sabato 29 agosto 2009

Abruzzo: dopo il danno del terremoto, la beffa della ricostruzione commissariata


Molte critiche sta sollevando l’intervento del governo per la ricostruzione delle aree abruzzesi colpite dal terremoto. Fin dall’inizio, il modo in cui il premier ha afferrato l’occasione del terremoto per farsi propaganda ha riempito d’indignazione.



di Edoardo Salzano

Siamo ormai abituati ai gesti istrionici per esserne troppo stupiti; ma frasi come quelle pecorecce espresse nei confronti della signora sotto la tenda, o l’invito a farsi una vacanza al mare, o la promessa di assegnare agli sfrattati una delle sue numerose case, hanno urtato particolarmente perché pronunciate al cospetto di una tragedia ancora viva, di fronte alle stesse dolenti persone che ancora ne portavano i segni.

Ha colpito ed è stato criticato il divario tra la sicumera delle promesse sui tempi e sull’ampiezza della ricostruzione e i tempi e le deficienze quantitative delle realizzazioni. Hanno preoccupato le voci delle infiltrazioni mafiose negli “affari” della ricostruzione, più facili grazie alla logica discrezionale dell’emergenza straordinaria e del ricorso al commissariamento che è stata adottata (e criticata).

Altrettanto giustamente sono state criticate le condizioni di vita nelle improvvisate tendopoli: una vita più simile a quella di un campo di concentramento che al riparo provvisorio d’una comunità di cittadini, cacciati dalle loro case da un disastroso ma prevedibile evento. Le critiche e preoccupazioni su questi aspetti sono giuste.

Ma la vera tragedia del modo berlusconiano di procedere alla ricostruzione risiede in due scelte, tra loro strettamente collegate, che avrebbero meritato un’attenzione più ampia: la scelta dell’affidamento della responsabilità esclusiva al commissario del premier, e la scelta della ricostruzione “altrove” delle case distrutte.

Con la prima scelta si è colpita la democrazia, e quindi la dimensione stessa della politica. I poteri locali sono stati emarginati fin dal primo giorno, e il loro allontanamento dal luogo delle decisioni ha proseguito e si è rafforzato nel tempo. Invece di allargare l’area della partecipazione popolare (una necessità che l’emergenza rendeva particolarmente stringente) la si è annullata mortificando le istituzioni che la rappresentano.

Con la seconda scelta si è colpita direttamente la società. Città e società sono due aspetti d’una medesima realtà: l’una non vive senza l’altra. Una città svuotata della società che l’ha costruita e trasformata nei secoli e negli anni, che l’abita e la vive, non è una città più di quanto lo siano le splendide rovine d’una Leptis Magna disseppellita dalle sabbie o d’una Pompei liberata dai lapilli.

E una società i cui membri siano dispersi sul territorio e trasferiti in siti costruiti ex novo (per di più senza la loro partecipazione) privati dei loro luoghi, degli scenari della vita quotidiana e degli eventi comuni, delle loro istituzioni, è ridotta un insieme di individui dispersi.

Questa è la direzione di marcia dell’attuale maggioranza, debolmente e inefficacemente contrastata dall’opposizione. L’impiego del ricorso al commissario per qualsiasi opera o azione che si vuol fare calpestando ogni possibile obiezione o dissenso: l’apoteosi della governabilità del monarca contrapposta alla democrazia di tutti. La costruzione di nuove città invece di recuperare, riusare, riqualificare, rendere vivibili per tutti le città che già esistono, che hanno una storia, che sono abitate da una società viva.

Non ha promesso Berlusconi una “new city” per ogni capoluogo di provincia? A me, francamente, che questo modo di governare sia volto all’arricchimento di qualche clan interessa meno del fatto che questo modo uccide la città e la società. Rende vera e attuale nel nostro Abruzzo la frase di Noemi Klein: “Le grandi catastrofi sgretolano il tessuto sociale non solo le case”.

Fonte:
Tiscali notizie
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Molte critiche sta sollevando l’intervento del governo per la ricostruzione delle aree abruzzesi colpite dal terremoto. Fin dall’inizio, il modo in cui il premier ha afferrato l’occasione del terremoto per farsi propaganda ha riempito d’indignazione.



di Edoardo Salzano

Siamo ormai abituati ai gesti istrionici per esserne troppo stupiti; ma frasi come quelle pecorecce espresse nei confronti della signora sotto la tenda, o l’invito a farsi una vacanza al mare, o la promessa di assegnare agli sfrattati una delle sue numerose case, hanno urtato particolarmente perché pronunciate al cospetto di una tragedia ancora viva, di fronte alle stesse dolenti persone che ancora ne portavano i segni.

Ha colpito ed è stato criticato il divario tra la sicumera delle promesse sui tempi e sull’ampiezza della ricostruzione e i tempi e le deficienze quantitative delle realizzazioni. Hanno preoccupato le voci delle infiltrazioni mafiose negli “affari” della ricostruzione, più facili grazie alla logica discrezionale dell’emergenza straordinaria e del ricorso al commissariamento che è stata adottata (e criticata).

Altrettanto giustamente sono state criticate le condizioni di vita nelle improvvisate tendopoli: una vita più simile a quella di un campo di concentramento che al riparo provvisorio d’una comunità di cittadini, cacciati dalle loro case da un disastroso ma prevedibile evento. Le critiche e preoccupazioni su questi aspetti sono giuste.

Ma la vera tragedia del modo berlusconiano di procedere alla ricostruzione risiede in due scelte, tra loro strettamente collegate, che avrebbero meritato un’attenzione più ampia: la scelta dell’affidamento della responsabilità esclusiva al commissario del premier, e la scelta della ricostruzione “altrove” delle case distrutte.

Con la prima scelta si è colpita la democrazia, e quindi la dimensione stessa della politica. I poteri locali sono stati emarginati fin dal primo giorno, e il loro allontanamento dal luogo delle decisioni ha proseguito e si è rafforzato nel tempo. Invece di allargare l’area della partecipazione popolare (una necessità che l’emergenza rendeva particolarmente stringente) la si è annullata mortificando le istituzioni che la rappresentano.

Con la seconda scelta si è colpita direttamente la società. Città e società sono due aspetti d’una medesima realtà: l’una non vive senza l’altra. Una città svuotata della società che l’ha costruita e trasformata nei secoli e negli anni, che l’abita e la vive, non è una città più di quanto lo siano le splendide rovine d’una Leptis Magna disseppellita dalle sabbie o d’una Pompei liberata dai lapilli.

E una società i cui membri siano dispersi sul territorio e trasferiti in siti costruiti ex novo (per di più senza la loro partecipazione) privati dei loro luoghi, degli scenari della vita quotidiana e degli eventi comuni, delle loro istituzioni, è ridotta un insieme di individui dispersi.

Questa è la direzione di marcia dell’attuale maggioranza, debolmente e inefficacemente contrastata dall’opposizione. L’impiego del ricorso al commissario per qualsiasi opera o azione che si vuol fare calpestando ogni possibile obiezione o dissenso: l’apoteosi della governabilità del monarca contrapposta alla democrazia di tutti. La costruzione di nuove città invece di recuperare, riusare, riqualificare, rendere vivibili per tutti le città che già esistono, che hanno una storia, che sono abitate da una società viva.

Non ha promesso Berlusconi una “new city” per ogni capoluogo di provincia? A me, francamente, che questo modo di governare sia volto all’arricchimento di qualche clan interessa meno del fatto che questo modo uccide la città e la società. Rende vera e attuale nel nostro Abruzzo la frase di Noemi Klein: “Le grandi catastrofi sgretolano il tessuto sociale non solo le case”.

Fonte:
Tiscali notizie

venerdì 28 agosto 2009

A ben guardare, il potere si sposta verso il Sud del mondo


di Johan Galtung - transcend.org.

Il Sud è in arrivo, con - o si spera senza - rivalsa.

Guardiamo i fatti essenziali nella distribuzione del potere.
L’Occidente abramitico si è espanso tre volte: l’islam fra il 622 e il 1492 dall’Iberia alle Filippine; il cristianesimo dal 1492 su tutti i cinque continenti; e l’ebraismo nella sua forma sionista dal 1948 nel Medio Oriente. Si sono lasciati e si lasciano dietro nella loro scia enormi scontri di civiltà, molti spenti.

Una loro forma era la pura conquista. Un’altra era il colonialismo, che spesso iniziò culturalmente con missionari che attuavano
Matteo 28:18-20; e continuò economicamente con l’estrazione di risorse in cambio di poco o niente; e continuò militarmente - spesso pagata dagli interessi economici - per proteggere i ricavi dagli insorti; e si concluse politicamente con la bandiera e il palazzo del governatore e una élite locale a telecomando, comprata per agire da polizia localmente. L’imperialismo era senza la bandiera e un’ambasciata come palazzo.

Arriva poi la decolonizzazione in ordine inverso: un mutamento del tessuto e il rilevamento del palazzo da parte di élite locali per cui si trovano nuove modalità di corruzione; l’invio delle guarnigioni per gli arresti ma trattenendo qualcuno di loro per addestrarlo nelle proprie fila; il mantenimento dello schema di scambi economici in termini di risorse contro perle e balocchi per le élite; e il mantenimento della cultura occidentale al di sopra delle cosmologie e lingue locali. Com’è il bilancio?

Non così male per il Sud colonizzato in precedenza.

Culturalmente, il Sud ha una incredibile varietà linguistica e religiosa - religioni di portata mondiale come l’islam, l’induismo e il buddhismo e filosofie come il taoismo e il confucianesimo e un’immensa varietà di altre. In cima a questo si aggiunga la loro padronanza delle lingue e religioni degli imperi (ivi compresi gli zar neri e rossi): i tre cristianesimi, l’ebraismo, e la loro prole - il secolarismo. Il Nord, guidato dal razzismo e dall’arroganza, non ha imparato nulla, conservando quanto si sarebbe potuto imparare in musei e presso pochi accademici.

Economicamente, il Sud ha un’enorme varietà di risorse, e di gran lunga la maggioranza della forza lavoro. Sì, il Nord ha il capitale accumulato in mezzo millennio di sfruttamento, da parte del Regno Unito in generale e dai banchieri ebrei accentrati a Londra - come la Casa dei Rothschild - in particolare, e dagli USA in generale e dai banchieri ebrei di Wall Street in particolare con i massoni anglo-americano-ebraici come articolazione importante. Che giusto ora sono in grossi guai finanziari del tutto autoprodotti.

Sì, il Nord ha la tecnologia, i mezzi di produzione accumulati in mezzo millennio di monopolio sulle arrischiate modalità di elaborazione delle risorse, ossia di cuocere il materiale crudo. E il Nord ha la capacità gestionale acquisita in mezzo millennio di amministrazione dei propri imperi, ossia le terre e i popoli rubati.

Le multinazionali sono costruite attorno a questi tre elementi. E l’ODA, "Official Developmnet Assistance" (Assistenza Ufficiale allo Sviluppo), è figlia di un padre imperiale e una madre cristiana samaritana con una cattiva coscienza, che corrompe le nuove élite amministrative pubbliche con denaro assistenziale (vedi l’ambasciatore tedesco Seitz su «Der Spiegel» n.31/2009 a proposito del totale fallimento di 50 anni di ODA in Africa).

Militarmente, il Nord ha i mezzi essenziali di distruzione e un vantaggio comparativo messo a punto in mezzo millennio di repressione di “insurrezioni” al Sud: un’incredibile brutalità, come i milioni uccisi dal terrorismo di stato USA-UK contro le punture di spillo dei terroristi.

E politicamente, il Nord ha il controllo con il dominio anglo-americano dell’ONU, adatto anche a proteggere la casa degli ebrei, Israele, con la stessa incredibile brutalità sostenuta da un mandato divino, che ignora 69 risoluzioni ONU e protetta da altre 29 col veto USA.

Il Sud ha un’infrastruttura economico-culturale e il Nord una sovrastruttura politico-militare. Il Sud ha solo i rimasugli del Movimento dei Non-Allineati (MNA), adesso in fase di ripresa, e il Gruppo dei 77. Un equilibrio instabile. Succederà qualcosa, e presto. Magari un’ONU del Sud, e un Comando Militare Congiunto del Sud, contro l’intervento del Nord.

E il commercio Sud-Sud. L’America Latina sta tracciando la via, perfino con modalità di commercio di merci e servizi per i bisogni essenziali dei più derelitti, come Cuba che fornisce servizi sanitari all’Argentina che fornisce carne al Venezuela che fornisce petrolio a Cuba (ALBA). E dall’altra parte del globo c’è il commercio sud-est asiatico attorno ai giganti apripista, il Giappone e la Cina; usando la teoria economica giapponese (/Kaname Akamatsu/) piuttosto che quella occidentale.

Perché l’Africa è così indietro? Perché, iniziando con la schiavitù, il colonialismo è durato più a lungo e la decolonizzazione è stata la più recente - due secoli fa per l’America Latina, solo mezzo secolo per l’Africa. La decolonizzazione culturale interna ha progredito molto più in America Latina che in Africa. E ora essi stanno vendendo vaste aree di terra coltivabile a una gigantesca organizzazione che investe in terra per i biocarburanti e bovini da macello, per alimentare auto e gente ricca. Nel 1950, 2,5 miliardi di persone sulla Terra avevano 5600 mq di terra arabile pro-capite; nel 2000, 6,1 miliardi ne avevano 2300 mq; e nel 2050, 9,1 miliardi potrebbero averne solo 1500 mq («Der Spiegel», 31/2009).
Questo non può succedere. Il Sud deve imparare dall’America Latina: organizzarsi, mettersi insieme, avere la propria banca, la propria TV («Al Jazeera» è un inizio eccellente), non imparare dalla stupida economia occidentale, bensì dalla propria esperienza, non importare tecnologia occidentale che distrugge la natura, le persone, le strutture e le culture, bensì farsi la propria; elaborare la propria storia incredibilmente ricca e la propria saggezza come sta facendo ora Morales in Bolivia. Non diventi come l’India, crescita senza distribuzione, impari più dalla Cina che combina le due, ma non diventi dipendente.

E soprattutto: si guardi alla propria infrastruttura Sud-Sud; la comunicazione non è poi così male, solo si istituisca la propria rete www.; ma il trasporto di persone e merci è terribilmente costoso e appartiene al Nord: si faccia il proprio! Che i vostri studenti studino in modalità Sud-Sud e imparino vicendevolmente, criticamente, costruttivamente. Non raccattando il tipo di pensiero del Nord - che ha causato i vostri guai.

03.08.2009
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale: THE POWER-SHIFT TO THE SOUTH:

Fonte:
MegaChip

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di Johan Galtung - transcend.org.

Il Sud è in arrivo, con - o si spera senza - rivalsa.

Guardiamo i fatti essenziali nella distribuzione del potere.
L’Occidente abramitico si è espanso tre volte: l’islam fra il 622 e il 1492 dall’Iberia alle Filippine; il cristianesimo dal 1492 su tutti i cinque continenti; e l’ebraismo nella sua forma sionista dal 1948 nel Medio Oriente. Si sono lasciati e si lasciano dietro nella loro scia enormi scontri di civiltà, molti spenti.

Una loro forma era la pura conquista. Un’altra era il colonialismo, che spesso iniziò culturalmente con missionari che attuavano
Matteo 28:18-20; e continuò economicamente con l’estrazione di risorse in cambio di poco o niente; e continuò militarmente - spesso pagata dagli interessi economici - per proteggere i ricavi dagli insorti; e si concluse politicamente con la bandiera e il palazzo del governatore e una élite locale a telecomando, comprata per agire da polizia localmente. L’imperialismo era senza la bandiera e un’ambasciata come palazzo.

Arriva poi la decolonizzazione in ordine inverso: un mutamento del tessuto e il rilevamento del palazzo da parte di élite locali per cui si trovano nuove modalità di corruzione; l’invio delle guarnigioni per gli arresti ma trattenendo qualcuno di loro per addestrarlo nelle proprie fila; il mantenimento dello schema di scambi economici in termini di risorse contro perle e balocchi per le élite; e il mantenimento della cultura occidentale al di sopra delle cosmologie e lingue locali. Com’è il bilancio?

Non così male per il Sud colonizzato in precedenza.

Culturalmente, il Sud ha una incredibile varietà linguistica e religiosa - religioni di portata mondiale come l’islam, l’induismo e il buddhismo e filosofie come il taoismo e il confucianesimo e un’immensa varietà di altre. In cima a questo si aggiunga la loro padronanza delle lingue e religioni degli imperi (ivi compresi gli zar neri e rossi): i tre cristianesimi, l’ebraismo, e la loro prole - il secolarismo. Il Nord, guidato dal razzismo e dall’arroganza, non ha imparato nulla, conservando quanto si sarebbe potuto imparare in musei e presso pochi accademici.

Economicamente, il Sud ha un’enorme varietà di risorse, e di gran lunga la maggioranza della forza lavoro. Sì, il Nord ha il capitale accumulato in mezzo millennio di sfruttamento, da parte del Regno Unito in generale e dai banchieri ebrei accentrati a Londra - come la Casa dei Rothschild - in particolare, e dagli USA in generale e dai banchieri ebrei di Wall Street in particolare con i massoni anglo-americano-ebraici come articolazione importante. Che giusto ora sono in grossi guai finanziari del tutto autoprodotti.

Sì, il Nord ha la tecnologia, i mezzi di produzione accumulati in mezzo millennio di monopolio sulle arrischiate modalità di elaborazione delle risorse, ossia di cuocere il materiale crudo. E il Nord ha la capacità gestionale acquisita in mezzo millennio di amministrazione dei propri imperi, ossia le terre e i popoli rubati.

Le multinazionali sono costruite attorno a questi tre elementi. E l’ODA, "Official Developmnet Assistance" (Assistenza Ufficiale allo Sviluppo), è figlia di un padre imperiale e una madre cristiana samaritana con una cattiva coscienza, che corrompe le nuove élite amministrative pubbliche con denaro assistenziale (vedi l’ambasciatore tedesco Seitz su «Der Spiegel» n.31/2009 a proposito del totale fallimento di 50 anni di ODA in Africa).

Militarmente, il Nord ha i mezzi essenziali di distruzione e un vantaggio comparativo messo a punto in mezzo millennio di repressione di “insurrezioni” al Sud: un’incredibile brutalità, come i milioni uccisi dal terrorismo di stato USA-UK contro le punture di spillo dei terroristi.

E politicamente, il Nord ha il controllo con il dominio anglo-americano dell’ONU, adatto anche a proteggere la casa degli ebrei, Israele, con la stessa incredibile brutalità sostenuta da un mandato divino, che ignora 69 risoluzioni ONU e protetta da altre 29 col veto USA.

Il Sud ha un’infrastruttura economico-culturale e il Nord una sovrastruttura politico-militare. Il Sud ha solo i rimasugli del Movimento dei Non-Allineati (MNA), adesso in fase di ripresa, e il Gruppo dei 77. Un equilibrio instabile. Succederà qualcosa, e presto. Magari un’ONU del Sud, e un Comando Militare Congiunto del Sud, contro l’intervento del Nord.

E il commercio Sud-Sud. L’America Latina sta tracciando la via, perfino con modalità di commercio di merci e servizi per i bisogni essenziali dei più derelitti, come Cuba che fornisce servizi sanitari all’Argentina che fornisce carne al Venezuela che fornisce petrolio a Cuba (ALBA). E dall’altra parte del globo c’è il commercio sud-est asiatico attorno ai giganti apripista, il Giappone e la Cina; usando la teoria economica giapponese (/Kaname Akamatsu/) piuttosto che quella occidentale.

Perché l’Africa è così indietro? Perché, iniziando con la schiavitù, il colonialismo è durato più a lungo e la decolonizzazione è stata la più recente - due secoli fa per l’America Latina, solo mezzo secolo per l’Africa. La decolonizzazione culturale interna ha progredito molto più in America Latina che in Africa. E ora essi stanno vendendo vaste aree di terra coltivabile a una gigantesca organizzazione che investe in terra per i biocarburanti e bovini da macello, per alimentare auto e gente ricca. Nel 1950, 2,5 miliardi di persone sulla Terra avevano 5600 mq di terra arabile pro-capite; nel 2000, 6,1 miliardi ne avevano 2300 mq; e nel 2050, 9,1 miliardi potrebbero averne solo 1500 mq («Der Spiegel», 31/2009).
Questo non può succedere. Il Sud deve imparare dall’America Latina: organizzarsi, mettersi insieme, avere la propria banca, la propria TV («Al Jazeera» è un inizio eccellente), non imparare dalla stupida economia occidentale, bensì dalla propria esperienza, non importare tecnologia occidentale che distrugge la natura, le persone, le strutture e le culture, bensì farsi la propria; elaborare la propria storia incredibilmente ricca e la propria saggezza come sta facendo ora Morales in Bolivia. Non diventi come l’India, crescita senza distribuzione, impari più dalla Cina che combina le due, ma non diventi dipendente.

E soprattutto: si guardi alla propria infrastruttura Sud-Sud; la comunicazione non è poi così male, solo si istituisca la propria rete www.; ma il trasporto di persone e merci è terribilmente costoso e appartiene al Nord: si faccia il proprio! Che i vostri studenti studino in modalità Sud-Sud e imparino vicendevolmente, criticamente, costruttivamente. Non raccattando il tipo di pensiero del Nord - che ha causato i vostri guai.

03.08.2009
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale: THE POWER-SHIFT TO THE SOUTH:

Fonte:
MegaChip

28 Agosto 2009



http://www.laterradeifuochi.it -- ore 10 circa. dopo una nottata all'insegna dell'inalazione di diossina...... si riprende a bruciare in località Ponte Riccio Giugliano, nei pressi del Campo Rom
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http://www.laterradeifuochi.it -- ore 10 circa. dopo una nottata all'insegna dell'inalazione di diossina...... si riprende a bruciare in località Ponte Riccio Giugliano, nei pressi del Campo Rom

Protesta alla Lasme di Melfi, corteo a Potenza



E' giunto davanti alla prefettura di Potenza il corteo dei lavoratori metalmenccanici - 500 secondo i sindacati, 150 secondo la questura - in sciopero oggi in tutto il Potentino a sostegno della vertenza dei 174 operai della Lasme di Melfi (Potenza), che l'azienda vuole collocare in mobilita' dopo aver chiuso la fabbrica, che fa parte dell'indotto Fiat-Sata.


Al corteo, promosso da Fiom, Fim e Uilm, hanno partecipato il Presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Prospero De Franchi, alcuni sindaci e i segretari generali della Basilicata di Cgil, Cisl e Uil.

Il portone della prefettura e' chiuso e presidiato dalle forze dell'ordine: i manifestanti e i sindacati stanno componendo una delegazione che partecipera' ad una riunione prevista all'interno della prefettura stessa, alla presenza di un dirigente della Lasme. L'incontro dovrebbe cominciare nel giro di un'ora ma contatti vi sarebbero gia' stati fra le parti. Alcuni lavoratori continuano la loro protesta contro le decisioni dell'azienda stando sul tetto della fabbrica, su cui sono saliti martedi' scorso.

Fonte:Rainews24

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E' giunto davanti alla prefettura di Potenza il corteo dei lavoratori metalmenccanici - 500 secondo i sindacati, 150 secondo la questura - in sciopero oggi in tutto il Potentino a sostegno della vertenza dei 174 operai della Lasme di Melfi (Potenza), che l'azienda vuole collocare in mobilita' dopo aver chiuso la fabbrica, che fa parte dell'indotto Fiat-Sata.


Al corteo, promosso da Fiom, Fim e Uilm, hanno partecipato il Presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Prospero De Franchi, alcuni sindaci e i segretari generali della Basilicata di Cgil, Cisl e Uil.

Il portone della prefettura e' chiuso e presidiato dalle forze dell'ordine: i manifestanti e i sindacati stanno componendo una delegazione che partecipera' ad una riunione prevista all'interno della prefettura stessa, alla presenza di un dirigente della Lasme. L'incontro dovrebbe cominciare nel giro di un'ora ma contatti vi sarebbero gia' stati fra le parti. Alcuni lavoratori continuano la loro protesta contro le decisioni dell'azienda stando sul tetto della fabbrica, su cui sono saliti martedi' scorso.

Fonte:Rainews24

Il finto ottimismo di Mario Draghi


Crisi – Il governatore di Bankitalia preannuncia l’inizio della ripresa a partire dal 2010, ma spiega anche che gran parte delle imprese è a rischio a causa dei troppi debiti, delle strategie speculative degli investitori e dell’inadeguatezza



di Pietro Orsatti su Terra



«Non poche imprese, soprattutto quelle più esposte verso gli intermediari finanziari, che avevano avviato prima della crisi una promettente ristrutturazione, colte a metà del guado dal crollo della domanda, potrebbero veder frustrato il loro sforzo di adeguamento organizzativo, tecnologico, di mercato. Rischiano la stessa sopravvivenza».

Questo passaggio dell’intervento del Governatore della Banca D’Italia Mario Draghi al Meeting di Rimini è stata ampiamente sottovalutato se non da alcuni osservatori economici che da tempo segnalavano una crisi sistemica del mondo delle imprese italiane e non solo del comparto industriale. Queste imprese delineate da Draghi, esposte verso intermediari finanziari e quindi indebitate direttamente e non con le banche, saranno perciò escluse con ogni probabilità da una ripresa che lo stesso Governatore prevede per il 2010. Fare un identikit di questi soggetti produttivi non è poi così complesso.

Si tratta di imprese principalmente di tre tipi: servizi (dai call center alle società informatiche), aziende di media dimensione ad alta tecnologia (elettronica, meccanica di precisione, etc), strutture industriali in fase di riadeguamento sia dal punto di vista della sicurezza che dei parametri ambientali. Questi i principali settori che si sono esposti finanziariamente negli scorsi anni e che oggi, alla vigilia di una ipotetica ripresa, rischiano di non raggiungerla.Il caso Innse, in questo senso, è emblematico. Anche per la natura della speculazione edilizia che stava per mettersi in atto liquidando la storia, le competenze e la tecnologia industriale dello stabilimento per liberare all’edificabilità un’area. Fare soldi, anzi liquidità, subito per recuperare debiti e reinvestire il più velocemente possibile nel “mattone”.

Questa una delle strategie di rientro più utilizzate nel nostro Paese. Devastante per il sistema Paese, funzionale alla della speculazione per la speculazione. Di Innse l’Italia è piena, anche di dimensioni ben più imponenti come interi comparti industriali e commerciali dei principali porti Italiani (da Genova a Trieste fino ad Ancona e Palermo) e, questo un timore sempre più diffuso fra le decine di migliaia di operai diretti e in appalto operanti nei canteri navali italiani, di Fincantieri che, conclusi tutti gli scafi in lavorazioni entro il prossimo anno, dal 2.008 non hanno più nuove commesse e rischiano il blocco se non per i settori della manutenzione.«Si è creato un circolo vizioso, un cattivo equilibrio – ha proseguito al Meeting il Governatore – i limitati rendimenti scoraggiano l’investimento e impediscono di raggiungere i livelli dei Paesi più avanzati; a sua volta ciò frena la capacità di innovare e di adottare quelle tecnologie complementari al capitale umano che ne accrescono la domanda e i rendimenti».

È individuabile un collegamento con realtà industriali in totale declino e che, pur ricevendo incentivi e coperture sia a livello nazionale che europeo (come ad esempio i Cip6), oggi si trovano totalmente inadeguate per competere sia a livello di qualità del prodotto che di costi. Non bonificare e rimodernare alla fine è costato ben più che continuare ad andare avanti di deroga in deroga: ecco il caso di Taranto, Servola, Piombino, Milazzo, Monfalcone, Priolo. E su queste realtà destinate a un declino drammatico sia dal punto di vista sociale che ambientale, le responsabilità del sindacato non sono poche. La ripresa nel 2010, forse, comincerà a fare capolino come preannuncia il Governatore. Ma non per gran parte dell’Italia produttiva che abbiamo conosciuto fino a oggi.

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Crisi – Il governatore di Bankitalia preannuncia l’inizio della ripresa a partire dal 2010, ma spiega anche che gran parte delle imprese è a rischio a causa dei troppi debiti, delle strategie speculative degli investitori e dell’inadeguatezza



di Pietro Orsatti su Terra



«Non poche imprese, soprattutto quelle più esposte verso gli intermediari finanziari, che avevano avviato prima della crisi una promettente ristrutturazione, colte a metà del guado dal crollo della domanda, potrebbero veder frustrato il loro sforzo di adeguamento organizzativo, tecnologico, di mercato. Rischiano la stessa sopravvivenza».

Questo passaggio dell’intervento del Governatore della Banca D’Italia Mario Draghi al Meeting di Rimini è stata ampiamente sottovalutato se non da alcuni osservatori economici che da tempo segnalavano una crisi sistemica del mondo delle imprese italiane e non solo del comparto industriale. Queste imprese delineate da Draghi, esposte verso intermediari finanziari e quindi indebitate direttamente e non con le banche, saranno perciò escluse con ogni probabilità da una ripresa che lo stesso Governatore prevede per il 2010. Fare un identikit di questi soggetti produttivi non è poi così complesso.

Si tratta di imprese principalmente di tre tipi: servizi (dai call center alle società informatiche), aziende di media dimensione ad alta tecnologia (elettronica, meccanica di precisione, etc), strutture industriali in fase di riadeguamento sia dal punto di vista della sicurezza che dei parametri ambientali. Questi i principali settori che si sono esposti finanziariamente negli scorsi anni e che oggi, alla vigilia di una ipotetica ripresa, rischiano di non raggiungerla.Il caso Innse, in questo senso, è emblematico. Anche per la natura della speculazione edilizia che stava per mettersi in atto liquidando la storia, le competenze e la tecnologia industriale dello stabilimento per liberare all’edificabilità un’area. Fare soldi, anzi liquidità, subito per recuperare debiti e reinvestire il più velocemente possibile nel “mattone”.

Questa una delle strategie di rientro più utilizzate nel nostro Paese. Devastante per il sistema Paese, funzionale alla della speculazione per la speculazione. Di Innse l’Italia è piena, anche di dimensioni ben più imponenti come interi comparti industriali e commerciali dei principali porti Italiani (da Genova a Trieste fino ad Ancona e Palermo) e, questo un timore sempre più diffuso fra le decine di migliaia di operai diretti e in appalto operanti nei canteri navali italiani, di Fincantieri che, conclusi tutti gli scafi in lavorazioni entro il prossimo anno, dal 2.008 non hanno più nuove commesse e rischiano il blocco se non per i settori della manutenzione.«Si è creato un circolo vizioso, un cattivo equilibrio – ha proseguito al Meeting il Governatore – i limitati rendimenti scoraggiano l’investimento e impediscono di raggiungere i livelli dei Paesi più avanzati; a sua volta ciò frena la capacità di innovare e di adottare quelle tecnologie complementari al capitale umano che ne accrescono la domanda e i rendimenti».

È individuabile un collegamento con realtà industriali in totale declino e che, pur ricevendo incentivi e coperture sia a livello nazionale che europeo (come ad esempio i Cip6), oggi si trovano totalmente inadeguate per competere sia a livello di qualità del prodotto che di costi. Non bonificare e rimodernare alla fine è costato ben più che continuare ad andare avanti di deroga in deroga: ecco il caso di Taranto, Servola, Piombino, Milazzo, Monfalcone, Priolo. E su queste realtà destinate a un declino drammatico sia dal punto di vista sociale che ambientale, le responsabilità del sindacato non sono poche. La ripresa nel 2010, forse, comincerà a fare capolino come preannuncia il Governatore. Ma non per gran parte dell’Italia produttiva che abbiamo conosciuto fino a oggi.

Salerno. Scuola. Tagli i precari protestano in provincia

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Afghanistan: nessuna democrazia é decollata


di Franco Cardini

A proposito delle elezioni presidenziali e regionali tenutesi in Afghanistan il 20 agosto scorso, nonostante le incertezze relative ai risultati definitivi, alla correttezza delle procedure e allo stesso esito sostanziale (Hamid Karzai parrebbe essere confermato presidente senza bisogno di ballottaggio, ma il suo rivale Abdullah Abdullah rivendica a sua volta la vittoria e denunzia brogli e violenze), il parere quasi unanime dei media occidentali è che si sia trattato di una sostanziale vittoria della sia pur giovane, incerta e imperfetta democrazia sulle intimidazioni e sul boicottaggio terroristico dei talibani. Quanto alla scarsa affluenza alle urne, che non ha raggiunto il 50% rispetto al 75% delle precedenti elezioni (quelle che nel 2004 sancirono la vittoria di Karzai), si fa notare come si tratti di un trend coerente con tutte le democrazie del mondo, comprese le piu avanzate. Un parere ottimistico e consolante.

Che tuttavia riposa, purtroppo, su un’interpretazione disinvolta e sostanzialmente falsa del complesso scenario afghano La verità è diversa.


Premesso che il 70% circa degli oltre 32 milioni di afghani – etnicamente pashtun al 40%, tagiki al 25%, uzbeki al 9%, a parte le etnie minori come i hazari al centro - non ha diritto al voto in quanto minore di 18 anni e che il voto femminile è stato irrisorio (ignoranza? disinteresse? costrizione religiosa e familiare?), bisogna tener conto del fatto che, se è vero che molti non sono andati a votare in quanto intimiditi dalle minacce dei talibani, è non meno vero il contrario: anche i partigiani di Karzai e in particolar modo i suoi recenti e ingombranti alleati, i “Signori delle Guerra”, hanno esercitato pressioni non proprio gentili per indurre la gente a recarsi alle urne. Il risultato di tutto ciò era prevedibile: si è votato poco dappertutto, ma tuttavia un po’ di piu a Kabul e nel centro, aree controllate dai governativi e dalle forze militari d’occupazione; quasi per nulla nel sud-est, area egemonizzata dai talibani. Gli afghani sono stati stretti fra due opposte forme di minaccia: il che significa non certo che molti non siano andati volentieri a votare, ma solo che la massiccia diserzione del voto non si può interpretare solo come frutto della paura, bensì anche come esito della sfiducia e in molti casi come espressione di protesta.

Del resto, basta un po’ di buon senso. Come si puo votare tranquilli in un paese minacciato dalla fame (il 40% degli afghani vive al di sotto della “soglia di povertà”), controllato da uno-due uomini in armi ogni cento abitanti circa: bisogna difatti tener conto non solo dell’esercito e della polizia afghani (200.000 uomini in tutto), ma anche delle forze d’occupazione: 36.000 soldati americani (un numero destinato nei prossimi mesi ad aumentare fino a quasi 70.000 unità) e 64.000 della NATO. La guerra civile – attraverso varie fasi – dura da trent’anni, cioè dal 1979. Il paese è soggetto dalla fine del 2001 alla nuova occupazione statunitense (dopo quella sovietica, dalla quale si era liberato) che tuttavia non è riuscita in otto anni a raggiungere il suo conclamato scopo, l’eliminazione del movimento talibano ch’è più forte di prima; diviso in etnìe ormai reciprocamente ostili, un dato cui si è di recente aggiunte le rivendicazioni della minoranza sciita hazara; tormentato non solo dal terrorismo talibano, ma anche dalle violenze dei partigiani dei “Signori della Guerra” (e dell’oppio: Hillary Clinton ha di recente definito l’Afghanistan un “Narco-stato”). A sostenere Karzai, e ad aiutarlo a “vincere” le elezioni, sono oggi personaggi come il tagiko Mohamad Qasim Fahim, già scomodo collaboratore di Massud; l’uzbeko Abdul Rashid Dostum, ex collaborazionista dei sovietici e voltagabbana, che Amnesty International accusa d’innumerevoli crimini; l’orribile Abdul Rasul Sayyaf, pashtun, responsabile di migliaia di sevizie ai danni delle donne hazare. Come si può credere, con un panorama del genere, a una competizione elettorale serena e attendibile? E sarebbero questi i paladini della democrazia e dei “diritti umani”, gli alleati dell’Occidente?

I risultati elettorali definitivi saranno emanati, secondo fonti governative, entro i primi di settembre. Siate certi che non sarà così. Il principale avversario di Karzai, il suo ex collaboratore Abdullah Abdullah, pur rivendicando la vittoria denunzia violenze e brogli diffusi. Dietro il duello Karzai-Abdullah, del ersto, s’intravedeva quello etnico dei pashtun contro i tagiki. Intanto, nell’incerta e ambigua politica di Karzai (che da un alto si appoggio alle forze d’occupazione ma dall’altro cerca degli alleati nei feroci “Signori della Guerra” e da un altro ancora allaccia rapporti diplomatici nuovi con l’India – l’avversaria storica degli scomodi vicini pakistani – utilizzando addirittura la mediazione iraniana ovviamente disapprovata dagli americani e consentendo per questo alla minoranza sciita di adottare leggi specifiche in contrasto con quello che in teoria sarebbe il suo indirizzo di governo), un tratto solo risulta incontestabile: la corruzione spaventosa della sua equipe, a comiciare da suo fratello Ahmad Wali, governatore di Kandahar e notorio gestore del traffico di droga.

Un bilancio, insomma, fallimentare. Altro che “consolidamento d’una giovane democrazia”… Certo, a continuar a fare i loro interessi sono le multinazionali (la californiana Unocal in testa) interessate a gestire il passaggio degli oleodotti centroasiatici dal territorio afghano: ma nessuno dei problemi di un paese durissimamente provato da un trentennio di violenze è stato risolto. Karzai può anche accedere, sulla base di un risultato elettorale incerto che verrà in qualche modo legittimato mediante la forza o gli ambigui accordi tra bande, al suo secondo mandato presidenziale: ma è comunque un isolato, privo di base personale di potere e ostaggio quindi delle forze straniere d’occupazione, senza le quali sarebbe spazzato via in pochi giorni. Egli sa perfettamente tutto ciò, e per questo si sta cercando nuovi appoggi: ma l’averli individuati nei “Signori della Guerra”, mentre al tempo stesso egli cerca una pacificazione con i talibani, rischia di peggiorare la situazione interna anziche indirizzarla verso una qualche normalizzazione.

La guerra civile etnoreligiosa continua: non c’e soltanto il terrorismo talibano. L’immagine che si e cercato di legittimare a livello internazionale, quella di un paese diviso tra una maggioranza che vorrebbe accedere alla democrazia e una sediziosa e fanatica minoranza terroristica che glielo impedirebbe, è profondamente falsa. Intanto, ai bordi dello scenario afghano, si affacciano le diplomazie russa e cinese. Il nuovo Great Game e in pieno svolgimento, esattamente nella stessa area di quello ottocentesco: per quanto in parte diverse siano le caratteristiche geopolitiche e sociostoriche. Per la Cina, in particolare, si tratta del controllo dei centri di propoganda islamica dell’Asia profonda e dell’approvvigionamento di materie prime (il business preme: i chadari, cioe i burka piu a buon mercato, oggi, sono made in China). E a ovest dell’Afghanistan preme l’Iran, interessato a garantire i diritti dell’etnia hazara, sciita, che si addensa nel centreo del paese, cioe nella regione di Bamiyan.

Il presidente Barack Obama continua a proclamare che l’impegno militare in Afghanistan e irrinunziabile per il suo paese: una “guerra necessaria”. E’ ovvio: una volta ribadita la volonta di disimpegno dall’Iraq, Obama non può certo caricar sulle sue spalle la responsabilita della sconfitta su tutta la linea della politica mediorientale statunitense di quasi un decennio. Ma una delle molte cose che i media occidentali non hanno detto, e che un punto esplicitamente comune nel programma di tutti i candidati alla presidenza afghana era l’immediata liberazione del paese dalla presenza militare straniera. Oggi l’Afghanistan dà l’impressione di non poter riuscire a viver di nuovo ne sotto il controllo degli occupanti, ne senza di esso. Un libero accordo tra le aprti in conflitto, fondato sull’obiettiva impossibilita di andar avanti così, sarebbe l’unica via d’uscita; e garante dovrebbe essere l’organizzazione delle Nazioni Unite, non certo ne gli USA ne la NATO, responsabili dell’aggressione e dell’occupazione dal 2001 in poi e come tali detestate quasi unanimemente (oggi perfino da chi deve loro il potere) Questi i tratti di un puzzle che, per il momento, appare irrisolvibile.



Fonte: http://www.francocardini.net
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di Franco Cardini

A proposito delle elezioni presidenziali e regionali tenutesi in Afghanistan il 20 agosto scorso, nonostante le incertezze relative ai risultati definitivi, alla correttezza delle procedure e allo stesso esito sostanziale (Hamid Karzai parrebbe essere confermato presidente senza bisogno di ballottaggio, ma il suo rivale Abdullah Abdullah rivendica a sua volta la vittoria e denunzia brogli e violenze), il parere quasi unanime dei media occidentali è che si sia trattato di una sostanziale vittoria della sia pur giovane, incerta e imperfetta democrazia sulle intimidazioni e sul boicottaggio terroristico dei talibani. Quanto alla scarsa affluenza alle urne, che non ha raggiunto il 50% rispetto al 75% delle precedenti elezioni (quelle che nel 2004 sancirono la vittoria di Karzai), si fa notare come si tratti di un trend coerente con tutte le democrazie del mondo, comprese le piu avanzate. Un parere ottimistico e consolante.

Che tuttavia riposa, purtroppo, su un’interpretazione disinvolta e sostanzialmente falsa del complesso scenario afghano La verità è diversa.


Premesso che il 70% circa degli oltre 32 milioni di afghani – etnicamente pashtun al 40%, tagiki al 25%, uzbeki al 9%, a parte le etnie minori come i hazari al centro - non ha diritto al voto in quanto minore di 18 anni e che il voto femminile è stato irrisorio (ignoranza? disinteresse? costrizione religiosa e familiare?), bisogna tener conto del fatto che, se è vero che molti non sono andati a votare in quanto intimiditi dalle minacce dei talibani, è non meno vero il contrario: anche i partigiani di Karzai e in particolar modo i suoi recenti e ingombranti alleati, i “Signori delle Guerra”, hanno esercitato pressioni non proprio gentili per indurre la gente a recarsi alle urne. Il risultato di tutto ciò era prevedibile: si è votato poco dappertutto, ma tuttavia un po’ di piu a Kabul e nel centro, aree controllate dai governativi e dalle forze militari d’occupazione; quasi per nulla nel sud-est, area egemonizzata dai talibani. Gli afghani sono stati stretti fra due opposte forme di minaccia: il che significa non certo che molti non siano andati volentieri a votare, ma solo che la massiccia diserzione del voto non si può interpretare solo come frutto della paura, bensì anche come esito della sfiducia e in molti casi come espressione di protesta.

Del resto, basta un po’ di buon senso. Come si puo votare tranquilli in un paese minacciato dalla fame (il 40% degli afghani vive al di sotto della “soglia di povertà”), controllato da uno-due uomini in armi ogni cento abitanti circa: bisogna difatti tener conto non solo dell’esercito e della polizia afghani (200.000 uomini in tutto), ma anche delle forze d’occupazione: 36.000 soldati americani (un numero destinato nei prossimi mesi ad aumentare fino a quasi 70.000 unità) e 64.000 della NATO. La guerra civile – attraverso varie fasi – dura da trent’anni, cioè dal 1979. Il paese è soggetto dalla fine del 2001 alla nuova occupazione statunitense (dopo quella sovietica, dalla quale si era liberato) che tuttavia non è riuscita in otto anni a raggiungere il suo conclamato scopo, l’eliminazione del movimento talibano ch’è più forte di prima; diviso in etnìe ormai reciprocamente ostili, un dato cui si è di recente aggiunte le rivendicazioni della minoranza sciita hazara; tormentato non solo dal terrorismo talibano, ma anche dalle violenze dei partigiani dei “Signori della Guerra” (e dell’oppio: Hillary Clinton ha di recente definito l’Afghanistan un “Narco-stato”). A sostenere Karzai, e ad aiutarlo a “vincere” le elezioni, sono oggi personaggi come il tagiko Mohamad Qasim Fahim, già scomodo collaboratore di Massud; l’uzbeko Abdul Rashid Dostum, ex collaborazionista dei sovietici e voltagabbana, che Amnesty International accusa d’innumerevoli crimini; l’orribile Abdul Rasul Sayyaf, pashtun, responsabile di migliaia di sevizie ai danni delle donne hazare. Come si può credere, con un panorama del genere, a una competizione elettorale serena e attendibile? E sarebbero questi i paladini della democrazia e dei “diritti umani”, gli alleati dell’Occidente?

I risultati elettorali definitivi saranno emanati, secondo fonti governative, entro i primi di settembre. Siate certi che non sarà così. Il principale avversario di Karzai, il suo ex collaboratore Abdullah Abdullah, pur rivendicando la vittoria denunzia violenze e brogli diffusi. Dietro il duello Karzai-Abdullah, del ersto, s’intravedeva quello etnico dei pashtun contro i tagiki. Intanto, nell’incerta e ambigua politica di Karzai (che da un alto si appoggio alle forze d’occupazione ma dall’altro cerca degli alleati nei feroci “Signori della Guerra” e da un altro ancora allaccia rapporti diplomatici nuovi con l’India – l’avversaria storica degli scomodi vicini pakistani – utilizzando addirittura la mediazione iraniana ovviamente disapprovata dagli americani e consentendo per questo alla minoranza sciita di adottare leggi specifiche in contrasto con quello che in teoria sarebbe il suo indirizzo di governo), un tratto solo risulta incontestabile: la corruzione spaventosa della sua equipe, a comiciare da suo fratello Ahmad Wali, governatore di Kandahar e notorio gestore del traffico di droga.

Un bilancio, insomma, fallimentare. Altro che “consolidamento d’una giovane democrazia”… Certo, a continuar a fare i loro interessi sono le multinazionali (la californiana Unocal in testa) interessate a gestire il passaggio degli oleodotti centroasiatici dal territorio afghano: ma nessuno dei problemi di un paese durissimamente provato da un trentennio di violenze è stato risolto. Karzai può anche accedere, sulla base di un risultato elettorale incerto che verrà in qualche modo legittimato mediante la forza o gli ambigui accordi tra bande, al suo secondo mandato presidenziale: ma è comunque un isolato, privo di base personale di potere e ostaggio quindi delle forze straniere d’occupazione, senza le quali sarebbe spazzato via in pochi giorni. Egli sa perfettamente tutto ciò, e per questo si sta cercando nuovi appoggi: ma l’averli individuati nei “Signori della Guerra”, mentre al tempo stesso egli cerca una pacificazione con i talibani, rischia di peggiorare la situazione interna anziche indirizzarla verso una qualche normalizzazione.

La guerra civile etnoreligiosa continua: non c’e soltanto il terrorismo talibano. L’immagine che si e cercato di legittimare a livello internazionale, quella di un paese diviso tra una maggioranza che vorrebbe accedere alla democrazia e una sediziosa e fanatica minoranza terroristica che glielo impedirebbe, è profondamente falsa. Intanto, ai bordi dello scenario afghano, si affacciano le diplomazie russa e cinese. Il nuovo Great Game e in pieno svolgimento, esattamente nella stessa area di quello ottocentesco: per quanto in parte diverse siano le caratteristiche geopolitiche e sociostoriche. Per la Cina, in particolare, si tratta del controllo dei centri di propoganda islamica dell’Asia profonda e dell’approvvigionamento di materie prime (il business preme: i chadari, cioe i burka piu a buon mercato, oggi, sono made in China). E a ovest dell’Afghanistan preme l’Iran, interessato a garantire i diritti dell’etnia hazara, sciita, che si addensa nel centreo del paese, cioe nella regione di Bamiyan.

Il presidente Barack Obama continua a proclamare che l’impegno militare in Afghanistan e irrinunziabile per il suo paese: una “guerra necessaria”. E’ ovvio: una volta ribadita la volonta di disimpegno dall’Iraq, Obama non può certo caricar sulle sue spalle la responsabilita della sconfitta su tutta la linea della politica mediorientale statunitense di quasi un decennio. Ma una delle molte cose che i media occidentali non hanno detto, e che un punto esplicitamente comune nel programma di tutti i candidati alla presidenza afghana era l’immediata liberazione del paese dalla presenza militare straniera. Oggi l’Afghanistan dà l’impressione di non poter riuscire a viver di nuovo ne sotto il controllo degli occupanti, ne senza di esso. Un libero accordo tra le aprti in conflitto, fondato sull’obiettiva impossibilita di andar avanti così, sarebbe l’unica via d’uscita; e garante dovrebbe essere l’organizzazione delle Nazioni Unite, non certo ne gli USA ne la NATO, responsabili dell’aggressione e dell’occupazione dal 2001 in poi e come tali detestate quasi unanimemente (oggi perfino da chi deve loro il potere) Questi i tratti di un puzzle che, per il momento, appare irrisolvibile.



Fonte: http://www.francocardini.net

TG 27.08.09 Nucleare in Puglia? Losappio dice "no"



Corsa contro il tempo per evitare il nucleare in Puglia. Ne è convinto l'assessore regionale al lavoro, Michele Losappio, che in una nota ricorda anche la promessa fatta da Berlusconi di escludere la Regione dalla collocazione di una centrale
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Corsa contro il tempo per evitare il nucleare in Puglia. Ne è convinto l'assessore regionale al lavoro, Michele Losappio, che in una nota ricorda anche la promessa fatta da Berlusconi di escludere la Regione dalla collocazione di una centrale

Dichiarazione di fallimento



Di Fabio Gallazzi


Nel 1999/2000 cominciai, leggendo le opere fondamentali di Rothbard, a intuire la natura del Truffone. Questa comprensione non è cosa da chi segue i mercati. Chi segue i mercati è mosso dalla avidità o dalla paura. Capire il Truffone è cosa da filosofi, da umanisti, da critici della cultura, da teologi. Ma costoro non si occupano del Truffone; credono che il Truffone sia la normalità, una struttura trascendentale del vivere sociale. Non è così: un sistema di moneta per decreto e credito a riserva frazionaria gestito da un cartello di banche che fa capo ad una banca centrale NON è la normalità. E’ la più profonda e radicale arma di distruzione della struttura del capitale in tempo di pace. E’ la consegna incondizionata dell’enorme potere riservato a chi esercita il credito alle categorie di criminali più pericolosi presenti nella compagine sociale: i politici, gli alti burocrati, i banchieri, i manager delle multinazionali. Il Truffone radicalizza la piramide paretiana portandola ad eccessi parossistici. A questo portano i salvataggi del Truffone ottenuti tramite inondazioni di moneta e credito creati dal nulla, a trasferire potere e ricchezza ai controllori dei flussi della moneta e del credito. I media ufficiali non parlano della struttura del Truffone, i cattedratici ufficiali non parlano della struttura del Truffone. C’è da rimanere esterrefatti di fronte alla mancanza di curiosità di tante persone colte presenti nelle nostre società di fronte al fenomeno della creazione della moneta e del credito. Come sono riusciti i Gestori del Truffone a lobotomizzare così tanta gente, per così tanto tempo e a togliere loro il naturale istinto infantile che porta a chiedersi “Perché?” e “Come?”.

Personalmente non riesco quasi mai a risvegliare una curiosità investigativa sul Truffone. Molta gente intelligente rimane attonita e stupita. Un po’ come se parlassi della guerra tra l’Italia e la Spagna del 1993. Cosa? Che assurdità, e quando mai c’è stata questa guerra? E così la gente prende il Truffone come normale, naturale, eterno, consustanziale all’attività economica, progressivo, moderno, futuro. Ebbene, non è così! Prendete i provvedimenti che potete per dare uno shock al vostro sistema di credenze, ma non è così. Il Truffone vive di tempo preso in prestito. Il Truffone genera crisi sistemiche sempre più ampie, gravi e ravvicinate nel tempo. Il Truffone non può essere rattoppato all’infinito. Il Truffone produrrà o uno scioglimento decadente della divisione del lavoro e della qualità strutturale del capitale, o una loro interruzione catastrofica. Le strutture psichiche dei viventi nel Truffone si modellano al suo interno. Il Truffone è un oggetto di studio della neurosemantica, tanto quanto della economia. Forse riguarda più le credenze che i profitti, più le emozioni che i bilanci. Alla fine gli esseri umani intelligenti dovranno riportare il Truffone al centro della loro indagine. Non potrà più dire il dermatologo: “Io mi occupo da specialista della pelle, Trichet si occupa da specialista del credito e della moneta”. Non è così: i Gestori del Truffone non sono specialisti in nulla, non sanno nulla. Posso solo fare due cose, che non necessitano sapere. Possono dire stupidaggini che giustificano l’unico loro enorme potere, quello che gli consente criminalmente di creare moneta e credito (debito!) ex nihilo a spese dell’intera società. Solo una cosa farà riflettere il nostro dermatologo: banca chiusa, carta rifiutata, un evento scioccante nella sua quotidianità che riguardi appunto la funzionalità del sistema, l’interfaccia normalizzante del Truffone, quella in cui tutti ci muoviamo nella quotidianità.

Quali sono i fini ultimi dei Gestori del Truffone? Il potere per il potere? O per fare cosa? Per dirne una, la bassa natalità è un epifenomeno del Truffone o un effetto desiderato dai Gestori?

Pubblico questo intervento in questa fine di agosto così felice sui mercati, in cui le borse salgono euforiche. Proviamo a provocare una piccola dissonanza cognitiva. Dopo lo scoppio della bolla tech, si sono inventati la bolla immobiliare, e hanno ripompato il Truffone 2003-2007. Stavolta non riusciranno a trovare una bolla in cui coinvolgere le masse. Il ripompaggio durerà solo da marzo 2009 alla prima metà del 2010 massimo. Ma se anche raggiungessero lo straordinario risultato del quadriennale ripompaggio precedente, davvero voi volete vivere con un orizzonte temporale così limitato, riguardo ai vostri investimenti, risparmi, progetti imprenditoriali? Aprite gli occhi, opponetevi al Truffone, innanzitutto cominciandolo a capire.

Fonte:
Soldionline
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Di Fabio Gallazzi


Nel 1999/2000 cominciai, leggendo le opere fondamentali di Rothbard, a intuire la natura del Truffone. Questa comprensione non è cosa da chi segue i mercati. Chi segue i mercati è mosso dalla avidità o dalla paura. Capire il Truffone è cosa da filosofi, da umanisti, da critici della cultura, da teologi. Ma costoro non si occupano del Truffone; credono che il Truffone sia la normalità, una struttura trascendentale del vivere sociale. Non è così: un sistema di moneta per decreto e credito a riserva frazionaria gestito da un cartello di banche che fa capo ad una banca centrale NON è la normalità. E’ la più profonda e radicale arma di distruzione della struttura del capitale in tempo di pace. E’ la consegna incondizionata dell’enorme potere riservato a chi esercita il credito alle categorie di criminali più pericolosi presenti nella compagine sociale: i politici, gli alti burocrati, i banchieri, i manager delle multinazionali. Il Truffone radicalizza la piramide paretiana portandola ad eccessi parossistici. A questo portano i salvataggi del Truffone ottenuti tramite inondazioni di moneta e credito creati dal nulla, a trasferire potere e ricchezza ai controllori dei flussi della moneta e del credito. I media ufficiali non parlano della struttura del Truffone, i cattedratici ufficiali non parlano della struttura del Truffone. C’è da rimanere esterrefatti di fronte alla mancanza di curiosità di tante persone colte presenti nelle nostre società di fronte al fenomeno della creazione della moneta e del credito. Come sono riusciti i Gestori del Truffone a lobotomizzare così tanta gente, per così tanto tempo e a togliere loro il naturale istinto infantile che porta a chiedersi “Perché?” e “Come?”.

Personalmente non riesco quasi mai a risvegliare una curiosità investigativa sul Truffone. Molta gente intelligente rimane attonita e stupita. Un po’ come se parlassi della guerra tra l’Italia e la Spagna del 1993. Cosa? Che assurdità, e quando mai c’è stata questa guerra? E così la gente prende il Truffone come normale, naturale, eterno, consustanziale all’attività economica, progressivo, moderno, futuro. Ebbene, non è così! Prendete i provvedimenti che potete per dare uno shock al vostro sistema di credenze, ma non è così. Il Truffone vive di tempo preso in prestito. Il Truffone genera crisi sistemiche sempre più ampie, gravi e ravvicinate nel tempo. Il Truffone non può essere rattoppato all’infinito. Il Truffone produrrà o uno scioglimento decadente della divisione del lavoro e della qualità strutturale del capitale, o una loro interruzione catastrofica. Le strutture psichiche dei viventi nel Truffone si modellano al suo interno. Il Truffone è un oggetto di studio della neurosemantica, tanto quanto della economia. Forse riguarda più le credenze che i profitti, più le emozioni che i bilanci. Alla fine gli esseri umani intelligenti dovranno riportare il Truffone al centro della loro indagine. Non potrà più dire il dermatologo: “Io mi occupo da specialista della pelle, Trichet si occupa da specialista del credito e della moneta”. Non è così: i Gestori del Truffone non sono specialisti in nulla, non sanno nulla. Posso solo fare due cose, che non necessitano sapere. Possono dire stupidaggini che giustificano l’unico loro enorme potere, quello che gli consente criminalmente di creare moneta e credito (debito!) ex nihilo a spese dell’intera società. Solo una cosa farà riflettere il nostro dermatologo: banca chiusa, carta rifiutata, un evento scioccante nella sua quotidianità che riguardi appunto la funzionalità del sistema, l’interfaccia normalizzante del Truffone, quella in cui tutti ci muoviamo nella quotidianità.

Quali sono i fini ultimi dei Gestori del Truffone? Il potere per il potere? O per fare cosa? Per dirne una, la bassa natalità è un epifenomeno del Truffone o un effetto desiderato dai Gestori?

Pubblico questo intervento in questa fine di agosto così felice sui mercati, in cui le borse salgono euforiche. Proviamo a provocare una piccola dissonanza cognitiva. Dopo lo scoppio della bolla tech, si sono inventati la bolla immobiliare, e hanno ripompato il Truffone 2003-2007. Stavolta non riusciranno a trovare una bolla in cui coinvolgere le masse. Il ripompaggio durerà solo da marzo 2009 alla prima metà del 2010 massimo. Ma se anche raggiungessero lo straordinario risultato del quadriennale ripompaggio precedente, davvero voi volete vivere con un orizzonte temporale così limitato, riguardo ai vostri investimenti, risparmi, progetti imprenditoriali? Aprite gli occhi, opponetevi al Truffone, innanzitutto cominciandolo a capire.

Fonte:
Soldionline

giovedì 27 agosto 2009

La Rai rifiuta il trailer di Videocracy: "E' un film che critica il governo".....





In una videocrazia la chiave del potere è limmagine. In Italia soltanto un uomo ha dominato le immagini per più di tre decenni. Prima magnate della TV, poi Presidente, Silvio Berlusconi ha creato un binomio perfetto caratterizzato da politica e intrattenimento televisivo, influenzando come nessun altro il contenuto della tv commerciale in Italia. Un film di Erik Gandini. Al cinema dal 4 settembre

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di MARIA PIA FUSCO


La Rai rifiuta il trailer di Videocracy "E' un film che critica il governo"
ROMA - Nelle televisioni italiane è vietato parlare di tv, vietato dire che c'è una connessione tra il capo del governo e quello che si vede sul piccolo schermo. La Rai ha rifiutato il trailer di Videocracy il film di Erik Gandini che ricostruisce i trent'anni di crescita dei canali Mediaset e del nostro sistema televisivo.

"Come sempre abbiamo mandato i trailer all'AnicaAgis che gestisce gli spazi che la Rai dedica alla promozione del cinema. La risposta è stata che la Rai non avrebbe mai trasmesso i nostri spot perché secondo loro, parrà surreale, si tratta di un messaggio politico, non di un film", dice Domenico Procacci della Fandango che distribuisce il film. Netto rifiuto anche da parte di Mediaset, in questo caso con una comunicazione verbale da Publitalia. "Ci hanno detto che secondo loro film e trailer sono un attacco al sistema tv commerciale, quindi non ritenevano opportuno mandarlo in onda proprio sulle reti Mediaset".

A lasciare perplessi i distributori di Fandango e il regista sono infatti proprio le motivazioni della Rai. Con una lettera in stile legal-burocratese, la tv di Stato spiega che, anche se non siamo in periodo di campagna elettorale, il pluralismo alla Rai è sacro e se nello spot di un film si ravvisa un critica ad una parte politica ci vuole un immediato contraddittorio e dunque deve essere seguito dal messaggio di un film di segno opposto.

"Una delle motivazioni che mi ha colpito di più è quella in cui si dice che lo spot veicola un "inequivocabile messaggio politico di critica al governo" perché proietta alcune scritte con i dati che riguardano il paese alternate ad immagini di Berlusconi", prosegue Procacci "ma quei dati sono statistiche ufficiali, che sò "l'Italia è al 67mo posto nelle pari opportunità"".

A preoccupare la Rai sembra essere questo dato mostrato nel film: "L'80% degli italiani utilizza la tv come principale fonte di informazione". Dice la lettera di censura dello spot: "Attraverso il collegamento tra la titolarità del capo del governo rispetto alla principale società radiotelevisiva privata", non solo viene riproposta la questione del conflitto di interessi, ma, guarda caso, si potrebbe pensare che "attraverso la tv il governo potrebbe orientare subliminalmente le convinzioni dei cittadini influenzandole a proprio favore ed assicurandosene il consenso". "Mi pare chiaro che in Rai Videocracy è visto come un attacco a Berlusconi. In realtà è il racconto di come il nostro paese sia cambiato in questi ultimi trent'anni e del ruolo delle tv commerciali nel cambiamento. Quello che Nanni Moretti definisce "la creazione di un sistema di disvalori"".

Le riprese del film, se pure Villa Certosa si vede, è stato completato prima dei casi "Noemi o D'Addario" e non c'è un collegamento con l'attualità. Ma per assurdo, sottolinea Procacci, il collegamento lo trova la Rai. Nella lettera di rifiuto si scrive che dato il proprietario delle reti e alcuni dei programmi "caratterizzati da immagini di donne prive di abiti e dal contenuto latamente voyeuristico delle medesime si determina un inequivocabile richiamo alle problematiche attualmente all'ordine del giorno riguardo alle attitudini morali dello stesso e al suo rapporto con il sesso femminile formulando illazioni sul fatto che tali caratteristiche personali sarebbero emerse già in passato nel corso dell'attività di imprenditore televisivo".

"Siamo in uno di quei casi in cui si è più realisti del re - dice Procacci - Ci sono stati film assai più duri nei confronti di Berlusconi come "Viva Zapatero" o a "Il caimano", che però hanno avuto i loro spot sulle reti Rai. E il governo era dello stesso segno di oggi. Penso che se questo film è ritenuto così esplosivo vuol dire che davvero l'Italia è cambiata".

Fonte:
La Repubblica

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In una videocrazia la chiave del potere è limmagine. In Italia soltanto un uomo ha dominato le immagini per più di tre decenni. Prima magnate della TV, poi Presidente, Silvio Berlusconi ha creato un binomio perfetto caratterizzato da politica e intrattenimento televisivo, influenzando come nessun altro il contenuto della tv commerciale in Italia. Un film di Erik Gandini. Al cinema dal 4 settembre

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di MARIA PIA FUSCO


La Rai rifiuta il trailer di Videocracy "E' un film che critica il governo"
ROMA - Nelle televisioni italiane è vietato parlare di tv, vietato dire che c'è una connessione tra il capo del governo e quello che si vede sul piccolo schermo. La Rai ha rifiutato il trailer di Videocracy il film di Erik Gandini che ricostruisce i trent'anni di crescita dei canali Mediaset e del nostro sistema televisivo.

"Come sempre abbiamo mandato i trailer all'AnicaAgis che gestisce gli spazi che la Rai dedica alla promozione del cinema. La risposta è stata che la Rai non avrebbe mai trasmesso i nostri spot perché secondo loro, parrà surreale, si tratta di un messaggio politico, non di un film", dice Domenico Procacci della Fandango che distribuisce il film. Netto rifiuto anche da parte di Mediaset, in questo caso con una comunicazione verbale da Publitalia. "Ci hanno detto che secondo loro film e trailer sono un attacco al sistema tv commerciale, quindi non ritenevano opportuno mandarlo in onda proprio sulle reti Mediaset".

A lasciare perplessi i distributori di Fandango e il regista sono infatti proprio le motivazioni della Rai. Con una lettera in stile legal-burocratese, la tv di Stato spiega che, anche se non siamo in periodo di campagna elettorale, il pluralismo alla Rai è sacro e se nello spot di un film si ravvisa un critica ad una parte politica ci vuole un immediato contraddittorio e dunque deve essere seguito dal messaggio di un film di segno opposto.

"Una delle motivazioni che mi ha colpito di più è quella in cui si dice che lo spot veicola un "inequivocabile messaggio politico di critica al governo" perché proietta alcune scritte con i dati che riguardano il paese alternate ad immagini di Berlusconi", prosegue Procacci "ma quei dati sono statistiche ufficiali, che sò "l'Italia è al 67mo posto nelle pari opportunità"".

A preoccupare la Rai sembra essere questo dato mostrato nel film: "L'80% degli italiani utilizza la tv come principale fonte di informazione". Dice la lettera di censura dello spot: "Attraverso il collegamento tra la titolarità del capo del governo rispetto alla principale società radiotelevisiva privata", non solo viene riproposta la questione del conflitto di interessi, ma, guarda caso, si potrebbe pensare che "attraverso la tv il governo potrebbe orientare subliminalmente le convinzioni dei cittadini influenzandole a proprio favore ed assicurandosene il consenso". "Mi pare chiaro che in Rai Videocracy è visto come un attacco a Berlusconi. In realtà è il racconto di come il nostro paese sia cambiato in questi ultimi trent'anni e del ruolo delle tv commerciali nel cambiamento. Quello che Nanni Moretti definisce "la creazione di un sistema di disvalori"".

Le riprese del film, se pure Villa Certosa si vede, è stato completato prima dei casi "Noemi o D'Addario" e non c'è un collegamento con l'attualità. Ma per assurdo, sottolinea Procacci, il collegamento lo trova la Rai. Nella lettera di rifiuto si scrive che dato il proprietario delle reti e alcuni dei programmi "caratterizzati da immagini di donne prive di abiti e dal contenuto latamente voyeuristico delle medesime si determina un inequivocabile richiamo alle problematiche attualmente all'ordine del giorno riguardo alle attitudini morali dello stesso e al suo rapporto con il sesso femminile formulando illazioni sul fatto che tali caratteristiche personali sarebbero emerse già in passato nel corso dell'attività di imprenditore televisivo".

"Siamo in uno di quei casi in cui si è più realisti del re - dice Procacci - Ci sono stati film assai più duri nei confronti di Berlusconi come "Viva Zapatero" o a "Il caimano", che però hanno avuto i loro spot sulle reti Rai. E il governo era dello stesso segno di oggi. Penso che se questo film è ritenuto così esplosivo vuol dire che davvero l'Italia è cambiata".

Fonte:
La Repubblica

 
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