quasi vent’anni di oblio organizzato. Per restituire al Paese la sua verità e aiutarlo a divenire finalmente adulto. Se non dovessimo farcela neppure stavolta, non ci resterebbe che fare nostra un’amara considerazione di Martin Luther King: “Alla fine non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 24 luglio 2010

.

Manovra: Coldiretti, 50mila posti a rischio per agricoltura Sud

(Teleborsa) - Roma, 23 lug - Sono a rischio cinquantamila posti di lavoro nelle campagne del Mezzogiorno, delle aree svantaggiate e montane per effetto del raddoppio del costo contributivo per i datori di lavoro nel settore agricolo, causato dalla manovra finanziaria in approvazione alla Camera.
Lo denuncia la Coldiretti in occasione della piu’ grande manifestazione dei coltivatori e degli allevatori provenienti da tutte le regioni del Mezzogiorno a Bari dove si sono dati appuntamento in corteo, con il presidente nazionale Sergio Marini, quasi diecimila partecipanti. Sono questi - denuncia la Coldiretti - gli effetti la mancata stabilizzazione nella manovra delle attuali agevolazioni contributive per zone agricole montane e per zone agricole svantaggiate accordata negli ultimi 5 anni e mezzo.
A far data dal 1 agosto 2010 per zone agricole montane e per zone agricole svantaggiate scatterà - sottolinea la Coldiretti - un aumento insostenibile dei contributi a carico del datore di lavoro, con inevitabili ricadute sui livelli occupazionali che nel 2009, nonostante la crisi, in queste aree hanno fatto segnare un importante aumento nel numero delle giornate denunciate per gli operai a tempo indeterminato (+ 963.356 giornate).
La mancata proroga - continua la Coldiretti - colpisce il processo di maggiore trasparenza nei rapporti di lavoro messo in atto gli imprenditori onesti sono spesso esposti al fenomeno della concorrenza sleale di soggetti che sfruttano la manodopera illegale e l’occupazione in nero.
Mantenere la stabilità del costo del lavoro rappresenta - prosegue la Coldiretti - un elemento necessario per promuovere il buon lavoro e riconoscere un concreto vantaggio competitivo a quelle imprese che hanno reale interesse a permanere nella legalità e nel sistema contrattuale.
Peraltro - conclude la Coldiretti - il settore agricolo nazionale già sconta livelli di pressione contributiva ben più alti della media europea e nettamente superiori a quelli vigenti nei paesi primi competitori del settore agricolo (Italia 43% - Grecia 10,00% - Gran Bretagna 12,80% - Spagna 15,50% - Germania 17,70% - Polonia 19,89%).


Fonte:La Repubblica


.

Leggi tutto »

(Teleborsa) - Roma, 23 lug - Sono a rischio cinquantamila posti di lavoro nelle campagne del Mezzogiorno, delle aree svantaggiate e montane per effetto del raddoppio del costo contributivo per i datori di lavoro nel settore agricolo, causato dalla manovra finanziaria in approvazione alla Camera.
Lo denuncia la Coldiretti in occasione della piu’ grande manifestazione dei coltivatori e degli allevatori provenienti da tutte le regioni del Mezzogiorno a Bari dove si sono dati appuntamento in corteo, con il presidente nazionale Sergio Marini, quasi diecimila partecipanti. Sono questi - denuncia la Coldiretti - gli effetti la mancata stabilizzazione nella manovra delle attuali agevolazioni contributive per zone agricole montane e per zone agricole svantaggiate accordata negli ultimi 5 anni e mezzo.
A far data dal 1 agosto 2010 per zone agricole montane e per zone agricole svantaggiate scatterà - sottolinea la Coldiretti - un aumento insostenibile dei contributi a carico del datore di lavoro, con inevitabili ricadute sui livelli occupazionali che nel 2009, nonostante la crisi, in queste aree hanno fatto segnare un importante aumento nel numero delle giornate denunciate per gli operai a tempo indeterminato (+ 963.356 giornate).
La mancata proroga - continua la Coldiretti - colpisce il processo di maggiore trasparenza nei rapporti di lavoro messo in atto gli imprenditori onesti sono spesso esposti al fenomeno della concorrenza sleale di soggetti che sfruttano la manodopera illegale e l’occupazione in nero.
Mantenere la stabilità del costo del lavoro rappresenta - prosegue la Coldiretti - un elemento necessario per promuovere il buon lavoro e riconoscere un concreto vantaggio competitivo a quelle imprese che hanno reale interesse a permanere nella legalità e nel sistema contrattuale.
Peraltro - conclude la Coldiretti - il settore agricolo nazionale già sconta livelli di pressione contributiva ben più alti della media europea e nettamente superiori a quelli vigenti nei paesi primi competitori del settore agricolo (Italia 43% - Grecia 10,00% - Gran Bretagna 12,80% - Spagna 15,50% - Germania 17,70% - Polonia 19,89%).


Fonte:La Repubblica


.

Un paese senza politica industriale


Di Luigi Spina



L’esercizio è semplice, ma l’effetto è impressionante. Basta accostare due notizie, registrate da tutti i giornali negli ultimi giorni. La prima, in ordine di tempo, si riferisce al rapporto Svimez 2010 sull’economia del nostro Mezzogiorno, dove si segnala addirittura il rischio di «una estinzione» dell’industria nel Sud. La seconda, di ieri, riporta le dichiarazioni dell’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, nelle quali si annunciano, da Detroit, il passo decisivo e obbligato dell’azienda sulla via dell’internazionalizzazione e la scelta di spostare in Serbia la costruzione della nuova monovolume, in un primo momento prevista a Mirafiori.

Il drammatico allarme del più importante istituto di analisi economico-sociale sulla condizione delle nostre regioni meridionali e la cruda chiarezza con cui Marchionne esprime scetticismo sulle garanzie che negli stabilimenti italiani si possano ottenere per attuare progetti di investimento così impegnativi hanno suscitato nella classe politica e in quella sindacale del nostro Paese reazioni sconcertanti. Da una parte, deprecazioni generiche all’insegna di un meridionalismo sempre più vecchio e senza idee.

Dall’altra, minacce, barricadiere nei toni e vane nella sostanza, contro le regole della competitività e dei mercati internazionali e proposte di liturgici tavoli di discussione.

La debolezza di queste risposte al significato complessivo delle due notizie è sconfortante, per almeno due ragioni. La sproporzione rispetto al pericolo di un forte declino dell’industrializzazione italiana e, quindi, di una sostanziale emarginazione di quella che figura ancora come settima potenza dell’economia mondiale dal futuro vertice dei Paesi più sviluppati del ventunesimo secolo. La sorpresa per due annunci che non sono affatto «due fulmini a ciel sereno», ma sono gli esiti, purtroppo largamenti previsti, di fenomeni che, in Italia, si manifestano non da anni, ma da decenni.

E’ da decenni, infatti, che i governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi non hanno avvertito la gravità della crisi e che, perciò, non hanno lanciato un vero piano straordinario di politica industriale. L’unico progetto con il quale, concentrando tutte le risorse del Paese, si possa sperare di restare a far parte dell’élite economica del mondo. L’unico modo, al di là di astratti, confusi e velleitari piani di riconversione delle vocazioni fondamentali dell’Italia, con il quale si possa assicurare il futuro ai nostri giovani.

Nel recente e non solo recente passato i governi hanno diviso la questione industriale in Italia, separando, di fatto, l’attenzione e le terapie tra la condizione del Nord e quella del Sud. Nel Settentrione, si è pensato di compensare le difficoltà delle grandi aziende per competere sui mercati internazionali con il modello della piccola manifattura che si è sviluppato nel Nord-Est. Un sistema fondato su presupposti economici, sociali, finanziari che non poteva reggere davanti alla crisi dei mercati esteri e alla concorrenza delle condizioni di lavoro nei Paesi meno evoluti.

Per il Mezzogiorno si è oscillato, invece, tra due convinzioni, in realtà senza applicare nessuna delle due con la minima coerenza. Alcuni hanno teorizzato che la migliore scelta fosse quella di non fare nulla. I risparmi ottenuti, rispetto alle onerose politiche di incentivi e di assistenza, avrebbero potuto consentire al Nord una più rapida crescita e, quindi, trainare anche il Sud verso un progresso economico più sano e più indipendente. Altri hanno invocato, invece, una specie di ritorno al passato, alla «gloriosa» epoca della Cassa del Mezzogiorno e dell’Iri, al massiccio intervento dello Stato. I risultati dell’intreccio casuale di queste due linee di politica economica sono evidenti: mentre in altre zone depresse d’Europa, come l’Irlanda, il Sud della Spagna, l’Est della Germania, le distanze con le regioni più sviluppate si sono accorciate o addirittura annullate, il nostro Mezzogiorno è nella condizione tragica denunciata, appunto, dall’ultimo rapporto Svimez. Un piano straordinario di politica industriale dovrebbe puntare sulle tre emergenze che impediscono all’Italia di essere un Paese attrattivo per gli investitori stranieri: una giustizia civile meno insopportabilmente lunga, una burocrazia meno asfissiante, una legislazione del lavoro più moderna. Il ministro Tremonti, a parte la balzana idea di modificare l’articolo 41 della Costituzione, ha avanzato, per la verità, alcune proposte interessanti in merito, individuando il vero motivo per cui sia le famose «lenzuolate» di Bersani, sia il tanto propagandato «piano casa» di Berlusconi si siano risolti in un sostanziale fallimento: «gli interessi di settori riescono a bloccare tutto», ha ammesso.

Ecco perché solo una eccezionale mobilitazione bipartisan, provocata dalla consapevolezza del rischio che corre l’Italia in questo momento, potrebbe sconfiggere le resistenze corporative. Non c’è bisogno di calcare i toni dell’allarme sul futuro dell’industria nel nostro Paese, perché la situazione è persino troppo evidente. Né di eccedere in pessimismo, perché il nostro futuro non è scontato. E neanche di esibire qualche gesto simbolico. Ma se, a quasi tre mesi di distanza dalle dimissioni di Scajola, si trovasse anche un ministro dell’Industria non sarebbe male.

Fonte:La Stampa del 23/07/2010

.
Leggi tutto »

Di Luigi Spina



L’esercizio è semplice, ma l’effetto è impressionante. Basta accostare due notizie, registrate da tutti i giornali negli ultimi giorni. La prima, in ordine di tempo, si riferisce al rapporto Svimez 2010 sull’economia del nostro Mezzogiorno, dove si segnala addirittura il rischio di «una estinzione» dell’industria nel Sud. La seconda, di ieri, riporta le dichiarazioni dell’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, nelle quali si annunciano, da Detroit, il passo decisivo e obbligato dell’azienda sulla via dell’internazionalizzazione e la scelta di spostare in Serbia la costruzione della nuova monovolume, in un primo momento prevista a Mirafiori.

Il drammatico allarme del più importante istituto di analisi economico-sociale sulla condizione delle nostre regioni meridionali e la cruda chiarezza con cui Marchionne esprime scetticismo sulle garanzie che negli stabilimenti italiani si possano ottenere per attuare progetti di investimento così impegnativi hanno suscitato nella classe politica e in quella sindacale del nostro Paese reazioni sconcertanti. Da una parte, deprecazioni generiche all’insegna di un meridionalismo sempre più vecchio e senza idee.

Dall’altra, minacce, barricadiere nei toni e vane nella sostanza, contro le regole della competitività e dei mercati internazionali e proposte di liturgici tavoli di discussione.

La debolezza di queste risposte al significato complessivo delle due notizie è sconfortante, per almeno due ragioni. La sproporzione rispetto al pericolo di un forte declino dell’industrializzazione italiana e, quindi, di una sostanziale emarginazione di quella che figura ancora come settima potenza dell’economia mondiale dal futuro vertice dei Paesi più sviluppati del ventunesimo secolo. La sorpresa per due annunci che non sono affatto «due fulmini a ciel sereno», ma sono gli esiti, purtroppo largamenti previsti, di fenomeni che, in Italia, si manifestano non da anni, ma da decenni.

E’ da decenni, infatti, che i governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi non hanno avvertito la gravità della crisi e che, perciò, non hanno lanciato un vero piano straordinario di politica industriale. L’unico progetto con il quale, concentrando tutte le risorse del Paese, si possa sperare di restare a far parte dell’élite economica del mondo. L’unico modo, al di là di astratti, confusi e velleitari piani di riconversione delle vocazioni fondamentali dell’Italia, con il quale si possa assicurare il futuro ai nostri giovani.

Nel recente e non solo recente passato i governi hanno diviso la questione industriale in Italia, separando, di fatto, l’attenzione e le terapie tra la condizione del Nord e quella del Sud. Nel Settentrione, si è pensato di compensare le difficoltà delle grandi aziende per competere sui mercati internazionali con il modello della piccola manifattura che si è sviluppato nel Nord-Est. Un sistema fondato su presupposti economici, sociali, finanziari che non poteva reggere davanti alla crisi dei mercati esteri e alla concorrenza delle condizioni di lavoro nei Paesi meno evoluti.

Per il Mezzogiorno si è oscillato, invece, tra due convinzioni, in realtà senza applicare nessuna delle due con la minima coerenza. Alcuni hanno teorizzato che la migliore scelta fosse quella di non fare nulla. I risparmi ottenuti, rispetto alle onerose politiche di incentivi e di assistenza, avrebbero potuto consentire al Nord una più rapida crescita e, quindi, trainare anche il Sud verso un progresso economico più sano e più indipendente. Altri hanno invocato, invece, una specie di ritorno al passato, alla «gloriosa» epoca della Cassa del Mezzogiorno e dell’Iri, al massiccio intervento dello Stato. I risultati dell’intreccio casuale di queste due linee di politica economica sono evidenti: mentre in altre zone depresse d’Europa, come l’Irlanda, il Sud della Spagna, l’Est della Germania, le distanze con le regioni più sviluppate si sono accorciate o addirittura annullate, il nostro Mezzogiorno è nella condizione tragica denunciata, appunto, dall’ultimo rapporto Svimez. Un piano straordinario di politica industriale dovrebbe puntare sulle tre emergenze che impediscono all’Italia di essere un Paese attrattivo per gli investitori stranieri: una giustizia civile meno insopportabilmente lunga, una burocrazia meno asfissiante, una legislazione del lavoro più moderna. Il ministro Tremonti, a parte la balzana idea di modificare l’articolo 41 della Costituzione, ha avanzato, per la verità, alcune proposte interessanti in merito, individuando il vero motivo per cui sia le famose «lenzuolate» di Bersani, sia il tanto propagandato «piano casa» di Berlusconi si siano risolti in un sostanziale fallimento: «gli interessi di settori riescono a bloccare tutto», ha ammesso.

Ecco perché solo una eccezionale mobilitazione bipartisan, provocata dalla consapevolezza del rischio che corre l’Italia in questo momento, potrebbe sconfiggere le resistenze corporative. Non c’è bisogno di calcare i toni dell’allarme sul futuro dell’industria nel nostro Paese, perché la situazione è persino troppo evidente. Né di eccedere in pessimismo, perché il nostro futuro non è scontato. E neanche di esibire qualche gesto simbolico. Ma se, a quasi tre mesi di distanza dalle dimissioni di Scajola, si trovasse anche un ministro dell’Industria non sarebbe male.

Fonte:La Stampa del 23/07/2010

.

Tremonti riaccende la questione meridionale



Di Rita Dietrich


I comuni italiani ritornano a scuola, e si trovano a dover fronteggiare un professore integerrimo e severo, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Spese ed entrate saranno conteggiate alla ricerca di sprechi e disservizi, ma dietro la riorganizzazione economica, seppur necessaria in tempi di crisi, vi è purtroppo il federalismo fiscale, che inevitabilmente andrà ad accentuare il divario fra nord e sud. Così, non appena verrà varata la manovra finanziaria, tutti i comuni del Paese saranno messi sotto esame, e verranno giudicati secondo i punteggi che otterranno. Il decreto attuativo sui costi standard, appena varato dal Csm, infatti, stabilisce i criteri di ricerca delle spese che gravano sui bilanci comunali e successivamente, prevede questionari che identificheranno indicatori comuni di riferimento, al fine di scoprire, per ogni amministrazione pubblica, quanto costano le prestazioni offerte al cittadino. Impresa alquanto titanica, visto che persino il prezzo di una singola siringa o di una tac varia misteriosamente da regione a regione, per non parlare di altri servizi come gli asili nido o la raccolta rifiuti! Tale differenziazioni, infatti, sono fra le cause principali dei deficit locali, poiché proprio la mancanza di un canone comune unita alla falsa credenza popolare che i soldi pubblici sono di nessuno, hanno favorito la speculazione economica.
Ma se esistono così tante divergenze nella voce spesa degli enti locali, in particolare fra nord e sud, anche in quella delle entrate ogni regione, provincia e comune ha un suo gettito fiscale, frammentato in una serie di tasse e balzelli che spesso si sovrappongono fra loro.
Anche qui Tremonti desidera metterci le mani, costringendo i sindaci a riorganizzare le proprie entrate e riassumerle in poche tasse ‘tematiche’ come per esempio quella sugli immobili che accorperebbe le diverse imposte sulla casa. Dovrebbero inoltre venire unificate tutta quella serie di tributi municipali affini dagli acronimi impronunciabili, che complicano notevolmente la vita a tutte gli esercizi commerciali. Nel disporre ciò, però, non verrà esercitata alcuna imposizione dal potere centrale, poiché ogni amministrazione potrà decidere come organizzarsi indicendo anche referendum e consultazioni popolari. “Noi abbiamo 24 tributi comunali- ha spiegato il ministro dell’economia Tremonti- Sono un po’ tanti perché vuol dire 24 moduli, 24 pagamenti, 24 accertamenti e 24 margini di rischio e quindi di sanzione. Pensiamo che sia civile unificare questi tributi che si sono stratificati nel tempo. Saranno i comuni che scelgono se arrivare a uno o metterne due, tre, quattro”.
Fin qui nulla da eccepire, visto che spesso è proprio questo labirinto burocratico a scoraggiare le attività imprenditoriali, soprattutto se nuove e pertanto più fragili. Il problema è che anche questa mossa, seppur necessaria, è concepita come un ulteriore passo verso il federalismo fiscale.
Il concetto di rendere completamente autonome sia per le entrate che per le uscite ogni regione e quindi a cascata, a secondo le competenze, anche gli altri enti locali rischia di trasformarsi così in un’arma a doppio taglio. Se da una parte infatti verranno espletati tutti quei controlli di cui necessita l’Italia da anni, dall’altra l’eccessiva autonomia non fa altro che accentuare il divario fra i territori, infiammando una nuova “questione meridionale”. A causa dei numerosi disservizi, i costi maggiori, infatti sono sostenuti proprio dalle regioni meridionali, che di conseguenza necessitano maggiormente del sostegno statale. Tuttavia se può non sembrare giusto che per esempio il Veneto dalle sue tasse rinunci all’introito di 3 miliardi per compensare il disavanzo economico per esempio della Sicilia, non è nemmeno corretto abbandonare a se stesse proprio le regioni più deboli che per anni hanno fatto arricchire l’intera penisola. La storica carenza nel meridione di investimenti e infrastrutture aggrava ulteriormente la situazione, e mentre i decreti attuativi sul federalismo vengono proposti dal governo in modo serrato, vengono relegate all’ultimo posto proprio quelle iniziative che darebbero un po’ di respiro alle regioni maggiormente in difficoltà. Fra queste vi sono la tanto annunciata, dallo stesso Tremonti, Banca Meridionale che dovrebbe supplire alla scarsità di investimenti al sud e l’ideazione di un fondo compensativo per colmare il divario fra gli enti locali. Progetti ancora nebulosi e incerti, che evidentemente non interessano nessuno, eccetto che ai diversi milioni di abitanti delle regioni meridionali.

Fonte:Rinascita

.
Leggi tutto »


Di Rita Dietrich


I comuni italiani ritornano a scuola, e si trovano a dover fronteggiare un professore integerrimo e severo, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Spese ed entrate saranno conteggiate alla ricerca di sprechi e disservizi, ma dietro la riorganizzazione economica, seppur necessaria in tempi di crisi, vi è purtroppo il federalismo fiscale, che inevitabilmente andrà ad accentuare il divario fra nord e sud. Così, non appena verrà varata la manovra finanziaria, tutti i comuni del Paese saranno messi sotto esame, e verranno giudicati secondo i punteggi che otterranno. Il decreto attuativo sui costi standard, appena varato dal Csm, infatti, stabilisce i criteri di ricerca delle spese che gravano sui bilanci comunali e successivamente, prevede questionari che identificheranno indicatori comuni di riferimento, al fine di scoprire, per ogni amministrazione pubblica, quanto costano le prestazioni offerte al cittadino. Impresa alquanto titanica, visto che persino il prezzo di una singola siringa o di una tac varia misteriosamente da regione a regione, per non parlare di altri servizi come gli asili nido o la raccolta rifiuti! Tale differenziazioni, infatti, sono fra le cause principali dei deficit locali, poiché proprio la mancanza di un canone comune unita alla falsa credenza popolare che i soldi pubblici sono di nessuno, hanno favorito la speculazione economica.
Ma se esistono così tante divergenze nella voce spesa degli enti locali, in particolare fra nord e sud, anche in quella delle entrate ogni regione, provincia e comune ha un suo gettito fiscale, frammentato in una serie di tasse e balzelli che spesso si sovrappongono fra loro.
Anche qui Tremonti desidera metterci le mani, costringendo i sindaci a riorganizzare le proprie entrate e riassumerle in poche tasse ‘tematiche’ come per esempio quella sugli immobili che accorperebbe le diverse imposte sulla casa. Dovrebbero inoltre venire unificate tutta quella serie di tributi municipali affini dagli acronimi impronunciabili, che complicano notevolmente la vita a tutte gli esercizi commerciali. Nel disporre ciò, però, non verrà esercitata alcuna imposizione dal potere centrale, poiché ogni amministrazione potrà decidere come organizzarsi indicendo anche referendum e consultazioni popolari. “Noi abbiamo 24 tributi comunali- ha spiegato il ministro dell’economia Tremonti- Sono un po’ tanti perché vuol dire 24 moduli, 24 pagamenti, 24 accertamenti e 24 margini di rischio e quindi di sanzione. Pensiamo che sia civile unificare questi tributi che si sono stratificati nel tempo. Saranno i comuni che scelgono se arrivare a uno o metterne due, tre, quattro”.
Fin qui nulla da eccepire, visto che spesso è proprio questo labirinto burocratico a scoraggiare le attività imprenditoriali, soprattutto se nuove e pertanto più fragili. Il problema è che anche questa mossa, seppur necessaria, è concepita come un ulteriore passo verso il federalismo fiscale.
Il concetto di rendere completamente autonome sia per le entrate che per le uscite ogni regione e quindi a cascata, a secondo le competenze, anche gli altri enti locali rischia di trasformarsi così in un’arma a doppio taglio. Se da una parte infatti verranno espletati tutti quei controlli di cui necessita l’Italia da anni, dall’altra l’eccessiva autonomia non fa altro che accentuare il divario fra i territori, infiammando una nuova “questione meridionale”. A causa dei numerosi disservizi, i costi maggiori, infatti sono sostenuti proprio dalle regioni meridionali, che di conseguenza necessitano maggiormente del sostegno statale. Tuttavia se può non sembrare giusto che per esempio il Veneto dalle sue tasse rinunci all’introito di 3 miliardi per compensare il disavanzo economico per esempio della Sicilia, non è nemmeno corretto abbandonare a se stesse proprio le regioni più deboli che per anni hanno fatto arricchire l’intera penisola. La storica carenza nel meridione di investimenti e infrastrutture aggrava ulteriormente la situazione, e mentre i decreti attuativi sul federalismo vengono proposti dal governo in modo serrato, vengono relegate all’ultimo posto proprio quelle iniziative che darebbero un po’ di respiro alle regioni maggiormente in difficoltà. Fra queste vi sono la tanto annunciata, dallo stesso Tremonti, Banca Meridionale che dovrebbe supplire alla scarsità di investimenti al sud e l’ideazione di un fondo compensativo per colmare il divario fra gli enti locali. Progetti ancora nebulosi e incerti, che evidentemente non interessano nessuno, eccetto che ai diversi milioni di abitanti delle regioni meridionali.

Fonte:Rinascita

.

sabato 24 luglio 2010

Fiat in Serbia, il dumping di Marchionne


di Luciano Gallino, Repubblica, 23 luglio 2010

Quattro anni fa, settembre 2006, Sergio Marchionne dichiarava prima in un discorso all´Unione Industriale di Torino, poi in un'intervista a questo giornale, che «il costo del lavoro rappresenta il 7-8 per cento».
«E dunque – aggiungeva – è inutile picchiare su chi sta alla linea di montaggio pensando di risolvere i problemi». Per contro ieri annuncia che, tutto sommato, ritiene necessario picchiare proprio su chi sta alla linea. E le ragioni per farlo sembrano primariamente connesse al costo del lavoro. In questo caso i destinatari diretti del messaggio non sono i lavoratori di Pomigliano, ma quelli di Mirafiori, visto che un nuovo modello di auto che doveva venir prodotto nello stabilimento torinese sarà invece prodotto in Serbia. Una decisione che, se non è un de profundis per Mirafiori, poco ci manca.

In verità l'ad Fiat ha usato parole un po' diverse. Ha detto che in Italia i sindacati mancano di serietà. L'azienda non può assumere rischi non necessari per realizzare i suoi progetti nel nostro paese. Fiat deve essere in grado di produrre macchine senza incorrere in interruzioni dell'attività. Qualche minuto in rete basta però per venire a sapere che il salario medio dei lavoratori serbi del settore auto si aggira sui 400 euro al mese. Ed è improbabile che tale costo sia accresciuto da consistenti contributi destinati al servizio sanitario e alla pensione, come avviene da noi grazie alle conquiste sociali di due generazioni fa. Andare in Serbia, piuttosto che restare a Mirafiori, significa quindi giocare il destino di nostri lavoratori la cui prestazione assicurava finora un livello di vita decente a sé stessi ed alla famiglia, anche per il futuro, contro lavoratori di un paese che a quel livello di vita e a quel futuro avrebbero pure loro diritto, ma per il momento se li possono soltanto sognare.

Se questa sorta di grande balzo al'indietro è ciò che Marchionne intende per modernizzazione delle relazioni industriali in Italia, vengono un paio di dubbi. Non diversamente dal 2006, il costo del lavoro in un´industria altamente automatizzata come l'auto rappresenta il 7-8 per cento del costo complessivo di fabbricazione. Portando la produzione da Mirafiori a Kragijevac, dove il costo del lavoro è meno della metà, la Fiat può quindi pensare di risparmiare al massimo tre o quattro punti sul costo totale. Ma se intende affrontare tutti i problemi sociali, sindacali e politici che dalla sua decisione deriverebbero per conseguire un risparmio così limitato, ciò significa che le sue previsioni di espansione produttiva, di vendite e di bilancio sono assai meno rosee di quelle che lo stesso amministratore delegato ha dato a intendere nei mesi scorsi.

E questo dubbio ne alimenta un altro: che il vero obbiettivo non sia la riduzione del costo del lavoro, sebbene questo appaia evidente, bensì la realizzazione di una fabbrica dove regnano ordine, disciplina, acquiescenza assoluta agli ordini dei capi. Dove, in altre parole, il sindacato non solo assume vesti moderne, ma semplicemente non esiste, o non fiata. Magari ci verrà detto ancora una volta che questo è un obbiettivo che la globalizzazione impone. Può essere, anche se le pretese di quest'ultima cominciano ad apparire esagerate. Quel che è certo è che si tratta di un preoccupante indicatore politico.

Fonte:MicroMega

.
Leggi tutto »

di Luciano Gallino, Repubblica, 23 luglio 2010

Quattro anni fa, settembre 2006, Sergio Marchionne dichiarava prima in un discorso all´Unione Industriale di Torino, poi in un'intervista a questo giornale, che «il costo del lavoro rappresenta il 7-8 per cento».
«E dunque – aggiungeva – è inutile picchiare su chi sta alla linea di montaggio pensando di risolvere i problemi». Per contro ieri annuncia che, tutto sommato, ritiene necessario picchiare proprio su chi sta alla linea. E le ragioni per farlo sembrano primariamente connesse al costo del lavoro. In questo caso i destinatari diretti del messaggio non sono i lavoratori di Pomigliano, ma quelli di Mirafiori, visto che un nuovo modello di auto che doveva venir prodotto nello stabilimento torinese sarà invece prodotto in Serbia. Una decisione che, se non è un de profundis per Mirafiori, poco ci manca.

In verità l'ad Fiat ha usato parole un po' diverse. Ha detto che in Italia i sindacati mancano di serietà. L'azienda non può assumere rischi non necessari per realizzare i suoi progetti nel nostro paese. Fiat deve essere in grado di produrre macchine senza incorrere in interruzioni dell'attività. Qualche minuto in rete basta però per venire a sapere che il salario medio dei lavoratori serbi del settore auto si aggira sui 400 euro al mese. Ed è improbabile che tale costo sia accresciuto da consistenti contributi destinati al servizio sanitario e alla pensione, come avviene da noi grazie alle conquiste sociali di due generazioni fa. Andare in Serbia, piuttosto che restare a Mirafiori, significa quindi giocare il destino di nostri lavoratori la cui prestazione assicurava finora un livello di vita decente a sé stessi ed alla famiglia, anche per il futuro, contro lavoratori di un paese che a quel livello di vita e a quel futuro avrebbero pure loro diritto, ma per il momento se li possono soltanto sognare.

Se questa sorta di grande balzo al'indietro è ciò che Marchionne intende per modernizzazione delle relazioni industriali in Italia, vengono un paio di dubbi. Non diversamente dal 2006, il costo del lavoro in un´industria altamente automatizzata come l'auto rappresenta il 7-8 per cento del costo complessivo di fabbricazione. Portando la produzione da Mirafiori a Kragijevac, dove il costo del lavoro è meno della metà, la Fiat può quindi pensare di risparmiare al massimo tre o quattro punti sul costo totale. Ma se intende affrontare tutti i problemi sociali, sindacali e politici che dalla sua decisione deriverebbero per conseguire un risparmio così limitato, ciò significa che le sue previsioni di espansione produttiva, di vendite e di bilancio sono assai meno rosee di quelle che lo stesso amministratore delegato ha dato a intendere nei mesi scorsi.

E questo dubbio ne alimenta un altro: che il vero obbiettivo non sia la riduzione del costo del lavoro, sebbene questo appaia evidente, bensì la realizzazione di una fabbrica dove regnano ordine, disciplina, acquiescenza assoluta agli ordini dei capi. Dove, in altre parole, il sindacato non solo assume vesti moderne, ma semplicemente non esiste, o non fiata. Magari ci verrà detto ancora una volta che questo è un obbiettivo che la globalizzazione impone. Può essere, anche se le pretese di quest'ultima cominciano ad apparire esagerate. Quel che è certo è che si tratta di un preoccupante indicatore politico.

Fonte:MicroMega

.

Boscoreale in attesa di Ricciarelli si prega la Madonna



Una notte d’estate a Boscoreale, in provincia di Korogocho. Mentre sto scrivendo, il tanfo della discarica di Terzigno sta entrando nella mia stanza e mi trovo in una casa situata a cento metri dalla casa comunale di Boscoreale.

Dovrei chiudere la finestra, ma sento caldo e allora decido di lasciarla aperta e di sopportare i miasmi anche se mi viene quasi da vomitare.

Boscoreale in attesa di Ricciarelli si prega la Madonna
Fino a qualche settimana fa, ho partecipato attivamente alle proteste contro la discarica che da circa un anno è entrata prepotentemente nella vita di tutti i cittadini alle falde del Vesuvio.

In quest’ultimo periodo mi sono fermato a riflettere su come la lotta possa incidere contro questa grave barbarie dello Stato.

La prima domanda che mi sono posto e che si sono posta tutti: ma questi al Governo sono dei pazzi? Aprono le discariche a ridosso di centri abitati.

Poi ho immaginato, se io fossi la Ditta incaricata di portare i rifiuti in discarica, potendo influenzare il mondo politico, chiederei ai Rappresentanti del popolo, di aprire una discarica il più vicino possibile ai Comuni, così i camion della raccolta non dovranno fare centinaia di chilometri. Poi gli chiedo di non far fare una efficace raccolta differenziata, così approfitto dei miasmi e posso portare in discarica un poco di tutto, anche i rifiuti tossici più puzzolenti. Il guadagno diventa massimo con il minimo sforzo, dandomi modo di poter meglio apparecchiare la tavola tecnica, pardon, il tavolo tecnico e sono sicuro che nessuno vorrà rinunciare a prendere posto.

Partendo da queste mie considerazioni e vedendo che nonostante i disagi arrecati alla salute di intere popolazioni, il servizio sanitario non interviene, e poi che, davanti alle immagini trasmesse durante la visita della Commissione europea in discarica, con il ritrovamento di rifiuti non compatibili con quanto autorizzato, la Magistratura non interviene con un sequestro della discarica per fare i dovuti accertamenti, e poi che la Polizia disperde i manifestanti che avevano osato ribellarsi al sopruso di Stato, ho tratto le dovute conclusioni e cioè che le opzioni che restano a un cittadino pacifico, senza precedenti penali, sono solo due: restare e soffrire sopportando la violenza dello Stato o scappare via da questa Nazione corrotta.

Io resto perchè non ho più l’età, però a modo mio protesto pacificamente, non mi reco più a votare, già dal 2008, poiché non mi ritengo più un cittadino e non credo in questa finta democrazia che oggi è al potere.

In quell’anno ho denunciato, alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, i Commissari Prefettizi che governavano il mio Comune in nome dello Stato, essi non attuavano in pieno il Regolamento Comunale di Igiene Urbana, non sostituivano le campane danneggiate, non le incrementavano, non le facevano svuotare con puntualità e non realizzavano quella piattaforma ecologica che ancora oggi è un miraggio, però in compenso portarono a conclusione tutti gli appalti dell’Amministrazione sciolta, giusto per non dispiacere a nessuno.

Penso che la Magistratura abbia archiviato la mia denuncia, poiché lo Stato non può condannare sé stesso.

Vincenzo Martire da Boscoreale provincia di Korogocho.

Fonte:Agoravox

Leggi tutto »


Una notte d’estate a Boscoreale, in provincia di Korogocho. Mentre sto scrivendo, il tanfo della discarica di Terzigno sta entrando nella mia stanza e mi trovo in una casa situata a cento metri dalla casa comunale di Boscoreale.

Dovrei chiudere la finestra, ma sento caldo e allora decido di lasciarla aperta e di sopportare i miasmi anche se mi viene quasi da vomitare.

Boscoreale in attesa di Ricciarelli si prega la Madonna
Fino a qualche settimana fa, ho partecipato attivamente alle proteste contro la discarica che da circa un anno è entrata prepotentemente nella vita di tutti i cittadini alle falde del Vesuvio.

In quest’ultimo periodo mi sono fermato a riflettere su come la lotta possa incidere contro questa grave barbarie dello Stato.

La prima domanda che mi sono posto e che si sono posta tutti: ma questi al Governo sono dei pazzi? Aprono le discariche a ridosso di centri abitati.

Poi ho immaginato, se io fossi la Ditta incaricata di portare i rifiuti in discarica, potendo influenzare il mondo politico, chiederei ai Rappresentanti del popolo, di aprire una discarica il più vicino possibile ai Comuni, così i camion della raccolta non dovranno fare centinaia di chilometri. Poi gli chiedo di non far fare una efficace raccolta differenziata, così approfitto dei miasmi e posso portare in discarica un poco di tutto, anche i rifiuti tossici più puzzolenti. Il guadagno diventa massimo con il minimo sforzo, dandomi modo di poter meglio apparecchiare la tavola tecnica, pardon, il tavolo tecnico e sono sicuro che nessuno vorrà rinunciare a prendere posto.

Partendo da queste mie considerazioni e vedendo che nonostante i disagi arrecati alla salute di intere popolazioni, il servizio sanitario non interviene, e poi che, davanti alle immagini trasmesse durante la visita della Commissione europea in discarica, con il ritrovamento di rifiuti non compatibili con quanto autorizzato, la Magistratura non interviene con un sequestro della discarica per fare i dovuti accertamenti, e poi che la Polizia disperde i manifestanti che avevano osato ribellarsi al sopruso di Stato, ho tratto le dovute conclusioni e cioè che le opzioni che restano a un cittadino pacifico, senza precedenti penali, sono solo due: restare e soffrire sopportando la violenza dello Stato o scappare via da questa Nazione corrotta.

Io resto perchè non ho più l’età, però a modo mio protesto pacificamente, non mi reco più a votare, già dal 2008, poiché non mi ritengo più un cittadino e non credo in questa finta democrazia che oggi è al potere.

In quell’anno ho denunciato, alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, i Commissari Prefettizi che governavano il mio Comune in nome dello Stato, essi non attuavano in pieno il Regolamento Comunale di Igiene Urbana, non sostituivano le campane danneggiate, non le incrementavano, non le facevano svuotare con puntualità e non realizzavano quella piattaforma ecologica che ancora oggi è un miraggio, però in compenso portarono a conclusione tutti gli appalti dell’Amministrazione sciolta, giusto per non dispiacere a nessuno.

Penso che la Magistratura abbia archiviato la mia denuncia, poiché lo Stato non può condannare sé stesso.

Vincenzo Martire da Boscoreale provincia di Korogocho.

Fonte:Agoravox

Berlusconi e massoneria: "rapporti mai cessati, l'anello di congiuzione era Carboni" - G.Magaldi


http://www.youtube.com/watch?v=HTrSvJOTDIw


Intervista a Gioele Magaldi, massone del Grande Oriente d'Italia Democratico, durante la puntata del 22/07/2010 de "La Zanzara", il programma radiofonico di Giuseppe Cruciani su Radio24.

Puntata integrale de "La Zanzara": http://www.grandeoriente-democratico....
Sito web di Gioele Magaldi: http://www.grandeoriente-democratico....

.
Leggi tutto »

http://www.youtube.com/watch?v=HTrSvJOTDIw


Intervista a Gioele Magaldi, massone del Grande Oriente d'Italia Democratico, durante la puntata del 22/07/2010 de "La Zanzara", il programma radiofonico di Giuseppe Cruciani su Radio24.

Puntata integrale de "La Zanzara": http://www.grandeoriente-democratico....
Sito web di Gioele Magaldi: http://www.grandeoriente-democratico....

.

«Marchionne ormai tratta Mirafiori come Tychy o Kragujevac»



di ANTONIO SCIOTTO (IL MANIFESTO del 23 LUGLIO 2010)
A Mirafiori adesso è arrivata la paura. E la rabbia. Gli operai hanno saputo ieri, da un'intervista, che l'ad Fiat Sergio Marchionne non vuole più produrre i nuovi modelli L0 e L1 (non hanno ancora dei nomi per il pubblico) a Torino, ma che andrà a farli in Serbia. «E dire che ancora il 21 aprile scorso, e nei successivi incontri, dava quella produzione proprio a Mirafiori - protesta Giorgio Airaudo, neo segretario nazionale Fiom, ma ancora segretario Fiom del Piemonte - Invece oggi Marchionne cambia una parte importante della Fabbrica Italia, il nuovo piano di sviluppo da lui stesso concepito, e ce lo comuinica praticamente via sms: con un'intervista. Fino a due anni fa, quando inaugurò qui la Cinquecento costruita in Polonia, non avrebbe mai fatto uscire una notizia così senza prima parlare con il sindaco di Torino e il presidente della Regione, senza incontrare i sindacati. Dice tutto il primo cda tenuto negli Usa: ormai Mirafiori, la culla del gruppo, viene trattata come un qualunque stabilimento estero, da Tychy in Polonia alla serba Kragujevac». Le tute blu della «gloriosa» Mirafiori non si sentono più al centro dell'impero Fiat, ma dopo l'alleanza con l'americana Chrysler, e lo sviluppo in Usa, Russia, i legami in Cina e in India, portati avanti dall'ambizioso Marchionne, si vedono sospinte ai margini. E scorgono una grande nube nera sul loro futuro. Sono in tutto 16 mila a lavorare nel «perimetro Fiat» torinese, ma i dipendenti diretti della multinazionale sono 11 mila. Cinquemila sono amministrativi negli Enti Centrali, altrettanti stanno alle linee delle Carrozzerie, dove si assemblano le auto. Ma poi ci sono gli operai delle Presse, le Costruzioni Stampi... Insomma un pezzo di storia del Piemonte e dell'Italia, oggi tutto da riscrivere. Al momento, le auto prodotte sono tutte in esaurimento, da qui a massimo due anni, anche se alcuni modelli non hanno esplicitata una «data di scadenza»: sono la Multipla, la Idea e la Musa, la Mito e la vecchia Punto, quella che i torinesi chiamano volgarmente la «povera», per distinguerla dalla Grande Punto. La L0 e la L1 avrebbero immesso nuova linfa per gli anni a venire, «e anzi - riprende Airaudo - non sarebbero bastati solo quei due modelli per saturare l'impianto, noi ne avremmo voluto almeno un altro. Ma ora che pure loro non ci sono più, davvero la Fiat ci deve dire cosa verrà portato a Torino». Tra l'altro oggi a Mirafiori si fa già tanta cassa, e con questa fuga inaspettata verso la Serbia, certamente aumenterà. «La decisione sembra presa, qui non ci viene posto il "ricatto" di Pomigliano - conclude Airaudo -La verità è che la Fiat, sul piano dei prodotti, è indietro ai concorrenti europei, che metteranno sul mercato i nuovi modelli già da settembre. Marchionne vuole aspettare, e intanto competere sui costi del lavoro. Ma non ci si può chiedere di offrire le condizioni serbe: salari di 400 euro mensili e niente tasse per dieci anni; senza contare che l'area viene ceduta ed è stata bonificata dal governo serbo, con soldi anche della Bce. Mentre da noi il governo non ha uno straccio di politica industriale».
Leggi tutto »


di ANTONIO SCIOTTO (IL MANIFESTO del 23 LUGLIO 2010)
A Mirafiori adesso è arrivata la paura. E la rabbia. Gli operai hanno saputo ieri, da un'intervista, che l'ad Fiat Sergio Marchionne non vuole più produrre i nuovi modelli L0 e L1 (non hanno ancora dei nomi per il pubblico) a Torino, ma che andrà a farli in Serbia. «E dire che ancora il 21 aprile scorso, e nei successivi incontri, dava quella produzione proprio a Mirafiori - protesta Giorgio Airaudo, neo segretario nazionale Fiom, ma ancora segretario Fiom del Piemonte - Invece oggi Marchionne cambia una parte importante della Fabbrica Italia, il nuovo piano di sviluppo da lui stesso concepito, e ce lo comuinica praticamente via sms: con un'intervista. Fino a due anni fa, quando inaugurò qui la Cinquecento costruita in Polonia, non avrebbe mai fatto uscire una notizia così senza prima parlare con il sindaco di Torino e il presidente della Regione, senza incontrare i sindacati. Dice tutto il primo cda tenuto negli Usa: ormai Mirafiori, la culla del gruppo, viene trattata come un qualunque stabilimento estero, da Tychy in Polonia alla serba Kragujevac». Le tute blu della «gloriosa» Mirafiori non si sentono più al centro dell'impero Fiat, ma dopo l'alleanza con l'americana Chrysler, e lo sviluppo in Usa, Russia, i legami in Cina e in India, portati avanti dall'ambizioso Marchionne, si vedono sospinte ai margini. E scorgono una grande nube nera sul loro futuro. Sono in tutto 16 mila a lavorare nel «perimetro Fiat» torinese, ma i dipendenti diretti della multinazionale sono 11 mila. Cinquemila sono amministrativi negli Enti Centrali, altrettanti stanno alle linee delle Carrozzerie, dove si assemblano le auto. Ma poi ci sono gli operai delle Presse, le Costruzioni Stampi... Insomma un pezzo di storia del Piemonte e dell'Italia, oggi tutto da riscrivere. Al momento, le auto prodotte sono tutte in esaurimento, da qui a massimo due anni, anche se alcuni modelli non hanno esplicitata una «data di scadenza»: sono la Multipla, la Idea e la Musa, la Mito e la vecchia Punto, quella che i torinesi chiamano volgarmente la «povera», per distinguerla dalla Grande Punto. La L0 e la L1 avrebbero immesso nuova linfa per gli anni a venire, «e anzi - riprende Airaudo - non sarebbero bastati solo quei due modelli per saturare l'impianto, noi ne avremmo voluto almeno un altro. Ma ora che pure loro non ci sono più, davvero la Fiat ci deve dire cosa verrà portato a Torino». Tra l'altro oggi a Mirafiori si fa già tanta cassa, e con questa fuga inaspettata verso la Serbia, certamente aumenterà. «La decisione sembra presa, qui non ci viene posto il "ricatto" di Pomigliano - conclude Airaudo -La verità è che la Fiat, sul piano dei prodotti, è indietro ai concorrenti europei, che metteranno sul mercato i nuovi modelli già da settembre. Marchionne vuole aspettare, e intanto competere sui costi del lavoro. Ma non ci si può chiedere di offrire le condizioni serbe: salari di 400 euro mensili e niente tasse per dieci anni; senza contare che l'area viene ceduta ed è stata bonificata dal governo serbo, con soldi anche della Bce. Mentre da noi il governo non ha uno straccio di politica industriale».

venerdì 23 luglio 2010

L’Europa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarla

Di Daniele Germani

La Catalogna reclama l’indipendenza e nei prossimi mesi si potrebbe aprire una importante crisi diplomatica che rischia di mutare il tessuto sociale e territoriale europeo; per ottenerla è pronta ad inasprire la lotta politica interna ed internazionale.

Barcellona, Girona, Lloret de Mar, Mirò, Gaudì e la Sagrada Familia, il Camp Nou e l’F.C. Barcellona. È molto probabile che la maggior parte degli 4792776055 8fec65eeba LEuropa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarlaitaliani, e non solo, colleghino automaticamente queste città, persone e luoghi direttamente e unicamente alla Spagna; non è del tutto errato, ma non è neanche tutta la verità. I nomi che ho citato possiedono un importante elemento in comune: sono tutti parte della storia, del territorio o della società della Catalogna. E tra Spagna e Catalogna le differenze sono davvero abissali. E attenzione, la Catalogna e la sue ambizioni separatiste poco hanno a che fare con la Padania. Vi spieghiamo anche il perchè.

LA CATALOGNA, QUESTA SCONOSCIUTA – Il territorio che va dai Pirenei mediterranei, compresa la regione sud della Francia con capitale Perpignan, fino a sud, Comunità Valenciana e isole Baleari comprese, nonché la regione sarda di Alghero, ha costituito per centinaia di anni uno stato indipendente e potente, la Catalugna appunto, che ha imposto per secoli il proprio dominio al Mediterraneo, conquistando anche buona parte della penisola italica ed esercitando una massiccia influenza economica e culturale a tutto il meridione d’Italia. Basti considerare che il catalano, la lingua che si parla in Catalogna insieme allo spagnolo, per un lungo periodo fù anche lingua ufficiale dell’ allora Regno delle Due Sicilie. Oggi in Italia è riconosciuta come idioma puro ed è anche lingua ufficiale minoritaria della città di Alghero. Per la comprensione della questione catalana, e il perchè essa sia così importante per la Spagna e soprattutto per la Comunità Europea, senza addentrarci troppo in questioni storiche bisogna però fare un piccolo passo indietro e ripercorrere rapidamente la storia di questa regione. Fino all’11 settembre 1714, giorno della caduta di Barcellona e del Regno di Aragona per mano di Filippo V, che inglobò il territorio catalano in quello che diventerà l’attuale Spagna, la Catalogna fu un vero e proprio stato indipendente, nato quasi un millennio prima, nel X secolo, per mano di Vilfredo I. La conquista spagnola della Catalogna si protrasse fino al 1932, quando essa, dopo la caduta del dittatore Primo de Ribera, si dichiarò autonoma. Nel 1939 il dittatore Franco conquistò ancora la regione, iniziando una repressione che durò fino alla sua morte, nel 1975. Durante questo arco temporale, i separatisti furono duramente repressi e il sangue catalano scorse a fiumi. La castello-fortezza di Montjuic a Barcellona divenne il triste simbolo della repressione franchista; migliaia di catalani vi furono imprigionati, torturati e uccisi per questioni razziali o solo erano stati sentiti parlare il catalano. La lingua catalana era proibita, tanto più lo erano i simboli e le bandiere catalane; sfidare questo divieto portava direttamente nelle segrete di Montjiuc. La morte del dittatore sapgnolo diede nuova vita alla questione separatista della Catalogna. Il 1977 è ricordato dai catalani come l’anno della prima imponente manifestazione democratica a favore dell’indipendenza. Vi fu una presa di coscienza che diede impulso al primo statuto della regione autonoma della Catalogna, la quale, con la riforma della costituzione spagnola sempre del 1977, potè finalmente ristabilire una sorta di autogoverno. Per più di 30 anni, il governo catalano ha lottato al fine di guadagnare sempre più autonomia, imponendo le proprie forze di polizia (i Mossos d’Esquadra), leggi che regolamentano l’istruzione e la sanità, ma potendo fare poco riguardo l’autonomia economica. Ed è proprio questo il punto cardine dove fa perno la nascente “questione catalana”, e che rischia di incendiare il panorama politico internazionale.

CATALOGNA, IL MOTORE DELLA SPAGNA – Sarebbe riduttivo però parlare di motivazioni essenzialmente economiche alla b4792776401 77c91069a3 LEuropa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarlaase della lotta indipendentista catalana; la regione gode di una unità territoriale e culturale ben definita. La lingua catalana, ad esempio, ha poco in comune con lo spagnolo, ed è considerata dai catalani come lo strumento di integrazione per i popoli che scelgono la Catalogna e Barcellona in particolare come meta della migrazione. Il popolo catalano, a differenza di altri popoli secessionisti ed indipendentisti, non fa differenze etniche e razziali. Catalano lo è chi accetta, assorbe ed apprende lingua, cultura e mentalità locale; inoltre lo è chi approva e appoggia le questioni sociali come l’autonomia e l’unità territoriale, il rispetto per le diversità e l’integrazione, ed infine, è catalano chi, accettato tutto ciò, lavora e vive onestamente in Catalogna. I catalani quindi, a dispetto come detto di altre popolazioni, sono un insieme variegato di lingue e (passateci il termine) di “razze” completamente differenti. Il pensiero del catalano va al di la’ della persona stessa, ma si basa su un principio morale tanto semplice e scontato, quanto raro da incontrare, e cioè che la diversità è forza, e non il contrario. Forse è proprio per il mix di tutte queste ragioni che la Catalogna è diventata nell’arco di 30 anni il vero motore dell’economia spagnola. I numeri, in questo caso, parlano chiaro: più del 20 % del PIL iberico è prodotto in Catalogna, nonostante essa occupi solo per circa il 5 % del territorio spagnolo e che la sua popolazione non superi il 15 % della popolazione totale. Questa predominanza deriva anche da fattori ambientali, oltre che umani, difatti la posizione geografica affacciata sull’alto Mediterraneo e protesa verso l’Europa mediterranea, ha aiutato molto lo sviluppo industriale e soprattutto il terziario, (il settore delle piccole e medie imprese della Catalogna è uno dei più sviluppati di tutta l’Europa) essendo durante l’autarchia franchista una delle mete preferite per l’immigrazione interna, ed ora mondiale.

10 LUGLIO, L’IMPONENTE MANIFESTAZIONE DI BARCELLONA – Sabato 10 Luglio la capitale catalana è stata il teatro della manifestazione più imponente che la città ricordi. Tema dei manifestanti uno solo: indipendenza. Più di un milione di persone, la stessa polizia ha stimato in 1.100.000 il numero dei partecipanti, è scesa per le strade di Barcellona dopo che il Tribunale Costituzionale aveva rispedito al mittente lo Statuto della regione, che tra le altre cose dichiarava la regione come nazione. La rabbia dei cittadini catalani è derivata dal fatto che questa decisione è giuta del tutto inaspettata, dopo che lo Statuto era stato approvato sia dal parlamento di Catalogna che da quello di Madrid, ovvero il governo centrale di Luis Zapatero. Quindi, a sentire i catalani, se è vero che i parlamenti rappresentano i cittadini, allora il Tribunale Costituzionale non ha rispettato la volontà di milioni di persone, sia catalane che spagnole. E il ragionamento, a dirla tutta, non fa una piega.

4793410054 00fb1c568c LEuropa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarlaLE VOCI DEI PROTAGONISTI – La manifestazione è stata totalemente pacifica, e l’isolato gesto di uno squilibrato che ha tentato di aggredire l’attuale presidente della Regione catalana, non ha minimamente influito sul senso della protesta. Durante la manifestazione abbiamo raccolto molte testimonianze di chi era giunto a Barcellona da tutta la Catalogna, e non solo. Ve ne riportiamo alcune, nel tentativo di comprendere meglio le ragioni di questo evento, che tutti, senza eccezione, hanno definito storico. Tra le varie opinioni raccolte, tutte in comune hanno una visione chiara e dal quale nessuno si discosta riguardante l’economia: l’indipendenza è necessaria per il benessere economico della Catalogna che invia a Madrid (noi diremmo a Roma Ladrona) tasse per un valore di 100 e vede ritornare sul territorio solo 10. Ma naturalmente, seppur la questione economica sia di fondamentale importanza, questa rappresenta solamente una delle ragioni per cui i catalani richiedono l’indipendenza. Interessante il commento di Sergi, 25 anni, che vede la manifestazione come un importante palcoscenico internazionale, mediante il quale la causa indipendentista catalana potrà avere maggiore visibilità e urlare all’Europa e al mondo intero che esiste una Nazione catalana. Maica, 60 anni, e Francesc, 65, sono marito e moglie. Manifestano non solo con la loro presenza, ma anche visivamente, sfoggiando bandiere e un ombrello decisamente “indipendentista” (vedi foto), il loro l’orgoglio dell’essere catalani. Mi dicono “Siamo stranieri, catalani, e non siamo spagnoli, perchè lo stato e il Tribunale Costituzionale non ci rappresentano. Attendiamo la nostra libertà e autonomia”. E sentirsi stranieri in terra propria potrebbe essere decisamente poco piacevole.

SECESSIONE O FEDERALISMO? - Da anni in Catalogna si dibatte su che tipo di indipendenza e autonomia attuare. Delle due correnti di pensiero che vanno per la maggiore, l’una è secessionista, l’altra federalista. Molte persone ci dicono che dopo la bocciatura dello Statuto si sono sentite profondamente offese, moralmente violentate, e che se prima avrebbero accettato di buon grado anche un’autonomia su base di stato federale alla tedesca. “Comprendiamo che per 30 anni lo stato spagnolo ci ha preso in giro. Ora è il momento di reagire.” dice Arantxa. Dello stesso avviso anche Aslane, 35 anni, “Oggi ti direi secessione. Quello che è accaduto è incredibile. Due parlamenti che approvano una decisione di un popolo intero e poi un Tribunale di retaggio franchista boccia tutto. È qualcosa di inaccettabile”. Illuminante poi una sua dichiarazione che ci aiuta a comprendere meglio il popolo spagnolo: “da noi si dice ’sei come la spada toledana’, cioè fatta di un acciaio durissimo che non si spezza mai, se non quando il colpo è troppo forte. Ecco, il governo di Madrid sta cercando di spezzare questo acciaio, ma la strada sarà davvero lunga. E ora diciamo prou, basta!”. E aggiunge: “La Catalogna è più europeista della Spagna. Ma noi non volevamo uno stato, volevamo soltanto essere indipendenti. E chiedo a Madrid: ma perchè ce l’avete con noi?”. Forse perchè se ad un’automobile togli il motore, questa si ferma e inizia a fare la ruggine. Ma forse le motivazioni sono più complesse.

COSA NE SARÀ DELLA CATALUGNA– Irene, 30 anni, è di avviso diverso sulla questione indipendenza, o meglio, rigurado l’autonomia della Catalogna. Dice ”Io credo nella possibilità di creare uno stato federale dove possano convivere diverse nazionalità, che siano catalane, basche o galiziane fa poca differenze, ma che siano gestite autonomamente, con la possibilità di mutuo soccorso in caso di bisogno. L’union4793410184 113759a5a9 LEuropa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarlae della diversità fa la forza”. Quindi indipendenza a tutti i costi, ma non a costo della divisione del territorio nazionale. Conclude con una dichiarazione che poi alla fine svela il perchè più di un milione di persone stiano manifestando con tanto fervore: ”Il sentimento catalano è qualcosa di piú che una lingua, un territorio, una danza; è qualcosa che si porta e si sente a pelle e si vede rinforzato ogni volta che qualcuno lo discute o tratta di bloccarlo o di distruggerlo. E facendo cosí, invece, provoca l’effetto contrario: prendiamo ancora piú conscenza di quello che significa e lo difendiamo a morte”. Insomma, qualcosa che va ben oltre i numeri, i soldi e le tasse che non tornano. La Catalogna si sente Nazione, qualcuno addirittura la sente già come Stato, tanto da aver organizzato la selezione nazionale di Catalogna, che, tanto per precisare, sarebbe composta per la quasi totalità da quei giocatori che domenica sera si laureati Campioni del Mondo in Sudafrica. Uno stato a se, o federale, però poco conta. Quello che conta davvero è che qualcosa avvenga, che questa manifestazione inneschi qualcosa di più grande che un semplice dibattito politico. Lo sperano tutti. Alcuni, come Luisa, 30 anni, sono scettici che qualcosa possa cambiare in breve tempo. “ A Madrid” dice “domani (domenica 11 Luglio, nda) si parlerà soltanto della finale Mondiale. E chi parlerà di questa manifestazione lo farà solo in tono denigratorio” cosa che in effetti è avvenuta, seppur in parte e solo da una piccola parte della stampa spagnola. La speranza di Mari, 75 anni, è che “L’unione questa volta faccia la forza. Io ho 75 anni ma sono qui, anche per una mia amica che è malata”.

UNA LUNGA LOTTA - La manifestazione si conclude solo quando ormai è sera inoltrata. Lascia molta speranza nel popolo catalano, nell’autodeterminazione del proprio territorio ad una indipendenza questa volta reale e senza compromessi. Il prossimo ottobre si voterà il nuovo parlamento e Convergenza e Unione, il partito che ha governato la regione per 23 anni sino al 2003, sembra favorito per la riconquista del potere politico. Leggendo i giornali locali, sembra che il livello di scontro politico si alzerà e che questa volta la Catalogna non resterà a guardare e ad aspettare che il suo futuro venga costruito da altri. Si parla di disobbedienza civile, ma non vengono esplicate le eventuali modalità di protesta. Su una cosa i catalani sono tutti d’accordo: no a qualsiasi forma di violenza. Se indipendenza sarà, sarà pacifica. “La lucha serà larga”, la lotta sarà lunga, affermano quasi tutti, ma la determinazione che abbiamo visto negli occhi di chi, famiglie con bambini, giovani e anziani, catalani da sette generazioni e catalani invece per passione, ha manifestato era davvero intensa. Per la Catalogna si apre un periodo importante e l’Europa non potrà certamente snobbare la “questione catalana”. La partita, insomma, è aperta. E che vinca non il migliore, ma il buonsenso.

Con la collaborazione di Irene Palazón Bellver

foto di Linda Marengo


Fonte:Giornalettismo


.

Leggi tutto »
Di Daniele Germani

La Catalogna reclama l’indipendenza e nei prossimi mesi si potrebbe aprire una importante crisi diplomatica che rischia di mutare il tessuto sociale e territoriale europeo; per ottenerla è pronta ad inasprire la lotta politica interna ed internazionale.

Barcellona, Girona, Lloret de Mar, Mirò, Gaudì e la Sagrada Familia, il Camp Nou e l’F.C. Barcellona. È molto probabile che la maggior parte degli 4792776055 8fec65eeba LEuropa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarlaitaliani, e non solo, colleghino automaticamente queste città, persone e luoghi direttamente e unicamente alla Spagna; non è del tutto errato, ma non è neanche tutta la verità. I nomi che ho citato possiedono un importante elemento in comune: sono tutti parte della storia, del territorio o della società della Catalogna. E tra Spagna e Catalogna le differenze sono davvero abissali. E attenzione, la Catalogna e la sue ambizioni separatiste poco hanno a che fare con la Padania. Vi spieghiamo anche il perchè.

LA CATALOGNA, QUESTA SCONOSCIUTA – Il territorio che va dai Pirenei mediterranei, compresa la regione sud della Francia con capitale Perpignan, fino a sud, Comunità Valenciana e isole Baleari comprese, nonché la regione sarda di Alghero, ha costituito per centinaia di anni uno stato indipendente e potente, la Catalugna appunto, che ha imposto per secoli il proprio dominio al Mediterraneo, conquistando anche buona parte della penisola italica ed esercitando una massiccia influenza economica e culturale a tutto il meridione d’Italia. Basti considerare che il catalano, la lingua che si parla in Catalogna insieme allo spagnolo, per un lungo periodo fù anche lingua ufficiale dell’ allora Regno delle Due Sicilie. Oggi in Italia è riconosciuta come idioma puro ed è anche lingua ufficiale minoritaria della città di Alghero. Per la comprensione della questione catalana, e il perchè essa sia così importante per la Spagna e soprattutto per la Comunità Europea, senza addentrarci troppo in questioni storiche bisogna però fare un piccolo passo indietro e ripercorrere rapidamente la storia di questa regione. Fino all’11 settembre 1714, giorno della caduta di Barcellona e del Regno di Aragona per mano di Filippo V, che inglobò il territorio catalano in quello che diventerà l’attuale Spagna, la Catalogna fu un vero e proprio stato indipendente, nato quasi un millennio prima, nel X secolo, per mano di Vilfredo I. La conquista spagnola della Catalogna si protrasse fino al 1932, quando essa, dopo la caduta del dittatore Primo de Ribera, si dichiarò autonoma. Nel 1939 il dittatore Franco conquistò ancora la regione, iniziando una repressione che durò fino alla sua morte, nel 1975. Durante questo arco temporale, i separatisti furono duramente repressi e il sangue catalano scorse a fiumi. La castello-fortezza di Montjuic a Barcellona divenne il triste simbolo della repressione franchista; migliaia di catalani vi furono imprigionati, torturati e uccisi per questioni razziali o solo erano stati sentiti parlare il catalano. La lingua catalana era proibita, tanto più lo erano i simboli e le bandiere catalane; sfidare questo divieto portava direttamente nelle segrete di Montjiuc. La morte del dittatore sapgnolo diede nuova vita alla questione separatista della Catalogna. Il 1977 è ricordato dai catalani come l’anno della prima imponente manifestazione democratica a favore dell’indipendenza. Vi fu una presa di coscienza che diede impulso al primo statuto della regione autonoma della Catalogna, la quale, con la riforma della costituzione spagnola sempre del 1977, potè finalmente ristabilire una sorta di autogoverno. Per più di 30 anni, il governo catalano ha lottato al fine di guadagnare sempre più autonomia, imponendo le proprie forze di polizia (i Mossos d’Esquadra), leggi che regolamentano l’istruzione e la sanità, ma potendo fare poco riguardo l’autonomia economica. Ed è proprio questo il punto cardine dove fa perno la nascente “questione catalana”, e che rischia di incendiare il panorama politico internazionale.

CATALOGNA, IL MOTORE DELLA SPAGNA – Sarebbe riduttivo però parlare di motivazioni essenzialmente economiche alla b4792776401 77c91069a3 LEuropa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarlaase della lotta indipendentista catalana; la regione gode di una unità territoriale e culturale ben definita. La lingua catalana, ad esempio, ha poco in comune con lo spagnolo, ed è considerata dai catalani come lo strumento di integrazione per i popoli che scelgono la Catalogna e Barcellona in particolare come meta della migrazione. Il popolo catalano, a differenza di altri popoli secessionisti ed indipendentisti, non fa differenze etniche e razziali. Catalano lo è chi accetta, assorbe ed apprende lingua, cultura e mentalità locale; inoltre lo è chi approva e appoggia le questioni sociali come l’autonomia e l’unità territoriale, il rispetto per le diversità e l’integrazione, ed infine, è catalano chi, accettato tutto ciò, lavora e vive onestamente in Catalogna. I catalani quindi, a dispetto come detto di altre popolazioni, sono un insieme variegato di lingue e (passateci il termine) di “razze” completamente differenti. Il pensiero del catalano va al di la’ della persona stessa, ma si basa su un principio morale tanto semplice e scontato, quanto raro da incontrare, e cioè che la diversità è forza, e non il contrario. Forse è proprio per il mix di tutte queste ragioni che la Catalogna è diventata nell’arco di 30 anni il vero motore dell’economia spagnola. I numeri, in questo caso, parlano chiaro: più del 20 % del PIL iberico è prodotto in Catalogna, nonostante essa occupi solo per circa il 5 % del territorio spagnolo e che la sua popolazione non superi il 15 % della popolazione totale. Questa predominanza deriva anche da fattori ambientali, oltre che umani, difatti la posizione geografica affacciata sull’alto Mediterraneo e protesa verso l’Europa mediterranea, ha aiutato molto lo sviluppo industriale e soprattutto il terziario, (il settore delle piccole e medie imprese della Catalogna è uno dei più sviluppati di tutta l’Europa) essendo durante l’autarchia franchista una delle mete preferite per l’immigrazione interna, ed ora mondiale.

10 LUGLIO, L’IMPONENTE MANIFESTAZIONE DI BARCELLONA – Sabato 10 Luglio la capitale catalana è stata il teatro della manifestazione più imponente che la città ricordi. Tema dei manifestanti uno solo: indipendenza. Più di un milione di persone, la stessa polizia ha stimato in 1.100.000 il numero dei partecipanti, è scesa per le strade di Barcellona dopo che il Tribunale Costituzionale aveva rispedito al mittente lo Statuto della regione, che tra le altre cose dichiarava la regione come nazione. La rabbia dei cittadini catalani è derivata dal fatto che questa decisione è giuta del tutto inaspettata, dopo che lo Statuto era stato approvato sia dal parlamento di Catalogna che da quello di Madrid, ovvero il governo centrale di Luis Zapatero. Quindi, a sentire i catalani, se è vero che i parlamenti rappresentano i cittadini, allora il Tribunale Costituzionale non ha rispettato la volontà di milioni di persone, sia catalane che spagnole. E il ragionamento, a dirla tutta, non fa una piega.

4793410054 00fb1c568c LEuropa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarlaLE VOCI DEI PROTAGONISTI – La manifestazione è stata totalemente pacifica, e l’isolato gesto di uno squilibrato che ha tentato di aggredire l’attuale presidente della Regione catalana, non ha minimamente influito sul senso della protesta. Durante la manifestazione abbiamo raccolto molte testimonianze di chi era giunto a Barcellona da tutta la Catalogna, e non solo. Ve ne riportiamo alcune, nel tentativo di comprendere meglio le ragioni di questo evento, che tutti, senza eccezione, hanno definito storico. Tra le varie opinioni raccolte, tutte in comune hanno una visione chiara e dal quale nessuno si discosta riguardante l’economia: l’indipendenza è necessaria per il benessere economico della Catalogna che invia a Madrid (noi diremmo a Roma Ladrona) tasse per un valore di 100 e vede ritornare sul territorio solo 10. Ma naturalmente, seppur la questione economica sia di fondamentale importanza, questa rappresenta solamente una delle ragioni per cui i catalani richiedono l’indipendenza. Interessante il commento di Sergi, 25 anni, che vede la manifestazione come un importante palcoscenico internazionale, mediante il quale la causa indipendentista catalana potrà avere maggiore visibilità e urlare all’Europa e al mondo intero che esiste una Nazione catalana. Maica, 60 anni, e Francesc, 65, sono marito e moglie. Manifestano non solo con la loro presenza, ma anche visivamente, sfoggiando bandiere e un ombrello decisamente “indipendentista” (vedi foto), il loro l’orgoglio dell’essere catalani. Mi dicono “Siamo stranieri, catalani, e non siamo spagnoli, perchè lo stato e il Tribunale Costituzionale non ci rappresentano. Attendiamo la nostra libertà e autonomia”. E sentirsi stranieri in terra propria potrebbe essere decisamente poco piacevole.

SECESSIONE O FEDERALISMO? - Da anni in Catalogna si dibatte su che tipo di indipendenza e autonomia attuare. Delle due correnti di pensiero che vanno per la maggiore, l’una è secessionista, l’altra federalista. Molte persone ci dicono che dopo la bocciatura dello Statuto si sono sentite profondamente offese, moralmente violentate, e che se prima avrebbero accettato di buon grado anche un’autonomia su base di stato federale alla tedesca. “Comprendiamo che per 30 anni lo stato spagnolo ci ha preso in giro. Ora è il momento di reagire.” dice Arantxa. Dello stesso avviso anche Aslane, 35 anni, “Oggi ti direi secessione. Quello che è accaduto è incredibile. Due parlamenti che approvano una decisione di un popolo intero e poi un Tribunale di retaggio franchista boccia tutto. È qualcosa di inaccettabile”. Illuminante poi una sua dichiarazione che ci aiuta a comprendere meglio il popolo spagnolo: “da noi si dice ’sei come la spada toledana’, cioè fatta di un acciaio durissimo che non si spezza mai, se non quando il colpo è troppo forte. Ecco, il governo di Madrid sta cercando di spezzare questo acciaio, ma la strada sarà davvero lunga. E ora diciamo prou, basta!”. E aggiunge: “La Catalogna è più europeista della Spagna. Ma noi non volevamo uno stato, volevamo soltanto essere indipendenti. E chiedo a Madrid: ma perchè ce l’avete con noi?”. Forse perchè se ad un’automobile togli il motore, questa si ferma e inizia a fare la ruggine. Ma forse le motivazioni sono più complesse.

COSA NE SARÀ DELLA CATALUGNA– Irene, 30 anni, è di avviso diverso sulla questione indipendenza, o meglio, rigurado l’autonomia della Catalogna. Dice ”Io credo nella possibilità di creare uno stato federale dove possano convivere diverse nazionalità, che siano catalane, basche o galiziane fa poca differenze, ma che siano gestite autonomamente, con la possibilità di mutuo soccorso in caso di bisogno. L’union4793410184 113759a5a9 LEuropa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarlae della diversità fa la forza”. Quindi indipendenza a tutti i costi, ma non a costo della divisione del territorio nazionale. Conclude con una dichiarazione che poi alla fine svela il perchè più di un milione di persone stiano manifestando con tanto fervore: ”Il sentimento catalano è qualcosa di piú che una lingua, un territorio, una danza; è qualcosa che si porta e si sente a pelle e si vede rinforzato ogni volta che qualcuno lo discute o tratta di bloccarlo o di distruggerlo. E facendo cosí, invece, provoca l’effetto contrario: prendiamo ancora piú conscenza di quello che significa e lo difendiamo a morte”. Insomma, qualcosa che va ben oltre i numeri, i soldi e le tasse che non tornano. La Catalogna si sente Nazione, qualcuno addirittura la sente già come Stato, tanto da aver organizzato la selezione nazionale di Catalogna, che, tanto per precisare, sarebbe composta per la quasi totalità da quei giocatori che domenica sera si laureati Campioni del Mondo in Sudafrica. Uno stato a se, o federale, però poco conta. Quello che conta davvero è che qualcosa avvenga, che questa manifestazione inneschi qualcosa di più grande che un semplice dibattito politico. Lo sperano tutti. Alcuni, come Luisa, 30 anni, sono scettici che qualcosa possa cambiare in breve tempo. “ A Madrid” dice “domani (domenica 11 Luglio, nda) si parlerà soltanto della finale Mondiale. E chi parlerà di questa manifestazione lo farà solo in tono denigratorio” cosa che in effetti è avvenuta, seppur in parte e solo da una piccola parte della stampa spagnola. La speranza di Mari, 75 anni, è che “L’unione questa volta faccia la forza. Io ho 75 anni ma sono qui, anche per una mia amica che è malata”.

UNA LUNGA LOTTA - La manifestazione si conclude solo quando ormai è sera inoltrata. Lascia molta speranza nel popolo catalano, nell’autodeterminazione del proprio territorio ad una indipendenza questa volta reale e senza compromessi. Il prossimo ottobre si voterà il nuovo parlamento e Convergenza e Unione, il partito che ha governato la regione per 23 anni sino al 2003, sembra favorito per la riconquista del potere politico. Leggendo i giornali locali, sembra che il livello di scontro politico si alzerà e che questa volta la Catalogna non resterà a guardare e ad aspettare che il suo futuro venga costruito da altri. Si parla di disobbedienza civile, ma non vengono esplicate le eventuali modalità di protesta. Su una cosa i catalani sono tutti d’accordo: no a qualsiasi forma di violenza. Se indipendenza sarà, sarà pacifica. “La lucha serà larga”, la lotta sarà lunga, affermano quasi tutti, ma la determinazione che abbiamo visto negli occhi di chi, famiglie con bambini, giovani e anziani, catalani da sette generazioni e catalani invece per passione, ha manifestato era davvero intensa. Per la Catalogna si apre un periodo importante e l’Europa non potrà certamente snobbare la “questione catalana”. La partita, insomma, è aperta. E che vinca non il migliore, ma il buonsenso.

Con la collaborazione di Irene Palazón Bellver

foto di Linda Marengo


Fonte:Giornalettismo


.

giovedì 22 luglio 2010

Colonialismo «cavouriano» e storie di briganti a Santa Marinella


Di Maurizio Carbona

Durante l’ascesa dell’Italia, il cinema e l’Eiar, poi la Rai-Tv, hanno rispecchiato la patria; durante il declino, le tv private hanno rispecchiato il paese. Morale: la storia è quasi sparita dalle immagini cinematografiche e tv, mentre vi ha dilagato la cronaca, spesso nera. A questa rimozione della cultura tenta di rimediare, nel suo piccolo, il Festival di Santa Marinella, che domenica prossima aprirà la decima edizione presentando Briganti! di Pasquale Squitieri, con l’intervento del regista. E che si chiuderà il primo agosto con Il brigante di Tacca del Lupo di Pietro Germi. Sono film di opposta prospettiva - meridionale il primo, settentrionale il secondo -, ma accomunati dalla critica del compimento dell’unità nazionale. Per Ernesto Nicosia, direttore del Festival, «sono i vincitori a scrivere la Storia. Quindi l’impresa garibaldina, che ha unito l’Italia, ci è stata tramandata con la retorica dell’epoca, secondo una concezione dello Stato e della società cattolica-liberale, voluta da Cavour e Rosmini, nel desiderio di celebrare i potenti e nella necessità di emarginare il pensiero mazziniano, che aveva un’altra ipotesi unitaria. Ci fu dunque il sovrapporsi di un nord industriale e pragmatico a un sud agricolo e capace di grandi sacrifici. Le due realtà avrebbero potuto integrarsi ed arricchirsi; ma i conquistatori applicarono criteri colonialisti, creando guasti i cui esiti si perpetuano oggi». Prosegue Nicosia: «L’utilizzo di un unico modello a realtà economiche e sociali diverse comportò problemi tuttora irrisolti. Una disciplina intransigente, quasi militare e il richiamo a uno Stato, per i cittadini ex-borbonici, lontano e non identificabile, imposti manu militari, parvero una violenza, che si sommava a altre violenze e deludeva attese e promesse. E se da un lato alcuni si ribellarono ai nuovi padroni, le popolazioni videro nei capipopolo, se non i propri rappresentanti, dei “padrini”. L’impreparazione della classe dirigente ai nuovi compiti, l’assenza di una cultura italiana nei piemontesi, l' incomprensione per i problemi delle popolazioni annesse suscitarono la reazione di queste ultime, con la nascita del brigantaggio». Per altre informazioni sul festival, tel. 335.6547394; www.santamarinella.rm.gov.it


-
Leggi tutto »

Di Maurizio Carbona

Durante l’ascesa dell’Italia, il cinema e l’Eiar, poi la Rai-Tv, hanno rispecchiato la patria; durante il declino, le tv private hanno rispecchiato il paese. Morale: la storia è quasi sparita dalle immagini cinematografiche e tv, mentre vi ha dilagato la cronaca, spesso nera. A questa rimozione della cultura tenta di rimediare, nel suo piccolo, il Festival di Santa Marinella, che domenica prossima aprirà la decima edizione presentando Briganti! di Pasquale Squitieri, con l’intervento del regista. E che si chiuderà il primo agosto con Il brigante di Tacca del Lupo di Pietro Germi. Sono film di opposta prospettiva - meridionale il primo, settentrionale il secondo -, ma accomunati dalla critica del compimento dell’unità nazionale. Per Ernesto Nicosia, direttore del Festival, «sono i vincitori a scrivere la Storia. Quindi l’impresa garibaldina, che ha unito l’Italia, ci è stata tramandata con la retorica dell’epoca, secondo una concezione dello Stato e della società cattolica-liberale, voluta da Cavour e Rosmini, nel desiderio di celebrare i potenti e nella necessità di emarginare il pensiero mazziniano, che aveva un’altra ipotesi unitaria. Ci fu dunque il sovrapporsi di un nord industriale e pragmatico a un sud agricolo e capace di grandi sacrifici. Le due realtà avrebbero potuto integrarsi ed arricchirsi; ma i conquistatori applicarono criteri colonialisti, creando guasti i cui esiti si perpetuano oggi». Prosegue Nicosia: «L’utilizzo di un unico modello a realtà economiche e sociali diverse comportò problemi tuttora irrisolti. Una disciplina intransigente, quasi militare e il richiamo a uno Stato, per i cittadini ex-borbonici, lontano e non identificabile, imposti manu militari, parvero una violenza, che si sommava a altre violenze e deludeva attese e promesse. E se da un lato alcuni si ribellarono ai nuovi padroni, le popolazioni videro nei capipopolo, se non i propri rappresentanti, dei “padrini”. L’impreparazione della classe dirigente ai nuovi compiti, l’assenza di una cultura italiana nei piemontesi, l' incomprensione per i problemi delle popolazioni annesse suscitarono la reazione di queste ultime, con la nascita del brigantaggio». Per altre informazioni sul festival, tel. 335.6547394; www.santamarinella.rm.gov.it


-

 
[Privacy]
Design by Free WordPress Themes | Bloggerized by Lasantha - Premium Blogger Themes | Hot Sonakshi Sinha, Car Price in India