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martedì 25 agosto 2009
Poesia Unità (d'Italia) di Carmine Palatucci
Poesia di Carmine Palatucci, recitata da Antimo Ceparano.
Poesia di Carmine Palatucci, recitata da Antimo Ceparano.
“GIORNALI ITALIANI, INAFFIDABILI” - L'ATTO DI ACCUSA DAL SETTIMANALE USA ‘TIME’: “LA STAMPA DEL BELPAESE È INFLUENZATA DA INDUSTRIALI E POLITICI.

In un Paese dove il primo ministro controlla le tv, solo una persona su dieci compra un quotidiano, contro una su cinque negli Stati Uniti e tre su cinque in Giappone, osserva Stephan Faris, citando i dati della World Association of Newspapers. «Agli italiani, a quanto pare, non interessa leggere le notizie». E se il problema non stesse nell'appetito degli italiani per le notizie, ma in «quello che c'è sul menu?».
«I giornalisti italiani sembrano scrivere l'uno per l'altro, per i politici o per il piacere di leggere la loro prosa»: Faris racconta di averlo detto, il mese scorso, a un festival letterario in Sardegna e di essere stato applaudito dal pubblico. Così si è reso conto dell'insoddisfazione della gente per quello che oggi l'informazione offre.
«Non è cambiato molto - si legge sul Time - da quando 50 anni fa il giornalista politico Enzo Forcella dichiarò che i giornali italiani sono scritti solo per 1.500 lettori: ministri, parlamentari, leader di partito, capi sindacali e industriali».
L'articolo cita Paolo Mancini, professore di sociologia delle comunicazioni all'Università di Perugia: la stampa in Italia è sempre stata scritta da e per l'élite intellettuale. E quando c'è una notizia politica, ci sono magari cinque articoli di grandi firme, ma «raramente viene fornito il contesto o il background». «Il lettore della stampa scritta sa già quello che succede. Hanno le notizie. Vogliono il gossip».
Si è molto parlato del fatto che Silvio Berlusconi controlla la televisione italiana, ma anche «la stampa scritta ha il suo conflitto di interessi», fa notare Faris. Il gruppo Fiat - scrive - ha partecipazioni di controllo nei quotidiani Corriere della Sera e La Stampa. La Repubblica è di proprietà di Carlo De Benedetti, «rivale di Berlusconi, con interessi nell'energia, nell'automobile e nella sanità».
Il Sole 24 Ore appartiene alla principale lobby industriale del Paese (Confindustria, ndr). «Gli imprenditori italiani tendono a dipendere ampiamente dalla politica. Le possibilità di reporting aggressivo sono molto, molto limitate», dice al Time Ricardo Franco Levi, parlamentare dell'opposizione che nel 1991 diresse l'Indipendente, «breve tentativo di fare un giornale davvero indipendente».
Non manca neppure l'influenza diretta del governo. Il Time ricorda che in giugno, Berlusconi invitò le imprese a non dare pubblicità ai giornali «che cantano la canzone dell'insoddisfazione e della catastrofe», alludendo ai giornali che pubblicano le salaci vicende della sua vita personale. «Ciò sarebbe accettato in qualsiasi altro angolo del mondo?», si domanda Levi.
«Non c'è da sorprendersi se gli italiani sempre più si volgono verso fonti alternative d'informazione», continua il Time. Negli ultimi anni è cresciuta la free press: con budget limitati, «ha dovuto offrire ai lettori qualcosa di nuovo, le notizie». Faris ricorda che nel giorno in cui La Repubblica metteva in prima pagina tre articoli sulle dichiarazioni di Berlusconi «Non sono un santo», il giornale Metro aveva un titolo «ben più rilevante»: «H1N1: 15 milioni di giovani da vaccinare». Online, secondo il Time, hanno largo seguito il blog di Beppe Grillo e Dagospia.
La crisi mondiale dell'editoria non fa eccezione per l'Italia. E in un Paese dove i licenziamenti sono quasi vietati, a settembre perderanno lavoro oltre 500 giornalisti. «Eppure la domanda per un diverso tipo di reporting rimane impressionante». Faris cita il caso della rivista Internazionale, un settimanale che raccoglie notizie di media esteri, che l'anno scorso ha aumentato la circolazione del 25%.
«La gente che smette di comprare i giornali non è gente che non vuole informazione - dice il direttore Giovanni De Mauro - E' gente che vuole un diverso tipo di informazione».
In Italia, almeno, conclude l'articolo del Time, «gli editori che vogliono salvare i loro giornali potrebbero cominciare col soddisfare la fame dei lettori».

In un Paese dove il primo ministro controlla le tv, solo una persona su dieci compra un quotidiano, contro una su cinque negli Stati Uniti e tre su cinque in Giappone, osserva Stephan Faris, citando i dati della World Association of Newspapers. «Agli italiani, a quanto pare, non interessa leggere le notizie». E se il problema non stesse nell'appetito degli italiani per le notizie, ma in «quello che c'è sul menu?».
«I giornalisti italiani sembrano scrivere l'uno per l'altro, per i politici o per il piacere di leggere la loro prosa»: Faris racconta di averlo detto, il mese scorso, a un festival letterario in Sardegna e di essere stato applaudito dal pubblico. Così si è reso conto dell'insoddisfazione della gente per quello che oggi l'informazione offre.
«Non è cambiato molto - si legge sul Time - da quando 50 anni fa il giornalista politico Enzo Forcella dichiarò che i giornali italiani sono scritti solo per 1.500 lettori: ministri, parlamentari, leader di partito, capi sindacali e industriali».
L'articolo cita Paolo Mancini, professore di sociologia delle comunicazioni all'Università di Perugia: la stampa in Italia è sempre stata scritta da e per l'élite intellettuale. E quando c'è una notizia politica, ci sono magari cinque articoli di grandi firme, ma «raramente viene fornito il contesto o il background». «Il lettore della stampa scritta sa già quello che succede. Hanno le notizie. Vogliono il gossip».
Si è molto parlato del fatto che Silvio Berlusconi controlla la televisione italiana, ma anche «la stampa scritta ha il suo conflitto di interessi», fa notare Faris. Il gruppo Fiat - scrive - ha partecipazioni di controllo nei quotidiani Corriere della Sera e La Stampa. La Repubblica è di proprietà di Carlo De Benedetti, «rivale di Berlusconi, con interessi nell'energia, nell'automobile e nella sanità».
Il Sole 24 Ore appartiene alla principale lobby industriale del Paese (Confindustria, ndr). «Gli imprenditori italiani tendono a dipendere ampiamente dalla politica. Le possibilità di reporting aggressivo sono molto, molto limitate», dice al Time Ricardo Franco Levi, parlamentare dell'opposizione che nel 1991 diresse l'Indipendente, «breve tentativo di fare un giornale davvero indipendente».
Non manca neppure l'influenza diretta del governo. Il Time ricorda che in giugno, Berlusconi invitò le imprese a non dare pubblicità ai giornali «che cantano la canzone dell'insoddisfazione e della catastrofe», alludendo ai giornali che pubblicano le salaci vicende della sua vita personale. «Ciò sarebbe accettato in qualsiasi altro angolo del mondo?», si domanda Levi.
«Non c'è da sorprendersi se gli italiani sempre più si volgono verso fonti alternative d'informazione», continua il Time. Negli ultimi anni è cresciuta la free press: con budget limitati, «ha dovuto offrire ai lettori qualcosa di nuovo, le notizie». Faris ricorda che nel giorno in cui La Repubblica metteva in prima pagina tre articoli sulle dichiarazioni di Berlusconi «Non sono un santo», il giornale Metro aveva un titolo «ben più rilevante»: «H1N1: 15 milioni di giovani da vaccinare». Online, secondo il Time, hanno largo seguito il blog di Beppe Grillo e Dagospia.
La crisi mondiale dell'editoria non fa eccezione per l'Italia. E in un Paese dove i licenziamenti sono quasi vietati, a settembre perderanno lavoro oltre 500 giornalisti. «Eppure la domanda per un diverso tipo di reporting rimane impressionante». Faris cita il caso della rivista Internazionale, un settimanale che raccoglie notizie di media esteri, che l'anno scorso ha aumentato la circolazione del 25%.
«La gente che smette di comprare i giornali non è gente che non vuole informazione - dice il direttore Giovanni De Mauro - E' gente che vuole un diverso tipo di informazione».
In Italia, almeno, conclude l'articolo del Time, «gli editori che vogliono salvare i loro giornali potrebbero cominciare col soddisfare la fame dei lettori».
Un autunno duro

Il Pil scende meno rapidamente di qualche mese fa e tale seppure lenta ripresa rende ottimisti le Borse mondiali e i banchieri centrali, ma gli industriali, i lavoratori, vivono tuttora la crisi economica. E’ ovvio che la finanza guardi al futuro ma la realtà è dura, l’autunno per almeno 8oo mila lavoratori sarà ancora più difficile, questo, infatti, è il numero di posti a rischio da oggi alla metà del 2010.
La prospettiva di una così grave situazione ha portato la Cgil a chiedere al governo l’apertura del tavolo anticrisi per sostenere l’occupazione, i redditi e gli investimenti; sempre per la Cgil sarebbe fondamentale che anche la Cisl e la Uil si unissero alla suddetta richiesta. I segretari generali Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti si mostrano concordi ed il numero uno del sindacato di via Po chiede la detassazione del salario di produttività.
Sono troppi i lavoratori in cassa integrazione bisogna impedire che diventino disoccupati, ma intanto la caduta del fatturato ha già fatto perdere il 30-40% dei ricavi e “Non sarà facile tornare ai livelli di prima” ha sostenuto Angeletti. Anche il segretario generale dell’Ugl, , parla di un allarme occupazione non ancora cessato e di un autunno importante come banco di prova per molte imprese, ha inoltre parlato di una paralisi del mercato interno chiedendo, anch’ella, un aiuto ai redditi da parte del governo.
Come rileva il dg di Confindustria Galli: “E’ una situazione in cui molte imprese si troveranno in gravissime difficoltà anche a mantenere, purtroppo, i livelli di occupazione”.
Fonte:Lavoro

Il Pil scende meno rapidamente di qualche mese fa e tale seppure lenta ripresa rende ottimisti le Borse mondiali e i banchieri centrali, ma gli industriali, i lavoratori, vivono tuttora la crisi economica. E’ ovvio che la finanza guardi al futuro ma la realtà è dura, l’autunno per almeno 8oo mila lavoratori sarà ancora più difficile, questo, infatti, è il numero di posti a rischio da oggi alla metà del 2010.
La prospettiva di una così grave situazione ha portato la Cgil a chiedere al governo l’apertura del tavolo anticrisi per sostenere l’occupazione, i redditi e gli investimenti; sempre per la Cgil sarebbe fondamentale che anche la Cisl e la Uil si unissero alla suddetta richiesta. I segretari generali Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti si mostrano concordi ed il numero uno del sindacato di via Po chiede la detassazione del salario di produttività.
Sono troppi i lavoratori in cassa integrazione bisogna impedire che diventino disoccupati, ma intanto la caduta del fatturato ha già fatto perdere il 30-40% dei ricavi e “Non sarà facile tornare ai livelli di prima” ha sostenuto Angeletti. Anche il segretario generale dell’Ugl, , parla di un allarme occupazione non ancora cessato e di un autunno importante come banco di prova per molte imprese, ha inoltre parlato di una paralisi del mercato interno chiedendo, anch’ella, un aiuto ai redditi da parte del governo.
Come rileva il dg di Confindustria Galli: “E’ una situazione in cui molte imprese si troveranno in gravissime difficoltà anche a mantenere, purtroppo, i livelli di occupazione”.
Fonte:Lavoro
Il fantasma di Corleone
Il pentito Antonino Giuffrè (braccio destro di Bernardo Provenzano) , e Salvatore Cancemi, ammettono al processo sui mandanti occulti delle stragi mafiose di Capaci e di Via D'Amelio, le connessioni tra Cosa Nostra e Forza Italia. Tratto dal film "Il fantasma di Corleone" di Marco Amenta
Il pentito Antonino Giuffrè (braccio destro di Bernardo Provenzano) , e Salvatore Cancemi, ammettono al processo sui mandanti occulti delle stragi mafiose di Capaci e di Via D'Amelio, le connessioni tra Cosa Nostra e Forza Italia. Tratto dal film "Il fantasma di Corleone" di Marco Amenta
lunedì 24 agosto 2009
Assalto allo Stato di diritto

Nel prossimo autunno –che si preannuncia caldissimo, soprattutto per i temi dell’economia e del lavoro ed il riemergere del conflitto sociale– il Governo tenterà –con il sostegno della sua maggioranza servile– di portare a compimento il disegno –di chiara ispirazione piduista– per il definitivo annientamento dell’autonomia della magistratura e dell’indipendenza e del pluralismo dell’informazione.
Fino a qualche anno fa il timore dei poteri forti era rappresentato, soprattutto, dai procedimenti penali della magistratura e dalla possibilità che venissero emesse sentenze di condanna nei confronti di corrotti e corruttori. La stagione delle modifiche legislative e del ridimensionamento –ad opera anche di frange di magistrati sempre più pervasi dalla correntocrazia- del ruolo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura, ridotto sempre più ad organo non di autogoverno della magistratura ma di condizionamento di quei magistrati ancora liberi ed indipendenti che operano nei vari uffici giudiziari, ha reso sempre più difficile la possibilità di raggiungere la verità processuale (anche attraverso le nuove tecniche di mobilità dei magistrati scomodi).
Il forte annichilimento, attraverso legislazione ordinaria, del ruolo della magistratura come previsto in Costituzione, non è sufficiente al sistema della casta per mettersi al riparo da quello che è il pericolo più serio: la conoscenza dei fatti da parte dell’opinione pubblica che può produrre dissenso, massa critica e, quindi, opposizione al regime e condurre, magari, anche ad un cambiamento della classe dirigente.
Ecco l’escalation legislativa che punta alla scomparsa dei fatti, attraverso il controllo totale dei mezzi di comunicazione. Taccio della televisione (di Stato –sic!– e di proprietà dell’utilizzatore finale) ormai ridotta, salvo alcune lodevoli eccezioni (che non si sa fino a quando dureranno prima di essere smantellate), a pura propaganda di regime ed a strumento teso a consolidare la sub-cultura di governo. Bisogna zittire quei giornalisti –che ancora non praticano l’auto-censura, tanto di moda in Italia– i quali ancora si ostinano (forse perché hanno la passione per il loro lavoro) a raccontare i fatti ed a spiegare al Paese quello che accade.
Ecco, quindi, i provvedimenti che i berluscones cercheranno di approvare da settembre in violazione della Costituzione (vedremo che farà il Presidente della Repubblica): la legge che elimina le intercettazioni telefoniche –questo soprattutto per rendere un servigio a Papi e metterlo al riparo da quelle che appaiono corruzioni sorte attorno all’utilizzo finale dei corpi– che produrrà un aumento della criminalità con Maroni che getterà addosso ad immigrati e clochard le ronde per raffreddare le ansie da tolleranza zero; la legge che impedisce al Pubblico Ministero di prendere notizie di reato di propria iniziativa ma solo su input della polizia giudiziaria (quindi del potere esecutivo), per esemplificare non avremo più inchieste del tipo trattativa tra mafia e Stato,tangentopoli, scandalo Parmalat e furbetti del quartierino; l’eliminazione del diritto di cronaca vietando ai giornalisti –attraverso anche le salate multe agli editori (guai a toccare le tasche dei pantaloni, molto peggio che andar di galera)- di raccontare fatti fino a quando non si celebrano i processi (che non si fanno più per le varie leggi-ostacolo create dalla casta).
Un disegno organico che mette il silenziatore alla storia. Dal momento che la magistratura viene neutralizzata definitivamente e l’informazione ridotta a megafono del regime che consolida la navigazione del manovratore di turno, è chiaro che il popolo verrà narcotizzato attraverso un’iniezione letale di bromuro, tutto diventerà sempre più normale (rectius, normalizzato): la vicenda delle escort (rectius, prostitute) sarà vita privata mondana del Premier per eliminare lo stress accumulato nell’interesse del Paese,le corruzioni saranno scambi commerciali per il progresso dell’Italia, la mafia un aiuto di volontari per mantenere la quiete in territori turbolenti, il riciclaggio del denaro sporco investimenti che aiutano l’economia e creano lavoro.
Non possono essere più solo i magistrati ed i giornalisti ad opporsi a questa deriva autoritaria di tipo peronista, non sono interessi corporativi, anche perché molti magistrati applicano il conformismo giudiziario o sono ammalati di quel morbo che Piero Calamandrei chiamava agorafobia (per essere graditi al potere prevengono le raccomandazioni prima ancora di riceverle), tanti giornalisti non sono altro che la voce del padrone (intendendosi per padrone i poteri forti che non sono solo quelli politici).
Sta alla parte più sensibile della politica e della società civile mobilitarsi per difendere questi due baluardi dello Stato di Diritto –pilastri della democrazia- per evitare che il regime si consolidi e che, poi, divenga impossibile conoscere i fatti perché non ci saranno più fatti da raccontare.
Fonte:L’Unità del 23 agosto 09

Nel prossimo autunno –che si preannuncia caldissimo, soprattutto per i temi dell’economia e del lavoro ed il riemergere del conflitto sociale– il Governo tenterà –con il sostegno della sua maggioranza servile– di portare a compimento il disegno –di chiara ispirazione piduista– per il definitivo annientamento dell’autonomia della magistratura e dell’indipendenza e del pluralismo dell’informazione.
Fino a qualche anno fa il timore dei poteri forti era rappresentato, soprattutto, dai procedimenti penali della magistratura e dalla possibilità che venissero emesse sentenze di condanna nei confronti di corrotti e corruttori. La stagione delle modifiche legislative e del ridimensionamento –ad opera anche di frange di magistrati sempre più pervasi dalla correntocrazia- del ruolo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura, ridotto sempre più ad organo non di autogoverno della magistratura ma di condizionamento di quei magistrati ancora liberi ed indipendenti che operano nei vari uffici giudiziari, ha reso sempre più difficile la possibilità di raggiungere la verità processuale (anche attraverso le nuove tecniche di mobilità dei magistrati scomodi).
Il forte annichilimento, attraverso legislazione ordinaria, del ruolo della magistratura come previsto in Costituzione, non è sufficiente al sistema della casta per mettersi al riparo da quello che è il pericolo più serio: la conoscenza dei fatti da parte dell’opinione pubblica che può produrre dissenso, massa critica e, quindi, opposizione al regime e condurre, magari, anche ad un cambiamento della classe dirigente.
Ecco l’escalation legislativa che punta alla scomparsa dei fatti, attraverso il controllo totale dei mezzi di comunicazione. Taccio della televisione (di Stato –sic!– e di proprietà dell’utilizzatore finale) ormai ridotta, salvo alcune lodevoli eccezioni (che non si sa fino a quando dureranno prima di essere smantellate), a pura propaganda di regime ed a strumento teso a consolidare la sub-cultura di governo. Bisogna zittire quei giornalisti –che ancora non praticano l’auto-censura, tanto di moda in Italia– i quali ancora si ostinano (forse perché hanno la passione per il loro lavoro) a raccontare i fatti ed a spiegare al Paese quello che accade.
Ecco, quindi, i provvedimenti che i berluscones cercheranno di approvare da settembre in violazione della Costituzione (vedremo che farà il Presidente della Repubblica): la legge che elimina le intercettazioni telefoniche –questo soprattutto per rendere un servigio a Papi e metterlo al riparo da quelle che appaiono corruzioni sorte attorno all’utilizzo finale dei corpi– che produrrà un aumento della criminalità con Maroni che getterà addosso ad immigrati e clochard le ronde per raffreddare le ansie da tolleranza zero; la legge che impedisce al Pubblico Ministero di prendere notizie di reato di propria iniziativa ma solo su input della polizia giudiziaria (quindi del potere esecutivo), per esemplificare non avremo più inchieste del tipo trattativa tra mafia e Stato,tangentopoli, scandalo Parmalat e furbetti del quartierino; l’eliminazione del diritto di cronaca vietando ai giornalisti –attraverso anche le salate multe agli editori (guai a toccare le tasche dei pantaloni, molto peggio che andar di galera)- di raccontare fatti fino a quando non si celebrano i processi (che non si fanno più per le varie leggi-ostacolo create dalla casta).
Un disegno organico che mette il silenziatore alla storia. Dal momento che la magistratura viene neutralizzata definitivamente e l’informazione ridotta a megafono del regime che consolida la navigazione del manovratore di turno, è chiaro che il popolo verrà narcotizzato attraverso un’iniezione letale di bromuro, tutto diventerà sempre più normale (rectius, normalizzato): la vicenda delle escort (rectius, prostitute) sarà vita privata mondana del Premier per eliminare lo stress accumulato nell’interesse del Paese,le corruzioni saranno scambi commerciali per il progresso dell’Italia, la mafia un aiuto di volontari per mantenere la quiete in territori turbolenti, il riciclaggio del denaro sporco investimenti che aiutano l’economia e creano lavoro.
Non possono essere più solo i magistrati ed i giornalisti ad opporsi a questa deriva autoritaria di tipo peronista, non sono interessi corporativi, anche perché molti magistrati applicano il conformismo giudiziario o sono ammalati di quel morbo che Piero Calamandrei chiamava agorafobia (per essere graditi al potere prevengono le raccomandazioni prima ancora di riceverle), tanti giornalisti non sono altro che la voce del padrone (intendendosi per padrone i poteri forti che non sono solo quelli politici).
Sta alla parte più sensibile della politica e della società civile mobilitarsi per difendere questi due baluardi dello Stato di Diritto –pilastri della democrazia- per evitare che il regime si consolidi e che, poi, divenga impossibile conoscere i fatti perché non ci saranno più fatti da raccontare.
Fonte:L’Unità del 23 agosto 09
Scuola. Veneto senza presidi, i "rinforzi" arriveranno dal Sud: la Lega protesta

Puglia e Sicilia. Il Carroccio: «Nuove regole per i concorsi»
di Giovanni Santin e Chiara Pavan
VENEZIA (22 agosto) - L’anno scolastico che si sta per aprire decolla all’insegna delle "assenze", quelle dei presidi. In Veneto ne mancano 66. Arriveranno da fuori regione, con buona pace della Lega pronta a dare battaglia sul «problema dei presidi foresti».
Nelle sette province del Veneto, sia pur in misura diversa, il posto di dirigente scolastico sarà infatti coperto da personale in arrivo da Lazio, Marche, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna. Da settembre, così, ci sarà una distribuzione a pioggia di presidi meridionali che cascherà un po’ su tutte le scuole d’Italia, ma soprattutto al Nord, dove i posti vacanti sono numerosi.
Ed è questo che a Vicenza, a fine luglio, ha fatto scattare una mozione bipartisan con la quale si è intimato l’alt all’arrivo di dirigenti del sud. Sotto accusa c’è innanzitutto un concorso bandito nel 2004: un numero di posti assegnati a ciascuna regione, e un dieci per cento in più di persone idonee da lasciare in lista d’attesa. Ma qualcuno, al sud, ci avrebbe provato, mettendo in lista più concorrenti, che ora sarebbero tutti da sistemare. A nord, invece, hanno inserito nelle graduatorie di merito soltanto il numero di dirigenti previsto dal concorso bandito. Di qui il "gap" che ora crea problemi.
E Vicenza, dopo la protesta sollevata in consiglio provinciale dall’assessore alla scuola Morena Martini (Pdl), si ritrova ad essere anche il territorio più colpito dalla mancanza di presidi locali: qui i posti vacanti sono 25. Seguono Padova con 12; Venezia con 9, Belluno con 7. A Rovigo e Verona ne mancano 5; la meno scoperta è invece Treviso con tre soli “buchi”.
Non tutte le 66 caselle tuttavia saranno coperte, ma solo 38; questo il numero che il governo centrale ha previsto per il Veneto. Gli altri 28 posti saranno assegnati "in reggenza".
E questa è sicuramente un'altra soluzione che penalizza la scuola, perché si tratta di presidi che già hanno una loro scuola da "governare" e che saranno costretti a sdoppiarsi lavorando, e dirigendo, anche un'altra sede.
Ieri all'Ufficio Scolastico Regionale di Venezia non erano in grado di procedere alle nomine «perché non erano ancora arrivate tutte le disponibilità». Ma una cosa è certa: questi 38 posti saranno attribuiti tutti a candidati idonei provenienti da fuori regione «perché noi non abbiamo più personale abilitato per la funzione dirigente».
Le ragioni? Non solo fuga dalla scuola, non solo tagli che, al contrario, come nel caso di liceo classico e scientifico di Belluno, unendosi fanno “risparmiare” un preside. «Manca proprio il personale abilitato» ripetono da Venezia.
La Lega, intanto, si prepara a contrastare «l’invasione di presidi del Sud». Mario Pittoni, capogruppo del Carroccio nella Commissione istruzione del Senato, in una nota suggerisce che «basta chiudere definitivamente con le riserve di idonei, che, come sappiamo, in certe zone tendono a lievitare oltre misura, e ridurre il peso della valutazione scolastica, visto che in alcune realtà i supervoti non si negano a nessuno».
Certo, «la buona notizia» è che con «l’ultima infornata - dice sempre Pittoni - dovrebbero svuotarsi del tutto le graduatorie anche al Sud. Si può quindi mettere mano ad un nuovo regolamento concorsuale» che, appunto, dovrà essere indetto per «un numero di idonei corrispondenti ai posti disponibili, neanche uno di più» e, in secondo luogo, dovrà limitare il peso «delle valutazioni dei titoli, viste le pesanti diversità tra un’area e l’altra del paese».
Secondo Morena Martini, che a Vicenza ha aperto il "dibattito" sulla provenienza dei presidi, non si tratta di bandire i presidi del sud, ma di affrontare la questione in modo diverso. «Stiamo parlando della tutela dei lavoratori, non solo dei veneti, ma di tutta Italia - precisa l’assessore - Il problema sta nel concorso per dirigente scolastico bandito nel 2004, e nelle due seguenti sanatorie. Da rivedere».
Certo, non sarà facile incidere sull’anno scolastico che si sta per aprire, ma si potrà indicare un nuovo percorso: «Alcuni presidi siciliani mi hanno scritto, sperano di poter venire a Vicenza, proprio perché stiamo portando avanti una battaglia per la giustizia». E la Lega, coi suoi «proclami», non fa un grande servizio. «Ma dove sono stati finora? - ribatte Martini - Nel 2004 e nel 2007 potevano stare attenti, potevano giocarsela in modo diverso coi loro esponenti al governo». Con gli slogan, chiude l’assessore, non si fanno battaglie, ma «rapine elettorali». Che non servono a nessuno, tantomeno alla scuola.

Puglia e Sicilia. Il Carroccio: «Nuove regole per i concorsi»
di Giovanni Santin e Chiara Pavan
VENEZIA (22 agosto) - L’anno scolastico che si sta per aprire decolla all’insegna delle "assenze", quelle dei presidi. In Veneto ne mancano 66. Arriveranno da fuori regione, con buona pace della Lega pronta a dare battaglia sul «problema dei presidi foresti».
Nelle sette province del Veneto, sia pur in misura diversa, il posto di dirigente scolastico sarà infatti coperto da personale in arrivo da Lazio, Marche, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna. Da settembre, così, ci sarà una distribuzione a pioggia di presidi meridionali che cascherà un po’ su tutte le scuole d’Italia, ma soprattutto al Nord, dove i posti vacanti sono numerosi.
Ed è questo che a Vicenza, a fine luglio, ha fatto scattare una mozione bipartisan con la quale si è intimato l’alt all’arrivo di dirigenti del sud. Sotto accusa c’è innanzitutto un concorso bandito nel 2004: un numero di posti assegnati a ciascuna regione, e un dieci per cento in più di persone idonee da lasciare in lista d’attesa. Ma qualcuno, al sud, ci avrebbe provato, mettendo in lista più concorrenti, che ora sarebbero tutti da sistemare. A nord, invece, hanno inserito nelle graduatorie di merito soltanto il numero di dirigenti previsto dal concorso bandito. Di qui il "gap" che ora crea problemi.
E Vicenza, dopo la protesta sollevata in consiglio provinciale dall’assessore alla scuola Morena Martini (Pdl), si ritrova ad essere anche il territorio più colpito dalla mancanza di presidi locali: qui i posti vacanti sono 25. Seguono Padova con 12; Venezia con 9, Belluno con 7. A Rovigo e Verona ne mancano 5; la meno scoperta è invece Treviso con tre soli “buchi”.
Non tutte le 66 caselle tuttavia saranno coperte, ma solo 38; questo il numero che il governo centrale ha previsto per il Veneto. Gli altri 28 posti saranno assegnati "in reggenza".
E questa è sicuramente un'altra soluzione che penalizza la scuola, perché si tratta di presidi che già hanno una loro scuola da "governare" e che saranno costretti a sdoppiarsi lavorando, e dirigendo, anche un'altra sede.
Ieri all'Ufficio Scolastico Regionale di Venezia non erano in grado di procedere alle nomine «perché non erano ancora arrivate tutte le disponibilità». Ma una cosa è certa: questi 38 posti saranno attribuiti tutti a candidati idonei provenienti da fuori regione «perché noi non abbiamo più personale abilitato per la funzione dirigente».
Le ragioni? Non solo fuga dalla scuola, non solo tagli che, al contrario, come nel caso di liceo classico e scientifico di Belluno, unendosi fanno “risparmiare” un preside. «Manca proprio il personale abilitato» ripetono da Venezia.
La Lega, intanto, si prepara a contrastare «l’invasione di presidi del Sud». Mario Pittoni, capogruppo del Carroccio nella Commissione istruzione del Senato, in una nota suggerisce che «basta chiudere definitivamente con le riserve di idonei, che, come sappiamo, in certe zone tendono a lievitare oltre misura, e ridurre il peso della valutazione scolastica, visto che in alcune realtà i supervoti non si negano a nessuno».
Certo, «la buona notizia» è che con «l’ultima infornata - dice sempre Pittoni - dovrebbero svuotarsi del tutto le graduatorie anche al Sud. Si può quindi mettere mano ad un nuovo regolamento concorsuale» che, appunto, dovrà essere indetto per «un numero di idonei corrispondenti ai posti disponibili, neanche uno di più» e, in secondo luogo, dovrà limitare il peso «delle valutazioni dei titoli, viste le pesanti diversità tra un’area e l’altra del paese».
Secondo Morena Martini, che a Vicenza ha aperto il "dibattito" sulla provenienza dei presidi, non si tratta di bandire i presidi del sud, ma di affrontare la questione in modo diverso. «Stiamo parlando della tutela dei lavoratori, non solo dei veneti, ma di tutta Italia - precisa l’assessore - Il problema sta nel concorso per dirigente scolastico bandito nel 2004, e nelle due seguenti sanatorie. Da rivedere».
Certo, non sarà facile incidere sull’anno scolastico che si sta per aprire, ma si potrà indicare un nuovo percorso: «Alcuni presidi siciliani mi hanno scritto, sperano di poter venire a Vicenza, proprio perché stiamo portando avanti una battaglia per la giustizia». E la Lega, coi suoi «proclami», non fa un grande servizio. «Ma dove sono stati finora? - ribatte Martini - Nel 2004 e nel 2007 potevano stare attenti, potevano giocarsela in modo diverso coi loro esponenti al governo». Con gli slogan, chiude l’assessore, non si fanno battaglie, ma «rapine elettorali». Che non servono a nessuno, tantomeno alla scuola.
TG 21.08.09 Barton punta subito sul fotovoltaico
Alessio Mora, l'uomo che ha curato la trattativa per l'acquisto del Bari da parte del texano Tim Barton, martedì sarà di nuovo nel capoluogo, ma stavolta non per questioni legate al calcio. Farà un sopralluogo allo stadio San Nicola, dell'ambito del Business del fotovoltaico.
Alessio Mora, l'uomo che ha curato la trattativa per l'acquisto del Bari da parte del texano Tim Barton, martedì sarà di nuovo nel capoluogo, ma stavolta non per questioni legate al calcio. Farà un sopralluogo allo stadio San Nicola, dell'ambito del Business del fotovoltaico.
Alitalia, un disastro che passa sotto silenzio

Mentre i manager vanno ad aiutare a scaricare i bagagli, il solito disastro organizzativo estivo lascia in attesa all’aereporto i passeggeri e provoca le proteste degli organismi internazionali. Ma nessuno se ne accorge: “Ali-caos” è passato di moda, i giornali non ne parlano più
Quando si dice le risorse umane. Oggi e domani manager e collaboratori di Alitalia aiuteranno il personale di terra a Roma Fiumicino a scaricare i bagagli in un week-end a rischio ingorgo nei diversi servizi presso lo scalo romano, dai check in ai varchi per l’imbarco e la sicurezza, dalle biglietterie all’assistenza clienti. Un’iniziativa estiva voluta personalmente dall’amministratore delegato, Rocco Sabelli, per cementare il clima tra il personale che proviene da due diverse aziende (la vecchia Alitalia e Air One). Lo stesso Sabelli si è recato in aeroporto, ed ha passato alcune ore con i colleghi al lavoro, il primo fine settimana di agosto. Ma soprattutto per fronteggiare l’ennesima emergenza che si preannuncia sul fronte aeroportuale.
Gli altri anni “Ali-caos” era quasi un must: i titoli dei giornali sui disservizi di Alitalia nel periodo estivo erano un appuntamento fisso, quasi come le ricorrenze del calendario. Eppure, nonostante i licenziamenti, le seimila persone in cassa integrazione – di cui 858 tra piloti e comandanti 1556 assistenti di volo e 3049 personale di terra – la Cai dei nuovi capitani coraggiosi benedetta dal governo non sembra ancora riuscita a trovare un’organizzazione funzionante e profittevole. Nel mese di luglio, tradizionalmente critico per i vettori, a Fiumicino la percentuale dei voli Alitalia in partenza puntuali, o con un ritardo inferiore ai 15 minuti, è andata in picchiata, toccando il 44%; solamente un anno fa, con la vecchia gestione e tutti i problemi finanziari dell’azienda, gli arrivi in orario erano il 55%. E nemmeno il paragone con la concorrenza aiuta: in giugno la puntualità generale di Fiumicino (tutti i vettori) è stata del 59,9%, e ad abbassare la media ha contribuito anche via della Magliana, 50,5%. Sempre nello scalo romano, ad agosto la puntualità della compagnia nazionale, secondo rilevazioni ancora informali, è scesa al 46,5%. Le altre compagnie evidenziano su Fiumicino tassi di puntualità tra il 65% e il 70%. In più, ci sono gli annosi problemi – mai risolti – nei servizi aeroportuali: a luglio per i voli Alitalia/AirOne le autorità aeronautiche hanno rilevato il mancato rispetto degli standard fissati dalla Carta dei servizi per oltre il 40% dei voli in arrivo e ad agosto il dato peggiora intorno al 50%. Secondo gli standard internazionali, il 90% dei bagagli dovrebbe poter essere ritirato entro 32 minuti dall’atterraggio dei voli nazionali ed entro 42 minuti per gli internazionali. Tra il luglio 2008 e il luglio 2009 la percentuale di Alitalia per i bagagli consegnati entro questo lasso di tempo è scesa dal 67 al 51%.
La compagnia si difende ricordando che la puntualità generale del vettore (cioè quella misurata su tutti gli scali) è al 73%, ma c’è anche da ricordare che ha ridotto di quasi un quarto l’ammontare totale dei voli rispetto alle “vecchie” Alitalia ed air One. E ha cercato anche di addossare a Fiumicino la colpa dei ritardi nei voli, prendendosi la piccata replica del direttore generale di Aeroporti di Roma, Franco Giudice “Se i dati di Eurocontrol bocciano Fiumicino in quanto scalo più ritardatario d’Europa la colpa e’ tutta di Alitalia. Il problema numero uno resta la finora incompiuta integrazione fra l’ex compagnia di bandiera ed Air One” afferma Giudice, “e l ritardo nei voli, inoltre rallenta tutta l’operazione di transito e riconsegna dei bagagli. I ritardi di Alitalia congestionano il sistema”. Mauro Rossi,segretario nazionale Filt Cgil, sembra quasi rassegnato e preannuncia un settembre caldo: “Inutile nasconderci che in Alitalia le cose non procedono bene. I risultati economici di cui si parla in azienda sono molto negativi, come del resto i valori della puntualità e della qualità del servizio. E, dal nostro punto di vista, anche le relazioni sindacali non migliorano, anzi: sono deficitarie. Continuando di questo passo la ripresa si annuncia difficile e settembre rischia di essere conflittuale per tutte le categorie dei lavoratori Alitalia”.
Anche Claudio Genovesi della Fit Cisl la pensa pressappoco così: “Il sindacato negli anni difficili ha avuto un grande senso di responsabilità, ma a settembre saremo critici su tutti i nodi irrisolti dell’azienda”. Ad esempio quali? “Ci sono delle difficoltà oggettive dovute alla start up di una nuova azienda, e vanno capite. Ma vi è anche una serie di carenze organizzative e nei presidi della procedura produttiva: chi dovrebbe operare il coordinamento (la direzione operativa), semplicemente, non è all’altezza. Un problema strutturale, comparso all’epoca di Cimoli, che persiste ancora oggi. Ci vorrebbe discontinuità”. Ma la nuova gestione non doveva risolvere questi problemi? “La Cai a mio parere non ha ancora deciso cosa vuole fare da grande: non è ancora chiaro quale dev’essere la posizione sul mercato della compagnia, prima si vuole fare la low cost e poi si torna indietro; prima si punta tutto su Roma e poi si pensa a incentivare Milano. L’azienda deve capire dove vuole investire, una volta per tutte”. E come mai secondo lei c’è un generale silenzio dei media sulla situazione odierna? “Eh, questo dovrebbe chiederlo ai suoi colleghi giornalisti, non a me”. E pure Fabio Berti dell’Anpac è sul piede di guerra: “Quello che sta avvenendo deve far riflettere perché è la dimostrazione che non erano certo i privilegi dei piloti la causa dei problemi dell’azienda, visto che questi non ci sono più ma i disagi non sono mancati. Le sofferenze di Alitalia vengono da molto lontano: la totale mancanza di una politica del trasporto aereo, l’”aiuto” alla concorrenza (Air One) sempre in primo piano: una volta cedute grandi fette di mercato, è difficile riportarle all’ovile”. Ma questi problemi si potrebbero risolvere? “Oggi come oggi il sistema non è strutturato per funzionare anche con il massimo picco di passeggeri: per questo le inefficienze dell’azienda si vedono così chiaramente. Ma il problema è a monte: se continuiamo a pensare che il trasporto aereo possa essere privo di regolamentazione a livello di competitor, le sofferenze saranno sempre maggiori. E mi faccia dire una cosa”. Prego. “Gli 850 piloti messi in cassa integrazione sarebbero potuti servire in questo agosto. Noi come Anpac avevamo proposto la rotazione dei lavoratori anche per dare all’azienda l’opportunità di sfruttare la flessibilità. Ci è stato risposto di no, e questi sono i risultati”.
Intanto i bilanci soffrono: nei primi sei mesi di vita Alitalia ha bruciato 273 milioni, oltre un quarto del capitale, quel miliardo, che gli azionisti si sono impegnati a garantire. I risultati del primo semestre che evidenziano oltre a una perdita operativa di 273 milioni (con uno scostamento del 6% rispetto alle previsioni di budget) ricavi per 1,276 miliardi, 10 milioni di passeggeri e un coefficiente medio di riempimento (load factor) del 59%, al di sotto del 72%, la media delle compagnie europee e del Piano Fenice. La posizione finanziaria netta è di 770 milioni, la cassa scende a 370 milioni, mentre la disponibilità liquida è di 490 milioni. Una situazione sempre più difficile, che fa ben comprendere le continue voci che si susseguono su soci pronti ad abbandonare la barca prima che affondi oppure che stanno lì a contare i giorni che li separano dalla vendita del pacchetto azionario ad Air France. Peccato che nessuno ne parli più, a Palazzo.
Fonte:Giornalettismo

Mentre i manager vanno ad aiutare a scaricare i bagagli, il solito disastro organizzativo estivo lascia in attesa all’aereporto i passeggeri e provoca le proteste degli organismi internazionali. Ma nessuno se ne accorge: “Ali-caos” è passato di moda, i giornali non ne parlano più
Quando si dice le risorse umane. Oggi e domani manager e collaboratori di Alitalia aiuteranno il personale di terra a Roma Fiumicino a scaricare i bagagli in un week-end a rischio ingorgo nei diversi servizi presso lo scalo romano, dai check in ai varchi per l’imbarco e la sicurezza, dalle biglietterie all’assistenza clienti. Un’iniziativa estiva voluta personalmente dall’amministratore delegato, Rocco Sabelli, per cementare il clima tra il personale che proviene da due diverse aziende (la vecchia Alitalia e Air One). Lo stesso Sabelli si è recato in aeroporto, ed ha passato alcune ore con i colleghi al lavoro, il primo fine settimana di agosto. Ma soprattutto per fronteggiare l’ennesima emergenza che si preannuncia sul fronte aeroportuale.
Gli altri anni “Ali-caos” era quasi un must: i titoli dei giornali sui disservizi di Alitalia nel periodo estivo erano un appuntamento fisso, quasi come le ricorrenze del calendario. Eppure, nonostante i licenziamenti, le seimila persone in cassa integrazione – di cui 858 tra piloti e comandanti 1556 assistenti di volo e 3049 personale di terra – la Cai dei nuovi capitani coraggiosi benedetta dal governo non sembra ancora riuscita a trovare un’organizzazione funzionante e profittevole. Nel mese di luglio, tradizionalmente critico per i vettori, a Fiumicino la percentuale dei voli Alitalia in partenza puntuali, o con un ritardo inferiore ai 15 minuti, è andata in picchiata, toccando il 44%; solamente un anno fa, con la vecchia gestione e tutti i problemi finanziari dell’azienda, gli arrivi in orario erano il 55%. E nemmeno il paragone con la concorrenza aiuta: in giugno la puntualità generale di Fiumicino (tutti i vettori) è stata del 59,9%, e ad abbassare la media ha contribuito anche via della Magliana, 50,5%. Sempre nello scalo romano, ad agosto la puntualità della compagnia nazionale, secondo rilevazioni ancora informali, è scesa al 46,5%. Le altre compagnie evidenziano su Fiumicino tassi di puntualità tra il 65% e il 70%. In più, ci sono gli annosi problemi – mai risolti – nei servizi aeroportuali: a luglio per i voli Alitalia/AirOne le autorità aeronautiche hanno rilevato il mancato rispetto degli standard fissati dalla Carta dei servizi per oltre il 40% dei voli in arrivo e ad agosto il dato peggiora intorno al 50%. Secondo gli standard internazionali, il 90% dei bagagli dovrebbe poter essere ritirato entro 32 minuti dall’atterraggio dei voli nazionali ed entro 42 minuti per gli internazionali. Tra il luglio 2008 e il luglio 2009 la percentuale di Alitalia per i bagagli consegnati entro questo lasso di tempo è scesa dal 67 al 51%.
La compagnia si difende ricordando che la puntualità generale del vettore (cioè quella misurata su tutti gli scali) è al 73%, ma c’è anche da ricordare che ha ridotto di quasi un quarto l’ammontare totale dei voli rispetto alle “vecchie” Alitalia ed air One. E ha cercato anche di addossare a Fiumicino la colpa dei ritardi nei voli, prendendosi la piccata replica del direttore generale di Aeroporti di Roma, Franco Giudice “Se i dati di Eurocontrol bocciano Fiumicino in quanto scalo più ritardatario d’Europa la colpa e’ tutta di Alitalia. Il problema numero uno resta la finora incompiuta integrazione fra l’ex compagnia di bandiera ed Air One” afferma Giudice, “e l ritardo nei voli, inoltre rallenta tutta l’operazione di transito e riconsegna dei bagagli. I ritardi di Alitalia congestionano il sistema”. Mauro Rossi,segretario nazionale Filt Cgil, sembra quasi rassegnato e preannuncia un settembre caldo: “Inutile nasconderci che in Alitalia le cose non procedono bene. I risultati economici di cui si parla in azienda sono molto negativi, come del resto i valori della puntualità e della qualità del servizio. E, dal nostro punto di vista, anche le relazioni sindacali non migliorano, anzi: sono deficitarie. Continuando di questo passo la ripresa si annuncia difficile e settembre rischia di essere conflittuale per tutte le categorie dei lavoratori Alitalia”.
Anche Claudio Genovesi della Fit Cisl la pensa pressappoco così: “Il sindacato negli anni difficili ha avuto un grande senso di responsabilità, ma a settembre saremo critici su tutti i nodi irrisolti dell’azienda”. Ad esempio quali? “Ci sono delle difficoltà oggettive dovute alla start up di una nuova azienda, e vanno capite. Ma vi è anche una serie di carenze organizzative e nei presidi della procedura produttiva: chi dovrebbe operare il coordinamento (la direzione operativa), semplicemente, non è all’altezza. Un problema strutturale, comparso all’epoca di Cimoli, che persiste ancora oggi. Ci vorrebbe discontinuità”. Ma la nuova gestione non doveva risolvere questi problemi? “La Cai a mio parere non ha ancora deciso cosa vuole fare da grande: non è ancora chiaro quale dev’essere la posizione sul mercato della compagnia, prima si vuole fare la low cost e poi si torna indietro; prima si punta tutto su Roma e poi si pensa a incentivare Milano. L’azienda deve capire dove vuole investire, una volta per tutte”. E come mai secondo lei c’è un generale silenzio dei media sulla situazione odierna? “Eh, questo dovrebbe chiederlo ai suoi colleghi giornalisti, non a me”. E pure Fabio Berti dell’Anpac è sul piede di guerra: “Quello che sta avvenendo deve far riflettere perché è la dimostrazione che non erano certo i privilegi dei piloti la causa dei problemi dell’azienda, visto che questi non ci sono più ma i disagi non sono mancati. Le sofferenze di Alitalia vengono da molto lontano: la totale mancanza di una politica del trasporto aereo, l’”aiuto” alla concorrenza (Air One) sempre in primo piano: una volta cedute grandi fette di mercato, è difficile riportarle all’ovile”. Ma questi problemi si potrebbero risolvere? “Oggi come oggi il sistema non è strutturato per funzionare anche con il massimo picco di passeggeri: per questo le inefficienze dell’azienda si vedono così chiaramente. Ma il problema è a monte: se continuiamo a pensare che il trasporto aereo possa essere privo di regolamentazione a livello di competitor, le sofferenze saranno sempre maggiori. E mi faccia dire una cosa”. Prego. “Gli 850 piloti messi in cassa integrazione sarebbero potuti servire in questo agosto. Noi come Anpac avevamo proposto la rotazione dei lavoratori anche per dare all’azienda l’opportunità di sfruttare la flessibilità. Ci è stato risposto di no, e questi sono i risultati”.
Intanto i bilanci soffrono: nei primi sei mesi di vita Alitalia ha bruciato 273 milioni, oltre un quarto del capitale, quel miliardo, che gli azionisti si sono impegnati a garantire. I risultati del primo semestre che evidenziano oltre a una perdita operativa di 273 milioni (con uno scostamento del 6% rispetto alle previsioni di budget) ricavi per 1,276 miliardi, 10 milioni di passeggeri e un coefficiente medio di riempimento (load factor) del 59%, al di sotto del 72%, la media delle compagnie europee e del Piano Fenice. La posizione finanziaria netta è di 770 milioni, la cassa scende a 370 milioni, mentre la disponibilità liquida è di 490 milioni. Una situazione sempre più difficile, che fa ben comprendere le continue voci che si susseguono su soci pronti ad abbandonare la barca prima che affondi oppure che stanno lì a contare i giorni che li separano dalla vendita del pacchetto azionario ad Air France. Peccato che nessuno ne parli più, a Palazzo.
Fonte:Giornalettismo
Viva Fra Diavolo!
Onore a Michele Pezza, detto Fra Diavolo, combattente antifrancese impiccato nel 1806 in Piazza Mercato a Napoli.
Onore a Michele Pezza, detto Fra Diavolo, combattente antifrancese impiccato nel 1806 in Piazza Mercato a Napoli.