sabato 26 giugno 2010

UNA FIGURA BARBINA DELLA NAZIONALE ITALIANA AI MONDIALI DI CALCIO: FUORI AL PRIMO TURNO, 2 PAREGGI E LA PERLA FINALE DELLA SCONFITTA CON LA SLOVACCHIA


Molti ci chiedono perchè tifiamo ARGENTINA! Proviamo a spiegarvelo :


1) innanzitutto questa squadra vergognosa si fa fatica ad amarla e condividerla!


2) non possono pretendere che dovremmo sentirci italiani solo quando gioca la nazionale di calcio e quando si suona quella marcetta dell'inno di Mameli! Italiani dovremmo esserlo sempre : e non lo siamo quando parla Bossi che ci governa, quando Marchionne propone un diktat anticostituzionale e vessatorio contro gli operai del Sud senza che lo Stato glielo impedisca! Quando si fregano i fondi FAS del mezzogiorno! Quando spendono una barca di soldi per festeggiare l'unità continuando a raccontarci la favola del Risorgimento, e occultando tutte le tragedie che hanno comportato quegli eventi per il SUd!


3) il tricolore e quella nazionale rappresentano ciò e, se permettete non ci identifichiamo! Se il Sud tornerà ad avere pari dignità e il ruolo che gli spetta nel paese, riconoscendogli il maltolto e raccontando le verità storiche, non avremo remore a sentirci identificati da questa squadra di calcio!


4) Maradona, che guida l'Argentina, è stato l'unico (nel mondo del calcio) ad aver dato dignità, titoli e restituito orgoglio a Napoli e a tutto il Sud! Ha compreso e rivendicato quelle vittorie come il riscatto contro lo strapotere del Nord!


5) L'Argentina ha accolto migliaia d'emigranti (causati da quell'unità truffaldina), tra cui un mare di meridionali (basta leggere i cognomi dei suoi calciatori!)
Quindi, se permettete, propendiamo con entusiasmo a indirizzare i nostri favori ed il nostro sano tifo calcistico per questa nazionale, la cui fantasia nel gioco, le radici dei suoi abitanti e giocatori, e il carisma del suo leader - tanto vicino sempre ai napoletani - , ce la fanno sentire più vicina alle nostre passioni sportive.


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Molti ci chiedono perchè tifiamo ARGENTINA! Proviamo a spiegarvelo :


1) innanzitutto questa squadra vergognosa si fa fatica ad amarla e condividerla!


2) non possono pretendere che dovremmo sentirci italiani solo quando gioca la nazionale di calcio e quando si suona quella marcetta dell'inno di Mameli! Italiani dovremmo esserlo sempre : e non lo siamo quando parla Bossi che ci governa, quando Marchionne propone un diktat anticostituzionale e vessatorio contro gli operai del Sud senza che lo Stato glielo impedisca! Quando si fregano i fondi FAS del mezzogiorno! Quando spendono una barca di soldi per festeggiare l'unità continuando a raccontarci la favola del Risorgimento, e occultando tutte le tragedie che hanno comportato quegli eventi per il SUd!


3) il tricolore e quella nazionale rappresentano ciò e, se permettete non ci identifichiamo! Se il Sud tornerà ad avere pari dignità e il ruolo che gli spetta nel paese, riconoscendogli il maltolto e raccontando le verità storiche, non avremo remore a sentirci identificati da questa squadra di calcio!


4) Maradona, che guida l'Argentina, è stato l'unico (nel mondo del calcio) ad aver dato dignità, titoli e restituito orgoglio a Napoli e a tutto il Sud! Ha compreso e rivendicato quelle vittorie come il riscatto contro lo strapotere del Nord!


5) L'Argentina ha accolto migliaia d'emigranti (causati da quell'unità truffaldina), tra cui un mare di meridionali (basta leggere i cognomi dei suoi calciatori!)
Quindi, se permettete, propendiamo con entusiasmo a indirizzare i nostri favori ed il nostro sano tifo calcistico per questa nazionale, la cui fantasia nel gioco, le radici dei suoi abitanti e giocatori, e il carisma del suo leader - tanto vicino sempre ai napoletani - , ce la fanno sentire più vicina alle nostre passioni sportive.


venerdì 25 giugno 2010

Napoli, aumentano i negozi con il cartello “anti-leghisti”. Un’azienda lancia “Io non posso entrare” dedicato a Bossi

“In questo locale non sono graditi i leghisti”, cominciata da una pizzeria napoletana la protesta contro le continue offese del Carroccio al Meridione si estende, fino a contare 20 negozi. Gelatai, bar, negozi di scarpe, agenzie di viaggio: tutti e 20 a esporre lo stesso cartello.

L’offensiva partenopea era stata avviata dal commissario dei Verdi della Campania Francesco Emilio Borrelli e dal titolare di ”Napolimania” Enrico Durazzo, con l’annuncio ”Dopo gli ultimi insulti contro i napoletani non sono più graditi i leghisti in questo locale. Firmato: La Direzione”.

E la rivolta coinvolge anche i napoletani del mondo. ”Alcuni emigranti da Milano – continuano Borrelli e Durazzo – ci hanno scritto che stamattina, dopo tanto tempo, hanno avuto il coraggio di rialzare la testa contro le continue umiliazioni subite quotidianamente dai leghisti a causa delle loro origini meridionali. E’ la prima volta che stiamo reagendo in modo duro e non ironico ai barbari leghisti”.

”Le aziende del Nord realizzano il 90% dei prodotti campani e napoletani”, continua Gino Sorbillo, titolare dell’ omonima pizzeria ai Tribunali. ”Si prendono i nostri soldi e utilizzando i nostri marchi e brand e poi ci insultano pure – aggiunge Sorbillo – tutto ciò deve finire e quindi abbiamo deciso di rispondere colpo su colpo: una piccola azienda campana sta producendo anche dei cartelli dove e’ ritratto Umberto Bossi con la scritta ”io non posso entrare”. ”Stiamo realizzando – concludono Borrelli e Durazzo – una importante iniziativa antileghista con la vera storia dei padani, una realtà di cui tutta l’Italia dovrebbe vergognarsi: il ministro dell’ Interno Roberto Maroni, che verra’ nei prossimi giorni in Campania, è ben venuto a Napoli come rappresentante del governo ma non come leghista”.

Fonte:Blitzquotidiano

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“In questo locale non sono graditi i leghisti”, cominciata da una pizzeria napoletana la protesta contro le continue offese del Carroccio al Meridione si estende, fino a contare 20 negozi. Gelatai, bar, negozi di scarpe, agenzie di viaggio: tutti e 20 a esporre lo stesso cartello.

L’offensiva partenopea era stata avviata dal commissario dei Verdi della Campania Francesco Emilio Borrelli e dal titolare di ”Napolimania” Enrico Durazzo, con l’annuncio ”Dopo gli ultimi insulti contro i napoletani non sono più graditi i leghisti in questo locale. Firmato: La Direzione”.

E la rivolta coinvolge anche i napoletani del mondo. ”Alcuni emigranti da Milano – continuano Borrelli e Durazzo – ci hanno scritto che stamattina, dopo tanto tempo, hanno avuto il coraggio di rialzare la testa contro le continue umiliazioni subite quotidianamente dai leghisti a causa delle loro origini meridionali. E’ la prima volta che stiamo reagendo in modo duro e non ironico ai barbari leghisti”.

”Le aziende del Nord realizzano il 90% dei prodotti campani e napoletani”, continua Gino Sorbillo, titolare dell’ omonima pizzeria ai Tribunali. ”Si prendono i nostri soldi e utilizzando i nostri marchi e brand e poi ci insultano pure – aggiunge Sorbillo – tutto ciò deve finire e quindi abbiamo deciso di rispondere colpo su colpo: una piccola azienda campana sta producendo anche dei cartelli dove e’ ritratto Umberto Bossi con la scritta ”io non posso entrare”. ”Stiamo realizzando – concludono Borrelli e Durazzo – una importante iniziativa antileghista con la vera storia dei padani, una realtà di cui tutta l’Italia dovrebbe vergognarsi: il ministro dell’ Interno Roberto Maroni, che verra’ nei prossimi giorni in Campania, è ben venuto a Napoli come rappresentante del governo ma non come leghista”.

Fonte:Blitzquotidiano

Brigante se more (Libertà) - Napoli Incanto


http://www.youtube.com/watch?v=ybCnZoQQE1Y

Gianni Aversano ha incantato la Piazza a Gaeta il 18 giugno del 2010...Napoli Incanto sono dei fuoriclasse della musica napoletana, classica e popolare.


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http://www.youtube.com/watch?v=ybCnZoQQE1Y

Gianni Aversano ha incantato la Piazza a Gaeta il 18 giugno del 2010...Napoli Incanto sono dei fuoriclasse della musica napoletana, classica e popolare.


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Pino Aprile risponde alla nostra domanda sulle carte del brigantaggio

Avevamo inviato una domanda alla segreteria di http://www.duesicilie.info/ per l'incontro svoltosi a Siderno il 19 giugno con Pino Aprile, il quale ha gentilmente inviato la risposta via email, autorizzandoci a pubblicarla. Di questo lo ringraziamo.

Caro Errico,

naturalmente, condivido perfettamente la proposta e qualsiasi altra iniziativa possa rendere facilmente e totalmente consultabili i documenti, di qualsiasi tipo, in grado di far luce (quella possibile) sulla nostra storia. L’idea che gli italiani siano un popolo bambino, incapace di tollerare la verità, perché immaturi e potrebbero farsi male, è un’idea utile solo a chi vuol continuare a trattarli da bambini, per meglio coltivare i propri affari. Al contrario, questa continua negazione di verità e consapevolezza porta prima alla delusione, poi al disinteresse, distruggendo le ragioni della convivenza (e si vede…).

Sciascia diceva che siamo un Paese senza verità; e questo vale per tutte le vicende fondanti della nostra storia, il che vuol dire pretendere di fondare la nostra identità su una serie di menzogne e versioni ammaestrate: vale per il Risorgimento, per le nostre avventure coloniali, per Portella delle Ginestre, per la strategia della tensione, per gli anni di piombo e il delitto Moro, per la P2 e le connessioni fra stato e antistato mafioso e massonico (fra cui cominciano persino a cadere le distinzioni).

Negli archivi concepiti come carcere per la verità è imprigionata la nostra maturità democratica. Apparentemente, tutto è a portata di mano; nei fatti tutto è difficile, contorto, lontano, dispendioso. La Germania è risalita dal suo inferno nazista scarnificandosi dinanzi al mondo intero; negli Stati Uniti, con il Freedom of Information Act, i segreti più segreti vengono divulgati, dall’omicidio Kennedy al Viet Nam. Mentre noi discutiamo di come rendere davvero e agevolmente accessibili documenti di un secolo e mezzo fa.

Quindi, ben vengano tutte le proposte che portano luce nei sotterranei bui della nostra memoria. Possiamo crescere e davvero unirci, solo sapendo. E discutendone, sapendo.

A presto

Pino

DOMANDA PER PINO APRILE

Io penso che lei abbia conseguito col successo del suo libro un notevole peso contrattuale rispetto ai media, mi permetto di suggerire una richiesta che dovrebbe inoltrare in tutti gli incontro che va facendo in Italia:

Il passaggio di tutte le carte del brigantaggio dall’USSME all’archivio di stato e la loro pubblicazione online con relativi codici di decrittazione se necessario per i dispacci militari.

Io personalmente sono rimasto molto colpito da queste parole


L'ultima delusione, poi, ci è data dall’Ufficio storico del Corpo di Stato maggiore; il quale pure aveva destato nel pubblico italiano la speranza della storia. Invece è riuscito un maggiore inganno, perché le sue narrazioni, assumendo per documenti quanto nel tempo si è scritto di adulterato o di addirittura inventato, dimostrano che anche esso ha il fine di consolidare come storia il doppio uragano di glorificazioni al Nord e denigrazioni al Sud, doppio uragano che col pretesto politico non è che sfruttamento economico.

Razzano - 1914

e se penso che queste parole risalgono a circa 70 anni prima degli articoli sul Calendario del Popolo e su Storia illustrata e della conseguente interrogazione di Angelo Manna c’è da restare allibiti.

Il fascismo prima la Italia resistenziale poi hanno proseguito nella opera di occultamento della verità iniziata dai cosiddetti padri della patria – padani e meridionali.

La ringrazio della risposta,

Mino Errico

Siderno - 19 giugno incontro con Pino Aprile
Siderno_19_giugno_Pino_Aprile


Fonte:Eleaml

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Avevamo inviato una domanda alla segreteria di http://www.duesicilie.info/ per l'incontro svoltosi a Siderno il 19 giugno con Pino Aprile, il quale ha gentilmente inviato la risposta via email, autorizzandoci a pubblicarla. Di questo lo ringraziamo.

Caro Errico,

naturalmente, condivido perfettamente la proposta e qualsiasi altra iniziativa possa rendere facilmente e totalmente consultabili i documenti, di qualsiasi tipo, in grado di far luce (quella possibile) sulla nostra storia. L’idea che gli italiani siano un popolo bambino, incapace di tollerare la verità, perché immaturi e potrebbero farsi male, è un’idea utile solo a chi vuol continuare a trattarli da bambini, per meglio coltivare i propri affari. Al contrario, questa continua negazione di verità e consapevolezza porta prima alla delusione, poi al disinteresse, distruggendo le ragioni della convivenza (e si vede…).

Sciascia diceva che siamo un Paese senza verità; e questo vale per tutte le vicende fondanti della nostra storia, il che vuol dire pretendere di fondare la nostra identità su una serie di menzogne e versioni ammaestrate: vale per il Risorgimento, per le nostre avventure coloniali, per Portella delle Ginestre, per la strategia della tensione, per gli anni di piombo e il delitto Moro, per la P2 e le connessioni fra stato e antistato mafioso e massonico (fra cui cominciano persino a cadere le distinzioni).

Negli archivi concepiti come carcere per la verità è imprigionata la nostra maturità democratica. Apparentemente, tutto è a portata di mano; nei fatti tutto è difficile, contorto, lontano, dispendioso. La Germania è risalita dal suo inferno nazista scarnificandosi dinanzi al mondo intero; negli Stati Uniti, con il Freedom of Information Act, i segreti più segreti vengono divulgati, dall’omicidio Kennedy al Viet Nam. Mentre noi discutiamo di come rendere davvero e agevolmente accessibili documenti di un secolo e mezzo fa.

Quindi, ben vengano tutte le proposte che portano luce nei sotterranei bui della nostra memoria. Possiamo crescere e davvero unirci, solo sapendo. E discutendone, sapendo.

A presto

Pino

DOMANDA PER PINO APRILE

Io penso che lei abbia conseguito col successo del suo libro un notevole peso contrattuale rispetto ai media, mi permetto di suggerire una richiesta che dovrebbe inoltrare in tutti gli incontro che va facendo in Italia:

Il passaggio di tutte le carte del brigantaggio dall’USSME all’archivio di stato e la loro pubblicazione online con relativi codici di decrittazione se necessario per i dispacci militari.

Io personalmente sono rimasto molto colpito da queste parole


L'ultima delusione, poi, ci è data dall’Ufficio storico del Corpo di Stato maggiore; il quale pure aveva destato nel pubblico italiano la speranza della storia. Invece è riuscito un maggiore inganno, perché le sue narrazioni, assumendo per documenti quanto nel tempo si è scritto di adulterato o di addirittura inventato, dimostrano che anche esso ha il fine di consolidare come storia il doppio uragano di glorificazioni al Nord e denigrazioni al Sud, doppio uragano che col pretesto politico non è che sfruttamento economico.

Razzano - 1914

e se penso che queste parole risalgono a circa 70 anni prima degli articoli sul Calendario del Popolo e su Storia illustrata e della conseguente interrogazione di Angelo Manna c’è da restare allibiti.

Il fascismo prima la Italia resistenziale poi hanno proseguito nella opera di occultamento della verità iniziata dai cosiddetti padri della patria – padani e meridionali.

La ringrazio della risposta,

Mino Errico

Siderno - 19 giugno incontro con Pino Aprile
Siderno_19_giugno_Pino_Aprile


Fonte:Eleaml

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Report - Il Progetto


http://www.youtube.com/watch?v=KZV6Lr-IkAY



Una cassaforte di oltre 50 miliardi di euro. A tanto ammonta il Fas, fondo per le aree sottoutilizzate. Il Governo laveva creato con una legge ad hoc nel 2002 con lo scopo di destinare finanziamenti per le zone più in difficoltà del nostro Paese, l85% va al sud il resto al centro nord. Con lavvento della crisi però, il governo ha cominciato a usare questa cassaforte come un bancomat e ha destinato fondi, oltre che per le ricostruzioni dopo il terremoto in Abruzzo, Marche e Molise, anche per tappare i buchi di bilancio delle amministrazioni di Roma, Catania e Palermo, pagare gli ammortizzatori sociali, lemergenza rifiuti e la proroga della rottamazione dei frigoriferi, le multe delle quote latte, e soprattutto sono stati destinati per il G8 al centro delle cronache per linchiesta Grandi Appalti. Anche il ponte sullo stretto, benché il governo abbia detto che non costerà nulla allo Stato, sarà destinatario del Fas: un miliardo e trecento milioni sono stati appena destinati per le opere propedeutiche. Inoltre altri 4 miliardi finiranno in Sicilia nei prossimi anni. Per evitare che finiscano nelle mani della criminalità organizzata la legge ha istituito il protocollo di legalità. Nellinchiesta si mostrerà cosa sono, come funzionano e le modalità con cui vengono spesi i fondi arrivati fino ad ora in Sicilia.

http://www.report.rai.it/R2_popup_art...

Ringraziamenti dal Coordinamento Fava a:
- Sigfrido Ranucci
- Milena Gabanelli
- Redazione di Report
- Rai 3

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http://www.youtube.com/watch?v=KZV6Lr-IkAY



Una cassaforte di oltre 50 miliardi di euro. A tanto ammonta il Fas, fondo per le aree sottoutilizzate. Il Governo laveva creato con una legge ad hoc nel 2002 con lo scopo di destinare finanziamenti per le zone più in difficoltà del nostro Paese, l85% va al sud il resto al centro nord. Con lavvento della crisi però, il governo ha cominciato a usare questa cassaforte come un bancomat e ha destinato fondi, oltre che per le ricostruzioni dopo il terremoto in Abruzzo, Marche e Molise, anche per tappare i buchi di bilancio delle amministrazioni di Roma, Catania e Palermo, pagare gli ammortizzatori sociali, lemergenza rifiuti e la proroga della rottamazione dei frigoriferi, le multe delle quote latte, e soprattutto sono stati destinati per il G8 al centro delle cronache per linchiesta Grandi Appalti. Anche il ponte sullo stretto, benché il governo abbia detto che non costerà nulla allo Stato, sarà destinatario del Fas: un miliardo e trecento milioni sono stati appena destinati per le opere propedeutiche. Inoltre altri 4 miliardi finiranno in Sicilia nei prossimi anni. Per evitare che finiscano nelle mani della criminalità organizzata la legge ha istituito il protocollo di legalità. Nellinchiesta si mostrerà cosa sono, come funzionano e le modalità con cui vengono spesi i fondi arrivati fino ad ora in Sicilia.

http://www.report.rai.it/R2_popup_art...

Ringraziamenti dal Coordinamento Fava a:
- Sigfrido Ranucci
- Milena Gabanelli
- Redazione di Report
- Rai 3

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Nel paese che muore d'amianto

Di Andrea Milluzzi

"Ma che cosa sta succedendo a Ferrandina?" Questa è la domanda che Nunzia si sente rivolgere all'ospedale di Matera, dove le hanno appena diagnosticato un tumore. Una sentenza ultimamente troppo ricorrente fra gli abitanti di questo paesino a una trentina di chilometri dalla città dei sassi. Ma una risposta i ferrandinesi se la sono data: sta succedendo che la pattumiera d'Italia ha iniziato a generare i suoi morti.

All'ingresso del paese un corteo funebre sta salutando una donna di 57 anni portata via in un mese da un cancro. Sotto si estende la valle con i suoi calanchi, che nelle intenzioni di una volta doveva diventare un parco nazionale. Invece adesso ospita cinque discariche e il ministero dell'Ambiente progetta di costruirci pure un inceneritore e un'ennesima mega discarica di rifiuti tossici e nocivi.

Guarda La videoinchiesta

Ferrandina ha quasi diecimila abitanti e una grande storia alle spalle: è stata fondata ai tempi della Magna Grecia ed è stata un centro culturale anche in epoca bizantina. Nell'Ottocento i suoi abitanti si ribellarono più volte e anche durante la Seconda Guerra mondiale ci fu un'insurrezione contro i gerarchi e i latifondisti fascisti. Il paese è in cima a una collina e nel 1978 fu usato come location per il film 'Cristo si è fermato a Eboli', di Francesco Rosi.

Ma molto tempo è passato da allora. Domenico La Carpia è un imprenditore locale che si occupa di trivellazioni, smaltimento rifiuti e bonifica del territorio. Il nome della sua ditta è uno dei tanti che campeggiano sui cartelli di divieto d'accesso per presenza di sostanze pericolose. Sta mettendo in sicurezza la discarica comunale di Casaleni, ha una discarica di amianto e ha in carico la bonifica dell'ex Materit, azienda della vecchia e famigerata Eternit che fra il 1973 e il 1989 ha fatto tutti i danni che poteva fare al paese e ai paesani. "I lavori di bonifica sono iniziati ma per mettere completamente in sicurezza la zona servono, direi, 2 milioni di euro e il Comune non ha più una lira", spiega La Carpia. Nel frattempo 10 operai degli 86 che ci lavoravano sono morti, 16 si sono ammalati e tutti gli altri vivono un'esistenza sospesa fra controlli medici e il sospetto di essere già condannati.

Eppure che l'amianto fosse cancerogeno si sa da tempo. Non è più come 30 anni fa quando pur di lavorare i ferrandinesi accettarono di maneggiare quella strana polvere sconosciuta. Una relazione tecnica del 2005 ha rilevato amianto e manganese in quantità superiori alla norma nei terreni e nelle acque vicini alla ex Materit. Cinque anni dopo la fabbrica è sigillata alla meno peggio, con finestre infrante, un portone aperto e polvere per terra che si alza al minimo venticello stagionale. Dentro ci sono ancora 500-600 sacconi da mille chili di amianto ciascuno che aspettano di essere seppelliti e definitivamente dimenticati. Ma sono ancora là. E in paese si conta un malato a famiglia.

A pochi metri dallo stabilimento passa la superstrada Basentana che collega tutta la valle. Un altro centinaio di sacchi di amianto e un altro telone - rotto - danno il benvenuto. Nessuna recinzione, un solo cartello che però capre e mucche non possono leggere e quindi brulicano tranquillamente l'erbetta accanto alla sostanza maledetta. Dal produttore al consumatore il passo è breve e a volte mortale.

"Mio marito diceva sempre che mangiando i prodotti locali sapevamo bene cosa mangiavamo. No, lo sappiamo adesso". Nunzia ha 53 anni, da uno è rimasta vedova dopo che il marito è stato ucciso da un tumore. Adesso è lei a combattere con lo stesso male: "Mi sentivo stanca, pensavo fosse per quello che ho dovuto passare negli ultimi tempi. Invece ho fatto gli esami ed è venuto fuori che avevo un tumore al seno. Ma non ero preoccupata, so che si può guarire e ho fiducia nella scienza. Poi invece la Tac ha trovato metastasi ovunque e mi hanno detto che era inutile pure l'operazione".

C'è un documentario della Ola (Organizzazione lucana ambientalista), dall'associazione Ambiente e legalità e da Pensiero Attivo, un'associazione giovanile di Ferrandina in cui il free lance Andrea Spartaco filma i sacchi di amianto e il percolato che defluisce dalla discarica di Casaleni. "Nemmeno far vedere il video in piazza è servito a smuovere le coscienze. La conseguenza più devastante di essere diventati la pattumiera d'Italia è che tutti si sentono legittimati a fare quello che vogliono", dice Spartaco.

Se dici amianto e Eternit, la prima assonanza che viene in mente è Casale Monferrato, ma le pattumiere d'Italia sono di più, e tra queste Ferrandina. Gli effetti sono gli stessi, la consapevolezza, molto spesso, no.

www.extramedia.org


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Di Andrea Milluzzi

"Ma che cosa sta succedendo a Ferrandina?" Questa è la domanda che Nunzia si sente rivolgere all'ospedale di Matera, dove le hanno appena diagnosticato un tumore. Una sentenza ultimamente troppo ricorrente fra gli abitanti di questo paesino a una trentina di chilometri dalla città dei sassi. Ma una risposta i ferrandinesi se la sono data: sta succedendo che la pattumiera d'Italia ha iniziato a generare i suoi morti.

All'ingresso del paese un corteo funebre sta salutando una donna di 57 anni portata via in un mese da un cancro. Sotto si estende la valle con i suoi calanchi, che nelle intenzioni di una volta doveva diventare un parco nazionale. Invece adesso ospita cinque discariche e il ministero dell'Ambiente progetta di costruirci pure un inceneritore e un'ennesima mega discarica di rifiuti tossici e nocivi.

Guarda La videoinchiesta

Ferrandina ha quasi diecimila abitanti e una grande storia alle spalle: è stata fondata ai tempi della Magna Grecia ed è stata un centro culturale anche in epoca bizantina. Nell'Ottocento i suoi abitanti si ribellarono più volte e anche durante la Seconda Guerra mondiale ci fu un'insurrezione contro i gerarchi e i latifondisti fascisti. Il paese è in cima a una collina e nel 1978 fu usato come location per il film 'Cristo si è fermato a Eboli', di Francesco Rosi.

Ma molto tempo è passato da allora. Domenico La Carpia è un imprenditore locale che si occupa di trivellazioni, smaltimento rifiuti e bonifica del territorio. Il nome della sua ditta è uno dei tanti che campeggiano sui cartelli di divieto d'accesso per presenza di sostanze pericolose. Sta mettendo in sicurezza la discarica comunale di Casaleni, ha una discarica di amianto e ha in carico la bonifica dell'ex Materit, azienda della vecchia e famigerata Eternit che fra il 1973 e il 1989 ha fatto tutti i danni che poteva fare al paese e ai paesani. "I lavori di bonifica sono iniziati ma per mettere completamente in sicurezza la zona servono, direi, 2 milioni di euro e il Comune non ha più una lira", spiega La Carpia. Nel frattempo 10 operai degli 86 che ci lavoravano sono morti, 16 si sono ammalati e tutti gli altri vivono un'esistenza sospesa fra controlli medici e il sospetto di essere già condannati.

Eppure che l'amianto fosse cancerogeno si sa da tempo. Non è più come 30 anni fa quando pur di lavorare i ferrandinesi accettarono di maneggiare quella strana polvere sconosciuta. Una relazione tecnica del 2005 ha rilevato amianto e manganese in quantità superiori alla norma nei terreni e nelle acque vicini alla ex Materit. Cinque anni dopo la fabbrica è sigillata alla meno peggio, con finestre infrante, un portone aperto e polvere per terra che si alza al minimo venticello stagionale. Dentro ci sono ancora 500-600 sacconi da mille chili di amianto ciascuno che aspettano di essere seppelliti e definitivamente dimenticati. Ma sono ancora là. E in paese si conta un malato a famiglia.

A pochi metri dallo stabilimento passa la superstrada Basentana che collega tutta la valle. Un altro centinaio di sacchi di amianto e un altro telone - rotto - danno il benvenuto. Nessuna recinzione, un solo cartello che però capre e mucche non possono leggere e quindi brulicano tranquillamente l'erbetta accanto alla sostanza maledetta. Dal produttore al consumatore il passo è breve e a volte mortale.

"Mio marito diceva sempre che mangiando i prodotti locali sapevamo bene cosa mangiavamo. No, lo sappiamo adesso". Nunzia ha 53 anni, da uno è rimasta vedova dopo che il marito è stato ucciso da un tumore. Adesso è lei a combattere con lo stesso male: "Mi sentivo stanca, pensavo fosse per quello che ho dovuto passare negli ultimi tempi. Invece ho fatto gli esami ed è venuto fuori che avevo un tumore al seno. Ma non ero preoccupata, so che si può guarire e ho fiducia nella scienza. Poi invece la Tac ha trovato metastasi ovunque e mi hanno detto che era inutile pure l'operazione".

C'è un documentario della Ola (Organizzazione lucana ambientalista), dall'associazione Ambiente e legalità e da Pensiero Attivo, un'associazione giovanile di Ferrandina in cui il free lance Andrea Spartaco filma i sacchi di amianto e il percolato che defluisce dalla discarica di Casaleni. "Nemmeno far vedere il video in piazza è servito a smuovere le coscienze. La conseguenza più devastante di essere diventati la pattumiera d'Italia è che tutti si sentono legittimati a fare quello che vogliono", dice Spartaco.

Se dici amianto e Eternit, la prima assonanza che viene in mente è Casale Monferrato, ma le pattumiere d'Italia sono di più, e tra queste Ferrandina. Gli effetti sono gli stessi, la consapevolezza, molto spesso, no.

www.extramedia.org


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giovedì 24 giugno 2010

BUFFON...ATE MONDIALI !

Postiamo questo articolo scritto alcuni giorni fa, ed evidentemente "profetico", dal Direttore del Brigante...:

Di Gino Giammarino

I DUE BUFFON

I DUE BUFFON

La sera in cui sono state diramate le convocazioni per la nazionale di calcio degli italiani ero in auto, nel solito traffico della Tangenziale di Napoli, unica a pagamento nel bel paese. Coinvolto nel classico ingorgo a croce uncinata (vedi: “Così parlò Bellavista” – ndr), ingannavo il tempo ascoltando la trasmissione radiofonica “La Zanzara”condotta, brillantemente come sempre, daGiuseppe Cruciani in compagnia di Luca Telese. Fu proprio quest’ultimo a commentare in maniera esplicita: “…Questi nomi sono l’ennesimo segnale e la conferma di un Paese che non cambia mai…”.Non credo ci sia bisogno della mia traduzione per spiegare l’amara considerazione di Telese incentrata sul paese dei furbi e delle pastette. In queste giornate di tifoseria ipocrita e farisaica osservo una squadra infarcita da otto giocatori juventini nella peggior annata della (forse troppo) vecchia signora. Annoto la presenza tra i pali di un Gigi Buffon che ha avuto problemi fisici durante tutta la passata stagione e che si è, poi, regolarmente quanto nuovamente infortunato. Nei miei appunti non trovo l’utilizzo di Morgan De Sanctis, al contrario del raccomandato bianconero e sponsorizzato da grosse aziende imbottigliatrici di acque minerali, né mi risulta ancora esser stato schierato Christian Maggio. Tantomeno posso ascrivere, in una squadra non solo noiosa e prevedibile, ma anche astemia alla rete, la ricomposizione dello scoppiettante tandem udinese Di NataleQuagliarella.

MAREKIARO HAMSIK

MAREKIARO HAMSIK

Eppure da parte di tanta stampa sportiva “nazionale” non si trova il coraggio di trattare Marcello Lippi per quello che è davvero: evidentemente troppo preoccupata di non poter evntualmente salire su quel fantomatico carro del vincitore, come da minacce in conferenza stampa camorristicamente messe in campo. A memoria d’uomo, l’unica volta che ilMarcello nazionale abbia messo in campo qualcosa di serio. E allora, non solo continuo orgogliosamente a tifare per l’Argentina del brigante Maradona, ma aggiungo di più: tra la Slovacchia e l’Italia, che guardo con lo sportivo e sereno distacco dovuto a due nazionali straniere, permettetemi una piccola preferenza per l’unica squadra dove un napoletano gioca sicuro da titolare. Dai, Marekiaro, a Napoli siamo tutti (i tifosi veri che vanno allo stadio e non quelli da mondiale) con te: gonfia quella rete di un paese capace solo di fare…autogol!






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Postiamo questo articolo scritto alcuni giorni fa, ed evidentemente "profetico", dal Direttore del Brigante...:

Di Gino Giammarino

I DUE BUFFON

I DUE BUFFON

La sera in cui sono state diramate le convocazioni per la nazionale di calcio degli italiani ero in auto, nel solito traffico della Tangenziale di Napoli, unica a pagamento nel bel paese. Coinvolto nel classico ingorgo a croce uncinata (vedi: “Così parlò Bellavista” – ndr), ingannavo il tempo ascoltando la trasmissione radiofonica “La Zanzara”condotta, brillantemente come sempre, daGiuseppe Cruciani in compagnia di Luca Telese. Fu proprio quest’ultimo a commentare in maniera esplicita: “…Questi nomi sono l’ennesimo segnale e la conferma di un Paese che non cambia mai…”.Non credo ci sia bisogno della mia traduzione per spiegare l’amara considerazione di Telese incentrata sul paese dei furbi e delle pastette. In queste giornate di tifoseria ipocrita e farisaica osservo una squadra infarcita da otto giocatori juventini nella peggior annata della (forse troppo) vecchia signora. Annoto la presenza tra i pali di un Gigi Buffon che ha avuto problemi fisici durante tutta la passata stagione e che si è, poi, regolarmente quanto nuovamente infortunato. Nei miei appunti non trovo l’utilizzo di Morgan De Sanctis, al contrario del raccomandato bianconero e sponsorizzato da grosse aziende imbottigliatrici di acque minerali, né mi risulta ancora esser stato schierato Christian Maggio. Tantomeno posso ascrivere, in una squadra non solo noiosa e prevedibile, ma anche astemia alla rete, la ricomposizione dello scoppiettante tandem udinese Di NataleQuagliarella.

MAREKIARO HAMSIK

MAREKIARO HAMSIK

Eppure da parte di tanta stampa sportiva “nazionale” non si trova il coraggio di trattare Marcello Lippi per quello che è davvero: evidentemente troppo preoccupata di non poter evntualmente salire su quel fantomatico carro del vincitore, come da minacce in conferenza stampa camorristicamente messe in campo. A memoria d’uomo, l’unica volta che ilMarcello nazionale abbia messo in campo qualcosa di serio. E allora, non solo continuo orgogliosamente a tifare per l’Argentina del brigante Maradona, ma aggiungo di più: tra la Slovacchia e l’Italia, che guardo con lo sportivo e sereno distacco dovuto a due nazionali straniere, permettetemi una piccola preferenza per l’unica squadra dove un napoletano gioca sicuro da titolare. Dai, Marekiaro, a Napoli siamo tutti (i tifosi veri che vanno allo stadio e non quelli da mondiale) con te: gonfia quella rete di un paese capace solo di fare…autogol!






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Brancher è impedito. Legittimamente

brancherMa tu guarda che casualita! Venerdì scorso, a sorpresa, il premier Silvio Berlusconi nomina il suo ex dipendente Aldo Brancher all'inedito Ministero dell'Attuazione del Federalismo.

Addirittura Bossi è caduto dalle nuvole e per sfogarsi della nomina per la quale anche lui è stato tenuto all'oscuro, ha lanciato la famosa invettiva contro la nazionale di calcio.

A parte lo stipendio, l'unica cosa che cambia per Brancher, che prima era un semplice sottosegretario, era la possibilità di avvalersi del legittimo impedimento (altra legge farlocca voluta dal suo ex datore di lavoro e ora suo presidente del Consiglio) per non essere ascoltato dai giudici che stanno indagando sulla scalata bancaria targata Bpi.

Brancher è, per puro caso, indagato per ricettazione in uno stralcio del processo e, per puro caso, è stato nominato ministro pochi giorni prima di dover comparire in Aula di Tribunale.

Per puro caso, oggi si è saputo che Brancher ha deciso di avvalersi del legittimo impedimento. In ogni caso un passo avanti nella moralizzazione del Paese: ora reati, coperture, omertà, collusioni, complicità emergono e si concretizzano alla luce del sole.

La maggior parte degli italiani, comunque, neanche sa che Brancher è ministro (la copertura dei Tg nazionali di questa scandalosa nomina è stata quasi inesistente), quindi non sapranno neanche che lo "spretato" (eh sì, Brancher era pure prete, prima di incontrare Silvio sulla via di Segrate) vuole mandare a monte il processo e si rifiuta di essere interrogato dai giudici.

Fonte:Sconfini.eu

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brancherMa tu guarda che casualita! Venerdì scorso, a sorpresa, il premier Silvio Berlusconi nomina il suo ex dipendente Aldo Brancher all'inedito Ministero dell'Attuazione del Federalismo.

Addirittura Bossi è caduto dalle nuvole e per sfogarsi della nomina per la quale anche lui è stato tenuto all'oscuro, ha lanciato la famosa invettiva contro la nazionale di calcio.

A parte lo stipendio, l'unica cosa che cambia per Brancher, che prima era un semplice sottosegretario, era la possibilità di avvalersi del legittimo impedimento (altra legge farlocca voluta dal suo ex datore di lavoro e ora suo presidente del Consiglio) per non essere ascoltato dai giudici che stanno indagando sulla scalata bancaria targata Bpi.

Brancher è, per puro caso, indagato per ricettazione in uno stralcio del processo e, per puro caso, è stato nominato ministro pochi giorni prima di dover comparire in Aula di Tribunale.

Per puro caso, oggi si è saputo che Brancher ha deciso di avvalersi del legittimo impedimento. In ogni caso un passo avanti nella moralizzazione del Paese: ora reati, coperture, omertà, collusioni, complicità emergono e si concretizzano alla luce del sole.

La maggior parte degli italiani, comunque, neanche sa che Brancher è ministro (la copertura dei Tg nazionali di questa scandalosa nomina è stata quasi inesistente), quindi non sapranno neanche che lo "spretato" (eh sì, Brancher era pure prete, prima di incontrare Silvio sulla via di Segrate) vuole mandare a monte il processo e si rifiuta di essere interrogato dai giudici.

Fonte:Sconfini.eu

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Ultimo atto : le minacce ed il ricatto





Di Andrea Balìa

Certo che ce ne vuole a portare pazienza….E’ una storia nata un secolo e mezzo fa con una guerra d’invasione, tragica, iniqua, e con tutti i peggiori aggettivi che possono venirci in mente. Le guerre però, in una percentuale maggiore, dopo essere state apportatrici di lutti, massacri, disastri, ecc.. sono seguite da un periodo di ricostruzione che porta di solito ad una realtà nuova e ad aneliti di progresso e alla voglia di creare un paese, possibilmente, migliore di quello precedente, fatto di pace sociale e regole nuove di convivenza.
In casi, fortunatamente, di numero inferiore, ciò non succede e la guerra è solo l’inizio, è solo l’elemento primario, forte e scatenante, della discesa nel baratro del degrado progressivo economico, strutturale, sociale e, talvolta anche morale, del paese sconfitto che ha subìto l’evento.
E’, purtroppo, il caso del Sud di questo paese denominato Italia : una discesa agli inferi senza fine!
Grande fortuna è, almeno e di sicuro, che il cosiddetto meridione è figlio d’una storia plurisecolare fatta di costumi e tradizioni forti e pregnanti, di una cultura costruita attraverso le sue eccellenze che lo hanno segnato e attraversato come un fiume che lascia la sua impronta nel suo defluire. Arte, monumenti, atti politici, e quant’altro sono lì a testimoniarne la sua storia.
Questo ci fa essere, pur se in ginocchio, mai domi perché consci della grandezza che ci appartiene, che è nelle nostre radici. Il tutto ovviamente alla sola condizione di essere consapevoli di ciò, di conoscere la propria storia, d’averne memoria e orgoglioso senso d’appartenenza. Se di ciò ne siamo possessori il futuro non potrà che tornare ad essere il nostro, non potremo non riscattarci per ridare una prospettiva di dignità alla nostra terra e ai nostri figli.
Nel frattempo ci è toccato vedere la nostra gente vessata, i nostri territori mortificati, i nostri valori dileggiati fino a questi ultimi giorni. Governanti cialtroni, affaristi della peggior risma, xenofobi che fanno dell’ignoranza il loro verbo (“ciucci e presuntuosi” come si usa dire a Napoli), vomitano le loro leggi insulse e i loro slogan pieni di fiele contro un Sud che ritengono un malato terminale cui assestare gli ultimi colpi per liberarsene definitivamente, spolpando – se possibile – gli ultimi resti.
Ormai siamo all’atto finale.
Prima le minacce leghiste di reclamare la secessione, poi d’avere le baionette di dieci milioni di leghisti del Nord pronte a scendere in campo. Evidentemente bisogna che oltre a ritornare sui banchi di scuola per imparare meglio un po’ di storia, Bossi e compari tornino pure a imparare a far di conto. Se si volesse dar credito ai suoi dieci milioni di combattenti vorrebbe dire che il suo vergognoso partito, se la matematica non è un opinione, ha circa il 25% dei voti degli italiani. La qualcosa non ci risulta se non ci siamo distratti a tal punto.
Minacce, insomma, perché passi il federalismo taroccato da loro proposto. Minacce di cialtroni che si permettono di cantare “noi non siamo napoletani”, come se non ce ne fossimo accorti che sono ben altra cosa d’un napoletano : purtroppo per loro non ne hanno vivacità mentale, ironia, estroversione sociale, creatività, e non ne posseggono la storia.
Ma oltre alle minacce adesso dobbiamo subire anche il ricatto. Quello attuato dalla più grande azienda d’auto, anch’essa del Nord, attuato nei confronti degli operai del Sud e delle loro famiglie. Ricatto è la parola giusta, perché altro non è che un diktat, senza contrattazione, per poter far funzionare lo stabilimento di Pomigliano d’Arco. Una vergogna, anticostituzionale che bypassa tragicamente lo statuto dei diritti dei lavoratori, e che uno Stato serio avrebbe impedito solo di proporre e fatto rimangiare al primo accenno. La stessa azienda che ha ricevuto per anni, e ripetutamente, danaro e agevolazioni d’ogni genere, che abbiamo pagato tutti, compresi quei lavoratori ricattati del Sud.
La stessa azienda che ha sfruttato gli operai polacchi promettendo loro di restare in quella terra se avessero accettato quelle condizioni capestro, tenendo alti i ritmi produttivi. Una lettera di quell’altra povera gente è stata inviata a Pomigliano, perché i meridionali sappiano dei truffaldini intenti già attuati altrove e delle promesse non mantenute.


La Fiat, ottenuto quanto chiede, passerà tra qualche anno a proporre lo stesso giochino in altri luoghi e paesi da sfruttare.
E il Sud, con le famiglie da mantenere e i reali problemi di sopravvivenza, ha ieri risposto “si” con un cappio alla gola nella percentuale del 62% al referendum d’adesione alle loro vergognose condizioni. Ma manco basta, è di oggi che la Fiat è delusa, che s’aspettava un consenso più plebiscitario (e loro si che sono esperti di plebisciti truffa, che – almeno questo – non hanno potuto manipolare!).
Un mio amico diceva che al limite lo si può anche prendere in quel posto, ma poi pretendere che si sbattino anche le mani è un po’ troppo! Ecco, la Fiat, vuole che gli operai del Sud debbano anche sbattere felici le mani.
Io dico che il fatto che oltre il 30% di loro abbia risposto “no” è un risultato notevole di grande dignità, nonostante le necessità di quegli uomini e dei loro cari, che testimonia la grande dignità che c’è ancora in un popolo.
Per finire potremmo dire che siamo alle battute finali del dramma messo in scena 150 anni fa.
Oltre ad un comprensibile senso di sollievo perché il tutto si avvii al termine adoperiamoci in ogni modo perché la tragedia veda una fine, ed un grande popolo s’organizzi per autorappresentarsi sulla scena politica dove cantare : “ noi sì che siamo napoletani!”.

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Di Andrea Balìa

Certo che ce ne vuole a portare pazienza….E’ una storia nata un secolo e mezzo fa con una guerra d’invasione, tragica, iniqua, e con tutti i peggiori aggettivi che possono venirci in mente. Le guerre però, in una percentuale maggiore, dopo essere state apportatrici di lutti, massacri, disastri, ecc.. sono seguite da un periodo di ricostruzione che porta di solito ad una realtà nuova e ad aneliti di progresso e alla voglia di creare un paese, possibilmente, migliore di quello precedente, fatto di pace sociale e regole nuove di convivenza.
In casi, fortunatamente, di numero inferiore, ciò non succede e la guerra è solo l’inizio, è solo l’elemento primario, forte e scatenante, della discesa nel baratro del degrado progressivo economico, strutturale, sociale e, talvolta anche morale, del paese sconfitto che ha subìto l’evento.
E’, purtroppo, il caso del Sud di questo paese denominato Italia : una discesa agli inferi senza fine!
Grande fortuna è, almeno e di sicuro, che il cosiddetto meridione è figlio d’una storia plurisecolare fatta di costumi e tradizioni forti e pregnanti, di una cultura costruita attraverso le sue eccellenze che lo hanno segnato e attraversato come un fiume che lascia la sua impronta nel suo defluire. Arte, monumenti, atti politici, e quant’altro sono lì a testimoniarne la sua storia.
Questo ci fa essere, pur se in ginocchio, mai domi perché consci della grandezza che ci appartiene, che è nelle nostre radici. Il tutto ovviamente alla sola condizione di essere consapevoli di ciò, di conoscere la propria storia, d’averne memoria e orgoglioso senso d’appartenenza. Se di ciò ne siamo possessori il futuro non potrà che tornare ad essere il nostro, non potremo non riscattarci per ridare una prospettiva di dignità alla nostra terra e ai nostri figli.
Nel frattempo ci è toccato vedere la nostra gente vessata, i nostri territori mortificati, i nostri valori dileggiati fino a questi ultimi giorni. Governanti cialtroni, affaristi della peggior risma, xenofobi che fanno dell’ignoranza il loro verbo (“ciucci e presuntuosi” come si usa dire a Napoli), vomitano le loro leggi insulse e i loro slogan pieni di fiele contro un Sud che ritengono un malato terminale cui assestare gli ultimi colpi per liberarsene definitivamente, spolpando – se possibile – gli ultimi resti.
Ormai siamo all’atto finale.
Prima le minacce leghiste di reclamare la secessione, poi d’avere le baionette di dieci milioni di leghisti del Nord pronte a scendere in campo. Evidentemente bisogna che oltre a ritornare sui banchi di scuola per imparare meglio un po’ di storia, Bossi e compari tornino pure a imparare a far di conto. Se si volesse dar credito ai suoi dieci milioni di combattenti vorrebbe dire che il suo vergognoso partito, se la matematica non è un opinione, ha circa il 25% dei voti degli italiani. La qualcosa non ci risulta se non ci siamo distratti a tal punto.
Minacce, insomma, perché passi il federalismo taroccato da loro proposto. Minacce di cialtroni che si permettono di cantare “noi non siamo napoletani”, come se non ce ne fossimo accorti che sono ben altra cosa d’un napoletano : purtroppo per loro non ne hanno vivacità mentale, ironia, estroversione sociale, creatività, e non ne posseggono la storia.
Ma oltre alle minacce adesso dobbiamo subire anche il ricatto. Quello attuato dalla più grande azienda d’auto, anch’essa del Nord, attuato nei confronti degli operai del Sud e delle loro famiglie. Ricatto è la parola giusta, perché altro non è che un diktat, senza contrattazione, per poter far funzionare lo stabilimento di Pomigliano d’Arco. Una vergogna, anticostituzionale che bypassa tragicamente lo statuto dei diritti dei lavoratori, e che uno Stato serio avrebbe impedito solo di proporre e fatto rimangiare al primo accenno. La stessa azienda che ha ricevuto per anni, e ripetutamente, danaro e agevolazioni d’ogni genere, che abbiamo pagato tutti, compresi quei lavoratori ricattati del Sud.
La stessa azienda che ha sfruttato gli operai polacchi promettendo loro di restare in quella terra se avessero accettato quelle condizioni capestro, tenendo alti i ritmi produttivi. Una lettera di quell’altra povera gente è stata inviata a Pomigliano, perché i meridionali sappiano dei truffaldini intenti già attuati altrove e delle promesse non mantenute.


La Fiat, ottenuto quanto chiede, passerà tra qualche anno a proporre lo stesso giochino in altri luoghi e paesi da sfruttare.
E il Sud, con le famiglie da mantenere e i reali problemi di sopravvivenza, ha ieri risposto “si” con un cappio alla gola nella percentuale del 62% al referendum d’adesione alle loro vergognose condizioni. Ma manco basta, è di oggi che la Fiat è delusa, che s’aspettava un consenso più plebiscitario (e loro si che sono esperti di plebisciti truffa, che – almeno questo – non hanno potuto manipolare!).
Un mio amico diceva che al limite lo si può anche prendere in quel posto, ma poi pretendere che si sbattino anche le mani è un po’ troppo! Ecco, la Fiat, vuole che gli operai del Sud debbano anche sbattere felici le mani.
Io dico che il fatto che oltre il 30% di loro abbia risposto “no” è un risultato notevole di grande dignità, nonostante le necessità di quegli uomini e dei loro cari, che testimonia la grande dignità che c’è ancora in un popolo.
Per finire potremmo dire che siamo alle battute finali del dramma messo in scena 150 anni fa.
Oltre ad un comprensibile senso di sollievo perché il tutto si avvii al termine adoperiamoci in ogni modo perché la tragedia veda una fine, ed un grande popolo s’organizzi per autorappresentarsi sulla scena politica dove cantare : “ noi sì che siamo napoletani!”.

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E i giornalisti scoprirono le macerie dell’Aquila


di Giovanni Maria Bellu

Noi de l’Unità già conoscevamo quell’emozione per averla provata all’inizio di aprile quando venimmo qua, all’Aquila, con la nostra redazione-mobile, in occasione del primo anniversario del terremoto. Ieri l’hanno provata tanti altri colleghi che hanno visto per la prima volta la “zona rossa” e le sue macerie. Un’emozione rara per un giornalista: la sorpresa. Ancor più rara, e ancor più strana, se si considera che il terremoto dell’Aquila ha avuto, specie nei primi mesi, una copertura mediatica straordinaria: migliaia di articoli, centinaia di ore di televisione. Con una tale mole di informazioni chiunque, e a maggior ragione un professionista dell’informazione, avrebbe dovuto avere un’idea molto precisa dello “stato dei luoghi”. E dunque, nel visitarli, non avrebbe dovuto sorprendersi.

Magari restarne colpito, sì, perché vedere è un’altra cosa. Ma non sorprendersi. A meno di non scoprire una realtà nuova e, per alcuni suoi aspetti essenziali, sconosciuta. Il sindaco Massimo Cialente stava per avviare il tour dei giornalisti tra la macerie, quando le agenzie di stampa hanno diffuso il testo di una lettera di Guido Bertolaso il quale suggeriva ai giornalisti di non limitarsi a guardare le macerie e li esortava a soffermarsi anche sulle grandi cose che sono state già fatte. In definitiva, chiedeva ai giornalisti di fare quanto il principale telegiornale pubblico e il principale telegiornale privato (non a caso le loro telecamere ieri erano assenti) hanno fatto in questi quattordici mesi: nascondere la realtà e assecondare l’uso propagandistico del terremoto. Chissà se il sottosegretario alla protezione civile, mentre scriveva quell’incredibile appello alla stampa, era consapevole di rendere una pubblica confessione. O se invece, obnubilato egli stesso dalla disinformazione televisiva, davvero crede che le cosiddette “grandi cose” realizzate coi fiumi di denaro della gestione emergenziale possano nascondere il dramma degli aquilani: decine di migliaia di persone che cominciano seriamente a temere che la loro città sia entrata in un coma irreversibile. Destinata, come ha detto Cialente, a diventare una moderna Pompei. L’impresa della ricostruzione dell’Aquila è enorme. I costi, già altissimi, possono apparire inarrivabili in una fase di così grave crisi economica. Ma a tutto questo si aggiunge il peso dell’uso irresponsabile del terremoto.

Col presidente del Consiglio che, un anno fa, nel pieno dello scandalo delle escort, tentava di rifarsi una faccia e una credibilità guidando tra le macerie i grandi della terra. E con le sue televisioni, pubbliche e private, che oggi - smantellato il palcoscenico - nascondono la realtà e accreditano, nell’opinione pubblica nazionale l’idea che gli aquilani siano degli incontentabili e lamentosi rompiscatole. Ci vuole molta pazienza e molta saggezza per sopportare tutto questo. E anche per sopportare un governo che (altro passaggio della missiva di Bertolaso) candidamente dice che sono state le comunità locali e chiedere di avere la gestione della “ricostruzione pesante” (che poi è, semplicemente, la ricostruzione). In parole povere: l’emergenza - con adeguate risorse economiche - è stata gestita dal governo sotto i riflettori. La ricostruzione - senza risorse - spetta al comune. E i riflettori o devono restare spenti o, nel caso in cui proprio sia necessario accenderli, vanno puntati sulle “grandi cose” realizzate dal governo. Fino al punto - è quanto è successo ieri - di costringere un sindaco a improvvisarsi cicerone tra le macerie della sua città per tentare di ristabilire, almeno parzialmente, la realtà dei fatti. Ma Bertolaso sa cosa è la vergogna?

Fonte: L'Unità

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di Giovanni Maria Bellu

Noi de l’Unità già conoscevamo quell’emozione per averla provata all’inizio di aprile quando venimmo qua, all’Aquila, con la nostra redazione-mobile, in occasione del primo anniversario del terremoto. Ieri l’hanno provata tanti altri colleghi che hanno visto per la prima volta la “zona rossa” e le sue macerie. Un’emozione rara per un giornalista: la sorpresa. Ancor più rara, e ancor più strana, se si considera che il terremoto dell’Aquila ha avuto, specie nei primi mesi, una copertura mediatica straordinaria: migliaia di articoli, centinaia di ore di televisione. Con una tale mole di informazioni chiunque, e a maggior ragione un professionista dell’informazione, avrebbe dovuto avere un’idea molto precisa dello “stato dei luoghi”. E dunque, nel visitarli, non avrebbe dovuto sorprendersi.

Magari restarne colpito, sì, perché vedere è un’altra cosa. Ma non sorprendersi. A meno di non scoprire una realtà nuova e, per alcuni suoi aspetti essenziali, sconosciuta. Il sindaco Massimo Cialente stava per avviare il tour dei giornalisti tra la macerie, quando le agenzie di stampa hanno diffuso il testo di una lettera di Guido Bertolaso il quale suggeriva ai giornalisti di non limitarsi a guardare le macerie e li esortava a soffermarsi anche sulle grandi cose che sono state già fatte. In definitiva, chiedeva ai giornalisti di fare quanto il principale telegiornale pubblico e il principale telegiornale privato (non a caso le loro telecamere ieri erano assenti) hanno fatto in questi quattordici mesi: nascondere la realtà e assecondare l’uso propagandistico del terremoto. Chissà se il sottosegretario alla protezione civile, mentre scriveva quell’incredibile appello alla stampa, era consapevole di rendere una pubblica confessione. O se invece, obnubilato egli stesso dalla disinformazione televisiva, davvero crede che le cosiddette “grandi cose” realizzate coi fiumi di denaro della gestione emergenziale possano nascondere il dramma degli aquilani: decine di migliaia di persone che cominciano seriamente a temere che la loro città sia entrata in un coma irreversibile. Destinata, come ha detto Cialente, a diventare una moderna Pompei. L’impresa della ricostruzione dell’Aquila è enorme. I costi, già altissimi, possono apparire inarrivabili in una fase di così grave crisi economica. Ma a tutto questo si aggiunge il peso dell’uso irresponsabile del terremoto.

Col presidente del Consiglio che, un anno fa, nel pieno dello scandalo delle escort, tentava di rifarsi una faccia e una credibilità guidando tra le macerie i grandi della terra. E con le sue televisioni, pubbliche e private, che oggi - smantellato il palcoscenico - nascondono la realtà e accreditano, nell’opinione pubblica nazionale l’idea che gli aquilani siano degli incontentabili e lamentosi rompiscatole. Ci vuole molta pazienza e molta saggezza per sopportare tutto questo. E anche per sopportare un governo che (altro passaggio della missiva di Bertolaso) candidamente dice che sono state le comunità locali e chiedere di avere la gestione della “ricostruzione pesante” (che poi è, semplicemente, la ricostruzione). In parole povere: l’emergenza - con adeguate risorse economiche - è stata gestita dal governo sotto i riflettori. La ricostruzione - senza risorse - spetta al comune. E i riflettori o devono restare spenti o, nel caso in cui proprio sia necessario accenderli, vanno puntati sulle “grandi cose” realizzate dal governo. Fino al punto - è quanto è successo ieri - di costringere un sindaco a improvvisarsi cicerone tra le macerie della sua città per tentare di ristabilire, almeno parzialmente, la realtà dei fatti. Ma Bertolaso sa cosa è la vergogna?

Fonte: L'Unità

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