mercoledì 17 marzo 2010

ABBIAMO SCRITTO A MICCICHE' SUL SUO BLOG




(dove si riempie la bocca di un futuro e fantomatico "Partito del Sud" che vorrebbe fondare, ma tranquillizzando tutti che, con ciò, non si sogna nemmeno di abbandonare Berlusconi.....capirai!)


Andrea Balìa scrive:
15 marzo 2010 alle 19:53

Caro Miccichè, il PARTITO DEL SUD già esiste, è stato fondato e registrato a Gaeta (nome e simbolo) nel 2007, e ha partecipato alle ultime politiche e provinciali. A Gaeta ha vinto con la lista civica dell’attuale Sindaco Raimondi col 57% e governa assieme la città da 2 anni. Siamo presenti con sedi, referenti e siti in 10 regioni e cresciamo a vista d’occhio. Nè a Destra, nè a Centro e nè a Sinistra sono il nostro motto : ma a Sud, solo a Sud, sempre a Sud.La cosa che vuol fare Lei la chiami come vuole ma non certo Partito del Sud, se non vuol incorrere in querele. Se poi volesse staccarsi, come noi, dall’attuale partitocrazia e starne fuori, ben lieti di incontrarLa e verificare le eventuali possibilità politiche.

Andrea Balia
(Responsabile Regionale Campania e Membro del Direttivo del Partito del Sud -quello vero!)

Fonte:Partito del Sud - Napoli
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(dove si riempie la bocca di un futuro e fantomatico "Partito del Sud" che vorrebbe fondare, ma tranquillizzando tutti che, con ciò, non si sogna nemmeno di abbandonare Berlusconi.....capirai!)


Andrea Balìa scrive:
15 marzo 2010 alle 19:53

Caro Miccichè, il PARTITO DEL SUD già esiste, è stato fondato e registrato a Gaeta (nome e simbolo) nel 2007, e ha partecipato alle ultime politiche e provinciali. A Gaeta ha vinto con la lista civica dell’attuale Sindaco Raimondi col 57% e governa assieme la città da 2 anni. Siamo presenti con sedi, referenti e siti in 10 regioni e cresciamo a vista d’occhio. Nè a Destra, nè a Centro e nè a Sinistra sono il nostro motto : ma a Sud, solo a Sud, sempre a Sud.La cosa che vuol fare Lei la chiami come vuole ma non certo Partito del Sud, se non vuol incorrere in querele. Se poi volesse staccarsi, come noi, dall’attuale partitocrazia e starne fuori, ben lieti di incontrarLa e verificare le eventuali possibilità politiche.

Andrea Balia
(Responsabile Regionale Campania e Membro del Direttivo del Partito del Sud -quello vero!)

Fonte:Partito del Sud - Napoli
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martedì 16 marzo 2010

Comunicato Partito del Sud e diffida sull'utilizzo nome "Partito del Sud"


A proposito delle recenti dichiarazioni di Miccichè apparse su "La Repubblica", il vero e unico Partito del Sud, nato a Gaeta nel 2007 su iniziativa del suo leader Antonio Ciano, intende ribadire la sua estranietà a tali tentativi ed il divieto di utilizzare il nome "Partito del Sud". Questo nome appartiene a noi che l'abbiamo regolarmente registrato ed abbiamo partecipato alle Elezioni Politiche del 2008 e alle Elezioni Amministative del 2009 da soli ed autonomi dai partiti tradizionali di destra, sinistra e centro.

Noi vogliamo far crescere un movimento meridionalista dal basso, partendo da quella che per noi è l'origine della "questione meridionale", nata nel 1861 con gli errori e gli orrori del cosiddetto "Risorgimento", e proporre progetti nuovi di riscatto del Sud in campo culturale, economico ed ambientale, per essere la vera alternativa e l'unica novità del desolante panorama politico di destra e sinistra, per noi entrambe sono state nemiche del Sud e solo al servizio degli interessi economici padani.

Stiamo valutando di intraprendere azioni legali per la tutela del nostro nome e diffidiamo chiunque a destra o a sinistra ad utilizzare il nome "Partito del Sud", tale nome appartiene a noi ed al popolo meridionale e quindi non può essere utilizzato per gli interessi di bottega del politico di turno, specialmente da quelli che sono stati artefici o complici del disastro dell'economia e della politica meridionale.

PARTITO DEL SUD
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A proposito delle recenti dichiarazioni di Miccichè apparse su "La Repubblica", il vero e unico Partito del Sud, nato a Gaeta nel 2007 su iniziativa del suo leader Antonio Ciano, intende ribadire la sua estranietà a tali tentativi ed il divieto di utilizzare il nome "Partito del Sud". Questo nome appartiene a noi che l'abbiamo regolarmente registrato ed abbiamo partecipato alle Elezioni Politiche del 2008 e alle Elezioni Amministative del 2009 da soli ed autonomi dai partiti tradizionali di destra, sinistra e centro.

Noi vogliamo far crescere un movimento meridionalista dal basso, partendo da quella che per noi è l'origine della "questione meridionale", nata nel 1861 con gli errori e gli orrori del cosiddetto "Risorgimento", e proporre progetti nuovi di riscatto del Sud in campo culturale, economico ed ambientale, per essere la vera alternativa e l'unica novità del desolante panorama politico di destra e sinistra, per noi entrambe sono state nemiche del Sud e solo al servizio degli interessi economici padani.

Stiamo valutando di intraprendere azioni legali per la tutela del nostro nome e diffidiamo chiunque a destra o a sinistra ad utilizzare il nome "Partito del Sud", tale nome appartiene a noi ed al popolo meridionale e quindi non può essere utilizzato per gli interessi di bottega del politico di turno, specialmente da quelli che sono stati artefici o complici del disastro dell'economia e della politica meridionale.

PARTITO DEL SUD
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Secondo lavoro per 122 parlamentari



Al primo posto tra i doppioincarichisti, la Lega Nord, quelli del grido di battaglia "Roma ladrona", sì proprio loro. E più in generale c'è chi non si accontenta della seconda poltrona in un Ente locale: 8 parlamentari ne hanno tre. Di' la tua


Siedono su uno scranno in Parlamento, ma ricoprono anche incarichi a livello locale. Si tratta di 122 parlamentari, 81 deputati e 41 senatori, il 12,9% del totale. È quanto rivela un’inchiesta esclusiva pubblicata dal settimanale "Il Punto". In particolare, i presidenti di giunta provinciale sono 9, i consiglieri provinciali 16, i sindaci 35, i vice sindaci 4, gli assessori comunali 7 e infine i consiglieri comunali 55.

E le sorprese non mancano. In barba al loro grido di battaglia "Roma ladrona", sarebbero proprio i leghisti i più numerosi specialisti del doppio incarico. Secondo i dati elaborati dal settimanale, a guidare la classifica dei partiti con più deputati e senatori impegnati anche a livello locale è infatti proprio la Lega Nord: su 86 parlamentari leghisti, ben 38 sono amministratori comunali o provinciali (pari al 42,2%). Seguono l’Udc con il 17,6%, il Pdl con il 12,1%, il gruppo misto con il 9,1%, il Pd con il 5,9% e l’Idv con il 5,5%.

E c'è chi fa peggio, ovvero chi non si accontenta del “secondo lavoro”: 8 parlamentari hanno addirittura tre potrone. Di questi, 4 onorevoli sono stati eletti in Parlamento e hanno anche due incarichi in Enti locali: sono Antonello Iannarilli (Pdl), Giovanni Fava (Lega Nord), Cesare Marini (Pd) e Cesare Monti (Lega Nord). Altri 4, invece, occupano uno scranno nelle aule parlamentari, oltre a uno in un Ente locale e un altro al governo: sono Altero Matteoli (Pdl), Mario Mantovani (Pdl), Paolo Romani (Pdl) e Daniele Molgora (Lega Nord). Proprio a questi quattro parlamentari, il settimanale Il Punto dedica la copertina del prossimo numero con il titolo “Li chiamavano trinità”.

“In Italia, se un dipendente pubblico con famiglia monoreddito, figli a carico e magari l’affitto o il mutuo da pagare, si trova un secondo lavoro”, ha commentato Alessandro Cicero, direttore editoriale de Il Punto, “viene giustamente punito ai termini della legge vigente. Viceversa, se un qualsiasi parlamentare, che riceve uno stipendio cospicuo, che dovrebbe rispettare le leggi e magari dare anche il buon esempio, ha due o addirittura tre incarichi contemporanei, nessuno protesta.
Come mai, ci chiediamo in questa inchiesta esclusiva, per una parte le regole valgono e per un’altra no?”.

Fonte:Liberonews

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Al primo posto tra i doppioincarichisti, la Lega Nord, quelli del grido di battaglia "Roma ladrona", sì proprio loro. E più in generale c'è chi non si accontenta della seconda poltrona in un Ente locale: 8 parlamentari ne hanno tre. Di' la tua


Siedono su uno scranno in Parlamento, ma ricoprono anche incarichi a livello locale. Si tratta di 122 parlamentari, 81 deputati e 41 senatori, il 12,9% del totale. È quanto rivela un’inchiesta esclusiva pubblicata dal settimanale "Il Punto". In particolare, i presidenti di giunta provinciale sono 9, i consiglieri provinciali 16, i sindaci 35, i vice sindaci 4, gli assessori comunali 7 e infine i consiglieri comunali 55.

E le sorprese non mancano. In barba al loro grido di battaglia "Roma ladrona", sarebbero proprio i leghisti i più numerosi specialisti del doppio incarico. Secondo i dati elaborati dal settimanale, a guidare la classifica dei partiti con più deputati e senatori impegnati anche a livello locale è infatti proprio la Lega Nord: su 86 parlamentari leghisti, ben 38 sono amministratori comunali o provinciali (pari al 42,2%). Seguono l’Udc con il 17,6%, il Pdl con il 12,1%, il gruppo misto con il 9,1%, il Pd con il 5,9% e l’Idv con il 5,5%.

E c'è chi fa peggio, ovvero chi non si accontenta del “secondo lavoro”: 8 parlamentari hanno addirittura tre potrone. Di questi, 4 onorevoli sono stati eletti in Parlamento e hanno anche due incarichi in Enti locali: sono Antonello Iannarilli (Pdl), Giovanni Fava (Lega Nord), Cesare Marini (Pd) e Cesare Monti (Lega Nord). Altri 4, invece, occupano uno scranno nelle aule parlamentari, oltre a uno in un Ente locale e un altro al governo: sono Altero Matteoli (Pdl), Mario Mantovani (Pdl), Paolo Romani (Pdl) e Daniele Molgora (Lega Nord). Proprio a questi quattro parlamentari, il settimanale Il Punto dedica la copertina del prossimo numero con il titolo “Li chiamavano trinità”.

“In Italia, se un dipendente pubblico con famiglia monoreddito, figli a carico e magari l’affitto o il mutuo da pagare, si trova un secondo lavoro”, ha commentato Alessandro Cicero, direttore editoriale de Il Punto, “viene giustamente punito ai termini della legge vigente. Viceversa, se un qualsiasi parlamentare, che riceve uno stipendio cospicuo, che dovrebbe rispettare le leggi e magari dare anche il buon esempio, ha due o addirittura tre incarichi contemporanei, nessuno protesta.
Come mai, ci chiediamo in questa inchiesta esclusiva, per una parte le regole valgono e per un’altra no?”.

Fonte:Liberonews

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Comunicato sito nazionale in manutenzione


Il sito nazionale http://www.partitodelsud.it/ e' attualmente in manutenzione, ci stiamo lavorando per averlo nuovo tra un mese circa, aggiornato e aggiornabile.


Nel frattempo facciamo riferimento al blog nazionale, che in due anni e' diventato di gran lunga il sito piu' visitato tra tutti quelli meridionalisti con ca. 400-500 visitatori unici al giorno e ca. 200.000 visite in soli 2 anni e sul quale è già on line il nuovo statuto, vi ricordo l'indirizzo che è:http://partitodelsud.blogspot.com dove giornalmente potete trovare ogni notizia che ci riguarda.
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Il sito nazionale http://www.partitodelsud.it/ e' attualmente in manutenzione, ci stiamo lavorando per averlo nuovo tra un mese circa, aggiornato e aggiornabile.


Nel frattempo facciamo riferimento al blog nazionale, che in due anni e' diventato di gran lunga il sito piu' visitato tra tutti quelli meridionalisti con ca. 400-500 visitatori unici al giorno e ca. 200.000 visite in soli 2 anni e sul quale è già on line il nuovo statuto, vi ricordo l'indirizzo che è:http://partitodelsud.blogspot.com dove giornalmente potete trovare ogni notizia che ci riguarda.

Saviano, la nuova mafia invincibile


di Roberto Saviano

Il potere della 'ndrangheta calabrese cresce. Il pm Gratteri lo analizza e offre soluzioni per combatterlo. Mentre il governo non ha una strategia. E studia leggi a vantaggio dei padrini


'Le mafie sono presenti dove c'è da gestire denaro e potere'. Con queste poche e semplici parole Nicola Gratteri ricorda che nessuno, in nessun angolo del mondo, può sentirsi al riparo dal problema mafia.

'La malapianta' è una conversazione fra due calabresi in prima linea contro le 'ndrine. Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, e Antonio Nicaso che vive in Canada - dove l'ho conosciuto - a oltre 12 ore di volo da chi non gli ha perdonato le sue parole di denuncia. Gratteri e Nicaso, separati da un oceano, uniti dalla conoscenza del fenomeno che li ha divisi, rispondono alle domande più frequenti poste a chi si occupa di criminalità organizzata. Come mai della 'ndrangheta si sa così poco? Com'è possibile che un'organizzazione che ha le sue radici nel cuore di pietra dell'Aspromonte abbia un fatturato annuo così alto? Com'è possibile che la politica abbia fatto e continui a fare così poco per porre argine alla piaga della criminalità in Calabria? E come mai quando si parla di infiltrazioni mafiose nelle regioni del Nord, invece di affrontare il problema, la politica si indigna per negare o minimizzare?

La malapianta ha una forma strana, paradossale. I suoi rami arrivano ovunque, ma sono più invisibili delle radici. È un'organizzazione radicata nella parte più povera d'Italia e al tempo stesso una holding che tratta direttamente con i cartelli colombiani: gestisce l'importazione di cocaina praticamente in tutta Europa, con aperture anche nei mercati asiatici e africani. Eppure in Calabria la 'ndrangheta, pur muovendo ingenti capitali, non ha quasi mai fatto investimenti o li ha fatti dove non vanno a beneficio dei suoi compaesani.

La malapianta è un organismo anomalo che non arricchisce e non porta ossigeno. Desertifica, anzi, la terra in cui è conficcata. Perché ogni euro regalato al territorio è avvertito come denaro perso, come obolo dato in beneficenza. Denaro che non frutta. Così la pensa chi domina la propria terra, sia in Calabria che in Campania.


E il dolo è evidente, ma tanto antico da sembrare legge di natura. Già dalla fine dell'Ottocento - precisamente dal 1869, quando le amministrative a Reggio Calabria furono completamente falsate dall'uso della violenza da parte di un'organizzazione criminale che muoveva i suoi primi passi spavaldi - era chiaro che in Calabria ci fosse un potere enorme, illegale e incontrollabile. Ma nell'ultimo secolo e mezzo, la 'ndrangheta è cresciuta a livelli esponenziali, passando dai capitali accumulati con i sequestri di persona alla presenza dei propri broker in Colombia. È divenuta intermediaria privilegiata fra i maggiori produttori di coca e le mafie più longeve, partner di massima fiducia dei narcos.

Questo è il reale, enorme potere della criminalità calabrese che del suo mostrarsi povera e arretrata ha fatto un punto di forza. La 'ndrangheta ha goduto per decenni di un silenzio quasi totale perché percepita come la sorella stracciona di mafia e camorra, priva di alcun fascino per cinema e letteratura. In questo modo le vicende che l'hanno riguardata sono sempre state riportate a margine della cronaca locale, persino più di quanto sia accaduto con la camorra. E se non fosse stato per la strage di Duisburg, nell'estate del 2007, quelle storie sarebbero rimaste appannaggio dei pochi in grado di recepirle e interpretarle. La malapianta sarebbe rimasta invisibile al resto d'Italia e del mondo. Del resto, il suo massimo interesse non è mai stato quello di condizionare palesemente la politica e l'economia nazionale, ma operare in maniera sotterranea, senza far rumore, e così gestire appalti e subappalti. Con gli ingenti capitali di cui dispone, infiltrarsi e corrompere è diventato facilissimo. Al punto che per la 'ndrangheta il problema principale, adesso, non è accumulare denaro, quanto piuttosto trovare nuovi modi per giustificare e reinvestire la propria ricchezza. E se un tempo gli affiliati erano considerati uomini rozzi, abitanti di paesi dimenticati, oggi sono laureati, occupano posizioni di potere e gestiscono la cosa pubblica. Gli anni '70 hanno costituito un punto di svolta in questa evoluzione. Allora venne creata 'la Santa' i cui componenti sono 'ndranghetisti e massoni deviati, col risultato che allo stesso tavolo ora siedono criminali, professionisti, imprenditori e dirigenti. Ma la conversazione tra Gratteri e Nicaso non si limita a compilare una storia puntuale della 'ndrangheta, propone piuttosto soluzioni e strategie che i governi dovrebbero adottare per contrastare o cercare di arginare i danni prodotti dall'espansione dei gruppi calabresi.

Quel che emerge con chiarezza da questo libro è soprattutto ciò che manca: la volontà programmatica, coordinata a livello centrale, di debellare le 'ndrine. Del resto, con i suoi 44 miliardi di euro di fatturato annuo, la 'ndrangheta - come le altre organizzazioni criminali - è una delle aziende più floride d'Italia. Tagliarle le gambe, almeno in una prima fase, equivarrebbe a interferire capillarmente sul già debole assetto economico dell'intero paese.

E ai provvedimenti che rappresentano passi in avanti per contrastare la criminalità, - come l'abolizione del patteggiamento in appello, il sequestro e la confisca dei beni appartenenti agli affiliati - se ne affiancano altri che sono altrettanti passi indietro. Le proposte di legge sulle intercettazioni e sul processo breve renderebbero più oneroso e quasi impossibile procedere contro le mafie in maniera sistematica. Di un disegno che vada oltre, che miri a sradicare la malapianta proliferante sul terreno dell'economia e innestata nella politica, ancora non c'è traccia. Nemmeno l'ombra di modifiche normative che facciano diventare sconveniente aderire alle organizzazioni criminali. E nel caso delle 'ndrine, questa è un'impresa particolarmente difficile, perché essere 'ndranghetista, ancor più che camorrista o mafioso, significa abbracciare una sorta di credo religioso. Alla convenienza economica si aggiunge, quindi, il plusvalore mistico. Su chi decide di intraprendere la carriera criminale in Calabria, secondo Nicola Gratteri, non possono aver presa discorsi etici e morali. Solo la prova tangibile del detto sempre smentito che 'il crimine non paga', potrebbe contribuire a smontare il mito: certezza della pena, confisca dei beni e congelamento dei capitali. Quando la linfa è sangue e il raccolto è denaro, non basta tagliuzzare qualche ramoscello per avere la meglio sulla malapianta. Si rischia, anzi, che quell'azione somigli a una potatura che la fa crescere con ancora più vigore.

2010 Roberto Saviano
Agenzia Santachiara

Fonte:L'Espresso
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di Roberto Saviano

Il potere della 'ndrangheta calabrese cresce. Il pm Gratteri lo analizza e offre soluzioni per combatterlo. Mentre il governo non ha una strategia. E studia leggi a vantaggio dei padrini


'Le mafie sono presenti dove c'è da gestire denaro e potere'. Con queste poche e semplici parole Nicola Gratteri ricorda che nessuno, in nessun angolo del mondo, può sentirsi al riparo dal problema mafia.

'La malapianta' è una conversazione fra due calabresi in prima linea contro le 'ndrine. Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, e Antonio Nicaso che vive in Canada - dove l'ho conosciuto - a oltre 12 ore di volo da chi non gli ha perdonato le sue parole di denuncia. Gratteri e Nicaso, separati da un oceano, uniti dalla conoscenza del fenomeno che li ha divisi, rispondono alle domande più frequenti poste a chi si occupa di criminalità organizzata. Come mai della 'ndrangheta si sa così poco? Com'è possibile che un'organizzazione che ha le sue radici nel cuore di pietra dell'Aspromonte abbia un fatturato annuo così alto? Com'è possibile che la politica abbia fatto e continui a fare così poco per porre argine alla piaga della criminalità in Calabria? E come mai quando si parla di infiltrazioni mafiose nelle regioni del Nord, invece di affrontare il problema, la politica si indigna per negare o minimizzare?

La malapianta ha una forma strana, paradossale. I suoi rami arrivano ovunque, ma sono più invisibili delle radici. È un'organizzazione radicata nella parte più povera d'Italia e al tempo stesso una holding che tratta direttamente con i cartelli colombiani: gestisce l'importazione di cocaina praticamente in tutta Europa, con aperture anche nei mercati asiatici e africani. Eppure in Calabria la 'ndrangheta, pur muovendo ingenti capitali, non ha quasi mai fatto investimenti o li ha fatti dove non vanno a beneficio dei suoi compaesani.

La malapianta è un organismo anomalo che non arricchisce e non porta ossigeno. Desertifica, anzi, la terra in cui è conficcata. Perché ogni euro regalato al territorio è avvertito come denaro perso, come obolo dato in beneficenza. Denaro che non frutta. Così la pensa chi domina la propria terra, sia in Calabria che in Campania.


E il dolo è evidente, ma tanto antico da sembrare legge di natura. Già dalla fine dell'Ottocento - precisamente dal 1869, quando le amministrative a Reggio Calabria furono completamente falsate dall'uso della violenza da parte di un'organizzazione criminale che muoveva i suoi primi passi spavaldi - era chiaro che in Calabria ci fosse un potere enorme, illegale e incontrollabile. Ma nell'ultimo secolo e mezzo, la 'ndrangheta è cresciuta a livelli esponenziali, passando dai capitali accumulati con i sequestri di persona alla presenza dei propri broker in Colombia. È divenuta intermediaria privilegiata fra i maggiori produttori di coca e le mafie più longeve, partner di massima fiducia dei narcos.

Questo è il reale, enorme potere della criminalità calabrese che del suo mostrarsi povera e arretrata ha fatto un punto di forza. La 'ndrangheta ha goduto per decenni di un silenzio quasi totale perché percepita come la sorella stracciona di mafia e camorra, priva di alcun fascino per cinema e letteratura. In questo modo le vicende che l'hanno riguardata sono sempre state riportate a margine della cronaca locale, persino più di quanto sia accaduto con la camorra. E se non fosse stato per la strage di Duisburg, nell'estate del 2007, quelle storie sarebbero rimaste appannaggio dei pochi in grado di recepirle e interpretarle. La malapianta sarebbe rimasta invisibile al resto d'Italia e del mondo. Del resto, il suo massimo interesse non è mai stato quello di condizionare palesemente la politica e l'economia nazionale, ma operare in maniera sotterranea, senza far rumore, e così gestire appalti e subappalti. Con gli ingenti capitali di cui dispone, infiltrarsi e corrompere è diventato facilissimo. Al punto che per la 'ndrangheta il problema principale, adesso, non è accumulare denaro, quanto piuttosto trovare nuovi modi per giustificare e reinvestire la propria ricchezza. E se un tempo gli affiliati erano considerati uomini rozzi, abitanti di paesi dimenticati, oggi sono laureati, occupano posizioni di potere e gestiscono la cosa pubblica. Gli anni '70 hanno costituito un punto di svolta in questa evoluzione. Allora venne creata 'la Santa' i cui componenti sono 'ndranghetisti e massoni deviati, col risultato che allo stesso tavolo ora siedono criminali, professionisti, imprenditori e dirigenti. Ma la conversazione tra Gratteri e Nicaso non si limita a compilare una storia puntuale della 'ndrangheta, propone piuttosto soluzioni e strategie che i governi dovrebbero adottare per contrastare o cercare di arginare i danni prodotti dall'espansione dei gruppi calabresi.

Quel che emerge con chiarezza da questo libro è soprattutto ciò che manca: la volontà programmatica, coordinata a livello centrale, di debellare le 'ndrine. Del resto, con i suoi 44 miliardi di euro di fatturato annuo, la 'ndrangheta - come le altre organizzazioni criminali - è una delle aziende più floride d'Italia. Tagliarle le gambe, almeno in una prima fase, equivarrebbe a interferire capillarmente sul già debole assetto economico dell'intero paese.

E ai provvedimenti che rappresentano passi in avanti per contrastare la criminalità, - come l'abolizione del patteggiamento in appello, il sequestro e la confisca dei beni appartenenti agli affiliati - se ne affiancano altri che sono altrettanti passi indietro. Le proposte di legge sulle intercettazioni e sul processo breve renderebbero più oneroso e quasi impossibile procedere contro le mafie in maniera sistematica. Di un disegno che vada oltre, che miri a sradicare la malapianta proliferante sul terreno dell'economia e innestata nella politica, ancora non c'è traccia. Nemmeno l'ombra di modifiche normative che facciano diventare sconveniente aderire alle organizzazioni criminali. E nel caso delle 'ndrine, questa è un'impresa particolarmente difficile, perché essere 'ndranghetista, ancor più che camorrista o mafioso, significa abbracciare una sorta di credo religioso. Alla convenienza economica si aggiunge, quindi, il plusvalore mistico. Su chi decide di intraprendere la carriera criminale in Calabria, secondo Nicola Gratteri, non possono aver presa discorsi etici e morali. Solo la prova tangibile del detto sempre smentito che 'il crimine non paga', potrebbe contribuire a smontare il mito: certezza della pena, confisca dei beni e congelamento dei capitali. Quando la linfa è sangue e il raccolto è denaro, non basta tagliuzzare qualche ramoscello per avere la meglio sulla malapianta. Si rischia, anzi, che quell'azione somigli a una potatura che la fa crescere con ancora più vigore.

2010 Roberto Saviano
Agenzia Santachiara

Fonte:L'Espresso
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lunedì 15 marzo 2010

Sabato 13 marzo 2010: Il Partito del Sud a Piazza del Popolo


http://www.youtube.com/watch?v=axw13Oy77oU

Il partito del Sud, con la sezione di Gaeta, ha partecipato alla manifestazione contro il Governo del Nord a piazza del Popolo a Roma a difesa della democrazia repubblicana e della costituzione, contro il decreto salvaliste emanato per far includere il Partito del Ladri alle elezioni regionali del Lazio
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http://www.youtube.com/watch?v=axw13Oy77oU

Il partito del Sud, con la sezione di Gaeta, ha partecipato alla manifestazione contro il Governo del Nord a piazza del Popolo a Roma a difesa della democrazia repubblicana e della costituzione, contro il decreto salvaliste emanato per far includere il Partito del Ladri alle elezioni regionali del Lazio

Obama chiede alla Cina di rivalutare lo Yuan

C’è preoccupazione nel mondo finanziario occidentale per la fiammata inflattiva in Cina. I prezzi al consumo sono aumentati in febbraio del 2,7% dopo la crescita registrata a gennaio dell’1,5%. L’economia di Pechino dà segni di forte ripresa con la produzione industriale aumentata nei primi due mesi di quest’anno del 20,7%, mentre i sussidi di disoccupazione sono diminuiti seppur lievemente di 6.000 unità. Il rischio è che il forte aumento dei prezzi possa indurre Pechino ad aumentare i tassi di interesse, il che avrebbe riflessi negativi sulle economie occidentali alle prese con i problemi della ripresa economica.

yuan-dollar-3_42
La moneta cinese ulteriormente deprezzata renderebbe ulteriormente competitive le merci favorendo l’export e svuotando gli immensi depositi di merci invendute cinesi bloccate dalla crisi mondiale.

Il Presidente americano Barack Obama sta premendo sul governo di Pechino chiedendo una rivalutazione dello Yuan che lo riporti ad un tasso di cambio più orientato al mercato, una condizione considerata essenziale per permettere una crescita bilanciata delle economie mondiali.

In sostanza l’amministrazione Usa accusa Pechino di tenere artificialmente basso il tasso di cambio della moneta cinese per favorire il suo export. Non si tratta solo di una discussione teorica. La pressione della amministrazione Usa è estremamente concreta tanto che il prossimo 15 Aprile il Dipartimento del Tesoro americano presenterà il suo rapporto biennale in cui la Cina potrebbe essere definita come “Nazione manipolatrice di valute” .

“ Il 95% dei consumatori mondiali - afferma Obama - è fuori dai confini americani, e noi dobbiamo competere per questi consumatori perché altri Paesi lo fanno. Non possiamo rimanere in panchina – conclude il Presidente Usa- non possiamo tornare ad una economia basata su bolle passeggere e speculazione rampante”.

Le critiche americane hanno avuto immediata risposta dalle autorità di Pechino. Il vicegovernatore della Banca centrale cinese Su Ning nega che un tasso di cambio dello Yuan più forte possa ridurre il surplus commerciale cinese, e rilancia invitando gli Usa a lavorare per aumentare le proprie esportazioni , invece che accusare altri Paesi. “Abbiamo sempre rifiutato la politicizzazione del tasso di cambio dello Yuan, conclude il banchiere cinese, e non abbiamo mai pensato che un Paese debba chiedere aiuto ad un altro Paese per risolvere i suoi problemi”.


Fonte:Reportonline

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C’è preoccupazione nel mondo finanziario occidentale per la fiammata inflattiva in Cina. I prezzi al consumo sono aumentati in febbraio del 2,7% dopo la crescita registrata a gennaio dell’1,5%. L’economia di Pechino dà segni di forte ripresa con la produzione industriale aumentata nei primi due mesi di quest’anno del 20,7%, mentre i sussidi di disoccupazione sono diminuiti seppur lievemente di 6.000 unità. Il rischio è che il forte aumento dei prezzi possa indurre Pechino ad aumentare i tassi di interesse, il che avrebbe riflessi negativi sulle economie occidentali alle prese con i problemi della ripresa economica.

yuan-dollar-3_42
La moneta cinese ulteriormente deprezzata renderebbe ulteriormente competitive le merci favorendo l’export e svuotando gli immensi depositi di merci invendute cinesi bloccate dalla crisi mondiale.

Il Presidente americano Barack Obama sta premendo sul governo di Pechino chiedendo una rivalutazione dello Yuan che lo riporti ad un tasso di cambio più orientato al mercato, una condizione considerata essenziale per permettere una crescita bilanciata delle economie mondiali.

In sostanza l’amministrazione Usa accusa Pechino di tenere artificialmente basso il tasso di cambio della moneta cinese per favorire il suo export. Non si tratta solo di una discussione teorica. La pressione della amministrazione Usa è estremamente concreta tanto che il prossimo 15 Aprile il Dipartimento del Tesoro americano presenterà il suo rapporto biennale in cui la Cina potrebbe essere definita come “Nazione manipolatrice di valute” .

“ Il 95% dei consumatori mondiali - afferma Obama - è fuori dai confini americani, e noi dobbiamo competere per questi consumatori perché altri Paesi lo fanno. Non possiamo rimanere in panchina – conclude il Presidente Usa- non possiamo tornare ad una economia basata su bolle passeggere e speculazione rampante”.

Le critiche americane hanno avuto immediata risposta dalle autorità di Pechino. Il vicegovernatore della Banca centrale cinese Su Ning nega che un tasso di cambio dello Yuan più forte possa ridurre il surplus commerciale cinese, e rilancia invitando gli Usa a lavorare per aumentare le proprie esportazioni , invece che accusare altri Paesi. “Abbiamo sempre rifiutato la politicizzazione del tasso di cambio dello Yuan, conclude il banchiere cinese, e non abbiamo mai pensato che un Paese debba chiedere aiuto ad un altro Paese per risolvere i suoi problemi”.


Fonte:Reportonline

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LA VELA DI PROTESTA DELLA RETE DEI CITTADINI !



http://www.youtube.com/watch?v=ng-C8sdIYBY

La RETE DEI CITTADINI scende in piazza per fare informazione corretta: "le candidate nel Lazio non sono solo due Bonino e Polverini , ma TRE ! c'è anche MARZIA MARZOLI .... nessuno ve lo dice, perchè???" la par condicio in Italia è un utopia... ma sopratutto hanno "paura" di noi !!!
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http://www.youtube.com/watch?v=ng-C8sdIYBY

La RETE DEI CITTADINI scende in piazza per fare informazione corretta: "le candidate nel Lazio non sono solo due Bonino e Polverini , ma TRE ! c'è anche MARZIA MARZOLI .... nessuno ve lo dice, perchè???" la par condicio in Italia è un utopia... ma sopratutto hanno "paura" di noi !!!

Armi nucleari Usa in Italia: che fare?


Di Natalino Ronzitti , professore ordinario di Diritto Internazionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Luiss “Guido Carli” di Roma e consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali.



Recentemente si è riacceso il dibattito sulle armi nucleari in Europa, peraltro mai sopito. Esso è stato preceduto dal proposito annunciato, lo scorso anno a Praga, dal Presidente Obama di pervenire a un mondo senza armi nucleari, cui ha fatto seguito l’approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di un’apposita risoluzione (n.1887 del 2009). Imminente è poi la Conferenza di riesame del Trattato di non proliferazione (Tnp), che avrà luogo il prossimo maggio.

In questo fervore di iniziative si colloca sullo sfondo, ma non tanto, la proposta del governo di coalizione tedesca di rimuovere le armi atomiche attualmente esistenti in Germania. Ad assumere la leadership per l’eliminazione delle armi nucleari in Europa sono poi stati i paesi del Benelux, primo fra tutti il Belgio, sostenuti dalla Norvegia, che tuttavia non ospita armi nucleari sul suo territorio.

Italia a rischio isolamento
Secondo gli analisti esistono attualmente circa 200 armi nucleari tattiche americane in Europa. Francia e Regno Unito hanno il loro autonomo deterrente nucleare. Le armi nucleari americane sono stazionate in cinque paesi Nato: Belgio, Germania, Italia (che a quanto pare ne avrebbe un numero cospicuo nelle due basi di Aviano e Ghedi Torre), Olanda e Turchia.

Il dibattito sul destino del deterrente nucleare americano è particolarmente vivace in Belgio, Olanda e Germania, mentre è quasi completamente assente in Italia, dove il governo non ha ancora preso posizione, neppure in vista della Conferenza di riesame del Tnp. Evidentemente l’Italia non vuole scoprire le carte prima che la questione nucleare sia stata affrontata e decisa con gli alleati. Ma così rischia di rimanere isolata sulla scena europea e si preclude la possibilità di influenzare il dibattito in corso. L’unico paese ad aver assunto la stessa posizione dell’Italia fino ad ora è la Turchia, che in quanto vicina dell’Iran, ha interessi strategici diversi da quelli dell’Italia.

Deterrenza di nuova generazione
La posizione tedesca è stata aspramente criticata (e sbeffeggiata) da Lord Robertson, già ministro britannico degli affari esteri e segretario generale della Nato, che preferirebbe un dibattito tra esperti e diplomatici, piuttosto che una discussione pubblica. Secondo Robertson, la Germania vorrebbe restare sotto l’ombrello nucleare americano e trasferire ad altri paesi europei le armi atomiche americane presenti nel suo territorio. In realtà il governo di coalizione tedesco, segnatamente il suo ministro degli esteri liberale, Guido Westervelle, hanno ipotizzato uno scenario diverso, che prefigura, contestualmente alla graduale rimozione di armi nucleari non strategiche dal territorio europeo, l’avvio di un’incisiva iniziativa negoziale nei confronti della Russia affinché riduca significativamente il numero delle sue armi nucleari.

La deterrenza ha giocato un ruolo insostituibile durante tutto l’arco della Guerra fredda, e ha assicurato la sopravvivenza delle democrazie in Europa occidentale. Ma tale epoca è tramontata. Oggi le domande principali sono due:
- La deterrenza può essere assicurata solo dall’arma nucleare, oppure si può far affidamento sui nuovi ordigni convenzionali (prompt global strike), attualmente allo studio negli Stati Uniti, evitando il rischio di far scattare un conflitto nucleare?
- Le armi nucleari tattiche attualmente schierate in Europa non assicurano la deterrenza, poiché sono completamente superate e i tempi di reazione sono troppo lunghi: si sostituiscono con ordigni moderni ed efficienti o si eliminano?

Questioni aperte
Gli Stati Uniti sono impegnati a definire la nuova nuclear posture review e la Nato il nuovo concetto strategico. Nel dibattito sarebbe opportuno che rientrassero anche due questioni centrali: se adottare per le armi nucleari una politica di “no first use”, opzione finora avversata dagli Stati Uniti; e se sia lecito o meno reagire con armi nucleari ad un eventuale attacco chimico o biologico. Ma contro chi? Contro un gruppo terroristico? In questo caso le armi nucleari non costituiscono un deterrente, e colpire un attore non statale con armi nucleari significherebbe provocare una catastrofe.

Piuttosto vale la pena evocare nel dibattito alcuni argomenti che sono generalmente trascurati.
Il primo riguarda le garanzie di sicurezza negative, cioè l’obbligo di non usare l’arma nucleare contro uno Stato non nucleare membro del Tnp. Tali garanzie vengono meno, qualora l’attacco, anche se convenzionale, sia sferrato in associazione con uno Stato nucleare. È il caso di riconsiderarle?

Il secondo riguarda l’obbligo di uno stato non nucleare, membro del Tnp, di non possedere o ricevere armi nucleari. Per aggirare l’ostacolo è stato escogitato il sistema della doppia chiave. L’ordigno nucleare può essere impiegato dallo Stato nucleare, purché non vi sia l’opposizione dello Stato non nucleare sul cui territorio le armi sono stanziate. Ma siamo sicuri che questo sistema non finisca per tradire lo scopo e l’oggetto del Tnp, specialmente quando le armi atomiche potrebbero essere usate solo se imbarcate su tornado italiani, come accade per quelle presenti nella base di Aviano?

Il terzo punto da discutere riguarda l’applicazione del diritto internazionale umanitario. La Corte internazionale di giustizia, nel parere del 1996 sulle armi nucleari, ha affermato che il loro uso è contrario al diritto internazionale umanitario. L’Italia ha ratificato tutti i più importanti strumenti di diritto umanitario, ma, avendo sul proprio suolo armi nucleari, è stata costretta a effettuare una dichiarazione secondo cui il protocollo addizionale alle Convenzioni di Ginevra non si applica alle armi nucleari. La dichiarazione dovrebbe essere revocata: si darebbe così anche un contributo alla prossima Conferenza di riesame del Tnp.

Sciogliere il nodo gordiano
In conclusione le armi nucleari tattiche che stazionano sul territorio italiano sono inutili e l’Italia dovrebbe unirsi alla Germania e agli altri paesi continentali che ne chiedono una rimozione, tranne che non voglia invece chiederne un ammodernamento. Questa seconda opzione, oltre che controcorrente, non sarebbe in sintonia con alcuni recenti atti della politica estera italiana, come il Trattato italo-libico del 2008, che all’art. 21 impegna i due paesi a fare del Mediterraneo una regione priva di armi di distruzione di massa. Non si può, in ogni caso, rimanere inerti in attesa che il nodo gordiano sia sciolto da altri. La rimozione delle armi nucleari tattiche, quantunque di scarso valore negoziale, dovrebbe andare di pari passo con l’apertura di una trattativa con la Russia per la riduzione delle sue armi nucleari di teatro.

È immaginabile lo scenario di un’Europa priva di deterrenza e in balia di un potenziale aggressore? Restano le garanzie Nato, ma occorre anche pensare alle prospettive aperte dal Trattato di Lisbona e al fatto che due membri Ue - Francia e Gran Bretagna - sono dotati di armi nucleari che stazionano sui loro territori. Il Trattato di Lisbona ha trasformato la solidarietà tra i paesi membri in un patto di difesa collettiva, con l’obbligo di venire in soccorso dello stato aggredito. Quale ruolo potrebbe giocare il deterrente anglo-francese a protezione degli Stati europei? È un argomento di cui si dovrebbe quanto meno cominciare a discutere.

Fonte:AffarInternazionali
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Di Natalino Ronzitti , professore ordinario di Diritto Internazionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Luiss “Guido Carli” di Roma e consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali.



Recentemente si è riacceso il dibattito sulle armi nucleari in Europa, peraltro mai sopito. Esso è stato preceduto dal proposito annunciato, lo scorso anno a Praga, dal Presidente Obama di pervenire a un mondo senza armi nucleari, cui ha fatto seguito l’approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di un’apposita risoluzione (n.1887 del 2009). Imminente è poi la Conferenza di riesame del Trattato di non proliferazione (Tnp), che avrà luogo il prossimo maggio.

In questo fervore di iniziative si colloca sullo sfondo, ma non tanto, la proposta del governo di coalizione tedesca di rimuovere le armi atomiche attualmente esistenti in Germania. Ad assumere la leadership per l’eliminazione delle armi nucleari in Europa sono poi stati i paesi del Benelux, primo fra tutti il Belgio, sostenuti dalla Norvegia, che tuttavia non ospita armi nucleari sul suo territorio.

Italia a rischio isolamento
Secondo gli analisti esistono attualmente circa 200 armi nucleari tattiche americane in Europa. Francia e Regno Unito hanno il loro autonomo deterrente nucleare. Le armi nucleari americane sono stazionate in cinque paesi Nato: Belgio, Germania, Italia (che a quanto pare ne avrebbe un numero cospicuo nelle due basi di Aviano e Ghedi Torre), Olanda e Turchia.

Il dibattito sul destino del deterrente nucleare americano è particolarmente vivace in Belgio, Olanda e Germania, mentre è quasi completamente assente in Italia, dove il governo non ha ancora preso posizione, neppure in vista della Conferenza di riesame del Tnp. Evidentemente l’Italia non vuole scoprire le carte prima che la questione nucleare sia stata affrontata e decisa con gli alleati. Ma così rischia di rimanere isolata sulla scena europea e si preclude la possibilità di influenzare il dibattito in corso. L’unico paese ad aver assunto la stessa posizione dell’Italia fino ad ora è la Turchia, che in quanto vicina dell’Iran, ha interessi strategici diversi da quelli dell’Italia.

Deterrenza di nuova generazione
La posizione tedesca è stata aspramente criticata (e sbeffeggiata) da Lord Robertson, già ministro britannico degli affari esteri e segretario generale della Nato, che preferirebbe un dibattito tra esperti e diplomatici, piuttosto che una discussione pubblica. Secondo Robertson, la Germania vorrebbe restare sotto l’ombrello nucleare americano e trasferire ad altri paesi europei le armi atomiche americane presenti nel suo territorio. In realtà il governo di coalizione tedesco, segnatamente il suo ministro degli esteri liberale, Guido Westervelle, hanno ipotizzato uno scenario diverso, che prefigura, contestualmente alla graduale rimozione di armi nucleari non strategiche dal territorio europeo, l’avvio di un’incisiva iniziativa negoziale nei confronti della Russia affinché riduca significativamente il numero delle sue armi nucleari.

La deterrenza ha giocato un ruolo insostituibile durante tutto l’arco della Guerra fredda, e ha assicurato la sopravvivenza delle democrazie in Europa occidentale. Ma tale epoca è tramontata. Oggi le domande principali sono due:
- La deterrenza può essere assicurata solo dall’arma nucleare, oppure si può far affidamento sui nuovi ordigni convenzionali (prompt global strike), attualmente allo studio negli Stati Uniti, evitando il rischio di far scattare un conflitto nucleare?
- Le armi nucleari tattiche attualmente schierate in Europa non assicurano la deterrenza, poiché sono completamente superate e i tempi di reazione sono troppo lunghi: si sostituiscono con ordigni moderni ed efficienti o si eliminano?

Questioni aperte
Gli Stati Uniti sono impegnati a definire la nuova nuclear posture review e la Nato il nuovo concetto strategico. Nel dibattito sarebbe opportuno che rientrassero anche due questioni centrali: se adottare per le armi nucleari una politica di “no first use”, opzione finora avversata dagli Stati Uniti; e se sia lecito o meno reagire con armi nucleari ad un eventuale attacco chimico o biologico. Ma contro chi? Contro un gruppo terroristico? In questo caso le armi nucleari non costituiscono un deterrente, e colpire un attore non statale con armi nucleari significherebbe provocare una catastrofe.

Piuttosto vale la pena evocare nel dibattito alcuni argomenti che sono generalmente trascurati.
Il primo riguarda le garanzie di sicurezza negative, cioè l’obbligo di non usare l’arma nucleare contro uno Stato non nucleare membro del Tnp. Tali garanzie vengono meno, qualora l’attacco, anche se convenzionale, sia sferrato in associazione con uno Stato nucleare. È il caso di riconsiderarle?

Il secondo riguarda l’obbligo di uno stato non nucleare, membro del Tnp, di non possedere o ricevere armi nucleari. Per aggirare l’ostacolo è stato escogitato il sistema della doppia chiave. L’ordigno nucleare può essere impiegato dallo Stato nucleare, purché non vi sia l’opposizione dello Stato non nucleare sul cui territorio le armi sono stanziate. Ma siamo sicuri che questo sistema non finisca per tradire lo scopo e l’oggetto del Tnp, specialmente quando le armi atomiche potrebbero essere usate solo se imbarcate su tornado italiani, come accade per quelle presenti nella base di Aviano?

Il terzo punto da discutere riguarda l’applicazione del diritto internazionale umanitario. La Corte internazionale di giustizia, nel parere del 1996 sulle armi nucleari, ha affermato che il loro uso è contrario al diritto internazionale umanitario. L’Italia ha ratificato tutti i più importanti strumenti di diritto umanitario, ma, avendo sul proprio suolo armi nucleari, è stata costretta a effettuare una dichiarazione secondo cui il protocollo addizionale alle Convenzioni di Ginevra non si applica alle armi nucleari. La dichiarazione dovrebbe essere revocata: si darebbe così anche un contributo alla prossima Conferenza di riesame del Tnp.

Sciogliere il nodo gordiano
In conclusione le armi nucleari tattiche che stazionano sul territorio italiano sono inutili e l’Italia dovrebbe unirsi alla Germania e agli altri paesi continentali che ne chiedono una rimozione, tranne che non voglia invece chiederne un ammodernamento. Questa seconda opzione, oltre che controcorrente, non sarebbe in sintonia con alcuni recenti atti della politica estera italiana, come il Trattato italo-libico del 2008, che all’art. 21 impegna i due paesi a fare del Mediterraneo una regione priva di armi di distruzione di massa. Non si può, in ogni caso, rimanere inerti in attesa che il nodo gordiano sia sciolto da altri. La rimozione delle armi nucleari tattiche, quantunque di scarso valore negoziale, dovrebbe andare di pari passo con l’apertura di una trattativa con la Russia per la riduzione delle sue armi nucleari di teatro.

È immaginabile lo scenario di un’Europa priva di deterrenza e in balia di un potenziale aggressore? Restano le garanzie Nato, ma occorre anche pensare alle prospettive aperte dal Trattato di Lisbona e al fatto che due membri Ue - Francia e Gran Bretagna - sono dotati di armi nucleari che stazionano sui loro territori. Il Trattato di Lisbona ha trasformato la solidarietà tra i paesi membri in un patto di difesa collettiva, con l’obbligo di venire in soccorso dello stato aggredito. Quale ruolo potrebbe giocare il deterrente anglo-francese a protezione degli Stati europei? È un argomento di cui si dovrebbe quanto meno cominciare a discutere.

Fonte:AffarInternazionali
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domenica 14 marzo 2010

INDIPENDENZA ENERGETICA


Intervista a Dario Tamburrano (ASPO-Italia) pubblicata in due puntate (1 e 2 ) sul blog di VerdeNero.it il 26 ed il 27 gennaio 2009

Si è tornato a parlare in questi giorni di indipendenza energetica a causa della crisi del gas tra Russia e Ucraina, ma si tratta ormai di un argomento all'ordine del giorno...

Oggi si parla di gas russo, ma siamo da sempre in potenziale emergenza energetica, fin da quando si è scelto di fare dell'Italia un paese industrializzato senza fare i conti con le fonti energetiche e le risorse minerarie disponibili sul territorio.

Finché dipenderemo dall'estero, un motivo commerciale, bellico, politico o semplicemente di sopravvenuta scarsa disponibilità geologica, ci renderà sempre soggetti a possibili ricatti energetici o a situazioni di sopravvenuta improvvisa scarsità.

Finora, non appena superata l'emergenza di turno, l'argomento della dipendenza energetica è sempre velocemente scomparso dal dibattito pubblico come fosse un tabù affrontare in maniera seria il nodo fondamentale di un modello di sviluppo mal pianificato.

Quando le fonti energetiche attualmente prevalenti diverranno sempre più difficili da reperire, insufficienti se non addirittura esaurite, le dispute tra gli Stati per l'approvvigionamento o per il profitto diverranno quotidiane.

I costi in salita, non sono solo quelli immediati dati dal mercato, ma anche quelli occulti o ritardati, tra cui quelli estrattivi, i costi indiretti del cambiamento climatico, dei conflitti bellici, degli impatti sanitari ed ambientali dell'inquinamento e dell'alterazione degli ecosistemi, ci costringeranno a guardare all'energia in generale in una maniera molto differente da come siamo stati abituati a fare.

Il fatto sorprendente è che la questione dell'indipendenza energetica, non fosse altro almeno per motivi di sicurezza strategici-militari, non sia mai stata seriamente affrontata dal dopoguerra ad oggi. Dopo Enrico Mattei non abbiamo avuto in Italia un personaggio autorevole e capace che avesse una visione lucida e lungimirante dell'approvvigionamento energetico nazionale.

Eppure ogni volta che si parla di indipendenza energetica, vedi la suddetta crisi del gas, si torna a parlare del nucleare. E' stato il caso di Scajola, ministro dello sviluppo economico, che in questi giorni è tornato all'attacco su questo versante. Ma a meno che Scajola o chi per lui non abbiano un giacimento di uranio nel proprio giardino non mi sembra questa la via per risolvere il problema...

Se si tratta solo di scegliere quale sia il padrone dei “rubinetti”, possiamo anche rivolgerci ad altri che non siano le compagnie russe del gas o quelle del petrolio e del carbone... Ma non è questo il modo...

Invece di porre le basi per i mercati del futuro convertendo l'industria pesante nostrana nella produzione di turbine eoliche, di pannelli fotovoltaici e termici, impiegando risorse nella costruzione di centrali solari a concentrazione, osserviamo impotenti al dirottamento di cifre immense per finanziare, o salvare, comparti industriali o servizi anacronistici od insostenibili... si sceglie di far volare aerei vuoti, si incentivano le vendite di veicoli con contenuti tecnologici superati. Si annunciano opere edili immense ed opere grandiose per la viabilità su gomma per un mondo che sta sparendo. Addirittura si ripropone la fissione nucleare...

L'uranio è infatti forse tra i combustibili non rinnovabili quello che comporta le maggiori criticità nella sua gestione, ci sono pochi giacimenti produttivi ed in efficienza, ce n’ é davvero poco nel pianeta... e questo senza entrare nel merito dei costi totali, i rischi del trasporto, dell'errore umano, dell'irrisolto problema della smantellamento delle centrali, dello smaltimento delle scorie, dello stato reale delle tecnologie collaudate...

Tutto questo all'interno di una situazione geopolitica piena di tensioni disseminate...
La scelta nucleare a qualcuno potrebbe convenire, ma è una cosa molto pericolosa...

Si dovrebbe piuttosto riflettere sul fatto che venti anni fa, in seguito al disastro di Chernobyl ed all'esito del referendum sul nucleare del 1986, abbiamo invece perso un'occasione storica, non perché abbiamo abbandonato l'opzione nucleare , ma al contrario perché non è seguita una pianificazione ed una ristrutturazione energetica che potesse evitare l'attuale insostenibile dipendenza dall'estero.

Era il momento migliore per affrontare il problema alla radice e di scegliere per tempo ed in maniera consapevole. La mala informazione, la superficialità, gli interessi particolari e le ideologie hanno impedito, anche ai cittadini, di adottare e chiedere alla politica di legiferare in maniera indipendente e lungimirante.

Abbiamo invece continuato a consumare sempre più energia facendo la fortuna delle compagnie petrolifere nella convinzione che qualche scoperta scientifica rivoluzionaria avrebbe prima o poi messo a tacere quella parte della popolazione che si dimostrava più sensibile al problema.

Un esempio emblematico di come la politica italiana si dimostri inadeguata, si è avuto nel 1992 successivamente all'istituzione di uno specifico prelievo in bolletta destinato allo sviluppo delle fonti rinnovabili. Queste somme, i contributi CIP6 ed ora la giungla normativa dei certificati verdi correlata, rappresentano una sorta di bottino di svariate decine di miliardi di euro dirottato in questi 16 anni per il 90% all'incentivazione dell'incenerimento dei rifiuti e della combustione degli scarti di raffineria, considerate per legge fonti energetiche assimiliate alle rinnovabili.

Un passo avanti e due indietro...

L'Italia, e quindi noi come contribuenti, si è salvata in extremis da una procedura d'infrazione comunitaria già avviata solo perché nel 1997 le fonti assimilate vennero opportunamente escluse dalla destinazione di questi fondi. Ma nel giro di un anno, dapprima lo stesso governo di centro sinistra e poi quello di centro destra, sono tornati gradualmente sui propri passi, fino alla finanziaria recentemente approvata che addirittura aumenta l'importanza dei sussidi energetici alle fonti cosiddette assimilate.

Le passate e future infrazioni comunitarie, il conto energetico, i prelievi ed i costi indiretti di queste scelte sono scaricati, spesso in maniera occulta, sulle spalle della collettività. Ed intanto si parla in televisione di termovalorizzatori e centrali nucleari come l'ultimo e definitivo ritrovato della tecnica...

Non solo ogni mese c'è una novità su qualche scelta sorprendentemente strabica, ma siamo per giunta prigionieri, anche a livello individuale, di norme anacronistiche.

Prendiamo il caso dell'energia solare: attualmente installare un impianto fotovoltaico o termico sul tetto vuoto di un condominio è considerata un'innovazione, è necessaria l'approvazione della maggioranza dei due terzi in sede assembleare condominiale. Cosa che in pratica non accade mai.

Se è il singolo condomino a voler usare a fini di produzione energetica, quella che è considerata proprietà comune, ad impedirlo basta anche uno solo che gli si oppone.

L'innovazione è ostacolata per legge e la proprietà comune, in quanto tale, viene resa improduttiva.

Rimangono inutilizzate superfici tutt'altro che trascurabili e si preclude al 50% circa della popolazione, quella che vive nelle città, l'adozione delle più elementari tecnologie per la produzione di energia rinnovabile.

Tutto ciò è paradossale... la città è uno dei luoghi dove vi è la maggiore richiesta di energia...

Basterebbero a volte solo delle piccole modifiche a delle leggi e si comincerebbe ad aprire le porte al cambiamento.

Non che ciò sia sufficiente, ma è proprio l'immobilità il problema maggiore.

Rischiamo di essere ricordati quindi come una civiltà che non è stata minimamente capace di rinnovarsi e di sviluppare soluzioni lungimiranti per iniziare a trovare la soluzione dei problemi che la minacciano.

Non sarebbe del resto il primo esempio della storia...

Quali sono quindi le vie possibili all'indipendenza o alla cosiddetta resilienza?

Tutti gli esseri viventi sono governati dall'energia, non si può essere indipendenti da essa, solo che noi umani abbiamo preso una via per la quale la gestiamo in maniera inefficiente e ne consumiamo davvero troppa... siamo diventati una specie predatrice di energia...

Usiamo energia direttamente o indirettamente per trasportare le merci, per comunicare, per riscaldarci, illuminare, spostarci, costruire macchinari, strade, edifici, per estrarre minerali, per produrre strumenti, sostanze e manufatti...

Solo grazie alla grande disponibilità di energia del secolo passato è stato finora possibile alimentare il motore della civiltà contemporanea, basato sull'attuale modello economico-culturale industrializzato, sulla crescita senza limiti dei consumi e sulla globalizzazione delle merci.

Questo modello, enormemente energivoro è in evidente crisi, anche la tempesta finanziaria attuale è in ultima analisi conseguenza della presunzione di far crescere la produzione ed il profitto all'infinito all'interno di un sistema naturale chiuso.

Finché ci baseremo per i nostri consumi sulla disponibilità di energia non rinnovabile questa prima o poi si esaurirà, finché ci dovremo approvvigionare da fonti distanti e non locali ci sarà sempre qualcuno che ha in mano una sorta di potere di vita o di morte sulle popolazioni e sull'economia.

Per ottenere l'indipendenza energetica di una nazione in maniera duratura e pacifica, le fonti di energia devono quindi essere presenti naturalmente sul territorio nazionale e non essere soggette ad esaurimento.

Solo le fonti di energia rinnovabile soddisfano entrambi i requisiti di inesauribilità e presenza ubiquitaria sul territorio.

Difatti, sono rari i posti al mondo così sfortunati ove non vi sia disponibilità di almeno una delle fonti rinnovabili che conosciamo, ove non sia presente in abbondanza o l'energia solare, l'eolica, l'idroelettrica, geotermica, da biomasse o del moto ondoso e delle maree.

Se all'interno di una nazione i singoli impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili, di tutte le taglie, anche minime, fossero uniformemente disposti sul territorio e messi in rete ad operare in regime di scambio, si potrebbe garantire indipendenza e resilienza non solo alle singole comunità, ma si aprirebbe uno scenario dalle potenzialità inesplorate capace di risolvere una volta per tutte il fenomeno della intermittenza, il tipico problema delle fonti rinnovabili.

Tanto più si rendesse estesa la rete, tanto più numerosi e distribuiti i suoi nodi di scambio, tanto maggiore sarebbe la sua capacità di accumulo e stabilità di fronte ai picchi di richiesta e produzione locale, dovuti alla meteorologia ed ai cicli circadiani e stagionali.

La cosa sorprendente è che questo rete elettrica globale già parzialmente esiste e che basterebbe adattarla ad un nuovo paradigma di produzione scambio e distribuzione che sia multinodale, bidirezionale ed alimentato da fonti rinnovabili...

Se i governi si adoperassero a realizzare un'infrastruttura del genere si eliminerebbe in gran parte la necessità di immagazzinare l'energia se non per fare fronte alla mobilità di merci e persone o per i luoghi non connessi o privi di impianti o fonti energetiche. I motivi di conflitti per giacimenti ed oleodotti non avrebbero più motivo di esistere.

E' questa la direzione che deve prendere ogni singola nazione e l'umanità nel suo complesso per liberarsi dalla trappola energetica nella quale si è cacciata.

Sembrano utopie, ma ricordiamo che il primo embrione di quella che è divenuta internet è nata per garantire maggiore resilienza all'apparato militare statunitense in caso di conflitto. Per la sua successiva diffusione globale è stata inizialmente usata la vecchia rete telefonica preesistente. Come è nato il file sharing, il bittorrent, ci scambieremmo pacchetti di energia invece di scambiare pacchetti di informazione.

Allo stesso tempo queste potenzialità non ci devono far cullare nell'illusione, né che tutto ciò possa realizzarsi con la rapidità che è resa necessaria dall'attuale trend di esaurimento delle risorse energetiche convenzionali, né che si possa, pur nella migliore delle ipotesi, raggiungere livelli di disponibilità energetica pari a quelli che si sono avuti nello scorso secolo. Dei piani realistici che vadano incontro ai bisogni della popolazione, in uno scenario incombente di energia decrescente, sono in ogni caso quindi assolutamente necessari.

Un esempio da questo punto di vista sono le Transition Towns. Possiamo spiegare brevemente di cosa si tratta.

Il movimento delle città di transizione, si pone lo scopo di prefigurare e mettere in pratica un modello economico e culturale che riveda il modo di vivere, produrre e consumare al fine di permettere alle comunità locali di autosostenersi per i propri bisogni fondamentali e di prosperare nella transizione verso una civiltà a basso impiego di energia e conseguenti ridotte emissioni di carbonio.

Un modello di questo tipo prepara ad affrontare meglio i probabili disagi derivanti dal picco del petrolio e ad operare per mitigare i cambiamenti climatici.

La prima stesura di un piano di azione per la decrescita energetica è stata effettuata in Irlanda nel 2005 sotto la guida di Rob Hopkins da alcuni studenti di Permacultura ed è ispirata all’ingegno collettivo della comunità locale per realizzare un processo di riorganizzazione ove possibile, di tutti gli aspetti della vita.

Una Transition Town è quindi maggiormente resiliente rispetto alla totale dipendenza da sistemi fortemente globalizzati per cibo, energia, trasporti, sanità e alloggi. Sviluppare il potere collaborativo di ogni comunità locale è centrale nel perseguire questa visione del futuro.

Se un modello di questo tipo diventasse il nuovo paradigma sociale, culturale ed economico non solo si limiterebbe il pericoloso impatto antropico sul clima, ma potremmo guardare all'esaurimento delle risorse energetiche fossili come ad un'occasione speciale che è toccata alla nostra generazione, capace di aprire la via all'affermarsi pacifico di una civiltà che si immagina essere assai più stabile, solidale, vivibile e salutare dell'odierna.

Una situazione come quella attuale ci impone quindi dei cambiamenti, ma la nostra civiltà è estremamente rigida. E sappiamo bene che l'eccessiva rigidità può portare alla rottura. Come si può applicare su scala globale un concetto come quello della resilienza? Come evitare la rottura?

Una civiltà non sopravvive al mutare delle condizioni del suo habitat se non sviluppa una sufficiente resilienza. Finora ci siamo evoluti come specie perché in grado di reagire ai cambiamenti con l'adattabilità e la creatività, la capacità di comunicare ed organizzarsi come specie sociale. La resilienza è quindi una misura dell'intelligenza in senso lato. Il suo contrario è l'immobilità, l'incapacità di reazione.

Ci siamo abituati a pensare in maniera troppo schematica ed a ricevere soluzioni precostituite, siamo stati spettatori per troppo tempo di fronte a quella forma di pensiero e consumo unico che i media tradizionali ed il mercato hanno reso globale. Se invece ognuno ritornasse ad essere attore all'interno della sua comunità, ritrovando e mettendo in condivisione sia le nuove che le antiche sapienze, se si celebrasse la diversità come ricchezza e l'ingegno collettivo al fine di dare soluzioni oneste intellettualmente, ecco come si potrebbe evitare la rottura.

Nel secolo scorso l'umanità ha goduto dei vantaggi di un capitale accumulato dalla natura per miliardi di anni, materie prime da trasformare e trasportare grazie alla larga disponibilità di energia concentrata ed a basso costo. Ne abbiamo ereditato uno sviluppo di conoscenze e tecnologie impensabile, l'esistenza di una rete globale di comunicazione ed archiviazione, rende oggi accessibile in ogni casa una quantità di informazioni che rappresentano un vero e proprio salto evolutivo epocale...

Se riusciremo a coniugare in maniera creativa ed armonica questi saperi, il vecchio con il nuovo, la tecnologia con i valori ed i costumi di un mondo scomparso, che per millenni ha prosperato localmente con meno energia, se sapremo comunicare, ecco che la resilienza diventa un processo applicabile ovunque. Abbiamo oggi a disposizione tutti gli strumenti per generare miriadi di soluzioni differenti ognuna adatta al suo contesto. Sta a noi avere la volontà di farlo.

Quando si parla di Decrescita felice, Resilienza ecc. sembra sempre che si tratti di esperimenti vincolati a situazioni circoscritte, ma difficilmente riproducibili in grande scala. Vogliamo sfatare questo mito...

Propria questa è la trappola! Il cercare soluzioni precostituite valide sempre ed ovunque, da riprodurre ed esportare in larga scala. Guardiamo invece alle grandi civiltà del passato, a come erano riuscite a sviluppare soluzioni locali a basso utilizzo energetico ed a prosperare a volte per millenni.

Portiamo ad esempio le antiche tecniche di costruzione degli edifici che erano, salvo casi eccezionali, legate al territorio, al suo clima ed ai materiali disponibili. Con l'avvento dell'industrializzazione e del mercato globale si è cominciato ad edificare in maniera standardizzata in tutto il mondo affidando il comfort degli occupanti all'impiantistica, non più alla scelta dei materiali, dell'esposizione al sole, della posizione rispetto ai venti. Ma in questo modo si è messo in moto un sistema di produzione e trasporto che divora un’ enorme quantità di risorse. L'uomo del passato doveva aguzzare l'ingegno e praticare l'osservazione delle relazioni tra elementi naturali locali per potersene avvantaggiare al meglio. Questo esempio si può estendere a mille altre cose, alle tecniche di conservazione degli alimenti, al modo di coltivare, alla capacità di riciclare ogni tipo di scarto chiudendone il ciclo di vita...

Spesso si commette l'errore grossolano di considerare il picco del petrolio e i cambiamenti climatici due questioni che non hanno niente a che fare l'una con l'altra quando in realtà sono le due facce della stessa medaglia che richiedono poi lo stesso approccio programmatico...

Sì, sono facce della stessa medaglia perché entrambi rappresentano la conseguenza di un modello di sviluppo energivoro. Ed anche l'approccio per affrontare i due problemi è il medesimo, se prevede un piano di energia decrescente con un massiccio passaggio alle energie rinnovabili ed ad un modello di civiltà che si basi principalmente sulle risorse locali ed al loro mantenimento.

Se non si ha presente questo, qualcuno potrebbe fare il grave errore di vedere solo un lato di questa medaglia, risolvendo parzialmente un problema, ma aggravandone un altro...

Se in risposta al picco del petrolio si dovesse tornare ad un uso prevalente del carbone od ad uno sfruttamento insostenibile delle foreste per legna da ardere o l'impiego in centrali a biomassa, otterremo solo l'aggravamento della situazione climatica ed accelereremmo il raggiungimento dei picchi di altre risorse energetiche non rinnovabili. Se per mitigare il cambiamento climatico si imbocca la via del nucleare, come sta facendo l'Italia, lasceremo in eredità problemi altrettanto seri come le scorie lasciando irrisolta la questione dell'indipendenza energetica e della scarsità crescente di combustibile; perderemmo solo altro tempo prima di affrontare la soluzione radicale e definitiva del problema rimandandolo nella migliore delle ipotesi solo di qualche anno.

Quindi solo le energie rinnovabili sposate alla rilocalizzazione del modello di sviluppo permettono entrambi una contemporanea mitigazione climatica ed un ammorbidimento della ripidità dei picchi di esaurimento delle risorse non rinnovabili, sia che si tratti di petrolio od altre risorse minerali.

Questo è quello di cui abbiamo bisogno per scongiurare il collasso della civiltà ed evitare un ritorno alla preistoria.

Come esseri pensanti dovremo essere orgogliosamente consapevoli che la storia ha riservato proprio a noi, alla nostra generazione questa enorme responsabilità, che ognuno di noi è dunque responsabile della scelta tra l'imboccare la via della decadenza verso un oscuro regresso o il mostrare di essere ancora capaci di slanci vitali, di saltare lo steccato culturale che si frappone tra noi ed un futuro vivibile.
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Intervista a Dario Tamburrano (ASPO-Italia) pubblicata in due puntate (1 e 2 ) sul blog di VerdeNero.it il 26 ed il 27 gennaio 2009

Si è tornato a parlare in questi giorni di indipendenza energetica a causa della crisi del gas tra Russia e Ucraina, ma si tratta ormai di un argomento all'ordine del giorno...

Oggi si parla di gas russo, ma siamo da sempre in potenziale emergenza energetica, fin da quando si è scelto di fare dell'Italia un paese industrializzato senza fare i conti con le fonti energetiche e le risorse minerarie disponibili sul territorio.

Finché dipenderemo dall'estero, un motivo commerciale, bellico, politico o semplicemente di sopravvenuta scarsa disponibilità geologica, ci renderà sempre soggetti a possibili ricatti energetici o a situazioni di sopravvenuta improvvisa scarsità.

Finora, non appena superata l'emergenza di turno, l'argomento della dipendenza energetica è sempre velocemente scomparso dal dibattito pubblico come fosse un tabù affrontare in maniera seria il nodo fondamentale di un modello di sviluppo mal pianificato.

Quando le fonti energetiche attualmente prevalenti diverranno sempre più difficili da reperire, insufficienti se non addirittura esaurite, le dispute tra gli Stati per l'approvvigionamento o per il profitto diverranno quotidiane.

I costi in salita, non sono solo quelli immediati dati dal mercato, ma anche quelli occulti o ritardati, tra cui quelli estrattivi, i costi indiretti del cambiamento climatico, dei conflitti bellici, degli impatti sanitari ed ambientali dell'inquinamento e dell'alterazione degli ecosistemi, ci costringeranno a guardare all'energia in generale in una maniera molto differente da come siamo stati abituati a fare.

Il fatto sorprendente è che la questione dell'indipendenza energetica, non fosse altro almeno per motivi di sicurezza strategici-militari, non sia mai stata seriamente affrontata dal dopoguerra ad oggi. Dopo Enrico Mattei non abbiamo avuto in Italia un personaggio autorevole e capace che avesse una visione lucida e lungimirante dell'approvvigionamento energetico nazionale.

Eppure ogni volta che si parla di indipendenza energetica, vedi la suddetta crisi del gas, si torna a parlare del nucleare. E' stato il caso di Scajola, ministro dello sviluppo economico, che in questi giorni è tornato all'attacco su questo versante. Ma a meno che Scajola o chi per lui non abbiano un giacimento di uranio nel proprio giardino non mi sembra questa la via per risolvere il problema...

Se si tratta solo di scegliere quale sia il padrone dei “rubinetti”, possiamo anche rivolgerci ad altri che non siano le compagnie russe del gas o quelle del petrolio e del carbone... Ma non è questo il modo...

Invece di porre le basi per i mercati del futuro convertendo l'industria pesante nostrana nella produzione di turbine eoliche, di pannelli fotovoltaici e termici, impiegando risorse nella costruzione di centrali solari a concentrazione, osserviamo impotenti al dirottamento di cifre immense per finanziare, o salvare, comparti industriali o servizi anacronistici od insostenibili... si sceglie di far volare aerei vuoti, si incentivano le vendite di veicoli con contenuti tecnologici superati. Si annunciano opere edili immense ed opere grandiose per la viabilità su gomma per un mondo che sta sparendo. Addirittura si ripropone la fissione nucleare...

L'uranio è infatti forse tra i combustibili non rinnovabili quello che comporta le maggiori criticità nella sua gestione, ci sono pochi giacimenti produttivi ed in efficienza, ce n’ é davvero poco nel pianeta... e questo senza entrare nel merito dei costi totali, i rischi del trasporto, dell'errore umano, dell'irrisolto problema della smantellamento delle centrali, dello smaltimento delle scorie, dello stato reale delle tecnologie collaudate...

Tutto questo all'interno di una situazione geopolitica piena di tensioni disseminate...
La scelta nucleare a qualcuno potrebbe convenire, ma è una cosa molto pericolosa...

Si dovrebbe piuttosto riflettere sul fatto che venti anni fa, in seguito al disastro di Chernobyl ed all'esito del referendum sul nucleare del 1986, abbiamo invece perso un'occasione storica, non perché abbiamo abbandonato l'opzione nucleare , ma al contrario perché non è seguita una pianificazione ed una ristrutturazione energetica che potesse evitare l'attuale insostenibile dipendenza dall'estero.

Era il momento migliore per affrontare il problema alla radice e di scegliere per tempo ed in maniera consapevole. La mala informazione, la superficialità, gli interessi particolari e le ideologie hanno impedito, anche ai cittadini, di adottare e chiedere alla politica di legiferare in maniera indipendente e lungimirante.

Abbiamo invece continuato a consumare sempre più energia facendo la fortuna delle compagnie petrolifere nella convinzione che qualche scoperta scientifica rivoluzionaria avrebbe prima o poi messo a tacere quella parte della popolazione che si dimostrava più sensibile al problema.

Un esempio emblematico di come la politica italiana si dimostri inadeguata, si è avuto nel 1992 successivamente all'istituzione di uno specifico prelievo in bolletta destinato allo sviluppo delle fonti rinnovabili. Queste somme, i contributi CIP6 ed ora la giungla normativa dei certificati verdi correlata, rappresentano una sorta di bottino di svariate decine di miliardi di euro dirottato in questi 16 anni per il 90% all'incentivazione dell'incenerimento dei rifiuti e della combustione degli scarti di raffineria, considerate per legge fonti energetiche assimiliate alle rinnovabili.

Un passo avanti e due indietro...

L'Italia, e quindi noi come contribuenti, si è salvata in extremis da una procedura d'infrazione comunitaria già avviata solo perché nel 1997 le fonti assimilate vennero opportunamente escluse dalla destinazione di questi fondi. Ma nel giro di un anno, dapprima lo stesso governo di centro sinistra e poi quello di centro destra, sono tornati gradualmente sui propri passi, fino alla finanziaria recentemente approvata che addirittura aumenta l'importanza dei sussidi energetici alle fonti cosiddette assimilate.

Le passate e future infrazioni comunitarie, il conto energetico, i prelievi ed i costi indiretti di queste scelte sono scaricati, spesso in maniera occulta, sulle spalle della collettività. Ed intanto si parla in televisione di termovalorizzatori e centrali nucleari come l'ultimo e definitivo ritrovato della tecnica...

Non solo ogni mese c'è una novità su qualche scelta sorprendentemente strabica, ma siamo per giunta prigionieri, anche a livello individuale, di norme anacronistiche.

Prendiamo il caso dell'energia solare: attualmente installare un impianto fotovoltaico o termico sul tetto vuoto di un condominio è considerata un'innovazione, è necessaria l'approvazione della maggioranza dei due terzi in sede assembleare condominiale. Cosa che in pratica non accade mai.

Se è il singolo condomino a voler usare a fini di produzione energetica, quella che è considerata proprietà comune, ad impedirlo basta anche uno solo che gli si oppone.

L'innovazione è ostacolata per legge e la proprietà comune, in quanto tale, viene resa improduttiva.

Rimangono inutilizzate superfici tutt'altro che trascurabili e si preclude al 50% circa della popolazione, quella che vive nelle città, l'adozione delle più elementari tecnologie per la produzione di energia rinnovabile.

Tutto ciò è paradossale... la città è uno dei luoghi dove vi è la maggiore richiesta di energia...

Basterebbero a volte solo delle piccole modifiche a delle leggi e si comincerebbe ad aprire le porte al cambiamento.

Non che ciò sia sufficiente, ma è proprio l'immobilità il problema maggiore.

Rischiamo di essere ricordati quindi come una civiltà che non è stata minimamente capace di rinnovarsi e di sviluppare soluzioni lungimiranti per iniziare a trovare la soluzione dei problemi che la minacciano.

Non sarebbe del resto il primo esempio della storia...

Quali sono quindi le vie possibili all'indipendenza o alla cosiddetta resilienza?

Tutti gli esseri viventi sono governati dall'energia, non si può essere indipendenti da essa, solo che noi umani abbiamo preso una via per la quale la gestiamo in maniera inefficiente e ne consumiamo davvero troppa... siamo diventati una specie predatrice di energia...

Usiamo energia direttamente o indirettamente per trasportare le merci, per comunicare, per riscaldarci, illuminare, spostarci, costruire macchinari, strade, edifici, per estrarre minerali, per produrre strumenti, sostanze e manufatti...

Solo grazie alla grande disponibilità di energia del secolo passato è stato finora possibile alimentare il motore della civiltà contemporanea, basato sull'attuale modello economico-culturale industrializzato, sulla crescita senza limiti dei consumi e sulla globalizzazione delle merci.

Questo modello, enormemente energivoro è in evidente crisi, anche la tempesta finanziaria attuale è in ultima analisi conseguenza della presunzione di far crescere la produzione ed il profitto all'infinito all'interno di un sistema naturale chiuso.

Finché ci baseremo per i nostri consumi sulla disponibilità di energia non rinnovabile questa prima o poi si esaurirà, finché ci dovremo approvvigionare da fonti distanti e non locali ci sarà sempre qualcuno che ha in mano una sorta di potere di vita o di morte sulle popolazioni e sull'economia.

Per ottenere l'indipendenza energetica di una nazione in maniera duratura e pacifica, le fonti di energia devono quindi essere presenti naturalmente sul territorio nazionale e non essere soggette ad esaurimento.

Solo le fonti di energia rinnovabile soddisfano entrambi i requisiti di inesauribilità e presenza ubiquitaria sul territorio.

Difatti, sono rari i posti al mondo così sfortunati ove non vi sia disponibilità di almeno una delle fonti rinnovabili che conosciamo, ove non sia presente in abbondanza o l'energia solare, l'eolica, l'idroelettrica, geotermica, da biomasse o del moto ondoso e delle maree.

Se all'interno di una nazione i singoli impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili, di tutte le taglie, anche minime, fossero uniformemente disposti sul territorio e messi in rete ad operare in regime di scambio, si potrebbe garantire indipendenza e resilienza non solo alle singole comunità, ma si aprirebbe uno scenario dalle potenzialità inesplorate capace di risolvere una volta per tutte il fenomeno della intermittenza, il tipico problema delle fonti rinnovabili.

Tanto più si rendesse estesa la rete, tanto più numerosi e distribuiti i suoi nodi di scambio, tanto maggiore sarebbe la sua capacità di accumulo e stabilità di fronte ai picchi di richiesta e produzione locale, dovuti alla meteorologia ed ai cicli circadiani e stagionali.

La cosa sorprendente è che questo rete elettrica globale già parzialmente esiste e che basterebbe adattarla ad un nuovo paradigma di produzione scambio e distribuzione che sia multinodale, bidirezionale ed alimentato da fonti rinnovabili...

Se i governi si adoperassero a realizzare un'infrastruttura del genere si eliminerebbe in gran parte la necessità di immagazzinare l'energia se non per fare fronte alla mobilità di merci e persone o per i luoghi non connessi o privi di impianti o fonti energetiche. I motivi di conflitti per giacimenti ed oleodotti non avrebbero più motivo di esistere.

E' questa la direzione che deve prendere ogni singola nazione e l'umanità nel suo complesso per liberarsi dalla trappola energetica nella quale si è cacciata.

Sembrano utopie, ma ricordiamo che il primo embrione di quella che è divenuta internet è nata per garantire maggiore resilienza all'apparato militare statunitense in caso di conflitto. Per la sua successiva diffusione globale è stata inizialmente usata la vecchia rete telefonica preesistente. Come è nato il file sharing, il bittorrent, ci scambieremmo pacchetti di energia invece di scambiare pacchetti di informazione.

Allo stesso tempo queste potenzialità non ci devono far cullare nell'illusione, né che tutto ciò possa realizzarsi con la rapidità che è resa necessaria dall'attuale trend di esaurimento delle risorse energetiche convenzionali, né che si possa, pur nella migliore delle ipotesi, raggiungere livelli di disponibilità energetica pari a quelli che si sono avuti nello scorso secolo. Dei piani realistici che vadano incontro ai bisogni della popolazione, in uno scenario incombente di energia decrescente, sono in ogni caso quindi assolutamente necessari.

Un esempio da questo punto di vista sono le Transition Towns. Possiamo spiegare brevemente di cosa si tratta.

Il movimento delle città di transizione, si pone lo scopo di prefigurare e mettere in pratica un modello economico e culturale che riveda il modo di vivere, produrre e consumare al fine di permettere alle comunità locali di autosostenersi per i propri bisogni fondamentali e di prosperare nella transizione verso una civiltà a basso impiego di energia e conseguenti ridotte emissioni di carbonio.

Un modello di questo tipo prepara ad affrontare meglio i probabili disagi derivanti dal picco del petrolio e ad operare per mitigare i cambiamenti climatici.

La prima stesura di un piano di azione per la decrescita energetica è stata effettuata in Irlanda nel 2005 sotto la guida di Rob Hopkins da alcuni studenti di Permacultura ed è ispirata all’ingegno collettivo della comunità locale per realizzare un processo di riorganizzazione ove possibile, di tutti gli aspetti della vita.

Una Transition Town è quindi maggiormente resiliente rispetto alla totale dipendenza da sistemi fortemente globalizzati per cibo, energia, trasporti, sanità e alloggi. Sviluppare il potere collaborativo di ogni comunità locale è centrale nel perseguire questa visione del futuro.

Se un modello di questo tipo diventasse il nuovo paradigma sociale, culturale ed economico non solo si limiterebbe il pericoloso impatto antropico sul clima, ma potremmo guardare all'esaurimento delle risorse energetiche fossili come ad un'occasione speciale che è toccata alla nostra generazione, capace di aprire la via all'affermarsi pacifico di una civiltà che si immagina essere assai più stabile, solidale, vivibile e salutare dell'odierna.

Una situazione come quella attuale ci impone quindi dei cambiamenti, ma la nostra civiltà è estremamente rigida. E sappiamo bene che l'eccessiva rigidità può portare alla rottura. Come si può applicare su scala globale un concetto come quello della resilienza? Come evitare la rottura?

Una civiltà non sopravvive al mutare delle condizioni del suo habitat se non sviluppa una sufficiente resilienza. Finora ci siamo evoluti come specie perché in grado di reagire ai cambiamenti con l'adattabilità e la creatività, la capacità di comunicare ed organizzarsi come specie sociale. La resilienza è quindi una misura dell'intelligenza in senso lato. Il suo contrario è l'immobilità, l'incapacità di reazione.

Ci siamo abituati a pensare in maniera troppo schematica ed a ricevere soluzioni precostituite, siamo stati spettatori per troppo tempo di fronte a quella forma di pensiero e consumo unico che i media tradizionali ed il mercato hanno reso globale. Se invece ognuno ritornasse ad essere attore all'interno della sua comunità, ritrovando e mettendo in condivisione sia le nuove che le antiche sapienze, se si celebrasse la diversità come ricchezza e l'ingegno collettivo al fine di dare soluzioni oneste intellettualmente, ecco come si potrebbe evitare la rottura.

Nel secolo scorso l'umanità ha goduto dei vantaggi di un capitale accumulato dalla natura per miliardi di anni, materie prime da trasformare e trasportare grazie alla larga disponibilità di energia concentrata ed a basso costo. Ne abbiamo ereditato uno sviluppo di conoscenze e tecnologie impensabile, l'esistenza di una rete globale di comunicazione ed archiviazione, rende oggi accessibile in ogni casa una quantità di informazioni che rappresentano un vero e proprio salto evolutivo epocale...

Se riusciremo a coniugare in maniera creativa ed armonica questi saperi, il vecchio con il nuovo, la tecnologia con i valori ed i costumi di un mondo scomparso, che per millenni ha prosperato localmente con meno energia, se sapremo comunicare, ecco che la resilienza diventa un processo applicabile ovunque. Abbiamo oggi a disposizione tutti gli strumenti per generare miriadi di soluzioni differenti ognuna adatta al suo contesto. Sta a noi avere la volontà di farlo.

Quando si parla di Decrescita felice, Resilienza ecc. sembra sempre che si tratti di esperimenti vincolati a situazioni circoscritte, ma difficilmente riproducibili in grande scala. Vogliamo sfatare questo mito...

Propria questa è la trappola! Il cercare soluzioni precostituite valide sempre ed ovunque, da riprodurre ed esportare in larga scala. Guardiamo invece alle grandi civiltà del passato, a come erano riuscite a sviluppare soluzioni locali a basso utilizzo energetico ed a prosperare a volte per millenni.

Portiamo ad esempio le antiche tecniche di costruzione degli edifici che erano, salvo casi eccezionali, legate al territorio, al suo clima ed ai materiali disponibili. Con l'avvento dell'industrializzazione e del mercato globale si è cominciato ad edificare in maniera standardizzata in tutto il mondo affidando il comfort degli occupanti all'impiantistica, non più alla scelta dei materiali, dell'esposizione al sole, della posizione rispetto ai venti. Ma in questo modo si è messo in moto un sistema di produzione e trasporto che divora un’ enorme quantità di risorse. L'uomo del passato doveva aguzzare l'ingegno e praticare l'osservazione delle relazioni tra elementi naturali locali per potersene avvantaggiare al meglio. Questo esempio si può estendere a mille altre cose, alle tecniche di conservazione degli alimenti, al modo di coltivare, alla capacità di riciclare ogni tipo di scarto chiudendone il ciclo di vita...

Spesso si commette l'errore grossolano di considerare il picco del petrolio e i cambiamenti climatici due questioni che non hanno niente a che fare l'una con l'altra quando in realtà sono le due facce della stessa medaglia che richiedono poi lo stesso approccio programmatico...

Sì, sono facce della stessa medaglia perché entrambi rappresentano la conseguenza di un modello di sviluppo energivoro. Ed anche l'approccio per affrontare i due problemi è il medesimo, se prevede un piano di energia decrescente con un massiccio passaggio alle energie rinnovabili ed ad un modello di civiltà che si basi principalmente sulle risorse locali ed al loro mantenimento.

Se non si ha presente questo, qualcuno potrebbe fare il grave errore di vedere solo un lato di questa medaglia, risolvendo parzialmente un problema, ma aggravandone un altro...

Se in risposta al picco del petrolio si dovesse tornare ad un uso prevalente del carbone od ad uno sfruttamento insostenibile delle foreste per legna da ardere o l'impiego in centrali a biomassa, otterremo solo l'aggravamento della situazione climatica ed accelereremmo il raggiungimento dei picchi di altre risorse energetiche non rinnovabili. Se per mitigare il cambiamento climatico si imbocca la via del nucleare, come sta facendo l'Italia, lasceremo in eredità problemi altrettanto seri come le scorie lasciando irrisolta la questione dell'indipendenza energetica e della scarsità crescente di combustibile; perderemmo solo altro tempo prima di affrontare la soluzione radicale e definitiva del problema rimandandolo nella migliore delle ipotesi solo di qualche anno.

Quindi solo le energie rinnovabili sposate alla rilocalizzazione del modello di sviluppo permettono entrambi una contemporanea mitigazione climatica ed un ammorbidimento della ripidità dei picchi di esaurimento delle risorse non rinnovabili, sia che si tratti di petrolio od altre risorse minerali.

Questo è quello di cui abbiamo bisogno per scongiurare il collasso della civiltà ed evitare un ritorno alla preistoria.

Come esseri pensanti dovremo essere orgogliosamente consapevoli che la storia ha riservato proprio a noi, alla nostra generazione questa enorme responsabilità, che ognuno di noi è dunque responsabile della scelta tra l'imboccare la via della decadenza verso un oscuro regresso o il mostrare di essere ancora capaci di slanci vitali, di saltare lo steccato culturale che si frappone tra noi ed un futuro vivibile.
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