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giovedì 27 agosto 2009
Il Partito del Sud è nato a Gaeta nel 2002 . Non ha niente a che fare con l'MPA di Lombardo finanziato dalla Lega Nord.
Di Antonio Ciano
Ecco la Questione Meridionale di Lombardo. Questo video è dedicato a tutti coloro che pensano in buona fede che il Sud possa essere liberato dai servi del nord e da coloro i quali hanno sguazzato nel sistema propostoci dal Risorgimento piemontese fatto di ladri e ladroni di Stato, di criminali ed assassini.
Il Partito del Sud è nato a Gaeta nel 2002, oggi amministra la città pontina assieme alla lista civica Raimondi.
Non ha niente a che fare con l'MPA di Lombardo, finanziato dalla lega Nord.
Vedere questo video per credere.
La lega Ladrona finanzia... i trasformisti democristiani di un tempo.
Intanto, sotto l'influsso del Partito del Sud e del suo vicecoordinatore Nazionale Erasmo Vecchio, nasce a Catania il primo COMPRASUD d'Italia, che associa ben 600 imprenditori meridionali.
Questa è la differenza tra il Partito del Sud e l'MPA.
C'è chi difende il territorio del Sud e chi prende finanziamenti dalla Lega Nord.
Ci rivolgiamo a tutti i meridionali che per motivi di opportunità si avviano verso l'asservimento dell'MPA a Bossi, ora sanno chi è Lombardo. La Questione Meridionale non potrà mai essere risolta dai servi e dagli ascari del Sud.
I loro padroni detteranno sempre condizioni di asservimento totale all'economia padana.
Lombardo è un servo della Lega Nord e non può risolvere la questione meridionale
Di Antonio Ciano
Ecco la Questione Meridionale di Lombardo. Questo video è dedicato a tutti coloro che pensano in buona fede che il Sud possa essere liberato dai servi del nord e da coloro i quali hanno sguazzato nel sistema propostoci dal Risorgimento piemontese fatto di ladri e ladroni di Stato, di criminali ed assassini.
Il Partito del Sud è nato a Gaeta nel 2002, oggi amministra la città pontina assieme alla lista civica Raimondi.
Non ha niente a che fare con l'MPA di Lombardo, finanziato dalla lega Nord.
Vedere questo video per credere.
La lega Ladrona finanzia... i trasformisti democristiani di un tempo.
Intanto, sotto l'influsso del Partito del Sud e del suo vicecoordinatore Nazionale Erasmo Vecchio, nasce a Catania il primo COMPRASUD d'Italia, che associa ben 600 imprenditori meridionali.
Questa è la differenza tra il Partito del Sud e l'MPA.
C'è chi difende il territorio del Sud e chi prende finanziamenti dalla Lega Nord.
Ci rivolgiamo a tutti i meridionali che per motivi di opportunità si avviano verso l'asservimento dell'MPA a Bossi, ora sanno chi è Lombardo. La Questione Meridionale non potrà mai essere risolta dai servi e dagli ascari del Sud.
I loro padroni detteranno sempre condizioni di asservimento totale all'economia padana.
Lombardo è un servo della Lega Nord e non può risolvere la questione meridionale
Saviano, la memoria per battere le mafie.

Di FRANCESCO LA LICATA
CINISI (Palermo)
Immobile, in piedi davanti alle tombe di Peppino Impastato e della sua straordinaria madre, Felicia, Roberto Saviano guarda fisso la foto del «militante comunista» ucciso dalla mafia (per la verità le parole esatte scolpite sul marmo recitano: «mafia democristiana»). Guarda anche il sorriso di Felicia Bartolotta, morta a 88 anni, gran parte dei quali spesi a cercare la condanna per don Tano Badalamenti, il boss dei Centi passi. Tanta era la distanza che separava le abitazioni dei due grandi nemici: Peppino, appunto, e don Tano.
Sembra davvero conquistato, lo scrittore. Posa lo sguardo sui bigliettini lasciati dalle centinaia di giovani che ancora oggi, a più di trent’anni dall’assassinio, vengono a Cinisi e, prima di qualunque divagazione turistica, si fermano al cimitero per lasciare un pensiero dedicato al ragazzo che rifiutò, fino al sacrificio finale, la cultura mafiosa del padre. Avversato dall’intero paese, ma non dalla sua «madre coraggio» che lo protesse finché potè e, quando glielo strapparono con una bomba, non finì di battersi a fronte alta. Fino a quando, quattro anni fa, chiuse gli occhi appagata per aver sentito la Corte d’Assise pronunciare la formula di condanna per Badalamenti.
Si guarda intorno, Roberto Saviano. Nota che il cancelletto della «gentilizia» di famiglia è senza lucchetto e si rivolge a Giovanni, fratello di Peppino: «Sta sempre aperto, questo luogo?». «Sempre», è la risposta di Giovanni, «come “Casa Memoria” in paese, la casa dei Cento passi che Felicia ha voluto fosse trasformata in un luogo aperto a tutti. In una difesa perpetua del ricordo di Peppino, che avevano cercato di far passare per terrorista uccidendolo con una bomba». E Saviano: «È un messaggio importantissimo, perché oltre all’esercizio della memoria - che la mafia, tutte le mafie vorrebbero cancellare - si trasmette il senso del coraggio della verità. Chi combatte per una causa giusta può guardare dritto negli occhi gli avversari, non ha bisogno di celarsi dietro lucchetti e chiavistelli; sono loro, i mafiosi, a cercare il buio e il silenzio omertoso. E questo vale per la Sicilia come per la Campania e per tutto il nostro martoriato Sud».
È una presenza significativa, quella di Saviano a Cinisi. Lo scrittore che con il suo bestseller Gomorra è divenuto il simbolo della resistenza alla camorra campana ha accettato di venire a presentare il libro scritto da Giovanni Impastato con Franco Vassia (Resistere a Mafiopoli, ed. Stampa Alternativa). Ha accettato l’invito anche il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, felicissimo di contribuire a quella difesa della memoria, ormai patrimonio collettivo della resistenza alla mafia.
Sulla tutela dell’«onore» dei caduti nella lotta alle mafie Saviano non si è risparmiato. Lo ha fatto di recente, insorgendo in difesa della onorabilità di don Peppe Diana, che l’avv. Gaetano Pecorella - parlamentare presidente della commissione Ecomafie - stentava a riconoscere come vittima della camorra. «Quella della diffamazione delle vittime - chiarisce Saviano - è una delle peggiori ingiustizie che si possano subire. Più ancora della privazione della vita. La distruzione del ricordo di un uomo onesto serve a giustificare l’omicidio, a convincere i cittadini-spettatori che la mafia uccide solo “chi se lo merita”. È un messaggio culturalmente devastante, un metodo che ha contribuito al radicamento del vivere mafioso in gran parte del Sud Italia».
Si accalora, Saviano, quando tocca questi temi. Tanto da suscitare il sospetto di un coinvolgimento personale. Ancora la vicenda Pecorella? «Non ci penso più: le scuse fatte pervenire ai familiari di don Peppe mi rasserenano sul fatto che quella polemica andava sollevata, soprattutto in difesa di una “verità” che non è vero fosse ancora aperta, come sosteneva il parlamentare, ma era già codificata in più d’una sentenza».
Lo scrittore si concede una pausa, poi riprende: «No, non difendo una mia personale presa di posizione, sento semmai l’esigenza di non indietreggiare di fronte all’aggressione e al furto della memoria. Bisogna far sentire la propria presenza, devono sapere che noi ci siamo e restiamo vigili ad arginare i “venticelli” di una certa Italia e i giochi sporchi di politici, sedicenti cronisti e pseudo opinione pubblica, tutti pronti alla facile calunnia». E perché oggi a Cinisi? «Ho letto il libro di Giovanni, ho conosciuto la tenacia di Felicia: un esempio di dignità e di difesa dell’onore dei propri caduti. Sì, proprio onore: una parola che appartiene alla gente perbene e che, invece, è stata scippata e stravolta da questi maestri dell’inganno».
«Anche stamattina - prosegue - a Casa Memoria ho respirato l’aria buona di chi non si è arreso: i libri di Peppino, i testi di Pasolini, le foto, l’amore e il garbo con cui questi brandelli di memoria vengono conservati... Sono contento di essere stato qui». Ma non è che Saviano abbia già sentito attorno a sé lo spiffero di qualche “venticello”? «Non mancano le accuse di protagonismo, a Napoli mi gridano contro “ti sei fatto i soldi”, oppure “la scorta te la paghiamo noi, sai?”, o anche “perché non vai in tv a infangarci ancora?”». Ancora ironia sulla sovraesposizione mediatica. Ma a rasserenare Saviano ci pensa Giovanni Impastato: «Robbè, futtitinni che ti dicono che sei mediatico. Vai in tv, tieni alta la luce su di te».

Di FRANCESCO LA LICATA
CINISI (Palermo)
Immobile, in piedi davanti alle tombe di Peppino Impastato e della sua straordinaria madre, Felicia, Roberto Saviano guarda fisso la foto del «militante comunista» ucciso dalla mafia (per la verità le parole esatte scolpite sul marmo recitano: «mafia democristiana»). Guarda anche il sorriso di Felicia Bartolotta, morta a 88 anni, gran parte dei quali spesi a cercare la condanna per don Tano Badalamenti, il boss dei Centi passi. Tanta era la distanza che separava le abitazioni dei due grandi nemici: Peppino, appunto, e don Tano.
Sembra davvero conquistato, lo scrittore. Posa lo sguardo sui bigliettini lasciati dalle centinaia di giovani che ancora oggi, a più di trent’anni dall’assassinio, vengono a Cinisi e, prima di qualunque divagazione turistica, si fermano al cimitero per lasciare un pensiero dedicato al ragazzo che rifiutò, fino al sacrificio finale, la cultura mafiosa del padre. Avversato dall’intero paese, ma non dalla sua «madre coraggio» che lo protesse finché potè e, quando glielo strapparono con una bomba, non finì di battersi a fronte alta. Fino a quando, quattro anni fa, chiuse gli occhi appagata per aver sentito la Corte d’Assise pronunciare la formula di condanna per Badalamenti.
Si guarda intorno, Roberto Saviano. Nota che il cancelletto della «gentilizia» di famiglia è senza lucchetto e si rivolge a Giovanni, fratello di Peppino: «Sta sempre aperto, questo luogo?». «Sempre», è la risposta di Giovanni, «come “Casa Memoria” in paese, la casa dei Cento passi che Felicia ha voluto fosse trasformata in un luogo aperto a tutti. In una difesa perpetua del ricordo di Peppino, che avevano cercato di far passare per terrorista uccidendolo con una bomba». E Saviano: «È un messaggio importantissimo, perché oltre all’esercizio della memoria - che la mafia, tutte le mafie vorrebbero cancellare - si trasmette il senso del coraggio della verità. Chi combatte per una causa giusta può guardare dritto negli occhi gli avversari, non ha bisogno di celarsi dietro lucchetti e chiavistelli; sono loro, i mafiosi, a cercare il buio e il silenzio omertoso. E questo vale per la Sicilia come per la Campania e per tutto il nostro martoriato Sud».
È una presenza significativa, quella di Saviano a Cinisi. Lo scrittore che con il suo bestseller Gomorra è divenuto il simbolo della resistenza alla camorra campana ha accettato di venire a presentare il libro scritto da Giovanni Impastato con Franco Vassia (Resistere a Mafiopoli, ed. Stampa Alternativa). Ha accettato l’invito anche il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, felicissimo di contribuire a quella difesa della memoria, ormai patrimonio collettivo della resistenza alla mafia.
Sulla tutela dell’«onore» dei caduti nella lotta alle mafie Saviano non si è risparmiato. Lo ha fatto di recente, insorgendo in difesa della onorabilità di don Peppe Diana, che l’avv. Gaetano Pecorella - parlamentare presidente della commissione Ecomafie - stentava a riconoscere come vittima della camorra. «Quella della diffamazione delle vittime - chiarisce Saviano - è una delle peggiori ingiustizie che si possano subire. Più ancora della privazione della vita. La distruzione del ricordo di un uomo onesto serve a giustificare l’omicidio, a convincere i cittadini-spettatori che la mafia uccide solo “chi se lo merita”. È un messaggio culturalmente devastante, un metodo che ha contribuito al radicamento del vivere mafioso in gran parte del Sud Italia».
Si accalora, Saviano, quando tocca questi temi. Tanto da suscitare il sospetto di un coinvolgimento personale. Ancora la vicenda Pecorella? «Non ci penso più: le scuse fatte pervenire ai familiari di don Peppe mi rasserenano sul fatto che quella polemica andava sollevata, soprattutto in difesa di una “verità” che non è vero fosse ancora aperta, come sosteneva il parlamentare, ma era già codificata in più d’una sentenza».
Lo scrittore si concede una pausa, poi riprende: «No, non difendo una mia personale presa di posizione, sento semmai l’esigenza di non indietreggiare di fronte all’aggressione e al furto della memoria. Bisogna far sentire la propria presenza, devono sapere che noi ci siamo e restiamo vigili ad arginare i “venticelli” di una certa Italia e i giochi sporchi di politici, sedicenti cronisti e pseudo opinione pubblica, tutti pronti alla facile calunnia». E perché oggi a Cinisi? «Ho letto il libro di Giovanni, ho conosciuto la tenacia di Felicia: un esempio di dignità e di difesa dell’onore dei propri caduti. Sì, proprio onore: una parola che appartiene alla gente perbene e che, invece, è stata scippata e stravolta da questi maestri dell’inganno».
«Anche stamattina - prosegue - a Casa Memoria ho respirato l’aria buona di chi non si è arreso: i libri di Peppino, i testi di Pasolini, le foto, l’amore e il garbo con cui questi brandelli di memoria vengono conservati... Sono contento di essere stato qui». Ma non è che Saviano abbia già sentito attorno a sé lo spiffero di qualche “venticello”? «Non mancano le accuse di protagonismo, a Napoli mi gridano contro “ti sei fatto i soldi”, oppure “la scorta te la paghiamo noi, sai?”, o anche “perché non vai in tv a infangarci ancora?”». Ancora ironia sulla sovraesposizione mediatica. Ma a rasserenare Saviano ci pensa Giovanni Impastato: «Robbè, futtitinni che ti dicono che sei mediatico. Vai in tv, tieni alta la luce su di te».
Claudio Messora: L'undicesima domanda a Silvio Berlusconi
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Video tratto da un articolo del videoblog "byoblu.com" di Claudio Messora.
Mercoledì 8 luglio 1998 il quotidiano "La Padania" pubblica un articolo con delle domande a Silvio Berlusconi. Il direttore del giornale era Max Parisi .
C’era un tempo in cui gli amici non erano amici, e non mangiavano più nello stesso piatto. C’era un tempo in cui un partito accusava un imprenditore del nord di avere edificato il suo impero con i soldi della mafia.
C’era un tempo in cui un direttore di giornale decise che era giunto il momento di dare a tutti una lezione di giornalismo.
Quel tempo era mercoledì 8 luglio 1998. Quel direttore era Max Parisi, alla guida de La Padania, l’organo di partito della Lega. Gli amici che non erano amici, erano Umberto Bossi e Silvio Berlusconi.
Il partito era la Lega Lombarda e l’imprenditore del nord accusato di essere mafioso era proprio Silvio Berlusconi (lo so, non l’avreste mai detto). La lezione di giornalismo, invece, consisteva in una serie di domande per chiedere conto a Silvio Berlusconi del suo passato e del suo presente imprenditoriale. Il titolo era “Berlusconi Mafioso? 11 domande al Cavaliere per negarlo”. Ma le domande pubblicate erano solo 10. L’undicesima, la domanda che non c’era, nessuno la conobbe mai. Forse perché giorno venne che i due ex-amici, poi divenuti nemici, d’improvviso fecero inspiegabilmente ...la pace.
La conseguenza di questo abbraccio fraterno, degno di Carramba Che Sopresa!, fu che tutti i violenti attacchi portati da La Padania al Cavaliere cessarono come per incanto. Tutte le tracce vennero minuziosamente cancellate dagli archivi web del quotidiano leghista, e Max Parisi venne premiato con un incarico al TG2.
Ma la rete non perdona. Lo diciamo sempre.
Qualcuno ha recuperato da archive.org gli articoli originali, immortalati per voi e per tutti, in remissione di ogni reticenza. E così, nella magnificenza del TechniColor, possiamo vedere cose come la foto di Berlusconi insieme alle foto di Totò Riina, Giovanni Brusca, Pippo Calò, Tano Badalamenti ed altri personaggi del tutto innocui, campeggiare sotto il titolo: BACIAMO LE MANI.

Oggi Niccolò Ghedini annuncia di voler querelare Di Pietro per avere detto che sputa nello stesso piatto dove mangia, riferendosi alle specialità mafiose. Berlusconi querelò anche all'epoca, salvo ritrare la denuncia due anni dopo, una volta firmato il miracoloso Trattato di Arcore. Non sempre tuttavia si fa la pace e si fa merenda insieme. Questo è per lo meno il nostro auspicio.
E allora eccole, le undicimenouna domande poste da Max Parisi a Silvio Berlusconi.
Primo quesito
Lei certamente ricorda che il 26 settembre 1968 la sua società – l’Edilnord Sas – acquistò dal conte Bonzi l’intera area dove di li a breve lei costruirà il quartiere di Milano2. Lei pagò l’area circa 4.250 lire al metro quadrato, per un totale di oltre 3 miliardi. Questa somma, nel 1968 quando lei aveva appena 32 anni e nessun patrimonio familiare alle spalle, è di enorme portala. Oggi, tabelle Istat alla mano, equivarrebbe a 38 miliardi, 739 milioni e spiccioli. Dopo l’acquisto – intendo dire nei mesi successivi – lei apri un gigantesco cantiere edilizio, il cui costo arriverà a sfiorare 500 milioni al giorno, che in circa 4-5 anni porterà all’edificazione di Mlano2 così come è oggi. Ecco la prima domanda: signor Berlusconi, a lei, quando aveva 32 anni, gli oltre 30 miliardi per comprare l’area, chi li diede? Inoltre: che garanzie offri e a chi per ricevere tale ingentissimo credito? In ultimo: il denaro per avviare e portare a conclusione il super-cantiere, chi glielo fornì? Vede, se lei non chiarisce questi punti, si è autorizzati a credere che le due misteriose finanziarie svizzere amministrate dall’avvocato di Lugano Renzo Rezzonico “sue finanziatrici”, così come altre finanziarie elvetiche che entreranno in scena al suo fianco e che tra poco incontreremo, sono paraventi dietro i quali si sono nascosti soggetti tutt’altro che raccomandabili. Si, perché – mi creda signor Berlusconi – nel 1998, oggi, se lei chiarisse una volta per tutte, con nomi e cognomi, chi le prestò tale gigantesca fortuna facendo con questo crollare ogni genere di sospetto e insinuazione sul suo conto, nessuno e dico nessuno si alzerebbe per criticarla sostenendo che lei operò con capitali sfuggiti, per esempio, al fisco italiano e riparati in Svizzera, e rientrati in Italia grazie alla sua attività imprenditoriale. Sarei il primo ad applaudirla, signor Berlusconi, se la realtà fosse questa. Se invece di denaro frutto di attività illecite, si tratò di risparmi onestamente guadagnati e quindi sottratti dai rispettivi proprietari al fisco assassino italiota che grazie a lei ridiventarono investimenti, lei sarebbe da osannare. Parli, signor Berlusconi, faccia i nomi e il castello di accuse di riciclaggio cadrà di schianto.
Secondo quesito
Il 22 maggio 1974 – certamente lo ricorda, signor Berlusconi – la sua società “Edilnord Centri Residenziali Sas” compì un aumento di capitale che così arrivò a 600 milioni (4,8 miliardi oggi, fonte Istat). Il 22 luglio 1975 la medesima società eseguì un altro aumento di capitale passando dai suddetti 600 milioni a 2 miliardi (14 miliardi di oggi, fonte Istat). Anche in questo caso, vorrei sapere da dove o da chi sono arrivati queste forti somme di denaro in contanti.
Terzo quesito
Il 2 febbraio 1973 lei fondò un’altra società, la Italcantieri Srl. Il 18 luglio 1975 questa sua piccola Impresa diventò una Spa con un aumento di capitale a 500 milioni. In seguito, quei 500 milioni diventeranno 2 miliardi e lei farà in modo di emettere anche un prestito obbligazionario per altri 2 miliardi. Signor Berlusconi, anche in questo caso le chiedo: il denaro in contanti per queste forti operazioni finanziarie, chi glielo diede? Fuori i nomi.
Quarto quesito
Lei non può essersi scordato che il 15 settembre 1977 la sua società Edilnord cedette alla neo-costituita “Milano2 Spa” tutto il costruito del nuovo quartiere residenziale nel Comune di Segrate battezzato “Milano2″ più alcune aree ancora da edificare di quell’immenso terreno che lei comperò nel ‘68 per l’equivalente di più di 32 miliardi in contanti. Tuttavia quel 15 settembre di tanti anni fa, accadde un altro fatto: lei, signor Berlusconi, decise il contemporaneo cambiamento di nome della società acquirente. Infatti l’impresa Milano2 Spa iniziò a chiamarsi così proprio da quella data. Il giorno della sua fondazione a Roma, il 16 settembre 1974, la futura Milano2 Spa – come lei senza dubbio rammenta – viceversa rispondeva al nome di Immobiliare San Martino Spa, “forte” di un capitale di lire 1 (un) milione, il cui amministratore era Marcello Dell’Utri. Lo stesso Dell’Utri che lei, signor Berlusconi, sostiene fosse a quell’epoca un «mio semplice segretario personale». Sempre il 15 settembre 1977, quel milione venne portato a 500 e la sede trasferita da Roma a Segrate. Il 19 luglio 1978, i 500 milioni diventeranno 2 miliardi di capitale sociale.
Ecco, anche in questo caso, vorrei sapere dove ha preso e chi le ha fornito tanto denaro contante e in base a quali garanzie.
Quinto quesito
Signor Berlusconi, il cuore del suo impero, la notissima Fininvest, certamente ricorda che nacque in due tappe. Partiamo dalle seconda: l’8 giugno 1978 lei fondò a Roma la “Finanziaria d’Investimento Srl” – in sigla Fininvest – dotandola di un capitale di 20 milioni e di un amministratore che rispondeva al nome di Umberto Previti, padre del noto Cesare di questi tempi grami (per lui). I1 30 giugno 1978 il capitale sociale di questa sua creatura venne portato a 50 milioni, il 7 dicembre 1978 a 18 miliardi, che al valore d’oggi sarebbero 81 miliardi, 167 milioni e 400 mila lire. In 6 mesi, quindi, lei passò dall’avere avuto in tasca 20 milioni per fondare la Fininvest Srl a Roma, a 18 miliardi. Fra l’altro, come lei certamente ricorda, la società in questo periodo non possedeva alcun dipendente. Nel luglio del 1979 la Fininvest Srl, con tutti quei soldi in cassa, venne trasferita a Milano. Poco prima, il 26 gennaio 1979 era stata “fusa” con un’altra sua società dall’identico nome, signor Berlusconi: la Fininvest Spa di Milano. Questa società fu la prima delle due tappe fondamentali di cui dicevo poc’anzi alla base dell’edificazione del suo impero, e in realtà di milanese aveva ben poco, come lei ben sa.
Infatti la Fininvest Spa venne anch’essa fondata a Roma il 21 marzo del 1975 come Srl, l’11 novembre dello stesso anno trasformata in Spa con 2 miliardi di capitale, e quindi trasferita nel capoluogo lombardo. Tutte operazioni, queste, che pensò, decise e attuò proprio lei, signor Berlusconi. Dopo la fusione, ricorda?, il capitale sociale verrà ulteriormente aumentato a 52 miliardi (al valore dell’epoca, equivalenti a più di 166 miliardi di oggi, fonte Istat). Bene, fermiamoci qui. Signor Berlusconi, i 17 miliardi e 980 milioni di differenza della Fininvest Srl di Roma (anno 1978) chi glieli fornì? Vorrei conoscere nomi e cognomi di questi suoi munifici amici e anche il contenuto delle garanzie che lei, signor Berlusconi, offrì loro. Lo stesso dicasi per l’aumento, di poco successivo, a 52 miliardi. Naturalmente le chiedo anche notizie sull’origine dei fondi, altri 2 miliardi, della “gemella” Fininvest Spa di Milano che lei fondò nel 1975, anno pessimo per ciò che attiene al credito bancario e ancor peggio per i fondamentali dell’economia del Paese.
Sesto quesito
Lei, signor Berluscom, almeno una volta in passato tentò di chiarire il motivo dell’esistenza delle 22 (ma c’è chi scrive, come Giovanni Ruggeri, autore di “Berlusconi, gli affari del Presidente” siano molte di più, addirittura 38) “Holding Italiane” che detengono tuttora il capitale della Fininvest, esattamente l’elenco che inizia con Holding Italiana Prima e termina con Holding Italiana Ventiduesima. Lei sostenne che la ragione di tale castello societario sta nell’aver inventato un meccanismo per pagare meno tasse allo Stato. Così pure, signor Berlusconi, lei ha dichiarato che l’inventore del marchingegno finanziario, che ripeto detiene – sono sue parole – l’intero capitale del Gruppo, fu Umberto Previti e l’unico scopo per il quale l’inventò consisteva – e consiste tutt’oggi – nell’aver abbattuto di una considerevole percentuale le tasse, ovvero il bottino del rapinoso fisco italiota ai suoi danni, con un meccanismo assolutamente legale. Queste, mi corregga se sbaglio, furono le ragioni che addusse a suo tempo, signor Berlusconi, per spiegare il motivo per cui il capitale della Fininvest è suddiviso così.
È una motivazione, però, che a molti appare quanto meno curiosa, se raffrontata – ad esempio – con l’assetto patrimoniale di un altro big dell’imprenditoria nazionale, Giovanni Agnelli, che viceversa ha optato da molti anni per una trasparentissima società in accomandita per detenere e definire i propri beni e quote del Gruppo Fiat.
In sostanza lei, signor Berlusconi, più volte ha ribadito che “dietro” le 22 Holding c’è soltanto la sua persona e la sua famiglia. Non avrò mai più motivo di dubitare di questa sua affermazione quando lei spiegherà con assoluta chiarezza le ragioni di una sua scelta a dir poco stupefacente.
Questa: c’è un indirizzo – a Milano – che lei, signor Berlusconi conosce molto bene. Si tratta di via Sant’Orsola 3, pieno centro cittadino. A questo indirizzo nel 1978 nacque una società fiduciaria – ovvero dedita alla gestione di patrimoni altrui – denominata Par.Ma.Fid.
A fondarla furono due commercialisti, Roberto Massimo Filippa e Michela Patrizia Natalini.
Detto questo, certo rammenta, signor Berlusconi, che importanti quote di diverse delle suddette 22 Holding verranno da lei intestate proprio alla Par.Ma.Fid. Esattamente il 10 % della Holding Italiana Seconda, Terza, Quarta, Quinta, Ventunesima e Ventiduesima, più il 49% della Holding Italiana Prima, la quale – in un perfetto gioco di scatole cinesi – a sua volta detiene il 100% del capitale della Holding Italiana Sesta e Settima e il 51% della Holding Italiana Ventiduesima.
Vede, signor Berlusconi, dovrebbe chiarirmi per conto di chi la Par.Ma.Fid. gestirà questa grande fetta del Gruppo Fininvest e perché lei decise di affidare proprio a questa società tale immensa fortuna. Infatti lei – che è un attento lettore di giornali e ha a sua disposizione un ferratissimo nonché informatissimo staff di legali civilisti e penalisti – non può non sapere che la Par.Ma.Fid. è la medesima società fiduciaria che ha gestito – esattamente nello stesso periodo – tutti i beni di Antonio Virgilio, finanziere di Cosa Nostra e grande riciclatore di capitali per conto dei clan di Giuseppe e Alfredo Bonn, Salvatore Enea, Gaetano Fidanzati, Gaetano Carollo, Canneto Gaeta e altri boss – di area corleonese e non – operanti a Milano nel traffico di stupefacenti a livello mondiale e nei sequestri di persona.
Quindi, signor Berlusconi, a chi finivano gli utili della Fininvest relativi alle quote delle Holding in mano alla Par.Ma.Fid.? Per conto di chi la Par.Ma.Fid. incassava i dividendi e gestiva le quote in suo possesso? Chi erano – mi passi il termine – i suoi “soci”, signor Berlusconi, nascosti dietro lo schermo anonimo della fiduciaria di via Sant’Orsola civico 37. Capisce che in assenza di una sua precisa quanto chiarificatrice risposta che faccia apparire il volto – o i volti – di coloro che per anni incasseranno fior di quattrini grazie alla Par.Ma.Fid., ovvero alle quote della Fininvest detenute dalla Par.Ma.Fid. non si sa per conto di chi, sono autorizzato a pensare che costoro non fossero estranei all’altro “giro” di clienti contemporaneamente gestiti da questa fiduciaria, clienti i cui nomi rimandano direttamente ai vertici di Cosa Nostra.
Settimo quesito
E’ universalmente noto che lei, signor Berlusconi, come imprenditore è “nato col mattone” per poi approdare alla televisione. Proprio sull’edificazione del network tivù è incentrato questo punto. Lei, signor Berlusconi, certamente ricorda che sul finire del 1979 diede incarico ad Adriano Galliani di girare l’Italia ad acquistare frequenze tivù. Lo scopo – del tutto evidente – fu quello di costituire una rete di emittenti sotto il suo controllo, signor Berlusconi, in modo da poter trasmettere programmi, ma soprattutto pubblicità, che così sarebbe stata “nazionale” e non più locale. La differenza dal punto di vista dei fatturati pubblicitari, ovviamente, era enorme. Fu un piano perfetto. Se non che, Adriano Galliani invece di buttarsi a capofitto nell’acquisto di emittenti al Nord, iniziò dal Sud e precisamente dalla Sicilia, dove entrò in società con i fratelli Inzaranto di Misilmeri (frazione di Palermo) nella loro Retesicilia Srl, che dal 13 novembre 1980 vedrà nel proprio consiglio di amministrazione Galliani in persona a fianco di Antonio Inzaranto. Ora lei, signor Berlusconi, da imprenditore avveduto qual è, non può non avere preso informazioni all’epoca sui suoi nuovi soci palermitani, personaggi molto noti da quelle parti per ben altre questioni, oltre la tivù. Infatti Giuseppe Inzaranto, fratello di Antonio nonché suo partner, è marito della nipote prediletta di Tommaso Buscetta. No, sia chiaro, non mi riferisco al “pentito Buscetta” del 1984, ma al super boss che nel ‘79 è ancora braccio destro di Pippo Calò e amico intimo di Stefano Bontale, il capo dei capi della mafia siciliana.
Quindi, signor Berlusconi, perché entrò in affari – tramite Adriano Galliani – con gente di questa risma? C’è da notare, oltre tutto, che i fratelli Inzaranto sono di Misilmeri. Le dice niente, signor Berlusconi, questo nome? Guardi che glielo sto chiedendo con grande serietà. Infatti proprio di Misilmeri sono originari i soci siciliani della nobile famiglia Rasini che assieme alla famiglia Azzaretto – nativa di Misilmeri, appunto – fondò nel 1955 la banca di Piazza Mercanti, la Banca Rasini.
Giuseppe Azzaretto e suo figlio, Dario Azzaretto, sono persone delle quali lei, signor Berlusconi, can ogni probabilità sentiva parlare addirittura in casa da suo padre. Gli Azzaretto erano – con i Rasini i diretti superiori di suo padre Luigi, signor Berlusconi. Gli Azzaretto di Misilmeri davano ordini a suo padre, signor Berlusconi, che per molti anni fu loro procuratore, il primo procuratore della Banca Rasini. Certo non le vengo a chiedere con quali capitali – e di chi – Giuseppe Azzaretto riuscì ad affiancarsi nel 1955 ai potenti Rasini di Milano, tenuto conto che Misilmeri è tutt’oggi una tragica periferia della peggiore Palermo, però che a lei Misilmeri possa risultare del tutto sconosciuta, mi appare inverosimile. Ora le ripeto la domanda: si informò sulla “serietà” e la “moralità” dei nuovi soci – il clan Inzaranto – quando tra il 1979 e l’80 diveranno parte fondamentale della sua rete tivù nazionale?
Ottavo quesito
Certo a lei, signor Berlusconi, il nome della società immobiliare Romana Paltano non può risultare sconosciuto.
È impossibile non ricordi che nel 1974 la suddetta, 12 milioni di capitale, finì sotto il suo controllo amministrata da Marcello Dell’Utri, perché proprio sui terreni di questa società lei darà corso all’iniziativa edilizia denominata Milano3.
Così pure ricorderà che nel 1976 l’esiguo capitale di 12 milioni aumenterà a 500; e che il 12 maggio del 1977 salirà ulteriormente a 1 (un) miliardo, e che cambierà anche la sua denominazione in Cantieri Riuniti Milanesi Spa. Come al solito, vengo subito al dunque: anche in questo ennesimo caso, chi le fornì, signor Berlusconi, questi forti capitali per aumentare la portata finanziaria di quella che era una modestissima impresa del valore di soli 12 milioni quando la acquistò?
Nono quesito
Lei, signor Berlusconi, certamente rammenta che il 4 maggio 1977 a Roma fondò l’Immobiliare idra col capitale di 1 (un) milione. Questa società, che oggi possiede beni immobili pregiatissimi in Sardegna, l’anno successivo – era il 1978 – aumentò il proprio capitale a 900 milioni. Signor Berlusconi, da dove arrivarono gli 899 milioni (4 miliardi e 45 milioni d’oggi, fonte Istat) che fecero la differenza?
Decimo quesito
Signor Berlusconi, in più occasioni lei ha usato per mettere in porto affari di vario genere – l’acquisto dell’attaccante Lentini dal Torino Calcio, ad esempio – la finanziaria di Chiasso denominata Fimo. Anche in questo caso, come nel precedente riferito alla Par.Ma.Fid., lei ha scelte una società fiduciaria – questa volta domiciliata in Svizzera – al cui riguardo le cronache giudiziarie si erano largamente espresse. Tenuto conto della potenza dello staff informativo che la circonda, signor Berlusconi., mi appare del tutto inverosimile che lei non abbia saputo, circa la Fimo di Chiasso, che è stata per lungo tempo il canale privilegiato di riciclaggio usato da Giuseppe Lottusi, arrestato il 15 novembre del 1991 mentre “esportava” forti capitali della temibile cosca palermitana dei Madonia. Così pure non le sarà sfuggito che Lottusi venne condannato a 2 anni di reclusione per quei reati. Tuttora è in carcere a scontare la pena. Ebbene, signor Berlusconi, se quel gangster fini in galera il 15 novembre del ‘91, nella primavera del 1992 – cioè pochi mesi dopo quel fatto che campeggiò con dovizia di particolari, anche circa la Fimo, sulle prime pagine di tutti i giornali – il suo Milan “pagò” una forte somma “in nero” – estero su estero – per la cessione di Gianluigi Lentini, e usò per la transazione proprio la screditatissima Fimo, fiduciaria di narcotrafficanti internazionali. Perché, signor Berlusconi?
Ecco, queste sono le domande. Risponda, signor Berlusconi. Presto. Come ha visto, di “pentiti” veri o presunti non c’è traccia negli 11 quesiti. Semmai c’è il profumo di centinaia di miliardi che tra il 1968 e il 1979 finirono nelle sue mani, signor Berlusconi. E tuttora non si sa da dove arrivarono. Poiché c’è chi l’accusa che quell’oceano di quattrini provenne dalle casse di Cosa Nostra e sta indagando proprio su questo, prego, schianti ogni possibile infamia dicendo semplicemente la verità. Punto per punto, nome per nome.
E’ un’occasione d’oro per farla finita una volta per tutte. Sappia che d’ora in poi il silenzio non le è più consentito né come imprenditore, né come politico, né come uomo.
MAX PARISI
L'undicesima domanda, caro Max Parisi, la faccio io a te. Anzi, te ne faccio più di una.
11.Come mai il tuo ex editore, Umberto Bossi, non ha più chiesto conto a quello che reputava un mafioso delle accuse da te così bene argomentate?
12.Come accadde che la Lega cessò ogni ostilità nei confronti di Silvio Berlusconi, e poco tempo dopo entrò a far parte della stessa squadra di governo di chi sosteneva avere costruito un impero con i soldi della mafia?
13.Come mai è sparita ogni traccia della tua inchiesta, e addirittura oggi il sito web de La Padania risulta molto opportunamente in ristrutturazione?
14.Perché non riproponi le tue dieci domande, visto che non mi risulta Silvio Berlusconi abbia mai risposto, dalle frequenze della RAI?
Restiamo in attesa di una tua risposta, che pubblicheremo volentieri sul blog.
Fonte:www.byoblu.com
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Video tratto da un articolo del videoblog "byoblu.com" di Claudio Messora.
Mercoledì 8 luglio 1998 il quotidiano "La Padania" pubblica un articolo con delle domande a Silvio Berlusconi. Il direttore del giornale era Max Parisi .
C’era un tempo in cui gli amici non erano amici, e non mangiavano più nello stesso piatto. C’era un tempo in cui un partito accusava un imprenditore del nord di avere edificato il suo impero con i soldi della mafia.
C’era un tempo in cui un direttore di giornale decise che era giunto il momento di dare a tutti una lezione di giornalismo.
Quel tempo era mercoledì 8 luglio 1998. Quel direttore era Max Parisi, alla guida de La Padania, l’organo di partito della Lega. Gli amici che non erano amici, erano Umberto Bossi e Silvio Berlusconi.
Il partito era la Lega Lombarda e l’imprenditore del nord accusato di essere mafioso era proprio Silvio Berlusconi (lo so, non l’avreste mai detto). La lezione di giornalismo, invece, consisteva in una serie di domande per chiedere conto a Silvio Berlusconi del suo passato e del suo presente imprenditoriale. Il titolo era “Berlusconi Mafioso? 11 domande al Cavaliere per negarlo”. Ma le domande pubblicate erano solo 10. L’undicesima, la domanda che non c’era, nessuno la conobbe mai. Forse perché giorno venne che i due ex-amici, poi divenuti nemici, d’improvviso fecero inspiegabilmente ...la pace.
La conseguenza di questo abbraccio fraterno, degno di Carramba Che Sopresa!, fu che tutti i violenti attacchi portati da La Padania al Cavaliere cessarono come per incanto. Tutte le tracce vennero minuziosamente cancellate dagli archivi web del quotidiano leghista, e Max Parisi venne premiato con un incarico al TG2.
Ma la rete non perdona. Lo diciamo sempre.
Qualcuno ha recuperato da archive.org gli articoli originali, immortalati per voi e per tutti, in remissione di ogni reticenza. E così, nella magnificenza del TechniColor, possiamo vedere cose come la foto di Berlusconi insieme alle foto di Totò Riina, Giovanni Brusca, Pippo Calò, Tano Badalamenti ed altri personaggi del tutto innocui, campeggiare sotto il titolo: BACIAMO LE MANI.

Oggi Niccolò Ghedini annuncia di voler querelare Di Pietro per avere detto che sputa nello stesso piatto dove mangia, riferendosi alle specialità mafiose. Berlusconi querelò anche all'epoca, salvo ritrare la denuncia due anni dopo, una volta firmato il miracoloso Trattato di Arcore. Non sempre tuttavia si fa la pace e si fa merenda insieme. Questo è per lo meno il nostro auspicio.
E allora eccole, le undicimenouna domande poste da Max Parisi a Silvio Berlusconi.
Primo quesito
Lei certamente ricorda che il 26 settembre 1968 la sua società – l’Edilnord Sas – acquistò dal conte Bonzi l’intera area dove di li a breve lei costruirà il quartiere di Milano2. Lei pagò l’area circa 4.250 lire al metro quadrato, per un totale di oltre 3 miliardi. Questa somma, nel 1968 quando lei aveva appena 32 anni e nessun patrimonio familiare alle spalle, è di enorme portala. Oggi, tabelle Istat alla mano, equivarrebbe a 38 miliardi, 739 milioni e spiccioli. Dopo l’acquisto – intendo dire nei mesi successivi – lei apri un gigantesco cantiere edilizio, il cui costo arriverà a sfiorare 500 milioni al giorno, che in circa 4-5 anni porterà all’edificazione di Mlano2 così come è oggi. Ecco la prima domanda: signor Berlusconi, a lei, quando aveva 32 anni, gli oltre 30 miliardi per comprare l’area, chi li diede? Inoltre: che garanzie offri e a chi per ricevere tale ingentissimo credito? In ultimo: il denaro per avviare e portare a conclusione il super-cantiere, chi glielo fornì? Vede, se lei non chiarisce questi punti, si è autorizzati a credere che le due misteriose finanziarie svizzere amministrate dall’avvocato di Lugano Renzo Rezzonico “sue finanziatrici”, così come altre finanziarie elvetiche che entreranno in scena al suo fianco e che tra poco incontreremo, sono paraventi dietro i quali si sono nascosti soggetti tutt’altro che raccomandabili. Si, perché – mi creda signor Berlusconi – nel 1998, oggi, se lei chiarisse una volta per tutte, con nomi e cognomi, chi le prestò tale gigantesca fortuna facendo con questo crollare ogni genere di sospetto e insinuazione sul suo conto, nessuno e dico nessuno si alzerebbe per criticarla sostenendo che lei operò con capitali sfuggiti, per esempio, al fisco italiano e riparati in Svizzera, e rientrati in Italia grazie alla sua attività imprenditoriale. Sarei il primo ad applaudirla, signor Berlusconi, se la realtà fosse questa. Se invece di denaro frutto di attività illecite, si tratò di risparmi onestamente guadagnati e quindi sottratti dai rispettivi proprietari al fisco assassino italiota che grazie a lei ridiventarono investimenti, lei sarebbe da osannare. Parli, signor Berlusconi, faccia i nomi e il castello di accuse di riciclaggio cadrà di schianto.
Secondo quesito
Il 22 maggio 1974 – certamente lo ricorda, signor Berlusconi – la sua società “Edilnord Centri Residenziali Sas” compì un aumento di capitale che così arrivò a 600 milioni (4,8 miliardi oggi, fonte Istat). Il 22 luglio 1975 la medesima società eseguì un altro aumento di capitale passando dai suddetti 600 milioni a 2 miliardi (14 miliardi di oggi, fonte Istat). Anche in questo caso, vorrei sapere da dove o da chi sono arrivati queste forti somme di denaro in contanti.
Terzo quesito
Il 2 febbraio 1973 lei fondò un’altra società, la Italcantieri Srl. Il 18 luglio 1975 questa sua piccola Impresa diventò una Spa con un aumento di capitale a 500 milioni. In seguito, quei 500 milioni diventeranno 2 miliardi e lei farà in modo di emettere anche un prestito obbligazionario per altri 2 miliardi. Signor Berlusconi, anche in questo caso le chiedo: il denaro in contanti per queste forti operazioni finanziarie, chi glielo diede? Fuori i nomi.
Quarto quesito
Lei non può essersi scordato che il 15 settembre 1977 la sua società Edilnord cedette alla neo-costituita “Milano2 Spa” tutto il costruito del nuovo quartiere residenziale nel Comune di Segrate battezzato “Milano2″ più alcune aree ancora da edificare di quell’immenso terreno che lei comperò nel ‘68 per l’equivalente di più di 32 miliardi in contanti. Tuttavia quel 15 settembre di tanti anni fa, accadde un altro fatto: lei, signor Berlusconi, decise il contemporaneo cambiamento di nome della società acquirente. Infatti l’impresa Milano2 Spa iniziò a chiamarsi così proprio da quella data. Il giorno della sua fondazione a Roma, il 16 settembre 1974, la futura Milano2 Spa – come lei senza dubbio rammenta – viceversa rispondeva al nome di Immobiliare San Martino Spa, “forte” di un capitale di lire 1 (un) milione, il cui amministratore era Marcello Dell’Utri. Lo stesso Dell’Utri che lei, signor Berlusconi, sostiene fosse a quell’epoca un «mio semplice segretario personale». Sempre il 15 settembre 1977, quel milione venne portato a 500 e la sede trasferita da Roma a Segrate. Il 19 luglio 1978, i 500 milioni diventeranno 2 miliardi di capitale sociale.
Ecco, anche in questo caso, vorrei sapere dove ha preso e chi le ha fornito tanto denaro contante e in base a quali garanzie.
Quinto quesito
Signor Berlusconi, il cuore del suo impero, la notissima Fininvest, certamente ricorda che nacque in due tappe. Partiamo dalle seconda: l’8 giugno 1978 lei fondò a Roma la “Finanziaria d’Investimento Srl” – in sigla Fininvest – dotandola di un capitale di 20 milioni e di un amministratore che rispondeva al nome di Umberto Previti, padre del noto Cesare di questi tempi grami (per lui). I1 30 giugno 1978 il capitale sociale di questa sua creatura venne portato a 50 milioni, il 7 dicembre 1978 a 18 miliardi, che al valore d’oggi sarebbero 81 miliardi, 167 milioni e 400 mila lire. In 6 mesi, quindi, lei passò dall’avere avuto in tasca 20 milioni per fondare la Fininvest Srl a Roma, a 18 miliardi. Fra l’altro, come lei certamente ricorda, la società in questo periodo non possedeva alcun dipendente. Nel luglio del 1979 la Fininvest Srl, con tutti quei soldi in cassa, venne trasferita a Milano. Poco prima, il 26 gennaio 1979 era stata “fusa” con un’altra sua società dall’identico nome, signor Berlusconi: la Fininvest Spa di Milano. Questa società fu la prima delle due tappe fondamentali di cui dicevo poc’anzi alla base dell’edificazione del suo impero, e in realtà di milanese aveva ben poco, come lei ben sa.
Infatti la Fininvest Spa venne anch’essa fondata a Roma il 21 marzo del 1975 come Srl, l’11 novembre dello stesso anno trasformata in Spa con 2 miliardi di capitale, e quindi trasferita nel capoluogo lombardo. Tutte operazioni, queste, che pensò, decise e attuò proprio lei, signor Berlusconi. Dopo la fusione, ricorda?, il capitale sociale verrà ulteriormente aumentato a 52 miliardi (al valore dell’epoca, equivalenti a più di 166 miliardi di oggi, fonte Istat). Bene, fermiamoci qui. Signor Berlusconi, i 17 miliardi e 980 milioni di differenza della Fininvest Srl di Roma (anno 1978) chi glieli fornì? Vorrei conoscere nomi e cognomi di questi suoi munifici amici e anche il contenuto delle garanzie che lei, signor Berlusconi, offrì loro. Lo stesso dicasi per l’aumento, di poco successivo, a 52 miliardi. Naturalmente le chiedo anche notizie sull’origine dei fondi, altri 2 miliardi, della “gemella” Fininvest Spa di Milano che lei fondò nel 1975, anno pessimo per ciò che attiene al credito bancario e ancor peggio per i fondamentali dell’economia del Paese.
Sesto quesito
Lei, signor Berluscom, almeno una volta in passato tentò di chiarire il motivo dell’esistenza delle 22 (ma c’è chi scrive, come Giovanni Ruggeri, autore di “Berlusconi, gli affari del Presidente” siano molte di più, addirittura 38) “Holding Italiane” che detengono tuttora il capitale della Fininvest, esattamente l’elenco che inizia con Holding Italiana Prima e termina con Holding Italiana Ventiduesima. Lei sostenne che la ragione di tale castello societario sta nell’aver inventato un meccanismo per pagare meno tasse allo Stato. Così pure, signor Berlusconi, lei ha dichiarato che l’inventore del marchingegno finanziario, che ripeto detiene – sono sue parole – l’intero capitale del Gruppo, fu Umberto Previti e l’unico scopo per il quale l’inventò consisteva – e consiste tutt’oggi – nell’aver abbattuto di una considerevole percentuale le tasse, ovvero il bottino del rapinoso fisco italiota ai suoi danni, con un meccanismo assolutamente legale. Queste, mi corregga se sbaglio, furono le ragioni che addusse a suo tempo, signor Berlusconi, per spiegare il motivo per cui il capitale della Fininvest è suddiviso così.
È una motivazione, però, che a molti appare quanto meno curiosa, se raffrontata – ad esempio – con l’assetto patrimoniale di un altro big dell’imprenditoria nazionale, Giovanni Agnelli, che viceversa ha optato da molti anni per una trasparentissima società in accomandita per detenere e definire i propri beni e quote del Gruppo Fiat.
In sostanza lei, signor Berlusconi, più volte ha ribadito che “dietro” le 22 Holding c’è soltanto la sua persona e la sua famiglia. Non avrò mai più motivo di dubitare di questa sua affermazione quando lei spiegherà con assoluta chiarezza le ragioni di una sua scelta a dir poco stupefacente.
Questa: c’è un indirizzo – a Milano – che lei, signor Berlusconi conosce molto bene. Si tratta di via Sant’Orsola 3, pieno centro cittadino. A questo indirizzo nel 1978 nacque una società fiduciaria – ovvero dedita alla gestione di patrimoni altrui – denominata Par.Ma.Fid.
A fondarla furono due commercialisti, Roberto Massimo Filippa e Michela Patrizia Natalini.
Detto questo, certo rammenta, signor Berlusconi, che importanti quote di diverse delle suddette 22 Holding verranno da lei intestate proprio alla Par.Ma.Fid. Esattamente il 10 % della Holding Italiana Seconda, Terza, Quarta, Quinta, Ventunesima e Ventiduesima, più il 49% della Holding Italiana Prima, la quale – in un perfetto gioco di scatole cinesi – a sua volta detiene il 100% del capitale della Holding Italiana Sesta e Settima e il 51% della Holding Italiana Ventiduesima.
Vede, signor Berlusconi, dovrebbe chiarirmi per conto di chi la Par.Ma.Fid. gestirà questa grande fetta del Gruppo Fininvest e perché lei decise di affidare proprio a questa società tale immensa fortuna. Infatti lei – che è un attento lettore di giornali e ha a sua disposizione un ferratissimo nonché informatissimo staff di legali civilisti e penalisti – non può non sapere che la Par.Ma.Fid. è la medesima società fiduciaria che ha gestito – esattamente nello stesso periodo – tutti i beni di Antonio Virgilio, finanziere di Cosa Nostra e grande riciclatore di capitali per conto dei clan di Giuseppe e Alfredo Bonn, Salvatore Enea, Gaetano Fidanzati, Gaetano Carollo, Canneto Gaeta e altri boss – di area corleonese e non – operanti a Milano nel traffico di stupefacenti a livello mondiale e nei sequestri di persona.
Quindi, signor Berlusconi, a chi finivano gli utili della Fininvest relativi alle quote delle Holding in mano alla Par.Ma.Fid.? Per conto di chi la Par.Ma.Fid. incassava i dividendi e gestiva le quote in suo possesso? Chi erano – mi passi il termine – i suoi “soci”, signor Berlusconi, nascosti dietro lo schermo anonimo della fiduciaria di via Sant’Orsola civico 37. Capisce che in assenza di una sua precisa quanto chiarificatrice risposta che faccia apparire il volto – o i volti – di coloro che per anni incasseranno fior di quattrini grazie alla Par.Ma.Fid., ovvero alle quote della Fininvest detenute dalla Par.Ma.Fid. non si sa per conto di chi, sono autorizzato a pensare che costoro non fossero estranei all’altro “giro” di clienti contemporaneamente gestiti da questa fiduciaria, clienti i cui nomi rimandano direttamente ai vertici di Cosa Nostra.
Settimo quesito
E’ universalmente noto che lei, signor Berlusconi, come imprenditore è “nato col mattone” per poi approdare alla televisione. Proprio sull’edificazione del network tivù è incentrato questo punto. Lei, signor Berlusconi, certamente ricorda che sul finire del 1979 diede incarico ad Adriano Galliani di girare l’Italia ad acquistare frequenze tivù. Lo scopo – del tutto evidente – fu quello di costituire una rete di emittenti sotto il suo controllo, signor Berlusconi, in modo da poter trasmettere programmi, ma soprattutto pubblicità, che così sarebbe stata “nazionale” e non più locale. La differenza dal punto di vista dei fatturati pubblicitari, ovviamente, era enorme. Fu un piano perfetto. Se non che, Adriano Galliani invece di buttarsi a capofitto nell’acquisto di emittenti al Nord, iniziò dal Sud e precisamente dalla Sicilia, dove entrò in società con i fratelli Inzaranto di Misilmeri (frazione di Palermo) nella loro Retesicilia Srl, che dal 13 novembre 1980 vedrà nel proprio consiglio di amministrazione Galliani in persona a fianco di Antonio Inzaranto. Ora lei, signor Berlusconi, da imprenditore avveduto qual è, non può non avere preso informazioni all’epoca sui suoi nuovi soci palermitani, personaggi molto noti da quelle parti per ben altre questioni, oltre la tivù. Infatti Giuseppe Inzaranto, fratello di Antonio nonché suo partner, è marito della nipote prediletta di Tommaso Buscetta. No, sia chiaro, non mi riferisco al “pentito Buscetta” del 1984, ma al super boss che nel ‘79 è ancora braccio destro di Pippo Calò e amico intimo di Stefano Bontale, il capo dei capi della mafia siciliana.
Quindi, signor Berlusconi, perché entrò in affari – tramite Adriano Galliani – con gente di questa risma? C’è da notare, oltre tutto, che i fratelli Inzaranto sono di Misilmeri. Le dice niente, signor Berlusconi, questo nome? Guardi che glielo sto chiedendo con grande serietà. Infatti proprio di Misilmeri sono originari i soci siciliani della nobile famiglia Rasini che assieme alla famiglia Azzaretto – nativa di Misilmeri, appunto – fondò nel 1955 la banca di Piazza Mercanti, la Banca Rasini.
Giuseppe Azzaretto e suo figlio, Dario Azzaretto, sono persone delle quali lei, signor Berlusconi, can ogni probabilità sentiva parlare addirittura in casa da suo padre. Gli Azzaretto erano – con i Rasini i diretti superiori di suo padre Luigi, signor Berlusconi. Gli Azzaretto di Misilmeri davano ordini a suo padre, signor Berlusconi, che per molti anni fu loro procuratore, il primo procuratore della Banca Rasini. Certo non le vengo a chiedere con quali capitali – e di chi – Giuseppe Azzaretto riuscì ad affiancarsi nel 1955 ai potenti Rasini di Milano, tenuto conto che Misilmeri è tutt’oggi una tragica periferia della peggiore Palermo, però che a lei Misilmeri possa risultare del tutto sconosciuta, mi appare inverosimile. Ora le ripeto la domanda: si informò sulla “serietà” e la “moralità” dei nuovi soci – il clan Inzaranto – quando tra il 1979 e l’80 diveranno parte fondamentale della sua rete tivù nazionale?
Ottavo quesito
Certo a lei, signor Berlusconi, il nome della società immobiliare Romana Paltano non può risultare sconosciuto.
È impossibile non ricordi che nel 1974 la suddetta, 12 milioni di capitale, finì sotto il suo controllo amministrata da Marcello Dell’Utri, perché proprio sui terreni di questa società lei darà corso all’iniziativa edilizia denominata Milano3.
Così pure ricorderà che nel 1976 l’esiguo capitale di 12 milioni aumenterà a 500; e che il 12 maggio del 1977 salirà ulteriormente a 1 (un) miliardo, e che cambierà anche la sua denominazione in Cantieri Riuniti Milanesi Spa. Come al solito, vengo subito al dunque: anche in questo ennesimo caso, chi le fornì, signor Berlusconi, questi forti capitali per aumentare la portata finanziaria di quella che era una modestissima impresa del valore di soli 12 milioni quando la acquistò?
Nono quesito
Lei, signor Berlusconi, certamente rammenta che il 4 maggio 1977 a Roma fondò l’Immobiliare idra col capitale di 1 (un) milione. Questa società, che oggi possiede beni immobili pregiatissimi in Sardegna, l’anno successivo – era il 1978 – aumentò il proprio capitale a 900 milioni. Signor Berlusconi, da dove arrivarono gli 899 milioni (4 miliardi e 45 milioni d’oggi, fonte Istat) che fecero la differenza?
Decimo quesito
Signor Berlusconi, in più occasioni lei ha usato per mettere in porto affari di vario genere – l’acquisto dell’attaccante Lentini dal Torino Calcio, ad esempio – la finanziaria di Chiasso denominata Fimo. Anche in questo caso, come nel precedente riferito alla Par.Ma.Fid., lei ha scelte una società fiduciaria – questa volta domiciliata in Svizzera – al cui riguardo le cronache giudiziarie si erano largamente espresse. Tenuto conto della potenza dello staff informativo che la circonda, signor Berlusconi., mi appare del tutto inverosimile che lei non abbia saputo, circa la Fimo di Chiasso, che è stata per lungo tempo il canale privilegiato di riciclaggio usato da Giuseppe Lottusi, arrestato il 15 novembre del 1991 mentre “esportava” forti capitali della temibile cosca palermitana dei Madonia. Così pure non le sarà sfuggito che Lottusi venne condannato a 2 anni di reclusione per quei reati. Tuttora è in carcere a scontare la pena. Ebbene, signor Berlusconi, se quel gangster fini in galera il 15 novembre del ‘91, nella primavera del 1992 – cioè pochi mesi dopo quel fatto che campeggiò con dovizia di particolari, anche circa la Fimo, sulle prime pagine di tutti i giornali – il suo Milan “pagò” una forte somma “in nero” – estero su estero – per la cessione di Gianluigi Lentini, e usò per la transazione proprio la screditatissima Fimo, fiduciaria di narcotrafficanti internazionali. Perché, signor Berlusconi?
Ecco, queste sono le domande. Risponda, signor Berlusconi. Presto. Come ha visto, di “pentiti” veri o presunti non c’è traccia negli 11 quesiti. Semmai c’è il profumo di centinaia di miliardi che tra il 1968 e il 1979 finirono nelle sue mani, signor Berlusconi. E tuttora non si sa da dove arrivarono. Poiché c’è chi l’accusa che quell’oceano di quattrini provenne dalle casse di Cosa Nostra e sta indagando proprio su questo, prego, schianti ogni possibile infamia dicendo semplicemente la verità. Punto per punto, nome per nome.
E’ un’occasione d’oro per farla finita una volta per tutte. Sappia che d’ora in poi il silenzio non le è più consentito né come imprenditore, né come politico, né come uomo.
MAX PARISI
L'undicesima domanda, caro Max Parisi, la faccio io a te. Anzi, te ne faccio più di una.
11.Come mai il tuo ex editore, Umberto Bossi, non ha più chiesto conto a quello che reputava un mafioso delle accuse da te così bene argomentate?
12.Come accadde che la Lega cessò ogni ostilità nei confronti di Silvio Berlusconi, e poco tempo dopo entrò a far parte della stessa squadra di governo di chi sosteneva avere costruito un impero con i soldi della mafia?
13.Come mai è sparita ogni traccia della tua inchiesta, e addirittura oggi il sito web de La Padania risulta molto opportunamente in ristrutturazione?
14.Perché non riproponi le tue dieci domande, visto che non mi risulta Silvio Berlusconi abbia mai risposto, dalle frequenze della RAI?
Restiamo in attesa di una tua risposta, che pubblicheremo volentieri sul blog.
Fonte:www.byoblu.com
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mercoledì 26 agosto 2009
Lega, campagna d'estate. Cinica e laica (anche su Facebook)

1. Il primo è quello di far assumere alla Lega la leadership di fatto, dentro il centrodestra e dentro il governo Berlusconi, delle politiche sull'immigrazione e sulla sicurezza, parte importante ed elettoralmente determinante della politica tout-court del centrodestra. Ma direi di più: le posizioni su clandestini e sbarchi fanno assumere alla Lega, più in generale, la leadership “culturale” del centrodestra. Sono Bossi, Calderoli e soci a dare il tono alla destra italiana, a connotarla con spietata precisione. Creando quello che l'ex ministro Giuseppe Fioroni chiama “cinismo di popolo”, diffondendo cioè l'idea che gli immigrati si meritino tutto ciò che subiscono, compresi i processi dopo i naufragi e i naufragi senza salvataggio (mai in mare si era vista una cosa simile).
Il gioco estivo di Bossi jr, Renzo (detto dal padre la Trota: Delfino sembra troppo anche a papà), e cioè “Rimbalza il clandestino”, lanciato su Facebook, non è soltanto una ragazzata: è coerente con la politica della Lega e più potente di cento editoriali.
2. Il secondo risultato ha a che fare con la laicità e i rapporti con la Chiesa cattolica. «I vescovi fanno il loro mestiere e noi facciamo il nostro», ha detto Bossi. Una frase che a sinistra si sognano. Sì, perché la Lega, sulla battaglia (sbagliata e razzista) dei respingimenti, coglie l'occasione per fare una battaglia (giusta) sulla laicità dello Stato e della politica. Ha ragione quando rivendica (seppur rozzamente) la libertà di dire e di fare ciò che ritiene politicamente più opportuno, senza interferenze del Vaticano e dei vescovi italiani. Semmai mostra tutta la strumentalità del suo agire quando invece alza la croce come vessillo politico della sua crociata anti-islam, o dice che a Milano non si devono costruire moschee perché in periferia mancano tante chiese. Ma è il mondo cattolico (o meglio: una parte di esso) a cadere nella trappola: quando accetta tutto della destra (dal razzismo di Bossi alle escort di Papi Silvio) pur di avere una legislazione in linea con la dottrina cattolica su famiglia, bioetica, finevita, scuola... Un baratto cinico come chi lo concede.
Così i ragazzi di Cl hanno applaudito al Meeting di Rimini le dichiarazioni “moderate” (in quel caso) di Roberto Calderoli. È la dimostrazione di un pregiudizio positivo nei confronti della Lega che tra i cattolici (o meglio: tra una parte di essi) fa valorizzare le aperture “ragionevoli” e dimenticare la sostanza: quel “cinismo di popolo” che la Lega diffonde ogni giorno con scelte e dichiarazioni, parole e fatti, oltre che giochini su Facebook, imbellettandolo appena con qualche furba dichiarazione d'occasione davanti a una platea cattolica, per rivendicare subito dopo una autonomia e una laicità che la sinistra si sogna.
Fonte:Società civile del 26/08/09

1. Il primo è quello di far assumere alla Lega la leadership di fatto, dentro il centrodestra e dentro il governo Berlusconi, delle politiche sull'immigrazione e sulla sicurezza, parte importante ed elettoralmente determinante della politica tout-court del centrodestra. Ma direi di più: le posizioni su clandestini e sbarchi fanno assumere alla Lega, più in generale, la leadership “culturale” del centrodestra. Sono Bossi, Calderoli e soci a dare il tono alla destra italiana, a connotarla con spietata precisione. Creando quello che l'ex ministro Giuseppe Fioroni chiama “cinismo di popolo”, diffondendo cioè l'idea che gli immigrati si meritino tutto ciò che subiscono, compresi i processi dopo i naufragi e i naufragi senza salvataggio (mai in mare si era vista una cosa simile).
Il gioco estivo di Bossi jr, Renzo (detto dal padre la Trota: Delfino sembra troppo anche a papà), e cioè “Rimbalza il clandestino”, lanciato su Facebook, non è soltanto una ragazzata: è coerente con la politica della Lega e più potente di cento editoriali.
2. Il secondo risultato ha a che fare con la laicità e i rapporti con la Chiesa cattolica. «I vescovi fanno il loro mestiere e noi facciamo il nostro», ha detto Bossi. Una frase che a sinistra si sognano. Sì, perché la Lega, sulla battaglia (sbagliata e razzista) dei respingimenti, coglie l'occasione per fare una battaglia (giusta) sulla laicità dello Stato e della politica. Ha ragione quando rivendica (seppur rozzamente) la libertà di dire e di fare ciò che ritiene politicamente più opportuno, senza interferenze del Vaticano e dei vescovi italiani. Semmai mostra tutta la strumentalità del suo agire quando invece alza la croce come vessillo politico della sua crociata anti-islam, o dice che a Milano non si devono costruire moschee perché in periferia mancano tante chiese. Ma è il mondo cattolico (o meglio: una parte di esso) a cadere nella trappola: quando accetta tutto della destra (dal razzismo di Bossi alle escort di Papi Silvio) pur di avere una legislazione in linea con la dottrina cattolica su famiglia, bioetica, finevita, scuola... Un baratto cinico come chi lo concede.
Così i ragazzi di Cl hanno applaudito al Meeting di Rimini le dichiarazioni “moderate” (in quel caso) di Roberto Calderoli. È la dimostrazione di un pregiudizio positivo nei confronti della Lega che tra i cattolici (o meglio: tra una parte di essi) fa valorizzare le aperture “ragionevoli” e dimenticare la sostanza: quel “cinismo di popolo” che la Lega diffonde ogni giorno con scelte e dichiarazioni, parole e fatti, oltre che giochini su Facebook, imbellettandolo appena con qualche furba dichiarazione d'occasione davanti a una platea cattolica, per rivendicare subito dopo una autonomia e una laicità che la sinistra si sogna.
Fonte:Società civile del 26/08/09
Scontro Lega Vaticano , Cota alla S. Sede cattocomunisti.- La Chiesa: 'E' penoso sentire politici come Bossi'

“Le parole sugli immigrati pronunciate da monsignor Vegliò non sono quelle del Vaticano o della Cei da cui, anzi, spesso, lo stesso Vegliò è stato poi contraddetto", aveva dichiarato il ministro Calderoni in risposta alle dichiarazioni di Vegliò, che da Ministro della Santa Sede aveva attaccato il Governo sull’Immigrazione.
La Santa Sede in conseguenza delle affermazioni di Calderoni, oggi risponde con una dura replica del presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti, monsignor Antonio Maria Vegliò:
"Vorrei asserire che come capo dicastero ho il grande onore di fare dichiarazioni a nome della Santa Sede - precisa Vegliò in una nota diffusa dalla sala stampa della Santa Sede - mai sono stato contraddetto dalla Santa Sede; mai sono stato contraddetto dalla Conferenza episcopale italiana".
"Forse il signor ministro - prosegue Vegliò - aveva in mente altre situazioni o si riferiva a qualcun altro. È poi inaccettabile e offensivo quanto viene riportato più avanti nella dichiarazione del ministro, quasi che io sia responsabile della morte di tanti poveri esseri umani, inghiottiti dalle acque del Mediterraneo. La mia dichiarazione partiva solo da un fatto concreto, tragico: la morte di tante persone, senza accusa - conclude - ma chiamando tutti alla propria responsabilità".
La responsabilità evocata da Monsignor Vegliò non sembra aver prevalso però, e così in casa Lega Cota torna questa sera con un duro attacco al Vaticano e precisamente contro Monsignor Marchetto, il quale in un articolo pubblicato sulla rivista giuridica online statunitense 'Jurist', aveva fatto un'analisi complessiva dei "demeriti" delle norme adottate negli ultimi mesi nel nostro Paese affermando che il "peccato originale" dell'intera legislazione italiana in materia di immigrazione è Il reato di clandestinità.
Dunque Cota in tutta risposta a Monsignor Marchetto afferma che: “Le dichiarazioni di Mons. Marchetto sono a titolo personale, espressione di un pregiudizio politico e non hanno nulla di religioso. Chi parla così sono i soliti che qualcuno definisce cattocomunisti e che in realtà hanno perso il 'catto' e sono comunisti.”
Insomma chiunque attacchi il Governo e le sue politiche diviene “ comunista”, ci mancava solo che lo dicessero al Vaticano, ahimè lo hanno fatto .
Fonte:Articolo21

“Le parole sugli immigrati pronunciate da monsignor Vegliò non sono quelle del Vaticano o della Cei da cui, anzi, spesso, lo stesso Vegliò è stato poi contraddetto", aveva dichiarato il ministro Calderoni in risposta alle dichiarazioni di Vegliò, che da Ministro della Santa Sede aveva attaccato il Governo sull’Immigrazione.
La Santa Sede in conseguenza delle affermazioni di Calderoni, oggi risponde con una dura replica del presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti, monsignor Antonio Maria Vegliò:
"Vorrei asserire che come capo dicastero ho il grande onore di fare dichiarazioni a nome della Santa Sede - precisa Vegliò in una nota diffusa dalla sala stampa della Santa Sede - mai sono stato contraddetto dalla Santa Sede; mai sono stato contraddetto dalla Conferenza episcopale italiana".
"Forse il signor ministro - prosegue Vegliò - aveva in mente altre situazioni o si riferiva a qualcun altro. È poi inaccettabile e offensivo quanto viene riportato più avanti nella dichiarazione del ministro, quasi che io sia responsabile della morte di tanti poveri esseri umani, inghiottiti dalle acque del Mediterraneo. La mia dichiarazione partiva solo da un fatto concreto, tragico: la morte di tante persone, senza accusa - conclude - ma chiamando tutti alla propria responsabilità".
La responsabilità evocata da Monsignor Vegliò non sembra aver prevalso però, e così in casa Lega Cota torna questa sera con un duro attacco al Vaticano e precisamente contro Monsignor Marchetto, il quale in un articolo pubblicato sulla rivista giuridica online statunitense 'Jurist', aveva fatto un'analisi complessiva dei "demeriti" delle norme adottate negli ultimi mesi nel nostro Paese affermando che il "peccato originale" dell'intera legislazione italiana in materia di immigrazione è Il reato di clandestinità.
Dunque Cota in tutta risposta a Monsignor Marchetto afferma che: “Le dichiarazioni di Mons. Marchetto sono a titolo personale, espressione di un pregiudizio politico e non hanno nulla di religioso. Chi parla così sono i soliti che qualcuno definisce cattocomunisti e che in realtà hanno perso il 'catto' e sono comunisti.”
Insomma chiunque attacchi il Governo e le sue politiche diviene “ comunista”, ci mancava solo che lo dicessero al Vaticano, ahimè lo hanno fatto .
Fonte:Articolo21
Mafia. Se Dell'Utri chiede di indagare

E dunque si faccia una bella commissione parlamentare d'inchiesta sulla stagione delle stragi di mafia. Siamo sinceri: chi tra gli antimafiosi non direbbe in astratto «finalmente!»? Solo che le cose hanno una loro concretezza… Solo che la proposta l'ha lanciata il senatore Marcello Dell'Utri. A settembre, se ancora non l'avrà fatto il Pdl, ci penserà lui a metterla nero su bianco. Ossia l'uomo che portò il boss assassino di Cosa Nostra Vittorio Mangano, da lui considerato "un eroe", a soggiornare nella villa di Arcore. Il parlamentare condannato in primo grado a nove anni di carcere per associazione mafiosa. Colui che, interrogato sull'esistenza della mafia, rispose plasticamente che, se esiste l'antimafia, vuol dire che esiste anche la mafia. Certo è vero, come egli argomenta, che «non si può stare a sentire parlare di accordo tra Stato e mafia come fosse un accordo tra Confindustria e sindacato». Ma da quando, ecco la domanda, il senatore considera la mafia un nemico mortale suo, degli italiani e dello Stato? Di nuovo la concretezza.
E in effetti chi ha studiato la materia sa che le indagini sulle stragi lambirono, da parte di più procure, l'impero berlusconiano. Senza giungere a conclusioni di rilievo penale, tanto da essere archiviate. Ma lasciando, nelle carte, tracce di una qualche episodica e inquietante prossimità, connessioni logiche, indizi e supposizioni possibili, che non fu certo un orchestratore occulto a gettare sulle scrivanie degli investigatori. Ora a quelle indagini potrebbero essere offerti nuovi scenari e connessioni dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito Ciancimino, il cervello politico storicamente più vicino ai corleonesi. E non occorre molto per capire che il contenuto delle sue dichiarazioni è il misterioso oggetto del desiderio di chi potrebbe esserne coinvolto, a qualunque titolo. Che un mondo assai articolato è in subbuglio. Totò Riina ha già detto la sua, in tono vagamente minaccioso. Una commissione d'inchiesta parlamentare, dotata degli stessi poteri della magistratura, avrebbe titolo a chiamare testimoni, a imporre deposizioni, a convocare gli stessi inquirenti. Potrebbe anche, per inesperienza, offrire la ribalta a deposizioni inattendibili, legittimare fior di depistatori per poi accusare di ogni peccato i magistrati. Insomma: se si vuole la verità su quella stagione oggi che le indagini si stanno riaprendo, l'inchiesta parlamentare è del tutto sconsigliabile. Sarebbe come dare alla politica (che ne può essere toccata) la possibilità di «buttarla in politica» e di indirizzare secondo i suoi interessi la ricerca della verità. Dati fatti e premesse, sarebbe una follia. Concretamente.
Fonte:www.nandodallachiesa.it

E dunque si faccia una bella commissione parlamentare d'inchiesta sulla stagione delle stragi di mafia. Siamo sinceri: chi tra gli antimafiosi non direbbe in astratto «finalmente!»? Solo che le cose hanno una loro concretezza… Solo che la proposta l'ha lanciata il senatore Marcello Dell'Utri. A settembre, se ancora non l'avrà fatto il Pdl, ci penserà lui a metterla nero su bianco. Ossia l'uomo che portò il boss assassino di Cosa Nostra Vittorio Mangano, da lui considerato "un eroe", a soggiornare nella villa di Arcore. Il parlamentare condannato in primo grado a nove anni di carcere per associazione mafiosa. Colui che, interrogato sull'esistenza della mafia, rispose plasticamente che, se esiste l'antimafia, vuol dire che esiste anche la mafia. Certo è vero, come egli argomenta, che «non si può stare a sentire parlare di accordo tra Stato e mafia come fosse un accordo tra Confindustria e sindacato». Ma da quando, ecco la domanda, il senatore considera la mafia un nemico mortale suo, degli italiani e dello Stato? Di nuovo la concretezza.
E in effetti chi ha studiato la materia sa che le indagini sulle stragi lambirono, da parte di più procure, l'impero berlusconiano. Senza giungere a conclusioni di rilievo penale, tanto da essere archiviate. Ma lasciando, nelle carte, tracce di una qualche episodica e inquietante prossimità, connessioni logiche, indizi e supposizioni possibili, che non fu certo un orchestratore occulto a gettare sulle scrivanie degli investigatori. Ora a quelle indagini potrebbero essere offerti nuovi scenari e connessioni dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito Ciancimino, il cervello politico storicamente più vicino ai corleonesi. E non occorre molto per capire che il contenuto delle sue dichiarazioni è il misterioso oggetto del desiderio di chi potrebbe esserne coinvolto, a qualunque titolo. Che un mondo assai articolato è in subbuglio. Totò Riina ha già detto la sua, in tono vagamente minaccioso. Una commissione d'inchiesta parlamentare, dotata degli stessi poteri della magistratura, avrebbe titolo a chiamare testimoni, a imporre deposizioni, a convocare gli stessi inquirenti. Potrebbe anche, per inesperienza, offrire la ribalta a deposizioni inattendibili, legittimare fior di depistatori per poi accusare di ogni peccato i magistrati. Insomma: se si vuole la verità su quella stagione oggi che le indagini si stanno riaprendo, l'inchiesta parlamentare è del tutto sconsigliabile. Sarebbe come dare alla politica (che ne può essere toccata) la possibilità di «buttarla in politica» e di indirizzare secondo i suoi interessi la ricerca della verità. Dati fatti e premesse, sarebbe una follia. Concretamente.
Fonte:www.nandodallachiesa.it
150° anniversario dell’unità d’Italia - L’Assessore alla Cultura del Comune di Gaeta si esprime sul 150° anniversario dell’Unità d’Italia

Gaeta 24 agosto 2009 - Di Ciaccio: “Anche Gaeta come sede privilegiata per le celebrazioni…” - Condividiamo pienamente la dichiarazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di predisporre una serie di iniziative, finalizzate alla celebrazione del 150° anniversario dell’unità d’Italia, che sviluppino temi di prevalente interesse culturale, pedagogico e comunicativo concentrando l’attenzione su pochi ma significativi progetti. Tutto ciò è tanto più vero considerando l’incredibile distribuzione di risorse economiche per sostenere progetti che poco hanno a che vedere con una ricorrenza i cui scopi dovrebbero essere di tutt’altro tenore.
Ma la logica della politica, come afferma Ernesto Galli della Loggia in un editoriale, è essenzialmente “distribuire dei soldi. A pioggia, senza alcun criterio ideale o pratico”. Non sembra che esistano altre motivazioni, non si sta sviluppando un dibattito sulle condizioni che determinarono l’Unità d’Italia, soprattutto si parla solo ed esclusivamente di Torino e non si parla del Sud d’Italia, di una popolazione invasa, assediata, che pagò e sta pagando tuttora un prezzo elevatissimo di un’annessione forzata, resa schiava da una politica di sopraffazione le cui ragioni non sono state ancora ben chiarite.
Senza voler prendere posizioni nette appare chiaro che da quel fatidico e tristemente noto 13 febbraio 1861 la storia del meridione subì un’involuzione terrificante fatta di povertà, emigrazione, collusioni politico-affaristiche, il cui apice stiamo vivendo in questi ultimi anni con tentativi di delegittimazione storica e culturale da parte di alcuni componenti della Lega Nord che non perdono occasione per gettare fango sul Sud con il silenzio assenso del Popolo delle Libertà e nella completa indifferenza di una buona parte delle altre forze politiche e della società civile. Al tempo stesso e paradossalmente va riconosciuto alla Lega il merito di aver posto indirettamente delle questioni ineludibili, da cui dipende il futuro dell’Italia, che una politica miope ed i mass media allineati non vogliono considerare.
Tra queste c’è la questione meridionale, le politiche serie da adottare, ed anche un approccio storico a quel periodo libero da mistificazioni e bugie. Allora ci appelliamo al Presidente della Repubblica affinché le celebrazioni del 150° abbiano anche Gaeta come sede privilegiata allo scopo di restituire dignità ad un popolo ed alla sua storia, che vengano promosse iniziative culturali volte alla ricerca della verità storica intorno a quel periodo, che il Comitato dei Garanti, presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, si faccia promotore di un percorso di condivisione e di valorizzazione dei fermenti culturali che si svilupparono in quel periodo storico e la cui comprensione forse servirebbe a unificare gli italiani più di tanti interventi economici di cui ci sfugge il significato.
Dal canto nostro nei prossimi giorni organizzeremo un incontro tra tutti quei soggetti, associazioni ed istituzioni, con i quali elaborare idee e progetti per dare la giusta ed obiettiva importanza a questa ricorrenza. Abbiamo già immaginato diverse ipotesi intorno alle quali costruire iniziative, anche in considerazione della coincidenza del 150° della nascita della Marina Militare che avvenne a Gaeta, e per la presenza in città di diverse istituzioni legate alla storia ed alla cultura del mare.
Ma al tempo stesso chiederemo a gran voce che si faccia luce sulla tragedia che culminò con la resa di Gaeta e che significò per la nostra città lutti, povertà, emigrazione, sottrazione di beni e di porzioni di territorio vitali per il nostro sviluppo.

Gaeta 24 agosto 2009 - Di Ciaccio: “Anche Gaeta come sede privilegiata per le celebrazioni…” - Condividiamo pienamente la dichiarazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di predisporre una serie di iniziative, finalizzate alla celebrazione del 150° anniversario dell’unità d’Italia, che sviluppino temi di prevalente interesse culturale, pedagogico e comunicativo concentrando l’attenzione su pochi ma significativi progetti. Tutto ciò è tanto più vero considerando l’incredibile distribuzione di risorse economiche per sostenere progetti che poco hanno a che vedere con una ricorrenza i cui scopi dovrebbero essere di tutt’altro tenore.
Ma la logica della politica, come afferma Ernesto Galli della Loggia in un editoriale, è essenzialmente “distribuire dei soldi. A pioggia, senza alcun criterio ideale o pratico”. Non sembra che esistano altre motivazioni, non si sta sviluppando un dibattito sulle condizioni che determinarono l’Unità d’Italia, soprattutto si parla solo ed esclusivamente di Torino e non si parla del Sud d’Italia, di una popolazione invasa, assediata, che pagò e sta pagando tuttora un prezzo elevatissimo di un’annessione forzata, resa schiava da una politica di sopraffazione le cui ragioni non sono state ancora ben chiarite.
Senza voler prendere posizioni nette appare chiaro che da quel fatidico e tristemente noto 13 febbraio 1861 la storia del meridione subì un’involuzione terrificante fatta di povertà, emigrazione, collusioni politico-affaristiche, il cui apice stiamo vivendo in questi ultimi anni con tentativi di delegittimazione storica e culturale da parte di alcuni componenti della Lega Nord che non perdono occasione per gettare fango sul Sud con il silenzio assenso del Popolo delle Libertà e nella completa indifferenza di una buona parte delle altre forze politiche e della società civile. Al tempo stesso e paradossalmente va riconosciuto alla Lega il merito di aver posto indirettamente delle questioni ineludibili, da cui dipende il futuro dell’Italia, che una politica miope ed i mass media allineati non vogliono considerare.
Tra queste c’è la questione meridionale, le politiche serie da adottare, ed anche un approccio storico a quel periodo libero da mistificazioni e bugie. Allora ci appelliamo al Presidente della Repubblica affinché le celebrazioni del 150° abbiano anche Gaeta come sede privilegiata allo scopo di restituire dignità ad un popolo ed alla sua storia, che vengano promosse iniziative culturali volte alla ricerca della verità storica intorno a quel periodo, che il Comitato dei Garanti, presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, si faccia promotore di un percorso di condivisione e di valorizzazione dei fermenti culturali che si svilupparono in quel periodo storico e la cui comprensione forse servirebbe a unificare gli italiani più di tanti interventi economici di cui ci sfugge il significato.
Dal canto nostro nei prossimi giorni organizzeremo un incontro tra tutti quei soggetti, associazioni ed istituzioni, con i quali elaborare idee e progetti per dare la giusta ed obiettiva importanza a questa ricorrenza. Abbiamo già immaginato diverse ipotesi intorno alle quali costruire iniziative, anche in considerazione della coincidenza del 150° della nascita della Marina Militare che avvenne a Gaeta, e per la presenza in città di diverse istituzioni legate alla storia ed alla cultura del mare.
Ma al tempo stesso chiederemo a gran voce che si faccia luce sulla tragedia che culminò con la resa di Gaeta e che significò per la nostra città lutti, povertà, emigrazione, sottrazione di beni e di porzioni di territorio vitali per il nostro sviluppo.
Terremoto Abruzzo: denunciata la "Commissione nazionale grandi rischi"
Denunciata la "Commissione nazionale grandi rischi" e indagati "gli esperti di terremoti" per "rassicurazioni fatali".
Il 30 marzo a L'Aquila, a poche ore di distanza da quella scossa di magnitudo 4 che aveva creato il panico fra la popolazione, la Commissione nazionale grandi rischi si era riunita assieme ai rappresentanti di Comune e Regione, al sottosegretario Franco Barberi, al vice capo della Protezione civile Bernardo De Bernardinis e ai massimi esperti italiani in materia di terremoti. In quel convegno tutti furono concordi nello sbugiardare lo studioso aquilano Giampaolo Giuliani (denunciato per procurato allarme, perchè ha telefonato al sindaco di Sulmona, per avvertirlo che era in arrivo un forte terremoto) e nell'affermare che lo sciame sismico che perdurava da mesi era un fenomeno geologico del tutto naturale, e comunque non tale da da far prevedere forti scosse. Al contrario, fu definito come un lento rilascio di energia, che non è assolutamente il preludio ad eventi sismici "parossistici".
Parole drammaticamente smentite dai fatti una settimana più tardi.
Una denuncia penale contro la Commissione è stata presentata nei giorni scorsi dal noto avvocato aquilano Antonio Valentini alla Procura della Repubblica, che sarebbe già in possesso del verbale di quella riunione di tecnici ed esperti di terremoti arrivati da tutta Italia.
L'avvocato sostiene ci siano già una serie di persone pronte a testimoniare, primi fra tutti i genitori degli otto studenti morti alla casa dello studente, ma anche altri aquilani fortunatamente scampati alla tragedia ma che hanno avuto familiari rimasti vittime del sisma perchè tranquillizzati dalla campagna di rassicurazioni messa in piedi da Protezione civile ed esperti.
Il lavoro della Procura prosegue comunque incessante anche sul fronte dei crolli degli edifici, primo fra tutti quello della casa dello studente, dove ulteriori accertamenti sono stati eseguiti in questi giorni, ma anche in altri palazzi venuti giù intorno via XX Settembre, come quelli di via Sant'Andrea e via Campo di Fossa. Sopralluoghi di consulenti della Procura che consentiranno di dare una svolta alle indagini ed individuare eventuali responsabilità umane.
Novità anche sul fronte dei beni culturali. Sono 20 i milioni stanziati nell'ordinanza firmata a Ferragosto dal presidente Silvio Berlusconi per il recupero dell'inestimabile patrimonio del capoluogo duramente compromesso dal sisma.
Mentre è praticamente ultimata la messa in sicurezza della cupola delle Anime Sante di piazza Duomo e sono iniziati gli interventi anche sulla basilica di Collemaggio con la Porta Santa, che nonostante tutto sarà aperta in occasione della Perdonanza Celestiniana venerdì 28 agosto.
Marco Signori
AL TRIBUNALE I PRIMI SOSPETTI
I militari del Gruppo Investigativo Criminalita' Organizzata (Gico) della Guardia di Finanza dell'Aquila stanno svolgendo indagini sui lavori di realizzazione del parcheggio sotterraneo del Tribunale di via XX Settembre all'Aquila che ne avrebbero in qualche modo indebolito la struttura. L'edificio a seguito del terremoto aveva riportato gravi danni soprattutto nei piani superiori dove si trovano anche gli uffici della Procura della Repubblica. Nell'ambito della stessa attivita' i finanzieri hanno ascoltato alcuni avvocati che avrebbero sollevato perplessita' sui lavori che hanno interessato il Palazzo di Giustizia prima dell'evento sismico. Secondo i tecnici i danni sarebbero riparabili ed e' stata allontanata l'ipotesi del possibile abbattimento del vecchio tribunale. Il recupero dell'edifico, secondo gli esperti, potrebbe realizzarsi attraverso l'alleggerimento del tetto e l'abbassamento di un piano, passando cioe' dagli attuali tre, a due piani.
Denunciata la "Commissione nazionale grandi rischi" e indagati "gli esperti di terremoti" per "rassicurazioni fatali".
Il 30 marzo a L'Aquila, a poche ore di distanza da quella scossa di magnitudo 4 che aveva creato il panico fra la popolazione, la Commissione nazionale grandi rischi si era riunita assieme ai rappresentanti di Comune e Regione, al sottosegretario Franco Barberi, al vice capo della Protezione civile Bernardo De Bernardinis e ai massimi esperti italiani in materia di terremoti. In quel convegno tutti furono concordi nello sbugiardare lo studioso aquilano Giampaolo Giuliani (denunciato per procurato allarme, perchè ha telefonato al sindaco di Sulmona, per avvertirlo che era in arrivo un forte terremoto) e nell'affermare che lo sciame sismico che perdurava da mesi era un fenomeno geologico del tutto naturale, e comunque non tale da da far prevedere forti scosse. Al contrario, fu definito come un lento rilascio di energia, che non è assolutamente il preludio ad eventi sismici "parossistici".
Parole drammaticamente smentite dai fatti una settimana più tardi.
Una denuncia penale contro la Commissione è stata presentata nei giorni scorsi dal noto avvocato aquilano Antonio Valentini alla Procura della Repubblica, che sarebbe già in possesso del verbale di quella riunione di tecnici ed esperti di terremoti arrivati da tutta Italia.
L'avvocato sostiene ci siano già una serie di persone pronte a testimoniare, primi fra tutti i genitori degli otto studenti morti alla casa dello studente, ma anche altri aquilani fortunatamente scampati alla tragedia ma che hanno avuto familiari rimasti vittime del sisma perchè tranquillizzati dalla campagna di rassicurazioni messa in piedi da Protezione civile ed esperti.
Il lavoro della Procura prosegue comunque incessante anche sul fronte dei crolli degli edifici, primo fra tutti quello della casa dello studente, dove ulteriori accertamenti sono stati eseguiti in questi giorni, ma anche in altri palazzi venuti giù intorno via XX Settembre, come quelli di via Sant'Andrea e via Campo di Fossa. Sopralluoghi di consulenti della Procura che consentiranno di dare una svolta alle indagini ed individuare eventuali responsabilità umane.
Novità anche sul fronte dei beni culturali. Sono 20 i milioni stanziati nell'ordinanza firmata a Ferragosto dal presidente Silvio Berlusconi per il recupero dell'inestimabile patrimonio del capoluogo duramente compromesso dal sisma.
Mentre è praticamente ultimata la messa in sicurezza della cupola delle Anime Sante di piazza Duomo e sono iniziati gli interventi anche sulla basilica di Collemaggio con la Porta Santa, che nonostante tutto sarà aperta in occasione della Perdonanza Celestiniana venerdì 28 agosto.
Marco Signori
AL TRIBUNALE I PRIMI SOSPETTI
I militari del Gruppo Investigativo Criminalita' Organizzata (Gico) della Guardia di Finanza dell'Aquila stanno svolgendo indagini sui lavori di realizzazione del parcheggio sotterraneo del Tribunale di via XX Settembre all'Aquila che ne avrebbero in qualche modo indebolito la struttura. L'edificio a seguito del terremoto aveva riportato gravi danni soprattutto nei piani superiori dove si trovano anche gli uffici della Procura della Repubblica. Nell'ambito della stessa attivita' i finanzieri hanno ascoltato alcuni avvocati che avrebbero sollevato perplessita' sui lavori che hanno interessato il Palazzo di Giustizia prima dell'evento sismico. Secondo i tecnici i danni sarebbero riparabili ed e' stata allontanata l'ipotesi del possibile abbattimento del vecchio tribunale. Il recupero dell'edifico, secondo gli esperti, potrebbe realizzarsi attraverso l'alleggerimento del tetto e l'abbassamento di un piano, passando cioe' dagli attuali tre, a due piani.
martedì 25 agosto 2009
Il totalitarismo antropologico di Berlusconi

Ma è mai possibile che ogni santo giorno che Dio manda in terra, il nostro presidente del Consiglio ponga dei problemi al Paese, invece di risolverli? Una settimana fa, di ritorno dalla Turchia, aveva affermato che le critiche dei media italiani a lui e al suo governo «hanno fatto male all’Italia e hanno qualificato gli autori come anti-italiani». E aveva aggiunto: «Il TG3 è l’unica televisione al mondo che, con i soldi di tutti, attacca il governo. Credo che sia una cosa che non dobbiamo e non possiamo sopportare. Io vorrei che il mandato del servizio pubblico fosse di non attaccare né governanti né opposizione». Dichiarazioni ribadite quattro giorni fa al GRI (tra l’altro: una immediata smentita dal suo stesso assunto) con l’aggiunta dell’accusa al quotidiano La Repubblica di fare un «giornalismo deviato».
Forse l’onorevole Berlusconi farebbe meglio a chiedersi se a «far male all’Italia», all’immagine del nostro Paese, non siano piuttosto i suoi comportamenti, pubblici e privati, visti gli attacchi durissimi o i sarcasmi di mezza stampa mondiale, di ogni colore. Ricordiamola (repetita juvant): Financial Times, Daily Telegraph, The New York Times, Wall Street Journal, Herald Tribune, The Guardian, l’Express, Le Monde, El Pais, El Mundo, Tagespiel, Vremie Novosti, Youmuri Shombun, cui si è aggiunta da ultimo anche Vanity Fair americano che ha definito il premier italiano «una barzelletta». Ma sarebbe inutile chiedere a Berlusconi di farsi simili domande, risponderebbe che si tratta di un «complotto»: dei comunisti, di Murdoch o di chissà chi.
Se ogni critica al premier o al suo governo è un comportamento «anti-italiano» ciò significa semplicemente che il premier e il suo governo non possono essere criticati. Berlusconi, che si presenta come il campione del liberalismo, non si rende conto di avere un atteggiamento stalinista e di usare un linguaggio stalinista. Nell’Urss di Stalin, di Kruscev, di Breznev chiunque criticasse l’establishement era bollato come «nemico, oggettivamente, dell’Unione Sovietica e antipatriota» e veniva fucilato o, in quanto «deviante», rinchiuso in manicomio. Nell’Italia del 2000 si usano altri mezzi. Non si sopprimono i «devianti», ma le loro voci. È capitato a Luttazzi, a Biagi, a Freccero, a Sabina Guzzanti, a tanti altri fra cui anch’io, sebbene il mio caso non abbia suscitato clamore perché, non appartenendo a nessuna delle due bande, né a quella di Berlusconiana né a quella di sinistra, nessuno ha ritenuto che valesse la pena difendermi.
Del tutto assurda è l’idea che la Rai-Tv, in quanto servizio pubblico, non debba e non possa criticare né il governo né l’opposizione. Che cosa dovrebbe fare?
Limitarsi a dare le informazioni meteo e a ricopiare la Gazzetta Ufficiale?
E a quei tanti che, pagando anch’essi il servizio pubblico, non si identificano né nel governo né nell’opposizione, che gli facciamo?
Il fatto è che Silvio Berlusconi è un liberista (finché gli comoda, quando non gli fa comodo diventa un oligopolista) ma non è un liberale. Non conosce nemmeno i presupposti della liberaldemocrazia, dove la libertà di espressione e di critica è sacra, come stabilisce anche la nostra Costituzione all’articolo 21, e non conosce né limiti né «devianze», se non nel codice penale (diffamazione, offese al buon costume). Berlusconi, oltre che un prepotente e, sostanzialmente, un violento (altro che presentarsi come leader dei «moderati») un narciso, un egocentrico, uno totalmente autoriferito, è un totalitario antropologico. È totalitario nella testa. Non concepisce che si possa pensarla diversamente da lui. Non concepisce che ci possano essere degli avversari. Era da poco diventato presidente del Milan che disse: «Non capisco perché a San Siro debbano venire anche i tifosi delle altre squadre, togliendo il posto ai nostri». In quella frase c’è già tutto Berlusconi.
http://www.massimofini.it

Ma è mai possibile che ogni santo giorno che Dio manda in terra, il nostro presidente del Consiglio ponga dei problemi al Paese, invece di risolverli? Una settimana fa, di ritorno dalla Turchia, aveva affermato che le critiche dei media italiani a lui e al suo governo «hanno fatto male all’Italia e hanno qualificato gli autori come anti-italiani». E aveva aggiunto: «Il TG3 è l’unica televisione al mondo che, con i soldi di tutti, attacca il governo. Credo che sia una cosa che non dobbiamo e non possiamo sopportare. Io vorrei che il mandato del servizio pubblico fosse di non attaccare né governanti né opposizione». Dichiarazioni ribadite quattro giorni fa al GRI (tra l’altro: una immediata smentita dal suo stesso assunto) con l’aggiunta dell’accusa al quotidiano La Repubblica di fare un «giornalismo deviato».
Forse l’onorevole Berlusconi farebbe meglio a chiedersi se a «far male all’Italia», all’immagine del nostro Paese, non siano piuttosto i suoi comportamenti, pubblici e privati, visti gli attacchi durissimi o i sarcasmi di mezza stampa mondiale, di ogni colore. Ricordiamola (repetita juvant): Financial Times, Daily Telegraph, The New York Times, Wall Street Journal, Herald Tribune, The Guardian, l’Express, Le Monde, El Pais, El Mundo, Tagespiel, Vremie Novosti, Youmuri Shombun, cui si è aggiunta da ultimo anche Vanity Fair americano che ha definito il premier italiano «una barzelletta». Ma sarebbe inutile chiedere a Berlusconi di farsi simili domande, risponderebbe che si tratta di un «complotto»: dei comunisti, di Murdoch o di chissà chi.
Se ogni critica al premier o al suo governo è un comportamento «anti-italiano» ciò significa semplicemente che il premier e il suo governo non possono essere criticati. Berlusconi, che si presenta come il campione del liberalismo, non si rende conto di avere un atteggiamento stalinista e di usare un linguaggio stalinista. Nell’Urss di Stalin, di Kruscev, di Breznev chiunque criticasse l’establishement era bollato come «nemico, oggettivamente, dell’Unione Sovietica e antipatriota» e veniva fucilato o, in quanto «deviante», rinchiuso in manicomio. Nell’Italia del 2000 si usano altri mezzi. Non si sopprimono i «devianti», ma le loro voci. È capitato a Luttazzi, a Biagi, a Freccero, a Sabina Guzzanti, a tanti altri fra cui anch’io, sebbene il mio caso non abbia suscitato clamore perché, non appartenendo a nessuna delle due bande, né a quella di Berlusconiana né a quella di sinistra, nessuno ha ritenuto che valesse la pena difendermi.
Del tutto assurda è l’idea che la Rai-Tv, in quanto servizio pubblico, non debba e non possa criticare né il governo né l’opposizione. Che cosa dovrebbe fare?
Limitarsi a dare le informazioni meteo e a ricopiare la Gazzetta Ufficiale?
E a quei tanti che, pagando anch’essi il servizio pubblico, non si identificano né nel governo né nell’opposizione, che gli facciamo?
Il fatto è che Silvio Berlusconi è un liberista (finché gli comoda, quando non gli fa comodo diventa un oligopolista) ma non è un liberale. Non conosce nemmeno i presupposti della liberaldemocrazia, dove la libertà di espressione e di critica è sacra, come stabilisce anche la nostra Costituzione all’articolo 21, e non conosce né limiti né «devianze», se non nel codice penale (diffamazione, offese al buon costume). Berlusconi, oltre che un prepotente e, sostanzialmente, un violento (altro che presentarsi come leader dei «moderati») un narciso, un egocentrico, uno totalmente autoriferito, è un totalitario antropologico. È totalitario nella testa. Non concepisce che si possa pensarla diversamente da lui. Non concepisce che ci possano essere degli avversari. Era da poco diventato presidente del Milan che disse: «Non capisco perché a San Siro debbano venire anche i tifosi delle altre squadre, togliendo il posto ai nostri». In quella frase c’è già tutto Berlusconi.
http://www.massimofini.it