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mercoledì 25 novembre 2009
L'on. Luciano Violante rivelazione straordinaria
Telemonteorlando intervista l'on. Luciano Violante rilevazioni sul papello fornito da ciancimino agli inquerenti ed al settimanale L'Espresso
Telemonteorlando intervista l'on. Luciano Violante rilevazioni sul papello fornito da ciancimino agli inquerenti ed al settimanale L'Espresso
martedì 24 novembre 2009
Napoli fuori dagli Europei 2016 - Al momento la terza metropoli d’Italia non merita la ribalta europea
Le città pretendenti dovevano consegnare entro il 19 Novembre un progetto definito di rilancio degli stadi. Napoli non ha presentato nulla oltre a delle ipotetiche “idee” snocciolate da un tecnico inviato da Palazzo San Giacomo, imbarazzato di fronte ai documenti programmatici puntualmente redatti e conferiti dalle amministrazioni comunali di Roma, Milano, Torino, Palermo, Bari, Firenze, Cagliari, Udine e Verona. Ma non sono solo queste le nove città che contendono a Napoli il posto che le spetterebbe e che, stante l’attuale bocciatura, dovrebbero avere la strada spianata; in verità l’estromissione di Napoli apre speranze persino a città minori come Bergamo, Lecce, Perugia, Siena e altre due località (non ancora note) dell’Emilia Romagna le cui amministrazioni hanno presentato progetti e gongolano di speranza per le omissioni di casa nostra.
I nodi vengono dunque al pettine e le insostenibili condizioni dello stadio “San Paolo” producono il “bubbone” che è solo la punta dell’iceberg dell’impiantistica sportiva napoletana. Circa sei milioni di euro annui di manutenzione sottratti alle esigue finanze comunali dal gigante d’argilla di Fuorigrotta. Soldi che bastano a stento a tenerlo in piedi e che sottraggono risorse alla rete impiantistica comunale che, per un naturale effetto domino, vede infatti il palasport “Mario Argento” in macerie e lo stadio “Collana” inagibile, solo per fare due esempi.
Il Comune aveva pensato a mettere in vendita il “San Paolo”, aliendolo così dalle proprie competenze proprio per l’impossibilità di farsene carico. Anche i circa cento impiegati comunali che vi sono impegnati ormai gravano sensibilmente sul bilancio comunale. Se ne è discusso lo scorso 17 Novembre in un Consiglio Comunale a tema a seguito del quale si è poi deciso di non vendere più. In quell’occasione, il Sindaco Iervolino ha commesso una clamorosa gaffe e a chi gli chiedeva della vendita dell’impianto ha risposto “ma chi s’o pija?!”. Come dire che l’Amministrazione Comunale, comunque responsabile di avere portato lo stadio comunale allo sfascio, è consapevole di essere proprietario di un impianto inappetibile perché fatiscente. E purtroppo, la battuta infelice il Sindaco l’ha pronunciata ridendo, quasi non si trattasse di un dramma, uno dei tanti della città. Il Presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis aveva già fatto capire le sue intenzioni dichiarando: “A me il San Paolo? Neppure se mi pagano".
Non resta che sperare nella legge Crimi che, se approvata, darebbe la possibilità di affidare gli stadi comunali e il relativo diritto di superficie alle società di calcio che li utilizzano per almeno 20 anni. Il diritto di superficie peraltro consente ai club che utilizzano gli stadi di diventare proprietari o concessionari di tutti gli spazi circostanti e delle eventuali cubature esistenti a ridosso degli impianti. Dunque, il Comune non vende perché sa che nessuno compra e allora non resta che rivalutare lo stadio. Già, ma con quali soldi?
In tutto questo, il Comune di Napoli non ha pensato a redigere alcun progetto come richiesto dalla F.I.G.C. Città quindi schiaffeggiata e umiliata ancora una volta per colpe della sua Amministrazione Comunale. Ma perché stupirsi della bocciatura “sportiva” se anche l’UNESCO aspetta invano il “Piano di Gestione” per il centro storico da quattordici anni, necessario a mantenere la città nella lista dei siti patrimoni dell’umanità?
Fonte:Napoli.com
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Le città pretendenti dovevano consegnare entro il 19 Novembre un progetto definito di rilancio degli stadi. Napoli non ha presentato nulla oltre a delle ipotetiche “idee” snocciolate da un tecnico inviato da Palazzo San Giacomo, imbarazzato di fronte ai documenti programmatici puntualmente redatti e conferiti dalle amministrazioni comunali di Roma, Milano, Torino, Palermo, Bari, Firenze, Cagliari, Udine e Verona. Ma non sono solo queste le nove città che contendono a Napoli il posto che le spetterebbe e che, stante l’attuale bocciatura, dovrebbero avere la strada spianata; in verità l’estromissione di Napoli apre speranze persino a città minori come Bergamo, Lecce, Perugia, Siena e altre due località (non ancora note) dell’Emilia Romagna le cui amministrazioni hanno presentato progetti e gongolano di speranza per le omissioni di casa nostra.
I nodi vengono dunque al pettine e le insostenibili condizioni dello stadio “San Paolo” producono il “bubbone” che è solo la punta dell’iceberg dell’impiantistica sportiva napoletana. Circa sei milioni di euro annui di manutenzione sottratti alle esigue finanze comunali dal gigante d’argilla di Fuorigrotta. Soldi che bastano a stento a tenerlo in piedi e che sottraggono risorse alla rete impiantistica comunale che, per un naturale effetto domino, vede infatti il palasport “Mario Argento” in macerie e lo stadio “Collana” inagibile, solo per fare due esempi.
Il Comune aveva pensato a mettere in vendita il “San Paolo”, aliendolo così dalle proprie competenze proprio per l’impossibilità di farsene carico. Anche i circa cento impiegati comunali che vi sono impegnati ormai gravano sensibilmente sul bilancio comunale. Se ne è discusso lo scorso 17 Novembre in un Consiglio Comunale a tema a seguito del quale si è poi deciso di non vendere più. In quell’occasione, il Sindaco Iervolino ha commesso una clamorosa gaffe e a chi gli chiedeva della vendita dell’impianto ha risposto “ma chi s’o pija?!”. Come dire che l’Amministrazione Comunale, comunque responsabile di avere portato lo stadio comunale allo sfascio, è consapevole di essere proprietario di un impianto inappetibile perché fatiscente. E purtroppo, la battuta infelice il Sindaco l’ha pronunciata ridendo, quasi non si trattasse di un dramma, uno dei tanti della città. Il Presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis aveva già fatto capire le sue intenzioni dichiarando: “A me il San Paolo? Neppure se mi pagano".
Non resta che sperare nella legge Crimi che, se approvata, darebbe la possibilità di affidare gli stadi comunali e il relativo diritto di superficie alle società di calcio che li utilizzano per almeno 20 anni. Il diritto di superficie peraltro consente ai club che utilizzano gli stadi di diventare proprietari o concessionari di tutti gli spazi circostanti e delle eventuali cubature esistenti a ridosso degli impianti. Dunque, il Comune non vende perché sa che nessuno compra e allora non resta che rivalutare lo stadio. Già, ma con quali soldi?
In tutto questo, il Comune di Napoli non ha pensato a redigere alcun progetto come richiesto dalla F.I.G.C. Città quindi schiaffeggiata e umiliata ancora una volta per colpe della sua Amministrazione Comunale. Ma perché stupirsi della bocciatura “sportiva” se anche l’UNESCO aspetta invano il “Piano di Gestione” per il centro storico da quattordici anni, necessario a mantenere la città nella lista dei siti patrimoni dell’umanità?
Fonte:Napoli.com
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Antonio Ciano:Il Partito del Sud in forma autonoma alle prossime regionali in Campania contro dx, sx e "nuovi ascari"
Chi per tutta la vita ha servito la causa del nord non può presentarsi ora "vergine" a parlare di meridionalismo!
Chi per tutta la vita ha servito la causa del nord non può presentarsi ora "vergine" a parlare di meridionalismo!
Le origini risorgimentali della corruzione italiana

I moribondi di Palazzo Carignano,
di Giorgio Filograna
Vittorio Emanuele II rivolgendosi al plenipotenziario inglese August Paget dichiarò esplicitamente: “Ci sono due modi per governare gli italiani: con le baionette o con la corruzione”. Fece usare le une e l’altra con spregiudicata brutalità e così nacque l’Italia: una monarchia poco democratica fondata sulle tangenti. Il nuovo stato fu travagliato da molti scandali, dal crack della Banca Romana allo scandalo delle Regie Tabaccherie dove alcuni innocenti pagarono per colpe mai commesse (mentre il re poco prima si era appropriato di 20 milioni dell’epoca come “residuo” di bilancio ), sino alle grandi truffe delle ferrovie dove negli elenchi dei soci e nei bilanci c’erano ripetizioni e imprecisioni tali da meritare l’apertura di qualche fascicolo giudiziario.
L’avvenimento più imbarazzante fu però l’affare dei lavori del canale Cavour in cui fu coinvolto Gustavo Cavour, fratello del presidente del consiglio Camillo, uno dei maggiori azionisti della Cassa di Sconto, che se n’era accaparrato l’appalto grazie a capitali inglesi. I Cavour erano affaristi abilissimi e spregiudicati. Per esempio durante una carestia, quando il prezzo del pane era altissimo, la famiglia Cavour rappresentava la maggioranza degli azionisti dei mulini di Collegno che facevano incetta di farina e grano.
Ferdinando Petruccelli della Gattina, giornalista abile e sarcastico, ne diede un lucido resoconto nel suo libro I moribondi di Palazzo Carignano. Il Petruccelli era all’opposizione e non tollerava gli inutili rituali della retorica parlamentare. Nel suo libro leggiamo che la camera, composta da 443 deputati, era in realtà un esercito di principi, duchi, conti, marchesi, generali, ammiragli, avvocati, cavalieri e commendatori. C’erano anche un bey dell’impero Ottomano, qualche legion d’onore ed infine Giuseppe Verdi. Mancava invece Carlo Cattaneo il quale, pur essendo stato eletto per tre volte, si rifiutò di giurare fedeltà ai Savoia. Il centro del parlamento era definito la “zattera della Medusa, dove tutti i naufraghi sono aggrappati, tutti i superstiti, tutti gli sbandati. Essa è un ospizio degli invalidi”. La sinistra sembrava un arcipelago di anime in pena: mazziniani, garibaldini, pseudofederalisti e oltremontani ed infine gli “uccelli da passeggio” cioè l’estrema sinistra, così definita perché sempre sul punto di passare sui banchi della destra.
Intanto le tasse continuavano a crescere e i giornali del 1866 rilevarono che 22 milioni d’italiani avevano pagato il doppio delle tasse rispetto a 19 milioni di prussiani. A giudizio di Lord Clarendon il governo era una nullità e la corona d’Italia era a rischio con quel re “ignorante, bugiardo, intrigante che nessuno poteva servire senza danno per la propria reputazione”. A giudizio degli ambasciatori inglesi - in una nota diplomatica destinata a Londra - il più debole di tutti era il ministro degli esteri conte Campello: “La sua intelligenza è così limitata e appare così totalmente ignaro dei problemi del suo dicastero che tentare di avere una conversazione con lui equivale a perdere tempo”.
Seguiamo lo scandalo della Banca Romana nel resoconto del giornalista Pietro Sbarbaro. Sin dai tempi della Repubblica Romana di Mazzini era a capo dell’oligarchia della Banca un certo Tanlongo, che fu incaricato dai vari capi di governo (da Cavour a Giolitti fino a Crispi) di offrire somme considerevoli ad alcuni prelati che avrebbero dovuto ammorbidire il Vaticano sulla questione Unità d’Italia e di assecondare i fratelli della massoneria. A questi furono concessi prestiti personali estesi anche ad amici degli amici con l’emissione in eccedenza di banconote. Giolitti tentò di nascondere lo scandalo, comprese sei buste voluminose che riguardavano Crispi, ma l’affare fu scoperto. Il Tanlongo fu arrestato il 18/1/1893 e la sua difesa sostenne che le irregolarità erano state sollecitate dallo stesso governo. Alla caduta del governo Giolitti fu nominato Crispi il quale, per coprire lo scandalo, d’accordo con il re governò per un anno intero a camera blindata, cioè convocandola solo undici giorni. Fu dimostrato che la Banca Romana aveva consegnato illegalmente a Crispi 718.000 lire dell’epoca (13 miliardi d’oggi). Nessuno tuttavia osò intralciare lo statista che stravinse le elezioni e governò con ampi poteri. La fine politica di Crispi fu segnata dalla cattiva avventura coloniale in Africa, ma non mancarono altri moribondi ad occupare le aule del palazzo.
(Fonte: http://www.nostereis.org/Storia/frame.htm )
Segnalazione:http://www.centrostudifederici.org
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I moribondi di Palazzo Carignano,
di Giorgio Filograna
Vittorio Emanuele II rivolgendosi al plenipotenziario inglese August Paget dichiarò esplicitamente: “Ci sono due modi per governare gli italiani: con le baionette o con la corruzione”. Fece usare le une e l’altra con spregiudicata brutalità e così nacque l’Italia: una monarchia poco democratica fondata sulle tangenti. Il nuovo stato fu travagliato da molti scandali, dal crack della Banca Romana allo scandalo delle Regie Tabaccherie dove alcuni innocenti pagarono per colpe mai commesse (mentre il re poco prima si era appropriato di 20 milioni dell’epoca come “residuo” di bilancio ), sino alle grandi truffe delle ferrovie dove negli elenchi dei soci e nei bilanci c’erano ripetizioni e imprecisioni tali da meritare l’apertura di qualche fascicolo giudiziario.
L’avvenimento più imbarazzante fu però l’affare dei lavori del canale Cavour in cui fu coinvolto Gustavo Cavour, fratello del presidente del consiglio Camillo, uno dei maggiori azionisti della Cassa di Sconto, che se n’era accaparrato l’appalto grazie a capitali inglesi. I Cavour erano affaristi abilissimi e spregiudicati. Per esempio durante una carestia, quando il prezzo del pane era altissimo, la famiglia Cavour rappresentava la maggioranza degli azionisti dei mulini di Collegno che facevano incetta di farina e grano.
Ferdinando Petruccelli della Gattina, giornalista abile e sarcastico, ne diede un lucido resoconto nel suo libro I moribondi di Palazzo Carignano. Il Petruccelli era all’opposizione e non tollerava gli inutili rituali della retorica parlamentare. Nel suo libro leggiamo che la camera, composta da 443 deputati, era in realtà un esercito di principi, duchi, conti, marchesi, generali, ammiragli, avvocati, cavalieri e commendatori. C’erano anche un bey dell’impero Ottomano, qualche legion d’onore ed infine Giuseppe Verdi. Mancava invece Carlo Cattaneo il quale, pur essendo stato eletto per tre volte, si rifiutò di giurare fedeltà ai Savoia. Il centro del parlamento era definito la “zattera della Medusa, dove tutti i naufraghi sono aggrappati, tutti i superstiti, tutti gli sbandati. Essa è un ospizio degli invalidi”. La sinistra sembrava un arcipelago di anime in pena: mazziniani, garibaldini, pseudofederalisti e oltremontani ed infine gli “uccelli da passeggio” cioè l’estrema sinistra, così definita perché sempre sul punto di passare sui banchi della destra.
Intanto le tasse continuavano a crescere e i giornali del 1866 rilevarono che 22 milioni d’italiani avevano pagato il doppio delle tasse rispetto a 19 milioni di prussiani. A giudizio di Lord Clarendon il governo era una nullità e la corona d’Italia era a rischio con quel re “ignorante, bugiardo, intrigante che nessuno poteva servire senza danno per la propria reputazione”. A giudizio degli ambasciatori inglesi - in una nota diplomatica destinata a Londra - il più debole di tutti era il ministro degli esteri conte Campello: “La sua intelligenza è così limitata e appare così totalmente ignaro dei problemi del suo dicastero che tentare di avere una conversazione con lui equivale a perdere tempo”.
Seguiamo lo scandalo della Banca Romana nel resoconto del giornalista Pietro Sbarbaro. Sin dai tempi della Repubblica Romana di Mazzini era a capo dell’oligarchia della Banca un certo Tanlongo, che fu incaricato dai vari capi di governo (da Cavour a Giolitti fino a Crispi) di offrire somme considerevoli ad alcuni prelati che avrebbero dovuto ammorbidire il Vaticano sulla questione Unità d’Italia e di assecondare i fratelli della massoneria. A questi furono concessi prestiti personali estesi anche ad amici degli amici con l’emissione in eccedenza di banconote. Giolitti tentò di nascondere lo scandalo, comprese sei buste voluminose che riguardavano Crispi, ma l’affare fu scoperto. Il Tanlongo fu arrestato il 18/1/1893 e la sua difesa sostenne che le irregolarità erano state sollecitate dallo stesso governo. Alla caduta del governo Giolitti fu nominato Crispi il quale, per coprire lo scandalo, d’accordo con il re governò per un anno intero a camera blindata, cioè convocandola solo undici giorni. Fu dimostrato che la Banca Romana aveva consegnato illegalmente a Crispi 718.000 lire dell’epoca (13 miliardi d’oggi). Nessuno tuttavia osò intralciare lo statista che stravinse le elezioni e governò con ampi poteri. La fine politica di Crispi fu segnata dalla cattiva avventura coloniale in Africa, ma non mancarono altri moribondi ad occupare le aule del palazzo.
(Fonte: http://www.nostereis.org/Storia/frame.htm )
Segnalazione:http://www.centrostudifederici.org
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PER I 150 ANNI DELL’UNITA’ PORTIAMO A TORINO LA MOSTRA SU BRIGANTI E EMIGRANTI

NAPOLI- Si incontreranno a Castel dell’Ovo i sindaci di Napoli e Torino per una sorta di gemellaggio in vista della celebrazione dei 150 ani dell’unità italiana.
Nel protocollo d’intesa si stabiliranno delle manifestazioni reciproche, dette Festival delle Culture, per presentare realtà e prodotti locali. A parte lo spreco di pubblico denaro, data la prevedibile freddezza delle comunità interessate, non riusciamo a capire quale relazione positiva possa collegare l’ex capitale del regno borbonico ridotta a una prefettura di provincia e l’ex capitale del regno sabaudo che la defenestrò con il tradimento, gli eccidi, i saccheggi instaurando una questione meridionale mai più risolta.
Anche se i protagonisti dell’incontro ignorano colpevolmente la revisione storica in atto sul cosiddetto risorgimento, il Movimento Neoborbonico chiede al comune di Napoli di inserire nel protocollo uno spazio nella piazza Castello di Torino per la Mostra “Da briganti a emigranti” che sarà allestita a proprie spese per far conoscere la vera storia del Sud ai tantissimi emigranti meridionali costretti a vivere all’ombra della Mole.
Fonte:Caserta24ore
SegnalazioneASDS .

NAPOLI- Si incontreranno a Castel dell’Ovo i sindaci di Napoli e Torino per una sorta di gemellaggio in vista della celebrazione dei 150 ani dell’unità italiana.
Nel protocollo d’intesa si stabiliranno delle manifestazioni reciproche, dette Festival delle Culture, per presentare realtà e prodotti locali. A parte lo spreco di pubblico denaro, data la prevedibile freddezza delle comunità interessate, non riusciamo a capire quale relazione positiva possa collegare l’ex capitale del regno borbonico ridotta a una prefettura di provincia e l’ex capitale del regno sabaudo che la defenestrò con il tradimento, gli eccidi, i saccheggi instaurando una questione meridionale mai più risolta.
Anche se i protagonisti dell’incontro ignorano colpevolmente la revisione storica in atto sul cosiddetto risorgimento, il Movimento Neoborbonico chiede al comune di Napoli di inserire nel protocollo uno spazio nella piazza Castello di Torino per la Mostra “Da briganti a emigranti” che sarà allestita a proprie spese per far conoscere la vera storia del Sud ai tantissimi emigranti meridionali costretti a vivere all’ombra della Mole.
Fonte:Caserta24ore
SegnalazioneASDS .
Centocinquant’anni dell’unità d’Italia: cosa c’è da festeggiare?
INVITO
Centocinquant’anni dell’unità d’Italia: cosa c’è da festeggiare?
Convegno organizzato da La Libera Compagnia Padana
Domenica 29 novembre 2009, alle ore 15,00
Hotel Villa Carlotta di Belgirate (VB)
Sono stati invitati gli storici e studiosi che fanno firmato l’appello “Più verità e meno retorica sul Risorgimento”, già pubblicato su numerosi periodici: Francesco Mario Agnoli, Franco Bampi, Ettore Beggiato, Romano Bracalini, Elena Bianchini, Braglia, Lorenzo Del Boca, Gigi Di Fiore, Paolo Gulisano, Adolfo Morganti, Gilberto Oneto, Sergio Salvi.
Sarà disponibile anche il nuovo numero monografico dei Quaderni Padani dal titolo Tassazione: natura arbitraria ed effetti perversi di Cristian Merlo
Belgirate è raggiungibile in treno (linea Milano-Domodossola), in autobus da Milano e da Novara, e in automobile (autostrada Voltri-Sempione, uscite di Castelletto, Meina o Carpugnino). Villa Carlotta si trova appena a nord del paese, sul lungolago (statale del Sempione).
É possibile pernottare, pranzare o cenare nell’albergo che ospita il convegno a prezzo convenzionato. Le prenotazioni vanno fatte direttamente all’Hotel Villa Carlotta (Tel. 0322-77696) citando la partecipazione al convegno.
INVITO
Centocinquant’anni dell’unità d’Italia: cosa c’è da festeggiare?
Convegno organizzato da La Libera Compagnia Padana
Domenica 29 novembre 2009, alle ore 15,00
Hotel Villa Carlotta di Belgirate (VB)
Sono stati invitati gli storici e studiosi che fanno firmato l’appello “Più verità e meno retorica sul Risorgimento”, già pubblicato su numerosi periodici: Francesco Mario Agnoli, Franco Bampi, Ettore Beggiato, Romano Bracalini, Elena Bianchini, Braglia, Lorenzo Del Boca, Gigi Di Fiore, Paolo Gulisano, Adolfo Morganti, Gilberto Oneto, Sergio Salvi.
Sarà disponibile anche il nuovo numero monografico dei Quaderni Padani dal titolo Tassazione: natura arbitraria ed effetti perversi di Cristian Merlo
Belgirate è raggiungibile in treno (linea Milano-Domodossola), in autobus da Milano e da Novara, e in automobile (autostrada Voltri-Sempione, uscite di Castelletto, Meina o Carpugnino). Villa Carlotta si trova appena a nord del paese, sul lungolago (statale del Sempione).
É possibile pernottare, pranzare o cenare nell’albergo che ospita il convegno a prezzo convenzionato. Le prenotazioni vanno fatte direttamente all’Hotel Villa Carlotta (Tel. 0322-77696) citando la partecipazione al convegno.
Ancora su Fenestrelle e la lapide scomparsa (ma non troppo)

Ricevo e posto:
Di Gugliemo Di Grezia
La solita maschera di picaresca sofferenza, con fare solitamente truffaldino, voleva cavalcare un movimento di protesta, per la questione dello spostamento della lapide di Fenestrelle (TO).
Come si evince dalle foto in allegato scattate in data 05 luglio 2009 al raduno organizzato dall’Ing. Duccio Mallamaci, potrete facilmente riconoscere alcuni accoliti e compagni di merende del picaro, fare bella mostra sotto di essa (la lapide), che in quella data era già stata spostata all’interno delle celle dove erano detenuti i nostri Martiri.
A questo punto viene da domandarsi, perché se ne accorgono o meglio lo fanno presente solo ora?
A che pro? Senza impegnare una grande fantasia possiamo dedurre che tutto questo doveva portare acqua al mulino di pseudo-movimenti pseudo-politici pseudo-meridionalisti, che si presentavano come novità. Quindi se il nuovo avanza, il vecchio telefona!
Al di là della figura grottesca del personaggio, che non ha ancora capito o, meglio, fa finta di non capire che il problema principale è e resta lui (la maschera). La cosa che piú sconcerta è che davvero certi soggetti credono di fregare il prossimo con la tipica furbizia del “vasciaiuolo stracciafacenno”.
Ma chi si accompagna a certi elementi è mai possibile che non sia toccato da un minimo di amor proprio da prendere le distanze da simili cose che oltre a screditare le persone, screditano un intero movimento di opinione? È impensabile che certi elementi vogliano rappresentare un Popolo ed una Nazione. A coloro che obiettano rivolgo una semplice domanda: fate finta - per un momento - di non conoscere la maschera di picaresca sofferenza, entrate in un autosalone per comprare un auto usata, ebbene vi si presenta il personaggio che con il suo piglio da guappo di quartiere, con quella tipica espressione beffarda e malandrina, si offre come intermediario per l’acquisto del mezzo, chi di voi sarebbe disposto a comprarla? Fatevi questa semplice domanda e datevi voi stessi la semplice quanto scontata risposta. Anche questa volta qualcuno dovrebbe fare due conti con la propria coscienza.
Ed ora una semplice quanto scontata precisazione: Non ho mai fatto parte, né tanto meno sono mai stato iscritto ai comitati Due Sicilie. C’è stato un breve periodo di collaborazione con questi personaggi che, al momento opportuno, hanno tentato (sotto diretto controllo e comando della maschera) di fregarci (al sottoscritto ed al Presidente Antonio Pagano) volendosi indebitamente appropriarsi di quanto non loro.
Inoltre a tutt’oggi non si è presentato alcun personaggio a prendermi a pedate. Qualora si presentasse qualche povera anima traviata sarò ben felice di prendere i dovuti provvedimenti del caso.
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Ricevo e posto:
Di Gugliemo Di Grezia
La solita maschera di picaresca sofferenza, con fare solitamente truffaldino, voleva cavalcare un movimento di protesta, per la questione dello spostamento della lapide di Fenestrelle (TO).
Come si evince dalle foto in allegato scattate in data 05 luglio 2009 al raduno organizzato dall’Ing. Duccio Mallamaci, potrete facilmente riconoscere alcuni accoliti e compagni di merende del picaro, fare bella mostra sotto di essa (la lapide), che in quella data era già stata spostata all’interno delle celle dove erano detenuti i nostri Martiri.
A questo punto viene da domandarsi, perché se ne accorgono o meglio lo fanno presente solo ora?
A che pro? Senza impegnare una grande fantasia possiamo dedurre che tutto questo doveva portare acqua al mulino di pseudo-movimenti pseudo-politici pseudo-meridionalisti, che si presentavano come novità. Quindi se il nuovo avanza, il vecchio telefona!
Al di là della figura grottesca del personaggio, che non ha ancora capito o, meglio, fa finta di non capire che il problema principale è e resta lui (la maschera). La cosa che piú sconcerta è che davvero certi soggetti credono di fregare il prossimo con la tipica furbizia del “vasciaiuolo stracciafacenno”.
Ma chi si accompagna a certi elementi è mai possibile che non sia toccato da un minimo di amor proprio da prendere le distanze da simili cose che oltre a screditare le persone, screditano un intero movimento di opinione? È impensabile che certi elementi vogliano rappresentare un Popolo ed una Nazione. A coloro che obiettano rivolgo una semplice domanda: fate finta - per un momento - di non conoscere la maschera di picaresca sofferenza, entrate in un autosalone per comprare un auto usata, ebbene vi si presenta il personaggio che con il suo piglio da guappo di quartiere, con quella tipica espressione beffarda e malandrina, si offre come intermediario per l’acquisto del mezzo, chi di voi sarebbe disposto a comprarla? Fatevi questa semplice domanda e datevi voi stessi la semplice quanto scontata risposta. Anche questa volta qualcuno dovrebbe fare due conti con la propria coscienza.
Ed ora una semplice quanto scontata precisazione: Non ho mai fatto parte, né tanto meno sono mai stato iscritto ai comitati Due Sicilie. C’è stato un breve periodo di collaborazione con questi personaggi che, al momento opportuno, hanno tentato (sotto diretto controllo e comando della maschera) di fregarci (al sottoscritto ed al Presidente Antonio Pagano) volendosi indebitamente appropriarsi di quanto non loro.
Inoltre a tutt’oggi non si è presentato alcun personaggio a prendermi a pedate. Qualora si presentasse qualche povera anima traviata sarò ben felice di prendere i dovuti provvedimenti del caso.
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lunedì 23 novembre 2009
THE Italian Nuclear Scandal
The SOGIN, "società di gestione impianti nucleari", became owner since 1999 of the Garigliano Nuclear Power Plant. But this plant is stopped since 1978 for a damage. In 1982 ANSA, the italian press agency, documented when the plant was not reopened because it cost too much to put at norm with the anti-seismic rules. Normatives were totally ignored, incredibly, when the nuclear power plant was built. Sogin also says that they "care for the trasparency"... and they "don't know anything" about the accident that caused shut down in 1978. But however, in its official web site, SOGIN says, generically, that the plant was stopped in 1978 because "manutention". This nuclear power plant is 50 years old and it is "evident"... Now it is shut down but it created many troubles, problems, in the last years also as "inactive" plant. Malformations in the animals and children. Lethal malformations often. Cancers, leukemias and also sea pollution with Caesium 137, Cobalt60, over 1700 square kms. And this is the result of four ecological radio operations conducted by Enea between 1980 and 1982. Giulia Casella, teacher and environmentalist. She represents a historical memory, a witness that gives voice to the local citizens that are asking to know what will happen. This plant is in Sessa Aurunca. We have been alone with this problem, abandoned by the institutions. Even the local sanitary authority has not manifested, ever, any interest to deal with this disaster. They are the Authorities where we have asked to make also epidemiological investigations. Without getting any answer. About dismantlement has been talking from thirty years: biblical times. During this long closing, in the plant there have been accumulated 2572 meters cubes of radioactive cinders. Cinders defined as "second category", those that have duration "only" for some centuries. Quantities destined to double and local people are starting to protest. http://www.livestream.com/nonukes
The SOGIN, "società di gestione impianti nucleari", became owner since 1999 of the Garigliano Nuclear Power Plant. But this plant is stopped since 1978 for a damage. In 1982 ANSA, the italian press agency, documented when the plant was not reopened because it cost too much to put at norm with the anti-seismic rules. Normatives were totally ignored, incredibly, when the nuclear power plant was built. Sogin also says that they "care for the trasparency"... and they "don't know anything" about the accident that caused shut down in 1978. But however, in its official web site, SOGIN says, generically, that the plant was stopped in 1978 because "manutention". This nuclear power plant is 50 years old and it is "evident"... Now it is shut down but it created many troubles, problems, in the last years also as "inactive" plant. Malformations in the animals and children. Lethal malformations often. Cancers, leukemias and also sea pollution with Caesium 137, Cobalt60, over 1700 square kms. And this is the result of four ecological radio operations conducted by Enea between 1980 and 1982. Giulia Casella, teacher and environmentalist. She represents a historical memory, a witness that gives voice to the local citizens that are asking to know what will happen. This plant is in Sessa Aurunca. We have been alone with this problem, abandoned by the institutions. Even the local sanitary authority has not manifested, ever, any interest to deal with this disaster. They are the Authorities where we have asked to make also epidemiological investigations. Without getting any answer. About dismantlement has been talking from thirty years: biblical times. During this long closing, in the plant there have been accumulated 2572 meters cubes of radioactive cinders. Cinders defined as "second category", those that have duration "only" for some centuries. Quantities destined to double and local people are starting to protest. http://www.livestream.com/nonukes
Risorgimento da rileggere dagli archivi. E' tempo riscoprire le nostre radici.

di Enzo Gulì
Il terzo millennio sta facendo progressivamente giustizia delle menzogne che, dagli storiografi postunitari in poi, hanno lordato il Mezzogiorno d'Italia, con l'enfatica evidenziazione dei suoi difetti e il sistematico occultamento dei suoi pregi.
Sulle basi faticosamente erette dai coraggiosi revisori della storia risorgimentale (nati copiosamente nell'ultimo quarto del Novecento dopo la scelta fondamentale di confrontare i testi ufficiali con i dati archivistici), sta finalmente fiorendo una visione positiva di Napoli e del Sud del tutto inedita e talvolta insospettabile.
Il Regno delle Due Sicilie, con appellativi diversi ma con oltre sette secoli di storia nazionale unitaria da Ruggero il Normanno ai Borbone, coniugava, nel momento del suo massimo splendore cioè metà Ottocento, un'amministrazione pubblica capace di equilibrare due poli quasi inconciliabili per la maggioranza degli altri stati: efficienza economica e precetti della Chiesa Cattolica.
Come eminentemente teorizzato, sembrava che il progresso economico fosse esclusivamente connesso all'etica protestante (lo scrisse chiaramente Max Weber) relegando gli altri a ruolo di comprimari nell'inarrestabile boom del capitalismo. Gli "scrupoli" religiosi apparivano una remora fondamentale per rallentare lo sviluppo dell'economia. La serie eccezionale dei primati borbonici, segnatamente nel campo economico, va a smentire tali affermazioni.
Al momento della conquista piemontese dell'Italia il regno di Napoli aveva, con supremazia assoluta verso gli altri stati italici:
· Ammontare riserve auree banche centrali: 443,2 ml di lire oro (66,3 per cento dell'Italia)
· Monopolio mondiale dello zolfo, 90 per cento (industria bellica)
· Flotta mercantile (quattro quinti di tutta Italia)
· Compagnie di navigazione marittima: mediterranee e transoceaniche
· Numero di tipografie (solo a Napoli 113)
· Numero giornali e riviste
· Pressione fiscale lieve basata su soli cinque tributi (soprattutto la fondiaria sulle proprietà immobiliari anche ecclesiastiche) con primato tra le grandi nazioni
· Numero società per azioni
· Sistema pensionistico pubblico (col 2 per cento di ritenuta mensile) con primato tra le grandi nazioni
· Bilancio statale in pareggio
· Minor tasso di sconto (mai superiore al 5 per cento)
· Quotazione Rendita Napoletana alla Borsa di Parigi (120 per cento)
· Diffusione sportelli bancari
· Piano regolatore città di Napoli (con individuazione centro direzionale)
· Industria dei guanti (pelle di cuoio) con oltre 500mila dozzine esportate (primato mondiale)
· Industria della seta (da S. Leucio e da tutto il regno) con primato mondiale per qualità
· Saline (soprattutto pugliesi e siciliane) con primato tra le grandi nazioni
· Occupati nelle industrie:Nord-Ovest, 30,05 per cento; Nord-Est, 14,78 per cento; Centro, 14,12 per cento; Due Sicilie, 41,04 per cento.
Il tutto è riassumibile nel premio nel 1856 alla Mostra Internazionale sull'Industria di Parigi, quale terza nazione più sviluppata nel settore secondario dell'economia, e si aggiunge all'altra serie di primati dell'era borbonica economici (come la I ferrovia d'Italia e il I opificio metalmeccanico a Pietrarsa) e non economici (dall'arte alla scienza, dall'ecologia all'istruzione). Il tutto diventa più comprensibile se si pensa all'inesistenza di un fenomeno già assai diffuso nelle zone dell'Italia settentrionale ma assolutamente sconosciuto, perché non necessario, al di sotto del Garigliano: l'emigrazione.
La scala crescente dei valori dell'amministrazione borbonica era economia-politica-etica (cattolica); mentre in Inghilterra (capofila dei paesi capitalistici) era esattamente il contrario.
A Napoli una scelta economica doveva rientrare nella politica seguita dal governo, costantemente ossequiosa al Vangelo e al Papa; invece a Londra la scelta mirava al massimo interesse del capitalista, anche deviando dagli schemi politici in atto e nell'ambito di un'etica protestante molto permissiva che, per esempio, non tutelava sufficientemente il lavoratore, con le piaghe dello sfruttamento minorile, delle donne e i problemi del proletariato (tutti inesistenti con i Borbone).
Chi si intende di analisi contabili andrà con il pensiero a costi di produzione forzatamente più alti a causa dei freni morali borbonici, con conseguente perdita di competitività sui mercati internazionali.
L'assunto più clamoroso dell'economia borbonica riguarda il fatto, dimostrabile con i dati statistici, che i prodotti duosiciliani facevano concorrenza per prezzi e qualità in crescenti settori di mercati, semplicemente perché il fattore lavoro, tanto a cuore ai governanti, era talmente efficiente da consentire un costo totale di fabbrica idoneo a reggere la concorrenza interna ed esterna.
C'era poi il settore commerciale in fortissima espansione che utilizzava una delle migliori flotte mercantili del tempo portando, con la bandiera borbonica, merci in tutti gli angoli del globo.
L'apertura del canale di Suez con Napoli in posizione ottimale, e la protesta montante del mondo operaio negli altri paesi industrializzati rappresentava un pericolo letale e immediato per il trionfo del capitalismo anglo-sassone, che aveva l'obiettivo di dominare il mondo.
Da ben più lontano e da ben più a nord viene pertanto il piano di "unificare l'Italia". Il Piemonte è solo lo strumento ufficiale, lautamente sorretto dalla finanza internazionale e dalla forza delle due grandi potenze (Inghilterra e Francia), per portare a compimento lo scopo del capitalismo: distruggere il regno borbonico di Napoli (spina nel fianco della sua espansione) con il pretesto dell'unità italiana ed eliminare il regno pontificio di Roma (naturale riferimento del mondo cattolico) con la scusa dell'obsolescenza del potere temporale dei Papi.
La strategia per annientare la plurisecolare indipendenza di Napoli fu studiata e attuata in un lungo periodo che corruppe molte colonne del regno, segnatamente in campo militare, sino a giungere a muovere i fili del capo dello stato maggiore gen. Nunziante.
Uno stuolo di autorevoli storici in centocinquanta anni ha caparbiamente tentato di dimostrare la maturità dei tempi per l'unità italiana, l'arretratezza dello stato duosiciliano, l'eroismo mitico dei conquistatori, la slealtà dei generali borbonici (pur lasciando fatti insufficientemente spiegati come l'emigrazione e la questione meridionale).
E' venuto finalmente il tempo per contrapporre le mire egemoniche del capitalismo anglo-sassone, i primati integrali del regno dei Borbone, gli imbrogli internazionali anticattolici per fiaccare l'esercito e potenziare gli invasori (facendo stampare sui giornali il contrario), la lotta patriottica del popolo delle Due Sicilie, che si fece quasi sterminare per sua libertà ottenendo solo la taccia di brigantaggio e l'oblio delle future generazioni.
Fonte:Il Denaro n.181 pag.54
Estratto da :
Rete di Informazione
del Regno delle Due Sicilie
Notiziario Telematico - 23 Novembre 2009

di Enzo Gulì
Il terzo millennio sta facendo progressivamente giustizia delle menzogne che, dagli storiografi postunitari in poi, hanno lordato il Mezzogiorno d'Italia, con l'enfatica evidenziazione dei suoi difetti e il sistematico occultamento dei suoi pregi.
Sulle basi faticosamente erette dai coraggiosi revisori della storia risorgimentale (nati copiosamente nell'ultimo quarto del Novecento dopo la scelta fondamentale di confrontare i testi ufficiali con i dati archivistici), sta finalmente fiorendo una visione positiva di Napoli e del Sud del tutto inedita e talvolta insospettabile.
Il Regno delle Due Sicilie, con appellativi diversi ma con oltre sette secoli di storia nazionale unitaria da Ruggero il Normanno ai Borbone, coniugava, nel momento del suo massimo splendore cioè metà Ottocento, un'amministrazione pubblica capace di equilibrare due poli quasi inconciliabili per la maggioranza degli altri stati: efficienza economica e precetti della Chiesa Cattolica.
Come eminentemente teorizzato, sembrava che il progresso economico fosse esclusivamente connesso all'etica protestante (lo scrisse chiaramente Max Weber) relegando gli altri a ruolo di comprimari nell'inarrestabile boom del capitalismo. Gli "scrupoli" religiosi apparivano una remora fondamentale per rallentare lo sviluppo dell'economia. La serie eccezionale dei primati borbonici, segnatamente nel campo economico, va a smentire tali affermazioni.
Al momento della conquista piemontese dell'Italia il regno di Napoli aveva, con supremazia assoluta verso gli altri stati italici:
· Ammontare riserve auree banche centrali: 443,2 ml di lire oro (66,3 per cento dell'Italia)
· Monopolio mondiale dello zolfo, 90 per cento (industria bellica)
· Flotta mercantile (quattro quinti di tutta Italia)
· Compagnie di navigazione marittima: mediterranee e transoceaniche
· Numero di tipografie (solo a Napoli 113)
· Numero giornali e riviste
· Pressione fiscale lieve basata su soli cinque tributi (soprattutto la fondiaria sulle proprietà immobiliari anche ecclesiastiche) con primato tra le grandi nazioni
· Numero società per azioni
· Sistema pensionistico pubblico (col 2 per cento di ritenuta mensile) con primato tra le grandi nazioni
· Bilancio statale in pareggio
· Minor tasso di sconto (mai superiore al 5 per cento)
· Quotazione Rendita Napoletana alla Borsa di Parigi (120 per cento)
· Diffusione sportelli bancari
· Piano regolatore città di Napoli (con individuazione centro direzionale)
· Industria dei guanti (pelle di cuoio) con oltre 500mila dozzine esportate (primato mondiale)
· Industria della seta (da S. Leucio e da tutto il regno) con primato mondiale per qualità
· Saline (soprattutto pugliesi e siciliane) con primato tra le grandi nazioni
· Occupati nelle industrie:Nord-Ovest, 30,05 per cento; Nord-Est, 14,78 per cento; Centro, 14,12 per cento; Due Sicilie, 41,04 per cento.
Il tutto è riassumibile nel premio nel 1856 alla Mostra Internazionale sull'Industria di Parigi, quale terza nazione più sviluppata nel settore secondario dell'economia, e si aggiunge all'altra serie di primati dell'era borbonica economici (come la I ferrovia d'Italia e il I opificio metalmeccanico a Pietrarsa) e non economici (dall'arte alla scienza, dall'ecologia all'istruzione). Il tutto diventa più comprensibile se si pensa all'inesistenza di un fenomeno già assai diffuso nelle zone dell'Italia settentrionale ma assolutamente sconosciuto, perché non necessario, al di sotto del Garigliano: l'emigrazione.
La scala crescente dei valori dell'amministrazione borbonica era economia-politica-etica (cattolica); mentre in Inghilterra (capofila dei paesi capitalistici) era esattamente il contrario.
A Napoli una scelta economica doveva rientrare nella politica seguita dal governo, costantemente ossequiosa al Vangelo e al Papa; invece a Londra la scelta mirava al massimo interesse del capitalista, anche deviando dagli schemi politici in atto e nell'ambito di un'etica protestante molto permissiva che, per esempio, non tutelava sufficientemente il lavoratore, con le piaghe dello sfruttamento minorile, delle donne e i problemi del proletariato (tutti inesistenti con i Borbone).
Chi si intende di analisi contabili andrà con il pensiero a costi di produzione forzatamente più alti a causa dei freni morali borbonici, con conseguente perdita di competitività sui mercati internazionali.
L'assunto più clamoroso dell'economia borbonica riguarda il fatto, dimostrabile con i dati statistici, che i prodotti duosiciliani facevano concorrenza per prezzi e qualità in crescenti settori di mercati, semplicemente perché il fattore lavoro, tanto a cuore ai governanti, era talmente efficiente da consentire un costo totale di fabbrica idoneo a reggere la concorrenza interna ed esterna.
C'era poi il settore commerciale in fortissima espansione che utilizzava una delle migliori flotte mercantili del tempo portando, con la bandiera borbonica, merci in tutti gli angoli del globo.
L'apertura del canale di Suez con Napoli in posizione ottimale, e la protesta montante del mondo operaio negli altri paesi industrializzati rappresentava un pericolo letale e immediato per il trionfo del capitalismo anglo-sassone, che aveva l'obiettivo di dominare il mondo.
Da ben più lontano e da ben più a nord viene pertanto il piano di "unificare l'Italia". Il Piemonte è solo lo strumento ufficiale, lautamente sorretto dalla finanza internazionale e dalla forza delle due grandi potenze (Inghilterra e Francia), per portare a compimento lo scopo del capitalismo: distruggere il regno borbonico di Napoli (spina nel fianco della sua espansione) con il pretesto dell'unità italiana ed eliminare il regno pontificio di Roma (naturale riferimento del mondo cattolico) con la scusa dell'obsolescenza del potere temporale dei Papi.
La strategia per annientare la plurisecolare indipendenza di Napoli fu studiata e attuata in un lungo periodo che corruppe molte colonne del regno, segnatamente in campo militare, sino a giungere a muovere i fili del capo dello stato maggiore gen. Nunziante.
Uno stuolo di autorevoli storici in centocinquanta anni ha caparbiamente tentato di dimostrare la maturità dei tempi per l'unità italiana, l'arretratezza dello stato duosiciliano, l'eroismo mitico dei conquistatori, la slealtà dei generali borbonici (pur lasciando fatti insufficientemente spiegati come l'emigrazione e la questione meridionale).
E' venuto finalmente il tempo per contrapporre le mire egemoniche del capitalismo anglo-sassone, i primati integrali del regno dei Borbone, gli imbrogli internazionali anticattolici per fiaccare l'esercito e potenziare gli invasori (facendo stampare sui giornali il contrario), la lotta patriottica del popolo delle Due Sicilie, che si fece quasi sterminare per sua libertà ottenendo solo la taccia di brigantaggio e l'oblio delle future generazioni.
Fonte:Il Denaro n.181 pag.54
Estratto da :
Rete di Informazione
del Regno delle Due Sicilie
Notiziario Telematico - 23 Novembre 2009
Difendiamoci
Presentato l’itinerario garibaldino per le scuole
Marsala, 21 novembre 2009 -Alla presenza dei dirigenti scolastici e di una delegazione del comune di Genova, è stato presentato ieri, presso l’Aula Magna del’Istituto Agrario di Marsala, il primo itinerario garibaldino “I luoghi simbolo dell’unità d’Italia”, rivolto alle scuole. Il progetto è stato ideato dalla signora Marina Ingrassia della società marsalese Ingra. Imm., che opera nel settore del turismo scolastico, in vista delle prossime celebrazioni per la ricorrenza del 150° anniversario dello sbarco dei Mille a Marsala. “L’idea è stata quella di creare un rapporto con le scolaresche di Genova e Marsala, città cardine nell’impresa eroica di Garibaldi e dei Mille, avvalendosi del supporto dell’associazione Progetto Giovani, che si occupa di creare itinerari per giovani studenti e il cui responsabile Roberto Bagnetti ha presenziato all’incontro”– ha affermato Marina Ingrassia. Un modo per dare maggiore peso al loro percorso formativo, consentendo di vivere l’esperienza del viaggio nei luoghi storici che abitualmente studiano nei libri. Presenti all’incontro anche Antonella Coppola, dirigente del’Istituto Magistrale di Marsala, coordinatrice della rete Re. Ma.Pe., che ha preparato i giovani intervenuti con alcune letture di testimonianze storiche su Garibaldi e di poesie in francese dedicate ad un soldato marsalese dell’epoca. Alla giornata ha partecipato anche il coro dell’Auser che si è esibito con alcuni canti, tra cui l’inno di Mameli, diretto dal maestro Simeti. A fare da contorno alcuni giovani che indossavano abiti storici rappresentando i protagonisti dell’Unità d’Italia. A dare il benvenuto agli ospiti di Genova è stato il vice sindaco di Marsala, Michele Milazzo. Presente il deputato regionale Giulia Adamo, che ha portato il patrocinio della regione e ha sottolineato la lentezza, da parte delle istituzioni locali, con cui si sta procedendo nella realizzazione delle manifestazioni garibaldine. Nicolò Scialfa, vice presidente del consiglio comunale di Genova, ha ribadito l’importanza del progetto in un momento delicato dove spesso si parla di secessione e di contrasti.
Fonte:Trapani Oggi
LA RISPOSTA DEL DR. UBALDO STERLICCHIO ALL'ARTICOLO DI TRAPANI OGGI:
Signori Dirigenti Scolastici di Marsala,ho appreso che è stato da Voi programmato, d’intesa con una delegazione del comune di Genova, un «itinerario garibaldino “I luoghi simbolo dell’unità d’Italia”, rivolto alle scuole» ... «in vista delle prossime celebrazioni per la ricorrenza del 150° anniversario dello sbarco dei Mille a Marsala».
A tale riguardo, reputo sia doveroso – da parte Vostra – che ai giovani studenti si dica tutta la verità su quel processo storico che fu il risorgimento e, lungi da me qualsivoglia auspicio di “secessione” o qualsivoglia intento di provocare “contrasti”, ritengo opportuno che i nostri ragazzi conoscano le informazioni storiche qui di seguito riportate.
Lo sbarco a Marsala del 1860 fu l’inizio di quella disastrosa campagna che portò alla fine del Regno delle Due Sicilie: le popolazioni del Sud furono aggredite da una banda irregolare, guidata da un capo irregolare, di nazionalità estranea al regno stesso e che nessuno aveva chiamato, all’infuori di alcuni oppositori al regime borbonico (legalmente e legittimamente vigente), ideologicamente impegnati e, per tale qualità, entrati e usati in un gioco politico internazionale non favorevole alle Due Sicilie.
Giuseppe Garibaldi tutto era, tranne che un eroe. Era innanzitutto un avventuriero e mercenario, con tanto di “patente da corsaro”, dedito ad atti di pirateria; in Sud America non combatté per la libertà delle popolazioni del Rio de la Plata, ma per favorire gli interessi commerciali inglesi: assaliva le navi non britanniche e le depredava; i suoi marinai si abbandonavano a razzie, stupri e violenze d’ogni sorta. E’ stato anche un mercante di schiavi cinesi dall’estremo oriente in Cile.
La spedizione dei mille e la conseguente invasione del Regno delle Due Sicilie fu, a pieno titolo, un gravissimo atto di “pirateria internazionale”. Il nizzardo, durante la sua poco “eroica” avventura nel meridione d’Italia, fece saccheggiare tutto quanto trovava sulla sua strada: banche, musei, regge, chiese, arsenali ed anche casse private di molti cittadini, appropriandosi e distribuendo ai suoi amici ricchezze d’ogni genere.
La c.d. vittoria di Calatafimi non fu conseguita sul campo, bensì fu letteralmente “comprata” da Giuseppe Garibaldi, il quale aveva già provveduto a corrompere il generale borbonico Francesco Landi.
L’arrivo del nostro personaggio nel Sud d’Italia costituì, inoltre, il vero spartiacque nell’evoluzione e nella storia della Mafia e della Camorra: le organizzazioni criminali meridionali – grazie a lui che, nel 1860, si avvalse della loro “preziosa” collaborazione – entrarono a pieno titolo nella vita sociale, economica e politica dello Stato, mutando la loro caratteristica: da parassitarie, diventarono imprenditoriali e politiche.
In buona sostanza, Garibaldi è stato uno dei più acerrimi nemici del Sud e del suo popolo ed i meridionali stanno ancora pagando per gli immensi guasti da lui provocati.
Il medesimo don Peppino, forse in un momento di sincero rimorso, nel 1868, così scrisse all'attrice Adelaide Cairoli: «Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio».
In particolare, rammento a Voi siciliani che il c.d. “eroe dei due mondi” fu il mandante dell’eccidio di Bronte, dove fece fucilare, per mano di Nino Bixio, i contadini che avevano osato “usurpare” le terre (da lui stesso promesse a quei disgraziati) che erano di proprietà degli inglesi. L’eccidio di Bronte è stato narrato, con dovizia di particolari, dal garibaldino Cesare Abba, nel suo libro Da Quarto al Volturno; consultalelo!
Pertanto, per i siciliani e per tutti noi meridionali, celebrare Garibaldi è come se gli ebrei festeggiassero Hitler e i criminali nazisti che li hanno sterminati.
Non è cosa onesta, quindi, dimenticare, ma occorre far conoscere a tutti gli italiani la verità – anche se scomoda – per togliere la cappa di menzogna che grava ancora sugli eventi che portarono alla conquista del Sud. E la Verità deve essere conosciuta appieno soprattutto dai giovani, smettendola di raccontare loro la solita favoletta risorgimentale, secondo la quale il Sud era “arretrato” e che Garibaldi & company sono venuti a “liberarci” dalla tirannide borbonica. Ingannare i nostri ragazzi (come lo siamo stati noi adulti quando eravamo studenti!) con queste colossali fandonie è oltremodo diseducativo.
Si faccia, quindi, prevalere l’onestà intellettuale e si chiamino le cose con i loro veri nomi nomi: una strage è una strage, un assassino è un assassino, un ladro è un ladro.
Perché, se si vuole davvero fare l'Unità d'Italia (quella spirituale e morale, oltre che territoriale), non la si può fondare sulle falsità, sulle ipocrisie, sulle menzogne, sulle stragi impunite e pure negate, sulla corruzione, sulle rapine e sui saccheggi.
Le bugie non portano da nessuna parte!
Egregi Signori Dirigenti Scolastici,
un popolo non può prendersi in giro sulla propria storia e, se vogliamo che l’Italia diventi finalmente un paese “normale”, dobbiamo partire proprio da qui. Basta con le ipocrisie e con le menzogne: il Sud d'Italia, in particolare, ha bisogno di ritrovare quella giustizia e quella dignità che i vincitori del 1860-61 gli hanno negato per esaltare la corruzione, il tradimento, la falsità.
E la giustizia verso il Sud deve cominciare proprio dalle verità della Storia.
Ripartiamo allora dalla storia d'Italia, ma da quella “vera” e che il Vostro «itinerario storico-culturale» serva proprio a questo; vi prego, non sprecate questa grande opportunità!
Fatelo e riscuoterete la gratitudine di tutti coloro che amano la Verità.
E concludo con una preziosa frase del re Francesco II di Borbone: «Miei cari, ricordatevi che gli usurpatori e le bugie, presto o tardi, vengono scoperti!»
Distinti saluti, con i più sinceri auguri di buon lavoro, dottor Ubaldo Sterlicchio."""
INVIATE I VOSTRI COMMENTI A QUESTO LINK: TRAPANI OGGI
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Presentato l’itinerario garibaldino per le scuole
Marsala, 21 novembre 2009 -Alla presenza dei dirigenti scolastici e di una delegazione del comune di Genova, è stato presentato ieri, presso l’Aula Magna del’Istituto Agrario di Marsala, il primo itinerario garibaldino “I luoghi simbolo dell’unità d’Italia”, rivolto alle scuole. Il progetto è stato ideato dalla signora Marina Ingrassia della società marsalese Ingra. Imm., che opera nel settore del turismo scolastico, in vista delle prossime celebrazioni per la ricorrenza del 150° anniversario dello sbarco dei Mille a Marsala. “L’idea è stata quella di creare un rapporto con le scolaresche di Genova e Marsala, città cardine nell’impresa eroica di Garibaldi e dei Mille, avvalendosi del supporto dell’associazione Progetto Giovani, che si occupa di creare itinerari per giovani studenti e il cui responsabile Roberto Bagnetti ha presenziato all’incontro”– ha affermato Marina Ingrassia. Un modo per dare maggiore peso al loro percorso formativo, consentendo di vivere l’esperienza del viaggio nei luoghi storici che abitualmente studiano nei libri. Presenti all’incontro anche Antonella Coppola, dirigente del’Istituto Magistrale di Marsala, coordinatrice della rete Re. Ma.Pe., che ha preparato i giovani intervenuti con alcune letture di testimonianze storiche su Garibaldi e di poesie in francese dedicate ad un soldato marsalese dell’epoca. Alla giornata ha partecipato anche il coro dell’Auser che si è esibito con alcuni canti, tra cui l’inno di Mameli, diretto dal maestro Simeti. A fare da contorno alcuni giovani che indossavano abiti storici rappresentando i protagonisti dell’Unità d’Italia. A dare il benvenuto agli ospiti di Genova è stato il vice sindaco di Marsala, Michele Milazzo. Presente il deputato regionale Giulia Adamo, che ha portato il patrocinio della regione e ha sottolineato la lentezza, da parte delle istituzioni locali, con cui si sta procedendo nella realizzazione delle manifestazioni garibaldine. Nicolò Scialfa, vice presidente del consiglio comunale di Genova, ha ribadito l’importanza del progetto in un momento delicato dove spesso si parla di secessione e di contrasti.
Fonte:Trapani Oggi
LA RISPOSTA DEL DR. UBALDO STERLICCHIO ALL'ARTICOLO DI TRAPANI OGGI:
Signori Dirigenti Scolastici di Marsala,ho appreso che è stato da Voi programmato, d’intesa con una delegazione del comune di Genova, un «itinerario garibaldino “I luoghi simbolo dell’unità d’Italia”, rivolto alle scuole» ... «in vista delle prossime celebrazioni per la ricorrenza del 150° anniversario dello sbarco dei Mille a Marsala».
A tale riguardo, reputo sia doveroso – da parte Vostra – che ai giovani studenti si dica tutta la verità su quel processo storico che fu il risorgimento e, lungi da me qualsivoglia auspicio di “secessione” o qualsivoglia intento di provocare “contrasti”, ritengo opportuno che i nostri ragazzi conoscano le informazioni storiche qui di seguito riportate.
Lo sbarco a Marsala del 1860 fu l’inizio di quella disastrosa campagna che portò alla fine del Regno delle Due Sicilie: le popolazioni del Sud furono aggredite da una banda irregolare, guidata da un capo irregolare, di nazionalità estranea al regno stesso e che nessuno aveva chiamato, all’infuori di alcuni oppositori al regime borbonico (legalmente e legittimamente vigente), ideologicamente impegnati e, per tale qualità, entrati e usati in un gioco politico internazionale non favorevole alle Due Sicilie.
Giuseppe Garibaldi tutto era, tranne che un eroe. Era innanzitutto un avventuriero e mercenario, con tanto di “patente da corsaro”, dedito ad atti di pirateria; in Sud America non combatté per la libertà delle popolazioni del Rio de la Plata, ma per favorire gli interessi commerciali inglesi: assaliva le navi non britanniche e le depredava; i suoi marinai si abbandonavano a razzie, stupri e violenze d’ogni sorta. E’ stato anche un mercante di schiavi cinesi dall’estremo oriente in Cile.
La spedizione dei mille e la conseguente invasione del Regno delle Due Sicilie fu, a pieno titolo, un gravissimo atto di “pirateria internazionale”. Il nizzardo, durante la sua poco “eroica” avventura nel meridione d’Italia, fece saccheggiare tutto quanto trovava sulla sua strada: banche, musei, regge, chiese, arsenali ed anche casse private di molti cittadini, appropriandosi e distribuendo ai suoi amici ricchezze d’ogni genere.
La c.d. vittoria di Calatafimi non fu conseguita sul campo, bensì fu letteralmente “comprata” da Giuseppe Garibaldi, il quale aveva già provveduto a corrompere il generale borbonico Francesco Landi.
L’arrivo del nostro personaggio nel Sud d’Italia costituì, inoltre, il vero spartiacque nell’evoluzione e nella storia della Mafia e della Camorra: le organizzazioni criminali meridionali – grazie a lui che, nel 1860, si avvalse della loro “preziosa” collaborazione – entrarono a pieno titolo nella vita sociale, economica e politica dello Stato, mutando la loro caratteristica: da parassitarie, diventarono imprenditoriali e politiche.
In buona sostanza, Garibaldi è stato uno dei più acerrimi nemici del Sud e del suo popolo ed i meridionali stanno ancora pagando per gli immensi guasti da lui provocati.
Il medesimo don Peppino, forse in un momento di sincero rimorso, nel 1868, così scrisse all'attrice Adelaide Cairoli: «Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio».
In particolare, rammento a Voi siciliani che il c.d. “eroe dei due mondi” fu il mandante dell’eccidio di Bronte, dove fece fucilare, per mano di Nino Bixio, i contadini che avevano osato “usurpare” le terre (da lui stesso promesse a quei disgraziati) che erano di proprietà degli inglesi. L’eccidio di Bronte è stato narrato, con dovizia di particolari, dal garibaldino Cesare Abba, nel suo libro Da Quarto al Volturno; consultalelo!
Pertanto, per i siciliani e per tutti noi meridionali, celebrare Garibaldi è come se gli ebrei festeggiassero Hitler e i criminali nazisti che li hanno sterminati.
Non è cosa onesta, quindi, dimenticare, ma occorre far conoscere a tutti gli italiani la verità – anche se scomoda – per togliere la cappa di menzogna che grava ancora sugli eventi che portarono alla conquista del Sud. E la Verità deve essere conosciuta appieno soprattutto dai giovani, smettendola di raccontare loro la solita favoletta risorgimentale, secondo la quale il Sud era “arretrato” e che Garibaldi & company sono venuti a “liberarci” dalla tirannide borbonica. Ingannare i nostri ragazzi (come lo siamo stati noi adulti quando eravamo studenti!) con queste colossali fandonie è oltremodo diseducativo.
Si faccia, quindi, prevalere l’onestà intellettuale e si chiamino le cose con i loro veri nomi nomi: una strage è una strage, un assassino è un assassino, un ladro è un ladro.
Perché, se si vuole davvero fare l'Unità d'Italia (quella spirituale e morale, oltre che territoriale), non la si può fondare sulle falsità, sulle ipocrisie, sulle menzogne, sulle stragi impunite e pure negate, sulla corruzione, sulle rapine e sui saccheggi.
Le bugie non portano da nessuna parte!
Egregi Signori Dirigenti Scolastici,
un popolo non può prendersi in giro sulla propria storia e, se vogliamo che l’Italia diventi finalmente un paese “normale”, dobbiamo partire proprio da qui. Basta con le ipocrisie e con le menzogne: il Sud d'Italia, in particolare, ha bisogno di ritrovare quella giustizia e quella dignità che i vincitori del 1860-61 gli hanno negato per esaltare la corruzione, il tradimento, la falsità.
E la giustizia verso il Sud deve cominciare proprio dalle verità della Storia.
Ripartiamo allora dalla storia d'Italia, ma da quella “vera” e che il Vostro «itinerario storico-culturale» serva proprio a questo; vi prego, non sprecate questa grande opportunità!
Fatelo e riscuoterete la gratitudine di tutti coloro che amano la Verità.
E concludo con una preziosa frase del re Francesco II di Borbone: «Miei cari, ricordatevi che gli usurpatori e le bugie, presto o tardi, vengono scoperti!»
Distinti saluti, con i più sinceri auguri di buon lavoro, dottor Ubaldo Sterlicchio."""
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