venerdì 28 maggio 2010

Inceneritori in Sicilia, il Codacons pronto alla guerra: 200 avvocati disponibili a lottare

Guardate e diffondete quest'inchiesta di RaiNews24 che mostra come le "emergenze rifiuti" vengano create ad arte: L'emergenza che non c'era

Sul perché gli inceneritori siano inutili e dannosi, CLICCA QUI, leggendo anche i commenti.

Guarda anche il film Una Montagna Di Balle prodotto da Insu^TV e distribuito gratuitamente online.

_______________


di Peppe Croce

Se non è una dichiarazione di guerra, poco ci manca. Anche se il dado non è ancora tratto. Il Codacons torna all’assalto dei futuri termovalorizzatori siciliani (quattro? o forse tre? Il governatore Raffaele Lombardo ha le idee poco chiare) e promette di dar battaglia.

L’esercito sarebbe già pronto: duecento avvocati, sparsi nelle nove province dell’isola, disponibili a lottare in tribunale contro ogni ipotesi di costruzione degli inceneritori. I motivi del no del Codacons sono tecnici ed economici, ancor prima che ambientali:

Già il 26 marzo 2008 abbiamo pubblicamente messo a confronto la tecnologia della termovalorizzazione con le tecnologie alternative, frutto dell’avanzamento tecnologico del momento. Fu dimostrato, in quella sede, che la tecnologia della termovalorizzazione, nonostante i doverosi aggiornamenti tecnici, rappresentava ormai il passato e che per tanti motivi di tipo economico e di impatto ambientale aveva inevitabilmente concluso il suo ciclo


I termovalorizzatori (termine corretto da usare è "inceneritori", n.d.IxR), quindi, oltre ad essere una bomba ecologica costano pure troppo rispetto ad altre soluzioni. Il problema principale di questi impianti, secondo l’associazione dei consumatori, starebbe nella loro intrinseca capacità di attirare il “turismo dei rifiuti”:

Secondo il Codacons dovrebbero essere scelti, al posto degli obsoleti termovalizzatori, impianti a basso impatto ambientali ed economicamenti sostenibili e costruirne diversi per ogni provincia, in modo da evitare il “turismo” dei rifiuti, con la diminuzione della percorrenza dei compattatori dai luoghi di produzione dei rifiuti ai siti degli impianti di trattamento


Il Codacons non lo dice, ma la proposta assomiglia abbastanza alla filiera della raccolta differenziata: impianti piccoli, vicini ai luoghi di produzione dei rifiuti e facilmente gestibili. Magari non uguali in ogni parte dell’isola perchè dove c’è agricoltura rende bene un grosso impianto di compostaggio che smaltirebbe anche le potature (che oggi si bruciano), mentre in città servono impianti per la plastica e il vetro, che occupano spazio in discarica.

Insomma, per dirla in parole semplici: serve un piano dei rifiuti nuovo, senza l’opzione del forno. Il Codacons, da parte sua, si mette a disposizione:

Infine, per scongiurare un nuovo “caso Napoli”, il Codacons si è detto pronto a collaborare con la Regione Siciliana per individuare insieme le soluzioni più giuste da adottare

Fonte: http://www.ecoblog.it/post/10554/termovalorizzatori-sicilia-il-codacons-pronto-alla-guerra-200-avvocati-disponibili-a-lottare#continua
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Sul perché gli inceneritori siano inutili e dannosi, CLICCA QUI, leggendo anche i commenti.

Guarda anche il film Una Montagna Di Balle prodotto da Insu^TV e distribuito gratuitamente online.

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di Peppe Croce

Se non è una dichiarazione di guerra, poco ci manca. Anche se il dado non è ancora tratto. Il Codacons torna all’assalto dei futuri termovalorizzatori siciliani (quattro? o forse tre? Il governatore Raffaele Lombardo ha le idee poco chiare) e promette di dar battaglia.

L’esercito sarebbe già pronto: duecento avvocati, sparsi nelle nove province dell’isola, disponibili a lottare in tribunale contro ogni ipotesi di costruzione degli inceneritori. I motivi del no del Codacons sono tecnici ed economici, ancor prima che ambientali:

Già il 26 marzo 2008 abbiamo pubblicamente messo a confronto la tecnologia della termovalorizzazione con le tecnologie alternative, frutto dell’avanzamento tecnologico del momento. Fu dimostrato, in quella sede, che la tecnologia della termovalorizzazione, nonostante i doverosi aggiornamenti tecnici, rappresentava ormai il passato e che per tanti motivi di tipo economico e di impatto ambientale aveva inevitabilmente concluso il suo ciclo


I termovalorizzatori (termine corretto da usare è "inceneritori", n.d.IxR), quindi, oltre ad essere una bomba ecologica costano pure troppo rispetto ad altre soluzioni. Il problema principale di questi impianti, secondo l’associazione dei consumatori, starebbe nella loro intrinseca capacità di attirare il “turismo dei rifiuti”:

Secondo il Codacons dovrebbero essere scelti, al posto degli obsoleti termovalizzatori, impianti a basso impatto ambientali ed economicamenti sostenibili e costruirne diversi per ogni provincia, in modo da evitare il “turismo” dei rifiuti, con la diminuzione della percorrenza dei compattatori dai luoghi di produzione dei rifiuti ai siti degli impianti di trattamento


Il Codacons non lo dice, ma la proposta assomiglia abbastanza alla filiera della raccolta differenziata: impianti piccoli, vicini ai luoghi di produzione dei rifiuti e facilmente gestibili. Magari non uguali in ogni parte dell’isola perchè dove c’è agricoltura rende bene un grosso impianto di compostaggio che smaltirebbe anche le potature (che oggi si bruciano), mentre in città servono impianti per la plastica e il vetro, che occupano spazio in discarica.

Insomma, per dirla in parole semplici: serve un piano dei rifiuti nuovo, senza l’opzione del forno. Il Codacons, da parte sua, si mette a disposizione:

Infine, per scongiurare un nuovo “caso Napoli”, il Codacons si è detto pronto a collaborare con la Regione Siciliana per individuare insieme le soluzioni più giuste da adottare

Fonte: http://www.ecoblog.it/post/10554/termovalorizzatori-sicilia-il-codacons-pronto-alla-guerra-200-avvocati-disponibili-a-lottare#continua
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giovedì 27 maggio 2010

IL PARTITO DEL SUD SABATO A NAPOLI IN PIAZZA CONTRO IL DDL INTERCETTAZIONI !!










SABATO 29 MAGGIO dalle ore 9:30 alle 11e 30 circa
vi sarà un CORTEO DI PROTESTA PACIFICO per chiedere TUTTI INSIEME il ritiro della legge scellerata sulle intercettazioni.



Partirà da Piazza Dante a Napoli e sfocerà in Piazza del Plebiscito per protestare contro il ddl (e probabilissima futura legge)sulle intercettazioni


Oltre i giovani dell'IDV (gli ideatori ) ecco le sigle che parteciperanno:

Partito del Sud, Insieme per la Rinascita,giovani democratici,libera,cantiere futuro,insorgenza civile,sinistra ecologia e libertà,giovani della federazione di sinistra,radio onda pazza,altri movimenti che si stanno delineando in queste ore...

Vi sarà poi pure la straordinaria partecipazione del presidente dell'ordine dei giornalisti professionisti della Campania:Ottavio Lucarelli (piu' moltissimi giornalisti che prenderanno parte all'evento!!!)

Uniamoci contro un provvedimento assurdo:al di là che siate di destra o di sinistra !!

NON MANCATE !!!
.............................................................................................................................................................

Ed ora...Imbavagliateci tutti!!!

Data:
sabato 29 maggio 2010
Ora:
9.30 - 13.00
Luogo:
Il corteo partirà da Piazza Dante, proseguirà per piazza Carità, piazza Matteotti, via Medina, piazza Municipio e confluirà a piazza del Plebiscito.

Descrizione

ECCO COME CALPESTANO LA NOSTRA CIVILTA'

Alle 3 di notte, mentre l'Italia dorme, il governo approva in commissione il ddl sulle intercettazioni. Sarà in aula dal 31 maggio.
V E R G O G N A ! ! !

I MAGISTRATI:
- potranno utilizzare lo strumento delle intercettazioni solo se il pm dispone di "specifici atti d'indagine" oltre ai "gravi indizi di reato". Potranno farlo soltanto dopo l'autorizzazione del tribunale, ulteriore passaggio che rallenterà le indagini, e per non più di 30 giorni più tre proroghe da 15 giorni ciascuna (ognuna delle quali dovrà essere nuovamente autorizzata dal tribunale).
- dovranno richiedere l'autorizzazione alle Camere per procedere all'ascolto di intercettazioni in cui sono coinvolti politici, e non potranno intercettare un sacerdote senza aver prima avvisato l'autorità ecclesiastica.

LA STAMPA:
- non potrà dare notizia di alcun atto fino al termine dell'udienza preliminare (oggi ad esempio non sapremmo nulla degli scandali sugli appalti del G8 o sulla morte di Stefano Cucchi).
- non potrà fare riprese video in tribunale, nè registrazioni senza l'autorizzazione preventiva dell'interessato.

Nessun emendamento potrà mai migliorare una vergogna legislativa come questa.

N O - A L - B A V A G L I O ! ! ! !

Parteciperanno al Corteo:


Italia dei Valori
Federazione della Sinistra (FGCI e GC)
Federazione dei Verdi
Partito Democratico (GD - Giovani Democratici)
Sinistra e Libertà
Partito del Sud

Il Presidente dell'Ordine dei Giornalisti Professionisti della Campania dott. Ottavio Luarelli

Le associazioni:

Insieme per la Rinascita
Insorgenza Civile
Radio Onda PazzaLIBERA Campania
Cantiere futuro

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SABATO 29 MAGGIO dalle ore 9:30 alle 11e 30 circa
vi sarà un CORTEO DI PROTESTA PACIFICO per chiedere TUTTI INSIEME il ritiro della legge scellerata sulle intercettazioni.



Partirà da Piazza Dante a Napoli e sfocerà in Piazza del Plebiscito per protestare contro il ddl (e probabilissima futura legge)sulle intercettazioni


Oltre i giovani dell'IDV (gli ideatori ) ecco le sigle che parteciperanno:

Partito del Sud, Insieme per la Rinascita,giovani democratici,libera,cantiere futuro,insorgenza civile,sinistra ecologia e libertà,giovani della federazione di sinistra,radio onda pazza,altri movimenti che si stanno delineando in queste ore...

Vi sarà poi pure la straordinaria partecipazione del presidente dell'ordine dei giornalisti professionisti della Campania:Ottavio Lucarelli (piu' moltissimi giornalisti che prenderanno parte all'evento!!!)

Uniamoci contro un provvedimento assurdo:al di là che siate di destra o di sinistra !!

NON MANCATE !!!
.............................................................................................................................................................

Ed ora...Imbavagliateci tutti!!!

Data:
sabato 29 maggio 2010
Ora:
9.30 - 13.00
Luogo:
Il corteo partirà da Piazza Dante, proseguirà per piazza Carità, piazza Matteotti, via Medina, piazza Municipio e confluirà a piazza del Plebiscito.

Descrizione

ECCO COME CALPESTANO LA NOSTRA CIVILTA'

Alle 3 di notte, mentre l'Italia dorme, il governo approva in commissione il ddl sulle intercettazioni. Sarà in aula dal 31 maggio.
V E R G O G N A ! ! !

I MAGISTRATI:
- potranno utilizzare lo strumento delle intercettazioni solo se il pm dispone di "specifici atti d'indagine" oltre ai "gravi indizi di reato". Potranno farlo soltanto dopo l'autorizzazione del tribunale, ulteriore passaggio che rallenterà le indagini, e per non più di 30 giorni più tre proroghe da 15 giorni ciascuna (ognuna delle quali dovrà essere nuovamente autorizzata dal tribunale).
- dovranno richiedere l'autorizzazione alle Camere per procedere all'ascolto di intercettazioni in cui sono coinvolti politici, e non potranno intercettare un sacerdote senza aver prima avvisato l'autorità ecclesiastica.

LA STAMPA:
- non potrà dare notizia di alcun atto fino al termine dell'udienza preliminare (oggi ad esempio non sapremmo nulla degli scandali sugli appalti del G8 o sulla morte di Stefano Cucchi).
- non potrà fare riprese video in tribunale, nè registrazioni senza l'autorizzazione preventiva dell'interessato.

Nessun emendamento potrà mai migliorare una vergogna legislativa come questa.

N O - A L - B A V A G L I O ! ! ! !

Parteciperanno al Corteo:


Italia dei Valori
Federazione della Sinistra (FGCI e GC)
Federazione dei Verdi
Partito Democratico (GD - Giovani Democratici)
Sinistra e Libertà
Partito del Sud

Il Presidente dell'Ordine dei Giornalisti Professionisti della Campania dott. Ottavio Luarelli

Le associazioni:

Insieme per la Rinascita
Insorgenza Civile
Radio Onda PazzaLIBERA Campania
Cantiere futuro

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La Camorra e Garibaldi 2/2


http://www.youtube.com/watch?v=L1hKigKF5WU

L'arrivo di Garibaldi a Napoli fu festeggiato solo dai liberali e dai camorristi nominati poliziotti da Liborio Romano ministro di Polizia del Regno delle Due Sicilie corrotto dai Savoia, da qui cominciò il saccheggio e l'eccidio del Sud e il suo inesorabile declino. Dopo averci tolto la dignità ci hanno nascosto anche la storia distruggedo la nostra identità, è ora di svegliarsi e riappropriaci dela nostra vera storia.
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http://www.youtube.com/watch?v=L1hKigKF5WU

L'arrivo di Garibaldi a Napoli fu festeggiato solo dai liberali e dai camorristi nominati poliziotti da Liborio Romano ministro di Polizia del Regno delle Due Sicilie corrotto dai Savoia, da qui cominciò il saccheggio e l'eccidio del Sud e il suo inesorabile declino. Dopo averci tolto la dignità ci hanno nascosto anche la storia distruggedo la nostra identità, è ora di svegliarsi e riappropriaci dela nostra vera storia.
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Padania ladrona: evasione fiscale, avanti tutta!


Al Senatur Umberto Bossi sarà andato qualcosa di traverso mentre oggi, ascoltando il TG3 (ovviamente so che il leader della Lega non è solito sintonizzarsi su questo canale, ma lasciatemi sognare...), avrà sentito i dati sull'evasione fiscale.

Nei primi quattro mesi del 2010, l’imponibile evaso in Italia è cresciuto del 6,7% ed ha raggiunto l’ammontare di 371 miliardi di euro l’anno. In termini di imposte sottratte all’erario siamo nell’ordine dei 156 miliardi di euro l’anno.
Indovinate un po' chi primeggia nella classifica sull'aumento degli evasori fiscali.
Due indizi:
1)Non si tratta di "Roma ladrona" (o di "Lazio ladrona");
2)Non si tratta di regioni meridionali.

Non ci crederete mai, ma al 1° ed al 2° posto abbiamo rispettivamente Lombardia e Veneto!
Sì, proprio i lumbard e i veneti che tanto si vantano di sorreggere tutta l'Italia pagando tasse e lavorando come bestie.

In testa a aprile 2010, tra le regioni, dove sono aumentati numericamente gli evasori fiscali, abbiamo quindi:

1)Lombardia, +10,1%
2)Veneto, + 9,2%
3)Campania, +8,0%
4)Valle d’Aosta, +7,3%
5)Lazio, +7,1%
6)Liguria, +6,3%
7)Emilia Romagna, +6,1%
8)Toscana, +5,4%
9)Piemonte, +5,2%
10)Marche, +5,0%

Nelle prime 10 posizione abbiamo quindi sei regioni del Nord (tra cui Lombardia e Veneto al primo e secondo posto), tre del centro Italia e solo una del Sud.


La Lombardia, anche in valore assoluto, ha fatto registrare il maggior aumento dell’evasione fiscale. In percentuale, il dato lombardo aumenta, nei primi quattro mesi, di circa il 11,2%.

Altro che Roma ladrona! E adesso chi glielo dice a Bossi Senior e a Trota Junior?

Fonte:Pasquale Videtta blog
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Al Senatur Umberto Bossi sarà andato qualcosa di traverso mentre oggi, ascoltando il TG3 (ovviamente so che il leader della Lega non è solito sintonizzarsi su questo canale, ma lasciatemi sognare...), avrà sentito i dati sull'evasione fiscale.

Nei primi quattro mesi del 2010, l’imponibile evaso in Italia è cresciuto del 6,7% ed ha raggiunto l’ammontare di 371 miliardi di euro l’anno. In termini di imposte sottratte all’erario siamo nell’ordine dei 156 miliardi di euro l’anno.
Indovinate un po' chi primeggia nella classifica sull'aumento degli evasori fiscali.
Due indizi:
1)Non si tratta di "Roma ladrona" (o di "Lazio ladrona");
2)Non si tratta di regioni meridionali.

Non ci crederete mai, ma al 1° ed al 2° posto abbiamo rispettivamente Lombardia e Veneto!
Sì, proprio i lumbard e i veneti che tanto si vantano di sorreggere tutta l'Italia pagando tasse e lavorando come bestie.

In testa a aprile 2010, tra le regioni, dove sono aumentati numericamente gli evasori fiscali, abbiamo quindi:

1)Lombardia, +10,1%
2)Veneto, + 9,2%
3)Campania, +8,0%
4)Valle d’Aosta, +7,3%
5)Lazio, +7,1%
6)Liguria, +6,3%
7)Emilia Romagna, +6,1%
8)Toscana, +5,4%
9)Piemonte, +5,2%
10)Marche, +5,0%

Nelle prime 10 posizione abbiamo quindi sei regioni del Nord (tra cui Lombardia e Veneto al primo e secondo posto), tre del centro Italia e solo una del Sud.


La Lombardia, anche in valore assoluto, ha fatto registrare il maggior aumento dell’evasione fiscale. In percentuale, il dato lombardo aumenta, nei primi quattro mesi, di circa il 11,2%.

Altro che Roma ladrona! E adesso chi glielo dice a Bossi Senior e a Trota Junior?

Fonte:Pasquale Videtta blog
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Da Sud a Nord, Est , Ovest: quanto e' mobile il Capitale umano



Ogni anno il saldo netto migratorio sud nord è di 60.000 unità, 120.000 si spostano definitivamente, mentre altri 60.000 rientrano, senza contare i 150.000 che si spostano temporaneamente, così giovani che il sistema meridionale forma vanno a spendere le loro competenze nel Settentrione, senza che questo territorio abbia concorso alla loro formazione.

Il Sud spende ogni anno 13,2 miliardi di euro (ilsole24ore 2010) cifra divisa tra Stato e famiglie per assistere e far studiare i propri giovani poi emigrati. In sostanza la fuga dei cervelli ha un costo elevato sulle casse delle regioni meridionali. Secondo uno studio di Scalella e Balestrieri “ciascun emigrante con laurea magistrale costa 302mila euro, di cui 185mila euro a carico della famiglia e 117mila euro a carico dello Stato. In sostanza la formazione e gli oneri gravano sul sistema meridionale e i benefici su quello settentrionale”. Ad aggravare di più la situazione è l’avanzata del sistema fiscale federalista che in generale prevede una logica per cui a far fronte ai costi siano le regioni di residenza e a trattenere i benefici il luogo dove le tasse vengono pagate, senza possibilità che lo Stato possa riequilibrare i flussi. Così un giovane meridionale si forma a costo del territorio di origine, poi una volta migrato paga le tasse nel territorio dove lavora, il Nord.

Il costo della migrazione sul welfare locale è cosi ripartito: Campania 5,9 miliardi; Puglia 2,5 miliardi; Sicilia 2,3 miliardi; Calabria 1,7 miliardi; Basilicata 544 milioni.

Ma comincia ad intravedersi un nuovo scenario della migrazione, quella di un fenomeno non solo legato a allo spostamento verso il Nord, ma l’emigrazione all’estero dei giovani meridionali più istruiti, che ha assunto a partire dal 2002 un trend crescente in maniera esponenziale per i laureati: 742 unità nel 2002; 929 unità nel 2003; 1.180 unità nel 2004; 1.484 unità nel 2005; 2.072 unità nel 2006. Il Sud si depaupera delle sue risorse migliori, sostenendo un prezzo troppo elevato per il suo esiguo welfare, senza che il sistema economico ne tragga beneficio (Svimez 2010) .

Il fenomeno della migrazione all’estero non interessa solo il Sud, anche le regioni del Centro- Nord ne sono coinvolte ma con prospettive differenti infatti per 43mila laureati espatriati in dieci anni (31mila del Centro-Nord e 12mila del Sud) ne sono rientrati 38mila (31mila nel Centro-Nord e 7mila al Sud), con un saldo negativo di oltre 4.500 a totale carico delle regioni meridionali (Svimez 2009 – 2010).

La quota dei flussi verso l’estero sul totale degli spostamenti, dei giovani laureati meridionali, è pari a circa 1,8%. Una cifra non certo allarmante, ma che deve far riflettere, sulla condizione del mercato del lavoro meridionale e più nel complesso sul suo sistema economico, che conferma l’attestarsi verso uno sviluppo fondato su bassa qualifica professionale e scarsi investimenti in innovazione, ricerca e sviluppo e organizzazione aziendale.

Fonte:Arealocale.com

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Ogni anno il saldo netto migratorio sud nord è di 60.000 unità, 120.000 si spostano definitivamente, mentre altri 60.000 rientrano, senza contare i 150.000 che si spostano temporaneamente, così giovani che il sistema meridionale forma vanno a spendere le loro competenze nel Settentrione, senza che questo territorio abbia concorso alla loro formazione.

Il Sud spende ogni anno 13,2 miliardi di euro (ilsole24ore 2010) cifra divisa tra Stato e famiglie per assistere e far studiare i propri giovani poi emigrati. In sostanza la fuga dei cervelli ha un costo elevato sulle casse delle regioni meridionali. Secondo uno studio di Scalella e Balestrieri “ciascun emigrante con laurea magistrale costa 302mila euro, di cui 185mila euro a carico della famiglia e 117mila euro a carico dello Stato. In sostanza la formazione e gli oneri gravano sul sistema meridionale e i benefici su quello settentrionale”. Ad aggravare di più la situazione è l’avanzata del sistema fiscale federalista che in generale prevede una logica per cui a far fronte ai costi siano le regioni di residenza e a trattenere i benefici il luogo dove le tasse vengono pagate, senza possibilità che lo Stato possa riequilibrare i flussi. Così un giovane meridionale si forma a costo del territorio di origine, poi una volta migrato paga le tasse nel territorio dove lavora, il Nord.

Il costo della migrazione sul welfare locale è cosi ripartito: Campania 5,9 miliardi; Puglia 2,5 miliardi; Sicilia 2,3 miliardi; Calabria 1,7 miliardi; Basilicata 544 milioni.

Ma comincia ad intravedersi un nuovo scenario della migrazione, quella di un fenomeno non solo legato a allo spostamento verso il Nord, ma l’emigrazione all’estero dei giovani meridionali più istruiti, che ha assunto a partire dal 2002 un trend crescente in maniera esponenziale per i laureati: 742 unità nel 2002; 929 unità nel 2003; 1.180 unità nel 2004; 1.484 unità nel 2005; 2.072 unità nel 2006. Il Sud si depaupera delle sue risorse migliori, sostenendo un prezzo troppo elevato per il suo esiguo welfare, senza che il sistema economico ne tragga beneficio (Svimez 2010) .

Il fenomeno della migrazione all’estero non interessa solo il Sud, anche le regioni del Centro- Nord ne sono coinvolte ma con prospettive differenti infatti per 43mila laureati espatriati in dieci anni (31mila del Centro-Nord e 12mila del Sud) ne sono rientrati 38mila (31mila nel Centro-Nord e 7mila al Sud), con un saldo negativo di oltre 4.500 a totale carico delle regioni meridionali (Svimez 2009 – 2010).

La quota dei flussi verso l’estero sul totale degli spostamenti, dei giovani laureati meridionali, è pari a circa 1,8%. Una cifra non certo allarmante, ma che deve far riflettere, sulla condizione del mercato del lavoro meridionale e più nel complesso sul suo sistema economico, che conferma l’attestarsi verso uno sviluppo fondato su bassa qualifica professionale e scarsi investimenti in innovazione, ricerca e sviluppo e organizzazione aziendale.

Fonte:Arealocale.com

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mercoledì 26 maggio 2010

IL COLONIALISMO NON E’ FINITO


L’italia è un paese strano. Il nord, oggi la parte più ricca, dopo aver spolpato il sud ora vuole buttare l’osso. I governi che si succedono fanno fatica a stare dietro la questione meridionale e quelle poche volte che se ne parla la colpa viene scaricata sui politici locali. Una domanda: ma non li avete messi li voi? Tutti in questi giorni, a partire dal Presidente della Repubblica, si affannano a ricercare un sentimento di italianità: una ricerca, a volte grottesca, di identità culturale del popolo italiano, che stranamente viene fuori solo quandi gioca la nazionale di calcio (figlio di Bossi a parte).
E poi c’è il sud, in stato comatoso da 150 anni. Gia, purtoppo per l’Italia (ovvero quella parte di terrtitorio cha va da Roma a salire in su) ci siamo anche noi “terroni”. Ma come, 150 anni fà avete fatto carte false per unire il paese, avete messo a ferro e fuoco il sud per costringerci a stare con voi ed ora volete abbandonarci al nostro destino? Ora è troppo comodo. Questo è un tipico atteggiamento colonialista. Prima si sfrutta fino all’osso e poi, quando non c’è più polpa, l'osso si butta via.
E certo che tenere forzatamente in vita attraverso il coma farmacologico il sud ha un suo costo. E allora in tempi di vacche magre è meglio una lenta eutanasia così ci si libera della zavorra e, allo stesso tempo, si fa cassa!
Ma come? Eutanasia in Italia? Già dimenticavo che in questo strano paese c’è anche la chiesa che si mette di traverso. Noi meridionali non abbiamo neanche il diritto di morire dignitosamente per porre fine alle nostre sofferenze. In fondo, e mi rivolgo alla chiesa, non è anche questa carità sociale?
Ma probabilmente, chiesa a parte, questo governo forse ci riesce ad ammazzarci tutti definitivamente, liberandosi finalmente di questa zavorra (cosi almeno la lega la smette di lamentarsi). Si perchè è proprio questo che si sta concretizzando al sud con l’ennesimo scippo alle regioni meridionali. Parliamo dei Fondi FAS (Fondi per le Aree Sottoutilizzate), che l'Europa aveva destinato allo sviluppo del Mezzogiorno d'Italia, per colmare i ritardi del Sud e che il Governo ha, invece, impegnato in opere pubbliche e iniziative a sostegno del nord del Paese e per soddisfare gli appetiti di Bossi e della Lega, provocando anche l'intervento della Corte dei Conti, che ha lanciato un vero e proprio grido di allarme sullo sperpero e sull'utilizzo innaturale di questi fondi.
Le risorse FAS inizialmente stanziate dalla finanziaria 2007 per il periodo di programmazione 2007-2013 ammontavano a 64,4 miliardi, poi drasticamente ridotte fino agli attuali 53,7 miliardi di cui solo 21,8 al sud, peraltro ancora bloccati, nonostante la Comunità europea abbia posto il vincolo di destinare l'85% dei fondi FAS proprio al Mezzogiorno. Tali risorse che servivano, ripetiamo, per recuperare il divario tra le aree ricche e quelle povere della Ue, devono essere spese entro il 2013, e rappresentano per il sud l’ultimo treno poichè dal 2013 l’Europa ridurrà i finanziamenti, per dedicarsi al sostegno dei nuovi membri dell’Est europeo.
Dal 2008 ad oggi il governo Berlusconi ha accentuato enormemente la pratica di utilizzare le disponibilità del FAS come un “bancomat” improprio, a copertura degli oneri di numerose disposizioni legislative. I soldi sono serviti per ridurre il debito pubblico, per gli ammortizzatori sociali in deroga (dei 4 miliardi, 3 vanno alle Regioni del Nord, dove è maggiore la quantità di ore di cassa integrazione in seguito alla recessione), per tagliare l’Ici, per finanziare le new town in Abruzzo, per il G8 (mai realizzato, e che è costato da solo oltre 300 milioni di euro), per il termovalorizzatore di Acerra, per il credito alle piccole imprese, per pagare le multe dei produttori (del Nord) che non hanno rispettato le quote latte, per la riqualificazione energetica degli immobili, per l’emergenza rifiuti di Napoli, per ripianare i buchi di bilancio di Roma e Catania, per veicoli per il soccorso civile, per l’edilizia carceraria, per finanziare il Servizio sanitario nazionale, per l’Alitalia, per l’aeroporto Dal Molin (dove gli americani intendono costruire una nuova base militare), per la privatizzazione delle Tirrenia, per risanare le Ferrovie dello Stato (che contemporaneamente hanno disposto la soppressione di dodici treni a lunga percorrenza dalla Calabria verso Milano e Torino). Persino per gli sconti su benzina e gasolio concessi agli automobilisti di Valle d'Aosta, Piemonte, Lombardia e Trentino Alto Adige.
Poco importa se i dati sulla recessione dimostrano che la crisi colpisce più duramente il Sud del Nord: il Mezzogiorno d’Italia è il grande assente della manovra di finanza pubblica.
A questo punto, dei fondi Fas nazionali, non resta quasi niente. Ma anche i fondi regionali vengono intaccati. Solo un esempio: i tagli del governo alla scuola, hanno costretto le Regioni a intervenire, con una nuova forma di welfare destinato ai docenti, i cosiddetti Contratti di solidarietà. Solo la Campania ha impiegato per i propri docenti disoccupati ben 20 milioni di euro. Pagati con fondi strutturali.
Ma che vi fosse un grossa sperequazione nella distribuzione della spesa pubblica tra Nord e Sud è noto da 150 anni, tanto che già nei primi anni di unità lo Stato spendeva mediamente 50 lire per ogni cittadino del Nord e 15 per quello del Sud. Si calcola che l’ingiustizia fiscale sia costata al Sud 100 milioni/anno: nel 1901 il Mezzogiorno produceva un redito pari al 22/23 % di quello complessivo italiano, ma pagava imposte sul reddito pari al 35/37% di tutte le imposte sul reddito precette in Italia. Successivamente le cose non sono cambiate, così, nel primo decennio del secolo ventesimo, una provincia depressa come quella di Potenza pagava più tasse d’Udine e la provincia di Salerno, ormai lontana dalla floridezza dell'epoca borbonica essendo state chiuse cartiere e manifatture, pagava più tasse della ricca Como. L’iniquo sistema fiscale provocò ovviamente una grossa differenza tra nord e sud. La politica fiscale perseguita dallo Stato unitario fu assolutamente ingiusta perchè non omogenea dal Nord al Sud; il primo venne avvantaggiato, il secondo penalizzato.
Persino un unitarista convinto come Giustino Fortunato nel 1899, scrive: “L’unità d’Italia ... è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali“. Gli fece eco Gaetano Salvemini un anno più tardi: “Se dall’unità d’Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata…è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone“.
Un esempio su tutti di come avvenne lo strozzamento dell’economia meridionale è l’episodio risalente al 15 Ottobre del 1860 e relativo al decreto di concessione per la costruzione di strade ferrate al sud in favore della Società Adami e Lemmi di Livorno (quest’ultimo futuro potentissimo Gran Maestro della Massoneria Italiana). Con tale decreto, le precedenti convenzioni con le ditte meridionali furono annullate nonostante i lavori fossero a buon punto tanto che tutte le gallerie e i ponti erano già stati costruiti. Per Adriano Lemmi si era mosso addirittura Giuseppe Mazzini con una lettera di raccomandazione, antesignana di tangentopoli, nella quale si invitava ad accontentare il massone perchè “dove altri farebbe suo pro d’ogni frutto d’impresa, egli mira a fondare la Cassa del partito e non la sua”.

Fonte:Come voglio la mia città
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L’italia è un paese strano. Il nord, oggi la parte più ricca, dopo aver spolpato il sud ora vuole buttare l’osso. I governi che si succedono fanno fatica a stare dietro la questione meridionale e quelle poche volte che se ne parla la colpa viene scaricata sui politici locali. Una domanda: ma non li avete messi li voi? Tutti in questi giorni, a partire dal Presidente della Repubblica, si affannano a ricercare un sentimento di italianità: una ricerca, a volte grottesca, di identità culturale del popolo italiano, che stranamente viene fuori solo quandi gioca la nazionale di calcio (figlio di Bossi a parte).
E poi c’è il sud, in stato comatoso da 150 anni. Gia, purtoppo per l’Italia (ovvero quella parte di terrtitorio cha va da Roma a salire in su) ci siamo anche noi “terroni”. Ma come, 150 anni fà avete fatto carte false per unire il paese, avete messo a ferro e fuoco il sud per costringerci a stare con voi ed ora volete abbandonarci al nostro destino? Ora è troppo comodo. Questo è un tipico atteggiamento colonialista. Prima si sfrutta fino all’osso e poi, quando non c’è più polpa, l'osso si butta via.
E certo che tenere forzatamente in vita attraverso il coma farmacologico il sud ha un suo costo. E allora in tempi di vacche magre è meglio una lenta eutanasia così ci si libera della zavorra e, allo stesso tempo, si fa cassa!
Ma come? Eutanasia in Italia? Già dimenticavo che in questo strano paese c’è anche la chiesa che si mette di traverso. Noi meridionali non abbiamo neanche il diritto di morire dignitosamente per porre fine alle nostre sofferenze. In fondo, e mi rivolgo alla chiesa, non è anche questa carità sociale?
Ma probabilmente, chiesa a parte, questo governo forse ci riesce ad ammazzarci tutti definitivamente, liberandosi finalmente di questa zavorra (cosi almeno la lega la smette di lamentarsi). Si perchè è proprio questo che si sta concretizzando al sud con l’ennesimo scippo alle regioni meridionali. Parliamo dei Fondi FAS (Fondi per le Aree Sottoutilizzate), che l'Europa aveva destinato allo sviluppo del Mezzogiorno d'Italia, per colmare i ritardi del Sud e che il Governo ha, invece, impegnato in opere pubbliche e iniziative a sostegno del nord del Paese e per soddisfare gli appetiti di Bossi e della Lega, provocando anche l'intervento della Corte dei Conti, che ha lanciato un vero e proprio grido di allarme sullo sperpero e sull'utilizzo innaturale di questi fondi.
Le risorse FAS inizialmente stanziate dalla finanziaria 2007 per il periodo di programmazione 2007-2013 ammontavano a 64,4 miliardi, poi drasticamente ridotte fino agli attuali 53,7 miliardi di cui solo 21,8 al sud, peraltro ancora bloccati, nonostante la Comunità europea abbia posto il vincolo di destinare l'85% dei fondi FAS proprio al Mezzogiorno. Tali risorse che servivano, ripetiamo, per recuperare il divario tra le aree ricche e quelle povere della Ue, devono essere spese entro il 2013, e rappresentano per il sud l’ultimo treno poichè dal 2013 l’Europa ridurrà i finanziamenti, per dedicarsi al sostegno dei nuovi membri dell’Est europeo.
Dal 2008 ad oggi il governo Berlusconi ha accentuato enormemente la pratica di utilizzare le disponibilità del FAS come un “bancomat” improprio, a copertura degli oneri di numerose disposizioni legislative. I soldi sono serviti per ridurre il debito pubblico, per gli ammortizzatori sociali in deroga (dei 4 miliardi, 3 vanno alle Regioni del Nord, dove è maggiore la quantità di ore di cassa integrazione in seguito alla recessione), per tagliare l’Ici, per finanziare le new town in Abruzzo, per il G8 (mai realizzato, e che è costato da solo oltre 300 milioni di euro), per il termovalorizzatore di Acerra, per il credito alle piccole imprese, per pagare le multe dei produttori (del Nord) che non hanno rispettato le quote latte, per la riqualificazione energetica degli immobili, per l’emergenza rifiuti di Napoli, per ripianare i buchi di bilancio di Roma e Catania, per veicoli per il soccorso civile, per l’edilizia carceraria, per finanziare il Servizio sanitario nazionale, per l’Alitalia, per l’aeroporto Dal Molin (dove gli americani intendono costruire una nuova base militare), per la privatizzazione delle Tirrenia, per risanare le Ferrovie dello Stato (che contemporaneamente hanno disposto la soppressione di dodici treni a lunga percorrenza dalla Calabria verso Milano e Torino). Persino per gli sconti su benzina e gasolio concessi agli automobilisti di Valle d'Aosta, Piemonte, Lombardia e Trentino Alto Adige.
Poco importa se i dati sulla recessione dimostrano che la crisi colpisce più duramente il Sud del Nord: il Mezzogiorno d’Italia è il grande assente della manovra di finanza pubblica.
A questo punto, dei fondi Fas nazionali, non resta quasi niente. Ma anche i fondi regionali vengono intaccati. Solo un esempio: i tagli del governo alla scuola, hanno costretto le Regioni a intervenire, con una nuova forma di welfare destinato ai docenti, i cosiddetti Contratti di solidarietà. Solo la Campania ha impiegato per i propri docenti disoccupati ben 20 milioni di euro. Pagati con fondi strutturali.
Ma che vi fosse un grossa sperequazione nella distribuzione della spesa pubblica tra Nord e Sud è noto da 150 anni, tanto che già nei primi anni di unità lo Stato spendeva mediamente 50 lire per ogni cittadino del Nord e 15 per quello del Sud. Si calcola che l’ingiustizia fiscale sia costata al Sud 100 milioni/anno: nel 1901 il Mezzogiorno produceva un redito pari al 22/23 % di quello complessivo italiano, ma pagava imposte sul reddito pari al 35/37% di tutte le imposte sul reddito precette in Italia. Successivamente le cose non sono cambiate, così, nel primo decennio del secolo ventesimo, una provincia depressa come quella di Potenza pagava più tasse d’Udine e la provincia di Salerno, ormai lontana dalla floridezza dell'epoca borbonica essendo state chiuse cartiere e manifatture, pagava più tasse della ricca Como. L’iniquo sistema fiscale provocò ovviamente una grossa differenza tra nord e sud. La politica fiscale perseguita dallo Stato unitario fu assolutamente ingiusta perchè non omogenea dal Nord al Sud; il primo venne avvantaggiato, il secondo penalizzato.
Persino un unitarista convinto come Giustino Fortunato nel 1899, scrive: “L’unità d’Italia ... è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali“. Gli fece eco Gaetano Salvemini un anno più tardi: “Se dall’unità d’Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata…è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone“.
Un esempio su tutti di come avvenne lo strozzamento dell’economia meridionale è l’episodio risalente al 15 Ottobre del 1860 e relativo al decreto di concessione per la costruzione di strade ferrate al sud in favore della Società Adami e Lemmi di Livorno (quest’ultimo futuro potentissimo Gran Maestro della Massoneria Italiana). Con tale decreto, le precedenti convenzioni con le ditte meridionali furono annullate nonostante i lavori fossero a buon punto tanto che tutte le gallerie e i ponti erano già stati costruiti. Per Adriano Lemmi si era mosso addirittura Giuseppe Mazzini con una lettera di raccomandazione, antesignana di tangentopoli, nella quale si invitava ad accontentare il massone perchè “dove altri farebbe suo pro d’ogni frutto d’impresa, egli mira a fondare la Cassa del partito e non la sua”.

Fonte:Come voglio la mia città
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Europa: dittatura finanziaria che ha tradito i popoli

La tragedia europea è iniziata. Tre morti in una banca di Atene sono il primo orribile bilancio di una guerra che il capitalismo finanziario ha scatenato contro la società, e da cui la società non sa come liberarsi. La società greca non può sopportare il diktat delle agenzie finanziarie che l’hanno spinta nel baratro della crisi, e ora pretendono che a pagare il prezzo siano i lavoratori. Spinta contro il muro della miseria, dell’umiliazione e della catastrofe, la società greca potrebbe reagire in maniera folle. Può essere l’inizio di una tragedia che non sarà limitata alla Grecia.

Quello che sta succedendo in Europa è straordinario e terrificante. Straordinario perché per la prima volta la costruzione europea entra in una Euro crackcrisi che minaccia di farsi definitiva, e perché questa potrebbe essere un’opportunità per iniziare una trasformazione in senso democratico e sociale di un’entità che finora non ha avuto i tratti della democrazia, ma piuttosto quelli di una dittatura tecno-finanziaria. Terrificante perché mai come oggi ci rendiamo conto del fatto che l’intelligenza collettiva è dissolta, la voce della critica sociale è muta, la democrazia morta. Di conseguenza, se non accade qualcosa al momento attuale molto difficile da prevedere (il risveglio di una intelligenza collettiva capace di ridiscutere alla radice la ragion d’essere dell’entità europea), l’esito di questa crisi rischia di essere una tragedia destinata a distruggere quel che resta della civiltà sociale moderna nel continente europeo.

Un numero della rivista “Loop” del maggio 2009 si intitolava Finis Europae, e si chiedeva se l’Europa poteva sopravvivere al collasso finanziario. La risposta era che no, l’Europa non può sopravvivere al collasso se non si libera dalla dittatura della classe finanziaria che tiene in mano la corda con cui la società europea viene lentamente strangolata. Ma di questo tema ben poco si è occupata finora l’intellettualità europea (ma esiste ancora qualcosa che meriti questo nome?). La discussione che si è svolta fin a questo momento sui giornali e nelle assisi politiche ufficiali è ridicola, vuota, inconsistente. Sembra che nessuno riesca a vedere che la costruzione europea è stata fino a questo momento la causa (una delle cause) del peggioramento sistematico delle condizioni di vita dei lavoratori.

Nonostante le bugie e le cazzate raccontate dalla sinistra, la politica fanaticamente monetarista dell’Unione ha prodotto una stretta della spesa pubblica che ha peggiorato la qualità della vita delle popolazioni, e contemporaneamente ha imposto un vero e proprio blocco salariale che si è accompagnato con un aumento sistematico del costo della vita. Il fanatismo monetarista della Bce (vero organo di comando sulla vita politica europea) ha scelto alcuni bersagli preferiti. Quello delle pensioni è forse il più Valerio Monteventievidente. Allungare il tempo di lavoro-vita è una delle ossessioni del Neoliberismo, e si fonda su un accumulo di menzogne pure e semplici.

Si dice che l’aumento del tempo di vita media mette in pericolo la possibilità di mantenere un equilibrio economico, dimenticando che la produttività media sociale è aumentata di cinque volte negli ultimi quaranta anni, per cui non cambia niente il fatto che il numero dei produttori possa diminuire leggermente. Si dice che i vecchi debbono lavorare più a lungo per solidarietà nei confronti dei giovani, e non c’è menzogna più ripugnante di questa: il prolungamneto del tempo di lavoro degli anziani ha infatti come conseguenza un aumento della disoccupazione giovanile, e una condizione di ricatto sul mercato del lavoro che ha reso possibile un aumento smisurato della precarietà lavorativa.

La politica della Bce è all’origine della miseria europea. Se L’Unione è questo, che muoia. Ma la morte dell’Unione, che ogni giorno si fa più probabile, sarebbe l’inizio di un inferno inimmaginabile. Lo scatenamento di tutti i demoni che negli ultimi decenni si sono tenuti sotto controllo sarebbe dietro l’angolo. Non solo segnerebbe il riemergere dei nazionalismi, ma anche il precipitare della guerra civile interetnica, nei paesi mediterranei spinti nel baratro di un immiserimento pericoloso.

Solo un movimento del lavoro precario e del lavoro cognitivo, un movimento che ponga al centro della discussione politica il salario unico di cittadinanza può salvare l’Unione europea, modificandone radicalmente la forma e la sostanza. Ma un simile movimento sembra oggi quanto di più improbabile, quanto di più lontano dai comportamenti psicopatici e conformisti di una generazione di disperati il cui futuro sembra segnato senza vie d’uscita. Un futuro di precarietà, di schiavismo, di immiserimento materiale e psichico. Una generazione cui rimarrà solo Facebook – sfiatatoio dell’impotenza e del narcisismo – per avere la sensazione di poter parlare liberamente.

(Francesco “Bifo” Berardi: “La tragedia europea è iniziata”. Intervento tratto da “Carta”, www.carta.org, e ripreso da “Megachip”, www.megachip.info).

Fonte:Libre

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La tragedia europea è iniziata. Tre morti in una banca di Atene sono il primo orribile bilancio di una guerra che il capitalismo finanziario ha scatenato contro la società, e da cui la società non sa come liberarsi. La società greca non può sopportare il diktat delle agenzie finanziarie che l’hanno spinta nel baratro della crisi, e ora pretendono che a pagare il prezzo siano i lavoratori. Spinta contro il muro della miseria, dell’umiliazione e della catastrofe, la società greca potrebbe reagire in maniera folle. Può essere l’inizio di una tragedia che non sarà limitata alla Grecia.

Quello che sta succedendo in Europa è straordinario e terrificante. Straordinario perché per la prima volta la costruzione europea entra in una Euro crackcrisi che minaccia di farsi definitiva, e perché questa potrebbe essere un’opportunità per iniziare una trasformazione in senso democratico e sociale di un’entità che finora non ha avuto i tratti della democrazia, ma piuttosto quelli di una dittatura tecno-finanziaria. Terrificante perché mai come oggi ci rendiamo conto del fatto che l’intelligenza collettiva è dissolta, la voce della critica sociale è muta, la democrazia morta. Di conseguenza, se non accade qualcosa al momento attuale molto difficile da prevedere (il risveglio di una intelligenza collettiva capace di ridiscutere alla radice la ragion d’essere dell’entità europea), l’esito di questa crisi rischia di essere una tragedia destinata a distruggere quel che resta della civiltà sociale moderna nel continente europeo.

Un numero della rivista “Loop” del maggio 2009 si intitolava Finis Europae, e si chiedeva se l’Europa poteva sopravvivere al collasso finanziario. La risposta era che no, l’Europa non può sopravvivere al collasso se non si libera dalla dittatura della classe finanziaria che tiene in mano la corda con cui la società europea viene lentamente strangolata. Ma di questo tema ben poco si è occupata finora l’intellettualità europea (ma esiste ancora qualcosa che meriti questo nome?). La discussione che si è svolta fin a questo momento sui giornali e nelle assisi politiche ufficiali è ridicola, vuota, inconsistente. Sembra che nessuno riesca a vedere che la costruzione europea è stata fino a questo momento la causa (una delle cause) del peggioramento sistematico delle condizioni di vita dei lavoratori.

Nonostante le bugie e le cazzate raccontate dalla sinistra, la politica fanaticamente monetarista dell’Unione ha prodotto una stretta della spesa pubblica che ha peggiorato la qualità della vita delle popolazioni, e contemporaneamente ha imposto un vero e proprio blocco salariale che si è accompagnato con un aumento sistematico del costo della vita. Il fanatismo monetarista della Bce (vero organo di comando sulla vita politica europea) ha scelto alcuni bersagli preferiti. Quello delle pensioni è forse il più Valerio Monteventievidente. Allungare il tempo di lavoro-vita è una delle ossessioni del Neoliberismo, e si fonda su un accumulo di menzogne pure e semplici.

Si dice che l’aumento del tempo di vita media mette in pericolo la possibilità di mantenere un equilibrio economico, dimenticando che la produttività media sociale è aumentata di cinque volte negli ultimi quaranta anni, per cui non cambia niente il fatto che il numero dei produttori possa diminuire leggermente. Si dice che i vecchi debbono lavorare più a lungo per solidarietà nei confronti dei giovani, e non c’è menzogna più ripugnante di questa: il prolungamneto del tempo di lavoro degli anziani ha infatti come conseguenza un aumento della disoccupazione giovanile, e una condizione di ricatto sul mercato del lavoro che ha reso possibile un aumento smisurato della precarietà lavorativa.

La politica della Bce è all’origine della miseria europea. Se L’Unione è questo, che muoia. Ma la morte dell’Unione, che ogni giorno si fa più probabile, sarebbe l’inizio di un inferno inimmaginabile. Lo scatenamento di tutti i demoni che negli ultimi decenni si sono tenuti sotto controllo sarebbe dietro l’angolo. Non solo segnerebbe il riemergere dei nazionalismi, ma anche il precipitare della guerra civile interetnica, nei paesi mediterranei spinti nel baratro di un immiserimento pericoloso.

Solo un movimento del lavoro precario e del lavoro cognitivo, un movimento che ponga al centro della discussione politica il salario unico di cittadinanza può salvare l’Unione europea, modificandone radicalmente la forma e la sostanza. Ma un simile movimento sembra oggi quanto di più improbabile, quanto di più lontano dai comportamenti psicopatici e conformisti di una generazione di disperati il cui futuro sembra segnato senza vie d’uscita. Un futuro di precarietà, di schiavismo, di immiserimento materiale e psichico. Una generazione cui rimarrà solo Facebook – sfiatatoio dell’impotenza e del narcisismo – per avere la sensazione di poter parlare liberamente.

(Francesco “Bifo” Berardi: “La tragedia europea è iniziata”. Intervento tratto da “Carta”, www.carta.org, e ripreso da “Megachip”, www.megachip.info).

Fonte:Libre

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Milano ordina: uccidete Borsellino - Intervista a Alfio Caruso


http://www.youtube.com/watch?v=Fnd3rM022Wo

Alfio Caruso spiega nel suo recente e inquietante libro: "Milano ordina: uccidete Borsellino" le connessioni tra imprenditori rispettati del Nord e capitali di sangue della mafia e la corsa contro il tempo di Borsellino.
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http://www.youtube.com/watch?v=Fnd3rM022Wo

Alfio Caruso spiega nel suo recente e inquietante libro: "Milano ordina: uccidete Borsellino" le connessioni tra imprenditori rispettati del Nord e capitali di sangue della mafia e la corsa contro il tempo di Borsellino.

La sfida totale - Intervista a Daniele Scalea

di Stefano Grazioli.

Tanti parlano e scrivono di geopolitica, pochi ne capiscono davvero qualcosa. Daniele Scalea è uno di questi. Giovane, 25 anni e una laurea in Scienze storiche alla Statale di Milano, Daniele Scalea - che già da qualche anno é nella redazione di Eurasia - ha esordito con un opera di grande spessore (un assaggio sul sito), dimostrando che le sponde del Lago Maggiore (vive a Cannobio) possono diventare un osservatorio privilegiato per capire e spiegare le vicende del Mondo che ci circonda.

A confermarlo non sono tanto io, quanto chi ha scritto la prefazione del nuovo libro di Daniele, “La sfida totale – Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali” (Fuoco Edizioni), e cioè il generale Fabio Mini, uno che ne capisce: “Si potrebbe tranquillamente dire che Daniele Scalea ha scritto un trattato di alta Geopolitica. Ha descritto il mondo attuale cercando di interpretarlo alla luce delle teorie classiche della Geopolitica confermandone, e ce n’era bisogno, la validità metodologica. Ha preso in esame tutti i grandi attori mondiali e dopo una panoramica appassionata, non c’è nient’altro da dire”.

Ecco, non aggiungo altro nemmeno io. Consiglio solo di correre in libreria o ordinare il libro via internet direttamente dall’editore. E di leggere con attenzione la lunga intervista che gentilmente che l’autore ci ha concesso.

copia-di-la-sfida-totale

Rovesciamo la bottiglia e partiamo dal fondo. Lei conclude il suo libro scrivendo che la nascita del Nuovo Mondo, o perlomeno la ristrutturazione geopolitica di quello vecchio, potrebbe essere oltremodo complicata: in sostanza il passaggio da un sistema semi-unipolare a uno multipolare rischia di produrre dolorose frizioni dovute al fatto che la potenza egemone – gli Stati Uniti – opporrà resistenza alla perdita del proprio potere. La “sfida totale” ha già vincitori e vinti?

La tendenza storica del post-Guerra Fredda marcia contro gli USA. Negli anni ’90 la geopolitica mondiale ha vissuto il suo “momento unipolare”, e tutto sembrava girare per il verso giusto, dalla prospettiva di Washington. Ma già si covava quanto sarebbe venuto. L’ultimo decennio ha visto l’emergere a livello economico, strategico ed infine anche politico di veri e propri competitori della “unica superpotenza rimasta”: il riferimento è prima di tutto a Cina e Russia, ma una menzione la meritano pure India, Brasile, Giappone. Il sogno della “fine della storia” è svanito. Gli USA hanno tentato, sotto Bush, un ultimo brutale tentativo di mantenere la propria supremazia incontrastata: il progetto di “guerra infinita”, che avrebbe dovuto annichilire come un rullo compressore tutti i possibili nemici e competitori, ma che si è arenato già sui primi due scogli incontrati, ossia Afghanistan e Iràq. L’ordine mondiale odierno è “semi-unipolare”, con Washington ancora potenza egemone, ma più per la cautela dei suoi rivali che per la propria forza ed autorità. La crisi finanziaria del 2008 è partita dagli USA ed ha mandato parzialmente in frantumi quell’ordine economico su cui si fonda gran parte del potere di Washington. Tutto lascia supporre che si concretizzerà il ritorno ad un vero e proprio ordine “multipolare”, e questa è anche la mia previsione.

Però …come spesso accade c’è un “però”. Uno degli errori più comuni del nostro tempo è quello di percepire le tendenze come fattori fissi ed immutabili, quando in realtà sono contingenti. Come sosteneva Hume, l’uomo è portato a credere in ciò che è abituato a vedere, ossia ad assolutizzare il contingente. Ma le inversioni di tendenza sono sempre possibili. Gli Stati Uniti non hanno accettato e difficilmente accetteranno il ruolo di ex egemone in declino. A meno d’implosioni interne del tipo pronosticato da Igor Panarin, riusciranno ad opporre resistenza, ed hanno molto frecce al loro arco se non per bloccare, quanto meno per rallentare la transizione al mondo multipolare: ricordiamo, tra i principali, il poderoso strumento militare (che spesso fa cilecca, ma per capacità di proiezione globale non ha pari), la “egemonia del dollaro” (Henry Liu), la centralità nel sistema finanziario, l’influenza culturale. Già il secolo scorso la supremazia delle talassocrazie anglosassoni fu sfidata, prima dal Reich tedesco e poi dall’Unione Sovietica, e sappiamo bene tutti come andò a finire. Meglio non vendere la pelle dell’orso (o le penne dell’aquila, se vogliamo esser più precisi nell’allegoria zoologica) prima d’averlo ucciso. Certo però che questi USA d’inizio XXI secolo paiono solo la copia sbiadita della superpotenza del ventesimo: molta della loro grandezza deriva dall’eredità delle generazioni passate, e quando sono chiamati a difenderla non sembrano all’altezza del proprio rango senza pari.

E ora dall’inizio, tuffandoci un po’ nel passato. L’attacco al cuore della Terra, all’Heartland, che gli Stati Uniti hanno attuato su quattro direttrici (sovversione politica, espansione militare, risorse energetiche, supremazia nucleare): può sintetizzare?

La strategia statunitense, quanto meno dagli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale in poi (e forse anche da prima), è fortemente ispirata ai princìpi della geopolitica. L’Heartland (H. Mackinder) è una delle categorie basilari di questa disciplina: è la Terra-cuore, il centro del continente eurasiatico, storicamente impermeabile alla potenza marittima – quest’ultima incarnata prima dall’Impero britannico e poi dal “imperialismo informale” statunitense. L’Heartland è occupato dalla Russia, che rappresenta perciò stesso il principale ostacolo e minaccia potenziale all’egemonia della potenza talassocratica, ossia marittima, degli USA. Dalla fine della Guerra Fredda ad oggi, Washington e Mosca hanno più volte tentato approcci amichevoli, ma tutti sono finiti male. All’arrendevolezza di El’cin si rispose con lo smembramento della Jugoslavia, ed i Russi reagirono portando al Cremlino un certo Vladimir Putin. Le sue aperture dopo l’11 settembre sono state ripagate con la penetrazione statunitense in Asia Centrale, nel “cortile di casa” russo. Anche l’attuale recentissimo idillio tra Obama e Medvedev durerà poco. Nessuno vuole sfociare nel determinismo, ma la geografia è un fattore importante nella vicenda umana, ed in questo caso la geografia condanna Russia e USA ad essere, almeno nello scenario attuale, quasi sempre nemici.

Dagli anni ’90 ad oggi gli Statunitensi, sulla scia di teorizzazioni come quelle di Zbigniew Brzezinski, lungi dall’allentare la morsa su Mosca hanno cercato di sfruttare il crollo dell’URSS per neutralizzare definitivamente la minaccia russa. Le “direttrici d’attacco”, come da lei sottolineato, sono state quattro:

a) la sovversione politica: tramite la CIA, enti pubblici o semi-pubblici come il National Endowment for Democracy o U.S. Aid, e finte ONG gli USA hanno orchestrato una serie di colpi di Stato in giro per l’ex area d’influenza moscovita, allo scopo d’insediare quanti più governi filo-atlantici e russofobi fosse possibile. I casi più celebri: Serbia, Georgia, Ucraìna, Kirghizistan. Ci hanno provato persino in Bielorussia e in Russia (leggi Kaspàrov), ma non è andata bene. I governanti locali si sono fatti furbi ed hanno iniziato a porre una serie di restrizioni alle attività d’organizzazioni straniere nei propri paesi. Gli ultimi eventi in Ucraìna e Kirghizistan fanno pensare che l’ondata di “rivoluzioni colorate” sia ormai in fase di risacca;

b) l’espansione militare: la NATO si potrebbe definire come l’alleanza che lega l’egemone statunitense ai paesi ad esso subordinati. Non è qualitativamente diversa dalla Lega Delio-Attica capeggiata da Atene, o dalle varie alleanze italiche di Roma. Un’alleanza non certo tra pari. Nata in funzione anti-sovietica, scioltasi l’URSS non solo non ha chiuso i battenti ma si è allargata verso est, fino ai confini della Russia. La nuova dottrina militare russa cita espressamente la NATO tra le minacce per il paese;

c) le risorse energetiche: una potente leva strategica per la Russia è costituita dalla sua centralità nel commercio energetico intra-eurasiatico. Gli USA hanno cercato di sminuirla facendo dell’Asia Centrale un competitore di Mosca, tramite gasdotti e oledotti alternativi che scavalcassero il territorio russo. L’impossibilità di costruire la condotta trans-afghana, il ridotto impatto del BTC ed il fallimento annunciato del Nabucco chiariscono che il progetto, almeno per ora, non ha avuto successo;

d) la supremazia nucleare: è un punto sovente ignorato dai commentatori occidentali. Si definisce “supremazia nucleare” la capacità d’uno Stato di vincere una guerra atomica senza subire danni eccessivi, ossia di sferrare un “primo colpo” (first strike) parando la successiva rappresaglia. Quando si dispone di migliaia di testate e missili nucleari, come gli USA, è facile annientare un rivale con una guerra atomica: il grosso problema è riuscire ad evitare d’essere annientati a propria volta se il nemico, come la Russia, ha a sua volta migliaia di armi nucleari con cui rispondere. Ecco dunque l’idea dello scudo ABM (anti-missili balistici), il sogno di Reagan riesumato da Bush e per niente accantonato da Obama. Resterà ancora a lungo una delle principali pietre della discordia tra Mosca e Washington. Infatti, il Cremlino non si beve la storia che lo scudo ABM sia rivolto contro l’Iràn e la Corea del Nord, e nel mio libro spiego dettagliatamente il perché.

Lei si sofferma sulla politica estera statunitense dell’ultimo decennio sviscerando le differenze tra idealisti e realisti alla Casa Bianca. Cosa ha cambiato l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca?

Ha cambiato molto, ma probabilmente meno di quello che avrebbe potuto se non ci fosse stata la crisi finanziaria del 2008. Obama era portatore d’una geostrategia alternativa a quella neoconservatrice, meno fissata sul Vicino e Medio Oriente e più attenta agli equilibri globali nel loro complesso. Essa comprendeva anche una non dichiarata strategia anti-russa di tipo brzezinskiana. La stessa distensione con l’Iràn era ed è mirata soprattutto a rivolgere la potenza persiana contro Mosca in funzione di contenimento sul fianco meridionale.

Inutile dire che la crisi ha scompaginato i piani. Gli USA si sono ritrovati con l’acqua alla gola, ed Obama s’è accontentato di cercare di salvarne la supremazia mondiale. L’ideologismo di Bush è stato sostituito con un po’ di sana Realpolitik, e la minaccia ed uso della forza militare sono oggi stemperate dal ricorso alla diplomazia come via prediletta. Ma ciò non è sufficiente. Washington, capendo di non farcela più da sola, sta cercando di cooptare qualche grande potenza come stampella della propria egemonia. All’inizio Obama ha cercato di formare il famoso “G-2” con la Cina, ma ben presto la tensione ha preso a montare ed oggi Washington e Pechino si guardano in cagnesco come non succedeva da decenni. Così Obama ha messo nel mirino la Cina, ed ha pensato bene di corteggiare la Russia. Il “leviatano” talassocratico ed il “behemoth” tellurocratico si sono già trovati fianco a fianco contro una potenza del Rimland, ossia del margine continentale dell’Eurasia (mi riferisco alla Germania nel secolo scorso), ma non credo che ciò si ripeterà oggi. Gli USA superpotenza avrebbero potuto cooptare la Russia di El’cin e del primo Putin, ma si sono rivelati troppo avidi di potere ed hanno finito con l’allontanarla. Oggi sono ancora la potenza egemone, e perciò suscitano invidia ed ostilità, ma sono un egemone zoppo, e dunque appoggiarlo non dà più gli stessi vantaggi d’un tempo. Allearsi con qualcuno che ti vorrebbe come stampella del suo potere traballante non è una prospettiva così allettante. Il Cremlino prenderà altre strade. Solo quando gli USA si saranno ridimensionati al rango di grande potenza inter pares, allora si potrà ridiscutere d’alleanze strategiche.

L’8 dicembre 1991 i presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia, riuniti a Brest, proclamarono la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che Gorbačev fu costretto ad accettare suo malgrado. L’ex presidente russo Vladimir Putin, ora primo ministro, ha affermato che la dissoluzione dell’Urss è la stata la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo. È d’accordo?

Il termine “catastrofe” sottintende un giudizio di valore, e dunque è soggettivo. Restando sul merito, è indubbio che il crollo dell’URSS, ossia della potenza terrestre dell’Heartland che conteneva la superpotenza marittima, è stato un evento epocale. E dal punto di vista dei Russi, non si può che considerare catastrofico. Ma non solo dal loro. Il crollo della diga sovietica – una diga criticabile e controversa fin quanto si vuole – ha aperto la strada al tentativo egemonico degli USA, col suo contorno di prevaricazione e guerre. Per gli Statunitensi la disgregazione dell’URSS è stata un successo, per i Polacchi una benedizione, per i Cubani, i Siriani o i Palestinesi una disgrazia.

Vladimir Putin è stato, tra luci ed ombre, il simbolo della ritorno della Russia sulla Grande Scacchiera. Lei scrive che la “Dottrina Putin” può essere interpretata come un realismo in salsa russa, fondato sull’accorta tessitura d’alleanze intra-continentali con la Cina, l’India, l’Iran, la Turchia e l’Europa Occidentale. Cioè?

Ho ripreso la definizione che cita da Tiberio Graziani, direttore della rivista “Eurasia”. In Russia, dopo la fine del comunismo sono emerse due visioni ideologiche: quella eurasiatica, che vede negli USA il nemico storico da combattere ad ogni costo, e quella occidentalista, che vede nell’Ovest il beniamino da emulare e compiacere ad ogni costo. La Dottrina Putin esula da questi schemi e si pone nel mezzo degli “opposti estremismi”. Putin ha adottato linguaggi e formalità cari agli occidentali, ed ha a lungo considerato prioritari i rapporti con l’Europa e gli USA. Ma non è mai stato arrendevole e rinunciatario, non ha mai rinunciato a difendere il ruolo della Russia nel mondo ed il suo “spazio vitale” nell’Heartland. Quando ha verificato che con Washington non c’erano spazi di dialogo, si è rivolto altrove. Le alleanze intra-continentali da lei citate servono a creare un “secondo anello di sicurezza” (il primo dovrebbe essere il “estero vicino”) attorno alla Russia. L’obiettivo finale è estromettere la talassocrazia, ossia gli USA, dall’intera massa continentale eurasiatica, per mettere definitivamente in sicurezza la Russia.

Secondo Parag Khanna i “tre imperi” del nuovo mondo multipolare sarebbero Usa, Cina e Unione Europea, mentre la Russia farebbe parte del “secondo mondo”. Lei non è d’accordo. Perché?

Perché la visione di Parag Khanna si fonda sostanzialmente su valutazioni di tipo economico e sulle sue simpatie personali. L’economia è importante ma non rivela tutto. Ad esempio, l’Unione Europea, si sa, è un gigante economico ma un nano politico. Non è neppure uno Stato, bensì un’accozzaglia di Stati nazionali che, come stanno dimostrando gli eventi attuali, in mezzo alla tempesta preferiscono pensare ognuno per sé. La Russia ha un ingente patrimonio geopolitico, in termini geografici, militari ed energetici, che può giocare efficacemente sulla grande scacchiera mondiale. Mosca è ancora al centro della politica internazionale, considerarla parte del “secondo mondo” è ingiustificato.

La Cina è e sarà comunque uno dei protagonisti di questo secolo e intorno al ruolo di Pechino si gioca ovviamente il futuro di Washington. Riprendo allora le sue parole: «Per gli Usa il contenimento della Cina dovrebbe avvenire attraverso due “cani da guardia” posti al suo fianco: l’India e il Giappone. Davvero Nuova Delhi e Tokio sono disposti a ricoprire il ruolo che Washington vorrebbe affibbiare loro, oppure preferiranno unirsi a Pechino per creare una “sfera di co-prosperità” asiatica?»

È un dilemma che non ha ancora trovato risposta. L’India sembrava più vicina alla Cina qualche anno fa, quando entrò nel gergo comune degli addetti ai lavori il termine “Cindia”. Al contrario, il Giappone che qualche anno fa pareva nemico irriducibile di Pechino oggi gli si sta riavvicinando. La situazione è fluida e difficile da decifrare, ma la sensazione è che Nuova Delhi e Tokio cercheranno la vincita sicura: aspetteranno di capire con certezza chi avrà la meglio tra Cina e USA, e solo allora punteranno tutto sul cavallo vincente.

Spostiamoci infine Oltreoceano, dove comunque i grandi attori sono sempre gli stessi. Nel libro scrive che Obama sembra deciso a recuperare l’influenza sul “cortile di casa”, e con qualsiasi mezzo. Russia e Cina, invece, offrono una sponda diplomatica alle nuove potenze emergenti come Brasile e Venezuela. I prossimi conflitti sono programmati?

Il Sudamerica è storicamente un’area molto pacifica. Ma ciò è dovuto anche alla sua storia di marginalità nel quadro geopolitico, ed all’egemonia a lungo incontrastata degli USA. Oggi questi due fattori stanno venendo meno. In Sudamerica sta emergendo una grande potenza mondiale – il Brasile – mentre il controllo degli USA sul “cortile di casa” è stato seriamente intaccato. Cina e Russia si fanno beffe della Dottrina Monroe, punto fermo della strategia statunitense da un paio di secoli. Washington passerà all’azione, o meglio alla reazione, e non sappiamo ancora quali strumenti sceglierà.

Maggiore integrazione economica? L’ALCA è stato bocciato da quasi tutti i paesi sudamericani.

Legami militari? In Sudamerica la Russia ha superato gli USA nell’esportazione di armi.

Influenza culturale? I sentimenti anti-statunitensi, tradizionalmente radicati nell’area, appaiono al massimo storico, ed il risveglio della comunità indigena porta ad una riscoperta del proprio retaggio più arcaico, piuttosto che all’adozione della way of life nordamericana.

Colpi di Stato? In Venezuela ci hanno provato ma fu un fallimento; un pesce molto più piccolo come l’Honduras è caduto nella rete, ma si ritrova quasi completamente isolato nella regione.

Guerre per procura? I paesi sudamericani sono molto restî a scendere in guerra tra loro, se non altro perché sono tutti instabili al loro interno e temono gravi contraccolpi domestici. Attorno alla Colombia la tensione sta montando, e molto decideranno le imminenti elezioni presidenziali. Santos ricorda per certi versi Saakašvili: è una testa calda, con lui tutto sarebbe possibile. Mockus, al contrario, cercherebbe la distensione coi vicini ed allenterebbe i legami con gli USA. In ogni caso, per Bogotà sarebbe una mossa come minimo azzardata andare in guerra coi vicini, quando non controlla neppure il proprio territorio nazionale.

Guerre in prima persona? Sono da escludersi almeno finché le truppe nordamericane rimangono impantanate in Iràq e Afghanistan. Anche dopo aver evacuato i due paesi mediorientali, l’esperienza inciderà negativamente sulla propensione alla guerra nei prossimi anni. Certo, non sono eventi traumatici come il Vietnam – avendovi preso parte soldati professionisti e non cittadini coscritti – ma il paese è comunque demoralizzato e le casse vuote. Inoltre i paesi sudamericani si stanno integrando: attaccarne uno significherebbe rovinare i rapporti con tutti.

Per tali ragioni, ritengo che nei prossimi anni Washington si limiterà a sovvenzionare e “pompare” a livello mediatico i propri campioni in loco: lo sta già facendo in Brasile, anche se difficilmente il Partito dei Lavoratori di Lula sarà scalzato dal potere. In qualche “repubblica delle banane” centroamericana potranno pure organizzare dei golpe, ma l’arma tradizionale dell’influenza nordamericana sui vicini meridionali appare sempre più spuntata.

La perdita dell’egemonia sul continente americano rappresenterà una svolta epocale per gli USA e la geopolitica mondiale. Gli Stati Uniti d’America, potenza continentale, hanno potuto inventarsi potenza marittima contando sull’isolamento conferito dall’assenza di nemici sulla terraferma: dal Novecento hanno perciò potuto proiettarsi con sicurezza sugli oceani e al di là degli stessi. Con l’emergere di forti rivali nelle Americhe, gli USA perderebbero uno dei loro storici vantaggi strategici: smetterebbero di essere “un’isola” geopolitica e ritornerebbero una potenza continentale.

Quali sono questi “rivali” che gli USA potranno trovare nel continente? Facile rispondere il Brasile, su tutti, che ha dimensioni e demografia adatte a sfidare la supremazia di Washington nell’emisfero occidentale. Facilissimo citare il “blocco bolivariano”, paesi che presi singolarmente sono deboli, ma che se dovessero riuscire ad unirsi, resi più forti dalla veemenza ideologica, creerebbero non pochi problemi ai gringos, come li chiamano loro. E non scordiamoci il Messico. Il Messico è una nazione molto grande, direttamente confinante con gli USA, e coltiva – anche se silenziosamente – storiche rivendicazioni territoriali sul sud degli Stati Uniti. La sua economia è in forte crescita: fra pochi anni sarà considerata una grande potenza, almeno in quest’ambito. Fatica a tenere sotto controllo la parte settentrionale del paese, ma è quella meno popolata e più povera. In compenso ha un’arma atipica. Samuel Huntington, poco prima di morire, lanciò un avvertimento ai propri connazionali: di guardarsi dall’enorme aumento numerico dei Latinos – per lo più messicani – negli USA. I Latinos sono concentrati in pochi Stati: California, Texas, Arizona, New Mexico ed anche Florida (qui si tratta di cubani e portoricani). Giungono in massa e tendono a conservare la propria lingua, la propria religione ed il proprio modo di vivere. Hanno già acquisito un ingente peso elettorale, ma in massima parte non sono integrati nella società statunitense. Nel Sud, i cartelli criminali del narcotraffico hanno costituito veri e propri “Stati nello Stato”, che spadroneggiano nei quartieri latini, sanno autofinanziarsi illecitamente tramite il traffico di droga e la prostituzione, hanno veri e propri eserciti armati fino ai denti. Un soggetto ideale per condurre una guerra asimmetrica, se se ne creassero le condizioni. Questi cartelli del narcotraffico hanno eguale potere al di là del confine, nel settentrione del Messico, e forti collusioni con le autorità di Città del Messico. Non è un caso che negli USA da alcuni anni stiano cercando d’arginare l’immigrazione e d’integrare i Latinos nella società, mentre in Messico non fanno nulla per dissuadere i propri cittadini dall’espatriare nelle terre che gli Statunitensi rubarono al Messico centocinquant’anni fa. La situazione è esplosiva, e qualche analista – come George Friedman – se n’è accorto.

Grazie per l’intervista.

Daniele Scalea

La Sfida Totale – Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali

Fuoco Edizioni, 186 pagine, 15 Euro.

Fonte: http://esreport.wordpress.com/2010/05/17/la-sfida-totale-intervista-a-daniele-scalea/.

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di Stefano Grazioli.

Tanti parlano e scrivono di geopolitica, pochi ne capiscono davvero qualcosa. Daniele Scalea è uno di questi. Giovane, 25 anni e una laurea in Scienze storiche alla Statale di Milano, Daniele Scalea - che già da qualche anno é nella redazione di Eurasia - ha esordito con un opera di grande spessore (un assaggio sul sito), dimostrando che le sponde del Lago Maggiore (vive a Cannobio) possono diventare un osservatorio privilegiato per capire e spiegare le vicende del Mondo che ci circonda.

A confermarlo non sono tanto io, quanto chi ha scritto la prefazione del nuovo libro di Daniele, “La sfida totale – Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali” (Fuoco Edizioni), e cioè il generale Fabio Mini, uno che ne capisce: “Si potrebbe tranquillamente dire che Daniele Scalea ha scritto un trattato di alta Geopolitica. Ha descritto il mondo attuale cercando di interpretarlo alla luce delle teorie classiche della Geopolitica confermandone, e ce n’era bisogno, la validità metodologica. Ha preso in esame tutti i grandi attori mondiali e dopo una panoramica appassionata, non c’è nient’altro da dire”.

Ecco, non aggiungo altro nemmeno io. Consiglio solo di correre in libreria o ordinare il libro via internet direttamente dall’editore. E di leggere con attenzione la lunga intervista che gentilmente che l’autore ci ha concesso.

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Rovesciamo la bottiglia e partiamo dal fondo. Lei conclude il suo libro scrivendo che la nascita del Nuovo Mondo, o perlomeno la ristrutturazione geopolitica di quello vecchio, potrebbe essere oltremodo complicata: in sostanza il passaggio da un sistema semi-unipolare a uno multipolare rischia di produrre dolorose frizioni dovute al fatto che la potenza egemone – gli Stati Uniti – opporrà resistenza alla perdita del proprio potere. La “sfida totale” ha già vincitori e vinti?

La tendenza storica del post-Guerra Fredda marcia contro gli USA. Negli anni ’90 la geopolitica mondiale ha vissuto il suo “momento unipolare”, e tutto sembrava girare per il verso giusto, dalla prospettiva di Washington. Ma già si covava quanto sarebbe venuto. L’ultimo decennio ha visto l’emergere a livello economico, strategico ed infine anche politico di veri e propri competitori della “unica superpotenza rimasta”: il riferimento è prima di tutto a Cina e Russia, ma una menzione la meritano pure India, Brasile, Giappone. Il sogno della “fine della storia” è svanito. Gli USA hanno tentato, sotto Bush, un ultimo brutale tentativo di mantenere la propria supremazia incontrastata: il progetto di “guerra infinita”, che avrebbe dovuto annichilire come un rullo compressore tutti i possibili nemici e competitori, ma che si è arenato già sui primi due scogli incontrati, ossia Afghanistan e Iràq. L’ordine mondiale odierno è “semi-unipolare”, con Washington ancora potenza egemone, ma più per la cautela dei suoi rivali che per la propria forza ed autorità. La crisi finanziaria del 2008 è partita dagli USA ed ha mandato parzialmente in frantumi quell’ordine economico su cui si fonda gran parte del potere di Washington. Tutto lascia supporre che si concretizzerà il ritorno ad un vero e proprio ordine “multipolare”, e questa è anche la mia previsione.

Però …come spesso accade c’è un “però”. Uno degli errori più comuni del nostro tempo è quello di percepire le tendenze come fattori fissi ed immutabili, quando in realtà sono contingenti. Come sosteneva Hume, l’uomo è portato a credere in ciò che è abituato a vedere, ossia ad assolutizzare il contingente. Ma le inversioni di tendenza sono sempre possibili. Gli Stati Uniti non hanno accettato e difficilmente accetteranno il ruolo di ex egemone in declino. A meno d’implosioni interne del tipo pronosticato da Igor Panarin, riusciranno ad opporre resistenza, ed hanno molto frecce al loro arco se non per bloccare, quanto meno per rallentare la transizione al mondo multipolare: ricordiamo, tra i principali, il poderoso strumento militare (che spesso fa cilecca, ma per capacità di proiezione globale non ha pari), la “egemonia del dollaro” (Henry Liu), la centralità nel sistema finanziario, l’influenza culturale. Già il secolo scorso la supremazia delle talassocrazie anglosassoni fu sfidata, prima dal Reich tedesco e poi dall’Unione Sovietica, e sappiamo bene tutti come andò a finire. Meglio non vendere la pelle dell’orso (o le penne dell’aquila, se vogliamo esser più precisi nell’allegoria zoologica) prima d’averlo ucciso. Certo però che questi USA d’inizio XXI secolo paiono solo la copia sbiadita della superpotenza del ventesimo: molta della loro grandezza deriva dall’eredità delle generazioni passate, e quando sono chiamati a difenderla non sembrano all’altezza del proprio rango senza pari.

E ora dall’inizio, tuffandoci un po’ nel passato. L’attacco al cuore della Terra, all’Heartland, che gli Stati Uniti hanno attuato su quattro direttrici (sovversione politica, espansione militare, risorse energetiche, supremazia nucleare): può sintetizzare?

La strategia statunitense, quanto meno dagli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale in poi (e forse anche da prima), è fortemente ispirata ai princìpi della geopolitica. L’Heartland (H. Mackinder) è una delle categorie basilari di questa disciplina: è la Terra-cuore, il centro del continente eurasiatico, storicamente impermeabile alla potenza marittima – quest’ultima incarnata prima dall’Impero britannico e poi dal “imperialismo informale” statunitense. L’Heartland è occupato dalla Russia, che rappresenta perciò stesso il principale ostacolo e minaccia potenziale all’egemonia della potenza talassocratica, ossia marittima, degli USA. Dalla fine della Guerra Fredda ad oggi, Washington e Mosca hanno più volte tentato approcci amichevoli, ma tutti sono finiti male. All’arrendevolezza di El’cin si rispose con lo smembramento della Jugoslavia, ed i Russi reagirono portando al Cremlino un certo Vladimir Putin. Le sue aperture dopo l’11 settembre sono state ripagate con la penetrazione statunitense in Asia Centrale, nel “cortile di casa” russo. Anche l’attuale recentissimo idillio tra Obama e Medvedev durerà poco. Nessuno vuole sfociare nel determinismo, ma la geografia è un fattore importante nella vicenda umana, ed in questo caso la geografia condanna Russia e USA ad essere, almeno nello scenario attuale, quasi sempre nemici.

Dagli anni ’90 ad oggi gli Statunitensi, sulla scia di teorizzazioni come quelle di Zbigniew Brzezinski, lungi dall’allentare la morsa su Mosca hanno cercato di sfruttare il crollo dell’URSS per neutralizzare definitivamente la minaccia russa. Le “direttrici d’attacco”, come da lei sottolineato, sono state quattro:

a) la sovversione politica: tramite la CIA, enti pubblici o semi-pubblici come il National Endowment for Democracy o U.S. Aid, e finte ONG gli USA hanno orchestrato una serie di colpi di Stato in giro per l’ex area d’influenza moscovita, allo scopo d’insediare quanti più governi filo-atlantici e russofobi fosse possibile. I casi più celebri: Serbia, Georgia, Ucraìna, Kirghizistan. Ci hanno provato persino in Bielorussia e in Russia (leggi Kaspàrov), ma non è andata bene. I governanti locali si sono fatti furbi ed hanno iniziato a porre una serie di restrizioni alle attività d’organizzazioni straniere nei propri paesi. Gli ultimi eventi in Ucraìna e Kirghizistan fanno pensare che l’ondata di “rivoluzioni colorate” sia ormai in fase di risacca;

b) l’espansione militare: la NATO si potrebbe definire come l’alleanza che lega l’egemone statunitense ai paesi ad esso subordinati. Non è qualitativamente diversa dalla Lega Delio-Attica capeggiata da Atene, o dalle varie alleanze italiche di Roma. Un’alleanza non certo tra pari. Nata in funzione anti-sovietica, scioltasi l’URSS non solo non ha chiuso i battenti ma si è allargata verso est, fino ai confini della Russia. La nuova dottrina militare russa cita espressamente la NATO tra le minacce per il paese;

c) le risorse energetiche: una potente leva strategica per la Russia è costituita dalla sua centralità nel commercio energetico intra-eurasiatico. Gli USA hanno cercato di sminuirla facendo dell’Asia Centrale un competitore di Mosca, tramite gasdotti e oledotti alternativi che scavalcassero il territorio russo. L’impossibilità di costruire la condotta trans-afghana, il ridotto impatto del BTC ed il fallimento annunciato del Nabucco chiariscono che il progetto, almeno per ora, non ha avuto successo;

d) la supremazia nucleare: è un punto sovente ignorato dai commentatori occidentali. Si definisce “supremazia nucleare” la capacità d’uno Stato di vincere una guerra atomica senza subire danni eccessivi, ossia di sferrare un “primo colpo” (first strike) parando la successiva rappresaglia. Quando si dispone di migliaia di testate e missili nucleari, come gli USA, è facile annientare un rivale con una guerra atomica: il grosso problema è riuscire ad evitare d’essere annientati a propria volta se il nemico, come la Russia, ha a sua volta migliaia di armi nucleari con cui rispondere. Ecco dunque l’idea dello scudo ABM (anti-missili balistici), il sogno di Reagan riesumato da Bush e per niente accantonato da Obama. Resterà ancora a lungo una delle principali pietre della discordia tra Mosca e Washington. Infatti, il Cremlino non si beve la storia che lo scudo ABM sia rivolto contro l’Iràn e la Corea del Nord, e nel mio libro spiego dettagliatamente il perché.

Lei si sofferma sulla politica estera statunitense dell’ultimo decennio sviscerando le differenze tra idealisti e realisti alla Casa Bianca. Cosa ha cambiato l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca?

Ha cambiato molto, ma probabilmente meno di quello che avrebbe potuto se non ci fosse stata la crisi finanziaria del 2008. Obama era portatore d’una geostrategia alternativa a quella neoconservatrice, meno fissata sul Vicino e Medio Oriente e più attenta agli equilibri globali nel loro complesso. Essa comprendeva anche una non dichiarata strategia anti-russa di tipo brzezinskiana. La stessa distensione con l’Iràn era ed è mirata soprattutto a rivolgere la potenza persiana contro Mosca in funzione di contenimento sul fianco meridionale.

Inutile dire che la crisi ha scompaginato i piani. Gli USA si sono ritrovati con l’acqua alla gola, ed Obama s’è accontentato di cercare di salvarne la supremazia mondiale. L’ideologismo di Bush è stato sostituito con un po’ di sana Realpolitik, e la minaccia ed uso della forza militare sono oggi stemperate dal ricorso alla diplomazia come via prediletta. Ma ciò non è sufficiente. Washington, capendo di non farcela più da sola, sta cercando di cooptare qualche grande potenza come stampella della propria egemonia. All’inizio Obama ha cercato di formare il famoso “G-2” con la Cina, ma ben presto la tensione ha preso a montare ed oggi Washington e Pechino si guardano in cagnesco come non succedeva da decenni. Così Obama ha messo nel mirino la Cina, ed ha pensato bene di corteggiare la Russia. Il “leviatano” talassocratico ed il “behemoth” tellurocratico si sono già trovati fianco a fianco contro una potenza del Rimland, ossia del margine continentale dell’Eurasia (mi riferisco alla Germania nel secolo scorso), ma non credo che ciò si ripeterà oggi. Gli USA superpotenza avrebbero potuto cooptare la Russia di El’cin e del primo Putin, ma si sono rivelati troppo avidi di potere ed hanno finito con l’allontanarla. Oggi sono ancora la potenza egemone, e perciò suscitano invidia ed ostilità, ma sono un egemone zoppo, e dunque appoggiarlo non dà più gli stessi vantaggi d’un tempo. Allearsi con qualcuno che ti vorrebbe come stampella del suo potere traballante non è una prospettiva così allettante. Il Cremlino prenderà altre strade. Solo quando gli USA si saranno ridimensionati al rango di grande potenza inter pares, allora si potrà ridiscutere d’alleanze strategiche.

L’8 dicembre 1991 i presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia, riuniti a Brest, proclamarono la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che Gorbačev fu costretto ad accettare suo malgrado. L’ex presidente russo Vladimir Putin, ora primo ministro, ha affermato che la dissoluzione dell’Urss è la stata la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo. È d’accordo?

Il termine “catastrofe” sottintende un giudizio di valore, e dunque è soggettivo. Restando sul merito, è indubbio che il crollo dell’URSS, ossia della potenza terrestre dell’Heartland che conteneva la superpotenza marittima, è stato un evento epocale. E dal punto di vista dei Russi, non si può che considerare catastrofico. Ma non solo dal loro. Il crollo della diga sovietica – una diga criticabile e controversa fin quanto si vuole – ha aperto la strada al tentativo egemonico degli USA, col suo contorno di prevaricazione e guerre. Per gli Statunitensi la disgregazione dell’URSS è stata un successo, per i Polacchi una benedizione, per i Cubani, i Siriani o i Palestinesi una disgrazia.

Vladimir Putin è stato, tra luci ed ombre, il simbolo della ritorno della Russia sulla Grande Scacchiera. Lei scrive che la “Dottrina Putin” può essere interpretata come un realismo in salsa russa, fondato sull’accorta tessitura d’alleanze intra-continentali con la Cina, l’India, l’Iran, la Turchia e l’Europa Occidentale. Cioè?

Ho ripreso la definizione che cita da Tiberio Graziani, direttore della rivista “Eurasia”. In Russia, dopo la fine del comunismo sono emerse due visioni ideologiche: quella eurasiatica, che vede negli USA il nemico storico da combattere ad ogni costo, e quella occidentalista, che vede nell’Ovest il beniamino da emulare e compiacere ad ogni costo. La Dottrina Putin esula da questi schemi e si pone nel mezzo degli “opposti estremismi”. Putin ha adottato linguaggi e formalità cari agli occidentali, ed ha a lungo considerato prioritari i rapporti con l’Europa e gli USA. Ma non è mai stato arrendevole e rinunciatario, non ha mai rinunciato a difendere il ruolo della Russia nel mondo ed il suo “spazio vitale” nell’Heartland. Quando ha verificato che con Washington non c’erano spazi di dialogo, si è rivolto altrove. Le alleanze intra-continentali da lei citate servono a creare un “secondo anello di sicurezza” (il primo dovrebbe essere il “estero vicino”) attorno alla Russia. L’obiettivo finale è estromettere la talassocrazia, ossia gli USA, dall’intera massa continentale eurasiatica, per mettere definitivamente in sicurezza la Russia.

Secondo Parag Khanna i “tre imperi” del nuovo mondo multipolare sarebbero Usa, Cina e Unione Europea, mentre la Russia farebbe parte del “secondo mondo”. Lei non è d’accordo. Perché?

Perché la visione di Parag Khanna si fonda sostanzialmente su valutazioni di tipo economico e sulle sue simpatie personali. L’economia è importante ma non rivela tutto. Ad esempio, l’Unione Europea, si sa, è un gigante economico ma un nano politico. Non è neppure uno Stato, bensì un’accozzaglia di Stati nazionali che, come stanno dimostrando gli eventi attuali, in mezzo alla tempesta preferiscono pensare ognuno per sé. La Russia ha un ingente patrimonio geopolitico, in termini geografici, militari ed energetici, che può giocare efficacemente sulla grande scacchiera mondiale. Mosca è ancora al centro della politica internazionale, considerarla parte del “secondo mondo” è ingiustificato.

La Cina è e sarà comunque uno dei protagonisti di questo secolo e intorno al ruolo di Pechino si gioca ovviamente il futuro di Washington. Riprendo allora le sue parole: «Per gli Usa il contenimento della Cina dovrebbe avvenire attraverso due “cani da guardia” posti al suo fianco: l’India e il Giappone. Davvero Nuova Delhi e Tokio sono disposti a ricoprire il ruolo che Washington vorrebbe affibbiare loro, oppure preferiranno unirsi a Pechino per creare una “sfera di co-prosperità” asiatica?»

È un dilemma che non ha ancora trovato risposta. L’India sembrava più vicina alla Cina qualche anno fa, quando entrò nel gergo comune degli addetti ai lavori il termine “Cindia”. Al contrario, il Giappone che qualche anno fa pareva nemico irriducibile di Pechino oggi gli si sta riavvicinando. La situazione è fluida e difficile da decifrare, ma la sensazione è che Nuova Delhi e Tokio cercheranno la vincita sicura: aspetteranno di capire con certezza chi avrà la meglio tra Cina e USA, e solo allora punteranno tutto sul cavallo vincente.

Spostiamoci infine Oltreoceano, dove comunque i grandi attori sono sempre gli stessi. Nel libro scrive che Obama sembra deciso a recuperare l’influenza sul “cortile di casa”, e con qualsiasi mezzo. Russia e Cina, invece, offrono una sponda diplomatica alle nuove potenze emergenti come Brasile e Venezuela. I prossimi conflitti sono programmati?

Il Sudamerica è storicamente un’area molto pacifica. Ma ciò è dovuto anche alla sua storia di marginalità nel quadro geopolitico, ed all’egemonia a lungo incontrastata degli USA. Oggi questi due fattori stanno venendo meno. In Sudamerica sta emergendo una grande potenza mondiale – il Brasile – mentre il controllo degli USA sul “cortile di casa” è stato seriamente intaccato. Cina e Russia si fanno beffe della Dottrina Monroe, punto fermo della strategia statunitense da un paio di secoli. Washington passerà all’azione, o meglio alla reazione, e non sappiamo ancora quali strumenti sceglierà.

Maggiore integrazione economica? L’ALCA è stato bocciato da quasi tutti i paesi sudamericani.

Legami militari? In Sudamerica la Russia ha superato gli USA nell’esportazione di armi.

Influenza culturale? I sentimenti anti-statunitensi, tradizionalmente radicati nell’area, appaiono al massimo storico, ed il risveglio della comunità indigena porta ad una riscoperta del proprio retaggio più arcaico, piuttosto che all’adozione della way of life nordamericana.

Colpi di Stato? In Venezuela ci hanno provato ma fu un fallimento; un pesce molto più piccolo come l’Honduras è caduto nella rete, ma si ritrova quasi completamente isolato nella regione.

Guerre per procura? I paesi sudamericani sono molto restî a scendere in guerra tra loro, se non altro perché sono tutti instabili al loro interno e temono gravi contraccolpi domestici. Attorno alla Colombia la tensione sta montando, e molto decideranno le imminenti elezioni presidenziali. Santos ricorda per certi versi Saakašvili: è una testa calda, con lui tutto sarebbe possibile. Mockus, al contrario, cercherebbe la distensione coi vicini ed allenterebbe i legami con gli USA. In ogni caso, per Bogotà sarebbe una mossa come minimo azzardata andare in guerra coi vicini, quando non controlla neppure il proprio territorio nazionale.

Guerre in prima persona? Sono da escludersi almeno finché le truppe nordamericane rimangono impantanate in Iràq e Afghanistan. Anche dopo aver evacuato i due paesi mediorientali, l’esperienza inciderà negativamente sulla propensione alla guerra nei prossimi anni. Certo, non sono eventi traumatici come il Vietnam – avendovi preso parte soldati professionisti e non cittadini coscritti – ma il paese è comunque demoralizzato e le casse vuote. Inoltre i paesi sudamericani si stanno integrando: attaccarne uno significherebbe rovinare i rapporti con tutti.

Per tali ragioni, ritengo che nei prossimi anni Washington si limiterà a sovvenzionare e “pompare” a livello mediatico i propri campioni in loco: lo sta già facendo in Brasile, anche se difficilmente il Partito dei Lavoratori di Lula sarà scalzato dal potere. In qualche “repubblica delle banane” centroamericana potranno pure organizzare dei golpe, ma l’arma tradizionale dell’influenza nordamericana sui vicini meridionali appare sempre più spuntata.

La perdita dell’egemonia sul continente americano rappresenterà una svolta epocale per gli USA e la geopolitica mondiale. Gli Stati Uniti d’America, potenza continentale, hanno potuto inventarsi potenza marittima contando sull’isolamento conferito dall’assenza di nemici sulla terraferma: dal Novecento hanno perciò potuto proiettarsi con sicurezza sugli oceani e al di là degli stessi. Con l’emergere di forti rivali nelle Americhe, gli USA perderebbero uno dei loro storici vantaggi strategici: smetterebbero di essere “un’isola” geopolitica e ritornerebbero una potenza continentale.

Quali sono questi “rivali” che gli USA potranno trovare nel continente? Facile rispondere il Brasile, su tutti, che ha dimensioni e demografia adatte a sfidare la supremazia di Washington nell’emisfero occidentale. Facilissimo citare il “blocco bolivariano”, paesi che presi singolarmente sono deboli, ma che se dovessero riuscire ad unirsi, resi più forti dalla veemenza ideologica, creerebbero non pochi problemi ai gringos, come li chiamano loro. E non scordiamoci il Messico. Il Messico è una nazione molto grande, direttamente confinante con gli USA, e coltiva – anche se silenziosamente – storiche rivendicazioni territoriali sul sud degli Stati Uniti. La sua economia è in forte crescita: fra pochi anni sarà considerata una grande potenza, almeno in quest’ambito. Fatica a tenere sotto controllo la parte settentrionale del paese, ma è quella meno popolata e più povera. In compenso ha un’arma atipica. Samuel Huntington, poco prima di morire, lanciò un avvertimento ai propri connazionali: di guardarsi dall’enorme aumento numerico dei Latinos – per lo più messicani – negli USA. I Latinos sono concentrati in pochi Stati: California, Texas, Arizona, New Mexico ed anche Florida (qui si tratta di cubani e portoricani). Giungono in massa e tendono a conservare la propria lingua, la propria religione ed il proprio modo di vivere. Hanno già acquisito un ingente peso elettorale, ma in massima parte non sono integrati nella società statunitense. Nel Sud, i cartelli criminali del narcotraffico hanno costituito veri e propri “Stati nello Stato”, che spadroneggiano nei quartieri latini, sanno autofinanziarsi illecitamente tramite il traffico di droga e la prostituzione, hanno veri e propri eserciti armati fino ai denti. Un soggetto ideale per condurre una guerra asimmetrica, se se ne creassero le condizioni. Questi cartelli del narcotraffico hanno eguale potere al di là del confine, nel settentrione del Messico, e forti collusioni con le autorità di Città del Messico. Non è un caso che negli USA da alcuni anni stiano cercando d’arginare l’immigrazione e d’integrare i Latinos nella società, mentre in Messico non fanno nulla per dissuadere i propri cittadini dall’espatriare nelle terre che gli Statunitensi rubarono al Messico centocinquant’anni fa. La situazione è esplosiva, e qualche analista – come George Friedman – se n’è accorto.

Grazie per l’intervista.

Daniele Scalea

La Sfida Totale – Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali

Fuoco Edizioni, 186 pagine, 15 Euro.

Fonte: http://esreport.wordpress.com/2010/05/17/la-sfida-totale-intervista-a-daniele-scalea/.

martedì 25 maggio 2010

BAVAGLIO ALLA RETE


Ieri il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L. 733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC) identificato dall'articolo 50-bis: "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet"; la prossima settimana Il testo approderà alla Camera come articolo nr. 60.

Questo senatore NON fa neanche parte della maggioranza al Governo... il che la dice lunga sulle alleanze trasversali del disegno liberticida della Casta.

In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog (o un profilo su fb, o altro sulla rete) a disobbedire o a ISTIGARE (cioè.. CRITICARE..??!) contro una legge che ritiene ingiusta, i providers DOVRANNO bloccarne il blog o il sito.

Questo provvedimento può far oscurare la visibilità di un sito in Italia ovunque si trovi, anche se è all'ESTERO; basta che il Ministro dell'Interno disponga con proprio decreto l'interruzione dell'attività del blogger, ordinandone il blocco ai fornitori di connettività alla rete internet. L'attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro 24 ore; pena, per i provider, sanzioni da 50.000 a 250.000 euro.

Per i blogger è invece previsto il carcere da 1 a 5 anni oltre ad una pena ulteriore da 6 mesi a 5 anni perl'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'ODIO (!) fra le classi sociali.
MORALE: questa legge può ripulire immediatamente tutti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta.

In pratica sarà possibile bloccare in Italia (come in Iran, in Birmania e in Cina) Facebook, Youtube e la rete da tutti i blog che al momento rappresentano in Italia l'unica informazione non condizionata e/o censurata.

ITALIA: l'unico Paese al mondo in cui una media company (Mediaset) ha citato YouTube per danni chiedendo 500 milioni euro di risarcimento.

Con questa legge non sarà più necessario, nulla sarà più di ostacolo anche in termini PREVENTIVI.
Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra meno di 60 giorni dovrà presenterà al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto rende esplicito il progetto del Governo di "normalizzare" con leggi di repressione internet e tutto il sistema di relazioni e informazioni che finora non riusciva a dominare.

Mentre negli USA Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet, l'Italia prende a modello la Cina, la Birmania e l'Iran.
Oggi gli UNICI media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati la rivista specializzata "Punto Informatico" e il blog di Grillo.

documentazione diffusa da:
Coordinamento degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani, Per La Pace.it
.
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Ieri il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L. 733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC) identificato dall'articolo 50-bis: "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet"; la prossima settimana Il testo approderà alla Camera come articolo nr. 60.

Questo senatore NON fa neanche parte della maggioranza al Governo... il che la dice lunga sulle alleanze trasversali del disegno liberticida della Casta.

In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog (o un profilo su fb, o altro sulla rete) a disobbedire o a ISTIGARE (cioè.. CRITICARE..??!) contro una legge che ritiene ingiusta, i providers DOVRANNO bloccarne il blog o il sito.

Questo provvedimento può far oscurare la visibilità di un sito in Italia ovunque si trovi, anche se è all'ESTERO; basta che il Ministro dell'Interno disponga con proprio decreto l'interruzione dell'attività del blogger, ordinandone il blocco ai fornitori di connettività alla rete internet. L'attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro 24 ore; pena, per i provider, sanzioni da 50.000 a 250.000 euro.

Per i blogger è invece previsto il carcere da 1 a 5 anni oltre ad una pena ulteriore da 6 mesi a 5 anni perl'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'ODIO (!) fra le classi sociali.
MORALE: questa legge può ripulire immediatamente tutti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta.

In pratica sarà possibile bloccare in Italia (come in Iran, in Birmania e in Cina) Facebook, Youtube e la rete da tutti i blog che al momento rappresentano in Italia l'unica informazione non condizionata e/o censurata.

ITALIA: l'unico Paese al mondo in cui una media company (Mediaset) ha citato YouTube per danni chiedendo 500 milioni euro di risarcimento.

Con questa legge non sarà più necessario, nulla sarà più di ostacolo anche in termini PREVENTIVI.
Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra meno di 60 giorni dovrà presenterà al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto rende esplicito il progetto del Governo di "normalizzare" con leggi di repressione internet e tutto il sistema di relazioni e informazioni che finora non riusciva a dominare.

Mentre negli USA Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet, l'Italia prende a modello la Cina, la Birmania e l'Iran.
Oggi gli UNICI media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati la rivista specializzata "Punto Informatico" e il blog di Grillo.

documentazione diffusa da:
Coordinamento degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani, Per La Pace.it
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