venerdì 12 marzo 2010

Articolo sul Partito del Sud sul settimanale "il Punto"




Appena uscito ed acquistata una copia in edicola qui a Roma, ho scannerizzato l'articolo sul settimanale "il Punto" che parla di noi del Partito del Sud e degli amici del movimento Insorgenza Civile...la rivoluzione meridionale che avanza! Troverete il settimanale in edicola da oggi in tutt'Italia...Buona lettura!


Fonte:Partito del Sud Roma
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Appena uscito ed acquistata una copia in edicola qui a Roma, ho scannerizzato l'articolo sul settimanale "il Punto" che parla di noi del Partito del Sud e degli amici del movimento Insorgenza Civile...la rivoluzione meridionale che avanza! Troverete il settimanale in edicola da oggi in tutt'Italia...Buona lettura!


Fonte:Partito del Sud Roma
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Par condicio, il Tar boccia lo stop ai talk show


A questo punto si va verso una convocazione d'urgenza del consiglio di amministrazione di Viale Mazzini. L'organismo dovrebbe essere convocato dal presidente Paolo Garimberti per lunedì
Par condicio, il Tar boccia lo stop ai talk show

Santoro: "Fatto per zittire, la Rai sia coraggiosa". Bersani: "Rai prenda atto, tornino i programmi". Rizzo Nervo: "In onda le trasmissioni"



ROMA - Stop al regolamento dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni nella parte che blocca i talk show in periodo elettorale. Il Tar del Lazio ha accolto la richiesta di Sky e Telecom Italia Media che chiedeva la sospensione del regolamento varato dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni che disciplina la par condicio in vista delle Regionali. Una regolamentazione così stringente per i talk show, da portare al loro stop nell'ultimo mese di campagna elettorale.

A questo punto si va verso una convocazione d'urgenza del consiglio di amministrazione di Viale Mazzini. Era stato il Cda infatti a decidere la sospensione dei talk show in applicazione delle regole della Vigilanza. Il consiglio, a quanto si apprende, dovrebbe essere convocato dal presidente Paolo Garimberti per lunedì.

Nella loro richiesta di sospensiva, Sky e Telecom italia aveva ricorso al Tar contro la delibera che limitava l'informazione politica durante la campagna elettorale. In questo Agcom si era mossa in analogia con quanto previsto dal regolamento per la Rai, che sottoponeva tutti i programmi di informazione alle regole della comunicazione politica e prevedeva che i talk show dovessero ospitare o anche essere sostituiti dalle tribune politiche. Ed è su questa interpretazione che si era mosso il cda rai decidendo, a maggioranza, di sospendere trasmssioni come Annozero, Ballarò e Porta a Porta.

Con la decisione di oggi il Tar, invece, dà ragione alle emittenti private. Con questo esito, aveva detto il presidente della Rai Paolo Garimberti, "si riapre il cda" sul regolamento. A questo punto il consiglio dovrebbe riammettere i talk show anche per non creare una disparità con le private. Anche l'Agcom dovrà ora decidere il da farsi, e il consiglio dell'authority dovrebbe riunirsi all'inizio della prossima settimana.

I giudici hanno invece respinto la richiesta di Federconsumatori che voleva lo stop al regolamento della Vigilanza perchè ha ritenuto che, trattandosi di organismo parlamentare, "sussistono profili di inammissibilità del gravame per la parte in cui è impugnato il regolamento", in quanto appunto "approvato dalla Commissione parlamentare di Vigilanza nella seduta del 9 febbraio 2010, in relazione alla natura parlamentare dell'organo che ha adottato l'atto impugnato in assolvimento della funzione precipuamente politica di indirizzo e vigilanza".

Le reazioni. "La sospensione del regolamento Agcom è una chiara bocciatura della norma-bavaglio imposta dalla destra in commissione di vigilanza Rai" sottolinea Paolo Gentiloni del Pd. "Cade il primo pezzo di un castello di illegalità costruito apposta per mettere mordacchia a programmi di approfondimento - dice Michele Santoro a RepubblicaTv - la Rai dovrebbe mandare in onda le trasmissioni con le vecchie regole come si è sempre fatto. Ma avranno coraggio politico? servirebbe un atto di coraggio, un'autonomia aziendale che ora non c'è". Per il segretario del Pd, Pierluigi Bersani "il rischio è che il solo servizio pubblico rimanga ostaggio di norme che limitano libertà e discussione, serve riportare il buon senso e riaprire subito gli approfondimenti informativi che sono stati sospesi nei giorni scorsi". E se il cda non dovessere tornare sui proprio passi? "Vediamo che succede e poi si vede i gesti di rottura si fanno, non si annunciano" dice il consigliere Rai Nino Rizzo Nervo.

La norma bocciata. Questo l'articolo 6 comma 2 del regolamento Agcom per le Regionali 2010: "Nel periodo di vigenza della presente delibera, tenuto conto del servizio di interesse generale dell'attività di informazione radiotelevisiva, i notiziari diffusi dalle emittenti televisive e radiofoniche nazionali e tutti gli altri programmi a contenuto informativo, riconducibili alla responsabilità di specifiche testate giornalistiche registrate ai sensi di legge, si conformano con particolare rigore ai principi di tutela del pluralismo, dell'imparzialità, dell'indipendenza, dell'obiettività e dell'apertura alle diverse forze politiche, nonchè al fine di garantire l'osservanza dei predetti principi, allo specifico criterio della parità di trattamento tra i soggetti e le diverse forze politiche individuate ai sensi dell'art. 2, comma 1, del presente regolamento". L'articolo 2 al comma 1 disciplina la definizione e quindi la presenza dei soggetti politici nelle Tribune politiche: di fatto i programmi di approfondimento vengono equiparati alle regole delle tribune.

(12 marzo 2010)

Fonte:LaRepubblica
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A questo punto si va verso una convocazione d'urgenza del consiglio di amministrazione di Viale Mazzini. L'organismo dovrebbe essere convocato dal presidente Paolo Garimberti per lunedì
Par condicio, il Tar boccia lo stop ai talk show

Santoro: "Fatto per zittire, la Rai sia coraggiosa". Bersani: "Rai prenda atto, tornino i programmi". Rizzo Nervo: "In onda le trasmissioni"



ROMA - Stop al regolamento dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni nella parte che blocca i talk show in periodo elettorale. Il Tar del Lazio ha accolto la richiesta di Sky e Telecom Italia Media che chiedeva la sospensione del regolamento varato dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni che disciplina la par condicio in vista delle Regionali. Una regolamentazione così stringente per i talk show, da portare al loro stop nell'ultimo mese di campagna elettorale.

A questo punto si va verso una convocazione d'urgenza del consiglio di amministrazione di Viale Mazzini. Era stato il Cda infatti a decidere la sospensione dei talk show in applicazione delle regole della Vigilanza. Il consiglio, a quanto si apprende, dovrebbe essere convocato dal presidente Paolo Garimberti per lunedì.

Nella loro richiesta di sospensiva, Sky e Telecom italia aveva ricorso al Tar contro la delibera che limitava l'informazione politica durante la campagna elettorale. In questo Agcom si era mossa in analogia con quanto previsto dal regolamento per la Rai, che sottoponeva tutti i programmi di informazione alle regole della comunicazione politica e prevedeva che i talk show dovessero ospitare o anche essere sostituiti dalle tribune politiche. Ed è su questa interpretazione che si era mosso il cda rai decidendo, a maggioranza, di sospendere trasmssioni come Annozero, Ballarò e Porta a Porta.

Con la decisione di oggi il Tar, invece, dà ragione alle emittenti private. Con questo esito, aveva detto il presidente della Rai Paolo Garimberti, "si riapre il cda" sul regolamento. A questo punto il consiglio dovrebbe riammettere i talk show anche per non creare una disparità con le private. Anche l'Agcom dovrà ora decidere il da farsi, e il consiglio dell'authority dovrebbe riunirsi all'inizio della prossima settimana.

I giudici hanno invece respinto la richiesta di Federconsumatori che voleva lo stop al regolamento della Vigilanza perchè ha ritenuto che, trattandosi di organismo parlamentare, "sussistono profili di inammissibilità del gravame per la parte in cui è impugnato il regolamento", in quanto appunto "approvato dalla Commissione parlamentare di Vigilanza nella seduta del 9 febbraio 2010, in relazione alla natura parlamentare dell'organo che ha adottato l'atto impugnato in assolvimento della funzione precipuamente politica di indirizzo e vigilanza".

Le reazioni. "La sospensione del regolamento Agcom è una chiara bocciatura della norma-bavaglio imposta dalla destra in commissione di vigilanza Rai" sottolinea Paolo Gentiloni del Pd. "Cade il primo pezzo di un castello di illegalità costruito apposta per mettere mordacchia a programmi di approfondimento - dice Michele Santoro a RepubblicaTv - la Rai dovrebbe mandare in onda le trasmissioni con le vecchie regole come si è sempre fatto. Ma avranno coraggio politico? servirebbe un atto di coraggio, un'autonomia aziendale che ora non c'è". Per il segretario del Pd, Pierluigi Bersani "il rischio è che il solo servizio pubblico rimanga ostaggio di norme che limitano libertà e discussione, serve riportare il buon senso e riaprire subito gli approfondimenti informativi che sono stati sospesi nei giorni scorsi". E se il cda non dovessere tornare sui proprio passi? "Vediamo che succede e poi si vede i gesti di rottura si fanno, non si annunciano" dice il consigliere Rai Nino Rizzo Nervo.

La norma bocciata. Questo l'articolo 6 comma 2 del regolamento Agcom per le Regionali 2010: "Nel periodo di vigenza della presente delibera, tenuto conto del servizio di interesse generale dell'attività di informazione radiotelevisiva, i notiziari diffusi dalle emittenti televisive e radiofoniche nazionali e tutti gli altri programmi a contenuto informativo, riconducibili alla responsabilità di specifiche testate giornalistiche registrate ai sensi di legge, si conformano con particolare rigore ai principi di tutela del pluralismo, dell'imparzialità, dell'indipendenza, dell'obiettività e dell'apertura alle diverse forze politiche, nonchè al fine di garantire l'osservanza dei predetti principi, allo specifico criterio della parità di trattamento tra i soggetti e le diverse forze politiche individuate ai sensi dell'art. 2, comma 1, del presente regolamento". L'articolo 2 al comma 1 disciplina la definizione e quindi la presenza dei soggetti politici nelle Tribune politiche: di fatto i programmi di approfondimento vengono equiparati alle regole delle tribune.

(12 marzo 2010)

Fonte:LaRepubblica

«Settati, piccì». Supplente licenziato a Pordenone perché parla campano

Solo pochi giorni fa l'amico De Franciscis, nel suo post "Attenzione", aveva già profeticamente previsto quello che si sta puntualmente e per gradi avverando..


Espressione dialettale in aula: il ragazzino non capisce e scoppia il caso. Alcuni bambini avevano raccontato a casa: «Il maestro si rivolge a noi utilizzando una lingua strana». Avesse parlato in friulano? «La “marilenghe” appartiene alla nostra tradizione».


di Chiara Benotti

PORDENONE - «Settati piccì». Due parole bastano per essere licenziati, in aula. Il maestro A.B. supplente nel secondo circolo didattico di Pordenone è stato licenziato in tronco: non parlava italiano, dicono. Invitava il bambino in piedi a sedersi dietro il banco dicendo: “settati”. Nel terzo millennio sembra una storia alla Edmondo De Amicis, soltanto che non c’è il cuore a salvare il finale. Il maestro che parlava un mix di campano e toscano è finito disoccupato.

«Brava persona, supplente a 40 anni compiuti da un pezzo, in arrivo dalla Campania - hanno detto i colleghi sotto la coltre di silenzio e anonimato che avvolge la vicenda in aula -. Il suo peccato originale: talvolta parlava dialetto stretto del Sud».

Nelle due classi dei plessi primari di Vallenoncello e via Vesalio dal secondo giorno di scuola, in settembre la questione era rimbalzata come un anacronismo storico. «Il maestro ci parla in una lingua strana - dicevano i bambini ai genitori, ridendo e motteggiandolo -. Parlammo uguale così».

Allarmati i genitori, avevano bussato alla porta della dirigente Nadia Poletto nella sede centrale della Rosmini. Il meccanismo dei controlli era partito: attente visite in classe dell’ispettore inviato dall’Ufficio scolastico regionale e provinciale con supervisione dei quaderni e quello che è venuto fuori, sono stati refusi linguistici e peggio. Errori di grammatica e di lessico dei bambini, in tanti compiti ed esercizi.

«Gli abbiamo consigliato di fare punteggio fino a gennaio per avere un risultato professionale in graduatoria - hanno detto dalla cattedra del secondo circolo con la promessa dell’anonimato - e di andarsene da questa scuola. Niente da fare: dispiace perché è una brava persona. Non parla sempre l’italiano corrente. Buon rapporto con i bambini, ma se il maestro non ha un idioma corretto che docente è?».

Avesse parlato friulano? «La “marilenghe” è un’altra cosa - dicono le esperte di lingua -. Questo non appartiene alla nostra tradizione».

Il caso ha creato qualche imbarazzo. «Il sindacato deve fare qualcosa - hanno suggerito alcuni colleghi -. Lo hanno silurato con pregiudizio. Non hanno usato lo stesso metodo in Provincia, per scegliere l’insegnante nella trasmissione “Parlare italiano si può” dedicata agli stranieri immigrati e da alfabetizzare, su TelePordenone? Il primo candidato di grande professionalità aveva una inflessione sicula: è stato silurato».

Fonte:IlMessaggeroVeneto
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Solo pochi giorni fa l'amico De Franciscis, nel suo post "Attenzione", aveva già profeticamente previsto quello che si sta puntualmente e per gradi avverando..


Espressione dialettale in aula: il ragazzino non capisce e scoppia il caso. Alcuni bambini avevano raccontato a casa: «Il maestro si rivolge a noi utilizzando una lingua strana». Avesse parlato in friulano? «La “marilenghe” appartiene alla nostra tradizione».


di Chiara Benotti

PORDENONE - «Settati piccì». Due parole bastano per essere licenziati, in aula. Il maestro A.B. supplente nel secondo circolo didattico di Pordenone è stato licenziato in tronco: non parlava italiano, dicono. Invitava il bambino in piedi a sedersi dietro il banco dicendo: “settati”. Nel terzo millennio sembra una storia alla Edmondo De Amicis, soltanto che non c’è il cuore a salvare il finale. Il maestro che parlava un mix di campano e toscano è finito disoccupato.

«Brava persona, supplente a 40 anni compiuti da un pezzo, in arrivo dalla Campania - hanno detto i colleghi sotto la coltre di silenzio e anonimato che avvolge la vicenda in aula -. Il suo peccato originale: talvolta parlava dialetto stretto del Sud».

Nelle due classi dei plessi primari di Vallenoncello e via Vesalio dal secondo giorno di scuola, in settembre la questione era rimbalzata come un anacronismo storico. «Il maestro ci parla in una lingua strana - dicevano i bambini ai genitori, ridendo e motteggiandolo -. Parlammo uguale così».

Allarmati i genitori, avevano bussato alla porta della dirigente Nadia Poletto nella sede centrale della Rosmini. Il meccanismo dei controlli era partito: attente visite in classe dell’ispettore inviato dall’Ufficio scolastico regionale e provinciale con supervisione dei quaderni e quello che è venuto fuori, sono stati refusi linguistici e peggio. Errori di grammatica e di lessico dei bambini, in tanti compiti ed esercizi.

«Gli abbiamo consigliato di fare punteggio fino a gennaio per avere un risultato professionale in graduatoria - hanno detto dalla cattedra del secondo circolo con la promessa dell’anonimato - e di andarsene da questa scuola. Niente da fare: dispiace perché è una brava persona. Non parla sempre l’italiano corrente. Buon rapporto con i bambini, ma se il maestro non ha un idioma corretto che docente è?».

Avesse parlato friulano? «La “marilenghe” è un’altra cosa - dicono le esperte di lingua -. Questo non appartiene alla nostra tradizione».

Il caso ha creato qualche imbarazzo. «Il sindacato deve fare qualcosa - hanno suggerito alcuni colleghi -. Lo hanno silurato con pregiudizio. Non hanno usato lo stesso metodo in Provincia, per scegliere l’insegnante nella trasmissione “Parlare italiano si può” dedicata agli stranieri immigrati e da alfabetizzare, su TelePordenone? Il primo candidato di grande professionalità aveva una inflessione sicula: è stato silurato».

Fonte:IlMessaggeroVeneto
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giovedì 11 marzo 2010

Questa foto è l’Italia del 2010.


- PIOVONO RANE di Alessandro Gilioli -



Questa foto è l’Italia del 2010.

Un ministro della Repubblica che prende per il bavero un tizio che voleva fare una domanda sgradita al premier.

Il ministro della Repubblica che comanda le Forze armate che gode nell’usare la sua forza fisica – peraltro protetta dai suoi carabinieri – per cacciare da una sala un cittadino disomogeneo.

Questa è la fotografia perfetta del paese in cui viviamo. La forza, la prepotenza, il silenziamento muscolare del dissenso. Perpetrato in modo disintermediato, diretto, dalle mani e dalla braccia di chi per un giorno torna a sentirsi giovane e per manganellare non ha più bisogno dei Capezzone, dei Feltri, dei Minzolini: può farlo direttamente con le proprie unghie ficcate nel cappotto del dissidente.

Lui stasera ne sarà orgoglioso e lo racconterà ridendo ai suoi camerati.

Noi possiamo solo vergognarci, anche per lui, di vivere in un paese così.

Fonte:L'espresso - blog Piovono rane di Alessandro Gilioli

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- PIOVONO RANE di Alessandro Gilioli -



Questa foto è l’Italia del 2010.

Un ministro della Repubblica che prende per il bavero un tizio che voleva fare una domanda sgradita al premier.

Il ministro della Repubblica che comanda le Forze armate che gode nell’usare la sua forza fisica – peraltro protetta dai suoi carabinieri – per cacciare da una sala un cittadino disomogeneo.

Questa è la fotografia perfetta del paese in cui viviamo. La forza, la prepotenza, il silenziamento muscolare del dissenso. Perpetrato in modo disintermediato, diretto, dalle mani e dalla braccia di chi per un giorno torna a sentirsi giovane e per manganellare non ha più bisogno dei Capezzone, dei Feltri, dei Minzolini: può farlo direttamente con le proprie unghie ficcate nel cappotto del dissidente.

Lui stasera ne sarà orgoglioso e lo racconterà ridendo ai suoi camerati.

Noi possiamo solo vergognarci, anche per lui, di vivere in un paese così.

Fonte:L'espresso - blog Piovono rane di Alessandro Gilioli

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La crisi morde duro: il Pil crolla a -5,1% E' il dato peggiore da oltre 30 anni


Lo rende noto l’Istat, nei ‘Conti economici trimestrali’, spiegando che il 2009 ha avuto un giorno lavorativo in più rispetto al 2008 e rivedendo così al ribasso la stima provvisoria comunicata a febbraio che indicava un calo del Pil del 4,9% lo scorso anno
Roma, 10 marzo 2010 - Crolla del 5,1% nel 2009 il Pil in Italia: si tratta del dato peggiore dal 1971, dall’inizio cioè della serie storica. L’anno scorso il prodotto interno lordo corretto per gli effetti di calendario è diminuito infatti del 5,1%. Lo rende noto l’Istat, nei ‘Conti economici trimestrali’, spiegando che il 2009 ha avuto un giorno lavorativo in più rispetto al 2008 e rivedendo così al ribasso la stima provvisoria comunicata a febbraio che indicava un calo del Pil del 4,9% lo scorso anno.
Il Pil non corretto per gli effetti di calendario, come comunicato dall’Istat il primo marzo, è diminuito del 5%.

Fonte:Quotidiano net
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Lo rende noto l’Istat, nei ‘Conti economici trimestrali’, spiegando che il 2009 ha avuto un giorno lavorativo in più rispetto al 2008 e rivedendo così al ribasso la stima provvisoria comunicata a febbraio che indicava un calo del Pil del 4,9% lo scorso anno
Roma, 10 marzo 2010 - Crolla del 5,1% nel 2009 il Pil in Italia: si tratta del dato peggiore dal 1971, dall’inizio cioè della serie storica. L’anno scorso il prodotto interno lordo corretto per gli effetti di calendario è diminuito infatti del 5,1%. Lo rende noto l’Istat, nei ‘Conti economici trimestrali’, spiegando che il 2009 ha avuto un giorno lavorativo in più rispetto al 2008 e rivedendo così al ribasso la stima provvisoria comunicata a febbraio che indicava un calo del Pil del 4,9% lo scorso anno.
Il Pil non corretto per gli effetti di calendario, come comunicato dall’Istat il primo marzo, è diminuito del 5%.

Fonte:Quotidiano net
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LA GRANDE NAPOLI FARO D'EUROPA / LE RIVOLUZIONI BORBONICHE CHE HANNO INFLUENZATO LA SOCIETA' MODERNA


http://www.youtube.com/watch?v=xui3llF32l0

Tratto dalla trasmissione "Passpartout" (di Philippe Daverio) incentrata sulla grande dinastia dei Borbone di Napoli, un breve collage sulle 5 rivoluzioni borboniche che hanno segnato l'Europa e che ancora oggi sono il fondamento della nostra società.

L'AUTOCONSAPEVOLEZZA E LA NOSTRA DIFESA IMMUNITARIA.

p.s.= si ringraziano gli autori del contributi video (PASSPARTOUT - RAI)
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http://www.youtube.com/watch?v=xui3llF32l0

Tratto dalla trasmissione "Passpartout" (di Philippe Daverio) incentrata sulla grande dinastia dei Borbone di Napoli, un breve collage sulle 5 rivoluzioni borboniche che hanno segnato l'Europa e che ancora oggi sono il fondamento della nostra società.

L'AUTOCONSAPEVOLEZZA E LA NOSTRA DIFESA IMMUNITARIA.

p.s.= si ringraziano gli autori del contributi video (PASSPARTOUT - RAI)

LE CRITICHE A NAPOLITANO SONO LECITE !



Chi afferma che un presidente è ‘non criticabile’ mente. Quando l’Italia era un Paese normale nessuno si stupiva.

I politici italiani sono ormai in larga misura dei mistificatori. Ed alcuni anche smemorati. Dopo la firma del decreto ’salva liste’ (del Pdl) da alcuni settori dell’opposizione si sono levate urla a difesa di Napolitano, che per i suoi ‘difensori’ avrebbe fatto solo il suo dovere. Le interpretazioni sul ruolo del presidente della Repubblica sono materia complessa, perchè ognuno degli uomini eletti a quella carica ha svolto il mandato con differente spirito, alcuni manifestando un forte protagonismo, altri ritagliandosi un ruolo meno marcato. Si pensi solo alle presidenze di Pertini, Cossiga o Scalfaro, per ricordare alcuni tra gli inquilini del Colle più ‘eccentrici’.

Tra i censori dei ‘critici’ ieri si è distinto Luciano Violante. L’ex presidente della Camera ritiene che il Capo dello Stato abbia “ha agito nel pieno dei suoi poteri. Per questo motivo le dichiarazioni di Di Pietro sono fuori da ogni ragionevolezza. Di Pietro a volte parla a vanvera”. Poi ha aggiunto: “Il Presidente della Repubblica non si approva, nè disapprova, si rispetta e basta. La via scelta dal governo è, a mio avviso sbagliata, ma non parteciperei mai a una manifestazione contro il Capo dello Stato”.

Proprio Violante, nel 1993 quando era parlamentare, insieme ad Ugo Pecchioli, Marco Pannella, Nando Dalla Chiesa, Giovanni Russo Spena, Sergio Garavini, Lucio Libertini, Lucio Magri, Leoluca Orlando e Diego Novelli, chiese di mettere in stato di accusa l’allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che lo ripagò del gesto dicendo di lui: “E’ un piccolo Viscinski (l’ inquisitore dei processi staliniani, ndr)”. Che il ‘Picconatore’ avesse ragione?

Ma gli strali contro i presidenti sono stati ‘normali’ fino a qualche anno fa.

Il giornalista Indro Montanelli scrisse di Giovanni Gronchi, terzo presidente della Repubblica: “Gronchi che, come Principe della partitocrazia può essere preso a modello, quando andava a inaugurare uno stabilimento e nel salone di rappresentanza vedeva un quadro d’autore, si guardava bene dall’esigerlo. Faceva solo sapere all’anfitrione, attraverso qualche intermediario, che lo aveva molto ammirato. L’anfitrione poteva benissimo non capire. Invece capiva, anzi era felice di capire e di agire di conseguenza: tanto spontaneo e naturale è da noi l’ex-voto non solo per grazia ricevuta, ma anche per quella da ricevere”.

Eugenio Scalfari, descrivendo il generale de Lorenzo, famoso organizzatore di colpi di stato negli anni ’60, sostenne: “Utilizzò ai fini del complotto il Sifar guidato dal suo pupillo generale Allavena e il Comando generale dei carabinieri con la sola eccezione del vicecomandante, generale Manes, il quale fu ostracizzato e tenuto all’oscuro dei piani predisposti e, quando ne ebbe sentore, li denunciò pubblicamente. Le predisposizioni, attivate con lo stimolo costante dell’allora Capo dello Stato Antonio Segni, sfociarono nel famoso “Piano Solo” che prevedeva l’enucleazione di centinaia di comunisti, socialisti, sindacalisti, democratici, il loro trasporto in Sardegna, la requisizione di navi e aerei per la bisogna, l’occupazione dei principali palazzi pubblici a cominciare dalla televisione”. Antonio Segni è stato il quarto presidente della Repubblica.

Camilla Cederna che condusse una lunga battaglia contro Giovanni Leone, sesto presidente, in un suo libro affermò tra le tante cose in merito ad un colossale scandalo degli anni settanta: “Con tutta probabilità la magistratura brasiliana manderà indietro Ovidio Lefèbvre, e che, una volta tornato a casa con le manette ai polsi, egli farà il nome dei politici che hanno preso le tangenti, racconterà quale parte ha avuto nello “sporco affare” il suo potente e distinto fratello, e, se ci son dubbi sul presidente, chi sa che non li spiattelli. Poi il lungo colloquio cui il giudice costituzionale Giulio Gionfrida ha sottoposto Mauro Leone. Ché se per caso risultasse qualche responsabilità del giovane ambizioso nella nota vicenda o in quella dei “traghetti d’oro”, potrebbe anche essere arrestato. E ancora lo scandaletto dell’Hostess club, con le sue ragazze, tra le piu esperte, invitate in Quirinale a girare film’etti di cui non si è piu trovata traccia. (Dopo due mesi il fascicolo sull’organizzazione delle accompagnatrici-squillo è scomparso.) Inoltre la campagna autunnale del Manifesto su Leone che medita di dimettersi: notizia che il quotidiano dice d’aver ricevuto da “Gola profonda”. (Riferimento all’informatore del caso Watergate che fece dimettere Nixon; e che da noi può essere identificato in Flaminio Piccoli, presidente dei deputati dc.) Già una volta, durante la crisi Lockheed, insieme a Giuseppe Bartolomei, capo dei senatori dc, Piccoli aveva chiesto a Leone di dimettersi. E Leone aveva messo alla porta tutti e due. Stando infine alle indiscrezioni di fonte democristiana, nelle ultime settimane d’ottobre Leone avrebbe cercato di assicurarsi che anche a Mauro fosse garantita l’immunità se mai finisse sotto processo. E come? Facendo in modo che il professorino riesca nelle liste democristiane nelle prossime elezioni. E Leone scambierebbe questo favore col lasciar libera la sua poltrona dorata prima del semestre bianco”. Cederna arrivò a descrivere il Quirinale, inteso come palazzo, come un luogo ‘ocuro’ nel quale succedeva di tutto e per queste parole fu condannata, il libro sequestrato, Leone del tutto ‘prosciolto’ dalle supposizioni. Ma nessuno si sognò mai di dire alla giornalista: “Il presidente è ingiudicabile” e l’inquilino del Colle, comunque si dimise prima della fine del mandato.

A Cossiga, Gronchi, Segni e Leone è toccato un trattamento ben più duro delle critiche espresse nei confronti di Napolitano non solo da Di Pietro, ma da molti cittadini senza nome.

Da dove nasce, allora, la leggenda in base alla quale la critica al ruolo istituzionale del Presidente sono inaccettabili?

Infine, in soccorso di Napolitano è arrivato anche un altro ex presidente, Oscar Luigi Scalfaro. In una intervista a ‘Il Corriere della Sera’ ha detto: “Quanti sono gli elettori del Pdl in Lazio e Lombardia? Qualche milione, no? Ora mi spieghi che cosa sarebbe successo se si fosse votato senza la lista del partito di maggioranza. Sarebbe stato eletto un organismo che non avrebbe rappresentato la realtà e che, nonostante ciò, avrebbe dovuto amministrare le due regioni senza rispecchiare davvero la società. Esponendosi per cinque anni ad agitazioni, turbative, rifiuti d’obbedienza e quant’altro. Una follia”.

Anche i questo caso la mistificazione è palese. Cosa dovrebbero dire i milioni di elettori dei Verdi, di Rifondazione Comunista, dei Comunisti italiani, della Destra che con lo ’sbarramento’ nato in una notte sono stati cancellati dal Parlamento e i loro voti sono stati ritenuti inutili?

Un Paese nel quale tutto è trasformabile a seconda dei casi assomiglia più ad un mercato che ad una democrazia.

Il Pdl, Formigoni a Milano, Polverini a Roma hanno commesso degli errori e per questo le loro liste erano inaccettabili. Nessuna negazione del diritto di voto quindi, ma il pieno rispetto delle regole ha determinato il problema, che è stato risolto con una violazione delle regole al quale si è prestato il Capo dello Stato.

Per questo il ruolo di garanzia del presidente della Repubblica non è stato ritenuto tale da una parte del Paese ed appare singolare negare questo aspetto.

Tuttavia, nell’Italia contemporanea non solo è scomparsa la libertà di critica, ma il buon senso sembra essere stato relegato in cantina. Altrimenti chi mai avrebbe potuto pensare al ‘decreto salva liste’. E Berlusconi non è il solo responsabile di questa follia.

Fonte:IlPuntoRosso
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Chi afferma che un presidente è ‘non criticabile’ mente. Quando l’Italia era un Paese normale nessuno si stupiva.

I politici italiani sono ormai in larga misura dei mistificatori. Ed alcuni anche smemorati. Dopo la firma del decreto ’salva liste’ (del Pdl) da alcuni settori dell’opposizione si sono levate urla a difesa di Napolitano, che per i suoi ‘difensori’ avrebbe fatto solo il suo dovere. Le interpretazioni sul ruolo del presidente della Repubblica sono materia complessa, perchè ognuno degli uomini eletti a quella carica ha svolto il mandato con differente spirito, alcuni manifestando un forte protagonismo, altri ritagliandosi un ruolo meno marcato. Si pensi solo alle presidenze di Pertini, Cossiga o Scalfaro, per ricordare alcuni tra gli inquilini del Colle più ‘eccentrici’.

Tra i censori dei ‘critici’ ieri si è distinto Luciano Violante. L’ex presidente della Camera ritiene che il Capo dello Stato abbia “ha agito nel pieno dei suoi poteri. Per questo motivo le dichiarazioni di Di Pietro sono fuori da ogni ragionevolezza. Di Pietro a volte parla a vanvera”. Poi ha aggiunto: “Il Presidente della Repubblica non si approva, nè disapprova, si rispetta e basta. La via scelta dal governo è, a mio avviso sbagliata, ma non parteciperei mai a una manifestazione contro il Capo dello Stato”.

Proprio Violante, nel 1993 quando era parlamentare, insieme ad Ugo Pecchioli, Marco Pannella, Nando Dalla Chiesa, Giovanni Russo Spena, Sergio Garavini, Lucio Libertini, Lucio Magri, Leoluca Orlando e Diego Novelli, chiese di mettere in stato di accusa l’allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che lo ripagò del gesto dicendo di lui: “E’ un piccolo Viscinski (l’ inquisitore dei processi staliniani, ndr)”. Che il ‘Picconatore’ avesse ragione?

Ma gli strali contro i presidenti sono stati ‘normali’ fino a qualche anno fa.

Il giornalista Indro Montanelli scrisse di Giovanni Gronchi, terzo presidente della Repubblica: “Gronchi che, come Principe della partitocrazia può essere preso a modello, quando andava a inaugurare uno stabilimento e nel salone di rappresentanza vedeva un quadro d’autore, si guardava bene dall’esigerlo. Faceva solo sapere all’anfitrione, attraverso qualche intermediario, che lo aveva molto ammirato. L’anfitrione poteva benissimo non capire. Invece capiva, anzi era felice di capire e di agire di conseguenza: tanto spontaneo e naturale è da noi l’ex-voto non solo per grazia ricevuta, ma anche per quella da ricevere”.

Eugenio Scalfari, descrivendo il generale de Lorenzo, famoso organizzatore di colpi di stato negli anni ’60, sostenne: “Utilizzò ai fini del complotto il Sifar guidato dal suo pupillo generale Allavena e il Comando generale dei carabinieri con la sola eccezione del vicecomandante, generale Manes, il quale fu ostracizzato e tenuto all’oscuro dei piani predisposti e, quando ne ebbe sentore, li denunciò pubblicamente. Le predisposizioni, attivate con lo stimolo costante dell’allora Capo dello Stato Antonio Segni, sfociarono nel famoso “Piano Solo” che prevedeva l’enucleazione di centinaia di comunisti, socialisti, sindacalisti, democratici, il loro trasporto in Sardegna, la requisizione di navi e aerei per la bisogna, l’occupazione dei principali palazzi pubblici a cominciare dalla televisione”. Antonio Segni è stato il quarto presidente della Repubblica.

Camilla Cederna che condusse una lunga battaglia contro Giovanni Leone, sesto presidente, in un suo libro affermò tra le tante cose in merito ad un colossale scandalo degli anni settanta: “Con tutta probabilità la magistratura brasiliana manderà indietro Ovidio Lefèbvre, e che, una volta tornato a casa con le manette ai polsi, egli farà il nome dei politici che hanno preso le tangenti, racconterà quale parte ha avuto nello “sporco affare” il suo potente e distinto fratello, e, se ci son dubbi sul presidente, chi sa che non li spiattelli. Poi il lungo colloquio cui il giudice costituzionale Giulio Gionfrida ha sottoposto Mauro Leone. Ché se per caso risultasse qualche responsabilità del giovane ambizioso nella nota vicenda o in quella dei “traghetti d’oro”, potrebbe anche essere arrestato. E ancora lo scandaletto dell’Hostess club, con le sue ragazze, tra le piu esperte, invitate in Quirinale a girare film’etti di cui non si è piu trovata traccia. (Dopo due mesi il fascicolo sull’organizzazione delle accompagnatrici-squillo è scomparso.) Inoltre la campagna autunnale del Manifesto su Leone che medita di dimettersi: notizia che il quotidiano dice d’aver ricevuto da “Gola profonda”. (Riferimento all’informatore del caso Watergate che fece dimettere Nixon; e che da noi può essere identificato in Flaminio Piccoli, presidente dei deputati dc.) Già una volta, durante la crisi Lockheed, insieme a Giuseppe Bartolomei, capo dei senatori dc, Piccoli aveva chiesto a Leone di dimettersi. E Leone aveva messo alla porta tutti e due. Stando infine alle indiscrezioni di fonte democristiana, nelle ultime settimane d’ottobre Leone avrebbe cercato di assicurarsi che anche a Mauro fosse garantita l’immunità se mai finisse sotto processo. E come? Facendo in modo che il professorino riesca nelle liste democristiane nelle prossime elezioni. E Leone scambierebbe questo favore col lasciar libera la sua poltrona dorata prima del semestre bianco”. Cederna arrivò a descrivere il Quirinale, inteso come palazzo, come un luogo ‘ocuro’ nel quale succedeva di tutto e per queste parole fu condannata, il libro sequestrato, Leone del tutto ‘prosciolto’ dalle supposizioni. Ma nessuno si sognò mai di dire alla giornalista: “Il presidente è ingiudicabile” e l’inquilino del Colle, comunque si dimise prima della fine del mandato.

A Cossiga, Gronchi, Segni e Leone è toccato un trattamento ben più duro delle critiche espresse nei confronti di Napolitano non solo da Di Pietro, ma da molti cittadini senza nome.

Da dove nasce, allora, la leggenda in base alla quale la critica al ruolo istituzionale del Presidente sono inaccettabili?

Infine, in soccorso di Napolitano è arrivato anche un altro ex presidente, Oscar Luigi Scalfaro. In una intervista a ‘Il Corriere della Sera’ ha detto: “Quanti sono gli elettori del Pdl in Lazio e Lombardia? Qualche milione, no? Ora mi spieghi che cosa sarebbe successo se si fosse votato senza la lista del partito di maggioranza. Sarebbe stato eletto un organismo che non avrebbe rappresentato la realtà e che, nonostante ciò, avrebbe dovuto amministrare le due regioni senza rispecchiare davvero la società. Esponendosi per cinque anni ad agitazioni, turbative, rifiuti d’obbedienza e quant’altro. Una follia”.

Anche i questo caso la mistificazione è palese. Cosa dovrebbero dire i milioni di elettori dei Verdi, di Rifondazione Comunista, dei Comunisti italiani, della Destra che con lo ’sbarramento’ nato in una notte sono stati cancellati dal Parlamento e i loro voti sono stati ritenuti inutili?

Un Paese nel quale tutto è trasformabile a seconda dei casi assomiglia più ad un mercato che ad una democrazia.

Il Pdl, Formigoni a Milano, Polverini a Roma hanno commesso degli errori e per questo le loro liste erano inaccettabili. Nessuna negazione del diritto di voto quindi, ma il pieno rispetto delle regole ha determinato il problema, che è stato risolto con una violazione delle regole al quale si è prestato il Capo dello Stato.

Per questo il ruolo di garanzia del presidente della Repubblica non è stato ritenuto tale da una parte del Paese ed appare singolare negare questo aspetto.

Tuttavia, nell’Italia contemporanea non solo è scomparsa la libertà di critica, ma il buon senso sembra essere stato relegato in cantina. Altrimenti chi mai avrebbe potuto pensare al ‘decreto salva liste’. E Berlusconi non è il solo responsabile di questa follia.

Fonte:IlPuntoRosso
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mercoledì 10 marzo 2010

Ecco con chi vuole governare la Polverini


Lazio, gli impresentabili che sognano una poltrona.

Di Enrico Fierro

C’è il senatore che è una macchina da guerra delle raccomandazioni. C’è l’imprenditrice che doveva costruire un albergo, ma poi pensò bene di scavare, scavare e scavare ancora, e il medico con la passione per la politica finito in brutte storie. Pure lui produceva segnalazioni: amici, amici degli amici, elettori. E’ l’elenco degli “impresentabili” del Lazio, tutti dell’area Pontina, tutti candidati con la destra di Renata Polverini, la sindacalista che aveva promesso pulizia nelle liste.

Latina, Minturno, Scauri e Terracina, zona di buone mozzarelle e di mare, ma anche di mafie. Qui si sono insediati i Casalesi, e qualcuno dice che Antonio Iovine, ‘o Ninno, passi in questi luoghi parte della sua eterna latitanza, ma anche la ‘Ndrangheta. Quella che aveva in don Mico Tripodo uno dei suoi capi, praticamente comanda a Fondi, dove da anni hanno messo radici i figli Venanzio e Carmelo. Fondi, il comune che doveva essere sciolto per mafia, perché tutto, dagli appalti ai servizi cimiteriali, dalla gestione del Mof, il mercato ortofrutticolo più grande d’Europa, è nelle mani degli amici calabresi. L’aveva chiesto una Commissione d’accesso, un prefetto della Repubblica, finanche il Consiglio dei ministri. E’ finita in burletta, con i consiglieri della maggioranza, tutti del Pdl, che si sono dimessi impedendo, di fatto, il commissariamento. Perché qui comanda uno solo, Claudio Fazzone, ras dei voti, collettore di preferenze, padrone del territorio.

Uno che ne ha fatta di strada da quando era un semplice poliziotto accompagnatore di Nicola Mancino quando l’attuale vicepresidente del Csm era ministro dell’Interno. Fazzone è un doppiolavorista, è senatore della Repubblica, ma anche numero uno di Acqualatina, il consorzio che gestisce l’acqua pubblica nell’area Pontina. Le tariffe sono tra le più care d’Italia, ma il gettone del senatore è ragguardevole: 90 mila euro l’anno per un incarico in forte odore di incompatibilità.

"Peppe Franco è cugino di primo grado del sindaco di Fondi Parisella Luigi. Il fratello di Peppe Franco che si chiama Luigi è socio in affari sia con il Parisella Luigi che con il Sen. Fazzone Claudio nella gestione della Silo srl, società titolare di un capannone sito in località Pantanelle. Questo capannone doveva essere adibito alla lavorazione di prodotti ortofrutticoli e ha anche ricevuto contributi pubblici per oltre due miliardi di lire per questo scopo. Tuttavia quest’attività imprenditoriale non è mai iniziata, mentre invece l’area su cui sorge questo capannone inutilizzato è stata interessata da una variante al piano regolatore generale approvata tra il 2002 ed il 2004 che ha determinato un forte incremento delle infrastrutture viarie”. Nero su bianco nell’inchiesta Damasco della Procura antimafia di Roma.

Peppe Franco, per la cronaca, è accusato di trafficare in droga e armi e di essere legato a doppio filo con i clan della Camorra e della ‘Ndrangheta. Il senatore Fazzone, che ha fatto fuoco e fiamme contro lo scioglimento del suo comune (“ho difeso Fondi da una campagna di discredito senza precedenti”), è capolista del Pdl nella circoscrizione di Latina. Attivissimo nel comitato elettorale della Polverini, punta alla poltrona di assessore alla Sanità. Un Dio in terra. Nel frattempo è sotto processo proprio per la sanità pubblica. Raccomandazioni, almeno sessanta lettere censite e pubblicate dai cronisti di Latina Oggi (bravi giornalisti piu’ volte minacciati), che iniziavano sempre con un “Caro Benito”. Tutte rivolte al direttore della Asl di Latina. C’è un concorso per cinque posti di tecnico di radiologia (131 partecipanti), Fazzone ne raccomanda proprio cinque , di questi sono in quattro a vincere. Imbattibile, anche quando si tratta di segnalare ditte amiche per appalti. “Caro Benito, ti chiedo di far effettuare alla tipolitografia… la fornitura degli stampati per ospedali e ambulatori anche in assenza di gara”. Anche il nome di Romolo Del Balzo, medico di Minturno legatissimo a Fazzone e candidato al consiglio regionale, compare nelle carte di Damasco per una vicenda di recupero crediti alla quale si sarebbe interessato proprio Carmelo Tripodo.

Del Balzo è indagato dalla Procura di Latina per una storia di raccomandazioni per la selezione di un corso di infermieri e per le pensioni di invalidità. Gina Cetrone, invece, è candidata nel listino della Polverini. Se la sindacalista che voleva liste pulite vincerà, occuperà uno scranno alla Pisana che la ripagherà delle disavventure giudiziarie. Imprenditrice di Sonnino, la signora Cetrone – che si occupa di marketing alla provincia di Latina governata dal centrodestra – è finita nelle maglie della giustizia per abusivismo edilizio e abuso d’ufficio. Assieme al fratello avevano presentato il progetto per costruire un albergo per anziani, ma la concessione era scaduta più volte senza che i lavori vedessero mai un inizio. Nel cantiere si scavava soltanto, nel 2007 la Guardia Forestale sequestra tutto sospettando che quel cantiere in realtà fosse solo una cava estrattiva. Senza permessi era stata sbancata una intera collina.

Fonte:Il Fatto Quotidiano del 9 marzo 2010
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Lazio, gli impresentabili che sognano una poltrona.

Di Enrico Fierro

C’è il senatore che è una macchina da guerra delle raccomandazioni. C’è l’imprenditrice che doveva costruire un albergo, ma poi pensò bene di scavare, scavare e scavare ancora, e il medico con la passione per la politica finito in brutte storie. Pure lui produceva segnalazioni: amici, amici degli amici, elettori. E’ l’elenco degli “impresentabili” del Lazio, tutti dell’area Pontina, tutti candidati con la destra di Renata Polverini, la sindacalista che aveva promesso pulizia nelle liste.

Latina, Minturno, Scauri e Terracina, zona di buone mozzarelle e di mare, ma anche di mafie. Qui si sono insediati i Casalesi, e qualcuno dice che Antonio Iovine, ‘o Ninno, passi in questi luoghi parte della sua eterna latitanza, ma anche la ‘Ndrangheta. Quella che aveva in don Mico Tripodo uno dei suoi capi, praticamente comanda a Fondi, dove da anni hanno messo radici i figli Venanzio e Carmelo. Fondi, il comune che doveva essere sciolto per mafia, perché tutto, dagli appalti ai servizi cimiteriali, dalla gestione del Mof, il mercato ortofrutticolo più grande d’Europa, è nelle mani degli amici calabresi. L’aveva chiesto una Commissione d’accesso, un prefetto della Repubblica, finanche il Consiglio dei ministri. E’ finita in burletta, con i consiglieri della maggioranza, tutti del Pdl, che si sono dimessi impedendo, di fatto, il commissariamento. Perché qui comanda uno solo, Claudio Fazzone, ras dei voti, collettore di preferenze, padrone del territorio.

Uno che ne ha fatta di strada da quando era un semplice poliziotto accompagnatore di Nicola Mancino quando l’attuale vicepresidente del Csm era ministro dell’Interno. Fazzone è un doppiolavorista, è senatore della Repubblica, ma anche numero uno di Acqualatina, il consorzio che gestisce l’acqua pubblica nell’area Pontina. Le tariffe sono tra le più care d’Italia, ma il gettone del senatore è ragguardevole: 90 mila euro l’anno per un incarico in forte odore di incompatibilità.

"Peppe Franco è cugino di primo grado del sindaco di Fondi Parisella Luigi. Il fratello di Peppe Franco che si chiama Luigi è socio in affari sia con il Parisella Luigi che con il Sen. Fazzone Claudio nella gestione della Silo srl, società titolare di un capannone sito in località Pantanelle. Questo capannone doveva essere adibito alla lavorazione di prodotti ortofrutticoli e ha anche ricevuto contributi pubblici per oltre due miliardi di lire per questo scopo. Tuttavia quest’attività imprenditoriale non è mai iniziata, mentre invece l’area su cui sorge questo capannone inutilizzato è stata interessata da una variante al piano regolatore generale approvata tra il 2002 ed il 2004 che ha determinato un forte incremento delle infrastrutture viarie”. Nero su bianco nell’inchiesta Damasco della Procura antimafia di Roma.

Peppe Franco, per la cronaca, è accusato di trafficare in droga e armi e di essere legato a doppio filo con i clan della Camorra e della ‘Ndrangheta. Il senatore Fazzone, che ha fatto fuoco e fiamme contro lo scioglimento del suo comune (“ho difeso Fondi da una campagna di discredito senza precedenti”), è capolista del Pdl nella circoscrizione di Latina. Attivissimo nel comitato elettorale della Polverini, punta alla poltrona di assessore alla Sanità. Un Dio in terra. Nel frattempo è sotto processo proprio per la sanità pubblica. Raccomandazioni, almeno sessanta lettere censite e pubblicate dai cronisti di Latina Oggi (bravi giornalisti piu’ volte minacciati), che iniziavano sempre con un “Caro Benito”. Tutte rivolte al direttore della Asl di Latina. C’è un concorso per cinque posti di tecnico di radiologia (131 partecipanti), Fazzone ne raccomanda proprio cinque , di questi sono in quattro a vincere. Imbattibile, anche quando si tratta di segnalare ditte amiche per appalti. “Caro Benito, ti chiedo di far effettuare alla tipolitografia… la fornitura degli stampati per ospedali e ambulatori anche in assenza di gara”. Anche il nome di Romolo Del Balzo, medico di Minturno legatissimo a Fazzone e candidato al consiglio regionale, compare nelle carte di Damasco per una vicenda di recupero crediti alla quale si sarebbe interessato proprio Carmelo Tripodo.

Del Balzo è indagato dalla Procura di Latina per una storia di raccomandazioni per la selezione di un corso di infermieri e per le pensioni di invalidità. Gina Cetrone, invece, è candidata nel listino della Polverini. Se la sindacalista che voleva liste pulite vincerà, occuperà uno scranno alla Pisana che la ripagherà delle disavventure giudiziarie. Imprenditrice di Sonnino, la signora Cetrone – che si occupa di marketing alla provincia di Latina governata dal centrodestra – è finita nelle maglie della giustizia per abusivismo edilizio e abuso d’ufficio. Assieme al fratello avevano presentato il progetto per costruire un albergo per anziani, ma la concessione era scaduta più volte senza che i lavori vedessero mai un inizio. Nel cantiere si scavava soltanto, nel 2007 la Guardia Forestale sequestra tutto sospettando che quel cantiere in realtà fosse solo una cava estrattiva. Senza permessi era stata sbancata una intera collina.

Fonte:Il Fatto Quotidiano del 9 marzo 2010
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Berlusconi, battibecco in conferenza "Lei è un villano, si vergogni"


Ha cercato di fare una domanda interrompendo un giornalista che stava parlando
Berlusconi lo ha anche preso in giro per la calvizie, La Russa ha cercato di costringerlo a uscire.

Berlusconi, battibecco in conferenza "Lei è un villano, si vergogni"

Il freelance Rocco Carlomagno: "Denuncerò il ministro per aggressione"


ROMA - Voleva rivolgere una domanda al premier sulla protezione civile e Guido Bertolaso, ma non ha rispettato la scaletta delle domande, interrompendo un giornalista che stava già parlando con il microfono in mano. A questo punto Silvio Berlusconi ha invitato Rocco Carlomagno, inizialmente con tono pacato, e poi con toni sempre più accesi, ad aspettare il proprio turno, e infine a lasciare la sala, dandogli più volte del villano. Nello scontro è intervenuto anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa, che ha raggiunto Carlomagno, lo ha preso per le spalle cercando di costringerlo a uscire.

E' successo nella sede del Pdl, in via dell'Umiltà, durante la conferenza stampa del presidente del Consiglio sul 'caos liste'. Poi Carlomagno ha continuato a chiedere la parola e a criticare l'operato del governo e alcuni dei collaboratori di Berlusconi hanno fatto sapere che "non si tratta di un giornalista". "Sono un free lance", ha risposto Carlomagno. E lo stesso La Russa è intervenuto di nuovo: "Lei non è iscritto a nessun albo", ha detto avvicinandosi di nuovo all'uomo.

Dopo una nuova interruzione Berlusconi è sbottato: "Lei si deve vergognare, lei è un villano. Questa è una conferenza stampa per i giornalisti e non per gli individui come lei..noi non ci saremmo mai permessi di andare a disturbare la conferenza stampa dell'altra parte politica. In questo sta la differenza con la sinistra. Le sarà chiesto di rilasciare le sue generalità affinchè il capo della Protezione Civile possa denunciarlo".

Berlusconi ha anche ironizzato sulla calvizie di Carlomagno: "Capisco perché lei è cosi - ha detto - perchè tutte le mattine quando va a pettinarsi davanti allo specchio si vede...". Il contestatore ha continuato a interrompere la conferenza stampa criticando Berlusconi e l'esecutivo e ponendo domande sulla vicenda Bertolaso. E la situazione è degenerata alla fine della conferenza stampa. Quando La Russa si è avvicinato per la seconda volta all'uomo che continuava a rivolgersi a Berlusconi e gli ha poggiato la mano sulla testa, Carlomagno gli ha urlato: "Lei è un picchiatore fascista". Lo stesso coordinatore del Pdl Denis Verdini si è avvicinato ha detto: "Allontanate La Russa".


Carlomagno uscendo da via dell'Umiltà è stato circondato dai cronisti e dalle telecamere e scortato dalla security del Pdl. E' stato inoltre oggetto dei cori dei sostenitori del Pdl che gli hanno urlato 'buffone, buffone' e 'vai a lavorare'. Il giornalista ha annunciato che denuncerà La Russa per aggressione, tesi sostenuta anche dall'agenzia francese AFP, che titola il lancio sulla conferenza stampa odierna: "Un giornalista malmenato dal ministro della Difesa" (Italie: un journaliste malmené par le ministre de la Défense, ndr). "Il ministro La Russa mi ha dato due pugni nello sterno. Del resto lui era un picchiatore", ha detto Carlomagno intervenendo telefonicamente a "Un giorno da pecora", il programma di Radio2 condotto da Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro.
"Verdini - ha raccontato ancora il giornalista - mi ha pregato di non querelare La Russa e mi ha detto 'facciamo che la cosa finisce qui'".

Rocco Carlomagno è un frequentatore assiduo di conferenze stampa e manifestazioni di partito. Giornalista freelance e attivista politico (fa parte, ad esempio, del coordinamento nazionale contro i siti di stoccaggio nucleare e del coordinamento 'Aiutiamo l'Abruzzo'), compare spesso nei dibattiti politici per porre domande irriverenti e fuori dagli schemi. E' stato iscritto al Pd, è vicino al Popolo Viola e tra le sue vittime illustri annovera anche Marco Pannella.

In una infuocata assemblea dei Radicali a Torre Argentina, con il leader radicale in sciopero della sete contro le candidature veltroniane alle politiche del 2008, Carlomagno chiese infatti il megafono per urlare il proprio sdegno sulle liste 'piene di indagati'. Pannella gli diede la parola, ma dopo diverso tempo non accennava a riconsegnare il microfono. "Ooooohhhh!!! hai finito!?", gli urlò il leader radicale, e a quel punto lui riconsegnò il microfono.

Fonte:LaRepubblica
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Ha cercato di fare una domanda interrompendo un giornalista che stava parlando
Berlusconi lo ha anche preso in giro per la calvizie, La Russa ha cercato di costringerlo a uscire.

Berlusconi, battibecco in conferenza "Lei è un villano, si vergogni"

Il freelance Rocco Carlomagno: "Denuncerò il ministro per aggressione"


ROMA - Voleva rivolgere una domanda al premier sulla protezione civile e Guido Bertolaso, ma non ha rispettato la scaletta delle domande, interrompendo un giornalista che stava già parlando con il microfono in mano. A questo punto Silvio Berlusconi ha invitato Rocco Carlomagno, inizialmente con tono pacato, e poi con toni sempre più accesi, ad aspettare il proprio turno, e infine a lasciare la sala, dandogli più volte del villano. Nello scontro è intervenuto anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa, che ha raggiunto Carlomagno, lo ha preso per le spalle cercando di costringerlo a uscire.

E' successo nella sede del Pdl, in via dell'Umiltà, durante la conferenza stampa del presidente del Consiglio sul 'caos liste'. Poi Carlomagno ha continuato a chiedere la parola e a criticare l'operato del governo e alcuni dei collaboratori di Berlusconi hanno fatto sapere che "non si tratta di un giornalista". "Sono un free lance", ha risposto Carlomagno. E lo stesso La Russa è intervenuto di nuovo: "Lei non è iscritto a nessun albo", ha detto avvicinandosi di nuovo all'uomo.

Dopo una nuova interruzione Berlusconi è sbottato: "Lei si deve vergognare, lei è un villano. Questa è una conferenza stampa per i giornalisti e non per gli individui come lei..noi non ci saremmo mai permessi di andare a disturbare la conferenza stampa dell'altra parte politica. In questo sta la differenza con la sinistra. Le sarà chiesto di rilasciare le sue generalità affinchè il capo della Protezione Civile possa denunciarlo".

Berlusconi ha anche ironizzato sulla calvizie di Carlomagno: "Capisco perché lei è cosi - ha detto - perchè tutte le mattine quando va a pettinarsi davanti allo specchio si vede...". Il contestatore ha continuato a interrompere la conferenza stampa criticando Berlusconi e l'esecutivo e ponendo domande sulla vicenda Bertolaso. E la situazione è degenerata alla fine della conferenza stampa. Quando La Russa si è avvicinato per la seconda volta all'uomo che continuava a rivolgersi a Berlusconi e gli ha poggiato la mano sulla testa, Carlomagno gli ha urlato: "Lei è un picchiatore fascista". Lo stesso coordinatore del Pdl Denis Verdini si è avvicinato ha detto: "Allontanate La Russa".


Carlomagno uscendo da via dell'Umiltà è stato circondato dai cronisti e dalle telecamere e scortato dalla security del Pdl. E' stato inoltre oggetto dei cori dei sostenitori del Pdl che gli hanno urlato 'buffone, buffone' e 'vai a lavorare'. Il giornalista ha annunciato che denuncerà La Russa per aggressione, tesi sostenuta anche dall'agenzia francese AFP, che titola il lancio sulla conferenza stampa odierna: "Un giornalista malmenato dal ministro della Difesa" (Italie: un journaliste malmené par le ministre de la Défense, ndr). "Il ministro La Russa mi ha dato due pugni nello sterno. Del resto lui era un picchiatore", ha detto Carlomagno intervenendo telefonicamente a "Un giorno da pecora", il programma di Radio2 condotto da Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro.
"Verdini - ha raccontato ancora il giornalista - mi ha pregato di non querelare La Russa e mi ha detto 'facciamo che la cosa finisce qui'".

Rocco Carlomagno è un frequentatore assiduo di conferenze stampa e manifestazioni di partito. Giornalista freelance e attivista politico (fa parte, ad esempio, del coordinamento nazionale contro i siti di stoccaggio nucleare e del coordinamento 'Aiutiamo l'Abruzzo'), compare spesso nei dibattiti politici per porre domande irriverenti e fuori dagli schemi. E' stato iscritto al Pd, è vicino al Popolo Viola e tra le sue vittime illustri annovera anche Marco Pannella.

In una infuocata assemblea dei Radicali a Torre Argentina, con il leader radicale in sciopero della sete contro le candidature veltroniane alle politiche del 2008, Carlomagno chiese infatti il megafono per urlare il proprio sdegno sulle liste 'piene di indagati'. Pannella gli diede la parola, ma dopo diverso tempo non accennava a riconsegnare il microfono. "Ooooohhhh!!! hai finito!?", gli urlò il leader radicale, e a quel punto lui riconsegnò il microfono.

Fonte:LaRepubblica
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I ragazzi della Rete dei Cittadini si incatenano per la censura ....



Incatenamento di protesta contro il rinvio delle elezioni e l'oscuramento mediatico della Rete dei Cittadini

Alcuni esponenti della Rete dei Cittadini si incateneranno per protesta in qualche luogo rappresentativo di Roma (ad esempio la sede della RAI di via Teulada o qualche piazza importante) il 13 o il 14 marzo contro il rinvio delle elezioni e contro l'oscuramento mediatico che subisce quotidianamente la Rete dei Cittadini e il suo candidato presidente.
L'evento dovrà essere anticipato da una campagna di protesta tramite volantinaggio e diffusione via internet.
Saranno invitati all'evento, tra gli altri, tutti i gruppi che hanno protestato contro il decreto salva-liste (tranne quelli di chiara estrazione partitica).

parecipa con noi !

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Incatenamento di protesta contro il rinvio delle elezioni e l'oscuramento mediatico della Rete dei Cittadini

Alcuni esponenti della Rete dei Cittadini si incateneranno per protesta in qualche luogo rappresentativo di Roma (ad esempio la sede della RAI di via Teulada o qualche piazza importante) il 13 o il 14 marzo contro il rinvio delle elezioni e contro l'oscuramento mediatico che subisce quotidianamente la Rete dei Cittadini e il suo candidato presidente.
L'evento dovrà essere anticipato da una campagna di protesta tramite volantinaggio e diffusione via internet.
Saranno invitati all'evento, tra gli altri, tutti i gruppi che hanno protestato contro il decreto salva-liste (tranne quelli di chiara estrazione partitica).

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