giovedì 24 dicembre 2009

Maroni smentisce tutto: niente leggi speciali per internet

di Alessandro D'Amato (Gregorj)

Probabilmente non sarà felice di prendersi degli elogi per un dietro front, però al ministro dell’Interno Roberto Maroni va dato atto nell’occasione di essersi comportato bene, come un perfetto politico.

Internet hate machine 2 Bravo Maroni, la retromarcia su Internet ci voleva proprioSubito dopo l’aggressione a Silvio Berlusconi, Maroni aveva rilasciato dichiarazioni allarmanti più che allarmate, annunciando provvedimenti esageratamente restrittivi della libertà sul web. Per la rete Internet si doveva procedere con lo stesso metodo già utilizzato per i siti pedofili, investendo un giudice (quello per le indagini preliminari) di firmare un provvedimento che bloccasse l’accesso degli utenti ai siti se i gestori non forniscono collaborazione alla chiusura dei gruppi di discussione che si ritiene possano istigare a delinquere. Il meccanismo dovrebbe dunque essere all’incirca questo: una segnalazione della Polizia postale che avrebbe scavalcato il Pubblico Ministero, sarebbe stata inoltrata direttamente all’ufficio del Gip, il quale avrebbe deciso sulla chiusura prima ancora di sentire la difesa di chi finiva nell’occhio del ciclone. Un decreto legge era già pronto, si diceva.

Passa un giorno, e cade l’ipotesi del decreto legge: il ministro è disposto a seguire la via parlamentare a patto che si faccia presto, dice dopo un incontro con l’opposizione e voci, poi smentite, di un intervento di Napolitano. A nove giorni dal fatto, e mentre un parlamentare del PdL scrive un progetto di legge a prima vista demenziale, Maroni fa marcia indietro. Dopo un incontro al Viminale con il vice ministro delle Comunicazioni Paolo Romani,il capo della polizia postale Antonio Apruzzese, il responsabile europeo di Facebook Richard Allan e l’Associazione italiana internet provider oltre a Telecom, Google e Microsoft, il ministro fa sapere che non ci sarà nemmeno il disegno di legge del governo. ”Ci siamo impegnati - ha detto Maroni – ad elaborare delle proposte e a costituire un tavolo con tutti i soggetti che sono intervenuti, che sarà riconvocato a metà gennaio, per discutere le nostre proposte e valutare la possibilità di trovare una soluzione e cioè un codice di autoregolamentazione piuttosto che una norma di legge“. Coinvolgendo tutti i soggetti interessati – tranne gli utenti, ma il sindacato ancora non c’è – Maroni ha di fatto completamente ritrattato quanto detto una settimana fa, anche se “per l’emergenza servono tempi rapidi, allo scopo di combattere il proliferare di gruppi che inneggiano all’omicidio, al terrorismo e alla mafia“, ha detto probabilmente per darsi un contegno davanti a colleghi di maggioranza e membri del governo parimenti accomunati da un vistoso medioevo mentale. Intanto, però, Maroni, pur senza dirlo esplicitamente, ha fatto un passo indietro. In nome della libertà di espressione? Per il rischio di veder chiudere Radio Padania? Non si sa, però di questi tempi non è mica poco. Bravo ministro!

Fonte:Giornalettismo

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di Alessandro D'Amato (Gregorj)

Probabilmente non sarà felice di prendersi degli elogi per un dietro front, però al ministro dell’Interno Roberto Maroni va dato atto nell’occasione di essersi comportato bene, come un perfetto politico.

Internet hate machine 2 Bravo Maroni, la retromarcia su Internet ci voleva proprioSubito dopo l’aggressione a Silvio Berlusconi, Maroni aveva rilasciato dichiarazioni allarmanti più che allarmate, annunciando provvedimenti esageratamente restrittivi della libertà sul web. Per la rete Internet si doveva procedere con lo stesso metodo già utilizzato per i siti pedofili, investendo un giudice (quello per le indagini preliminari) di firmare un provvedimento che bloccasse l’accesso degli utenti ai siti se i gestori non forniscono collaborazione alla chiusura dei gruppi di discussione che si ritiene possano istigare a delinquere. Il meccanismo dovrebbe dunque essere all’incirca questo: una segnalazione della Polizia postale che avrebbe scavalcato il Pubblico Ministero, sarebbe stata inoltrata direttamente all’ufficio del Gip, il quale avrebbe deciso sulla chiusura prima ancora di sentire la difesa di chi finiva nell’occhio del ciclone. Un decreto legge era già pronto, si diceva.

Passa un giorno, e cade l’ipotesi del decreto legge: il ministro è disposto a seguire la via parlamentare a patto che si faccia presto, dice dopo un incontro con l’opposizione e voci, poi smentite, di un intervento di Napolitano. A nove giorni dal fatto, e mentre un parlamentare del PdL scrive un progetto di legge a prima vista demenziale, Maroni fa marcia indietro. Dopo un incontro al Viminale con il vice ministro delle Comunicazioni Paolo Romani,il capo della polizia postale Antonio Apruzzese, il responsabile europeo di Facebook Richard Allan e l’Associazione italiana internet provider oltre a Telecom, Google e Microsoft, il ministro fa sapere che non ci sarà nemmeno il disegno di legge del governo. ”Ci siamo impegnati - ha detto Maroni – ad elaborare delle proposte e a costituire un tavolo con tutti i soggetti che sono intervenuti, che sarà riconvocato a metà gennaio, per discutere le nostre proposte e valutare la possibilità di trovare una soluzione e cioè un codice di autoregolamentazione piuttosto che una norma di legge“. Coinvolgendo tutti i soggetti interessati – tranne gli utenti, ma il sindacato ancora non c’è – Maroni ha di fatto completamente ritrattato quanto detto una settimana fa, anche se “per l’emergenza servono tempi rapidi, allo scopo di combattere il proliferare di gruppi che inneggiano all’omicidio, al terrorismo e alla mafia“, ha detto probabilmente per darsi un contegno davanti a colleghi di maggioranza e membri del governo parimenti accomunati da un vistoso medioevo mentale. Intanto, però, Maroni, pur senza dirlo esplicitamente, ha fatto un passo indietro. In nome della libertà di espressione? Per il rischio di veder chiudere Radio Padania? Non si sa, però di questi tempi non è mica poco. Bravo ministro!

Fonte:Giornalettismo

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L'ultima intervista a Pier Paolo Pasolini, 31 Ottobre 1975.



Versione integrale dell'ultima intervista realizzata a Pier Paolo Pasolini in occasione della presentazione in Francia del suo ultimo film: " Salò o le 120 giornate di Sodoma.
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Versione integrale dell'ultima intervista realizzata a Pier Paolo Pasolini in occasione della presentazione in Francia del suo ultimo film: " Salò o le 120 giornate di Sodoma.

LA COLONIZZAZIONE PIEMONTESE ED IL TRACOLLO DEL SUD

Di Pino Marino
Fonte: Fb

La storia andrebbe scritta basandosi sui documenti, ma i nostri libri di scuola e la tanta letteratura risorgimentalista, questo non l’hanno fatto e non lo fanno ancora: Raccontano tante balle. Le balle utili a chi invase un pacifico, tranquillo Regno, affacciato sul mare, conquistò, massacrò ed aveva poi bisogno di costruirsi una verginità di fronte alle future generazioni.

Noi tutti ci siamo formati su questi testi. E’ una tecnica antica: ripeti mille volte una bugia e questa diventerà verità: Il Sud è arretrato? Colpa dei Borbone, come se gli ultimi 150 anni non avessero per nulla inciso sulla nostra vita. A Firenze, se qualcosa non va bene, non mi pare se la prendano con il Granduca…
La Reggia di Caserta? Una cattedrale nel deserto. I primati tecnologici del Regno: il telegrafo, i ponti in ferro, le ferrovie? Fandonie raccontate dai nostalgici. Si nostalgici, così vengono definite migliaia di persone che, amando la propria terra, cercano di recuperare l’orgoglio meridionale perduto, raccontando ogni giorno la verità storica, negata, di queste lande bruciate, più che dal sole:dalle camorre, dalle mafie, dalle ‘ndranghete che ci avvelenano, ogni giorno di più l’esistenza.

Povera Patria, canta del suo Sud il grande Battiato ed in un cupo pessimismo recita: “Non cambierà”. Poi però, si rivede la luce, rinasce la speranza:”Si. Cambierà! Vedrai che cambierà!”

Ed il vento sta già cambiando. Non passa giorno che sulla stampa nazionale a Nord come a Sud, si pubblichino sconcertanti e ben documentati articoli che descrivono un Sud molto migliore di quello raccontatoci e di quali atrocità furono commesse dai Piemontesi conquistatori.
Lo stemma Borbonico è un simbolo di “identità storica” della Nazione Meridionale. Qualcuno si è mai scandalizzato per la presenza della bandiera con il leone di S. Marco nell’omonima piazza a Venezia? Eppure è il simbolo dell’antica Repubblica! Se va bene quella…

La verità storica del Sud sta finalmente emergendo, in tutta la sua crudezza.
Nessuno la potrà fermare. Per uno, che ancora si riempie la bocca con “l’eroica impresa dei 1000”, ne spuntano cento che vogliono sapere cosa avvenne. Cosa accadde davvero ai nostri bisnonni.
Il divario Nord-Sud inizia con l’unità d’Italia ed aumenta anno dopo anno fino al dramma attuale. Prima non vi erano grandi differenze nel reddito pro-capite e nel PIL, anzi, la situazione economica del Regno meridionale, nel 1861 anno dell’invasione, era assolutamente favorevole al decollo verso grandi prospettive.

PRIMO CENSIMENTO GENERALE del neonato Regno d’Italia nel 1861 dal testo: “Scienza delle Finanze” di Francesco Saverio Nitti, grande economista e statista, Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d'Italia, dal 23 giugno 1919 al 15 giugno 1920.
edito da PIERRO nel 1903, pag. 292.

MONETE DEGLI ANTICHI STATI ITALIANI AL MOMENTO DELL’ANNESSIONE
(in Lire Italiane del 1861)

Lombardia milioni 8,1

Ducato di Modena milioni 0,4

Parma e Piacenza milioni 1,2

Roma milioni 35,3

Romagna,Marche,Umbria milioni 55,3

Piemonte e Sardegna milioni 27,0

Toscana milioni 85,2

Venezia milioni 12,7

Regno delle Due Sicilie milioni 443,2


Totale milioni 668,4

Da questa tabella si può facilmente evincere come Il Regno Delle Due Sicilie avesse nel 1861, momento dell’annessione, Il 66.3% della ricchezza contro il 33.7% di tutti gli altri stati della penisola messi insieme.
Questo risultato fu raggiunto con la grande politica di investimenti e risanamento voluta da
Ferdinando II.
Il Regno, al momento dell’annessione, era nelle migliori condizioni per decollare. Già era in atto un graduale passaggio dall’ economia rurale a quella industriale. Il paese, primo in Italia, si stava dotando di moderne infrastrutture quali il telegrafo elettrico, le navi a vapore o le ferrovie che, dopo l’inaugurazione del primo tratto Napoli-Portici nel 1839, raggiunsero: nel 1840 Torre del Greco, nel 1842 Castellammare, nel 1844 Nocera, nel 1843 Caserta. Furono previsti biglietti ridotti per i cittadini meno abbienti, vale a dire «alle persone di giacca e coppola, alle donne senza cappello, ai domestici in livrea ed ai soldati e bassi ufficiali del real esercito».

E’ vero che i tempi di realizzazione del programma ferroviario risultarono lunghi ( al 1860 il Piemonte, aveva molti più chilometri di ferrovia realizzata) ma è anche vero che la conformazione geografica del Sud era molto più “complicata” rispetto alle pianure padane (specie per i mezzi dell’epoca). E comunque il Regno era all’avanguardia nella tecnologia ferroviaria, basti pensare che a partire dal 1847 lo stabilimento di Pietrarsa (Na) –la più grande industria metal-meccanica della penisola- fornì al Piemonte 7 locomotive. I nomi erano: Pietrarsa, Corsi, Robertson, Vesuvio, Maria Teresa, Etna e Partenope. [Cfr. Il centenario delle ferrovie italiane 1839-1939 (Pubblicazione celebrativa delle FF.SS), Roma 1940, pp. 106, 137 e 139].
Con l’unità d’Italia, il progetto di re Ferdinando II di realizzare una rete ferroviaria dal Tirreno all’Adriatico fu abbandonato e non venne più realizzato. I governi unitari dei re sabaudi, salutati come “Portatori del modernismo al Sud”, ma anche quelli: Fascisti e Democristiani, mai si interessarono a sviluppare agevoli collegamenti all’interno del Sud, anzi si concentrarono sullo sviluppo delle linee Sud-Nord per agevolare il trasferimento della mano d’opera meridionale al Nord. Ne tuttora se ne interessano Post-comunisti e Berlusconiani se è vero, come è vero, che tali collegamenti non esistono o, dove esistono, sono a dir poco “allucinanti”.

POPOLAZIONE OCCUPATA

Piemonte e Liguria 1.687.430

Lombardia 1.654.574

Parma e Piacenza 263.917

Modena, Reggio e Massa 329.537

Romagna 516.289

Marche 402.057

Umbria 297.464

Toscana 897.164

Sardegna 199.276

Regno delle Due Sicilie 5.000.689


Regno delle Due Sicilie abitanti al 1861 8.000.000
Resto d’Italia abitanti al 1861 17.000.000


Totale occupati Regno Due Sicilie 5.000.689 62.5% della popolazione
Totale occupati resto d’Italia 6.022.536 35.4% della popolazione


NUMERO DEI POVERI (in percentuale alla popolazione)


Piemonte e Liguria, Lombardia, Parma e Piacenza,
Modena, Reggio e Massa, Romagna,Marche,
Umbria, Toscana, Sardegna 1.41%

Regno delle Due Sicilie 1.38%



Benché decisamente sfavorevole alle regioni settentrionali, il numero relativo ai poveri è abbastanza similare tra i due blocchi; tuttavia bisogna considerare che, mentre il dato percentuale per le Due Sicilie è definitivo, al resto d’Italia mancano, rispetto ad oggi, varie regioni (non ancora annesse nel 1861) come il Lazio o il poverissimo triveneto (almeno in quell’epoca) dal quale, causa l’enorme miseria, era già in atto da molti anni una massiccia emigrazione. L’aggiunta di questi ulteriori dati, certamente ritoccherebbe ancora in peggio la percentuale dei poveri relativa al resto d’Italia.


Nel 2007 gli illustri economisti:

Paolo Malanima ( ISSM-CNR ) e Vittorio Daniele (Università “Magna Græcia” )

a conclusione di uno studio approfondito, hanno pubblicato nella
RIVISTA DI POLITICA ECONOMICA MARZO-APRILE 2007:

“Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004)”


Vediamone le tabelle alle pagg. 5 – 6 – 9 – 21 di cui al link:


http://www.rivistapoliticaeconomica.it/2007/mar-apr/Daniele_melanima.pdf



Si potrà notare un sostanziale equilibrio nei salari tra le due aree geografiche. Non certamente lo squilibrio tutto a favore del Nord di cui la storiografia di regime ci ha parlato negli ultimi 150 anni. Gli studiosi al paragrafo 4 - pag. 285 così recitano:

“La nostra ricostruzione induce, dunque, a ritenere che, alla data dell’Unità, non vi fossero differenze tra le due aree del paese. Nell’Italia di allora — un Paese complessivamente arretrato rispetto alle grandi nazioni europee — le differenze locali, dipendenti dalla disponibilità o carenza di risorse immobili, e segnalate dalla relativa concentrazione spaziale di popolazione e attività produttive, appaiono assai più rilevanti di quelle regionali nella geografia nazionale della ricchezza e della povertà.”

Guardiamo ora il PIL pro-capite. E’ qui che si nota come, con l’arrivo dell’Unità d’Italia, le cose cambiano. L’abbattimento delle dogane tra i vari stati della penisola e le promesse Piemontesi a Francia ed Inghilterra, di favorirne le esportazioni, portò ad una forte concorrenza che si rivelò distruttiva per le produzioni meridionali.
Dal 1861 al 1900, il Sud ancora resiste e le due aree sono sostanzialmente alla pari, ma l’abolizione degli “Usi civici” (provvedimento Borbonico grazie al quale i contadini detenevano terreni demaniali) e le leggi sulla requisizione dei beni ecclesiastici (legge 7 luglio 1866 di soppressione degli Ordini e delle Corporazioni religiose e legge 15 agosto 1867 per la liquidazione dell’Asse ecclesiastico) avevano provocato un disastro.
La vendita al miglior offerente di quei terreni, procurò molti quattrini ad un Piemonte fortemente indebitato, ma gettò sul lastrico migliaia e migliaia di famiglie, che da essi traevano sostentamento. Non restò che la via per le Americhe. I “Galantuomini” liberali, che avevano spianato la strada ai nuovi conquistatori, detenendo il potere nei municipi, di quella “Bella Torta”:fecero ingordo banchetto.
Nasce qui il grande latifondo e la “Questione Meridionale”. Prima non ve n’era traccia alcuna.


Andiamo ora a leggere le conclusioni dei due studiosi a pag. 293 al link:


http://www.rivistapoliticaeconomica.it/2007/mar-apr/Daniele_melanima.pdf



…..Il caso dell’Italia è particolarmente interessante sotto questo profilo, dato il rilievo con cui la crescita ineguale si è presentata dall’epoca dell’unità politica del paese. Le presente ricerca e quelle recenti sulla crescita ineguale dell’Italia inducono a ritenere:

— che divari rilevanti fra regioni, in termini di prodotto pro
capite, non esistessero prima dell’Unità;

— che essi si siano manifestati sin dall’avvio della modernizzazione
economica (più o meno fra il 1880 e la Grande Guerra);

— che si siano approfonditi nel ventennio fascista;

— che si siano poi ridotti considerevolmente nei due decenni
fra il 1953 e il 1973; (grazie alla cassa per il mezzogiorno n.d.r.)

— che si siano aggravati di nuovo in seguito alla riduzione
dei tassi di sviluppo dell’economia dai primi anni ’70 in poi.

I dati sono questi: Il tracollo del Sud nasce dopo l’unità d’Italia ed aumenta in maniera esponenziale fino ai giorni nostri, facendo fuggire i ragazzi da questa loro terra. Prendiamone atto una volta per tutte e cominciamo a raccontare ai nostri figli la verità. Dopo avergli fatto studiare tante sciocchezze, gli è proprio dovuta. Ah, a proposito, Francesco II, salutando Napoli, lasciò intatte le casse dello stato. Non portò via neanche un centesimo. Terminò la sua vita ad Arco di Trento, vivendo modestamente…Hanno fatto proprio lo stesso quanti, tra ministri e deputati, si sono succeduti in 150 anni di Italia unita fino ai giorni nostri?
Leggi tutto »
Di Pino Marino
Fonte: Fb

La storia andrebbe scritta basandosi sui documenti, ma i nostri libri di scuola e la tanta letteratura risorgimentalista, questo non l’hanno fatto e non lo fanno ancora: Raccontano tante balle. Le balle utili a chi invase un pacifico, tranquillo Regno, affacciato sul mare, conquistò, massacrò ed aveva poi bisogno di costruirsi una verginità di fronte alle future generazioni.

Noi tutti ci siamo formati su questi testi. E’ una tecnica antica: ripeti mille volte una bugia e questa diventerà verità: Il Sud è arretrato? Colpa dei Borbone, come se gli ultimi 150 anni non avessero per nulla inciso sulla nostra vita. A Firenze, se qualcosa non va bene, non mi pare se la prendano con il Granduca…
La Reggia di Caserta? Una cattedrale nel deserto. I primati tecnologici del Regno: il telegrafo, i ponti in ferro, le ferrovie? Fandonie raccontate dai nostalgici. Si nostalgici, così vengono definite migliaia di persone che, amando la propria terra, cercano di recuperare l’orgoglio meridionale perduto, raccontando ogni giorno la verità storica, negata, di queste lande bruciate, più che dal sole:dalle camorre, dalle mafie, dalle ‘ndranghete che ci avvelenano, ogni giorno di più l’esistenza.

Povera Patria, canta del suo Sud il grande Battiato ed in un cupo pessimismo recita: “Non cambierà”. Poi però, si rivede la luce, rinasce la speranza:”Si. Cambierà! Vedrai che cambierà!”

Ed il vento sta già cambiando. Non passa giorno che sulla stampa nazionale a Nord come a Sud, si pubblichino sconcertanti e ben documentati articoli che descrivono un Sud molto migliore di quello raccontatoci e di quali atrocità furono commesse dai Piemontesi conquistatori.
Lo stemma Borbonico è un simbolo di “identità storica” della Nazione Meridionale. Qualcuno si è mai scandalizzato per la presenza della bandiera con il leone di S. Marco nell’omonima piazza a Venezia? Eppure è il simbolo dell’antica Repubblica! Se va bene quella…

La verità storica del Sud sta finalmente emergendo, in tutta la sua crudezza.
Nessuno la potrà fermare. Per uno, che ancora si riempie la bocca con “l’eroica impresa dei 1000”, ne spuntano cento che vogliono sapere cosa avvenne. Cosa accadde davvero ai nostri bisnonni.
Il divario Nord-Sud inizia con l’unità d’Italia ed aumenta anno dopo anno fino al dramma attuale. Prima non vi erano grandi differenze nel reddito pro-capite e nel PIL, anzi, la situazione economica del Regno meridionale, nel 1861 anno dell’invasione, era assolutamente favorevole al decollo verso grandi prospettive.

PRIMO CENSIMENTO GENERALE del neonato Regno d’Italia nel 1861 dal testo: “Scienza delle Finanze” di Francesco Saverio Nitti, grande economista e statista, Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d'Italia, dal 23 giugno 1919 al 15 giugno 1920.
edito da PIERRO nel 1903, pag. 292.

MONETE DEGLI ANTICHI STATI ITALIANI AL MOMENTO DELL’ANNESSIONE
(in Lire Italiane del 1861)

Lombardia milioni 8,1

Ducato di Modena milioni 0,4

Parma e Piacenza milioni 1,2

Roma milioni 35,3

Romagna,Marche,Umbria milioni 55,3

Piemonte e Sardegna milioni 27,0

Toscana milioni 85,2

Venezia milioni 12,7

Regno delle Due Sicilie milioni 443,2


Totale milioni 668,4

Da questa tabella si può facilmente evincere come Il Regno Delle Due Sicilie avesse nel 1861, momento dell’annessione, Il 66.3% della ricchezza contro il 33.7% di tutti gli altri stati della penisola messi insieme.
Questo risultato fu raggiunto con la grande politica di investimenti e risanamento voluta da
Ferdinando II.
Il Regno, al momento dell’annessione, era nelle migliori condizioni per decollare. Già era in atto un graduale passaggio dall’ economia rurale a quella industriale. Il paese, primo in Italia, si stava dotando di moderne infrastrutture quali il telegrafo elettrico, le navi a vapore o le ferrovie che, dopo l’inaugurazione del primo tratto Napoli-Portici nel 1839, raggiunsero: nel 1840 Torre del Greco, nel 1842 Castellammare, nel 1844 Nocera, nel 1843 Caserta. Furono previsti biglietti ridotti per i cittadini meno abbienti, vale a dire «alle persone di giacca e coppola, alle donne senza cappello, ai domestici in livrea ed ai soldati e bassi ufficiali del real esercito».

E’ vero che i tempi di realizzazione del programma ferroviario risultarono lunghi ( al 1860 il Piemonte, aveva molti più chilometri di ferrovia realizzata) ma è anche vero che la conformazione geografica del Sud era molto più “complicata” rispetto alle pianure padane (specie per i mezzi dell’epoca). E comunque il Regno era all’avanguardia nella tecnologia ferroviaria, basti pensare che a partire dal 1847 lo stabilimento di Pietrarsa (Na) –la più grande industria metal-meccanica della penisola- fornì al Piemonte 7 locomotive. I nomi erano: Pietrarsa, Corsi, Robertson, Vesuvio, Maria Teresa, Etna e Partenope. [Cfr. Il centenario delle ferrovie italiane 1839-1939 (Pubblicazione celebrativa delle FF.SS), Roma 1940, pp. 106, 137 e 139].
Con l’unità d’Italia, il progetto di re Ferdinando II di realizzare una rete ferroviaria dal Tirreno all’Adriatico fu abbandonato e non venne più realizzato. I governi unitari dei re sabaudi, salutati come “Portatori del modernismo al Sud”, ma anche quelli: Fascisti e Democristiani, mai si interessarono a sviluppare agevoli collegamenti all’interno del Sud, anzi si concentrarono sullo sviluppo delle linee Sud-Nord per agevolare il trasferimento della mano d’opera meridionale al Nord. Ne tuttora se ne interessano Post-comunisti e Berlusconiani se è vero, come è vero, che tali collegamenti non esistono o, dove esistono, sono a dir poco “allucinanti”.

POPOLAZIONE OCCUPATA

Piemonte e Liguria 1.687.430

Lombardia 1.654.574

Parma e Piacenza 263.917

Modena, Reggio e Massa 329.537

Romagna 516.289

Marche 402.057

Umbria 297.464

Toscana 897.164

Sardegna 199.276

Regno delle Due Sicilie 5.000.689


Regno delle Due Sicilie abitanti al 1861 8.000.000
Resto d’Italia abitanti al 1861 17.000.000


Totale occupati Regno Due Sicilie 5.000.689 62.5% della popolazione
Totale occupati resto d’Italia 6.022.536 35.4% della popolazione


NUMERO DEI POVERI (in percentuale alla popolazione)


Piemonte e Liguria, Lombardia, Parma e Piacenza,
Modena, Reggio e Massa, Romagna,Marche,
Umbria, Toscana, Sardegna 1.41%

Regno delle Due Sicilie 1.38%



Benché decisamente sfavorevole alle regioni settentrionali, il numero relativo ai poveri è abbastanza similare tra i due blocchi; tuttavia bisogna considerare che, mentre il dato percentuale per le Due Sicilie è definitivo, al resto d’Italia mancano, rispetto ad oggi, varie regioni (non ancora annesse nel 1861) come il Lazio o il poverissimo triveneto (almeno in quell’epoca) dal quale, causa l’enorme miseria, era già in atto da molti anni una massiccia emigrazione. L’aggiunta di questi ulteriori dati, certamente ritoccherebbe ancora in peggio la percentuale dei poveri relativa al resto d’Italia.


Nel 2007 gli illustri economisti:

Paolo Malanima ( ISSM-CNR ) e Vittorio Daniele (Università “Magna Græcia” )

a conclusione di uno studio approfondito, hanno pubblicato nella
RIVISTA DI POLITICA ECONOMICA MARZO-APRILE 2007:

“Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004)”


Vediamone le tabelle alle pagg. 5 – 6 – 9 – 21 di cui al link:


http://www.rivistapoliticaeconomica.it/2007/mar-apr/Daniele_melanima.pdf



Si potrà notare un sostanziale equilibrio nei salari tra le due aree geografiche. Non certamente lo squilibrio tutto a favore del Nord di cui la storiografia di regime ci ha parlato negli ultimi 150 anni. Gli studiosi al paragrafo 4 - pag. 285 così recitano:

“La nostra ricostruzione induce, dunque, a ritenere che, alla data dell’Unità, non vi fossero differenze tra le due aree del paese. Nell’Italia di allora — un Paese complessivamente arretrato rispetto alle grandi nazioni europee — le differenze locali, dipendenti dalla disponibilità o carenza di risorse immobili, e segnalate dalla relativa concentrazione spaziale di popolazione e attività produttive, appaiono assai più rilevanti di quelle regionali nella geografia nazionale della ricchezza e della povertà.”

Guardiamo ora il PIL pro-capite. E’ qui che si nota come, con l’arrivo dell’Unità d’Italia, le cose cambiano. L’abbattimento delle dogane tra i vari stati della penisola e le promesse Piemontesi a Francia ed Inghilterra, di favorirne le esportazioni, portò ad una forte concorrenza che si rivelò distruttiva per le produzioni meridionali.
Dal 1861 al 1900, il Sud ancora resiste e le due aree sono sostanzialmente alla pari, ma l’abolizione degli “Usi civici” (provvedimento Borbonico grazie al quale i contadini detenevano terreni demaniali) e le leggi sulla requisizione dei beni ecclesiastici (legge 7 luglio 1866 di soppressione degli Ordini e delle Corporazioni religiose e legge 15 agosto 1867 per la liquidazione dell’Asse ecclesiastico) avevano provocato un disastro.
La vendita al miglior offerente di quei terreni, procurò molti quattrini ad un Piemonte fortemente indebitato, ma gettò sul lastrico migliaia e migliaia di famiglie, che da essi traevano sostentamento. Non restò che la via per le Americhe. I “Galantuomini” liberali, che avevano spianato la strada ai nuovi conquistatori, detenendo il potere nei municipi, di quella “Bella Torta”:fecero ingordo banchetto.
Nasce qui il grande latifondo e la “Questione Meridionale”. Prima non ve n’era traccia alcuna.


Andiamo ora a leggere le conclusioni dei due studiosi a pag. 293 al link:


http://www.rivistapoliticaeconomica.it/2007/mar-apr/Daniele_melanima.pdf



…..Il caso dell’Italia è particolarmente interessante sotto questo profilo, dato il rilievo con cui la crescita ineguale si è presentata dall’epoca dell’unità politica del paese. Le presente ricerca e quelle recenti sulla crescita ineguale dell’Italia inducono a ritenere:

— che divari rilevanti fra regioni, in termini di prodotto pro
capite, non esistessero prima dell’Unità;

— che essi si siano manifestati sin dall’avvio della modernizzazione
economica (più o meno fra il 1880 e la Grande Guerra);

— che si siano approfonditi nel ventennio fascista;

— che si siano poi ridotti considerevolmente nei due decenni
fra il 1953 e il 1973; (grazie alla cassa per il mezzogiorno n.d.r.)

— che si siano aggravati di nuovo in seguito alla riduzione
dei tassi di sviluppo dell’economia dai primi anni ’70 in poi.

I dati sono questi: Il tracollo del Sud nasce dopo l’unità d’Italia ed aumenta in maniera esponenziale fino ai giorni nostri, facendo fuggire i ragazzi da questa loro terra. Prendiamone atto una volta per tutte e cominciamo a raccontare ai nostri figli la verità. Dopo avergli fatto studiare tante sciocchezze, gli è proprio dovuta. Ah, a proposito, Francesco II, salutando Napoli, lasciò intatte le casse dello stato. Non portò via neanche un centesimo. Terminò la sua vita ad Arco di Trento, vivendo modestamente…Hanno fatto proprio lo stesso quanti, tra ministri e deputati, si sono succeduti in 150 anni di Italia unita fino ai giorni nostri?

mercoledì 23 dicembre 2009

Da Nord a Sud! Le mostre da visitare a Natale.

Data: 21.12.2009

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Divertiti?!...E non è ancora finita qui. Adesso partiamo alla volta della città più contraddittoria d’Italia, Napoli. Purtroppo il capoluogo partenopeo è spesso al centro della cronaca per fatti più o meno gravi, che conosciamo tutti. Ma c’è anche un’altra Napoli, quella che sta cercando di emergere negli ultimi tempi, una Napoli “tranquilla” e vivibile, fonte di grandi iniziative culturali anche per quanto riguarda lo sviluppo dell’arte contemporanea (vedi MADRE e PAN), che non ha niente da invidiare alle altre grandi città italiane. Quest’anno, Napoli e la Campania in generale si rendono protagoniste dell’evento più importante ed esteso dell’anno:
  • Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli - RITORNO AL BAROCCO, da Caravaggio e Vanvitelli


tkmag4b1920c40a545_400_01Il 12 dicembre è iniziata la sontuosa rassegna d’arte Ritorno al Barocco - Da Caravaggio a Vanvitelli con lo scopo di raccontare il Barocco attraverso un ampio progetto espositivo, a cura di Nicola Spinosa, che coinvolgerà l’intera città di Napoli nonché il territorio circostante.
Il ricco programma di mostre comprende 6 esposizioni in altrettante sedi museali a Napoli quali il Museo di Capodimonte, Castel Sant’Elmo, la Certosa e Museo di San Martino, il Museo Duca di Martina, il Museo Pignatelli e Palazzo Reale oltre ad una cinquantina di itinerari nei luoghi barocchi del capoluogo campano e non.

La stagione del Barocco napoletano può essere definita cronologicamente da tre momenti quali l’arrivo del Caravaggio a Napoli (1606), la presenza in cittá degli architetti Luigi Vanvitelli e Ferdinando Fuga (1750), e la partenza di Carlo di Borbone per la Spagna (1759) e la manifestazione Ritorno al Barocco vuole documentare i progressi degli studi di questi ultimi trent’anni (1979- 2009) su aspetti, momenti e generi che caratterizzarono la cultura artistica Napoli in questo periodo storico.
Verranno presentate al pubblico oltre 350 opere, di cui molte inedite o recentemente restaurate, tra cui dipinti, disegni, sculture, arredi, gioielli, tessuti, ceramiche e porcellane, suddivise tra i molteplici e diversi aspetti rappresentati dalla produzione artistica dei centocinquanta anni di elaborazione e diffusione di questo linguaggio figurativo e culturale.
L’epicentro delle varie mostre e iniziative intorno al quale prende forma l’intera manifestazione è Capodimonte dove sarà esposta, cronologicamente e/o per soggetto e per ‘generi’, una selezione di opere dei maggiori protagonisti della pittura tra primo Seicento e metà Settecento, attivi o nel solco del naturalismo caravaggesco (da Battistello Caracciolo a Ribera) o delle tendenze classiciste (da Massimo Stanzione ad Andrea Vaccaro), in chiave barocca (da Mattia Preti e Luca Giordano a Francesco Solimena e Paolo de Matteis) o con soluzioni di raffinato Rococò (da Domenico Antonio Vaccaro e Giacomo del Po a Filippo Falciatore e Francesco De Mura o Giuseppe Bonito).
Inoltre, sempre a Capodimonte, saranno riservate due sezioni ai disegni dei più celebri pittori napoletani di età barocca, appartenenti a raccolte pubbliche della città o provenienti, per lo più inediti o mai esposti a Napoli, da musei e collezioni private italiani e stranieri.

L’evento è posto sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica Italiana; con il Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e della Presidenza della Giunta della Regione Campania.
Il progetto è stato realizzato con il co-finanziamento dell’Unione Europea POR FESR Campania 2007-2013 Asse 1 ob.op 1.9. ed è promosso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dalla Regione Campania - Assessorati al Turismo e ai Beni Culturali e dall’Associazione Amici di Capodimonte.
Con il supporto del Comune di Napoli – Assessorato al Turismo e ai Grandi Eventi.
Realizzato dalla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico, Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Napoli, in collaborazione con Regione Campania - Assessorati al Turismo e ai Beni Culturali; Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici di Napoli e Provincia.

Info utili: http://www.teknemedia.net/magazine_detail.html?mId=7430

Fonte:Artkey
Segnalazione ASDS
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Data: 21.12.2009

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Divertiti?!...E non è ancora finita qui. Adesso partiamo alla volta della città più contraddittoria d’Italia, Napoli. Purtroppo il capoluogo partenopeo è spesso al centro della cronaca per fatti più o meno gravi, che conosciamo tutti. Ma c’è anche un’altra Napoli, quella che sta cercando di emergere negli ultimi tempi, una Napoli “tranquilla” e vivibile, fonte di grandi iniziative culturali anche per quanto riguarda lo sviluppo dell’arte contemporanea (vedi MADRE e PAN), che non ha niente da invidiare alle altre grandi città italiane. Quest’anno, Napoli e la Campania in generale si rendono protagoniste dell’evento più importante ed esteso dell’anno:
  • Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli - RITORNO AL BAROCCO, da Caravaggio e Vanvitelli


tkmag4b1920c40a545_400_01Il 12 dicembre è iniziata la sontuosa rassegna d’arte Ritorno al Barocco - Da Caravaggio a Vanvitelli con lo scopo di raccontare il Barocco attraverso un ampio progetto espositivo, a cura di Nicola Spinosa, che coinvolgerà l’intera città di Napoli nonché il territorio circostante.
Il ricco programma di mostre comprende 6 esposizioni in altrettante sedi museali a Napoli quali il Museo di Capodimonte, Castel Sant’Elmo, la Certosa e Museo di San Martino, il Museo Duca di Martina, il Museo Pignatelli e Palazzo Reale oltre ad una cinquantina di itinerari nei luoghi barocchi del capoluogo campano e non.

La stagione del Barocco napoletano può essere definita cronologicamente da tre momenti quali l’arrivo del Caravaggio a Napoli (1606), la presenza in cittá degli architetti Luigi Vanvitelli e Ferdinando Fuga (1750), e la partenza di Carlo di Borbone per la Spagna (1759) e la manifestazione Ritorno al Barocco vuole documentare i progressi degli studi di questi ultimi trent’anni (1979- 2009) su aspetti, momenti e generi che caratterizzarono la cultura artistica Napoli in questo periodo storico.
Verranno presentate al pubblico oltre 350 opere, di cui molte inedite o recentemente restaurate, tra cui dipinti, disegni, sculture, arredi, gioielli, tessuti, ceramiche e porcellane, suddivise tra i molteplici e diversi aspetti rappresentati dalla produzione artistica dei centocinquanta anni di elaborazione e diffusione di questo linguaggio figurativo e culturale.
L’epicentro delle varie mostre e iniziative intorno al quale prende forma l’intera manifestazione è Capodimonte dove sarà esposta, cronologicamente e/o per soggetto e per ‘generi’, una selezione di opere dei maggiori protagonisti della pittura tra primo Seicento e metà Settecento, attivi o nel solco del naturalismo caravaggesco (da Battistello Caracciolo a Ribera) o delle tendenze classiciste (da Massimo Stanzione ad Andrea Vaccaro), in chiave barocca (da Mattia Preti e Luca Giordano a Francesco Solimena e Paolo de Matteis) o con soluzioni di raffinato Rococò (da Domenico Antonio Vaccaro e Giacomo del Po a Filippo Falciatore e Francesco De Mura o Giuseppe Bonito).
Inoltre, sempre a Capodimonte, saranno riservate due sezioni ai disegni dei più celebri pittori napoletani di età barocca, appartenenti a raccolte pubbliche della città o provenienti, per lo più inediti o mai esposti a Napoli, da musei e collezioni private italiani e stranieri.

L’evento è posto sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica Italiana; con il Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e della Presidenza della Giunta della Regione Campania.
Il progetto è stato realizzato con il co-finanziamento dell’Unione Europea POR FESR Campania 2007-2013 Asse 1 ob.op 1.9. ed è promosso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dalla Regione Campania - Assessorati al Turismo e ai Beni Culturali e dall’Associazione Amici di Capodimonte.
Con il supporto del Comune di Napoli – Assessorato al Turismo e ai Grandi Eventi.
Realizzato dalla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico, Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Napoli, in collaborazione con Regione Campania - Assessorati al Turismo e ai Beni Culturali; Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici di Napoli e Provincia.

Info utili: http://www.teknemedia.net/magazine_detail.html?mId=7430

Fonte:Artkey
Segnalazione ASDS
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Roma 19 Dicembre 2009: L'intervento di Enzo Riccio alla presentazione della Rete dei Cittadini, in preparazione delle elezioni Regionali del Lazio.



Presentazione della Lista Rete dei Cittadini effettuata il 19 dicembre 2009 a Roma.
Presenti alcuni rappresentanti dei gruppi che fanno parte della Rete dei Cittadini. In questo filmato gli interventi di Enzo Riccio del Partito del Sud e di Francesco Di Iori.

Un ringraziamento a tutti coloro che hanno partecipato all’evento.
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Presentazione della Lista Rete dei Cittadini effettuata il 19 dicembre 2009 a Roma.
Presenti alcuni rappresentanti dei gruppi che fanno parte della Rete dei Cittadini. In questo filmato gli interventi di Enzo Riccio del Partito del Sud e di Francesco Di Iori.

Un ringraziamento a tutti coloro che hanno partecipato all’evento.

Il podio del «Superpersonaggio storico»:


Il re, il drammaturgo e l'imperatore vincono la prima edizione del sondaggio di «Napoli. Lezioni di Storia»


NAPOLI - Il Mezzogiorno ha ancora un'anima borbonica? Si direbbe di sì a giudicare dai risultati del sondaggio «Vota il personaggio storico preferito», divertissement storico collegato al fortunato ciclo «Napoli. Lezioni di Storia», organizzato da Confindustria Campania con la cura scientifica di Giuseppe Galasso. Alla fine ha vinto Ferdinando II con il 40.3% (721 voti su 1789). Secondo classificato De Filippo con il 28.6% (511 preferenze). Terzo Federico II con 291 voti (16.3%). Seguono nell'ordine: Caravaggio (3.7%, 66 voti), Giambattista Vico (3.5%, 62), Salvatore Di Giacomo (3%, 54) Publio Virgilio Marone (1.8%, 33), Cesario Console (1.6, 29) e, ultimo, Pedro de Toledo (1.2%, 22).

IL VINCITORE - Ferdinando di Borbone nacque a Palermo il 12 gennaio 1810, primogenito di Francesco I delle Due Sicilie e della sua seconda moglie, Maria Isabella di Borbone-Spagna. Salito al trono del Regno delle Due Sicilie nel 1830, ad appena vent'anni. Reintegrò in servizio molti ufficiali che avevano militato sotto Gioacchino Murat e che erano stati sospesi durante i moti del 1820, testimonia la sua volontà di contemperare il vecchio ed il nuovo in un regno che era stato spazzato furiosamente dai venti napoleonici. L'ondata rivoluzionaria che scosse l'Europa nel 1848 toccò anche il Regno di Ferdinando II. All'inizio dell'anno scoppiano sommosse in tutto il reame - Ferdinando II il 29 gennaio concede la Costituzione del Regno delle due Sicilie. Tra il 1849 e il 1851, a causa della dura repressione portata avanti da Ferdinando II, molti andarono in esilio; tra rivoluzionari e dissidenti, circa duemila persone furono incarcerate nei penitenziari del regno borbonico. L'8 dicembre 1856, giorno dell'Immacolata, Ferdinando II assistette a Napoli alla messa con la famiglia, gli alti funzionari governativi e moltissimi nobili del suo seguito. Dopo la celebrazione, il sovrano passò in rassegna a cavallo le truppe sul Campo di Marte. Fu allora che il soldato calabrese Agesilao Milano, rotte le righe, si lanciò su di lui e lo ferì con un colpo di baionetta. Secondo alcuni Ferdinando non guarì mai completamente dalla ferita e la sua morte, avvenuta poco meno di tre anni dopo (il 22 maggio 1859 morì a Caserta).

Nat. Fe.

Fonte:
La Gazzetta del Mezzogiorno
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Il re, il drammaturgo e l'imperatore vincono la prima edizione del sondaggio di «Napoli. Lezioni di Storia»


NAPOLI - Il Mezzogiorno ha ancora un'anima borbonica? Si direbbe di sì a giudicare dai risultati del sondaggio «Vota il personaggio storico preferito», divertissement storico collegato al fortunato ciclo «Napoli. Lezioni di Storia», organizzato da Confindustria Campania con la cura scientifica di Giuseppe Galasso. Alla fine ha vinto Ferdinando II con il 40.3% (721 voti su 1789). Secondo classificato De Filippo con il 28.6% (511 preferenze). Terzo Federico II con 291 voti (16.3%). Seguono nell'ordine: Caravaggio (3.7%, 66 voti), Giambattista Vico (3.5%, 62), Salvatore Di Giacomo (3%, 54) Publio Virgilio Marone (1.8%, 33), Cesario Console (1.6, 29) e, ultimo, Pedro de Toledo (1.2%, 22).

IL VINCITORE - Ferdinando di Borbone nacque a Palermo il 12 gennaio 1810, primogenito di Francesco I delle Due Sicilie e della sua seconda moglie, Maria Isabella di Borbone-Spagna. Salito al trono del Regno delle Due Sicilie nel 1830, ad appena vent'anni. Reintegrò in servizio molti ufficiali che avevano militato sotto Gioacchino Murat e che erano stati sospesi durante i moti del 1820, testimonia la sua volontà di contemperare il vecchio ed il nuovo in un regno che era stato spazzato furiosamente dai venti napoleonici. L'ondata rivoluzionaria che scosse l'Europa nel 1848 toccò anche il Regno di Ferdinando II. All'inizio dell'anno scoppiano sommosse in tutto il reame - Ferdinando II il 29 gennaio concede la Costituzione del Regno delle due Sicilie. Tra il 1849 e il 1851, a causa della dura repressione portata avanti da Ferdinando II, molti andarono in esilio; tra rivoluzionari e dissidenti, circa duemila persone furono incarcerate nei penitenziari del regno borbonico. L'8 dicembre 1856, giorno dell'Immacolata, Ferdinando II assistette a Napoli alla messa con la famiglia, gli alti funzionari governativi e moltissimi nobili del suo seguito. Dopo la celebrazione, il sovrano passò in rassegna a cavallo le truppe sul Campo di Marte. Fu allora che il soldato calabrese Agesilao Milano, rotte le righe, si lanciò su di lui e lo ferì con un colpo di baionetta. Secondo alcuni Ferdinando non guarì mai completamente dalla ferita e la sua morte, avvenuta poco meno di tre anni dopo (il 22 maggio 1859 morì a Caserta).

Nat. Fe.

Fonte:
La Gazzetta del Mezzogiorno
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La solitudine del Dalai Lama


Si avvicina il Santo Natale, nascita del Salvatore, Nostro Signore Gesù Cristo: cogliamo così l'occasione per inviare i nostri sinceri Auguri a tutti i lettori.
Pubblichiamo l'intervista al Dalai Lama, l'uomo della pace, l'amico di Mao e dei radicali, la "santità" fatta in persona per i buddisti e per parte dell'opinione pubblica occidentale. Le sottolineature sono a cure della nostra Redazione, buona lettura.



di Pio D'Emilia

Stanco, amareggiato per non aver dato la libertà al suo popolo. Ora anche 'evitato' dai leader nel mondo. Il Dalai Lama parla alla vigilia del suo viaggio in Italia

Del Tibet non si parla più. Forse il mio popolo ha riposto troppe aspettative su di me. Il mondo intero ha sopravvalutato le mie forze. Non c'è l'ho fatta. Non sono riuscito a restituire la libertà al mio popolo. Ecco la prova che non sono un dio, e nemmeno un leader politico. Sono solo un povero rifugiato politico, un monaco buddista sulla soglia della pensione e con tanta amarezza in corpo. Tenzin Gyatso, il Dalai Lama, parla a Okinawa, l'isola che qualcuno chiama il Tibet del Giappone, al centro dell'arcipelago delle Ryukyu. È stato invitato da alcuni movimenti per la pace, alla vigilia della visita di Obama. Nonostante mantenga inalterati il suo senso dell'humour, il suo sarcasmo, le sue efficaci doti maieutiche, il Dalai Lama, che il 17 novembre sarà di nuovo in Italia per il Congresso Mondiale dei Parlamentari per il Tibet, sembra stanco e amareggiato. Né Obama né Hatoyama, il nuovo premier del Giappone, hanno voluto incontrarlo, e anche in Italia non è previsto alcun incontro ufficiale, nemmeno con il Papa.
Santità, anche se lei si è affrettato a giustificare questa scelta, a livello umano come l'ha presa? Nessuno sembra più interessarsi al Tibet, eppure la situazione è ancora molto tesa.
"Comprendo le difficoltà di Obama, di Hatoyama e di tutti gli altri leader mondiali. E non voglio creare loro problemi. Incontrare prima me dei leader cinesi avrebbe creato loro qualche imbarazzo. E poi mi sono arrivate pressioni anche da Pechino".
Da Pechino?
"Siamo in contatto con molti cinesi, anche ad alto livello. E anche loro ci hanno chiesto di non forzare questo tipo di incontri. Il governo è fermo, immobile sulle sue posizioni di assoluta e miope chiusura, ma l'opinione pubblica sta cambiando. Ci sono molti imprenditori, molti intellettuali che stanno lavorando ai fianchi del regime, cercando di far capire ai leader che è nell'interesse della Cina cambiare atteggiamento. Una grande potenza deve affrontare e risolvere la questione dei diritti umani e delle minoranze etniche".

Pure i leader europei non fanno a gara per incontrarla. Sarkozy si è fatto rappresentare da Carla Bruni. In Italia incontrerà qualcuno?
"In Europa è diverso, soprattutto in Italia, a volte le cose cambiano all'ultimo momento. Un incontro salta, un altro si realizza all'improvviso. Io non faccio pressioni, incontro chi lo vuole, anche in segreto".
Sono vent'anni dalla caduta del Muro, e dal suo Premio Nobel, il mondo è cambiato.
"Sì, ma in peggio. Ero a Berlino, il 9 novembre, ho assistito a quello storico evento in diretta. Poi il giorno dopo sono andato a Berlino Est, da solo, con alcuni amici e senza scorta. Le guardie del corpo che mi aveva fornito il governo federale si rifiutarono di accompagnarmi al di là del Muro. Confesso di aver avuto un po' paura: magari mi rapiscono, mi dicevo, e mi ritrovo in prigione a Pechino. Quante aspettative, quante speranze. Cambiare il corso della storia senza ricorrere alla violenza: è quanto auspico da sempre per il Tibet. Ero commosso. Poi però le cose non sono cambiate. C'è ancora molta sofferenza, molta violenza".
Dopo il secolo del sangue doveva essere il secolo del dialogo, questo: ricordo un suo discorso, qualche anno fa.
"E invece la violenza domina ancora. E la guerra viene ancora considerata uno strumento per la risoluzione delle controversie, contraddicendo la maggior parte delle Costituzioni vigenti. E pensare che all'indomani del'11 settembre avevo scritto al mio amico Bush, supplicandolo di non reagire con violenza a quel tragico evento. Purtroppo non mi ha ascoltato ed ora c'è la guerra in Iraq, in Afghanistan. Le intenzioni saranno buone, ma i metodi sono sbagliati. La democrazia non si può imporre dall'alto, e tantomeno con gli eserciti. Deve essere conquistata con il dialogo, e non può esserci dialogo se non c'è fiducia e rispetto reciproco. Il giorno che riusciremo a riconoscere che anche il nostro peggior nemico è animato dallo stesso nostro desiderio, quello di raggiungere pace, serenità e felicità, il mondo sarà più tranquillo. Bisogna abbandonare la violenza, e ricorrere sempre e comunque al dialogo. La guerra, la violenza, innescano spirali incontrollabili, effetti collaterali disastrosi e imprevedibili. Oggi c'è un Bin Laden, domani ce ne saranno dieci, cento".
Nella sua vita ha incontrato molti leader. Ce n'è qualcuno verso il quale nutre particolare stima?
"Mao. Era un grande leader, sicuro di sé, con una visione che abbracciava il mondo. Ero molto attirato dalla sua figura, e ci incontrammo più di una volta, tra il 1954 ed il 1956. In una di queste, e non scherzavo, gli dissi che ero pronto ad appoggiare formalmente il Partito Comunista, se avesse garantito l'indipendenza del Tibet. C'erano anche Chu En Lai e Deng Xiao Ping".
Non se ne fece nulla, e nel 1959, la Cina vi ha 'liberato'.
"Non penso sia stata una decisione di Mao. Spesso i leader non decidono da soli. Penso sia andata come per Bush. Decidono i consiglieri e sbagliano".
Oltre a Mao?
"Il Pandhit Nehru, il leader birmano U-Nu e Khan Gheffar Kan. Il leader pacifista Pashtun amico e alleato di Gandhi. Era un personaggio incredibile. Non possedeva nulla, girava con un fagotto, nel quale aveva un cambio e i suoi appunti. Più sobrio di me".
Tutti leader asiatici.
"Anche in Europa ho avuto e ho tanti amici. Willy Brandt, ad esempio. Un grande uomo, un grande leader. Con i suoi gesti coraggiosi ha aiutato il mondo ad evitare nuove guerre. La sua capacità di mantenere il dialogo costante con l'Urss è stata determinante per i rapporti Est-Ovest, magari fossi riuscito anch'io a fare lo stesso, con le autorità cinesi".
E in Italia?
"Papa Giovanni Paolo II. Ah non era italiano, vero? L'ho incontrato cinque o sei volte e sempre ne uscivo arricchito. Ammiro la capacità della Chiesa di fare politica, e soprattutto il suo ruolo determinante nell'insegnamento, nella diffusione della cultura nel mondo anche se talvolta ha esagerato, imponendo con le armi il credo.Tra i politici non me la sento di fare nomi, a parte il mio amico Marco Pannella, che con il suo partito è stato sempre molto vicino alla causa tibetana, e Luis Durnwalder, il governatore dell'Alto Adige. Anche con lui ci siamo incontrati più volte, e ogni volta resto affascinato dal modello di autonomia che siete riusciti a trovare per quella ragione. È esattamente ciò che auspico per il Tibet. Autonomia reale in tutti i settori, tranne che politica estera e difesa. Ricordo che gli abbiamo chiesto la traduzione in cinese dello statuto, per 'girarlo' al governo di Pechino".
Lei ha citato il papa precedente. E con quello attuale? Nessun contatto? Neanche in occasione della sua visita in Italia?
"Per ora no. Come ho già detto, non voglio forzare nessun incontro. Anche il Vaticano, come gli Usa ed il Giappone, è coinvolto in trattative delicate con la Cina. Non voglio creare problemi. Io sono pronto in ogni momento. E lo stesso vale per il governo cinese. Al primo gesto di reale, sincera apertura, sono pronto ad andare a Pechino".
Lei insiste molto sui temi spirituali. In particolare, mostra attenzione e rispetto per la scienza, ipotizzando una via 'laica' alla salvezza e all'illuminazione. Un messaggio in controtendenza rispetto alle spinte fondamentaliste di altre religioni, da quella cattolica all'Islam.
"È vero. La religione è utile, ma non indispensabile. L'importante è raggiungere lo scopo, che è quello dell'illuminazione, della verità. La religione non deve mai chiudersi nel dogma. Per questo dobbiamo essere grati alla scienza, a tutti coloro che ci aiutano a spiegare la realtà. Più religioni sono meglio di una religione unica, assoluta. Ciascuna ha i suoi metodi, le sue tecniche, c'è chi prega in piedi, chi sdraiato, chi medita. E chi invece non fa nulla di tutto questo, ma è comunque una brava persona. Dobbiamo avere rispetto per tutte i credenti delle varie religioni, ma anche per i non credenti. La maggior parte della gente, oggi, è su posizioni agnostiche. E non ha tutti i torti, visto che le religioni hanno fallito il loro compito. Forse è giunto il momento di riconoscere che valori come tolleranza, compassione, perdono sono valori umani, non religiosi".
A proposito di laicità. In Italia c'è polemica sui crocefissi nelle aule scolastiche. La Chiesa ha protestato contro una recente sentenza europea che ne chiede la rimozione.
"È una questione difficile. Mi viene in mente la questione del mio ritratto, che i tibetani metterebbero ovunque, non solo nelle scuole, e che le autorità cinesi ovviamente vietano. Forse bisogna distinguere tra religione e cultura. Non si può negare che l'Europa abbia radici giudaico-cristiane. Ma parliamo di cultura, non di religione. Perché lo stesso crocefisso, che per i cristiani rappresenta il sacrificio supremo di Gesù, per gli ebrei assume ben altro significato. E poi non possiamo nascondere il fatto che siamo oramai in una società multietnica e multireligiosa e che bisogna rispettare la sensibilità di tutti, compresa quella dei laici, senza imporre inutili e ingiuste sofferenze a nessuno".

Fonte: L' Espresso del 13 novembre 2009
Tutti i nostri comunicati ed i loro contenuti sono liberamente diffondibili in maniera totale o parziale, a patto di indicare la seguente fonte:
Associazione “La Torre” –
www.associazionelatorre.comwww.youtube.com/associazionelatorre
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Si avvicina il Santo Natale, nascita del Salvatore, Nostro Signore Gesù Cristo: cogliamo così l'occasione per inviare i nostri sinceri Auguri a tutti i lettori.
Pubblichiamo l'intervista al Dalai Lama, l'uomo della pace, l'amico di Mao e dei radicali, la "santità" fatta in persona per i buddisti e per parte dell'opinione pubblica occidentale. Le sottolineature sono a cure della nostra Redazione, buona lettura.



di Pio D'Emilia

Stanco, amareggiato per non aver dato la libertà al suo popolo. Ora anche 'evitato' dai leader nel mondo. Il Dalai Lama parla alla vigilia del suo viaggio in Italia

Del Tibet non si parla più. Forse il mio popolo ha riposto troppe aspettative su di me. Il mondo intero ha sopravvalutato le mie forze. Non c'è l'ho fatta. Non sono riuscito a restituire la libertà al mio popolo. Ecco la prova che non sono un dio, e nemmeno un leader politico. Sono solo un povero rifugiato politico, un monaco buddista sulla soglia della pensione e con tanta amarezza in corpo. Tenzin Gyatso, il Dalai Lama, parla a Okinawa, l'isola che qualcuno chiama il Tibet del Giappone, al centro dell'arcipelago delle Ryukyu. È stato invitato da alcuni movimenti per la pace, alla vigilia della visita di Obama. Nonostante mantenga inalterati il suo senso dell'humour, il suo sarcasmo, le sue efficaci doti maieutiche, il Dalai Lama, che il 17 novembre sarà di nuovo in Italia per il Congresso Mondiale dei Parlamentari per il Tibet, sembra stanco e amareggiato. Né Obama né Hatoyama, il nuovo premier del Giappone, hanno voluto incontrarlo, e anche in Italia non è previsto alcun incontro ufficiale, nemmeno con il Papa.
Santità, anche se lei si è affrettato a giustificare questa scelta, a livello umano come l'ha presa? Nessuno sembra più interessarsi al Tibet, eppure la situazione è ancora molto tesa.
"Comprendo le difficoltà di Obama, di Hatoyama e di tutti gli altri leader mondiali. E non voglio creare loro problemi. Incontrare prima me dei leader cinesi avrebbe creato loro qualche imbarazzo. E poi mi sono arrivate pressioni anche da Pechino".
Da Pechino?
"Siamo in contatto con molti cinesi, anche ad alto livello. E anche loro ci hanno chiesto di non forzare questo tipo di incontri. Il governo è fermo, immobile sulle sue posizioni di assoluta e miope chiusura, ma l'opinione pubblica sta cambiando. Ci sono molti imprenditori, molti intellettuali che stanno lavorando ai fianchi del regime, cercando di far capire ai leader che è nell'interesse della Cina cambiare atteggiamento. Una grande potenza deve affrontare e risolvere la questione dei diritti umani e delle minoranze etniche".

Pure i leader europei non fanno a gara per incontrarla. Sarkozy si è fatto rappresentare da Carla Bruni. In Italia incontrerà qualcuno?
"In Europa è diverso, soprattutto in Italia, a volte le cose cambiano all'ultimo momento. Un incontro salta, un altro si realizza all'improvviso. Io non faccio pressioni, incontro chi lo vuole, anche in segreto".
Sono vent'anni dalla caduta del Muro, e dal suo Premio Nobel, il mondo è cambiato.
"Sì, ma in peggio. Ero a Berlino, il 9 novembre, ho assistito a quello storico evento in diretta. Poi il giorno dopo sono andato a Berlino Est, da solo, con alcuni amici e senza scorta. Le guardie del corpo che mi aveva fornito il governo federale si rifiutarono di accompagnarmi al di là del Muro. Confesso di aver avuto un po' paura: magari mi rapiscono, mi dicevo, e mi ritrovo in prigione a Pechino. Quante aspettative, quante speranze. Cambiare il corso della storia senza ricorrere alla violenza: è quanto auspico da sempre per il Tibet. Ero commosso. Poi però le cose non sono cambiate. C'è ancora molta sofferenza, molta violenza".
Dopo il secolo del sangue doveva essere il secolo del dialogo, questo: ricordo un suo discorso, qualche anno fa.
"E invece la violenza domina ancora. E la guerra viene ancora considerata uno strumento per la risoluzione delle controversie, contraddicendo la maggior parte delle Costituzioni vigenti. E pensare che all'indomani del'11 settembre avevo scritto al mio amico Bush, supplicandolo di non reagire con violenza a quel tragico evento. Purtroppo non mi ha ascoltato ed ora c'è la guerra in Iraq, in Afghanistan. Le intenzioni saranno buone, ma i metodi sono sbagliati. La democrazia non si può imporre dall'alto, e tantomeno con gli eserciti. Deve essere conquistata con il dialogo, e non può esserci dialogo se non c'è fiducia e rispetto reciproco. Il giorno che riusciremo a riconoscere che anche il nostro peggior nemico è animato dallo stesso nostro desiderio, quello di raggiungere pace, serenità e felicità, il mondo sarà più tranquillo. Bisogna abbandonare la violenza, e ricorrere sempre e comunque al dialogo. La guerra, la violenza, innescano spirali incontrollabili, effetti collaterali disastrosi e imprevedibili. Oggi c'è un Bin Laden, domani ce ne saranno dieci, cento".
Nella sua vita ha incontrato molti leader. Ce n'è qualcuno verso il quale nutre particolare stima?
"Mao. Era un grande leader, sicuro di sé, con una visione che abbracciava il mondo. Ero molto attirato dalla sua figura, e ci incontrammo più di una volta, tra il 1954 ed il 1956. In una di queste, e non scherzavo, gli dissi che ero pronto ad appoggiare formalmente il Partito Comunista, se avesse garantito l'indipendenza del Tibet. C'erano anche Chu En Lai e Deng Xiao Ping".
Non se ne fece nulla, e nel 1959, la Cina vi ha 'liberato'.
"Non penso sia stata una decisione di Mao. Spesso i leader non decidono da soli. Penso sia andata come per Bush. Decidono i consiglieri e sbagliano".
Oltre a Mao?
"Il Pandhit Nehru, il leader birmano U-Nu e Khan Gheffar Kan. Il leader pacifista Pashtun amico e alleato di Gandhi. Era un personaggio incredibile. Non possedeva nulla, girava con un fagotto, nel quale aveva un cambio e i suoi appunti. Più sobrio di me".
Tutti leader asiatici.
"Anche in Europa ho avuto e ho tanti amici. Willy Brandt, ad esempio. Un grande uomo, un grande leader. Con i suoi gesti coraggiosi ha aiutato il mondo ad evitare nuove guerre. La sua capacità di mantenere il dialogo costante con l'Urss è stata determinante per i rapporti Est-Ovest, magari fossi riuscito anch'io a fare lo stesso, con le autorità cinesi".
E in Italia?
"Papa Giovanni Paolo II. Ah non era italiano, vero? L'ho incontrato cinque o sei volte e sempre ne uscivo arricchito. Ammiro la capacità della Chiesa di fare politica, e soprattutto il suo ruolo determinante nell'insegnamento, nella diffusione della cultura nel mondo anche se talvolta ha esagerato, imponendo con le armi il credo.Tra i politici non me la sento di fare nomi, a parte il mio amico Marco Pannella, che con il suo partito è stato sempre molto vicino alla causa tibetana, e Luis Durnwalder, il governatore dell'Alto Adige. Anche con lui ci siamo incontrati più volte, e ogni volta resto affascinato dal modello di autonomia che siete riusciti a trovare per quella ragione. È esattamente ciò che auspico per il Tibet. Autonomia reale in tutti i settori, tranne che politica estera e difesa. Ricordo che gli abbiamo chiesto la traduzione in cinese dello statuto, per 'girarlo' al governo di Pechino".
Lei ha citato il papa precedente. E con quello attuale? Nessun contatto? Neanche in occasione della sua visita in Italia?
"Per ora no. Come ho già detto, non voglio forzare nessun incontro. Anche il Vaticano, come gli Usa ed il Giappone, è coinvolto in trattative delicate con la Cina. Non voglio creare problemi. Io sono pronto in ogni momento. E lo stesso vale per il governo cinese. Al primo gesto di reale, sincera apertura, sono pronto ad andare a Pechino".
Lei insiste molto sui temi spirituali. In particolare, mostra attenzione e rispetto per la scienza, ipotizzando una via 'laica' alla salvezza e all'illuminazione. Un messaggio in controtendenza rispetto alle spinte fondamentaliste di altre religioni, da quella cattolica all'Islam.
"È vero. La religione è utile, ma non indispensabile. L'importante è raggiungere lo scopo, che è quello dell'illuminazione, della verità. La religione non deve mai chiudersi nel dogma. Per questo dobbiamo essere grati alla scienza, a tutti coloro che ci aiutano a spiegare la realtà. Più religioni sono meglio di una religione unica, assoluta. Ciascuna ha i suoi metodi, le sue tecniche, c'è chi prega in piedi, chi sdraiato, chi medita. E chi invece non fa nulla di tutto questo, ma è comunque una brava persona. Dobbiamo avere rispetto per tutte i credenti delle varie religioni, ma anche per i non credenti. La maggior parte della gente, oggi, è su posizioni agnostiche. E non ha tutti i torti, visto che le religioni hanno fallito il loro compito. Forse è giunto il momento di riconoscere che valori come tolleranza, compassione, perdono sono valori umani, non religiosi".
A proposito di laicità. In Italia c'è polemica sui crocefissi nelle aule scolastiche. La Chiesa ha protestato contro una recente sentenza europea che ne chiede la rimozione.
"È una questione difficile. Mi viene in mente la questione del mio ritratto, che i tibetani metterebbero ovunque, non solo nelle scuole, e che le autorità cinesi ovviamente vietano. Forse bisogna distinguere tra religione e cultura. Non si può negare che l'Europa abbia radici giudaico-cristiane. Ma parliamo di cultura, non di religione. Perché lo stesso crocefisso, che per i cristiani rappresenta il sacrificio supremo di Gesù, per gli ebrei assume ben altro significato. E poi non possiamo nascondere il fatto che siamo oramai in una società multietnica e multireligiosa e che bisogna rispettare la sensibilità di tutti, compresa quella dei laici, senza imporre inutili e ingiuste sofferenze a nessuno".

Fonte: L' Espresso del 13 novembre 2009
Tutti i nostri comunicati ed i loro contenuti sono liberamente diffondibili in maniera totale o parziale, a patto di indicare la seguente fonte:
Associazione “La Torre” –
www.associazionelatorre.comwww.youtube.com/associazionelatorre
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Fiat Termini. Marchionne sbatte la porta in faccia a Lombardo


E’ arrivato l’annuncio ufficiale della chiusura dello stabilimento di Termini Imerese. La Fiat, dopo aver succhiato la linfa vitale, leggasi finanziamenti regionali e statali, per mantenere in piedi, artificiosamente una struttura che non ha mai realmente voluto, ha definitivamente chiuso la porta ad ogni trattativa.Lombardo e la giunta regionale, incapace politicamente di governare in autonomia e imporre decisioni controcorrente rispetto al vassallaggio politico della casta siciliana nei confronti dei poteri del nord, si è vista sbattere faccia la porta. Non con grazia, ma con quella violenza che si manifesta dall’alto dalla proprio prosopopea torinese.

In Sicilia la Fiat ha capito che non poteva più guadagnare sulla pelle dei siciliani e i finanziamenti gentilmente promessi dalla giunta regionale evidentemente non coprono tutti i costi e non garantiscono a Fiat un adeguato tornaconto economico.

Ora sarebbe auspicabile che la giunta regionale per una volta pensasse al futuro della Sicilia e prendesse seriamente in esame la possibilità di acquisire al patrimonio regionale la proprietà dello stabilimento che di fatto è stato pagato interamente con contributi regionali, e mettesse in campo idee di riconversione tali da garantire un prodotto tecnologico ed ecocompatibile adeguato alle future necessità.

Sarebbe ora di finirla con il continua genuflettersi davanti all’arroganza FIAT e alla trascuratezza del governo nazionale alle esigenze regionali.

Governo Lombardo, se c’è qualcuno a Palazzo D’Orleans, batta un colpo…

Fonte:Osservatorio Sicilia

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E’ arrivato l’annuncio ufficiale della chiusura dello stabilimento di Termini Imerese. La Fiat, dopo aver succhiato la linfa vitale, leggasi finanziamenti regionali e statali, per mantenere in piedi, artificiosamente una struttura che non ha mai realmente voluto, ha definitivamente chiuso la porta ad ogni trattativa.Lombardo e la giunta regionale, incapace politicamente di governare in autonomia e imporre decisioni controcorrente rispetto al vassallaggio politico della casta siciliana nei confronti dei poteri del nord, si è vista sbattere faccia la porta. Non con grazia, ma con quella violenza che si manifesta dall’alto dalla proprio prosopopea torinese.

In Sicilia la Fiat ha capito che non poteva più guadagnare sulla pelle dei siciliani e i finanziamenti gentilmente promessi dalla giunta regionale evidentemente non coprono tutti i costi e non garantiscono a Fiat un adeguato tornaconto economico.

Ora sarebbe auspicabile che la giunta regionale per una volta pensasse al futuro della Sicilia e prendesse seriamente in esame la possibilità di acquisire al patrimonio regionale la proprietà dello stabilimento che di fatto è stato pagato interamente con contributi regionali, e mettesse in campo idee di riconversione tali da garantire un prodotto tecnologico ed ecocompatibile adeguato alle future necessità.

Sarebbe ora di finirla con il continua genuflettersi davanti all’arroganza FIAT e alla trascuratezza del governo nazionale alle esigenze regionali.

Governo Lombardo, se c’è qualcuno a Palazzo D’Orleans, batta un colpo…

Fonte:Osservatorio Sicilia

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Il 5 e 6 GENNAIO 2010 I BRIGANTI DEL SUD SI DANNO APPUNTAMENTO A GIOIA DEL COLLE (Ba)



Il Coordinamento Nazionale della Rete Sud invita i Responsabili e gli amici di Partiti e Movimenti di ispirazione Meridionalistica a partecipare a Gioia del Colle, terra consacrata dall'eroismo e dal sangue del Sergente Romano, al doppio incontro convegnistico e celebrativo che si svolgerà nei giorni 5 e 6 gennaio 2010 secondo il seguente programma:


GIORNO 5 GENNAIO

Sala convegni del CAI di Gioia del Colle in via Donato Boscia 17 (nei pressi della Chiesa Madre alle spalle del Castello Normanno Svevo)

ore 10,30 – accoglienza e registrazione dei partecipanti

ore 11,00 – apertura del Convegno sul tema: “ Progetto di Costituente per l'Unità Meridionalistica in vista delle competizioni elettorali 2010

ore 13,30 – pausa

ore 14.30 – ripresa dei lavori con l'insediamento del Comitato Lucio Barone - per il recupero e la dignitosa tumulazione dei resti dei patrioti del Sud - e presentazione delle proposte di definizione dell'organigramma e delle manifestazioni conseguenziali alla riapertura del museo lombroso

ore 18,00 – definizione, presentazione ed approvazione della mozione politico programmatica conclusiva del Convegno

ore 19,00 – votazione dell'organigramma del Comitato Lucio Barone e delle proposte operative

Per consentire un sereno e proficuo svolgimento dei lavori convegnistici

  1. i partecipanti che NON intenderanno registrarsi potranno assistere al convegno ma potranno intervenire dopo l'approvazione della mozione politico programmatica.

  2. I partecipanti che si registreranno devono presentare le proposte che intenderanno sottoporre a discussione, in formato cartaceo (in modo da consentire la riproduzione e l'esame degli argomenti da parte degli altri convenuti) su massimo due fogli A4, al momento della registrazione.

  3. Ogni intervento di presentazione delle proposte scritte non potrà superare i 15 minuti con possibilità di replica di 3 minuti.

  4. In caso di esame di proposte o argomenti imprevisti o cosiddetti “fuori sacco”si potrà intervenire per massimo 5 minuti senza possibilità di replica.

Tutte le proposte esaminate saranno sottoposte a votazione e, quelle approvate, andranno a costituire la mozione conclusiva.
Chi volesse pernottare può prenotare presso
- Hotel Svevo Via Santeramo 319 Gioia Del Colle, BA 080 3484304
- Hotel Bar Stazione Piazza John F. Kennedy Gioia del Colle, Bari 080 3431996
- Il Grifone Via Dante Alighieri, 34 Gioia del Colle, Bari 080 3435048


GIORNO 6 GENNAIO

Bosco di Vallata (S.S. Gioia del Colle – Santeramo c'è il cartello indicatore)


ore 10,00 – accoglienza dei partecipanti

ore 10,30 – celebrazione e commemorazione ai piedi del monumento innalzato in onore del Sergente Romano e dei suoi eroici soldati, sul luogo dove furono massacrati

ore 13 – convivio presso Agriturismo Masseria Torre Abbondanza
Per la celebrazione del 6 gennaio si consigliano calzature da campagna e abbigliamento adeguato alle condizioni ambientali
Per la partecipazione al convivio prenotare al tel 0804975932 - 3281134319
Le Associazioni tutte della Rete Sud colgono l'occasione per formulare a compatrioti ed amici i più fervidi e sinceri auguri di Buon Natale e Felicissimo Anno Nuovo
Per il Coordiamento Nazionale della Rete Sud
Francesco Laricchia
.
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Il Coordinamento Nazionale della Rete Sud invita i Responsabili e gli amici di Partiti e Movimenti di ispirazione Meridionalistica a partecipare a Gioia del Colle, terra consacrata dall'eroismo e dal sangue del Sergente Romano, al doppio incontro convegnistico e celebrativo che si svolgerà nei giorni 5 e 6 gennaio 2010 secondo il seguente programma:


GIORNO 5 GENNAIO

Sala convegni del CAI di Gioia del Colle in via Donato Boscia 17 (nei pressi della Chiesa Madre alle spalle del Castello Normanno Svevo)

ore 10,30 – accoglienza e registrazione dei partecipanti

ore 11,00 – apertura del Convegno sul tema: “ Progetto di Costituente per l'Unità Meridionalistica in vista delle competizioni elettorali 2010

ore 13,30 – pausa

ore 14.30 – ripresa dei lavori con l'insediamento del Comitato Lucio Barone - per il recupero e la dignitosa tumulazione dei resti dei patrioti del Sud - e presentazione delle proposte di definizione dell'organigramma e delle manifestazioni conseguenziali alla riapertura del museo lombroso

ore 18,00 – definizione, presentazione ed approvazione della mozione politico programmatica conclusiva del Convegno

ore 19,00 – votazione dell'organigramma del Comitato Lucio Barone e delle proposte operative

Per consentire un sereno e proficuo svolgimento dei lavori convegnistici

  1. i partecipanti che NON intenderanno registrarsi potranno assistere al convegno ma potranno intervenire dopo l'approvazione della mozione politico programmatica.

  2. I partecipanti che si registreranno devono presentare le proposte che intenderanno sottoporre a discussione, in formato cartaceo (in modo da consentire la riproduzione e l'esame degli argomenti da parte degli altri convenuti) su massimo due fogli A4, al momento della registrazione.

  3. Ogni intervento di presentazione delle proposte scritte non potrà superare i 15 minuti con possibilità di replica di 3 minuti.

  4. In caso di esame di proposte o argomenti imprevisti o cosiddetti “fuori sacco”si potrà intervenire per massimo 5 minuti senza possibilità di replica.

Tutte le proposte esaminate saranno sottoposte a votazione e, quelle approvate, andranno a costituire la mozione conclusiva.
Chi volesse pernottare può prenotare presso
- Hotel Svevo Via Santeramo 319 Gioia Del Colle, BA 080 3484304
- Hotel Bar Stazione Piazza John F. Kennedy Gioia del Colle, Bari 080 3431996
- Il Grifone Via Dante Alighieri, 34 Gioia del Colle, Bari 080 3435048


GIORNO 6 GENNAIO

Bosco di Vallata (S.S. Gioia del Colle – Santeramo c'è il cartello indicatore)


ore 10,00 – accoglienza dei partecipanti

ore 10,30 – celebrazione e commemorazione ai piedi del monumento innalzato in onore del Sergente Romano e dei suoi eroici soldati, sul luogo dove furono massacrati

ore 13 – convivio presso Agriturismo Masseria Torre Abbondanza
Per la celebrazione del 6 gennaio si consigliano calzature da campagna e abbigliamento adeguato alle condizioni ambientali
Per la partecipazione al convivio prenotare al tel 0804975932 - 3281134319
Le Associazioni tutte della Rete Sud colgono l'occasione per formulare a compatrioti ed amici i più fervidi e sinceri auguri di Buon Natale e Felicissimo Anno Nuovo
Per il Coordiamento Nazionale della Rete Sud
Francesco Laricchia
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martedì 22 dicembre 2009

IN MEMORIA DI S.M. RE FRANCESCO II

COMUNICAZIONE URGENTE
Contrariamente a quanto annunciato precedentemente, a causa dell'improvvisa inagibilità dell'antica chiesa di San Ferdinando, la SS. Messa in suffragio di S.M. Francesco II di Borbone, prevista per il prossimo sabato 26 dicembre, non potrà essere celebrata.

Sabato 26 dicembre 2009, alle ore 17.00, nel 115° anniversario della morte, alla presenza del Vice Priore (il Priore è S.A.R. Carlo di Borbone) della Confraternita che amministra la Chiesa, Dott. Cav. Nob. Marco Crisconio e del Presidente, Vicepresidente, Responsabili, Delegati, Iscritti ed Amici del Movimento Neoborbonico, sarà officiata presso la Real Chiesa di San Ferdinando in Napoli (adiacenze Palazzo Reale) la SS. Messa solenne in Rito Romano Antico a suffragio dell’anima santa di S.M. Francesco II di Borbone Re delle due Sicilie.

Il Movimento Neoborbonico, unitamente a tutte le sue componenti rappresentative centrali e periferiche, invita gli iscritti, i compatrioti, i Confratelli dell’Ordine Costantiniano e gli amici nella Fede e nell’Ideale a presenziare la funzione per rendere omaggio al nostro Re.

Sarà esposta la Bandiera Ufficiale di Stato.

Cap. Alessandro Romano


L’Altare Maggiore della Real Chiesa di San Ferdinando


“Da Gaeta ad Arco”

di Aniello Gentile


Breve storia dell’esilio del nostro amato Re

(Liberamente tratto da una nota di Antonio Pagano)

Francesco II, rimasto a Roma fino al 1870, peregrinò prima tra Parigi e Vienna, stabilendosi, quindi, con Maria Sofia a Possenhofen in Germania, sul lago di Starnberg.

Il Re, ammalatosi di diabete, aveva cominciato a frequentare sin dal 1876 Arco, stazione termale nei pressi di Trento, allora parte dell’Impero austriaco, sotto il nome di Duca di Castro o “sig. Fabiani”, era ospitato nella villa dell’Arciduca Alberto d’Austria.

Nell’autunno del 1894, Francesco II e Maria Sofia si recarono per le consuete cure ad Arco. Approssimandosi le festività natalizie le condizioni di salute del Re si aggravarono improvvisamente. Nonostante le premurose cure mediche, il giorno 27 dicembre 1894 Francesco II morì a soli 58 anni d'età.

I funerali si svolsero il 5 gennaio 1895 alla presenza dei principi reali e di quasi tutti i rappresentanti dell’aristocrazia internazionale, dall’Arcivescovo di Trento.

La salma fu seppellita nel Duomo di Arco. Le resero gli onori due battaglioni di Cacciatori austriaci, mentre dal Monte Brione spararono i cannoni di una batteria. Nello stesso giorno, anche a Napoli fu celebrata una solenne funzione religiosa alla presenza di tutti i nobili duosiciliani, dei Cavalieri dell’Ordine di San Gennaro e dell’Ordine di Malta.

L’arciprete Chini, testimone del tempo, così lo descrisse: «dal contegno tanto riservato, che in Arco non si faceva neppure rimarcare, tranne che la sua frequenza e divozione alla Chiesa: quasi suo unico compagno era l’Arciduca Alberto, e qualche volta suo cognato l’Arciduca Carlo Salvatore».

Le sue ultime giornate le aveva trascorse compiendo qualche passeggiata nei dintorni della cittadina, scambiando qualche battuta con la gente del luogo, che ricordava la sua svelta camminatura lungo il viale delle Magnolie, per giungere puntuale alle sacre funzioni mescolandosi ai semplici contadini.


S.M. Re Francesco II di Borbone ci ha lasciato un prezioso esempio

di amore e di speranza per un futuro di dignità e di pace

“La restituzione del mio non mi adesca; quando si perde un trono, poco importa il patrimonio.

Se l’abbia l’usurpatore o il restituisca, né quello mi strappa un lamento, né questo un sorriso.

Povero sono, come oggi tanti altri migliori di me;

Stimo più la dignità che la ricchezza” .

Francesco

"Io sono napolitano; nato tra voi, non ho respirato altra aria, non ho veduto altri paesi, non conosco altro che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi: la vostra lingua è la mia lingua; le vostre ambizioni mie ambizioni"

"Sono un principe vostro che ha sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia, la prosperità tra suoi sudditi"

Francesco


Fu Francesco II di Borbone il vero “re galantuomo”,

parola di Matilde Serao

Il passo che segue, relativo al trapasso di S.M. Francesco II, è stato tratto dall’opera: “Per la traslazione in Santa Chiara di Napoli dei resti mortali degli ultimi Sovrani delle Due Sicilie” – Napoli 1984 – di Padre Gaudenzio dell’Aja, francescano.

”””Nella seconda decade di dicembre, la Regina si recò ad Arco per trascorrervi i giorni di Natale e di Capodanno insieme col Consorte, ma la vigilia di Natale le condizioni di salute di Francesco di Borbone si aggravarono. Il 26 dicembre, dopo la celebrazione della Messa, furono amministrati al Sovrano il Viatico e l'Estrema Unzione.

Confortato dalla benedizione del Sommo Pon­tefice, Francesco II si spense in Arco il 27 dicem­bre 1894, alle ore 14,34.

Erano presenti al transito la Regina Maria Sofia, il Conte di Caserta e gli Arciduchi di Au­stria, Alberto, Ranieri ed Ernesto.

Napoli apprese la notizia della morte di Fran­cesco II di Borbone dalle colonne de Il Mattino. Matilde Serao scrisse in prima pagina un articolo dal titolo « Il Re di Napoli », in cui fra l'altro diceva: «Don Francesco di Borbone è morto, cri­stianamente, in un piccolo paese alpino, rendendo a Dio l'anima tribolata ma serena.

Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco secondo. Colui che era stato o era parso debole sul trono, travolto dal destino, dalla inelut­tabile fatalità, colui che era stato schernito come un incosciente, mentre egli subiva una catastrofe creata da mille cause incoscienti, questo povero re, questo povero giovane che non era stato felice un anno, ha lasciato che tutti i dolori umani penetras­sero in lui, senza respingerli, senza lamentarsi; ed ha preso la via dell'esilio e vi è restato trentaquat­tro anni, senza che mai nulla si potesse dire contro di lui. Detronizzato, impoverito, restato senza pa­tria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo... Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe, ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone».

La salma di Francesco II, vestita con abiti civili su cui spiccavano le decorazioni e fra queste la medaglia al valore militare per la difesa di Gaeta, restò esposta nella camera ardente fino alla sera del 29 dicembre”””.

Arco, 3 gennaio 1903

Cronaca della sepoltura del Re

Un testamento che, soprattutto nella parte finale, ci rende orgogliosi di aver avuto quale sovrano

Francesco II


Il testamento morale e politico

che S.M. Francesco II lasciò

ai Popoli del Regno delle Due Sicilie

durante il duro Assedio di Gaeta.

Un messaggio di speranza e di amore che da anni ci guida

nel difficile cammino della resurrezione culturale, sociale e politica

dei Popoli delle Due Sicilie

(...) Ci è un rimedio per questi mali, per le calamità più grandi che prevedo. La concordia, la risoluzione, la fede nell’avvenire. Unitevi intorno al trono dei vostri padri. Che l’oblio copra per sempre gli errori di tutti; che il passato non sia mai pretesto di vendetta, ma pel futuro lezione salutare. Io ho fiducia nella giustizia della Provvidenza, e qualunque sia la mia sorte, resterò fedele ai miei popoli ed alle istituzione che ho loro accordate. (...).

Francesco

Fonte:Rete Regno Due Sicilie

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COMUNICAZIONE URGENTE
Contrariamente a quanto annunciato precedentemente, a causa dell'improvvisa inagibilità dell'antica chiesa di San Ferdinando, la SS. Messa in suffragio di S.M. Francesco II di Borbone, prevista per il prossimo sabato 26 dicembre, non potrà essere celebrata.

Sabato 26 dicembre 2009, alle ore 17.00, nel 115° anniversario della morte, alla presenza del Vice Priore (il Priore è S.A.R. Carlo di Borbone) della Confraternita che amministra la Chiesa, Dott. Cav. Nob. Marco Crisconio e del Presidente, Vicepresidente, Responsabili, Delegati, Iscritti ed Amici del Movimento Neoborbonico, sarà officiata presso la Real Chiesa di San Ferdinando in Napoli (adiacenze Palazzo Reale) la SS. Messa solenne in Rito Romano Antico a suffragio dell’anima santa di S.M. Francesco II di Borbone Re delle due Sicilie.

Il Movimento Neoborbonico, unitamente a tutte le sue componenti rappresentative centrali e periferiche, invita gli iscritti, i compatrioti, i Confratelli dell’Ordine Costantiniano e gli amici nella Fede e nell’Ideale a presenziare la funzione per rendere omaggio al nostro Re.

Sarà esposta la Bandiera Ufficiale di Stato.

Cap. Alessandro Romano


L’Altare Maggiore della Real Chiesa di San Ferdinando


“Da Gaeta ad Arco”

di Aniello Gentile


Breve storia dell’esilio del nostro amato Re

(Liberamente tratto da una nota di Antonio Pagano)

Francesco II, rimasto a Roma fino al 1870, peregrinò prima tra Parigi e Vienna, stabilendosi, quindi, con Maria Sofia a Possenhofen in Germania, sul lago di Starnberg.

Il Re, ammalatosi di diabete, aveva cominciato a frequentare sin dal 1876 Arco, stazione termale nei pressi di Trento, allora parte dell’Impero austriaco, sotto il nome di Duca di Castro o “sig. Fabiani”, era ospitato nella villa dell’Arciduca Alberto d’Austria.

Nell’autunno del 1894, Francesco II e Maria Sofia si recarono per le consuete cure ad Arco. Approssimandosi le festività natalizie le condizioni di salute del Re si aggravarono improvvisamente. Nonostante le premurose cure mediche, il giorno 27 dicembre 1894 Francesco II morì a soli 58 anni d'età.

I funerali si svolsero il 5 gennaio 1895 alla presenza dei principi reali e di quasi tutti i rappresentanti dell’aristocrazia internazionale, dall’Arcivescovo di Trento.

La salma fu seppellita nel Duomo di Arco. Le resero gli onori due battaglioni di Cacciatori austriaci, mentre dal Monte Brione spararono i cannoni di una batteria. Nello stesso giorno, anche a Napoli fu celebrata una solenne funzione religiosa alla presenza di tutti i nobili duosiciliani, dei Cavalieri dell’Ordine di San Gennaro e dell’Ordine di Malta.

L’arciprete Chini, testimone del tempo, così lo descrisse: «dal contegno tanto riservato, che in Arco non si faceva neppure rimarcare, tranne che la sua frequenza e divozione alla Chiesa: quasi suo unico compagno era l’Arciduca Alberto, e qualche volta suo cognato l’Arciduca Carlo Salvatore».

Le sue ultime giornate le aveva trascorse compiendo qualche passeggiata nei dintorni della cittadina, scambiando qualche battuta con la gente del luogo, che ricordava la sua svelta camminatura lungo il viale delle Magnolie, per giungere puntuale alle sacre funzioni mescolandosi ai semplici contadini.


S.M. Re Francesco II di Borbone ci ha lasciato un prezioso esempio

di amore e di speranza per un futuro di dignità e di pace

“La restituzione del mio non mi adesca; quando si perde un trono, poco importa il patrimonio.

Se l’abbia l’usurpatore o il restituisca, né quello mi strappa un lamento, né questo un sorriso.

Povero sono, come oggi tanti altri migliori di me;

Stimo più la dignità che la ricchezza” .

Francesco

"Io sono napolitano; nato tra voi, non ho respirato altra aria, non ho veduto altri paesi, non conosco altro che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi: la vostra lingua è la mia lingua; le vostre ambizioni mie ambizioni"

"Sono un principe vostro che ha sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia, la prosperità tra suoi sudditi"

Francesco


Fu Francesco II di Borbone il vero “re galantuomo”,

parola di Matilde Serao

Il passo che segue, relativo al trapasso di S.M. Francesco II, è stato tratto dall’opera: “Per la traslazione in Santa Chiara di Napoli dei resti mortali degli ultimi Sovrani delle Due Sicilie” – Napoli 1984 – di Padre Gaudenzio dell’Aja, francescano.

”””Nella seconda decade di dicembre, la Regina si recò ad Arco per trascorrervi i giorni di Natale e di Capodanno insieme col Consorte, ma la vigilia di Natale le condizioni di salute di Francesco di Borbone si aggravarono. Il 26 dicembre, dopo la celebrazione della Messa, furono amministrati al Sovrano il Viatico e l'Estrema Unzione.

Confortato dalla benedizione del Sommo Pon­tefice, Francesco II si spense in Arco il 27 dicem­bre 1894, alle ore 14,34.

Erano presenti al transito la Regina Maria Sofia, il Conte di Caserta e gli Arciduchi di Au­stria, Alberto, Ranieri ed Ernesto.

Napoli apprese la notizia della morte di Fran­cesco II di Borbone dalle colonne de Il Mattino. Matilde Serao scrisse in prima pagina un articolo dal titolo « Il Re di Napoli », in cui fra l'altro diceva: «Don Francesco di Borbone è morto, cri­stianamente, in un piccolo paese alpino, rendendo a Dio l'anima tribolata ma serena.

Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco secondo. Colui che era stato o era parso debole sul trono, travolto dal destino, dalla inelut­tabile fatalità, colui che era stato schernito come un incosciente, mentre egli subiva una catastrofe creata da mille cause incoscienti, questo povero re, questo povero giovane che non era stato felice un anno, ha lasciato che tutti i dolori umani penetras­sero in lui, senza respingerli, senza lamentarsi; ed ha preso la via dell'esilio e vi è restato trentaquat­tro anni, senza che mai nulla si potesse dire contro di lui. Detronizzato, impoverito, restato senza pa­tria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo... Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe, ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone».

La salma di Francesco II, vestita con abiti civili su cui spiccavano le decorazioni e fra queste la medaglia al valore militare per la difesa di Gaeta, restò esposta nella camera ardente fino alla sera del 29 dicembre”””.

Arco, 3 gennaio 1903

Cronaca della sepoltura del Re

Un testamento che, soprattutto nella parte finale, ci rende orgogliosi di aver avuto quale sovrano

Francesco II


Il testamento morale e politico

che S.M. Francesco II lasciò

ai Popoli del Regno delle Due Sicilie

durante il duro Assedio di Gaeta.

Un messaggio di speranza e di amore che da anni ci guida

nel difficile cammino della resurrezione culturale, sociale e politica

dei Popoli delle Due Sicilie

(...) Ci è un rimedio per questi mali, per le calamità più grandi che prevedo. La concordia, la risoluzione, la fede nell’avvenire. Unitevi intorno al trono dei vostri padri. Che l’oblio copra per sempre gli errori di tutti; che il passato non sia mai pretesto di vendetta, ma pel futuro lezione salutare. Io ho fiducia nella giustizia della Provvidenza, e qualunque sia la mia sorte, resterò fedele ai miei popoli ed alle istituzione che ho loro accordate. (...).

Francesco

Fonte:Rete Regno Due Sicilie

 
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