lunedì 23 novembre 2009

J.F.Kennedy, restaurato video del delitto: si intravede Lee Harvey Oswald



Da Il Messaggero) DALLAS (22 novembre) - Un filmato girato a Dallas il 22 novembre 1963, il giorno dell'assassinio di John F. Kennedy, è stato restaurato e andrà in onda domani sul National Geographic Channel. Nel filmato, scrive il Dallas Morning News, si intravede una figura molto somigliante a Lee Harvey Oswald - il presunto omicida - dietro la finestra da cui partirono i tre colpi di fucile che uccisero il presidente. Il filmato, inserito in un documentario, venne girato nel 1963 da Robert Hughes: riprende l'arrivo della limousine presidenziale in Dealey Plaza, teatro dell'assassinio del presidente.

Un fotogramma è stato oggetto di numerose analisi e inquadra il Texas School Book Depository, il palazzo dal quale Oswald avrebbe sparato i colpi che uccisero Kennedy. «Grazie al restauro - spiega Tom Jennings, produttore esecutivo del documentario - si intravede una figura dietro alla finestra da cui partirono i colpi. Io penso sia quella di Oswald». Nel documentario, intitolato The lost Jfk tapes, sono stati inseriti anche altri filmati di quel giorno, tra cui soprattutto quello girato da Orville Nix, che riprese l'assassinio da una posizione opposta a quella in cui si trovava Abraham Zapruder.

Contemporaneamente arriva The Kennedy Assassination: 24 hours after, documentario realizzato dal docente di storia Steven Gillon, che ripercorre minuto per minuto le 24 ore dopo l'attentato. Gillon, nel film già andato in onda su History Channel, rivela che nell'ospedale di Dallas dove il corpo di Kennedy fu portato ci fu un momento di tensione tra gli uomini del Secret Service e la polizia di Dallas. Davanti alla bara del presidente venne sfiorato il conflitto a fuoco: da un lato gli uomini di Kennedy che insistevano per portare il feretro sull'Air Force One, dall'altro la polizia che voleva che il corpo fosse lasciato dov'era, per l'autopsia.

Il documentario propone anche la ricostruzione dettagliata dei brevi e gelidi colloqui tra il vicepresidente Lyndon Johnson e Bob Kennedy. Johnson chiamò Bob Kennedy perché come ministro della Giustizia doveva indicare come, quando e dove far celebrare «al più presto» al vice presidente il giuramento di fedeltà alla Costituzione. Colloqui tanto più devastanti in quanto Johnson era 'nemico' dichiarato di Bob Kennedy. E chiedeva proprio a lui come doveva fare per sedersi «al più presto» sulla poltrona del fratello appena assassinato. Johnson, come si ricorderà, giurò poi in volo a bordo dell'Air Force One, accanto al feretro di Kennedy. All'arrivo a Washington dietro alla bara di JFK c'erano però la vedova Jacqueline e Bob Kennedy. Johnson rimase nell'ombra.
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Da Il Messaggero) DALLAS (22 novembre) - Un filmato girato a Dallas il 22 novembre 1963, il giorno dell'assassinio di John F. Kennedy, è stato restaurato e andrà in onda domani sul National Geographic Channel. Nel filmato, scrive il Dallas Morning News, si intravede una figura molto somigliante a Lee Harvey Oswald - il presunto omicida - dietro la finestra da cui partirono i tre colpi di fucile che uccisero il presidente. Il filmato, inserito in un documentario, venne girato nel 1963 da Robert Hughes: riprende l'arrivo della limousine presidenziale in Dealey Plaza, teatro dell'assassinio del presidente.

Un fotogramma è stato oggetto di numerose analisi e inquadra il Texas School Book Depository, il palazzo dal quale Oswald avrebbe sparato i colpi che uccisero Kennedy. «Grazie al restauro - spiega Tom Jennings, produttore esecutivo del documentario - si intravede una figura dietro alla finestra da cui partirono i colpi. Io penso sia quella di Oswald». Nel documentario, intitolato The lost Jfk tapes, sono stati inseriti anche altri filmati di quel giorno, tra cui soprattutto quello girato da Orville Nix, che riprese l'assassinio da una posizione opposta a quella in cui si trovava Abraham Zapruder.

Contemporaneamente arriva The Kennedy Assassination: 24 hours after, documentario realizzato dal docente di storia Steven Gillon, che ripercorre minuto per minuto le 24 ore dopo l'attentato. Gillon, nel film già andato in onda su History Channel, rivela che nell'ospedale di Dallas dove il corpo di Kennedy fu portato ci fu un momento di tensione tra gli uomini del Secret Service e la polizia di Dallas. Davanti alla bara del presidente venne sfiorato il conflitto a fuoco: da un lato gli uomini di Kennedy che insistevano per portare il feretro sull'Air Force One, dall'altro la polizia che voleva che il corpo fosse lasciato dov'era, per l'autopsia.

Il documentario propone anche la ricostruzione dettagliata dei brevi e gelidi colloqui tra il vicepresidente Lyndon Johnson e Bob Kennedy. Johnson chiamò Bob Kennedy perché come ministro della Giustizia doveva indicare come, quando e dove far celebrare «al più presto» al vice presidente il giuramento di fedeltà alla Costituzione. Colloqui tanto più devastanti in quanto Johnson era 'nemico' dichiarato di Bob Kennedy. E chiedeva proprio a lui come doveva fare per sedersi «al più presto» sulla poltrona del fratello appena assassinato. Johnson, come si ricorderà, giurò poi in volo a bordo dell'Air Force One, accanto al feretro di Kennedy. All'arrivo a Washington dietro alla bara di JFK c'erano però la vedova Jacqueline e Bob Kennedy. Johnson rimase nell'ombra.

domenica 22 novembre 2009

Acqua, bugia “europea” e porcata italiana



Di Carlo Vulpio


La cosa più sconvolgente di questa storia della privatizzazione dell’acqua, che nessun giornale o canale radiotv dice, è il continuo richiamo alla necessità che l’Italia “si adegui” all’Europa.
“L’Europa lo vuole!”, dicono, e fanno passare per verità assoluta una solenne bugia. Proprio come il famigerato “Dio lo vuole!” dei crociati.

Il decreto-legge Ronchi approvato (con l’ennesimo voto di fiducia) anche dalla Camera dei deputati il 19 novembre 2009, all’articolo 15, ribadisce proprio questo concetto, e cioè che è necessario privatizzare il servizio idrico “per adeguarsi alle direttive europee”.

Peccato che nessuno si prenda la briga di andare a controllare e che un po’ tutti – per abitudine, per pigrizia, per inettitudine o malcelato interesse – diano per scontata una “verità” che non esiste, e che quindi è una bugia.

Quanti parlamentari, quante persone hanno letto – per dire dell’esempio più famoso – il Trattato di Lisbona? Non più di una decina, forse. Ecco, più o meno tanti sono gli individui che hanno letto queste benedette direttive europee a cui l’Italia dovrebbe adeguarsi privatizzando i servizi idrici.
La verità è che si è votato (in Parlamento) e si sta accettando (nel Paese) qualcosa che non esiste, perché le due direttive europee in questione (92/50/CEE e 93/38/CEE) si limitano a chiedere che vi sia concorrenza per i servizi pubblici nazionali e locali, ma escludono da logiche di mercato proprio il servizio idrico.

L’Unione europea non si è mai sognata di chiedere a nessun Paese membro di privatizzare l’acqua e i servizi idrici. Almeno non attraverso il proprio Parlamento e i propri atti ufficiali. Al contrario: la cosiddetta “direttiva Bolkestein” tiene fuori dalla libera circolazione dei servizi proprio il servizio idrico e affida ai singoli Stati membri il compito di stabilire quali siano i servizi “a interesse economico” e quali quelli “intrinsecamente non a scopo di lucro”.

Per questi ultimi, ogni singolo Stato può sancire il divieto totale di apertura al mercato .

A tre anni di distanza dall’emanazione di quella direttiva, però, l’Italia resta uno dei pochi Paesi a non aver ancora scelto quali servizi inserire tra quelli “a interesse economico” e quali considerare “non a scopo di lucro”. E sta procedendo allegramente, e voracemente, verso la privatizzazione di tutti i servizi. Tutto in mano ai privati, dunque, e, solo in via eccezionale, in mano pubblica. Questa è la linea. Del governo in carica e di tanti suoi sodali dell’opposizione.

Questa storia della privatizzazione dell’acqua è tutta nostra, tutta italiana, e l’Europa c’entra poco o niente. In Italia si sta facendo, in nome dell’Europa, ciò che l’Europa non ci ha chiesto di fare. Fantastico. Le lobbies economiche non potrebbero avere partner più fedele e solerte. Come fedeli e solerti furono, nel marzo 2006, al quarto Forum mondiale dell’acqua di Città del Messico, i membri della Commissione europea.
Nonostante il Parlamento europeo avesse definito l’acqua un diritto dell’umanità e non un semplice bene economico, i commissari europei ignorarono completamente la risoluzione del Parlamento europeo e tornarono a definire l’acqua un bene economico.
Non solo. Quando i parlamentari di Strasburgo chiesero conto della loro condotta, i commissari risposero di aver agito su mandato del Consiglio dei ministri della Ue , che in maggioranza erano favorevoli alla liberalizzazione dell’acqua. E così – questa è una di quelle “magie” europee a cui bisognerebbe rimediare prima che sia troppo tardi – un organo eletto dai popoli degli Stati membri, il Parlamento, è stato surclassato e messo alla berlina da un manipolo di signori nominati dai singoli governi.

L’Italia però ha qualcosa in più. L’Italia ha le facce di bronzo. Del governo e della cosiddetta opposizione. Capaci di votare tutti insieme appassionatamente – come hanno fatto Pd, Pdl, Udc e Lega Nord – a favore dell’emendamento presentato dalla coppia Filippo Bubbico- Giovanni Procacci (senatori del Pd).
L’emendamento dice che l’acqua, come risorsa, resta pubblica, ma la gestione dev’essere privata. Esattamente ciò che voleva il governo. Tanto è vero che il senatore Gasparri e il ministro Ronchi hanno elogiato e applaudito il duo Bubbico-Procacci, che si è poi vantato di aver scongiurato con il proprio emendamento la privatizzazione dell’acqua.

Non l’hanno bevuta, è il caso di dirlo, non solo i parlamentari Idv, che hanno votato contro, ma anche tre senatori del Pd – Luigi Zanda, Francesca Marinaro e Paolo Nerozzi – che non hanno votato.

Nel frattempo, mentre sta maturando l’idea di un referendum abrogativo, alcune Regioni hanno preannunciato ricorsi alla Corte Costituzionale contro il decreto-legge Ronchi. Tra queste, anche la Puglia, che ha l’acquedotto più grande d’Europa.
Nel 1999, il governo presieduto da Massimo D’Alema voleva vendere l’acquedotto pugliese all’Enel per 3.100 miliardi di lire, ma l’affare saltò anche per l’opposizione del “governatore” pugliese Raffaele Fitto, attuale ministro per gli Affari regionali.
Oggi, il “governatore” Nichi Vendola, all’improvviso, sotto elezioni e con addosso la voglia matta di ricandidarsi alla guida della Puglia, riscopre l’importanza dell’acqua pubblica.
Peccato che Vendola si svegli solo ora, dopo aver cacciato in malo modo dalla presidenza dell’Aqp Riccardo Petrella, membro del comitato internazionale per il Contratto mondiale sull’acqua, e averlo sostituito con l’ennesimo dirigente politicamente lottizzato. E dopo aver fatto il sordo con chi gli chiedeva di muoversi per proporre una legge regionale che scongiurasse il rischio di lucrare sull’acqua. Ora, probabilmente, vuol far credere che lui, almeno sull’acqua – non dico la Sanità, ma l’acqua -, è diverso da Ronchi, Gasparri, Bubbico e Procacci. Ah, be’… Sì, be’…

Fonte:BlogdiCarlVulpio
.
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Di Carlo Vulpio


La cosa più sconvolgente di questa storia della privatizzazione dell’acqua, che nessun giornale o canale radiotv dice, è il continuo richiamo alla necessità che l’Italia “si adegui” all’Europa.
“L’Europa lo vuole!”, dicono, e fanno passare per verità assoluta una solenne bugia. Proprio come il famigerato “Dio lo vuole!” dei crociati.

Il decreto-legge Ronchi approvato (con l’ennesimo voto di fiducia) anche dalla Camera dei deputati il 19 novembre 2009, all’articolo 15, ribadisce proprio questo concetto, e cioè che è necessario privatizzare il servizio idrico “per adeguarsi alle direttive europee”.

Peccato che nessuno si prenda la briga di andare a controllare e che un po’ tutti – per abitudine, per pigrizia, per inettitudine o malcelato interesse – diano per scontata una “verità” che non esiste, e che quindi è una bugia.

Quanti parlamentari, quante persone hanno letto – per dire dell’esempio più famoso – il Trattato di Lisbona? Non più di una decina, forse. Ecco, più o meno tanti sono gli individui che hanno letto queste benedette direttive europee a cui l’Italia dovrebbe adeguarsi privatizzando i servizi idrici.
La verità è che si è votato (in Parlamento) e si sta accettando (nel Paese) qualcosa che non esiste, perché le due direttive europee in questione (92/50/CEE e 93/38/CEE) si limitano a chiedere che vi sia concorrenza per i servizi pubblici nazionali e locali, ma escludono da logiche di mercato proprio il servizio idrico.

L’Unione europea non si è mai sognata di chiedere a nessun Paese membro di privatizzare l’acqua e i servizi idrici. Almeno non attraverso il proprio Parlamento e i propri atti ufficiali. Al contrario: la cosiddetta “direttiva Bolkestein” tiene fuori dalla libera circolazione dei servizi proprio il servizio idrico e affida ai singoli Stati membri il compito di stabilire quali siano i servizi “a interesse economico” e quali quelli “intrinsecamente non a scopo di lucro”.

Per questi ultimi, ogni singolo Stato può sancire il divieto totale di apertura al mercato .

A tre anni di distanza dall’emanazione di quella direttiva, però, l’Italia resta uno dei pochi Paesi a non aver ancora scelto quali servizi inserire tra quelli “a interesse economico” e quali considerare “non a scopo di lucro”. E sta procedendo allegramente, e voracemente, verso la privatizzazione di tutti i servizi. Tutto in mano ai privati, dunque, e, solo in via eccezionale, in mano pubblica. Questa è la linea. Del governo in carica e di tanti suoi sodali dell’opposizione.

Questa storia della privatizzazione dell’acqua è tutta nostra, tutta italiana, e l’Europa c’entra poco o niente. In Italia si sta facendo, in nome dell’Europa, ciò che l’Europa non ci ha chiesto di fare. Fantastico. Le lobbies economiche non potrebbero avere partner più fedele e solerte. Come fedeli e solerti furono, nel marzo 2006, al quarto Forum mondiale dell’acqua di Città del Messico, i membri della Commissione europea.
Nonostante il Parlamento europeo avesse definito l’acqua un diritto dell’umanità e non un semplice bene economico, i commissari europei ignorarono completamente la risoluzione del Parlamento europeo e tornarono a definire l’acqua un bene economico.
Non solo. Quando i parlamentari di Strasburgo chiesero conto della loro condotta, i commissari risposero di aver agito su mandato del Consiglio dei ministri della Ue , che in maggioranza erano favorevoli alla liberalizzazione dell’acqua. E così – questa è una di quelle “magie” europee a cui bisognerebbe rimediare prima che sia troppo tardi – un organo eletto dai popoli degli Stati membri, il Parlamento, è stato surclassato e messo alla berlina da un manipolo di signori nominati dai singoli governi.

L’Italia però ha qualcosa in più. L’Italia ha le facce di bronzo. Del governo e della cosiddetta opposizione. Capaci di votare tutti insieme appassionatamente – come hanno fatto Pd, Pdl, Udc e Lega Nord – a favore dell’emendamento presentato dalla coppia Filippo Bubbico- Giovanni Procacci (senatori del Pd).
L’emendamento dice che l’acqua, come risorsa, resta pubblica, ma la gestione dev’essere privata. Esattamente ciò che voleva il governo. Tanto è vero che il senatore Gasparri e il ministro Ronchi hanno elogiato e applaudito il duo Bubbico-Procacci, che si è poi vantato di aver scongiurato con il proprio emendamento la privatizzazione dell’acqua.

Non l’hanno bevuta, è il caso di dirlo, non solo i parlamentari Idv, che hanno votato contro, ma anche tre senatori del Pd – Luigi Zanda, Francesca Marinaro e Paolo Nerozzi – che non hanno votato.

Nel frattempo, mentre sta maturando l’idea di un referendum abrogativo, alcune Regioni hanno preannunciato ricorsi alla Corte Costituzionale contro il decreto-legge Ronchi. Tra queste, anche la Puglia, che ha l’acquedotto più grande d’Europa.
Nel 1999, il governo presieduto da Massimo D’Alema voleva vendere l’acquedotto pugliese all’Enel per 3.100 miliardi di lire, ma l’affare saltò anche per l’opposizione del “governatore” pugliese Raffaele Fitto, attuale ministro per gli Affari regionali.
Oggi, il “governatore” Nichi Vendola, all’improvviso, sotto elezioni e con addosso la voglia matta di ricandidarsi alla guida della Puglia, riscopre l’importanza dell’acqua pubblica.
Peccato che Vendola si svegli solo ora, dopo aver cacciato in malo modo dalla presidenza dell’Aqp Riccardo Petrella, membro del comitato internazionale per il Contratto mondiale sull’acqua, e averlo sostituito con l’ennesimo dirigente politicamente lottizzato. E dopo aver fatto il sordo con chi gli chiedeva di muoversi per proporre una legge regionale che scongiurasse il rischio di lucrare sull’acqua. Ora, probabilmente, vuol far credere che lui, almeno sull’acqua – non dico la Sanità, ma l’acqua -, è diverso da Ronchi, Gasparri, Bubbico e Procacci. Ah, be’… Sì, be’…

Fonte:BlogdiCarlVulpio
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Incontro tematico Rete dei Cittadini sulla gestione dei rifiuti, Roma 21/11 Il Partito del Sud di Roma partecipa all'incontro.




Il Partito del Sud di Roma partecipa all'incontro tematico proposto dalla Rete dei Cittadini, sui danni alla salute provocati dagli inceneritori e sulle alternative possibili, con l'intervento del Prof. Montanari, ricercatore ed esperto di nanopatologie, e di Francesco Zagami del progetto "Rifiuti zero".

Ancora una volta dimostriamo coi fatti di uscire dal ghetto del meridionalismo solo nostalgico, passiamo ad elaborare proposte concrete per il riscatto del Sud.
Proposte rivoluzionarie non solo per gli aspetti ambientali, drammatica emergenza attuale specialmente in Campania, Calabria e Sicilia, ma anche dal punto di vista economico...insomma la questione ambientale, compresa una nuova e corretta gestione dei rifiuti, deve diventare, secondo noi, una parte dei nostri programmi meridionalisti alternativi al regime italian-padano di destra e sinistra e parte quella "rivoluzione meridionale" auspicata da Guido Dorso.

Enzo Riccio
Partito del Sud - sez. "Lucio Barone" Roma
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Il Partito del Sud di Roma partecipa all'incontro tematico proposto dalla Rete dei Cittadini, sui danni alla salute provocati dagli inceneritori e sulle alternative possibili, con l'intervento del Prof. Montanari, ricercatore ed esperto di nanopatologie, e di Francesco Zagami del progetto "Rifiuti zero".

Ancora una volta dimostriamo coi fatti di uscire dal ghetto del meridionalismo solo nostalgico, passiamo ad elaborare proposte concrete per il riscatto del Sud.
Proposte rivoluzionarie non solo per gli aspetti ambientali, drammatica emergenza attuale specialmente in Campania, Calabria e Sicilia, ma anche dal punto di vista economico...insomma la questione ambientale, compresa una nuova e corretta gestione dei rifiuti, deve diventare, secondo noi, una parte dei nostri programmi meridionalisti alternativi al regime italian-padano di destra e sinistra e parte quella "rivoluzione meridionale" auspicata da Guido Dorso.

Enzo Riccio
Partito del Sud - sez. "Lucio Barone" Roma

sabato 21 novembre 2009

MODENA: DOMENICA 22 NOVEMBRE DIBATTITO CON ANTONIO CIANO


Per il ciclo “Viaggio nella storia di Modena”

RISORGIMENTO: GLORIE DA CELEBRARE E/O FRATTURE DA RISANARE?

Domenica 22 Novembre – ore 16

Sala di piazzetta Redecocca 1

Presentazione del libro

Le radici della vergogna. Psicanalisi dell’Italia

di Elena Bianchini Braglia

A seguire dibattito con

Antonio Ciano: storico, Assessore del Comune di Gaeta, Presidente Rete Sud

On. Lorenzo Fontana: Eurodeputato della Lega Nord

Modera: Stefano Soranna, Presidente del Comitato di Modena del Centro Studi sul Risorgimento e sugli Stati Preunitari

INGRESSO LIBERO

Informazioni: www.terraeidentita.it, 059 212334


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Per il ciclo “Viaggio nella storia di Modena”

RISORGIMENTO: GLORIE DA CELEBRARE E/O FRATTURE DA RISANARE?

Domenica 22 Novembre – ore 16

Sala di piazzetta Redecocca 1

Presentazione del libro

Le radici della vergogna. Psicanalisi dell’Italia

di Elena Bianchini Braglia

A seguire dibattito con

Antonio Ciano: storico, Assessore del Comune di Gaeta, Presidente Rete Sud

On. Lorenzo Fontana: Eurodeputato della Lega Nord

Modera: Stefano Soranna, Presidente del Comitato di Modena del Centro Studi sul Risorgimento e sugli Stati Preunitari

INGRESSO LIBERO

Informazioni: www.terraeidentita.it, 059 212334


Indagine esplosiva

- di Lirio Abbate - espresso.it.

I pm pronti a riaprire l'inchiesta sul premier per le stragi. Mentre altri boss potrebbero parlare. E provocare un terremoto politico.

Le rivelazioni del mafioso Gaspare Spatuzza possono portare ad una nuova inchiesta di mafia a Firenze e Caltanissetta che coinvolgerebbe il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il suo amico Marcello Dell'Utri.

Il neo pentito racconta pure nuovi risvolti giudiziari su un alto esponente politico del Pdl che in passato avrebbe incontrato i boss Giuseppe e Filippo Graviano, perché accompagnava alcuni imprenditori che erano loro prestanome. Pesano le affermazioni di Spatuzza su mafia e politica e i riscontri investigativi rischiano di condizionare il panorama politico italiano.

Ma la grande paura di Berlusconi è nascosta dietro le facce dei Graviano, due capi mafia non ancora cinquantenni, che in cella indossano golfini di cachemire e leggono quotidiani di economia e finanza. Sono detenuti da 15 anni e sul ruolino del carcere è segnato: fine pena mai. Hanno un ergastolo definitivo per aver organizzato le stragi del 1993. Ma custodiscono segreti che se fossero svelati ai magistrati potrebbero provocare uno tsunami istituzionale. I loro contatti e i loro affari sono stati delineati ai pm dal collaboratori di giustizia Spatuzza, che era il loro uomo di fiducia, e poi da Salvatore Grigoli e Leonardo Messina. Pentiti che parlano di retroscena politico-mafioso fra il 1993 e il 1994: gli anni delle bombe e della nascita di Forza Italia. Le nuove rivelazioni hanno portato i magistrati di Caltanissetta e Firenze a valutare la possibilità di riaprire le inchieste su Berlusconi e Dell'Utri. Indagini che farebbero ripiombare sul presidente del Consiglio l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, mentre per il suo amico e cofondatore di Forza Italia quella di concorso in strage aggravata da finalità mafiose e di terrorismo.

Il premier lo scorso settembre pensava proprio a questa ipotesi, dopo che sono iniziati a circolare i primi boatos scaturiti dalle rivelazioni di Spatuzza, quando ha attaccato i magistrati di Firenze, Palermo e Milano. Affermava che si trattava di «follia pura» ricominciare «a guardare i fatti del '93 e del '92 e del '94. Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico facciano queste cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese». L'inchiesta è sui presunti complici a volto coperto di Cosa nostra nelle stragi di Roma, Firenze e Milano, in cui il premier e l'ex numero uno di Publitalia sono stati coinvolti dieci anni fa e la loro posizione è stata archiviata dal gip. In quel decreto, firmato il 16 novembre 1998, veniva spiegato che «l'ipotesi di indagine (su Berlusconi e Dell'Utri) aveva mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità». Ma in due anni di lavoro, non era stata trovata «la conferma alle chiamate de relato» di Giovanni Ciaramitaro e Pietro Romeo, due componenti del commando mafioso in azione nel nord Italia, diventati collaboratori di giustizia. Dopo 24 mesi il gip di Firenze ha archiviato tutto per decorrenza dei termini, scrivendo però che «gli elementi raccolti» dalla procura non erano pochi: era convinto che i due indagati avessero «intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato». Pensava che «tali rapporti» fossero «compatibili con il fine perseguito dal progetto» della mafia: cioè la ricerca di una nuova forza politica che si facesse carico delle istanze di Cosa nostra. Ma tutti quegli indizi non erano «idonei a sostenere l'accusa in giudizio». Per cui «solo l'emergere di nuovi elementi» avrebbe a quel punto portato alla riapertura dell'inchiesta.

È quello che potrebbe essere fatto adesso. Oggi sappiamo dal neo pentito Spatuzza che Giuseppe Graviano, già nel gennaio '94, sosteneva di aver raggiunto una sorta di accordo politico con Berlusconi, e raggiante ripeteva: «Ci siamo messi il Paese nelle mani». Ma dopo Spatuzza c'è chi ritiene si possano registrare altre defezioni di rango tra le fila dei mandanti ed esecutori delle stragi: nuove collaborazioni che diano ancora più peso alle accuse. Magari a partire proprio da Filippo Graviano. Era stato proprio lui, nel 2004, a comunicare in carcere a Spatuzza che «se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati». Erano trascorsi dieci anni da quando suo fratello Giuseppe sosteneva di aver agganciato Berlusconi tramite Dell'Utri, e secondo il pentito la trattativa fra Stato e mafia proseguiva ancora.

Ma i detenuti, stanchi di attendere una soluzione politica a lungo promessa, ma non ancora completamente realizzata, adesso minacciano di vendicarsi raccontando cosa è davvero successo nel 1993-94. Quello che dice ai pm Spatuzza si collega ad alcuni retroscena dell'indagine della procura di Napoli sul sottosegretario Nicola Cosentino di cui è stato chiesto l'arresto per concorso esterno in associazione camorristica. Sembrano apparentemente due mondi lontani, ma a metterli in contatto sono alcuni esponenti di Forza Italia che si rivolgono fra il '94 e il '96 a boss di mafia e camorra promettendo, in caso di vittoria elettorale, «un alleggerimento nei loro confronti».

E da questi discorsi emerge il progetto della dissociazione, cioè l'ammissione delle proprie responsabilità in cambio di sconti di pena, senza accusare altre persone. Spatuzza, parlando della trattativa con lo Stato, che sarebbe proseguita fino al 2004, spiega che durante la detenzione «Filippo Graviano mi dice che in quel periodo si sta parlando di dissociazione, quindi a noi interessa la dissociazione ». E dello stesso argomento aveva discusso il casalese Dario De Simone, con l'onorevole Cosentino.

Adesso il premier ha paura di quegli spettri che 16 anni fa lo avrebbero accompagnato nella sua discesa in politica. Ma lo spaventa anche la ricostruzione di tutti gli spostamenti dei Graviano nel 1993. Perché gli investigatori sono in grado di accertare le persone con le quali sono stati in contatto. I tabulati di alcuni vecchi cellulari utilizzati dai fratelli stragisti sono stati analizzati dagli investigatori con l'aiuto di Spatuzza. E grazie a questi documenti è possibile dimostrare con chi hanno parlato.

Su questi fatti vi sono due indagini. Una coordinata dal procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi con i suoi sostituti Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini; l'altra condotta dal capo della Dda di Caltanissetta Sergio Lari con l'aggiunto Domenico Gozzo e i pm Nicolò Marino e Stefano Luciani.

Lari ha riaperto da mesi i fascicoli sui mandanti occulti delle stragi e la scorsa estate Totò Riina ha fatto arrivare un lungo messaggio attraverso il suo avvocato. Riuscendo a bucare il carcere duro imposto dal 41 bis. Per il capo di Cosa nostra la responsabilità della morte di Borsellino era da addebitare a «istituzioni deviate». Un messaggio torbido. E così Lari e i suoi pm sono andati a interrogarlo. Nello stesso periodo, i pm di Firenze interrogavano Giuseppe Graviano.

È lo stesso stragista a rivelarlo durante una deposizione a difesa dell'ex senatore Vincenzo Inzerillo nel processo d'appello di Palermo in cui è imputato di mafia. Graviano dice: «È venuta la procura di Firenze. Mi hanno detto solamente: "Siamo venuti a interrogarla per i colletti bianchi". Gli ho detto: "Mi faccia leggere i verbali" (riferendosi alle dichiarazioni di Spatuzza, ndr) e aspetto ancora...».

La coincidenza vuole che poche settimane dopo questi due episodi, il deputato Renato Farina (Pdl), alias "agente betulla", entra nel carcere di Opera, nell'ambito dell'iniziativa promossa dai Radicali. L'ex informatore dei servizi segreti si ferma a parlare con Totò Riina. Poi il deputato prosegue il giro "cella per cella" degli 82 reclusi sottoposti al 41bis. Casualità vuole che in questo istituto è detenuto pure Giuseppe Graviano. I boss lanciano messaggi, e i politici che comprendono il loro linguaggio sanno come rispondere. Ma adesso un mafioso pentito è pronto a decifrare questo codice segreto.

Tratto da: L'espresso.
Ripreso anche da: antimafiaduemila.com.


http://www.megachipdue.info/component/content/article/42-in-evidenza/1250-indagine-esplosiva-.html
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- di Lirio Abbate - espresso.it.

I pm pronti a riaprire l'inchiesta sul premier per le stragi. Mentre altri boss potrebbero parlare. E provocare un terremoto politico.

Le rivelazioni del mafioso Gaspare Spatuzza possono portare ad una nuova inchiesta di mafia a Firenze e Caltanissetta che coinvolgerebbe il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il suo amico Marcello Dell'Utri.

Il neo pentito racconta pure nuovi risvolti giudiziari su un alto esponente politico del Pdl che in passato avrebbe incontrato i boss Giuseppe e Filippo Graviano, perché accompagnava alcuni imprenditori che erano loro prestanome. Pesano le affermazioni di Spatuzza su mafia e politica e i riscontri investigativi rischiano di condizionare il panorama politico italiano.

Ma la grande paura di Berlusconi è nascosta dietro le facce dei Graviano, due capi mafia non ancora cinquantenni, che in cella indossano golfini di cachemire e leggono quotidiani di economia e finanza. Sono detenuti da 15 anni e sul ruolino del carcere è segnato: fine pena mai. Hanno un ergastolo definitivo per aver organizzato le stragi del 1993. Ma custodiscono segreti che se fossero svelati ai magistrati potrebbero provocare uno tsunami istituzionale. I loro contatti e i loro affari sono stati delineati ai pm dal collaboratori di giustizia Spatuzza, che era il loro uomo di fiducia, e poi da Salvatore Grigoli e Leonardo Messina. Pentiti che parlano di retroscena politico-mafioso fra il 1993 e il 1994: gli anni delle bombe e della nascita di Forza Italia. Le nuove rivelazioni hanno portato i magistrati di Caltanissetta e Firenze a valutare la possibilità di riaprire le inchieste su Berlusconi e Dell'Utri. Indagini che farebbero ripiombare sul presidente del Consiglio l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, mentre per il suo amico e cofondatore di Forza Italia quella di concorso in strage aggravata da finalità mafiose e di terrorismo.

Il premier lo scorso settembre pensava proprio a questa ipotesi, dopo che sono iniziati a circolare i primi boatos scaturiti dalle rivelazioni di Spatuzza, quando ha attaccato i magistrati di Firenze, Palermo e Milano. Affermava che si trattava di «follia pura» ricominciare «a guardare i fatti del '93 e del '92 e del '94. Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico facciano queste cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese». L'inchiesta è sui presunti complici a volto coperto di Cosa nostra nelle stragi di Roma, Firenze e Milano, in cui il premier e l'ex numero uno di Publitalia sono stati coinvolti dieci anni fa e la loro posizione è stata archiviata dal gip. In quel decreto, firmato il 16 novembre 1998, veniva spiegato che «l'ipotesi di indagine (su Berlusconi e Dell'Utri) aveva mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità». Ma in due anni di lavoro, non era stata trovata «la conferma alle chiamate de relato» di Giovanni Ciaramitaro e Pietro Romeo, due componenti del commando mafioso in azione nel nord Italia, diventati collaboratori di giustizia. Dopo 24 mesi il gip di Firenze ha archiviato tutto per decorrenza dei termini, scrivendo però che «gli elementi raccolti» dalla procura non erano pochi: era convinto che i due indagati avessero «intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato». Pensava che «tali rapporti» fossero «compatibili con il fine perseguito dal progetto» della mafia: cioè la ricerca di una nuova forza politica che si facesse carico delle istanze di Cosa nostra. Ma tutti quegli indizi non erano «idonei a sostenere l'accusa in giudizio». Per cui «solo l'emergere di nuovi elementi» avrebbe a quel punto portato alla riapertura dell'inchiesta.

È quello che potrebbe essere fatto adesso. Oggi sappiamo dal neo pentito Spatuzza che Giuseppe Graviano, già nel gennaio '94, sosteneva di aver raggiunto una sorta di accordo politico con Berlusconi, e raggiante ripeteva: «Ci siamo messi il Paese nelle mani». Ma dopo Spatuzza c'è chi ritiene si possano registrare altre defezioni di rango tra le fila dei mandanti ed esecutori delle stragi: nuove collaborazioni che diano ancora più peso alle accuse. Magari a partire proprio da Filippo Graviano. Era stato proprio lui, nel 2004, a comunicare in carcere a Spatuzza che «se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati». Erano trascorsi dieci anni da quando suo fratello Giuseppe sosteneva di aver agganciato Berlusconi tramite Dell'Utri, e secondo il pentito la trattativa fra Stato e mafia proseguiva ancora.

Ma i detenuti, stanchi di attendere una soluzione politica a lungo promessa, ma non ancora completamente realizzata, adesso minacciano di vendicarsi raccontando cosa è davvero successo nel 1993-94. Quello che dice ai pm Spatuzza si collega ad alcuni retroscena dell'indagine della procura di Napoli sul sottosegretario Nicola Cosentino di cui è stato chiesto l'arresto per concorso esterno in associazione camorristica. Sembrano apparentemente due mondi lontani, ma a metterli in contatto sono alcuni esponenti di Forza Italia che si rivolgono fra il '94 e il '96 a boss di mafia e camorra promettendo, in caso di vittoria elettorale, «un alleggerimento nei loro confronti».

E da questi discorsi emerge il progetto della dissociazione, cioè l'ammissione delle proprie responsabilità in cambio di sconti di pena, senza accusare altre persone. Spatuzza, parlando della trattativa con lo Stato, che sarebbe proseguita fino al 2004, spiega che durante la detenzione «Filippo Graviano mi dice che in quel periodo si sta parlando di dissociazione, quindi a noi interessa la dissociazione ». E dello stesso argomento aveva discusso il casalese Dario De Simone, con l'onorevole Cosentino.

Adesso il premier ha paura di quegli spettri che 16 anni fa lo avrebbero accompagnato nella sua discesa in politica. Ma lo spaventa anche la ricostruzione di tutti gli spostamenti dei Graviano nel 1993. Perché gli investigatori sono in grado di accertare le persone con le quali sono stati in contatto. I tabulati di alcuni vecchi cellulari utilizzati dai fratelli stragisti sono stati analizzati dagli investigatori con l'aiuto di Spatuzza. E grazie a questi documenti è possibile dimostrare con chi hanno parlato.

Su questi fatti vi sono due indagini. Una coordinata dal procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi con i suoi sostituti Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini; l'altra condotta dal capo della Dda di Caltanissetta Sergio Lari con l'aggiunto Domenico Gozzo e i pm Nicolò Marino e Stefano Luciani.

Lari ha riaperto da mesi i fascicoli sui mandanti occulti delle stragi e la scorsa estate Totò Riina ha fatto arrivare un lungo messaggio attraverso il suo avvocato. Riuscendo a bucare il carcere duro imposto dal 41 bis. Per il capo di Cosa nostra la responsabilità della morte di Borsellino era da addebitare a «istituzioni deviate». Un messaggio torbido. E così Lari e i suoi pm sono andati a interrogarlo. Nello stesso periodo, i pm di Firenze interrogavano Giuseppe Graviano.

È lo stesso stragista a rivelarlo durante una deposizione a difesa dell'ex senatore Vincenzo Inzerillo nel processo d'appello di Palermo in cui è imputato di mafia. Graviano dice: «È venuta la procura di Firenze. Mi hanno detto solamente: "Siamo venuti a interrogarla per i colletti bianchi". Gli ho detto: "Mi faccia leggere i verbali" (riferendosi alle dichiarazioni di Spatuzza, ndr) e aspetto ancora...».

La coincidenza vuole che poche settimane dopo questi due episodi, il deputato Renato Farina (Pdl), alias "agente betulla", entra nel carcere di Opera, nell'ambito dell'iniziativa promossa dai Radicali. L'ex informatore dei servizi segreti si ferma a parlare con Totò Riina. Poi il deputato prosegue il giro "cella per cella" degli 82 reclusi sottoposti al 41bis. Casualità vuole che in questo istituto è detenuto pure Giuseppe Graviano. I boss lanciano messaggi, e i politici che comprendono il loro linguaggio sanno come rispondere. Ma adesso un mafioso pentito è pronto a decifrare questo codice segreto.

Tratto da: L'espresso.
Ripreso anche da: antimafiaduemila.com.


http://www.megachipdue.info/component/content/article/42-in-evidenza/1250-indagine-esplosiva-.html

1860-2010, IL TRAUMA DI NAPOLI (non secessionismo ma revisionismo sulle falsità del "risorgimento")



In 10 minuti, il motivo per cui Napoli e il meridione soffrono da 150 anni. Un Regno sfarzoso e ricco, produttivo e laborioso, improvvisamente invaso senza dichiarazione di guerra allo scopo di depredarne le ricchezze.
Fondamentale il supporto e la spinta degli inglesi, timorosi del Regno delle Due Sicilie e della sua forza nel Mediterraneo dopo l'apertura del Canale di Suez.
E oggi i napoletani, e i meridionali in genere, hanno assunto il modo di fare e di essere che 150 anni fa si studiò a tavolino per loro. La denigrazione e le falsità storiche hanno raggiunto il loro scopo già da tempo e così i Napoletani sono hanno perso identità e dignità.
È ora di reagire a questa situazione, ritrovare la dignità sottratta e tornare ad essere Napoletani con la "N" maiuscola, rialzare la testa e camminare con la schiena dritta. Lo hanno fatto per più di un secolo, guadagnandosi il rispetto e la stima del mondo intero, prima di essere invasi.
Il tutto con intento revisionista perchè è giusto che la gente sia informata sulla storia d'Italia che si è fatta col sangue e i danari dei "Napolitani".
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In 10 minuti, il motivo per cui Napoli e il meridione soffrono da 150 anni. Un Regno sfarzoso e ricco, produttivo e laborioso, improvvisamente invaso senza dichiarazione di guerra allo scopo di depredarne le ricchezze.
Fondamentale il supporto e la spinta degli inglesi, timorosi del Regno delle Due Sicilie e della sua forza nel Mediterraneo dopo l'apertura del Canale di Suez.
E oggi i napoletani, e i meridionali in genere, hanno assunto il modo di fare e di essere che 150 anni fa si studiò a tavolino per loro. La denigrazione e le falsità storiche hanno raggiunto il loro scopo già da tempo e così i Napoletani sono hanno perso identità e dignità.
È ora di reagire a questa situazione, ritrovare la dignità sottratta e tornare ad essere Napoletani con la "N" maiuscola, rialzare la testa e camminare con la schiena dritta. Lo hanno fatto per più di un secolo, guadagnandosi il rispetto e la stima del mondo intero, prima di essere invasi.
Il tutto con intento revisionista perchè è giusto che la gente sia informata sulla storia d'Italia che si è fatta col sangue e i danari dei "Napolitani".

Ed ecco gli ex fascisti protagonisti nei festeggiamenti dei 150 anni di Unità...



Maurizio Gasparri, nella foto ripreso in caricatura dalla celebre imitazione di Neri Marcorè che esalta la sua grande intelligenza, la sua cultura e la sua preparazione...;-), ha fondato "Italia protagonista", nuova associazione culturale di cui sentivamo davvero un gran bisogno, che contribuirà ai festeggiamenti per i 150 anni dell'Unità d'Italia.
Il capogruppo del PdL al Senato ha anche dichiarato:
«L'Italia deve riprendere coscienza della sua bella identità».
Insieme al presidente del Vittoriale, Giordano Bruno Guerri, e al giornalista e scrittore Roberto Gervaso, Gasparri ha presentato un programma di festeggiamenti per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia con appuntamenti per tutto il 2010.
(fonte: Il Tempo)

Speriamo che li pubblichino questi appuntamenti, è una grande occasione per i movimenti meridionalisti per controcelebrare quest'anniversario e per proporre la nostra VERA storia del Sud e non le favolette risorgimentali!

Fonte:Partito del Sud- Roma
-
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Maurizio Gasparri, nella foto ripreso in caricatura dalla celebre imitazione di Neri Marcorè che esalta la sua grande intelligenza, la sua cultura e la sua preparazione...;-), ha fondato "Italia protagonista", nuova associazione culturale di cui sentivamo davvero un gran bisogno, che contribuirà ai festeggiamenti per i 150 anni dell'Unità d'Italia.
Il capogruppo del PdL al Senato ha anche dichiarato:
«L'Italia deve riprendere coscienza della sua bella identità».
Insieme al presidente del Vittoriale, Giordano Bruno Guerri, e al giornalista e scrittore Roberto Gervaso, Gasparri ha presentato un programma di festeggiamenti per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia con appuntamenti per tutto il 2010.
(fonte: Il Tempo)

Speriamo che li pubblichino questi appuntamenti, è una grande occasione per i movimenti meridionalisti per controcelebrare quest'anniversario e per proporre la nostra VERA storia del Sud e non le favolette risorgimentali!

Fonte:Partito del Sud- Roma
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FERDINANDO II DI BORBONE



Il nuovo saggio dell’Editoriale Il Giglio

Ferdinando II di Borbone

La patria delle Due Sicilie


di Gennaro De Crescenzo


Una data, il 22 maggio 1859, è il punto di partenza del nuovo saggio di Gennaro De Crescenzo. In quella domenica di 150 anni fa, intorno all’una e trenta del pomeriggio, nella reggia di Caserta, spirò S.M. il Re delle Due Sicilie, Ferdinando II di Borbone.

La sua morte era il segnale che liberali e massoni attendevano per attuare finalmente i loro piani di conquista, già elaborati fin nei dettagli: neppure un anno dopo, l’11 maggio 1860, Garibaldi sbarcava a Marsala.

In quei dodici mesi, liberali e massoni ebbero un gran daffare: chiamare a raccolta i “fratelli d’Italia”; far viaggiare in valige diplomatiche le “piastre turche” da Londra a Torino; “congedare” gli ufficiali dell’esercito piemontese per arruolarli come “volontari” dell’esercito rivoluzionario; corrompere generali e ministri pronti a tradire, i cui nomi erano da tempo nei taccuini degli agenti segreti; recapitare ordini e mappe a quei ministri e generali che già avevano tradito, giurando nelle logge; ingaggiare un falso generale dal passato losco e preparare la stampa a spacciarlo per eroe; acquistare armi e battelli a vapore; attendere l’arrivo di navigli e cannoni inglesi nel Tirreno; garantirsi che le potenze europee rimanessero inerti, perse in inconcludenti discussioni nelle corti e nei parlamenti.

Ma tutto questo poté avvenire soltanto dopo quel fatidico 22 maggio del ’59. Con Ferdinando ancora in vita e nel pieno vigore dei suoi 49 anni, le speranze di riuscire ad invadere le Due Sicilie, sconfiggere il maggiore esercito della penisola e ridurre il regno più antico, popoloso, stabile e ricco a provincia piemontese erano davvero minime.

Molti dubbi sorsero intorno alla morte di Ferdinando, causata da una misteriosa malattia. Si parlò con insistenza di avvelenamento ma né documenti né prove convalidarono questa congettura.

Nell’appendice al saggio, Nuove ipotesi sulla morte di un Re, Gennaro De Crescenzo considera invece un'altra ipotesi, avvalorata da nuovi inediti dati scientifici: il Re potrebbe essere morto per una setticemia con decorso lento e silente, causata dall'infezione alla ferita infertagli da Agesilao Milano nell’attentato dell’8 dicembre del 1856.

Assume dunque un rilievo particolare la figura di Milano, troppo presto liquidato come un povero esaltato isolato. Le ricerche d'archivio, invece, provano i legami con ambienti massonici e i verbali del processo, troppo rapido e superficiale, sollevano inquietanti sospetti sulla vicenda, terminata con una precipitosa esecuzione capitale.

La conclusione di De Crescenzo è semplice: l’attentato di Milano non fallì, piuttosto ebbe un esito differito e l’unificazione dell’Italia, che era prevista per il 1857, slittò di tre anni.

leggi la scheda completa



L’Editoriale Il Giglio è lieta di invitarla alla presentazione di

€ 12,00 più spese postali


ordinalo ora

Ferdinando II di Borbone


La patria delle Due Sicilie

scarica l’invito



Venerdì 27 novembre 2009, ore 18.00


Sala Gigante, Hotel Oriente


Via Diaz 44, Napoli




prof. Miguel Ayuso


Universidad Comillas, Madrid


dott. Guido Vignelli


Vicepresidente Centro Culturale Lepanto


dott. Giuseppe Nuzzo, dott. Marina Carrese


Editoriale Il Giglio




sarà presente l'Autore




al termine:


Nicla Cesaro


brani scelti da


‘O Surdato ‘e Gaeta


di Ferdinando Russo




Musica per le Due Sicilie


Ida Tramontano, Concetta Di Somma, Stefania Tedesco

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Il nuovo saggio dell’Editoriale Il Giglio

Ferdinando II di Borbone

La patria delle Due Sicilie


di Gennaro De Crescenzo


Una data, il 22 maggio 1859, è il punto di partenza del nuovo saggio di Gennaro De Crescenzo. In quella domenica di 150 anni fa, intorno all’una e trenta del pomeriggio, nella reggia di Caserta, spirò S.M. il Re delle Due Sicilie, Ferdinando II di Borbone.

La sua morte era il segnale che liberali e massoni attendevano per attuare finalmente i loro piani di conquista, già elaborati fin nei dettagli: neppure un anno dopo, l’11 maggio 1860, Garibaldi sbarcava a Marsala.

In quei dodici mesi, liberali e massoni ebbero un gran daffare: chiamare a raccolta i “fratelli d’Italia”; far viaggiare in valige diplomatiche le “piastre turche” da Londra a Torino; “congedare” gli ufficiali dell’esercito piemontese per arruolarli come “volontari” dell’esercito rivoluzionario; corrompere generali e ministri pronti a tradire, i cui nomi erano da tempo nei taccuini degli agenti segreti; recapitare ordini e mappe a quei ministri e generali che già avevano tradito, giurando nelle logge; ingaggiare un falso generale dal passato losco e preparare la stampa a spacciarlo per eroe; acquistare armi e battelli a vapore; attendere l’arrivo di navigli e cannoni inglesi nel Tirreno; garantirsi che le potenze europee rimanessero inerti, perse in inconcludenti discussioni nelle corti e nei parlamenti.

Ma tutto questo poté avvenire soltanto dopo quel fatidico 22 maggio del ’59. Con Ferdinando ancora in vita e nel pieno vigore dei suoi 49 anni, le speranze di riuscire ad invadere le Due Sicilie, sconfiggere il maggiore esercito della penisola e ridurre il regno più antico, popoloso, stabile e ricco a provincia piemontese erano davvero minime.

Molti dubbi sorsero intorno alla morte di Ferdinando, causata da una misteriosa malattia. Si parlò con insistenza di avvelenamento ma né documenti né prove convalidarono questa congettura.

Nell’appendice al saggio, Nuove ipotesi sulla morte di un Re, Gennaro De Crescenzo considera invece un'altra ipotesi, avvalorata da nuovi inediti dati scientifici: il Re potrebbe essere morto per una setticemia con decorso lento e silente, causata dall'infezione alla ferita infertagli da Agesilao Milano nell’attentato dell’8 dicembre del 1856.

Assume dunque un rilievo particolare la figura di Milano, troppo presto liquidato come un povero esaltato isolato. Le ricerche d'archivio, invece, provano i legami con ambienti massonici e i verbali del processo, troppo rapido e superficiale, sollevano inquietanti sospetti sulla vicenda, terminata con una precipitosa esecuzione capitale.

La conclusione di De Crescenzo è semplice: l’attentato di Milano non fallì, piuttosto ebbe un esito differito e l’unificazione dell’Italia, che era prevista per il 1857, slittò di tre anni.

leggi la scheda completa



L’Editoriale Il Giglio è lieta di invitarla alla presentazione di

€ 12,00 più spese postali


ordinalo ora

Ferdinando II di Borbone


La patria delle Due Sicilie

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Venerdì 27 novembre 2009, ore 18.00


Sala Gigante, Hotel Oriente


Via Diaz 44, Napoli




prof. Miguel Ayuso


Universidad Comillas, Madrid


dott. Guido Vignelli


Vicepresidente Centro Culturale Lepanto


dott. Giuseppe Nuzzo, dott. Marina Carrese


Editoriale Il Giglio




sarà presente l'Autore




al termine:


Nicla Cesaro


brani scelti da


‘O Surdato ‘e Gaeta


di Ferdinando Russo




Musica per le Due Sicilie


Ida Tramontano, Concetta Di Somma, Stefania Tedesco

REGGIO EMILIA: SABATO 21 NOVEMBRE DIBATTITO CON ANTONIO CIANO



Sabato 21 Novembre 2009 - Ore 15.00

RISORGIMENTO: GLORIE DA CELEBRARE E/O FRATTURE DA RISANARE?

Presentazione del libro LE RADICI DELLA VERGOGNA. PSICANALISI DELL'ITALIA


Reggio Emilia - Sala conferenze del Chiostro della Ghiara, c.so Garibaldi 44

Relatori:

Elena Bianchini Braglia, Presidente nazionale del Centro Studi sul Risorgimento e sugli Stati Preunitari


Antonio Ciano, storico, Assessore del Comune di Gaeta, Presidente dell'associazione culturale Rete Sud


Mauro Del Bue, storico, Assessore del Comune di Reggio Emilia


Moderatore: Luca Tadolini


INGRESSO LIBERO

Informazioni: www.terraeidentita.it, 059 212334

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Sabato 21 Novembre 2009 - Ore 15.00

RISORGIMENTO: GLORIE DA CELEBRARE E/O FRATTURE DA RISANARE?

Presentazione del libro LE RADICI DELLA VERGOGNA. PSICANALISI DELL'ITALIA


Reggio Emilia - Sala conferenze del Chiostro della Ghiara, c.so Garibaldi 44

Relatori:

Elena Bianchini Braglia, Presidente nazionale del Centro Studi sul Risorgimento e sugli Stati Preunitari


Antonio Ciano, storico, Assessore del Comune di Gaeta, Presidente dell'associazione culturale Rete Sud


Mauro Del Bue, storico, Assessore del Comune di Reggio Emilia


Moderatore: Luca Tadolini


INGRESSO LIBERO

Informazioni: www.terraeidentita.it, 059 212334

venerdì 20 novembre 2009

A CATANIA CONVEGNO DEL PARTITO DEL SUD SUL TEMA: "SERVIRE LA SICILIA. NON SERVIRSENE."





SABATO 21 NOVEMBRE - KATANE PALACE HOTEL ore 9,30
CONVEGNO SUL TEMA:
"SERVIRE LA SICILIA. NON SERVIRSENE."
Relatori: Erasmo Vecchio (v.coord.nazionale PdSUD)
Alessandro Tornello (coord.regionale PdSUD)
Agostino Portanova (Vice Pres.nazionale Confimprese)
Nino Sala (Alleanza etica per la Sicilia)
Linda Cottone (Presidente del Comitato "salviamo i mercati storici di Palermo")

La crisi non è alle spalle ma si presenta in tutta la sua drammaticità.
Cresce in Sicilia la disoccupazione. Chiudono le piccole imprese.

Il sistema del credito è sempre più nemico dei produttori. Cresce l'impoverimento delle comunità. Il Governatore Lombardo che tanto ha strombazzato
per i 4,3 miliardi dei fondi FAS ha dimenticato di chiedere al Capo del Governo i circa 150 miliardi di euro che lo stato ci deve in forza dello
Statuto siciliano!

Il convegno oltre ad esprimere la posizione del PdSUD sull'attuale situazione politica in Sicilia e nel paese,
illustrerà le proposte del PdSUD a partire dalla necessità, per la Sicilia, di tornare al più presto alle urne in quanto la maggioranza che ha sostenuto Lombardo non esiste più all'ARS e neppure nel Popolo siciliano, tradito ancora una volta.
Ai Siciliani serve un governo "libero" da condizionamenti il cui Governatore possa dire senza timidezze che non serve la Banca del Sud di Tremonti nè
il federalismo egoista di Bossi e Calderoli e che la questione meridionale è una cosa seria che riguarda l'autodeterminazione di un Popolo colonizzato.
Il convegno è aperto alla comunità, ai simpatizzanti ed agli attivisti ed militanti del PdSUD.
.
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SABATO 21 NOVEMBRE - KATANE PALACE HOTEL ore 9,30
CONVEGNO SUL TEMA:
"SERVIRE LA SICILIA. NON SERVIRSENE."
Relatori: Erasmo Vecchio (v.coord.nazionale PdSUD)
Alessandro Tornello (coord.regionale PdSUD)
Agostino Portanova (Vice Pres.nazionale Confimprese)
Nino Sala (Alleanza etica per la Sicilia)
Linda Cottone (Presidente del Comitato "salviamo i mercati storici di Palermo")

La crisi non è alle spalle ma si presenta in tutta la sua drammaticità.
Cresce in Sicilia la disoccupazione. Chiudono le piccole imprese.

Il sistema del credito è sempre più nemico dei produttori. Cresce l'impoverimento delle comunità. Il Governatore Lombardo che tanto ha strombazzato
per i 4,3 miliardi dei fondi FAS ha dimenticato di chiedere al Capo del Governo i circa 150 miliardi di euro che lo stato ci deve in forza dello
Statuto siciliano!

Il convegno oltre ad esprimere la posizione del PdSUD sull'attuale situazione politica in Sicilia e nel paese,
illustrerà le proposte del PdSUD a partire dalla necessità, per la Sicilia, di tornare al più presto alle urne in quanto la maggioranza che ha sostenuto Lombardo non esiste più all'ARS e neppure nel Popolo siciliano, tradito ancora una volta.
Ai Siciliani serve un governo "libero" da condizionamenti il cui Governatore possa dire senza timidezze che non serve la Banca del Sud di Tremonti nè
il federalismo egoista di Bossi e Calderoli e che la questione meridionale è una cosa seria che riguarda l'autodeterminazione di un Popolo colonizzato.
Il convegno è aperto alla comunità, ai simpatizzanti ed agli attivisti ed militanti del PdSUD.
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