martedì 27 ottobre 2009

La vera festa sarebbe disfare l’Italia



Di Gilberto Oneto


La lagna nazionale si è scatenata attorno ai mancati finanziamenti e alla carenza di idee per il 150° anniversario dell’unità d’Italia. La cosa commuove i pochi cui l’unità porta vantaggi ma – giustamente – lascia indifferenti tutti quelli cui non ha fatto alcun bene. La verità è che la penisola non ha mai avuto tante sciagure come da quando è politicamente unita. È un rosario di fallimenti. Ha subito guerre e cataste di morti come non ce n’erano stati in 2000 anni, ha visto milioni di suoi cittadini emigrare all’interno o all’estero a cercare fortuna, ha sprecato risorse enormi senza creare ricchezza. Si è fatta prendere da fregole di grande potenza e si è cacciata in un sacco di guai. Non è mai riuscita a garantire ai suoi cittadini i livelli di vita che – contestualizzati – avevano gli Stati pre-unitari.
Ha prodotto e gestito più ricchezza la Repubblica di Genova, ha generato più cultura il minuscolo Ducato di Mantova che l’Italia unita; Venezia era rispettata; hanno contribuito mille volte di più all’arte, alla scienza e alla civiltà d’Europa gli italiani “calpesti e derisi” di quelli avvolti nel tricolore.
Il Lombardo-Veneto era un gioiello di efficienza e prosperità. Aveva i conti a posto anche il Piemonte, prima. La Toscana era il paese più civile e progredito d’Europa e neppure i Ducati padani dovevano essere così male se l’intero esercito del duca di Modena ha deciso volontariamente di seguirlo in esilio. A sentire i meridionalisti anche il Regno delle Due Sicilie era in buona salute o aveva tutte le premesse per diventarlo: in ogni caso se ne stava tranquillo per i fatti suoi e ha mai dato fastidio a nessuno.
Se prima vivevano in pace o si ignoravano, oggi nordisti e sudisti si guardano in cagnesco a si rinfacciano a vicenda ogni colpa e iniquità. Bel risultato!
Oggi pochi si scaldano per la ricorrenza. Ci sarebbe da preoccuparsi del contrario.
A fare i patrioti ci sono solo quelli che di unità vivono: la casta, i politici, gli stipendiati d’oro della pubblica amministrazione, i finti invalidi e – forse - anche qualche idealista poco addentro alle verità della storia e drogato di retorica.
L’unità è stata l’azione violenta e truffaldina di una piccola minoranza ai danni della maggioranza. E anche la parte migliore di quella minoranza se ne è pentita: le parole di più amara delusione le hanno scritte alcuni dei suoi protagonisti, compresi molti insospettabili. Cattaneo si è rifugiato in Svizzera, Cernuschi in Francia, Bixio è andato a morire a Sumatra.
C’è una turpe analogia fra l’unità e il comunismo. Il comunismo – sostengono i più incalliti compagni, alla faccia della storia e del buon senso – era la migliore delle idee possibili: se non ha funzionato è solo perchè perché stata applicata male o solo in parte. É la stessa litania dei patrioti: il Risorgimento è stato fatto in fretta, è incompiuto; l’unità è sacrosanta ma strutturata male.
A nessuno dei fedelissimi viene in mente che il problema non sia la cattiva applicazione ma l’oggetto in sé: che il comunismo sia stata una delle peggiori schifezze prodotte dalla mente umana e che l’unità non funzioni proprio perchè non può farlo, è contro natura.
Ecco l’idea vincente per dare vitalità alla ricorrenza del 2011: il modo migliore per festeggiare l’unità è di disfarla.
Non si farebbe neppure fatica a trovare i finanziamenti: ci sono 28 milioni di padani che proverebbero piacere (e farebbero finalmente contento Padoa Schioppa) a pagare una tassa ad hoc. Sarebbe l’ultima. Davvero.

Fonte: Libero 24 luglio 2009
.
Leggi tutto »


Di Gilberto Oneto


La lagna nazionale si è scatenata attorno ai mancati finanziamenti e alla carenza di idee per il 150° anniversario dell’unità d’Italia. La cosa commuove i pochi cui l’unità porta vantaggi ma – giustamente – lascia indifferenti tutti quelli cui non ha fatto alcun bene. La verità è che la penisola non ha mai avuto tante sciagure come da quando è politicamente unita. È un rosario di fallimenti. Ha subito guerre e cataste di morti come non ce n’erano stati in 2000 anni, ha visto milioni di suoi cittadini emigrare all’interno o all’estero a cercare fortuna, ha sprecato risorse enormi senza creare ricchezza. Si è fatta prendere da fregole di grande potenza e si è cacciata in un sacco di guai. Non è mai riuscita a garantire ai suoi cittadini i livelli di vita che – contestualizzati – avevano gli Stati pre-unitari.
Ha prodotto e gestito più ricchezza la Repubblica di Genova, ha generato più cultura il minuscolo Ducato di Mantova che l’Italia unita; Venezia era rispettata; hanno contribuito mille volte di più all’arte, alla scienza e alla civiltà d’Europa gli italiani “calpesti e derisi” di quelli avvolti nel tricolore.
Il Lombardo-Veneto era un gioiello di efficienza e prosperità. Aveva i conti a posto anche il Piemonte, prima. La Toscana era il paese più civile e progredito d’Europa e neppure i Ducati padani dovevano essere così male se l’intero esercito del duca di Modena ha deciso volontariamente di seguirlo in esilio. A sentire i meridionalisti anche il Regno delle Due Sicilie era in buona salute o aveva tutte le premesse per diventarlo: in ogni caso se ne stava tranquillo per i fatti suoi e ha mai dato fastidio a nessuno.
Se prima vivevano in pace o si ignoravano, oggi nordisti e sudisti si guardano in cagnesco a si rinfacciano a vicenda ogni colpa e iniquità. Bel risultato!
Oggi pochi si scaldano per la ricorrenza. Ci sarebbe da preoccuparsi del contrario.
A fare i patrioti ci sono solo quelli che di unità vivono: la casta, i politici, gli stipendiati d’oro della pubblica amministrazione, i finti invalidi e – forse - anche qualche idealista poco addentro alle verità della storia e drogato di retorica.
L’unità è stata l’azione violenta e truffaldina di una piccola minoranza ai danni della maggioranza. E anche la parte migliore di quella minoranza se ne è pentita: le parole di più amara delusione le hanno scritte alcuni dei suoi protagonisti, compresi molti insospettabili. Cattaneo si è rifugiato in Svizzera, Cernuschi in Francia, Bixio è andato a morire a Sumatra.
C’è una turpe analogia fra l’unità e il comunismo. Il comunismo – sostengono i più incalliti compagni, alla faccia della storia e del buon senso – era la migliore delle idee possibili: se non ha funzionato è solo perchè perché stata applicata male o solo in parte. É la stessa litania dei patrioti: il Risorgimento è stato fatto in fretta, è incompiuto; l’unità è sacrosanta ma strutturata male.
A nessuno dei fedelissimi viene in mente che il problema non sia la cattiva applicazione ma l’oggetto in sé: che il comunismo sia stata una delle peggiori schifezze prodotte dalla mente umana e che l’unità non funzioni proprio perchè non può farlo, è contro natura.
Ecco l’idea vincente per dare vitalità alla ricorrenza del 2011: il modo migliore per festeggiare l’unità è di disfarla.
Non si farebbe neppure fatica a trovare i finanziamenti: ci sono 28 milioni di padani che proverebbero piacere (e farebbero finalmente contento Padoa Schioppa) a pagare una tassa ad hoc. Sarebbe l’ultima. Davvero.

Fonte: Libero 24 luglio 2009
.

21-22 ottobre 1866, annessione del Veneto all'Italia .



C O M U N I C A T O S T A M P A

Oggetto: Altro che le celebrazioni per il 150° anniversario della cosiddetta Unità

d’Italia!

Il 21 e 22 ottobre ricordiamo l’anniversario del plebiscito-truffa con il

quale il Veneto fu annesso all'Italia: la prima di una serie infinita

di truffe nei confronti del popolo veneto!



Il 21 e 22 ottobre 1866 attraverso un plebiscito-truffa il Veneto fu annesso all'Italia. Una truffa colossale ai danni del popolo veneto, basti pensare che due giorni prima il Veneto era già stato passato dalle mani francesi ai Savoja, in una oscura stanza dell'Hotel Europa a Venezia.

Il plebiscito, previsto dai trattati internazionali, venne svolto quando tutto era già stato deciso! E pensare che proprio il trattato di pace fra Austria e Italia parlava di “sotto riserva delle popolazioni debitamente consultate”: si riconosceva ai Veneti il diritto all’autodeterminazione!

Per non parlare di come si svolsero le operazioni di voto: schede di colore diverso e obbligo di dichiarare le proprie generalità!

Ecco quanto successe a Malo (Vi):

"Le autorità comunali avevano preparato e distribuito dei biglietti col SI e col NO di colore diverso; inoltre ogni elettore presentandosi ai componenti del seggio pronunciava il proprio nome e consegnava il biglietto al presidente che lo depositava nell'urna".

E l'arrivo dei "liberatori" italiani portò fame, disperazione e miseria come mai nella storia veneta. Interi paesi furono costretti a emigrare e quasi un milione di veneti lasciò la madrepatria.

E la rabbia dei veneti venne mirabilmente descritta in un passo de "I va in Merica" una poesia del grande Berto Barbarani:

"Porca Italia -i bastiema- andemo via!"



ETTORE BEGGIATO


21-22 ottobre 1866, annessione del Veneto all'Italia .

La grande truffa.







"CHI CONTROLLA IL PASSATO

CONTROLLA IL FUTURO,

CHI CONTROLLA IL PRESENTE

CONTROLLA IL PASSATO."



(G. ORWELL)

Il plebiscito che sancì l'annessione del Veneto all'Italia (*) viene liquidato dai nostri libri di storia in poche battute visto che la storiografia ufficiale sostiene che "tutto si svolse con mirabile ordine e fra universali manifestazioni di gioia" (1).

Pochi sanno che in realtà fu una colossale truffa, la prima di una serie infinita di truffe perpetrate da Roma e dall’Italia ai danni dei Veneti.

Il nostro Veneto in realtà era già stato "passato" dalla Francia all’Italia in una stanza dell’Hotel Europa lungo il Canal Grande, il 19 ottobre. (2)

Il generale francese Leboeuf consegnò il Veneto a tre notabili: il conte Luigi Michiel, veneziano, Edoardo De Betta, veronese, Achille Emi-Kelder, mantovano.

Questi, a loro volta, lo "deposero" nelle mani del commissario del Re conte Genova Thaon di Revel e il giorno dopo sulla "Gazzetta di Venezia" apparve un anonimo trafiletto:

"Questa mattina in una camera dell’albergo d’Europa si è fatta la cessione del Veneto" (3)

Riepilogando: un trattato internazionale (fra Austria e Prussia, 23 agosto a Praga) prevede il passaggio del Veneto alla Francia che poi lo consegnerà ai Savoja; nel trattato di pace di Vienna fra l'Italia e l'Austria del 3 ottobre si parla testualmente di "sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate":un riconoscimento internazionale al diritto all'autodeterminazione del popolo veneto che in quel momento ha la sovranità sul suo territorio.

Teniamo anche presente che c'è stata l'ipotesi, come scrisse l'ambasciatore asburgico a Parigi Metternich al suo ministro degli esteri Mensdorff-Pouilly il 3.8.1866, di arrivare a "l'indipendenza della Venezia sotto un governo autonomo com'era la vecchia Repubblica"

Il plebiscito avrebbe dovuto svolgersi sotto il controllo di una commissione di tre membri che "determinerà, in accordo con le autorità municipali, il modo e l'epoca del plebiscito, che avrà luogo liberamente, col suffragio universale e nel più breve tempo possibile". Così era stato concertato dall'ambasciatore d'Italia a Parigi Costantino Nigra con il governo francese (4), che sembrava determinato a svolgere fino in fondo il proprio ruolo di garante internazionale sancito anche dal trattato di pace fra Prussia e Austria..

Il governo italiano invece, e in particolare il presidente Bettino Ricasoli interpretava pro domo sua i trattati:

"Quando si tratta del plebiscito si tratta di casa nostra; non è già che si faccia il plebiscito per obbedienza o per ottemperare al desiderio di qualche autorità straniera..... La pazienza ha il suo limite. Perbacco!

La cessione del Veneto fu nel Parlamento inglese chiamata un insulto all'Italia. Concedendo la presenza del generale francese all'effetto delle fortezze, mi pare di concedere molto" così sosteneva il Barone Ricasoli.(5)

E così uno sconsolato generale Le Boeuf scrive a La Valette il 15 settembre:

"Nutre inquietudini per l'ordine pubblico: le municipalità fanno entrare le truppe italiane o si intendono col re, che governa una gran parte: egli deve lasciar fare. Il plebiscito non si potrà fare che col re e col governo"(6)

Altro che controlli, altro che garanzie internazionali!

Lo stesso generale Le Boeuf annunciava il 18 ottobre a Napoleone III che ha protestato contro il plebiscito decretato dal re d'Italia: Napoleone gli dice di lasciar perdere. (7)

La Francia praticamente rinuncia al proprio ruolo di garante internazionale e consegna il Veneto ai Savoja.

Una quasi unanimità che venne poi rispettata al momento del voto; già, ma anche i numeri non quadrano.

Il 27 ottobre la Corte d'Appello proclama l'esito della consultazione: "SI 641.758", "NO 69".

Nella lapide del Palazzo Ducale si parla di "Pel SI voti 641.758", "Pel NO voti 69", "Nulli 273"; Alvise Zorzi in "Venezia austriaca" (pag. 151) parla di "SI 647.246", "NO 69", Denis Mack Smith "Storia d'Italia 1861-69" parla di "SI 641.000", "NO 69".

E su questi numeri si impongono almeno due considerazioni: i voti favorevoli sono attorno al 99,99 %: una percentuale che non fu ottenuta neppure dai regimi più feroci, da Stalin a Hitler.

Di sicuro il plebiscito venne "preceduto da una vera campagna di stampa intimidatoria dei fogli cittadini, preoccupatissimi per l'influenza che il clero manteneva nelle zone rurali dove, aveva scritto in settembre il "Giornale di Vicenza", -i campagnoli furono lasciati nell'ignoranza o nell'apatia d'ogni civile concetto, educati all'indifferenza per ogni sorta di governo" (9)

Si scriveva ad esempio "ricordino essi (i Parroci e i Cooperatori dei ns. villaggi) che ove in alcuna parrocchia questo voto non fosse sì aperto, sì pieno quale lo esige l'onore delle Venezie e dell'Italia, sarebbe assai difficile non farne mallevadrice la suddetta influenza clericale, e contenere l'offeso sentimento nazionale dal prendere contro i preti di quelle parrocchie qualche pubblica e dolorosa soddisfazione. (10)

Questa politica intimidatoria tuttavia non ebbe grossi effetti sulla partecipazione popolare: "A Valdagno, ad esempio nonostante il plebiscito venisse decantato non come semplice formalità e cerimonia, ma una festa, una gara, solo circa il 30% sulla complessiva popolazione del Comune si recò a votare, mentre un buon 70%, per chissà quale motivo, preferì continuare ad occuparsi dei fatti propri, indifferente all'avvenimento.

Analogamente in tutti i distretti....." (11)

E' la conferma del fatto che il cosiddetto risorgimento fu nel Veneto un momento al quale la stragrande maggioranza del nostro popolo partecipò con grande indifferenza, passiva .

E questo ce lo conferma Mack Smith che scrive "Garibaldi si infuriò perchè i Veneti non si erano sollevati per conto proprio, neppure nelle campagne dove sarebbe stato facile farlo".

Sulla libertà del voto e sulla segretezza dello stesso ci illumina la lettura di "Malo 1866" di Silvio Eupani:

"Le autorità comunali avevano preparato e distribuito dei biglietti col si e col no di colore diverso; inoltre, ogni elettore, presentandosi ai componenti del seggio, pronunciava il proprio nome e consegnava il biglietto al presidente che lo depositava nell'urna".

E Federico Bozzini così descrive nel suo "L'arciprete e il cavaliere" quanto avvene a Cerea:

"Come già si disse -continua il commissario- vi devono essere due urne separate, una sopra un tavolo, l'altra sopra l'altro. Se per caso non avesse urne apposite, potrà adoperare due misure di capacità pei grani, cioè una quarta od un quartarolo. Sopra una sarà scritto ben chiaro il SI, sopra l'altra il NO". E più avanti:

"I protocolli sono due, -uno pei votanti che presentano il viglietto del SI, l'altro dei votanti che presentano il viglietto del NO, per modo che il numero complessivo dei viglietti che, finita la votazione, si troveranno in ciascheduna urna, dovrà corrispondere all'ultimo numero progressivo del protocollo.

Nel protocollo pei viglietti del NO si dirà: votarono negativamente i seguenti cittadini. La piena pubblicità del voto rende inutile lo spoglio finale." E alla fine:

"La commissione quindi conclude il presente Protocollo gridando: Viva l'Italia unita sotto lo scettro della Casa di Savoja".

Di particolare interesse, sempre sul volume del Bozzini, la citazione della Gazzetta di Verona del 17 ottobre 1866: "Si, vuol dire essere italiano ed adempire al voto dell'Italia. No, vuol dire restare veneto e contraddire al voto dell'Italia".

Una sottolineatura di straordinaria importanza: già allora qualcuno aveva capito che una cosa erano i veneti e un'altra gli italiani e che gli interessi degli uni raramente coincidevano con gli interessi degli altri.

Cosa che del resto aveva ben capito Napoleone Bonaparte quando consigliava al figliastro di non ascoltare chi gli suggeriva di dare a Venezia un po’ più di autonomia, invitandolo, invece, a mandare "degli italiani a Venezia e dei Veneziani in Italia" (12)





(*) Il plebiscito riguardò il Veneto, il Friuli (le attuali province di Pordenone e Udine) e la provincia di Mantova

(1) A. Saitta - Storia illustrata 06/1966 Mondadori

(2) G. Distefano - G. Paladini - Storia di Venezia 1797-1997 - II Supernova pag. 274

(3) Thaon di Revel Genova - La cessione del Veneto - Firenze 1906

(4) M.A.E., Corr. pol., Consults Autrische, vol 27, pagg. 225-229

(5) Lettere e documenti del Barone Bettino Ricasoli, a cura di Tabarrini e Gotti, Firenze 1893

(6) Les Origines, Xii, 297 ss, n. 2596-2597

(7) M.A.E. Corr. pol., Consults Autrische, vol 27, pag. 284

(8) Antonio Roldo Dolomiti O8/93

(9) E. Franzina - Vicenza storia di una città- Neri Pozza editore p. 700

(10) A. Navarotto - Ottocento vicentino Padova 1937

(11) A. Kozlovic - Immagini del risorgimento vicentino - Pasqualotto 1982

(12) A. Zorzi - Venezia Austriaca pag.32 - Laterza


"1866: LA GRANDE TRUFFA. Il plebiscito di annessione del Veneto all’Italia” di E. Beggiato

La prefazione del prof. Sabino Acquaviva

Un libro importante, culturalmente e politicamente. Ci Parla della nostra storia, di quanto è accaduto quando il Veneto è stato annesso all'Italia. Ci narra quel che è veramente successo, oltre ogni descrizione oleografica, falsa e falsata per motivi politici.. Noi tutti sappiamo che l'unificazione del paese è stata più imposta che voluta. Che è arrivata sulla punta delle baionette dell'esercito piemontese, che molti plebisciti sono stati manipolati, che nel 1848 la maggioranza dei veneti si è battuta contro l'Austria in nome di San Marco; che addirittura, dopo la vittoria di Lissa, sulle navi austroungariche, dove quadri e marinai erano in gran parte veneti istriani e dalmati e quindi provenivano da territori appartenuti alla repubblica di Venezia, si gridò "viva San Marco". Sappiamo anche, purtroppo che una ricostruzione di parte della storia è stata poi travisata nei libri di scuola ed è stata imposta alle nuove generazioni.
Oggi, dopo oltre un secolo e mezzo, è nostro dovere ricostruire la storia della regione in cui viviamo o siamo nati. Qualcuno ha detto che nella storia, se le radici sono nel passato, se il presente è il tronco dell'albero, il futuro è nelle sue foglie. Pensare il futuro del Veneto, anzi del Triveneto, significa dunque e anzitutto esplorarne le radici, lontane e più recenti. Questa regione, contrariamente ad altre, possiede una sua lingua, che è stata lingua franca e internazionale per secoli, almeno nel Mediterraneo orientale. E' l'unico dialetto-lingua parlato fuori d'Italia in regioni abbastanza vaste e in Stati diversi. Dunque si tratta di un popolo con una forte identità, e fa bene Beggiato a cercare di capire, nel suo libro, perché questo popolo ad un certo punto ha abdicato e alla fine accettato di esserne parte dell'Italia unita. Ma ha accettato o subito l'Unità? A partire dal 1866 il governo centrale ha sistematicamente combattuto, non soltanto nel Veneto ma in ogni regione d'Italia, le identità regionali. Le resistenze sono state modeste, ogni lingua e cultura si è inchinata di fronte al prevalere del toscano, chiamato italiano, insegnato e imposto a scuola, dove chi parlava la sua lingua regionale veniva punito, spesso ridicolizzato.
Naturalmente, alcune lingue che erano state utilizzate nell'ambito di stati regionali hanno resistito meglio e più a lungo al tentativo di cancellarle. Pensiamo al napoletano, al siciliano, al veneto. Comunque è un fatto che molti popoli nello spazio di un secolo hanno dimenticato la loro identità, la loro lingua, la loro cultura, anche perchè hanno cancellato dalla memoria la propria storia. Questo è successo, almeno in parte, anche nel triveneto. E non parliamo di Nordest, per favore, non utilizziamo questo neologismo povero e incolore!
E' giunto il momento di riacquistare la memoria. A questo scopo dobbiamo fare un paziente lavoro di certosini, riscrivere la storia, reintrodurre, affinchè non muoia, l'insegnamento della lingua veneta, dopo avere approntato delle grammatiche standardizzate e pubblicato dei vocabolari. Ma tutto questo, ripeto, deve accompagnarsi ad una riscoperta della storia, ed è appunto quanto fa, in queste pagine Ettore Beggiato.
Questo significa essere contro l'Unità del Paese? Certamente no. Per quel che mi riguarda sono federalista ma anche europeista convinto. Dunque, Stati Uniti d'Europa, una seconda camera delle regioni i cui rappresentanti siano eletti direttamente dalle regioni d'Europa, l'insegnamento obbligatorio dell'inglese in tutta l'Unione europea e delle lingue regionali nelle regioni che ne posseggono una.
Per l'Italia anche una struttura federale degna di questo nome.


www.ettorebeggiato.org
Leggi tutto »


C O M U N I C A T O S T A M P A

Oggetto: Altro che le celebrazioni per il 150° anniversario della cosiddetta Unità

d’Italia!

Il 21 e 22 ottobre ricordiamo l’anniversario del plebiscito-truffa con il

quale il Veneto fu annesso all'Italia: la prima di una serie infinita

di truffe nei confronti del popolo veneto!



Il 21 e 22 ottobre 1866 attraverso un plebiscito-truffa il Veneto fu annesso all'Italia. Una truffa colossale ai danni del popolo veneto, basti pensare che due giorni prima il Veneto era già stato passato dalle mani francesi ai Savoja, in una oscura stanza dell'Hotel Europa a Venezia.

Il plebiscito, previsto dai trattati internazionali, venne svolto quando tutto era già stato deciso! E pensare che proprio il trattato di pace fra Austria e Italia parlava di “sotto riserva delle popolazioni debitamente consultate”: si riconosceva ai Veneti il diritto all’autodeterminazione!

Per non parlare di come si svolsero le operazioni di voto: schede di colore diverso e obbligo di dichiarare le proprie generalità!

Ecco quanto successe a Malo (Vi):

"Le autorità comunali avevano preparato e distribuito dei biglietti col SI e col NO di colore diverso; inoltre ogni elettore presentandosi ai componenti del seggio pronunciava il proprio nome e consegnava il biglietto al presidente che lo depositava nell'urna".

E l'arrivo dei "liberatori" italiani portò fame, disperazione e miseria come mai nella storia veneta. Interi paesi furono costretti a emigrare e quasi un milione di veneti lasciò la madrepatria.

E la rabbia dei veneti venne mirabilmente descritta in un passo de "I va in Merica" una poesia del grande Berto Barbarani:

"Porca Italia -i bastiema- andemo via!"



ETTORE BEGGIATO


21-22 ottobre 1866, annessione del Veneto all'Italia .

La grande truffa.







"CHI CONTROLLA IL PASSATO

CONTROLLA IL FUTURO,

CHI CONTROLLA IL PRESENTE

CONTROLLA IL PASSATO."



(G. ORWELL)

Il plebiscito che sancì l'annessione del Veneto all'Italia (*) viene liquidato dai nostri libri di storia in poche battute visto che la storiografia ufficiale sostiene che "tutto si svolse con mirabile ordine e fra universali manifestazioni di gioia" (1).

Pochi sanno che in realtà fu una colossale truffa, la prima di una serie infinita di truffe perpetrate da Roma e dall’Italia ai danni dei Veneti.

Il nostro Veneto in realtà era già stato "passato" dalla Francia all’Italia in una stanza dell’Hotel Europa lungo il Canal Grande, il 19 ottobre. (2)

Il generale francese Leboeuf consegnò il Veneto a tre notabili: il conte Luigi Michiel, veneziano, Edoardo De Betta, veronese, Achille Emi-Kelder, mantovano.

Questi, a loro volta, lo "deposero" nelle mani del commissario del Re conte Genova Thaon di Revel e il giorno dopo sulla "Gazzetta di Venezia" apparve un anonimo trafiletto:

"Questa mattina in una camera dell’albergo d’Europa si è fatta la cessione del Veneto" (3)

Riepilogando: un trattato internazionale (fra Austria e Prussia, 23 agosto a Praga) prevede il passaggio del Veneto alla Francia che poi lo consegnerà ai Savoja; nel trattato di pace di Vienna fra l'Italia e l'Austria del 3 ottobre si parla testualmente di "sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate":un riconoscimento internazionale al diritto all'autodeterminazione del popolo veneto che in quel momento ha la sovranità sul suo territorio.

Teniamo anche presente che c'è stata l'ipotesi, come scrisse l'ambasciatore asburgico a Parigi Metternich al suo ministro degli esteri Mensdorff-Pouilly il 3.8.1866, di arrivare a "l'indipendenza della Venezia sotto un governo autonomo com'era la vecchia Repubblica"

Il plebiscito avrebbe dovuto svolgersi sotto il controllo di una commissione di tre membri che "determinerà, in accordo con le autorità municipali, il modo e l'epoca del plebiscito, che avrà luogo liberamente, col suffragio universale e nel più breve tempo possibile". Così era stato concertato dall'ambasciatore d'Italia a Parigi Costantino Nigra con il governo francese (4), che sembrava determinato a svolgere fino in fondo il proprio ruolo di garante internazionale sancito anche dal trattato di pace fra Prussia e Austria..

Il governo italiano invece, e in particolare il presidente Bettino Ricasoli interpretava pro domo sua i trattati:

"Quando si tratta del plebiscito si tratta di casa nostra; non è già che si faccia il plebiscito per obbedienza o per ottemperare al desiderio di qualche autorità straniera..... La pazienza ha il suo limite. Perbacco!

La cessione del Veneto fu nel Parlamento inglese chiamata un insulto all'Italia. Concedendo la presenza del generale francese all'effetto delle fortezze, mi pare di concedere molto" così sosteneva il Barone Ricasoli.(5)

E così uno sconsolato generale Le Boeuf scrive a La Valette il 15 settembre:

"Nutre inquietudini per l'ordine pubblico: le municipalità fanno entrare le truppe italiane o si intendono col re, che governa una gran parte: egli deve lasciar fare. Il plebiscito non si potrà fare che col re e col governo"(6)

Altro che controlli, altro che garanzie internazionali!

Lo stesso generale Le Boeuf annunciava il 18 ottobre a Napoleone III che ha protestato contro il plebiscito decretato dal re d'Italia: Napoleone gli dice di lasciar perdere. (7)

La Francia praticamente rinuncia al proprio ruolo di garante internazionale e consegna il Veneto ai Savoja.

Una quasi unanimità che venne poi rispettata al momento del voto; già, ma anche i numeri non quadrano.

Il 27 ottobre la Corte d'Appello proclama l'esito della consultazione: "SI 641.758", "NO 69".

Nella lapide del Palazzo Ducale si parla di "Pel SI voti 641.758", "Pel NO voti 69", "Nulli 273"; Alvise Zorzi in "Venezia austriaca" (pag. 151) parla di "SI 647.246", "NO 69", Denis Mack Smith "Storia d'Italia 1861-69" parla di "SI 641.000", "NO 69".

E su questi numeri si impongono almeno due considerazioni: i voti favorevoli sono attorno al 99,99 %: una percentuale che non fu ottenuta neppure dai regimi più feroci, da Stalin a Hitler.

Di sicuro il plebiscito venne "preceduto da una vera campagna di stampa intimidatoria dei fogli cittadini, preoccupatissimi per l'influenza che il clero manteneva nelle zone rurali dove, aveva scritto in settembre il "Giornale di Vicenza", -i campagnoli furono lasciati nell'ignoranza o nell'apatia d'ogni civile concetto, educati all'indifferenza per ogni sorta di governo" (9)

Si scriveva ad esempio "ricordino essi (i Parroci e i Cooperatori dei ns. villaggi) che ove in alcuna parrocchia questo voto non fosse sì aperto, sì pieno quale lo esige l'onore delle Venezie e dell'Italia, sarebbe assai difficile non farne mallevadrice la suddetta influenza clericale, e contenere l'offeso sentimento nazionale dal prendere contro i preti di quelle parrocchie qualche pubblica e dolorosa soddisfazione. (10)

Questa politica intimidatoria tuttavia non ebbe grossi effetti sulla partecipazione popolare: "A Valdagno, ad esempio nonostante il plebiscito venisse decantato non come semplice formalità e cerimonia, ma una festa, una gara, solo circa il 30% sulla complessiva popolazione del Comune si recò a votare, mentre un buon 70%, per chissà quale motivo, preferì continuare ad occuparsi dei fatti propri, indifferente all'avvenimento.

Analogamente in tutti i distretti....." (11)

E' la conferma del fatto che il cosiddetto risorgimento fu nel Veneto un momento al quale la stragrande maggioranza del nostro popolo partecipò con grande indifferenza, passiva .

E questo ce lo conferma Mack Smith che scrive "Garibaldi si infuriò perchè i Veneti non si erano sollevati per conto proprio, neppure nelle campagne dove sarebbe stato facile farlo".

Sulla libertà del voto e sulla segretezza dello stesso ci illumina la lettura di "Malo 1866" di Silvio Eupani:

"Le autorità comunali avevano preparato e distribuito dei biglietti col si e col no di colore diverso; inoltre, ogni elettore, presentandosi ai componenti del seggio, pronunciava il proprio nome e consegnava il biglietto al presidente che lo depositava nell'urna".

E Federico Bozzini così descrive nel suo "L'arciprete e il cavaliere" quanto avvene a Cerea:

"Come già si disse -continua il commissario- vi devono essere due urne separate, una sopra un tavolo, l'altra sopra l'altro. Se per caso non avesse urne apposite, potrà adoperare due misure di capacità pei grani, cioè una quarta od un quartarolo. Sopra una sarà scritto ben chiaro il SI, sopra l'altra il NO". E più avanti:

"I protocolli sono due, -uno pei votanti che presentano il viglietto del SI, l'altro dei votanti che presentano il viglietto del NO, per modo che il numero complessivo dei viglietti che, finita la votazione, si troveranno in ciascheduna urna, dovrà corrispondere all'ultimo numero progressivo del protocollo.

Nel protocollo pei viglietti del NO si dirà: votarono negativamente i seguenti cittadini. La piena pubblicità del voto rende inutile lo spoglio finale." E alla fine:

"La commissione quindi conclude il presente Protocollo gridando: Viva l'Italia unita sotto lo scettro della Casa di Savoja".

Di particolare interesse, sempre sul volume del Bozzini, la citazione della Gazzetta di Verona del 17 ottobre 1866: "Si, vuol dire essere italiano ed adempire al voto dell'Italia. No, vuol dire restare veneto e contraddire al voto dell'Italia".

Una sottolineatura di straordinaria importanza: già allora qualcuno aveva capito che una cosa erano i veneti e un'altra gli italiani e che gli interessi degli uni raramente coincidevano con gli interessi degli altri.

Cosa che del resto aveva ben capito Napoleone Bonaparte quando consigliava al figliastro di non ascoltare chi gli suggeriva di dare a Venezia un po’ più di autonomia, invitandolo, invece, a mandare "degli italiani a Venezia e dei Veneziani in Italia" (12)





(*) Il plebiscito riguardò il Veneto, il Friuli (le attuali province di Pordenone e Udine) e la provincia di Mantova

(1) A. Saitta - Storia illustrata 06/1966 Mondadori

(2) G. Distefano - G. Paladini - Storia di Venezia 1797-1997 - II Supernova pag. 274

(3) Thaon di Revel Genova - La cessione del Veneto - Firenze 1906

(4) M.A.E., Corr. pol., Consults Autrische, vol 27, pagg. 225-229

(5) Lettere e documenti del Barone Bettino Ricasoli, a cura di Tabarrini e Gotti, Firenze 1893

(6) Les Origines, Xii, 297 ss, n. 2596-2597

(7) M.A.E. Corr. pol., Consults Autrische, vol 27, pag. 284

(8) Antonio Roldo Dolomiti O8/93

(9) E. Franzina - Vicenza storia di una città- Neri Pozza editore p. 700

(10) A. Navarotto - Ottocento vicentino Padova 1937

(11) A. Kozlovic - Immagini del risorgimento vicentino - Pasqualotto 1982

(12) A. Zorzi - Venezia Austriaca pag.32 - Laterza


"1866: LA GRANDE TRUFFA. Il plebiscito di annessione del Veneto all’Italia” di E. Beggiato

La prefazione del prof. Sabino Acquaviva

Un libro importante, culturalmente e politicamente. Ci Parla della nostra storia, di quanto è accaduto quando il Veneto è stato annesso all'Italia. Ci narra quel che è veramente successo, oltre ogni descrizione oleografica, falsa e falsata per motivi politici.. Noi tutti sappiamo che l'unificazione del paese è stata più imposta che voluta. Che è arrivata sulla punta delle baionette dell'esercito piemontese, che molti plebisciti sono stati manipolati, che nel 1848 la maggioranza dei veneti si è battuta contro l'Austria in nome di San Marco; che addirittura, dopo la vittoria di Lissa, sulle navi austroungariche, dove quadri e marinai erano in gran parte veneti istriani e dalmati e quindi provenivano da territori appartenuti alla repubblica di Venezia, si gridò "viva San Marco". Sappiamo anche, purtroppo che una ricostruzione di parte della storia è stata poi travisata nei libri di scuola ed è stata imposta alle nuove generazioni.
Oggi, dopo oltre un secolo e mezzo, è nostro dovere ricostruire la storia della regione in cui viviamo o siamo nati. Qualcuno ha detto che nella storia, se le radici sono nel passato, se il presente è il tronco dell'albero, il futuro è nelle sue foglie. Pensare il futuro del Veneto, anzi del Triveneto, significa dunque e anzitutto esplorarne le radici, lontane e più recenti. Questa regione, contrariamente ad altre, possiede una sua lingua, che è stata lingua franca e internazionale per secoli, almeno nel Mediterraneo orientale. E' l'unico dialetto-lingua parlato fuori d'Italia in regioni abbastanza vaste e in Stati diversi. Dunque si tratta di un popolo con una forte identità, e fa bene Beggiato a cercare di capire, nel suo libro, perché questo popolo ad un certo punto ha abdicato e alla fine accettato di esserne parte dell'Italia unita. Ma ha accettato o subito l'Unità? A partire dal 1866 il governo centrale ha sistematicamente combattuto, non soltanto nel Veneto ma in ogni regione d'Italia, le identità regionali. Le resistenze sono state modeste, ogni lingua e cultura si è inchinata di fronte al prevalere del toscano, chiamato italiano, insegnato e imposto a scuola, dove chi parlava la sua lingua regionale veniva punito, spesso ridicolizzato.
Naturalmente, alcune lingue che erano state utilizzate nell'ambito di stati regionali hanno resistito meglio e più a lungo al tentativo di cancellarle. Pensiamo al napoletano, al siciliano, al veneto. Comunque è un fatto che molti popoli nello spazio di un secolo hanno dimenticato la loro identità, la loro lingua, la loro cultura, anche perchè hanno cancellato dalla memoria la propria storia. Questo è successo, almeno in parte, anche nel triveneto. E non parliamo di Nordest, per favore, non utilizziamo questo neologismo povero e incolore!
E' giunto il momento di riacquistare la memoria. A questo scopo dobbiamo fare un paziente lavoro di certosini, riscrivere la storia, reintrodurre, affinchè non muoia, l'insegnamento della lingua veneta, dopo avere approntato delle grammatiche standardizzate e pubblicato dei vocabolari. Ma tutto questo, ripeto, deve accompagnarsi ad una riscoperta della storia, ed è appunto quanto fa, in queste pagine Ettore Beggiato.
Questo significa essere contro l'Unità del Paese? Certamente no. Per quel che mi riguarda sono federalista ma anche europeista convinto. Dunque, Stati Uniti d'Europa, una seconda camera delle regioni i cui rappresentanti siano eletti direttamente dalle regioni d'Europa, l'insegnamento obbligatorio dell'inglese in tutta l'Unione europea e delle lingue regionali nelle regioni che ne posseggono una.
Per l'Italia anche una struttura federale degna di questo nome.


www.ettorebeggiato.org

Ciao Veneti

Leggi tutto »

lunedì 26 ottobre 2009

Caro Silvio, dopo la Libia scusiamoci coi meridionali



Invece di finanziamenti a pioggia e cerimonie di palazzo, riconosciamo le sofferenze di chi
lottò contro l’unificazione


Di Gilberto Oneto

Davanti al Parlamento libico, Berlusconi si è messo la mano sul cuore e ha domandato perdono per le violenze commesse dal colonialismo italiano. È stato un gesto forte e coraggioso, praticamente unico nel panorama dei rapporti internazionali. Per fortuna sono poche le situazioni analoghe di cui l’Italia moderna si debba scusare e il Presidente potrebbe ripetere il bel gesto in Etiopia e in Slovenia, e potremmo considerare chiuse, almeno dal punto di vista morale, certe vergogne che macchiano la nostra storia. Non sarebbe neppure faticoso, soprattutto se paragonato a cosa toccherebbe ai governanti di altri Stati per mostrare la stessa maturità e correttezza: alcuni di loro dovrebbero mostrarsi contriti nei Parlamenti di mezzo mondo.
L’episodio di Tripoli serve anche a squarciare una stratificazione di omissioni e di menzogne che è stata stesa sulla nostra storia più recente e a rendere giustizia a tutti i coraggiosi che si sono battuti per fare emergere la verità, anche a costo di intaccare certezze mal riposte e sconquassare miti artefatti. In questo caso specifico non si può non essere grati ad Angelo Del Boca, che da decenni si sforza di sollevare dolorosi coperchi e raccontare verità che non possono che essere liberatorie per la coscienza collettiva.
Berlusconi però non può – non fosse altro che per rintuzzare le illazioni collegate alla coltivazione di personali interessi televisivi – fermarsi alla Libia, e neppure agli altri paesi citati. Deve trovare il modo di presentare le scuse dello Stato italiano anche a tutti quegli italiani che hanno sofferto per la sua unificazione, non solo quelli che sono morti “per” (cui la gratitudine nazionale è stata abbondantemente espressa) ma anche quelli che hanno sofferto “a causa” dell’unità. Sarebbe un gesto di straordinaria civiltà con cui celebrare degnamente il 150° anniversario del Risorgimento, altro che finanziamenti a pioggia e melense cerimonie di palazzo!
Gli Stati Uniti hanno da tempo esorcizzato antiche divisioni, forse anche più laceranti e sanguinose delle nostre, ripercorrendo con serenità la storia del genocidio dei pellerossa e della Guerra Civile: oggi non c’è più alcun pudore o vergogna a riconoscere ragioni e torti, a confrontarsi serenamente sugli avvenimenti anche più dolorosi e sui fatti più ignobili. Contano anche le immagini: non ci sono solo i volti di Mount Rushmore, ma anche un ciglione del South Dakota trasformato nel profilo di Cavallo Pazzo e i capi sudisti Jefferson Davis, Robert Lee e “Stonewall” Jackson che emergono da un grande costone roccioso in Georgia.
Sarebbe bello che si riconoscessero il valore e i sacrifici dei vinti del Risorgimento, dei soldati napoletani di Civitella e Messina, dei “briganti” massacrati in nome di una fratellanza imposta con le baionette, dei lombardi e dei veneti che hanno indossato fino all’ultimo l’uniforme del loro Imperatore, degli esuli per coerenza, dei cannoneggiati da La Marmora a Genova, da Cialdini ad Ancona, fino alle vittime milanesi di Bava Beccaris.
Anche senza scolpire un Cattaneo di cento metri sulle rocce delle Prealpi o elevare un colosso a Beneventano del Bosco, un bel modo civile di onorare la ricorrenza sarebbe proprio quello di affrontare la storia senza censure, senza la triste (e pericolosa) preoccupazione di dover per forza mettere tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra. Ecco, Presidente, il modo più bello per celebrare il Risorgimento: raccontarlo davvero.

Fonte: Il Giornale, 2 settembre 2009
.
Leggi tutto »


Invece di finanziamenti a pioggia e cerimonie di palazzo, riconosciamo le sofferenze di chi
lottò contro l’unificazione


Di Gilberto Oneto

Davanti al Parlamento libico, Berlusconi si è messo la mano sul cuore e ha domandato perdono per le violenze commesse dal colonialismo italiano. È stato un gesto forte e coraggioso, praticamente unico nel panorama dei rapporti internazionali. Per fortuna sono poche le situazioni analoghe di cui l’Italia moderna si debba scusare e il Presidente potrebbe ripetere il bel gesto in Etiopia e in Slovenia, e potremmo considerare chiuse, almeno dal punto di vista morale, certe vergogne che macchiano la nostra storia. Non sarebbe neppure faticoso, soprattutto se paragonato a cosa toccherebbe ai governanti di altri Stati per mostrare la stessa maturità e correttezza: alcuni di loro dovrebbero mostrarsi contriti nei Parlamenti di mezzo mondo.
L’episodio di Tripoli serve anche a squarciare una stratificazione di omissioni e di menzogne che è stata stesa sulla nostra storia più recente e a rendere giustizia a tutti i coraggiosi che si sono battuti per fare emergere la verità, anche a costo di intaccare certezze mal riposte e sconquassare miti artefatti. In questo caso specifico non si può non essere grati ad Angelo Del Boca, che da decenni si sforza di sollevare dolorosi coperchi e raccontare verità che non possono che essere liberatorie per la coscienza collettiva.
Berlusconi però non può – non fosse altro che per rintuzzare le illazioni collegate alla coltivazione di personali interessi televisivi – fermarsi alla Libia, e neppure agli altri paesi citati. Deve trovare il modo di presentare le scuse dello Stato italiano anche a tutti quegli italiani che hanno sofferto per la sua unificazione, non solo quelli che sono morti “per” (cui la gratitudine nazionale è stata abbondantemente espressa) ma anche quelli che hanno sofferto “a causa” dell’unità. Sarebbe un gesto di straordinaria civiltà con cui celebrare degnamente il 150° anniversario del Risorgimento, altro che finanziamenti a pioggia e melense cerimonie di palazzo!
Gli Stati Uniti hanno da tempo esorcizzato antiche divisioni, forse anche più laceranti e sanguinose delle nostre, ripercorrendo con serenità la storia del genocidio dei pellerossa e della Guerra Civile: oggi non c’è più alcun pudore o vergogna a riconoscere ragioni e torti, a confrontarsi serenamente sugli avvenimenti anche più dolorosi e sui fatti più ignobili. Contano anche le immagini: non ci sono solo i volti di Mount Rushmore, ma anche un ciglione del South Dakota trasformato nel profilo di Cavallo Pazzo e i capi sudisti Jefferson Davis, Robert Lee e “Stonewall” Jackson che emergono da un grande costone roccioso in Georgia.
Sarebbe bello che si riconoscessero il valore e i sacrifici dei vinti del Risorgimento, dei soldati napoletani di Civitella e Messina, dei “briganti” massacrati in nome di una fratellanza imposta con le baionette, dei lombardi e dei veneti che hanno indossato fino all’ultimo l’uniforme del loro Imperatore, degli esuli per coerenza, dei cannoneggiati da La Marmora a Genova, da Cialdini ad Ancona, fino alle vittime milanesi di Bava Beccaris.
Anche senza scolpire un Cattaneo di cento metri sulle rocce delle Prealpi o elevare un colosso a Beneventano del Bosco, un bel modo civile di onorare la ricorrenza sarebbe proprio quello di affrontare la storia senza censure, senza la triste (e pericolosa) preoccupazione di dover per forza mettere tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra. Ecco, Presidente, il modo più bello per celebrare il Risorgimento: raccontarlo davvero.

Fonte: Il Giornale, 2 settembre 2009
.

Manifesto stati generali antimafia: testo legge unico e codice etico







approved-web.jpg


25 ottobre 2009
Roma.
Basta coi "papelli fatti di scelte incoerenti della politica".




Basta coi condoni, i voti di scambio e le candidature di persone condannate per reati gravi. Stop anche a riciclaggio e corruzione. Perché per contrastare la criminalità organizzata bisogna eliminare tutte quelle misure "che la fanno esultare" e la rendono più forte. E' quanto ha chiesto l'associazione "Libera" attraverso il "Manifesto per un mondo liberato dalle mafie", presentato oggi al termine degli stati generali dell'Antimafia. Si tratta di un documento inedito, realizzato durante il fine settimana con il contributo di 2.500 persone e 100 relatori, che suddivisi in 17 gruppi hanno scritto una ricetta contro le mafie: un elenco di trenta punti che scandisce gli impegni dell'associazione e le richieste per la politica, validi per i prossimi 3 anni, e si conclude con la richiesta di un provvedimento legislativo che dedichi la giornata del 21 marzo di ogni anno
alla memoria di tutte le vittime della mafia. Il Manifesto chiede di approvare in tempi rapidi un testo unico della legislazione antimafia, "per superare le attuali disfunzioni e garantire una più efficace azione di contrasto; di istituire un'agenzia nazionale per la gestione dei beni sottratti alle mafie, di rivedere il reato del voto di scambio e della normativa sui Comuni sciolti per mafia, di adottare un codice etico che impedisca la presenza di persone condannate o rinviate a giudizio per gravi reati ("é opportuno che il Parlamento apra il dibattito e se necessario vari una norma vincolante", ha sottolineato Francesco Forgione, già presidente della commissione Antimafia). Bisogna inoltre "contrastare l'abusivismo edilizio, eliminando il ricorso ai condoni; riformulare la legge sulla droga e sull'anti-doping mettendo al centro la tutela della persona; istituire un'Authority indipendente per contrastare il fenomeno del riciclaggio dei capitali di
provenienza illecita, la repressione di traffici internazionali di armi, delle zone grigie e dei paradisi fiscali dove avvengono le triangolazioni, introducendo in particolare il reato di intermediazione". Gli stati generali dell'Antimafia propongono anche una legge di iniziativa popolare per l'introduzione nel codice penale dei delitti contro l'ambiente e alle istituzioni chiedono il sostegno ai testimoni di giustizia (anche attraverso l'istituzione di un tutor), l'estensione del reato di corruzione tra i privati e l'istituzione di un'authority indipendente contro questo reato. Infine, un'attenzione particolare sull'argomento da parte della televisione: la Rai dovrebbe "assicurare nei suoi palinsesti spazi di informazione e approfondimento sui grandi problemi sociali del Paese nel rispetto di quanto previsto dal contratto di servizio pubblico", puntando così allo sviluppo della docu-fiction oltre che a quello della fiction tradizionale.

SPECIALE CONTROMAFIE 2009 - domenica 25
All'interno tutte le relazioni dei singoli tavoli di lavoro: Clicca!

Fonte:AntimafiaDuemila
.

Leggi tutto »






approved-web.jpg


25 ottobre 2009
Roma.
Basta coi "papelli fatti di scelte incoerenti della politica".




Basta coi condoni, i voti di scambio e le candidature di persone condannate per reati gravi. Stop anche a riciclaggio e corruzione. Perché per contrastare la criminalità organizzata bisogna eliminare tutte quelle misure "che la fanno esultare" e la rendono più forte. E' quanto ha chiesto l'associazione "Libera" attraverso il "Manifesto per un mondo liberato dalle mafie", presentato oggi al termine degli stati generali dell'Antimafia. Si tratta di un documento inedito, realizzato durante il fine settimana con il contributo di 2.500 persone e 100 relatori, che suddivisi in 17 gruppi hanno scritto una ricetta contro le mafie: un elenco di trenta punti che scandisce gli impegni dell'associazione e le richieste per la politica, validi per i prossimi 3 anni, e si conclude con la richiesta di un provvedimento legislativo che dedichi la giornata del 21 marzo di ogni anno
alla memoria di tutte le vittime della mafia. Il Manifesto chiede di approvare in tempi rapidi un testo unico della legislazione antimafia, "per superare le attuali disfunzioni e garantire una più efficace azione di contrasto; di istituire un'agenzia nazionale per la gestione dei beni sottratti alle mafie, di rivedere il reato del voto di scambio e della normativa sui Comuni sciolti per mafia, di adottare un codice etico che impedisca la presenza di persone condannate o rinviate a giudizio per gravi reati ("é opportuno che il Parlamento apra il dibattito e se necessario vari una norma vincolante", ha sottolineato Francesco Forgione, già presidente della commissione Antimafia). Bisogna inoltre "contrastare l'abusivismo edilizio, eliminando il ricorso ai condoni; riformulare la legge sulla droga e sull'anti-doping mettendo al centro la tutela della persona; istituire un'Authority indipendente per contrastare il fenomeno del riciclaggio dei capitali di
provenienza illecita, la repressione di traffici internazionali di armi, delle zone grigie e dei paradisi fiscali dove avvengono le triangolazioni, introducendo in particolare il reato di intermediazione". Gli stati generali dell'Antimafia propongono anche una legge di iniziativa popolare per l'introduzione nel codice penale dei delitti contro l'ambiente e alle istituzioni chiedono il sostegno ai testimoni di giustizia (anche attraverso l'istituzione di un tutor), l'estensione del reato di corruzione tra i privati e l'istituzione di un'authority indipendente contro questo reato. Infine, un'attenzione particolare sull'argomento da parte della televisione: la Rai dovrebbe "assicurare nei suoi palinsesti spazi di informazione e approfondimento sui grandi problemi sociali del Paese nel rispetto di quanto previsto dal contratto di servizio pubblico", puntando così allo sviluppo della docu-fiction oltre che a quello della fiction tradizionale.

SPECIALE CONTROMAFIE 2009 - domenica 25
All'interno tutte le relazioni dei singoli tavoli di lavoro: Clicca!

Fonte:AntimafiaDuemila
.

La schiavitù dell'euro e il grande inganno delle banche



- di Pietro G.Serra -

A libro chiuso non si può non pensare che una famosa legge mosaica si sia avverata: «tu farai prestiti a molte nazioni e non prenderai nulla in prestito; dominerai molte nazioni mentre esse non ti domineranno»

Questo saggio, scritto da un avvocato, Marco della Luna, autore di altre pubblicazioni come Le chiavi del potere (Koiné) e da Antonio Miclavez, un medico appassionato di economia, costituisce un’esauriente sintesi, chiara e scorrevole nella forma, del ruolo e dell’evoluzione delle diverse categorie di banche, dalle più antiche alle più recenti. Ma non è solo un’indagine storica: la valutazione dell’attività creditizia dei soggetti bancari e la conseguente concentrazione di un enorme potere nelle loro mani, conduce gli autori ad esprimere giudizi di valore che hanno i toni di un’appassionata denuncia.

Il tutto avviene però sempre al di fuori di ogni teoria complottistica. Vale la pena di riportare le affermazioni contenute a pag. 105: «molti sostengono che siamo vittime di una congiura mondiale - dei banchieri, dei finanzieri, degli Ebrei, etc. - finalizzata a istituire un Nuovo Ordine Mondiale tecnocratico[...]. Riteniamo che tutto ciò sia [...] dovuto a un fraintendimento o all’ignoranza di elementari dati sull’economia e sul comportamento umano[...]definire “complotto” la strategia di un’impresa commerciale o di un cartello di imprese che si sforza di acquisire una posizione monopolistica od oligopolistica su scala locale, nazionale o globale, condizionando anche i poteri politici, è infantile - lo può fare chi non sappia nulla della realtà economica- imprenditoriale, del mercato». Una lunga citazione che ci consente di vedere in Della Luna e Miclavez due studiosi intenzionati ad deludere le speranze di tutti coloro che, nella ricerca dell’esistenza delle cospirazioni dei poteri monetari, continuano ad alimentare l’odio brandendo simbolismi negativi come quello del complotto giudaico - massonico. Ma facciamo un passo indietro. Siamo nel 1694 quando la Bank of England fornisce il denaro a uno stato che ormai non riesce più a dominare con le emissioni in proprio il disordine monetario e il suo conseguente processo inflattivo. La banca, così, già dotata di un’ importanza considerevole, acquisita durante tutto il sedicesimo secolo, assume ora un ruolo di primo piano: individuata come autorità in grado di valutare l’andamento reale dell’economia, le viene concessa la facoltà di emettere il primi biglietti di banca: le bank notes. Si tratta, sottolineano gli autori, di una vera e propria rivoluzione: col tempo, infatti, la Bank of England si consoliderà fino ad ottenere il monopolio dell’accesso al credito da parte dello stato e il suo modello si affermerà non solo in ogni paese europeo ma anche in altre parti del mondo, come Stati Uniti e Giappone.

In Italia l’operazione della nascita di una banca centrale viene guidata, nel 1893, da Giolitti; in quell’anno il Parlamento del Regno ratifica la comparsa di un soggetto nuovo, sorto dalle ceneri della Banca romana, implicata in uno storico scandalo, e dalla fusione tra la Banca Nazionale del Regno, la Banca Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito. Il neonato istituto prende il nome di Banca d’Italia e muove i suoi primi passi come «società anonima», ovvero come una società per azioni a prevalente capitale privato. Giolitti interviene in prima persona al fine di garantirne l’autonomia dal potere politico, con l’unica concessione dell’approvazione da parte del Governo della nomina del direttore generale dell’istituto bancario. Nel 1910 un regio decreto le concede di esercitare il diritto di emissione assieme al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia, ma anche di fare al Ministero del Tesoro anticipazioni al tasso dell’1,5%. Con la legislazione del 1926 -27 il regime fascista attribuisce alla sola Banca d’Italia il monopolio dell’ emissione monetaria, ma è solo con le norme del 1936 che l’istituto di credito muta radicalmente la sua struttura: tutte le disposizioni legislative di quegli anni ne confermano l’autonomia e ne consolidano l’immagine di “Istituto di diritto pubblico”, nonostante, come detto poc’anzi, il suo assetto interno sia quello di una società per azioni.

La Banca d’Italia cresce fino a raggiungere, nel 1992, con una legge promossa dall’allora ministro del Tesoro Guido Carli, la totale indipendenza dal controllo pubblico, con il potere di fissare il tasso di sconto senza doverlo più concordare con lo Stato. Il lungo processo evolutivo dell’organismo bancario, di cui si parlava all’inizio, è ormai compiuto. L’Italia è un caso emblematico, perché ormai in tutte le società capitalistiche gli interessi delle banche di stato si sono saldati con quelli dei governi, a un punto tale da consegnare il potere nelle mani di pochi soggetti economici che hanno fatto del debito pubblico un colossale affare. Il debito pubblico cresce incessantemente. Al momento, come da poco ha dichiarato Silvio Berlusconi in un recente confronto televisivo, ogni italiano deve restituire solo di interessi passivi circa 20 mila euro. È una cifra colossale, quella del debito pubblico, legata a un’attività bancaria che prende il nome di signoraggio. Siamo così arrivati alla parte fondamentale del libro: cos’è il signoraggio? Il signoraggio è la differenza fra il valore legale di una moneta e i suoi costi di produzione.

Gli autori espongono la questione con molta chiarezza: lo stato italiano chiede 100 milioni di euro alla banca centrale e li paga con titoli del debito pubblico, la banca li acquista ma emette la cifra a costo zero o quasi, dato che spende 3 centesimi per stampare una banconota (fabbricare moneta costa pochissimo e ciò è dovuto al fatto che più o meno dal 1929 le banche non hanno l’obbligo del gold exchange, cioè della convertibilità in oro), lo stato deve così restituire la somma avuta più gli interessi (il tus) del 2,5%. Una volta conclusa la transazione, la Banca d’Italia vende i titoli e apposta i 100 milioni di euro al passivo, evitando di pagare le tasse su quello che è un puro incremento di capitale, un profitto. È un guadagno enorme per una banca di stato che crea il denaro dal nulla e i cui capitali sono nelle mani dei grandi istituti commerciali e compagnie di assicurazione d’Italia (e il libro ne riporta un elenco dettagliato).

Si intuisce allora quanto siano smisurati gli interessi che ruotano attorno al recente tentativo di acquisto della Bnl. Sono interessanti, a questo proposito, le affermazioni di Marco Saba, autore della prefazione e studioso di problematiche economiche: «se è vero che la Banca d’Italia prende 147 milioni di euro al giorno di signoraggio - afferma Saba -, BNL come socia ne prende il 2,83%. Con semplici calcoli aritmetici si può capire in quanti giorni il Banco di Bilbao y Vizcaya rientrerà dell’investimento di 7 miliardi di euro dell’OPA. Rientrerà in 1688,61 giorni, ovvero in 4.74 anni». Se questo comportamento non suscita l’indignazione popolare, è chiaro che si sono ormai consolidate nuove forme di egemonia che aspirano, scrivono gli autori, a trattare le persone come «mere parti del ciclo riproduttivo della ricchezza», a tutto danno delle categorie deboli di una società in cui i vecchi e gli invalidi «sarebbero trattati come zavorra», e questo perché, nell’economia globalizzata, non si potranno avere «al contempo, più di due alla volta tra le seguenti condizioni: sviluppo, democrazia, protezione sociale». Se in definitiva fosse lo Stato a stampare la moneta, riappropriandosi della sovranità monetaria, non esisterebbe il debito pubblico e le tasse potrebbero essere impiegate per il miglioramento strutturale della società civile. Un compito quantomai difficile dato che i politici non sono in grado di promuovere un’attività legislativa che possa danneggiare gli interessi dei banchieri i quali, alzando di un punto il tasso di sconto, possono scatenare crisi finanziarie gravissime, fino a mettere in pericolo la stabilità dello stato. Ma il signoraggio non coinvolge solo le grandi banche: anche i piccoli istituti, quelli che si occupano del credito ordinario, possono creare denaro creditizio dal nulla attraverso meccanismi complessi.

Come quello del cosiddetto coefficiente di riserva frazionale. Che cos’è? In parole povere le banche possono oggi prestare molto più di quello che hanno nei forzieri, tenendone in riserva solo una piccola parte. Se ad esempio il coefficiente di riserva viene fissato al 2%, la banca riesce a moltiplicare un deposito per cinquanta volte. In questo modo: se un depositante dà 1000 la banca ne tiene 20 in riserva e presta gli altri 980. Tali 980, una volta che vengono depositati nella stessa o in un’altra banca possono generare altro denaro dal nulla, perché la banca può tenere in riserva 19,60 e prestare 960. L’operazione può essere ripetuta per 50 volte. Naturalmente più sarà basso il coefficiente di riserva (che può variare, secondo gli accordi di “Basilea 2” dall’1,6% al 12%) e più alta sarà la somma che la banca potrà creare dal nulla.

Il popolo non detiene più il potere. Non ha più la sovranità monetaria la cui realizzazione, peraltro, dopo il trattato di Maastricht, si è ancora di più allontanata: ora è la Banca Centrale Europea, una banca privata, perché governata dalle banche centrali a loro volta controllate dalle banche private, che può per legge emettere moneta in Europa e controllare il signoraggio. La Bce agisce al di fuori di ogni controllo politico e con le sue scelte condiziona pesantemente la vita delle nazioni. Esiste una via d’uscita? Il libro riporta la proposta di Marco Saba che assieme ad alcuni studiosi ha elaborato una serie di «pacchetti di proposte ragionevoli» il cui punto di forza è costituito dalle monete complementari e locali che, emesse da enti pubblici territoriali, dovrebbero avere una circolazione, seppur limitata, in ogni ambito della società civile. Tutto ciò non toglierebbe all’oligarchia bancaria il suo privilegio e il suo potere. Gli autori però propongono anche una soluzione più radicale: abbandonare l’euro.

I vincoli imposti da Maastricht, scrivono, comportano una cessione della sovranità monetaria, «governo e parlamento [...] non possono emettere la propria moneta ma devono comprarla dalla BCE; non possono agire sul tasso di sconto, perché questo è fissato dalla BCE; non possono svalutare, perché il cambio è gestito dalla BCE e vincolato alle altre euro - valute; non possono spendere a debito per i necessari investimenti produttivi (ricerca, infrastrutture, istruzione), perché sono vincolati a contenere il deficit di bilancio e a ridurre il debito pubblico».

A libro chiuso non si può non pensare che una famosa legge mosaica si sia avverata: «tu farai prestiti a molte nazioni e non prenderai nulla in prestito; dominerai molte nazioni mentre esse non ti domineranno» (Deuteronomio 15:6).

Fonte:
Girodivite







Marco Della Luna, Antonio Miclavez, EuroSchiavi, Arianna editrice, Casalecchio 2005, pagg. 240

Pietro G. Serra Diorama Letterario n. 278
Leggi tutto »


- di Pietro G.Serra -

A libro chiuso non si può non pensare che una famosa legge mosaica si sia avverata: «tu farai prestiti a molte nazioni e non prenderai nulla in prestito; dominerai molte nazioni mentre esse non ti domineranno»

Questo saggio, scritto da un avvocato, Marco della Luna, autore di altre pubblicazioni come Le chiavi del potere (Koiné) e da Antonio Miclavez, un medico appassionato di economia, costituisce un’esauriente sintesi, chiara e scorrevole nella forma, del ruolo e dell’evoluzione delle diverse categorie di banche, dalle più antiche alle più recenti. Ma non è solo un’indagine storica: la valutazione dell’attività creditizia dei soggetti bancari e la conseguente concentrazione di un enorme potere nelle loro mani, conduce gli autori ad esprimere giudizi di valore che hanno i toni di un’appassionata denuncia.

Il tutto avviene però sempre al di fuori di ogni teoria complottistica. Vale la pena di riportare le affermazioni contenute a pag. 105: «molti sostengono che siamo vittime di una congiura mondiale - dei banchieri, dei finanzieri, degli Ebrei, etc. - finalizzata a istituire un Nuovo Ordine Mondiale tecnocratico[...]. Riteniamo che tutto ciò sia [...] dovuto a un fraintendimento o all’ignoranza di elementari dati sull’economia e sul comportamento umano[...]definire “complotto” la strategia di un’impresa commerciale o di un cartello di imprese che si sforza di acquisire una posizione monopolistica od oligopolistica su scala locale, nazionale o globale, condizionando anche i poteri politici, è infantile - lo può fare chi non sappia nulla della realtà economica- imprenditoriale, del mercato». Una lunga citazione che ci consente di vedere in Della Luna e Miclavez due studiosi intenzionati ad deludere le speranze di tutti coloro che, nella ricerca dell’esistenza delle cospirazioni dei poteri monetari, continuano ad alimentare l’odio brandendo simbolismi negativi come quello del complotto giudaico - massonico. Ma facciamo un passo indietro. Siamo nel 1694 quando la Bank of England fornisce il denaro a uno stato che ormai non riesce più a dominare con le emissioni in proprio il disordine monetario e il suo conseguente processo inflattivo. La banca, così, già dotata di un’ importanza considerevole, acquisita durante tutto il sedicesimo secolo, assume ora un ruolo di primo piano: individuata come autorità in grado di valutare l’andamento reale dell’economia, le viene concessa la facoltà di emettere il primi biglietti di banca: le bank notes. Si tratta, sottolineano gli autori, di una vera e propria rivoluzione: col tempo, infatti, la Bank of England si consoliderà fino ad ottenere il monopolio dell’accesso al credito da parte dello stato e il suo modello si affermerà non solo in ogni paese europeo ma anche in altre parti del mondo, come Stati Uniti e Giappone.

In Italia l’operazione della nascita di una banca centrale viene guidata, nel 1893, da Giolitti; in quell’anno il Parlamento del Regno ratifica la comparsa di un soggetto nuovo, sorto dalle ceneri della Banca romana, implicata in uno storico scandalo, e dalla fusione tra la Banca Nazionale del Regno, la Banca Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito. Il neonato istituto prende il nome di Banca d’Italia e muove i suoi primi passi come «società anonima», ovvero come una società per azioni a prevalente capitale privato. Giolitti interviene in prima persona al fine di garantirne l’autonomia dal potere politico, con l’unica concessione dell’approvazione da parte del Governo della nomina del direttore generale dell’istituto bancario. Nel 1910 un regio decreto le concede di esercitare il diritto di emissione assieme al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia, ma anche di fare al Ministero del Tesoro anticipazioni al tasso dell’1,5%. Con la legislazione del 1926 -27 il regime fascista attribuisce alla sola Banca d’Italia il monopolio dell’ emissione monetaria, ma è solo con le norme del 1936 che l’istituto di credito muta radicalmente la sua struttura: tutte le disposizioni legislative di quegli anni ne confermano l’autonomia e ne consolidano l’immagine di “Istituto di diritto pubblico”, nonostante, come detto poc’anzi, il suo assetto interno sia quello di una società per azioni.

La Banca d’Italia cresce fino a raggiungere, nel 1992, con una legge promossa dall’allora ministro del Tesoro Guido Carli, la totale indipendenza dal controllo pubblico, con il potere di fissare il tasso di sconto senza doverlo più concordare con lo Stato. Il lungo processo evolutivo dell’organismo bancario, di cui si parlava all’inizio, è ormai compiuto. L’Italia è un caso emblematico, perché ormai in tutte le società capitalistiche gli interessi delle banche di stato si sono saldati con quelli dei governi, a un punto tale da consegnare il potere nelle mani di pochi soggetti economici che hanno fatto del debito pubblico un colossale affare. Il debito pubblico cresce incessantemente. Al momento, come da poco ha dichiarato Silvio Berlusconi in un recente confronto televisivo, ogni italiano deve restituire solo di interessi passivi circa 20 mila euro. È una cifra colossale, quella del debito pubblico, legata a un’attività bancaria che prende il nome di signoraggio. Siamo così arrivati alla parte fondamentale del libro: cos’è il signoraggio? Il signoraggio è la differenza fra il valore legale di una moneta e i suoi costi di produzione.

Gli autori espongono la questione con molta chiarezza: lo stato italiano chiede 100 milioni di euro alla banca centrale e li paga con titoli del debito pubblico, la banca li acquista ma emette la cifra a costo zero o quasi, dato che spende 3 centesimi per stampare una banconota (fabbricare moneta costa pochissimo e ciò è dovuto al fatto che più o meno dal 1929 le banche non hanno l’obbligo del gold exchange, cioè della convertibilità in oro), lo stato deve così restituire la somma avuta più gli interessi (il tus) del 2,5%. Una volta conclusa la transazione, la Banca d’Italia vende i titoli e apposta i 100 milioni di euro al passivo, evitando di pagare le tasse su quello che è un puro incremento di capitale, un profitto. È un guadagno enorme per una banca di stato che crea il denaro dal nulla e i cui capitali sono nelle mani dei grandi istituti commerciali e compagnie di assicurazione d’Italia (e il libro ne riporta un elenco dettagliato).

Si intuisce allora quanto siano smisurati gli interessi che ruotano attorno al recente tentativo di acquisto della Bnl. Sono interessanti, a questo proposito, le affermazioni di Marco Saba, autore della prefazione e studioso di problematiche economiche: «se è vero che la Banca d’Italia prende 147 milioni di euro al giorno di signoraggio - afferma Saba -, BNL come socia ne prende il 2,83%. Con semplici calcoli aritmetici si può capire in quanti giorni il Banco di Bilbao y Vizcaya rientrerà dell’investimento di 7 miliardi di euro dell’OPA. Rientrerà in 1688,61 giorni, ovvero in 4.74 anni». Se questo comportamento non suscita l’indignazione popolare, è chiaro che si sono ormai consolidate nuove forme di egemonia che aspirano, scrivono gli autori, a trattare le persone come «mere parti del ciclo riproduttivo della ricchezza», a tutto danno delle categorie deboli di una società in cui i vecchi e gli invalidi «sarebbero trattati come zavorra», e questo perché, nell’economia globalizzata, non si potranno avere «al contempo, più di due alla volta tra le seguenti condizioni: sviluppo, democrazia, protezione sociale». Se in definitiva fosse lo Stato a stampare la moneta, riappropriandosi della sovranità monetaria, non esisterebbe il debito pubblico e le tasse potrebbero essere impiegate per il miglioramento strutturale della società civile. Un compito quantomai difficile dato che i politici non sono in grado di promuovere un’attività legislativa che possa danneggiare gli interessi dei banchieri i quali, alzando di un punto il tasso di sconto, possono scatenare crisi finanziarie gravissime, fino a mettere in pericolo la stabilità dello stato. Ma il signoraggio non coinvolge solo le grandi banche: anche i piccoli istituti, quelli che si occupano del credito ordinario, possono creare denaro creditizio dal nulla attraverso meccanismi complessi.

Come quello del cosiddetto coefficiente di riserva frazionale. Che cos’è? In parole povere le banche possono oggi prestare molto più di quello che hanno nei forzieri, tenendone in riserva solo una piccola parte. Se ad esempio il coefficiente di riserva viene fissato al 2%, la banca riesce a moltiplicare un deposito per cinquanta volte. In questo modo: se un depositante dà 1000 la banca ne tiene 20 in riserva e presta gli altri 980. Tali 980, una volta che vengono depositati nella stessa o in un’altra banca possono generare altro denaro dal nulla, perché la banca può tenere in riserva 19,60 e prestare 960. L’operazione può essere ripetuta per 50 volte. Naturalmente più sarà basso il coefficiente di riserva (che può variare, secondo gli accordi di “Basilea 2” dall’1,6% al 12%) e più alta sarà la somma che la banca potrà creare dal nulla.

Il popolo non detiene più il potere. Non ha più la sovranità monetaria la cui realizzazione, peraltro, dopo il trattato di Maastricht, si è ancora di più allontanata: ora è la Banca Centrale Europea, una banca privata, perché governata dalle banche centrali a loro volta controllate dalle banche private, che può per legge emettere moneta in Europa e controllare il signoraggio. La Bce agisce al di fuori di ogni controllo politico e con le sue scelte condiziona pesantemente la vita delle nazioni. Esiste una via d’uscita? Il libro riporta la proposta di Marco Saba che assieme ad alcuni studiosi ha elaborato una serie di «pacchetti di proposte ragionevoli» il cui punto di forza è costituito dalle monete complementari e locali che, emesse da enti pubblici territoriali, dovrebbero avere una circolazione, seppur limitata, in ogni ambito della società civile. Tutto ciò non toglierebbe all’oligarchia bancaria il suo privilegio e il suo potere. Gli autori però propongono anche una soluzione più radicale: abbandonare l’euro.

I vincoli imposti da Maastricht, scrivono, comportano una cessione della sovranità monetaria, «governo e parlamento [...] non possono emettere la propria moneta ma devono comprarla dalla BCE; non possono agire sul tasso di sconto, perché questo è fissato dalla BCE; non possono svalutare, perché il cambio è gestito dalla BCE e vincolato alle altre euro - valute; non possono spendere a debito per i necessari investimenti produttivi (ricerca, infrastrutture, istruzione), perché sono vincolati a contenere il deficit di bilancio e a ridurre il debito pubblico».

A libro chiuso non si può non pensare che una famosa legge mosaica si sia avverata: «tu farai prestiti a molte nazioni e non prenderai nulla in prestito; dominerai molte nazioni mentre esse non ti domineranno» (Deuteronomio 15:6).

Fonte:
Girodivite







Marco Della Luna, Antonio Miclavez, EuroSchiavi, Arianna editrice, Casalecchio 2005, pagg. 240

Pietro G. Serra Diorama Letterario n. 278

COMUNICATO STAMPA: A San Giovanni in Fiore nasce il Partito del Sud - Alleanza Meridionale

Riceviamo e postiamo con un cordiale benvenuto ai nostri fratelli Calabresi:


24 OTTOBRE 2009


A San Giovanni in Fiore nasce il Partito del Sud Alleanza Meridionale http://www.partitodelsud.it/



La neonata forza politica condivide lo spirito della Risoluzione di Gaeta, presa il 17-18 ottobre 2009, promossa dal Partito del Sud, con l’Associazione Due Sicilie in Fiore, sottoscritta dai gruppi Insorgenza, Uniti per il territorio, Sud Indipendente, Sud Libero.

Determinazioni generali:

1. riaffermare con forza il bisogno di liberazione dalla permanente dipendenza post-unitaria del Sud, di riscatto dalla Questione Meridionale. Mobilitare le risorse sane che hanno a cuore la rinascita e l’indipendenza economica, politica, sociale, culturale e identitaria delle popolazioni dell’ex Regno delle Due Sicilie;
2. affermare la netta distinzione dei movimenti meridionalisti dai partiti e gruppi di potere che hanno reso il Sud colonia di Roma e del Nord. È esclusa ad ogni livello politico la vicinanza e la collaborazione con il sistema dei partiti nazionali;
3. promuovere la costituzione di un organismo unitario (Parlamento del Sud o altra forma di autogoverno) che coordini l’unità d'azione politica, culturale ed elettorale dei movimenti meridionalisti rappresentati.

Determinazioni specifiche a rilievo locale:
1. Il riscatto di questa parte del territorio meridionale passa attraverso la riconquista e la riconsegna ai cittadini del loro immenso demanio comunale, delle “terre pubbliche” usurpate, affinché le comproprietà possano essere gestite in maniera efficace dall’associazione degli utenti.

2. Alla riscossa della terra è legato il destino dello sfruttamento delle risorse naturali più preziose e la ricerca dell’equilibrio tra lo sviluppo umano e l’uso delle risorse: acqua potabile, irrigua, laghi ed energia idro-elettrica, boschi e attività connesse, terre agricole e da pascolo, sottosuolo e aria. Occorre salvaguardare l’acqua potabile dalla privatizzazione.

3. Alla questione della riconquista della terra è legato anche il destino dello sfruttamento del nudo suolo come deposito di rifiuti (discariche, cave interrate, stoccaggi e simili). Occorre salvaguardare e tutelare il nostro suolo dalla somalizzazione, la nostra salute dal male oscuro (tumori) figlio dello sversamento di rifiuti tossici e veleni di ogni genere.

4. Reintegrato il demanio comunale, ai cittadini spetterà il controllo della gestione del relativo territorio, utilizzazione, valorizzazione e destinazione delle sue risorse. Dello sfruttamento delle risorse energetiche deve beneficiare la cittadinanza comunale.

Il Partito del Sud a San Giovanni in Fiore raccoglie ogni contributo associativo. Organizza in questi mesi iniziative culturali volte a far conoscere la storia della nostra cultura e civiltà millenarie. Attraverso incontri, convegni, forum, discussioni, confronti, il Partito del Sud si farà promotore della ricostruzione della menzogna dell’unità d’Italia.


Il Sud deve riprendersi il mercato, diventato colonia di sfruttamento da parte del Nord. Il Grido di Dolore del Sud si è levato forte da Gaeta, ci vorrà pazienza e tempo, ma il Sud vincerà.

Partito del Sud, il coordinatore politico per la provincia di Cosenza
Geom. Gianpiero Tiano
.
Leggi tutto »
Riceviamo e postiamo con un cordiale benvenuto ai nostri fratelli Calabresi:


24 OTTOBRE 2009


A San Giovanni in Fiore nasce il Partito del Sud Alleanza Meridionale http://www.partitodelsud.it/



La neonata forza politica condivide lo spirito della Risoluzione di Gaeta, presa il 17-18 ottobre 2009, promossa dal Partito del Sud, con l’Associazione Due Sicilie in Fiore, sottoscritta dai gruppi Insorgenza, Uniti per il territorio, Sud Indipendente, Sud Libero.

Determinazioni generali:

1. riaffermare con forza il bisogno di liberazione dalla permanente dipendenza post-unitaria del Sud, di riscatto dalla Questione Meridionale. Mobilitare le risorse sane che hanno a cuore la rinascita e l’indipendenza economica, politica, sociale, culturale e identitaria delle popolazioni dell’ex Regno delle Due Sicilie;
2. affermare la netta distinzione dei movimenti meridionalisti dai partiti e gruppi di potere che hanno reso il Sud colonia di Roma e del Nord. È esclusa ad ogni livello politico la vicinanza e la collaborazione con il sistema dei partiti nazionali;
3. promuovere la costituzione di un organismo unitario (Parlamento del Sud o altra forma di autogoverno) che coordini l’unità d'azione politica, culturale ed elettorale dei movimenti meridionalisti rappresentati.

Determinazioni specifiche a rilievo locale:
1. Il riscatto di questa parte del territorio meridionale passa attraverso la riconquista e la riconsegna ai cittadini del loro immenso demanio comunale, delle “terre pubbliche” usurpate, affinché le comproprietà possano essere gestite in maniera efficace dall’associazione degli utenti.

2. Alla riscossa della terra è legato il destino dello sfruttamento delle risorse naturali più preziose e la ricerca dell’equilibrio tra lo sviluppo umano e l’uso delle risorse: acqua potabile, irrigua, laghi ed energia idro-elettrica, boschi e attività connesse, terre agricole e da pascolo, sottosuolo e aria. Occorre salvaguardare l’acqua potabile dalla privatizzazione.

3. Alla questione della riconquista della terra è legato anche il destino dello sfruttamento del nudo suolo come deposito di rifiuti (discariche, cave interrate, stoccaggi e simili). Occorre salvaguardare e tutelare il nostro suolo dalla somalizzazione, la nostra salute dal male oscuro (tumori) figlio dello sversamento di rifiuti tossici e veleni di ogni genere.

4. Reintegrato il demanio comunale, ai cittadini spetterà il controllo della gestione del relativo territorio, utilizzazione, valorizzazione e destinazione delle sue risorse. Dello sfruttamento delle risorse energetiche deve beneficiare la cittadinanza comunale.

Il Partito del Sud a San Giovanni in Fiore raccoglie ogni contributo associativo. Organizza in questi mesi iniziative culturali volte a far conoscere la storia della nostra cultura e civiltà millenarie. Attraverso incontri, convegni, forum, discussioni, confronti, il Partito del Sud si farà promotore della ricostruzione della menzogna dell’unità d’Italia.


Il Sud deve riprendersi il mercato, diventato colonia di sfruttamento da parte del Nord. Il Grido di Dolore del Sud si è levato forte da Gaeta, ci vorrà pazienza e tempo, ma il Sud vincerà.

Partito del Sud, il coordinatore politico per la provincia di Cosenza
Geom. Gianpiero Tiano
.

CALCIO : PARTITO DEL SUD NAPOLI - BOLOGNA 2-2


Ancora una buona prestazione della nostra squadra che prosegue speditamente il cammino in campionato.

Al termine di una gara giocata su di un campo al limite della praticabilità, il pareggio è il giusto risultato per quanto si è visto in campo.

Prosegue quindi sotto i migliori auspici il cammino della squadra del Partito del Sud nel campionato UISP calcio a 8 girone nord Serie B.


Avanti Sud !
Leggi tutto »

Ancora una buona prestazione della nostra squadra che prosegue speditamente il cammino in campionato.

Al termine di una gara giocata su di un campo al limite della praticabilità, il pareggio è il giusto risultato per quanto si è visto in campo.

Prosegue quindi sotto i migliori auspici il cammino della squadra del Partito del Sud nel campionato UISP calcio a 8 girone nord Serie B.


Avanti Sud !

Le ipocrisie di Regime



Di Antonio Ciano

Ecco come i nostri politici tengono alla famiglia, anzi alle famiglie. Loro ne hanno davvero tante.
Il Governatore della Regione Lazio si è autosospeso a causa della vicenda sessuale che lo ha visato protagonista. ma è stata violata la sua Privacy da quattro carabinieri. La vera cosa grave è questa, non quella sessuale.Noi, rispettiamo il suo dolore, gli siamo vicini, capiamo le debolezze umane, capiamo il dolore che prova, il dolore della sua famiglia, quello dei suoi elettori, perchè politicamente è stato un grande governatore, ha dato l'anima alla sua Regione.Chi di noi è senza peccato scagli la prima pietra. Siamo tutti peccatori, ma da ipocriti non lo ammettiamo, tutti vorrebbero avere amanti, molti vorrebbero trasgredire, molti lo fanno, altri non ci riescono.Cavour era un puttaniere, era aduso frequentare i bordelli parigini, e secondo il suo agente segreto Filippo Curletti, lo statista piemontese era anche un pedofilo. Il Curletti, per conto del primo ministro piemontese, adescava e rapiva giovani fanciulle minorenni, le portava nella villa di Moncalieri, e aiutato dal Generale Sant Front che imbracava la vittima per farla violentare dal grande primo ministro. Vittorio Emanuele II,Il puttaniere[1] Vittorio Emanuele II, era padre di molti "figli illegittimi, avuti da varie donne . in particolare la Chiesa gli rimproverava la relazione con la figlia di un sottufficiale dell'Esercito, Rosina Vercellana ." definita dal Pontefice ". donna volgare e disonesta" ma si fotteva pure la moglie del criminale di guerra ungherese Istvan Turr fatto generale dal Garibaldi e diventato spia agli ordini del Savoia per meriti "di corna", la moglie di un altro agente segreto, il cavalier Enrico Blusa e ".amava parlare di battaglie e di stragi con un linguaggio da bassa macelleria come se gli piacesse l'idea di un campo di battaglia ridotto a carnaio ." e di " . non provare alcun dolore per i caduti in guerra .".
Sia il Vittorione che Cavour se la spassavano anche con la contessa di Castiglione della quale il re savoiardo teneva una foto oscena a grandezza naturale in una cassapanca:".la contessa di Castiglione che, in passato, aveva frequentato il suo letto, quello di Cavour e una dozzina d'altri in case diverse.". (Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Edizioni Piemme SpA, Casale Monferrato, 1998, pag. 248)
Ecco chi il destino aveva preposto a governare l'Italia! Una dinastia di puttanieri e di analfabeti che non conoscevano nemmeno la lingua italiana. La lingua parlata dal Savoia Vittorio Emanuele era il francese perché lui era francese, come francese era la lingua di corte e come ci fa sapere Denis M. Smith a pag. 32 del citato libro: "Odiava parlare italiano . I dialetti meridionali gli erano incomprensibili".
Mussolini era considerato un vero Macho, consumò la moglie di corna, la povera Rachele, moglie del dittatore fascista, dovrebbe essere santificata. Mussolini ebbe 404 amanti, e visto che era un toro, chissà!!!Morì fuggendo, fu trovato vestito da tedesco su un camion della Wermacht, stava fuggendo verso la Svizzera, e pare, sia stato fucilato dagli inglesi e non dai partigiani italiani. Comunque morì accanto alla sua ultima amante, Clara Petacci, donna sposata. Recentemente Berlusconi si è fatto beccare con Escort, così si chiamano oggi le donne di vita, dai costumi facili. Nel sud, dove sono più ruvidi i dialetti, le chiamano "Zoccole o puttane, in siciliano "Bottane". Ebbene, il primo ministro italiano, una volta scoperto, non ha sentito il dovere di dimettersi,forse vuole imitare il massone Cavour, fratello di setta massonica, primi ministri entrambi.Nè hanno sentito il dovere di dimettersi i deputati appresso elencati. Questi personaggi, ritenuti ipocriti da gran parte degli italiani, sono tutti PER LA FAMIGLIA, tutti cattolici praticanti. Il papa dovrebbe scomunicarli. Invece alle elezioni si ripesentano imperturbabili, e vengono regolarmette rieletti. In Italia vige la dittatura democratica, si fanno eleggere con leggi ad hoc. L'ultima legge elettorale, è stata chiamata PORCELLUM, una vera porcata. Nel Sud la pratica dei tradimenti è sempre esistita, e così nell'antica Roma. I romani, da sempre, sono un popolo libertino, le cui radici affondano nella Magna Grecia e nella Grecia antica, dove si costruivano templi ad Eros, ad Afrodite, considerata Dea dell'amore, o a Lesbo, Dea delle lesbiche e delle Transessuali. Insomma la pratica omosessuale era rispettata e suffragata dai più. Berlusconi, Casini, Fini e gli altri cattolici che troverete nell'elenco, che usano fare il baciamani ai vescovi per ottenere voti dalla Chiesa, siedono tutti sugli scranni più alti di questa repubblica offesa. Nessuno di loro ha sentito il dovere di dimettersi. Dovrebbero presentarsi solo davanti a Dio per le loro porcate, perchè abbandonare la famiglia è una porcata più grave che andare da una Escort, da un Trans, o con un Gay. Questo ce lo ha insegnato la civiltà greca e romana a cui attingono tutti coloro che abbiamo nominato.
Il Governatore del Lazio, Piero Marrazzo, ha avuto le palle di autosospendersi,e qualche criticone del centro destra, non tutti per la verità,anzichè apprezzare il gesto, buttano ancora benzina sul fuoco. Chiedessero ai loro amici di cordata di fare la stessa cosa. Anzi, per noi del Partito del Sud, che veniamo dalla Magna Grecia, e che siamo adusi a "comprendere" tutti LAICAMENTE,diciamo semplicemente:JATEVENNE A F.C., LE VOSTRE MOGLI VI HANNO MALEDETTI PER SEMPRE.


--------------------------------------------------------------------------------
[1] (pp. 20-21 - "I Savoia Re d'Italia" Denis M. Smith)

Come sono bravi i nostri cari Onorevoli a salvaguardare la famiglia intesa come istituzione e come luogo sacro dove il fine ultimo è la procreazione. Loro si che ci tengono. Ci tengono così tanto che spesso se ne fanno tantissime di famiglie. E i loro pargoletti? Che fine fanno?
Ecco uno spassoso elenco di tutti i POLITICI DIVORZIATI O SEPARATI

Silvio Berlusconi (FI): divorziato con figli e risposato
Umberto Bossi (Lega Nord): divorziato e risposato
Roberto Calderoli (Lega Nord): Sposato con rito celtico,divorziato 2 volte ora convivente
Pierferdinando Casini (UDC): divorziato dal tribunale della Sacra Rota con figli si risposa con Azzurra
Marco Follini (Italia di Mezzo ex UDC): divorziato
Giuseppe Drago (UDC): divorziato
Erminia Mazzonì (UDC): sposata con un divorziato
Gianfranco Fini (AN): sposato con una divorziata, divorziato e figlia con cinvivente
Ignazio La Russa (AN): avvocato divorzista, divorziato e convivente. L'en plain
Altero Matteoli (AN): divorziato e risposato
Mario Baldassarri (AN): divorziato e risposato
Ugo Martinat (AN): convivente
Daniela Santanchè (AN): primo matrimonio annullato, ora convivente
Gianni Alemanno (AN): sposato, separato, redento
Elio Vito (FI): divorziato
Antonio Leone (FI): divorziato
Paolo Romani (FI): divorziato
Gaetano Pecorella (FI): divorziato, pluriconvivente
Pierferdinando Adornato (FI): divorziato
Elisabetta Gardini (FI): convivente con figli
Letizia Moratti (FI): sposata con un divorziato
Gabriella Carlucci (FI): divorziata, risposata
Franco Frattini (FI): divorziato con figlia, ora convivente
Paolo Guzzanti (FI): divorziato, con 6 figli
Gianfranco Miccichè (FI): divorziato, con 3 figli
Dorina Bianchi (ex UDC): divorziata ora convivente
Paolo Cirino Pomicino (Nuova DC): divorziato, ora convivente
Enrico Letta (Margherita): divorziato
Vittorio Sgarbi (Ex deputato): ha un figlio da una precedente relazione, ora convivente
Roberto Zaccaria (Ex Margherita): Separato, ha una nuova compagna Monica Guerritore ex moglie di Gabriele Lavia
RICORDO INOLTRE CHE :
La Camera dei Deputati e il Senato già riconoscono i diritti dei Parlamentari conviventi attraverso un regolamento interno che prevede, per esempio, l'estensione della previedenza integrativa al convivente del parlamentare. In breve ogni politico può lasciare al proprio partner la pensione di reversibilità, anche se tra di loro non sussiste nessun legame matrimoniale . E' necessario un semplice stato di famiglia che dimostri almeno 2 anni di coabitazione.
VERGOGNA!
.
Leggi tutto »


Di Antonio Ciano

Ecco come i nostri politici tengono alla famiglia, anzi alle famiglie. Loro ne hanno davvero tante.
Il Governatore della Regione Lazio si è autosospeso a causa della vicenda sessuale che lo ha visato protagonista. ma è stata violata la sua Privacy da quattro carabinieri. La vera cosa grave è questa, non quella sessuale.Noi, rispettiamo il suo dolore, gli siamo vicini, capiamo le debolezze umane, capiamo il dolore che prova, il dolore della sua famiglia, quello dei suoi elettori, perchè politicamente è stato un grande governatore, ha dato l'anima alla sua Regione.Chi di noi è senza peccato scagli la prima pietra. Siamo tutti peccatori, ma da ipocriti non lo ammettiamo, tutti vorrebbero avere amanti, molti vorrebbero trasgredire, molti lo fanno, altri non ci riescono.Cavour era un puttaniere, era aduso frequentare i bordelli parigini, e secondo il suo agente segreto Filippo Curletti, lo statista piemontese era anche un pedofilo. Il Curletti, per conto del primo ministro piemontese, adescava e rapiva giovani fanciulle minorenni, le portava nella villa di Moncalieri, e aiutato dal Generale Sant Front che imbracava la vittima per farla violentare dal grande primo ministro. Vittorio Emanuele II,Il puttaniere[1] Vittorio Emanuele II, era padre di molti "figli illegittimi, avuti da varie donne . in particolare la Chiesa gli rimproverava la relazione con la figlia di un sottufficiale dell'Esercito, Rosina Vercellana ." definita dal Pontefice ". donna volgare e disonesta" ma si fotteva pure la moglie del criminale di guerra ungherese Istvan Turr fatto generale dal Garibaldi e diventato spia agli ordini del Savoia per meriti "di corna", la moglie di un altro agente segreto, il cavalier Enrico Blusa e ".amava parlare di battaglie e di stragi con un linguaggio da bassa macelleria come se gli piacesse l'idea di un campo di battaglia ridotto a carnaio ." e di " . non provare alcun dolore per i caduti in guerra .".
Sia il Vittorione che Cavour se la spassavano anche con la contessa di Castiglione della quale il re savoiardo teneva una foto oscena a grandezza naturale in una cassapanca:".la contessa di Castiglione che, in passato, aveva frequentato il suo letto, quello di Cavour e una dozzina d'altri in case diverse.". (Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Edizioni Piemme SpA, Casale Monferrato, 1998, pag. 248)
Ecco chi il destino aveva preposto a governare l'Italia! Una dinastia di puttanieri e di analfabeti che non conoscevano nemmeno la lingua italiana. La lingua parlata dal Savoia Vittorio Emanuele era il francese perché lui era francese, come francese era la lingua di corte e come ci fa sapere Denis M. Smith a pag. 32 del citato libro: "Odiava parlare italiano . I dialetti meridionali gli erano incomprensibili".
Mussolini era considerato un vero Macho, consumò la moglie di corna, la povera Rachele, moglie del dittatore fascista, dovrebbe essere santificata. Mussolini ebbe 404 amanti, e visto che era un toro, chissà!!!Morì fuggendo, fu trovato vestito da tedesco su un camion della Wermacht, stava fuggendo verso la Svizzera, e pare, sia stato fucilato dagli inglesi e non dai partigiani italiani. Comunque morì accanto alla sua ultima amante, Clara Petacci, donna sposata. Recentemente Berlusconi si è fatto beccare con Escort, così si chiamano oggi le donne di vita, dai costumi facili. Nel sud, dove sono più ruvidi i dialetti, le chiamano "Zoccole o puttane, in siciliano "Bottane". Ebbene, il primo ministro italiano, una volta scoperto, non ha sentito il dovere di dimettersi,forse vuole imitare il massone Cavour, fratello di setta massonica, primi ministri entrambi.Nè hanno sentito il dovere di dimettersi i deputati appresso elencati. Questi personaggi, ritenuti ipocriti da gran parte degli italiani, sono tutti PER LA FAMIGLIA, tutti cattolici praticanti. Il papa dovrebbe scomunicarli. Invece alle elezioni si ripesentano imperturbabili, e vengono regolarmette rieletti. In Italia vige la dittatura democratica, si fanno eleggere con leggi ad hoc. L'ultima legge elettorale, è stata chiamata PORCELLUM, una vera porcata. Nel Sud la pratica dei tradimenti è sempre esistita, e così nell'antica Roma. I romani, da sempre, sono un popolo libertino, le cui radici affondano nella Magna Grecia e nella Grecia antica, dove si costruivano templi ad Eros, ad Afrodite, considerata Dea dell'amore, o a Lesbo, Dea delle lesbiche e delle Transessuali. Insomma la pratica omosessuale era rispettata e suffragata dai più. Berlusconi, Casini, Fini e gli altri cattolici che troverete nell'elenco, che usano fare il baciamani ai vescovi per ottenere voti dalla Chiesa, siedono tutti sugli scranni più alti di questa repubblica offesa. Nessuno di loro ha sentito il dovere di dimettersi. Dovrebbero presentarsi solo davanti a Dio per le loro porcate, perchè abbandonare la famiglia è una porcata più grave che andare da una Escort, da un Trans, o con un Gay. Questo ce lo ha insegnato la civiltà greca e romana a cui attingono tutti coloro che abbiamo nominato.
Il Governatore del Lazio, Piero Marrazzo, ha avuto le palle di autosospendersi,e qualche criticone del centro destra, non tutti per la verità,anzichè apprezzare il gesto, buttano ancora benzina sul fuoco. Chiedessero ai loro amici di cordata di fare la stessa cosa. Anzi, per noi del Partito del Sud, che veniamo dalla Magna Grecia, e che siamo adusi a "comprendere" tutti LAICAMENTE,diciamo semplicemente:JATEVENNE A F.C., LE VOSTRE MOGLI VI HANNO MALEDETTI PER SEMPRE.


--------------------------------------------------------------------------------
[1] (pp. 20-21 - "I Savoia Re d'Italia" Denis M. Smith)

Come sono bravi i nostri cari Onorevoli a salvaguardare la famiglia intesa come istituzione e come luogo sacro dove il fine ultimo è la procreazione. Loro si che ci tengono. Ci tengono così tanto che spesso se ne fanno tantissime di famiglie. E i loro pargoletti? Che fine fanno?
Ecco uno spassoso elenco di tutti i POLITICI DIVORZIATI O SEPARATI

Silvio Berlusconi (FI): divorziato con figli e risposato
Umberto Bossi (Lega Nord): divorziato e risposato
Roberto Calderoli (Lega Nord): Sposato con rito celtico,divorziato 2 volte ora convivente
Pierferdinando Casini (UDC): divorziato dal tribunale della Sacra Rota con figli si risposa con Azzurra
Marco Follini (Italia di Mezzo ex UDC): divorziato
Giuseppe Drago (UDC): divorziato
Erminia Mazzonì (UDC): sposata con un divorziato
Gianfranco Fini (AN): sposato con una divorziata, divorziato e figlia con cinvivente
Ignazio La Russa (AN): avvocato divorzista, divorziato e convivente. L'en plain
Altero Matteoli (AN): divorziato e risposato
Mario Baldassarri (AN): divorziato e risposato
Ugo Martinat (AN): convivente
Daniela Santanchè (AN): primo matrimonio annullato, ora convivente
Gianni Alemanno (AN): sposato, separato, redento
Elio Vito (FI): divorziato
Antonio Leone (FI): divorziato
Paolo Romani (FI): divorziato
Gaetano Pecorella (FI): divorziato, pluriconvivente
Pierferdinando Adornato (FI): divorziato
Elisabetta Gardini (FI): convivente con figli
Letizia Moratti (FI): sposata con un divorziato
Gabriella Carlucci (FI): divorziata, risposata
Franco Frattini (FI): divorziato con figlia, ora convivente
Paolo Guzzanti (FI): divorziato, con 6 figli
Gianfranco Miccichè (FI): divorziato, con 3 figli
Dorina Bianchi (ex UDC): divorziata ora convivente
Paolo Cirino Pomicino (Nuova DC): divorziato, ora convivente
Enrico Letta (Margherita): divorziato
Vittorio Sgarbi (Ex deputato): ha un figlio da una precedente relazione, ora convivente
Roberto Zaccaria (Ex Margherita): Separato, ha una nuova compagna Monica Guerritore ex moglie di Gabriele Lavia
RICORDO INOLTRE CHE :
La Camera dei Deputati e il Senato già riconoscono i diritti dei Parlamentari conviventi attraverso un regolamento interno che prevede, per esempio, l'estensione della previedenza integrativa al convivente del parlamentare. In breve ogni politico può lasciare al proprio partner la pensione di reversibilità, anche se tra di loro non sussiste nessun legame matrimoniale . E' necessario un semplice stato di famiglia che dimostri almeno 2 anni di coabitazione.
VERGOGNA!
.

"Caribalto"



Dalle favole risorgimentaliste alla realtà nuda e cruda. Noi osiamo "parlar mal"e del massacratore di Bronte!
Leggi tutto »


Dalle favole risorgimentaliste alla realtà nuda e cruda. Noi osiamo "parlar mal"e del massacratore di Bronte!

 
[Privacy]
Design by Free WordPress Themes | Bloggerized by Lasantha - Premium Blogger Themes | Hot Sonakshi Sinha, Car Price in India