martedì 23 giugno 2009

I Predator all’assalto dei cieli del Sud Italia


Di Antonio Mazzeo

È destinato a crescere enormemente il numero dei velivoli senza pilota (UAV) in dotazione alle forze armate internazionali. Per questo i principali paesi NATO sono impegnati in una frenetica ricerca di spazi aerei dove i nuovi sistemi possano volare senza interferire con le rotte civili e militari. In Spagna, per ospitare gli aerei senza pilota dell’aeronautica nazionale e di quelli dell’agenzia spaziale statunitense NASA, dopo anni di studi e simulazioni è stata scelta una piccola località della Galizia, Trasmiras, sfuggita sino ad oggi al passaggio in quota dei velivoli e 80 chilometri distante dall’aeroporto di Vigo. Per poi scongiurare pesanti restrizioni al traffico aereo, il governo Zapatero ha ritirato la candidatura di Zaragoza come principale base d’appoggio in Europa per i nuovi UAV della NATO.

In Italia invece impera la deregulation e già nei prossimi mesi i piloti delle compagnie aeree dovranno stare attenti a non incrociare i micidiali velivoli senza pilota delle forze armate italiane e statunitensi. Il generale Giuseppe Bernardis, sottocapo di stato maggiore dell’Aeronautica militare, ha preannunciato all’agenzia di stampa Defensenews che entro la fine dell’anno i nuovi velivoli “Predator B” dell’AMI saranno liberi di volare in qualsiasi parte del Mediterraneo, “all’interno dello spazio nazionale e comunque fuori dal traffico regolare, a 50.000 piedi d’altitudine”. Qualcosa più di 15.000 metri dal livello del mare, ben al di sopra delle quote di crociera dei voli civili. Peccato che per volare, gli UAV dovranno comunque decollare proprio da alcuni scali militari che sorgono in prossimità di grandi centri urbani e importanti hub aeroportuali. I “Predator B” saranno installati nella base pugliese di Amendola, a metà strada tra le città di Foggia e Manfredonia, ai piedi del Gargano. Andranno a fare compagnia al gruppo di Predator di prima generazione (quelli indicati con la lettera “A”), operativi dal dicembre 2004. Insieme si contenderanno il passaggio nel “corridoio di volo” che l’aeronautica militare sta predisponendo tra la Puglia e il poligono sperimentale di Salto di Quirra in Sardegna.

“Il nostro piano è però quello di creare una serie di nuovi corridoi di raccordo tra la principale rotta di volo dei Predator e le basi di Sigonella e Trapani in Sicilia, l’isola di Pantelleria e Decimomannu in Sardegna”, ha aggiunto il generale Bernardis. “Il corridoio di Sigonella potrebbe essere usato pure dai velivoli senza pilota Global Hawks che saranno installati in Sicilia nell’ambito del programma NATO Allied Ground Surveillance AGS”. Entro il 2010 nella grande base siciliana arriverà pure una squadriglia di Global Hawk dell’US Air Force; nel 2012 finanche i prototipi di una versione più sofisticata di aerei senza pilota della marina militare statunitense. I ciechi strumenti di guerra saranno così gli unici veri padroni dei cieli del Mezzogiorno d’Italia. In Sicilia sovraffolleranno le piste e le rotte dei cacciabombardieri e dei giganteschi aerei cargo USA a capacità nucleare, sfrecciando a poca distanza dallo scalo di Catania-Fontanarossa, il terzo per traffico aereo in tutta Italia (più di sei milioni di passeggeri all’anno).

I Predator non sono però solo una grave minaccia alla sicurezza; rappresentano infatti l’ennesimo caso di spreco delle risorse finanziarie nazionali a favore del complesso militare industriale statunitense. Per quattro velivoli dell’ultima versione “B” prodotti dalla General Atomics Aeronautical Systems Incorporated di San Diego, California, l’Italia dovrà spendere non meno di 80 milioni di euro nei prossimi due anni. Per i cinque Predator A acquistati nel 2004, sono stati spesi invece 47,8 milioni di dollari. E dopo un incidente ad un Predator italiano durante un volo sperimentale nel deserto della California, il governo ha pensato bene ad ordinare nel 2005 altri due velivoli, con un costo aggiuntivo di 14 milioni di dollari più altri 2 milioni per equipaggiamenti vari.

I Predator sono però divenuti il fiore all’occhiello dell’Aeronautica militare, la prima forza aerea in Europa ad impiegare gli UAV. Il battesimo di fuoco è avvenuto in Iraq nel gennaio 2005, quando tre unità iniziarono ad operare dalla base di Tallil in supporto del contingente terrestre nell’ambito della missione “Antica Babilonia” (uno di essi precipitò al suolo a causa di un’avaria al motore nel maggio 2006) . Lasciato il territorio iracheno, nel maggio 2007 i Predator italiani sono stati trasferiti nella base di Herat, sede del Comando regionale interforze per le operazioni in Afghanistan. Alla data dell’1 gennaio 2008 i velivoli senza pilota dell’AMI avevano già superato le 3.000 ore di volo, 300 nello spazio aereo italiano e 2.700 nell’ambito di missioni nei teatri di guerra iracheno ed afgano. Sempre secondo quanto dichiarato dal generale Bernardis, entro la fine del 2009 tre velivoli di prima generazione previamente modificati e potenziati negli Stati Uniti d’America, saranno dislocati nuovamente ad Herat per rafforzare il dispositivo militare NATO in Afghanistan. Poi arriveranno i quattro Predator B, progettati proprio per migliorare le capacità strategiche del velivolo bellico.

Con la nuova versione dell’aereo cresceranno le sue dimensioni (una lunghezza di 11 metri e un’apertura alare di 20) e il peso massimo al decollo (oltre 4.500 chilogrammi). Verranno sensibilmente incrementate le prestazioni del motore e la velocità massima supererà i 440 km/h, mentre quella di crociera si attesterà intorno ai 400, valori tre volte superiori a quelli del Predator A. L’autonomia di volo si attesterà tra le 24 e le 40 ore, a secondo del carico trasportato, a una quota di più di 15.200 metri. L’incremento delle dimensioni e delle prestazioni dell’UAV si rifletterà ovviamente sul carico di armamento trasportabile. Si tratterà di circa 1.360 chilogrammi di nuovi sofisticati sistemi di morte come i missili Hellfire, le bombe a guida laser Gbu-12 Paveway II e le Gbu-38 Jdam (Joint direct attack munition) a guida Gps. Si spiega così come mai il Predator di prima generazione sia costato 3,2 milioni di dollari ad esemplare, mentre con la versione B si supereranno gli 8 milioni di dollari.

“Il Predator B si presenta come un velivolo multiruolo in grado di unire una grande autonomia (per una persistenza sul campo di battaglia significativa) a un’elevata velocità di transizione (per colpire tempestivamente eventuali bersagli di opportunità), con una suite completa di sensori ognitempo, con un altrettanto completa dotazione di sistemi d’arma e con sistemi di guida, controllo e distribuzione dei dati affidabili”, annunciano entusiasti gli analisti del ministero della Difesa. “Il velivolo è in grado di fornire immagini e informazioni in ogni condizione di tempo, di giorno e di notte e con un’elevata precisione. Resta poi inalterata la possibilità di imbarcare altri tipi di carichi per missioni specifiche quali sistemi Sigint/Esm (Signal intelligence - Electronic support measures) o apparati per le comunicazioni. Le sue elevate prestazioni, lo rendono un valido strumento d’intelligence in grado di evadere i normali compiti bellici, rivelandosi anche un’efficace mezzo da impiegare nell’ambito dell’attività diretta all’antiterrorismo e alla sorveglianza del fenomeno dell’immigrazione clandestina”.

Per acquisire e condurre le operazioni aeree con velivoli “Predator”, l’1 marzo 2002 è stato costituito il Gruppo Velivoli Teleguidati dell’AMI (poi significativamente denominato “Le Streghe”). Il Gruppo è stato assegnato al 32° Stormo di Amendola, uno dei più importanti reparti strategici delle forze armate italiane. Alle dipendenze del 32° Stormo c’è infatti il 13° Gruppo CBR (cacciabombardieri e ricognitori), reparto assegnato direttamente alla NATO e dotato dei cacca italo-brasiliani AM-X e AMX-T. Dalla base di Amendola partirono buona parte dei raid italiani contro obiettivi civili e militari in Serbia e Kosovo nella guerra contro Milosevic del 1999. I velivoli del 32° Stormo impiegarono centinaia di bombe israeliane IR “Opher” a guida all’infrarosso e le Mk 82 a caduta libera, nonché un imprecisato numero di missili SA-2 Guideline, SA-3 Goa ed SA-6 Gainful.

Dopo l’arrivo dei Predator, l’aeroporto di Amendola è divenuto pure il centro sperimentale dei velivoli senza pilota “Sky-X”, prodotti da Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica). Una campagna voli dei nuovi AUV è stata sviluppata lo scorso anno nello spazio aereo dello scalo pugliese, con tanto di simulazioni di rifornimento in quota dei prototipi.

Fonte:
Agoravox
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Di Antonio Mazzeo

È destinato a crescere enormemente il numero dei velivoli senza pilota (UAV) in dotazione alle forze armate internazionali. Per questo i principali paesi NATO sono impegnati in una frenetica ricerca di spazi aerei dove i nuovi sistemi possano volare senza interferire con le rotte civili e militari. In Spagna, per ospitare gli aerei senza pilota dell’aeronautica nazionale e di quelli dell’agenzia spaziale statunitense NASA, dopo anni di studi e simulazioni è stata scelta una piccola località della Galizia, Trasmiras, sfuggita sino ad oggi al passaggio in quota dei velivoli e 80 chilometri distante dall’aeroporto di Vigo. Per poi scongiurare pesanti restrizioni al traffico aereo, il governo Zapatero ha ritirato la candidatura di Zaragoza come principale base d’appoggio in Europa per i nuovi UAV della NATO.

In Italia invece impera la deregulation e già nei prossimi mesi i piloti delle compagnie aeree dovranno stare attenti a non incrociare i micidiali velivoli senza pilota delle forze armate italiane e statunitensi. Il generale Giuseppe Bernardis, sottocapo di stato maggiore dell’Aeronautica militare, ha preannunciato all’agenzia di stampa Defensenews che entro la fine dell’anno i nuovi velivoli “Predator B” dell’AMI saranno liberi di volare in qualsiasi parte del Mediterraneo, “all’interno dello spazio nazionale e comunque fuori dal traffico regolare, a 50.000 piedi d’altitudine”. Qualcosa più di 15.000 metri dal livello del mare, ben al di sopra delle quote di crociera dei voli civili. Peccato che per volare, gli UAV dovranno comunque decollare proprio da alcuni scali militari che sorgono in prossimità di grandi centri urbani e importanti hub aeroportuali. I “Predator B” saranno installati nella base pugliese di Amendola, a metà strada tra le città di Foggia e Manfredonia, ai piedi del Gargano. Andranno a fare compagnia al gruppo di Predator di prima generazione (quelli indicati con la lettera “A”), operativi dal dicembre 2004. Insieme si contenderanno il passaggio nel “corridoio di volo” che l’aeronautica militare sta predisponendo tra la Puglia e il poligono sperimentale di Salto di Quirra in Sardegna.

“Il nostro piano è però quello di creare una serie di nuovi corridoi di raccordo tra la principale rotta di volo dei Predator e le basi di Sigonella e Trapani in Sicilia, l’isola di Pantelleria e Decimomannu in Sardegna”, ha aggiunto il generale Bernardis. “Il corridoio di Sigonella potrebbe essere usato pure dai velivoli senza pilota Global Hawks che saranno installati in Sicilia nell’ambito del programma NATO Allied Ground Surveillance AGS”. Entro il 2010 nella grande base siciliana arriverà pure una squadriglia di Global Hawk dell’US Air Force; nel 2012 finanche i prototipi di una versione più sofisticata di aerei senza pilota della marina militare statunitense. I ciechi strumenti di guerra saranno così gli unici veri padroni dei cieli del Mezzogiorno d’Italia. In Sicilia sovraffolleranno le piste e le rotte dei cacciabombardieri e dei giganteschi aerei cargo USA a capacità nucleare, sfrecciando a poca distanza dallo scalo di Catania-Fontanarossa, il terzo per traffico aereo in tutta Italia (più di sei milioni di passeggeri all’anno).

I Predator non sono però solo una grave minaccia alla sicurezza; rappresentano infatti l’ennesimo caso di spreco delle risorse finanziarie nazionali a favore del complesso militare industriale statunitense. Per quattro velivoli dell’ultima versione “B” prodotti dalla General Atomics Aeronautical Systems Incorporated di San Diego, California, l’Italia dovrà spendere non meno di 80 milioni di euro nei prossimi due anni. Per i cinque Predator A acquistati nel 2004, sono stati spesi invece 47,8 milioni di dollari. E dopo un incidente ad un Predator italiano durante un volo sperimentale nel deserto della California, il governo ha pensato bene ad ordinare nel 2005 altri due velivoli, con un costo aggiuntivo di 14 milioni di dollari più altri 2 milioni per equipaggiamenti vari.

I Predator sono però divenuti il fiore all’occhiello dell’Aeronautica militare, la prima forza aerea in Europa ad impiegare gli UAV. Il battesimo di fuoco è avvenuto in Iraq nel gennaio 2005, quando tre unità iniziarono ad operare dalla base di Tallil in supporto del contingente terrestre nell’ambito della missione “Antica Babilonia” (uno di essi precipitò al suolo a causa di un’avaria al motore nel maggio 2006) . Lasciato il territorio iracheno, nel maggio 2007 i Predator italiani sono stati trasferiti nella base di Herat, sede del Comando regionale interforze per le operazioni in Afghanistan. Alla data dell’1 gennaio 2008 i velivoli senza pilota dell’AMI avevano già superato le 3.000 ore di volo, 300 nello spazio aereo italiano e 2.700 nell’ambito di missioni nei teatri di guerra iracheno ed afgano. Sempre secondo quanto dichiarato dal generale Bernardis, entro la fine del 2009 tre velivoli di prima generazione previamente modificati e potenziati negli Stati Uniti d’America, saranno dislocati nuovamente ad Herat per rafforzare il dispositivo militare NATO in Afghanistan. Poi arriveranno i quattro Predator B, progettati proprio per migliorare le capacità strategiche del velivolo bellico.

Con la nuova versione dell’aereo cresceranno le sue dimensioni (una lunghezza di 11 metri e un’apertura alare di 20) e il peso massimo al decollo (oltre 4.500 chilogrammi). Verranno sensibilmente incrementate le prestazioni del motore e la velocità massima supererà i 440 km/h, mentre quella di crociera si attesterà intorno ai 400, valori tre volte superiori a quelli del Predator A. L’autonomia di volo si attesterà tra le 24 e le 40 ore, a secondo del carico trasportato, a una quota di più di 15.200 metri. L’incremento delle dimensioni e delle prestazioni dell’UAV si rifletterà ovviamente sul carico di armamento trasportabile. Si tratterà di circa 1.360 chilogrammi di nuovi sofisticati sistemi di morte come i missili Hellfire, le bombe a guida laser Gbu-12 Paveway II e le Gbu-38 Jdam (Joint direct attack munition) a guida Gps. Si spiega così come mai il Predator di prima generazione sia costato 3,2 milioni di dollari ad esemplare, mentre con la versione B si supereranno gli 8 milioni di dollari.

“Il Predator B si presenta come un velivolo multiruolo in grado di unire una grande autonomia (per una persistenza sul campo di battaglia significativa) a un’elevata velocità di transizione (per colpire tempestivamente eventuali bersagli di opportunità), con una suite completa di sensori ognitempo, con un altrettanto completa dotazione di sistemi d’arma e con sistemi di guida, controllo e distribuzione dei dati affidabili”, annunciano entusiasti gli analisti del ministero della Difesa. “Il velivolo è in grado di fornire immagini e informazioni in ogni condizione di tempo, di giorno e di notte e con un’elevata precisione. Resta poi inalterata la possibilità di imbarcare altri tipi di carichi per missioni specifiche quali sistemi Sigint/Esm (Signal intelligence - Electronic support measures) o apparati per le comunicazioni. Le sue elevate prestazioni, lo rendono un valido strumento d’intelligence in grado di evadere i normali compiti bellici, rivelandosi anche un’efficace mezzo da impiegare nell’ambito dell’attività diretta all’antiterrorismo e alla sorveglianza del fenomeno dell’immigrazione clandestina”.

Per acquisire e condurre le operazioni aeree con velivoli “Predator”, l’1 marzo 2002 è stato costituito il Gruppo Velivoli Teleguidati dell’AMI (poi significativamente denominato “Le Streghe”). Il Gruppo è stato assegnato al 32° Stormo di Amendola, uno dei più importanti reparti strategici delle forze armate italiane. Alle dipendenze del 32° Stormo c’è infatti il 13° Gruppo CBR (cacciabombardieri e ricognitori), reparto assegnato direttamente alla NATO e dotato dei cacca italo-brasiliani AM-X e AMX-T. Dalla base di Amendola partirono buona parte dei raid italiani contro obiettivi civili e militari in Serbia e Kosovo nella guerra contro Milosevic del 1999. I velivoli del 32° Stormo impiegarono centinaia di bombe israeliane IR “Opher” a guida all’infrarosso e le Mk 82 a caduta libera, nonché un imprecisato numero di missili SA-2 Guideline, SA-3 Goa ed SA-6 Gainful.

Dopo l’arrivo dei Predator, l’aeroporto di Amendola è divenuto pure il centro sperimentale dei velivoli senza pilota “Sky-X”, prodotti da Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica). Una campagna voli dei nuovi AUV è stata sviluppata lo scorso anno nello spazio aereo dello scalo pugliese, con tanto di simulazioni di rifornimento in quota dei prototipi.

Fonte:
Agoravox

Silvio Berlusconi e gli Scheletri negli armadi



Le masse sono abbagliate più facilmente da una grande bugia che da una piccola. Adolf Hitler

Per un momento le bugie diventano realtà.
Fedor Dostoevskij
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Le masse sono abbagliate più facilmente da una grande bugia che da una piccola. Adolf Hitler

Per un momento le bugie diventano realtà.
Fedor Dostoevskij

lunedì 22 giugno 2009

La lezione del 20 giugno


Sono contento di aver partecipato al raduno del 20 giugno a Largo di Palazzo, di aver rivisto molti amici e di aver visto anche faccie nuove, faccie di meridionali orgogliosi e finalmente pronti ad unirsi su azioni e progetti specifici, al di là delle divisioni di gruppo o associazione...almeno 4-5 movimenti o partiti o associazioni, in tutto circa un centinaio di persone, molti con la nostra candida bandiera, che e' un simbolo di appartenenza ancora fortissimo e radicato per molti di noi, nonostante quasi 150 anni di colonizzazione.

A mio modesto avviso però, i simboli però non vanno confusi con la realtà, come una cosa e' gridare "Viva 'o Rrè!" e un altra e' credere che un ritorno alla monarchia e al Regno delle Due Sicilie sia possibile...e guai a tornare a discutere e dividerci su questi temi di monarchia o repubblica, autonomismo o indipendentismo, temi assolutamente inutili se prima non si costruisce un movimento politico e culturale molto piu' forte con una rete di associazioni o movimenti molto piu' coesa.

Come ho già detto sabato, chi vuole fare solo propaganda culturale sulle Due Sicilie lo faccia e sarà aiutato da tutti, chi come noi vuole fare anche politica, credendo che bisogna unire alle giuste rivendicazioni storiche anche proposte concrete per il presente e per il futuro per la riscossa del Sud, spero che da oggi in poi sia aiutato o almeno non ostacolato da altri gruppi o movimenti della nostra frammentata galassia neoborbonica, duosiciliana o meridionalista dove spesso si fa ironia sui risultati degli "altri" senza cercare di unire le forze e senza proporre niente di esempi alternativi o di maggior successo.

Come risultato di altri momenti di confronto come quello di sabato a Napoli, dovrà esserci una crescita del movimento e per la prossima occasione a Largo di Palazzo o in altri luoghi simboli della nostra storia secolare, dovremmo essere almeno un migliaio, così come per future partecipazioni elettorali dovremmo puntare a percentuali un po' piu' alte dello 0.2-0.3% e questo si puo' fare lavorando sul radicamento territoriale e compattando il fronte meridionalista con un programma e un progetto chiaro e credibile, cosa sulla quale tutti noi dobbiamo ancora lavorarci a fondo.

Un saluto a tutti gli amici vecchi e nuovi visti sabato e speriamo di rivederci presto per nuove iniziative e per nuovi momenti di aggregazione e di crescita...la lezione del 20 giugno e' che si può fare.

Enzo Riccio

P. DEL SUD - sez. "Lucio Barone" Roma
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Sono contento di aver partecipato al raduno del 20 giugno a Largo di Palazzo, di aver rivisto molti amici e di aver visto anche faccie nuove, faccie di meridionali orgogliosi e finalmente pronti ad unirsi su azioni e progetti specifici, al di là delle divisioni di gruppo o associazione...almeno 4-5 movimenti o partiti o associazioni, in tutto circa un centinaio di persone, molti con la nostra candida bandiera, che e' un simbolo di appartenenza ancora fortissimo e radicato per molti di noi, nonostante quasi 150 anni di colonizzazione.

A mio modesto avviso però, i simboli però non vanno confusi con la realtà, come una cosa e' gridare "Viva 'o Rrè!" e un altra e' credere che un ritorno alla monarchia e al Regno delle Due Sicilie sia possibile...e guai a tornare a discutere e dividerci su questi temi di monarchia o repubblica, autonomismo o indipendentismo, temi assolutamente inutili se prima non si costruisce un movimento politico e culturale molto piu' forte con una rete di associazioni o movimenti molto piu' coesa.

Come ho già detto sabato, chi vuole fare solo propaganda culturale sulle Due Sicilie lo faccia e sarà aiutato da tutti, chi come noi vuole fare anche politica, credendo che bisogna unire alle giuste rivendicazioni storiche anche proposte concrete per il presente e per il futuro per la riscossa del Sud, spero che da oggi in poi sia aiutato o almeno non ostacolato da altri gruppi o movimenti della nostra frammentata galassia neoborbonica, duosiciliana o meridionalista dove spesso si fa ironia sui risultati degli "altri" senza cercare di unire le forze e senza proporre niente di esempi alternativi o di maggior successo.

Come risultato di altri momenti di confronto come quello di sabato a Napoli, dovrà esserci una crescita del movimento e per la prossima occasione a Largo di Palazzo o in altri luoghi simboli della nostra storia secolare, dovremmo essere almeno un migliaio, così come per future partecipazioni elettorali dovremmo puntare a percentuali un po' piu' alte dello 0.2-0.3% e questo si puo' fare lavorando sul radicamento territoriale e compattando il fronte meridionalista con un programma e un progetto chiaro e credibile, cosa sulla quale tutti noi dobbiamo ancora lavorarci a fondo.

Un saluto a tutti gli amici vecchi e nuovi visti sabato e speriamo di rivederci presto per nuove iniziative e per nuovi momenti di aggregazione e di crescita...la lezione del 20 giugno e' che si può fare.

Enzo Riccio

P. DEL SUD - sez. "Lucio Barone" Roma

Ecomafie, un business da 20 miliardi


Di Giovanna Maria Fagnani


Discariche clandestine, abusi edilizi, furti di opere d'arte. Rapporto Legambinete-Libera: un affare per 258 clan


MILANO - Venti miliardi e mezzo di euro di fatturato. E una montagna di rifiuti industriali «scomparsi» chissà dove, smaltiti in una miriade di discariche abusive, sparse in tutta Italia. Sono questi i numeri dell'attività delle ecomafie in Italia. Li hanno denunciati, oggi, in un convegno a Milano, Legambiente e l'associazione Libera. Se accatastate, le 134, 7 milioni di tonnellate gestite illegalmente dalla «Mafia Spa», di cui 9 di rifiuti pericolosi, formerebbero una montagna alta come l'Etna: 3.100 metri quadrati.

NON SOLO RIFIUTI – Sono ben 258 i clan attivi nell'ecomafia. Secondo il rapporto «Ecomafia 2009», l'anno scorso 21 mila persone sono state denunciate per 25 mila reati. 221, invece, gli arresti. E' il business più importante dei reati ambientali, insieme a quello dell'abusivismo edilizio. Gestendo lo smaltimento delle scorie industriali nel 2008 la mafia ha guadagnato 7 miliardi di euro. Ventottomila, invece, le nuove case illegali, senza contare un'infinità di reati urbanistici. Ha fruttato, invece, ben 3 miliardi di euro il racket degli animali, che comprende l'importazione di cuccioli esotici, ma anche i combattimenti dei cani, le corse di cavalli, il bracconaggio. E poi c'è anche l'«archeomafia»: il furto e la vendita clandestina di opere d'arte e di reperti archeologici. Traffici in cui, per la prima vola emerge chiaramente anche il ruolo della Lombardia, accanto alle regioni tradizionalmente ai vertici del fenomeno: Campania, Sicilia.

ALLARME SULL'EXPO – Secondo Legambiente e Libera, anche l'esposizione universale che si terrà a Milano 2015 è nel mirino dei clan. «Quando si parla di appalti pubblici a rischio di infiltrazione criminale, l'Expo di Milano è il più vulnerbile» sottolinea il rapporto, che ricorda le discariche abusive scoperte dalla Procura di Milano nei cantieri Tav della linea Torino–Milano, che oggi sono state bonificate. «Proprio per controllare gli appalti di expo, ma per diffondere la cultura della legalità, Legambiente e Libera propongono la costituzione di una task force» spiega Damiano di Simine, presidente di Legambiente Lombardia.

IL RUOLO DELLA GENTE COMUNE– «L'inchiesta che ha portato al sequestro di alcuni cantieri della Tav in provincia di Milano è nata grazie a due persone, che si sono insospettite ascoltando una conversazione tra due autisti di imprese coinvolte negli appalti della linea Tav che trasportavano scorie» ha raccontato Davide Corbella, comandante dell polizia giudiziaria del Parco del Ticino. I due autisti replicavano a dei residenti della zona che si lamentavano per la polvere sollevata dai camion, dicendo: «Voi pensate alla polvere, vedrete invece fra qualche anno, quando tutta la roba che hanno seppellito qui da voi comincerà a fare il suo effetto». Angela Fioroni, ex sindaco di Pero, nel Milanese, si è trovata a dover firmare lei in persona un atto urbanistico perché nessuno dei dipendenti comunali aveva il coraggio di farlo. Grazie ai suoi sospetti, è stato scoperto un laghetto pieno di scorie, che apparteneva a una società che si occupava del reinserimento di detenuti al lavoro. Inchieste che sono state rese possibili dalle intercettazioni ambientali: «Uno strumento essenziale, senza il quale rischiamo di restare senza armi» ha detto Sergio Cannavò di Legmbiente, riferendosi alla nuova legge in preparazione in Parlamento.



Fonte:
Corriere della Sera
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Di Giovanna Maria Fagnani


Discariche clandestine, abusi edilizi, furti di opere d'arte. Rapporto Legambinete-Libera: un affare per 258 clan


MILANO - Venti miliardi e mezzo di euro di fatturato. E una montagna di rifiuti industriali «scomparsi» chissà dove, smaltiti in una miriade di discariche abusive, sparse in tutta Italia. Sono questi i numeri dell'attività delle ecomafie in Italia. Li hanno denunciati, oggi, in un convegno a Milano, Legambiente e l'associazione Libera. Se accatastate, le 134, 7 milioni di tonnellate gestite illegalmente dalla «Mafia Spa», di cui 9 di rifiuti pericolosi, formerebbero una montagna alta come l'Etna: 3.100 metri quadrati.

NON SOLO RIFIUTI – Sono ben 258 i clan attivi nell'ecomafia. Secondo il rapporto «Ecomafia 2009», l'anno scorso 21 mila persone sono state denunciate per 25 mila reati. 221, invece, gli arresti. E' il business più importante dei reati ambientali, insieme a quello dell'abusivismo edilizio. Gestendo lo smaltimento delle scorie industriali nel 2008 la mafia ha guadagnato 7 miliardi di euro. Ventottomila, invece, le nuove case illegali, senza contare un'infinità di reati urbanistici. Ha fruttato, invece, ben 3 miliardi di euro il racket degli animali, che comprende l'importazione di cuccioli esotici, ma anche i combattimenti dei cani, le corse di cavalli, il bracconaggio. E poi c'è anche l'«archeomafia»: il furto e la vendita clandestina di opere d'arte e di reperti archeologici. Traffici in cui, per la prima vola emerge chiaramente anche il ruolo della Lombardia, accanto alle regioni tradizionalmente ai vertici del fenomeno: Campania, Sicilia.

ALLARME SULL'EXPO – Secondo Legambiente e Libera, anche l'esposizione universale che si terrà a Milano 2015 è nel mirino dei clan. «Quando si parla di appalti pubblici a rischio di infiltrazione criminale, l'Expo di Milano è il più vulnerbile» sottolinea il rapporto, che ricorda le discariche abusive scoperte dalla Procura di Milano nei cantieri Tav della linea Torino–Milano, che oggi sono state bonificate. «Proprio per controllare gli appalti di expo, ma per diffondere la cultura della legalità, Legambiente e Libera propongono la costituzione di una task force» spiega Damiano di Simine, presidente di Legambiente Lombardia.

IL RUOLO DELLA GENTE COMUNE– «L'inchiesta che ha portato al sequestro di alcuni cantieri della Tav in provincia di Milano è nata grazie a due persone, che si sono insospettite ascoltando una conversazione tra due autisti di imprese coinvolte negli appalti della linea Tav che trasportavano scorie» ha raccontato Davide Corbella, comandante dell polizia giudiziaria del Parco del Ticino. I due autisti replicavano a dei residenti della zona che si lamentavano per la polvere sollevata dai camion, dicendo: «Voi pensate alla polvere, vedrete invece fra qualche anno, quando tutta la roba che hanno seppellito qui da voi comincerà a fare il suo effetto». Angela Fioroni, ex sindaco di Pero, nel Milanese, si è trovata a dover firmare lei in persona un atto urbanistico perché nessuno dei dipendenti comunali aveva il coraggio di farlo. Grazie ai suoi sospetti, è stato scoperto un laghetto pieno di scorie, che apparteneva a una società che si occupava del reinserimento di detenuti al lavoro. Inchieste che sono state rese possibili dalle intercettazioni ambientali: «Uno strumento essenziale, senza il quale rischiamo di restare senza armi» ha detto Sergio Cannavò di Legmbiente, riferendosi alla nuova legge in preparazione in Parlamento.



Fonte:
Corriere della Sera

domenica 21 giugno 2009

Berlusconi? Va in bestia perchè la parte sana del Paese vuole la verità


Di Ugo Dinello



La verità è che è in ritardo. Si è accorto che la parte sana del Paese vuole capire quello che succede e questo lo fa andare in bestia".
Felice Casson di indagini ha lunga esperienza. Ex magistrato inquirente, titolare di inchieste antimafia, antiterrorismo e di indagini territoriali e internazionali complesse, è ora membro della commissione Giustizia del Senato. E non scorda una cosa: che il cosiddetto "Disegno di legge anti intercettazioni" il titolo dato alla manovra con cui in realtà viene bloccata gran parte dell'attività della magistratura e la maggior parte delle notizie di stampa giudiziaria, era al secondo punto del famoso programma elettorale presentato dall'attuale presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica, Silvio Berlusconi. Al secondo posto quando, ad esempio, il tanto pubblicizzato "Piano per la sicurezza" era solo al quinto.

E non può dimenticare, essendo sotto gli occhi di tutti, la rabbia con cui il capo del centrodestra ha fatto approvare in tempi record un testo blindato alla Camera sul divieto di usare le intercettazioni contro la criminalità e sul divieto ai giornalisti di scrivere delle inchieste. Il tutto mentre, negli ultimi giorni prima della definitiva approvazione del disegno di legge, emergono particolari inquietanti sui comportamenti privati di un personaggio pubblico. Comportamenti che non possono esulare, come annotato anche da buona parte del settore moderato dell'opinione pubblica, da un giudizio politico.
Il piano qual è?
"Un problema a due sezioni che fa capire molto - spiega Casson - da una parte lo stop a determinate inchieste che lo riguardano, stop attuato con i divieti di indagine e lo scorporo della polizia giudiziaria. Dall'altro il divieto ai cittadini di essere informati su quanto avviene nella Repubblica. Evidentemente siamo di fronte alla precisa volontà di agire al di fuori delle regole democratiche, dato che il controllo, in una democrazia occidentale, avviene tramite due pilastri: chi fa le indagini e chi ne informa i cittadini".

Quindi un piano che, seppure in ritardo, nasce da lontano?
"Sì, il piano prevede che stampa e magistratura siano controllati. In realtà quello che stupisce è la mancanza di una novità: da sempre, con il controllo delle televisioni e della stampa, e con il massiccio tiro al bersaglio contro la magistratura, questo piano va avanti tra gli applausi. Ora però arriva l'intoppo quando ha capito di essere in ritardo. Perché nel frattempo delle indagini e la relativa informazione ai cittadini, sono andate avanti con le ultime boccate di ossigeno prima del black out finale sull'informazione. Black out che avverrà quando il disegno Alfano-Berlusconi diventerà legge".

La reazione del presidente del Consiglio è stata spaventosa, certamente fuori dai canali e modi istituzionali. Può essere letta come una conferma?
"Sì, la reazione rabbiosa conferma i sospetti. E' un quadro d'insieme abbastanza comune, senza dubbio di basso livello ma che è supportato da un'organizzazione mediatica che non ha precedenti nella storia delle democrazie occidentali. Un potere di proaganda estremo che gli permette di continuare un disegno molto semplice: poter essere al di sopra delle regole e dei controlli. Quando lui può affermare: "Non me ne andrò dalla politica senza aver scorporato le carriere dei magistrati (cioè senza aver messo i pubblici ministeri sotto controllo politico) e regolato la stampa", magari comprando, facendo pressione o vietando, si capisce che sta perseguendo un disegno che parte da lontano".

Tanti lacciuoli che corrono a formare un'unica catena?
"Esatto. Quindi massima attenzione proprio ora, perché la tattica di questa presa di potere è diversificata, ma la strategia è unica. Togliere libertà di difesa e informazione agli Italiani per permettere a Silvio Berlusconi di poter fare ciò che vuole".



Fonte:
Articolo21
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Di Ugo Dinello



La verità è che è in ritardo. Si è accorto che la parte sana del Paese vuole capire quello che succede e questo lo fa andare in bestia".
Felice Casson di indagini ha lunga esperienza. Ex magistrato inquirente, titolare di inchieste antimafia, antiterrorismo e di indagini territoriali e internazionali complesse, è ora membro della commissione Giustizia del Senato. E non scorda una cosa: che il cosiddetto "Disegno di legge anti intercettazioni" il titolo dato alla manovra con cui in realtà viene bloccata gran parte dell'attività della magistratura e la maggior parte delle notizie di stampa giudiziaria, era al secondo punto del famoso programma elettorale presentato dall'attuale presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica, Silvio Berlusconi. Al secondo posto quando, ad esempio, il tanto pubblicizzato "Piano per la sicurezza" era solo al quinto.

E non può dimenticare, essendo sotto gli occhi di tutti, la rabbia con cui il capo del centrodestra ha fatto approvare in tempi record un testo blindato alla Camera sul divieto di usare le intercettazioni contro la criminalità e sul divieto ai giornalisti di scrivere delle inchieste. Il tutto mentre, negli ultimi giorni prima della definitiva approvazione del disegno di legge, emergono particolari inquietanti sui comportamenti privati di un personaggio pubblico. Comportamenti che non possono esulare, come annotato anche da buona parte del settore moderato dell'opinione pubblica, da un giudizio politico.
Il piano qual è?
"Un problema a due sezioni che fa capire molto - spiega Casson - da una parte lo stop a determinate inchieste che lo riguardano, stop attuato con i divieti di indagine e lo scorporo della polizia giudiziaria. Dall'altro il divieto ai cittadini di essere informati su quanto avviene nella Repubblica. Evidentemente siamo di fronte alla precisa volontà di agire al di fuori delle regole democratiche, dato che il controllo, in una democrazia occidentale, avviene tramite due pilastri: chi fa le indagini e chi ne informa i cittadini".

Quindi un piano che, seppure in ritardo, nasce da lontano?
"Sì, il piano prevede che stampa e magistratura siano controllati. In realtà quello che stupisce è la mancanza di una novità: da sempre, con il controllo delle televisioni e della stampa, e con il massiccio tiro al bersaglio contro la magistratura, questo piano va avanti tra gli applausi. Ora però arriva l'intoppo quando ha capito di essere in ritardo. Perché nel frattempo delle indagini e la relativa informazione ai cittadini, sono andate avanti con le ultime boccate di ossigeno prima del black out finale sull'informazione. Black out che avverrà quando il disegno Alfano-Berlusconi diventerà legge".

La reazione del presidente del Consiglio è stata spaventosa, certamente fuori dai canali e modi istituzionali. Può essere letta come una conferma?
"Sì, la reazione rabbiosa conferma i sospetti. E' un quadro d'insieme abbastanza comune, senza dubbio di basso livello ma che è supportato da un'organizzazione mediatica che non ha precedenti nella storia delle democrazie occidentali. Un potere di proaganda estremo che gli permette di continuare un disegno molto semplice: poter essere al di sopra delle regole e dei controlli. Quando lui può affermare: "Non me ne andrò dalla politica senza aver scorporato le carriere dei magistrati (cioè senza aver messo i pubblici ministeri sotto controllo politico) e regolato la stampa", magari comprando, facendo pressione o vietando, si capisce che sta perseguendo un disegno che parte da lontano".

Tanti lacciuoli che corrono a formare un'unica catena?
"Esatto. Quindi massima attenzione proprio ora, perché la tattica di questa presa di potere è diversificata, ma la strategia è unica. Togliere libertà di difesa e informazione agli Italiani per permettere a Silvio Berlusconi di poter fare ciò che vuole".



Fonte:
Articolo21

Il ritorno di Attila - centro oli Ortona - pt2



La seconda parte del documentario è una sintesi dell'intero video che ha una durata di 30 minuti.
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La seconda parte del documentario è una sintesi dell'intero video che ha una durata di 30 minuti.

L'ABRUZZO SI APPRESTA A DIVENTARE LA REGIONE PIU' "NERA" D'EUROPA


Occorre una mobilitazione generale per impedire l’attuazione di un disastroso progetto

Il 50% del territorio viene ceduto alle compagnie petrolifere per estrarre petrolio di pessima qualità che dovrà essere sottoposto a processi di desulfurazione che sono molto inquinanti e molto difficili da delocalizzare. Il 90% della popolazione abruzzese si troverà a vivere dentro il distretto petrolifero.

UNA FOLLIA DA FERMARE
Le compagnie petrolifere pagheranno allo Stato il 7% a titolo di royalties (in altri paesi devono pagare dal 30% all’80%). Il petrolio abruzzese si può considerare regalato perché gli enti locali riceveranno solo una minima parte di questo 7%. Il basso costo è l’unica ragione che rende interessante la speculazione sul nostro petrolio sporco di bassa qualità.
I pozzi di petrolio non portano posti di lavoro perché le compagnie petrolifere utilizzano i propri tecnici. I centri di desulfurazione da costruire ad Ortona e nel teramano potranno occupare a regime poche decine di persone. L’inquinamento provocato dagli impianti di desulfurazione crea danno all’intero sistema agricolo e farà crollare l’immagine di genuinità di cui godono attualmente tutti i prodotti enogastronomici abruzzesi.
Non esistono tecnologie che possano evitare i danni ambientali. Per questo motivo negli USA e negli altri paesi europei non vengono consentiti impianti di desulfurazione in prossimità di zone abitate. Anche per perforazioni in oceano si devono rispettare distanze notevoli (70-100 km) dalla costa.

DANNO ECONOMICO
Il petrolio comporterà la chiusura di moltissime aziende agricole e vi sarà una perdita di posti di lavoro in tutto il settore agricolo e agro-alimentare, un comparto che in Abruzzo include MARCHI di fama e di prestigio mondiali. Vi sarà anche un danno incalcolabile nel settore turistico e alberghiero. La regione dei parchi si trasformerà in regione delle raffinerie e delle discariche.

CONTAMINAZIONE DELL’ACQUA
L’impianto di desulfurazione utilizzerà UN MILIONE di litri d’acqua al giorno sottratti agli acquedotti pubblici. Queste acque contaminate dallo zolfo saranno reimmesse nel terreno con un rischio gravissimo di contaminazione delle falde.

CONTAMINAZIONE DELL’ARIA
Pozzi e raffinerie immetteranno nell’aria tonnellate di polveri e di sostanze altamente inquinanti, incluso il micidiale idrogeno solforato! Non esistono filtri per impedirlo.

CONTAMINAZIONE DEL MARE
Le perforazioni già in atto in tutta la fascia di mare, anche a poche miglia dal litorale, distruggeranno l’economia della pesca e il turismo balneare.

CONTAMINAZIONE DEI TERRENI
La ricaduta delle sostanze inquinanti immesse nell’aria e nell’acqua danneggiano le potenzialità agricole della regione, così come è già avvenuto nella Val d’Agri in Basilicata.
I fanghi utilizzati per le perforazioni sono composti di sostanze altamente tossiche e talvolta vi sono anche componenti radioattivi. Per raggiungere i giacimenti petroliferi vengono scavati pozzi a 4000 – 5000 metri che attraversano le falde e non possono evitare che i fanghi vadano a contaminare la falda. La febbre del petrolio espone la nostra regione al più grave rischio che abbia mai corso nella sua storia.

IL SILENZIO
La gravità è ben nota alla classe politica che per molti anni è riuscita ad evitare ogni fuga di notizie, ben sapendo che la popolazione non avrebbe mai accettato questa trasformazione irreversibile del territorio. Anche la stampa ha nascosto e sottovalutato gli allarmi lanciati da scienziati e da grandi enti di ricerca scientifica. Per questa ragione molti abruzzesi non sanno ancora niente del rischio spaventoso che la nostra regione sta correndo. Il Centro-Oli, elemento indispensabile del progetto e principale minaccia, non esiste ancora grazie ad una legge regionale approvata nel marzo 2008. La legge è stata approvata
sotto la spinta popolare di migliaia di cittadini arrivati nel capoluogo ad assediare il palazzo della regione. Senza questa pressione popolare i politici non hanno la forza di resistere alle richieste dei petrolieri che ora sono tornati all’attacco.

L’INGANNO
Nel periodo elettorale tutti i partiti politici si sono dichiarati contrari al petrolio ed in particolare alla costruzione dei centri di desulfurazione. La pericolosità dei progetti è tale che anche il premier Berlusconi nei discorsi tenuti a Chieti e a Pescara nel dicembre 2008 aveva preso impegno con gli abruzzesi a non perseguire più tali progetti, ma questa promessa non è stata mantenuta perché il Ministero della Sviluppo Economico continua a classificare l’Abruzzo regione mineraria; il governo ha impugnato la legge regionale che bloccava la costruzione del Centro-Oli; nuove autorizzazioni vengono ancora rilasciate alle compagnie petrolifere; la legge regionale recentemente proposta dalle forze politiche di maggioranza apre la strada al petrolio e di fatto condanna a morte l’agricoltura, l’economia eno-gastronomica e lo sviluppo turistico dell’Abruzzo.
La verità sul grave rischio che stiamo correndo è ormai chiara, ma la classe politica non ha la forza e il coraggio di contrastare la compagnie petrolifere. Il rischio è ora più grave che mai!
Stampa e istituzioni cercano ancora di tranquillizzare la gente con false promesse, bugie e nascondimenti. La verità è che il nostro mare è pieno di piattaforme di ricerca ed estrazione che continuano a creare danni, mentre ad Ortona l’Eni ha già acquisito i terreni e sta facendo tagliare le vigne per far posto alla futura raffineria. Quando la gente capirà sarà troppo tardi.

GLI APPELLI FINORA IGNORATI
Un forte appello a desistere da questi scellerati progetti è stato lanciato da 88 dirigenti medici della ASL di Chieti-Ortona, docenti universitari e scienziati di diversi settori che hanno tenuto conferenze in varie città dell’Abruzzo per illustrare i rischi.
Persino la conferenza abruzzese-molisana dei vescovi, consapevole di quello che è accaduto in Basilicata, è intervenuta col documento “Abitare la Terra” (luglio 2008) in cui si chiede espressamente di rinunciare al progetto della raffineria Centro-Oli.
La contrarietà al Centro-Oli è stata ribadita dall’arcivescovo di Chieti mons. Bruno Forte anche nel documento “Quattro priorità per l’Abruzzo” (Il Centro, 10-01-2009).
La contrarietà alla politica di distruzione dell’ambiente è stata ribadita anche dall’Arcivescovo di Lanciano mons. Ghidelli e di Pescara mons. Valentinetti nell’incontro con i politici nell’Oasi di Santo Spirito (14.3.2009).
Tutti gli appelli del mondo scientifico, delle autorità religiose, delle numerose associazioni di cittadini, delle cantine, degli agricoltori, degli operatori turistici, dei comuni, non sono riusciti finora a far desistere i petrolieri che continuano a perseguire i progetti. I politici non vogliono (o non riescono a) fermarli; si sono già arresi e si vergognano di dirlo perciò occorre un’azione comune chiara e forte.

Abbiamo TUTTO da perdere e NIENTE da guadagnare nei progetti petroliferi che porteranno danni economici ed ambientali, disoccupazione, malattie e malformazioni.
Abbiamo una classe politica debole, corrotta e connivente.
Abbiamo una stampa inadeguata.

L’UNICA SPERANZA E’ UNA FORTE REAZIONE POPOLARE

Fai la tua parte per la salvezza dell’Abruzzo:

• diffondi queste informazioni,
• parla con tutti i tuoi conoscenti
• partecipa alle manifestazioni
• iscriviti ad una associazione e TIENITI INFORMATO:

http://dorsogna.blogspot.com
http://www.csun.edu/~dorsogna/h2s.pdf
http://www.ipetitions.com/petition/noraffineria/
http://www.comitatonaturaverde.it/
http://blog.libero.it/emergenzambiente/
http://www.youtube.com/watch?v=ooWKJRWB-2o
http://www.youtube.com/watch?v=1Y17XtcFAqI
http://www.youtube.com/watch?v=3hTV4-BGRoo
http://www.nonlasciamolifare.org/download/dossier_idrocarburi.pdf
http://apocalisseitalia.blogspot.com/
http://nuovosensocivico.blogspot.com/
http://abruzzono-triv.blogspot.com/
http://ortonaviggiano.altervista.org/
http://maurovanni.blogspot.com/
http://icolibri.blogspot.com/
http://www.marelibero.net/category/petrolchimico-ortona/
http://chieti.blogspot.com/search/label/Eni%20centro%20oli
http://www.imenestrelli.it/blog/ambiente
http://www.vastesi.com/blog/category/openzone/ambiente/
http://gliocchidelpopolo.splinder.com/tag/parco+costa+teatina
http://www.peacelink.it/ecologia/a/25251.html

tra le varie associazioni attive, se non sai a chi rivolgerti, ti segnaliamo:

WWF Abruzzo
Legambiente Abruzzo
Comitato Natura Verde

Fonte:
Historium.net
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Occorre una mobilitazione generale per impedire l’attuazione di un disastroso progetto

Il 50% del territorio viene ceduto alle compagnie petrolifere per estrarre petrolio di pessima qualità che dovrà essere sottoposto a processi di desulfurazione che sono molto inquinanti e molto difficili da delocalizzare. Il 90% della popolazione abruzzese si troverà a vivere dentro il distretto petrolifero.

UNA FOLLIA DA FERMARE
Le compagnie petrolifere pagheranno allo Stato il 7% a titolo di royalties (in altri paesi devono pagare dal 30% all’80%). Il petrolio abruzzese si può considerare regalato perché gli enti locali riceveranno solo una minima parte di questo 7%. Il basso costo è l’unica ragione che rende interessante la speculazione sul nostro petrolio sporco di bassa qualità.
I pozzi di petrolio non portano posti di lavoro perché le compagnie petrolifere utilizzano i propri tecnici. I centri di desulfurazione da costruire ad Ortona e nel teramano potranno occupare a regime poche decine di persone. L’inquinamento provocato dagli impianti di desulfurazione crea danno all’intero sistema agricolo e farà crollare l’immagine di genuinità di cui godono attualmente tutti i prodotti enogastronomici abruzzesi.
Non esistono tecnologie che possano evitare i danni ambientali. Per questo motivo negli USA e negli altri paesi europei non vengono consentiti impianti di desulfurazione in prossimità di zone abitate. Anche per perforazioni in oceano si devono rispettare distanze notevoli (70-100 km) dalla costa.

DANNO ECONOMICO
Il petrolio comporterà la chiusura di moltissime aziende agricole e vi sarà una perdita di posti di lavoro in tutto il settore agricolo e agro-alimentare, un comparto che in Abruzzo include MARCHI di fama e di prestigio mondiali. Vi sarà anche un danno incalcolabile nel settore turistico e alberghiero. La regione dei parchi si trasformerà in regione delle raffinerie e delle discariche.

CONTAMINAZIONE DELL’ACQUA
L’impianto di desulfurazione utilizzerà UN MILIONE di litri d’acqua al giorno sottratti agli acquedotti pubblici. Queste acque contaminate dallo zolfo saranno reimmesse nel terreno con un rischio gravissimo di contaminazione delle falde.

CONTAMINAZIONE DELL’ARIA
Pozzi e raffinerie immetteranno nell’aria tonnellate di polveri e di sostanze altamente inquinanti, incluso il micidiale idrogeno solforato! Non esistono filtri per impedirlo.

CONTAMINAZIONE DEL MARE
Le perforazioni già in atto in tutta la fascia di mare, anche a poche miglia dal litorale, distruggeranno l’economia della pesca e il turismo balneare.

CONTAMINAZIONE DEI TERRENI
La ricaduta delle sostanze inquinanti immesse nell’aria e nell’acqua danneggiano le potenzialità agricole della regione, così come è già avvenuto nella Val d’Agri in Basilicata.
I fanghi utilizzati per le perforazioni sono composti di sostanze altamente tossiche e talvolta vi sono anche componenti radioattivi. Per raggiungere i giacimenti petroliferi vengono scavati pozzi a 4000 – 5000 metri che attraversano le falde e non possono evitare che i fanghi vadano a contaminare la falda. La febbre del petrolio espone la nostra regione al più grave rischio che abbia mai corso nella sua storia.

IL SILENZIO
La gravità è ben nota alla classe politica che per molti anni è riuscita ad evitare ogni fuga di notizie, ben sapendo che la popolazione non avrebbe mai accettato questa trasformazione irreversibile del territorio. Anche la stampa ha nascosto e sottovalutato gli allarmi lanciati da scienziati e da grandi enti di ricerca scientifica. Per questa ragione molti abruzzesi non sanno ancora niente del rischio spaventoso che la nostra regione sta correndo. Il Centro-Oli, elemento indispensabile del progetto e principale minaccia, non esiste ancora grazie ad una legge regionale approvata nel marzo 2008. La legge è stata approvata
sotto la spinta popolare di migliaia di cittadini arrivati nel capoluogo ad assediare il palazzo della regione. Senza questa pressione popolare i politici non hanno la forza di resistere alle richieste dei petrolieri che ora sono tornati all’attacco.

L’INGANNO
Nel periodo elettorale tutti i partiti politici si sono dichiarati contrari al petrolio ed in particolare alla costruzione dei centri di desulfurazione. La pericolosità dei progetti è tale che anche il premier Berlusconi nei discorsi tenuti a Chieti e a Pescara nel dicembre 2008 aveva preso impegno con gli abruzzesi a non perseguire più tali progetti, ma questa promessa non è stata mantenuta perché il Ministero della Sviluppo Economico continua a classificare l’Abruzzo regione mineraria; il governo ha impugnato la legge regionale che bloccava la costruzione del Centro-Oli; nuove autorizzazioni vengono ancora rilasciate alle compagnie petrolifere; la legge regionale recentemente proposta dalle forze politiche di maggioranza apre la strada al petrolio e di fatto condanna a morte l’agricoltura, l’economia eno-gastronomica e lo sviluppo turistico dell’Abruzzo.
La verità sul grave rischio che stiamo correndo è ormai chiara, ma la classe politica non ha la forza e il coraggio di contrastare la compagnie petrolifere. Il rischio è ora più grave che mai!
Stampa e istituzioni cercano ancora di tranquillizzare la gente con false promesse, bugie e nascondimenti. La verità è che il nostro mare è pieno di piattaforme di ricerca ed estrazione che continuano a creare danni, mentre ad Ortona l’Eni ha già acquisito i terreni e sta facendo tagliare le vigne per far posto alla futura raffineria. Quando la gente capirà sarà troppo tardi.

GLI APPELLI FINORA IGNORATI
Un forte appello a desistere da questi scellerati progetti è stato lanciato da 88 dirigenti medici della ASL di Chieti-Ortona, docenti universitari e scienziati di diversi settori che hanno tenuto conferenze in varie città dell’Abruzzo per illustrare i rischi.
Persino la conferenza abruzzese-molisana dei vescovi, consapevole di quello che è accaduto in Basilicata, è intervenuta col documento “Abitare la Terra” (luglio 2008) in cui si chiede espressamente di rinunciare al progetto della raffineria Centro-Oli.
La contrarietà al Centro-Oli è stata ribadita dall’arcivescovo di Chieti mons. Bruno Forte anche nel documento “Quattro priorità per l’Abruzzo” (Il Centro, 10-01-2009).
La contrarietà alla politica di distruzione dell’ambiente è stata ribadita anche dall’Arcivescovo di Lanciano mons. Ghidelli e di Pescara mons. Valentinetti nell’incontro con i politici nell’Oasi di Santo Spirito (14.3.2009).
Tutti gli appelli del mondo scientifico, delle autorità religiose, delle numerose associazioni di cittadini, delle cantine, degli agricoltori, degli operatori turistici, dei comuni, non sono riusciti finora a far desistere i petrolieri che continuano a perseguire i progetti. I politici non vogliono (o non riescono a) fermarli; si sono già arresi e si vergognano di dirlo perciò occorre un’azione comune chiara e forte.

Abbiamo TUTTO da perdere e NIENTE da guadagnare nei progetti petroliferi che porteranno danni economici ed ambientali, disoccupazione, malattie e malformazioni.
Abbiamo una classe politica debole, corrotta e connivente.
Abbiamo una stampa inadeguata.

L’UNICA SPERANZA E’ UNA FORTE REAZIONE POPOLARE

Fai la tua parte per la salvezza dell’Abruzzo:

• diffondi queste informazioni,
• parla con tutti i tuoi conoscenti
• partecipa alle manifestazioni
• iscriviti ad una associazione e TIENITI INFORMATO:

http://dorsogna.blogspot.com
http://www.csun.edu/~dorsogna/h2s.pdf
http://www.ipetitions.com/petition/noraffineria/
http://www.comitatonaturaverde.it/
http://blog.libero.it/emergenzambiente/
http://www.youtube.com/watch?v=ooWKJRWB-2o
http://www.youtube.com/watch?v=1Y17XtcFAqI
http://www.youtube.com/watch?v=3hTV4-BGRoo
http://www.nonlasciamolifare.org/download/dossier_idrocarburi.pdf
http://apocalisseitalia.blogspot.com/
http://nuovosensocivico.blogspot.com/
http://abruzzono-triv.blogspot.com/
http://ortonaviggiano.altervista.org/
http://maurovanni.blogspot.com/
http://icolibri.blogspot.com/
http://www.marelibero.net/category/petrolchimico-ortona/
http://chieti.blogspot.com/search/label/Eni%20centro%20oli
http://www.imenestrelli.it/blog/ambiente
http://www.vastesi.com/blog/category/openzone/ambiente/
http://gliocchidelpopolo.splinder.com/tag/parco+costa+teatina
http://www.peacelink.it/ecologia/a/25251.html

tra le varie associazioni attive, se non sai a chi rivolgerti, ti segnaliamo:

WWF Abruzzo
Legambiente Abruzzo
Comitato Natura Verde

Fonte:
Historium.net

Il ritorno di Attila - centro oli Ortona - pt1



Documentario sul centro oli di ortona realizzato da Antonello Tiracchia intervento di Maria Rita D'Orsogna
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Documentario sul centro oli di ortona realizzato da Antonello Tiracchia intervento di Maria Rita D'Orsogna

Caro Brunetta, così hai mandato in crisi il sistema delle donazioni di sangue


Chiedo al ministro Brunetta dov'è la sua bravura nell'aver mandato in crisi il sistema delle donazioni di sangue, malgrado avesse promesso a gran voce che avrebbe tolto dal decreto "antifannulloni" la norma che toglie al donatore fino a 20% del salario nel giorno della donazione, norma in vigore solo per i dipendenti statali, mentre quelli del privato continuano a percepire il 100%?
Donare il sangue con la possibilità della retribuzione garantita per quel giorno - giusto o sbagliato che sia - ha fatto funzionare il sistema delle donazioni per decenni. Demolire questo equilibrio senza trovare delle alternative valide è sbagliato.

La donazione del sangue è un grande gesto di civiltà, di solidarietà, è un gesto volontario e come tale non dovrebbe generare profitto per chi lo fa. Non andare a lavorare il giorno della donazione e ricevere l'intero stipendio è effettivamente un vantaggio per il donatore che ne usufruisce e, al costo ospedaliero di quella sacca di sangue, si aggiunge il costo di un trentesimo dello stipendio mensile. Per questo io, piccolo statale fannullone, che non riesco a lavorare la notte e che sono meno bravo di Brunetta, in oltre 20 anni di donazioni di sangue non ho mai chiesto il permesso lavorativo.

Caro ministro Brunetta dov'è stata la sua bravura? Nell'aver mandato in crisi gli ospedali per la diminuzione delle donazioni? Eppure la soluzione ci sarebbe e mi sembra tanto ovvia che non capisco come non l'abbia pensata e le farebbe risparmiare ancora di più: non dare il permesso lavorativo retribuito per la donazione a nessuno, né ai dipendenti statali né a quelli privati, e con una parte dei tanti soldi risparmiati tenere aperti i centri trasfusionali tre ore la mattina di tutti i sabati e di tutti i giorni i giorni festivi. Sarebbero in tanti ad andarci la domenica, io per primo. Perché la gente normale non è come i ministri, non riesce ad essere in due posti nello stesso momento: o sono al lavoro o sono a donare il sangue.

Molti vanno durante un giorno di lavoro anche perché non possono fare altrimenti. Non è nemmeno possibile chiedere agli ospedali, già al limite, di tenere aperti i centri trasfusionali tutti i fine settimana senza un aumento delle risorse umane ed economiche.

Ruggero Da Ros
Vittorio Veneto (Treviso)

Fonte:
Il Gazzettino
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Chiedo al ministro Brunetta dov'è la sua bravura nell'aver mandato in crisi il sistema delle donazioni di sangue, malgrado avesse promesso a gran voce che avrebbe tolto dal decreto "antifannulloni" la norma che toglie al donatore fino a 20% del salario nel giorno della donazione, norma in vigore solo per i dipendenti statali, mentre quelli del privato continuano a percepire il 100%?
Donare il sangue con la possibilità della retribuzione garantita per quel giorno - giusto o sbagliato che sia - ha fatto funzionare il sistema delle donazioni per decenni. Demolire questo equilibrio senza trovare delle alternative valide è sbagliato.

La donazione del sangue è un grande gesto di civiltà, di solidarietà, è un gesto volontario e come tale non dovrebbe generare profitto per chi lo fa. Non andare a lavorare il giorno della donazione e ricevere l'intero stipendio è effettivamente un vantaggio per il donatore che ne usufruisce e, al costo ospedaliero di quella sacca di sangue, si aggiunge il costo di un trentesimo dello stipendio mensile. Per questo io, piccolo statale fannullone, che non riesco a lavorare la notte e che sono meno bravo di Brunetta, in oltre 20 anni di donazioni di sangue non ho mai chiesto il permesso lavorativo.

Caro ministro Brunetta dov'è stata la sua bravura? Nell'aver mandato in crisi gli ospedali per la diminuzione delle donazioni? Eppure la soluzione ci sarebbe e mi sembra tanto ovvia che non capisco come non l'abbia pensata e le farebbe risparmiare ancora di più: non dare il permesso lavorativo retribuito per la donazione a nessuno, né ai dipendenti statali né a quelli privati, e con una parte dei tanti soldi risparmiati tenere aperti i centri trasfusionali tre ore la mattina di tutti i sabati e di tutti i giorni i giorni festivi. Sarebbero in tanti ad andarci la domenica, io per primo. Perché la gente normale non è come i ministri, non riesce ad essere in due posti nello stesso momento: o sono al lavoro o sono a donare il sangue.

Molti vanno durante un giorno di lavoro anche perché non possono fare altrimenti. Non è nemmeno possibile chiedere agli ospedali, già al limite, di tenere aperti i centri trasfusionali tutti i fine settimana senza un aumento delle risorse umane ed economiche.

Ruggero Da Ros
Vittorio Veneto (Treviso)

Fonte:
Il Gazzettino

Maradona parla di Napoli



Tratto da Maradona by Kusturica
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Tratto da Maradona by Kusturica

 
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