giovedì 22 luglio 2010

Rapporto Svimez: al Sud una famiglia su tre è a rischio povertà, una su 5 non può permettersi cure mediche...Caro Presidente, il Sud è una polveriera!


Leggendo i dati dell'ultimo rapporto Svimez del 2010, vengono i brividi...riporto l'articolo del Corriere:

Una famiglia meridionale su cinque non ha i soldi per andare dal medico e sempre una su cinque non si può permettere di pagare il riscaldamento. Lo rivela il rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno 2010. Secondo l'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno, nel 2008 al 30% delle famiglie al Sud sono mancati i soldi per i vestiti e nel 16,7% dei casi si sono pagate in ritardo le bollette. Otto famiglie su 100 hanno rinunciato ad alimentari necessari, il 21% non ha avuto soldi per il riscaldamento (27,5% in Sicilia) e il 20% per andare dal medico (in Sicilia e Campania circa il 25%). Per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha inviato un telegramma proprio in occasione della presentazione del rapporto Svimez, serve una «profonda modifica» delle politiche di sviluppo per il sud perché il Mezzogiorno può contribuire alla ripresa dell'economia italiana. «L'obiettivo di ridurre gli effetti della crisi finanziaria nel breve periodo - spiega il capo dello Stato - è divenuto prioritario; in presenza di un ineludibile vincolo di contenimento del disavanzo pubblico si è operato uno spostamento di risorse di cui hanno sofferto le politiche di sviluppo come è dimostrato dalle ricadute sul quadro strategico nazionale 2007-2013 al quale sono state sottratte ingenti dotazioni e che registra, a metà del periodo di programmazione, gravi ritardi. I risultati complessivamente insufficienti delle politiche seguite in passato e la presenza di significative inefficienze rendono necessario un ripensamento e possono anche spingere ad una profonda modifica delle modalità e dello stesso impianto strategico degli interventi di sviluppo».

UN MERIDIONALE SU TRE A RISCHIO POVERTÀ - Secondo i numeri forniti da Svimez, quasi un meridionale su tre è (6 milioni 838mila persone in valore assoluto) a rischio povertà a causa di un reddito troppo basso, un rapporto che al Centro-Nord è di uno su dieci. Secondo il rapporto, il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese. Ed è da considerare che nel 47% delle famiglie meridionali vi è un unico stipendio, fetta che passa addirittura al 54% nel caso della Sicilia.

LA CRISI HA EROSO LA RICCHEZZA - Nel rapporto, l'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno spiega, infine, che la crisi ha eroso ulteriormente la ricchezza al Sud tanto che, colpito duramente dalla recessione, il Pil di quest'area del Paese nel 2009 è tornato ai livelli di 10 anni fa. Ma non solo: l'industria, il cui valore aggiunto è crollato del 15,8%, è addirittura «a rischio di estinzione». Nel corso del biennio 2008-2009 la crisi si è dunque abbattuta come una scure sull'occupazione nel meridione: l'industria del Mezzogiorno ha perso più di centomila occupati (-12%). (Fonte Ansa)


"Morfeo" Napolitano, ancora una volta non facendo per nulla fede al suo cognome, davvero vuole convincerci che si possa cambiare questa situazione con le solite chiacchiere della politica italian-risorgimentale?
E per usare un eufemismo parla di "politiche completamente insufficienti" e di "inefficienze"...insomma la solita litania che e' principalmente colpa dei meridionali che la situazione al Sud precipita di giorno in giorno, non gli viene mai in mente Signor Presidente che è da 150 anni che un sistema italian-padano lavora ad accentuare un divario tra il CentroNord ed il Sud (dopo averlo creato a partire dal 1861...)?
Come al solito "cornuti e mazziati", non solo dobbiamo assistere al fatto che le cose al Sud vanno sempre peggio...ma ci dobbiamo anche sentire un po' in colpa per questo!
Non credo che questa situazione possa durare a lungo e se davvero non si vuole far saltare in aria la "polveriera Sud", c'è davvero bisogno di una nuova politica meridionalista e di un netto cambio di direzione attuato da una nuova classe dirigente; quella attuale, di destra o di sinitra l'abbiamo già verificato, non può piu' essere proponibile.


Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
PARTITO DEL SUD

-
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Leggendo i dati dell'ultimo rapporto Svimez del 2010, vengono i brividi...riporto l'articolo del Corriere:

Una famiglia meridionale su cinque non ha i soldi per andare dal medico e sempre una su cinque non si può permettere di pagare il riscaldamento. Lo rivela il rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno 2010. Secondo l'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno, nel 2008 al 30% delle famiglie al Sud sono mancati i soldi per i vestiti e nel 16,7% dei casi si sono pagate in ritardo le bollette. Otto famiglie su 100 hanno rinunciato ad alimentari necessari, il 21% non ha avuto soldi per il riscaldamento (27,5% in Sicilia) e il 20% per andare dal medico (in Sicilia e Campania circa il 25%). Per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha inviato un telegramma proprio in occasione della presentazione del rapporto Svimez, serve una «profonda modifica» delle politiche di sviluppo per il sud perché il Mezzogiorno può contribuire alla ripresa dell'economia italiana. «L'obiettivo di ridurre gli effetti della crisi finanziaria nel breve periodo - spiega il capo dello Stato - è divenuto prioritario; in presenza di un ineludibile vincolo di contenimento del disavanzo pubblico si è operato uno spostamento di risorse di cui hanno sofferto le politiche di sviluppo come è dimostrato dalle ricadute sul quadro strategico nazionale 2007-2013 al quale sono state sottratte ingenti dotazioni e che registra, a metà del periodo di programmazione, gravi ritardi. I risultati complessivamente insufficienti delle politiche seguite in passato e la presenza di significative inefficienze rendono necessario un ripensamento e possono anche spingere ad una profonda modifica delle modalità e dello stesso impianto strategico degli interventi di sviluppo».

UN MERIDIONALE SU TRE A RISCHIO POVERTÀ - Secondo i numeri forniti da Svimez, quasi un meridionale su tre è (6 milioni 838mila persone in valore assoluto) a rischio povertà a causa di un reddito troppo basso, un rapporto che al Centro-Nord è di uno su dieci. Secondo il rapporto, il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese. Ed è da considerare che nel 47% delle famiglie meridionali vi è un unico stipendio, fetta che passa addirittura al 54% nel caso della Sicilia.

LA CRISI HA EROSO LA RICCHEZZA - Nel rapporto, l'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno spiega, infine, che la crisi ha eroso ulteriormente la ricchezza al Sud tanto che, colpito duramente dalla recessione, il Pil di quest'area del Paese nel 2009 è tornato ai livelli di 10 anni fa. Ma non solo: l'industria, il cui valore aggiunto è crollato del 15,8%, è addirittura «a rischio di estinzione». Nel corso del biennio 2008-2009 la crisi si è dunque abbattuta come una scure sull'occupazione nel meridione: l'industria del Mezzogiorno ha perso più di centomila occupati (-12%). (Fonte Ansa)


"Morfeo" Napolitano, ancora una volta non facendo per nulla fede al suo cognome, davvero vuole convincerci che si possa cambiare questa situazione con le solite chiacchiere della politica italian-risorgimentale?
E per usare un eufemismo parla di "politiche completamente insufficienti" e di "inefficienze"...insomma la solita litania che e' principalmente colpa dei meridionali che la situazione al Sud precipita di giorno in giorno, non gli viene mai in mente Signor Presidente che è da 150 anni che un sistema italian-padano lavora ad accentuare un divario tra il CentroNord ed il Sud (dopo averlo creato a partire dal 1861...)?
Come al solito "cornuti e mazziati", non solo dobbiamo assistere al fatto che le cose al Sud vanno sempre peggio...ma ci dobbiamo anche sentire un po' in colpa per questo!
Non credo che questa situazione possa durare a lungo e se davvero non si vuole far saltare in aria la "polveriera Sud", c'è davvero bisogno di una nuova politica meridionalista e di un netto cambio di direzione attuato da una nuova classe dirigente; quella attuale, di destra o di sinitra l'abbiamo già verificato, non può piu' essere proponibile.


Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
PARTITO DEL SUD

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Negata una parte di verità storica nel Risorgimento italiano?

di Davide Pelanda

C'è chi la chiama "la storia violata". E noi per la prima volta l'abbiamo sentita domenica 18 luglio scorso andando a visitare la fortezza di Fenestrelle, in Piemonte. Tre ore e mezzo divisita-escursione in una splendida giornata di sole dove la nostra guida, portandoci nelle prigioni che furono utilizzate anche dai francesi all'epoca napoleonica, si è soffermata sulla scritta che abbiamo fotografato e riportato allegata a questo scritto.

La spiegazione che ci ha dato Giusy, la nostra simpatica guida, è stata semplice ma, al tempo stesso, una toccante novità per chi di storia ha solo delle reminescenze da liceo o da scuola media: quella targa ricorda chi, tra i soldati e civili, non voleva l'Unità d'Italia, persone provenienti soprattutto dal Meridione, dal Regno delle Due Sicilie. La guida ha poi riferito che molti tra di loro vennero presie portati a forza o meglio deportati nei "campi di concentramento" italiani - li ha chiamati proprio così – svelandone l'esistenza nel nostro Paese come quello appunto di Fenestrelle, di San Maurizio Canavese e di Milano.

Davanti a quella targa, ha ancora spiegato la guida turistica, ogni anno un gruppo di un'associazione borbonica si ritrova per una commemorazione con tanto di celebrazione di una messa al campo, depositandovi davanti una corona d'alloro.

Congedandosi dal gruppo di una ventina di persone, la nostra Giusy ci confida che tale spiegazione la ripete sempre a tutti i gruppi che accompagna invisita alla fortezza.

Sarà tutto vero? Nel viaggio di ritorno a casa il dubbio ci rode dentro.

Abbiamo cercato informazioni, conferme o smentite, sui nostri libri di scuola, con una breve navigazione nella rete Internet sull'avvenimento raccontatoci.

Abbiamo in effetti scoperto che quello che Giusy ci ha spiegato per sommi capi fa parte di una delle pagine più tristi e nere della storia d'Italia.

Due nostre fonti parlano di questa vicenda. La prima trovata è un testo di un tal Mario Folino Gallo, calabrese ed appassionato di storia (testo reperibile su http://www.facebook.com/topic.php?uid=141391897248&topic=14265), che scrive che 145 anni fa «vennero eseguite 5.212 condanne a morte nel Meridione d'Italia, 500.000 persone arrestate, molte delle quali internate nei lager sabaudi di Fenestrelle e San Maurizio, a duemila metri d'altezza, in Piemonte, i cadaveri sciolti nella calce viva; 62 paesi rasi al suolo»; la seconda nostra fonte internettiana, tal Stefania Maffeo (http://cronologia.leonardo.it/storia/a1863b.htm) riferisce grosso modo le stesse cose con qualche piccolo distinguo:«cinquemiladuecentododici condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesirasi al suolo, 1 milione di morti. Queste le cifre della repressione consumata all'indomani dell'Unità d'Italia dai Savoia».

Racconta nel dettaglio Mario Folino Gallo:

«Dopo la caduta repentina dell'ormai consunto apparato borbonico, il governo sabaudo si ritrovò a dover fare i conti una massa davvero ingente di militari napoletani sbandati. In pochi mesi a quei militari che erano stata fatti prigionieri nel corso degli eventi bellici si aggiunsero tutti coloro che, per non sottostare alla leva obbligatoria, dopo essersi rifugiati sulle montagne trasformandosi in briganti, erano stati catturati nel corso dei vari rastrellamenti. Il governo sabaudo, trovandosi di fronte a una vera e propria emergenza che rischiava di esplodere da un momento all'altro (tutto i lMeridione era infatti infiammato dalla rivolta brigantesca), in un primo momento si limitò a rinchiudere tali prigionieri nelle malsane e insufficienti carceri del Sud. Subito dopo, però, intuendo la pericolosità della situazione, escogitò un "piano di evacuazione" trasferendo specialmente via mare, gli ex soldati borbonici al nord, lontano dai focolai di rivolta.

Iniziò così, una vera e propria deportazione in grande stile.

Il porto d'arrivo dei bastimenti carichi di prigionieri era soprattutto Genova; da qui venivano subito smistati nelle varie località di destinazione. Le principali erano: Fenestrelle, piccola località ad un centinaio di chilometri da Torino, dove esisteva un'imponente fortezza a San Maurizio Canavese, alle porte di Torino,e poi Alessandria, Milano, Bergamo e Genova. Migliaia di altri meridionali, poi, dalle variegate composizioni (ex ufficiali esoldati, briganti, renitenti alla leva, oppositori politici opresunti tali, vagabondi, camorristi) vennero confinati in varie isole: Gorgonia, Elba, Giglio, Capraia, Ponza». Sarà vero?

Addirittura Mario Folino Gallo, nostra fonte internettiana, scrive che nel 1868 «il primo ministro Menabrea affidò ai suoi funzionari il compito di contattare la Repubblica Argentina. Era stata persino individuata la regione nella quale sarebbe dovuto sorgere lo stabilimento penale: laPatagonia, una terra desertica e inospitale che si prestava meravigliosamente alla bisogna. Ma anche il governo argentino decisedi respingere la singolare richiesta italiana. E così, nonostante gli sforzi, la questione rimase irrisolta e le migliaia di prigionieri rimasero stipate nelle luride carceri italiane incondizioni disumane».

Non è da meno Stefania Maffeo, l'altra nostra fonte internettiana, checonferma quest'ultimo episodio citato da Gallo aggiungendo che fu un ricercatore a trovare «dei documenti presso l'Archivio Storico del Ministero degli Esteri attestanti che, nel 1869, il governoitaliano voleva acquistare un'isola dall'Argentina per relegarvi isoldati napoletani prigionieri», mentre lo stesso Gallo affermaall'inizio del suo scritto che «presso lo Stato Maggiore dell'Esercito si conservano 150.000 pagine che contengono la veritàsull'insurrezione meridionale contro i piemontesi all'indomani dell'unità d'Italia, quel controverso periodo capziosamente definito "brigantaggio"». Sarà vero?

Concludendo il suo pezzo, Mario Folino Gallo constata però che «nel referendum istituzionale del 1946, il Sud voterà in maniera massiccia a favore della casa Savoia. Situazioni, queste, che destano sconcerto dopo aver letto le vicende che abbiamo riportato, ma oltre che immemori (e questa è una loro colpa) sicuramente i meridionali erano anche ignari, stavolta senza colpa, dei misfatti di cui furono vittime tanti loro fratelli. (...) Nessuno ha intenzione di inseguire sogni nostalgici o anacronistiche restaurazioni, ma la vera forza di una democrazia si misura anche nella capacità di non negare la verità storica, insabbiando episodi che sarebbero imbarazzanti».

Chissà se qualche storico, garantendoci il più possibile quella propria dello studioso ed una distanza da qualsivoglia colorazione politica, possa confermarci o meno ciò che viene detto regolarmente dalla guida nelle visite a Fenestrelle e scritto su Internet? Rimaniamo in attesa...

Fonte: Nuova Società


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di Davide Pelanda

C'è chi la chiama "la storia violata". E noi per la prima volta l'abbiamo sentita domenica 18 luglio scorso andando a visitare la fortezza di Fenestrelle, in Piemonte. Tre ore e mezzo divisita-escursione in una splendida giornata di sole dove la nostra guida, portandoci nelle prigioni che furono utilizzate anche dai francesi all'epoca napoleonica, si è soffermata sulla scritta che abbiamo fotografato e riportato allegata a questo scritto.

La spiegazione che ci ha dato Giusy, la nostra simpatica guida, è stata semplice ma, al tempo stesso, una toccante novità per chi di storia ha solo delle reminescenze da liceo o da scuola media: quella targa ricorda chi, tra i soldati e civili, non voleva l'Unità d'Italia, persone provenienti soprattutto dal Meridione, dal Regno delle Due Sicilie. La guida ha poi riferito che molti tra di loro vennero presie portati a forza o meglio deportati nei "campi di concentramento" italiani - li ha chiamati proprio così – svelandone l'esistenza nel nostro Paese come quello appunto di Fenestrelle, di San Maurizio Canavese e di Milano.

Davanti a quella targa, ha ancora spiegato la guida turistica, ogni anno un gruppo di un'associazione borbonica si ritrova per una commemorazione con tanto di celebrazione di una messa al campo, depositandovi davanti una corona d'alloro.

Congedandosi dal gruppo di una ventina di persone, la nostra Giusy ci confida che tale spiegazione la ripete sempre a tutti i gruppi che accompagna invisita alla fortezza.

Sarà tutto vero? Nel viaggio di ritorno a casa il dubbio ci rode dentro.

Abbiamo cercato informazioni, conferme o smentite, sui nostri libri di scuola, con una breve navigazione nella rete Internet sull'avvenimento raccontatoci.

Abbiamo in effetti scoperto che quello che Giusy ci ha spiegato per sommi capi fa parte di una delle pagine più tristi e nere della storia d'Italia.

Due nostre fonti parlano di questa vicenda. La prima trovata è un testo di un tal Mario Folino Gallo, calabrese ed appassionato di storia (testo reperibile su http://www.facebook.com/topic.php?uid=141391897248&topic=14265), che scrive che 145 anni fa «vennero eseguite 5.212 condanne a morte nel Meridione d'Italia, 500.000 persone arrestate, molte delle quali internate nei lager sabaudi di Fenestrelle e San Maurizio, a duemila metri d'altezza, in Piemonte, i cadaveri sciolti nella calce viva; 62 paesi rasi al suolo»; la seconda nostra fonte internettiana, tal Stefania Maffeo (http://cronologia.leonardo.it/storia/a1863b.htm) riferisce grosso modo le stesse cose con qualche piccolo distinguo:«cinquemiladuecentododici condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesirasi al suolo, 1 milione di morti. Queste le cifre della repressione consumata all'indomani dell'Unità d'Italia dai Savoia».

Racconta nel dettaglio Mario Folino Gallo:

«Dopo la caduta repentina dell'ormai consunto apparato borbonico, il governo sabaudo si ritrovò a dover fare i conti una massa davvero ingente di militari napoletani sbandati. In pochi mesi a quei militari che erano stata fatti prigionieri nel corso degli eventi bellici si aggiunsero tutti coloro che, per non sottostare alla leva obbligatoria, dopo essersi rifugiati sulle montagne trasformandosi in briganti, erano stati catturati nel corso dei vari rastrellamenti. Il governo sabaudo, trovandosi di fronte a una vera e propria emergenza che rischiava di esplodere da un momento all'altro (tutto i lMeridione era infatti infiammato dalla rivolta brigantesca), in un primo momento si limitò a rinchiudere tali prigionieri nelle malsane e insufficienti carceri del Sud. Subito dopo, però, intuendo la pericolosità della situazione, escogitò un "piano di evacuazione" trasferendo specialmente via mare, gli ex soldati borbonici al nord, lontano dai focolai di rivolta.

Iniziò così, una vera e propria deportazione in grande stile.

Il porto d'arrivo dei bastimenti carichi di prigionieri era soprattutto Genova; da qui venivano subito smistati nelle varie località di destinazione. Le principali erano: Fenestrelle, piccola località ad un centinaio di chilometri da Torino, dove esisteva un'imponente fortezza a San Maurizio Canavese, alle porte di Torino,e poi Alessandria, Milano, Bergamo e Genova. Migliaia di altri meridionali, poi, dalle variegate composizioni (ex ufficiali esoldati, briganti, renitenti alla leva, oppositori politici opresunti tali, vagabondi, camorristi) vennero confinati in varie isole: Gorgonia, Elba, Giglio, Capraia, Ponza». Sarà vero?

Addirittura Mario Folino Gallo, nostra fonte internettiana, scrive che nel 1868 «il primo ministro Menabrea affidò ai suoi funzionari il compito di contattare la Repubblica Argentina. Era stata persino individuata la regione nella quale sarebbe dovuto sorgere lo stabilimento penale: laPatagonia, una terra desertica e inospitale che si prestava meravigliosamente alla bisogna. Ma anche il governo argentino decisedi respingere la singolare richiesta italiana. E così, nonostante gli sforzi, la questione rimase irrisolta e le migliaia di prigionieri rimasero stipate nelle luride carceri italiane incondizioni disumane».

Non è da meno Stefania Maffeo, l'altra nostra fonte internettiana, checonferma quest'ultimo episodio citato da Gallo aggiungendo che fu un ricercatore a trovare «dei documenti presso l'Archivio Storico del Ministero degli Esteri attestanti che, nel 1869, il governoitaliano voleva acquistare un'isola dall'Argentina per relegarvi isoldati napoletani prigionieri», mentre lo stesso Gallo affermaall'inizio del suo scritto che «presso lo Stato Maggiore dell'Esercito si conservano 150.000 pagine che contengono la veritàsull'insurrezione meridionale contro i piemontesi all'indomani dell'unità d'Italia, quel controverso periodo capziosamente definito "brigantaggio"». Sarà vero?

Concludendo il suo pezzo, Mario Folino Gallo constata però che «nel referendum istituzionale del 1946, il Sud voterà in maniera massiccia a favore della casa Savoia. Situazioni, queste, che destano sconcerto dopo aver letto le vicende che abbiamo riportato, ma oltre che immemori (e questa è una loro colpa) sicuramente i meridionali erano anche ignari, stavolta senza colpa, dei misfatti di cui furono vittime tanti loro fratelli. (...) Nessuno ha intenzione di inseguire sogni nostalgici o anacronistiche restaurazioni, ma la vera forza di una democrazia si misura anche nella capacità di non negare la verità storica, insabbiando episodi che sarebbero imbarazzanti».

Chissà se qualche storico, garantendoci il più possibile quella propria dello studioso ed una distanza da qualsivoglia colorazione politica, possa confermarci o meno ciò che viene detto regolarmente dalla guida nelle visite a Fenestrelle e scritto su Internet? Rimaniamo in attesa...

Fonte: Nuova Società


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America Top Secret. La tentacolare geografia dell'intelligence Usa - Un'inchiesta del Washington Post

Per ammissione stessa del segretario di stato Hillary Clinton e del capo della Cia Leon Panetta, Osama Bin Laden se ne sta nascosto in una delle zone tribali del Pakistan al confine con l'Afghanistan dai primi anni del XXI secolo e da allora è stato difficile avere ulteriori informazioni. E, cosa ancora piùimportante, è stato impossibile catturarlo. Hillary Clinton in visita ad Islamabad ha annunciato alcuni progetti di aiuto civile ma ha chiesto al governo pakistano come contropartita di fare di più contro il terrorismo. A parte il fallito attentato a Times Square a New York rivendicato da Tehrik-e-taliban, il principale movimento talibano pakistano, l'America vuole che Islamabad faccia sul serio contro i gruppi talibani installati sul suo territorio che attaccano sistematicamente i soldati americani e i loro alleati in Afghanistan.

Il governo pakistano ovviamente smentisce contatti con i terroristi, ma da più parti si avanza il sospetto e anche qualcosa di più che alcuni settori dei servizi pakistani continuino a vedere nei gruppi di insorti come la rete Haqqani, spauracchio della coalizione internazionale, un muro utile contro l'influenza dell'India, loro nemico giurato, in Afghanistan. E una conferma della impasse (o peggio) in cui è bloccata l'America arriva da un esplosivo dossier del Wahington Post intitolato "L'America top secret". E' il frutto del lavoro di due anni di una ventina di gornalisti del quotidiano che nel 1974 ha mandato a casa il presidente Richard Nixon per il Watergate e in tre puntate - l'ultima pubblicata mercoledì- semplicemente scrive che l'attacco alle torri che causò tremila morti ha creato un mondo top secret inestricabile. Insomma i servizi di sicurezza nazionale americani sono diventati così tentacolari, mal organizzati e segreti che è impossibile conoscerne con esattezza l'efficacia. Un mondo segreto che cresce senza controllo.

"Abbiamo scoperto una geografia altermativa degli Stati Uniti, una America top secret, nascosta agli occhi del pubblico" scrivono Dana Priest, premio Pulitzer e William Arkin ex analista di intelligence dell'esercito a Berlino ai tempi del Muro. A nove anni dalle torri nessuno sa quanto costi l'apparato messo in piedi dall'amministrazione, quante persone occupi, quanti programmi esistano, né quanti diversi servizi sbrighino lo stesso compito. Cerca di mettere le mani avanti David Gompert che regge l'interim del Dni, l'intelligence nazionale, sostenendo che questo articolo non mostra i servizi di informazione come li conosciamo noi e che le riforme intervenute in questi anni hanno consentito di migliorare la qualità e la quantità delle missioni.

"Forse ci sono sovrapposizioni di competenze e problemi di organizzazione" ammette il Dipartimento della Difesa che tuttavia ricorda nello stesso tempo "che non si sono verificati attentati maggiori negli Stati Uniti dopo l'11 settembre". Ma anche a questo riguardo è facile per il quotidiano ribattere che proprio per i limiti della intelligence non è stato possibile prevenire l'attentato con l'esplosivo negli slip per fortuna fallitto sul volo Amsterdam-Detroit il giorno di Natale o la strage di Fort Hood dove a novembre un maggiore dell'esercito americano con origini palestinesi uccise tredici persone. Impressionante lo scenario del giornale - arricchito da numerosi grafici interattivi su internet - disegnato senza mettere a repentaglio la sicurezza nazionale. Vista la natura sensibile dei temi, dei responsabili del governo hanno avuto accesso all'inchiesta e alcune informazioni sono state cancellate prima della pubblicazione.

Esistono 1271 agenzie governative e 1931 compagnie private disseminate su 10.000 posti diversi attraverso Gli Stati Uniti che lavorano sui programmi legati alla lotta contro il terrorismo o ai servizi di informazione. Un apparato burocratico gigantesco che occupa 854.000 persone che hanno accesso a informazioni segrete e 33 edifici sono stati costruiti o sono in costruzione. Due esempi: ci sono 51 organizzazioni federali basate in 15 città diverse incaricate di sorvegliare il flusso di denaro delle reti terroristiche e ogni anno sono prodotti circa 50.000 rapporti che finiscono per gran parte ignorati.

Il capo del pentagono Robert Gates (che è l'elemento di continuità tra l'amministrazione Bush, il commander in chief della "guerra al terrorismo", e l'amministrazione Obama che ha bandito quel lessico nei suoi discorsi) ammette nell'intervista al Wahington Post che dopo l'11 settembre "è stata tanta la crescita che abbracciarne le dimensione è diventata una sfida". Dopo l'uscita dalla casa Bianca Bush ha evitato accuratamente di esprimere giudizi sul change di Obama. In sua vece hanno parlato ed esplicitamente il senatore John Mc Cain, già durante la campagna presidenziale, e l'ex vicepresidente Dick Cheney, dicendo che l'ex senatore di Chicago per la sua formazione era poco indicato e attrezzato per combattere e vincere il contrasto alla rete del terrorismo internazionale. A parte la più volte annunciata chiusura di Guantanamo, i repubblicani hanno aspramente criticato come un errore imperdonabile l'annuncio che l'America comincerà a ritirarsi dall'Afghanistan a luglio dell'anno prossimo. "Se stai facendo una guerra e le cose non vanno bene non annunci che stai per andartene".

Fonte: L'Occidentale


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Per ammissione stessa del segretario di stato Hillary Clinton e del capo della Cia Leon Panetta, Osama Bin Laden se ne sta nascosto in una delle zone tribali del Pakistan al confine con l'Afghanistan dai primi anni del XXI secolo e da allora è stato difficile avere ulteriori informazioni. E, cosa ancora piùimportante, è stato impossibile catturarlo. Hillary Clinton in visita ad Islamabad ha annunciato alcuni progetti di aiuto civile ma ha chiesto al governo pakistano come contropartita di fare di più contro il terrorismo. A parte il fallito attentato a Times Square a New York rivendicato da Tehrik-e-taliban, il principale movimento talibano pakistano, l'America vuole che Islamabad faccia sul serio contro i gruppi talibani installati sul suo territorio che attaccano sistematicamente i soldati americani e i loro alleati in Afghanistan.

Il governo pakistano ovviamente smentisce contatti con i terroristi, ma da più parti si avanza il sospetto e anche qualcosa di più che alcuni settori dei servizi pakistani continuino a vedere nei gruppi di insorti come la rete Haqqani, spauracchio della coalizione internazionale, un muro utile contro l'influenza dell'India, loro nemico giurato, in Afghanistan. E una conferma della impasse (o peggio) in cui è bloccata l'America arriva da un esplosivo dossier del Wahington Post intitolato "L'America top secret". E' il frutto del lavoro di due anni di una ventina di gornalisti del quotidiano che nel 1974 ha mandato a casa il presidente Richard Nixon per il Watergate e in tre puntate - l'ultima pubblicata mercoledì- semplicemente scrive che l'attacco alle torri che causò tremila morti ha creato un mondo top secret inestricabile. Insomma i servizi di sicurezza nazionale americani sono diventati così tentacolari, mal organizzati e segreti che è impossibile conoscerne con esattezza l'efficacia. Un mondo segreto che cresce senza controllo.

"Abbiamo scoperto una geografia altermativa degli Stati Uniti, una America top secret, nascosta agli occhi del pubblico" scrivono Dana Priest, premio Pulitzer e William Arkin ex analista di intelligence dell'esercito a Berlino ai tempi del Muro. A nove anni dalle torri nessuno sa quanto costi l'apparato messo in piedi dall'amministrazione, quante persone occupi, quanti programmi esistano, né quanti diversi servizi sbrighino lo stesso compito. Cerca di mettere le mani avanti David Gompert che regge l'interim del Dni, l'intelligence nazionale, sostenendo che questo articolo non mostra i servizi di informazione come li conosciamo noi e che le riforme intervenute in questi anni hanno consentito di migliorare la qualità e la quantità delle missioni.

"Forse ci sono sovrapposizioni di competenze e problemi di organizzazione" ammette il Dipartimento della Difesa che tuttavia ricorda nello stesso tempo "che non si sono verificati attentati maggiori negli Stati Uniti dopo l'11 settembre". Ma anche a questo riguardo è facile per il quotidiano ribattere che proprio per i limiti della intelligence non è stato possibile prevenire l'attentato con l'esplosivo negli slip per fortuna fallitto sul volo Amsterdam-Detroit il giorno di Natale o la strage di Fort Hood dove a novembre un maggiore dell'esercito americano con origini palestinesi uccise tredici persone. Impressionante lo scenario del giornale - arricchito da numerosi grafici interattivi su internet - disegnato senza mettere a repentaglio la sicurezza nazionale. Vista la natura sensibile dei temi, dei responsabili del governo hanno avuto accesso all'inchiesta e alcune informazioni sono state cancellate prima della pubblicazione.

Esistono 1271 agenzie governative e 1931 compagnie private disseminate su 10.000 posti diversi attraverso Gli Stati Uniti che lavorano sui programmi legati alla lotta contro il terrorismo o ai servizi di informazione. Un apparato burocratico gigantesco che occupa 854.000 persone che hanno accesso a informazioni segrete e 33 edifici sono stati costruiti o sono in costruzione. Due esempi: ci sono 51 organizzazioni federali basate in 15 città diverse incaricate di sorvegliare il flusso di denaro delle reti terroristiche e ogni anno sono prodotti circa 50.000 rapporti che finiscono per gran parte ignorati.

Il capo del pentagono Robert Gates (che è l'elemento di continuità tra l'amministrazione Bush, il commander in chief della "guerra al terrorismo", e l'amministrazione Obama che ha bandito quel lessico nei suoi discorsi) ammette nell'intervista al Wahington Post che dopo l'11 settembre "è stata tanta la crescita che abbracciarne le dimensione è diventata una sfida". Dopo l'uscita dalla casa Bianca Bush ha evitato accuratamente di esprimere giudizi sul change di Obama. In sua vece hanno parlato ed esplicitamente il senatore John Mc Cain, già durante la campagna presidenziale, e l'ex vicepresidente Dick Cheney, dicendo che l'ex senatore di Chicago per la sua formazione era poco indicato e attrezzato per combattere e vincere il contrasto alla rete del terrorismo internazionale. A parte la più volte annunciata chiusura di Guantanamo, i repubblicani hanno aspramente criticato come un errore imperdonabile l'annuncio che l'America comincerà a ritirarsi dall'Afghanistan a luglio dell'anno prossimo. "Se stai facendo una guerra e le cose non vanno bene non annunci che stai per andartene".

Fonte: L'Occidentale


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mercoledì 21 luglio 2010

Federalismo. Si riduca a Napoli l'età per la pensione

Il Nord non può essere federalista solo quando fa comodo. La speranza di vita in Italia non è ovunque la stessa: secondo l’Istat chi ha 65 anni a Napoli perde venti mesi di vita attesa

(di Marco Esposito)


singolare riflessione/proposta dell'arguto amico, nonchè valente giornalista, Marco Esposito, che tutto sommato per quanto inusuale non fa una grinza....


Il federalismo è una necessità ineludibile? E allora che sia federalismo fino in fondo. Per esempio sull’età per la pensione. Dal 2015 – lo stabilisce un comma della manovra economica appena varata dal governo – l’età per poter lasciare il lavoro o poter incassare l’assegno sociale sarà alzata progressivamente in base al miglioramento dell’aspettativa di vita calcolata, secondo la legge, come medione unico nazionale. L’Istat però è in grado di fornire stime provincia per provincia, molto più attendibili e verificabili rispetto ai dati sui costi standard dello stato sociale o sul gettito tributario territoriale in base ai quali si sta costruendo il federalismo fiscale. E sull’aspettativa di vita l’Istat segnala differenze territoriali non da poco: i napoletani, in particolare, sono in coda alla classifica nazionale e pertanto per equità dovrebbero andare in pensione prima di tutti gli altri italiani perché la loro aspettativa di vita è inferiore di oltre un anno e mezzo. Quindi se nel 2015, come segnalano le prime simulazioni, l’età per la pensione di vecchiaia dovrebbe essere portata a 65 anni e 2 mesi come media nazionale, sarebbe giusto che a Napoli fosse fissata a 63 anni e 6 mesi: venti mesi prima.
Quando un bimbo nasce a Napoli, secondo l’Istat ha una aspettativa di vita di 76,4 anni se maschietto e di 81,8 anni se femminuccia (le tavole sono nella sezione “demo: demografia in cifre” del sito www.istat.it). Nella inquinata Milano la vita media è di tre anni superiore: 79,5 anni per gli uomini e 84,8 per le donne. La media nazionale? E’ a 78,7 anni per gli uomini e di 84,0 per le donne. Nascere e crescere a Napoli, quindi, equivale a perdere oltre due anni di speranza di vita rispetto all’italiano medio. Perché? Forse per la minore qualità dell’assistenza sanitaria, oppure per gli effetti dell’inquinamento delle falde acquifere legato ai rifiuti tossici seppelliti, o forse ancora per le abitudini alimentari o anche per una sorta di predisposizione genetica. Quale che sia la causa, resta il fatto che se è giusto, come tutti riconoscono, legare i tempi e gli importi della pensione all’aspettativa media di vita è altrettanto giusto compensare chi ha minore speranza di vita con la possibilità di lasciare il lavoro in anticipo. Tale ragionamento, a rigore, dovrebbe portare anche una differenziazione del trattamento tra uomini e donne; tuttavia ciò si tradurrebbe in un sensibile peggioramento delle condizioni previdenziali femminili, il che non sarebbe né auspicabile né socialmente accettabile.
Trattandosi di pensionamenti, va segnalato che non è tecnicamente corretto considerare la speranza di vita alla nascita bensì quella a 65 anni. L’Istat fornisce anche questi dati. Ebbene, un napoletano di 65 anni può ragionevolmente sperare di vivere e di godersi la pensione per 16,4 anni se maschio e per 19,7 anni se donna. Un milanese di 65 anni ha ancora davanti a sé 18,2 anni se uomo e 22,1 se donna. La differenza è minore in termini di anni ma superiore in percentuale rispetto a quella alla nascita. La media nazionale della vita attesa a 65 anni di età è di 17,9 anni per gli uomini e di 21,6 anni per le donne. La differenza sul medione nazionale ai danni dei napoletani è di 1,5 anni (cioè 18 mesi) per i maschi e di 1,9 anni (cioè 22-23 mesi) per le donne, con una media tra i sessi appunto di venti mesi. Questi dati sono quelli al momento più aggiornati e riferiti al 2007. Appare interessante notare che il divario rispetto al resto d’Italia si sta allungando. Nel dettaglio, i napoletani sia maschi sia femmine di 65 anni hanno visto negli ultimi cinque anni (cioè nel 2007 rispetto al 2002) peggiorare di 0,1 anni la loro speranza di vita rispetto allo standard nazionale.
Si può discutere sulle cause che rendono forse più intensa ma di sicuro più breve la vita dei napoletani e che aggravano il trend, tuttavia dovrebbe esser chiaro a tutti che costringere i napoletani a rinviare la propria pensione perché la vita media si sta allungando nel resto d’Italia è tecnicamente scorretto. Se si cominciano a far le pulci su tutti i conti e i costi dello stato sociale, allora far finta di non vedere i divari territoriali a favore del Nord nel capitolo previdenza è ingiusto e inaccettabile.

Fonte : www.meridionalismo.it

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Il Nord non può essere federalista solo quando fa comodo. La speranza di vita in Italia non è ovunque la stessa: secondo l’Istat chi ha 65 anni a Napoli perde venti mesi di vita attesa

(di Marco Esposito)


singolare riflessione/proposta dell'arguto amico, nonchè valente giornalista, Marco Esposito, che tutto sommato per quanto inusuale non fa una grinza....


Il federalismo è una necessità ineludibile? E allora che sia federalismo fino in fondo. Per esempio sull’età per la pensione. Dal 2015 – lo stabilisce un comma della manovra economica appena varata dal governo – l’età per poter lasciare il lavoro o poter incassare l’assegno sociale sarà alzata progressivamente in base al miglioramento dell’aspettativa di vita calcolata, secondo la legge, come medione unico nazionale. L’Istat però è in grado di fornire stime provincia per provincia, molto più attendibili e verificabili rispetto ai dati sui costi standard dello stato sociale o sul gettito tributario territoriale in base ai quali si sta costruendo il federalismo fiscale. E sull’aspettativa di vita l’Istat segnala differenze territoriali non da poco: i napoletani, in particolare, sono in coda alla classifica nazionale e pertanto per equità dovrebbero andare in pensione prima di tutti gli altri italiani perché la loro aspettativa di vita è inferiore di oltre un anno e mezzo. Quindi se nel 2015, come segnalano le prime simulazioni, l’età per la pensione di vecchiaia dovrebbe essere portata a 65 anni e 2 mesi come media nazionale, sarebbe giusto che a Napoli fosse fissata a 63 anni e 6 mesi: venti mesi prima.
Quando un bimbo nasce a Napoli, secondo l’Istat ha una aspettativa di vita di 76,4 anni se maschietto e di 81,8 anni se femminuccia (le tavole sono nella sezione “demo: demografia in cifre” del sito www.istat.it). Nella inquinata Milano la vita media è di tre anni superiore: 79,5 anni per gli uomini e 84,8 per le donne. La media nazionale? E’ a 78,7 anni per gli uomini e di 84,0 per le donne. Nascere e crescere a Napoli, quindi, equivale a perdere oltre due anni di speranza di vita rispetto all’italiano medio. Perché? Forse per la minore qualità dell’assistenza sanitaria, oppure per gli effetti dell’inquinamento delle falde acquifere legato ai rifiuti tossici seppelliti, o forse ancora per le abitudini alimentari o anche per una sorta di predisposizione genetica. Quale che sia la causa, resta il fatto che se è giusto, come tutti riconoscono, legare i tempi e gli importi della pensione all’aspettativa media di vita è altrettanto giusto compensare chi ha minore speranza di vita con la possibilità di lasciare il lavoro in anticipo. Tale ragionamento, a rigore, dovrebbe portare anche una differenziazione del trattamento tra uomini e donne; tuttavia ciò si tradurrebbe in un sensibile peggioramento delle condizioni previdenziali femminili, il che non sarebbe né auspicabile né socialmente accettabile.
Trattandosi di pensionamenti, va segnalato che non è tecnicamente corretto considerare la speranza di vita alla nascita bensì quella a 65 anni. L’Istat fornisce anche questi dati. Ebbene, un napoletano di 65 anni può ragionevolmente sperare di vivere e di godersi la pensione per 16,4 anni se maschio e per 19,7 anni se donna. Un milanese di 65 anni ha ancora davanti a sé 18,2 anni se uomo e 22,1 se donna. La differenza è minore in termini di anni ma superiore in percentuale rispetto a quella alla nascita. La media nazionale della vita attesa a 65 anni di età è di 17,9 anni per gli uomini e di 21,6 anni per le donne. La differenza sul medione nazionale ai danni dei napoletani è di 1,5 anni (cioè 18 mesi) per i maschi e di 1,9 anni (cioè 22-23 mesi) per le donne, con una media tra i sessi appunto di venti mesi. Questi dati sono quelli al momento più aggiornati e riferiti al 2007. Appare interessante notare che il divario rispetto al resto d’Italia si sta allungando. Nel dettaglio, i napoletani sia maschi sia femmine di 65 anni hanno visto negli ultimi cinque anni (cioè nel 2007 rispetto al 2002) peggiorare di 0,1 anni la loro speranza di vita rispetto allo standard nazionale.
Si può discutere sulle cause che rendono forse più intensa ma di sicuro più breve la vita dei napoletani e che aggravano il trend, tuttavia dovrebbe esser chiaro a tutti che costringere i napoletani a rinviare la propria pensione perché la vita media si sta allungando nel resto d’Italia è tecnicamente scorretto. Se si cominciano a far le pulci su tutti i conti e i costi dello stato sociale, allora far finta di non vedere i divari territoriali a favore del Nord nel capitolo previdenza è ingiusto e inaccettabile.

Fonte : www.meridionalismo.it

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La Sicilia vista da Ciano


http://www.youtube.com/watch?v=lByyUdX8KEk

La Sicilia che lavora, la Sicilia che butta il sangue, la sicilia dei contadini, la Sicilia degli onesti, la Sicilia bella...e Bossi dice che lavorano solo i padani...se non fosse per i meridionali che stanno lì si puzzerebbero di fame. Dobbiamo farli ritornare i nostri compatrioti. Il Partito del Sud si impegna a farlo.


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http://www.youtube.com/watch?v=lByyUdX8KEk

La Sicilia che lavora, la Sicilia che butta il sangue, la sicilia dei contadini, la Sicilia degli onesti, la Sicilia bella...e Bossi dice che lavorano solo i padani...se non fosse per i meridionali che stanno lì si puzzerebbero di fame. Dobbiamo farli ritornare i nostri compatrioti. Il Partito del Sud si impegna a farlo.


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Lettera aperta a Sergio Romano, Lettere al Corriere - Morte del Regno Borbonico - 2 -

Come era prevedibile (pur se da intellettuali abbiamo coltivato l’illusione di un franco confronto/dibattito sul tema), non abbiamo ricevuto risposte da parte del dottor Sergio Romano alla nostra lettera (riportata in basso), in merito alla morte del Regno Borbonico. Evidentemente nulla si era in grado di opporre agli incontrovertibili dati di fatto da noi elencati.
Leggendo però la risposta data a Umberto Toffano (lettere al Corriere del 17 luglio), il quale scrive di complotti internazionali relativi alla caduta della Repubblica di Venezia, il dottor Romano, pur ammettendo che qualche complotto possa verificarsi, ci rende meglio edotti del suo modo di intendere la Storia:
“… non mi sembra che la spartizione di uno stato agonizzante possa definirsi complotto. La Repubblica di Venezia stava gradualmente diventando ciò che i giuristi definiscono "res nullius", vale a dire un bene per cui occorre trovare un proprietario.”
Aberrante, qui non si tratta più di pragmatismo, ma dei primordi della civiltà, del Neolitico!
Dunque uno STATO SOVRANO (quale era anche quello borbonico), viene ridotto ad una semplice cosa, un oggetto che appartiene a qualcuno, specie agli avvoltoi che se ne disputano gli avanzi, anziché al popolo che lo compone! Dunque, se volessimo seguirlo su questa strada (non ce ne voglia, ma proprio non possiamo), sarebbe legittimo e del tutto naturale approfittare dei momenti favorevoli della Storia per complottare, aggredire, sopraffare, derubare, invadere, calpestare, colonizzare, umiliare, uccidere, sterminare, rinchiudere in campi di concentramento un popolo, per impossessarsi di ciò che sta ormai diventando "res nullius "!
Come suona “soft” la dotta citazione!
Chi stabilisce se uno Stato è agonizzante, o solo in difficoltà momentanee? Chi stabilisce se la situazione è provvisoria o definitiva? Che cosa c’è di definitivo nella Storia, dal momento che essa è in continuo mutamento con i suoi corsi e ricorsi? E’ legittimo celebrare ancora oggi a Torino, un infame razzista (Cesare Lombroso) e le sue deliranti teorie (“criminali si nasce”) in un altrettanto infame museo, anziché chiedere perdono per aver indegnamente calpestato ogni più elementare regola di civiltà e mistificato la Storia vera?
Preferiamo chiudere qui, ricordando al veneto Sergio Romano che in Lombardia e Piemonte i suoi corregionali vengono chiamati “terroni del Nord” e che durante le battaglie per il possesso di ciò che ha definito così soavemente " res nullius", il popolo di Venezia (quello del “pan ci manca…”) ebbe al suo fianco fino all’ultimo solo i meridionali del Regno di Napoli, i “briganti”, i “mafiosi”, i “ camorristi”, i quali preferirono morire con i veneziani anziché arrendersi. Gli altri, i Sabaudi, "Lumbard", "padani”, i prodi seguaci di Alberto da Giussano, quelli delle “ampolle”, del “forza colera” e che (dicono loro) “ce l’hanno sempre duro” invece, appena ascoltato l’ultimatum austriaco, se la dettero a gambe!
Ad veritas!



MORTE DEL REGNO BORBONICO, MEGLIO CAPIRE CHE CONDANNARE - 1 -

Egregio Dottor Sergio Romano,
ho spesso apprezzato i libri, gli articoli e l’equilibrio che evidenzia nelle Sue analisi, proprio per questo mi rammarico di non condividere le considerazioni da Lei espresse in merito alla caduta del Regno Borbonico, in esse infatti non si può non rilevare una difesa sbilanciata a favore dello “status quo”. Capisco che un diplomatico debba necessariamente essere dotato in molte circostanze di pragmatismo, ma ciò potrebbe indurre a ritenere legittimo qualunque comportamento di governanti particolarmente aggressivi nei confronti di Paesi più deboli, atteggiamenti dei quali la Storia ci dà purtroppo infiniti esempi. Il lupo accusa sempre l’agnello a valle di intorbidargli l’acqua. Se penso p.es. che l’Austria debba essere annessa, o la Polonia invasa e perfino divisa con il nemico, non vuol dire che ciò sia giusto e democraticamente tollerabile. Del resto, quando si attacca il nemico ? Quando è particolarmente forte, o non piuttosto quando la sua instabilità interna lo rende più vulnerabile? Nel Regno Borbonico il Sovrano, giovanissimo, era in carica da un anno!
Neanche le considerazioni relative alla “rapidità” con la quale si è dissolto il Regno Borbonico possono ritenersi condivisibili, intanto perché i moti risorgimentali hanno avuto una durata di vari decenni, poi perché non hanno riguardato solo il Sud Italia, ma anche il Regno Pontificio, il Granducato di Parma, Toscana, il Lombardo Veneto, ecc. L’evento che ha riguardato il Sud non si è risolto “nel giro di poche settimane” e non è stato affatto improvviso, ma accuratamente preparato a tavolino da Inghilterra e Francia, cioè dalle potenze nemiche degli Asburgo che coglievano ogni pretesto per indebolire gli austriaci e i loro alleati. Sul fronte interno invece il Piemonte (indebitato fino alla cima dei capelli, unico motivo per il quale era interessato ad impossessarsi dei forzieri borbonici, altro che le “grida di dolore provenienti da ogni parte d’Italia!”) contava meno del due di picche, allo stesso modo dei rivoluzionari repubblicani.
Mai Garibaldi avrebbe conquistato la Sicilia e il Sud, se non avesse promesso le terre dei grandi latifondisti ai “cafoni” meridionali in nome della repubblica mazziniana, se i due piroscafi garibaldini “Lombardo” e “Piemonte” non fossero stati protetti durante lo sbarco in Sicilia dalla Marina inglese, se la massoneria inglese interessata alle miniere di zolfo siciliane non avesse corrotto alcuni generali borbonici con milioni di franchi versati in valuta turca, se agli stessi generali e ad altri notabili non si fossero garantiti posti preminenti nel nuovo governo, se l’ingresso a Napoli non fosse stato addomesticato dalla camorra. Di tutto ciò e del “particolare trattamento” riservato al Sud, del genocidio (centocinquantamila morti!) di quelli che i piemontesi definirono briganti e che invece, in buona parte, difendevano la propria terra da invasori in una guerra nemmeno dichiarata), dei campi di prigionia e di sterminio, delle teorie razzistiche di Lombroso ancora oggi celebrate a Torino in un infame museo indegno di una società civile, delle bugie, delle violenze, della miseria è buon testimone (il migliore che si possa immaginare)lo stesso Garibaldi:
"Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili...non rifarei oggi la via dell'Italia Meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendo colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio".
Lei sostiene che bisogna capire, anziché condannare, ma è la prima volta (in centocinquanta anni!) che i meridionali/mediterranei italiani pretendono, invece di chiedere sommessamente, di vedere riconosciuta la verità di una storia finora negata e mistificata, ben diversa da quella che ci hanno fatto studiare a scuola! I “terroni mediterranei” lo fanno perché sono stanchi di subire oltre al danno anche la beffa, sono stanchi di essere offesi e accusati di tutto e del suo contrario, stanchi di subire i carnefici che si atteggiano a vittime. Diamo atto alla lega di aver provocato finalmente a Sud una reazione vera, anche se sappiamo bene che il suo obiettivo è la secessione. Del resto non è proprio di questo che accusano i meridionali? Di non avere cioè orgoglio e di essere conniventi con la delinquenza organizzata? Adesso che alzano la testa e cominciano finalmente a protestare con forza e dignità si vuole ancora narcotizzarli, sottometterli, addomesticarli? E dove sta scritto che essere meridionali dell’Europa sia la cosa migliore per i mediterranei? Dove sta scritto che a Sud non debba esistere il diritto all’autodeterminazione, ad essere padroni della propria vita? Ad avere condizioni di vita accettabili, servizi e infrastrutture degne di un paese civile, senza dover mendicare ciò che invece rappresenta un sacrosanto diritto?
Ma attenzione (anche ai politici di destra quanto di sinistra, buoni solo a” fottere e chiagnere, a chiagnere e fottere”) se ciò avverrà, dovrà avvenire solo dopo che il Nord, a partire dall’annessione/unità, avrà REALMENTE risarcito il Sud dei danni che ha subìto e che continua a subire, non attraverso il “chi ha dato, ha dato e chi ha avuto, ha avuto”. Non tentando di alleggerire le proprie responsabilità con i risibili risarcimenti della Cassa del Mezzogiorno, o dei fondi Fas (che non hanno impedito agli organismi finanziari internazionali di valutare la Spagna maggiormente a rischio dell’Italia), perché se dobbiamo parlare di questo, allora dobbiamo parlare dei settentrionali che hanno aperto fabbriche al Sud proprio per sfruttare tali meccanismi, chiudendo appena scaduti i termini di restituzione dei soldi intascati e lasciando decine di migliaia di famiglie in mezzo alla strada. Dobbiamo parlare di Cassa Integrazione (soldi pubblici anche del Sud), della Fiat e delle grandi aziende del Nord che l’hanno utilizzata più di ogni altro. Dobbiamo parlare di evasione fiscale e dei forzieri esteri di qualche grande famiglia settentrionale. Dobbiamo parlare di capitali in Svizzera costituiti dai commercianti e dai piccoli e medi imprenditori del Nord. Dobbiamo parlare dei grandi gruppi industriali settentrionali che hanno ripreso a marciare grazie ai “terroni” venuti a lavorare al Nord (depauperando ulteriormente il Sud) accolti dai cartelli: “non si affitta ai meridionali”. Dobbiamo parlare degli emigranti (a stragrande maggioranza meridionali) e delle rimesse estere che hanno migliorato per decenni l’economia del Paese, dei morti meridionali di due guerre mondiali, dei grandi gruppi industriali del Nord che dopo la seconda guerra mondiale si sono rimessi in piedi grazie al carbone che il Belgio concedeva solo in cambio della manodopera sottopagata meridionale.
Uomini (non bestie!)che andavano a morire di silicosi (se non arsi vivi!) a quaranta anni, nelle miniere di Marcinelle!
Dobbiamo parlare delle infrastrutture arretrate del Sud, della rete ferroviaria obsoleta perché bisognava vendere le auto della Fiat, del trasporto navale non utilizzato per l’identico motivo, del monopolio dell’Alitalia che ha tenuto in scacco gli aeroporti e l’economia del Sud, di Montaguto e Dio solo sa di quante altre cose ancora!
Provi Dottor Romano ad andare da Bari a Reggio Calabria in auto, treno o aereo e poi ci descriva la meravigliosa avventura intrapresa, altro che Alta Velocità!
E vogliamo parlare di delinquenza organizzata?
D’accordo facciamolo, ricordando gli “accordi” piemontesi con la camorra per far cadere i Borbone, il “boss dei boss” Lucky Luciano nominato responsabile dell’approvvigionamento dell’esercito americano durante la seconda guerra mondiale per aver fatto sbarcare in Sicilia le truppe Usa senza sparare un colpo grazie alla mafia, il Banco Ambrosiano(non banco di Sicilia o di Napoli!), Calvi, Mediobanca, la grande finanza del Nord, le aziende settentrionali che hanno smaltito rifiuti speciali al Sud, grazie alla camorra, ecc.
Ma davvero vogliamo insistere sulla delinquenza organizzata, quale esclusivo appannaggio del Sud? Per limitarsi ad alcuni esempi: chi può reggere (fin dagli anni ottanta) gli affitti nel “triangolo della Moda” a Milano? Chi si può permettere di superare indenne crisi economiche che riguardano il Nord quanto il Sud? Fregarsene di tasse e balzelli, limitandosi solo a “battere scontrini”? Chi può fare a meno di rivolgersi agli usurai per sfamare una famiglia?
La verità è che a Sud perfino la delinquenza organizzata è costituita da manovali, da pezzenti e il prezzo di un omicidio è più basso rispetto al Nord, un altro “lavoro” sottopagato insomma, anche se non è argomento sul quale si possa scherzare!
La mafia dei “colletti bianchi”, risiede invece dove si trovano le leve della finanza: a Milano, Torino e nel resto del Nord!
Questo è un paese (p minuscola obbligatoria) dove non si esercita la memoria e si cancellano troppo in fretta comportamenti a dir poco ambigui, nel nome di interessati e tardivi ripensamenti! Un paese dove si celebra il diritto di cambiare opinione, benissimo, ma di chi è stato sempre da una parte più equilibrata, che cosa dobbiamo dire? Vogliamo riconoscerne finalmente l’integrità e i meriti, anziché continuare a calpestarne la dignità? Non si illudano i politici, di destra e di sinistra, tutti ugualmente responsabili della lacerazione e delle miserie del paese. Avvertono l’onda che arriva e tentano di cavalcare la nuova campagna mediterranea, ma noi invece abbiamo bisogno di facce nuove, giovani, integre!
Vogliamo, dobbiamo restituire a queste generazioni valori, principi che non hanno costituito il pane quotidiano del nostro strano paese, un paese dove alcuni vengono condannati senza scampo per aver sottoscritto manifesti sulla superiorità della razza, mentre altri sottoscrittori degli identici manifesti ricevono cittadinanze onorarie e lauree “honoris causa”! Fascisti fino all’otto settembre ’43, partigiani dal nove! Un paese dove un ex-presidente del Consiglio, accusato di tutto e di più, viene costretto all’esilio (o se si preferisce alla latitanza), mentre un suo ministro degli Interni, eletto dodici volte parlamentare, è nominato presidente della repubblica. Un paese fondato sul falso, perché lo sanno anche i bambini ormai che l’esito del referendum del 1946 fu manipolato così come i plebisciti dell’annessione al nuovo regno nel 1861, che le schede elettorali del 1946 furono bruciate poche ore dopo le votazioni per impedirne la verifica, che ancora negli anni sessanta e settanta si rinvennero migliaia di voti monarchici nelle fogne di Roma, che fu impedito alle popolazioni di intere zone di votare. Per comprendere anziché condannare, è necessario, prima di tutto, ristabilire la verità! E’ necessario che l’occupante e chiunque abbia goduto di vantaggi enormi per aver invaso e saccheggiato illegittimamente una terra diversa dalla propria senta almeno la necessità di scusarsi, invece di negare e accusare l’occupato. In questa favoletta “ad usum delphini” che nulla ha a che fare con la vera storia, a partire dall’annessione (non unità!), alcuni dati di fatto restano comunque inoppugnabili: il Regno delle due Sicilie deteneva da solo, con il relativo controvalore in oro zecchino, una ricchezza pari a più del doppio di quanto detenuto dal resto dell’intera penisola (445,2 milioni su 670 totali - in Piemonte, indebitato fino all’inverosimile, ciò che circolavano invece erano solo foglietti di carta straccia); il Sud fino al 1861 non conosceva l’emigrazione ed era il primo paese industrializzato d’Italia (51% degli addetti [cfr: Censimento del Regno d’Italia del 1861]); possedeva il maggior complesso metalmeccanico d’Italia: Pietrarsa, Mongiana e Ferdinandea); vantava la maggiore industria navale d’Italia: Napoli e Castellamare; prima flotta mercantile d’Italia e seconda d’Europa, dopo quella inglese; prima compagnia di navigazione del Mediterraneo; primo codice marittimo italiano, redatto per il Regno da Michele de Jorio nel 1781; terza flotta militare d’Europa, dopo Inghilterra e Francia; prima istituzione del sistema pensionistico in Italia (con ritenute del 2% sul salario); primo statuto socialista del mondo (seterie di San Leucio); più basso tasso di mortalità infantile d’Italia; più alto numero percentuale di amnistiati politici; bonifica dei Regi Lagni e conseguente sistemazione idrogeologica della Terra di Lavoro; Albergo per i poveri; istituzione del Monte del Pegno e frumentari; prime leggi in Italia contro la tratta degli schiavi e il vassallaggio dei contadini; minor pressione fiscale di tutti gli stati italiani; prima ferrovia e prima stazione d’Italia; prima galleria ferroviaria del mondo (Codola 1858); primo telegrafo sottomarino dell’Europa continentale; teatro San Carlo(primo al mondo, costruito in soli 270 giorni!); Museo Archeologico; Officina dei Papiri; Orto Botanico; Osservatorio Astronomico; Osservatorio Sismologico Vesuviano (primo nel mondo); primo esempio di salvaguardia di un monumento (Teatro di Taormina nel 1745) e primo vincolo ambientale (boschi del Carpineto e del Castagno dei Cento Cavalli in Sicilia 1745); istituzione dei collegi militari della Nunziatella, ecc.; primi assegni bancari della storia economica; prima rete di fari con sistema lenticolare; rendita di stato quotata nella Borsa di Parigi al 120%; istituzione di scuole di Arti e Mestieri; istituzione di accademie culturali e conservatori musicali, ecc.
Niente male per uno Stato illiberale e arretrato, vero?
Ma ammesso e non concesso che la favoletta raccontata fosse vera, che il Sud fosse stato effettivamente illiberale e arretrato, che vuol dire? Questo concedeva automaticamente ad altri di intervenire nelle questioni interne di un altro governo? Questo concedeva il diritto a qualcuno di approfittarne ed impossessarsi delle altrui ricchezze?
A Lei, intellettuale del Nord disposto, bontà Sua, a riconoscere al Sud solo e “ soprattutto nel settecento alcuni intellettuali di grande qualità” sembrerà una questione antistorica, superata ma si guardi intorno: altri cercano addirittura di riportare l’Occidente alla battaglia di Lepanto!
Non si vuole naturalmente ricostituire il Regno delle Due Sicilie o dei Borbone, ma i “corsi e ricorsi” fanno parte della Storia, non sono un’invenzione dell’Ente Turismo, perciò se una buona fetta del Nord vuole farsi rappresentare da un signore che si spacciava per medico, non superando esami e non laureandosi, o vuol riempire di soldi (pubblici, anche meridionali) suo figlio bocciato più volte a scuola e definito dal genitore stesso una “trota”, liberissimi di farlo. Purché non pretendano di imporre agli altri identici modelli, noi siamo per una cultura che riaffermi senza incertezze, le nostre vere radici e la nostra identità mediterranea, quelle che risalgono alle origini della civiltà e che impedirono a Leonida e ai suoi trecento guerrieri di arrendersi alle centinaia di migliaia di persiani e che, in nome degli stessi principi, preferirono morire diventando così, immortali!
Cordialmente

Francesco del Vecchio
scrittore


Fonte:Fb Note di Francesco Del Vecchio

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Come era prevedibile (pur se da intellettuali abbiamo coltivato l’illusione di un franco confronto/dibattito sul tema), non abbiamo ricevuto risposte da parte del dottor Sergio Romano alla nostra lettera (riportata in basso), in merito alla morte del Regno Borbonico. Evidentemente nulla si era in grado di opporre agli incontrovertibili dati di fatto da noi elencati.
Leggendo però la risposta data a Umberto Toffano (lettere al Corriere del 17 luglio), il quale scrive di complotti internazionali relativi alla caduta della Repubblica di Venezia, il dottor Romano, pur ammettendo che qualche complotto possa verificarsi, ci rende meglio edotti del suo modo di intendere la Storia:
“… non mi sembra che la spartizione di uno stato agonizzante possa definirsi complotto. La Repubblica di Venezia stava gradualmente diventando ciò che i giuristi definiscono "res nullius", vale a dire un bene per cui occorre trovare un proprietario.”
Aberrante, qui non si tratta più di pragmatismo, ma dei primordi della civiltà, del Neolitico!
Dunque uno STATO SOVRANO (quale era anche quello borbonico), viene ridotto ad una semplice cosa, un oggetto che appartiene a qualcuno, specie agli avvoltoi che se ne disputano gli avanzi, anziché al popolo che lo compone! Dunque, se volessimo seguirlo su questa strada (non ce ne voglia, ma proprio non possiamo), sarebbe legittimo e del tutto naturale approfittare dei momenti favorevoli della Storia per complottare, aggredire, sopraffare, derubare, invadere, calpestare, colonizzare, umiliare, uccidere, sterminare, rinchiudere in campi di concentramento un popolo, per impossessarsi di ciò che sta ormai diventando "res nullius "!
Come suona “soft” la dotta citazione!
Chi stabilisce se uno Stato è agonizzante, o solo in difficoltà momentanee? Chi stabilisce se la situazione è provvisoria o definitiva? Che cosa c’è di definitivo nella Storia, dal momento che essa è in continuo mutamento con i suoi corsi e ricorsi? E’ legittimo celebrare ancora oggi a Torino, un infame razzista (Cesare Lombroso) e le sue deliranti teorie (“criminali si nasce”) in un altrettanto infame museo, anziché chiedere perdono per aver indegnamente calpestato ogni più elementare regola di civiltà e mistificato la Storia vera?
Preferiamo chiudere qui, ricordando al veneto Sergio Romano che in Lombardia e Piemonte i suoi corregionali vengono chiamati “terroni del Nord” e che durante le battaglie per il possesso di ciò che ha definito così soavemente " res nullius", il popolo di Venezia (quello del “pan ci manca…”) ebbe al suo fianco fino all’ultimo solo i meridionali del Regno di Napoli, i “briganti”, i “mafiosi”, i “ camorristi”, i quali preferirono morire con i veneziani anziché arrendersi. Gli altri, i Sabaudi, "Lumbard", "padani”, i prodi seguaci di Alberto da Giussano, quelli delle “ampolle”, del “forza colera” e che (dicono loro) “ce l’hanno sempre duro” invece, appena ascoltato l’ultimatum austriaco, se la dettero a gambe!
Ad veritas!



MORTE DEL REGNO BORBONICO, MEGLIO CAPIRE CHE CONDANNARE - 1 -

Egregio Dottor Sergio Romano,
ho spesso apprezzato i libri, gli articoli e l’equilibrio che evidenzia nelle Sue analisi, proprio per questo mi rammarico di non condividere le considerazioni da Lei espresse in merito alla caduta del Regno Borbonico, in esse infatti non si può non rilevare una difesa sbilanciata a favore dello “status quo”. Capisco che un diplomatico debba necessariamente essere dotato in molte circostanze di pragmatismo, ma ciò potrebbe indurre a ritenere legittimo qualunque comportamento di governanti particolarmente aggressivi nei confronti di Paesi più deboli, atteggiamenti dei quali la Storia ci dà purtroppo infiniti esempi. Il lupo accusa sempre l’agnello a valle di intorbidargli l’acqua. Se penso p.es. che l’Austria debba essere annessa, o la Polonia invasa e perfino divisa con il nemico, non vuol dire che ciò sia giusto e democraticamente tollerabile. Del resto, quando si attacca il nemico ? Quando è particolarmente forte, o non piuttosto quando la sua instabilità interna lo rende più vulnerabile? Nel Regno Borbonico il Sovrano, giovanissimo, era in carica da un anno!
Neanche le considerazioni relative alla “rapidità” con la quale si è dissolto il Regno Borbonico possono ritenersi condivisibili, intanto perché i moti risorgimentali hanno avuto una durata di vari decenni, poi perché non hanno riguardato solo il Sud Italia, ma anche il Regno Pontificio, il Granducato di Parma, Toscana, il Lombardo Veneto, ecc. L’evento che ha riguardato il Sud non si è risolto “nel giro di poche settimane” e non è stato affatto improvviso, ma accuratamente preparato a tavolino da Inghilterra e Francia, cioè dalle potenze nemiche degli Asburgo che coglievano ogni pretesto per indebolire gli austriaci e i loro alleati. Sul fronte interno invece il Piemonte (indebitato fino alla cima dei capelli, unico motivo per il quale era interessato ad impossessarsi dei forzieri borbonici, altro che le “grida di dolore provenienti da ogni parte d’Italia!”) contava meno del due di picche, allo stesso modo dei rivoluzionari repubblicani.
Mai Garibaldi avrebbe conquistato la Sicilia e il Sud, se non avesse promesso le terre dei grandi latifondisti ai “cafoni” meridionali in nome della repubblica mazziniana, se i due piroscafi garibaldini “Lombardo” e “Piemonte” non fossero stati protetti durante lo sbarco in Sicilia dalla Marina inglese, se la massoneria inglese interessata alle miniere di zolfo siciliane non avesse corrotto alcuni generali borbonici con milioni di franchi versati in valuta turca, se agli stessi generali e ad altri notabili non si fossero garantiti posti preminenti nel nuovo governo, se l’ingresso a Napoli non fosse stato addomesticato dalla camorra. Di tutto ciò e del “particolare trattamento” riservato al Sud, del genocidio (centocinquantamila morti!) di quelli che i piemontesi definirono briganti e che invece, in buona parte, difendevano la propria terra da invasori in una guerra nemmeno dichiarata), dei campi di prigionia e di sterminio, delle teorie razzistiche di Lombroso ancora oggi celebrate a Torino in un infame museo indegno di una società civile, delle bugie, delle violenze, della miseria è buon testimone (il migliore che si possa immaginare)lo stesso Garibaldi:
"Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili...non rifarei oggi la via dell'Italia Meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendo colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio".
Lei sostiene che bisogna capire, anziché condannare, ma è la prima volta (in centocinquanta anni!) che i meridionali/mediterranei italiani pretendono, invece di chiedere sommessamente, di vedere riconosciuta la verità di una storia finora negata e mistificata, ben diversa da quella che ci hanno fatto studiare a scuola! I “terroni mediterranei” lo fanno perché sono stanchi di subire oltre al danno anche la beffa, sono stanchi di essere offesi e accusati di tutto e del suo contrario, stanchi di subire i carnefici che si atteggiano a vittime. Diamo atto alla lega di aver provocato finalmente a Sud una reazione vera, anche se sappiamo bene che il suo obiettivo è la secessione. Del resto non è proprio di questo che accusano i meridionali? Di non avere cioè orgoglio e di essere conniventi con la delinquenza organizzata? Adesso che alzano la testa e cominciano finalmente a protestare con forza e dignità si vuole ancora narcotizzarli, sottometterli, addomesticarli? E dove sta scritto che essere meridionali dell’Europa sia la cosa migliore per i mediterranei? Dove sta scritto che a Sud non debba esistere il diritto all’autodeterminazione, ad essere padroni della propria vita? Ad avere condizioni di vita accettabili, servizi e infrastrutture degne di un paese civile, senza dover mendicare ciò che invece rappresenta un sacrosanto diritto?
Ma attenzione (anche ai politici di destra quanto di sinistra, buoni solo a” fottere e chiagnere, a chiagnere e fottere”) se ciò avverrà, dovrà avvenire solo dopo che il Nord, a partire dall’annessione/unità, avrà REALMENTE risarcito il Sud dei danni che ha subìto e che continua a subire, non attraverso il “chi ha dato, ha dato e chi ha avuto, ha avuto”. Non tentando di alleggerire le proprie responsabilità con i risibili risarcimenti della Cassa del Mezzogiorno, o dei fondi Fas (che non hanno impedito agli organismi finanziari internazionali di valutare la Spagna maggiormente a rischio dell’Italia), perché se dobbiamo parlare di questo, allora dobbiamo parlare dei settentrionali che hanno aperto fabbriche al Sud proprio per sfruttare tali meccanismi, chiudendo appena scaduti i termini di restituzione dei soldi intascati e lasciando decine di migliaia di famiglie in mezzo alla strada. Dobbiamo parlare di Cassa Integrazione (soldi pubblici anche del Sud), della Fiat e delle grandi aziende del Nord che l’hanno utilizzata più di ogni altro. Dobbiamo parlare di evasione fiscale e dei forzieri esteri di qualche grande famiglia settentrionale. Dobbiamo parlare di capitali in Svizzera costituiti dai commercianti e dai piccoli e medi imprenditori del Nord. Dobbiamo parlare dei grandi gruppi industriali settentrionali che hanno ripreso a marciare grazie ai “terroni” venuti a lavorare al Nord (depauperando ulteriormente il Sud) accolti dai cartelli: “non si affitta ai meridionali”. Dobbiamo parlare degli emigranti (a stragrande maggioranza meridionali) e delle rimesse estere che hanno migliorato per decenni l’economia del Paese, dei morti meridionali di due guerre mondiali, dei grandi gruppi industriali del Nord che dopo la seconda guerra mondiale si sono rimessi in piedi grazie al carbone che il Belgio concedeva solo in cambio della manodopera sottopagata meridionale.
Uomini (non bestie!)che andavano a morire di silicosi (se non arsi vivi!) a quaranta anni, nelle miniere di Marcinelle!
Dobbiamo parlare delle infrastrutture arretrate del Sud, della rete ferroviaria obsoleta perché bisognava vendere le auto della Fiat, del trasporto navale non utilizzato per l’identico motivo, del monopolio dell’Alitalia che ha tenuto in scacco gli aeroporti e l’economia del Sud, di Montaguto e Dio solo sa di quante altre cose ancora!
Provi Dottor Romano ad andare da Bari a Reggio Calabria in auto, treno o aereo e poi ci descriva la meravigliosa avventura intrapresa, altro che Alta Velocità!
E vogliamo parlare di delinquenza organizzata?
D’accordo facciamolo, ricordando gli “accordi” piemontesi con la camorra per far cadere i Borbone, il “boss dei boss” Lucky Luciano nominato responsabile dell’approvvigionamento dell’esercito americano durante la seconda guerra mondiale per aver fatto sbarcare in Sicilia le truppe Usa senza sparare un colpo grazie alla mafia, il Banco Ambrosiano(non banco di Sicilia o di Napoli!), Calvi, Mediobanca, la grande finanza del Nord, le aziende settentrionali che hanno smaltito rifiuti speciali al Sud, grazie alla camorra, ecc.
Ma davvero vogliamo insistere sulla delinquenza organizzata, quale esclusivo appannaggio del Sud? Per limitarsi ad alcuni esempi: chi può reggere (fin dagli anni ottanta) gli affitti nel “triangolo della Moda” a Milano? Chi si può permettere di superare indenne crisi economiche che riguardano il Nord quanto il Sud? Fregarsene di tasse e balzelli, limitandosi solo a “battere scontrini”? Chi può fare a meno di rivolgersi agli usurai per sfamare una famiglia?
La verità è che a Sud perfino la delinquenza organizzata è costituita da manovali, da pezzenti e il prezzo di un omicidio è più basso rispetto al Nord, un altro “lavoro” sottopagato insomma, anche se non è argomento sul quale si possa scherzare!
La mafia dei “colletti bianchi”, risiede invece dove si trovano le leve della finanza: a Milano, Torino e nel resto del Nord!
Questo è un paese (p minuscola obbligatoria) dove non si esercita la memoria e si cancellano troppo in fretta comportamenti a dir poco ambigui, nel nome di interessati e tardivi ripensamenti! Un paese dove si celebra il diritto di cambiare opinione, benissimo, ma di chi è stato sempre da una parte più equilibrata, che cosa dobbiamo dire? Vogliamo riconoscerne finalmente l’integrità e i meriti, anziché continuare a calpestarne la dignità? Non si illudano i politici, di destra e di sinistra, tutti ugualmente responsabili della lacerazione e delle miserie del paese. Avvertono l’onda che arriva e tentano di cavalcare la nuova campagna mediterranea, ma noi invece abbiamo bisogno di facce nuove, giovani, integre!
Vogliamo, dobbiamo restituire a queste generazioni valori, principi che non hanno costituito il pane quotidiano del nostro strano paese, un paese dove alcuni vengono condannati senza scampo per aver sottoscritto manifesti sulla superiorità della razza, mentre altri sottoscrittori degli identici manifesti ricevono cittadinanze onorarie e lauree “honoris causa”! Fascisti fino all’otto settembre ’43, partigiani dal nove! Un paese dove un ex-presidente del Consiglio, accusato di tutto e di più, viene costretto all’esilio (o se si preferisce alla latitanza), mentre un suo ministro degli Interni, eletto dodici volte parlamentare, è nominato presidente della repubblica. Un paese fondato sul falso, perché lo sanno anche i bambini ormai che l’esito del referendum del 1946 fu manipolato così come i plebisciti dell’annessione al nuovo regno nel 1861, che le schede elettorali del 1946 furono bruciate poche ore dopo le votazioni per impedirne la verifica, che ancora negli anni sessanta e settanta si rinvennero migliaia di voti monarchici nelle fogne di Roma, che fu impedito alle popolazioni di intere zone di votare. Per comprendere anziché condannare, è necessario, prima di tutto, ristabilire la verità! E’ necessario che l’occupante e chiunque abbia goduto di vantaggi enormi per aver invaso e saccheggiato illegittimamente una terra diversa dalla propria senta almeno la necessità di scusarsi, invece di negare e accusare l’occupato. In questa favoletta “ad usum delphini” che nulla ha a che fare con la vera storia, a partire dall’annessione (non unità!), alcuni dati di fatto restano comunque inoppugnabili: il Regno delle due Sicilie deteneva da solo, con il relativo controvalore in oro zecchino, una ricchezza pari a più del doppio di quanto detenuto dal resto dell’intera penisola (445,2 milioni su 670 totali - in Piemonte, indebitato fino all’inverosimile, ciò che circolavano invece erano solo foglietti di carta straccia); il Sud fino al 1861 non conosceva l’emigrazione ed era il primo paese industrializzato d’Italia (51% degli addetti [cfr: Censimento del Regno d’Italia del 1861]); possedeva il maggior complesso metalmeccanico d’Italia: Pietrarsa, Mongiana e Ferdinandea); vantava la maggiore industria navale d’Italia: Napoli e Castellamare; prima flotta mercantile d’Italia e seconda d’Europa, dopo quella inglese; prima compagnia di navigazione del Mediterraneo; primo codice marittimo italiano, redatto per il Regno da Michele de Jorio nel 1781; terza flotta militare d’Europa, dopo Inghilterra e Francia; prima istituzione del sistema pensionistico in Italia (con ritenute del 2% sul salario); primo statuto socialista del mondo (seterie di San Leucio); più basso tasso di mortalità infantile d’Italia; più alto numero percentuale di amnistiati politici; bonifica dei Regi Lagni e conseguente sistemazione idrogeologica della Terra di Lavoro; Albergo per i poveri; istituzione del Monte del Pegno e frumentari; prime leggi in Italia contro la tratta degli schiavi e il vassallaggio dei contadini; minor pressione fiscale di tutti gli stati italiani; prima ferrovia e prima stazione d’Italia; prima galleria ferroviaria del mondo (Codola 1858); primo telegrafo sottomarino dell’Europa continentale; teatro San Carlo(primo al mondo, costruito in soli 270 giorni!); Museo Archeologico; Officina dei Papiri; Orto Botanico; Osservatorio Astronomico; Osservatorio Sismologico Vesuviano (primo nel mondo); primo esempio di salvaguardia di un monumento (Teatro di Taormina nel 1745) e primo vincolo ambientale (boschi del Carpineto e del Castagno dei Cento Cavalli in Sicilia 1745); istituzione dei collegi militari della Nunziatella, ecc.; primi assegni bancari della storia economica; prima rete di fari con sistema lenticolare; rendita di stato quotata nella Borsa di Parigi al 120%; istituzione di scuole di Arti e Mestieri; istituzione di accademie culturali e conservatori musicali, ecc.
Niente male per uno Stato illiberale e arretrato, vero?
Ma ammesso e non concesso che la favoletta raccontata fosse vera, che il Sud fosse stato effettivamente illiberale e arretrato, che vuol dire? Questo concedeva automaticamente ad altri di intervenire nelle questioni interne di un altro governo? Questo concedeva il diritto a qualcuno di approfittarne ed impossessarsi delle altrui ricchezze?
A Lei, intellettuale del Nord disposto, bontà Sua, a riconoscere al Sud solo e “ soprattutto nel settecento alcuni intellettuali di grande qualità” sembrerà una questione antistorica, superata ma si guardi intorno: altri cercano addirittura di riportare l’Occidente alla battaglia di Lepanto!
Non si vuole naturalmente ricostituire il Regno delle Due Sicilie o dei Borbone, ma i “corsi e ricorsi” fanno parte della Storia, non sono un’invenzione dell’Ente Turismo, perciò se una buona fetta del Nord vuole farsi rappresentare da un signore che si spacciava per medico, non superando esami e non laureandosi, o vuol riempire di soldi (pubblici, anche meridionali) suo figlio bocciato più volte a scuola e definito dal genitore stesso una “trota”, liberissimi di farlo. Purché non pretendano di imporre agli altri identici modelli, noi siamo per una cultura che riaffermi senza incertezze, le nostre vere radici e la nostra identità mediterranea, quelle che risalgono alle origini della civiltà e che impedirono a Leonida e ai suoi trecento guerrieri di arrendersi alle centinaia di migliaia di persiani e che, in nome degli stessi principi, preferirono morire diventando così, immortali!
Cordialmente

Francesco del Vecchio
scrittore


Fonte:Fb Note di Francesco Del Vecchio

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Il Museo Lombroso di Torino: razzismo contro i Briganti delle Due SIcilie


http://www.youtube.com/watch?v=YO298v7X82M

Servizio di TeleColore Salerno sul museo degli orrori di Torino.
Testimonianza della barbarie savoiarda.


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http://www.youtube.com/watch?v=YO298v7X82M

Servizio di TeleColore Salerno sul museo degli orrori di Torino.
Testimonianza della barbarie savoiarda.


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Un milione di firme per l'acqua pubblica


Di Marianna Lepore

Poco meno di tre mesi, migliaia di banchetti e una mobilitazione che è riuscita a coinvolgere un milione e quattrocentomila firme: il tema della privatizzazione dell’acqua è riuscito a riaccendere l’interesse degli italiani verso il referendum. Questa mattina le firme, quasi tre volte in più rispetto al numero minimo richiesto, sono state consegnate alla Corte di Cassazione nella gioia quasi incontenibile di chi tre mesi fa ha iniziato a raccoglierle.

Mentre alcuni dei promotori del referendum consegnavano gli scatoloni pieni di firme, questa mattina in piazza Navona in molti si ritrovavano per una nuova manifestazione per l’acqua pubblica, un’occasione per dare ulteriore visibilità al problema della gestione dell’acqua e festeggiare l’obiettivo raggiunto delle firme consegnate. E proprio in questa occasione i promotori hanno chiesto di essere messi in condizioni di andare al voto. "Non scippateci quest'ultimo strumento di espressione - ha aggiunto Tommaso Fattori, del Contratto mondiale per l'acqua, che ha anche sottolineato come 'l'attenzione di tutto il mondo sia puntata sul nostro paese dal quale ci aspetta lo stesso risultato ottenuto dalla Francia sul tema della gestione dell'acqua, cacciare le multinazionali".
Il riferimento è agli appelli degli ultimi anni rivolti dal mondo politico ai cittadini per boicottare i referendum, nonostante questi siano una delle ultime forme di esercizio della democrazia in mano al popolo.
Se i referendum saranno ammessi allora gli italiani nella primavera del 2011 saranno chiamati a votare tre quesiti: sull’articolo 23 bis del decreto che prevede che le società, per fornire servizi idrici, si trasformino in aziende miste con capitale privato al 40%; sull’articolo 150 del decreto legislativo 152/2006 che prevede l’affidamento di un servizio idrico attraverso gara e la gestione attraverso società per azioni, e sull’art. 154, nella parte in cui si impone al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa.
L’obiettivo dei referendari è portare almeno 25 milioni di italiani a votare tre sì. Potrebbe sembrare un obiettivo impossibile visto la disaffezione degli italiani al voto referendario. Ma questa volta l’adesione alla richiesta del referendum è stata una delle più alte della storia, come ha ricordato il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. Certo, il risultato che si otterrà dopo l’autenticazione della Cassazione sulle firme raccolte non riuscirà mai ad eguagliare quello del referendum sul divorzio, per cui le firme autenticate furono un milione e 370mila. Tra la raccolta e la certificazione, infatti, c’è sempre uno scarto di firme cassate per irregolarità, ma il traguardo raggiunto al momento è comunque ottimo soprattutto dopo i molti scontri che si sono avuti tra il Forum dei movimenti per l’acqua pubblica e vari esponenti politici che hanno prima dato e poi negato l’appoggio al movimento referendario.
Ora in attesa della verifica delle firme, il Forum per l’acqua pubblica ha chiesto al governo di bloccare immediatamente le privatizzazioni, con una moratoria che garantisca tutti fino allo svolgimento dei referendum. E se il volere del popolo italiano non contasse abbastanza, basterebbe riflettere sull’assurdità di voler fare profitti su una risorsa pubblica per eccellenza com’è l’acqua. “Una risorsa nei confronti della quale è in corso un movimento mondiale orientato al risparmio. Ricordiamo – ha detto Stefano Leoni, presidente del Wwf – che l’accessibilità dell’acqua a tutti gli esseri umani è uno degli obiettivi del millennio”.
Bisognerà aspettare per sapere se l’Italia vorrà realizzare questo obiettivo ma nell’attesa della verifica delle firme, il popolo dell’acqua non si arrende e il 18 settembre torna in piazza, forse a Firenze, per l’assemblea dei movimenti per l’acqua.

Fonte:Offline

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Di Marianna Lepore

Poco meno di tre mesi, migliaia di banchetti e una mobilitazione che è riuscita a coinvolgere un milione e quattrocentomila firme: il tema della privatizzazione dell’acqua è riuscito a riaccendere l’interesse degli italiani verso il referendum. Questa mattina le firme, quasi tre volte in più rispetto al numero minimo richiesto, sono state consegnate alla Corte di Cassazione nella gioia quasi incontenibile di chi tre mesi fa ha iniziato a raccoglierle.

Mentre alcuni dei promotori del referendum consegnavano gli scatoloni pieni di firme, questa mattina in piazza Navona in molti si ritrovavano per una nuova manifestazione per l’acqua pubblica, un’occasione per dare ulteriore visibilità al problema della gestione dell’acqua e festeggiare l’obiettivo raggiunto delle firme consegnate. E proprio in questa occasione i promotori hanno chiesto di essere messi in condizioni di andare al voto. "Non scippateci quest'ultimo strumento di espressione - ha aggiunto Tommaso Fattori, del Contratto mondiale per l'acqua, che ha anche sottolineato come 'l'attenzione di tutto il mondo sia puntata sul nostro paese dal quale ci aspetta lo stesso risultato ottenuto dalla Francia sul tema della gestione dell'acqua, cacciare le multinazionali".
Il riferimento è agli appelli degli ultimi anni rivolti dal mondo politico ai cittadini per boicottare i referendum, nonostante questi siano una delle ultime forme di esercizio della democrazia in mano al popolo.
Se i referendum saranno ammessi allora gli italiani nella primavera del 2011 saranno chiamati a votare tre quesiti: sull’articolo 23 bis del decreto che prevede che le società, per fornire servizi idrici, si trasformino in aziende miste con capitale privato al 40%; sull’articolo 150 del decreto legislativo 152/2006 che prevede l’affidamento di un servizio idrico attraverso gara e la gestione attraverso società per azioni, e sull’art. 154, nella parte in cui si impone al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa.
L’obiettivo dei referendari è portare almeno 25 milioni di italiani a votare tre sì. Potrebbe sembrare un obiettivo impossibile visto la disaffezione degli italiani al voto referendario. Ma questa volta l’adesione alla richiesta del referendum è stata una delle più alte della storia, come ha ricordato il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. Certo, il risultato che si otterrà dopo l’autenticazione della Cassazione sulle firme raccolte non riuscirà mai ad eguagliare quello del referendum sul divorzio, per cui le firme autenticate furono un milione e 370mila. Tra la raccolta e la certificazione, infatti, c’è sempre uno scarto di firme cassate per irregolarità, ma il traguardo raggiunto al momento è comunque ottimo soprattutto dopo i molti scontri che si sono avuti tra il Forum dei movimenti per l’acqua pubblica e vari esponenti politici che hanno prima dato e poi negato l’appoggio al movimento referendario.
Ora in attesa della verifica delle firme, il Forum per l’acqua pubblica ha chiesto al governo di bloccare immediatamente le privatizzazioni, con una moratoria che garantisca tutti fino allo svolgimento dei referendum. E se il volere del popolo italiano non contasse abbastanza, basterebbe riflettere sull’assurdità di voler fare profitti su una risorsa pubblica per eccellenza com’è l’acqua. “Una risorsa nei confronti della quale è in corso un movimento mondiale orientato al risparmio. Ricordiamo – ha detto Stefano Leoni, presidente del Wwf – che l’accessibilità dell’acqua a tutti gli esseri umani è uno degli obiettivi del millennio”.
Bisognerà aspettare per sapere se l’Italia vorrà realizzare questo obiettivo ma nell’attesa della verifica delle firme, il popolo dell’acqua non si arrende e il 18 settembre torna in piazza, forse a Firenze, per l’assemblea dei movimenti per l’acqua.

Fonte:Offline

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martedì 20 luglio 2010

Il sud Italia sempre più povero: 1 meridionale su 3 è a rischio povertà

ROMA - Il nuovo rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno 2010 ha evidenziato una situazione tragica per l’Italia meridionale: una famiglia su cinque, al sud, non ha i soldi per andare dal medico e sempre una su cinque non si può permettere di pagare il riscaldamento. Ma a preoccupare non sono solo le bollette o il medico. La famiglia meridionale è come Tremonti: l’unica parola d’ordine è tagli.

Secondo l'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno, nel 2008 al 30% delle famiglie al Sud sono mancati i soldi per i vestiti e nel 16,7% dei casi si sono pagate in ritardo le bollette. Otto famiglie su 100 hanno rinunciato ad alimentari necessari, il 21% non ha avuto soldi per il riscaldamento (27,5% in Sicilia) e il 20% per andare dal medico (in Sicilia e Campania circa il 25%). Inoltre dai numeri forniti , quasi un meridionale su tre è (6 milioni 838mila persone in valore assoluto) a rischio povertà a causa di un reddito troppo basso, un rapporto che al Centro-Nord è di uno su dieci. Il rapporto evidenzia che il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese. Ed è da considerare che nel 47% delle famiglie meridionali vi è un unico stipendio, fetta che passa addirittura al 54% nel caso della Sicilia.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha avvertito che serve una «profonda modifica» delle politiche di sviluppo per il sud perché il Mezzogiorno può contribuire alla ripresa dell'economia italiana.

Il Pil al Sud nel 2009 è tornato ai livelli di 10 anni fa. Ma non solo: l'industria, il cui valore aggiunto è crollato del 15,8%, è addirittura «a rischio di estinzione». La crisi ha inoltre contribuito a peggiorare la situazione: l'industria del Mezzogiorno ha perso più di centomila occupati (-12%) tra il 2008 e il 2009.

L’associazione da tempo denuncia la cattività del meridione: senza infrastrutture e nuove politiche, il sud perderà il suo ultimo treno per lo sviluppo.
Non si tratta più dello scontro atavico tra un nord produttore e un sud distruttore, ora bisogna perseguire nuove politiche se si vuole migliorare la situazione altrimenti numeri e disavanzi continueranno a farla da padrone e i meridionali resteranno sempre più poveri.


Fonte: Il Mediterraneo


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ROMA - Il nuovo rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno 2010 ha evidenziato una situazione tragica per l’Italia meridionale: una famiglia su cinque, al sud, non ha i soldi per andare dal medico e sempre una su cinque non si può permettere di pagare il riscaldamento. Ma a preoccupare non sono solo le bollette o il medico. La famiglia meridionale è come Tremonti: l’unica parola d’ordine è tagli.

Secondo l'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno, nel 2008 al 30% delle famiglie al Sud sono mancati i soldi per i vestiti e nel 16,7% dei casi si sono pagate in ritardo le bollette. Otto famiglie su 100 hanno rinunciato ad alimentari necessari, il 21% non ha avuto soldi per il riscaldamento (27,5% in Sicilia) e il 20% per andare dal medico (in Sicilia e Campania circa il 25%). Inoltre dai numeri forniti , quasi un meridionale su tre è (6 milioni 838mila persone in valore assoluto) a rischio povertà a causa di un reddito troppo basso, un rapporto che al Centro-Nord è di uno su dieci. Il rapporto evidenzia che il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese. Ed è da considerare che nel 47% delle famiglie meridionali vi è un unico stipendio, fetta che passa addirittura al 54% nel caso della Sicilia.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha avvertito che serve una «profonda modifica» delle politiche di sviluppo per il sud perché il Mezzogiorno può contribuire alla ripresa dell'economia italiana.

Il Pil al Sud nel 2009 è tornato ai livelli di 10 anni fa. Ma non solo: l'industria, il cui valore aggiunto è crollato del 15,8%, è addirittura «a rischio di estinzione». La crisi ha inoltre contribuito a peggiorare la situazione: l'industria del Mezzogiorno ha perso più di centomila occupati (-12%) tra il 2008 e il 2009.

L’associazione da tempo denuncia la cattività del meridione: senza infrastrutture e nuove politiche, il sud perderà il suo ultimo treno per lo sviluppo.
Non si tratta più dello scontro atavico tra un nord produttore e un sud distruttore, ora bisogna perseguire nuove politiche se si vuole migliorare la situazione altrimenti numeri e disavanzi continueranno a farla da padrone e i meridionali resteranno sempre più poveri.


Fonte: Il Mediterraneo


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Svimez 2010, bisogna investire nelle infrastrutture del Mezzogiorno - Necessario un piano da 38 mld di euro


Ecco come hanno ridotto il Sud i partiti di destra e di sinistra. l'11 novembre a Palermo ci saranno gli Stati generali del Sud organizzati dalla Confederazione del Sud. Inviteremo tutti i gruppi meridionalisti, compresi quelli parlamentari. Bisogna guardarsi in faccia e dire all'Italia e al mondo chi ha ridotto il Sud... a Colonia di sfruttamento. Costituiremo una grande aggregazione tra ceti politici meridionalisti, imprenditori, contadini,operai, artigiani, dusoccupati. DESTRA E SINISTRA SONO SOLO INDICAZIONI STRADALI, dobbiamo cacciarli via dalle amministrazioni locali, regionali e nazionali. Quei partiti difendono gli interessi Tosco-padani, noi dobbiamo difendere i nostri.

Antonio Ciano
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Il Mezzogiorno è in recessione. La fotografia emerge dal Rapporto Svimez 2010 sull’Economia del Mezzogiorno presentato questa mattina a Roma.
Serve un nuovo progetto per il Sud, che parta dal rilancio delle infrastrutture con un piano di 38 miliardi di euro.
Il Pil è tornato nel 2009 ai livelli di dieci anni fa, calato del 4,5%. Al 24% si stima il tasso di disoccupazione effettivo, ci sono 26mila pendolari in meno e 6 milioni 830mila persone sono a rischio povertà. Il 44% delle famiglie meridionali non è in grado di sostenere una spesa extra di 750 euro. E’ l’industria a fare le spese maggiori della crisi, con un crollo del valore aggiunto industriale del 15,8% nel 2009.
Per la prima volta dopo la guerra, anche il settore dei servizi è in picchiata da due anni consecutivi, con effetti pesanti nel commercio, nel turismo, nei trasporti e nell’intermediazione creditizia ed immobiliare.
Nel corso della presentazione del rapporto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è espresso in un telegramma: “La crisi che ha colpito il Paese non ha risparmiato le situazioni di già profonda difficoltà del Mezzogiorno italiano e l’obiettivo di ridurne gli effetti nel breve periodo è diventato prioritario. I risultati delle politiche insufficienti del passato devono spingere ad una modifica dello stesso impianto strategico degli interventi di sviluppo. Il Mezzogiorno può e deve contribuire alla ripresa di uno stabile processo di crescita dell’economia italiana, fondato su una strategia di convinta collaborazione tra Stato e Regioni”.


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Ecco come hanno ridotto il Sud i partiti di destra e di sinistra. l'11 novembre a Palermo ci saranno gli Stati generali del Sud organizzati dalla Confederazione del Sud. Inviteremo tutti i gruppi meridionalisti, compresi quelli parlamentari. Bisogna guardarsi in faccia e dire all'Italia e al mondo chi ha ridotto il Sud... a Colonia di sfruttamento. Costituiremo una grande aggregazione tra ceti politici meridionalisti, imprenditori, contadini,operai, artigiani, dusoccupati. DESTRA E SINISTRA SONO SOLO INDICAZIONI STRADALI, dobbiamo cacciarli via dalle amministrazioni locali, regionali e nazionali. Quei partiti difendono gli interessi Tosco-padani, noi dobbiamo difendere i nostri.

Antonio Ciano
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Il Mezzogiorno è in recessione. La fotografia emerge dal Rapporto Svimez 2010 sull’Economia del Mezzogiorno presentato questa mattina a Roma.
Serve un nuovo progetto per il Sud, che parta dal rilancio delle infrastrutture con un piano di 38 miliardi di euro.
Il Pil è tornato nel 2009 ai livelli di dieci anni fa, calato del 4,5%. Al 24% si stima il tasso di disoccupazione effettivo, ci sono 26mila pendolari in meno e 6 milioni 830mila persone sono a rischio povertà. Il 44% delle famiglie meridionali non è in grado di sostenere una spesa extra di 750 euro. E’ l’industria a fare le spese maggiori della crisi, con un crollo del valore aggiunto industriale del 15,8% nel 2009.
Per la prima volta dopo la guerra, anche il settore dei servizi è in picchiata da due anni consecutivi, con effetti pesanti nel commercio, nel turismo, nei trasporti e nell’intermediazione creditizia ed immobiliare.
Nel corso della presentazione del rapporto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è espresso in un telegramma: “La crisi che ha colpito il Paese non ha risparmiato le situazioni di già profonda difficoltà del Mezzogiorno italiano e l’obiettivo di ridurne gli effetti nel breve periodo è diventato prioritario. I risultati delle politiche insufficienti del passato devono spingere ad una modifica dello stesso impianto strategico degli interventi di sviluppo. Il Mezzogiorno può e deve contribuire alla ripresa di uno stabile processo di crescita dell’economia italiana, fondato su una strategia di convinta collaborazione tra Stato e Regioni”.


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