domenica 20 settembre 2009

A Modugno (BA) il Partito del Sud esorta ad acquistare prodotti Meridionali




I nostri complimenti ad Agostino Abbaticchio e ai suoi Briganti, che per le strade di Modugno, a contatto con il popolo, passano all'azione per il bene del Sud e della sua economia. Un esempio da seguire:


Ieri 19/09/2009 dalle ore 9,30 ingresso ipermercato Auchan di Modugno.
Gazebo organizzato da Partito del Sud e Movimento Azione e Tradizione per promozionare i prodotti del Sud.

Compra Sud e aiuti i tuoi figli e il loro avvenire



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I nostri complimenti ad Agostino Abbaticchio e ai suoi Briganti, che per le strade di Modugno, a contatto con il popolo, passano all'azione per il bene del Sud e della sua economia. Un esempio da seguire:


Ieri 19/09/2009 dalle ore 9,30 ingresso ipermercato Auchan di Modugno.
Gazebo organizzato da Partito del Sud e Movimento Azione e Tradizione per promozionare i prodotti del Sud.

Compra Sud e aiuti i tuoi figli e il loro avvenire



IL PARTITO DEL SUD DI NEW YORK CITY FRA I NOSTRI EMIGRATI ALLA FESTA DI SAN GENNARO


San Gennaro, the patron saint of Naples

New York City's "Little Italy" appeared to stretch all the way to the Empire State Building today as throngs of revelers turned out to celebrate the Saint's feast day.

Southern Italian cuisine and culture still dominates this once thriving Neapolitan stronghold.

In addition to the usual Southern fare, Sicilian torrone is always a crowed favorite.

Another look at the Saint as the procession winds its way through the narrow streets of "Little Italy."


(Photos courtesy of New York Scugnizzo)
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Complimenti sinceri a John Napoli della sezione di NYC del Partito del Sud , ricordiamo il blog della nostra sezione americana http://partitodelsudnyc.blogspot.com/ .

John compliments and before this way.We are with you.An embrace.

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San Gennaro, the patron saint of Naples

New York City's "Little Italy" appeared to stretch all the way to the Empire State Building today as throngs of revelers turned out to celebrate the Saint's feast day.

Southern Italian cuisine and culture still dominates this once thriving Neapolitan stronghold.

In addition to the usual Southern fare, Sicilian torrone is always a crowed favorite.

Another look at the Saint as the procession winds its way through the narrow streets of "Little Italy."


(Photos courtesy of New York Scugnizzo)
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Complimenti sinceri a John Napoli della sezione di NYC del Partito del Sud , ricordiamo il blog della nostra sezione americana http://partitodelsudnyc.blogspot.com/ .

John compliments and before this way.We are with you.An embrace.

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sabato 19 settembre 2009

ALLE ORE 11,00 LA DIRETTA DA SUZZARA (MN) DELLA CONFERENZA 2011 - 150 ANNI DELL'UNITA' D'ITALIA : UNITA' O CONQUISTA ?

LA WEB TV E' PRESENTE NELLA COLONNA DI SINISTRA DI QUESTO BLOG SOTTO IL LOGO DEL PARTITO DEL SUD
PER VEDERE A TUTTO SCHERMO PREMERE Il PULSANTE Full-screen.
PER REGOLARE IL VOLUME PREMERE IL TASTO + DI FIANCO ALL'ICONA ALTOPARLANTE




SABATO 19/09/2009

ORE 11,00
c/o la Sala Civica di via Fratelli Montecchisi -Suzzara

CONFERENZA
2011 - 150 ANNI DELL'UNITA' D'ITALIA : UNITA' O CONQUISTA ?

Relatori :

ELENA BIANCHINI BRAGLIA
Scrittrice - Direttrice della rivista " Il Ducato"

ANTONIO CIANO
Scrittore - Storico -Assessore al Demanio del Comune di Gaeta - Pres. Associazione Culturale Rete Sud

ANTONIO PAGANO
Scrittore - Direttore della rivista "Due Sicilie" - Pres. Associazione Culturale Due Sicilie

Organizzazione ad opera della Associazione Culturale Due Sicilie e della Associazione Culturale Rete Sud

La Conferenza sarà trasmessa in diretta sulla WebTv del Partito del Sud.

La Web Tv è presente sui blog del Network del PdSUD e sul sito nazionale del Partito del Sud.
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SABATO 19/09/2009

ORE 11,00
c/o la Sala Civica di via Fratelli Montecchisi -Suzzara

CONFERENZA
2011 - 150 ANNI DELL'UNITA' D'ITALIA : UNITA' O CONQUISTA ?

Relatori :

ELENA BIANCHINI BRAGLIA
Scrittrice - Direttrice della rivista " Il Ducato"

ANTONIO CIANO
Scrittore - Storico -Assessore al Demanio del Comune di Gaeta - Pres. Associazione Culturale Rete Sud

ANTONIO PAGANO
Scrittore - Direttore della rivista "Due Sicilie" - Pres. Associazione Culturale Due Sicilie

Organizzazione ad opera della Associazione Culturale Due Sicilie e della Associazione Culturale Rete Sud

La Conferenza sarà trasmessa in diretta sulla WebTv del Partito del Sud.

La Web Tv è presente sui blog del Network del PdSUD e sul sito nazionale del Partito del Sud.

Napolitania : 1^ Festa della solidarietà 19 - 20 Settembre 2009 a Suzzara (MN)



PROGRAMMA

SABATO 19/09/2009

ORE 11,00
c/o la Sala Civica di via Fratelli Montecchisi -Suzzara

CONFERENZA
2011 - 150 ANNI DELL'UNITA' D'ITALIA : UNITA' O CONQUISTA ?

Relatori :

ELENA BIANCHINI BRAGLIA
Scrittrice - Direttrice della rivista " Il Ducato"

ANTONIO CIANO
Scrittore - Storico -Assessore al Demanio del Comune di Gaeta - Pres. Associazione Culturale Rete Sud

ANTONIO PAGANO
Scrittore - Direttore della rivista "Due Sicilie" - Pres. Associazione Culturale Due Sicilie

Organizzazione ad opera della Associazione Culturale Due Sicilie e della Associazione Culturale Rete Sud

La Conferenza sarà trasmessa in diretta sulla WebTv del Partito del Sud.La Web Tv è presente sui blog del Network del PdSUD e sul sito nazionale del Partito del Sud.


ORE 17,00

Via Corridoni - Suzzara

PUBBLICA MARATONA DI LETTURA
DAL LIBRO DI ANTONIO CIANO " I SAVOIA E I MASSACRI DEL SUD" - "L' ECCIDIO DI PONTELANDOLFO E CASALDUNI"

ORE 21,00

Via Corridoni - Suzzara

MUSICA NAPOLITANA


DOMENICA 20/09/2009

ORE 10,00

Campo Sportivo di Via Santi (presso Giardini Cadorna) - Suzzara

1^ TROFEO DELLA SOLIDARIETA'
TRIANGOLARE DI CALCIO FRA LE SQUADRE :

RAPPRESENTATIVA NAPOLITANA

RAPPRESENTATIVA SICILIANA

RAPPRESENTATIVA SUZZARESE


AL TERMINE DELLE PARTITE CONSEGNA DELLA 1^ COPPA DELLA SOLIDARIETA' AL CAPITANO DELLA SQUADRA VINCITRICE E DI MEDAGLIE ALLE SQUADRE II° E III°CLASSIFICATE


ORE 21,00

Via Corridoni - Suzzara

MUSICA NAPOLITANA

DURANTE LE DUE GIORNATE IN VIA CORRIDONI SARANNO PRESENTI STAND AD OPERA DELL' ASSOCIAZIONE CULTURALE DUE SICILIE E DELL'ASSOCIAZIONE CULTURALE RETE SUD CON ESPOSIZIONE DI LIBRI E RIVISTE.

LA CITTADINANZA TUTTA E' INVITATA A PARTECIPARE
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PROGRAMMA

SABATO 19/09/2009

ORE 11,00
c/o la Sala Civica di via Fratelli Montecchisi -Suzzara

CONFERENZA
2011 - 150 ANNI DELL'UNITA' D'ITALIA : UNITA' O CONQUISTA ?

Relatori :

ELENA BIANCHINI BRAGLIA
Scrittrice - Direttrice della rivista " Il Ducato"

ANTONIO CIANO
Scrittore - Storico -Assessore al Demanio del Comune di Gaeta - Pres. Associazione Culturale Rete Sud

ANTONIO PAGANO
Scrittore - Direttore della rivista "Due Sicilie" - Pres. Associazione Culturale Due Sicilie

Organizzazione ad opera della Associazione Culturale Due Sicilie e della Associazione Culturale Rete Sud

La Conferenza sarà trasmessa in diretta sulla WebTv del Partito del Sud.La Web Tv è presente sui blog del Network del PdSUD e sul sito nazionale del Partito del Sud.


ORE 17,00

Via Corridoni - Suzzara

PUBBLICA MARATONA DI LETTURA
DAL LIBRO DI ANTONIO CIANO " I SAVOIA E I MASSACRI DEL SUD" - "L' ECCIDIO DI PONTELANDOLFO E CASALDUNI"

ORE 21,00

Via Corridoni - Suzzara

MUSICA NAPOLITANA


DOMENICA 20/09/2009

ORE 10,00

Campo Sportivo di Via Santi (presso Giardini Cadorna) - Suzzara

1^ TROFEO DELLA SOLIDARIETA'
TRIANGOLARE DI CALCIO FRA LE SQUADRE :

RAPPRESENTATIVA NAPOLITANA

RAPPRESENTATIVA SICILIANA

RAPPRESENTATIVA SUZZARESE


AL TERMINE DELLE PARTITE CONSEGNA DELLA 1^ COPPA DELLA SOLIDARIETA' AL CAPITANO DELLA SQUADRA VINCITRICE E DI MEDAGLIE ALLE SQUADRE II° E III°CLASSIFICATE


ORE 21,00

Via Corridoni - Suzzara

MUSICA NAPOLITANA

DURANTE LE DUE GIORNATE IN VIA CORRIDONI SARANNO PRESENTI STAND AD OPERA DELL' ASSOCIAZIONE CULTURALE DUE SICILIE E DELL'ASSOCIAZIONE CULTURALE RETE SUD CON ESPOSIZIONE DI LIBRI E RIVISTE.

LA CITTADINANZA TUTTA E' INVITATA A PARTECIPARE

Giacinto De Sivo, uno storico condannato alla damnatio memoriae



Da una nota di Vincenzo D'Amico


Tremenda attualità del De Sivo !


L'unità per noi è ruina. In nome della libertà ne vien tolta la libertà; perdiamo il dono di Carlo III; ritorniamo a' viceré, anzi a' luogotenenti, anzi a' prefetti, anzi a' molti prefetti, per esser menati con la frusta. Siam costretti a pagare i debiti fatti dal Piemonte appunto per corrompere e comprare il nostro paese.
Con la fusione de' debiti pubblici, noi nove milioni d'anime, con un lieve debito di 550 milioni di lire, ci fondiamo con quattro milioni d'anime ch'hanno l'enorme debito che sopravvanza i mille milioni; vale a dire che noi pagheremmo quattro volte i debiti nostri.
Avvezzi alla pace, saremmo strascinati a combattere le frequenti guerre europee, e a fare i soldati, lontani di casa, in luoghi nevosi e mortiferi, a mille miglia distanti.
Veggiamo chiusi i ginnastii e gli educandati e gli opificii e i porti e le dogane, per sentirne adornati i nostri grossolani padroni.
Comandati dallo straniero e dal nazionale, saremmo greggia in balìa di lupi, tosata e scannata. Di già un tristo saggio ne abbiamo in quest'anno trascorso.

Giacinto de Sivo, I Napolitani al Cospetto delle nazioni civili, Napoli (in clandestinità) 1861, pp. 55-56


Elenco delle principali opere storico-politiche di Giacinto de Sivo (nato a Maddaoloni nel 1814- morto in esilio a Roma nel 1867)
Elogio di Ferdinando Nunziante, Caserta, 1852 e Casal Velino Scalo, 1989
L'Italia e il suo dramma politico nel 1861, Bruxelles, 1861 e Napoli, 2002
I napolitani al cospetto delle nazioni civili, Livorno, 1861, Roma, 1967 e Rimini, 1994
Discorso pe' morti del Volturno, Roma, 1861
La Tragicommedia, quotidiano filoborbonico, sequestrato dalla polizia, inoltre la sua sede fu devastata dalla camorra.
Nel 1996 e nel 1999 è stato ristampato dall'Editoriale il Giglio.
Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Roma, 1863 , Trieste, 1867 e Napoli, 1964 (in due volumi)
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Da una nota di Vincenzo D'Amico


Tremenda attualità del De Sivo !


L'unità per noi è ruina. In nome della libertà ne vien tolta la libertà; perdiamo il dono di Carlo III; ritorniamo a' viceré, anzi a' luogotenenti, anzi a' prefetti, anzi a' molti prefetti, per esser menati con la frusta. Siam costretti a pagare i debiti fatti dal Piemonte appunto per corrompere e comprare il nostro paese.
Con la fusione de' debiti pubblici, noi nove milioni d'anime, con un lieve debito di 550 milioni di lire, ci fondiamo con quattro milioni d'anime ch'hanno l'enorme debito che sopravvanza i mille milioni; vale a dire che noi pagheremmo quattro volte i debiti nostri.
Avvezzi alla pace, saremmo strascinati a combattere le frequenti guerre europee, e a fare i soldati, lontani di casa, in luoghi nevosi e mortiferi, a mille miglia distanti.
Veggiamo chiusi i ginnastii e gli educandati e gli opificii e i porti e le dogane, per sentirne adornati i nostri grossolani padroni.
Comandati dallo straniero e dal nazionale, saremmo greggia in balìa di lupi, tosata e scannata. Di già un tristo saggio ne abbiamo in quest'anno trascorso.

Giacinto de Sivo, I Napolitani al Cospetto delle nazioni civili, Napoli (in clandestinità) 1861, pp. 55-56


Elenco delle principali opere storico-politiche di Giacinto de Sivo (nato a Maddaoloni nel 1814- morto in esilio a Roma nel 1867)
Elogio di Ferdinando Nunziante, Caserta, 1852 e Casal Velino Scalo, 1989
L'Italia e il suo dramma politico nel 1861, Bruxelles, 1861 e Napoli, 2002
I napolitani al cospetto delle nazioni civili, Livorno, 1861, Roma, 1967 e Rimini, 1994
Discorso pe' morti del Volturno, Roma, 1861
La Tragicommedia, quotidiano filoborbonico, sequestrato dalla polizia, inoltre la sua sede fu devastata dalla camorra.
Nel 1996 e nel 1999 è stato ristampato dall'Editoriale il Giglio.
Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Roma, 1863 , Trieste, 1867 e Napoli, 1964 (in due volumi)
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venerdì 18 settembre 2009

Miracoli e Terremoti



Di Antonello Caporale

E’ un vero miracolo di efficienza quello dell’Aquila? Non sono possibili paragoni
al mondo? Si sono abbattuti i costi e i tempi di reinsediamento? E’ stata messa a frutto tutta l’esperienza accumulata in Italia nella gestione della fase della prima e della seconda emergenza?
Sono domande utili a farsi.
I dati storici e le comparazioni con gli altri eventi ci aiuteranno a stabilire
la misura e la qualità della fatica realizzata.

Un avvertimento è d’obbligo: la comparazione è naturalmente limitata alla fase attuale dell’emergenza abruzzese. In Abruzzo la ricostruzione in cemento armato non è ancora iniziata; in Irpinia e in Molise non è invece mai finita producendo uno scandaloso spreco che “Repubblica”, negli anni, non ha mai smesso di denunciare.
Quindi ci fermiamo ad oggi. E puntiamo i fari unicamente sull’emergenza.

L’emergenza ha due fasi. Una prima, nelle ore immediatamente successive al sisma, e una seconda. Nella prima sono generalmente da considerarsi gli alloggiamenti in tende. Nella seconda la predisposizione di sistemi abitativi provvisori. I cosiddetti moduli. Essi possono avere due caratteristiche: essere del tipo “leggero” (containers e roulottes) e “pesanti” (casette in legno o in prefabbricato composto). I tempi di realizzazione di questi secondi, nella media nazionale stilata secondo i dati storici (terremoti del Friuli, di Campania e Basilicata, Umbria e Marche e infine Molise), sono di 211 giorni. Una media appunto: dalle prime consegne (in 62 giorni a San Giuliano di Puglia, alle ultime, con il completamento di tutto il piano di reinsediamento abitativo (360 giorni in Irpinia). Nel mezzo la progressiva e graduale sistemazione.

Se dunque volessivo davvero stilare una classifica delle prime case assegnate (m.a.p., moduli abitativi provvisori) con caratteristiche e in numero simili a quelli celebrati ad Onna, dovremmo segnalare questo ordine d’arrivo:
1) Molise (San Giuliano di Puglia), 30 moduli a 82 giorni dal sisma
2) Umbria, 30 moduli a 98 giorni dal sisma
3) Irpinia, 30 moduli a 105 giorni dal sisma
4) Abruzzo, 30 moduli a 116 giorni dal sisma


In effetti le prime case consegnate a L’Aquila datano invece 2 luglio, realizzate dalla provincia di Trento a Coppito e destinate al personale della Guardia di Finanza. I primi senzatetto ad essere ospitati abitano invece a San Demetrio e le hanno ricevute il 21 agosto. In estate infatti sono stati consegnati trenta moduli (21 a San Demetrio e 9 in località Stiffe).

Ritorniamo per un momento alla prima emergenza. Quel che segue è un raffronto tra il punto più alto dell’efficienza organizzativa (l’Abruzzo) e il punto più basso (l’Irpinia).

A L’Aquila sono state assistite circa 73mila persone nella settimana successiva al terremoto tra alberghi e tendopoli allestite. In quelle ore i temporaneamente sfollati (che hanno ricevuto solo cibo e cure) ammontano a più di centomila.

29 anni fa in Irpinia (l’area, ad esclusione del Friuli, più lontana da Roma, 340 chilometri dall’epicentro contro i 119 dell’Aquila) ma molto più grave per entità del danno e ampiezza geografica furono assistite 300mila persone circa. Duecentomila persone in tendopoli, ottantamila persone in roulotte, 20.900 persone in 451 alberghi. I temporaneamente sfollati (assistiti con cibo e cure sanitarie) ammontavano a circa 500mila. (Pubblicazione 18 marzo 1981, depositata alla Camera dei deputati).

I tempi di allestimento. 90 mila persone hanno trovato riparo in tendopoli entro sette giorni dal sisma (30 novembre-1 dicembre 1980). Altre 50mila entro 15 giorni dal sisma (5-8 dicembre 1980). Il resto della popolazione entro il 15 dicembre 1980.

I costi di reinsediamento.

A L’Aquila si è deciso di saltare un passaggio che, nei precedenti storici, era ritenuto essenziale: la costituzione nella prima emergenza di roulottopoli e moduli abitativi in containers. La scelta ha avuto perciò un costo umano (la vita in tenda è durissima) ed economico.
L’assistenza completa per le persone ospitate soltanto in tendopoli è costata in sei mesi 114 milioni di euro. A ciò si devono aggiungere i costi in alberghi e in private abitazioni per il resto della popolazione. Proprio in questi giorni la Protezione civile sta rinegoziando con gli albergatori il prezzo del soggiorno (all inclusive) pro-capite: 50 euro a persona. Se questa cifra è esatta, per una famiglia di quattro persone si spendono circa 6mila euro al mese.

Il governo ha accettato questi costi e ha impegnato circa 700 milioni di euro per la realizzazione delle C.a.s.e., abitazioni tecnologicamente avanzate ed ecocompatibili. Il loro completamento, previsto per fine dicembre 2009, permetterà di accogliere circa 4500 famiglie. Il costo a metro quadrato dell’abitazione (sono inclusi i costi di urbanizzazione primaria e secondaria) è di 2400 euro. Si deve ritenere che l’abitazione, sebbene durevole, sia comunque provvisoria perché gli assegnatari sono titolari di un distinto contributo per la ricostruzione in cemento della propria casa distrutta.
Sono circa tredicimila le famiglie ad oggi senzatetto. E molte di esse dunque devono essere ancora per molto tempo assistite altrove.

In Irpinia, quindi nel luogo dove più bassa è stata la capacità organizzativa e realizzativa, il piano di reinsediamento aggiornato al 30 giugno 1981 – in tempi dunque analoghi a quelli previsti per L’Aquila – prevedeva la installazione di 13.500 prefabbricati pesanti (simili a quelli consegnati a Onna e che oggi vengono chiamate case) nei 36 comuni del cratere e altri 10mila nei 76 comuni dell’area extraepicentrale. Il costo al metro quadro attualizzato (al netto però delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria che incidono per il 20-30 per cento) è di mille euro.

Al 15 novembre 1981, circa un anno dopo il sisma, il piano di reinsediamento, in ritardo sul cronoprogramma di circa 45 giorni, furono completati e consegnati, su 25586 prefabbricati, 18462 alloggi monoblocco con finanziamenti pubblici. A cui si aggiunsero 2248 prefabbricati donati.
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Di Antonello Caporale

E’ un vero miracolo di efficienza quello dell’Aquila? Non sono possibili paragoni
al mondo? Si sono abbattuti i costi e i tempi di reinsediamento? E’ stata messa a frutto tutta l’esperienza accumulata in Italia nella gestione della fase della prima e della seconda emergenza?
Sono domande utili a farsi.
I dati storici e le comparazioni con gli altri eventi ci aiuteranno a stabilire
la misura e la qualità della fatica realizzata.

Un avvertimento è d’obbligo: la comparazione è naturalmente limitata alla fase attuale dell’emergenza abruzzese. In Abruzzo la ricostruzione in cemento armato non è ancora iniziata; in Irpinia e in Molise non è invece mai finita producendo uno scandaloso spreco che “Repubblica”, negli anni, non ha mai smesso di denunciare.
Quindi ci fermiamo ad oggi. E puntiamo i fari unicamente sull’emergenza.

L’emergenza ha due fasi. Una prima, nelle ore immediatamente successive al sisma, e una seconda. Nella prima sono generalmente da considerarsi gli alloggiamenti in tende. Nella seconda la predisposizione di sistemi abitativi provvisori. I cosiddetti moduli. Essi possono avere due caratteristiche: essere del tipo “leggero” (containers e roulottes) e “pesanti” (casette in legno o in prefabbricato composto). I tempi di realizzazione di questi secondi, nella media nazionale stilata secondo i dati storici (terremoti del Friuli, di Campania e Basilicata, Umbria e Marche e infine Molise), sono di 211 giorni. Una media appunto: dalle prime consegne (in 62 giorni a San Giuliano di Puglia, alle ultime, con il completamento di tutto il piano di reinsediamento abitativo (360 giorni in Irpinia). Nel mezzo la progressiva e graduale sistemazione.

Se dunque volessivo davvero stilare una classifica delle prime case assegnate (m.a.p., moduli abitativi provvisori) con caratteristiche e in numero simili a quelli celebrati ad Onna, dovremmo segnalare questo ordine d’arrivo:
1) Molise (San Giuliano di Puglia), 30 moduli a 82 giorni dal sisma
2) Umbria, 30 moduli a 98 giorni dal sisma
3) Irpinia, 30 moduli a 105 giorni dal sisma
4) Abruzzo, 30 moduli a 116 giorni dal sisma


In effetti le prime case consegnate a L’Aquila datano invece 2 luglio, realizzate dalla provincia di Trento a Coppito e destinate al personale della Guardia di Finanza. I primi senzatetto ad essere ospitati abitano invece a San Demetrio e le hanno ricevute il 21 agosto. In estate infatti sono stati consegnati trenta moduli (21 a San Demetrio e 9 in località Stiffe).

Ritorniamo per un momento alla prima emergenza. Quel che segue è un raffronto tra il punto più alto dell’efficienza organizzativa (l’Abruzzo) e il punto più basso (l’Irpinia).

A L’Aquila sono state assistite circa 73mila persone nella settimana successiva al terremoto tra alberghi e tendopoli allestite. In quelle ore i temporaneamente sfollati (che hanno ricevuto solo cibo e cure) ammontano a più di centomila.

29 anni fa in Irpinia (l’area, ad esclusione del Friuli, più lontana da Roma, 340 chilometri dall’epicentro contro i 119 dell’Aquila) ma molto più grave per entità del danno e ampiezza geografica furono assistite 300mila persone circa. Duecentomila persone in tendopoli, ottantamila persone in roulotte, 20.900 persone in 451 alberghi. I temporaneamente sfollati (assistiti con cibo e cure sanitarie) ammontavano a circa 500mila. (Pubblicazione 18 marzo 1981, depositata alla Camera dei deputati).

I tempi di allestimento. 90 mila persone hanno trovato riparo in tendopoli entro sette giorni dal sisma (30 novembre-1 dicembre 1980). Altre 50mila entro 15 giorni dal sisma (5-8 dicembre 1980). Il resto della popolazione entro il 15 dicembre 1980.

I costi di reinsediamento.

A L’Aquila si è deciso di saltare un passaggio che, nei precedenti storici, era ritenuto essenziale: la costituzione nella prima emergenza di roulottopoli e moduli abitativi in containers. La scelta ha avuto perciò un costo umano (la vita in tenda è durissima) ed economico.
L’assistenza completa per le persone ospitate soltanto in tendopoli è costata in sei mesi 114 milioni di euro. A ciò si devono aggiungere i costi in alberghi e in private abitazioni per il resto della popolazione. Proprio in questi giorni la Protezione civile sta rinegoziando con gli albergatori il prezzo del soggiorno (all inclusive) pro-capite: 50 euro a persona. Se questa cifra è esatta, per una famiglia di quattro persone si spendono circa 6mila euro al mese.

Il governo ha accettato questi costi e ha impegnato circa 700 milioni di euro per la realizzazione delle C.a.s.e., abitazioni tecnologicamente avanzate ed ecocompatibili. Il loro completamento, previsto per fine dicembre 2009, permetterà di accogliere circa 4500 famiglie. Il costo a metro quadrato dell’abitazione (sono inclusi i costi di urbanizzazione primaria e secondaria) è di 2400 euro. Si deve ritenere che l’abitazione, sebbene durevole, sia comunque provvisoria perché gli assegnatari sono titolari di un distinto contributo per la ricostruzione in cemento della propria casa distrutta.
Sono circa tredicimila le famiglie ad oggi senzatetto. E molte di esse dunque devono essere ancora per molto tempo assistite altrove.

In Irpinia, quindi nel luogo dove più bassa è stata la capacità organizzativa e realizzativa, il piano di reinsediamento aggiornato al 30 giugno 1981 – in tempi dunque analoghi a quelli previsti per L’Aquila – prevedeva la installazione di 13.500 prefabbricati pesanti (simili a quelli consegnati a Onna e che oggi vengono chiamate case) nei 36 comuni del cratere e altri 10mila nei 76 comuni dell’area extraepicentrale. Il costo al metro quadro attualizzato (al netto però delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria che incidono per il 20-30 per cento) è di mille euro.

Al 15 novembre 1981, circa un anno dopo il sisma, il piano di reinsediamento, in ritardo sul cronoprogramma di circa 45 giorni, furono completati e consegnati, su 25586 prefabbricati, 18462 alloggi monoblocco con finanziamenti pubblici. A cui si aggiunsero 2248 prefabbricati donati.

SPUTTANAPOLI UN ANNO DOPO - dal 1860, uno sport tutto italiano



Videoclip di XG1 del brano "SPUTTANAPOLI UN ANNO DOPO" de "L'ALTROPARLANTE".
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Videoclip di XG1 del brano "SPUTTANAPOLI UN ANNO DOPO" de "L'ALTROPARLANTE".

Recessione e mafie (1). È l’Eldorado delle economie illegali?



Di Carlo Ruta


È il caso di partire da un dato. Nell’attuale crisi, la sola che riesce a evocare quella drammatica del 1929, un peso non da poco hanno avuto i flussi di capitali anomali, di origine illegale, per il rilievo del tutto particolare che i medesimi hanno recato nell’estendersi delle bolle speculative. Si consideri il caso della Russia, dove la forbice delle ricchezze ha assunto ampiezze iperboliche, anche al cospetto di paesi di tradizione liberal. Dopo il trauma dell’89, uomini d’affari legati spesso all’Organizatsya, la mafia di quelle regioni, hanno potuto dettare regole, fare accordi alla pari con pezzi di stato, fino al capolinea del Cremlino. Sono andati quindi letteralmente all’assalto, puntando sull’industria metallurgica, sul petrolio, ma pure, con decisione, sul grande mercato immobiliare: tutto da ridisegnare dopo decenni di edilizia pianificata dalle burocrazie sovietiche.

Con tali numeri si sono riversati altresì lungo i continenti, mettendo radici negli Stati Uniti, nell’oriente asiatico, in Israele, nell’Europa occidentale, Italia inclusa. Hanno alimentato trame speculative, incettato territori, animato paradisi già esistenti o in ascesa tumultuosa, come quello di Dubai, finendo per crearne di propri, come quello di Goa, in India, dove hanno avocato a sé, con guadagni d’oro, gran parte del territorio, combinando ad arte le suggestioni dell’effimero e il cash, la forza del contante.

Si tratta evidentemente di uno scorcio, solo rappresentativo di uno scenario multiplo, euforico, che ha visto del tutto ridisegnate le mappe delle fortune. È fin troppo sintomatico che nella lista dei più ricchi al mondo compilata da “Forbes” emergano oggi non soltanto nababbi russi dal profilo equivoco, come Oleg Vladimirovič Deripaska, notoriamente legato alla mafia moscovita dei fratelli Lev e Michail Černye, ma anche autentici gangster, come il narcotrafficante messicano Joaquin Guzman Loera, che dopo l’uccisione del colombiano Pablo Escobar ha avocato a sé il mercato della cocaina negli Stati Uniti.

In sostanza, una genia riconoscibile di uomini d’affari, di radice criminale, proveniente da tutti i continenti, ha potuto partecipare a pieno titolo ai processi, li ha in parte sospinti, ha corroborato un metodo, imprimendo agli scambi velocità inconsuete, radicalizzando quindi il senso dell’azzardo. Ne sono un riscontro i paradisi del riciclaggio che, sorretti da potenti cartelli, proprio negli ultimi due decenni hanno potuto operare al massimo di giri. Se quelli della tradizione, dal Liechtenstein a Panama, dal Lussemburgo alla Svizzera, hanno guadagnato infatti in scioltezza, soprattutto i più recenti, meglio attrezzati alle situazioni, hanno fatto per certi versi il nuovo catechismo della finanza internazionale.

Pur connettendosi con la tradizione inesausta dell’evasione fiscale, tali siti hanno mutato carattere e modi, per certi versi specializzandosi, rendendosi sempre più organici alle economie propriamente criminali: in particolare ai traffici di narcotici, armi, esseri umani. Le contiguità, pure dirette e materiali, indotte da tali paradisi hanno contribuito altresì a superare remore e slargare gli orizzonti operativi.

Evidentemente, le isole Cayman, che, come testimoniano le vicende della Bank of Credit and Commerce International e non solo, a lungo hanno costituito un punto di condensazione fra mafie ed economie ufficiali, sono solo l’emblema di un modo d’essere. Come può esserlo Lefkose, capitale della repubblica cipriota vassalla della Turchia, in cui, all’ombra di un centinaio di banche off-shore e di ben 18 casinò, da qualche decennio vengono organizzate le tratte dei migranti, e degli schiavi, che dall’oriente asiatico e dall’Africa si versano in Europa, dalle porte balcaniche, spagnole, siciliane.

Dalle cose emerge insomma che i paradisi vecchio stampo, immobili, perfino riconoscibili, hanno lasciato il posto a un mondo ubiquo, mobile, al passo con i tempi, largamente impermeabile alle stesse rilevazioni dell’Ocse, e comunque irriducibile, malgrado il sommarsi di accordi, perlopiù incoerenti, fra governi dopo il varo del Patriot Act statunitense nel 2001.

Tutto questo, ovviamente, non può essere estraneo alle bolle speculative, che, impinguate pure dalla politica economica americana di questi anni, volta ad alzare valli di difesa e a pianificare assalti “preventivi”, alla fine sono esplose in modo catastrofico. E qui si innesta un paradosso. Se l’economia illegale ha contribuito, seppure da comprimaria, a generare la depressione economica dei nostri giorni, è quella che di più può beneficiarne.

Le mafie del resto hanno sempre guadagnato dalle crisi, non soltanto economiche, dell’ultimo secolo. Quella italiana ha tratto vantaggi immensi dalle cesure del 1943-45. Quella russa e le altre slave hanno tratto uno slancio supremo dall’89. L’illegalità economica statunitense può essere detta figlia della grande crisi del 1929, perché proprio in quello snodo, nei primi anni trenta, i boss raccolsero maggiormente i frutti del contrabbando che aveva caratterizzato il decennio precedente, del proibizionismo: Al Capone in testa, che dall’hotel Lexington di Chicago, suo quartier generale, dettava legge alle ufficialità, mentre nei propri ristoranti offriva pasti caldi ai poveri che più erano stati colpiti dalla recessione.

In che modo, allora, gli imperi economici illegali stanno beneficiando della recessione? Il caso italiano, di certo fra i più rappresentativi per numeri e presenze in campo, consente di tracciare delle coordinate. È stato documentato che clan mafiosi stanno acquisendo proprietà d’immobili in tutta la Liguria, facendo leva sulla loro disponibilità di contante.

È stato segnalato inoltre, con dovizia di dati, che è in crescita l’usura, quindi il passaggio di mano di attività economiche legali ad ambiti illegali. Allarmi in tal senso sono stati quindi lanciati dalla Direzione Nazionale Antimafia e da varie procure, oltre che da numerose associazioni, lungo tutta la penisola. Se si allarga tuttavia il quadro affiora dell’altro. Le mafie italiane, che secondo la Confesercenti muovono capitali per diverse centinaia di miliardi di euro, pari al 6 per cento del PIL, hanno sempre avuto un feeling con l’edilizia, come del resto quelle di ogni altro paese.

Mai però come in questi anni, che proprio nella vicenda immobiliare hanno visto le accensioni economiche più telluriche, si sono dimostrate lungimiranti. Si sono rese artefici infatti di un importante progetto di diversificazione, che sta recando dei punti fermi in tre ambiti divenuti eminentemente economici: l’acqua, il ciclo dei rifiuti, le energie, incluse quelle che vengono dette alternative, come nel caso delle eoliche. E tali affari, a conti fatti, non possono conoscere crisi né in Italia né altrove, almeno nei modi e nei numeri che adesso, a titolo generale, si registrano.

Tale paradigma non può valere d’altronde solo per questo paese. La crisi, che ha avuto l’epicentro negli States ma si è propagata ovunque per le interdipendenze del sistema, è stata originata soprattutto dalle bolle speculative, abnormi, che hanno interessato il mercato immobiliare. Non c’è ragione quindi di ritenere che le economie illegali di stati come Colombia, Russia e Stati Uniti, non prive peraltro di nessi con quella italiana, si siano mosse diversamente. E alcuni dati ne danno conto.

È documentato che la mafia russa e quella cecena sono presenti nel business del petrolio, dei materiali radioattivi, del gas. È emerso in particolare che il controllo esercitato dalla neftemafiya sulle esportazioni di greggio, ha provocato alla Federazione Russa perdite annue per miliardi di dollari. I dati delle maggiori borse internazionali, inclusa quella di Piazza Affari, confermano d’altronde che i titoli dell’acqua, del gas e dell’energia elettrica, le cosiddette Utilities, hanno retto meglio di altri, inclusi quelli del mitico Nasdaq, ai colpi della recessione.

Prova ne è che i fondi EFT, contenenti i titoli delle 30 maggiori società multinazionali dell’acqua, sono fra i pochi in questi tempi a garantire degli utili. 10 mila dollari investiti in tali titoli agli inizi del 2002, sono diventati infatti 20 mila a fine 2008. Mentre altri fondi, soprattutto a causa dei rovesci del biennio 2007-2008, hanno dato di massima risultati negativi.



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Di Carlo Ruta


È il caso di partire da un dato. Nell’attuale crisi, la sola che riesce a evocare quella drammatica del 1929, un peso non da poco hanno avuto i flussi di capitali anomali, di origine illegale, per il rilievo del tutto particolare che i medesimi hanno recato nell’estendersi delle bolle speculative. Si consideri il caso della Russia, dove la forbice delle ricchezze ha assunto ampiezze iperboliche, anche al cospetto di paesi di tradizione liberal. Dopo il trauma dell’89, uomini d’affari legati spesso all’Organizatsya, la mafia di quelle regioni, hanno potuto dettare regole, fare accordi alla pari con pezzi di stato, fino al capolinea del Cremlino. Sono andati quindi letteralmente all’assalto, puntando sull’industria metallurgica, sul petrolio, ma pure, con decisione, sul grande mercato immobiliare: tutto da ridisegnare dopo decenni di edilizia pianificata dalle burocrazie sovietiche.

Con tali numeri si sono riversati altresì lungo i continenti, mettendo radici negli Stati Uniti, nell’oriente asiatico, in Israele, nell’Europa occidentale, Italia inclusa. Hanno alimentato trame speculative, incettato territori, animato paradisi già esistenti o in ascesa tumultuosa, come quello di Dubai, finendo per crearne di propri, come quello di Goa, in India, dove hanno avocato a sé, con guadagni d’oro, gran parte del territorio, combinando ad arte le suggestioni dell’effimero e il cash, la forza del contante.

Si tratta evidentemente di uno scorcio, solo rappresentativo di uno scenario multiplo, euforico, che ha visto del tutto ridisegnate le mappe delle fortune. È fin troppo sintomatico che nella lista dei più ricchi al mondo compilata da “Forbes” emergano oggi non soltanto nababbi russi dal profilo equivoco, come Oleg Vladimirovič Deripaska, notoriamente legato alla mafia moscovita dei fratelli Lev e Michail Černye, ma anche autentici gangster, come il narcotrafficante messicano Joaquin Guzman Loera, che dopo l’uccisione del colombiano Pablo Escobar ha avocato a sé il mercato della cocaina negli Stati Uniti.

In sostanza, una genia riconoscibile di uomini d’affari, di radice criminale, proveniente da tutti i continenti, ha potuto partecipare a pieno titolo ai processi, li ha in parte sospinti, ha corroborato un metodo, imprimendo agli scambi velocità inconsuete, radicalizzando quindi il senso dell’azzardo. Ne sono un riscontro i paradisi del riciclaggio che, sorretti da potenti cartelli, proprio negli ultimi due decenni hanno potuto operare al massimo di giri. Se quelli della tradizione, dal Liechtenstein a Panama, dal Lussemburgo alla Svizzera, hanno guadagnato infatti in scioltezza, soprattutto i più recenti, meglio attrezzati alle situazioni, hanno fatto per certi versi il nuovo catechismo della finanza internazionale.

Pur connettendosi con la tradizione inesausta dell’evasione fiscale, tali siti hanno mutato carattere e modi, per certi versi specializzandosi, rendendosi sempre più organici alle economie propriamente criminali: in particolare ai traffici di narcotici, armi, esseri umani. Le contiguità, pure dirette e materiali, indotte da tali paradisi hanno contribuito altresì a superare remore e slargare gli orizzonti operativi.

Evidentemente, le isole Cayman, che, come testimoniano le vicende della Bank of Credit and Commerce International e non solo, a lungo hanno costituito un punto di condensazione fra mafie ed economie ufficiali, sono solo l’emblema di un modo d’essere. Come può esserlo Lefkose, capitale della repubblica cipriota vassalla della Turchia, in cui, all’ombra di un centinaio di banche off-shore e di ben 18 casinò, da qualche decennio vengono organizzate le tratte dei migranti, e degli schiavi, che dall’oriente asiatico e dall’Africa si versano in Europa, dalle porte balcaniche, spagnole, siciliane.

Dalle cose emerge insomma che i paradisi vecchio stampo, immobili, perfino riconoscibili, hanno lasciato il posto a un mondo ubiquo, mobile, al passo con i tempi, largamente impermeabile alle stesse rilevazioni dell’Ocse, e comunque irriducibile, malgrado il sommarsi di accordi, perlopiù incoerenti, fra governi dopo il varo del Patriot Act statunitense nel 2001.

Tutto questo, ovviamente, non può essere estraneo alle bolle speculative, che, impinguate pure dalla politica economica americana di questi anni, volta ad alzare valli di difesa e a pianificare assalti “preventivi”, alla fine sono esplose in modo catastrofico. E qui si innesta un paradosso. Se l’economia illegale ha contribuito, seppure da comprimaria, a generare la depressione economica dei nostri giorni, è quella che di più può beneficiarne.

Le mafie del resto hanno sempre guadagnato dalle crisi, non soltanto economiche, dell’ultimo secolo. Quella italiana ha tratto vantaggi immensi dalle cesure del 1943-45. Quella russa e le altre slave hanno tratto uno slancio supremo dall’89. L’illegalità economica statunitense può essere detta figlia della grande crisi del 1929, perché proprio in quello snodo, nei primi anni trenta, i boss raccolsero maggiormente i frutti del contrabbando che aveva caratterizzato il decennio precedente, del proibizionismo: Al Capone in testa, che dall’hotel Lexington di Chicago, suo quartier generale, dettava legge alle ufficialità, mentre nei propri ristoranti offriva pasti caldi ai poveri che più erano stati colpiti dalla recessione.

In che modo, allora, gli imperi economici illegali stanno beneficiando della recessione? Il caso italiano, di certo fra i più rappresentativi per numeri e presenze in campo, consente di tracciare delle coordinate. È stato documentato che clan mafiosi stanno acquisendo proprietà d’immobili in tutta la Liguria, facendo leva sulla loro disponibilità di contante.

È stato segnalato inoltre, con dovizia di dati, che è in crescita l’usura, quindi il passaggio di mano di attività economiche legali ad ambiti illegali. Allarmi in tal senso sono stati quindi lanciati dalla Direzione Nazionale Antimafia e da varie procure, oltre che da numerose associazioni, lungo tutta la penisola. Se si allarga tuttavia il quadro affiora dell’altro. Le mafie italiane, che secondo la Confesercenti muovono capitali per diverse centinaia di miliardi di euro, pari al 6 per cento del PIL, hanno sempre avuto un feeling con l’edilizia, come del resto quelle di ogni altro paese.

Mai però come in questi anni, che proprio nella vicenda immobiliare hanno visto le accensioni economiche più telluriche, si sono dimostrate lungimiranti. Si sono rese artefici infatti di un importante progetto di diversificazione, che sta recando dei punti fermi in tre ambiti divenuti eminentemente economici: l’acqua, il ciclo dei rifiuti, le energie, incluse quelle che vengono dette alternative, come nel caso delle eoliche. E tali affari, a conti fatti, non possono conoscere crisi né in Italia né altrove, almeno nei modi e nei numeri che adesso, a titolo generale, si registrano.

Tale paradigma non può valere d’altronde solo per questo paese. La crisi, che ha avuto l’epicentro negli States ma si è propagata ovunque per le interdipendenze del sistema, è stata originata soprattutto dalle bolle speculative, abnormi, che hanno interessato il mercato immobiliare. Non c’è ragione quindi di ritenere che le economie illegali di stati come Colombia, Russia e Stati Uniti, non prive peraltro di nessi con quella italiana, si siano mosse diversamente. E alcuni dati ne danno conto.

È documentato che la mafia russa e quella cecena sono presenti nel business del petrolio, dei materiali radioattivi, del gas. È emerso in particolare che il controllo esercitato dalla neftemafiya sulle esportazioni di greggio, ha provocato alla Federazione Russa perdite annue per miliardi di dollari. I dati delle maggiori borse internazionali, inclusa quella di Piazza Affari, confermano d’altronde che i titoli dell’acqua, del gas e dell’energia elettrica, le cosiddette Utilities, hanno retto meglio di altri, inclusi quelli del mitico Nasdaq, ai colpi della recessione.

Prova ne è che i fondi EFT, contenenti i titoli delle 30 maggiori società multinazionali dell’acqua, sono fra i pochi in questi tempi a garantire degli utili. 10 mila dollari investiti in tali titoli agli inizi del 2002, sono diventati infatti 20 mila a fine 2008. Mentre altri fondi, soprattutto a causa dei rovesci del biennio 2007-2008, hanno dato di massima risultati negativi.



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Quel sangue del Sud - Nel momento della tragedia non possiamo non chiederci perché a morire sono sempre, o quasi sempre, soldati del Meridione



Di Roberto Saviano


Vengo da una terra di reduci e combattenti. E l'ennesima strage di soldati non l'accolgo con la sorpresa di chi, davanti a una notizia particolarmente dolorosa e grave, torna a includere una terra lontana come l'Afghanistan nella propria geografia mentale. Per me quel territorio ha sempre fatto parte della mia geografia, geografia di luoghi dove non c'è pace. Gli italiani partiti per laggiù e quelli che restano in Sicilia, in Calabria o in Campania per me fanno in qualche modo parte di una mappa unica, diversa da quella che abbraccia pure Firenze, Torino o Bolzano.

Dei ventun soldati italiani caduti in Afghanistan la parte maggiore sono meridionali. Meridionali arruolati nelle loro regioni d'origine, o trasferiti altrove o persino figli di meridionali emigrati. A chi in questi anni dal Nord Italia blaterava sul Sud come di un'appendice necrotizzata di cui liberarsi, oggi, nel silenzio che cade sulle città d'origine di questi uomini dilaniati dai Taliban, troverà quella risposta pesantissima che nessuna invocazione del valore nazionale è stato in grado di dargli. Oggi siamo dinanzi all'ennesimo tributo di sangue che le regioni meridionali, le regioni più povere d'Italia, versano all'intero paese.

Indipendentemente da dove abitiamo, indipendente da come la pensiamo sulle missioni e sulla guerra, nel momento della tragedia non possiamo non considerare l'origine di questi soldati, la loro storia, porci la domanda perché a morire sono sempre o quasi sempre soldati del Sud. L'esercito oggi è fatto in gran parte da questi ragazzi, ragazzi giovani, giovanissimi in molti casi. Anche stavolta è così. Non può che essere così. E a sgoccioli, coi loro nomi diramati dal ministro della Difesa ne arriva la conferma ufficiale. Antonio Fortunato, trentacinque anni, tenente, nato a Lagonegro in Basilicata. Roberto Valente, trentasette anni, sergente maggiore, di Napoli. Davide Ricchiuto, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato a Glarus in Svizzera, ma residente a Tiggiano, in provincia di Lecce. Giandomenico Pistonami, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato ad Orvieto, ma residente a Lubriano in provincia di Viterbo. Massimiliano Randino, trentadue anni, caporalmaggiore, di Pagani, provincia di Salerno. Matteo Mureddu, ventisei anni, caporalmaggiore, di Solarussa, un paesino in provincia di Oristano, figlio di un allevatore di pecore. Due giorni fa Roberto Valente stava ancora a casa sua vicino allo stadio San Paolo, a Piedigrotta, a godersi le ultime ore di licenza con sua moglie e il suo bambino, come pure Massimiliano Radino, sposato da cinque anni, non ancora padre.

Erano appena sbarcati a Kabul, appena saliti sulle auto blindate, quei grossi gipponi "Lince" che hanno fama di essere fra i più sicuri e resistenti, però non reggono alla combinazione di chi dispone di tanto danaro per imbottire un'auto di 150 chili di tritolo e di tanti uomini disposti a farsi esplodere. Andando addosso a un convoglio, aprendo un cratere lunare profondo un metro nella strada, sventrando case, macchine, accartocciando biciclette, uccidendo quindici civili afgani, ferendone un numero non ancora precisato di altri, una sessantina almeno, bambini e donne inclusi.

E dilaniando, bruciando vivi, cuocendo nel loro involucro di metallo inutilmente rafforzato i nostri sei paracadutisti, due dei quali appena arrivati. Partiti dalla mia terra, sbarcati, sventrati sulla strada dell'aeroporto di Kabul, all'altezza di una rotonda intitolata alla memoria del comandante Ahmad Shah Massoud, il leone del Panjshir, il grande nemico dell'ultimo esercito che provò ad occupare quell'impervia terra di montagne, sopravvissuto alla guerra sovietica, ma assassinato dai Taliban. Niente può dirla meglio, la strana geografia dei territori di guerra in cui oggi ci siamo svegliati tutti per la deflagrazione di un'autobomba più potente delle altre, ma che giorno dopo giorno, quando non ce ne accorgiamo, continua a disegnare i suoi confini incerti, mobili, slabbrati. Non è solo la scia di sangue che unisce la mia terra a un luogo che dalle mie parti si sente nominare storpiato in Affanìstan, Afgrànistan, Afgà. E' anche altro. Quell'altro che era arrivato prima che dai paesini della Campania partissero i soldati: l'afgano, l'hashish migliore in assoluto che qui passava in lingotti e riempiva i garage ed è stato per anni il vero richiamo che attirava chiunque nelle piazze di spaccio locali. L'hashish e prima ancora l'eroina e oggi di nuovo l'eroina afgana. Quella che permette ai Taliban di abbondare con l'esplosivo da lanciare contro ai nostri soldati coi loro detonatori umani.

E' anche questo che rende simili queste terre, che fa sembrare l'Afganistan una provincia dell'Italia meridionale. Qui come là i signori della guerra sono forti perché sono signori di altro, delle cose, della droga, del mercato che non conosce né confini né conflitti. Delle armi, del potere, delle vite che con quel che ne ricavano, riescono a comprare. L'eroina che gestiscono i Taliban è praticamente il 90% dell'eroina che si consuma nel mondo. I ragazzi che partono spesso da realtà devastate dai cartelli criminali hanno trovato la morte per mano di chi con quei cartelli criminali ci fa affari. L'eroina afgana inonda il mondo e finanzia la guerra dei Taliban. Questa è una delle verità che meno vengono dette in Italia. Le merci partono e arrivano, gli uomini invece partono sempre senza garanzia di tornare. Quegli uomini, quei ragazzi possono essere nati nella Svizzera tedesca o trasferiti in Toscana, ma il loro baricentro rimane al paese di cui sono originari. È a partire da quei paesini che matura la decisione di andarsene, di arruolarsi, di partire volontari. Per sfuggire alla noia delle serate sempre uguali, sempre le stesse facce, sempre lo stesso bar di cui conosci persino la seduta delle sedie usurate. Per avere uno stipendio decente con cui mettere su famiglia, sostenere un mutuo per la casa, pagarsi un matrimonio come si deve, come aveva già organizzato prima di essere dilaniato in un convoglio simile a quello odierno, Vincenzo Cardella, di San Prisco, pugile dilettante alla stessa palestra di Marcianise che ha appena ricevuto il titolo mondiale dei pesi leggeri grazie a Mirko Valentino. Anche lui uno dei ragazzi della mia terra arruolati: nella polizia, non nell'esercito. Arruolarsi, anche, per non dover partire verso il Nord, alla ricerca di un lavoro forse meno stabile, dove sono meno certe le licenze e quindi i ritorni a casa, dove la solitudine è maggiore che fra i compagni, ragazzi dello stesso paese, della stessa regione, della stessa parte d'Italia. E poi anche per il rifiuto di finire nell'altro esercito, quello della camorra e delle altre organizzazioni criminali, quello che si gonfia e si ingrossa dei ragazzi che non vogliono finire lontani.

E sembra strano, ma per questi ragazzi morti oggi come per molti di quelli caduti negli anni precedenti, fare il soldato sembra una decisione dettata al tempo stesso da un buon senso che rasenta la saggezza perché comunque il calcolo fra rischi e benefici sembra vantaggioso, e dalla voglia di misurarsi, di dimostrare il proprio valore e il proprio coraggio. Di dimostrare, loro cresciuti fra la noia e la guerra che passa o può passare davanti al loro bar abituale fra le strade dei loro paesini addormentati, che "un'altra guerra è possibile". Che combattere con una divisa per una guerra lontana può avere molta più dignità che lamentarsi della disoccupazione quasi fosse una sventura naturale e del mondo che non gira come dovrebbe, come di una condizione immutabile.

Sapendo che i molti italiani che li chiameranno invasori e assassini, ma pure gli altri che li chiameranno eroi, non hanno entrambi idea di che cosa significhi davvero fare il mestiere del soldato. E sapendo pure che, se entrambi non ne hanno idea e non avrebbero mai potuto intraprendere la stessa strada, è perché qualcuno gliene ne ha regalate di molto più comode, certo non al rischio di finire sventrati da un'autobomba. Infatti loro, le destinazioni per cui partono, non le chiamano "missione di pace".

Forse non lo sanno sino in fondo che nelle caserme dell'Afghanistan possono trovare la stessa noia o la stessa morte che a casa. Ma scelgono di arruolarsi nell'esercito che porta la bandiera di uno Stato, in una forza che non dispone della vita e della morte grazie al denaro dei signori della guerra e della droga. Per questo, mi augurerei che anche chi odia la guerra e ritiene ipocrita la sua ridefinizione in "missione di pace", possa fermarsi un attimo a ricordare questi ragazzi. A provare non solo dolore per degli uomini strappati alla vita in modo atroce, ma commemorarli come sarebbe piaciuto a loro. A onorarli come soldati e come uomini morti per il loro lavoro. Quando è arrivata la notizia dell'attentato, un amico pugliese mi ha chiamato immediatamente e mi ha detto: "Tutti i ragazzi morti sono nostri". Sono nostri è come per dire sono delle nostre zone. Come per Nassiriya, come per il Libano ora anche per Kabul. E che siano nostri lo dimostriamo non nella retorica delle condoglianze ma raccontando cosa significa nascere in certe terre, cosa significa partire per una missione militare, e che le loro morti non portino una sorta di pietra tombale sulla voglia di cambiare le cose. Come se sui loro cadaveri possa celebrarsi una presunta pacificazione nazionale nata dal cordoglio. No, al contrario, dobbiamo continuare a porre e porci domande, a capire perché si parte per la guerra, perché il paese decide di subire sempre tutto come se fosse indifferente a ogni dolore, assuefatto ad ogni tragedia.

Queste morti ci chiedono perché tutto in Italia è sempre valutato con cinismo, sospetto, indifferenza, e persino decine e decine di morti non svegliano nessun tipo di reazione, ma solo ancora una volta apatia, sofferenza passiva, tristezza inattiva, il solito "è sempre andata così". Questi uomini del Sud, questi soldati caduti urlano alle coscienze, se ancora ne abbiamo, che le cose in questo paese non vanno bene, dicono che non va più bene che ci si accorga del Sud e di cosa vive una parte del paese solo quando paga un alto tributo di sangue come hanno fatto oggi questi sei soldati. Perché a Sud si è in guerra. Sempre.

Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency
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Di Roberto Saviano


Vengo da una terra di reduci e combattenti. E l'ennesima strage di soldati non l'accolgo con la sorpresa di chi, davanti a una notizia particolarmente dolorosa e grave, torna a includere una terra lontana come l'Afghanistan nella propria geografia mentale. Per me quel territorio ha sempre fatto parte della mia geografia, geografia di luoghi dove non c'è pace. Gli italiani partiti per laggiù e quelli che restano in Sicilia, in Calabria o in Campania per me fanno in qualche modo parte di una mappa unica, diversa da quella che abbraccia pure Firenze, Torino o Bolzano.

Dei ventun soldati italiani caduti in Afghanistan la parte maggiore sono meridionali. Meridionali arruolati nelle loro regioni d'origine, o trasferiti altrove o persino figli di meridionali emigrati. A chi in questi anni dal Nord Italia blaterava sul Sud come di un'appendice necrotizzata di cui liberarsi, oggi, nel silenzio che cade sulle città d'origine di questi uomini dilaniati dai Taliban, troverà quella risposta pesantissima che nessuna invocazione del valore nazionale è stato in grado di dargli. Oggi siamo dinanzi all'ennesimo tributo di sangue che le regioni meridionali, le regioni più povere d'Italia, versano all'intero paese.

Indipendentemente da dove abitiamo, indipendente da come la pensiamo sulle missioni e sulla guerra, nel momento della tragedia non possiamo non considerare l'origine di questi soldati, la loro storia, porci la domanda perché a morire sono sempre o quasi sempre soldati del Sud. L'esercito oggi è fatto in gran parte da questi ragazzi, ragazzi giovani, giovanissimi in molti casi. Anche stavolta è così. Non può che essere così. E a sgoccioli, coi loro nomi diramati dal ministro della Difesa ne arriva la conferma ufficiale. Antonio Fortunato, trentacinque anni, tenente, nato a Lagonegro in Basilicata. Roberto Valente, trentasette anni, sergente maggiore, di Napoli. Davide Ricchiuto, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato a Glarus in Svizzera, ma residente a Tiggiano, in provincia di Lecce. Giandomenico Pistonami, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato ad Orvieto, ma residente a Lubriano in provincia di Viterbo. Massimiliano Randino, trentadue anni, caporalmaggiore, di Pagani, provincia di Salerno. Matteo Mureddu, ventisei anni, caporalmaggiore, di Solarussa, un paesino in provincia di Oristano, figlio di un allevatore di pecore. Due giorni fa Roberto Valente stava ancora a casa sua vicino allo stadio San Paolo, a Piedigrotta, a godersi le ultime ore di licenza con sua moglie e il suo bambino, come pure Massimiliano Radino, sposato da cinque anni, non ancora padre.

Erano appena sbarcati a Kabul, appena saliti sulle auto blindate, quei grossi gipponi "Lince" che hanno fama di essere fra i più sicuri e resistenti, però non reggono alla combinazione di chi dispone di tanto danaro per imbottire un'auto di 150 chili di tritolo e di tanti uomini disposti a farsi esplodere. Andando addosso a un convoglio, aprendo un cratere lunare profondo un metro nella strada, sventrando case, macchine, accartocciando biciclette, uccidendo quindici civili afgani, ferendone un numero non ancora precisato di altri, una sessantina almeno, bambini e donne inclusi.

E dilaniando, bruciando vivi, cuocendo nel loro involucro di metallo inutilmente rafforzato i nostri sei paracadutisti, due dei quali appena arrivati. Partiti dalla mia terra, sbarcati, sventrati sulla strada dell'aeroporto di Kabul, all'altezza di una rotonda intitolata alla memoria del comandante Ahmad Shah Massoud, il leone del Panjshir, il grande nemico dell'ultimo esercito che provò ad occupare quell'impervia terra di montagne, sopravvissuto alla guerra sovietica, ma assassinato dai Taliban. Niente può dirla meglio, la strana geografia dei territori di guerra in cui oggi ci siamo svegliati tutti per la deflagrazione di un'autobomba più potente delle altre, ma che giorno dopo giorno, quando non ce ne accorgiamo, continua a disegnare i suoi confini incerti, mobili, slabbrati. Non è solo la scia di sangue che unisce la mia terra a un luogo che dalle mie parti si sente nominare storpiato in Affanìstan, Afgrànistan, Afgà. E' anche altro. Quell'altro che era arrivato prima che dai paesini della Campania partissero i soldati: l'afgano, l'hashish migliore in assoluto che qui passava in lingotti e riempiva i garage ed è stato per anni il vero richiamo che attirava chiunque nelle piazze di spaccio locali. L'hashish e prima ancora l'eroina e oggi di nuovo l'eroina afgana. Quella che permette ai Taliban di abbondare con l'esplosivo da lanciare contro ai nostri soldati coi loro detonatori umani.

E' anche questo che rende simili queste terre, che fa sembrare l'Afganistan una provincia dell'Italia meridionale. Qui come là i signori della guerra sono forti perché sono signori di altro, delle cose, della droga, del mercato che non conosce né confini né conflitti. Delle armi, del potere, delle vite che con quel che ne ricavano, riescono a comprare. L'eroina che gestiscono i Taliban è praticamente il 90% dell'eroina che si consuma nel mondo. I ragazzi che partono spesso da realtà devastate dai cartelli criminali hanno trovato la morte per mano di chi con quei cartelli criminali ci fa affari. L'eroina afgana inonda il mondo e finanzia la guerra dei Taliban. Questa è una delle verità che meno vengono dette in Italia. Le merci partono e arrivano, gli uomini invece partono sempre senza garanzia di tornare. Quegli uomini, quei ragazzi possono essere nati nella Svizzera tedesca o trasferiti in Toscana, ma il loro baricentro rimane al paese di cui sono originari. È a partire da quei paesini che matura la decisione di andarsene, di arruolarsi, di partire volontari. Per sfuggire alla noia delle serate sempre uguali, sempre le stesse facce, sempre lo stesso bar di cui conosci persino la seduta delle sedie usurate. Per avere uno stipendio decente con cui mettere su famiglia, sostenere un mutuo per la casa, pagarsi un matrimonio come si deve, come aveva già organizzato prima di essere dilaniato in un convoglio simile a quello odierno, Vincenzo Cardella, di San Prisco, pugile dilettante alla stessa palestra di Marcianise che ha appena ricevuto il titolo mondiale dei pesi leggeri grazie a Mirko Valentino. Anche lui uno dei ragazzi della mia terra arruolati: nella polizia, non nell'esercito. Arruolarsi, anche, per non dover partire verso il Nord, alla ricerca di un lavoro forse meno stabile, dove sono meno certe le licenze e quindi i ritorni a casa, dove la solitudine è maggiore che fra i compagni, ragazzi dello stesso paese, della stessa regione, della stessa parte d'Italia. E poi anche per il rifiuto di finire nell'altro esercito, quello della camorra e delle altre organizzazioni criminali, quello che si gonfia e si ingrossa dei ragazzi che non vogliono finire lontani.

E sembra strano, ma per questi ragazzi morti oggi come per molti di quelli caduti negli anni precedenti, fare il soldato sembra una decisione dettata al tempo stesso da un buon senso che rasenta la saggezza perché comunque il calcolo fra rischi e benefici sembra vantaggioso, e dalla voglia di misurarsi, di dimostrare il proprio valore e il proprio coraggio. Di dimostrare, loro cresciuti fra la noia e la guerra che passa o può passare davanti al loro bar abituale fra le strade dei loro paesini addormentati, che "un'altra guerra è possibile". Che combattere con una divisa per una guerra lontana può avere molta più dignità che lamentarsi della disoccupazione quasi fosse una sventura naturale e del mondo che non gira come dovrebbe, come di una condizione immutabile.

Sapendo che i molti italiani che li chiameranno invasori e assassini, ma pure gli altri che li chiameranno eroi, non hanno entrambi idea di che cosa significhi davvero fare il mestiere del soldato. E sapendo pure che, se entrambi non ne hanno idea e non avrebbero mai potuto intraprendere la stessa strada, è perché qualcuno gliene ne ha regalate di molto più comode, certo non al rischio di finire sventrati da un'autobomba. Infatti loro, le destinazioni per cui partono, non le chiamano "missione di pace".

Forse non lo sanno sino in fondo che nelle caserme dell'Afghanistan possono trovare la stessa noia o la stessa morte che a casa. Ma scelgono di arruolarsi nell'esercito che porta la bandiera di uno Stato, in una forza che non dispone della vita e della morte grazie al denaro dei signori della guerra e della droga. Per questo, mi augurerei che anche chi odia la guerra e ritiene ipocrita la sua ridefinizione in "missione di pace", possa fermarsi un attimo a ricordare questi ragazzi. A provare non solo dolore per degli uomini strappati alla vita in modo atroce, ma commemorarli come sarebbe piaciuto a loro. A onorarli come soldati e come uomini morti per il loro lavoro. Quando è arrivata la notizia dell'attentato, un amico pugliese mi ha chiamato immediatamente e mi ha detto: "Tutti i ragazzi morti sono nostri". Sono nostri è come per dire sono delle nostre zone. Come per Nassiriya, come per il Libano ora anche per Kabul. E che siano nostri lo dimostriamo non nella retorica delle condoglianze ma raccontando cosa significa nascere in certe terre, cosa significa partire per una missione militare, e che le loro morti non portino una sorta di pietra tombale sulla voglia di cambiare le cose. Come se sui loro cadaveri possa celebrarsi una presunta pacificazione nazionale nata dal cordoglio. No, al contrario, dobbiamo continuare a porre e porci domande, a capire perché si parte per la guerra, perché il paese decide di subire sempre tutto come se fosse indifferente a ogni dolore, assuefatto ad ogni tragedia.

Queste morti ci chiedono perché tutto in Italia è sempre valutato con cinismo, sospetto, indifferenza, e persino decine e decine di morti non svegliano nessun tipo di reazione, ma solo ancora una volta apatia, sofferenza passiva, tristezza inattiva, il solito "è sempre andata così". Questi uomini del Sud, questi soldati caduti urlano alle coscienze, se ancora ne abbiamo, che le cose in questo paese non vanno bene, dicono che non va più bene che ci si accorga del Sud e di cosa vive una parte del paese solo quando paga un alto tributo di sangue come hanno fatto oggi questi sei soldati. Perché a Sud si è in guerra. Sempre.

Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

Il giochetto delle veline inizia sul grande business delle centrali nucleari.


Filtra, si fa per dire, l’elenco delle località prescelte ( è un eufemismo) per ospitare una centrale nucleare.


Si tratta di Monfalcone [Gorizia], Scanzano Jonico [Matera], Palma [Agrigento], Oristano, Chioggia [Venezia], Caorso [Piacenza], Trino Vercellese [Vercelli], Montalto di Castro [Roma], Termini Imerese [Palermo], Termoli [Campobasso].
Secondo un documento riservato del ministero delle sviluppo economico, si indicherebbero anche come principali criteri di scelta dei siti la vicinanza al mare e a una centrale elettrica.

Per la Sicilia l’accoppiata capita a Termini Imerese, tanto per devastare ulteriormente il già dequalificato territorio palermitano.

E’ curioso però che le centrali dovrebbero essere quattro, già state appaltate al raggruppamento Enel - Edf (Electricité de France), con tecnologia francese, ma i siti individuati sono … dieci e questo, se messo in relazione con il viaggio del Ministro Scajola negli Stati il prossimo 28 settembre, per sottoscrivere l’accordo industriale per produrre energia nucleare sulla base degli accordi di maggio, in occasione del G8 sull’energia a Roma, fa pensare che il governo nazionale non dice tutto quello che ha in mente.

Chi giocherà la partita nucleare in Italia? Esisterebbe un consorzio fra l’Ansaldo e la società nippo-americana Toshiba-Westinghouse, per costruire centrali nucleari in Italia, ma Ansaldo smentisce affermando comunque di “essere” in gioco nella partita nucleare.

Un fatto sembra accertato. E cioè che le centrali che il governo italiano vuole regalare agli italiani non sarebbero quattro ma almeno dieci con l’aggiunto di un unico sito di stoccaggio delle scorie nucleari.

Proteste da parte di Edison finora esclusa.

Torniamo alle centrali. Si parla di terza generazione ma gli ultimi impianti di terza generazione realizzati in occidente risalgono agli anni ‘80, mentre il Giappone e la Corea nel corso hanno continuato a costruirli fino agli anni ‘90.

Attualmente, eccetto qualche paese, nessuno costruisce centrali in attesa dei reattori di quarta generazione che però arriveranno almeno fra vent’anni.

E’ iniziato il fermento nelle località “prescelte” e per quanto riguarda Termini Imerese, è forse l’unica certezza. Perché al di là delle smentite di prammatica a cui peraltro nessuno crede, l’isipiente casta politica regionale alla fine “soccomberà” ai voleri del capo romano.

Tanti annunci, nessuna certezza. Neanche economica. Ma alla fine, in qualche modo a pagare sarà lo stato. Intanto arriva il freno a mano di Giulio Tremonti …

Fonte:
OsservatorioSicilia
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Filtra, si fa per dire, l’elenco delle località prescelte ( è un eufemismo) per ospitare una centrale nucleare.


Si tratta di Monfalcone [Gorizia], Scanzano Jonico [Matera], Palma [Agrigento], Oristano, Chioggia [Venezia], Caorso [Piacenza], Trino Vercellese [Vercelli], Montalto di Castro [Roma], Termini Imerese [Palermo], Termoli [Campobasso].
Secondo un documento riservato del ministero delle sviluppo economico, si indicherebbero anche come principali criteri di scelta dei siti la vicinanza al mare e a una centrale elettrica.

Per la Sicilia l’accoppiata capita a Termini Imerese, tanto per devastare ulteriormente il già dequalificato territorio palermitano.

E’ curioso però che le centrali dovrebbero essere quattro, già state appaltate al raggruppamento Enel - Edf (Electricité de France), con tecnologia francese, ma i siti individuati sono … dieci e questo, se messo in relazione con il viaggio del Ministro Scajola negli Stati il prossimo 28 settembre, per sottoscrivere l’accordo industriale per produrre energia nucleare sulla base degli accordi di maggio, in occasione del G8 sull’energia a Roma, fa pensare che il governo nazionale non dice tutto quello che ha in mente.

Chi giocherà la partita nucleare in Italia? Esisterebbe un consorzio fra l’Ansaldo e la società nippo-americana Toshiba-Westinghouse, per costruire centrali nucleari in Italia, ma Ansaldo smentisce affermando comunque di “essere” in gioco nella partita nucleare.

Un fatto sembra accertato. E cioè che le centrali che il governo italiano vuole regalare agli italiani non sarebbero quattro ma almeno dieci con l’aggiunto di un unico sito di stoccaggio delle scorie nucleari.

Proteste da parte di Edison finora esclusa.

Torniamo alle centrali. Si parla di terza generazione ma gli ultimi impianti di terza generazione realizzati in occidente risalgono agli anni ‘80, mentre il Giappone e la Corea nel corso hanno continuato a costruirli fino agli anni ‘90.

Attualmente, eccetto qualche paese, nessuno costruisce centrali in attesa dei reattori di quarta generazione che però arriveranno almeno fra vent’anni.

E’ iniziato il fermento nelle località “prescelte” e per quanto riguarda Termini Imerese, è forse l’unica certezza. Perché al di là delle smentite di prammatica a cui peraltro nessuno crede, l’isipiente casta politica regionale alla fine “soccomberà” ai voleri del capo romano.

Tanti annunci, nessuna certezza. Neanche economica. Ma alla fine, in qualche modo a pagare sarà lo stato. Intanto arriva il freno a mano di Giulio Tremonti …

Fonte:
OsservatorioSicilia

 
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