martedì 26 gennaio 2010

FIAT: RINALDINI (FIOM), DIVIDENDO E CIG, UNO SCHIAFFO A LAVORATORI


(ASCA) - Roma, 26 gen - ''La Fiat ieri ha annunciato che distribuira' agli azionisti il dividendo di 237 milioni di euro e oggi comunica la cassa integrazione per 2 settimane di tutti gli stabilimenti dell'auto e dei veicoli commerciali.

La situazione e' paradossale - afferma il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini -, tenuto conto che nel frattempo l'Azienda ha licenziato 38 lavoratori precari di Pomigliano e 16 di Termini Imerese. La Fiat da un lato licenzia, dall'altro distribuisce gli utili. Questo e' uno schiaffo alla condizione delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno perso il lavoro o che da tempo sono in cassa senza alcuna integrazione al reddito da parte dell'Azienda.'' ''E, alla vigilia dell'incontro previsto per il 29 gennaio, utilizza un'operazione di blocco della produzione come strumento di pressione nei confronti del Governo e di risparmio per quanto riguarda la liquidita' finanziaria del Gruppo. Nel denunciare l'atteggiamento inaccettabile della Fiat, ribadiamo la necessita' - conclude Rinaldini - che il confronto avvenga, a partire da Termini Imerese, sull'insieme delle aziende del Gruppo e confermiamo lo sciopero unitario del 3 febbraio''.

com-rf/rf/ss

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(ASCA) - Roma, 26 gen - ''La Fiat ieri ha annunciato che distribuira' agli azionisti il dividendo di 237 milioni di euro e oggi comunica la cassa integrazione per 2 settimane di tutti gli stabilimenti dell'auto e dei veicoli commerciali.

La situazione e' paradossale - afferma il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini -, tenuto conto che nel frattempo l'Azienda ha licenziato 38 lavoratori precari di Pomigliano e 16 di Termini Imerese. La Fiat da un lato licenzia, dall'altro distribuisce gli utili. Questo e' uno schiaffo alla condizione delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno perso il lavoro o che da tempo sono in cassa senza alcuna integrazione al reddito da parte dell'Azienda.'' ''E, alla vigilia dell'incontro previsto per il 29 gennaio, utilizza un'operazione di blocco della produzione come strumento di pressione nei confronti del Governo e di risparmio per quanto riguarda la liquidita' finanziaria del Gruppo. Nel denunciare l'atteggiamento inaccettabile della Fiat, ribadiamo la necessita' - conclude Rinaldini - che il confronto avvenga, a partire da Termini Imerese, sull'insieme delle aziende del Gruppo e confermiamo lo sciopero unitario del 3 febbraio''.

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Ci ha lasciato un grande amico - Grave lutto Duosiciliano

L'Associazione Rete Sud Due Sicilie annuncia la scomparsa dell'amico e compatriota Aldo Rizzi da Barletta.
E' stato per tutti noi un amico, un maestro di vita, un sostenitore delle tante battaglie meridionaliste che lo hanno visto impegnato in prima fila.
Non dimenticheremo mai il tuo gioviale sorriso caro amico Aldo, nè i tuoi modi da gentiluomo di antica stirpe.
Sarai sempre con noi e siamo certi che il tuo sostegno nei nostri confronti, in altra forma, non verrà mai meno.
Ciao Aldo
Il Coordinamento Nazionale di
Rete Sud Due Sicilie
.
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L'Associazione Rete Sud Due Sicilie annuncia la scomparsa dell'amico e compatriota Aldo Rizzi da Barletta.
E' stato per tutti noi un amico, un maestro di vita, un sostenitore delle tante battaglie meridionaliste che lo hanno visto impegnato in prima fila.
Non dimenticheremo mai il tuo gioviale sorriso caro amico Aldo, nè i tuoi modi da gentiluomo di antica stirpe.
Sarai sempre con noi e siamo certi che il tuo sostegno nei nostri confronti, in altra forma, non verrà mai meno.
Ciao Aldo
Il Coordinamento Nazionale di
Rete Sud Due Sicilie
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Razzismo su Facebook: 400 i gruppi antimeridionali, 100 gli antimusulmani

Il social network come luogo di confessioni e violenze verbali: oltre 800 i gruppi italiani che fomentano il razzismo.

di Danilo Massa

I fatti di Rosarno ed una tensione crescente hanno spinto numerosi italiani a dimostrare la propria solidarietà nei confronti degli immigrati. Solidarietà che è stata visibile sia nella realtà, sia nella virtualità. Dopo gli scontri calabresi, infatti, è sorto su Facebook il gruppo "Solidarietà agli immigrati di Rosarno". Ma al di là dell'evento di cronaca - pericoloso segnale di tendenze maggiori - non mancano gruppi che avversano la discrimiazione biologica in generale, come "No-razzismo".

Tuttavia, crescita dei flussi migratori, flessibilità e disoccupazione hanno aggiunto alle motivazioni biologiche del razzismo anche le fobie legate a tendenze di medio-lungo periodo. Questa è la sintesi della ricerca condotta da Swg, che rileva su Facebook la presenza di centinaia di gruppi italiani chiaramente rivolti contro gli immigrati.

Le motivazioni dell’avversione nei confronti dello straniero vanno dalla diversità biologica alla paura di aggressioni, fino alla perdita del lavoro. Talvolta sono gruppi che hanno vita breve, nascono per poi scomparire poco dopo. Altri sono attivi da tempo, arrivando talvolta a fondersi tra loro. In alcuni, infine, possono ritrovarsi anche 7 mila iscritti.

Molteplice il target degli internauti: su Facebook si può incappare tanto nel gruppo ostile allo straniero in generale, quanto a quello “dedicato” ad un determinato popolo. Contro i musulmani vi sono circa 100 gruppi, 300 quelli rivolti contro gli zingari. Numeri elevati anche per le pagine rivolte a marocchini, rumeni, cinesi ed ebrei.

Ma a condurre la classifica, a quota 400, sono i gruppi anti-terroni e anti-napoletani: uno dei razzismi più antichi, con il quale si dimostra che per la condivisione di un'identità non è sufficiente nemmeno la cittadinanza e la convivenza nello stesso territorio politico. Anzi, quanto più la compresenza è imposta con coercizione e violenza, tanto più il razzismo interviene per ristabilire quelle distanze azzeratesi nello spazio fisico.

http://magazine.ciaopeople.com/Cellulari_Web-10/Facebook-1000021/Razzismo_su_Facebook:_400_i_gruppi_antimeridionali,_100_gli_antimusulmani-17966
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Il social network come luogo di confessioni e violenze verbali: oltre 800 i gruppi italiani che fomentano il razzismo.

di Danilo Massa

I fatti di Rosarno ed una tensione crescente hanno spinto numerosi italiani a dimostrare la propria solidarietà nei confronti degli immigrati. Solidarietà che è stata visibile sia nella realtà, sia nella virtualità. Dopo gli scontri calabresi, infatti, è sorto su Facebook il gruppo "Solidarietà agli immigrati di Rosarno". Ma al di là dell'evento di cronaca - pericoloso segnale di tendenze maggiori - non mancano gruppi che avversano la discrimiazione biologica in generale, come "No-razzismo".

Tuttavia, crescita dei flussi migratori, flessibilità e disoccupazione hanno aggiunto alle motivazioni biologiche del razzismo anche le fobie legate a tendenze di medio-lungo periodo. Questa è la sintesi della ricerca condotta da Swg, che rileva su Facebook la presenza di centinaia di gruppi italiani chiaramente rivolti contro gli immigrati.

Le motivazioni dell’avversione nei confronti dello straniero vanno dalla diversità biologica alla paura di aggressioni, fino alla perdita del lavoro. Talvolta sono gruppi che hanno vita breve, nascono per poi scomparire poco dopo. Altri sono attivi da tempo, arrivando talvolta a fondersi tra loro. In alcuni, infine, possono ritrovarsi anche 7 mila iscritti.

Molteplice il target degli internauti: su Facebook si può incappare tanto nel gruppo ostile allo straniero in generale, quanto a quello “dedicato” ad un determinato popolo. Contro i musulmani vi sono circa 100 gruppi, 300 quelli rivolti contro gli zingari. Numeri elevati anche per le pagine rivolte a marocchini, rumeni, cinesi ed ebrei.

Ma a condurre la classifica, a quota 400, sono i gruppi anti-terroni e anti-napoletani: uno dei razzismi più antichi, con il quale si dimostra che per la condivisione di un'identità non è sufficiente nemmeno la cittadinanza e la convivenza nello stesso territorio politico. Anzi, quanto più la compresenza è imposta con coercizione e violenza, tanto più il razzismo interviene per ristabilire quelle distanze azzeratesi nello spazio fisico.

http://magazine.ciaopeople.com/Cellulari_Web-10/Facebook-1000021/Razzismo_su_Facebook:_400_i_gruppi_antimeridionali,_100_gli_antimusulmani-17966

- "Memorie" di Concetto Gallo, secondo Turri, successore di Canepa

Storia del Movimento per l'Indipendeza della Sicilia, raccontata dal comandate dell'EVIS, secondo Turri, successore di Canepa, in una intervista poco nota del 1974.

(Intervista di E.Magri, 1974 - Riproposta nel 2009 sul settimanale "Gazzettino di Giarre" dal Prof. Salvatore Musumeci")

Un breve prologo del Prof. Salvatore Musumeci, Presidente Nazionale del Mis

Oltre sessant'anni fa la Sicilia combattè la sua guerra di indipendenza contro l'Italia; una guerra della quale oramai sono pochi a ricordare i particolari: una vera e propria guerra con eserciti schierati in campo che culminò nella battaglia campale il 29 dicembre 1945, a Monte San Mauro nei pressi di Caltagirone, tra l'esercito italiano comprendente cinquemila uomini e l'Evis, l'esercito dei volontari per l'indipendeza della Sicilia al comando di Concetto Gallo.
Pur appartenendo alla nostra storia più recente, si può dire alla cronaca, la vicenda dell'indipendentismo siciliano, che ebbe i suoi morti, è una delle pagine più oscure della vita siciliana e italiana. Forse perchè i suoi protagonisti si chiusero in uno sdegnato silenzio, lasciando a storici e saggisti il compito di interpretare gli avveimenti.
Il risultato, però, continua ad essere tutta una serie di nuovi interrogativi: come nacque, realmente, l'indipendentismo ? Dietro gli indipendentisti siciliani c'erano poi gli americani che volevano fare della Sicilia la "quarantanovesima stella" ?
E ancora: che influenza ebbe la mafia sulle vicende dell'indipendentismo ? E Salvatore Giuliano ? Il bandito che ruolo giocò nell'esercito siciliano ? E, infine, era vero che i Savoia avrebbero voluto fare della Sicilia la loro testa di ponte per riconquistare l'Italia dopo il referendum del 1946 ?
Per quasi trent'anni queste domande sono state poste a Concetto Gallo, il comandante dell'Evis, uno dei principali protagonisti dell'indipendentismo, enza avere mai una risposta. Poi all'età di 61 anni, esattamente nel 1974, l'ex deputato della Costituente e all'Assemblea siciliana, decise, anche per merito del Prof. Giuseppe Sambataro, di raccontare per l'europeo, in un'intervista a Enzo Magrì, la storia di quei tragici avvenimenti cominciando dalla nscita dell'indipendentismo per finire alla battaglia di Piano della Fiera che segnò la fine del suo esercito.
Più che un'intervista - dalla prima domanda -, Magrì raccolse un vero e proprio "Memoriale", anzi un Dossier" di pregiato valore documentale. Avendone trovata la minuta tra le carte ingiallite dal tempo, (n.d.r.: è il Prof. Salvatore Musumeci che trova tali carte) dell'archivio storico del Mis, ne riproponiamo la pubblicazione - articolata in una serie di appuntamenti -, ritenendola fonte di particolare interesse storico.

L'INTERVISTA

Onorevole Gallo, come e perchè nacque l'Indipendentismo ?

"Uno dei primi a riprendere la sua attività a Catania, nell'agosto del 1943, fu un famoso chirurgo: il Prof. Santi Rindone. Tre giorni dopo l'invasione alleata, vale a dire l'otto agosto 1943, Rindone aveva aperto la sua clinica in via Papale. E, cosa strana, quello stesso giorno si registrò un andirivieni di malati straordinario.
Era il professore in persona che riceveva gli ospiti, tutti appartenente alla borghesia catanese. E quando qualche malato non gli garbava rispondeva: "Oggi non visito" . Veramente non erano malati. Erano tutti indipendentisti. Uomini noti al Prof. Rindone, con i quali, mesi prima, durante il fascismo, si era incontrato nella sua villa di San Giovanni La Punta, alle falde dell'Etna.
L'antifascismo siciliano, questo purtroppo non è mai stato scritto, fu nella sua stragrande maggioranza indipendentismo. Se in Sicilia il fascismo non aveva incontrato molti entusiasmi, sin dal suo nascere, nel 1922, fu per una sola ragione: perchè il fascismo era stato considerato l'ultimo prodotto imposto dall'Italia alla Sicilia: l'ultima stupidità, che aveva lasciato dietro di sè una scia di sangue e di morti. Ora, quella mattina dell'otto agosto 1943, mentre da Catania transitavano file di carri armati dirette verso Messina, un gruppo di maggiorenti catanesi stava decidendo come fare in modo che il fascismo fosse, veramente, l'ultimo prodotto d'importazione dal Nord.
La soluzione era pronta: l'indipendentismo. Indipendentisti erano quasi tutti i catanesi, aristocratici, borghesi e non. A quella riunione erano presenti tutti gli uomini più importanti della città: Carlo Ardizzone, primo sindaco di Catania, nominati dagli Alleati, che uscirà dal Movimento; l'avvocato Ulisse Galante, Franz e Guglielmo duchi di Carcaci, Romeo Perrotta, l'avvocato Nicolosi Tedeschi, Attilio Castrogiovanni, l'avvocato Vito Patti, il professore Cappellani, l'avvocato Gaglio, gli avvocati Giuseppe e Antonino Bruno, e molti, molti altri ancora.
C'eravamo, naturalmente, io e mio padre e l'avvocato Gallo Poggi che sarebbe stato il sindaco di Catania degli anni Cinquanta, il sindaco che avrebbe rifiutato il teatro Massimo a Scelba.
Io non so come gli altri siano arrivati all'indipendentismo. Nella mia famiglia lo si era sempre respirato con l'aria. I Savoia ci avevano rovinato. Un mio avo, luogotenente di Ferdinando di Borbone, era stato costretto, subito dopo l'arrivo in Sicilia di Garibaldi, a fuggire esule a Malta e la nuova amministrazione ne aveva approfittato per confiscargli tutti i beni, compreso Palazzo Gallo, che mio padre riscattò successivmente a rate.
In me, poi, operava, più che negli altri, uno spirito di libertà che era indissolublmente connaturato con la mia esistenza. Io, per esempio, ho avuto il coraggio, da giovane, di infrangere una tradizione di famiglia secondo la quale ogni Gallo doveva fare il professionista, l'avvocato in particolare. Proprio per uno spirito di indipendenza, proprio per raggiungere un'immediata indipendenza economica mi iscrissi alle commerciali e divenni rappresentante.
Da giovane contavo tra i miei amici degli aristocratici con spirito sportivo: il principe di Cerami, corridore automobilista, quel Giovanni Lavaggi, aviatore, che morì volando verso l'Etiopia con l'esploratore Franchetti e il ministro Luigi Razza. Per parte mia, io mi interessavo di boxe. Vincere una borsa significava avere il soldi per un'altra avventura, per un altro viaggio con gli amici senza doverli chiedere ai genitori. Commercializzavo anche i rapporti familiari. Una volta, ancora studente, scoprìi che mio padre, avvocato, passava cinquanta centesimi per ogni foglio dello studio battuto a macchina. Mi misi d'accordo con lui e le commissioni passarono a me.
Fu questo senso di libertà che mi fece rifiutare il fascismo. Iin toto: nella sua ideologia e nelle sue mascherate.
Finita la guerra, dei quarantaquattro milioni di italiani che avevano applaudito Mussolini nelle piazze non se ne trovò uno solo: tutti martiri del fascismo.
Io non fui ne martire ne fascista. Racconto un episodio per dare la misura dei miei rapporti col fascismo. Attorno al 1934 avevo già una piccola azienda abbastanza avviata. Un giorno mi arrivò una cartolina che mi imponeva di presentarmi al gruppo rionale Armando Casalini, che si trovava in via Manzoni, di fronte all'attuale sede della Questura. Mi ricevette un caposezione e mi spiegò che con quella cartolina volevano diecimila lire.
Disse: " Siccome dobbiamo rinnovare tutto il mobilio della sede, voi siete stato tassato per 10.000 lire". Con diecimila lire del '34 ci si poteva comperare una casa. Risposi: "Ma sa lei quanto ci vuole per guadagnare 10.000 lire ?". E lui: "Così è stato stabilito". Me ne andai. Arrivò una seconda cartolina. Poi una terza con scritto "Ultimo avviso". Questa volta mi volevano vederre a Palazzo dei Chierici; addrittura il federale.
Il federale di Catania, a quel tempo, era Pietrangelo Mammano, un compagno di scuola di mio fratello, il maggiore. Andai a Palazzo dei Chierici e mi fecero sedere in una sala. A un certo punto arrivarono due militi armati di moschetto, mi si misero ai lati e così entrammo nell'ufficio del federale. Io dicevo tra me e me: "Ma che, sono scemi ' Ma dove mi devono portare, alla fucilazione?". Pietrangelo Mammano era seduto dietro a un grande tavolo: il gomito appoggiato sul tavolo; la mano destra a visiera.
Entrando salutai: "Ciao, Pietro". Ma lui subito: " Questa cartolina è indirizzata a voi ?" Prima di rispondere domandai: "Ma scusa, Pietro, non ce ne sono sedie qui ?". E lui, alzando il tono della voce: "Ho detto, questa cartolina è indirizzata a voi ?". Risposi: " Si, quella cartolina e indirizzata a me" - "E alllora perchè non vi siete presentato ?". Dissi: " Perchè siccome c'è scritto ultimo avviso, pensavo che dopo questa cartolina non ne sarebbero più arrivate".
"Fuori", fece lui. E mi sbatterono fuori. Poi mi deferirono alla commissione di disciplina, ma non venne preso alcun provvedimento perchè mio padre, avvocato civilista, fece rilevare che non potevano darmi alcuna sanzione per il semplice motivo che non essendo io un loro iscritto non potevo essere giudicato da nessuna commissione ".



Indipendentismo come antifascismo

I siciliani vissero il Fascismo come un ulteriore asservimento all’Italia, e la fine della guerra rappresentò l’occasione ideale per liberarsi della italica tirannia



«In Sicilia, in un clima di abusi di potere e di soprusi maturò l’antifascismo; un antifascismo che si accentuò a mano a mano che ci si avvicinava alla guerra. Inizialmente questo antifascismo era dei più vari colori, come nel resto d’Italia: socialista, comunista, liberale. Poi, l’atteggiamento di Badoglio e il proclama di Roatta che parlava di “italiani e di siciliani fedeli”, fedeli come i cani, fecero coagulare l’antifascismo attorno all’indipendentismo siciliano.

E la culla dell’indipendentismo catanese era Villa Rindone, a San Giovanni La Punta, dove l’illustre chirurgo, ex deputato al Parlamento prefascista, si trovava sfollato nel 1943. Rindone e tutti gli altri, compreso me, erano già convinti, nel 1942, che la guerra fosse perduta e che bisognasse pensare a un nuovo assetto politico per la Sicilia. Si aveva la sensazione che la catastrofe della guerra fosse uno di quei ritorni storici in seguito ai quali i popoli che erano stati asserviti ne dovevano approfittare.

E questa sensazione, voglio dire l’idea dell’indipendenza, si diffondeva rapidamente. Solo più tardi sapemmo che un gruppo di giovani si riuniva, contemporaneamente a noi, e indipendentemente da noi, nella chiesa della Mercede parlando degli stessi temi che venivano dibattuti dai maggiorenti in casa Rindone. Così come scoprimmo che nell’altro versante dell’isola, Andrea Finocchiaro Aprile, ex deputato liberale al Parlamento prefascista, uomo eccezionale, di grande prestigio e di onestà, stava operando per l’indipendentismo insieme con Lucio Tasca, primo sindaco di Palermo. Antonino Varvaro e altri. Era stato proprio nel precedente mese di luglio, all’entrata degli americani a Palermo, che Finocchiaro Aprile aveva fatto un proclama e aveva scritto a tutti i suoi ex colleghi deputati siciliani al Parlamento prima di Mussolini proponendo una lotta politica per l’indipendenza. Il fatto è che noi siamo stati afflitti da due cose: da un pugno di traditori che ci hanno abbandonato al momento delle battaglie decisive e dall’ignavia che ha lasciato agli altri il compito di scrivere per nostro conto. E gli altri hanno scritto menzogne.

Ad ogni buon conto, lasciamo le digressioni. Dicevo che l’otto agosto 1943 gli indipendentisti catanesi si riunirono in casa Rindone. Non c’era niente da dibattere. Tutto era stato dibattuto nei mesi precedenti. E così da casa Rindone uscì un manifesto con le firme di tutti i presenti: era l’atto costitutivo in Catania del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia. Ed era con una copia di questo manifesto che io e un giornalista, Concetto Battiato, partimmo per Palermo per prendere contatto col padre spirituale dell’indipendentismo: Andrea Finocchiaro Aprile. Quando lo incontrammo era in casa del genero, Frasca Polara. Finocchiaro Aprile aveva sulle spalle un impermeabile del genero e si stava friggendo due uova su una spiritiera. La sua unica ricchezza erano tre discorsi: i cosiddetti “discorsi dell’Aurora” che io portai a Catania. Alcuni mesi dopo, il 9 dicembre 1943, Andrea Finocchiaro Aprile fondò ufficialmente a Palermo il Movimento (trasformando il Cis, “Comitato per l’Indipendenza della Sicilia”, in Mis, ndr).

Una sera, in una sala da ballo catanese, un ufficiale della divisione Sabauda fendette la folla dei danzatori e si avvicinò alla coppia che stava al centro della sala.

Il dancing era a Guardia-Ognina, una borgata alla periferia di Catania. Era uno dei primi balli dopo i triboli della guerra. Era presente anche il prefetto Fazio, nominato dagli inglesi. Impettito e tracotante, l’ufficiale fermò i due danzatori: erano l’avvocato Antonio Bruno e la sorella. L’avvocato Antonio Bruno portava all’occhiello il distintivo della Trinacria: le tre gambe e la faccia di donna. “Si tolga quel distintivo”, disse l’ufficiale all’avvocato. “Io non tolgo niente”, rispose l’avvocato Bruno.

La musica cessò e tutti gli occhi furono rivolti al centro della sala. Compresi quelli del prefetto Fazio nominato dagli alleati. “Si tolga quel distintivo oppure esca fuori”, tuonò ancora l’ufficiale della Sabauda. “Io non mi tolgo il distintivo e non esco fuori”, replicò l’avvocato indignato. “Allora lei è un vigliacco”, concluse l’ufficiale.

A quelle parole l’avvocato Bruno lasciò la sorella e uscì con l’ufficiale. Seguì lo svenimento della sorella dell’avvocato Bruno, e un putiferio durante il quale l’ufficiale staccò dall’occhiello la Trinacria al giovane avvocato.

Io non c’ero a quella festa. Ma lo seppi una mezz’ora più tardi. Furente come potevo essere furente in quegli anni, andai a cercare subito il giornalista Concetto Battiato e tentai di fare aprire una tipografia. Impossibile. Allora, sempre con Concetto Battiato, recuperai una macchina da scrivere e in due ore battemmo cento copie di un cartello di sfida a tutti gli ufficiali della divisione Sabauda.

Affiggemmo copie di quel cartello, di notte, davanti al comando della divisione e sui muri della città. E siccome era l’ora in cui tornavano le pattuglie di ronda, disarmammo tutte le pattuglie che incontrammo. Poi andai a casa e attesi pazientemente al telefono. Ma non chiamò nessuno.

La guerra al Movimento era già stata dichiarata dal governo Badoglio prima e dal governo Bonomi dopo. Il 28 gennaio 1944 gli alleati avevano consegnato la Sicilia al governo provvisorio italiano e, per prima cosa, l’Italia, il pezzo d’Italia libera, aveva deciso di frustrare con tutti i mezzi a disposizione l’indipendentismo nascente in Sicilia. Qualcuno ci abbandona, come Guarino Amelia, che il venti di gennaio 1944 era latore di un manifesto di Andrea Finocchiaro Aprile a Catania, e sette giorni dopo partecipò al convegno dei comitati di liberazione a Bari.

Ma il movimento non solo era forte. Cresceva e si moltiplicava. E rapidamente si scontrò col potere italiano rappresentato dalla divisione Sabauda mandata apposta per reprimere ogni velleità di indipendentismo.
Gli episodi sono degni dei Vespri. Quello con l’avvocato Bruno è uno di quelli incruenti. Ma scorse anche il sangue. Un nostro iscritto che affiggeva un manifesto in via Etnea venne fatto segno a un colpo di fucile che gli sfiorò il giubbotto. Un altro, il fratello del primo, venne colpito da una fucilata al petto e sopravvisse. A quest’ultimo episodio ero presente anch’io: armato, cominciai a sparare in aria in piena via Etnea per creare panico.

Movimento e autorità locali arrivarono ai ferri corti. Noi indipendentisti catanesi costituimmo legalmente il Movimento per l’indipendenza siciliana e mandammo una copia del verbale alle autorità con un poscritto di Romeo Perrotta, segretario provinciale del Movimento. Poscritto nel quale si precisava che si trattava di una pura e semplice notifica alle autorità ma in quanto autorità locali e non come rappresentanti dello Stato italiano col quale noi non volevamo avere nulla a che spartire.
Il potere, costituito da poco sotto l’egida del governo di Bari, si vendicò con l’ostruzionismo. Finocchiaro Aprile venne a Catania per tenere un discorso ai catanesi. Chiedemmo un locale dove riunirci. Ma il locale ci venne negato sfacciatamente. Allora alzammo l’ingegno. Uno di noi possedeva un grande palazzo adibito a scuola privata. Sloggiammo la scuola privata, organizzammo due piani, installammo gli altoparlanti e Andrea Finocchiaro Aprile poté parlare. Al comizio fece seguito un duro scontro con i nostri avversari “in borghese” (ovvero, appartenenti alle forze dell’ordine, ndr), con quelli del Movimento unitario italiano capeggiati dal principe Borghese, fratello di Valerio Borghese, che aveva sposato la figlia del principe di Manganelli».

Commento del Prof. Salvatore Musumeci, Presidente Nazionale del Mis

Il racconto di Concetto Gallo evidenzia come in Sicilia, tra il 1942-43, dilagasse ovunque il sentimento indipendentista, rendendosi interprete dei bisogni e del malcontento del Popolo Siciliano. Fu, dunque, Gallo il trait-d’union tra il gruppo catanese del Mis e quello palermitano del Cis che, il 9 dicembre 1943, con propria delibera assunse la denominazione – caldeggiata e già informalmente usata a Catania dal prof. Santi Rindone e dai suoi collaboratori –, di Movimento per l’Indipendenza della Sicilia. La connotazione di movimento era intenzionale perché il Mis si proponeva di radunare sotto le proprie bandiere, uomini e gruppi di qualsiasi ideologia, purché convergenti sull’obiettivo comune ed unificante dell’indipendenza della Sicilia.

Questa scelta costituiva una delle ragioni per le quali l’indipendentismo siciliano fu accolto, trasversalmente, in ogni ambiente della società siciliana dell’epoca. Ma fu anche il suo tallone d’Achille, perché di fronte ad ogni problema concreto si verificavano scissioni e divergenze di opinioni che nel tempo avrebbero indebolito, mortalmente, il progetto indipendentista.

(2. Continua –“Memorie” di Concetto Gallo, da un’intervista di E. Magrì, 1974)


Fonte:Siciliani e Sicilianità
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Storia del Movimento per l'Indipendeza della Sicilia, raccontata dal comandate dell'EVIS, secondo Turri, successore di Canepa, in una intervista poco nota del 1974.

(Intervista di E.Magri, 1974 - Riproposta nel 2009 sul settimanale "Gazzettino di Giarre" dal Prof. Salvatore Musumeci")

Un breve prologo del Prof. Salvatore Musumeci, Presidente Nazionale del Mis

Oltre sessant'anni fa la Sicilia combattè la sua guerra di indipendenza contro l'Italia; una guerra della quale oramai sono pochi a ricordare i particolari: una vera e propria guerra con eserciti schierati in campo che culminò nella battaglia campale il 29 dicembre 1945, a Monte San Mauro nei pressi di Caltagirone, tra l'esercito italiano comprendente cinquemila uomini e l'Evis, l'esercito dei volontari per l'indipendeza della Sicilia al comando di Concetto Gallo.
Pur appartenendo alla nostra storia più recente, si può dire alla cronaca, la vicenda dell'indipendentismo siciliano, che ebbe i suoi morti, è una delle pagine più oscure della vita siciliana e italiana. Forse perchè i suoi protagonisti si chiusero in uno sdegnato silenzio, lasciando a storici e saggisti il compito di interpretare gli avveimenti.
Il risultato, però, continua ad essere tutta una serie di nuovi interrogativi: come nacque, realmente, l'indipendentismo ? Dietro gli indipendentisti siciliani c'erano poi gli americani che volevano fare della Sicilia la "quarantanovesima stella" ?
E ancora: che influenza ebbe la mafia sulle vicende dell'indipendentismo ? E Salvatore Giuliano ? Il bandito che ruolo giocò nell'esercito siciliano ? E, infine, era vero che i Savoia avrebbero voluto fare della Sicilia la loro testa di ponte per riconquistare l'Italia dopo il referendum del 1946 ?
Per quasi trent'anni queste domande sono state poste a Concetto Gallo, il comandante dell'Evis, uno dei principali protagonisti dell'indipendentismo, enza avere mai una risposta. Poi all'età di 61 anni, esattamente nel 1974, l'ex deputato della Costituente e all'Assemblea siciliana, decise, anche per merito del Prof. Giuseppe Sambataro, di raccontare per l'europeo, in un'intervista a Enzo Magrì, la storia di quei tragici avvenimenti cominciando dalla nscita dell'indipendentismo per finire alla battaglia di Piano della Fiera che segnò la fine del suo esercito.
Più che un'intervista - dalla prima domanda -, Magrì raccolse un vero e proprio "Memoriale", anzi un Dossier" di pregiato valore documentale. Avendone trovata la minuta tra le carte ingiallite dal tempo, (n.d.r.: è il Prof. Salvatore Musumeci che trova tali carte) dell'archivio storico del Mis, ne riproponiamo la pubblicazione - articolata in una serie di appuntamenti -, ritenendola fonte di particolare interesse storico.

L'INTERVISTA

Onorevole Gallo, come e perchè nacque l'Indipendentismo ?

"Uno dei primi a riprendere la sua attività a Catania, nell'agosto del 1943, fu un famoso chirurgo: il Prof. Santi Rindone. Tre giorni dopo l'invasione alleata, vale a dire l'otto agosto 1943, Rindone aveva aperto la sua clinica in via Papale. E, cosa strana, quello stesso giorno si registrò un andirivieni di malati straordinario.
Era il professore in persona che riceveva gli ospiti, tutti appartenente alla borghesia catanese. E quando qualche malato non gli garbava rispondeva: "Oggi non visito" . Veramente non erano malati. Erano tutti indipendentisti. Uomini noti al Prof. Rindone, con i quali, mesi prima, durante il fascismo, si era incontrato nella sua villa di San Giovanni La Punta, alle falde dell'Etna.
L'antifascismo siciliano, questo purtroppo non è mai stato scritto, fu nella sua stragrande maggioranza indipendentismo. Se in Sicilia il fascismo non aveva incontrato molti entusiasmi, sin dal suo nascere, nel 1922, fu per una sola ragione: perchè il fascismo era stato considerato l'ultimo prodotto imposto dall'Italia alla Sicilia: l'ultima stupidità, che aveva lasciato dietro di sè una scia di sangue e di morti. Ora, quella mattina dell'otto agosto 1943, mentre da Catania transitavano file di carri armati dirette verso Messina, un gruppo di maggiorenti catanesi stava decidendo come fare in modo che il fascismo fosse, veramente, l'ultimo prodotto d'importazione dal Nord.
La soluzione era pronta: l'indipendentismo. Indipendentisti erano quasi tutti i catanesi, aristocratici, borghesi e non. A quella riunione erano presenti tutti gli uomini più importanti della città: Carlo Ardizzone, primo sindaco di Catania, nominati dagli Alleati, che uscirà dal Movimento; l'avvocato Ulisse Galante, Franz e Guglielmo duchi di Carcaci, Romeo Perrotta, l'avvocato Nicolosi Tedeschi, Attilio Castrogiovanni, l'avvocato Vito Patti, il professore Cappellani, l'avvocato Gaglio, gli avvocati Giuseppe e Antonino Bruno, e molti, molti altri ancora.
C'eravamo, naturalmente, io e mio padre e l'avvocato Gallo Poggi che sarebbe stato il sindaco di Catania degli anni Cinquanta, il sindaco che avrebbe rifiutato il teatro Massimo a Scelba.
Io non so come gli altri siano arrivati all'indipendentismo. Nella mia famiglia lo si era sempre respirato con l'aria. I Savoia ci avevano rovinato. Un mio avo, luogotenente di Ferdinando di Borbone, era stato costretto, subito dopo l'arrivo in Sicilia di Garibaldi, a fuggire esule a Malta e la nuova amministrazione ne aveva approfittato per confiscargli tutti i beni, compreso Palazzo Gallo, che mio padre riscattò successivmente a rate.
In me, poi, operava, più che negli altri, uno spirito di libertà che era indissolublmente connaturato con la mia esistenza. Io, per esempio, ho avuto il coraggio, da giovane, di infrangere una tradizione di famiglia secondo la quale ogni Gallo doveva fare il professionista, l'avvocato in particolare. Proprio per uno spirito di indipendenza, proprio per raggiungere un'immediata indipendenza economica mi iscrissi alle commerciali e divenni rappresentante.
Da giovane contavo tra i miei amici degli aristocratici con spirito sportivo: il principe di Cerami, corridore automobilista, quel Giovanni Lavaggi, aviatore, che morì volando verso l'Etiopia con l'esploratore Franchetti e il ministro Luigi Razza. Per parte mia, io mi interessavo di boxe. Vincere una borsa significava avere il soldi per un'altra avventura, per un altro viaggio con gli amici senza doverli chiedere ai genitori. Commercializzavo anche i rapporti familiari. Una volta, ancora studente, scoprìi che mio padre, avvocato, passava cinquanta centesimi per ogni foglio dello studio battuto a macchina. Mi misi d'accordo con lui e le commissioni passarono a me.
Fu questo senso di libertà che mi fece rifiutare il fascismo. Iin toto: nella sua ideologia e nelle sue mascherate.
Finita la guerra, dei quarantaquattro milioni di italiani che avevano applaudito Mussolini nelle piazze non se ne trovò uno solo: tutti martiri del fascismo.
Io non fui ne martire ne fascista. Racconto un episodio per dare la misura dei miei rapporti col fascismo. Attorno al 1934 avevo già una piccola azienda abbastanza avviata. Un giorno mi arrivò una cartolina che mi imponeva di presentarmi al gruppo rionale Armando Casalini, che si trovava in via Manzoni, di fronte all'attuale sede della Questura. Mi ricevette un caposezione e mi spiegò che con quella cartolina volevano diecimila lire.
Disse: " Siccome dobbiamo rinnovare tutto il mobilio della sede, voi siete stato tassato per 10.000 lire". Con diecimila lire del '34 ci si poteva comperare una casa. Risposi: "Ma sa lei quanto ci vuole per guadagnare 10.000 lire ?". E lui: "Così è stato stabilito". Me ne andai. Arrivò una seconda cartolina. Poi una terza con scritto "Ultimo avviso". Questa volta mi volevano vederre a Palazzo dei Chierici; addrittura il federale.
Il federale di Catania, a quel tempo, era Pietrangelo Mammano, un compagno di scuola di mio fratello, il maggiore. Andai a Palazzo dei Chierici e mi fecero sedere in una sala. A un certo punto arrivarono due militi armati di moschetto, mi si misero ai lati e così entrammo nell'ufficio del federale. Io dicevo tra me e me: "Ma che, sono scemi ' Ma dove mi devono portare, alla fucilazione?". Pietrangelo Mammano era seduto dietro a un grande tavolo: il gomito appoggiato sul tavolo; la mano destra a visiera.
Entrando salutai: "Ciao, Pietro". Ma lui subito: " Questa cartolina è indirizzata a voi ?" Prima di rispondere domandai: "Ma scusa, Pietro, non ce ne sono sedie qui ?". E lui, alzando il tono della voce: "Ho detto, questa cartolina è indirizzata a voi ?". Risposi: " Si, quella cartolina e indirizzata a me" - "E alllora perchè non vi siete presentato ?". Dissi: " Perchè siccome c'è scritto ultimo avviso, pensavo che dopo questa cartolina non ne sarebbero più arrivate".
"Fuori", fece lui. E mi sbatterono fuori. Poi mi deferirono alla commissione di disciplina, ma non venne preso alcun provvedimento perchè mio padre, avvocato civilista, fece rilevare che non potevano darmi alcuna sanzione per il semplice motivo che non essendo io un loro iscritto non potevo essere giudicato da nessuna commissione ".



Indipendentismo come antifascismo

I siciliani vissero il Fascismo come un ulteriore asservimento all’Italia, e la fine della guerra rappresentò l’occasione ideale per liberarsi della italica tirannia



«In Sicilia, in un clima di abusi di potere e di soprusi maturò l’antifascismo; un antifascismo che si accentuò a mano a mano che ci si avvicinava alla guerra. Inizialmente questo antifascismo era dei più vari colori, come nel resto d’Italia: socialista, comunista, liberale. Poi, l’atteggiamento di Badoglio e il proclama di Roatta che parlava di “italiani e di siciliani fedeli”, fedeli come i cani, fecero coagulare l’antifascismo attorno all’indipendentismo siciliano.

E la culla dell’indipendentismo catanese era Villa Rindone, a San Giovanni La Punta, dove l’illustre chirurgo, ex deputato al Parlamento prefascista, si trovava sfollato nel 1943. Rindone e tutti gli altri, compreso me, erano già convinti, nel 1942, che la guerra fosse perduta e che bisognasse pensare a un nuovo assetto politico per la Sicilia. Si aveva la sensazione che la catastrofe della guerra fosse uno di quei ritorni storici in seguito ai quali i popoli che erano stati asserviti ne dovevano approfittare.

E questa sensazione, voglio dire l’idea dell’indipendenza, si diffondeva rapidamente. Solo più tardi sapemmo che un gruppo di giovani si riuniva, contemporaneamente a noi, e indipendentemente da noi, nella chiesa della Mercede parlando degli stessi temi che venivano dibattuti dai maggiorenti in casa Rindone. Così come scoprimmo che nell’altro versante dell’isola, Andrea Finocchiaro Aprile, ex deputato liberale al Parlamento prefascista, uomo eccezionale, di grande prestigio e di onestà, stava operando per l’indipendentismo insieme con Lucio Tasca, primo sindaco di Palermo. Antonino Varvaro e altri. Era stato proprio nel precedente mese di luglio, all’entrata degli americani a Palermo, che Finocchiaro Aprile aveva fatto un proclama e aveva scritto a tutti i suoi ex colleghi deputati siciliani al Parlamento prima di Mussolini proponendo una lotta politica per l’indipendenza. Il fatto è che noi siamo stati afflitti da due cose: da un pugno di traditori che ci hanno abbandonato al momento delle battaglie decisive e dall’ignavia che ha lasciato agli altri il compito di scrivere per nostro conto. E gli altri hanno scritto menzogne.

Ad ogni buon conto, lasciamo le digressioni. Dicevo che l’otto agosto 1943 gli indipendentisti catanesi si riunirono in casa Rindone. Non c’era niente da dibattere. Tutto era stato dibattuto nei mesi precedenti. E così da casa Rindone uscì un manifesto con le firme di tutti i presenti: era l’atto costitutivo in Catania del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia. Ed era con una copia di questo manifesto che io e un giornalista, Concetto Battiato, partimmo per Palermo per prendere contatto col padre spirituale dell’indipendentismo: Andrea Finocchiaro Aprile. Quando lo incontrammo era in casa del genero, Frasca Polara. Finocchiaro Aprile aveva sulle spalle un impermeabile del genero e si stava friggendo due uova su una spiritiera. La sua unica ricchezza erano tre discorsi: i cosiddetti “discorsi dell’Aurora” che io portai a Catania. Alcuni mesi dopo, il 9 dicembre 1943, Andrea Finocchiaro Aprile fondò ufficialmente a Palermo il Movimento (trasformando il Cis, “Comitato per l’Indipendenza della Sicilia”, in Mis, ndr).

Una sera, in una sala da ballo catanese, un ufficiale della divisione Sabauda fendette la folla dei danzatori e si avvicinò alla coppia che stava al centro della sala.

Il dancing era a Guardia-Ognina, una borgata alla periferia di Catania. Era uno dei primi balli dopo i triboli della guerra. Era presente anche il prefetto Fazio, nominato dagli inglesi. Impettito e tracotante, l’ufficiale fermò i due danzatori: erano l’avvocato Antonio Bruno e la sorella. L’avvocato Antonio Bruno portava all’occhiello il distintivo della Trinacria: le tre gambe e la faccia di donna. “Si tolga quel distintivo”, disse l’ufficiale all’avvocato. “Io non tolgo niente”, rispose l’avvocato Bruno.

La musica cessò e tutti gli occhi furono rivolti al centro della sala. Compresi quelli del prefetto Fazio nominato dagli alleati. “Si tolga quel distintivo oppure esca fuori”, tuonò ancora l’ufficiale della Sabauda. “Io non mi tolgo il distintivo e non esco fuori”, replicò l’avvocato indignato. “Allora lei è un vigliacco”, concluse l’ufficiale.

A quelle parole l’avvocato Bruno lasciò la sorella e uscì con l’ufficiale. Seguì lo svenimento della sorella dell’avvocato Bruno, e un putiferio durante il quale l’ufficiale staccò dall’occhiello la Trinacria al giovane avvocato.

Io non c’ero a quella festa. Ma lo seppi una mezz’ora più tardi. Furente come potevo essere furente in quegli anni, andai a cercare subito il giornalista Concetto Battiato e tentai di fare aprire una tipografia. Impossibile. Allora, sempre con Concetto Battiato, recuperai una macchina da scrivere e in due ore battemmo cento copie di un cartello di sfida a tutti gli ufficiali della divisione Sabauda.

Affiggemmo copie di quel cartello, di notte, davanti al comando della divisione e sui muri della città. E siccome era l’ora in cui tornavano le pattuglie di ronda, disarmammo tutte le pattuglie che incontrammo. Poi andai a casa e attesi pazientemente al telefono. Ma non chiamò nessuno.

La guerra al Movimento era già stata dichiarata dal governo Badoglio prima e dal governo Bonomi dopo. Il 28 gennaio 1944 gli alleati avevano consegnato la Sicilia al governo provvisorio italiano e, per prima cosa, l’Italia, il pezzo d’Italia libera, aveva deciso di frustrare con tutti i mezzi a disposizione l’indipendentismo nascente in Sicilia. Qualcuno ci abbandona, come Guarino Amelia, che il venti di gennaio 1944 era latore di un manifesto di Andrea Finocchiaro Aprile a Catania, e sette giorni dopo partecipò al convegno dei comitati di liberazione a Bari.

Ma il movimento non solo era forte. Cresceva e si moltiplicava. E rapidamente si scontrò col potere italiano rappresentato dalla divisione Sabauda mandata apposta per reprimere ogni velleità di indipendentismo.
Gli episodi sono degni dei Vespri. Quello con l’avvocato Bruno è uno di quelli incruenti. Ma scorse anche il sangue. Un nostro iscritto che affiggeva un manifesto in via Etnea venne fatto segno a un colpo di fucile che gli sfiorò il giubbotto. Un altro, il fratello del primo, venne colpito da una fucilata al petto e sopravvisse. A quest’ultimo episodio ero presente anch’io: armato, cominciai a sparare in aria in piena via Etnea per creare panico.

Movimento e autorità locali arrivarono ai ferri corti. Noi indipendentisti catanesi costituimmo legalmente il Movimento per l’indipendenza siciliana e mandammo una copia del verbale alle autorità con un poscritto di Romeo Perrotta, segretario provinciale del Movimento. Poscritto nel quale si precisava che si trattava di una pura e semplice notifica alle autorità ma in quanto autorità locali e non come rappresentanti dello Stato italiano col quale noi non volevamo avere nulla a che spartire.
Il potere, costituito da poco sotto l’egida del governo di Bari, si vendicò con l’ostruzionismo. Finocchiaro Aprile venne a Catania per tenere un discorso ai catanesi. Chiedemmo un locale dove riunirci. Ma il locale ci venne negato sfacciatamente. Allora alzammo l’ingegno. Uno di noi possedeva un grande palazzo adibito a scuola privata. Sloggiammo la scuola privata, organizzammo due piani, installammo gli altoparlanti e Andrea Finocchiaro Aprile poté parlare. Al comizio fece seguito un duro scontro con i nostri avversari “in borghese” (ovvero, appartenenti alle forze dell’ordine, ndr), con quelli del Movimento unitario italiano capeggiati dal principe Borghese, fratello di Valerio Borghese, che aveva sposato la figlia del principe di Manganelli».

Commento del Prof. Salvatore Musumeci, Presidente Nazionale del Mis

Il racconto di Concetto Gallo evidenzia come in Sicilia, tra il 1942-43, dilagasse ovunque il sentimento indipendentista, rendendosi interprete dei bisogni e del malcontento del Popolo Siciliano. Fu, dunque, Gallo il trait-d’union tra il gruppo catanese del Mis e quello palermitano del Cis che, il 9 dicembre 1943, con propria delibera assunse la denominazione – caldeggiata e già informalmente usata a Catania dal prof. Santi Rindone e dai suoi collaboratori –, di Movimento per l’Indipendenza della Sicilia. La connotazione di movimento era intenzionale perché il Mis si proponeva di radunare sotto le proprie bandiere, uomini e gruppi di qualsiasi ideologia, purché convergenti sull’obiettivo comune ed unificante dell’indipendenza della Sicilia.

Questa scelta costituiva una delle ragioni per le quali l’indipendentismo siciliano fu accolto, trasversalmente, in ogni ambiente della società siciliana dell’epoca. Ma fu anche il suo tallone d’Achille, perché di fronte ad ogni problema concreto si verificavano scissioni e divergenze di opinioni che nel tempo avrebbero indebolito, mortalmente, il progetto indipendentista.

(2. Continua –“Memorie” di Concetto Gallo, da un’intervista di E. Magrì, 1974)


Fonte:Siciliani e Sicilianità
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lunedì 25 gennaio 2010

Il nostro futuro è cosa seria

di Gianluca Bracca.

Tinto Brass che si presta ad accendere i riflettori dei media per la lista "di sinistra" alle elezioni regionali è la dimostrazione lampante della contiguità dei modi e della responsabilità civica che esprimono i cosiddetti schieramenti "destra"/"sinistra": una sorta di realtà virtuale, tutta televisiva e mediatica, dove si simula un combattimento a gaudio e sollazzo degli spettatori; non, come dovrebbe essere secondo semplice buon senso, uno scontro dialettico rivolto alla proposta delle migliori azioni per meglio amministrare la regione in cui viviamo. Le differenze, a ben guardare, si limitano soltanto alle diverse forme di incitamento ad un "tifo" da stadio, privo di contenuti e fondato esclusivamente sulla forma e sull'impatto emotivo.

Ma l'amministrazione dei beni comuni e del vivere civile è cosa seria, in quanto capace di influenzare pesantemente la vita di milioni di cittadini, ogni giorno e ad ogni ora, senza alcuna possibilità di scampo; il territorio in cui viviamo è il contenitore di tutti: sporcarlo, renderlo caotico e disorganizzato porta a cattive conseguenze per ciascuno di noi.
La macchina politica che si è venuta a creare negli ultimi anni si è resa ormai capace di incamerare a sè enormi quantità di denari pubblici, pagati in maniera salata dai cittadini, in larga parte dai più onesti.
I metodi li conosciamo: investimenti nella costruzione di opere inutili e dannose e spietato consumo di territorio per far posto al cemento e tutto l'indotto che ci ruota attorno; distruzione sistematica del sistema sanitario regionale, con grandi profitti per pochi privati ed enormi debiti pubblici e con scadente qualità del servizio per la maggior parte degli altri cittadini; folle politica di gestione dei rifiuti che ancora premia i consumi senza controllo e la movimentazione e lavorazione massiccia di materiali destinati ai vari falò (inceneritori) che si disseminano sul territorio, aumentando esponenzialmente, oltre alle spese di gestione, quelle sanitarie.

I media ufficiali fanno in modo di far contendere il governo della regione ai soli due "big" schierati, scelti a loro volta da altri "big", a colpi di notizie sempre più sensazionali, rendendo la competizione elettorale già viziata in partenza. Mai vedrete dare corretta informazione sul merito delle proposte, sui programmi, sui loro autori e sulle loro motivazioni: il messaggio che deve passare è che la proposta POLITICA avanzata da un gruppo di Cittadini non è degna di essere valutata ed approfondita nel merito, non è di questo quello di cui hanno bisogno gli "spettatori" laziali.

L'appello -lanciato a chi non è disposto a seguire per l'ennesima volta questa farsa mediatica, a chi ragiona sui reali problemi del paese e della regione, a chi ha intenzione di costruire un futuro migliore per i propri figli, a chi è fuori dalle logiche clientelari, dai miseri ed effimeri vantaggi personali elargiti dai favoritismi, a chi vorrebbe riflessa la propria "pulizia" intellettuale e dei comportamenti nella cosa pubblica- è quello di rivolgere un pensiero di interessamento, di approfondimento e di collaborazione fattiva al progetto della RETE DEI CITTADINI; premiarlo, dargli le gambe per camminare in questa palude della politica più bassa e gretta a cui assistiamo da molti, troppi anni; riempirlo di idee migliori e diffonderlo con la convinzione di fare qualcosa di giusto, di essere un Cittadino che partecipa ad "un cambiamento degno di essere chiamato tale".
Questo chiediamo con gran forza.


La RETE DEI CITTADINI è su http://retedeicittadini.it
.
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di Gianluca Bracca.

Tinto Brass che si presta ad accendere i riflettori dei media per la lista "di sinistra" alle elezioni regionali è la dimostrazione lampante della contiguità dei modi e della responsabilità civica che esprimono i cosiddetti schieramenti "destra"/"sinistra": una sorta di realtà virtuale, tutta televisiva e mediatica, dove si simula un combattimento a gaudio e sollazzo degli spettatori; non, come dovrebbe essere secondo semplice buon senso, uno scontro dialettico rivolto alla proposta delle migliori azioni per meglio amministrare la regione in cui viviamo. Le differenze, a ben guardare, si limitano soltanto alle diverse forme di incitamento ad un "tifo" da stadio, privo di contenuti e fondato esclusivamente sulla forma e sull'impatto emotivo.

Ma l'amministrazione dei beni comuni e del vivere civile è cosa seria, in quanto capace di influenzare pesantemente la vita di milioni di cittadini, ogni giorno e ad ogni ora, senza alcuna possibilità di scampo; il territorio in cui viviamo è il contenitore di tutti: sporcarlo, renderlo caotico e disorganizzato porta a cattive conseguenze per ciascuno di noi.
La macchina politica che si è venuta a creare negli ultimi anni si è resa ormai capace di incamerare a sè enormi quantità di denari pubblici, pagati in maniera salata dai cittadini, in larga parte dai più onesti.
I metodi li conosciamo: investimenti nella costruzione di opere inutili e dannose e spietato consumo di territorio per far posto al cemento e tutto l'indotto che ci ruota attorno; distruzione sistematica del sistema sanitario regionale, con grandi profitti per pochi privati ed enormi debiti pubblici e con scadente qualità del servizio per la maggior parte degli altri cittadini; folle politica di gestione dei rifiuti che ancora premia i consumi senza controllo e la movimentazione e lavorazione massiccia di materiali destinati ai vari falò (inceneritori) che si disseminano sul territorio, aumentando esponenzialmente, oltre alle spese di gestione, quelle sanitarie.

I media ufficiali fanno in modo di far contendere il governo della regione ai soli due "big" schierati, scelti a loro volta da altri "big", a colpi di notizie sempre più sensazionali, rendendo la competizione elettorale già viziata in partenza. Mai vedrete dare corretta informazione sul merito delle proposte, sui programmi, sui loro autori e sulle loro motivazioni: il messaggio che deve passare è che la proposta POLITICA avanzata da un gruppo di Cittadini non è degna di essere valutata ed approfondita nel merito, non è di questo quello di cui hanno bisogno gli "spettatori" laziali.

L'appello -lanciato a chi non è disposto a seguire per l'ennesima volta questa farsa mediatica, a chi ragiona sui reali problemi del paese e della regione, a chi ha intenzione di costruire un futuro migliore per i propri figli, a chi è fuori dalle logiche clientelari, dai miseri ed effimeri vantaggi personali elargiti dai favoritismi, a chi vorrebbe riflessa la propria "pulizia" intellettuale e dei comportamenti nella cosa pubblica- è quello di rivolgere un pensiero di interessamento, di approfondimento e di collaborazione fattiva al progetto della RETE DEI CITTADINI; premiarlo, dargli le gambe per camminare in questa palude della politica più bassa e gretta a cui assistiamo da molti, troppi anni; riempirlo di idee migliori e diffonderlo con la convinzione di fare qualcosa di giusto, di essere un Cittadino che partecipa ad "un cambiamento degno di essere chiamato tale".
Questo chiediamo con gran forza.


La RETE DEI CITTADINI è su http://retedeicittadini.it
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Il dogma





Proliferazione di partiti e partitini "per il Sud" - In realtà i soliti politici cercano di rimanere a galla...



Di Guglielmo Di Grezia




Ultimamente ho notato che aleggia una parola nell’aria che nessuno vuol pronunciare. Piú di qualcuno, con modo subdolo come è loro stile, ha tentato di appropriarsene maldestramente, ma, proprio perché pronunciata da loro, essa corre il rischio di diminuire d’importanza.

Ho anche notato, mio malgrado, che pure chi con i fatti ha esaltato questa parola, ha un certo timore nel pronunciarla.

Per chi non ha ancora capito di quale parola si tratta la pronuncio a chiare lettere: "INDIPENDENZA"

Questa parola, che, alla sola pronuncia, fa saltare da sedie e poltrone vari personaggi di questo e quel partito pseudo Meridionalista o ancor peggio movimentucoli che si dànno arie da rivoluzionari da giarrettiera, è l’unica via d’uscita ad una seria ripresa economica, politica e culturale del Sud.

Non voglio iniziare a parlare di patria etc. Non oggi.

Oggi, per l’ennesima volta, voglio ripetere, se mai ce ne fosse bisogno, che se non ci sbarazziamo delle cause che ci tengono incatenati all’attuale sistema, non riusciremo mai ad uscire da questo cul de sac in cui siamo piombati da 150 anni a questa parte.

Solo con nostre istituzioni potremo curare i nostri interessi.

Non ultimo è il caso delle affermazioni fatte dal Ministro Zaia.

L’attaccare sempre e ad ogni occasione la già misera economia del Meridione a vantaggio di quella Settentrionale (pensate al guadagno dell’industria casearia del Nord a scapito dei produttori di mozzarella di bufala campana di questi giorni), fa parte di un disegno ben definito che si protrae oramai dalla cosiddetta unità sino ad oggi.

E’ una strada che se percorriamo a ritroso, ci porta all’opificio di Pietrarsa sino alle fonderie di Morgiana, dai cantieri di Castellamare alla produzione di arance siciliane e calabresi.

Rosarno si può vedere da diversi punti di vista. Sulla vicenda, la prima cosa che mi è saltata all’occhio è stata: Ma le istituzioni locali, in quel pezzo di Stato Italiano, non sapevano niente? E’ mai possibile?

La risposta scontata quanto inevitabile datevela ognuno di voi.

Ma la cosa va vista a ritroso (come dicevo).

La fabbrica Fiat di Termini Imerese (tanto per parlarne) fu regalata dallo Stato Italiano con la giustificazione di dare lavoro ai Siciliani, mentre invece lo scopo principale era quello di produrre le auto per il Nord Africa a costi irrisori e con guadagni supereccellenti.
Con i nordafricani l’allora Ministro degli Esteri, (Susanna Agnelli per la cronaca), per conto dello Stato Italiano, stipulò un accordo, con il quale si abrogavano i dazi dei loro prodotti agricoli con l’obbligo di preferire auto e macchinari agricoli della Fiat.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I proventi delle auto vendute sono andati a totale appannaggio della multinazionale di Torino, mentre l’agricoltura meridionale ne è uscita praticamente distrutta.

Ora, oltre al danno, anche la beffa.

La fabbrica non è piú concorrenziale e quindi la produzione sarà trasferita altrove per permettere l’utile degli azionisti. Questo è il concetto di economia liberale, non il bene comune, ma l’interesse privato a tutti i costi ed a qualsiasi condizione.

Per agganciarmi a Rosarno, grazie a questo patto scellerato i produttori agricoli del Sud, non hanno potuto altro che lavorare col lavoro sommerso per poter sbarcare il lunario.
La mafia c’è e va combattuta in tutti i modi e senza scrupoli, ma non si dia la colpa a chi ne è vittima (i produttori) tacciandoli di essere collusi con essa.

Si fa il commercio equo e solidale per i prodotto dell’Equador, del Guatemala etc., perché non si fa del commercio equo per i produttori di arance siciliane e calabresi? Perché non si organizza una filiera che mette fuori dalla portata della grande distribuzione (perché anche loro è la colpa, acquistano le arance a trenta centesimi al chilo per rivenderle ad un euro) che praticamente obbliga questa povera gente a svendere un prodotto di eccellenza?

Eppure ci vorrebbe poco.

In verità non c’è la volontà dei politici locali e nazionali.

Ora vedo un proliferare di partitini che si rifanno al Sud, ma a questi cosa importa del Sud?

Niente, nulla, l’unica cosa che gli importa è il fatto di rimanere in qualche maniera a galla e se è possibile, occupare una poltrona e sbarcare il lunario.

Ho sentito parlare l’Onorevole Vincenzo Scotti ed anche con lui, come feci con la Polibortone, sono andato sull’enciclopedia multimediale Wikipedia, alla parola Vincenzo Scotti è emerso: “Un’inchiesta di Report del 1 ottobre 2002, intitolata "Dietro al Bingo", rivela alcuni retroscena torbidi sulla "industrializzazione" del gioco della tombola (rinominata di fatto ’Bingo’) e i coinvolgimenti politici. In particolare la Gabanelli sintetizza dicendo "Imprenditori privati e multinazionali spagnole del gioco d’azzardo che hanno fiutato l’affare nel 1999 quando sotto il governo D’Alema il gioco della tombola diventa Bingo. Ma il decreto legge che lo rende operativo e che trasformerebbe in illegali tutte le tombole di quartiere nasce il 21 novembre 2000. Ministro delle Finanze Ottaviano del Turco, Ministro del tesoro Vincenzo Visco."

Nella partita entra anche l’ex ministro Vincenzo Scotti, che co-fonda, assieme a Luciano Consoli (in area D’Alema), "Formula Bingo", società nella quale è presidente, che svolge consulenze per l’apertura delle sale bingo e rapidamente ottiene 214 delle 420 concessioni messe in campo sino a quel momento, grazie anche all’alleanza con Codere, una multinazionale spagnola del gioco d’azzardo. Codere e "Formula Bingo" dànno un’impronta industriale e altamente lucrativa al gioco casalingo della tombola, dove sono necessari grandi costi e investimenti da parte dei concessionari (i quali -stando all’inchiesta- per rifarsi necessitano di giochi piú lucrosi e speculativi).

Con questa operazione "Formula Bingo" guadagna l’1,50% su ogni cartella venduta dalla sue 214 consociate. Scotti è anche presidente di Ascob, l’associazione dei concessionari. È lo stesso Scotti, infatti, che, in Senato, preme per rendere abusive le tombole nei circoli e consentire l’introduzione di slot machine e videopoker.”

Questo già basterebbe, ma non è tutto: “Assolto dall’accusa di corruzione nella gestione della Nettezza urbana e in quello dei Mondiali di Italia 90, rinviato a giudizio per peculato e abuso d’ufficio per lo scandalo Sisde, e in seguito prosciolto per prescrizione. Una sentenza della Corte dei Conti gli ha imposto di risarcire allo Stato 2.995.450 euro, giudicandolo colpevole insieme all’ex direttore del Sisde, Alessandro Voci, di aver fatto acquistare un palazzo a Roma con fondi riservati del Sisde a un prezzo maggiorato di 10 miliardi di lire per la creazione di fondi neri.”

Ora che si pensa di fare qualcosa con questi soggetti, sinceramente, mi fa rimanere sbigottito di come si possa pensare di costruire un futuro per i nostri figli.

Il primo passo per la soluzione dei problemi che ci affliggono è stato fatto il 16 gennaio di quest’anno. Con la nascita del Parlamento del Sud si è dato una spinta verso la giusta direzione da intraprendere.

Solo con persone veramente nuove e motivate al bene comune, si può pensare di attivare quel giro di boa fatto di idee ed azioni che portano alla totale riattivazione di una patria oramai fiaccata anche nello spirito dei suoi figli, con metodi che vanno ben oltre l’umana comprensione.

Abbiate il coraggio di essere “LIBERI”

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Proliferazione di partiti e partitini "per il Sud" - In realtà i soliti politici cercano di rimanere a galla...



Di Guglielmo Di Grezia




Ultimamente ho notato che aleggia una parola nell’aria che nessuno vuol pronunciare. Piú di qualcuno, con modo subdolo come è loro stile, ha tentato di appropriarsene maldestramente, ma, proprio perché pronunciata da loro, essa corre il rischio di diminuire d’importanza.

Ho anche notato, mio malgrado, che pure chi con i fatti ha esaltato questa parola, ha un certo timore nel pronunciarla.

Per chi non ha ancora capito di quale parola si tratta la pronuncio a chiare lettere: "INDIPENDENZA"

Questa parola, che, alla sola pronuncia, fa saltare da sedie e poltrone vari personaggi di questo e quel partito pseudo Meridionalista o ancor peggio movimentucoli che si dànno arie da rivoluzionari da giarrettiera, è l’unica via d’uscita ad una seria ripresa economica, politica e culturale del Sud.

Non voglio iniziare a parlare di patria etc. Non oggi.

Oggi, per l’ennesima volta, voglio ripetere, se mai ce ne fosse bisogno, che se non ci sbarazziamo delle cause che ci tengono incatenati all’attuale sistema, non riusciremo mai ad uscire da questo cul de sac in cui siamo piombati da 150 anni a questa parte.

Solo con nostre istituzioni potremo curare i nostri interessi.

Non ultimo è il caso delle affermazioni fatte dal Ministro Zaia.

L’attaccare sempre e ad ogni occasione la già misera economia del Meridione a vantaggio di quella Settentrionale (pensate al guadagno dell’industria casearia del Nord a scapito dei produttori di mozzarella di bufala campana di questi giorni), fa parte di un disegno ben definito che si protrae oramai dalla cosiddetta unità sino ad oggi.

E’ una strada che se percorriamo a ritroso, ci porta all’opificio di Pietrarsa sino alle fonderie di Morgiana, dai cantieri di Castellamare alla produzione di arance siciliane e calabresi.

Rosarno si può vedere da diversi punti di vista. Sulla vicenda, la prima cosa che mi è saltata all’occhio è stata: Ma le istituzioni locali, in quel pezzo di Stato Italiano, non sapevano niente? E’ mai possibile?

La risposta scontata quanto inevitabile datevela ognuno di voi.

Ma la cosa va vista a ritroso (come dicevo).

La fabbrica Fiat di Termini Imerese (tanto per parlarne) fu regalata dallo Stato Italiano con la giustificazione di dare lavoro ai Siciliani, mentre invece lo scopo principale era quello di produrre le auto per il Nord Africa a costi irrisori e con guadagni supereccellenti.
Con i nordafricani l’allora Ministro degli Esteri, (Susanna Agnelli per la cronaca), per conto dello Stato Italiano, stipulò un accordo, con il quale si abrogavano i dazi dei loro prodotti agricoli con l’obbligo di preferire auto e macchinari agricoli della Fiat.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I proventi delle auto vendute sono andati a totale appannaggio della multinazionale di Torino, mentre l’agricoltura meridionale ne è uscita praticamente distrutta.

Ora, oltre al danno, anche la beffa.

La fabbrica non è piú concorrenziale e quindi la produzione sarà trasferita altrove per permettere l’utile degli azionisti. Questo è il concetto di economia liberale, non il bene comune, ma l’interesse privato a tutti i costi ed a qualsiasi condizione.

Per agganciarmi a Rosarno, grazie a questo patto scellerato i produttori agricoli del Sud, non hanno potuto altro che lavorare col lavoro sommerso per poter sbarcare il lunario.
La mafia c’è e va combattuta in tutti i modi e senza scrupoli, ma non si dia la colpa a chi ne è vittima (i produttori) tacciandoli di essere collusi con essa.

Si fa il commercio equo e solidale per i prodotto dell’Equador, del Guatemala etc., perché non si fa del commercio equo per i produttori di arance siciliane e calabresi? Perché non si organizza una filiera che mette fuori dalla portata della grande distribuzione (perché anche loro è la colpa, acquistano le arance a trenta centesimi al chilo per rivenderle ad un euro) che praticamente obbliga questa povera gente a svendere un prodotto di eccellenza?

Eppure ci vorrebbe poco.

In verità non c’è la volontà dei politici locali e nazionali.

Ora vedo un proliferare di partitini che si rifanno al Sud, ma a questi cosa importa del Sud?

Niente, nulla, l’unica cosa che gli importa è il fatto di rimanere in qualche maniera a galla e se è possibile, occupare una poltrona e sbarcare il lunario.

Ho sentito parlare l’Onorevole Vincenzo Scotti ed anche con lui, come feci con la Polibortone, sono andato sull’enciclopedia multimediale Wikipedia, alla parola Vincenzo Scotti è emerso: “Un’inchiesta di Report del 1 ottobre 2002, intitolata "Dietro al Bingo", rivela alcuni retroscena torbidi sulla "industrializzazione" del gioco della tombola (rinominata di fatto ’Bingo’) e i coinvolgimenti politici. In particolare la Gabanelli sintetizza dicendo "Imprenditori privati e multinazionali spagnole del gioco d’azzardo che hanno fiutato l’affare nel 1999 quando sotto il governo D’Alema il gioco della tombola diventa Bingo. Ma il decreto legge che lo rende operativo e che trasformerebbe in illegali tutte le tombole di quartiere nasce il 21 novembre 2000. Ministro delle Finanze Ottaviano del Turco, Ministro del tesoro Vincenzo Visco."

Nella partita entra anche l’ex ministro Vincenzo Scotti, che co-fonda, assieme a Luciano Consoli (in area D’Alema), "Formula Bingo", società nella quale è presidente, che svolge consulenze per l’apertura delle sale bingo e rapidamente ottiene 214 delle 420 concessioni messe in campo sino a quel momento, grazie anche all’alleanza con Codere, una multinazionale spagnola del gioco d’azzardo. Codere e "Formula Bingo" dànno un’impronta industriale e altamente lucrativa al gioco casalingo della tombola, dove sono necessari grandi costi e investimenti da parte dei concessionari (i quali -stando all’inchiesta- per rifarsi necessitano di giochi piú lucrosi e speculativi).

Con questa operazione "Formula Bingo" guadagna l’1,50% su ogni cartella venduta dalla sue 214 consociate. Scotti è anche presidente di Ascob, l’associazione dei concessionari. È lo stesso Scotti, infatti, che, in Senato, preme per rendere abusive le tombole nei circoli e consentire l’introduzione di slot machine e videopoker.”

Questo già basterebbe, ma non è tutto: “Assolto dall’accusa di corruzione nella gestione della Nettezza urbana e in quello dei Mondiali di Italia 90, rinviato a giudizio per peculato e abuso d’ufficio per lo scandalo Sisde, e in seguito prosciolto per prescrizione. Una sentenza della Corte dei Conti gli ha imposto di risarcire allo Stato 2.995.450 euro, giudicandolo colpevole insieme all’ex direttore del Sisde, Alessandro Voci, di aver fatto acquistare un palazzo a Roma con fondi riservati del Sisde a un prezzo maggiorato di 10 miliardi di lire per la creazione di fondi neri.”

Ora che si pensa di fare qualcosa con questi soggetti, sinceramente, mi fa rimanere sbigottito di come si possa pensare di costruire un futuro per i nostri figli.

Il primo passo per la soluzione dei problemi che ci affliggono è stato fatto il 16 gennaio di quest’anno. Con la nascita del Parlamento del Sud si è dato una spinta verso la giusta direzione da intraprendere.

Solo con persone veramente nuove e motivate al bene comune, si può pensare di attivare quel giro di boa fatto di idee ed azioni che portano alla totale riattivazione di una patria oramai fiaccata anche nello spirito dei suoi figli, con metodi che vanno ben oltre l’umana comprensione.

Abbiate il coraggio di essere “LIBERI”

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LA TERRA DEI FUOCHI



i BRIGANTI ELETTRICI in LA TERRA DEI FUOCHI
Le immagini presentate sono estratte dalle video-denunce dell'Associazione "La Terra dei Fuochi" a cui il nostro brano è dedicato... persone che, tra mille difficoltà, lottano per questa nostra Terra, una Terra più volte violata, oltraggiata, avvelenata... Grazie
i BRIGANTI ELETTRICI
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i BRIGANTI ELETTRICI in LA TERRA DEI FUOCHI
Le immagini presentate sono estratte dalle video-denunce dell'Associazione "La Terra dei Fuochi" a cui il nostro brano è dedicato... persone che, tra mille difficoltà, lottano per questa nostra Terra, una Terra più volte violata, oltraggiata, avvelenata... Grazie
i BRIGANTI ELETTRICI

L’espulsione degli ebrei dalle scuole (1938) ....e vittorio emanuele III ha delle strade ancora dedicate......




REGIO DECRETO LEGGE
5 settembre 1938 - XVI, n. 1390

Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista

VITTORIO EMANUELE
III PER GRAZIA DI DIO E PER LA VOLONTÀ DELLA NAZIONE
RE D’ITALIA IMPERATORE D’ETIOPIA

Visto l’art. 3, n. 2, della legge 31 gennaio 1926-IV, n.100;
Ritenuta la necessità assoluta ed urgente di dettare disposizioni per la difesa della razza nella scuola italiana;
Udito il Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del Nostro Ministro Segretario di Stato per l’educazione nazionale, di concerto con quello per le finanze;

Abbiamo decretato e decretiamo;

Art. 1. All’ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; nè potranno essere ammesse all’assistentato universitario, né al conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza.
Art. 2. Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica.
Art. 3. A datare dal 16 ottobre 1938-XVI tutti gli insegnanti di razza ebraica che appartengano ai ruoli per le scuole di cui al precedente art. 1, saranno sospesi dal servizio; sono a tal fine equiparati al personale insegnante i presidi e direttori delle scuole anzidette, gli aiuti e assistenti universitari, il personale di vigilanza delle scuole elementari. Analogamente i liberi docenti di razza ebraica saranno sospesi dall’esercizio della libera docenza.
Art. 4. I membri di razza ebraica delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti, cesseranno di far parte delle dette istituzioni a datare dal 16 ottobre 1938-XVI.
Art. 5. In deroga al precedente art. 2 potranno in via transitoria essere ammessi a proseguire gli studi universitari studenti di razza ebraica, già iscritti a istituti di istruzione superiore nei passati anni accademici.
Art. 6. Agli effetti del presente decreto-legge è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica.
Art. 7. Il presente decreto-legge, che entrerà in vigore alla data della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del Regno, sarà presentato al Parlamento per la sua conversione in legge. Il Ministro per l’educazione nazionale è autorizzato a presentare il relativo disegno di legge.

Ordiniamo

che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserito nella raccolta delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.
Dato a San Rossore, addì 5 settembre 1938 - Anno XVI

Vittorio Emanuele,
Mussolini, Di Revel, Ciano, Solmi, Lantini

Fonte internet:Binario 21
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REGIO DECRETO LEGGE
5 settembre 1938 - XVI, n. 1390

Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista

VITTORIO EMANUELE
III PER GRAZIA DI DIO E PER LA VOLONTÀ DELLA NAZIONE
RE D’ITALIA IMPERATORE D’ETIOPIA

Visto l’art. 3, n. 2, della legge 31 gennaio 1926-IV, n.100;
Ritenuta la necessità assoluta ed urgente di dettare disposizioni per la difesa della razza nella scuola italiana;
Udito il Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del Nostro Ministro Segretario di Stato per l’educazione nazionale, di concerto con quello per le finanze;

Abbiamo decretato e decretiamo;

Art. 1. All’ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; nè potranno essere ammesse all’assistentato universitario, né al conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza.
Art. 2. Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica.
Art. 3. A datare dal 16 ottobre 1938-XVI tutti gli insegnanti di razza ebraica che appartengano ai ruoli per le scuole di cui al precedente art. 1, saranno sospesi dal servizio; sono a tal fine equiparati al personale insegnante i presidi e direttori delle scuole anzidette, gli aiuti e assistenti universitari, il personale di vigilanza delle scuole elementari. Analogamente i liberi docenti di razza ebraica saranno sospesi dall’esercizio della libera docenza.
Art. 4. I membri di razza ebraica delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti, cesseranno di far parte delle dette istituzioni a datare dal 16 ottobre 1938-XVI.
Art. 5. In deroga al precedente art. 2 potranno in via transitoria essere ammessi a proseguire gli studi universitari studenti di razza ebraica, già iscritti a istituti di istruzione superiore nei passati anni accademici.
Art. 6. Agli effetti del presente decreto-legge è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica.
Art. 7. Il presente decreto-legge, che entrerà in vigore alla data della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del Regno, sarà presentato al Parlamento per la sua conversione in legge. Il Ministro per l’educazione nazionale è autorizzato a presentare il relativo disegno di legge.

Ordiniamo

che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserito nella raccolta delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.
Dato a San Rossore, addì 5 settembre 1938 - Anno XVI

Vittorio Emanuele,
Mussolini, Di Revel, Ciano, Solmi, Lantini

Fonte internet:Binario 21

Centrale Nucleare del Garigliano,un mostro che genera mostri



Antonio Ciano, per conto della prima telestreet italiana,nel 2003 intervistò l'Avv.Marcantonio Tibaldi allora ottantacinquenne. Fu una intervista di Grande richiamo culturale, una intervista denuncia sui danni che aveva provocato la contaminazione nucleare nella zona del Golfo di Gaeta. Quella telestreet, come altre 200 sono state chiuse dal Governo Berlusconi, che ha immesso il digitale terrestre permettendo agli autorizzati di sestuplicare i loro canali. Tmo Gaeta trasmetteva senza fare pubblicità. Per fare giornalismo ci vuole coraggio, TMO Gaeta aveva giornalisti dilettanti che ne avevano da vendere. Quando si tocca gli interessi di pochi contro la salute dei più, il giornalista deve mettere in gioco la sua faccia e la sua professionalità. In Italia non succede. In Italia danno milioni di euro agli Emilio Fede o ai Bruno Vespa. I ragazzi di TMO Gaeta, veri appassionati dell'informazione, oggi sono a spasso.Coraggio ragazzi!!! c'è You tube, facciamo sapere al mondo cosa è successo alla centrale nucleare del Garigliano.
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Antonio Ciano, per conto della prima telestreet italiana,nel 2003 intervistò l'Avv.Marcantonio Tibaldi allora ottantacinquenne. Fu una intervista di Grande richiamo culturale, una intervista denuncia sui danni che aveva provocato la contaminazione nucleare nella zona del Golfo di Gaeta. Quella telestreet, come altre 200 sono state chiuse dal Governo Berlusconi, che ha immesso il digitale terrestre permettendo agli autorizzati di sestuplicare i loro canali. Tmo Gaeta trasmetteva senza fare pubblicità. Per fare giornalismo ci vuole coraggio, TMO Gaeta aveva giornalisti dilettanti che ne avevano da vendere. Quando si tocca gli interessi di pochi contro la salute dei più, il giornalista deve mettere in gioco la sua faccia e la sua professionalità. In Italia non succede. In Italia danno milioni di euro agli Emilio Fede o ai Bruno Vespa. I ragazzi di TMO Gaeta, veri appassionati dell'informazione, oggi sono a spasso.Coraggio ragazzi!!! c'è You tube, facciamo sapere al mondo cosa è successo alla centrale nucleare del Garigliano.
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domenica 24 gennaio 2010

La vera Grande Opera: il 70% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico



Di Italo Romano

La politica sin dai tempi della polis ha il compito di occuparsi della cosa pubblica. In Italia, oggi, i nostri politici vengono meno ai loro imphegni. Invischiati tra malaffari e corruzioni varie e dediti, spesso, al lucro personale. C’è da dire però che in una Repubblica, è dovere di ogni cittadino interessarsi alle questioni politiche e partecipare attivamente alla res pubblica. Anche i cittadini, per la maggior parte dei casi, sono tendenzialmente menefreghisti e negli anni, hanno preso l’ignobile abitudine di delegare, di scaricare le responsabilità, affidando i loro diritti a gente senza scrupoli.

Sabato 19 Dicembre 2009 è stata posta la prima pietra del Ponte sullo Stretto di Messina che ha dato il via ai cantieri delle opere di contorno. Ma Legambiente ha pubblicato un rapporto sulla fragilità del suolo italiano dal titolo “Ecosistema rischio 2009“. I dati che ne emergono sono quanto mai preoccupanti e totalmente contrari alle politiche delle grandi opere, dei vari governi succedutisi, degli ultimo 10-15 anni.

Il territorio italiano è a rischio sbriciolamente nel 70% dei comuni. Ma in Calabria e in Umbria le situazione è ancora peggiore, perchè i comuni a rischio sono il 100%. Tutte le popolazioni dei 409 comuni calabresi e dei 92 comuni umbri vivono in zone di assoluta emergenza idrogeologica. Delle vere e proprie zone rosse, bombe ad orologeria, che ad ogni pioggia potrebbero causare tragedie tipo quella vissuta nel messinese poche settimane fa.

Nello specifico nel 79% dei comuni sono presenti abitazione in aree golenali (ovvero le terre comprese tra la riva di un fiume e il suo argine), in prossimità degli alvei e in aree a rischio frana. Addirittura nel 28% dei casi sono presenti in tali aree interi quartieri e grandi porzioni di cittadine. Praticamente i 7/10 del territorio sono soggetti a frane, alluvioni, allagamenti, smottamenti e catastrofi naturali già conosciute alla popolazione tutta, che ad ogni scroscio di pioggia vede riempirsi i telegiornali di servizi che descrivono tragedie evitabili.

I dati sono sconcertanti e vanno a cozzare nettamente con la politica delle infrastrutture del governo Berlusconi. Fiore all’occhiello dei nostri politici è il vanto di grandi opere quali la Linea ferroviaria ad alta velocità (TAV), il passante di Mestre, il Mose e dulcis in fundo il Ponte sullo Stretto di Messina. Mentre il punto fondamentali per salvaguardare il territorio, e quindi la popolazione, sarebbe di stilare un piano di prevenzione che mette in sicurezza le aree in questione. Per fare questo occorrono tanti soldini che lo Stato si rifiuta di impiegare in queste “opere minori” mentre sborsa miliardi di euro per costruire un Ponte inutile, in una zona dove terremoti, frane e alluvioni sono spesso coincidenti con tragedie di portata mondiale. Perchè?

Semplicemente perchè le opere faraoniche rimpinguano le tasche di politici, massoni, mafiosi e lobby internazionali. Mentre i piccoli e mirati interventi di cui il territorio italiano ha bisogno farebbero il bene di tutti. Ma come abbiamo potuto intendere, questi non sono tempi per tutti, siamo in piena lotta, qui, vige la legge della giungla, i forti sopravvivono i deboli soccombono. Tanto poi gli stessi che negano la ristrutturazione del territorio, poi, a catastrofe avvenuta, si fiondano sul luogo della tragedia, grondanti di lacrime e dolore, un bel singhiozzo per le telecamere, una bella sfuriata ai microfoni e la faccia è salva.

Prevenire significa coinvolgere e coordinare cittadini, istituzioni, governo, parlamento. Ma qui la politica pretende una società divisa in eterna lotta per le futilità più assurde. Organizzare una lotta alla prevenzione significherebbe cambiare totalmente mentalità, invertire la rotta e, di certo, non è quello che i nostri potenti vogliono. Perchè rovinarsi la festa?

In più si fomenta l’abusivismo di condono in condono. Anzichè punire chi costruisce senza nessun criterio e senza rispetto verso la natura e la collettività, lo si premia, alla faccia di tutti i coglioni che rispettano leggi, anche e sopratutto quelle non scritte. In questo scenario apocalittico ci si aspetta che la gente si dia una mossa, ma i telegiornali di regime non parlano del rapporto di Legambiente.
Lo scenario mediatico è occupato dai vari Corona, dai vari Stasi e Amanda Knox, da chi uscirà questa settimana dalla casa del Grande Fratello, dalle ricette della Parodi jr e dai deliri adrenalinici e sconclusionati dei nostri uomini politici. Che l’Italia sta letteralmente sprofondando sotto l’inettitudine di tutti non frega niente a nessuno. La festa continua, the show must go on!

La vera grande opere di interesse collettivo è la messa in sicurezza dell’Italia, tutto il resto buonisticamente è secondario, realisticamente sono baggianate.

Il rapporto di Legambiente sulla fragilità del suolo italiano dal titolo “Ecosistema rischio 2009“
Fonte:http://informazionesenzafiltro.blogspot.com/
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Di Italo Romano

La politica sin dai tempi della polis ha il compito di occuparsi della cosa pubblica. In Italia, oggi, i nostri politici vengono meno ai loro imphegni. Invischiati tra malaffari e corruzioni varie e dediti, spesso, al lucro personale. C’è da dire però che in una Repubblica, è dovere di ogni cittadino interessarsi alle questioni politiche e partecipare attivamente alla res pubblica. Anche i cittadini, per la maggior parte dei casi, sono tendenzialmente menefreghisti e negli anni, hanno preso l’ignobile abitudine di delegare, di scaricare le responsabilità, affidando i loro diritti a gente senza scrupoli.

Sabato 19 Dicembre 2009 è stata posta la prima pietra del Ponte sullo Stretto di Messina che ha dato il via ai cantieri delle opere di contorno. Ma Legambiente ha pubblicato un rapporto sulla fragilità del suolo italiano dal titolo “Ecosistema rischio 2009“. I dati che ne emergono sono quanto mai preoccupanti e totalmente contrari alle politiche delle grandi opere, dei vari governi succedutisi, degli ultimo 10-15 anni.

Il territorio italiano è a rischio sbriciolamente nel 70% dei comuni. Ma in Calabria e in Umbria le situazione è ancora peggiore, perchè i comuni a rischio sono il 100%. Tutte le popolazioni dei 409 comuni calabresi e dei 92 comuni umbri vivono in zone di assoluta emergenza idrogeologica. Delle vere e proprie zone rosse, bombe ad orologeria, che ad ogni pioggia potrebbero causare tragedie tipo quella vissuta nel messinese poche settimane fa.

Nello specifico nel 79% dei comuni sono presenti abitazione in aree golenali (ovvero le terre comprese tra la riva di un fiume e il suo argine), in prossimità degli alvei e in aree a rischio frana. Addirittura nel 28% dei casi sono presenti in tali aree interi quartieri e grandi porzioni di cittadine. Praticamente i 7/10 del territorio sono soggetti a frane, alluvioni, allagamenti, smottamenti e catastrofi naturali già conosciute alla popolazione tutta, che ad ogni scroscio di pioggia vede riempirsi i telegiornali di servizi che descrivono tragedie evitabili.

I dati sono sconcertanti e vanno a cozzare nettamente con la politica delle infrastrutture del governo Berlusconi. Fiore all’occhiello dei nostri politici è il vanto di grandi opere quali la Linea ferroviaria ad alta velocità (TAV), il passante di Mestre, il Mose e dulcis in fundo il Ponte sullo Stretto di Messina. Mentre il punto fondamentali per salvaguardare il territorio, e quindi la popolazione, sarebbe di stilare un piano di prevenzione che mette in sicurezza le aree in questione. Per fare questo occorrono tanti soldini che lo Stato si rifiuta di impiegare in queste “opere minori” mentre sborsa miliardi di euro per costruire un Ponte inutile, in una zona dove terremoti, frane e alluvioni sono spesso coincidenti con tragedie di portata mondiale. Perchè?

Semplicemente perchè le opere faraoniche rimpinguano le tasche di politici, massoni, mafiosi e lobby internazionali. Mentre i piccoli e mirati interventi di cui il territorio italiano ha bisogno farebbero il bene di tutti. Ma come abbiamo potuto intendere, questi non sono tempi per tutti, siamo in piena lotta, qui, vige la legge della giungla, i forti sopravvivono i deboli soccombono. Tanto poi gli stessi che negano la ristrutturazione del territorio, poi, a catastrofe avvenuta, si fiondano sul luogo della tragedia, grondanti di lacrime e dolore, un bel singhiozzo per le telecamere, una bella sfuriata ai microfoni e la faccia è salva.

Prevenire significa coinvolgere e coordinare cittadini, istituzioni, governo, parlamento. Ma qui la politica pretende una società divisa in eterna lotta per le futilità più assurde. Organizzare una lotta alla prevenzione significherebbe cambiare totalmente mentalità, invertire la rotta e, di certo, non è quello che i nostri potenti vogliono. Perchè rovinarsi la festa?

In più si fomenta l’abusivismo di condono in condono. Anzichè punire chi costruisce senza nessun criterio e senza rispetto verso la natura e la collettività, lo si premia, alla faccia di tutti i coglioni che rispettano leggi, anche e sopratutto quelle non scritte. In questo scenario apocalittico ci si aspetta che la gente si dia una mossa, ma i telegiornali di regime non parlano del rapporto di Legambiente.
Lo scenario mediatico è occupato dai vari Corona, dai vari Stasi e Amanda Knox, da chi uscirà questa settimana dalla casa del Grande Fratello, dalle ricette della Parodi jr e dai deliri adrenalinici e sconclusionati dei nostri uomini politici. Che l’Italia sta letteralmente sprofondando sotto l’inettitudine di tutti non frega niente a nessuno. La festa continua, the show must go on!

La vera grande opere di interesse collettivo è la messa in sicurezza dell’Italia, tutto il resto buonisticamente è secondario, realisticamente sono baggianate.

Il rapporto di Legambiente sulla fragilità del suolo italiano dal titolo “Ecosistema rischio 2009“
Fonte:http://informazionesenzafiltro.blogspot.com/

 
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