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martedì 22 dicembre 2009
Paolo Barnard TRAILER Trattato di Lisbona
Paolo Barnard svela il Trattato di Lisbona - ottobre 2009
Paolo Barnard svela il Trattato di Lisbona - ottobre 2009
Cgia Mestre: il Sud non "implode" grazie al lavoro nero
D’altronde, la domanda che gli studiosi dell’organismo si sono posti è sensata: come fa, ad esempio, una regione come la Basilicata a reggere l'urto di una crisi durissima, qual è quella che ci è caduta addosso? Come fa a non esplodere mentre continua a spopolarsi, a vedere invecchiare la media dei propri abitanti? Come può non sbriciolare il proprio tessuto sociale quando le povertà crescono (un lucano su quattro rientra in questa famigerata fascia), quando le fabbriche chiudono a spron battente (in un anno saranno superate 4 milioni e 200 mila ore di cassa integrazione guadagni ordinaria e due milioni e 200 mila ore fra cassa straordinaria e quella in straordinaria in deroga)?
Il prodotto interno lordo intanto, calcola la Cgia, è in deciso calo. E in Basilicata (meno 7 per cento) è peggio che altrove: dal meno 5,5 per cento di Puglia, Sardegna e Calabria al meno 5 per cento di Campania e Sicilia. In uno scenario, quello meridionale nel suo complesso, di senza lavoro che oscilla intorno al 12-13 per cento e con una disoccupazione giovanile, in particolare, che raggiunge punte del 35-40 per cento.
Eppure, nonostante questo e contro ogni logica, il bubbone non scoppia. Da che cosa dipende questa capacità di resistenza? Certo, in alcune aree del Mezzogiorno, pur stringendo la cinghia, a tante carenze e necessità sopperiscono le famiglie. Talvolta i poveri pensionati (quelli al minimo rientrano ormai abbondantemente dentro l'area di povertà) passano qualche soldo ai nipoti che non riescono a trovare uno straccio di occupazione. E poi, sostiene il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi, c'è il sommerso. Il tanto vituperato sommerso. Esso, secondo la Cgia, nei fatti ha finito con il costituire «un vero e proprio ammortizzatore sociale».
Il numero di lavoratori irregolari presenti in Italia, sostiene la Cgia di Mestre, ha ormai quasi raggiunto la soglia dei tre milioni di unità. Quasi la metà di loro (il 44,6 per cento per l'esattezza) è concentrata nel Mezzogiorno. E c'è anche un cospicuo valore aggiunto prodotto dal «lavoro nero»: ammonta a circa 92,6 miliardi di euro. Di questa cifra la Calabria (con un primato italiano) produce il 14,9 per cento, la Sicilia il 12,7, la Campania il 12,2. Poi ci sono Basilicata e Sardegna con un buon 11,7 per cento. La Lombardia, stavolta in coda, produce soltanto il 4,9 per cento del valore aggiunto realizzato con il lavoro nero. Dati che, avverte la Cgia di Mestre, si riferiscono al 2006 (ma sono gli ultimi disponibili). Con l'acutizzarsi della crisi il fenomeno non ha potuto che accentuarsi ulteriormente.
Naturalmente, precisa Bortolussi, «non si intende esaltare il “lavoro nero”, spesso legato a doppio filo con forme inaccettabili di sfruttamento, precarietà e insicurezza nei luoghi di lavoro. Tuttavia, quando queste forme di irregolarità non sono legate ad attività svolte dalle organizzazioni criminali, costituiscono, in momenti difficili, una protezione per molti lavoratori. Per questo non vanno demonizzate».
Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno
Segnalazione:ASDS
D’altronde, la domanda che gli studiosi dell’organismo si sono posti è sensata: come fa, ad esempio, una regione come la Basilicata a reggere l'urto di una crisi durissima, qual è quella che ci è caduta addosso? Come fa a non esplodere mentre continua a spopolarsi, a vedere invecchiare la media dei propri abitanti? Come può non sbriciolare il proprio tessuto sociale quando le povertà crescono (un lucano su quattro rientra in questa famigerata fascia), quando le fabbriche chiudono a spron battente (in un anno saranno superate 4 milioni e 200 mila ore di cassa integrazione guadagni ordinaria e due milioni e 200 mila ore fra cassa straordinaria e quella in straordinaria in deroga)?
Il prodotto interno lordo intanto, calcola la Cgia, è in deciso calo. E in Basilicata (meno 7 per cento) è peggio che altrove: dal meno 5,5 per cento di Puglia, Sardegna e Calabria al meno 5 per cento di Campania e Sicilia. In uno scenario, quello meridionale nel suo complesso, di senza lavoro che oscilla intorno al 12-13 per cento e con una disoccupazione giovanile, in particolare, che raggiunge punte del 35-40 per cento.
Eppure, nonostante questo e contro ogni logica, il bubbone non scoppia. Da che cosa dipende questa capacità di resistenza? Certo, in alcune aree del Mezzogiorno, pur stringendo la cinghia, a tante carenze e necessità sopperiscono le famiglie. Talvolta i poveri pensionati (quelli al minimo rientrano ormai abbondantemente dentro l'area di povertà) passano qualche soldo ai nipoti che non riescono a trovare uno straccio di occupazione. E poi, sostiene il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi, c'è il sommerso. Il tanto vituperato sommerso. Esso, secondo la Cgia, nei fatti ha finito con il costituire «un vero e proprio ammortizzatore sociale».
Il numero di lavoratori irregolari presenti in Italia, sostiene la Cgia di Mestre, ha ormai quasi raggiunto la soglia dei tre milioni di unità. Quasi la metà di loro (il 44,6 per cento per l'esattezza) è concentrata nel Mezzogiorno. E c'è anche un cospicuo valore aggiunto prodotto dal «lavoro nero»: ammonta a circa 92,6 miliardi di euro. Di questa cifra la Calabria (con un primato italiano) produce il 14,9 per cento, la Sicilia il 12,7, la Campania il 12,2. Poi ci sono Basilicata e Sardegna con un buon 11,7 per cento. La Lombardia, stavolta in coda, produce soltanto il 4,9 per cento del valore aggiunto realizzato con il lavoro nero. Dati che, avverte la Cgia di Mestre, si riferiscono al 2006 (ma sono gli ultimi disponibili). Con l'acutizzarsi della crisi il fenomeno non ha potuto che accentuarsi ulteriormente.
Naturalmente, precisa Bortolussi, «non si intende esaltare il “lavoro nero”, spesso legato a doppio filo con forme inaccettabili di sfruttamento, precarietà e insicurezza nei luoghi di lavoro. Tuttavia, quando queste forme di irregolarità non sono legate ad attività svolte dalle organizzazioni criminali, costituiscono, in momenti difficili, una protezione per molti lavoratori. Per questo non vanno demonizzate».
Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno
Segnalazione:ASDS
Dodici anni di carcere per i reati su internet
Un senatore del PdL annuncia l’aggravante per i delitti d’opinione commessi tramite il web. E vuole combattere anche “l’uso patologico dei cellulari”: paura!
“Chiunque, comunicando con più persone in qualsiasi forma, istiga a commettere uno o più tra i delitti contro la vita e l’incolumità della persona, è punito, per il solo fatto dell’istigazione, con la reclusione da 3 a 12 anni. La stessa pena si applica a chiunque pubblicamente fa l’apologia di uno o più fra i delitti indicati. Se il fatto è commesso avvalendosi di comunicazione telefonica o telematica, la pena è aumentata». Mentre il ministro dell’Interno Maroni mette la retromarcia, ci pensa il senatore del Popolo delle Libertà Raffaele Lauro a rilanciare la guerra della politica contro internet, pensando all’introduzione, nel nostro ordinamento, del reato di istigazione e apologia dei delitti contro la vita e l’incolumità della persona, con l’aggravante per coloro che utilizzano strumenti informatici e telematici, come internet e i social network.
CATTIVI MAESTRI, MAESTRI CATTIVI – Di solito le aggravanti vengono comminate quando ci si trova davanti a un elemento di fatto o una situazione che può accompagnare l’azione o l’omissione illecita prevista come reato e che il legislatore ha preso in considerazione quale motivo di inasprimento della pena. In questo caso, l’inasprimento viene giustificato dall’utilizzo del mezzo elettronico tout court, e chissà perché: non si capisce come mai sarebbe meno grave istigare a delinquere tramite strillo in una pubblica piazza piena di persone, rispetto all’istigare in un blog visitato solo dagli intimi del cattivone. Ma siccome la logica è un optional, il senatore continua: “L’aggressione al Presidente Berlusconi -dice Lauro- ha evidenziato la necessità di intervenire sul diffuso fenomeno, caratterizzato da forme di esortazione alla violenza e all’aggressione, mediante discorsi, scritti ed interventi, che, in virtù delle moderne tecnologie informatiche, riescono oggi ad acquisire una rilevanza mediatica particolarmente significativa. Si è drammaticamente diffusa, anche tra i minorenni, l’abitudine ad utilizzare gli strumenti informatici per ledere la dignità delle persone, nelle forme più gravi, dai ricatti, alle ingiurie, a sfondo sessuale o razzista, alla diffamazione“. A parte il trascurabile particolare che Tartaglia non risultava essere un frequentatore della rete, ma bensì un fruitore di televisione (tanto da aver detto di non volerla vedere più), il ragionamento non fa una grinza.
MEDIOEVO? SI’, GRAZIE - Secondo la presentazione, la proposta di Lauro effettuerebbe un bilanciamento tra i valori costituzionali, in questo caso tra la libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.) e la dignità della persona, riguardata nella sua dimensione più intensa, che presuppone la tutela della sua vita e della sua incolumità (artt. 2 e 13 Cost.). Ma il senatore non ha alcuna intenzione di ritenere conclusa la sua battaglia contro il vizio: «Il legislatore non può più attendere. Ecco perchè, insieme con questo disegno di legge – prosegue – ho presentato una mozione parlamentare, già sottoscritta da più di 50 senatori, di maggioranza e di opposizione, per discutere, al più presto, nell’aula del Senato, in un confronto con il governo, di cultura informatica e degli effetti perversi derivanti dall’uso patologico, da parte di giovani e giovanissimi, del cellulare, e delle conseguenze nei rapporti genitori-figli e sulle istituzioni scolastiche». La palla ora passa al Parlamento: che, non appena avrà ben capito cosa significa in italiano “uso patologico del cellulare”, e perché questo debba costituire un reato, legifererà.
Fonte:Giornalettismo
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Un senatore del PdL annuncia l’aggravante per i delitti d’opinione commessi tramite il web. E vuole combattere anche “l’uso patologico dei cellulari”: paura!
“Chiunque, comunicando con più persone in qualsiasi forma, istiga a commettere uno o più tra i delitti contro la vita e l’incolumità della persona, è punito, per il solo fatto dell’istigazione, con la reclusione da 3 a 12 anni. La stessa pena si applica a chiunque pubblicamente fa l’apologia di uno o più fra i delitti indicati. Se il fatto è commesso avvalendosi di comunicazione telefonica o telematica, la pena è aumentata». Mentre il ministro dell’Interno Maroni mette la retromarcia, ci pensa il senatore del Popolo delle Libertà Raffaele Lauro a rilanciare la guerra della politica contro internet, pensando all’introduzione, nel nostro ordinamento, del reato di istigazione e apologia dei delitti contro la vita e l’incolumità della persona, con l’aggravante per coloro che utilizzano strumenti informatici e telematici, come internet e i social network.
CATTIVI MAESTRI, MAESTRI CATTIVI – Di solito le aggravanti vengono comminate quando ci si trova davanti a un elemento di fatto o una situazione che può accompagnare l’azione o l’omissione illecita prevista come reato e che il legislatore ha preso in considerazione quale motivo di inasprimento della pena. In questo caso, l’inasprimento viene giustificato dall’utilizzo del mezzo elettronico tout court, e chissà perché: non si capisce come mai sarebbe meno grave istigare a delinquere tramite strillo in una pubblica piazza piena di persone, rispetto all’istigare in un blog visitato solo dagli intimi del cattivone. Ma siccome la logica è un optional, il senatore continua: “L’aggressione al Presidente Berlusconi -dice Lauro- ha evidenziato la necessità di intervenire sul diffuso fenomeno, caratterizzato da forme di esortazione alla violenza e all’aggressione, mediante discorsi, scritti ed interventi, che, in virtù delle moderne tecnologie informatiche, riescono oggi ad acquisire una rilevanza mediatica particolarmente significativa. Si è drammaticamente diffusa, anche tra i minorenni, l’abitudine ad utilizzare gli strumenti informatici per ledere la dignità delle persone, nelle forme più gravi, dai ricatti, alle ingiurie, a sfondo sessuale o razzista, alla diffamazione“. A parte il trascurabile particolare che Tartaglia non risultava essere un frequentatore della rete, ma bensì un fruitore di televisione (tanto da aver detto di non volerla vedere più), il ragionamento non fa una grinza.
MEDIOEVO? SI’, GRAZIE - Secondo la presentazione, la proposta di Lauro effettuerebbe un bilanciamento tra i valori costituzionali, in questo caso tra la libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.) e la dignità della persona, riguardata nella sua dimensione più intensa, che presuppone la tutela della sua vita e della sua incolumità (artt. 2 e 13 Cost.). Ma il senatore non ha alcuna intenzione di ritenere conclusa la sua battaglia contro il vizio: «Il legislatore non può più attendere. Ecco perchè, insieme con questo disegno di legge – prosegue – ho presentato una mozione parlamentare, già sottoscritta da più di 50 senatori, di maggioranza e di opposizione, per discutere, al più presto, nell’aula del Senato, in un confronto con il governo, di cultura informatica e degli effetti perversi derivanti dall’uso patologico, da parte di giovani e giovanissimi, del cellulare, e delle conseguenze nei rapporti genitori-figli e sulle istituzioni scolastiche». La palla ora passa al Parlamento: che, non appena avrà ben capito cosa significa in italiano “uso patologico del cellulare”, e perché questo debba costituire un reato, legifererà.
Fonte:Giornalettismo
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La solita “bomba intelligente”. Maroni, anarchici e “banditen
Di Giuseppe Aragno
E’ il 4 febbraio 1861. Sono passati quattro mesi da quando Garibaldi ha piegato sul Volturno ciò che resta della truppe di Francesco II e mancano due settimane alla prima seduta del Parlamento italiano. Passa per Napoli in tutta segretezza, come fosse un volgare malfattore, Giuseppe Mazzini, al quale guarda, come ad un maestro, l’Italia democratica, messa in scacco dalla politica di Cavour, che non avrebbe conseguito nessuno dei suoi obiettivi senza l’aiuto determinante della sinistra mazziniana e garibaldina. Pochi mesi ancora, poi Cavour sarà stroncato da un’improvvisa malattia e i suoi successori, incapaci di proseguirne la politica, acuiranno le già fortissime contraddizioni del processo d’unificazione nazionale, gettando un’ombra nera e lunga sul futuro del Paese: l’impiego di 120.000 uomini, metà dell’esercito italiano, accampati nell’Italia meridionale, una guerra civile, sociale e politica che costerà al Paese più morti di quelli causati dalle guerre d’indipendenza, una politica fiscale di classe che tutelerà la rendita fondiaria – gli uomini della destra storica sono soprattutto proprietari terrieri – attaccando ferocemente i redditi della ricchezza mobiliare e giungendo a tassare il “macinato”, l’assoluta insensibilità nei confronti delle esigenze della società civile, l’ignoranza completa dei problemi reali della gente, la violentissima compressione sociale e le conseguenti, ricorrenti rivolte contadine, costituiranno il bilancio largamente negativo di una classe dirigente che, stando al cliché del revisionismo, faceva politica per “servire lo Stato”.
Come un ladro, dicevo, passa per Napoli Giuseppe Mazzini ma non sfugge all’occhiuta polizia sabauda, che farà presto rimpiangere ai dissidenti politici i metodi del borbonico Liborio Romano. A guidare le forze dell’ordine, nell’ex capitale, è Silvio Spaventa – patriota, perseguitato politico e “galantuomo” di destra, formatosi all’idea hegeliana dello Stato – che immediatamente scrive a “Sua Eccellenza il Segretario G.le di Stato presso la Luogotenenza Gen.le del Re” una lettera che ho rinvenuto nell’Archivio di Stato, inedita credo, che vale la pena di riportare integralmente:
“Da persona degna di qualche fede – scrive Spaventa – sono assicurato che il Mazzini è di nuovo qui; questa notte egli avrebbe dormito in casa il Direttore [sic] del Popolo d’Italia e nel momento che scrivo sarebbe in casa dell’Acerbi; andrebbe in Caserta la notte ventura. Se queste cose fossero vere, come avrei da regolarmi?
Quando S.M. era qui, e vi si trovava pure il Mazzini, si stimò non conveniente di procedere ad alcun atto contro di lui. Come V.E. sa il Mazzini fu condannato nelle antiche province a morte in contumacia. Oggi crede V.E. che dobbiamo fare nello stesso modo?
Mazzini veste ancora l’abito di tenente colonnello garibaldino, come vestiva l’altra volta che fu in questa città. Mi dicono ancora che degli emissari mazziniani sono spediti presso te nostre truppe regolari nelle diverse province, con qual fine non saprei dire determinatamente.
Piaccia all’E.V. rimanere intesa, perché se il crede bene ne avverta anche il Generale Della Rocca.
Il Consigliere
S. Spaventa”
Mazzini non era un terrorista, ma aveva subito una condanna a morte, comminatagli da un tribunale sardo, per cospirazione politica e – diremmo oggi – organizzazione e partecipazione a banda armata. E’ la condanna cui fa cenno Spaventa, incerto se mettere le mani addosso al grande rivoluzionario e trattenuto soprattutto dalla divisa di “tenente colonnello” e dalla probabile reazione garibaldina. Un criminale politico è Mazzini – non comunista – ma combattente, come i fratelli Bandiera, Pisacane, come più tardi gli antifascisti, come i partigiani, che andarono al patibolo portando addosso la scritta ammonitrice: “Banditen”. E’ così. “Banditen” fu Garibaldi, “banditen” fu Che Guevara, “banditen” sono sempre stati, per i Paesi che li hanno imprigionati e condannati a morte, tutti i combattenti della libertà. I tribunali che li hanno giudicati erano per lo più legalmente costituiti e i governi contro cui si sono battuti avevano credito internazionale, ambasciatori accreditati, facevano parte, insomma, del “concerto delle nazioni” ed esercitavano la legale violenza che uno Stato ha potestà di usare per far rispettare le proprie leggi. Da un punto di vista politico i rapporti tra potere costituito e rivoluzionari – veri, presunti o sedicenti – sono chiarissimi, si regolano senza problemi ed in genere la stragrande maggioranza dei contemporanei è dalla parte del potere costituito. I giudici e i governanti fanno il loro mestiere.
E perciò i governi governino, senza tirar fuori ogni volta che gli serve una “bomba intelligente” che capisce da sola quando deve esplodere, e non perdano tempo a scrivere la storia. Non serve: è la storia a decidere chi ha il futuro dalla propria parte. Vorrei vedere oggi un governo italiano che, ricordando le vicende politiche che conducono alla nascita politica del Paese, definisca terroristi – o, perché no?, anarchici insurrezionalisti – i fratelli Bandiera, Carlo Pisacane, Mazzini, Garibaldi e, ciò che sarebbe coerenza, Silvio Spaventa, che fu ad un tempo “banditen” per i Borboni e persecutore di “banditen” per i Savoia.
Ciò che stiamo perdendo in questi anni non è il senso dello Stato. No. Quello che stiamo perdendo è il senso del ridicolo. E’ talvolta il primo segnale d’una catastrofe.
Fonte:Il blog di Giuseppe Aragno
Segnalazione ASDS
Di Giuseppe Aragno
E’ il 4 febbraio 1861. Sono passati quattro mesi da quando Garibaldi ha piegato sul Volturno ciò che resta della truppe di Francesco II e mancano due settimane alla prima seduta del Parlamento italiano. Passa per Napoli in tutta segretezza, come fosse un volgare malfattore, Giuseppe Mazzini, al quale guarda, come ad un maestro, l’Italia democratica, messa in scacco dalla politica di Cavour, che non avrebbe conseguito nessuno dei suoi obiettivi senza l’aiuto determinante della sinistra mazziniana e garibaldina. Pochi mesi ancora, poi Cavour sarà stroncato da un’improvvisa malattia e i suoi successori, incapaci di proseguirne la politica, acuiranno le già fortissime contraddizioni del processo d’unificazione nazionale, gettando un’ombra nera e lunga sul futuro del Paese: l’impiego di 120.000 uomini, metà dell’esercito italiano, accampati nell’Italia meridionale, una guerra civile, sociale e politica che costerà al Paese più morti di quelli causati dalle guerre d’indipendenza, una politica fiscale di classe che tutelerà la rendita fondiaria – gli uomini della destra storica sono soprattutto proprietari terrieri – attaccando ferocemente i redditi della ricchezza mobiliare e giungendo a tassare il “macinato”, l’assoluta insensibilità nei confronti delle esigenze della società civile, l’ignoranza completa dei problemi reali della gente, la violentissima compressione sociale e le conseguenti, ricorrenti rivolte contadine, costituiranno il bilancio largamente negativo di una classe dirigente che, stando al cliché del revisionismo, faceva politica per “servire lo Stato”.
Come un ladro, dicevo, passa per Napoli Giuseppe Mazzini ma non sfugge all’occhiuta polizia sabauda, che farà presto rimpiangere ai dissidenti politici i metodi del borbonico Liborio Romano. A guidare le forze dell’ordine, nell’ex capitale, è Silvio Spaventa – patriota, perseguitato politico e “galantuomo” di destra, formatosi all’idea hegeliana dello Stato – che immediatamente scrive a “Sua Eccellenza il Segretario G.le di Stato presso la Luogotenenza Gen.le del Re” una lettera che ho rinvenuto nell’Archivio di Stato, inedita credo, che vale la pena di riportare integralmente:
“Da persona degna di qualche fede – scrive Spaventa – sono assicurato che il Mazzini è di nuovo qui; questa notte egli avrebbe dormito in casa il Direttore [sic] del Popolo d’Italia e nel momento che scrivo sarebbe in casa dell’Acerbi; andrebbe in Caserta la notte ventura. Se queste cose fossero vere, come avrei da regolarmi?
Quando S.M. era qui, e vi si trovava pure il Mazzini, si stimò non conveniente di procedere ad alcun atto contro di lui. Come V.E. sa il Mazzini fu condannato nelle antiche province a morte in contumacia. Oggi crede V.E. che dobbiamo fare nello stesso modo?
Mazzini veste ancora l’abito di tenente colonnello garibaldino, come vestiva l’altra volta che fu in questa città. Mi dicono ancora che degli emissari mazziniani sono spediti presso te nostre truppe regolari nelle diverse province, con qual fine non saprei dire determinatamente.
Piaccia all’E.V. rimanere intesa, perché se il crede bene ne avverta anche il Generale Della Rocca.
Il Consigliere
S. Spaventa”
Mazzini non era un terrorista, ma aveva subito una condanna a morte, comminatagli da un tribunale sardo, per cospirazione politica e – diremmo oggi – organizzazione e partecipazione a banda armata. E’ la condanna cui fa cenno Spaventa, incerto se mettere le mani addosso al grande rivoluzionario e trattenuto soprattutto dalla divisa di “tenente colonnello” e dalla probabile reazione garibaldina. Un criminale politico è Mazzini – non comunista – ma combattente, come i fratelli Bandiera, Pisacane, come più tardi gli antifascisti, come i partigiani, che andarono al patibolo portando addosso la scritta ammonitrice: “Banditen”. E’ così. “Banditen” fu Garibaldi, “banditen” fu Che Guevara, “banditen” sono sempre stati, per i Paesi che li hanno imprigionati e condannati a morte, tutti i combattenti della libertà. I tribunali che li hanno giudicati erano per lo più legalmente costituiti e i governi contro cui si sono battuti avevano credito internazionale, ambasciatori accreditati, facevano parte, insomma, del “concerto delle nazioni” ed esercitavano la legale violenza che uno Stato ha potestà di usare per far rispettare le proprie leggi. Da un punto di vista politico i rapporti tra potere costituito e rivoluzionari – veri, presunti o sedicenti – sono chiarissimi, si regolano senza problemi ed in genere la stragrande maggioranza dei contemporanei è dalla parte del potere costituito. I giudici e i governanti fanno il loro mestiere.
E perciò i governi governino, senza tirar fuori ogni volta che gli serve una “bomba intelligente” che capisce da sola quando deve esplodere, e non perdano tempo a scrivere la storia. Non serve: è la storia a decidere chi ha il futuro dalla propria parte. Vorrei vedere oggi un governo italiano che, ricordando le vicende politiche che conducono alla nascita politica del Paese, definisca terroristi – o, perché no?, anarchici insurrezionalisti – i fratelli Bandiera, Carlo Pisacane, Mazzini, Garibaldi e, ciò che sarebbe coerenza, Silvio Spaventa, che fu ad un tempo “banditen” per i Borboni e persecutore di “banditen” per i Savoia.
Ciò che stiamo perdendo in questi anni non è il senso dello Stato. No. Quello che stiamo perdendo è il senso del ridicolo. E’ talvolta il primo segnale d’una catastrofe.
Fonte:Il blog di Giuseppe Aragno
Segnalazione ASDS
lunedì 21 dicembre 2009
PONTE STRETTO: POLITICI E SINDACALISTI, INVESTIRE SU ALTRO

(AGI) - Reggio Calabria, 19 dic.- Nel corteo di questa mattina per dire no alla costruzione del ponte sullo Stretto anche rappresentanti della Giunta regionale. “E’ un bel risultato che la Regione abbia deciso di uscire dalla Stretto di Messina. Questa e’ una scelta che pone le basi e crea le condizioni per fare una bella battaglia e chiedere che vada avanti una nuova politica per questo territorio. C’e’ questo annuncio che secondo me e’ solo propaganda. Il 23 dicembre non si aprira’ alcun cantiere, parliamoci chiaro”. Lo ha detto l’assessore Michelangelo Tripodi, mentre il suo collega di Giunta Demetrio Naccari Carlizzi ha tenuto a sottolineare: “E’ caduto l’ultimo velo dell’ipocrisia sull’assenza di una politica dei trasporti e delle infrastrutture nel Mezzogiorno. E’ una carenza anche a livello nazionale, pero’ nel centro nord si stanno concentrando una serie di investimenti che al sud mancano. Qui si vuole sostituire una politica seria, di risoluzione dei problemi, di ammodernamento delle tratte con l’opera immaginifica del faraone. Questo non e’ piu’ possibile perche’ i cittadini e le imprese hanno bisogno di piu’ logistica, di piu’ servizi, di ridurre le spese per il trasporto dei prodotti e accorciare i tempi e di avere una qualita’ che oggi non e’ assicurata”. Il consigliere regionale di Rifondazione Comunista Nino De Gaetano, da parte sua, ha sostenuto che “il Ponte e’ un’opera inutile, che serve soltanto a chi vuole speculare, a chi vuole distruggere l’ambiente. Invece noi chiediamo al governo Berlusconi che i soldi del ponte vengano investiti per strade, ferrovia, autostrada, per realizzare il doppio binario nella tratta ionica, di fare le trasversali, la Gallico - Gambarie chiediamo di fare opere che permettano lo sviluppo del territorio”. Giorgio Cremaschi, segretario generale della Fiom - Cgil, ritiene che la decisione di realizzare la grande infrastruttura e’ una truffa per i meridionali : “Si promette lavoro, ma si fanno affari. Noi pensiamo - ha sottolineato - che i soldi che si stanno sprecando per il ponte potrebbero essere usati per politiche del lavoro piu’ reali e a piu’ forte impatto occupazionale. In primo luogo rafforzando il sistema industriale calabrese, con in testa le industrie Omeca e Nuovo Pignone, e poi impegnando i soldi di quest’opera faraonica per il risanamento degli ospedali e delle scuole. Il che comporterebbe una grande quantita’ di lavoro che risolverebbe questioni concrete non solo dei calabresi e dei siciliani, ma dell’intero Mezzogiorno’.(AGI) Cli
Segnalazione:ASDS
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(AGI) - Reggio Calabria, 19 dic.- Nel corteo di questa mattina per dire no alla costruzione del ponte sullo Stretto anche rappresentanti della Giunta regionale. “E’ un bel risultato che la Regione abbia deciso di uscire dalla Stretto di Messina. Questa e’ una scelta che pone le basi e crea le condizioni per fare una bella battaglia e chiedere che vada avanti una nuova politica per questo territorio. C’e’ questo annuncio che secondo me e’ solo propaganda. Il 23 dicembre non si aprira’ alcun cantiere, parliamoci chiaro”. Lo ha detto l’assessore Michelangelo Tripodi, mentre il suo collega di Giunta Demetrio Naccari Carlizzi ha tenuto a sottolineare: “E’ caduto l’ultimo velo dell’ipocrisia sull’assenza di una politica dei trasporti e delle infrastrutture nel Mezzogiorno. E’ una carenza anche a livello nazionale, pero’ nel centro nord si stanno concentrando una serie di investimenti che al sud mancano. Qui si vuole sostituire una politica seria, di risoluzione dei problemi, di ammodernamento delle tratte con l’opera immaginifica del faraone. Questo non e’ piu’ possibile perche’ i cittadini e le imprese hanno bisogno di piu’ logistica, di piu’ servizi, di ridurre le spese per il trasporto dei prodotti e accorciare i tempi e di avere una qualita’ che oggi non e’ assicurata”. Il consigliere regionale di Rifondazione Comunista Nino De Gaetano, da parte sua, ha sostenuto che “il Ponte e’ un’opera inutile, che serve soltanto a chi vuole speculare, a chi vuole distruggere l’ambiente. Invece noi chiediamo al governo Berlusconi che i soldi del ponte vengano investiti per strade, ferrovia, autostrada, per realizzare il doppio binario nella tratta ionica, di fare le trasversali, la Gallico - Gambarie chiediamo di fare opere che permettano lo sviluppo del territorio”. Giorgio Cremaschi, segretario generale della Fiom - Cgil, ritiene che la decisione di realizzare la grande infrastruttura e’ una truffa per i meridionali : “Si promette lavoro, ma si fanno affari. Noi pensiamo - ha sottolineato - che i soldi che si stanno sprecando per il ponte potrebbero essere usati per politiche del lavoro piu’ reali e a piu’ forte impatto occupazionale. In primo luogo rafforzando il sistema industriale calabrese, con in testa le industrie Omeca e Nuovo Pignone, e poi impegnando i soldi di quest’opera faraonica per il risanamento degli ospedali e delle scuole. Il che comporterebbe una grande quantita’ di lavoro che risolverebbe questioni concrete non solo dei calabresi e dei siciliani, ma dell’intero Mezzogiorno’.(AGI) Cli
Segnalazione:ASDS
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Debito Pubblico Inestinguibile Andrea Ricci Univeristà Urbino 10/12/2009
Ascoli Piceno 10 dicembre 2009 La crisi economica e finanziaria Andrea Ricci docente di Economia Internazionale presso l'Università di Urbino http://www.primit.it/ fonte: JFK11110
Ascoli Piceno 10 dicembre 2009 La crisi economica e finanziaria Andrea Ricci docente di Economia Internazionale presso l'Università di Urbino http://www.primit.it/ fonte: JFK11110
Quelle logge iniziatiche che videro Milano capitale di «fratellanza»

Sembra che a introdurre le idee massoniche a Milano, attorno alla metà del Settecento, sia stato un orologiaio ginevrino, Pierre George Madiot, fondatore di una loggia a cui si affiliarono parecchi nobili (i Castelbarco, gli Alari e i Casnedi tra gli altri) e qualche alto ufficiale dell'esercito. La data di nascita ufficiale della massoneria ambrosiana è però comunemente fissata al 1805, l'anno in cui alcuni notabili napoleonici costituiscono nel capoluogo lombardo il Supremo Consiglio d'Italia del Rito Scozzese Antico Accettato, cioè il primo nucleo di una struttura capillare, minuziosamente organizzata e con forti legami internazionali che si estende velocemente al resto d'Italia e che dà un contributo determinante alla storia del Risorgimento.
Milano è insomma il luogo di nascita della moderna massoneria italiana e resta la sua città di riferimento per buona parte del XIX secolo. In questo periodo la classe dirigente della città, quasi al completo, ha nelle logge i suoi punti di ritrovo abituali. Per capire quanto sia massonico l'Ottocento milanese è sufficiente dare una scorsa alla toponomastica del centro: Vincenzo Monti, Andrea Appiani, Pietro Maroncelli, Melchiorre Gioia, Gaetano Pini, Giuseppe Missori, per non citare che i nomi più conosciuti, sono degli illustri «fratelli», così come molti esponenti delle famiglie Belgioioso e Parravicini (nella cappella di questi ultimi al Cimitero Monumentale sono tuttora ben visibili la squadra e il compasso). Milano può addirittura contare su un arcivescovo «libero muratore»: si tratta del cardinale austriaco Carlo Gaetano di Gaysruk, titolare della diocesi ambrosiana dal 1818 al 1846, che in nome della fratellanza massonica intercede presso la corte di Vienna per proteggere i liberali lombardi, pressoché tutti membri di logge.
Tra Ottocento e Novecento la massoneria è al centro della vita economica della città. La Banca Commerciale Italiana, fondata a Milano dal «fratello» Giuseppe Toeplitz, si inserisce in una vasta ragnatela finanziaria costituita da logge europee e americane. Parallelamente, e in nome di quel progresso sociale da sempre auspicato dai «liberi muratori», la massoneria milanese dà un contributo determinante alla nascita della Camera del Lavoro. Tuttora esponenti della CGIL e membri del Grande Oriente d'Italia siedono fianco a fianco nel consiglio di amministrazione della Società Umanitaria, il lascito più importante di quella stagione di fervore massonico.
Filantropismo e alta finanza, spiritualità iniziatica e condizionamenti politici continuano a mescolarsi, nella storia delle «obbedienze» ambrosiane, per tutto il Novecento. Dopo lo scioglimento del Grande Oriente attuato nel 1925 dal Fascismo (peraltro fondato nel 1919 a Milano da ben sedici massoni e in casa del «fratello» Cesare Goldmann), le logge si ricostituiscono alla fine della seconda guerra mondiale. È questo il momento in cui il volto della massoneria assume il suo aspetto più opaco. Nascono varie logge coperte, dedite alla gestione di un potere occulto, come la P2. Ma anche come la meno nota (e molto meno deleteria) «Giustizia e Libertà» alla quale, secondo il massimo storico della massoneria italiana, Aldo Mola, avrebbero aderito esponenti di un potere trasversale che ha base a Milano: dal presidente di Mediobanca, Enrico Cuccia, al dirigente del PCI Gianni Cervetti.
Oggi la massoneria milanese è soprattutto un'istituzione culturale, che ha fortemente accentuato il suo aspetto spirituale e ha compiuto un grande sforzo di trasparenza. I suoi membri sono soprattutto liberi professionisti e, in misura sempre crescente, intellettuali e artisti. Che hanno nel milanese d'adozione Salvatore Quasimodo, poeta innamorato della notte, del suo culto e dei suoi templi, un precedente illustre.
Fonte:Il Giornale
Segnalazione:ASDS
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Sembra che a introdurre le idee massoniche a Milano, attorno alla metà del Settecento, sia stato un orologiaio ginevrino, Pierre George Madiot, fondatore di una loggia a cui si affiliarono parecchi nobili (i Castelbarco, gli Alari e i Casnedi tra gli altri) e qualche alto ufficiale dell'esercito. La data di nascita ufficiale della massoneria ambrosiana è però comunemente fissata al 1805, l'anno in cui alcuni notabili napoleonici costituiscono nel capoluogo lombardo il Supremo Consiglio d'Italia del Rito Scozzese Antico Accettato, cioè il primo nucleo di una struttura capillare, minuziosamente organizzata e con forti legami internazionali che si estende velocemente al resto d'Italia e che dà un contributo determinante alla storia del Risorgimento.
Milano è insomma il luogo di nascita della moderna massoneria italiana e resta la sua città di riferimento per buona parte del XIX secolo. In questo periodo la classe dirigente della città, quasi al completo, ha nelle logge i suoi punti di ritrovo abituali. Per capire quanto sia massonico l'Ottocento milanese è sufficiente dare una scorsa alla toponomastica del centro: Vincenzo Monti, Andrea Appiani, Pietro Maroncelli, Melchiorre Gioia, Gaetano Pini, Giuseppe Missori, per non citare che i nomi più conosciuti, sono degli illustri «fratelli», così come molti esponenti delle famiglie Belgioioso e Parravicini (nella cappella di questi ultimi al Cimitero Monumentale sono tuttora ben visibili la squadra e il compasso). Milano può addirittura contare su un arcivescovo «libero muratore»: si tratta del cardinale austriaco Carlo Gaetano di Gaysruk, titolare della diocesi ambrosiana dal 1818 al 1846, che in nome della fratellanza massonica intercede presso la corte di Vienna per proteggere i liberali lombardi, pressoché tutti membri di logge.
Tra Ottocento e Novecento la massoneria è al centro della vita economica della città. La Banca Commerciale Italiana, fondata a Milano dal «fratello» Giuseppe Toeplitz, si inserisce in una vasta ragnatela finanziaria costituita da logge europee e americane. Parallelamente, e in nome di quel progresso sociale da sempre auspicato dai «liberi muratori», la massoneria milanese dà un contributo determinante alla nascita della Camera del Lavoro. Tuttora esponenti della CGIL e membri del Grande Oriente d'Italia siedono fianco a fianco nel consiglio di amministrazione della Società Umanitaria, il lascito più importante di quella stagione di fervore massonico.
Filantropismo e alta finanza, spiritualità iniziatica e condizionamenti politici continuano a mescolarsi, nella storia delle «obbedienze» ambrosiane, per tutto il Novecento. Dopo lo scioglimento del Grande Oriente attuato nel 1925 dal Fascismo (peraltro fondato nel 1919 a Milano da ben sedici massoni e in casa del «fratello» Cesare Goldmann), le logge si ricostituiscono alla fine della seconda guerra mondiale. È questo il momento in cui il volto della massoneria assume il suo aspetto più opaco. Nascono varie logge coperte, dedite alla gestione di un potere occulto, come la P2. Ma anche come la meno nota (e molto meno deleteria) «Giustizia e Libertà» alla quale, secondo il massimo storico della massoneria italiana, Aldo Mola, avrebbero aderito esponenti di un potere trasversale che ha base a Milano: dal presidente di Mediobanca, Enrico Cuccia, al dirigente del PCI Gianni Cervetti.
Oggi la massoneria milanese è soprattutto un'istituzione culturale, che ha fortemente accentuato il suo aspetto spirituale e ha compiuto un grande sforzo di trasparenza. I suoi membri sono soprattutto liberi professionisti e, in misura sempre crescente, intellettuali e artisti. Che hanno nel milanese d'adozione Salvatore Quasimodo, poeta innamorato della notte, del suo culto e dei suoi templi, un precedente illustre.
Fonte:Il Giornale
Segnalazione:ASDS
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domenica 20 dicembre 2009
Forze armate e privatizzate
di Gianluca Di Feo
Stiamo parlando di Difesa Servizi Spa, una creatura fortissimamente voluta da Ignazio La Russa e dal sottosegretario Guido Crosetto: una società per azioni, con le quote interamente in mano al ministero e otto consiglieri d'amministrazione scelti dal ministro, che avrà anche l'ultima parola sulla nomina dei dirigenti. Questa holding potrà spendere ogni anno tra i 3 e i 5 miliardi di euro senza rispondere al Parlamento o ad organismi neutrali. In più si metterà nel portafogli un patrimonio di immobili 'da valorizzare' pari a 4 miliardi. Sono cifre imponenti, un fatturato da multinazionale che passa di colpo dalle regole della pubblica amministrazione a quelle del mondo privato. Ma questa Spa avrà altre prerogative abbastanza singolari. Ed elettrizzanti. Potrà costruire centrali energetiche d'ogni tipo sfuggendo alle autorizzazioni degli enti locali: dal nucleare ai termovalorizzatori, nelle basi e nelle caserme privatizzate sarà possibile piazzare di tutto. Bruciare spazzatura o installare reattori atomici? Signorsì! Segreto militare e interesse economico si sposeranno, cancellando ogni parere delle comunità e ogni ruolo degli enti locali. Comuni, province e regioni resteranno fuori dai reticolati con la scritta 'zona militare', utilizzati in futuro per difendere ricchi business. Infine, la Spa si occuperà di 'sponsorizzazioni'. Altro termine vago. Si useranno caccia, incrociatori e carri armati per fare pubblicità? Qualunque ditta è pronta a investire per comparire sulle ali delle Frecce Tricolori, che finora hanno solo propagandato l'immagine della Nazione. Ma ci saranno consigli per gli acquisti sulle fiancate della nuova portaerei Cavour o sugli stendardi dei reparti che sfilano il 2 giugno in diretta tv?
Lo scippo. Quali saranno i reali poteri della Spa non è chiaro: le regole verranno stabilite da un decreto di La Russa. Perché dopo oltre un anno di dibattiti, il parto è avvenuto con un raid notturno che ha inserito cinque articoletti nella Finanziaria. "In diciotto mesi la maggioranza non ha mai voluto confrontarsi. Noi abbiamo tentato il dialogo fino all'ultimo, loro hanno fatto un blitz per imporre la riforma", spiega Rosa Villecco Calipari, capogruppo Pd in commissione Difesa: "I tagli alla Difesa sono un dato oggettivo, dovevano essere la premessa per cercare punti di convergenza. La tutela dello Stato non può avere differenze politiche, invece la destra ha tenuto una posizione di scontro fino a questo scippo inserito nella Finanziaria".
Non si capisce nemmeno quanti soldi verranno manovrati dalla holding. Difesa Servizi gestirà tutte le forniture tranne gli armamenti, che rimarranno nelle competenze degli Stati maggiori. Ma cosa si intende per armamenti? Di sicuro cannoni, missili, caccia e incrociatori. E gli elicotteri? E i camion? E i radar e i sistemi elettronici? Quest'ultima voce ormai rappresenta la fetta più consistente dei bilanci, perché anche il singolo paracadutista si porta addosso una serie di congegni costosissimi. La definizione di questo confine permetterà anche di capire se questa privatizzazione può configurare un futuro ancora più inquietante: una sorta di duopolio bellico. Finmeccanica, holding a controllo statale che ingaggia legioni di ex generali, oggi vende circa il 60 per cento dei sistemi delle forze armate. E a comprarli sarà un'altra spa: due entità alimentate con soldi pubblici che fanno affari privati. Con burattinai politici che ne scelgono gli amministratori. All'orizzonte sembra incarnarsi un mostro a due teste che resuscita gli slogan degli anni Settanta. Ricordate? 'L'imperialismo del complesso industriale-militare'. Un fantasma che improvvisamente si materializza nell'opera del governo Berlusconi.
Gli immobili. Questa Finanziaria in realtà realizza un altro dei sogni rivoluzionari: l'assalto alle caserme. È una corsa agli immobili della Difesa per fare cassa, sotto la protezione di una cortina fumogena. La vera battaglia è quella per espugnare un patrimonio sterminato: edifici che valgono oro nel centro di Roma, Milano, Bologna, Firenze, Torino, Venezia. Un'altra catena di fortezze, poligoni, torri e isole in località di grande fascino che va dalle Alpi alla Sicilia. Da dieci anni si cerca di trovare acquirenti, con scarsi risultati: dei 345 beni ex militari messi all'asta dal governo Prodi, il Demanio è riuscito a piazzarne solo otto. Adesso, dopo un lungo braccio di ferro tra La Russa e Tremonti, si sta per scatenare l'attacco finale. Con una sola certezza: i militari verranno sconfitti, mentre sono molti a pensare che a vincere sarà solo la speculazione. All'inizio Difesa Servizi doveva occuparsi anche della vendita degli edifici: la nascente spa a giugno si è presentata alla Borsa immobiliare di Cannes con tanto di brochure per magnificare il suo catalogo. Qualche perla? L'isola di Palmaria, di fronte a Portovenere, gioiello del Golfo dei Poeti affacciato sulle scogliere delle Cinque Terre. L'arsenale di Venezia, con ampi volumi e architetture suggestive, e un castello circondato dalla Laguna. La roccaforte nell'angolo più bello di Siracusa, pronta a diventare albergo e yacht club. La Macao, un complesso gigantesco con tanto di eliporto nel cuore di Roma, palazzi a Prati e ai piedi dei Parioli. Aree senza prezzo in via Monti incastonate nel centro di Milano. Ma il dicastero di Tremonti ha puntato i piedi: proprietà e vendita restano al Tesoro, che le affiderà a società esterne. Con un doppio benefit, secondo le valutazioni del Pd, per renderle ancora più appetibili. Chi compra, potrà aumentare la cubatura di un terzo. E avrà bisogno solo del permesso del Comune: Provincia e Regione vengono tagliate fuori, aprendo la strada a progetti lampo. Questo banchetto prevede che metà dell'incasso vada allo Stato; ai municipi andrà dal 20 al 30 per cento; il resto ai militari. Difesa Servizi però intanto può 'valorizzare' i beni. Come? Non viene precisato. In attesa della cessione, potrà forse affittarli o darli in concessione come alberghi, uffici o parcheggi.
Intanto però gli appetiti si stanno scatenando. E fette della torta finiscono in pasto alle amministrazioni amiche. Con giochi di finanza creativa. A Gianni Alemanno per Roma Capitale sono state concesse caserme per oltre mezzo miliardo di euro. O meglio, il loro valore cash: il Tesoro anticiperà i quattrini, da recuperare con la vendita degli scrigni di viale Angelico, Castro Pretorio, via Guido Reni e di un paio di fortezze ottocentesche ormai inglobate dalla metropoli. Qualcosa di simile potrebbe essere regalato a Letizia Moratti, per lenire il vuoto nelle casse dell'Expo: un bel pacco dono di camerate e magazzini con vista sul Duomo. "Così le logiche diventano altre: non c'è più tutela del bene pubblico ma l'esternalizzare fondi e beni pubblici attraverso norme privatistiche", dichiara Rosa Calipari Villecco, sottolineando l'assenza di magistrati della Corte dei conti o altre figure di garanzia nella nuova spa. Un anno fa i militari avevano manifestato insofferenza per questa disfatta edizilia. Il capo di Stato maggiore Vincenzo Camporini aveva fatto presente che era stato ceduto un tesoro da un miliardo e mezzo di euro senza "adeguato contraccambio". Oggi, come spiega l'onorevole Calipari, "non si sa nemmeno tra quanti anni le forze armate riceveranno i profitti delle vendite". Eppure i generali tacciono. Una volta ai soldati veniva insegnato 'Credere, obbedire, combattere'; adesso il motto della Difesa privatizzata è 'economicità, efficienza, produttività'. La regola dell'obbedienza è rimasta però salda. E con i tagli al bilancio imposti da Tremonti - in un trennio oltre 2,5 miliardi in meno - anche gli spiccioli della nuova holding diventano vitali per tirare avanti e garantire l'efficienza di missioni ad alto rischio, Afghanistan in testa.
Business con logo. Di sicuro, Difesa Servizi Spa sfrutterà le royalties sui marchi delle forze armate. Un business ghiotto. Il brand di maggiore successo è quello dell'Aeronautica. Felpe, t-shirt, giubbotti e persino caschi con il simbolo delle Frecce Tricolori spopolano con un mercato che non conosce distinzioni d'età e di orientamento politico. Anche l'Esercito si è mosso sulla scia: sono stati aperti persino negozi monomarca, con zaini e tute che sfoggiano i simboli dei corpi d'élite. Finora gli Stati maggiori barattavano l'uso degli stemmi con compensazioni in servizi: restauri di caserme, costruzione di palestre. D'ora in poi, invece, i loghi saranno venduti a vantaggio della Spa. Questo è l'unico punto chiaro della legge, che introduce sanzioni per le mimetiche senza licenza commerciale: anche 5 mila euro di multa. "La questione delle sponsorizzazioni è una foglia di fico per coprire altre vergogne. Tanto più che alla difesa vanno solo briciole", taglia corto il senatore Scanu. E trasformare il prestigio delle bandiere in denaro, però, non richiedeva la privatizzazione. La Marina ha appena pubblicato sui giornali un bando per mettere all'asta lo sfruttamento della sua insegna: si parte da 150 mila euro l'anno. Con molta trasparenza e senza foraggiare il cda scelto dal ministro di turno.
di Gianluca Di Feo
Stiamo parlando di Difesa Servizi Spa, una creatura fortissimamente voluta da Ignazio La Russa e dal sottosegretario Guido Crosetto: una società per azioni, con le quote interamente in mano al ministero e otto consiglieri d'amministrazione scelti dal ministro, che avrà anche l'ultima parola sulla nomina dei dirigenti. Questa holding potrà spendere ogni anno tra i 3 e i 5 miliardi di euro senza rispondere al Parlamento o ad organismi neutrali. In più si metterà nel portafogli un patrimonio di immobili 'da valorizzare' pari a 4 miliardi. Sono cifre imponenti, un fatturato da multinazionale che passa di colpo dalle regole della pubblica amministrazione a quelle del mondo privato. Ma questa Spa avrà altre prerogative abbastanza singolari. Ed elettrizzanti. Potrà costruire centrali energetiche d'ogni tipo sfuggendo alle autorizzazioni degli enti locali: dal nucleare ai termovalorizzatori, nelle basi e nelle caserme privatizzate sarà possibile piazzare di tutto. Bruciare spazzatura o installare reattori atomici? Signorsì! Segreto militare e interesse economico si sposeranno, cancellando ogni parere delle comunità e ogni ruolo degli enti locali. Comuni, province e regioni resteranno fuori dai reticolati con la scritta 'zona militare', utilizzati in futuro per difendere ricchi business. Infine, la Spa si occuperà di 'sponsorizzazioni'. Altro termine vago. Si useranno caccia, incrociatori e carri armati per fare pubblicità? Qualunque ditta è pronta a investire per comparire sulle ali delle Frecce Tricolori, che finora hanno solo propagandato l'immagine della Nazione. Ma ci saranno consigli per gli acquisti sulle fiancate della nuova portaerei Cavour o sugli stendardi dei reparti che sfilano il 2 giugno in diretta tv?
Lo scippo. Quali saranno i reali poteri della Spa non è chiaro: le regole verranno stabilite da un decreto di La Russa. Perché dopo oltre un anno di dibattiti, il parto è avvenuto con un raid notturno che ha inserito cinque articoletti nella Finanziaria. "In diciotto mesi la maggioranza non ha mai voluto confrontarsi. Noi abbiamo tentato il dialogo fino all'ultimo, loro hanno fatto un blitz per imporre la riforma", spiega Rosa Villecco Calipari, capogruppo Pd in commissione Difesa: "I tagli alla Difesa sono un dato oggettivo, dovevano essere la premessa per cercare punti di convergenza. La tutela dello Stato non può avere differenze politiche, invece la destra ha tenuto una posizione di scontro fino a questo scippo inserito nella Finanziaria".
Non si capisce nemmeno quanti soldi verranno manovrati dalla holding. Difesa Servizi gestirà tutte le forniture tranne gli armamenti, che rimarranno nelle competenze degli Stati maggiori. Ma cosa si intende per armamenti? Di sicuro cannoni, missili, caccia e incrociatori. E gli elicotteri? E i camion? E i radar e i sistemi elettronici? Quest'ultima voce ormai rappresenta la fetta più consistente dei bilanci, perché anche il singolo paracadutista si porta addosso una serie di congegni costosissimi. La definizione di questo confine permetterà anche di capire se questa privatizzazione può configurare un futuro ancora più inquietante: una sorta di duopolio bellico. Finmeccanica, holding a controllo statale che ingaggia legioni di ex generali, oggi vende circa il 60 per cento dei sistemi delle forze armate. E a comprarli sarà un'altra spa: due entità alimentate con soldi pubblici che fanno affari privati. Con burattinai politici che ne scelgono gli amministratori. All'orizzonte sembra incarnarsi un mostro a due teste che resuscita gli slogan degli anni Settanta. Ricordate? 'L'imperialismo del complesso industriale-militare'. Un fantasma che improvvisamente si materializza nell'opera del governo Berlusconi.
Gli immobili. Questa Finanziaria in realtà realizza un altro dei sogni rivoluzionari: l'assalto alle caserme. È una corsa agli immobili della Difesa per fare cassa, sotto la protezione di una cortina fumogena. La vera battaglia è quella per espugnare un patrimonio sterminato: edifici che valgono oro nel centro di Roma, Milano, Bologna, Firenze, Torino, Venezia. Un'altra catena di fortezze, poligoni, torri e isole in località di grande fascino che va dalle Alpi alla Sicilia. Da dieci anni si cerca di trovare acquirenti, con scarsi risultati: dei 345 beni ex militari messi all'asta dal governo Prodi, il Demanio è riuscito a piazzarne solo otto. Adesso, dopo un lungo braccio di ferro tra La Russa e Tremonti, si sta per scatenare l'attacco finale. Con una sola certezza: i militari verranno sconfitti, mentre sono molti a pensare che a vincere sarà solo la speculazione. All'inizio Difesa Servizi doveva occuparsi anche della vendita degli edifici: la nascente spa a giugno si è presentata alla Borsa immobiliare di Cannes con tanto di brochure per magnificare il suo catalogo. Qualche perla? L'isola di Palmaria, di fronte a Portovenere, gioiello del Golfo dei Poeti affacciato sulle scogliere delle Cinque Terre. L'arsenale di Venezia, con ampi volumi e architetture suggestive, e un castello circondato dalla Laguna. La roccaforte nell'angolo più bello di Siracusa, pronta a diventare albergo e yacht club. La Macao, un complesso gigantesco con tanto di eliporto nel cuore di Roma, palazzi a Prati e ai piedi dei Parioli. Aree senza prezzo in via Monti incastonate nel centro di Milano. Ma il dicastero di Tremonti ha puntato i piedi: proprietà e vendita restano al Tesoro, che le affiderà a società esterne. Con un doppio benefit, secondo le valutazioni del Pd, per renderle ancora più appetibili. Chi compra, potrà aumentare la cubatura di un terzo. E avrà bisogno solo del permesso del Comune: Provincia e Regione vengono tagliate fuori, aprendo la strada a progetti lampo. Questo banchetto prevede che metà dell'incasso vada allo Stato; ai municipi andrà dal 20 al 30 per cento; il resto ai militari. Difesa Servizi però intanto può 'valorizzare' i beni. Come? Non viene precisato. In attesa della cessione, potrà forse affittarli o darli in concessione come alberghi, uffici o parcheggi.
Intanto però gli appetiti si stanno scatenando. E fette della torta finiscono in pasto alle amministrazioni amiche. Con giochi di finanza creativa. A Gianni Alemanno per Roma Capitale sono state concesse caserme per oltre mezzo miliardo di euro. O meglio, il loro valore cash: il Tesoro anticiperà i quattrini, da recuperare con la vendita degli scrigni di viale Angelico, Castro Pretorio, via Guido Reni e di un paio di fortezze ottocentesche ormai inglobate dalla metropoli. Qualcosa di simile potrebbe essere regalato a Letizia Moratti, per lenire il vuoto nelle casse dell'Expo: un bel pacco dono di camerate e magazzini con vista sul Duomo. "Così le logiche diventano altre: non c'è più tutela del bene pubblico ma l'esternalizzare fondi e beni pubblici attraverso norme privatistiche", dichiara Rosa Calipari Villecco, sottolineando l'assenza di magistrati della Corte dei conti o altre figure di garanzia nella nuova spa. Un anno fa i militari avevano manifestato insofferenza per questa disfatta edizilia. Il capo di Stato maggiore Vincenzo Camporini aveva fatto presente che era stato ceduto un tesoro da un miliardo e mezzo di euro senza "adeguato contraccambio". Oggi, come spiega l'onorevole Calipari, "non si sa nemmeno tra quanti anni le forze armate riceveranno i profitti delle vendite". Eppure i generali tacciono. Una volta ai soldati veniva insegnato 'Credere, obbedire, combattere'; adesso il motto della Difesa privatizzata è 'economicità, efficienza, produttività'. La regola dell'obbedienza è rimasta però salda. E con i tagli al bilancio imposti da Tremonti - in un trennio oltre 2,5 miliardi in meno - anche gli spiccioli della nuova holding diventano vitali per tirare avanti e garantire l'efficienza di missioni ad alto rischio, Afghanistan in testa.
Business con logo. Di sicuro, Difesa Servizi Spa sfrutterà le royalties sui marchi delle forze armate. Un business ghiotto. Il brand di maggiore successo è quello dell'Aeronautica. Felpe, t-shirt, giubbotti e persino caschi con il simbolo delle Frecce Tricolori spopolano con un mercato che non conosce distinzioni d'età e di orientamento politico. Anche l'Esercito si è mosso sulla scia: sono stati aperti persino negozi monomarca, con zaini e tute che sfoggiano i simboli dei corpi d'élite. Finora gli Stati maggiori barattavano l'uso degli stemmi con compensazioni in servizi: restauri di caserme, costruzione di palestre. D'ora in poi, invece, i loghi saranno venduti a vantaggio della Spa. Questo è l'unico punto chiaro della legge, che introduce sanzioni per le mimetiche senza licenza commerciale: anche 5 mila euro di multa. "La questione delle sponsorizzazioni è una foglia di fico per coprire altre vergogne. Tanto più che alla difesa vanno solo briciole", taglia corto il senatore Scanu. E trasformare il prestigio delle bandiere in denaro, però, non richiedeva la privatizzazione. La Marina ha appena pubblicato sui giornali un bando per mettere all'asta lo sfruttamento della sua insegna: si parte da 150 mila euro l'anno. Con molta trasparenza e senza foraggiare il cda scelto dal ministro di turno.
Messaggio per la Endemol-Generation
Scene in cui Pasolini descrive con una inquietante capacità predittiva uno dei mali dei giorni nostri
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