domenica 25 ottobre 2009

Il Ponte si pagherà in 60 anni


di Luca Piana e Stefano Vergine - L'Espresso.

La Grande Opera nascerà sommersa di debiti e sempre più inutile per migliorare la mobilità.

Da L'Espresso, n. 43, 29 ottobre 2009 (m.p.g.).

Giovedì 15 ottobre il ponte sullo Stretto di Messina è piombato nella vita degli italiani. Il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, ha annunciato che a Natale partiranno i lavori per spostare la ferrovia che arriva al porto di Villa San Giovanni. La costruzione del ponte, costo stimato 6,3 miliardi di euro, sarà finita in sette anni. Per il ministro i dibattiti sul progetto definitivo che manca, sugli interessi mafiosi per gli appalti, sull'utilità di un'opera che mai si ripagherà sono finiti: il ponte si farà.

Nel fronte dei contrari tanta sicurezza è stata letta come una mossa politica: il governo è alla ricerca di un colpo a effetto e l'apertura in diretta televisiva del cantiere per un'opera accessoria si riduce a mera propaganda. I reali motivi dell'accelerazione di Matteoli, però, sono probabilmente diversi. Le più recenti cifre sul traffico, infatti, dicono che il passaggio sullo Stretto sta diventando sempre meno cruciale nelle rotte per la Sicilia. Da quando il progetto preliminare è stato varato, infatti, l'isola ha vissuto un boom di voli low cost e di navi cargo che saltano lo Stretto, collegando direttamente Palermo con Napoli, Livorno, Genova. E questo, per Matteoli, è un grosso problema.

Il piano finanziario prevede infatti che una fetta consistente dei soldi necessari, circa 3,8 miliardi, venga presa a prestito in banca e restituita nel tempo con i pedaggi incassati da chi userà il ponte. Soltanto 2,5 miliardi dovrebbero venire dalle casse dello Stato e, di questi, appena 1,3 miliardi a fondo perduto: il resto dovrebbe essere restituito al socio pubblico nei modi previsti per le banche.
Questa struttura, però, è a rischio.

Gli istituti di credito vogliono certezze su quando riavranno indietro i loro prestiti. E ci sono i consueti dubbi su un costo reale che potrà essere più alto del previsto. Timori che potrebbero far saltare i prestiti bancari, una prospettiva che va sempre tenuta in considerazione, vista la lezione del fallimento finanziario dell'Eurotunnel, la galleria sotto la Manica che, pur collocata sull'asse fra due megalopoli vivissime come Londra e Parigi, ha causato perdite miliardarie agli investitori. Di qui il tentativo in extremis di Matteoli per serrare le fila, convincere le banche sulla serietà delle intenzioni e non mandare all'aria un progetto fortemente voluto dal premier Silvio Berlusconi e dal partito del cemento, visto l'appalto affidato a un consorzio guidato da Impregilo, società che conta fra i soci pezzi da novanta come i Ligresti, i Benetton e il costruttore Marcellino Gavio.

In apparenza, il traffico sullo Stretto è tutto fuorché in crisi. Fra traghetti privati e navi delle Ferrovie dello Stato, ai moli messinesi di Rada San Francesco e di Tremestieri e a quelli calabresi di Reggio e Villa San Giovanni si contano 280 partenze giornaliere, che salgono a 400 in alta stagione. Gli imprenditori sostengono che i treni merci prima di essere imbarcati aspettano anche due giorni. Per chi viaggia con l'auto i ritardi sono una dannazione, come appare inevitabile se si considera che lo Stretto è affollato anche da 20 mila cargo l'anno in viaggio fra Tirreno e Mediterraneo. Di qui la difesa dell'utilità del ponte fatta da Pietro Ciucci, numero uno della Stretto di Messina Spa, la società dell'Anas chiamata prima a sovrintenderne la costruzione e poi a gestirlo per trent'anni: "Anche un non amico del ponte come Alessandro Bianchi, l'ex ministro dei Trasporti, in un'audizione definì lo Stretto una delle aree più trafficate del Mediterraneo. Ogni quattro minuti parte un traghetto, mentre un terzo delle navi che incrociano trasporta prodotti chimici e petroliferi: i rischi per la sicurezza e l'ambiente sono facilmente immaginabili", dice Ciucci.

Se però si scende nei particolari, le prospettive di ritorno economico di un'infrastruttura tanto impegnativa appaiono fortemente dubbie. Basta prenotare un viaggio via Internet per farsene un'idea. In un giorno feriale di novembre, un trasferimento da Trapani a Roma con la compagnia aerea Ryanair costa 30 euro e dura un'ora e mezza, mentre con il treno si va dai 55 euro dell'interregionale ai 126 dell'Intercity e ci vogliono da 16 a 23 ore, cambi compresi. Da Palermo a Roma si vola con EasyJet a 40 euro e con WindJet a 75 euro, mentre in treno - scegliendo il Frecciarossa da Napoli - ci vogliono 11 ore e 87 euro.

Il passaggio via ponte accorcerà un po' i tempi, ma il vero ostacolo restano l'arretratezza della linea di oltre 400 chilometri fra Reggio e Napoli, nonché quella delle ferrovie che congiungono Messina a Catania e Palermo. Dipende anche da questo il successo negli ultimi anni del traffico aereo. Se si guardano solo i viaggi tra la Sicilia e il resto d'Italia, il boom è superiore a quello nazionale. Nel 2001 era il 13,4 per cento dei viaggiatori a utilizzare l'aereo, mentre nella prima parte del 2009 si è raggiunto il 17 per cento.

Dagli aerei alle navi, i dubbi sul ponte non vengono meno. L'anno scorso sono diminuiti sia i passeggeri che le merci passate per lo Stretto. Le Ferrovie, in particolare, hanno tagliato del 5 per cento le corse rispetto alle previsioni, ma sono molte le valutazioni che indicano come il transito da Reggio a Messina non sia più un passaggio obbligato per i trasporti di merce per la Sicilia. I camion hanno molteplici rotte con il resto d'Italia. Il 42 per cento dei posti disponibili, stando ai dati di Confitarma, è su navi che collegano Palermo con tutto il Tirreno: solo il 23 per cento passa da Messina. Persino la Caronte & Tourist, la storica società dei traghetti dello Stretto, realizza ormai metà dei propri ricavi su rotte diverse: una diversificazione attuata in vista del ponte, ma che già oggi dà i suoi frutti.

La questione è delicata. "Se alla fine le stime di traffico non dovessero essere rispettate, chi ci metterà i quattrini necessari: le banche, i privati o i contribuenti?", si domanda Marco Ponti, che insegna Economia dei trasporti al Politecnico di Milano. A domande come queste, Ciucci risponde che i piani elaborati dalla Stretto Spa non presentano falle: "È stato considerato un ventaglio di scenari sia in relazione alla crescita del Pil che all'evoluzione del traffico. A settembre, come ulteriore prudenza è stato scelto di utilizzare le nuove previsioni di traffico stradale ridotte del 5 per cento e di calcolare, a partire dal quinto anno, flussi di traffico stradale e ferroviario costanti. Anche in questo scenario, molto prudenziale, il progetto è risultato economicamente fattibile", dice.

Può darsi che sia così. Il problema, però, resta quello delle cifre in gioco. Se si guardano i bilanci delle Ferrovie e della Caronte & Tourist, emerge un dato interessante: oggi il giro d'affari del trasporto sullo Stretto vale circa 120 milioni di euro. Una piccola torta, se si considera che la Stretto Spa dovrà restituire alle banche e ai soci pubblici (l'Anas e le Fs) circa 5 miliardi su 6,3. Se anche riuscisse ad accaparrarsi l'intero business del transito, polverizzando la concorrenza navale e aumentando i prezzi, ci vorrebbero decenni per ripagare l'investimento. È questo il nodo principale che, probabilmente, Matteoli e Ciucci dovranno sciogliere con le banche: se anche le cose andassero al meglio, nei 30 anni di concessione la Stretto Spa non riuscirà a restituire l'intera cifra.

Dal punto di vista tecnico, Ciucci la mette così: "Abbiamo previsto di effettuare nel periodo di gestione un ammortamento dell'opera non inferiore al 50 per cento dell'investimento ed il riconoscimento alla Stretto di Messina da parte dello Stato di un valore di riscatto pari, al massimo, al 50 per cento dell'investimento stesso al termine del periodo di gestione". Il valore di riscatto, aggiunge, troverà "integrale copertura mediante utilizzo di parte delle risorse che verranno acquisite dallo Stato rimettendo a gara la gestione al termine del periodo della prima concessione". Che cosa significa? Che anche se tutto filerà liscio alla fine dei 30 anni metà dei 5 miliardi probabilmente non sarà ancora stata restituita ai finanziatori e dovrà essere, nella migliore delle ipotesi, spalmata su una nuova concessione trentennale. I banchieri lo chiamano 'balloon', che in italiano vuol dire mongolfiera. Una mongolfiera di debiti che, prima o poi, bisognerà restituire

Cit. da eddyburg.it.

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di Luca Piana e Stefano Vergine - L'Espresso.

La Grande Opera nascerà sommersa di debiti e sempre più inutile per migliorare la mobilità.

Da L'Espresso, n. 43, 29 ottobre 2009 (m.p.g.).

Giovedì 15 ottobre il ponte sullo Stretto di Messina è piombato nella vita degli italiani. Il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, ha annunciato che a Natale partiranno i lavori per spostare la ferrovia che arriva al porto di Villa San Giovanni. La costruzione del ponte, costo stimato 6,3 miliardi di euro, sarà finita in sette anni. Per il ministro i dibattiti sul progetto definitivo che manca, sugli interessi mafiosi per gli appalti, sull'utilità di un'opera che mai si ripagherà sono finiti: il ponte si farà.

Nel fronte dei contrari tanta sicurezza è stata letta come una mossa politica: il governo è alla ricerca di un colpo a effetto e l'apertura in diretta televisiva del cantiere per un'opera accessoria si riduce a mera propaganda. I reali motivi dell'accelerazione di Matteoli, però, sono probabilmente diversi. Le più recenti cifre sul traffico, infatti, dicono che il passaggio sullo Stretto sta diventando sempre meno cruciale nelle rotte per la Sicilia. Da quando il progetto preliminare è stato varato, infatti, l'isola ha vissuto un boom di voli low cost e di navi cargo che saltano lo Stretto, collegando direttamente Palermo con Napoli, Livorno, Genova. E questo, per Matteoli, è un grosso problema.

Il piano finanziario prevede infatti che una fetta consistente dei soldi necessari, circa 3,8 miliardi, venga presa a prestito in banca e restituita nel tempo con i pedaggi incassati da chi userà il ponte. Soltanto 2,5 miliardi dovrebbero venire dalle casse dello Stato e, di questi, appena 1,3 miliardi a fondo perduto: il resto dovrebbe essere restituito al socio pubblico nei modi previsti per le banche.
Questa struttura, però, è a rischio.

Gli istituti di credito vogliono certezze su quando riavranno indietro i loro prestiti. E ci sono i consueti dubbi su un costo reale che potrà essere più alto del previsto. Timori che potrebbero far saltare i prestiti bancari, una prospettiva che va sempre tenuta in considerazione, vista la lezione del fallimento finanziario dell'Eurotunnel, la galleria sotto la Manica che, pur collocata sull'asse fra due megalopoli vivissime come Londra e Parigi, ha causato perdite miliardarie agli investitori. Di qui il tentativo in extremis di Matteoli per serrare le fila, convincere le banche sulla serietà delle intenzioni e non mandare all'aria un progetto fortemente voluto dal premier Silvio Berlusconi e dal partito del cemento, visto l'appalto affidato a un consorzio guidato da Impregilo, società che conta fra i soci pezzi da novanta come i Ligresti, i Benetton e il costruttore Marcellino Gavio.

In apparenza, il traffico sullo Stretto è tutto fuorché in crisi. Fra traghetti privati e navi delle Ferrovie dello Stato, ai moli messinesi di Rada San Francesco e di Tremestieri e a quelli calabresi di Reggio e Villa San Giovanni si contano 280 partenze giornaliere, che salgono a 400 in alta stagione. Gli imprenditori sostengono che i treni merci prima di essere imbarcati aspettano anche due giorni. Per chi viaggia con l'auto i ritardi sono una dannazione, come appare inevitabile se si considera che lo Stretto è affollato anche da 20 mila cargo l'anno in viaggio fra Tirreno e Mediterraneo. Di qui la difesa dell'utilità del ponte fatta da Pietro Ciucci, numero uno della Stretto di Messina Spa, la società dell'Anas chiamata prima a sovrintenderne la costruzione e poi a gestirlo per trent'anni: "Anche un non amico del ponte come Alessandro Bianchi, l'ex ministro dei Trasporti, in un'audizione definì lo Stretto una delle aree più trafficate del Mediterraneo. Ogni quattro minuti parte un traghetto, mentre un terzo delle navi che incrociano trasporta prodotti chimici e petroliferi: i rischi per la sicurezza e l'ambiente sono facilmente immaginabili", dice Ciucci.

Se però si scende nei particolari, le prospettive di ritorno economico di un'infrastruttura tanto impegnativa appaiono fortemente dubbie. Basta prenotare un viaggio via Internet per farsene un'idea. In un giorno feriale di novembre, un trasferimento da Trapani a Roma con la compagnia aerea Ryanair costa 30 euro e dura un'ora e mezza, mentre con il treno si va dai 55 euro dell'interregionale ai 126 dell'Intercity e ci vogliono da 16 a 23 ore, cambi compresi. Da Palermo a Roma si vola con EasyJet a 40 euro e con WindJet a 75 euro, mentre in treno - scegliendo il Frecciarossa da Napoli - ci vogliono 11 ore e 87 euro.

Il passaggio via ponte accorcerà un po' i tempi, ma il vero ostacolo restano l'arretratezza della linea di oltre 400 chilometri fra Reggio e Napoli, nonché quella delle ferrovie che congiungono Messina a Catania e Palermo. Dipende anche da questo il successo negli ultimi anni del traffico aereo. Se si guardano solo i viaggi tra la Sicilia e il resto d'Italia, il boom è superiore a quello nazionale. Nel 2001 era il 13,4 per cento dei viaggiatori a utilizzare l'aereo, mentre nella prima parte del 2009 si è raggiunto il 17 per cento.

Dagli aerei alle navi, i dubbi sul ponte non vengono meno. L'anno scorso sono diminuiti sia i passeggeri che le merci passate per lo Stretto. Le Ferrovie, in particolare, hanno tagliato del 5 per cento le corse rispetto alle previsioni, ma sono molte le valutazioni che indicano come il transito da Reggio a Messina non sia più un passaggio obbligato per i trasporti di merce per la Sicilia. I camion hanno molteplici rotte con il resto d'Italia. Il 42 per cento dei posti disponibili, stando ai dati di Confitarma, è su navi che collegano Palermo con tutto il Tirreno: solo il 23 per cento passa da Messina. Persino la Caronte & Tourist, la storica società dei traghetti dello Stretto, realizza ormai metà dei propri ricavi su rotte diverse: una diversificazione attuata in vista del ponte, ma che già oggi dà i suoi frutti.

La questione è delicata. "Se alla fine le stime di traffico non dovessero essere rispettate, chi ci metterà i quattrini necessari: le banche, i privati o i contribuenti?", si domanda Marco Ponti, che insegna Economia dei trasporti al Politecnico di Milano. A domande come queste, Ciucci risponde che i piani elaborati dalla Stretto Spa non presentano falle: "È stato considerato un ventaglio di scenari sia in relazione alla crescita del Pil che all'evoluzione del traffico. A settembre, come ulteriore prudenza è stato scelto di utilizzare le nuove previsioni di traffico stradale ridotte del 5 per cento e di calcolare, a partire dal quinto anno, flussi di traffico stradale e ferroviario costanti. Anche in questo scenario, molto prudenziale, il progetto è risultato economicamente fattibile", dice.

Può darsi che sia così. Il problema, però, resta quello delle cifre in gioco. Se si guardano i bilanci delle Ferrovie e della Caronte & Tourist, emerge un dato interessante: oggi il giro d'affari del trasporto sullo Stretto vale circa 120 milioni di euro. Una piccola torta, se si considera che la Stretto Spa dovrà restituire alle banche e ai soci pubblici (l'Anas e le Fs) circa 5 miliardi su 6,3. Se anche riuscisse ad accaparrarsi l'intero business del transito, polverizzando la concorrenza navale e aumentando i prezzi, ci vorrebbero decenni per ripagare l'investimento. È questo il nodo principale che, probabilmente, Matteoli e Ciucci dovranno sciogliere con le banche: se anche le cose andassero al meglio, nei 30 anni di concessione la Stretto Spa non riuscirà a restituire l'intera cifra.

Dal punto di vista tecnico, Ciucci la mette così: "Abbiamo previsto di effettuare nel periodo di gestione un ammortamento dell'opera non inferiore al 50 per cento dell'investimento ed il riconoscimento alla Stretto di Messina da parte dello Stato di un valore di riscatto pari, al massimo, al 50 per cento dell'investimento stesso al termine del periodo di gestione". Il valore di riscatto, aggiunge, troverà "integrale copertura mediante utilizzo di parte delle risorse che verranno acquisite dallo Stato rimettendo a gara la gestione al termine del periodo della prima concessione". Che cosa significa? Che anche se tutto filerà liscio alla fine dei 30 anni metà dei 5 miliardi probabilmente non sarà ancora stata restituita ai finanziatori e dovrà essere, nella migliore delle ipotesi, spalmata su una nuova concessione trentennale. I banchieri lo chiamano 'balloon', che in italiano vuol dire mongolfiera. Una mongolfiera di debiti che, prima o poi, bisognerà restituire

Cit. da eddyburg.it.

L'amianto uccide - mortalità destabilizzante-


Di M. Rosaria Pullo

Non bisogna attendere, per assistere a Lucera le morti annunciate per -amianto-, siti individuati e pericolosi uno a ridosso dell'ospedale Lastaria dove si svolgono lavori di assetto idrogeologico presso il complesso industriale in disuso da ormai 50 anni e dell'eternit usato per le coperture che ormai si sta polverizzando.

Facendo un rapido calcolo la misura della superficie ricoperta di amianto risulta di circa 15000 metri quadri e l'altro in contrada Cioccariello o Seggio, a ridosso della statale 17 a due Km dal centro abitato.

L'amianto in natura è un materiale molto comune. per la sua resistenza al calore e la sua struttura fibrosa,ma la sua ormai accertata nocività per la salute ha portato a vietarne l'uso in molti Paesi.
Una fibra di amianto è molto più sottile di un capello umano.
Non esiste una soglia di rischio al di sotto della quale la concentrazione di fibre di amianto nell'aria non sia pericolosa: teoricamente l'inalazione anche di una sola fibra può causare patologie mortali.
L'amianto è stato utilizzato fino agli anni ottanta per produrre una miscela il cui nome commerciale era 'Eternit' e veniva utilizzato come materiale per l'edilizia (tegole,tetti, pavimenti, tubazioni, vernici, canne fumarie), nelle tute dei vigili del fuoco, nelle auto (vernici, parti meccaniche), ma anche per la fabbricazione di corde, plastica e cartoni.

Esistono in natura differenti tipologie di amianto, gli agglomerati in matrice compatta (amianto compatto) e gli agglomerati a matrice friabile (amianto friabile). La pericolosità dell’amianto friabile è molto più eletava rispetto all’ amianto compatto in quanto le fibre in esso contenute possono essere disperse più facilmente nell’ambiente.
L’amianto risulta infatti dannoso solo se viene lesionato o non è mantenuto in un ottimo stato di conservazione, in tali circostanze vengono emesse micro-fibre che provocano l’asbestosi ed il mesotelioma (cancro del mesotelio, ossia delle cellule delle cavità sierose del corpo: pleura, pericardio, prostata, peritoneo ecc.).

Esiste infine l’amianto allo stato puro che viene utilizzato nella lavorazione di tessuti e corde, un tempo molto diffuse nei reparti antincendio. Come già accennato l’amianto friabile ha una maggiore tendenza a frantumarsi (per via dei deboli legami presenti) e disperdere quindi le sue fibre libere.

Nel campo ambientale e delle bonifiche, occorre prestare particolare attenzione nel definire come e dove questi rifiuti possono essere collocati, chi e in che modo deve intervenire nei grandi insediamenti industriali dismessi che, nella gran parte dei casi, sono pieni di amianto.
In riferimento a questi - particolarmente per quelli dove l’amianto era materia prima - e a quelli della siderurgia e della chimica, occorre individuare a chi attribuire la responsabilità della bonifica di fronte a fallimenti o a scioglimento delle società di origine.

Le istituzioni, la magistratura dove sono ?

Fonte:Reportonline
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Di M. Rosaria Pullo

Non bisogna attendere, per assistere a Lucera le morti annunciate per -amianto-, siti individuati e pericolosi uno a ridosso dell'ospedale Lastaria dove si svolgono lavori di assetto idrogeologico presso il complesso industriale in disuso da ormai 50 anni e dell'eternit usato per le coperture che ormai si sta polverizzando.

Facendo un rapido calcolo la misura della superficie ricoperta di amianto risulta di circa 15000 metri quadri e l'altro in contrada Cioccariello o Seggio, a ridosso della statale 17 a due Km dal centro abitato.

L'amianto in natura è un materiale molto comune. per la sua resistenza al calore e la sua struttura fibrosa,ma la sua ormai accertata nocività per la salute ha portato a vietarne l'uso in molti Paesi.
Una fibra di amianto è molto più sottile di un capello umano.
Non esiste una soglia di rischio al di sotto della quale la concentrazione di fibre di amianto nell'aria non sia pericolosa: teoricamente l'inalazione anche di una sola fibra può causare patologie mortali.
L'amianto è stato utilizzato fino agli anni ottanta per produrre una miscela il cui nome commerciale era 'Eternit' e veniva utilizzato come materiale per l'edilizia (tegole,tetti, pavimenti, tubazioni, vernici, canne fumarie), nelle tute dei vigili del fuoco, nelle auto (vernici, parti meccaniche), ma anche per la fabbricazione di corde, plastica e cartoni.

Esistono in natura differenti tipologie di amianto, gli agglomerati in matrice compatta (amianto compatto) e gli agglomerati a matrice friabile (amianto friabile). La pericolosità dell’amianto friabile è molto più eletava rispetto all’ amianto compatto in quanto le fibre in esso contenute possono essere disperse più facilmente nell’ambiente.
L’amianto risulta infatti dannoso solo se viene lesionato o non è mantenuto in un ottimo stato di conservazione, in tali circostanze vengono emesse micro-fibre che provocano l’asbestosi ed il mesotelioma (cancro del mesotelio, ossia delle cellule delle cavità sierose del corpo: pleura, pericardio, prostata, peritoneo ecc.).

Esiste infine l’amianto allo stato puro che viene utilizzato nella lavorazione di tessuti e corde, un tempo molto diffuse nei reparti antincendio. Come già accennato l’amianto friabile ha una maggiore tendenza a frantumarsi (per via dei deboli legami presenti) e disperdere quindi le sue fibre libere.

Nel campo ambientale e delle bonifiche, occorre prestare particolare attenzione nel definire come e dove questi rifiuti possono essere collocati, chi e in che modo deve intervenire nei grandi insediamenti industriali dismessi che, nella gran parte dei casi, sono pieni di amianto.
In riferimento a questi - particolarmente per quelli dove l’amianto era materia prima - e a quelli della siderurgia e della chimica, occorre individuare a chi attribuire la responsabilità della bonifica di fronte a fallimenti o a scioglimento delle società di origine.

Le istituzioni, la magistratura dove sono ?

Fonte:Reportonline

Le vere dittature sono i trattati internazionali

Lunedì ultimo scorso i giornali ci hanno tempestivamente informato circa una operazione anticamorra dei Carabinieri nel comune di Giugliano, in provincia di Napoli. Sulla storica Via Appia è sorto un quartiere abusivo che avrebbe violato i vincoli paesaggistici dell’area, ma - si badi bene - non i vincoli aeronautici, poiché le abitazioni sono state denominate “Puff Village” a causa dei bassi soffitti, così progettati proprio per permettere il sorvolo degli aerei che decollano dalla vicina base NATO.


statua libertà
Ma quale base NATO?
È la base NATO di Giugliano, sorta in tutta fretta nel 2008, e di cui la stampa nazionale non ci aveva dato finora nessuna notizia; solo un accenno sulla stampa locale, in seguito ad una lettera di lamentela rivolta al governo Berlusconi, da parte del sindaco berlusconiano di Giugliano.
Il fantasma della base NATO di Giugliano si è quindi materializzato per la prima volta sui media nazionali nell’ambito di una delle consuete notizie sulla camorra in Campania. L’opinione pubblica, che non aveva mai visto nascere e crescere la base militare in oggetto, se la ritrova di colpo davanti adulta e operativa, ed ora viene costretta ad attribuire la sorpresa ad un propria distrazione, o ad un vuoto di memoria. Per non turbare le menti dei lettori, già dal giorno dopo nessun giornale ha più fatto cenno all'esistenza della base.
Non è bene che i cittadini sappiano che i governi possono espropriare un intero territorio senza interpellare il Parlamento o le amministrazioni locali, tutto nel più assoluto silenzio, e ciò in ossequio ad un Trattato Internazionale firmato nel 1949, il Patto Atlantico, altrimenti detto NATO.
Il neonato giornale “Il Fatto Quotidiano” ha preso l’iniziativa di pubblicare la Costituzione italiana a puntate, ma sarebbe stato più realistico, per far capire quali norme contino effettivamente in Italia, pubblicare il testo del Trattato della NATO, o quello di Maastricht, e magari anche quello del Trattato di Lisbona, che sta per entrare in vigore. Del resto la nostra Carta Costituzionale non offre appigli a chi voglia opporsi allo strapotere dei Trattati Internazionali, per il quale il Parlamento può essere scavalcato, o ridotto a mera macchina applicativa. La Costituzione è infatti stata concepita in funzione dell'adesione a due Trattati Internazionali: i Patti Lateranensi e il Trattato di Pace della seconda guerra mondiale, perciò anche ad uno strumento addomesticato come il referendum abrogativo non è concesso di mettere in discussione i Trattati Internazionali. I Costituenti dovevano essere a conoscenza del fatto che nell'800 un Paese come la Cina, formalmente sempre indipendente, era stato ridotto ad una colonia dalla Gran Bretagna attraverso l'imposizione di Trattati militari e commerciali, ma, evidentemente, tra le libertà costituzionali non è prevista la libertà dal colonialismo.
Una legge criminale di Berlusconi è stata bloccata dalla Corte Costituzionale, ma tra i crimini berlusconiani andati a segno, il giornale “Il Fatto Quotidiano” avrebbe potuto elencare la nascita della suddetta base di Giugliano, ed anche la copertura con il segreto militare (articolo 682 del Codice Penale) di tutte le discariche civili di rifiuti della Campania, in base all’articolo 2 comma 4 della Legge 123/2008.
Per par condicio, bisognerebbe però informare anche sul fatto che nel 1999 fu il governo D’Alema, in ossequio ai soliti trattati militari, a cedere alla U.S. Navy il cinquanta per cento delle banchine del Porto di Napoli, riducendo in proporzione il traffico commerciale del porto a favore di quello militare. Già da molto prima del 1999, gli USA disponevano però di un molo per sommergibili nucleari nel Porto di Napoli, oltre che di numerose banchine sotto il proprio esclusivo controllo.
Negli anni successivi al 1999, il numero delle banchine sotto controllo statunitense è ancora aumentato, ed ora si è ben oltre il cinquanta per cento, tanto che è crollato il volume del traffico commerciale legale, mentre si è incrementato a dismisura quello illegale - droga, armi e rifiuti tossici, ma non solo - che avviene all’ombra del segreto militare. Sempre all’ombra del segreto militare, i rifiuti tossici sbarcati nel Porto di Napoli possono essere tranquillamente smaltiti nelle discariche civili del territorio campano, nelle quali, dall’agosto del 2008, nessun rilevamento è più possibile da parte di strutture sanitarie o associazioni ambientaliste, pena l’arresto.
Anche D’Alema agì - anzi obbedì - a suo tempo senza avvisare nessuno, tanto che oggi tutta la Campania è diventata una colonia militare statunitense all’insaputa dei cittadini italiani, mentre quelli campani conoscono la situazione solo caso per caso, laddove si trovino a viverla. “Nonostante” le servitù militari, il territorio campano appare sotto il controllo di cosche criminali, tanto più forti e radicate laddove sono più presenti le forze armate USA. Ma solo in base ad un fazioso pregiudizio antiamericano, una tale fortuita coincidenza potrebbe far sospettare un collegamento tra forze armate statunitensi e criminalità organizzata locale. Ed è anche una pura coincidenza il fatto che gli appalti per la costruzione delle basi, e delle relative abitazioni dei militari americani, siano stati affidati a ditte controllate dalla criminalità organizzata, così come è stato accertato dalla Direzione Distrettuale Antimafia.
La disciplina occidentalista pretende che tutti scattino sull’attenti per fremere di indignazione al suono del vituperato termine di “dittatori”, mentre nessun fremito si avverte di fronte all’espressione: “Trattato Internazionale”. Eppure oggi la vera dittatura passa di lì.


Fonte:Comidad
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Lunedì ultimo scorso i giornali ci hanno tempestivamente informato circa una operazione anticamorra dei Carabinieri nel comune di Giugliano, in provincia di Napoli. Sulla storica Via Appia è sorto un quartiere abusivo che avrebbe violato i vincoli paesaggistici dell’area, ma - si badi bene - non i vincoli aeronautici, poiché le abitazioni sono state denominate “Puff Village” a causa dei bassi soffitti, così progettati proprio per permettere il sorvolo degli aerei che decollano dalla vicina base NATO.


statua libertà
Ma quale base NATO?
È la base NATO di Giugliano, sorta in tutta fretta nel 2008, e di cui la stampa nazionale non ci aveva dato finora nessuna notizia; solo un accenno sulla stampa locale, in seguito ad una lettera di lamentela rivolta al governo Berlusconi, da parte del sindaco berlusconiano di Giugliano.
Il fantasma della base NATO di Giugliano si è quindi materializzato per la prima volta sui media nazionali nell’ambito di una delle consuete notizie sulla camorra in Campania. L’opinione pubblica, che non aveva mai visto nascere e crescere la base militare in oggetto, se la ritrova di colpo davanti adulta e operativa, ed ora viene costretta ad attribuire la sorpresa ad un propria distrazione, o ad un vuoto di memoria. Per non turbare le menti dei lettori, già dal giorno dopo nessun giornale ha più fatto cenno all'esistenza della base.
Non è bene che i cittadini sappiano che i governi possono espropriare un intero territorio senza interpellare il Parlamento o le amministrazioni locali, tutto nel più assoluto silenzio, e ciò in ossequio ad un Trattato Internazionale firmato nel 1949, il Patto Atlantico, altrimenti detto NATO.
Il neonato giornale “Il Fatto Quotidiano” ha preso l’iniziativa di pubblicare la Costituzione italiana a puntate, ma sarebbe stato più realistico, per far capire quali norme contino effettivamente in Italia, pubblicare il testo del Trattato della NATO, o quello di Maastricht, e magari anche quello del Trattato di Lisbona, che sta per entrare in vigore. Del resto la nostra Carta Costituzionale non offre appigli a chi voglia opporsi allo strapotere dei Trattati Internazionali, per il quale il Parlamento può essere scavalcato, o ridotto a mera macchina applicativa. La Costituzione è infatti stata concepita in funzione dell'adesione a due Trattati Internazionali: i Patti Lateranensi e il Trattato di Pace della seconda guerra mondiale, perciò anche ad uno strumento addomesticato come il referendum abrogativo non è concesso di mettere in discussione i Trattati Internazionali. I Costituenti dovevano essere a conoscenza del fatto che nell'800 un Paese come la Cina, formalmente sempre indipendente, era stato ridotto ad una colonia dalla Gran Bretagna attraverso l'imposizione di Trattati militari e commerciali, ma, evidentemente, tra le libertà costituzionali non è prevista la libertà dal colonialismo.
Una legge criminale di Berlusconi è stata bloccata dalla Corte Costituzionale, ma tra i crimini berlusconiani andati a segno, il giornale “Il Fatto Quotidiano” avrebbe potuto elencare la nascita della suddetta base di Giugliano, ed anche la copertura con il segreto militare (articolo 682 del Codice Penale) di tutte le discariche civili di rifiuti della Campania, in base all’articolo 2 comma 4 della Legge 123/2008.
Per par condicio, bisognerebbe però informare anche sul fatto che nel 1999 fu il governo D’Alema, in ossequio ai soliti trattati militari, a cedere alla U.S. Navy il cinquanta per cento delle banchine del Porto di Napoli, riducendo in proporzione il traffico commerciale del porto a favore di quello militare. Già da molto prima del 1999, gli USA disponevano però di un molo per sommergibili nucleari nel Porto di Napoli, oltre che di numerose banchine sotto il proprio esclusivo controllo.
Negli anni successivi al 1999, il numero delle banchine sotto controllo statunitense è ancora aumentato, ed ora si è ben oltre il cinquanta per cento, tanto che è crollato il volume del traffico commerciale legale, mentre si è incrementato a dismisura quello illegale - droga, armi e rifiuti tossici, ma non solo - che avviene all’ombra del segreto militare. Sempre all’ombra del segreto militare, i rifiuti tossici sbarcati nel Porto di Napoli possono essere tranquillamente smaltiti nelle discariche civili del territorio campano, nelle quali, dall’agosto del 2008, nessun rilevamento è più possibile da parte di strutture sanitarie o associazioni ambientaliste, pena l’arresto.
Anche D’Alema agì - anzi obbedì - a suo tempo senza avvisare nessuno, tanto che oggi tutta la Campania è diventata una colonia militare statunitense all’insaputa dei cittadini italiani, mentre quelli campani conoscono la situazione solo caso per caso, laddove si trovino a viverla. “Nonostante” le servitù militari, il territorio campano appare sotto il controllo di cosche criminali, tanto più forti e radicate laddove sono più presenti le forze armate USA. Ma solo in base ad un fazioso pregiudizio antiamericano, una tale fortuita coincidenza potrebbe far sospettare un collegamento tra forze armate statunitensi e criminalità organizzata locale. Ed è anche una pura coincidenza il fatto che gli appalti per la costruzione delle basi, e delle relative abitazioni dei militari americani, siano stati affidati a ditte controllate dalla criminalità organizzata, così come è stato accertato dalla Direzione Distrettuale Antimafia.
La disciplina occidentalista pretende che tutti scattino sull’attenti per fremere di indignazione al suono del vituperato termine di “dittatori”, mentre nessun fremito si avverte di fronte all’espressione: “Trattato Internazionale”. Eppure oggi la vera dittatura passa di lì.


Fonte:Comidad

Nuovi Briganti - Fottuto Terrone

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sabato 24 ottobre 2009

Navi dei veleni: le foto della manifestazione di Amantea

2Oggi, sabato 24 ottobre, per le strade di Amantea, in provincia di Cosenza, si è snodato un lunghissimo e partecipatissimo corteo (si parla di decine di migliaia di persone). Da tutta la Calabria e da tutta Italia sono giunti nella cittadina calabrese gruppi e individui che hanno a cuore l’ambiente e questo vero e proprio miracolo che è il mare. Ma non solo, rispetto del territorio sotto tutti i punti di vista, lotta alla ‘ndrangheta e alle grandi opere che non rispondono ai bisogni del territorio ma solo a quelli degli affaristi. Rispetto della legalità e della memoria degli uomini che di questo sentimento civile ne hanno rafforzato l’ossatura, come dimostra l’intitolazione del Lungo Mare di Amantea al defunto Capitano De Grazia.

I calabresi non solo non vogliono essere dimenticati. Vogliono essere rispettati!

Di seguito le foto della manifestazione.

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foto di Salvatore Salvaguardia

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2Oggi, sabato 24 ottobre, per le strade di Amantea, in provincia di Cosenza, si è snodato un lunghissimo e partecipatissimo corteo (si parla di decine di migliaia di persone). Da tutta la Calabria e da tutta Italia sono giunti nella cittadina calabrese gruppi e individui che hanno a cuore l’ambiente e questo vero e proprio miracolo che è il mare. Ma non solo, rispetto del territorio sotto tutti i punti di vista, lotta alla ‘ndrangheta e alle grandi opere che non rispondono ai bisogni del territorio ma solo a quelli degli affaristi. Rispetto della legalità e della memoria degli uomini che di questo sentimento civile ne hanno rafforzato l’ossatura, come dimostra l’intitolazione del Lungo Mare di Amantea al defunto Capitano De Grazia.

I calabresi non solo non vogliono essere dimenticati. Vogliono essere rispettati!

Di seguito le foto della manifestazione.

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La silenziosa guerra per le acque del Nilo

Secondo le ultime previsioni degli esperti del governo egiziano, il delta del Nilo starebbe incorrendo in un graduale ma costante sprofondamento delle sue terre, provocando conseguenze catastrofiche per i suoi abitanti.

Allo stesso tempo si stima che la popolazione locale crescerà nei prossimi dieci anni di oltre dieci milioni, richiedendo quindi risorse idriche
nilo
ancora più elevate per soddisfarne i bisogni. Tale fabbisogno sarà in gran parte sobbarcato dalle già sfruttate acque del Nilo, che secondo le stime attuali non potrà però rifornire più dell'80% delle risorse necessarie.


Acque agitate
Tale futura, ma preventivata, scarsità di acqua ha fatto della ripartizione delle acque del Nilo una questione di importanza nazionale per l'Egitto, restio ad aprire ad altri paesi del bacino lo sfruttamento delle risorse del fiume. È sotto questi auspici che alla fine di luglio i rappresentanti dei 10 paesi del bacino del Nilo - Egitto, Sudan, Etiopia, Eritrea, Uganda, Kenia, Tanzania, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Burundi - si sono riuniti ad Alessandria d'Egitto per ridiscutere nuovamente la ripartizione delle sue acque. Il meeting di due giorni si è concluso con un clamoroso nulla di fatto che ha fatto eco ai risultati del precedente incontro organizzato a maggio a Kinshasa, nella capitale della Repubblica Democratica del Congo. Entrambi gli sforzi sono stati frustrati dalle inflessibili posizioni espresse da Egitto e Sudan. I due paesi si oppongono di principio ad una nuova ripartizione delle quote storiche di acqua di cui attualmente usufruiscono, ed allo stesso tempo esigono di mantenere il diritto di veto su ogni decisione riguardante la realizzazione di progetti sul Nilo da parte dei paesi che si affacciano sul suo bacino.

Lo stato attuale della ripartizione delle acque del Nilo è conseguenza dei due accordi internazionali firmati dall'Egitto nel 1929 e nel 1959, rispettivamente con la Gran Bretagna, come intermediaria per le sue colonie africane, e con il Sudan. Secondo questi accordi ancora in vigore, all'Egitto spettano 55.5 miliardi di metri cubi di acqua, mentre il Sudan usufruirebbe di approssimativamente 18 miliardi di metri cubi. I previi accordi anglo-italiani posero invece le basi per il non sfruttamento delle acque e dei bacini idrici in Etiopia ed Eritrea da parte di questi ultimi. Gli altri paesi del bacino, esclusi da alcun tipo di quota nella ripartizione delle acque, esigono quindi da tempo una revisione dell'accordo ed una più equa ripartizione delle sue risorse. Nel tentativo di formare un'amministrazione comune in grado di ripartire equamente le risorse idriche, i paesi del bacino hanno lanciato nel 1999 la Iniziativa per il Bacino del Nilo (Nbi). Il governo italiano ha lavorato negli ultimi anni in stretta collaborazione con questo organismo, e dalla metà degli anni 90, attraverso una partnership con la Fao, ha investito più di 16 milioni di dollari in progetti per migliorare la gestione delle risorse idriche nel bacino del Nilo, soprattutto in cooperazione tecnica transfrontaliera. La stessa Cooperazione Italiana è direttamente coinvolta in progetti nel settore idrico sia in Egitto che in Etiopia, paese quest'ultimo con cui nel 2009 ha firmato un nuovo contratto di cooperazione che implica forti investimenti nella gestione dell'acqua nel paese.

Proprio l'Etiopia è il paese che in un primo momento si è maggiormente battuto per la revisione dei vecchi accordi, scontrandosi con l'opposizione di colui che la fa da padrone nella gestione delle acque del Nilo, l'Egitto. Le montagne etiopi riforniscono infatti quasi l'85% delle acque del fiume che prima di sfociare nel Mediterraneo attraversa l'intero Egitto. Ciò nonostante la stessa Etiopia ha in passato fatto un uso minimo delle sue risorse, sia per il veto da parte dei paesi del Nord sia per mancanza di consistenti risorse economiche per la costruzione di dighe o impianti idroelettrici. Ma proprio negli ultimi anni, l'Etiopia sembra aver riscoperto le enormi potenzialità nascoste nelle proprie terre ed aver intrapreso una nuova corsa allo sviluppo. Gli investimenti cinesi, che hanno raggiunto nel mese di settembre la vetta di 900 milioni di dollari, sono stati fondamentali, soprattutto per il supporto ad una serie di progetti strettamente legati con lo sviluppo dell'energia idroelettrica. Progetti che nei prossimi anni trasformeranno l'Etiopia in una potenza esportatrice di energia soprattutto verso i paesi limitrofi, Kenia, Sudan e Gibuti.

L'Etiopia è però uscita a sorpresa dall'incontro di Alessandria con una posizione più compiacente nei confronti dell'Egitto; un cambio di posizione che si deve in particolar modo alla promessa egiziana di assistenza economica e tecnologica. Lo stesso raiss Hosni Mubarak è sceso in campo a metà settembre per caldeggiare l'incremento degli investimenti nei paesi del bacino del Nilo ed ha annunciato la visita di una delegazione ministeriale egiziana di primo livello in Etiopia, accompagnati da una serie di imprenditori egiziani interessati ad investire in progetti di sviluppo anche idroelettrico nel paese.



L’interesse di Israele
Sebbene il rapporto tra Egitto ed Etiopia appaia in questo momento quasi idilliaco, la programmata visita della delegazione egiziana ad Addis Abeba nasconde probabilmente ragioni di concorrenza a livello regionale. Le dichiarazioni del Presidente Mubarak e del Ministro dell'Agricoltura egiziano sono giunte proprio pochi giorni dopo la conclusione del tour africano di dieci giorni intrapreso dal Ministero degli Affari Esteri israeliano Avigdor Lieberman. Addis Abeba è stata la prima tappa del tour di Lieberman, che ha poi visitato Kenia ed Uganda, altri due paesi del bacino del Nilo, ed infine Nigeria e Ghana. Ufficialmente, il viaggio è servito per riallacciare le relazioni economiche dello Stato israeliano con il continente africano, in considerazione del fatto che quella di Lieberman è la prima visita di un Ministro degli Esteri israeliano in Africa a distanza di 20 anni. Il viaggio di Lieberman, ed in particolare il suo arrivo ad Addis Abeba il 2 settembre, ha però scatenato reazioni cruente da parte della stampa egiziana ed araba, che hanno interpretato il viaggio del ministro come una mossa israeliana per minare il controllo egiziano sulle acque del Nilo e sulle economie dei paesi del bacino. La stampa israeliana ha invece da parte sua praticamente ignorato la questione delle acque del Nilo come ragione di sottofondo al viaggio africano di Lieberman, puntando il dito invece sulla vera ragione del viaggio, ossia il tentativo da parte israeliana di instaurare accordi economici basati sulla rifornitura di armamenti e tecnologia bellica ai paesi africani.

In sostanza, sembra che le frizioni fra i vari paesi africani sulla questione delle acque del Nilo nasconda invece una spinta ad intavolare nuove relazioni commerciali, ed una richiesta di investimenti economici, soprattutto da parte egiziana, nella costruzione di impianti idroelettrici e dighe. Molti analisti sono convinti che i paesi del bacino del Nilo utilizzino periodicamente la questione della ripartizione delle acque anche come un modo per mettere pressione all'Egitto e spingerlo ad investire economicamente nei loro paesi. Quindi, nonostante la paventata minaccia di andare avanti da soli e firmare il patto di cooperazione senza l'Egitto ed il Sudan, i paesi del bacino non sembrano avere per il momento le risorse economiche necessarie, e l'appoggio internazionale sufficiente, per soppiantare le potenze del Nord, e gli egiziani ne sembrano essere perfettamente a conoscenza. La guerra paventata da molti, e già dai tempi di Sadat, è decisamente lontana, anche se gli scenari futuri non sono dei più promettenti per una disputa che, proprio come il Nilo, attraverso l'Africa si spinge fino al Mediterraneo.

Massimo Di Ricco
www.affarinternazionali.it

Fonte:Reportonline
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Secondo le ultime previsioni degli esperti del governo egiziano, il delta del Nilo starebbe incorrendo in un graduale ma costante sprofondamento delle sue terre, provocando conseguenze catastrofiche per i suoi abitanti.

Allo stesso tempo si stima che la popolazione locale crescerà nei prossimi dieci anni di oltre dieci milioni, richiedendo quindi risorse idriche
nilo
ancora più elevate per soddisfarne i bisogni. Tale fabbisogno sarà in gran parte sobbarcato dalle già sfruttate acque del Nilo, che secondo le stime attuali non potrà però rifornire più dell'80% delle risorse necessarie.


Acque agitate
Tale futura, ma preventivata, scarsità di acqua ha fatto della ripartizione delle acque del Nilo una questione di importanza nazionale per l'Egitto, restio ad aprire ad altri paesi del bacino lo sfruttamento delle risorse del fiume. È sotto questi auspici che alla fine di luglio i rappresentanti dei 10 paesi del bacino del Nilo - Egitto, Sudan, Etiopia, Eritrea, Uganda, Kenia, Tanzania, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Burundi - si sono riuniti ad Alessandria d'Egitto per ridiscutere nuovamente la ripartizione delle sue acque. Il meeting di due giorni si è concluso con un clamoroso nulla di fatto che ha fatto eco ai risultati del precedente incontro organizzato a maggio a Kinshasa, nella capitale della Repubblica Democratica del Congo. Entrambi gli sforzi sono stati frustrati dalle inflessibili posizioni espresse da Egitto e Sudan. I due paesi si oppongono di principio ad una nuova ripartizione delle quote storiche di acqua di cui attualmente usufruiscono, ed allo stesso tempo esigono di mantenere il diritto di veto su ogni decisione riguardante la realizzazione di progetti sul Nilo da parte dei paesi che si affacciano sul suo bacino.

Lo stato attuale della ripartizione delle acque del Nilo è conseguenza dei due accordi internazionali firmati dall'Egitto nel 1929 e nel 1959, rispettivamente con la Gran Bretagna, come intermediaria per le sue colonie africane, e con il Sudan. Secondo questi accordi ancora in vigore, all'Egitto spettano 55.5 miliardi di metri cubi di acqua, mentre il Sudan usufruirebbe di approssimativamente 18 miliardi di metri cubi. I previi accordi anglo-italiani posero invece le basi per il non sfruttamento delle acque e dei bacini idrici in Etiopia ed Eritrea da parte di questi ultimi. Gli altri paesi del bacino, esclusi da alcun tipo di quota nella ripartizione delle acque, esigono quindi da tempo una revisione dell'accordo ed una più equa ripartizione delle sue risorse. Nel tentativo di formare un'amministrazione comune in grado di ripartire equamente le risorse idriche, i paesi del bacino hanno lanciato nel 1999 la Iniziativa per il Bacino del Nilo (Nbi). Il governo italiano ha lavorato negli ultimi anni in stretta collaborazione con questo organismo, e dalla metà degli anni 90, attraverso una partnership con la Fao, ha investito più di 16 milioni di dollari in progetti per migliorare la gestione delle risorse idriche nel bacino del Nilo, soprattutto in cooperazione tecnica transfrontaliera. La stessa Cooperazione Italiana è direttamente coinvolta in progetti nel settore idrico sia in Egitto che in Etiopia, paese quest'ultimo con cui nel 2009 ha firmato un nuovo contratto di cooperazione che implica forti investimenti nella gestione dell'acqua nel paese.

Proprio l'Etiopia è il paese che in un primo momento si è maggiormente battuto per la revisione dei vecchi accordi, scontrandosi con l'opposizione di colui che la fa da padrone nella gestione delle acque del Nilo, l'Egitto. Le montagne etiopi riforniscono infatti quasi l'85% delle acque del fiume che prima di sfociare nel Mediterraneo attraversa l'intero Egitto. Ciò nonostante la stessa Etiopia ha in passato fatto un uso minimo delle sue risorse, sia per il veto da parte dei paesi del Nord sia per mancanza di consistenti risorse economiche per la costruzione di dighe o impianti idroelettrici. Ma proprio negli ultimi anni, l'Etiopia sembra aver riscoperto le enormi potenzialità nascoste nelle proprie terre ed aver intrapreso una nuova corsa allo sviluppo. Gli investimenti cinesi, che hanno raggiunto nel mese di settembre la vetta di 900 milioni di dollari, sono stati fondamentali, soprattutto per il supporto ad una serie di progetti strettamente legati con lo sviluppo dell'energia idroelettrica. Progetti che nei prossimi anni trasformeranno l'Etiopia in una potenza esportatrice di energia soprattutto verso i paesi limitrofi, Kenia, Sudan e Gibuti.

L'Etiopia è però uscita a sorpresa dall'incontro di Alessandria con una posizione più compiacente nei confronti dell'Egitto; un cambio di posizione che si deve in particolar modo alla promessa egiziana di assistenza economica e tecnologica. Lo stesso raiss Hosni Mubarak è sceso in campo a metà settembre per caldeggiare l'incremento degli investimenti nei paesi del bacino del Nilo ed ha annunciato la visita di una delegazione ministeriale egiziana di primo livello in Etiopia, accompagnati da una serie di imprenditori egiziani interessati ad investire in progetti di sviluppo anche idroelettrico nel paese.



L’interesse di Israele
Sebbene il rapporto tra Egitto ed Etiopia appaia in questo momento quasi idilliaco, la programmata visita della delegazione egiziana ad Addis Abeba nasconde probabilmente ragioni di concorrenza a livello regionale. Le dichiarazioni del Presidente Mubarak e del Ministro dell'Agricoltura egiziano sono giunte proprio pochi giorni dopo la conclusione del tour africano di dieci giorni intrapreso dal Ministero degli Affari Esteri israeliano Avigdor Lieberman. Addis Abeba è stata la prima tappa del tour di Lieberman, che ha poi visitato Kenia ed Uganda, altri due paesi del bacino del Nilo, ed infine Nigeria e Ghana. Ufficialmente, il viaggio è servito per riallacciare le relazioni economiche dello Stato israeliano con il continente africano, in considerazione del fatto che quella di Lieberman è la prima visita di un Ministro degli Esteri israeliano in Africa a distanza di 20 anni. Il viaggio di Lieberman, ed in particolare il suo arrivo ad Addis Abeba il 2 settembre, ha però scatenato reazioni cruente da parte della stampa egiziana ed araba, che hanno interpretato il viaggio del ministro come una mossa israeliana per minare il controllo egiziano sulle acque del Nilo e sulle economie dei paesi del bacino. La stampa israeliana ha invece da parte sua praticamente ignorato la questione delle acque del Nilo come ragione di sottofondo al viaggio africano di Lieberman, puntando il dito invece sulla vera ragione del viaggio, ossia il tentativo da parte israeliana di instaurare accordi economici basati sulla rifornitura di armamenti e tecnologia bellica ai paesi africani.

In sostanza, sembra che le frizioni fra i vari paesi africani sulla questione delle acque del Nilo nasconda invece una spinta ad intavolare nuove relazioni commerciali, ed una richiesta di investimenti economici, soprattutto da parte egiziana, nella costruzione di impianti idroelettrici e dighe. Molti analisti sono convinti che i paesi del bacino del Nilo utilizzino periodicamente la questione della ripartizione delle acque anche come un modo per mettere pressione all'Egitto e spingerlo ad investire economicamente nei loro paesi. Quindi, nonostante la paventata minaccia di andare avanti da soli e firmare il patto di cooperazione senza l'Egitto ed il Sudan, i paesi del bacino non sembrano avere per il momento le risorse economiche necessarie, e l'appoggio internazionale sufficiente, per soppiantare le potenze del Nord, e gli egiziani ne sembrano essere perfettamente a conoscenza. La guerra paventata da molti, e già dai tempi di Sadat, è decisamente lontana, anche se gli scenari futuri non sono dei più promettenti per una disputa che, proprio come il Nilo, attraverso l'Africa si spinge fino al Mediterraneo.

Massimo Di Ricco
www.affarinternazionali.it

Fonte:Reportonline

Il Sistema Economico ha dei punti deboli?



Nei tempi antichi era l’imprenditore che aveva bisogno dei favori del Faraone, dell’Imperatore o del Politico. Oggi i poteri si sono invertiti: Anche chi è nella stanza dei bottoni si trova sotto l’influenza dell’economia mondiale. Al vertice della piramide ci sono dei privati, banche comprese, che agiscono su scala mondiale verso la massimizzazione del proprio guadagno, prendendo decisioni con portate economiche più incisive di quelle di intere nazioni. Se è vero che i cambiamenti rivoluzionari nascono dalla base, spinti dall’evoluzione delle coscienze dei singoli, è vero anche che qualsiasi soluzione definitiva deve fare i conti con tutta questa struttura.

Molti di noi si sentono scoraggiati e impotenti. Come possiamo affrontare questo enorme mostro che è il potere economico? Cerchiamo di fare chiarezza indicando quali sono i punti deboli del meccanismo. Questa creatura dannata agisce arbitrariamente impartendo ordini a cui tutti devono sottostare? Oppure in qualche maniera è legata ai singoli cittadini da cui trae profitto?

Tutta l’influenza della struttura economico/politica si basa sul fatto che c’è una maggioranza di persone che è convinta di vivere in un paese libero. Avete notato con quale determinazione i capi di stato ripetono costantemente che si è in un paese democratico facendo leva sul fatto che sono stati eletti democraticamente? In questa maniera chi vorrebbe ribellarsi non è incentivato a farlo pubblicamente, perché in cuor suo pensa: Sono io lo strano del paese”. In Italia, infatti, un sistema apertamente dittatoriale, non sarebbe economicamente vantaggioso per chi gestisce il potere, né duraturo rispetto all’attuale “democrazia”. E’ impensabile, per la struttura piramidale di potere, esporsi ad un’esplicita dichiarazione di sfruttamento. Se, e quando, sarà dichiarata una dittatura, il problema sarà risolto molto più rapidamente di quanto succeda ora. Non è, infatti, questo il nostro problema.

Iniziamo a capire che la punta della piramide non è staccata dalla sua base: Il sistema economico è schiavo del nostro consenso.





Come tutti possiamo comprendere, una democrazia veramente partecipata si muove verso l’interesse di tutti, e non ha come unico valore il guadagno di pochi. Chi vuole mantenere il vero potere quindi, deve progettare un mondo che va verso una progressiva limitazione delle libertà di scelta del singolo. Le leggi che definiscono come bisogna comportarsi, in quali modi si può partecipare, quando e cosa si può scegliere, seguiranno sempre di più questo andamento del mondo, con l’aiuto fondamentale dei media. Si vengono così a creare due realtà incompatibili che stridono sempre di più fra loro: Il potere effettivo del singolo di proporre il mondo che desidera e il potere illusorio che vogliono continuare a farci credere di avere. La battaglia moderna non è fra due eserciti, ma fra l’inganno e la verità. Bisogna fare aprire gli occhi a tutti su quali sono i modi e le tecniche con cui ci possono controllare e diseducare, con cui il potere viene sempre più accentrato in mano a pochi, con cui limitano le nostre scelte e le manipolano influenzando i valori e le aspirazioni di intere generazioni.

Questa moderna creatura che a molti sembra invulnerabile in realtà è costretta a inventarsi di tutto per mantenere in piedi un’illusione. Siamo governati da persone bugiarde che vivono nella costante paura che questa enorme menzogna sia percepita con chiarezza da tutti.

Perché, una volta diradata la nube che non permette di distinguere la propaganda dalla verità, ci renderemo conto degli enormi limiti che vengono imposti alle nostre scelte e esprimeremo il nostro dissenso verso queste modalità di partecipazione manipolate da pochi. Nel momento che la maggioranza dei cittadini ha capito come funziona l’inganno dell’informazione, della sicurezza e delle ideologie, allora non sceglierà più di delegare tutte le proprie risorse comuni a pochi potenti amministratori che continuano a mantenere un mondo antisociale. Il mostro sacro, una volta messo a nudo nella sua vera essenza, continuerà a seguire scodinzolando la sua unica divinità: La massimizzazione del suo guadagno a seconda delle tendenze della società.



Noi dobbiamo sfruttare questo punto debole per arrivare ad un consenso consapevole: Iniziamo a insegnare con motivata certezza i modi precisi in cui la nostra libertà è controllata da pochi. L’economia siamo noi. Il mostro che ci domina è il riflesso della nostra inconsapevolezza. In fin dei conti siamo noi a delegare quei pochi che decidono quali sistemi di sfruttamento imporre a tutti. Prendiamo consapevolezza di questo, costruiamo un sistema più onesto e mettiamo in un angolo l’esigua minoranza che si vuole approfittare degli altri. Abbiamo a disposizione un’arma potentissima che è alla base di tutto il meccanismo: Il nostro Consenso e Dissenso.

Con il consenso si è passati dalle tirannie alle repubbliche, e con il consenso si passerà a sistemi di partecipazione sempre più efficienti. Il consenso non si esprime solo con il voto o con una manifestazione. E’ vivo anche quando giochiamo con gli amici o quando prendiamo le parti di una persona indifesa. Quando diamo esempio agli altri con le nostre scelte di vita sul lavoro o sulla casa. Ogni volta che facciamo acquisti o gettiamo i rifiuti, o anche, semplicemente, quando parliamo con i nostri figli di cosa vogliono fare da grandi.

Il mondo è la rappresentazione dei nostri consensi, iniziamo ad evolverci verso delle scelte sempre più consapevoli.

Fonte: http://eccocosavedo.blogspot.com/2009/09/il-sistema-economico-ha-dei-punti.html

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Nei tempi antichi era l’imprenditore che aveva bisogno dei favori del Faraone, dell’Imperatore o del Politico. Oggi i poteri si sono invertiti: Anche chi è nella stanza dei bottoni si trova sotto l’influenza dell’economia mondiale. Al vertice della piramide ci sono dei privati, banche comprese, che agiscono su scala mondiale verso la massimizzazione del proprio guadagno, prendendo decisioni con portate economiche più incisive di quelle di intere nazioni. Se è vero che i cambiamenti rivoluzionari nascono dalla base, spinti dall’evoluzione delle coscienze dei singoli, è vero anche che qualsiasi soluzione definitiva deve fare i conti con tutta questa struttura.

Molti di noi si sentono scoraggiati e impotenti. Come possiamo affrontare questo enorme mostro che è il potere economico? Cerchiamo di fare chiarezza indicando quali sono i punti deboli del meccanismo. Questa creatura dannata agisce arbitrariamente impartendo ordini a cui tutti devono sottostare? Oppure in qualche maniera è legata ai singoli cittadini da cui trae profitto?

Tutta l’influenza della struttura economico/politica si basa sul fatto che c’è una maggioranza di persone che è convinta di vivere in un paese libero. Avete notato con quale determinazione i capi di stato ripetono costantemente che si è in un paese democratico facendo leva sul fatto che sono stati eletti democraticamente? In questa maniera chi vorrebbe ribellarsi non è incentivato a farlo pubblicamente, perché in cuor suo pensa: Sono io lo strano del paese”. In Italia, infatti, un sistema apertamente dittatoriale, non sarebbe economicamente vantaggioso per chi gestisce il potere, né duraturo rispetto all’attuale “democrazia”. E’ impensabile, per la struttura piramidale di potere, esporsi ad un’esplicita dichiarazione di sfruttamento. Se, e quando, sarà dichiarata una dittatura, il problema sarà risolto molto più rapidamente di quanto succeda ora. Non è, infatti, questo il nostro problema.

Iniziamo a capire che la punta della piramide non è staccata dalla sua base: Il sistema economico è schiavo del nostro consenso.





Come tutti possiamo comprendere, una democrazia veramente partecipata si muove verso l’interesse di tutti, e non ha come unico valore il guadagno di pochi. Chi vuole mantenere il vero potere quindi, deve progettare un mondo che va verso una progressiva limitazione delle libertà di scelta del singolo. Le leggi che definiscono come bisogna comportarsi, in quali modi si può partecipare, quando e cosa si può scegliere, seguiranno sempre di più questo andamento del mondo, con l’aiuto fondamentale dei media. Si vengono così a creare due realtà incompatibili che stridono sempre di più fra loro: Il potere effettivo del singolo di proporre il mondo che desidera e il potere illusorio che vogliono continuare a farci credere di avere. La battaglia moderna non è fra due eserciti, ma fra l’inganno e la verità. Bisogna fare aprire gli occhi a tutti su quali sono i modi e le tecniche con cui ci possono controllare e diseducare, con cui il potere viene sempre più accentrato in mano a pochi, con cui limitano le nostre scelte e le manipolano influenzando i valori e le aspirazioni di intere generazioni.

Questa moderna creatura che a molti sembra invulnerabile in realtà è costretta a inventarsi di tutto per mantenere in piedi un’illusione. Siamo governati da persone bugiarde che vivono nella costante paura che questa enorme menzogna sia percepita con chiarezza da tutti.

Perché, una volta diradata la nube che non permette di distinguere la propaganda dalla verità, ci renderemo conto degli enormi limiti che vengono imposti alle nostre scelte e esprimeremo il nostro dissenso verso queste modalità di partecipazione manipolate da pochi. Nel momento che la maggioranza dei cittadini ha capito come funziona l’inganno dell’informazione, della sicurezza e delle ideologie, allora non sceglierà più di delegare tutte le proprie risorse comuni a pochi potenti amministratori che continuano a mantenere un mondo antisociale. Il mostro sacro, una volta messo a nudo nella sua vera essenza, continuerà a seguire scodinzolando la sua unica divinità: La massimizzazione del suo guadagno a seconda delle tendenze della società.



Noi dobbiamo sfruttare questo punto debole per arrivare ad un consenso consapevole: Iniziamo a insegnare con motivata certezza i modi precisi in cui la nostra libertà è controllata da pochi. L’economia siamo noi. Il mostro che ci domina è il riflesso della nostra inconsapevolezza. In fin dei conti siamo noi a delegare quei pochi che decidono quali sistemi di sfruttamento imporre a tutti. Prendiamo consapevolezza di questo, costruiamo un sistema più onesto e mettiamo in un angolo l’esigua minoranza che si vuole approfittare degli altri. Abbiamo a disposizione un’arma potentissima che è alla base di tutto il meccanismo: Il nostro Consenso e Dissenso.

Con il consenso si è passati dalle tirannie alle repubbliche, e con il consenso si passerà a sistemi di partecipazione sempre più efficienti. Il consenso non si esprime solo con il voto o con una manifestazione. E’ vivo anche quando giochiamo con gli amici o quando prendiamo le parti di una persona indifesa. Quando diamo esempio agli altri con le nostre scelte di vita sul lavoro o sulla casa. Ogni volta che facciamo acquisti o gettiamo i rifiuti, o anche, semplicemente, quando parliamo con i nostri figli di cosa vogliono fare da grandi.

Il mondo è la rappresentazione dei nostri consensi, iniziamo ad evolverci verso delle scelte sempre più consapevoli.

Fonte: http://eccocosavedo.blogspot.com/2009/09/il-sistema-economico-ha-dei-punti.html

venerdì 23 ottobre 2009

MANIFESTO POLITICO DEL PARTITO DEL SUD APPROVATO DALLA CONVENTION DI GAETA

Ecco il manifesto, presentato dalla sezione romana del PdSud ed approvato alla Convention nazionale di Gaeta del 17-18 ottobre, per formare una confederazione di partiti meridionalisti con gli altri gruppi, movimenti, partiti e associazioni meridionaliste...e per formare, in un futuro non troppo lontano si spera, un unico grande Partito del Sud, in qualunque modo lo si voglia chiamare.

Una linea chiara e netta di non apparentamento con le forze partitocratiche tradizionali e la sottoscrizione di impegni precisi in ambito ambientale, storico e politico.

Speriamo di avere presto le prime adesioni dagli altri gruppi...

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MANIFESTO DEL PDSUD PER LA CONFEDERAZIONE CON ALTRI MOVIMENTI ED ASSOCIAZIONI



1. NOI MERIDIONALISTI DEL PDSUD, PROPOSITORI E FIRMATARI DEL PRESENTE MANIFESTO, SINGOLI CITTADINI E RAPPRESENTANTI DI COMITATI, ASSOCIAZIONI E GRUPPI POLITICI, CONSAPEVOLI CHE GLI ATTUALI PARTITI ITALIANI SONO RESPONSABILI DELLA GESTIONE FALLIMENTARE DELLA “COSA PUBBLICA” E DEL DEGRADO E SFRUTTAMENTO DEL SUD, CI IMPEGNAMO A CREARE UNA FORZA POLITICA MERIDIONALISTA UNITARIA E AUTONOMA, BASATA SU QUESTI 5 PUNTI IRRINUNCIABILI. UN’AGGREGAZIONE CHE DIFENDA L'IDENTITA' CULTURALE E GLI INTERESSI DI TUTTI I NAPOLITANI E SICILIANI OVUNQUE ESSI SI TROVINO E CHE A TAL FINE CONCORRERA' ALLE PROSSIME ELEZIONI OVUNQUE POSSIBILE, COMUNQUE SGANCIATA DALL' ATTUALE SISTEMA PARTITOCRATICO NAZIONALE.


2. SIAMO CONSAPEVOLI CHE IN QUESTO PAESE VIGE UN SISTEMA ELETTORALE CONTORTO E DISTORTO, CHE RENDE IMPOSSIBILE UN VERO E PARITARIO CONFRONTO TRA LE FORZE POLITICHE E SOCIALI, MA VOGLIAMO CREARE COMUNQUE UN’ALTERNATIVA PER QUEI MILIONI DI ELETTORI, NON SOLO MERIDIONALI, CHE SI ASTENGONO DAL VOTO O ANNULLANO LE SCHEDE E PER COLORO, SOPRATTUTTO TRA I MERIDIONALI, CHE, PUR VOTANDO, RIMANGONO SENZA ALCUNA RAPPRESENTANZA.


3. CI IMPEGNAMO A MIGLIORARE LA QUALITA’ DELLA VITA DI OGNI PERSONA, A COMINCIARE DALL'ARIA CHE RESPIRA, DA COME VIENE CURATO, DA COME E QUANTO LAVORA, DA COME VIENE ISTRUITO, DA COSA MANGIA E COSA BEVE, DA COSA COMPRA E QUANTO SPENDE, NEL RISPETTO DI TUTTI GLI ESSERI VIVENTI E DELL’AMBIENTE.
E' PER NOI INDISPENSABILE PROPORRE ALTERNATIVE ALL'ATTUALE DISASTRO AMBIENTALE AL SUD E ALLA FALLIMENTARE RICETTA PER LO SVILUPPO PROPINATACI FINORA DAI GOVERNI DEL CENTRO-NORD, UNA RICETTA DI INCENERITORI, DISCARICHE E CENTRALI NUCLEARI CHE RAFFORZA IL NOSTRO DESTINO DI COLONIA E DISCARICA TERZOMONDISTA.


4. CI IMPEGNAMO A COSTRUIRE UN PROGRAMMA CHE REALIZZI QUESTI PRINCIPI, NEL RISPETTO DEI VALORI DELLA LAICITÀ, NEL RISPETTO DEI VALORI DELLA PACE, DELLA GIUSTIZIA E DELLA NONVIOLENZA, ATTRAVERSO L'ATTUAZIONE REALE DEI PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA COSTITUZIONE, IL RISPETTO DELL’AMBIENTE INTESO COME TUTELA DELL’EQUILIBRIO TRA LA TERRA E LA BIODIVERSITA’, LA CONSERVAZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE LOCALE E LA LOTTA CONTRO LA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA E CONTRO LA CONNIVENZA TRA POLITICA E MAFIE.



5. CI IMPEGNAMO A DIFENDERE LA VERA STORIA DEL SUD D'ITALIA, PER IL PASSATO DAGLI SPLENDORI DELLA MAGNA GRECIA A QUELLI DEL REGNO DI NAPOLI E SICILIA, POI REGNO DELLE DUE SICILIE, ALLA FALLIMENTARE "UNITA' D’ITALIA” DEL 1861, E PER IL PRESENTE ED IL FUTURO, DIFENDENDO I MERIDIONALI DAI CONTINUI ATTACCHI MEDIATICI DEI MEDIA DI "REGIME", DALLA DISTORSIONE DI CIFRE ECONOMICHE E DALLA DIFFUSIONE DI STEREOTIPI SUI E CONTRO I MERIDIONALI.
CI IMPEGNAMO INOLTRE A RISTABILIRE LA VERITA' STORICA SUL COSIDETTO "RISORGIMENTO", IN ACCORDO CON TUTTI I MOVIMENTI MERIDIONALISTI E DUOSICILIANI, NAPOLITANI E SICILIANI, CHE VORRANNO, SENZA PROTAGONISMI E SMETTENDOLA CON LA LOTTA DEL "SIMBOLETTO", DEL MARCHIO DI "DURI E PURI" E LE ACCUSE DI "TRADIMENTO". SIAMO CONSAPEVOLI CHE LA CONOSCENZA DEL NOSTRO PASSATO E' UNA CONDIZIONE NECESSARIA, MA NON SUFFICIENTE, PER IL POPOLO MERIDIONALE PER RITROVARE L'ORGOGLIO E LA VOGLIA DI RISCATTO E PER COSTRUIRE UN FUTURO DIVERSO DI SVILUPPO SOSTENIBILE E DI GIUSTIZIA E LIBERTA'.
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Ecco il manifesto, presentato dalla sezione romana del PdSud ed approvato alla Convention nazionale di Gaeta del 17-18 ottobre, per formare una confederazione di partiti meridionalisti con gli altri gruppi, movimenti, partiti e associazioni meridionaliste...e per formare, in un futuro non troppo lontano si spera, un unico grande Partito del Sud, in qualunque modo lo si voglia chiamare.

Una linea chiara e netta di non apparentamento con le forze partitocratiche tradizionali e la sottoscrizione di impegni precisi in ambito ambientale, storico e politico.

Speriamo di avere presto le prime adesioni dagli altri gruppi...

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MANIFESTO DEL PDSUD PER LA CONFEDERAZIONE CON ALTRI MOVIMENTI ED ASSOCIAZIONI



1. NOI MERIDIONALISTI DEL PDSUD, PROPOSITORI E FIRMATARI DEL PRESENTE MANIFESTO, SINGOLI CITTADINI E RAPPRESENTANTI DI COMITATI, ASSOCIAZIONI E GRUPPI POLITICI, CONSAPEVOLI CHE GLI ATTUALI PARTITI ITALIANI SONO RESPONSABILI DELLA GESTIONE FALLIMENTARE DELLA “COSA PUBBLICA” E DEL DEGRADO E SFRUTTAMENTO DEL SUD, CI IMPEGNAMO A CREARE UNA FORZA POLITICA MERIDIONALISTA UNITARIA E AUTONOMA, BASATA SU QUESTI 5 PUNTI IRRINUNCIABILI. UN’AGGREGAZIONE CHE DIFENDA L'IDENTITA' CULTURALE E GLI INTERESSI DI TUTTI I NAPOLITANI E SICILIANI OVUNQUE ESSI SI TROVINO E CHE A TAL FINE CONCORRERA' ALLE PROSSIME ELEZIONI OVUNQUE POSSIBILE, COMUNQUE SGANCIATA DALL' ATTUALE SISTEMA PARTITOCRATICO NAZIONALE.


2. SIAMO CONSAPEVOLI CHE IN QUESTO PAESE VIGE UN SISTEMA ELETTORALE CONTORTO E DISTORTO, CHE RENDE IMPOSSIBILE UN VERO E PARITARIO CONFRONTO TRA LE FORZE POLITICHE E SOCIALI, MA VOGLIAMO CREARE COMUNQUE UN’ALTERNATIVA PER QUEI MILIONI DI ELETTORI, NON SOLO MERIDIONALI, CHE SI ASTENGONO DAL VOTO O ANNULLANO LE SCHEDE E PER COLORO, SOPRATTUTTO TRA I MERIDIONALI, CHE, PUR VOTANDO, RIMANGONO SENZA ALCUNA RAPPRESENTANZA.


3. CI IMPEGNAMO A MIGLIORARE LA QUALITA’ DELLA VITA DI OGNI PERSONA, A COMINCIARE DALL'ARIA CHE RESPIRA, DA COME VIENE CURATO, DA COME E QUANTO LAVORA, DA COME VIENE ISTRUITO, DA COSA MANGIA E COSA BEVE, DA COSA COMPRA E QUANTO SPENDE, NEL RISPETTO DI TUTTI GLI ESSERI VIVENTI E DELL’AMBIENTE.
E' PER NOI INDISPENSABILE PROPORRE ALTERNATIVE ALL'ATTUALE DISASTRO AMBIENTALE AL SUD E ALLA FALLIMENTARE RICETTA PER LO SVILUPPO PROPINATACI FINORA DAI GOVERNI DEL CENTRO-NORD, UNA RICETTA DI INCENERITORI, DISCARICHE E CENTRALI NUCLEARI CHE RAFFORZA IL NOSTRO DESTINO DI COLONIA E DISCARICA TERZOMONDISTA.


4. CI IMPEGNAMO A COSTRUIRE UN PROGRAMMA CHE REALIZZI QUESTI PRINCIPI, NEL RISPETTO DEI VALORI DELLA LAICITÀ, NEL RISPETTO DEI VALORI DELLA PACE, DELLA GIUSTIZIA E DELLA NONVIOLENZA, ATTRAVERSO L'ATTUAZIONE REALE DEI PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA COSTITUZIONE, IL RISPETTO DELL’AMBIENTE INTESO COME TUTELA DELL’EQUILIBRIO TRA LA TERRA E LA BIODIVERSITA’, LA CONSERVAZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE LOCALE E LA LOTTA CONTRO LA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA E CONTRO LA CONNIVENZA TRA POLITICA E MAFIE.



5. CI IMPEGNAMO A DIFENDERE LA VERA STORIA DEL SUD D'ITALIA, PER IL PASSATO DAGLI SPLENDORI DELLA MAGNA GRECIA A QUELLI DEL REGNO DI NAPOLI E SICILIA, POI REGNO DELLE DUE SICILIE, ALLA FALLIMENTARE "UNITA' D’ITALIA” DEL 1861, E PER IL PRESENTE ED IL FUTURO, DIFENDENDO I MERIDIONALI DAI CONTINUI ATTACCHI MEDIATICI DEI MEDIA DI "REGIME", DALLA DISTORSIONE DI CIFRE ECONOMICHE E DALLA DIFFUSIONE DI STEREOTIPI SUI E CONTRO I MERIDIONALI.
CI IMPEGNAMO INOLTRE A RISTABILIRE LA VERITA' STORICA SUL COSIDETTO "RISORGIMENTO", IN ACCORDO CON TUTTI I MOVIMENTI MERIDIONALISTI E DUOSICILIANI, NAPOLITANI E SICILIANI, CHE VORRANNO, SENZA PROTAGONISMI E SMETTENDOLA CON LA LOTTA DEL "SIMBOLETTO", DEL MARCHIO DI "DURI E PURI" E LE ACCUSE DI "TRADIMENTO". SIAMO CONSAPEVOLI CHE LA CONOSCENZA DEL NOSTRO PASSATO E' UNA CONDIZIONE NECESSARIA, MA NON SUFFICIENTE, PER IL POPOLO MERIDIONALE PER RITROVARE L'ORGOGLIO E LA VOGLIA DI RISCATTO E PER COSTRUIRE UN FUTURO DIVERSO DI SVILUPPO SOSTENIBILE E DI GIUSTIZIA E LIBERTA'.

Il Gattopardo (Se vogliamo che tutto rimanga com'è...)



"Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi"
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"Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi"

Vico Equense la scuola fa posto alla beauty farm



di Massimiliano Amato


Sbigottito e dispiaciuto» – testuale – perché molti suoi amministrati «devono andare a Sorrento per curare il fisico», Gennaro Cinque, sindaco Pdl di Vico Equense, ha pensato di accorrere in loro soccorso. Basta, dunque, ai penosi e defatiganti pellegrinaggi lungo i tornanti della Penisola sorrentina: i massaggi, il bagno turco e i trattamenti viso-corpo i cittadini di Vico li faranno in casa. Più precisamente nella frazione Montechiaro, terrazza a 600 metri sul livello del mare, dove oltretutto potranno anche ritemprare la vista (e lo spirito) beneficiando delle suggestioni del paesaggio. Basterannounproject financing e l’intraprendenza un po’ rapace di un pool di imprenditori privati, e il gioco sarà fatto. Peccato che per consentire ai vichesi di eliminare quelle odiose trasferte a Sorrento sia stata chiusa una scuola elementare. E peccato sempre che il sacrificio si stia traducendo, per circa 70 bambini, in una miniodissea quotidiana. Forse, per comprendere meglio gli stravolgimenti di senso in corso nell’Italia berlusconiana, la storia che raccontano un gruppo di mamme delle frazioni di Montechiaro e Tacciano è molto più utile di mille analisi. «La vicenda – riepiloga una di esse, Rosa Cannavale – parte nel mese di aprile quando, con una delibera di giunta, l’amministrazione dà il via libera ad una mega operazione immobiliare sui suoli occupati da due plessi scolastici, 120 alunni in tutto. La delibera passa quasi inosservata per un po’ di mesi. Torna d’attualità alla riapertura delle scuole. È allora che apprendiamo che Ticciano e Montechiaro hanno perso le loro aule». Ai genitori non rimane altra scelta che trasferire i figli in un appartamento del centro di Vico che ospita le elementari, lontano una decina di chilometri dalle due frazioni. «Per inciso – informa Pasquale Cardone, capogruppo Pd in consiglio – l’appartamento, di proprietà della Curia, ha problemi di stabilità: all’inizio di ottobre è stato chiuso due giorni, ha poi riaperto con un’ordinanza sindacale».

La salute prima di tutto. Se nelle ex elementari di Montechiaro i vichesi potranno distendere corpo e spirito in una beauty farm, in quelle di Ticciano potranno riposarsi dopo una sgambata in bicicletta: le aule diventeranno – grazie all’intervento dei soliti privati – un «punto di sosta e ristoro» per gli amanti della mountain bike, visto che lì vicino il Comune ha attrezzato una pista ciclabile. Nella sede del Comitato costituitosi dopola chiusura deidue plessi si studiano le contromisure: «Per due volte il Tar ci ha dato ragione, ordinando la revoca della delibera, e mai Cinque ha dato esecutività alle pronunce. Anzi, ha fatto ricorso al Consiglio di Stato, cambiando le carte in tavola.Hamotivato il suo appello richiamando il problema della sicurezza. Intanto, i nostri bambini devono farsi quasi 10 chilometri al giorno, lungo strade prive di parapetti ». Il Consiglio di Stato ha sospeso le sentenze del Tar, ma non si è espresso nel merito. Cinque, dal canto suo, fa sapere che andrà avanti. D’altronde,comesi dice?Mens sana in corpore sano...

Fonte:L'Unità
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di Massimiliano Amato


Sbigottito e dispiaciuto» – testuale – perché molti suoi amministrati «devono andare a Sorrento per curare il fisico», Gennaro Cinque, sindaco Pdl di Vico Equense, ha pensato di accorrere in loro soccorso. Basta, dunque, ai penosi e defatiganti pellegrinaggi lungo i tornanti della Penisola sorrentina: i massaggi, il bagno turco e i trattamenti viso-corpo i cittadini di Vico li faranno in casa. Più precisamente nella frazione Montechiaro, terrazza a 600 metri sul livello del mare, dove oltretutto potranno anche ritemprare la vista (e lo spirito) beneficiando delle suggestioni del paesaggio. Basterannounproject financing e l’intraprendenza un po’ rapace di un pool di imprenditori privati, e il gioco sarà fatto. Peccato che per consentire ai vichesi di eliminare quelle odiose trasferte a Sorrento sia stata chiusa una scuola elementare. E peccato sempre che il sacrificio si stia traducendo, per circa 70 bambini, in una miniodissea quotidiana. Forse, per comprendere meglio gli stravolgimenti di senso in corso nell’Italia berlusconiana, la storia che raccontano un gruppo di mamme delle frazioni di Montechiaro e Tacciano è molto più utile di mille analisi. «La vicenda – riepiloga una di esse, Rosa Cannavale – parte nel mese di aprile quando, con una delibera di giunta, l’amministrazione dà il via libera ad una mega operazione immobiliare sui suoli occupati da due plessi scolastici, 120 alunni in tutto. La delibera passa quasi inosservata per un po’ di mesi. Torna d’attualità alla riapertura delle scuole. È allora che apprendiamo che Ticciano e Montechiaro hanno perso le loro aule». Ai genitori non rimane altra scelta che trasferire i figli in un appartamento del centro di Vico che ospita le elementari, lontano una decina di chilometri dalle due frazioni. «Per inciso – informa Pasquale Cardone, capogruppo Pd in consiglio – l’appartamento, di proprietà della Curia, ha problemi di stabilità: all’inizio di ottobre è stato chiuso due giorni, ha poi riaperto con un’ordinanza sindacale».

La salute prima di tutto. Se nelle ex elementari di Montechiaro i vichesi potranno distendere corpo e spirito in una beauty farm, in quelle di Ticciano potranno riposarsi dopo una sgambata in bicicletta: le aule diventeranno – grazie all’intervento dei soliti privati – un «punto di sosta e ristoro» per gli amanti della mountain bike, visto che lì vicino il Comune ha attrezzato una pista ciclabile. Nella sede del Comitato costituitosi dopola chiusura deidue plessi si studiano le contromisure: «Per due volte il Tar ci ha dato ragione, ordinando la revoca della delibera, e mai Cinque ha dato esecutività alle pronunce. Anzi, ha fatto ricorso al Consiglio di Stato, cambiando le carte in tavola.Hamotivato il suo appello richiamando il problema della sicurezza. Intanto, i nostri bambini devono farsi quasi 10 chilometri al giorno, lungo strade prive di parapetti ». Il Consiglio di Stato ha sospeso le sentenze del Tar, ma non si è espresso nel merito. Cinque, dal canto suo, fa sapere che andrà avanti. D’altronde,comesi dice?Mens sana in corpore sano...

Fonte:L'Unità
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