domenica 14 marzo 2010

Barbara dalla Sicilia porta il grido di dolore a Roma


http://www.youtube.com/watch?v=DGFgFJzzq14


Piazza del Popolo a Roma. Berlusconi ha detto che è stato un flop, c'erano solo 200 mila cittadini italiani, nessun ascaro, nessun suddito. La Piazza era stipatissima, folla incazzata contro il massone liberale venuto dalle nebbie del Nord. Mandiamolo a casa.Dalla Sicilia è salito il grido di dolore dei disoccupati, dei precari della scuola.
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http://www.youtube.com/watch?v=DGFgFJzzq14


Piazza del Popolo a Roma. Berlusconi ha detto che è stato un flop, c'erano solo 200 mila cittadini italiani, nessun ascaro, nessun suddito. La Piazza era stipatissima, folla incazzata contro il massone liberale venuto dalle nebbie del Nord. Mandiamolo a casa.Dalla Sicilia è salito il grido di dolore dei disoccupati, dei precari della scuola.

Dossier Calabria: cosa bolle in pentola?


Di Vincenzo Mulè

Terranews.it


Un filo invisibile sembra collegare la vicenda delle navi dei veleni con le indagini sull’attentato che nel gennaio scorso colpì la procura di Reggio Calabria. In mezzo, i tentativi della ‘ndrangheta di influenzare le elezioni.

calabria-satellite
Sono giorni molto caldi quelli che sta vivendo la Calabria. Terra alla quale, con pieno merito oramai, potrebbe essere affibbiata l’etichetta di “Regione laboratorio”. Appellativo non proprio lusinghiero se analizziamo lo scorrere degli eventi. Ai quali le imminenti elezioni hanno dato una decisa accelerata. Il fermento delle cosche è dimostrato dai ripetuti segnali intimidatori: a Reggio, con le minacce ai pm Lombardo e De Bernardo, a Vibo Valentia (con i murales contro il procuratore Spagnuolo) passando per Crotone, dove i clan farebbero carte false per togliere di mezzo il pm Bruni). Un quadro che porta al centro dell’attenzione gli accordi e i legami tra la politica e le ‘ndrine. Uno scenario in cui si registrano anche coinvolgimenti di esponenti della magistratura e che è stato messo a soqquadro dal recente disegno di legge che impedisce ai pregiudicati per mafia di svolgere la campagna elettorale.

Angela Napoli è stata tra i politici più attivi nel promuovere questo provvedimento. Secondo quanto raccontato dal pentito Gerardo D’Urzo, esisteva un progetto delle cosche della Piana di Gioia Tauro per uccidere la donna componente, tra l’altro, della Commissione parlamentare antimafia. Da esperta delle cose di Calabria, la Napoli ha riconosciuto in questo disegno «interessi un po’ più ampi che toccherebbero la zona grigia tra politica, imprenditoria e massoneria deviata». Diventa, allora, una diretta conseguenza che l’attentato avrebbe dovuto essere un «favore ad un politico di un’altra corrente». Veleni. Dal mare. Nella politica.

In questi giorni si sta celebrando il processo “Cent’anni di storia”. Gli atti del procedimento offrono uno spaccato degli affari delle cosche della Piana di Gioia Tauro, nella quale i Piromalli e i Molé, alleati da «cent’anni» ora sono in lotta tra di loro. Hanno in mano tutto i Piromalli, la politica, gli affari del Porto e i business internazionali. Tra i loro referenti privilegiti c’è Aldo Micciché, 72 anni, ex segretario della Dc di Reggio negli anni Ottanta, poi consigliere provinciale a Roma. Per i pm, «è il simbolo del perfetto strumento a disposizione della cosca mafiosa». Un personaggio intorno al quale ruotano una serie di personaggi che, consapevoli o meno, «divengono funzionali allo scopo principale che l’indagato si prefigge: quello di incrementare la forza e la efficacia del sodalizio di cui fa parte integrante». Tra questi Marcello Dell’Utri che il 12 dicembre 2007, 28 minuti dopo le nove di sera, lo chiama. Il vecchio Aldo gli dice che presto ci saranno le elezioni, «ci dobbiamo preparare». Poi gli chiede una e-mail di Berlusconi, «gli devo mandare delle cose della gente di là, importanti per lui». Poi i due parlano di politica, della collocazione dell’onorevole Armando Veneto (avvocato storico del «casato» dei Piromalli, e deputato con più partiti), forse c’è una trattativa con lui per le prossime elezioni. Micciché ne è sicuro e dice che lui può garantire 40mila voti in tutta la provincia di Reggio. «Questo è importante», commenta Dell’Utri soddisfatto.

Ma i veleni, in Calabria, arrivano anche nella magistratura. La prima commissione del Csm ha aperto nei confronti del sostituto procuratore generale Francesco Neri la procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale. La Commissione sarebbe giunta alle sue conclusioni dopo avere esaminato più casi in cui il magistrato si sarebbe visto respingere dai collegi giudicanti richieste di patteggiamento, per pene giudicate troppo basse. Al pg Neri sarebbe contestato, tra l’altro, di avere avuto come difensore, nei procedimenti disciplinari avviati a suo carico, lo stesso avvocato che assisteva uno degli imputati per l’omicidio della guardia giurata Luigi Rende, uccisa il primo agosto del 2007 nel corso di una rapina. Nel processo per l’assassinio di Rende, Neri rappresentava la pubblica accusa e fu sostituito per decisione del procuratore generale Salvatore Di Landro. Neri ha avuto anche contestata l’avocazione del procedimento penale a carico del consigliere regionale della Calabria del Pdl Alberto Sarra, avocazione poi annullata dalla Corte di Cassazione.

Francesco Neri è il magistrato che si occupato delle rogatorie internazionali per la strage di Duisburg. In passato è stato anche titolare di inchieste sulle navi dei veleni. Una circostanza non da poco. Che rischia di scombinare di nuovo le carte su un’inchiesta che la Dda di Catanzaro sembra aver dimenticato. Sulla vicenda, la Commissione ecomafia ha ascoltato l’assessore regionale all’Ambiente della Calabria, Silvio Greco, che ha segnalato che nel golfo di Lamezia Terme ci sarebbe una nave affondata che, secondo il presidente Gaetano Pecorella, «potrebbe corrispondere ad una di quelle descritte dal pentito Francesco Fonti».

Fonte:Reportonline
.
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Di Vincenzo Mulè

Terranews.it


Un filo invisibile sembra collegare la vicenda delle navi dei veleni con le indagini sull’attentato che nel gennaio scorso colpì la procura di Reggio Calabria. In mezzo, i tentativi della ‘ndrangheta di influenzare le elezioni.

calabria-satellite
Sono giorni molto caldi quelli che sta vivendo la Calabria. Terra alla quale, con pieno merito oramai, potrebbe essere affibbiata l’etichetta di “Regione laboratorio”. Appellativo non proprio lusinghiero se analizziamo lo scorrere degli eventi. Ai quali le imminenti elezioni hanno dato una decisa accelerata. Il fermento delle cosche è dimostrato dai ripetuti segnali intimidatori: a Reggio, con le minacce ai pm Lombardo e De Bernardo, a Vibo Valentia (con i murales contro il procuratore Spagnuolo) passando per Crotone, dove i clan farebbero carte false per togliere di mezzo il pm Bruni). Un quadro che porta al centro dell’attenzione gli accordi e i legami tra la politica e le ‘ndrine. Uno scenario in cui si registrano anche coinvolgimenti di esponenti della magistratura e che è stato messo a soqquadro dal recente disegno di legge che impedisce ai pregiudicati per mafia di svolgere la campagna elettorale.

Angela Napoli è stata tra i politici più attivi nel promuovere questo provvedimento. Secondo quanto raccontato dal pentito Gerardo D’Urzo, esisteva un progetto delle cosche della Piana di Gioia Tauro per uccidere la donna componente, tra l’altro, della Commissione parlamentare antimafia. Da esperta delle cose di Calabria, la Napoli ha riconosciuto in questo disegno «interessi un po’ più ampi che toccherebbero la zona grigia tra politica, imprenditoria e massoneria deviata». Diventa, allora, una diretta conseguenza che l’attentato avrebbe dovuto essere un «favore ad un politico di un’altra corrente». Veleni. Dal mare. Nella politica.

In questi giorni si sta celebrando il processo “Cent’anni di storia”. Gli atti del procedimento offrono uno spaccato degli affari delle cosche della Piana di Gioia Tauro, nella quale i Piromalli e i Molé, alleati da «cent’anni» ora sono in lotta tra di loro. Hanno in mano tutto i Piromalli, la politica, gli affari del Porto e i business internazionali. Tra i loro referenti privilegiti c’è Aldo Micciché, 72 anni, ex segretario della Dc di Reggio negli anni Ottanta, poi consigliere provinciale a Roma. Per i pm, «è il simbolo del perfetto strumento a disposizione della cosca mafiosa». Un personaggio intorno al quale ruotano una serie di personaggi che, consapevoli o meno, «divengono funzionali allo scopo principale che l’indagato si prefigge: quello di incrementare la forza e la efficacia del sodalizio di cui fa parte integrante». Tra questi Marcello Dell’Utri che il 12 dicembre 2007, 28 minuti dopo le nove di sera, lo chiama. Il vecchio Aldo gli dice che presto ci saranno le elezioni, «ci dobbiamo preparare». Poi gli chiede una e-mail di Berlusconi, «gli devo mandare delle cose della gente di là, importanti per lui». Poi i due parlano di politica, della collocazione dell’onorevole Armando Veneto (avvocato storico del «casato» dei Piromalli, e deputato con più partiti), forse c’è una trattativa con lui per le prossime elezioni. Micciché ne è sicuro e dice che lui può garantire 40mila voti in tutta la provincia di Reggio. «Questo è importante», commenta Dell’Utri soddisfatto.

Ma i veleni, in Calabria, arrivano anche nella magistratura. La prima commissione del Csm ha aperto nei confronti del sostituto procuratore generale Francesco Neri la procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale. La Commissione sarebbe giunta alle sue conclusioni dopo avere esaminato più casi in cui il magistrato si sarebbe visto respingere dai collegi giudicanti richieste di patteggiamento, per pene giudicate troppo basse. Al pg Neri sarebbe contestato, tra l’altro, di avere avuto come difensore, nei procedimenti disciplinari avviati a suo carico, lo stesso avvocato che assisteva uno degli imputati per l’omicidio della guardia giurata Luigi Rende, uccisa il primo agosto del 2007 nel corso di una rapina. Nel processo per l’assassinio di Rende, Neri rappresentava la pubblica accusa e fu sostituito per decisione del procuratore generale Salvatore Di Landro. Neri ha avuto anche contestata l’avocazione del procedimento penale a carico del consigliere regionale della Calabria del Pdl Alberto Sarra, avocazione poi annullata dalla Corte di Cassazione.

Francesco Neri è il magistrato che si occupato delle rogatorie internazionali per la strage di Duisburg. In passato è stato anche titolare di inchieste sulle navi dei veleni. Una circostanza non da poco. Che rischia di scombinare di nuovo le carte su un’inchiesta che la Dda di Catanzaro sembra aver dimenticato. Sulla vicenda, la Commissione ecomafia ha ascoltato l’assessore regionale all’Ambiente della Calabria, Silvio Greco, che ha segnalato che nel golfo di Lamezia Terme ci sarebbe una nave affondata che, secondo il presidente Gaetano Pecorella, «potrebbe corrispondere ad una di quelle descritte dal pentito Francesco Fonti».

Fonte:Reportonline
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Giampaolo Giuliani aveva ragione: l'INGV scopre il radon!



http://www.youtube.com/watch?v=H_GPtv7ikDc
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http://www.youtube.com/watch?v=H_GPtv7ikDc

Si fa presto a dire troppe cose sul Sud


di Lino Patruno

Si fa presto a dire troppe cose sul Sud, standosene comodamente altrove. Primo esempio, la criminalità. Confindustria mette fuori tutti i suoi iscritti che pagano il pizzo. Bene, applausi, così bisogna fare. Nessuno però chiede o dice se contemporaneamente Confindustria crea una rete a protezione dei suoi iscritti che dicono «no» all’estorsione, tenendo conto che ne è vittima almeno (almeno) un imprenditore su tre. Perché, parliamoci chiaro, chi dice «no» fa benissimo, è un atto di civiltà, altrimenti non sarà più libero. Ma si prende dei rischi, dai quali deve pretendere di essere difeso. È vero che ci sono esempi edificanti di vite votate alla lotta alle mafie. E c’è chi la vita l’ha persa e ora è un simbolo per tutti. Ma è anche vero che nessuno può essere lasciato solo, perché le mafie sarebbero più forti e questo vogliono. Ed è anche vero che nessuno ha l’obbligo di essere un eroe. Perché, quando si finisce all’eroe, significa che la lotta alle mafie è mezza perduta. Si aggiunge, scandalizzandosene: in molte zone del Sud lo Stato non c’è più, lo Stato è la mafia. Che dispensa posti di lavoro, assiste chi ne ha bisogno, risolve i problemi di chi vi ricorre. È anche la mafia che ammazza chi non ci sta, che costringe a servirsi dei suoi supermercati, che impone le condizioni agli altri, che si appropria degli appalti, che a volte ha suoi uomini nei consigli comunali. Insomma che distrugge l’economia e la politica pulite. Automatico che si additi questa come un’altra vergogna del Sud. Automatico che chi ci sta è complice, quindi Sud tutto mafioso.
Ma nessuno che anche qui si chieda cosa ha fatto lo Stato per impedire che ciò avvenisse. Perché la difesa della legalità spetta allo Stato e non ai cittadini, non è fai-da-te. I cittadini devono collaborare denunciando, ma neanche in questo caso devono essere lasciati soli. E difesa della legalità non significa una pattuglia di polizia in più, o un magistrato in più, o la visita di un ministro quando scorre il sangue. Significa fiducia della gente. Significa riempire i quartieri di socialità e sicurezza. E convinzione che rivolgersi allo Stato convenga di più e faccia sentire più tranquilli.
Si fa presto a dire troppe cose sul Sud, standosene comodamente altrove. Secondo esempio, la scuola. Una ricerca della Fondazione Agnelli ha stabilito che, a parità di condizioni, uno studente meridionale ha un livello di istruzione di un anno e mezzo indietro rispetto a uno studente settentrionale. Parità di condizioni vuol dire stesso tipo di scuola e stesso anno di classe. Dovrebbe voler dire anche stesso livello culturale della famiglia, stesso sviluppo della città, stessa dotazione di libri, stessa possibilità di frequentare, stessa capacità degli insegnanti. A parte gli insegnanti, fuori discussione perché ce ne sono moltissimi meridionali anche al Nord, siamo sicuri che tutto il resto sia «a parità di condizioni»? E cosa fa lo Stato per dotare la scuola meridionale di mezzi che le facciano superare l’handicap di partenza?
Si fa presto a dire troppe cose sul Sud, standosene comodamente altrove. Terzo esempio, l’uso delle risorse nazionali. Si è parlato in questi giorni, grazie al libro del sociologo torinese Luca Ricolfi, di «sacco del Nord». Ogni anno lo Stato passerebbe 50 miliardi del Nord al Sud sempre bisognoso di assistenza. Ovvia la reazione: non potete più vivere alle nostre spalle, così se ne va alla malora anche il Nord. Ma nessuno che calcoli quanti di quei miliardi il Nord li ricavi dallo stesso Sud senza che appaia, nessuno che calcoli chi saccheggia chi. Il risparmio del Sud che le banche passano al Nord. Le commesse pubbliche acquisite dalle imprese del Nord al Sud. Le tasse pagate al Nord (dove hanno sede fiscale) dalle imprese settentrionali che fanno profitti al Sud. I prodotti del Nord venduti al Sud. Il lavoro al Nord dei meridionali diplomati o laureati al Sud (che ne ha sostenuto la spesa mentre il profitto se lo prendono al Nord). Gli incentivi che le aziende del Nord incassano venendo al Sud.
Si fa presto a dire troppe cose sul Sud, standosene comodamente altrove. Quarto esempio, lo scarso senso civico del Sud. Ma nessuno che si vada a rileggere la storia di uno Stato che, limitandoci ai soli ultimi 150 anni (l’Unità), verso il Sud è stato più nemico che amico. Essendone ricambiato. Quinto esempio, il divario fra Sud e Nord. Ma nessuno che, per le sole infrastrutture, calcoli che, mentre al Nord irrompe l’alta velocità ferroviaria, al Sud ci sono mille chilometri di ferrovia in meno di prima della seconda guerra mondiale.
Se proprio si vogliono dire cose più sensate sul Sud, si parli del livello delle classi dirigenti (non solo politiche), dei troppi sprechi, dei ritardi della pubblica amministrazione, di troppe mentalità sbagliate. Ma non glielo suggeriamo, altrimenti ne approfittano.

Fonte: LaGazzettadelMezzogiorno
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di Lino Patruno

Si fa presto a dire troppe cose sul Sud, standosene comodamente altrove. Primo esempio, la criminalità. Confindustria mette fuori tutti i suoi iscritti che pagano il pizzo. Bene, applausi, così bisogna fare. Nessuno però chiede o dice se contemporaneamente Confindustria crea una rete a protezione dei suoi iscritti che dicono «no» all’estorsione, tenendo conto che ne è vittima almeno (almeno) un imprenditore su tre. Perché, parliamoci chiaro, chi dice «no» fa benissimo, è un atto di civiltà, altrimenti non sarà più libero. Ma si prende dei rischi, dai quali deve pretendere di essere difeso. È vero che ci sono esempi edificanti di vite votate alla lotta alle mafie. E c’è chi la vita l’ha persa e ora è un simbolo per tutti. Ma è anche vero che nessuno può essere lasciato solo, perché le mafie sarebbero più forti e questo vogliono. Ed è anche vero che nessuno ha l’obbligo di essere un eroe. Perché, quando si finisce all’eroe, significa che la lotta alle mafie è mezza perduta. Si aggiunge, scandalizzandosene: in molte zone del Sud lo Stato non c’è più, lo Stato è la mafia. Che dispensa posti di lavoro, assiste chi ne ha bisogno, risolve i problemi di chi vi ricorre. È anche la mafia che ammazza chi non ci sta, che costringe a servirsi dei suoi supermercati, che impone le condizioni agli altri, che si appropria degli appalti, che a volte ha suoi uomini nei consigli comunali. Insomma che distrugge l’economia e la politica pulite. Automatico che si additi questa come un’altra vergogna del Sud. Automatico che chi ci sta è complice, quindi Sud tutto mafioso.
Ma nessuno che anche qui si chieda cosa ha fatto lo Stato per impedire che ciò avvenisse. Perché la difesa della legalità spetta allo Stato e non ai cittadini, non è fai-da-te. I cittadini devono collaborare denunciando, ma neanche in questo caso devono essere lasciati soli. E difesa della legalità non significa una pattuglia di polizia in più, o un magistrato in più, o la visita di un ministro quando scorre il sangue. Significa fiducia della gente. Significa riempire i quartieri di socialità e sicurezza. E convinzione che rivolgersi allo Stato convenga di più e faccia sentire più tranquilli.
Si fa presto a dire troppe cose sul Sud, standosene comodamente altrove. Secondo esempio, la scuola. Una ricerca della Fondazione Agnelli ha stabilito che, a parità di condizioni, uno studente meridionale ha un livello di istruzione di un anno e mezzo indietro rispetto a uno studente settentrionale. Parità di condizioni vuol dire stesso tipo di scuola e stesso anno di classe. Dovrebbe voler dire anche stesso livello culturale della famiglia, stesso sviluppo della città, stessa dotazione di libri, stessa possibilità di frequentare, stessa capacità degli insegnanti. A parte gli insegnanti, fuori discussione perché ce ne sono moltissimi meridionali anche al Nord, siamo sicuri che tutto il resto sia «a parità di condizioni»? E cosa fa lo Stato per dotare la scuola meridionale di mezzi che le facciano superare l’handicap di partenza?
Si fa presto a dire troppe cose sul Sud, standosene comodamente altrove. Terzo esempio, l’uso delle risorse nazionali. Si è parlato in questi giorni, grazie al libro del sociologo torinese Luca Ricolfi, di «sacco del Nord». Ogni anno lo Stato passerebbe 50 miliardi del Nord al Sud sempre bisognoso di assistenza. Ovvia la reazione: non potete più vivere alle nostre spalle, così se ne va alla malora anche il Nord. Ma nessuno che calcoli quanti di quei miliardi il Nord li ricavi dallo stesso Sud senza che appaia, nessuno che calcoli chi saccheggia chi. Il risparmio del Sud che le banche passano al Nord. Le commesse pubbliche acquisite dalle imprese del Nord al Sud. Le tasse pagate al Nord (dove hanno sede fiscale) dalle imprese settentrionali che fanno profitti al Sud. I prodotti del Nord venduti al Sud. Il lavoro al Nord dei meridionali diplomati o laureati al Sud (che ne ha sostenuto la spesa mentre il profitto se lo prendono al Nord). Gli incentivi che le aziende del Nord incassano venendo al Sud.
Si fa presto a dire troppe cose sul Sud, standosene comodamente altrove. Quarto esempio, lo scarso senso civico del Sud. Ma nessuno che si vada a rileggere la storia di uno Stato che, limitandoci ai soli ultimi 150 anni (l’Unità), verso il Sud è stato più nemico che amico. Essendone ricambiato. Quinto esempio, il divario fra Sud e Nord. Ma nessuno che, per le sole infrastrutture, calcoli che, mentre al Nord irrompe l’alta velocità ferroviaria, al Sud ci sono mille chilometri di ferrovia in meno di prima della seconda guerra mondiale.
Se proprio si vogliono dire cose più sensate sul Sud, si parli del livello delle classi dirigenti (non solo politiche), dei troppi sprechi, dei ritardi della pubblica amministrazione, di troppe mentalità sbagliate. Ma non glielo suggeriamo, altrimenti ne approfittano.

Fonte: LaGazzettadelMezzogiorno
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sabato 13 marzo 2010

Lessig: «Web minacciato dai governi»


Di Maddalena Loy


Un web libero e trasparente ma non una giungla dove regni l’anarchia: il principio che dovrebbe regolare la libertà su Internet è conciso come un post di Twitter. A scandirlo è Lawrence Lessig, 48 anni, uno dei maggiori esperti al mondo in tema di regolamentazione della rete e delle leggi sul copyright. Laureato in Economia, studente di Filosofia al Trinity College di Londra, Master a Cambridge e Phd a Yale, professore ad Harvard, Lessig è fondatore e amministratore delegato di Creative Commons, l’ organizzazione no profit nata negli Stati Uniti nove anni fa, che con le sue licenze incarna oggi uno dei fenomeni più originali nella gestione alternativa dei diritti d'autore su Internet. Al punto che Scientific American ha incluso Lessig tra i “Top 50 Visionaries” per il suo impegno nel promuovere un’interpretazione del copyright che – pur salvaguardando la proprietà intellettuale – non vada a discapito dello sviluppo dell’innovazione e della libera circolazione delle idee sul web (guarda l'intervista de l'Unità in italiano e la versione originale in inglese).
Giurista illuminato, nelle udienze, a sostegno delle sue tesi per limitare l'estensione della durata del copyright, si appella nientemeno che alla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti. E ora ha lanciato Change-Congress.org, iniziativa che intende ridurre l'influenza delle lobby nelle decisioni dei parlamentari americani promuovendo la partecipazione attiva dei cittadini alla politica . Sfruttando le potenzialità del web, Change-Congress.org si ripromette di creare una rete capillare che possa determinare l’agenda politica e monitorare l’attività dei candidati.
Lessig ha tenuto ieri alla Camera dei Deputati una lectio magistralis su “Internet e Libertà. Perché dobbiamo difendere la rete”, quinto degli appuntamenti di Capitale Digitale, il ciclo di incontri ideati da Telecom Italia, Fondazione Romaeuropa, Comune di Roma e il magazine Wired.

Lessig è stato compagno di università di Barack Obama a Chicago, appoggiandone attivamente la candidatura, ed è stato advisor del presidente. Dopo oltre un anno di mandato, sembra prendere le distanze dall’amico Barack, definendo il proprio ruolo in seno all’amministrazione «informale» («ho dato dei consigli, quando mi sono stati richiesti»). Motivo? Le politiche dell’amministrazione Usa sul web sono ancora poco chiare: «In linea di principio il governo sostiene la libertà su Internet. Quando però si va nel dettaglio e si parla di privacy, copyright, accesso alla rete e diffusione della banda larga, emergono posizioni diverse».

Cosa ne pensa della sentenza italiana che ha condannato Google per aver consentito che fosse postato su YouTube un video di un ragazzo portatore di handicap maltrattato dagli amici? I provider devono – e possono - controllare i contenuti che circolano in rete?
«Non è tecnicamente possibile compenetrare le due esigenze, Internet libero e forme di controllo sul materiale che circola in rete: dove questo avviene, e avviene all’interno di giurisdizioni restrittive, la conseguenza è che Internet non è più libero. Ora, non sta a me criticare la magistratura italiana, però mi sembra che la sentenza sia incoerente con i principi del vostro ordinamento giuridico: principi di libertà, creatività e libera espressione, che la legge italiana accoglie e che in questo caso invece sembra disattendere, quasi in contraddizione con sé stessa».

Nel suo ultimo libro, «Remix», lei contrappone l’economia di mercato a quella della condivisione, e sostiene che nel futuro genereremo «economie ibride». Cosa vuol dire? L’Europa è pronta per questo nuovo modello?
«Non penso che l’economia in condivisione sia necessariamente più importante del commercio su Internet, però le imprese che operano su Internet, chiedendo agli utenti di aggiungere valore partecipando alle loro attività, sono quelle che sicuramente hanno più successo e avranno più futuro. Se questo sarà possibile, e come e in quali forme sarà possibile, è una domanda difficilissima cui non sono in grado di rispondere. Se poi l’Europa è pronta o no, non lo so, ma se non è pronta per questo, vuol dire che non è pronta per Internet».

Fare business attraverso il web: in America funziona?
«Internet è sempre più pervasivo, su Internet si vende praticamente tutto, si comprano biglietti aerei, si prenotano alberghi e ristoranti, ma l’aspetto più caratteristico è che la rete crea un ponte tra il commercio e l’aspetto sociale della vita degli uomini: prenotare un ristorante andando sul sito significa non solo trovare un ristorante ma trovare anche la recensione di quel ristorante. Tutto ciò è sicuramente destinato a un enorme sviluppo. Non credo però di poter prevedere che di qui a breve sparirà il mondo fisico e il commercio nella realtà!».

E allora cosa rende di più in rete, i beni o i servizi?
«Il punto è proprio questo: il bello di Internet è che ha fuso questi due aspetti, non c’è più la differenza tra beni e servizi, perché quando si va su un sito come Amazon.com, che vende libri, non si trovano solo libri ma anche consigli, informazioni, oltre ai feedback degli acquirenti».

Quali sono le tre principali minacce alla libertà della rete?
«Governi, governi e governi, ma in tre modi differenti: in primo luogo i governi perché usano Internet per controllare tutti attraverso lo strumento delle leggi sul copyright e quindi rendono sempre più difficile la circolazione delle idee. In secondo luogo, sempre i governi, perché non intervengono abbastanza per far approvare normative che tutelino la sicurezza in rete, tanto è vero che in Internet si è sviluppata una vera e propria infrastruttura criminale, sotto forma di spam, comportamenti criminali e furti di identità. In questo i governi sono assolutamente assenti. La terza minaccia viene sempre dai governi, totalmente inerti nel promuovere lo sviluppo tecnologico. Ora, non conosco la situazione dell’Italia ma so per certo che negli Stati Uniti siamo molto indietro nella diffusione della banda larga rispetto a Francia, Inghilterra, Germania e paesi scandinavi».

Quindi il futuro sarà questo, scenari di digital warfare dove al posto dei prigionieri ci saranno i server hackerati?
«Sì, questo è lo scenario futuro, e non sarà soltanto una guerra tra governi ma anche tra organizzazioni non governative, o organizzazioni terroristiche contro governi, o tra industrie e blocchi economici. Tutto questo è possibile e preoccupante per il motivo che dicevo prima, l’inerzia dei governi, che non ci hanno protetto: ora siamo molto più vulnerabili di quello che dovremmo essere».

Questa sua ultima analisi non rischia di essere in contraddizione con la tutela della libertà nella rete?
«C’è una differenza notevole tra libertà e anarchia, sono sempre stato per la libertà e contrario all’anarchia, le società umane si sono sempre sviluppate, specialmente in democrazia, nel rispetto delle regole. Il rispetto delle regole non fa venire meno la libertà, ma consente anzi di esercitarla. I governi dovrebbero imporre regole più severe per contenere i comportamenti negativi in rete, ma essere anche totalmente aperti ad incoraggiare i comportamenti positivi, specialmente in materia di diritto d’autore e di diffusione delle idee».

Come cambia il modo di fare politica sul web? L’obbligo di responsabilità dei politici che operano sul web nei confronti dei propri sostenitori è effettivo o virtuale?
«Non ci sono ancora esempi reali di una vera e propria trasformazione del modo di fare politica. C’è soltanto una potenzialità, anche perché la generazione che più usa Internet è quella che è più distaccata, distante e cinica nei confronti della politica, i giovani. Il giorno in cui i ragazzi si renderanno conto che questo potentissimo strumento può essere usato anche per influire sulla vita politica in senso positivo, allora vedremo dei cambiamenti. Ma finora c’è solo una potenzialità, ancora non ci sono esempi significativi di una politica trasformata dall’uso di Internet».

Fonte:L'Unità

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Di Maddalena Loy


Un web libero e trasparente ma non una giungla dove regni l’anarchia: il principio che dovrebbe regolare la libertà su Internet è conciso come un post di Twitter. A scandirlo è Lawrence Lessig, 48 anni, uno dei maggiori esperti al mondo in tema di regolamentazione della rete e delle leggi sul copyright. Laureato in Economia, studente di Filosofia al Trinity College di Londra, Master a Cambridge e Phd a Yale, professore ad Harvard, Lessig è fondatore e amministratore delegato di Creative Commons, l’ organizzazione no profit nata negli Stati Uniti nove anni fa, che con le sue licenze incarna oggi uno dei fenomeni più originali nella gestione alternativa dei diritti d'autore su Internet. Al punto che Scientific American ha incluso Lessig tra i “Top 50 Visionaries” per il suo impegno nel promuovere un’interpretazione del copyright che – pur salvaguardando la proprietà intellettuale – non vada a discapito dello sviluppo dell’innovazione e della libera circolazione delle idee sul web (guarda l'intervista de l'Unità in italiano e la versione originale in inglese).
Giurista illuminato, nelle udienze, a sostegno delle sue tesi per limitare l'estensione della durata del copyright, si appella nientemeno che alla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti. E ora ha lanciato Change-Congress.org, iniziativa che intende ridurre l'influenza delle lobby nelle decisioni dei parlamentari americani promuovendo la partecipazione attiva dei cittadini alla politica . Sfruttando le potenzialità del web, Change-Congress.org si ripromette di creare una rete capillare che possa determinare l’agenda politica e monitorare l’attività dei candidati.
Lessig ha tenuto ieri alla Camera dei Deputati una lectio magistralis su “Internet e Libertà. Perché dobbiamo difendere la rete”, quinto degli appuntamenti di Capitale Digitale, il ciclo di incontri ideati da Telecom Italia, Fondazione Romaeuropa, Comune di Roma e il magazine Wired.

Lessig è stato compagno di università di Barack Obama a Chicago, appoggiandone attivamente la candidatura, ed è stato advisor del presidente. Dopo oltre un anno di mandato, sembra prendere le distanze dall’amico Barack, definendo il proprio ruolo in seno all’amministrazione «informale» («ho dato dei consigli, quando mi sono stati richiesti»). Motivo? Le politiche dell’amministrazione Usa sul web sono ancora poco chiare: «In linea di principio il governo sostiene la libertà su Internet. Quando però si va nel dettaglio e si parla di privacy, copyright, accesso alla rete e diffusione della banda larga, emergono posizioni diverse».

Cosa ne pensa della sentenza italiana che ha condannato Google per aver consentito che fosse postato su YouTube un video di un ragazzo portatore di handicap maltrattato dagli amici? I provider devono – e possono - controllare i contenuti che circolano in rete?
«Non è tecnicamente possibile compenetrare le due esigenze, Internet libero e forme di controllo sul materiale che circola in rete: dove questo avviene, e avviene all’interno di giurisdizioni restrittive, la conseguenza è che Internet non è più libero. Ora, non sta a me criticare la magistratura italiana, però mi sembra che la sentenza sia incoerente con i principi del vostro ordinamento giuridico: principi di libertà, creatività e libera espressione, che la legge italiana accoglie e che in questo caso invece sembra disattendere, quasi in contraddizione con sé stessa».

Nel suo ultimo libro, «Remix», lei contrappone l’economia di mercato a quella della condivisione, e sostiene che nel futuro genereremo «economie ibride». Cosa vuol dire? L’Europa è pronta per questo nuovo modello?
«Non penso che l’economia in condivisione sia necessariamente più importante del commercio su Internet, però le imprese che operano su Internet, chiedendo agli utenti di aggiungere valore partecipando alle loro attività, sono quelle che sicuramente hanno più successo e avranno più futuro. Se questo sarà possibile, e come e in quali forme sarà possibile, è una domanda difficilissima cui non sono in grado di rispondere. Se poi l’Europa è pronta o no, non lo so, ma se non è pronta per questo, vuol dire che non è pronta per Internet».

Fare business attraverso il web: in America funziona?
«Internet è sempre più pervasivo, su Internet si vende praticamente tutto, si comprano biglietti aerei, si prenotano alberghi e ristoranti, ma l’aspetto più caratteristico è che la rete crea un ponte tra il commercio e l’aspetto sociale della vita degli uomini: prenotare un ristorante andando sul sito significa non solo trovare un ristorante ma trovare anche la recensione di quel ristorante. Tutto ciò è sicuramente destinato a un enorme sviluppo. Non credo però di poter prevedere che di qui a breve sparirà il mondo fisico e il commercio nella realtà!».

E allora cosa rende di più in rete, i beni o i servizi?
«Il punto è proprio questo: il bello di Internet è che ha fuso questi due aspetti, non c’è più la differenza tra beni e servizi, perché quando si va su un sito come Amazon.com, che vende libri, non si trovano solo libri ma anche consigli, informazioni, oltre ai feedback degli acquirenti».

Quali sono le tre principali minacce alla libertà della rete?
«Governi, governi e governi, ma in tre modi differenti: in primo luogo i governi perché usano Internet per controllare tutti attraverso lo strumento delle leggi sul copyright e quindi rendono sempre più difficile la circolazione delle idee. In secondo luogo, sempre i governi, perché non intervengono abbastanza per far approvare normative che tutelino la sicurezza in rete, tanto è vero che in Internet si è sviluppata una vera e propria infrastruttura criminale, sotto forma di spam, comportamenti criminali e furti di identità. In questo i governi sono assolutamente assenti. La terza minaccia viene sempre dai governi, totalmente inerti nel promuovere lo sviluppo tecnologico. Ora, non conosco la situazione dell’Italia ma so per certo che negli Stati Uniti siamo molto indietro nella diffusione della banda larga rispetto a Francia, Inghilterra, Germania e paesi scandinavi».

Quindi il futuro sarà questo, scenari di digital warfare dove al posto dei prigionieri ci saranno i server hackerati?
«Sì, questo è lo scenario futuro, e non sarà soltanto una guerra tra governi ma anche tra organizzazioni non governative, o organizzazioni terroristiche contro governi, o tra industrie e blocchi economici. Tutto questo è possibile e preoccupante per il motivo che dicevo prima, l’inerzia dei governi, che non ci hanno protetto: ora siamo molto più vulnerabili di quello che dovremmo essere».

Questa sua ultima analisi non rischia di essere in contraddizione con la tutela della libertà nella rete?
«C’è una differenza notevole tra libertà e anarchia, sono sempre stato per la libertà e contrario all’anarchia, le società umane si sono sempre sviluppate, specialmente in democrazia, nel rispetto delle regole. Il rispetto delle regole non fa venire meno la libertà, ma consente anzi di esercitarla. I governi dovrebbero imporre regole più severe per contenere i comportamenti negativi in rete, ma essere anche totalmente aperti ad incoraggiare i comportamenti positivi, specialmente in materia di diritto d’autore e di diffusione delle idee».

Come cambia il modo di fare politica sul web? L’obbligo di responsabilità dei politici che operano sul web nei confronti dei propri sostenitori è effettivo o virtuale?
«Non ci sono ancora esempi reali di una vera e propria trasformazione del modo di fare politica. C’è soltanto una potenzialità, anche perché la generazione che più usa Internet è quella che è più distaccata, distante e cinica nei confronti della politica, i giovani. Il giorno in cui i ragazzi si renderanno conto che questo potentissimo strumento può essere usato anche per influire sulla vita politica in senso positivo, allora vedremo dei cambiamenti. Ma finora c’è solo una potenzialità, ancora non ci sono esempi significativi di una politica trasformata dall’uso di Internet».

Fonte:L'Unità

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loro sporcano noi puliamo - 13 marzo 2010 - RETE DEI CITTADINI



http://www.youtube.com/watch?v=-JxkQVIlS0E

Prosegue lo stacchinaggio dei manifesti elettorali abusivi a cura della Rete dei CITTADINI. Stavolta sono all'angolo tra via Nazionale e via Milano, di fronte al palazzo delle esposizioni.




Nella foto il candidato Consigliere Enrico Viciconte del PdSUD all'opera....
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http://www.youtube.com/watch?v=-JxkQVIlS0E

Prosegue lo stacchinaggio dei manifesti elettorali abusivi a cura della Rete dei CITTADINI. Stavolta sono all'angolo tra via Nazionale e via Milano, di fronte al palazzo delle esposizioni.




Nella foto il candidato Consigliere Enrico Viciconte del PdSUD all'opera....

Disoccupati e abbandonati

Maurizio Sacconi

Di Massimo Riva

Oltre due milioni di italiani sono già senza lavoro mentre, ogni giorno che passa, la fila dei disoccupati si allunga di ulteriori migliaia di sventurati. Licenziano le imprese che non ce la fanno più a stare sul mercato, ma licenziano pure quelle che per reggere la competizione non riescono a fare di meglio se non liberarsi di manodopera. In una situazione così drammatica tutto ci si dovrebbe aspettare da chi ha responsabilità di governo fuorché provvedimenti mirati a rendere più facili e spedite le procedure per disfarsi dei lavoratori.

Purtroppo così non la pensa Maurizio Sacconi, un ministro che non perde occasione per andare controcorrente. Già ai suoi esordi si era distinto per una cantonata davvero sconcertante: la detassazione dei redditi da lavoro straordinario, varata in una fase nella quale la maggior parte delle imprese già faticava a far fare ai propri dipendenti il normale orario di lavoro. Ora che il problema cruciale del Paese è diventato quella della perdita dei posti di lavoro, ecco l'infaticabile Sacconi andare all'attacco delle garanzie contro i licenziamenti previste nel ben noto articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Presto potrà essere un arbitro e non più un giudice a dirimere le cause sui licenziamenti contestati. Ciò significa che le controversie saranno decise più sulla base di criteri equitativi che non in forza delle disposizioni di legge. Novità dal forte olezzo classista perché comporta un evidente e non lieve spostamento di potere fra le parti contendenti in favore dell'impresa e a danno del lavoratore.

Nel 2002 il precedente governo Berlusconi aveva tentato un attacco frontale al già richiamato art. 18 ed era stato costretto a una precipitosa marcia indietro dopo la straordinaria mobilitazione promossa dalla Cgil di Sergio Cofferati , che aveva portato in piazza a Roma circa tre milioni di persone. Stavolta il ministro Sacconi è stato più abile: non ha preso la questione di petto, ma ha effettuato una manovra di aggiramento che punta comunque al medesimo obiettivo di indebolire la parte già più debole nel rapporto di lavoro.

Tattica indubbiamente efficace, visto che né i partiti di opposizione né gli stessi sindacati hanno saputo muoversi in tempo per scongiurare il successo dell'operazione. Soltanto ora la Cgil s'è svegliata proclamando uno sciopero di protesta, mentre le altre due più pavide confederazioni si nascondono dietro il fatto che la nuova disciplina potrà diventare esecutiva solo dopo il suo recepimento nei contratti collettivi. Un alibi risibile dato che, trascorsi 12 mesi, le modalità del ricorso all'arbitrato saranno fissate d'autorità con proprio decreto dal ministro (si fa per dire) del Lavoro.

Che Cisl e Uil si mostrino così arrendevoli non stupisce più. Ormai è da un pezzo che i loro leader fanno finta di abbaiare mentre scodinzolano in attesa di ricevere qualche carezza di favore dal governo. Ciò che risulta, viceversa, non spiegabile è la tardiva reazione da parte della Cgil e la distratta negligenza con la quale i partiti della sinistra hanno seguito il cammino parlamentare di questa porcheria compiuta alle spalle dei lavoratori.

Fonte:L'Espresso
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Maurizio Sacconi

Di Massimo Riva

Oltre due milioni di italiani sono già senza lavoro mentre, ogni giorno che passa, la fila dei disoccupati si allunga di ulteriori migliaia di sventurati. Licenziano le imprese che non ce la fanno più a stare sul mercato, ma licenziano pure quelle che per reggere la competizione non riescono a fare di meglio se non liberarsi di manodopera. In una situazione così drammatica tutto ci si dovrebbe aspettare da chi ha responsabilità di governo fuorché provvedimenti mirati a rendere più facili e spedite le procedure per disfarsi dei lavoratori.

Purtroppo così non la pensa Maurizio Sacconi, un ministro che non perde occasione per andare controcorrente. Già ai suoi esordi si era distinto per una cantonata davvero sconcertante: la detassazione dei redditi da lavoro straordinario, varata in una fase nella quale la maggior parte delle imprese già faticava a far fare ai propri dipendenti il normale orario di lavoro. Ora che il problema cruciale del Paese è diventato quella della perdita dei posti di lavoro, ecco l'infaticabile Sacconi andare all'attacco delle garanzie contro i licenziamenti previste nel ben noto articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Presto potrà essere un arbitro e non più un giudice a dirimere le cause sui licenziamenti contestati. Ciò significa che le controversie saranno decise più sulla base di criteri equitativi che non in forza delle disposizioni di legge. Novità dal forte olezzo classista perché comporta un evidente e non lieve spostamento di potere fra le parti contendenti in favore dell'impresa e a danno del lavoratore.

Nel 2002 il precedente governo Berlusconi aveva tentato un attacco frontale al già richiamato art. 18 ed era stato costretto a una precipitosa marcia indietro dopo la straordinaria mobilitazione promossa dalla Cgil di Sergio Cofferati , che aveva portato in piazza a Roma circa tre milioni di persone. Stavolta il ministro Sacconi è stato più abile: non ha preso la questione di petto, ma ha effettuato una manovra di aggiramento che punta comunque al medesimo obiettivo di indebolire la parte già più debole nel rapporto di lavoro.

Tattica indubbiamente efficace, visto che né i partiti di opposizione né gli stessi sindacati hanno saputo muoversi in tempo per scongiurare il successo dell'operazione. Soltanto ora la Cgil s'è svegliata proclamando uno sciopero di protesta, mentre le altre due più pavide confederazioni si nascondono dietro il fatto che la nuova disciplina potrà diventare esecutiva solo dopo il suo recepimento nei contratti collettivi. Un alibi risibile dato che, trascorsi 12 mesi, le modalità del ricorso all'arbitrato saranno fissate d'autorità con proprio decreto dal ministro (si fa per dire) del Lavoro.

Che Cisl e Uil si mostrino così arrendevoli non stupisce più. Ormai è da un pezzo che i loro leader fanno finta di abbaiare mentre scodinzolano in attesa di ricevere qualche carezza di favore dal governo. Ciò che risulta, viceversa, non spiegabile è la tardiva reazione da parte della Cgil e la distratta negligenza con la quale i partiti della sinistra hanno seguito il cammino parlamentare di questa porcheria compiuta alle spalle dei lavoratori.

Fonte:L'Espresso
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Schiavone ai cittadini: "Passate al fotovoltaico"


CASAL DI PRINCIPE. L’ingegner Vincenzo Schiavone, segretario politico comunale del Partito del Sud e candidato alla carica di sindaco, espone ai cittadini un altro punto programmatico che ritiene fondamentale per l’effettiva ripresa di Casal di Principe.

“Voglio ancora una volta precisare che l’impegno di tutte quelle persone che hanno aderito a questo progetto politico è stato di stilare un programma amministrativo che sia confacente alle oggettive esigenze e ai bisogni di tutti i casalesi, partendo dall’analisi dettagliata di problematiche molto gravi, con cui ci ritroviamo a fare i conti nella quotidianità”.

“Tutto il gruppo dei candidati è stato unanimemente d’accordo, quando si è discusso di Ambiente, infatti si intende perseguire una politica di difesa ambientale dando luogo a delle attività di monitoraggio ambientale finalizzate alle rilevazione degli agenti inquinanti presenti, per poter individuare le azioni di risanamento ambientale e di difesa della salute dei cittadini”.


“Nell’ambito di questo discorso si vuole ribadire la totale contrarietà del Partito del Sud all’apertura ed all’ampliamento di nuove discariche sia sul territorio comunale che sul territorio dei Comuni confinanti. In questa ottica di tutela del nostro ambiente abbiamo deciso di puntare anche su di una direttiva politica, che punti all’uso, su larga scala, delle nuove tecnologie per lo sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili e nella fattispecie l’Energia Solare. Innanzitutto si vuole incentivare qualsiasi cittadino casalese voglio passare ai pannelli fotovoltaici per la produzione di energia elettrica e per la produzione di energia termica, con dei finanziamenti comunali o anche con degli sgravi fiscali”.

“Si è scelto l’Energia Solare, non a caso, ma perché ci permette di avere più benefici; innanzitutto è un tipo di energia rinnovabile e pertanto non è affatto esauribile, poi è una forma di energia pulita, non inquinante, che sicuramente ridurrà di molto anche l’inquinamento elettromagnetico dovuto all’attraversamento dei cavi di corrente ad alta tensione e ancora porta un grande vantaggio diretto a tutti i cittadini e cioè quello di non pagare più alcuna bolletta per il consumo di energia elettrica e quindi ci permetterà di essere completamento autonomi e liberi dall’Enel. Il Partito del Sud si propone tra i suoi obiettivi quelli di valorizzazione e tutela del territorio, ma anche quello di far rinascere l’Economia del Sud e quindi l’economia di Casal di Principe”.

“Allora, cari cittadini, scegliete di passare al fotovoltaico per abbandonare definitivamente l’Enel, società che negli ultimi tempi ci sta tartassando con aumenti continui e che soprattutto ha la sede sociale al Nord e pertanto non può garantire a noi cittadini del Sud un equo trattamento”.

Fonte:Pupiatv del 12/03/2010
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CASAL DI PRINCIPE. L’ingegner Vincenzo Schiavone, segretario politico comunale del Partito del Sud e candidato alla carica di sindaco, espone ai cittadini un altro punto programmatico che ritiene fondamentale per l’effettiva ripresa di Casal di Principe.

“Voglio ancora una volta precisare che l’impegno di tutte quelle persone che hanno aderito a questo progetto politico è stato di stilare un programma amministrativo che sia confacente alle oggettive esigenze e ai bisogni di tutti i casalesi, partendo dall’analisi dettagliata di problematiche molto gravi, con cui ci ritroviamo a fare i conti nella quotidianità”.

“Tutto il gruppo dei candidati è stato unanimemente d’accordo, quando si è discusso di Ambiente, infatti si intende perseguire una politica di difesa ambientale dando luogo a delle attività di monitoraggio ambientale finalizzate alle rilevazione degli agenti inquinanti presenti, per poter individuare le azioni di risanamento ambientale e di difesa della salute dei cittadini”.


“Nell’ambito di questo discorso si vuole ribadire la totale contrarietà del Partito del Sud all’apertura ed all’ampliamento di nuove discariche sia sul territorio comunale che sul territorio dei Comuni confinanti. In questa ottica di tutela del nostro ambiente abbiamo deciso di puntare anche su di una direttiva politica, che punti all’uso, su larga scala, delle nuove tecnologie per lo sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili e nella fattispecie l’Energia Solare. Innanzitutto si vuole incentivare qualsiasi cittadino casalese voglio passare ai pannelli fotovoltaici per la produzione di energia elettrica e per la produzione di energia termica, con dei finanziamenti comunali o anche con degli sgravi fiscali”.

“Si è scelto l’Energia Solare, non a caso, ma perché ci permette di avere più benefici; innanzitutto è un tipo di energia rinnovabile e pertanto non è affatto esauribile, poi è una forma di energia pulita, non inquinante, che sicuramente ridurrà di molto anche l’inquinamento elettromagnetico dovuto all’attraversamento dei cavi di corrente ad alta tensione e ancora porta un grande vantaggio diretto a tutti i cittadini e cioè quello di non pagare più alcuna bolletta per il consumo di energia elettrica e quindi ci permetterà di essere completamento autonomi e liberi dall’Enel. Il Partito del Sud si propone tra i suoi obiettivi quelli di valorizzazione e tutela del territorio, ma anche quello di far rinascere l’Economia del Sud e quindi l’economia di Casal di Principe”.

“Allora, cari cittadini, scegliete di passare al fotovoltaico per abbandonare definitivamente l’Enel, società che negli ultimi tempi ci sta tartassando con aumenti continui e che soprattutto ha la sede sociale al Nord e pertanto non può garantire a noi cittadini del Sud un equo trattamento”.

Fonte:Pupiatv del 12/03/2010
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venerdì 12 marzo 2010

Senza più regole




di Edmondo Berselli
Impone le sue leggi. Si scontra con il Quirinale. Travolge le istituzioni. Insulta gli avversari. Lascia dietro di sé scandali e problemi insoluti. Con il risultato di portare il Paese nel caos

C'è un particolare tipo di milanese, che nei caffè e nei trani a gogò, quando c'erano ancora, chiamano 'il veneziano'. È l'equivalente lombardo del 'fasso tutto mi': un uomo che si sente capace di tutto, di qualsiasi impresa, di qualunque avventura. Nel nostro caso, come si capisce, si chiama Silvio Berlusconi, è nato nel quartiere milanese dell'Isola, e nella vita ha fatto effettivamente di tutto. Ha suonato e cantato sulle navi da crociera con il suo sodale Fedele Confalonieri, ha intonato al pianoforte 'La vie en rose' davanti a un allibito Mitterrand, ha costruito dal niente due città satelliti a Milano, si è arricchito e ha creato la televisione commerciale in Italia, formando un impero editoriale che poi gli è venuto utile strumentalmente quando ha deciso di entrare in politica.

Nel frattempo, ha deciso che nessuna regola poteva fermare la sua corsa, e per questo ha slabbrato il tessuto istituzionale, distruggendo sostanzialmente l'impianto di pesi e contrappesi su cui si reggeva l'architettura del sistema italiano. Lo ha fatto sempre sorridendo, sempre convinto delle proprie capacità e sorretto dal cinismo dell'imprenditore, che sa fin dove può spingersi e quando ritirarsi, senza alcuna remora etica. Gli affari sono affari, e la politica è un affare. L'ultima prova si è avuta sul pasticcio delle liste a Roma e a Milano. Berlusconi sonnecchiava non si sa dove, indifferente alla crisi, alla politica economica, alle urgenze del governo: quando si è accorto che il caso stava per scoppiare, con evidenti problemi per la tenuta della maggioranza e del Pdl. Allora si è precipitato nella capitale, imponendo di fatto a Giorgio Napolitano l'emanazione di un decreto legge 'interpretativo' (ma in realtà innovativo), che interveniva sulla legge elettorale cambiandola in modo da riammettere Renata Polverini a Roma e Roberto Formigoni a Milano.
Lo stile di Berlusconi è stato pari alla sua personalità. Materializzatosi con un gioco di prestigio a palazzo Grazioli, ha costretto il presidente della Repubblica, con un confronto molto acceso, ad accettare il decreto legge del governo, appellandosi al fatto che la suprema legge della democrazia è quella che consente ai cittadini di votare per il partito e il candidato prescelto. Già il presidente del Senato Schifani, con un'ardita interpretazione che rovesciava tutta l'impostazione giuridica di un maestro del Novecento come Kelsen, aveva suggerito che in certi casi la sostanza conta più della forma. L'argomento era risibile, e intendeva sostenere che se le firme non c'erano o erano farlocche si poteva farne a meno, secondo un'interpretazione modernista o futurista della legge.

Purtroppo l'argomento era irresistibile, e Berlusconi se n'è appropriato, facendolo diventare la parola d'ordine di tutto il Pdl. In questo modo è riuscito di nuovo ad apparire quello che gli piace essere: il Caimano, o il Sultano. È il 'solutore di problemi' di Quentin Tarantino, l'uomo che sposta con pochi sguardi tutta l'immondizia di Napoli, il datore di lavoro di Guido Bertolaso. Dietro di lui, vacche sacre che speculano sugli appalti pubblici, fornitori di raccomandazioni, cognati, cricche, tesoretti, diamanti. Ma per Berlusconi non ci sono regole che possano fermarne l'azione: una volta individuato l'obiettivo, 'Silvio' non ha remore: i giudici, i pm, i sindacalisti, i politici dell'opposizione, tutti i dipendenti pubblici diventano "comunisti", gente che non ha mai lavorato un giorno nella vita, da spostare ai margini dell'elettorato e da battere sonoramente nel nome della libertà.

Con tutto questo, nel nome del pensiero liberale e dell'anticomunismo, Berlusconi ha potuto fare tutto: attrarre strumentalmente l'opposizione in trappola e poi denigrarla dicendo che era pur sempre comunista, capace unicamente di dire dei no, mentre "noi siamo il partito del fare". Alla fine si tratterà di stilare un bilancio, e valutare l'attivo e il passivo della gestione Berlusconi. All'attivo metteremo, paradossalmente, il fatto che abbia governato poco, lasciando l'iniziativa economica nelle mani di Giulio Tremonti e i problemi del welfare in quelle di Maurizio Sacconi, che non hanno fatto danni eccessivi.
Al passivo invece metteremo tutte le invenzioni sulla giustizia, a cominciare dalla pagliacciata sul processo breve, sul legittimo impedimento, su tutti i lodi a venire e sulle leggi ad personam per evitare i processi che lo riguardano. Intanto, Berlusconi si gode la formula 'pijo tutto', e i sondaggi favorevoli, sia pure appannati negli ultimi giorni, nonostante la depressione economica. Già la crisi: ancora non s'è capito come un capo del governo che gestisce a fatica e senza fantasia l'impoverimento del Paese possa godere di un consenso comunque alto, sbandierato ogni giorno davanti all'opinione pubblica. Qualcuno, per favore, può suggerire a Pier Luigi Bersani che occorre infilare il dito, o il cacciavite, in questa sindrome, e spezzare la 'contraddizion che nol consente': declino economico, declino civile, da una parte, e dall'altra acquiescenza verso il governo, con poche manifestazioni di protesta contro i casi più gravi sotto il profilo della disoccupazione.

Intanto Berlusconi prosegue nella sua partita ideologica. Ha plasmato la società italiana facendole capire che leggi e regole non sono niente (proprio come il marchese del Grillo, "io so' io e voi nun siete un cazzo"). E ha mostrato con l'esempio che cosa sia una 'politica di sviluppo': evasione fiscale, elusione delle norme, tangenti, appalti teleguidati. Il risultato è che mezza Italia si è convinta di essere dentro una seconda Tangentopoli, e l'altra metà sta pensando a come approfittarne.

Il clima, grazie al 'fasso tuto mi', è più o meno boliviano. 'Silvio' ricorre di nuovo alla piazza e minaccia risultati elettorali spaventosi per l'opposizione. Basteranno alcune settimane per capire se 'il veneziano', l'uomo del fare, avrà sfondato del tutto, alle elezioni regionali. E in quel momento capiremo anche qualcosa in più sulla società nazionale, sulla rottura delle convenzioni divenuta regola generale, grazie al formidabile 'fasso tuto mi' di Silvio.

Fonte:L'Espresso
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di Edmondo Berselli
Impone le sue leggi. Si scontra con il Quirinale. Travolge le istituzioni. Insulta gli avversari. Lascia dietro di sé scandali e problemi insoluti. Con il risultato di portare il Paese nel caos

C'è un particolare tipo di milanese, che nei caffè e nei trani a gogò, quando c'erano ancora, chiamano 'il veneziano'. È l'equivalente lombardo del 'fasso tutto mi': un uomo che si sente capace di tutto, di qualsiasi impresa, di qualunque avventura. Nel nostro caso, come si capisce, si chiama Silvio Berlusconi, è nato nel quartiere milanese dell'Isola, e nella vita ha fatto effettivamente di tutto. Ha suonato e cantato sulle navi da crociera con il suo sodale Fedele Confalonieri, ha intonato al pianoforte 'La vie en rose' davanti a un allibito Mitterrand, ha costruito dal niente due città satelliti a Milano, si è arricchito e ha creato la televisione commerciale in Italia, formando un impero editoriale che poi gli è venuto utile strumentalmente quando ha deciso di entrare in politica.

Nel frattempo, ha deciso che nessuna regola poteva fermare la sua corsa, e per questo ha slabbrato il tessuto istituzionale, distruggendo sostanzialmente l'impianto di pesi e contrappesi su cui si reggeva l'architettura del sistema italiano. Lo ha fatto sempre sorridendo, sempre convinto delle proprie capacità e sorretto dal cinismo dell'imprenditore, che sa fin dove può spingersi e quando ritirarsi, senza alcuna remora etica. Gli affari sono affari, e la politica è un affare. L'ultima prova si è avuta sul pasticcio delle liste a Roma e a Milano. Berlusconi sonnecchiava non si sa dove, indifferente alla crisi, alla politica economica, alle urgenze del governo: quando si è accorto che il caso stava per scoppiare, con evidenti problemi per la tenuta della maggioranza e del Pdl. Allora si è precipitato nella capitale, imponendo di fatto a Giorgio Napolitano l'emanazione di un decreto legge 'interpretativo' (ma in realtà innovativo), che interveniva sulla legge elettorale cambiandola in modo da riammettere Renata Polverini a Roma e Roberto Formigoni a Milano.
Lo stile di Berlusconi è stato pari alla sua personalità. Materializzatosi con un gioco di prestigio a palazzo Grazioli, ha costretto il presidente della Repubblica, con un confronto molto acceso, ad accettare il decreto legge del governo, appellandosi al fatto che la suprema legge della democrazia è quella che consente ai cittadini di votare per il partito e il candidato prescelto. Già il presidente del Senato Schifani, con un'ardita interpretazione che rovesciava tutta l'impostazione giuridica di un maestro del Novecento come Kelsen, aveva suggerito che in certi casi la sostanza conta più della forma. L'argomento era risibile, e intendeva sostenere che se le firme non c'erano o erano farlocche si poteva farne a meno, secondo un'interpretazione modernista o futurista della legge.

Purtroppo l'argomento era irresistibile, e Berlusconi se n'è appropriato, facendolo diventare la parola d'ordine di tutto il Pdl. In questo modo è riuscito di nuovo ad apparire quello che gli piace essere: il Caimano, o il Sultano. È il 'solutore di problemi' di Quentin Tarantino, l'uomo che sposta con pochi sguardi tutta l'immondizia di Napoli, il datore di lavoro di Guido Bertolaso. Dietro di lui, vacche sacre che speculano sugli appalti pubblici, fornitori di raccomandazioni, cognati, cricche, tesoretti, diamanti. Ma per Berlusconi non ci sono regole che possano fermarne l'azione: una volta individuato l'obiettivo, 'Silvio' non ha remore: i giudici, i pm, i sindacalisti, i politici dell'opposizione, tutti i dipendenti pubblici diventano "comunisti", gente che non ha mai lavorato un giorno nella vita, da spostare ai margini dell'elettorato e da battere sonoramente nel nome della libertà.

Con tutto questo, nel nome del pensiero liberale e dell'anticomunismo, Berlusconi ha potuto fare tutto: attrarre strumentalmente l'opposizione in trappola e poi denigrarla dicendo che era pur sempre comunista, capace unicamente di dire dei no, mentre "noi siamo il partito del fare". Alla fine si tratterà di stilare un bilancio, e valutare l'attivo e il passivo della gestione Berlusconi. All'attivo metteremo, paradossalmente, il fatto che abbia governato poco, lasciando l'iniziativa economica nelle mani di Giulio Tremonti e i problemi del welfare in quelle di Maurizio Sacconi, che non hanno fatto danni eccessivi.
Al passivo invece metteremo tutte le invenzioni sulla giustizia, a cominciare dalla pagliacciata sul processo breve, sul legittimo impedimento, su tutti i lodi a venire e sulle leggi ad personam per evitare i processi che lo riguardano. Intanto, Berlusconi si gode la formula 'pijo tutto', e i sondaggi favorevoli, sia pure appannati negli ultimi giorni, nonostante la depressione economica. Già la crisi: ancora non s'è capito come un capo del governo che gestisce a fatica e senza fantasia l'impoverimento del Paese possa godere di un consenso comunque alto, sbandierato ogni giorno davanti all'opinione pubblica. Qualcuno, per favore, può suggerire a Pier Luigi Bersani che occorre infilare il dito, o il cacciavite, in questa sindrome, e spezzare la 'contraddizion che nol consente': declino economico, declino civile, da una parte, e dall'altra acquiescenza verso il governo, con poche manifestazioni di protesta contro i casi più gravi sotto il profilo della disoccupazione.

Intanto Berlusconi prosegue nella sua partita ideologica. Ha plasmato la società italiana facendole capire che leggi e regole non sono niente (proprio come il marchese del Grillo, "io so' io e voi nun siete un cazzo"). E ha mostrato con l'esempio che cosa sia una 'politica di sviluppo': evasione fiscale, elusione delle norme, tangenti, appalti teleguidati. Il risultato è che mezza Italia si è convinta di essere dentro una seconda Tangentopoli, e l'altra metà sta pensando a come approfittarne.

Il clima, grazie al 'fasso tuto mi', è più o meno boliviano. 'Silvio' ricorre di nuovo alla piazza e minaccia risultati elettorali spaventosi per l'opposizione. Basteranno alcune settimane per capire se 'il veneziano', l'uomo del fare, avrà sfondato del tutto, alle elezioni regionali. E in quel momento capiremo anche qualcosa in più sulla società nazionale, sulla rottura delle convenzioni divenuta regola generale, grazie al formidabile 'fasso tuto mi' di Silvio.

Fonte:L'Espresso
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Così Berlusconi ordinò: "Chiudete Annozero"


L’indagine di Trani coinvolge il premier, Innocenzi (Agcom) e il direttore del Tg1. Santoro nel mirino: “Chiudere tutto”

Silvio Berlusconi voleva "chiudere" Annozero. Un membro dell'Agcom – dopo aver parlato con il premier - sollecitava esposti contro Michele Santoro. Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini – al telefono con il capo del governo – annunciava d'aver preparato speciali da mandare in onda sui giudici politicizzati. E le loro telefonate sono finite in un fascicolo esplosivo. Berlusconi, Minzolini e il commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi: sono stati intercettati per settimane dalla Guardia di Finanza di Bari, mentre discutevano della tv pubblica delle sue trasmissioni. E nel procedimento aperto dalla procura di Trani - per quanto risulta a Il Fatto Quotidiano – risulterebbero ora indagati. Lo scenario da “mani sulla Rai” vien fuori da un'inchiesta partita da lontano. L'indagine .- condotta dal pm Michele Ruggiero – in origine riguardava alcune carte di credito della American Express. È stata una “banale” inchiesta sui tassi d'usura, partita oltre un anno fa, ad alzare il velo sui reali rapporti tra Berlusconi, il direttore generale della Rai Mauro Masi (che non risulta tra gli indagati), il direttore del Tg1 e l'Agcom. Quelle carte di credito, in gergo, le chiamavano “revolving card”. Sono marchiate American Express e, secondo l'ipotesi accusatoria, praticano tassi usurai sui debiti in mora. In altre parole: il cliente, che non restituisce il debito nei tempi previsti, rischia di pagare cifre altissime d'interessi. E così Ruggiero indaga. Per mesi e mesi. Sin dagli inizi del 2009.

Fino a quando una traccia lo porta su un'altra pista. Il pm e la polizia giudiziaria scoprono che qualcuno – probabilmente millantando – è certo di poter circoscrivere la portata dello scandalo: qualcuno avrebbe le conoscenze giuste, all'interno dell'Agcom, che è Garante anche per i consumatori. Qualcuno vanta – sempre millantando – di avere le chiavi giuste persino al Tg1: è convinto di poter bloccare i servizi giornalistici sull'argomento, intervendo sul suo direttore, Augusto Minzolini. Le telefonate s'intrecciano. I sospetti crescono. L'inchiesta fa un salto. E la sorte è bizzarra: Minzolini, il servizio sulle carte di credito revolving, lo manderà in onda. Ma nel frattempo, la Guardia di Finanza scopre la rete di rapporti che gravano sull'Agcom e sulla Rai. Telefonata dopo telefonata si percepisce il peso di Berlusconi sulle loro condotte. Gli investigatori si accorgono che il presidente del Consiglio è ciclicamente in contatto con il direttore del Tg1. La procura ascolta in diretta le pressioni del premier sull'Agcom. Registra la fibrillazione per ogni puntata di Annozero. Sente in diretta le lamentele del premier: il cavaliere non ne può più. Vuole che Annozero e altri “pollai” - come pubblicamente li chiama lui - siano chiusi. E l'Agcom deve fare qualcosa. Berlusconi al telefono è esplicito: quando compulsa Innocenzi - che dovrebbe garantire lo Stato, in tema di comunicazione - parla di chiusura. E Innocenzi non soltanto lo asseconda. Ma cerca di trovare un modo: per sanzionare Santoro e la sua redazione servono degli esposti. E quindi: si cerca qualcuno che li firmi.

I ruoli si capovolgono: è l'Agcom che cerca qualcuno disposto a firmare l'esposto contro Santoro. Innocenzi è persino disposto, in un caso, a fornire, all'avvocato di un politico, la consulenza dei propri funzionari. La catena si rovescia: un membro dell'Agcom (che svolge un ruolo pubblico), intende offrire le competenze dei propri funzionari (pagati con soldi pubblici), a vantaggio di un politico, per poter poi sanzionare Santoro (giornalista del servizio pubblico). In qualche caso si cerca persino di compulsare, perchè presenti un esposto, un generale dei Carabinieri. L’immagine di Berlusconi che emerge dall’indagine è quella di un capo di governo allergico a ogni forma di critica e libertà d’opinione. Si lamenta persino della presenza del direttore di Repubblica, Ezio Mauro, a Parla con me: Serena Dandini, peraltro, è recidiva. Ha da poco invitato, come sottolinea il premier, anche il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Il premier si scompone: nello studio della Dandini, due giornalisti (del calibro di Mauro e Scalfari), l'hanno attaccato. Chiede se - e come - l'Agcom possa intervenire. Innocenzi ci ragiona. Sopporta telefonate quotidiane. Berlusconi incalza Innocenzi, ripetutamente, fino al punto di dirgli che l'intera Agcom, visto che non riesce a fermare Santoro, dovrebbe dimettersi.

Il premier intercettato dimostra di non distinguere tra il ruolo dell'Agcom e il suo ruolo di capo del Governo. Pare che l'Autorità garante debba agire a sua personale garanzia. Gli sfugge anche che, l'Agcom, può intervenire soltanto dopo, la trasmissione di Annozero. Non prima. E infatti – dopo aver raccolto lo sfogo telefonico di Innocenzi sulle lamentele di Berlusconi – un giorno, il dg della Rai Mauro Masi, è costretto ad ammettere: certe pressioni non si ascoltano neanche nello Zimbabwe.

Il parossismo, però, si raggiunge a fine anno. Quando Santoro manda in onda due puntate che faranno audience da record e toccano da vicino il premier. La prima: quella sul processo all'avvocato inglese Mills, all'epoca indagato per corruzione, reato oggi prescritto. La seconda: quella sulla trattativa tra Stato e Cosa Nostra, dove Santoro si soffermerà sulle deposizioni di Spatuzza, in merito ai rapporti tra la mafia e la nascita di Forza Italia. Non si devono fare, in tv, i processi che si svolgono nelle aule dei tribunali, tuona Berlusconi con il solito Innocenzi. Secondo il premier – si sfoga Innocenzi con Masi – si potrebbe dire a Santoro che non può parlare del processo Mills in tv. Non è così che funziona, ribadice Masi. Non funziona così neanche nello Zimbabwe. Comunque Masi non risparmia le diffide.

Per il presidente della Rai non mancano le occasioni di minacciare la sospensione di Santoro e della sua trasmissione. A ridosso della trasmissione su Spatuzza, al telefono di Innocenzi, si presenta anche Marcello Dell'Utri. Tutt'altra musica, invece, quando il premier parla con Minzolini, che Berlusconi chiama direttorissimo. Sulle vicende palermitane, Minzolini fa sapere di essere pronto a intervenire, se altri dovessero giocare brutti scherzi. E il giorno dopo, puntuale, arriva il suo editoriale sul Tg1: Spatuzza dice “balle”. Tutte queste telefonate, confluite ora in un autonomo fascicolo, rispetto a quello di partenza, dovranno essere valutate sotto il profilo giudizario. Se esistono dei reati, dovranno essere vagliati, e se costituiscono delle prove, avranno un peso nel procedimento. È tutto da vedersi e da verificare, ovviamente, ma è un fatto che queste telefonate sono “prove” di regime. Dimostrano la impercettibile differenza tra i ruoli del controllato e del controllore, del pubblico e del privato.

Le parole di Berlusconi che, mentre è capo del Governo e capo di Mediaset, parla da capo anche a chi non dovrebbe, Giancarlo Innocenzi, dimostrano che viene meno la separazione tra i due poteri. Altrettanto si può dire delle parole deferenti di Innocenzi che anziché declinare gli inviti esibisce telefonicamente la propria obbedienza e rassicura Berlusconi: presto sarà aperto lo scontro con Santoro. Dietro le affermazioni sembra delinearsi un piano. È soltanto un'impressione. Ma il premier sostiene che queste trasmissioni debbano essere chiuse, sì, su stimolo dell'Agcom, ma su azione della Rai. Tre mesi dopo questi dialoghi, assistiamo alla sospensione di Annozero, Ballarò, Porta a porta e Ultima parola proprio per mano della par condicio Rai, nell'intero ultimo mese di campagna elettorale. E quindi: la notizia di cronaca giudiziaria è che Berlusconi, Innocenzi e Minzolini, sono coinvolti in un'indagine.

La notizia più interessante, però, è un'altra: il “regime” è stato trascritto. In migliaia di pagine. Trasuda dai brogliacci delle intercettazioni telefoniche. Parla le parole del “presidente”. Il territorio di conquista è la Rai: il conflitto d'interesse del premier Silvio Berlusconi – grazie a questi atti d'indagine - è oggi un fatto “provato”. Non è più discutibile.

Fonte:Da il Fatto Quotidiano del 12 marzo
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L’indagine di Trani coinvolge il premier, Innocenzi (Agcom) e il direttore del Tg1. Santoro nel mirino: “Chiudere tutto”

Silvio Berlusconi voleva "chiudere" Annozero. Un membro dell'Agcom – dopo aver parlato con il premier - sollecitava esposti contro Michele Santoro. Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini – al telefono con il capo del governo – annunciava d'aver preparato speciali da mandare in onda sui giudici politicizzati. E le loro telefonate sono finite in un fascicolo esplosivo. Berlusconi, Minzolini e il commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi: sono stati intercettati per settimane dalla Guardia di Finanza di Bari, mentre discutevano della tv pubblica delle sue trasmissioni. E nel procedimento aperto dalla procura di Trani - per quanto risulta a Il Fatto Quotidiano – risulterebbero ora indagati. Lo scenario da “mani sulla Rai” vien fuori da un'inchiesta partita da lontano. L'indagine .- condotta dal pm Michele Ruggiero – in origine riguardava alcune carte di credito della American Express. È stata una “banale” inchiesta sui tassi d'usura, partita oltre un anno fa, ad alzare il velo sui reali rapporti tra Berlusconi, il direttore generale della Rai Mauro Masi (che non risulta tra gli indagati), il direttore del Tg1 e l'Agcom. Quelle carte di credito, in gergo, le chiamavano “revolving card”. Sono marchiate American Express e, secondo l'ipotesi accusatoria, praticano tassi usurai sui debiti in mora. In altre parole: il cliente, che non restituisce il debito nei tempi previsti, rischia di pagare cifre altissime d'interessi. E così Ruggiero indaga. Per mesi e mesi. Sin dagli inizi del 2009.

Fino a quando una traccia lo porta su un'altra pista. Il pm e la polizia giudiziaria scoprono che qualcuno – probabilmente millantando – è certo di poter circoscrivere la portata dello scandalo: qualcuno avrebbe le conoscenze giuste, all'interno dell'Agcom, che è Garante anche per i consumatori. Qualcuno vanta – sempre millantando – di avere le chiavi giuste persino al Tg1: è convinto di poter bloccare i servizi giornalistici sull'argomento, intervendo sul suo direttore, Augusto Minzolini. Le telefonate s'intrecciano. I sospetti crescono. L'inchiesta fa un salto. E la sorte è bizzarra: Minzolini, il servizio sulle carte di credito revolving, lo manderà in onda. Ma nel frattempo, la Guardia di Finanza scopre la rete di rapporti che gravano sull'Agcom e sulla Rai. Telefonata dopo telefonata si percepisce il peso di Berlusconi sulle loro condotte. Gli investigatori si accorgono che il presidente del Consiglio è ciclicamente in contatto con il direttore del Tg1. La procura ascolta in diretta le pressioni del premier sull'Agcom. Registra la fibrillazione per ogni puntata di Annozero. Sente in diretta le lamentele del premier: il cavaliere non ne può più. Vuole che Annozero e altri “pollai” - come pubblicamente li chiama lui - siano chiusi. E l'Agcom deve fare qualcosa. Berlusconi al telefono è esplicito: quando compulsa Innocenzi - che dovrebbe garantire lo Stato, in tema di comunicazione - parla di chiusura. E Innocenzi non soltanto lo asseconda. Ma cerca di trovare un modo: per sanzionare Santoro e la sua redazione servono degli esposti. E quindi: si cerca qualcuno che li firmi.

I ruoli si capovolgono: è l'Agcom che cerca qualcuno disposto a firmare l'esposto contro Santoro. Innocenzi è persino disposto, in un caso, a fornire, all'avvocato di un politico, la consulenza dei propri funzionari. La catena si rovescia: un membro dell'Agcom (che svolge un ruolo pubblico), intende offrire le competenze dei propri funzionari (pagati con soldi pubblici), a vantaggio di un politico, per poter poi sanzionare Santoro (giornalista del servizio pubblico). In qualche caso si cerca persino di compulsare, perchè presenti un esposto, un generale dei Carabinieri. L’immagine di Berlusconi che emerge dall’indagine è quella di un capo di governo allergico a ogni forma di critica e libertà d’opinione. Si lamenta persino della presenza del direttore di Repubblica, Ezio Mauro, a Parla con me: Serena Dandini, peraltro, è recidiva. Ha da poco invitato, come sottolinea il premier, anche il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Il premier si scompone: nello studio della Dandini, due giornalisti (del calibro di Mauro e Scalfari), l'hanno attaccato. Chiede se - e come - l'Agcom possa intervenire. Innocenzi ci ragiona. Sopporta telefonate quotidiane. Berlusconi incalza Innocenzi, ripetutamente, fino al punto di dirgli che l'intera Agcom, visto che non riesce a fermare Santoro, dovrebbe dimettersi.

Il premier intercettato dimostra di non distinguere tra il ruolo dell'Agcom e il suo ruolo di capo del Governo. Pare che l'Autorità garante debba agire a sua personale garanzia. Gli sfugge anche che, l'Agcom, può intervenire soltanto dopo, la trasmissione di Annozero. Non prima. E infatti – dopo aver raccolto lo sfogo telefonico di Innocenzi sulle lamentele di Berlusconi – un giorno, il dg della Rai Mauro Masi, è costretto ad ammettere: certe pressioni non si ascoltano neanche nello Zimbabwe.

Il parossismo, però, si raggiunge a fine anno. Quando Santoro manda in onda due puntate che faranno audience da record e toccano da vicino il premier. La prima: quella sul processo all'avvocato inglese Mills, all'epoca indagato per corruzione, reato oggi prescritto. La seconda: quella sulla trattativa tra Stato e Cosa Nostra, dove Santoro si soffermerà sulle deposizioni di Spatuzza, in merito ai rapporti tra la mafia e la nascita di Forza Italia. Non si devono fare, in tv, i processi che si svolgono nelle aule dei tribunali, tuona Berlusconi con il solito Innocenzi. Secondo il premier – si sfoga Innocenzi con Masi – si potrebbe dire a Santoro che non può parlare del processo Mills in tv. Non è così che funziona, ribadice Masi. Non funziona così neanche nello Zimbabwe. Comunque Masi non risparmia le diffide.

Per il presidente della Rai non mancano le occasioni di minacciare la sospensione di Santoro e della sua trasmissione. A ridosso della trasmissione su Spatuzza, al telefono di Innocenzi, si presenta anche Marcello Dell'Utri. Tutt'altra musica, invece, quando il premier parla con Minzolini, che Berlusconi chiama direttorissimo. Sulle vicende palermitane, Minzolini fa sapere di essere pronto a intervenire, se altri dovessero giocare brutti scherzi. E il giorno dopo, puntuale, arriva il suo editoriale sul Tg1: Spatuzza dice “balle”. Tutte queste telefonate, confluite ora in un autonomo fascicolo, rispetto a quello di partenza, dovranno essere valutate sotto il profilo giudizario. Se esistono dei reati, dovranno essere vagliati, e se costituiscono delle prove, avranno un peso nel procedimento. È tutto da vedersi e da verificare, ovviamente, ma è un fatto che queste telefonate sono “prove” di regime. Dimostrano la impercettibile differenza tra i ruoli del controllato e del controllore, del pubblico e del privato.

Le parole di Berlusconi che, mentre è capo del Governo e capo di Mediaset, parla da capo anche a chi non dovrebbe, Giancarlo Innocenzi, dimostrano che viene meno la separazione tra i due poteri. Altrettanto si può dire delle parole deferenti di Innocenzi che anziché declinare gli inviti esibisce telefonicamente la propria obbedienza e rassicura Berlusconi: presto sarà aperto lo scontro con Santoro. Dietro le affermazioni sembra delinearsi un piano. È soltanto un'impressione. Ma il premier sostiene che queste trasmissioni debbano essere chiuse, sì, su stimolo dell'Agcom, ma su azione della Rai. Tre mesi dopo questi dialoghi, assistiamo alla sospensione di Annozero, Ballarò, Porta a porta e Ultima parola proprio per mano della par condicio Rai, nell'intero ultimo mese di campagna elettorale. E quindi: la notizia di cronaca giudiziaria è che Berlusconi, Innocenzi e Minzolini, sono coinvolti in un'indagine.

La notizia più interessante, però, è un'altra: il “regime” è stato trascritto. In migliaia di pagine. Trasuda dai brogliacci delle intercettazioni telefoniche. Parla le parole del “presidente”. Il territorio di conquista è la Rai: il conflitto d'interesse del premier Silvio Berlusconi – grazie a questi atti d'indagine - è oggi un fatto “provato”. Non è più discutibile.

Fonte:Da il Fatto Quotidiano del 12 marzo
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