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mercoledì 28 aprile 2010
Qui MIlano Libera - Operazione "piazza pulita"
Vietato fiatare, la piazza deve restare pulita, intonsa da accenni di protesta. Striscioni e megafoni sequestrati, in nome della suscettibilità di Berlusconi e Napolitano, o del potente di turno.
Accade in Italia, sedicente paese democratico, dove l'articolo 21 della costituzione e la dignità delle persone vengono quotidianamente calpestati da chi dovrebbe tutelarli.
http://www.youtube.com/watch?v=Qe_RSCfdMgI&
Milano, 24 aprile 2010. Piero Ricca e il gruppo "Qui Milano Libera" criticano Napolitano e Berlusconi presenti alla Scala per la celebrazione della Liberazione.
La polizia sequestra striscione e megafono.
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Leggi tutto »
Accade in Italia, sedicente paese democratico, dove l'articolo 21 della costituzione e la dignità delle persone vengono quotidianamente calpestati da chi dovrebbe tutelarli.
http://www.youtube.com/watch?v=Qe_RSCfdMgI&
Milano, 24 aprile 2010. Piero Ricca e il gruppo "Qui Milano Libera" criticano Napolitano e Berlusconi presenti alla Scala per la celebrazione della Liberazione.
La polizia sequestra striscione e megafono.
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Vietato fiatare, la piazza deve restare pulita, intonsa da accenni di protesta. Striscioni e megafoni sequestrati, in nome della suscettibilità di Berlusconi e Napolitano, o del potente di turno.
Accade in Italia, sedicente paese democratico, dove l'articolo 21 della costituzione e la dignità delle persone vengono quotidianamente calpestati da chi dovrebbe tutelarli.
http://www.youtube.com/watch?v=Qe_RSCfdMgI&
Milano, 24 aprile 2010. Piero Ricca e il gruppo "Qui Milano Libera" criticano Napolitano e Berlusconi presenti alla Scala per la celebrazione della Liberazione.
La polizia sequestra striscione e megafono.
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Accade in Italia, sedicente paese democratico, dove l'articolo 21 della costituzione e la dignità delle persone vengono quotidianamente calpestati da chi dovrebbe tutelarli.
http://www.youtube.com/watch?v=Qe_RSCfdMgI&
Milano, 24 aprile 2010. Piero Ricca e il gruppo "Qui Milano Libera" criticano Napolitano e Berlusconi presenti alla Scala per la celebrazione della Liberazione.
La polizia sequestra striscione e megafono.
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Marsala 11 maggio 2010 - Concerto di Musiche Popolari, Taranta e narrazione sui fatti del 1860 e sulla storia negata, quella degli sconfitti.

L' 11 maggio a Marsala (TP), in concomitanza con le celebrazioni per lo sbarco dei 1000, si terrà un concerto di musiche popolari dove interverranno cantanti come Francesca Amato e il suo gruppo "Curtigghiu" , la cantautrice Patrizia Genova , il Trio della Taranta e tanti altri fra cui anche alcuni poeti.
Il concerto sara' inframezzato dagli interventi di alcuni narratori fra cui Antonio Ciano che narrera' della strage di Bronte , mentre altri narratori racconteranno diversi episodi sempre sulla tematica dello sbarco dei Mille, di Garibaldi e dell'Unita' d'Italia, gli oratori narreranno la storia "nascosta" e tutt'oggi negata, quella degli sconfitti.
Nasce così la 1° Festa del Contadino, dei suoi diritti e della sua terra, terra che vuole rinascere dalle sue ceneri dopo 150 anni.
Il Partito del Sud parteciperà all'evento organizzato insieme all'Altragricoltura .
Ognuno potrà portare la sua Bandiera.
Partecipiamo numerosi a questo importante appuntamento, per affermare una volta di più, al cospetto di tutti, che l'unità fu imposta con una guerra di conquista e di asservimento con la forza delle armi.

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L' 11 maggio a Marsala (TP), in concomitanza con le celebrazioni per lo sbarco dei 1000, si terrà un concerto di musiche popolari dove interverranno cantanti come Francesca Amato e il suo gruppo "Curtigghiu" , la cantautrice Patrizia Genova , il Trio della Taranta e tanti altri fra cui anche alcuni poeti.
Il concerto sara' inframezzato dagli interventi di alcuni narratori fra cui Antonio Ciano che narrera' della strage di Bronte , mentre altri narratori racconteranno diversi episodi sempre sulla tematica dello sbarco dei Mille, di Garibaldi e dell'Unita' d'Italia, gli oratori narreranno la storia "nascosta" e tutt'oggi negata, quella degli sconfitti.
Nasce così la 1° Festa del Contadino, dei suoi diritti e della sua terra, terra che vuole rinascere dalle sue ceneri dopo 150 anni.
Il Partito del Sud parteciperà all'evento organizzato insieme all'Altragricoltura .
Ognuno potrà portare la sua Bandiera.
Partecipiamo numerosi a questo importante appuntamento, per affermare una volta di più, al cospetto di tutti, che l'unità fu imposta con una guerra di conquista e di asservimento con la forza delle armi.

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martedì 27 aprile 2010
Pontelandolfo Cronaca di una strage
Di Antonio Ciano
Questo capitolo lo dedico ad Ernesto Galli Della loggia, a Stella e Rizzo del Corriere della sera.Quando ho scritto questo capitolo non ero fanatico borbonico come sono stato definito, avevo solo certificato ciò che successe a Pontelanfdolfo il 14 agosto del 1861: un eccidio nefando il cui mandante, il Gen . Cialdini,aveva già massacrato la mia città, Gaeta, pochi mesi prima.
Pontelandolfo Cronaca di una strage
Liberamente tratto da "I Savoia ed il massacro del Sud" di Antonio Ciano
A Pontelandolfo come in quasi tutti i paesi del Molise, degli Abruzzi, della Ciociaria, del Matese, del Chietino, degli Ausoni, la bandiera gigliata sventolava sui pennoni più alti. Tutto un popolo era insorto contro il Piemonte, contro Vittorio Emanuele II. Solo pochi volevano essere servi di uno Stato ritenuto il più retrivo e reazionario d’Europa. Qualcuno proponeva per la repubblica che Mazzini sognava, ma tutto il popolo contadino stava dalla parte dei Borbone. La libertà, la gente del Sud, l’ha sempre conquistata col sangue. Su ordine del Generale Cialdini il 13 agosto 1861 partì da Benevento una colonna di bersaglieri, tutti tiratori scelti. La colonna era comandata dal Generale Maurizio De Sonnaz, detto “Requiescant” per le fucilazioni facili da lui ordinate e per il massacro di parecchi preti e l’attacco ad abbazie e chiese.Il generale piemontese era a capo di novecento bersaglieri assassini e criminali di guerra. Costoro avevano fucilato e violentato migliaia di meridionali, avevano saccheggiato chiese e casolari.I piemontesi, barbari cisalpini e feroci assassini, usarono sistematicamente la violenza per avere il controllo del territorio; usarono la fucilazione come arma di democrazia liberale. Saranno maledetti per sempre da Dio e dagli uomini.Il colonnello Negri procedeva a cavallo, con a suo fianco il garibaldino del luogo De Marco e due liberali pure del posto a far da guida ai cinquecento bersaglieri, che costituivano la colonna infame che stava dirigendosi verso Pontelandolfo. Era l’alba del 14 agosto. A tutto si poteva pensare fuorché ad un eccidio che, a memoria d’uomo, da quelle parti, nessuno ricordava.Alla stessa ora un’altra colonna, sozza quanto la prima, stava dirigendosi verso Casalduni. Era composta da 400 uomini ed aveva per guida il liberal massone Jacobelli, traditore del popolo e servo dei piemontesi; a comandarla era il maggiore Melegari. Entrambe le colonne erano coordinate dal De Sonnaz.Gli ordini di Cialdini erano precisi: distruggere i due paesi e dare una lezione esemplare ai cafoni; dovevano pagare con la morte la sfida fatta al potente Piemonte.L’intera popolazione di Pontelandolfo doveva pagare per la fucilazione dei soldati del tenente Bracci. De Sonnaz era lì per questo.La banda di Cosimo Giordano bivaccava ad un chilometro da Pontelandolfo, nella selva, tra i monti che dominano la città sannita. I partigiani avvertiti dai pastori e dal loro servizio di informazione capillare, s’erano appostati per tendere un agguato ai piemontesi, ma erano solo cinquanta (..). Erano tutti armati di fucili e provvisti di cavalli freschi e veloci, pronti a lunghe cavalcate per scoscesi sentieri. (…)Il colonnello Negri, impettito e baldanzoso, sicuro di sé, a testa alta, in sella al suo cavallo nero, attorniato dai suoi sottoposti, con alla destra il traditore De Marco e alle spalle altri due "feccisti" liberali del paese nonché spie, avanzava spedito verso Pontelandolfo, e rivolgendosi al garibaldino disse: "De Marco, oggi assisterai ad una pagina che sarà scritta sui libri di storia; daremo una lezione a questi cafoni, la notizia si spargerà in tutto il Sud che ha osato ribellarsi ai voleri di casa Savoia….."Una scarica di pallottole interruppe il colonnello piemontese. Tutti scesero dai cavalli, qualcuno cadde morto, altri furono feriti., altri ancora risposero al fuoco, ma era ancora buio e la selva copriva le ombre dei partigiani borbonici, i quali continuavano a sparare nel mucchio, alla cieca, non potendo mirare giusto data l’ora mattutina. La sparatoria durò non più di dieci minuti, fu feroce e ravvicinata. Gli uomini di Giordano, avvantaggiati dall’effetto sorpresa vedendo che i bersaglieri prendevano posizione di combattimento e presagendo una sconfitta, naturale, date le forze in campo si diedero alla fuga.I bersaglieri contarono venticinque morti. Il colonnello Negri, anziché inseguire i patrioti di Giordano, diede ordine ad un plotone di comporre le salme dei soldati caduti.Un vero soldato avrebbe dato la caccia a quelli che Negri chiamava briganti e che avevano steso venticinque dei suoi uomini, ma l’ufficiale piemontese, come la maggior parte dei militari savoiardi, era un assassino spietato, un delinquente, un codardo, un pusillanime, e preferì essere iscritto per l’eternità nell’albo dei più feroci criminali di guerra.I cinquecento bersaglieri circondarono il paese, tutti ben appostati, fucili alla mano, pronti a far fuoco. Ad un cenno del colonnello Negri, un plotone, con il De Marco e due liberali, entrò nella città ad indicare le case dei settari massoni da salvare. Prelevarono dalle loro abitazioni Giovanni Perugino e Iadonisio.Portata a termine l’operazione salvataggio dei settari, che non superavano la decina, i bersaglieri si gettarono a capofitto nei vicoli e nelle strade di Pontelandolfo. Dar fuoco alle case fu cosa facilissima, in quanto i bassi erano colmi di fieno e stipati di legna secca che i contadini erano soliti mettere al riparo per usarla d’inverno. I bersaglierei di alcuni plotoni erano intenti a mettere fascine di paglia agli ingressi delle stalle, con i calci buttavano a terra le porte e con le torce appiccavano il fuoco. I vicoli erano sbarrati da tre o quattro soldati, la città in meno di mezz’ora era diventata un immenso rogo.Iniziò così l’eccidio di Pontelandolfo.L’ora mattutina e soprattutto la convinzione della restaurata libertà facevano fare sonni tranquilli e beati alla popolazione. Alzarsi di botto e vedere quegli assassini che stavano incendiando le loro case provocò, in molti, un’autodifesa naturale.Molti si armarono di roncole e forche ma i fucili dei pennuti piemontesi avevano la meglio su di loro. Alcuni vennero stesi nella propria abitazione, altri dormienti nel proprio letto; altri mentre fuggivano. Qualcuno riusciva ad oltrepassare la porta di casa ma veniva abbattuto sull’uscio. Pochi riuscivano a raggiungere la fine del vicolo, subito abbattuti dai piemontesi, senza pietà. Grida, urla, gemiti dei feriti, pianti di bambini. Pontelandolfo fu messa a ferro e a fuoco.Tutto il paese bruciava; i lamenti salivano al cielo, ed ancora grida ed urla.Nicola Biondi, contadino di sessantanni, fu legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri, i quali denudarono la figlia Concettina, di sedici anni e la violentarono a turno. Dopo un’ora la ragazza, sanguinante, svenne per la vergogna ed il dolore.Il bersagliere che la stava violentando, quasi indispettito nel vedere quel corpo esanime, si alzò e le sparò. Il padre della ragazza cercava di slegarsi, usava tutte le forze, cercava di liberarsi dalla fune che lo teneva inchiodato al palo, e nello sforzo il sangue gli usciva dalla pelle. A dare fine al suo tormento e alla sua pena pensarono i bersaglieri con una scarica micidiale. Le pallottole ruppero persino la fune e Nicola Biondi cadde carponi nei pressi della diletta figlia Concettina.Nella casa accanto abitava Santopietro; con il figlio in braccio, stava per scappare, ma fu intercettato dai soldati savoiardi, che gli strapparono il bambino dalle mani e lo freddarono senza misericordia. Il maggiore Rossi, con coccarda azzurra al petto, era il più esagitato, dava ordini, gridava come un ossesso, sembrava ubriaco, forse lo era, sembrava un vampiro. Era assetato di sangue e con la sciabola infilzava i fuggitivi mentre i suoi sottoposti non erano da meno, sparavano, sparavano, sparavano.I cadaveri erano tanti, ma per il colonnello Negri non bastanti per la vendetta e allora ancora a snidare i pontelandolfesi dalle loro case.Angiolo De Witt, del 36° fanteria bersaglieri così ha descritto quell’episodio:"….il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l’incendio e lo sterminio dell’intero paese. Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza a snidare dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per la via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro.Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, ed i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un’intera giornata: il castigo fu tremendo….."Non sappiamo se il maggiore Rossi, il colonnello Negri ed il generale De Sonnaz ebbero una medaglia al valore per quell’azione ardimentosa, ma una cosa è certa: questi assassini, questi criminali di guerra sono stati fatti passare per eroi dalla storiografia ufficiale sabaudo-risorgimentale, molte strade e molte piazze sono ancor oggi a loro intitolate:Via Rossi, maggiore ed Eroe di Pontelandolfo;Via Gaetano Negri, sindaco di Milano ed eroe di Pontelandolfo;Via De Sonnaz, Conte e Generale piemontese, Eroe di Casamari, Perugia e Pontelandolfo;Via Cialdini, Eroe di Gaeta, di Pontelandolfo, Casalduni, Venosa; Montefalcione, Auletta, ecc., ecc.Ecco come il grande Piemonte portava i segni della civiltà cisalpina nella culla della barbarie; ecco come i Savoia intendevano l’unità d’Italia!Il generale Cialdini aveva sempre una coccarda azzurra al petto e dava ordini dalla sua luogotenenza di Napoli al generale De Sonnaz, altro azzurro con coccarda. Il De Sonnaz a sua volta trasmetteva gli ordini assassini al colonnello Negri, anche lui incoccardato con grande stoffa di seta azzurra, che a sua volta illuminava di disposizioni il maggiore Rossi, che prediligeva incendiare interi paesi e sparare su donne e bambini col suo revolver, anche lui incorniciato dalla coccarda azzurra, come incoccardati erano tutti i bersaglieri, compreso il De Wit. Ebbene, questi delinquenti di guerra, questi bastardi del risorgimento italiano stavano portando a compimento l’ennesimo truculento eccidio con forsennata ferocia e senza pietà alcuna verso una popolazione fiera del suo Re Borbone, fiera della sua dignità, fiera della sua libertà, fiera della sua storia, fiera di essere italiana, fiera della sua religione, fiera di battersi per l’Altare e per il trono del suo Re. Quando mai gli austriaci nel Lombardo –Veneto usarono simili metodi? Gli austriaci erano tedeschi, cattolici e soprattutto erano soldati e si battevano contro soldati, erano un popolo civile e fiero. I piemontesi, che i romani avevano accomunati all’Italia, come Caino, stavano assassinando e massacrando i loro fratelli napoletani.L’eccidio cominciò alle 4 di mattina. I partigiani, che erano accampati sulle Campetelle, dopo aver ammazzato 25 piemontesi, diedero l’allarme. Uno di essi riuscì ad andare dal sagrestano, prese la chiave del portone del campanile e cominciò a suonare a stormo le campane…..Il paese venne dato alle fiamme, la prima casa che bruciò fu quella dell’arciprete Epifanio De Gregorio ….Un solo guerrigliero fu ucciso (presumibilmente il partigiano che era andato a suonare l’allarme sul campanile)…. Dopo i soldati si abbandonarono al saccheggio e ad atti di lascivia….Alle ore sei metà paese era già in fiamme, i bersaglieri continuarono la mattanza.Ancora uccisioni, stupri, fucilate, grida, urla. I vecchi venivano fucilati subito e così i bambini che ancora dormivano nei loro letti. Molti bersaglieri, avendo finito le munizioni in dotazione, per non tornare a rifornirsi al campo base situato fuori il paese, usavano la baionetta in canna al fucile e passavano all’arma bianca i poveri disgraziati di Pontelandolfo.Dopo aver ammazzato i proprietari delle abitazioni, le saccheggiavano: oro, argento, soldi, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti.Pochi di quegli eroi conoscevano la lingua italiana, e la maggior parte dei soldati piemontesi, analfabeti ed ignoranti, qualche parola l’avevano imparata al di qua del Tronto, comunque una parola sapevano pronunciare: "Piastre! Piastre!", la dicevano entrando di prepotenza nelle case dei pontelandolfesi: "Dove avete le piastre, piastre o morte". I barbari non si accontentavano delle piastre d’argento borboniche, bruciavano anche le case e ammazzavano senza pietà i loro occupanti.La morte, a volte, valeva una, due, tre piastre. Intanto il sangue scorreva a fiumi per le strade di Pontelandolfo. Prima ad essere saccheggiata fu la chiesa di San Donato, ricca di ori, di argenti, di bronzi lavorati, di voti: persino le statue dei santi furono trafugate! Il saccheggio e l’eccidio durarono l’intera giornata del 14 agosto 1861.Donne seminude, sorprese mentre dormivano, cercavano scampo fuggendo; ma, se vecchie, venivano subito infilzate, se giovani ed avvenenti, venivano violentate e poi uccise.Due giovani che erano stati salvati dal De Marco in quanto liberali, nel vedere tanta barbarie e tanto accanimento contro i loro concittadini e contro la loro città, dopo essersi consultati col proprio padre, si diressero verso il colonnello Negri. Non avrebbero dovuto!I due giovani avevano appreso le idee liberali frequentando circoli culturali di Napoli, sognavano un’Italia Una, libera, indipendente; sognavano la fratellanza. La loro adesione al liberalismo fu vanificata da quelle scene di terrore e di orrore; di colpo s’accorsero che il re sabaudo era un macellaio e che il vero liberale era il Re Borbone.Il più giovane aveva finito da poco gli studi all’università di Napoli e stava per cimentarsi nella libera professione dell’avvocatura; il più grande era un buon commerciante di Pontelandolfo.I due benpensanti liberali pontelandolfesi furono accompagnati al cospetto del colonnello Negri dal garibaldino De Marco: L’avvocato si rivolse verso l’ufficiale piemontese, quasi a rimproverarlo: "Sig. colonnello siamo venuti qui da liberali, da unitari e nazionali quali siamo sempre stati a fare pubblica rimostranza per quello che sta accadendo nel paese".Negri:" Cosa sta accadendo?"Rinaldi, così si chiamava l’avvocato:" I bersaglieri stanno incendiando tute le case di Pontelandolfo e stanno uccidendo tutti. In nome di Dio, li fermi!"Negri: "Quei luridi reazionari hanno massacrato quaranta soldati piemontesi, quaranta eroi; per ogni soldato moriranno cento cafoni, capito?"Rinaldi: "Sig. colonnello, ciò che lei dice è contro le più elementari leggi, è immorale, devono essere presi i responsabili e giudicati da un tribunale."Negri: "Da un tribunale? Io conosco un solo tribunale, quello che stai vedendo. La vendetta militare."Rinaldi: " Ma lì non ci sono militari, vi è solo gente indifesa".Negri; "Quella gente ha massacrato quaranta piemontesi e pagheranno con la morte"Rinaldi: "Sig. colonnello, questo è un eccidio, passerete alla storia come un criminale di guerra, un assassino!"Negri:" Guardie, guardieee! Prendete questi due e fucilateli, sono come gli altri, liberali o non liberali, fucilateli."Dieci bersaglieri presero i due, gli svuotarono dei soldi che avevano nelle tasche e li portarono nei pressi della chiesa di San Donato. I due fratelli chiesero un prete per l’ultima confessione, gli fu negato.Istantaneamente furono bendati e fucilati. Morirono gridando ai piemontesi: "Assassini maledetti!"Furono raggiunti dai pallettoni mente sputavano verso il plotone di esecuzione.L’avvocato morì subito mentre il fratello, nonostante fosse stato colpito dalle pallottole era ancora vivo. Il colonnello Negri, si avvicinò e lo finì con un colpo di baionetta.La strage continuò: ogni casa veniva rovistata, saccheggiata, incendiata. I morti venivano accatastati l’un sull’altro, e fra quei corpi vi era anche qualcuno ancora vivo, che per il dolore mordeva il corpo del cadavere sottostante. Chi non riusciva a morire subito doveva anche sopportare la tortura del fuoco, che veniva appiccato sopra i cadaveri con legna secca e fascine fatte portare lì da giovani sotto la minaccia delle baionette.Il colonnello Gaetano Negri, il generale De Sonnaz, il generale Cialdini, il maggiore Rossi erano orgogliosi di portare la coccarda azzurra come segno della fedeltà a Casa Savoia. Tutti appartenevano alla casta militare piemontese, tutti di provata fede massonica.Pontelandolfo stava bruciando; i saccheggi continuavano senza sosta come pure gli assassinii.Moltissime donne furono violentate e poi ammazzate; alcune che s’erano rifugiate nelle chiese furono trucidate dopo essere state denudate davanti all’altare. Una, nell’opporre resistenza graffiò a sangue il viso di un piemontese; le vennero mozzate entrambe le mani e poi finita a fucilate. Furono uccisi uomini, donne e bambini. Tutte le chiese furono profanate e spogliate dei doni centenari. Le ostie sante furono gettate, le pissidi, i voti d’argento, i calici, le statue, i quadri, i vasi preziosi e le tavolette votive, rubati.Due di quei soldati di fede cattolica, rubarono il mantello della Madonna e la corona inghirlandata che cingeva la sua testa. Poiché per un cattolico è peccato mortale profanare i luoghi sacri, i due eroi piemontesi credendo che crollasse la chiesa dopo tale misfatto, fuggirono impauriti. Due settimane dopo, uno di essi tornò davanti alla Madonna spogliata e sfregiata, piangendo ed implorando il perdono, in quanto il compagno che aveva rubato e profanato con lui la chiesa era morto improvvisamente.Dopo ore di stragi, di eccidi, di massacri, di ruberie, il generale De Sonnaz fece suonare l’adunata ed il ritiro della colonna infame.I bersaglieri erano stanchi di assassinare, stanchi di correre, madidi di sudore dovuto al caldo afoso di quel giorno d’agosto ed al fuoco che divampava nelle case. A molti sanguinavano le dita e le mani per aver sparato troppo. I loro zaini erano pieni di refurtiva e le loro tasche piene di piastre d’argento.Al suono del trombettiere tutti si ritirarono. Inquadrati e sull’attenti al cospetto del generale De Sonnaz.La colonna degli eroi infami si diresse verso Fragneto e poi a Benevento, ove il giorno dopo, nei loro alloggiamenti, i piemontesi mercanteggiarono tutto il bottino sacro profanato; e per questo motivo dai beneventani fu chiamata caserma del Gesù.
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Questo capitolo lo dedico ad Ernesto Galli Della loggia, a Stella e Rizzo del Corriere della sera.Quando ho scritto questo capitolo non ero fanatico borbonico come sono stato definito, avevo solo certificato ciò che successe a Pontelanfdolfo il 14 agosto del 1861: un eccidio nefando il cui mandante, il Gen . Cialdini,aveva già massacrato la mia città, Gaeta, pochi mesi prima.
Pontelandolfo Cronaca di una strage
Liberamente tratto da "I Savoia ed il massacro del Sud" di Antonio Ciano
A Pontelandolfo come in quasi tutti i paesi del Molise, degli Abruzzi, della Ciociaria, del Matese, del Chietino, degli Ausoni, la bandiera gigliata sventolava sui pennoni più alti. Tutto un popolo era insorto contro il Piemonte, contro Vittorio Emanuele II. Solo pochi volevano essere servi di uno Stato ritenuto il più retrivo e reazionario d’Europa. Qualcuno proponeva per la repubblica che Mazzini sognava, ma tutto il popolo contadino stava dalla parte dei Borbone. La libertà, la gente del Sud, l’ha sempre conquistata col sangue. Su ordine del Generale Cialdini il 13 agosto 1861 partì da Benevento una colonna di bersaglieri, tutti tiratori scelti. La colonna era comandata dal Generale Maurizio De Sonnaz, detto “Requiescant” per le fucilazioni facili da lui ordinate e per il massacro di parecchi preti e l’attacco ad abbazie e chiese.Il generale piemontese era a capo di novecento bersaglieri assassini e criminali di guerra. Costoro avevano fucilato e violentato migliaia di meridionali, avevano saccheggiato chiese e casolari.I piemontesi, barbari cisalpini e feroci assassini, usarono sistematicamente la violenza per avere il controllo del territorio; usarono la fucilazione come arma di democrazia liberale. Saranno maledetti per sempre da Dio e dagli uomini.Il colonnello Negri procedeva a cavallo, con a suo fianco il garibaldino del luogo De Marco e due liberali pure del posto a far da guida ai cinquecento bersaglieri, che costituivano la colonna infame che stava dirigendosi verso Pontelandolfo. Era l’alba del 14 agosto. A tutto si poteva pensare fuorché ad un eccidio che, a memoria d’uomo, da quelle parti, nessuno ricordava.Alla stessa ora un’altra colonna, sozza quanto la prima, stava dirigendosi verso Casalduni. Era composta da 400 uomini ed aveva per guida il liberal massone Jacobelli, traditore del popolo e servo dei piemontesi; a comandarla era il maggiore Melegari. Entrambe le colonne erano coordinate dal De Sonnaz.Gli ordini di Cialdini erano precisi: distruggere i due paesi e dare una lezione esemplare ai cafoni; dovevano pagare con la morte la sfida fatta al potente Piemonte.L’intera popolazione di Pontelandolfo doveva pagare per la fucilazione dei soldati del tenente Bracci. De Sonnaz era lì per questo.La banda di Cosimo Giordano bivaccava ad un chilometro da Pontelandolfo, nella selva, tra i monti che dominano la città sannita. I partigiani avvertiti dai pastori e dal loro servizio di informazione capillare, s’erano appostati per tendere un agguato ai piemontesi, ma erano solo cinquanta (..). Erano tutti armati di fucili e provvisti di cavalli freschi e veloci, pronti a lunghe cavalcate per scoscesi sentieri. (…)Il colonnello Negri, impettito e baldanzoso, sicuro di sé, a testa alta, in sella al suo cavallo nero, attorniato dai suoi sottoposti, con alla destra il traditore De Marco e alle spalle altri due "feccisti" liberali del paese nonché spie, avanzava spedito verso Pontelandolfo, e rivolgendosi al garibaldino disse: "De Marco, oggi assisterai ad una pagina che sarà scritta sui libri di storia; daremo una lezione a questi cafoni, la notizia si spargerà in tutto il Sud che ha osato ribellarsi ai voleri di casa Savoia….."Una scarica di pallottole interruppe il colonnello piemontese. Tutti scesero dai cavalli, qualcuno cadde morto, altri furono feriti., altri ancora risposero al fuoco, ma era ancora buio e la selva copriva le ombre dei partigiani borbonici, i quali continuavano a sparare nel mucchio, alla cieca, non potendo mirare giusto data l’ora mattutina. La sparatoria durò non più di dieci minuti, fu feroce e ravvicinata. Gli uomini di Giordano, avvantaggiati dall’effetto sorpresa vedendo che i bersaglieri prendevano posizione di combattimento e presagendo una sconfitta, naturale, date le forze in campo si diedero alla fuga.I bersaglieri contarono venticinque morti. Il colonnello Negri, anziché inseguire i patrioti di Giordano, diede ordine ad un plotone di comporre le salme dei soldati caduti.Un vero soldato avrebbe dato la caccia a quelli che Negri chiamava briganti e che avevano steso venticinque dei suoi uomini, ma l’ufficiale piemontese, come la maggior parte dei militari savoiardi, era un assassino spietato, un delinquente, un codardo, un pusillanime, e preferì essere iscritto per l’eternità nell’albo dei più feroci criminali di guerra.I cinquecento bersaglieri circondarono il paese, tutti ben appostati, fucili alla mano, pronti a far fuoco. Ad un cenno del colonnello Negri, un plotone, con il De Marco e due liberali, entrò nella città ad indicare le case dei settari massoni da salvare. Prelevarono dalle loro abitazioni Giovanni Perugino e Iadonisio.Portata a termine l’operazione salvataggio dei settari, che non superavano la decina, i bersaglieri si gettarono a capofitto nei vicoli e nelle strade di Pontelandolfo. Dar fuoco alle case fu cosa facilissima, in quanto i bassi erano colmi di fieno e stipati di legna secca che i contadini erano soliti mettere al riparo per usarla d’inverno. I bersaglierei di alcuni plotoni erano intenti a mettere fascine di paglia agli ingressi delle stalle, con i calci buttavano a terra le porte e con le torce appiccavano il fuoco. I vicoli erano sbarrati da tre o quattro soldati, la città in meno di mezz’ora era diventata un immenso rogo.Iniziò così l’eccidio di Pontelandolfo.L’ora mattutina e soprattutto la convinzione della restaurata libertà facevano fare sonni tranquilli e beati alla popolazione. Alzarsi di botto e vedere quegli assassini che stavano incendiando le loro case provocò, in molti, un’autodifesa naturale.Molti si armarono di roncole e forche ma i fucili dei pennuti piemontesi avevano la meglio su di loro. Alcuni vennero stesi nella propria abitazione, altri dormienti nel proprio letto; altri mentre fuggivano. Qualcuno riusciva ad oltrepassare la porta di casa ma veniva abbattuto sull’uscio. Pochi riuscivano a raggiungere la fine del vicolo, subito abbattuti dai piemontesi, senza pietà. Grida, urla, gemiti dei feriti, pianti di bambini. Pontelandolfo fu messa a ferro e a fuoco.Tutto il paese bruciava; i lamenti salivano al cielo, ed ancora grida ed urla.Nicola Biondi, contadino di sessantanni, fu legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri, i quali denudarono la figlia Concettina, di sedici anni e la violentarono a turno. Dopo un’ora la ragazza, sanguinante, svenne per la vergogna ed il dolore.Il bersagliere che la stava violentando, quasi indispettito nel vedere quel corpo esanime, si alzò e le sparò. Il padre della ragazza cercava di slegarsi, usava tutte le forze, cercava di liberarsi dalla fune che lo teneva inchiodato al palo, e nello sforzo il sangue gli usciva dalla pelle. A dare fine al suo tormento e alla sua pena pensarono i bersaglieri con una scarica micidiale. Le pallottole ruppero persino la fune e Nicola Biondi cadde carponi nei pressi della diletta figlia Concettina.Nella casa accanto abitava Santopietro; con il figlio in braccio, stava per scappare, ma fu intercettato dai soldati savoiardi, che gli strapparono il bambino dalle mani e lo freddarono senza misericordia. Il maggiore Rossi, con coccarda azzurra al petto, era il più esagitato, dava ordini, gridava come un ossesso, sembrava ubriaco, forse lo era, sembrava un vampiro. Era assetato di sangue e con la sciabola infilzava i fuggitivi mentre i suoi sottoposti non erano da meno, sparavano, sparavano, sparavano.I cadaveri erano tanti, ma per il colonnello Negri non bastanti per la vendetta e allora ancora a snidare i pontelandolfesi dalle loro case.Angiolo De Witt, del 36° fanteria bersaglieri così ha descritto quell’episodio:"….il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l’incendio e lo sterminio dell’intero paese. Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza a snidare dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per la via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro.Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, ed i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un’intera giornata: il castigo fu tremendo….."Non sappiamo se il maggiore Rossi, il colonnello Negri ed il generale De Sonnaz ebbero una medaglia al valore per quell’azione ardimentosa, ma una cosa è certa: questi assassini, questi criminali di guerra sono stati fatti passare per eroi dalla storiografia ufficiale sabaudo-risorgimentale, molte strade e molte piazze sono ancor oggi a loro intitolate:Via Rossi, maggiore ed Eroe di Pontelandolfo;Via Gaetano Negri, sindaco di Milano ed eroe di Pontelandolfo;Via De Sonnaz, Conte e Generale piemontese, Eroe di Casamari, Perugia e Pontelandolfo;Via Cialdini, Eroe di Gaeta, di Pontelandolfo, Casalduni, Venosa; Montefalcione, Auletta, ecc., ecc.Ecco come il grande Piemonte portava i segni della civiltà cisalpina nella culla della barbarie; ecco come i Savoia intendevano l’unità d’Italia!Il generale Cialdini aveva sempre una coccarda azzurra al petto e dava ordini dalla sua luogotenenza di Napoli al generale De Sonnaz, altro azzurro con coccarda. Il De Sonnaz a sua volta trasmetteva gli ordini assassini al colonnello Negri, anche lui incoccardato con grande stoffa di seta azzurra, che a sua volta illuminava di disposizioni il maggiore Rossi, che prediligeva incendiare interi paesi e sparare su donne e bambini col suo revolver, anche lui incorniciato dalla coccarda azzurra, come incoccardati erano tutti i bersaglieri, compreso il De Wit. Ebbene, questi delinquenti di guerra, questi bastardi del risorgimento italiano stavano portando a compimento l’ennesimo truculento eccidio con forsennata ferocia e senza pietà alcuna verso una popolazione fiera del suo Re Borbone, fiera della sua dignità, fiera della sua libertà, fiera della sua storia, fiera di essere italiana, fiera della sua religione, fiera di battersi per l’Altare e per il trono del suo Re. Quando mai gli austriaci nel Lombardo –Veneto usarono simili metodi? Gli austriaci erano tedeschi, cattolici e soprattutto erano soldati e si battevano contro soldati, erano un popolo civile e fiero. I piemontesi, che i romani avevano accomunati all’Italia, come Caino, stavano assassinando e massacrando i loro fratelli napoletani.L’eccidio cominciò alle 4 di mattina. I partigiani, che erano accampati sulle Campetelle, dopo aver ammazzato 25 piemontesi, diedero l’allarme. Uno di essi riuscì ad andare dal sagrestano, prese la chiave del portone del campanile e cominciò a suonare a stormo le campane…..Il paese venne dato alle fiamme, la prima casa che bruciò fu quella dell’arciprete Epifanio De Gregorio ….Un solo guerrigliero fu ucciso (presumibilmente il partigiano che era andato a suonare l’allarme sul campanile)…. Dopo i soldati si abbandonarono al saccheggio e ad atti di lascivia….Alle ore sei metà paese era già in fiamme, i bersaglieri continuarono la mattanza.Ancora uccisioni, stupri, fucilate, grida, urla. I vecchi venivano fucilati subito e così i bambini che ancora dormivano nei loro letti. Molti bersaglieri, avendo finito le munizioni in dotazione, per non tornare a rifornirsi al campo base situato fuori il paese, usavano la baionetta in canna al fucile e passavano all’arma bianca i poveri disgraziati di Pontelandolfo.Dopo aver ammazzato i proprietari delle abitazioni, le saccheggiavano: oro, argento, soldi, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti.Pochi di quegli eroi conoscevano la lingua italiana, e la maggior parte dei soldati piemontesi, analfabeti ed ignoranti, qualche parola l’avevano imparata al di qua del Tronto, comunque una parola sapevano pronunciare: "Piastre! Piastre!", la dicevano entrando di prepotenza nelle case dei pontelandolfesi: "Dove avete le piastre, piastre o morte". I barbari non si accontentavano delle piastre d’argento borboniche, bruciavano anche le case e ammazzavano senza pietà i loro occupanti.La morte, a volte, valeva una, due, tre piastre. Intanto il sangue scorreva a fiumi per le strade di Pontelandolfo. Prima ad essere saccheggiata fu la chiesa di San Donato, ricca di ori, di argenti, di bronzi lavorati, di voti: persino le statue dei santi furono trafugate! Il saccheggio e l’eccidio durarono l’intera giornata del 14 agosto 1861.Donne seminude, sorprese mentre dormivano, cercavano scampo fuggendo; ma, se vecchie, venivano subito infilzate, se giovani ed avvenenti, venivano violentate e poi uccise.Due giovani che erano stati salvati dal De Marco in quanto liberali, nel vedere tanta barbarie e tanto accanimento contro i loro concittadini e contro la loro città, dopo essersi consultati col proprio padre, si diressero verso il colonnello Negri. Non avrebbero dovuto!I due giovani avevano appreso le idee liberali frequentando circoli culturali di Napoli, sognavano un’Italia Una, libera, indipendente; sognavano la fratellanza. La loro adesione al liberalismo fu vanificata da quelle scene di terrore e di orrore; di colpo s’accorsero che il re sabaudo era un macellaio e che il vero liberale era il Re Borbone.Il più giovane aveva finito da poco gli studi all’università di Napoli e stava per cimentarsi nella libera professione dell’avvocatura; il più grande era un buon commerciante di Pontelandolfo.I due benpensanti liberali pontelandolfesi furono accompagnati al cospetto del colonnello Negri dal garibaldino De Marco: L’avvocato si rivolse verso l’ufficiale piemontese, quasi a rimproverarlo: "Sig. colonnello siamo venuti qui da liberali, da unitari e nazionali quali siamo sempre stati a fare pubblica rimostranza per quello che sta accadendo nel paese".Negri:" Cosa sta accadendo?"Rinaldi, così si chiamava l’avvocato:" I bersaglieri stanno incendiando tute le case di Pontelandolfo e stanno uccidendo tutti. In nome di Dio, li fermi!"Negri: "Quei luridi reazionari hanno massacrato quaranta soldati piemontesi, quaranta eroi; per ogni soldato moriranno cento cafoni, capito?"Rinaldi: "Sig. colonnello, ciò che lei dice è contro le più elementari leggi, è immorale, devono essere presi i responsabili e giudicati da un tribunale."Negri: "Da un tribunale? Io conosco un solo tribunale, quello che stai vedendo. La vendetta militare."Rinaldi: " Ma lì non ci sono militari, vi è solo gente indifesa".Negri; "Quella gente ha massacrato quaranta piemontesi e pagheranno con la morte"Rinaldi: "Sig. colonnello, questo è un eccidio, passerete alla storia come un criminale di guerra, un assassino!"Negri:" Guardie, guardieee! Prendete questi due e fucilateli, sono come gli altri, liberali o non liberali, fucilateli."Dieci bersaglieri presero i due, gli svuotarono dei soldi che avevano nelle tasche e li portarono nei pressi della chiesa di San Donato. I due fratelli chiesero un prete per l’ultima confessione, gli fu negato.Istantaneamente furono bendati e fucilati. Morirono gridando ai piemontesi: "Assassini maledetti!"Furono raggiunti dai pallettoni mente sputavano verso il plotone di esecuzione.L’avvocato morì subito mentre il fratello, nonostante fosse stato colpito dalle pallottole era ancora vivo. Il colonnello Negri, si avvicinò e lo finì con un colpo di baionetta.La strage continuò: ogni casa veniva rovistata, saccheggiata, incendiata. I morti venivano accatastati l’un sull’altro, e fra quei corpi vi era anche qualcuno ancora vivo, che per il dolore mordeva il corpo del cadavere sottostante. Chi non riusciva a morire subito doveva anche sopportare la tortura del fuoco, che veniva appiccato sopra i cadaveri con legna secca e fascine fatte portare lì da giovani sotto la minaccia delle baionette.Il colonnello Gaetano Negri, il generale De Sonnaz, il generale Cialdini, il maggiore Rossi erano orgogliosi di portare la coccarda azzurra come segno della fedeltà a Casa Savoia. Tutti appartenevano alla casta militare piemontese, tutti di provata fede massonica.Pontelandolfo stava bruciando; i saccheggi continuavano senza sosta come pure gli assassinii.Moltissime donne furono violentate e poi ammazzate; alcune che s’erano rifugiate nelle chiese furono trucidate dopo essere state denudate davanti all’altare. Una, nell’opporre resistenza graffiò a sangue il viso di un piemontese; le vennero mozzate entrambe le mani e poi finita a fucilate. Furono uccisi uomini, donne e bambini. Tutte le chiese furono profanate e spogliate dei doni centenari. Le ostie sante furono gettate, le pissidi, i voti d’argento, i calici, le statue, i quadri, i vasi preziosi e le tavolette votive, rubati.Due di quei soldati di fede cattolica, rubarono il mantello della Madonna e la corona inghirlandata che cingeva la sua testa. Poiché per un cattolico è peccato mortale profanare i luoghi sacri, i due eroi piemontesi credendo che crollasse la chiesa dopo tale misfatto, fuggirono impauriti. Due settimane dopo, uno di essi tornò davanti alla Madonna spogliata e sfregiata, piangendo ed implorando il perdono, in quanto il compagno che aveva rubato e profanato con lui la chiesa era morto improvvisamente.Dopo ore di stragi, di eccidi, di massacri, di ruberie, il generale De Sonnaz fece suonare l’adunata ed il ritiro della colonna infame.I bersaglieri erano stanchi di assassinare, stanchi di correre, madidi di sudore dovuto al caldo afoso di quel giorno d’agosto ed al fuoco che divampava nelle case. A molti sanguinavano le dita e le mani per aver sparato troppo. I loro zaini erano pieni di refurtiva e le loro tasche piene di piastre d’argento.Al suono del trombettiere tutti si ritirarono. Inquadrati e sull’attenti al cospetto del generale De Sonnaz.La colonna degli eroi infami si diresse verso Fragneto e poi a Benevento, ove il giorno dopo, nei loro alloggiamenti, i piemontesi mercanteggiarono tutto il bottino sacro profanato; e per questo motivo dai beneventani fu chiamata caserma del Gesù.
Di Antonio Ciano
Questo capitolo lo dedico ad Ernesto Galli Della loggia, a Stella e Rizzo del Corriere della sera.Quando ho scritto questo capitolo non ero fanatico borbonico come sono stato definito, avevo solo certificato ciò che successe a Pontelanfdolfo il 14 agosto del 1861: un eccidio nefando il cui mandante, il Gen . Cialdini,aveva già massacrato la mia città, Gaeta, pochi mesi prima.
Pontelandolfo Cronaca di una strage
Liberamente tratto da "I Savoia ed il massacro del Sud" di Antonio Ciano
A Pontelandolfo come in quasi tutti i paesi del Molise, degli Abruzzi, della Ciociaria, del Matese, del Chietino, degli Ausoni, la bandiera gigliata sventolava sui pennoni più alti. Tutto un popolo era insorto contro il Piemonte, contro Vittorio Emanuele II. Solo pochi volevano essere servi di uno Stato ritenuto il più retrivo e reazionario d’Europa. Qualcuno proponeva per la repubblica che Mazzini sognava, ma tutto il popolo contadino stava dalla parte dei Borbone. La libertà, la gente del Sud, l’ha sempre conquistata col sangue. Su ordine del Generale Cialdini il 13 agosto 1861 partì da Benevento una colonna di bersaglieri, tutti tiratori scelti. La colonna era comandata dal Generale Maurizio De Sonnaz, detto “Requiescant” per le fucilazioni facili da lui ordinate e per il massacro di parecchi preti e l’attacco ad abbazie e chiese.Il generale piemontese era a capo di novecento bersaglieri assassini e criminali di guerra. Costoro avevano fucilato e violentato migliaia di meridionali, avevano saccheggiato chiese e casolari.I piemontesi, barbari cisalpini e feroci assassini, usarono sistematicamente la violenza per avere il controllo del territorio; usarono la fucilazione come arma di democrazia liberale. Saranno maledetti per sempre da Dio e dagli uomini.Il colonnello Negri procedeva a cavallo, con a suo fianco il garibaldino del luogo De Marco e due liberali pure del posto a far da guida ai cinquecento bersaglieri, che costituivano la colonna infame che stava dirigendosi verso Pontelandolfo. Era l’alba del 14 agosto. A tutto si poteva pensare fuorché ad un eccidio che, a memoria d’uomo, da quelle parti, nessuno ricordava.Alla stessa ora un’altra colonna, sozza quanto la prima, stava dirigendosi verso Casalduni. Era composta da 400 uomini ed aveva per guida il liberal massone Jacobelli, traditore del popolo e servo dei piemontesi; a comandarla era il maggiore Melegari. Entrambe le colonne erano coordinate dal De Sonnaz.Gli ordini di Cialdini erano precisi: distruggere i due paesi e dare una lezione esemplare ai cafoni; dovevano pagare con la morte la sfida fatta al potente Piemonte.L’intera popolazione di Pontelandolfo doveva pagare per la fucilazione dei soldati del tenente Bracci. De Sonnaz era lì per questo.La banda di Cosimo Giordano bivaccava ad un chilometro da Pontelandolfo, nella selva, tra i monti che dominano la città sannita. I partigiani avvertiti dai pastori e dal loro servizio di informazione capillare, s’erano appostati per tendere un agguato ai piemontesi, ma erano solo cinquanta (..). Erano tutti armati di fucili e provvisti di cavalli freschi e veloci, pronti a lunghe cavalcate per scoscesi sentieri. (…)Il colonnello Negri, impettito e baldanzoso, sicuro di sé, a testa alta, in sella al suo cavallo nero, attorniato dai suoi sottoposti, con alla destra il traditore De Marco e alle spalle altri due "feccisti" liberali del paese nonché spie, avanzava spedito verso Pontelandolfo, e rivolgendosi al garibaldino disse: "De Marco, oggi assisterai ad una pagina che sarà scritta sui libri di storia; daremo una lezione a questi cafoni, la notizia si spargerà in tutto il Sud che ha osato ribellarsi ai voleri di casa Savoia….."Una scarica di pallottole interruppe il colonnello piemontese. Tutti scesero dai cavalli, qualcuno cadde morto, altri furono feriti., altri ancora risposero al fuoco, ma era ancora buio e la selva copriva le ombre dei partigiani borbonici, i quali continuavano a sparare nel mucchio, alla cieca, non potendo mirare giusto data l’ora mattutina. La sparatoria durò non più di dieci minuti, fu feroce e ravvicinata. Gli uomini di Giordano, avvantaggiati dall’effetto sorpresa vedendo che i bersaglieri prendevano posizione di combattimento e presagendo una sconfitta, naturale, date le forze in campo si diedero alla fuga.I bersaglieri contarono venticinque morti. Il colonnello Negri, anziché inseguire i patrioti di Giordano, diede ordine ad un plotone di comporre le salme dei soldati caduti.Un vero soldato avrebbe dato la caccia a quelli che Negri chiamava briganti e che avevano steso venticinque dei suoi uomini, ma l’ufficiale piemontese, come la maggior parte dei militari savoiardi, era un assassino spietato, un delinquente, un codardo, un pusillanime, e preferì essere iscritto per l’eternità nell’albo dei più feroci criminali di guerra.I cinquecento bersaglieri circondarono il paese, tutti ben appostati, fucili alla mano, pronti a far fuoco. Ad un cenno del colonnello Negri, un plotone, con il De Marco e due liberali, entrò nella città ad indicare le case dei settari massoni da salvare. Prelevarono dalle loro abitazioni Giovanni Perugino e Iadonisio.Portata a termine l’operazione salvataggio dei settari, che non superavano la decina, i bersaglieri si gettarono a capofitto nei vicoli e nelle strade di Pontelandolfo. Dar fuoco alle case fu cosa facilissima, in quanto i bassi erano colmi di fieno e stipati di legna secca che i contadini erano soliti mettere al riparo per usarla d’inverno. I bersaglierei di alcuni plotoni erano intenti a mettere fascine di paglia agli ingressi delle stalle, con i calci buttavano a terra le porte e con le torce appiccavano il fuoco. I vicoli erano sbarrati da tre o quattro soldati, la città in meno di mezz’ora era diventata un immenso rogo.Iniziò così l’eccidio di Pontelandolfo.L’ora mattutina e soprattutto la convinzione della restaurata libertà facevano fare sonni tranquilli e beati alla popolazione. Alzarsi di botto e vedere quegli assassini che stavano incendiando le loro case provocò, in molti, un’autodifesa naturale.Molti si armarono di roncole e forche ma i fucili dei pennuti piemontesi avevano la meglio su di loro. Alcuni vennero stesi nella propria abitazione, altri dormienti nel proprio letto; altri mentre fuggivano. Qualcuno riusciva ad oltrepassare la porta di casa ma veniva abbattuto sull’uscio. Pochi riuscivano a raggiungere la fine del vicolo, subito abbattuti dai piemontesi, senza pietà. Grida, urla, gemiti dei feriti, pianti di bambini. Pontelandolfo fu messa a ferro e a fuoco.Tutto il paese bruciava; i lamenti salivano al cielo, ed ancora grida ed urla.Nicola Biondi, contadino di sessantanni, fu legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri, i quali denudarono la figlia Concettina, di sedici anni e la violentarono a turno. Dopo un’ora la ragazza, sanguinante, svenne per la vergogna ed il dolore.Il bersagliere che la stava violentando, quasi indispettito nel vedere quel corpo esanime, si alzò e le sparò. Il padre della ragazza cercava di slegarsi, usava tutte le forze, cercava di liberarsi dalla fune che lo teneva inchiodato al palo, e nello sforzo il sangue gli usciva dalla pelle. A dare fine al suo tormento e alla sua pena pensarono i bersaglieri con una scarica micidiale. Le pallottole ruppero persino la fune e Nicola Biondi cadde carponi nei pressi della diletta figlia Concettina.Nella casa accanto abitava Santopietro; con il figlio in braccio, stava per scappare, ma fu intercettato dai soldati savoiardi, che gli strapparono il bambino dalle mani e lo freddarono senza misericordia. Il maggiore Rossi, con coccarda azzurra al petto, era il più esagitato, dava ordini, gridava come un ossesso, sembrava ubriaco, forse lo era, sembrava un vampiro. Era assetato di sangue e con la sciabola infilzava i fuggitivi mentre i suoi sottoposti non erano da meno, sparavano, sparavano, sparavano.I cadaveri erano tanti, ma per il colonnello Negri non bastanti per la vendetta e allora ancora a snidare i pontelandolfesi dalle loro case.Angiolo De Witt, del 36° fanteria bersaglieri così ha descritto quell’episodio:"….il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l’incendio e lo sterminio dell’intero paese. Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza a snidare dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per la via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro.Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, ed i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un’intera giornata: il castigo fu tremendo….."Non sappiamo se il maggiore Rossi, il colonnello Negri ed il generale De Sonnaz ebbero una medaglia al valore per quell’azione ardimentosa, ma una cosa è certa: questi assassini, questi criminali di guerra sono stati fatti passare per eroi dalla storiografia ufficiale sabaudo-risorgimentale, molte strade e molte piazze sono ancor oggi a loro intitolate:Via Rossi, maggiore ed Eroe di Pontelandolfo;Via Gaetano Negri, sindaco di Milano ed eroe di Pontelandolfo;Via De Sonnaz, Conte e Generale piemontese, Eroe di Casamari, Perugia e Pontelandolfo;Via Cialdini, Eroe di Gaeta, di Pontelandolfo, Casalduni, Venosa; Montefalcione, Auletta, ecc., ecc.Ecco come il grande Piemonte portava i segni della civiltà cisalpina nella culla della barbarie; ecco come i Savoia intendevano l’unità d’Italia!Il generale Cialdini aveva sempre una coccarda azzurra al petto e dava ordini dalla sua luogotenenza di Napoli al generale De Sonnaz, altro azzurro con coccarda. Il De Sonnaz a sua volta trasmetteva gli ordini assassini al colonnello Negri, anche lui incoccardato con grande stoffa di seta azzurra, che a sua volta illuminava di disposizioni il maggiore Rossi, che prediligeva incendiare interi paesi e sparare su donne e bambini col suo revolver, anche lui incorniciato dalla coccarda azzurra, come incoccardati erano tutti i bersaglieri, compreso il De Wit. Ebbene, questi delinquenti di guerra, questi bastardi del risorgimento italiano stavano portando a compimento l’ennesimo truculento eccidio con forsennata ferocia e senza pietà alcuna verso una popolazione fiera del suo Re Borbone, fiera della sua dignità, fiera della sua libertà, fiera della sua storia, fiera di essere italiana, fiera della sua religione, fiera di battersi per l’Altare e per il trono del suo Re. Quando mai gli austriaci nel Lombardo –Veneto usarono simili metodi? Gli austriaci erano tedeschi, cattolici e soprattutto erano soldati e si battevano contro soldati, erano un popolo civile e fiero. I piemontesi, che i romani avevano accomunati all’Italia, come Caino, stavano assassinando e massacrando i loro fratelli napoletani.L’eccidio cominciò alle 4 di mattina. I partigiani, che erano accampati sulle Campetelle, dopo aver ammazzato 25 piemontesi, diedero l’allarme. Uno di essi riuscì ad andare dal sagrestano, prese la chiave del portone del campanile e cominciò a suonare a stormo le campane…..Il paese venne dato alle fiamme, la prima casa che bruciò fu quella dell’arciprete Epifanio De Gregorio ….Un solo guerrigliero fu ucciso (presumibilmente il partigiano che era andato a suonare l’allarme sul campanile)…. Dopo i soldati si abbandonarono al saccheggio e ad atti di lascivia….Alle ore sei metà paese era già in fiamme, i bersaglieri continuarono la mattanza.Ancora uccisioni, stupri, fucilate, grida, urla. I vecchi venivano fucilati subito e così i bambini che ancora dormivano nei loro letti. Molti bersaglieri, avendo finito le munizioni in dotazione, per non tornare a rifornirsi al campo base situato fuori il paese, usavano la baionetta in canna al fucile e passavano all’arma bianca i poveri disgraziati di Pontelandolfo.Dopo aver ammazzato i proprietari delle abitazioni, le saccheggiavano: oro, argento, soldi, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti.Pochi di quegli eroi conoscevano la lingua italiana, e la maggior parte dei soldati piemontesi, analfabeti ed ignoranti, qualche parola l’avevano imparata al di qua del Tronto, comunque una parola sapevano pronunciare: "Piastre! Piastre!", la dicevano entrando di prepotenza nelle case dei pontelandolfesi: "Dove avete le piastre, piastre o morte". I barbari non si accontentavano delle piastre d’argento borboniche, bruciavano anche le case e ammazzavano senza pietà i loro occupanti.La morte, a volte, valeva una, due, tre piastre. Intanto il sangue scorreva a fiumi per le strade di Pontelandolfo. Prima ad essere saccheggiata fu la chiesa di San Donato, ricca di ori, di argenti, di bronzi lavorati, di voti: persino le statue dei santi furono trafugate! Il saccheggio e l’eccidio durarono l’intera giornata del 14 agosto 1861.Donne seminude, sorprese mentre dormivano, cercavano scampo fuggendo; ma, se vecchie, venivano subito infilzate, se giovani ed avvenenti, venivano violentate e poi uccise.Due giovani che erano stati salvati dal De Marco in quanto liberali, nel vedere tanta barbarie e tanto accanimento contro i loro concittadini e contro la loro città, dopo essersi consultati col proprio padre, si diressero verso il colonnello Negri. Non avrebbero dovuto!I due giovani avevano appreso le idee liberali frequentando circoli culturali di Napoli, sognavano un’Italia Una, libera, indipendente; sognavano la fratellanza. La loro adesione al liberalismo fu vanificata da quelle scene di terrore e di orrore; di colpo s’accorsero che il re sabaudo era un macellaio e che il vero liberale era il Re Borbone.Il più giovane aveva finito da poco gli studi all’università di Napoli e stava per cimentarsi nella libera professione dell’avvocatura; il più grande era un buon commerciante di Pontelandolfo.I due benpensanti liberali pontelandolfesi furono accompagnati al cospetto del colonnello Negri dal garibaldino De Marco: L’avvocato si rivolse verso l’ufficiale piemontese, quasi a rimproverarlo: "Sig. colonnello siamo venuti qui da liberali, da unitari e nazionali quali siamo sempre stati a fare pubblica rimostranza per quello che sta accadendo nel paese".Negri:" Cosa sta accadendo?"Rinaldi, così si chiamava l’avvocato:" I bersaglieri stanno incendiando tute le case di Pontelandolfo e stanno uccidendo tutti. In nome di Dio, li fermi!"Negri: "Quei luridi reazionari hanno massacrato quaranta soldati piemontesi, quaranta eroi; per ogni soldato moriranno cento cafoni, capito?"Rinaldi: "Sig. colonnello, ciò che lei dice è contro le più elementari leggi, è immorale, devono essere presi i responsabili e giudicati da un tribunale."Negri: "Da un tribunale? Io conosco un solo tribunale, quello che stai vedendo. La vendetta militare."Rinaldi: " Ma lì non ci sono militari, vi è solo gente indifesa".Negri; "Quella gente ha massacrato quaranta piemontesi e pagheranno con la morte"Rinaldi: "Sig. colonnello, questo è un eccidio, passerete alla storia come un criminale di guerra, un assassino!"Negri:" Guardie, guardieee! Prendete questi due e fucilateli, sono come gli altri, liberali o non liberali, fucilateli."Dieci bersaglieri presero i due, gli svuotarono dei soldi che avevano nelle tasche e li portarono nei pressi della chiesa di San Donato. I due fratelli chiesero un prete per l’ultima confessione, gli fu negato.Istantaneamente furono bendati e fucilati. Morirono gridando ai piemontesi: "Assassini maledetti!"Furono raggiunti dai pallettoni mente sputavano verso il plotone di esecuzione.L’avvocato morì subito mentre il fratello, nonostante fosse stato colpito dalle pallottole era ancora vivo. Il colonnello Negri, si avvicinò e lo finì con un colpo di baionetta.La strage continuò: ogni casa veniva rovistata, saccheggiata, incendiata. I morti venivano accatastati l’un sull’altro, e fra quei corpi vi era anche qualcuno ancora vivo, che per il dolore mordeva il corpo del cadavere sottostante. Chi non riusciva a morire subito doveva anche sopportare la tortura del fuoco, che veniva appiccato sopra i cadaveri con legna secca e fascine fatte portare lì da giovani sotto la minaccia delle baionette.Il colonnello Gaetano Negri, il generale De Sonnaz, il generale Cialdini, il maggiore Rossi erano orgogliosi di portare la coccarda azzurra come segno della fedeltà a Casa Savoia. Tutti appartenevano alla casta militare piemontese, tutti di provata fede massonica.Pontelandolfo stava bruciando; i saccheggi continuavano senza sosta come pure gli assassinii.Moltissime donne furono violentate e poi ammazzate; alcune che s’erano rifugiate nelle chiese furono trucidate dopo essere state denudate davanti all’altare. Una, nell’opporre resistenza graffiò a sangue il viso di un piemontese; le vennero mozzate entrambe le mani e poi finita a fucilate. Furono uccisi uomini, donne e bambini. Tutte le chiese furono profanate e spogliate dei doni centenari. Le ostie sante furono gettate, le pissidi, i voti d’argento, i calici, le statue, i quadri, i vasi preziosi e le tavolette votive, rubati.Due di quei soldati di fede cattolica, rubarono il mantello della Madonna e la corona inghirlandata che cingeva la sua testa. Poiché per un cattolico è peccato mortale profanare i luoghi sacri, i due eroi piemontesi credendo che crollasse la chiesa dopo tale misfatto, fuggirono impauriti. Due settimane dopo, uno di essi tornò davanti alla Madonna spogliata e sfregiata, piangendo ed implorando il perdono, in quanto il compagno che aveva rubato e profanato con lui la chiesa era morto improvvisamente.Dopo ore di stragi, di eccidi, di massacri, di ruberie, il generale De Sonnaz fece suonare l’adunata ed il ritiro della colonna infame.I bersaglieri erano stanchi di assassinare, stanchi di correre, madidi di sudore dovuto al caldo afoso di quel giorno d’agosto ed al fuoco che divampava nelle case. A molti sanguinavano le dita e le mani per aver sparato troppo. I loro zaini erano pieni di refurtiva e le loro tasche piene di piastre d’argento.Al suono del trombettiere tutti si ritirarono. Inquadrati e sull’attenti al cospetto del generale De Sonnaz.La colonna degli eroi infami si diresse verso Fragneto e poi a Benevento, ove il giorno dopo, nei loro alloggiamenti, i piemontesi mercanteggiarono tutto il bottino sacro profanato; e per questo motivo dai beneventani fu chiamata caserma del Gesù.
Questo capitolo lo dedico ad Ernesto Galli Della loggia, a Stella e Rizzo del Corriere della sera.Quando ho scritto questo capitolo non ero fanatico borbonico come sono stato definito, avevo solo certificato ciò che successe a Pontelanfdolfo il 14 agosto del 1861: un eccidio nefando il cui mandante, il Gen . Cialdini,aveva già massacrato la mia città, Gaeta, pochi mesi prima.
Pontelandolfo Cronaca di una strage
Liberamente tratto da "I Savoia ed il massacro del Sud" di Antonio Ciano
A Pontelandolfo come in quasi tutti i paesi del Molise, degli Abruzzi, della Ciociaria, del Matese, del Chietino, degli Ausoni, la bandiera gigliata sventolava sui pennoni più alti. Tutto un popolo era insorto contro il Piemonte, contro Vittorio Emanuele II. Solo pochi volevano essere servi di uno Stato ritenuto il più retrivo e reazionario d’Europa. Qualcuno proponeva per la repubblica che Mazzini sognava, ma tutto il popolo contadino stava dalla parte dei Borbone. La libertà, la gente del Sud, l’ha sempre conquistata col sangue. Su ordine del Generale Cialdini il 13 agosto 1861 partì da Benevento una colonna di bersaglieri, tutti tiratori scelti. La colonna era comandata dal Generale Maurizio De Sonnaz, detto “Requiescant” per le fucilazioni facili da lui ordinate e per il massacro di parecchi preti e l’attacco ad abbazie e chiese.Il generale piemontese era a capo di novecento bersaglieri assassini e criminali di guerra. Costoro avevano fucilato e violentato migliaia di meridionali, avevano saccheggiato chiese e casolari.I piemontesi, barbari cisalpini e feroci assassini, usarono sistematicamente la violenza per avere il controllo del territorio; usarono la fucilazione come arma di democrazia liberale. Saranno maledetti per sempre da Dio e dagli uomini.Il colonnello Negri procedeva a cavallo, con a suo fianco il garibaldino del luogo De Marco e due liberali pure del posto a far da guida ai cinquecento bersaglieri, che costituivano la colonna infame che stava dirigendosi verso Pontelandolfo. Era l’alba del 14 agosto. A tutto si poteva pensare fuorché ad un eccidio che, a memoria d’uomo, da quelle parti, nessuno ricordava.Alla stessa ora un’altra colonna, sozza quanto la prima, stava dirigendosi verso Casalduni. Era composta da 400 uomini ed aveva per guida il liberal massone Jacobelli, traditore del popolo e servo dei piemontesi; a comandarla era il maggiore Melegari. Entrambe le colonne erano coordinate dal De Sonnaz.Gli ordini di Cialdini erano precisi: distruggere i due paesi e dare una lezione esemplare ai cafoni; dovevano pagare con la morte la sfida fatta al potente Piemonte.L’intera popolazione di Pontelandolfo doveva pagare per la fucilazione dei soldati del tenente Bracci. De Sonnaz era lì per questo.La banda di Cosimo Giordano bivaccava ad un chilometro da Pontelandolfo, nella selva, tra i monti che dominano la città sannita. I partigiani avvertiti dai pastori e dal loro servizio di informazione capillare, s’erano appostati per tendere un agguato ai piemontesi, ma erano solo cinquanta (..). Erano tutti armati di fucili e provvisti di cavalli freschi e veloci, pronti a lunghe cavalcate per scoscesi sentieri. (…)Il colonnello Negri, impettito e baldanzoso, sicuro di sé, a testa alta, in sella al suo cavallo nero, attorniato dai suoi sottoposti, con alla destra il traditore De Marco e alle spalle altri due "feccisti" liberali del paese nonché spie, avanzava spedito verso Pontelandolfo, e rivolgendosi al garibaldino disse: "De Marco, oggi assisterai ad una pagina che sarà scritta sui libri di storia; daremo una lezione a questi cafoni, la notizia si spargerà in tutto il Sud che ha osato ribellarsi ai voleri di casa Savoia….."Una scarica di pallottole interruppe il colonnello piemontese. Tutti scesero dai cavalli, qualcuno cadde morto, altri furono feriti., altri ancora risposero al fuoco, ma era ancora buio e la selva copriva le ombre dei partigiani borbonici, i quali continuavano a sparare nel mucchio, alla cieca, non potendo mirare giusto data l’ora mattutina. La sparatoria durò non più di dieci minuti, fu feroce e ravvicinata. Gli uomini di Giordano, avvantaggiati dall’effetto sorpresa vedendo che i bersaglieri prendevano posizione di combattimento e presagendo una sconfitta, naturale, date le forze in campo si diedero alla fuga.I bersaglieri contarono venticinque morti. Il colonnello Negri, anziché inseguire i patrioti di Giordano, diede ordine ad un plotone di comporre le salme dei soldati caduti.Un vero soldato avrebbe dato la caccia a quelli che Negri chiamava briganti e che avevano steso venticinque dei suoi uomini, ma l’ufficiale piemontese, come la maggior parte dei militari savoiardi, era un assassino spietato, un delinquente, un codardo, un pusillanime, e preferì essere iscritto per l’eternità nell’albo dei più feroci criminali di guerra.I cinquecento bersaglieri circondarono il paese, tutti ben appostati, fucili alla mano, pronti a far fuoco. Ad un cenno del colonnello Negri, un plotone, con il De Marco e due liberali, entrò nella città ad indicare le case dei settari massoni da salvare. Prelevarono dalle loro abitazioni Giovanni Perugino e Iadonisio.Portata a termine l’operazione salvataggio dei settari, che non superavano la decina, i bersaglieri si gettarono a capofitto nei vicoli e nelle strade di Pontelandolfo. Dar fuoco alle case fu cosa facilissima, in quanto i bassi erano colmi di fieno e stipati di legna secca che i contadini erano soliti mettere al riparo per usarla d’inverno. I bersaglierei di alcuni plotoni erano intenti a mettere fascine di paglia agli ingressi delle stalle, con i calci buttavano a terra le porte e con le torce appiccavano il fuoco. I vicoli erano sbarrati da tre o quattro soldati, la città in meno di mezz’ora era diventata un immenso rogo.Iniziò così l’eccidio di Pontelandolfo.L’ora mattutina e soprattutto la convinzione della restaurata libertà facevano fare sonni tranquilli e beati alla popolazione. Alzarsi di botto e vedere quegli assassini che stavano incendiando le loro case provocò, in molti, un’autodifesa naturale.Molti si armarono di roncole e forche ma i fucili dei pennuti piemontesi avevano la meglio su di loro. Alcuni vennero stesi nella propria abitazione, altri dormienti nel proprio letto; altri mentre fuggivano. Qualcuno riusciva ad oltrepassare la porta di casa ma veniva abbattuto sull’uscio. Pochi riuscivano a raggiungere la fine del vicolo, subito abbattuti dai piemontesi, senza pietà. Grida, urla, gemiti dei feriti, pianti di bambini. Pontelandolfo fu messa a ferro e a fuoco.Tutto il paese bruciava; i lamenti salivano al cielo, ed ancora grida ed urla.Nicola Biondi, contadino di sessantanni, fu legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri, i quali denudarono la figlia Concettina, di sedici anni e la violentarono a turno. Dopo un’ora la ragazza, sanguinante, svenne per la vergogna ed il dolore.Il bersagliere che la stava violentando, quasi indispettito nel vedere quel corpo esanime, si alzò e le sparò. Il padre della ragazza cercava di slegarsi, usava tutte le forze, cercava di liberarsi dalla fune che lo teneva inchiodato al palo, e nello sforzo il sangue gli usciva dalla pelle. A dare fine al suo tormento e alla sua pena pensarono i bersaglieri con una scarica micidiale. Le pallottole ruppero persino la fune e Nicola Biondi cadde carponi nei pressi della diletta figlia Concettina.Nella casa accanto abitava Santopietro; con il figlio in braccio, stava per scappare, ma fu intercettato dai soldati savoiardi, che gli strapparono il bambino dalle mani e lo freddarono senza misericordia. Il maggiore Rossi, con coccarda azzurra al petto, era il più esagitato, dava ordini, gridava come un ossesso, sembrava ubriaco, forse lo era, sembrava un vampiro. Era assetato di sangue e con la sciabola infilzava i fuggitivi mentre i suoi sottoposti non erano da meno, sparavano, sparavano, sparavano.I cadaveri erano tanti, ma per il colonnello Negri non bastanti per la vendetta e allora ancora a snidare i pontelandolfesi dalle loro case.Angiolo De Witt, del 36° fanteria bersaglieri così ha descritto quell’episodio:"….il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l’incendio e lo sterminio dell’intero paese. Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza a snidare dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per la via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro.Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, ed i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un’intera giornata: il castigo fu tremendo….."Non sappiamo se il maggiore Rossi, il colonnello Negri ed il generale De Sonnaz ebbero una medaglia al valore per quell’azione ardimentosa, ma una cosa è certa: questi assassini, questi criminali di guerra sono stati fatti passare per eroi dalla storiografia ufficiale sabaudo-risorgimentale, molte strade e molte piazze sono ancor oggi a loro intitolate:Via Rossi, maggiore ed Eroe di Pontelandolfo;Via Gaetano Negri, sindaco di Milano ed eroe di Pontelandolfo;Via De Sonnaz, Conte e Generale piemontese, Eroe di Casamari, Perugia e Pontelandolfo;Via Cialdini, Eroe di Gaeta, di Pontelandolfo, Casalduni, Venosa; Montefalcione, Auletta, ecc., ecc.Ecco come il grande Piemonte portava i segni della civiltà cisalpina nella culla della barbarie; ecco come i Savoia intendevano l’unità d’Italia!Il generale Cialdini aveva sempre una coccarda azzurra al petto e dava ordini dalla sua luogotenenza di Napoli al generale De Sonnaz, altro azzurro con coccarda. Il De Sonnaz a sua volta trasmetteva gli ordini assassini al colonnello Negri, anche lui incoccardato con grande stoffa di seta azzurra, che a sua volta illuminava di disposizioni il maggiore Rossi, che prediligeva incendiare interi paesi e sparare su donne e bambini col suo revolver, anche lui incorniciato dalla coccarda azzurra, come incoccardati erano tutti i bersaglieri, compreso il De Wit. Ebbene, questi delinquenti di guerra, questi bastardi del risorgimento italiano stavano portando a compimento l’ennesimo truculento eccidio con forsennata ferocia e senza pietà alcuna verso una popolazione fiera del suo Re Borbone, fiera della sua dignità, fiera della sua libertà, fiera della sua storia, fiera di essere italiana, fiera della sua religione, fiera di battersi per l’Altare e per il trono del suo Re. Quando mai gli austriaci nel Lombardo –Veneto usarono simili metodi? Gli austriaci erano tedeschi, cattolici e soprattutto erano soldati e si battevano contro soldati, erano un popolo civile e fiero. I piemontesi, che i romani avevano accomunati all’Italia, come Caino, stavano assassinando e massacrando i loro fratelli napoletani.L’eccidio cominciò alle 4 di mattina. I partigiani, che erano accampati sulle Campetelle, dopo aver ammazzato 25 piemontesi, diedero l’allarme. Uno di essi riuscì ad andare dal sagrestano, prese la chiave del portone del campanile e cominciò a suonare a stormo le campane…..Il paese venne dato alle fiamme, la prima casa che bruciò fu quella dell’arciprete Epifanio De Gregorio ….Un solo guerrigliero fu ucciso (presumibilmente il partigiano che era andato a suonare l’allarme sul campanile)…. Dopo i soldati si abbandonarono al saccheggio e ad atti di lascivia….Alle ore sei metà paese era già in fiamme, i bersaglieri continuarono la mattanza.Ancora uccisioni, stupri, fucilate, grida, urla. I vecchi venivano fucilati subito e così i bambini che ancora dormivano nei loro letti. Molti bersaglieri, avendo finito le munizioni in dotazione, per non tornare a rifornirsi al campo base situato fuori il paese, usavano la baionetta in canna al fucile e passavano all’arma bianca i poveri disgraziati di Pontelandolfo.Dopo aver ammazzato i proprietari delle abitazioni, le saccheggiavano: oro, argento, soldi, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti.Pochi di quegli eroi conoscevano la lingua italiana, e la maggior parte dei soldati piemontesi, analfabeti ed ignoranti, qualche parola l’avevano imparata al di qua del Tronto, comunque una parola sapevano pronunciare: "Piastre! Piastre!", la dicevano entrando di prepotenza nelle case dei pontelandolfesi: "Dove avete le piastre, piastre o morte". I barbari non si accontentavano delle piastre d’argento borboniche, bruciavano anche le case e ammazzavano senza pietà i loro occupanti.La morte, a volte, valeva una, due, tre piastre. Intanto il sangue scorreva a fiumi per le strade di Pontelandolfo. Prima ad essere saccheggiata fu la chiesa di San Donato, ricca di ori, di argenti, di bronzi lavorati, di voti: persino le statue dei santi furono trafugate! Il saccheggio e l’eccidio durarono l’intera giornata del 14 agosto 1861.Donne seminude, sorprese mentre dormivano, cercavano scampo fuggendo; ma, se vecchie, venivano subito infilzate, se giovani ed avvenenti, venivano violentate e poi uccise.Due giovani che erano stati salvati dal De Marco in quanto liberali, nel vedere tanta barbarie e tanto accanimento contro i loro concittadini e contro la loro città, dopo essersi consultati col proprio padre, si diressero verso il colonnello Negri. Non avrebbero dovuto!I due giovani avevano appreso le idee liberali frequentando circoli culturali di Napoli, sognavano un’Italia Una, libera, indipendente; sognavano la fratellanza. La loro adesione al liberalismo fu vanificata da quelle scene di terrore e di orrore; di colpo s’accorsero che il re sabaudo era un macellaio e che il vero liberale era il Re Borbone.Il più giovane aveva finito da poco gli studi all’università di Napoli e stava per cimentarsi nella libera professione dell’avvocatura; il più grande era un buon commerciante di Pontelandolfo.I due benpensanti liberali pontelandolfesi furono accompagnati al cospetto del colonnello Negri dal garibaldino De Marco: L’avvocato si rivolse verso l’ufficiale piemontese, quasi a rimproverarlo: "Sig. colonnello siamo venuti qui da liberali, da unitari e nazionali quali siamo sempre stati a fare pubblica rimostranza per quello che sta accadendo nel paese".Negri:" Cosa sta accadendo?"Rinaldi, così si chiamava l’avvocato:" I bersaglieri stanno incendiando tute le case di Pontelandolfo e stanno uccidendo tutti. In nome di Dio, li fermi!"Negri: "Quei luridi reazionari hanno massacrato quaranta soldati piemontesi, quaranta eroi; per ogni soldato moriranno cento cafoni, capito?"Rinaldi: "Sig. colonnello, ciò che lei dice è contro le più elementari leggi, è immorale, devono essere presi i responsabili e giudicati da un tribunale."Negri: "Da un tribunale? Io conosco un solo tribunale, quello che stai vedendo. La vendetta militare."Rinaldi: " Ma lì non ci sono militari, vi è solo gente indifesa".Negri; "Quella gente ha massacrato quaranta piemontesi e pagheranno con la morte"Rinaldi: "Sig. colonnello, questo è un eccidio, passerete alla storia come un criminale di guerra, un assassino!"Negri:" Guardie, guardieee! Prendete questi due e fucilateli, sono come gli altri, liberali o non liberali, fucilateli."Dieci bersaglieri presero i due, gli svuotarono dei soldi che avevano nelle tasche e li portarono nei pressi della chiesa di San Donato. I due fratelli chiesero un prete per l’ultima confessione, gli fu negato.Istantaneamente furono bendati e fucilati. Morirono gridando ai piemontesi: "Assassini maledetti!"Furono raggiunti dai pallettoni mente sputavano verso il plotone di esecuzione.L’avvocato morì subito mentre il fratello, nonostante fosse stato colpito dalle pallottole era ancora vivo. Il colonnello Negri, si avvicinò e lo finì con un colpo di baionetta.La strage continuò: ogni casa veniva rovistata, saccheggiata, incendiata. I morti venivano accatastati l’un sull’altro, e fra quei corpi vi era anche qualcuno ancora vivo, che per il dolore mordeva il corpo del cadavere sottostante. Chi non riusciva a morire subito doveva anche sopportare la tortura del fuoco, che veniva appiccato sopra i cadaveri con legna secca e fascine fatte portare lì da giovani sotto la minaccia delle baionette.Il colonnello Gaetano Negri, il generale De Sonnaz, il generale Cialdini, il maggiore Rossi erano orgogliosi di portare la coccarda azzurra come segno della fedeltà a Casa Savoia. Tutti appartenevano alla casta militare piemontese, tutti di provata fede massonica.Pontelandolfo stava bruciando; i saccheggi continuavano senza sosta come pure gli assassinii.Moltissime donne furono violentate e poi ammazzate; alcune che s’erano rifugiate nelle chiese furono trucidate dopo essere state denudate davanti all’altare. Una, nell’opporre resistenza graffiò a sangue il viso di un piemontese; le vennero mozzate entrambe le mani e poi finita a fucilate. Furono uccisi uomini, donne e bambini. Tutte le chiese furono profanate e spogliate dei doni centenari. Le ostie sante furono gettate, le pissidi, i voti d’argento, i calici, le statue, i quadri, i vasi preziosi e le tavolette votive, rubati.Due di quei soldati di fede cattolica, rubarono il mantello della Madonna e la corona inghirlandata che cingeva la sua testa. Poiché per un cattolico è peccato mortale profanare i luoghi sacri, i due eroi piemontesi credendo che crollasse la chiesa dopo tale misfatto, fuggirono impauriti. Due settimane dopo, uno di essi tornò davanti alla Madonna spogliata e sfregiata, piangendo ed implorando il perdono, in quanto il compagno che aveva rubato e profanato con lui la chiesa era morto improvvisamente.Dopo ore di stragi, di eccidi, di massacri, di ruberie, il generale De Sonnaz fece suonare l’adunata ed il ritiro della colonna infame.I bersaglieri erano stanchi di assassinare, stanchi di correre, madidi di sudore dovuto al caldo afoso di quel giorno d’agosto ed al fuoco che divampava nelle case. A molti sanguinavano le dita e le mani per aver sparato troppo. I loro zaini erano pieni di refurtiva e le loro tasche piene di piastre d’argento.Al suono del trombettiere tutti si ritirarono. Inquadrati e sull’attenti al cospetto del generale De Sonnaz.La colonna degli eroi infami si diresse verso Fragneto e poi a Benevento, ove il giorno dopo, nei loro alloggiamenti, i piemontesi mercanteggiarono tutto il bottino sacro profanato; e per questo motivo dai beneventani fu chiamata caserma del Gesù.
Ammazziamo Pulcinella #7 / NINA MORIC OFFENDE NAPOLI E LE FAMIGLIE NAPOLETANE
http://www.youtube.com/watch?v=bMdSGPUg0ak
Nina Moric viene invitata nella trasmissione "Domenica Cinque" di Barbara D'Urso per parlare di Fabrizio Corona e del suo rapporto col figlio Carlos. Degenerando nella rabbia, mentre parla della presenza ingombrante della fidanzata di Corona (Belen Rodriguez) nella vita del piccolo Carlos, la Moric si lascia andare ad una gaffe culturale, diffamando gli incolpevoli napoletani.
Barbara D'urso, già responsabile di scelte discutibili che hanno infangato l'autentica Napoletanità, si sveglia tardi con una timida difesa rivestita da un sorriso inutile.
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http://www.youtube.com/watch?v=bMdSGPUg0ak
Nina Moric viene invitata nella trasmissione "Domenica Cinque" di Barbara D'Urso per parlare di Fabrizio Corona e del suo rapporto col figlio Carlos. Degenerando nella rabbia, mentre parla della presenza ingombrante della fidanzata di Corona (Belen Rodriguez) nella vita del piccolo Carlos, la Moric si lascia andare ad una gaffe culturale, diffamando gli incolpevoli napoletani.
Barbara D'urso, già responsabile di scelte discutibili che hanno infangato l'autentica Napoletanità, si sveglia tardi con una timida difesa rivestita da un sorriso inutile.
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Nasce il comitato Re-Take Palermo "ri - prendiamoci Palermo

Dopo gli Usa e Roma, anche in Sicilia su iniziativa della Confederazione SUD Euromediterranea nasce il comitato Re-Take Palermo "ri - prendiamoci Palermo "nelle periferie armati di palette, scope e animazione e raccolta firme per sollecitare l'amministrazionea ad intervenire sul decoro urbano "
Alexis de Tocqueville, nel suo scritto la democrazia in America degli anni ’40 dell’800, evidenzia l’importanza dell’associazionismo per la sana convivenza e per la soluzione dei problemi che nascono all’interno delle comunità.
Associazionismo che deve coadiuvare l’opera delle amministrazioni locali.
Al Sud, laddove troppo spesso le amministrazioni sono inesistenti o arroccate in palazzi abbastanza lontani dai cittadini e le associazioni loro appendici, diventa una necessità riprendere in mano le sorti della propria città attraverso nuove forme di associazionismo che nulla chiedano alle amministrazioni. Bisogna unirsi, e con l’impegno di tutti dare risposte concrete ai bisogni emergenti, prendendo spunto dalle iniziative già promosse in America da Obama ed a Roma.
Ecco perché la nostra iniziativa si chiama Re-Take-SUD, ri-prendiamoci il SUD: riprendere in mano le sorti di questa terra abbandonata da coloro i quali hanno il dovere di difenderla per un mandato a loro accordato dai cittadini. L’iniziativa partirà da Palermo, città ricca di storia e arte, oggi nascoste e viziate dall’indecoroso spettacolo della spazzatura, del degrado urbano, dell’incuria della nostra amministrazione.
E di seguito i nostri gruppi sparsi nel territorio nazionale proseguiranno con questa iniziativa.
Palermo, come tante altre città del SUD, votate per natura al turismo, deve vergognarsi di ricevere i turisti per le scene di abbandono che si trovano di fronte. Per non parlare dei cittadini che devono vivere in quartieri maleodoranti e sporchi, esposti a rischi per la loro salute.
Diamo un forte segnale ai nostri amministratori che sembrano aver relegato il decoro urbano, soprattutto delle zone periferiche, ad argomento di serie B.
Iniziamo noi a dare l'esempio dal cambiamento dei nostri usi, non abbandonando più carteo altri rifiuti, spesso più ingombranti, in strada.
Impariamo che il bene pubblico è bene di tutti, teniamolo dunque pulito come teniamo pulite le nostre case in modo che i nostri figli possano giocarci senza rischi.
Inoltre rimbocchiamoci le maniche e scendiamo per strada in tutte le città e le provincie del Sud armati di vernice, pennelli, acqua, paletta, sacchetti della spazzatura e tutto quello che può servire per la raccolta dei rifiuti, delle cartacce nei giardini, per la rimozione di cartelli pubblicitari e politici abusivi.
Per il divertimento dei più piccoli ci sarà anche un animatore che distribuirà locandine educative per rispettare il proprio ambiente; seguirà una raccolta firme da inviare all'attenzione del sindaco per intervenire nel quartiere.
Questa è la nostra idea di vicinanza al cittadino, questa è l’idea di principio della Confederazione SUD Euromediterranea, che unisce nel suo interno quattro organizzazioni culturali e politiche indipendenti dagli schieramenti di partito, decisi a rimboccarsi le maniche e operare sul territorio e tra la gente, riportando la politica porta a porta.
Aggiunge il coordinatore federale Girolamo Foti: "Ci stiamo presentando ai cittadini in periodi non sospetti, senza campagna elettorale a breve termine. Comprendo che molti cittadini saranno scettici sulla nostra iniziativa perchè in troppi hanno solo venduto fumo, allontanando i cittadini dalla politica; speriamo che altri soggetti culturali,politici,cittadini si uniscano a questa iniziativa, superando gli steccati poilico-ideologici e cultural-religiosi. "
A partire dall'8 maggio inizieremo un visita dei quartieri di Palermo partendo dallo Sperone; a seguire Oreto,Borgovecchio,Borgonuovo,San Lorenzo, Zen.. e altri luoghi che i cittadini potranno segnalare magari formando dei circoli intercondominiali per promuovere l’iniziativa.
Sarà presente all'iniziativa del comitato anche il Reverendo Padre Giacomo Ribuado, direttore di TeleRegina, che parteciperà da volontario per il quartiere.
Invitiamo tutti coloro che intendono partecipare attivamente a prescindere dalla propria militanza politica, culturale, religiosa o che vogliono fornire materiale per sponsorizzare l'intervento, di mettersi in contatto con il coordinatore federale Girolamo Foti via email girolamofoti@yahoo.it ,oppure Linda Cottone email li-co@libero.it oppure attraverso il gruppo facebook http://www.facebook.com/l/611fe;
Noi ci saremo, e tu?
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Alexis de Tocqueville, nel suo scritto la democrazia in America degli anni ’40 dell’800, evidenzia l’importanza dell’associazionismo per la sana convivenza e per la soluzione dei problemi che nascono all’interno delle comunità.
Associazionismo che deve coadiuvare l’opera delle amministrazioni locali.
Al Sud, laddove troppo spesso le amministrazioni sono inesistenti o arroccate in palazzi abbastanza lontani dai cittadini e le associazioni loro appendici, diventa una necessità riprendere in mano le sorti della propria città attraverso nuove forme di associazionismo che nulla chiedano alle amministrazioni. Bisogna unirsi, e con l’impegno di tutti dare risposte concrete ai bisogni emergenti, prendendo spunto dalle iniziative già promosse in America da Obama ed a Roma.
Ecco perché la nostra iniziativa si chiama Re-Take-SUD, ri-prendiamoci il SUD: riprendere in mano le sorti di questa terra abbandonata da coloro i quali hanno il dovere di difenderla per un mandato a loro accordato dai cittadini. L’iniziativa partirà da Palermo, città ricca di storia e arte, oggi nascoste e viziate dall’indecoroso spettacolo della spazzatura, del degrado urbano, dell’incuria della nostra amministrazione.
E di seguito i nostri gruppi sparsi nel territorio nazionale proseguiranno con questa iniziativa.
Palermo, come tante altre città del SUD, votate per natura al turismo, deve vergognarsi di ricevere i turisti per le scene di abbandono che si trovano di fronte. Per non parlare dei cittadini che devono vivere in quartieri maleodoranti e sporchi, esposti a rischi per la loro salute.
Diamo un forte segnale ai nostri amministratori che sembrano aver relegato il decoro urbano, soprattutto delle zone periferiche, ad argomento di serie B.
Iniziamo noi a dare l'esempio dal cambiamento dei nostri usi, non abbandonando più carteo altri rifiuti, spesso più ingombranti, in strada.
Impariamo che il bene pubblico è bene di tutti, teniamolo dunque pulito come teniamo pulite le nostre case in modo che i nostri figli possano giocarci senza rischi.
Inoltre rimbocchiamoci le maniche e scendiamo per strada in tutte le città e le provincie del Sud armati di vernice, pennelli, acqua, paletta, sacchetti della spazzatura e tutto quello che può servire per la raccolta dei rifiuti, delle cartacce nei giardini, per la rimozione di cartelli pubblicitari e politici abusivi.
Per il divertimento dei più piccoli ci sarà anche un animatore che distribuirà locandine educative per rispettare il proprio ambiente; seguirà una raccolta firme da inviare all'attenzione del sindaco per intervenire nel quartiere.
Questa è la nostra idea di vicinanza al cittadino, questa è l’idea di principio della Confederazione SUD Euromediterranea, che unisce nel suo interno quattro organizzazioni culturali e politiche indipendenti dagli schieramenti di partito, decisi a rimboccarsi le maniche e operare sul territorio e tra la gente, riportando la politica porta a porta.
Aggiunge il coordinatore federale Girolamo Foti: "Ci stiamo presentando ai cittadini in periodi non sospetti, senza campagna elettorale a breve termine. Comprendo che molti cittadini saranno scettici sulla nostra iniziativa perchè in troppi hanno solo venduto fumo, allontanando i cittadini dalla politica; speriamo che altri soggetti culturali,politici,cittadini si uniscano a questa iniziativa, superando gli steccati poilico-ideologici e cultural-religiosi. "
A partire dall'8 maggio inizieremo un visita dei quartieri di Palermo partendo dallo Sperone; a seguire Oreto,Borgovecchio,Borgonuovo,San Lorenzo, Zen.. e altri luoghi che i cittadini potranno segnalare magari formando dei circoli intercondominiali per promuovere l’iniziativa.
Sarà presente all'iniziativa del comitato anche il Reverendo Padre Giacomo Ribuado, direttore di TeleRegina, che parteciperà da volontario per il quartiere.
Invitiamo tutti coloro che intendono partecipare attivamente a prescindere dalla propria militanza politica, culturale, religiosa o che vogliono fornire materiale per sponsorizzare l'intervento, di mettersi in contatto con il coordinatore federale Girolamo Foti via email girolamofoti@yahoo.it ,oppure Linda Cottone email li-co@libero.it oppure attraverso il gruppo facebook http://www.facebook.com/l/611fe;
Noi ci saremo, e tu?
.

Dopo gli Usa e Roma, anche in Sicilia su iniziativa della Confederazione SUD Euromediterranea nasce il comitato Re-Take Palermo "ri - prendiamoci Palermo "nelle periferie armati di palette, scope e animazione e raccolta firme per sollecitare l'amministrazionea ad intervenire sul decoro urbano "
Alexis de Tocqueville, nel suo scritto la democrazia in America degli anni ’40 dell’800, evidenzia l’importanza dell’associazionismo per la sana convivenza e per la soluzione dei problemi che nascono all’interno delle comunità.
Associazionismo che deve coadiuvare l’opera delle amministrazioni locali.
Al Sud, laddove troppo spesso le amministrazioni sono inesistenti o arroccate in palazzi abbastanza lontani dai cittadini e le associazioni loro appendici, diventa una necessità riprendere in mano le sorti della propria città attraverso nuove forme di associazionismo che nulla chiedano alle amministrazioni. Bisogna unirsi, e con l’impegno di tutti dare risposte concrete ai bisogni emergenti, prendendo spunto dalle iniziative già promosse in America da Obama ed a Roma.
Ecco perché la nostra iniziativa si chiama Re-Take-SUD, ri-prendiamoci il SUD: riprendere in mano le sorti di questa terra abbandonata da coloro i quali hanno il dovere di difenderla per un mandato a loro accordato dai cittadini. L’iniziativa partirà da Palermo, città ricca di storia e arte, oggi nascoste e viziate dall’indecoroso spettacolo della spazzatura, del degrado urbano, dell’incuria della nostra amministrazione.
E di seguito i nostri gruppi sparsi nel territorio nazionale proseguiranno con questa iniziativa.
Palermo, come tante altre città del SUD, votate per natura al turismo, deve vergognarsi di ricevere i turisti per le scene di abbandono che si trovano di fronte. Per non parlare dei cittadini che devono vivere in quartieri maleodoranti e sporchi, esposti a rischi per la loro salute.
Diamo un forte segnale ai nostri amministratori che sembrano aver relegato il decoro urbano, soprattutto delle zone periferiche, ad argomento di serie B.
Iniziamo noi a dare l'esempio dal cambiamento dei nostri usi, non abbandonando più carteo altri rifiuti, spesso più ingombranti, in strada.
Impariamo che il bene pubblico è bene di tutti, teniamolo dunque pulito come teniamo pulite le nostre case in modo che i nostri figli possano giocarci senza rischi.
Inoltre rimbocchiamoci le maniche e scendiamo per strada in tutte le città e le provincie del Sud armati di vernice, pennelli, acqua, paletta, sacchetti della spazzatura e tutto quello che può servire per la raccolta dei rifiuti, delle cartacce nei giardini, per la rimozione di cartelli pubblicitari e politici abusivi.
Per il divertimento dei più piccoli ci sarà anche un animatore che distribuirà locandine educative per rispettare il proprio ambiente; seguirà una raccolta firme da inviare all'attenzione del sindaco per intervenire nel quartiere.
Questa è la nostra idea di vicinanza al cittadino, questa è l’idea di principio della Confederazione SUD Euromediterranea, che unisce nel suo interno quattro organizzazioni culturali e politiche indipendenti dagli schieramenti di partito, decisi a rimboccarsi le maniche e operare sul territorio e tra la gente, riportando la politica porta a porta.
Aggiunge il coordinatore federale Girolamo Foti: "Ci stiamo presentando ai cittadini in periodi non sospetti, senza campagna elettorale a breve termine. Comprendo che molti cittadini saranno scettici sulla nostra iniziativa perchè in troppi hanno solo venduto fumo, allontanando i cittadini dalla politica; speriamo che altri soggetti culturali,politici,cittadini si uniscano a questa iniziativa, superando gli steccati poilico-ideologici e cultural-religiosi. "
A partire dall'8 maggio inizieremo un visita dei quartieri di Palermo partendo dallo Sperone; a seguire Oreto,Borgovecchio,Borgonuovo,San Lorenzo, Zen.. e altri luoghi che i cittadini potranno segnalare magari formando dei circoli intercondominiali per promuovere l’iniziativa.
Sarà presente all'iniziativa del comitato anche il Reverendo Padre Giacomo Ribuado, direttore di TeleRegina, che parteciperà da volontario per il quartiere.
Invitiamo tutti coloro che intendono partecipare attivamente a prescindere dalla propria militanza politica, culturale, religiosa o che vogliono fornire materiale per sponsorizzare l'intervento, di mettersi in contatto con il coordinatore federale Girolamo Foti via email girolamofoti@yahoo.it ,oppure Linda Cottone email li-co@libero.it oppure attraverso il gruppo facebook http://www.facebook.com/l/611fe;
Noi ci saremo, e tu?
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Alexis de Tocqueville, nel suo scritto la democrazia in America degli anni ’40 dell’800, evidenzia l’importanza dell’associazionismo per la sana convivenza e per la soluzione dei problemi che nascono all’interno delle comunità.
Associazionismo che deve coadiuvare l’opera delle amministrazioni locali.
Al Sud, laddove troppo spesso le amministrazioni sono inesistenti o arroccate in palazzi abbastanza lontani dai cittadini e le associazioni loro appendici, diventa una necessità riprendere in mano le sorti della propria città attraverso nuove forme di associazionismo che nulla chiedano alle amministrazioni. Bisogna unirsi, e con l’impegno di tutti dare risposte concrete ai bisogni emergenti, prendendo spunto dalle iniziative già promosse in America da Obama ed a Roma.
Ecco perché la nostra iniziativa si chiama Re-Take-SUD, ri-prendiamoci il SUD: riprendere in mano le sorti di questa terra abbandonata da coloro i quali hanno il dovere di difenderla per un mandato a loro accordato dai cittadini. L’iniziativa partirà da Palermo, città ricca di storia e arte, oggi nascoste e viziate dall’indecoroso spettacolo della spazzatura, del degrado urbano, dell’incuria della nostra amministrazione.
E di seguito i nostri gruppi sparsi nel territorio nazionale proseguiranno con questa iniziativa.
Palermo, come tante altre città del SUD, votate per natura al turismo, deve vergognarsi di ricevere i turisti per le scene di abbandono che si trovano di fronte. Per non parlare dei cittadini che devono vivere in quartieri maleodoranti e sporchi, esposti a rischi per la loro salute.
Diamo un forte segnale ai nostri amministratori che sembrano aver relegato il decoro urbano, soprattutto delle zone periferiche, ad argomento di serie B.
Iniziamo noi a dare l'esempio dal cambiamento dei nostri usi, non abbandonando più carteo altri rifiuti, spesso più ingombranti, in strada.
Impariamo che il bene pubblico è bene di tutti, teniamolo dunque pulito come teniamo pulite le nostre case in modo che i nostri figli possano giocarci senza rischi.
Inoltre rimbocchiamoci le maniche e scendiamo per strada in tutte le città e le provincie del Sud armati di vernice, pennelli, acqua, paletta, sacchetti della spazzatura e tutto quello che può servire per la raccolta dei rifiuti, delle cartacce nei giardini, per la rimozione di cartelli pubblicitari e politici abusivi.
Per il divertimento dei più piccoli ci sarà anche un animatore che distribuirà locandine educative per rispettare il proprio ambiente; seguirà una raccolta firme da inviare all'attenzione del sindaco per intervenire nel quartiere.
Questa è la nostra idea di vicinanza al cittadino, questa è l’idea di principio della Confederazione SUD Euromediterranea, che unisce nel suo interno quattro organizzazioni culturali e politiche indipendenti dagli schieramenti di partito, decisi a rimboccarsi le maniche e operare sul territorio e tra la gente, riportando la politica porta a porta.
Aggiunge il coordinatore federale Girolamo Foti: "Ci stiamo presentando ai cittadini in periodi non sospetti, senza campagna elettorale a breve termine. Comprendo che molti cittadini saranno scettici sulla nostra iniziativa perchè in troppi hanno solo venduto fumo, allontanando i cittadini dalla politica; speriamo che altri soggetti culturali,politici,cittadini si uniscano a questa iniziativa, superando gli steccati poilico-ideologici e cultural-religiosi. "
A partire dall'8 maggio inizieremo un visita dei quartieri di Palermo partendo dallo Sperone; a seguire Oreto,Borgovecchio,Borgonuovo,San Lorenzo, Zen.. e altri luoghi che i cittadini potranno segnalare magari formando dei circoli intercondominiali per promuovere l’iniziativa.
Sarà presente all'iniziativa del comitato anche il Reverendo Padre Giacomo Ribuado, direttore di TeleRegina, che parteciperà da volontario per il quartiere.
Invitiamo tutti coloro che intendono partecipare attivamente a prescindere dalla propria militanza politica, culturale, religiosa o che vogliono fornire materiale per sponsorizzare l'intervento, di mettersi in contatto con il coordinatore federale Girolamo Foti via email girolamofoti@yahoo.it ,oppure Linda Cottone email li-co@libero.it oppure attraverso il gruppo facebook http://www.facebook.com/l/611fe;
Noi ci saremo, e tu?
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Kalafro Sound Power - Assetto Da Battaglia
http://www.youtube.com/watch?v=EFN64u2Eqh8
http://www.youtube.com/watch?v=EFN64u2Eqh8
Fare il contadino è molto più difficile che scrivere scemenze.

Di Antonio Ciano
Comunque Rizzo e Stella sono dei bravi giornalisti, ma anche loro, per la pagnotta, sono costretti a difendere quella Casta che li foraggia.Peccato!!
Ah,il sottoscritto è cresciuto in campagna e mio padre, morto a 97 anni sui campi,e mi ha insegnato l'arte contadino e quel mestiere ho fatto fino al Diploma, preso a pieni voti.
Poi sono stato emigrante in America, da clandestino, poi ho navigato sulle navi mercantili da Ufficiale per dieci anni, poi ho venduto veleno(tabacchi e valori bollati), poi ho fatto il giornalista dal 2001 fondando la prima telestreet meridionalista d'Italia (TMO Gaeta) senza pubblicità, senza paga, mi chiamavano il brigante dell'etere,Tv nata contro la Casta televisiva voluta dal potere massonico.
Nel 1985 pubblicai il mio primo libro dal titolo "Per il sangue di Tata", uno spaccato di vita contadina; nel 1996 pubblicai "I savoia e il massacro del Sud" che diventò libro "Cult";
nel 1998 assieme a Barone, Pagano e Romano pubblicammo "Briganti& Partigiani" ; nel 2006 ho pubblicato" le stragi e gli eccidi dei Savoia- esecutori e mandanti".
Il sottoscritto non è uno storico, fa ricerca storica per diletto e per amore del Sud, nè è nato tabaccaio, nè è nato marinaio, nè clandestino. Il sottoscritto è nato contadino.
Ha anche un appezzamento di terra che coltiva,vi produce per la casa le famose olive di Gaeta, pomodori freschi, verdura, e frutta. Insomma di fame non morirò mai.
Spero che i due bravi giornalisti del Corriere abbiamo anche loro un appezzamento di terra, se non ce l'hanno, potremmo dare loro in uso dei terreni comunali da zappare. Ma fare il contadino è molto più difficile che scrivere scemenze.
Oggi sono assessore del Comune di Gaeta per il Partito del Sud,e qui casca l'asino, ho acquisito alla città ben 25 mila mq di terreno della camorra, ho fatto ritornare alla città la caserma Sant'angelo, la villa borbonica, la Chiesa di San Michele Arcangelo, la palazzina degli ufficiali.
Siti demaniali che i piemontesi ci avevano rubato.
Inoltre, su mia proposta, la giunta comunale ha deciso di denunciare gli eredi dei savoia, per i danni procurati alla mia città nell'assedio del 1860-61.
Fu un attacco criminale verso il Regno delle Due sicilie, senza dichiarazione di guerra.
La causa si farà quanto prima, l'avvocato è il Prof Pasquale Troncone di Napoli.
Ecco perchè i due giornalisti e il prof Della Loggia sono incazzati, per fare questo ci voleva uno che vendeva Veleno, un tabaccaio. Loro, vendono fumo.
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Di Antonio Ciano
Comunque Rizzo e Stella sono dei bravi giornalisti, ma anche loro, per la pagnotta, sono costretti a difendere quella Casta che li foraggia.Peccato!!
Ah,il sottoscritto è cresciuto in campagna e mio padre, morto a 97 anni sui campi,e mi ha insegnato l'arte contadino e quel mestiere ho fatto fino al Diploma, preso a pieni voti.
Poi sono stato emigrante in America, da clandestino, poi ho navigato sulle navi mercantili da Ufficiale per dieci anni, poi ho venduto veleno(tabacchi e valori bollati), poi ho fatto il giornalista dal 2001 fondando la prima telestreet meridionalista d'Italia (TMO Gaeta) senza pubblicità, senza paga, mi chiamavano il brigante dell'etere,Tv nata contro la Casta televisiva voluta dal potere massonico.
Nel 1985 pubblicai il mio primo libro dal titolo "Per il sangue di Tata", uno spaccato di vita contadina; nel 1996 pubblicai "I savoia e il massacro del Sud" che diventò libro "Cult";
nel 1998 assieme a Barone, Pagano e Romano pubblicammo "Briganti& Partigiani" ; nel 2006 ho pubblicato" le stragi e gli eccidi dei Savoia- esecutori e mandanti".
Il sottoscritto non è uno storico, fa ricerca storica per diletto e per amore del Sud, nè è nato tabaccaio, nè è nato marinaio, nè clandestino. Il sottoscritto è nato contadino.
Ha anche un appezzamento di terra che coltiva,vi produce per la casa le famose olive di Gaeta, pomodori freschi, verdura, e frutta. Insomma di fame non morirò mai.
Spero che i due bravi giornalisti del Corriere abbiamo anche loro un appezzamento di terra, se non ce l'hanno, potremmo dare loro in uso dei terreni comunali da zappare. Ma fare il contadino è molto più difficile che scrivere scemenze.
Oggi sono assessore del Comune di Gaeta per il Partito del Sud,e qui casca l'asino, ho acquisito alla città ben 25 mila mq di terreno della camorra, ho fatto ritornare alla città la caserma Sant'angelo, la villa borbonica, la Chiesa di San Michele Arcangelo, la palazzina degli ufficiali.
Siti demaniali che i piemontesi ci avevano rubato.
Inoltre, su mia proposta, la giunta comunale ha deciso di denunciare gli eredi dei savoia, per i danni procurati alla mia città nell'assedio del 1860-61.
Fu un attacco criminale verso il Regno delle Due sicilie, senza dichiarazione di guerra.
La causa si farà quanto prima, l'avvocato è il Prof Pasquale Troncone di Napoli.
Ecco perchè i due giornalisti e il prof Della Loggia sono incazzati, per fare questo ci voleva uno che vendeva Veleno, un tabaccaio. Loro, vendono fumo.
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lunedì 26 aprile 2010
''Io racconto la mafia, non diffamo l'Italia''

di Leonardo Mala' - 25 aprile 2010
Lo scrittore e Al Gore al Festival internazionale dell'informazione: "E' come accusare un oncolgo che scrive un libro sui tumori, di diffondere il cancro". E poi: "Non potrei entrare in politica".
PERUGIA. "Io non diffamo l'Italia, io racconto, racconto la mafia". Nel teatro di Perugia, Roberto Saviano è durissimo e pacato, nello stesso tempo. Non cita neppure direttamente il premier, gli basta ricordare che c'è chi "incredibilmente ha detto che scrivere di mafia è un modo di diffamare il proprio paese". E gli basta ricordare a tutti il suo mestiere: "Io racconto e continuo a farlo. Perché bisogna parlare, raccontare, farsi
capire, solo così abbiamo una speranza di sconfiggere le mafie"
E' stato un happening pirotecnico, il clou del IV Festival del giornalismo, con l'autore italiano oggi più amato e il premio Nobel Al Gore, proprietario di Current tv e consapevole del traino che comporta avere al fianco un personaggio del genere. Cento metri di fila, fuori del teatro, gente arrivata quattro ore prima per prendere un posto, almeno trecento persone davanti al maxischermo, oltre alle 600 presenti in sala.
Protetto da due file di palchi deserte (almeno una trentina di uomini avevano bonificato il teatro nel pomeriggio), circondato dagli inseparabili sette uomini di scorta, Roberto Saviano ha ricevuto un'interminabile standing ovation da un pubblico sinceramente solidale.
E ha cominciato a parlare, come sa, della sua terra ancora profanata dal voto di scambio, svalutato ormai alla miseria di 25 euro. E ancora di quella infelice, infelicissima battuta berlusconiana. Lapidaria la sua risposta: "Quando un Sottosegretario allo Sviluppo viene arrestato per contiguità con la malavita organizzata, come si può pensare che 200 pagine stampate possono danneggiare un Paese? Come si può incolpare chi dà l'allarme per l'incendio, senza prendersela con chi l'incendio lo appicca? E' come accusare chi scrive un trattato di oncologia di procurare il cancro". Una storia vecchia come il mito di Cassandra, che annunciava saggiamente sventura di fronte alla scellerata belligeranza maschile e che il potere relegò a portatrice di disgrazie.
Come se non bastasse, sono poi echeggiate in teatro le parole di Paolo Borsellino in memoria di Falcone, sulla lotta alla mafia non come azione repressiva ma come movimento culturale. "La gente fa il tifo per noi", diceva eccitato Falcone. Forse siamo rimasti là.
Lo scrittore ha anche risposto a una domanda che ormai molti gli fanno. Entrerà in politica? "Non potrei entrare in politica, il mio mestiere è raccontare. La politica ha perso fascino e autorevolezza - ha detto Saviano - se qualcosa non cambia questo paese continuerà e riprodurre sempre gli stessi modelli. La sofferenza più grande è vedere questo deserto che rappresenta la politica solo come scambio e conflitto, quando dovrebbe invece essere uno strumento per arrivare alla felicità".
Maria Latella ha intervistato a lungo sia Saviano che Al Gore il quale ha molto sponsorizzato la sua Current tv, magnificandone l'indipendenza e la assolutà libertà. Ha parlato apertamente di sponsor e di business, in perfetto american style, ma il segnale che la depressione democratica italiana possa stimolare gli appetiti dei grossi network mondiali è sintomatico.
Roberto Saviano è rimasto ancora un po' per qualche autografo, quindi i sette agenti si sono scambiati il segnale. Quando varca la soglia del teatro, la scorta comincia a spingere, a scrutare, a fendere. Se ne va, Roberto Saviano, verso una meta ignota e un destino incerto. Il destino di un uomo con sette ombre.
GUARDA IL FILMATO INTEGRALE
http://tv.repubblica.it/copertina/al-gore-saviano-e-l-informazione-indipendente/46103?video
Fonte: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/27713/48/
.
Lo scrittore e Al Gore al Festival internazionale dell'informazione: "E' come accusare un oncolgo che scrive un libro sui tumori, di diffondere il cancro". E poi: "Non potrei entrare in politica".
PERUGIA. "Io non diffamo l'Italia, io racconto, racconto la mafia". Nel teatro di Perugia, Roberto Saviano è durissimo e pacato, nello stesso tempo. Non cita neppure direttamente il premier, gli basta ricordare che c'è chi "incredibilmente ha detto che scrivere di mafia è un modo di diffamare il proprio paese". E gli basta ricordare a tutti il suo mestiere: "Io racconto e continuo a farlo. Perché bisogna parlare, raccontare, farsi
capire, solo così abbiamo una speranza di sconfiggere le mafie"
E' stato un happening pirotecnico, il clou del IV Festival del giornalismo, con l'autore italiano oggi più amato e il premio Nobel Al Gore, proprietario di Current tv e consapevole del traino che comporta avere al fianco un personaggio del genere. Cento metri di fila, fuori del teatro, gente arrivata quattro ore prima per prendere un posto, almeno trecento persone davanti al maxischermo, oltre alle 600 presenti in sala.
Protetto da due file di palchi deserte (almeno una trentina di uomini avevano bonificato il teatro nel pomeriggio), circondato dagli inseparabili sette uomini di scorta, Roberto Saviano ha ricevuto un'interminabile standing ovation da un pubblico sinceramente solidale.
E ha cominciato a parlare, come sa, della sua terra ancora profanata dal voto di scambio, svalutato ormai alla miseria di 25 euro. E ancora di quella infelice, infelicissima battuta berlusconiana. Lapidaria la sua risposta: "Quando un Sottosegretario allo Sviluppo viene arrestato per contiguità con la malavita organizzata, come si può pensare che 200 pagine stampate possono danneggiare un Paese? Come si può incolpare chi dà l'allarme per l'incendio, senza prendersela con chi l'incendio lo appicca? E' come accusare chi scrive un trattato di oncologia di procurare il cancro". Una storia vecchia come il mito di Cassandra, che annunciava saggiamente sventura di fronte alla scellerata belligeranza maschile e che il potere relegò a portatrice di disgrazie.
Come se non bastasse, sono poi echeggiate in teatro le parole di Paolo Borsellino in memoria di Falcone, sulla lotta alla mafia non come azione repressiva ma come movimento culturale. "La gente fa il tifo per noi", diceva eccitato Falcone. Forse siamo rimasti là.
Lo scrittore ha anche risposto a una domanda che ormai molti gli fanno. Entrerà in politica? "Non potrei entrare in politica, il mio mestiere è raccontare. La politica ha perso fascino e autorevolezza - ha detto Saviano - se qualcosa non cambia questo paese continuerà e riprodurre sempre gli stessi modelli. La sofferenza più grande è vedere questo deserto che rappresenta la politica solo come scambio e conflitto, quando dovrebbe invece essere uno strumento per arrivare alla felicità".
Maria Latella ha intervistato a lungo sia Saviano che Al Gore il quale ha molto sponsorizzato la sua Current tv, magnificandone l'indipendenza e la assolutà libertà. Ha parlato apertamente di sponsor e di business, in perfetto american style, ma il segnale che la depressione democratica italiana possa stimolare gli appetiti dei grossi network mondiali è sintomatico.
Roberto Saviano è rimasto ancora un po' per qualche autografo, quindi i sette agenti si sono scambiati il segnale. Quando varca la soglia del teatro, la scorta comincia a spingere, a scrutare, a fendere. Se ne va, Roberto Saviano, verso una meta ignota e un destino incerto. Il destino di un uomo con sette ombre.
GUARDA IL FILMATO INTEGRALE
http://tv.repubblica.it/copertina/al-gore-saviano-e-l-informazione-indipendente/46103?video
Fonte: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/27713/48/
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di Leonardo Mala' - 25 aprile 2010
Lo scrittore e Al Gore al Festival internazionale dell'informazione: "E' come accusare un oncolgo che scrive un libro sui tumori, di diffondere il cancro". E poi: "Non potrei entrare in politica".
PERUGIA. "Io non diffamo l'Italia, io racconto, racconto la mafia". Nel teatro di Perugia, Roberto Saviano è durissimo e pacato, nello stesso tempo. Non cita neppure direttamente il premier, gli basta ricordare che c'è chi "incredibilmente ha detto che scrivere di mafia è un modo di diffamare il proprio paese". E gli basta ricordare a tutti il suo mestiere: "Io racconto e continuo a farlo. Perché bisogna parlare, raccontare, farsi
capire, solo così abbiamo una speranza di sconfiggere le mafie"
E' stato un happening pirotecnico, il clou del IV Festival del giornalismo, con l'autore italiano oggi più amato e il premio Nobel Al Gore, proprietario di Current tv e consapevole del traino che comporta avere al fianco un personaggio del genere. Cento metri di fila, fuori del teatro, gente arrivata quattro ore prima per prendere un posto, almeno trecento persone davanti al maxischermo, oltre alle 600 presenti in sala.
Protetto da due file di palchi deserte (almeno una trentina di uomini avevano bonificato il teatro nel pomeriggio), circondato dagli inseparabili sette uomini di scorta, Roberto Saviano ha ricevuto un'interminabile standing ovation da un pubblico sinceramente solidale.
E ha cominciato a parlare, come sa, della sua terra ancora profanata dal voto di scambio, svalutato ormai alla miseria di 25 euro. E ancora di quella infelice, infelicissima battuta berlusconiana. Lapidaria la sua risposta: "Quando un Sottosegretario allo Sviluppo viene arrestato per contiguità con la malavita organizzata, come si può pensare che 200 pagine stampate possono danneggiare un Paese? Come si può incolpare chi dà l'allarme per l'incendio, senza prendersela con chi l'incendio lo appicca? E' come accusare chi scrive un trattato di oncologia di procurare il cancro". Una storia vecchia come il mito di Cassandra, che annunciava saggiamente sventura di fronte alla scellerata belligeranza maschile e che il potere relegò a portatrice di disgrazie.
Come se non bastasse, sono poi echeggiate in teatro le parole di Paolo Borsellino in memoria di Falcone, sulla lotta alla mafia non come azione repressiva ma come movimento culturale. "La gente fa il tifo per noi", diceva eccitato Falcone. Forse siamo rimasti là.
Lo scrittore ha anche risposto a una domanda che ormai molti gli fanno. Entrerà in politica? "Non potrei entrare in politica, il mio mestiere è raccontare. La politica ha perso fascino e autorevolezza - ha detto Saviano - se qualcosa non cambia questo paese continuerà e riprodurre sempre gli stessi modelli. La sofferenza più grande è vedere questo deserto che rappresenta la politica solo come scambio e conflitto, quando dovrebbe invece essere uno strumento per arrivare alla felicità".
Maria Latella ha intervistato a lungo sia Saviano che Al Gore il quale ha molto sponsorizzato la sua Current tv, magnificandone l'indipendenza e la assolutà libertà. Ha parlato apertamente di sponsor e di business, in perfetto american style, ma il segnale che la depressione democratica italiana possa stimolare gli appetiti dei grossi network mondiali è sintomatico.
Roberto Saviano è rimasto ancora un po' per qualche autografo, quindi i sette agenti si sono scambiati il segnale. Quando varca la soglia del teatro, la scorta comincia a spingere, a scrutare, a fendere. Se ne va, Roberto Saviano, verso una meta ignota e un destino incerto. Il destino di un uomo con sette ombre.
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http://tv.repubblica.it/copertina/al-gore-saviano-e-l-informazione-indipendente/46103?video
Fonte: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/27713/48/
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Lo scrittore e Al Gore al Festival internazionale dell'informazione: "E' come accusare un oncolgo che scrive un libro sui tumori, di diffondere il cancro". E poi: "Non potrei entrare in politica".
PERUGIA. "Io non diffamo l'Italia, io racconto, racconto la mafia". Nel teatro di Perugia, Roberto Saviano è durissimo e pacato, nello stesso tempo. Non cita neppure direttamente il premier, gli basta ricordare che c'è chi "incredibilmente ha detto che scrivere di mafia è un modo di diffamare il proprio paese". E gli basta ricordare a tutti il suo mestiere: "Io racconto e continuo a farlo. Perché bisogna parlare, raccontare, farsi
capire, solo così abbiamo una speranza di sconfiggere le mafie"
E' stato un happening pirotecnico, il clou del IV Festival del giornalismo, con l'autore italiano oggi più amato e il premio Nobel Al Gore, proprietario di Current tv e consapevole del traino che comporta avere al fianco un personaggio del genere. Cento metri di fila, fuori del teatro, gente arrivata quattro ore prima per prendere un posto, almeno trecento persone davanti al maxischermo, oltre alle 600 presenti in sala.
Protetto da due file di palchi deserte (almeno una trentina di uomini avevano bonificato il teatro nel pomeriggio), circondato dagli inseparabili sette uomini di scorta, Roberto Saviano ha ricevuto un'interminabile standing ovation da un pubblico sinceramente solidale.
E ha cominciato a parlare, come sa, della sua terra ancora profanata dal voto di scambio, svalutato ormai alla miseria di 25 euro. E ancora di quella infelice, infelicissima battuta berlusconiana. Lapidaria la sua risposta: "Quando un Sottosegretario allo Sviluppo viene arrestato per contiguità con la malavita organizzata, come si può pensare che 200 pagine stampate possono danneggiare un Paese? Come si può incolpare chi dà l'allarme per l'incendio, senza prendersela con chi l'incendio lo appicca? E' come accusare chi scrive un trattato di oncologia di procurare il cancro". Una storia vecchia come il mito di Cassandra, che annunciava saggiamente sventura di fronte alla scellerata belligeranza maschile e che il potere relegò a portatrice di disgrazie.
Come se non bastasse, sono poi echeggiate in teatro le parole di Paolo Borsellino in memoria di Falcone, sulla lotta alla mafia non come azione repressiva ma come movimento culturale. "La gente fa il tifo per noi", diceva eccitato Falcone. Forse siamo rimasti là.
Lo scrittore ha anche risposto a una domanda che ormai molti gli fanno. Entrerà in politica? "Non potrei entrare in politica, il mio mestiere è raccontare. La politica ha perso fascino e autorevolezza - ha detto Saviano - se qualcosa non cambia questo paese continuerà e riprodurre sempre gli stessi modelli. La sofferenza più grande è vedere questo deserto che rappresenta la politica solo come scambio e conflitto, quando dovrebbe invece essere uno strumento per arrivare alla felicità".
Maria Latella ha intervistato a lungo sia Saviano che Al Gore il quale ha molto sponsorizzato la sua Current tv, magnificandone l'indipendenza e la assolutà libertà. Ha parlato apertamente di sponsor e di business, in perfetto american style, ma il segnale che la depressione democratica italiana possa stimolare gli appetiti dei grossi network mondiali è sintomatico.
Roberto Saviano è rimasto ancora un po' per qualche autografo, quindi i sette agenti si sono scambiati il segnale. Quando varca la soglia del teatro, la scorta comincia a spingere, a scrutare, a fendere. Se ne va, Roberto Saviano, verso una meta ignota e un destino incerto. Il destino di un uomo con sette ombre.
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http://tv.repubblica.it/copertina/al-gore-saviano-e-l-informazione-indipendente/46103?video
Fonte: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/27713/48/
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STUDENTI MERIDIONALI I MIGLIORI D'ITALIA IN ASTROFISICA (alla faccia della Gelmini e di Lynn..)
http://www.youtube.com/watch?v=i7jDVyYhcrg
Alla finale svolta a Torino per determinare i finalisti alla olimpiade mondiale degli studenti di astronomia si sono classificati come i più bravi solo giovani studenti meridionali. 4 CALABRESI E 1 PUGLIESE
http://www.youtube.com/watch?v=i7jDVyYhcrg
Alla finale svolta a Torino per determinare i finalisti alla olimpiade mondiale degli studenti di astronomia si sono classificati come i più bravi solo giovani studenti meridionali. 4 CALABRESI E 1 PUGLIESE
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