martedì 19 maggio 2009

Incontro con Maurizio Gasparri

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Lettera Napoletana n. 16 - maggio 2009





Ricevo e posto:


n. 16, maggio 2009





DUE SICILIE: 22-23 MAGGIO, INSIEME NEL RICORDO DI FERDINANDO II


(Lettera Napoletana) Due giorni nel ricordo di Ferdinando II, grande Re e grande Napoletano, due giorni di festa tra Portici e Napoli nel programma delle celebrazioni organizzate dall’Editoriale Il Giglio e dal Movimento Neoborbonico. Si comincia venerdì 22 maggio alle 18 a Villa San Gennariello (Portici). Nell’antica fagianeria della Reggia Ferdinando II sarà commemorato con gli interventi di Marina Carrese, del Giglio, e del prof. Gennaro De Crescenzo, presidente del Movimento Neoborbonico. Introdurrà la serata il dottor Giuseppe Nuzzo, presidente dell’Editoriale Il Giglio. L’Inno di Paisiello sarà eseguito al pianoforte dal maestro Ida Tramontano, che ha diretto l’ensemble “Nuove Armonie” nel cd inciso dal Giglio, e dalla pianista Concetta Di Somma, per accompagnare il soprano Stefania Tedesco. Seguirà un concerto con musiche di Paisiello e canzoni napoletane classiche. Una cena buffet concluderà la serata. Tutti i dettagli del programma e le informazione sulla serata sono disponibili sul sito www.editorialeilgiglio.it


Sabato 23 maggio, a Napoli, alle 16.30 davanti al Palazzo Reale un Picchetto d’onore saluterà l’anniversario dei 150 anni della morte del Re delle Due Sicilie ed il Cambio della Guardia riporterà i soldati borbonici, guidati da Alessandro Romano, al Largo di Palazzo.


Alle 18.00 nella Chiesa di San Ferdinando di Palazzo, antica parrocchia dei Re di Napoli, sarà celebrata la Missa de Angelis in suffragio del Sovrano delle Due Sicilie. L’Inno di Paisiello sarà cantato dal soprano Stefania Tedesco, all’organo il maestro Giuseppe Perucatti. (LN16/09)



DUE SICILIE: COME MORI’ FERDINANDO II, NUOVE IPOTESI SUL COMPLOTTO


(Lettera Napoletana) Non c’è da sperare in una storiografia accademica più oggettiva ed equilibrata neanche a 150 anni dalla morte di Ferdinando II, ma le ricerche di studiosi indipendenti, uniti ad una memoria popolare mai estinta e sempre più diffusa, continuano a rivalutare il Sovrano. Intanto, sulle ragioni della morte di Ferdinando II si affacciano nuove ipotesi che alimentano i dubbi sull’origine della malattia che lo stroncò il 22 maggio 1859, a 50 anni non ancora compiuti, e danno forza alla tesi dell’avvelenamento. Su questi argomenti Lettera Napoletana ha intervistato il prof. Gennaro De Crescenzo, studioso e presidente del Movimento Neoborbonico.



D. Possiamo sperare in una storiografia meno faziosa sulla figura e le opere di questo Re?


R. I 150 anni trascorsi possono fare sperare in una storiografia più equilibrata su Ferdinando II e sulla stessa unificazione italiana: ma non parliamo della storiografia ufficiale. Quella, purtroppo, continua a raccontarci una storia piena di retorica, di mistificazioni e di omissioni. E Ferdinando II è ancora quello delle leggende nere (e tutte false). La verità storica, invece, si diffonde sempre più grazie alle ricerche compiute dagli storici non “professionisti” ma spesso più scrupolosi e attendibili di quelli delle università o degli istituti di cultura lautamente finanziati con pubblico denaro.



D. Che cosa ha significato per il Regno delle Due Sicilie il governo di Ferdinando II ?


R. Considerati i pochi mesi di governo di Francesco II, Ferdinando fu l’ultimo vero Re delle Due Sicilie: l’ultimo Re a rappresentare un Sud forte, autonomo, ricco di primati positivi che camminava sulle sue gambe e a testa, altissima, in Italia e nel resto dell’Europa e del mondo. Conosciuti, rispettati e temuti, gli antichi Popoli delle Due Sicilie si sentivano rappresentati da quel Re che somigliava a loro e che, come loro, parlava usando la lingua napoletana.


Parliamo del Re della Napoli-Portici, delle opere pubbliche e delle bonifiche, dei ponti sospesi in ferro o delle grandi fabbriche metalmeccaniche di Pietrarsa o di Mongiana, delle grandi flotte mercantili e militari o dei cantieri di Castellammare, del Re che seppe regalarci i primati di un’industrializzazione e di un sistema fiscale tra i meno pesanti al mondo…



D. È opinione diffusa che, se Ferdinando II non fosse morto a soli 49 anni, l’invasione piemontese e garibaldina sarebbe stata fermata. Si può concordare su questo giudizio?


R. Se Ferdinando non fosse morto nel 1859, Garibaldi non sarebbe mai sbarcato in Sicilia e l’Italia non sarebbe stata unificata (e certamente non nel 1860). La consapevolezza, la fermezza e la lucidità di Ferdinando avrebbero impedito leggerezze e tradimenti e noi oggi, forse, continueremmo a essere Napoletani con la maiuscola. I carteggi dell’ambasciatore piemontese a Napoli con Cavour e la stampa internazionale dimostrano che i nemici del Regno aspettavano e favorirono la fine di quel Re troppo cattolico e troppo napoletano con il quale non si poteva trattare o scendere a patti o a compromessi. È significativa l’ironia di Ferdinando che, dopo l’attentato di Agesilao Milano, si preoccupa di “avvisare Torino delle sue ottime condizioni di salute”… Alla notizia, invece, che il granduca di Toscana aveva lasciato la sua città per una rivolta militare reagì gridando: «imbecille, è andato, non è degno di ritornarci» (il che ci rende l’idea di come si sarebbe comportato all’arrivo di Garibaldi a Napoli, ammesso che lo avesse mai fatto arrivare…. )



D. Lei sta studiando l’attentato di Agesilao Milano, episodio legato al sospetto di un avvelenamento di Re Ferdinando. Ci sono elementi nuovi che emergono?


R. Storici come Giacinto de’ Sivo o letterati come Ferdinando Russo hanno sostenuto la tesi dell’avvelenamento e del complotto. Ho microfilmato un opuscolo raro conservato nella Biblioteca di Firenze di un tale Catanoso, che descrive nei dettagli l’avvelenamento organizzato dai “settari”, riferendosi in particolare a quel Monsignor Michele Caputo che ospitò ad Ariano Irpino il Re nel gennaio 1859, durante il viaggio verso Bari per accogliere Maria Sofia di Wittelsbach, sposa di Francesco. Da quella notte i sintomi della malattia di sarebbero manifestati fino a portare alla morte Ferdinando dopo quattro mesi di agonia. Si tratta di quel Monsignor Caputo che si mise fuori dalla Chiesa e passò con Garibaldi vantandosi spesso di avere avvelenato il Re… Gli elementi di certezza per affermare che il Re morì avvelenato si potrebbero, però, avere solo da esami sui resti del corpo conservato a Santa Chiara. Più certa, invece è la tesi del complotto che da anni si stava organizzando per eliminare fisicamente l’ostacolo maggiore che si opponeva e si sarebbe opposto all’unificazione-conquista piemontese. Dal quadro clinico che ho sottoposto recentemente al prof. Gino Fornaciari, docente di Anatomia Patologica e Paleopatologia dell’Università di Pisa, risulterebbe, invece, una morte causata da un “ascesso saccato” procuratogli dalla ferita del famoso attentato subìto l’8 dicembre del 1856 per opera di Agesilao Milano. Finora la storiografia ufficiale ha minimizzato l’episodio e spesso lo ha giustificato come il gesto di un folle, ma il quadro appare molto più complesso e inquietante. Quello che emerge dallo studio delle carte sull’inchiesta ed il processo contro Agesilao Milano è un quadro sostanzialmente inedito in cui figurano, più volte, liberali, inglesi, massoni e murattiani insieme a figure come quelle di Cavour e di Mazzini. Un vero e proprio giallo internazionale: il Piemonte che “finge” di non sapere e di non intervenire (con la stessa tecnica del 1860), la massoneria che coordina e finanzia con il denaro britannico, alcuni generali dell’esercito napoletano coinvolti nell’inchiesta e artefici di un processo stranamente troppo rapido che portò alla morte di Milano dopo cinque giorni… Di fatto si trattò di un complotto andato a buon fine con qualche anno di ritardo che probabilmente era stato ordito più volte. Ne viene fuori l’immagine di un Regno la cui fine fu senz’altro eterodiretta. Altro che “implosione”, come si continua a raccontare nelle scuole, e altro che “risorgimento italiano”: siamo di fronte ad azioni terroristiche e regicidi tutt’altro che in linea con la retorica alla quale ci hanno abituati. (LN16/09)



DUE SICILIE: PER DE TRAZEGNIES UNA LAPIDE A SAN GIOVANNI INCARICO


(Lettera Napoletana) Una lapide in marmo adesso ricorda a S. Giovanni Incarico (Frosinone), in quella che era l’Alta Terra di Lavoro delle Due Sicilie, il legittimista belga Alfred de Trazegnies che venne a combattere per Francesco II di Borbone e fu catturato e fucilato dai piemontesi l’11 novembre 1861. La lapide è stata inaugurata il 9 maggio scorso in viale Rimembranza con una cerimonia alla presenza del sindaco di San Giovanni Incarico, Antonio Salvati, dell’assessore alla cultura, Daniele Piccirilli, che più di tutti ha creduto in questa operazione di recupero della memoria storica, di altre autorità locali e di legittimisti, borbonici, e di studiosi della storia delle Due Sicilie giunti da diverse regioni. Presente anche un discendente del generoso nobile belga, Olivier de Trazegnies. La banda “Vincenzo Bellini” ha eseguito l’Inno di Paisiello, un sacerdote ha benedetto la lapide ed ha recitato una preghiera alla memoria dello sfortunato difensore della legittimità in un’atmosfera commossa. L’iniziativa della lapide è stata ideata dal dottor Giovanni Salemi e da un gruppo di studiosi della storia delle Due Sicilie. Tra essi, l’avvocato Ferdinando Corradini ed il giornalista Fernando Riccardi. Un convegno nel Centro culturale polivalente di S. Giovanni Incarico ha ricostruito la vicenda ideale ed umana di Alfred de Trazegnies ed i fatti d’armi del 1861 in Alta di Terra Lavoro.


Il marchese Alfred de Trazegnies, nacque a Namur (Belgio) nel 1831. Cattolico, “totalmente devoto alla legittimità dei governi”, come ha ricordato il prof. Marco Sbardella, dell’Università di Cassino, (cfr. Studi Cassinati n.14/ 2000) giunse a Roma nell’ottobre 1861. La sua intenzione era quella di unirsi agli insorti borbonici che combattevano nelle Calabrie. Sulla propria divisa aveva fatto ricamare una croce, un cuore e la scritta “Dieu et le Roi”. Il 9 novembre, de Trazegnies si aggregò alla banda di Luigi Alonzi, detto Chiavone. L’11 novembre 1861 gli insorti borbonici attaccarono il castello di Isoletta, difeso da un distaccamento piemontese e lo conquistarono, poi occuparono San Giovanni Incarico, dove le abitazioni dei liberali furono date alle fiamme. Ma i piemontesi si riorganizzarono e due loro compagnie, lo stesso giorno, riconquistarono il paese dopo uno scontro nel quale gli insorti ebbero 57 caduti. Almeno 30 di essi, anche se le fonti non sono concordi, furono fucilati. Tra essi, il marchese Alfred de Trazegnies. I piemontesi gli negarono un rinvio di tre ore della esecuzione e decisero di fucilarlo alle spalle nonostante egli avesse chiesto di poter guardare in faccia il plotone di esecuzione. De Trazegnies fu colpito alla nuca da un colpo di fucile e gettato nudo, insieme ad altri insorti, in una fossa comune di un cimitero utilizzato per le vittime del colera, in via Matrice, a S. Giovanni Incarico. Con molta difficoltà le truppe francesi di stanza nello Stato Pontificio riuscirono a recuperarne il corpo dopo otto giorni. La salma fu tumulata a Roma, nella chiesa di San Gioacchino e Sant’Anna, in via del Quirinale. (LN16/09)



ABORTO: SONDAGGIO NEGLI USA, IL 51% È CONTRARIO


(Lettera Napoletana) Il 51% degli americani si definisce “pro-life” ed è contrario all’aborto, mentre solo il 42% si definisce “pro-choice” (per la libera scelta). Questo il risultato di un sondaggio Gallup condotto negli Usa tra il 7 ed il maggio scorsi. Il 51% di oppositori dell’aborto segna il punto più alto raggiunto dai difensori del diritto alla vita a partire dal 1995, mentre il livello di consenso alla “libertà di aborto” è il più basso dalla stessa data. Tra le donne, si dichiara contro l’aborto il 49%, mentre il 44% sostiene la “libera scelta”. Tra gli uomini gli antiabortisti sono il 54%, mentre i “pro-choice” sono il 39%. Ancora nel 2008 – rileva il sito Lifenews.com i sondaggi della stessa Gallup davano una maggioranza del 6% agli abortisti. Aumenta anche il numero degli americani che ritiene l’aborto “illegale in ogni caso”, che tocca il 23%, la cifra più alta negli ultimi 15 anni. Il 53% ritiene invece che potrebbe essere ammesso solo in alcuni “casi eccezionali”. Il sondaggio Gallup non specifica tali casi, ma altri sondaggi – osserva Lifenews.com – mostrano che i casi considerati ammissibili sono solo quelli di pericolo di vita della madre, stupro ed incesto, che totalizzano il 2-3% degli aborti eseguiti negli Usa. (LN16/09).




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Ricevo e posto:


n. 16, maggio 2009





DUE SICILIE: 22-23 MAGGIO, INSIEME NEL RICORDO DI FERDINANDO II


(Lettera Napoletana) Due giorni nel ricordo di Ferdinando II, grande Re e grande Napoletano, due giorni di festa tra Portici e Napoli nel programma delle celebrazioni organizzate dall’Editoriale Il Giglio e dal Movimento Neoborbonico. Si comincia venerdì 22 maggio alle 18 a Villa San Gennariello (Portici). Nell’antica fagianeria della Reggia Ferdinando II sarà commemorato con gli interventi di Marina Carrese, del Giglio, e del prof. Gennaro De Crescenzo, presidente del Movimento Neoborbonico. Introdurrà la serata il dottor Giuseppe Nuzzo, presidente dell’Editoriale Il Giglio. L’Inno di Paisiello sarà eseguito al pianoforte dal maestro Ida Tramontano, che ha diretto l’ensemble “Nuove Armonie” nel cd inciso dal Giglio, e dalla pianista Concetta Di Somma, per accompagnare il soprano Stefania Tedesco. Seguirà un concerto con musiche di Paisiello e canzoni napoletane classiche. Una cena buffet concluderà la serata. Tutti i dettagli del programma e le informazione sulla serata sono disponibili sul sito www.editorialeilgiglio.it


Sabato 23 maggio, a Napoli, alle 16.30 davanti al Palazzo Reale un Picchetto d’onore saluterà l’anniversario dei 150 anni della morte del Re delle Due Sicilie ed il Cambio della Guardia riporterà i soldati borbonici, guidati da Alessandro Romano, al Largo di Palazzo.


Alle 18.00 nella Chiesa di San Ferdinando di Palazzo, antica parrocchia dei Re di Napoli, sarà celebrata la Missa de Angelis in suffragio del Sovrano delle Due Sicilie. L’Inno di Paisiello sarà cantato dal soprano Stefania Tedesco, all’organo il maestro Giuseppe Perucatti. (LN16/09)



DUE SICILIE: COME MORI’ FERDINANDO II, NUOVE IPOTESI SUL COMPLOTTO


(Lettera Napoletana) Non c’è da sperare in una storiografia accademica più oggettiva ed equilibrata neanche a 150 anni dalla morte di Ferdinando II, ma le ricerche di studiosi indipendenti, uniti ad una memoria popolare mai estinta e sempre più diffusa, continuano a rivalutare il Sovrano. Intanto, sulle ragioni della morte di Ferdinando II si affacciano nuove ipotesi che alimentano i dubbi sull’origine della malattia che lo stroncò il 22 maggio 1859, a 50 anni non ancora compiuti, e danno forza alla tesi dell’avvelenamento. Su questi argomenti Lettera Napoletana ha intervistato il prof. Gennaro De Crescenzo, studioso e presidente del Movimento Neoborbonico.



D. Possiamo sperare in una storiografia meno faziosa sulla figura e le opere di questo Re?


R. I 150 anni trascorsi possono fare sperare in una storiografia più equilibrata su Ferdinando II e sulla stessa unificazione italiana: ma non parliamo della storiografia ufficiale. Quella, purtroppo, continua a raccontarci una storia piena di retorica, di mistificazioni e di omissioni. E Ferdinando II è ancora quello delle leggende nere (e tutte false). La verità storica, invece, si diffonde sempre più grazie alle ricerche compiute dagli storici non “professionisti” ma spesso più scrupolosi e attendibili di quelli delle università o degli istituti di cultura lautamente finanziati con pubblico denaro.



D. Che cosa ha significato per il Regno delle Due Sicilie il governo di Ferdinando II ?


R. Considerati i pochi mesi di governo di Francesco II, Ferdinando fu l’ultimo vero Re delle Due Sicilie: l’ultimo Re a rappresentare un Sud forte, autonomo, ricco di primati positivi che camminava sulle sue gambe e a testa, altissima, in Italia e nel resto dell’Europa e del mondo. Conosciuti, rispettati e temuti, gli antichi Popoli delle Due Sicilie si sentivano rappresentati da quel Re che somigliava a loro e che, come loro, parlava usando la lingua napoletana.


Parliamo del Re della Napoli-Portici, delle opere pubbliche e delle bonifiche, dei ponti sospesi in ferro o delle grandi fabbriche metalmeccaniche di Pietrarsa o di Mongiana, delle grandi flotte mercantili e militari o dei cantieri di Castellammare, del Re che seppe regalarci i primati di un’industrializzazione e di un sistema fiscale tra i meno pesanti al mondo…



D. È opinione diffusa che, se Ferdinando II non fosse morto a soli 49 anni, l’invasione piemontese e garibaldina sarebbe stata fermata. Si può concordare su questo giudizio?


R. Se Ferdinando non fosse morto nel 1859, Garibaldi non sarebbe mai sbarcato in Sicilia e l’Italia non sarebbe stata unificata (e certamente non nel 1860). La consapevolezza, la fermezza e la lucidità di Ferdinando avrebbero impedito leggerezze e tradimenti e noi oggi, forse, continueremmo a essere Napoletani con la maiuscola. I carteggi dell’ambasciatore piemontese a Napoli con Cavour e la stampa internazionale dimostrano che i nemici del Regno aspettavano e favorirono la fine di quel Re troppo cattolico e troppo napoletano con il quale non si poteva trattare o scendere a patti o a compromessi. È significativa l’ironia di Ferdinando che, dopo l’attentato di Agesilao Milano, si preoccupa di “avvisare Torino delle sue ottime condizioni di salute”… Alla notizia, invece, che il granduca di Toscana aveva lasciato la sua città per una rivolta militare reagì gridando: «imbecille, è andato, non è degno di ritornarci» (il che ci rende l’idea di come si sarebbe comportato all’arrivo di Garibaldi a Napoli, ammesso che lo avesse mai fatto arrivare…. )



D. Lei sta studiando l’attentato di Agesilao Milano, episodio legato al sospetto di un avvelenamento di Re Ferdinando. Ci sono elementi nuovi che emergono?


R. Storici come Giacinto de’ Sivo o letterati come Ferdinando Russo hanno sostenuto la tesi dell’avvelenamento e del complotto. Ho microfilmato un opuscolo raro conservato nella Biblioteca di Firenze di un tale Catanoso, che descrive nei dettagli l’avvelenamento organizzato dai “settari”, riferendosi in particolare a quel Monsignor Michele Caputo che ospitò ad Ariano Irpino il Re nel gennaio 1859, durante il viaggio verso Bari per accogliere Maria Sofia di Wittelsbach, sposa di Francesco. Da quella notte i sintomi della malattia di sarebbero manifestati fino a portare alla morte Ferdinando dopo quattro mesi di agonia. Si tratta di quel Monsignor Caputo che si mise fuori dalla Chiesa e passò con Garibaldi vantandosi spesso di avere avvelenato il Re… Gli elementi di certezza per affermare che il Re morì avvelenato si potrebbero, però, avere solo da esami sui resti del corpo conservato a Santa Chiara. Più certa, invece è la tesi del complotto che da anni si stava organizzando per eliminare fisicamente l’ostacolo maggiore che si opponeva e si sarebbe opposto all’unificazione-conquista piemontese. Dal quadro clinico che ho sottoposto recentemente al prof. Gino Fornaciari, docente di Anatomia Patologica e Paleopatologia dell’Università di Pisa, risulterebbe, invece, una morte causata da un “ascesso saccato” procuratogli dalla ferita del famoso attentato subìto l’8 dicembre del 1856 per opera di Agesilao Milano. Finora la storiografia ufficiale ha minimizzato l’episodio e spesso lo ha giustificato come il gesto di un folle, ma il quadro appare molto più complesso e inquietante. Quello che emerge dallo studio delle carte sull’inchiesta ed il processo contro Agesilao Milano è un quadro sostanzialmente inedito in cui figurano, più volte, liberali, inglesi, massoni e murattiani insieme a figure come quelle di Cavour e di Mazzini. Un vero e proprio giallo internazionale: il Piemonte che “finge” di non sapere e di non intervenire (con la stessa tecnica del 1860), la massoneria che coordina e finanzia con il denaro britannico, alcuni generali dell’esercito napoletano coinvolti nell’inchiesta e artefici di un processo stranamente troppo rapido che portò alla morte di Milano dopo cinque giorni… Di fatto si trattò di un complotto andato a buon fine con qualche anno di ritardo che probabilmente era stato ordito più volte. Ne viene fuori l’immagine di un Regno la cui fine fu senz’altro eterodiretta. Altro che “implosione”, come si continua a raccontare nelle scuole, e altro che “risorgimento italiano”: siamo di fronte ad azioni terroristiche e regicidi tutt’altro che in linea con la retorica alla quale ci hanno abituati. (LN16/09)



DUE SICILIE: PER DE TRAZEGNIES UNA LAPIDE A SAN GIOVANNI INCARICO


(Lettera Napoletana) Una lapide in marmo adesso ricorda a S. Giovanni Incarico (Frosinone), in quella che era l’Alta Terra di Lavoro delle Due Sicilie, il legittimista belga Alfred de Trazegnies che venne a combattere per Francesco II di Borbone e fu catturato e fucilato dai piemontesi l’11 novembre 1861. La lapide è stata inaugurata il 9 maggio scorso in viale Rimembranza con una cerimonia alla presenza del sindaco di San Giovanni Incarico, Antonio Salvati, dell’assessore alla cultura, Daniele Piccirilli, che più di tutti ha creduto in questa operazione di recupero della memoria storica, di altre autorità locali e di legittimisti, borbonici, e di studiosi della storia delle Due Sicilie giunti da diverse regioni. Presente anche un discendente del generoso nobile belga, Olivier de Trazegnies. La banda “Vincenzo Bellini” ha eseguito l’Inno di Paisiello, un sacerdote ha benedetto la lapide ed ha recitato una preghiera alla memoria dello sfortunato difensore della legittimità in un’atmosfera commossa. L’iniziativa della lapide è stata ideata dal dottor Giovanni Salemi e da un gruppo di studiosi della storia delle Due Sicilie. Tra essi, l’avvocato Ferdinando Corradini ed il giornalista Fernando Riccardi. Un convegno nel Centro culturale polivalente di S. Giovanni Incarico ha ricostruito la vicenda ideale ed umana di Alfred de Trazegnies ed i fatti d’armi del 1861 in Alta di Terra Lavoro.


Il marchese Alfred de Trazegnies, nacque a Namur (Belgio) nel 1831. Cattolico, “totalmente devoto alla legittimità dei governi”, come ha ricordato il prof. Marco Sbardella, dell’Università di Cassino, (cfr. Studi Cassinati n.14/ 2000) giunse a Roma nell’ottobre 1861. La sua intenzione era quella di unirsi agli insorti borbonici che combattevano nelle Calabrie. Sulla propria divisa aveva fatto ricamare una croce, un cuore e la scritta “Dieu et le Roi”. Il 9 novembre, de Trazegnies si aggregò alla banda di Luigi Alonzi, detto Chiavone. L’11 novembre 1861 gli insorti borbonici attaccarono il castello di Isoletta, difeso da un distaccamento piemontese e lo conquistarono, poi occuparono San Giovanni Incarico, dove le abitazioni dei liberali furono date alle fiamme. Ma i piemontesi si riorganizzarono e due loro compagnie, lo stesso giorno, riconquistarono il paese dopo uno scontro nel quale gli insorti ebbero 57 caduti. Almeno 30 di essi, anche se le fonti non sono concordi, furono fucilati. Tra essi, il marchese Alfred de Trazegnies. I piemontesi gli negarono un rinvio di tre ore della esecuzione e decisero di fucilarlo alle spalle nonostante egli avesse chiesto di poter guardare in faccia il plotone di esecuzione. De Trazegnies fu colpito alla nuca da un colpo di fucile e gettato nudo, insieme ad altri insorti, in una fossa comune di un cimitero utilizzato per le vittime del colera, in via Matrice, a S. Giovanni Incarico. Con molta difficoltà le truppe francesi di stanza nello Stato Pontificio riuscirono a recuperarne il corpo dopo otto giorni. La salma fu tumulata a Roma, nella chiesa di San Gioacchino e Sant’Anna, in via del Quirinale. (LN16/09)



ABORTO: SONDAGGIO NEGLI USA, IL 51% È CONTRARIO


(Lettera Napoletana) Il 51% degli americani si definisce “pro-life” ed è contrario all’aborto, mentre solo il 42% si definisce “pro-choice” (per la libera scelta). Questo il risultato di un sondaggio Gallup condotto negli Usa tra il 7 ed il maggio scorsi. Il 51% di oppositori dell’aborto segna il punto più alto raggiunto dai difensori del diritto alla vita a partire dal 1995, mentre il livello di consenso alla “libertà di aborto” è il più basso dalla stessa data. Tra le donne, si dichiara contro l’aborto il 49%, mentre il 44% sostiene la “libera scelta”. Tra gli uomini gli antiabortisti sono il 54%, mentre i “pro-choice” sono il 39%. Ancora nel 2008 – rileva il sito Lifenews.com i sondaggi della stessa Gallup davano una maggioranza del 6% agli abortisti. Aumenta anche il numero degli americani che ritiene l’aborto “illegale in ogni caso”, che tocca il 23%, la cifra più alta negli ultimi 15 anni. Il 53% ritiene invece che potrebbe essere ammesso solo in alcuni “casi eccezionali”. Il sondaggio Gallup non specifica tali casi, ma altri sondaggi – osserva Lifenews.com – mostrano che i casi considerati ammissibili sono solo quelli di pericolo di vita della madre, stupro ed incesto, che totalizzano il 2-3% degli aborti eseguiti negli Usa. (LN16/09).




A Suzzara confronto pubblico fra i Candidati Sindaci: Per il PdSUD interviene Antonio Iannaccone

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Organizzato il 15/05/2009 dal giornale L'Eco Di Suzzara il confronto pubblico fra i sette Candidati Sindaci alle Comunali di Suzzara del 2009. Per il Partito del Sud interviene, di fronte ad una sala gremita, il Candidato Sindaco del Partito del Sud Antonio Iannaccone, il più giovane fra i Candidati Sindaci presenti, che, con un intervento dai toni moderati e concreti, raccoglie consensi unanimi fra i cittadini presenti.

SUZZARA (MN): LA LISTA DEI CANDIDATI DEL PARTITO DEL SUD ALLE PROSSIME ELEZIONI COMUNALI

Candidato Sindaco:

Antonio Iannaccone

Candidati Consiglieri:

Domenico Battaglino
Emilia Rosiello
Mauro Pignataro
Maria Borrelli
Imma Oliva
Antonio Cuoco
Armando Pasquariello
Michele La Marca
Andrea Sgambato
Ida Pedone
Alberto Cuomo
Cinzia Cabras
Manzio de Sury
Enrico Viciconte
Giuseppe Lipari
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Organizzato il 15/05/2009 dal giornale L'Eco Di Suzzara il confronto pubblico fra i sette Candidati Sindaci alle Comunali di Suzzara del 2009. Per il Partito del Sud interviene, di fronte ad una sala gremita, il Candidato Sindaco del Partito del Sud Antonio Iannaccone, il più giovane fra i Candidati Sindaci presenti, che, con un intervento dai toni moderati e concreti, raccoglie consensi unanimi fra i cittadini presenti.

SUZZARA (MN): LA LISTA DEI CANDIDATI DEL PARTITO DEL SUD ALLE PROSSIME ELEZIONI COMUNALI

Candidato Sindaco:

Antonio Iannaccone

Candidati Consiglieri:

Domenico Battaglino
Emilia Rosiello
Mauro Pignataro
Maria Borrelli
Imma Oliva
Antonio Cuoco
Armando Pasquariello
Michele La Marca
Andrea Sgambato
Ida Pedone
Alberto Cuomo
Cinzia Cabras
Manzio de Sury
Enrico Viciconte
Giuseppe Lipari

La Principessa Beatrice di Borbone in Sicilia. L'incontro col Rettore Lagalla


Di Paola Pottino
Scherzando, ci dice che i suoi occhi sono quelli dei Borbone e, a vederla, oltre agli occhi, la classe e la raffinatezza sono doti innate di una vera principessa: è Beatrice di Borbone delle Due Sicilie, in visita in questi giorni a Palermo, per doveri istituzionali, ma soprattutto per il grande amore che la lega alla nostra terra.

L’occasione della visita in Sicilia è nata dalla partecipazione della principessa alla conferenza organizzata dall’Università degli studi di Palermo e dalla delegazione Sicilia del Sacro militare Ordine costantiniano di san Giorgio che si è svolta sabato allo Steri, sul tema “L’isola Ferdinandea e la scoperta del vulcano Empedocle. I grandi terremoti in Sicilia nel centenario del terremoto di Messina del 1908. Ipotesi geodinamiche sulla sismicità in Sicilia”. All’incontro, la principessa Beatrice ha consegnato al Rettore dell’Università, Roberto Lagalla, la medaglia d’oro dell’Ordine costantiniano conferita all’Ateneo palermitano nel 203° anniversario della fondazione per real decreto di Ferdinando III di Borbone, re di Sicilia.



Noblesse oblige, dunque, ma anche un grande interesse verso quella che è stata la terra della sua famiglia. Una grande emozione ha provato la principessa quando ha varcato l’ingresso di quella che ironicamente definisce “casa sua”, la splendente Palazzina Cinese i cui lavori di restauro sono terminati solo recentemente. “Sono venuta diverse volte a Palermo, ma sfortunatamente non sono mai riuscita a visitare questo autentico gioiello – ha detto la Principessa Beatrice - e oggi il mio sogno è diventato realtà. Senza entrare nel merito storico è indiscutibile il grande valore culturale dato dai Borbone in Sicilia”. Una principessa che oggi è anche una prestigiosa arredatrice e che dalla visita dei preziosi monumenti borbonici - ci confessa- ha trovato preziosi spunti creativi per il suo lavoro.

Accompagnata nelle sue visite dal vicedelegato dell’ordine Costantiniano per la Sicilia, Antonio Di Janni, la principessa ha partecipato anche alla messa nella splendida chiesa romanica S. Maria Maddalena, in suffragio dell’anima si S.M. Ferdinando II nel 150° anniversario della morte. Una principessa che con orgoglio porta il nome dei suoi nobili avi, ma non ancorata al vecchio stereotipo di una nobiltà effimera. Beatrice di Borbone ama infatti dedicarsi al prossimo ed è proprio questo lo scopo del concerto di beneficenza, al teatro Politeama di Palermo, dell’Orchestra Sinfonica V. Bellini del conservatorio di musica di Palermo, diretto dal Maestro Carmelo Caruso, per la costruzione dell’ospedale di San Giorgio a Hoima in Uganda. Un programma fitto di impegni che si concluderà questa sera al salone delle feste del Circolo Ufficiali di Palermo, in onore di S.A.R. Beatrice di Borbone delle Due Sicilie.
(foto di Dino Giglio)


Fonte:Siciliainformazioni segnalazione Redazione Due Sicilie
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Di Paola Pottino
Scherzando, ci dice che i suoi occhi sono quelli dei Borbone e, a vederla, oltre agli occhi, la classe e la raffinatezza sono doti innate di una vera principessa: è Beatrice di Borbone delle Due Sicilie, in visita in questi giorni a Palermo, per doveri istituzionali, ma soprattutto per il grande amore che la lega alla nostra terra.

L’occasione della visita in Sicilia è nata dalla partecipazione della principessa alla conferenza organizzata dall’Università degli studi di Palermo e dalla delegazione Sicilia del Sacro militare Ordine costantiniano di san Giorgio che si è svolta sabato allo Steri, sul tema “L’isola Ferdinandea e la scoperta del vulcano Empedocle. I grandi terremoti in Sicilia nel centenario del terremoto di Messina del 1908. Ipotesi geodinamiche sulla sismicità in Sicilia”. All’incontro, la principessa Beatrice ha consegnato al Rettore dell’Università, Roberto Lagalla, la medaglia d’oro dell’Ordine costantiniano conferita all’Ateneo palermitano nel 203° anniversario della fondazione per real decreto di Ferdinando III di Borbone, re di Sicilia.



Noblesse oblige, dunque, ma anche un grande interesse verso quella che è stata la terra della sua famiglia. Una grande emozione ha provato la principessa quando ha varcato l’ingresso di quella che ironicamente definisce “casa sua”, la splendente Palazzina Cinese i cui lavori di restauro sono terminati solo recentemente. “Sono venuta diverse volte a Palermo, ma sfortunatamente non sono mai riuscita a visitare questo autentico gioiello – ha detto la Principessa Beatrice - e oggi il mio sogno è diventato realtà. Senza entrare nel merito storico è indiscutibile il grande valore culturale dato dai Borbone in Sicilia”. Una principessa che oggi è anche una prestigiosa arredatrice e che dalla visita dei preziosi monumenti borbonici - ci confessa- ha trovato preziosi spunti creativi per il suo lavoro.

Accompagnata nelle sue visite dal vicedelegato dell’ordine Costantiniano per la Sicilia, Antonio Di Janni, la principessa ha partecipato anche alla messa nella splendida chiesa romanica S. Maria Maddalena, in suffragio dell’anima si S.M. Ferdinando II nel 150° anniversario della morte. Una principessa che con orgoglio porta il nome dei suoi nobili avi, ma non ancorata al vecchio stereotipo di una nobiltà effimera. Beatrice di Borbone ama infatti dedicarsi al prossimo ed è proprio questo lo scopo del concerto di beneficenza, al teatro Politeama di Palermo, dell’Orchestra Sinfonica V. Bellini del conservatorio di musica di Palermo, diretto dal Maestro Carmelo Caruso, per la costruzione dell’ospedale di San Giorgio a Hoima in Uganda. Un programma fitto di impegni che si concluderà questa sera al salone delle feste del Circolo Ufficiali di Palermo, in onore di S.A.R. Beatrice di Borbone delle Due Sicilie.
(foto di Dino Giglio)


Fonte:Siciliainformazioni segnalazione Redazione Due Sicilie

Report 29/03/09 L'inganno Parte 09

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Report 29/03/09 L'inganno Parte 08

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lunedì 18 maggio 2009

Calendario settimanale delle manifestazioni del PARTITO DEL SUD A SUZZARA (MN) E VIRGILIO (MN)

























SUZZARA:

Martedì 19/05/09: dalle 9,30 volantinaggio in P.zza Castello


Sabato 23/05/09: c/o la Sala Civica Comunale alle 10,30 incontro con i Cittadini di Suzzara : "I meridionali e gli operai si incontrano con la crisi economica."

VIRGILIO:

Giovedì 21/05/09: dalle 17,00 volantinaggio e incontri con i cittadini nei parchi cittadini.

Venerdì 22/05/09: dalle 17,00 volantinaggio e incontri con i cittadini nei parchi cittadini.

Sabato 23/05/09: dalle 10,00 volantinaggio e incontri con i cittadini nei parchi cittadini.

MANTOVA:

Venerdì 22/05/09: i Candidati Sindaci del Partito del Sud, Antonio Iannacone per Suzzara e Nunzio Dinacci per Virgilio, parteciperanno all'incontro "Un Comune per la Famiglia" organizzato dal Forum Provinciale Associazione Familiari di Mantova per approfondire le tematiche relative al sostegno alle famiglie e relative problematiche.
"UN COMUNE PER LA FAMIGLIA. PROPOSTE ED ESPERIENZE DI POLITICHE LOCALI".
Ore 20,45 presso il Centro Contardo Ferrini a Mantova in Via Giulio Romano, 15.
.
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SUZZARA:

Martedì 19/05/09: dalle 9,30 volantinaggio in P.zza Castello


Sabato 23/05/09: c/o la Sala Civica Comunale alle 10,30 incontro con i Cittadini di Suzzara : "I meridionali e gli operai si incontrano con la crisi economica."

VIRGILIO:

Giovedì 21/05/09: dalle 17,00 volantinaggio e incontri con i cittadini nei parchi cittadini.

Venerdì 22/05/09: dalle 17,00 volantinaggio e incontri con i cittadini nei parchi cittadini.

Sabato 23/05/09: dalle 10,00 volantinaggio e incontri con i cittadini nei parchi cittadini.

MANTOVA:

Venerdì 22/05/09: i Candidati Sindaci del Partito del Sud, Antonio Iannacone per Suzzara e Nunzio Dinacci per Virgilio, parteciperanno all'incontro "Un Comune per la Famiglia" organizzato dal Forum Provinciale Associazione Familiari di Mantova per approfondire le tematiche relative al sostegno alle famiglie e relative problematiche.
"UN COMUNE PER LA FAMIGLIA. PROPOSTE ED ESPERIENZE DI POLITICHE LOCALI".
Ore 20,45 presso il Centro Contardo Ferrini a Mantova in Via Giulio Romano, 15.
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Report 29/03/09 L'inganno Parte 07

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IL MIO LAVORO AD OGNI COSTO...lezione di giornalismo di Anna Politkovskaja.

"Vivere così è orribile. Vorrei un po' più di comprensione, ma la cosa più importante è continuare a raccontare quello che vedo". Anna Politkovskaja spiega il mestiere di giornalista
.


NOTA PUBBLICA copiata da nota di Santolo Felaco

Internazionale 665, 26 ottobre 2006

Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all'estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.

Eppure tutti i più alti funzionari accettano d'incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un'indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all'aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie. Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto.

È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci: erano queste le condizioni in cui lavoravo durante la seconda guerra in Cecenia, scoppiata nel 1999. Mi nascondevo dai soldati federali russi, ma grazie ad alcuni intermediari di fiducia riuscivo comunque a stabilire dei contatti segreti con le singole persone. In questo modo proteggevo i miei informatori.

Dopo l'inizio del piano di "cecenizzazione" di Putin (ingaggiare i ceceni "buoni" e fedeli al Cremlino per uccidere i ceceni "cattivi" ostili a Mosca), ho usato la stessa tecnica per entrare in contatto con i funzionari ceceni "buoni". Molti di loro li conoscevo da tempo dato che, prima di diventare "buoni", mi avevano ospitato a casa loro nei mesi più duri della guerra.

Ormai possiamo incontrarci solo in segreto perché sono considerata una nemica impossibile da "rieducare". Non sto scherzando. Qualche tempo fa Vladislav Surkov, viceresponsabile dell'amministrazione presidenziale, ha spiegato che alcuni nemici si possono far ragionare, altri invece sono incorreggibili: con loro il dialogo è impossibile. La politica, secondo Surkov, dev'essere "ripulita" da questi personaggi. Ed è proprio quello che stanno facendo, non solo con me.

L'imboscata
Il 5 agosto del 2006 mi trovavo in mezzo a una folla di donne nella piccola piazza centrale di Kurchaloj, un villaggio ceceno grigio e polveroso. Portavo una sciarpa arrotolata sulla testa come fanno molte donne locali della mia età. La sciarpa non copriva completamente il capo ma non lo lasciava neanche scoperto. Era fondamentale non essere identificata, altrimenti mi sarebbe potuto succedere di tutto. Su un lato della piazza, appesa al gasdotto che attraversa Kurchaloj, c'era una tuta da uomo intrisa di sangue. La testa, invece, non c'era più. L'avevano portata via.

Nella notte tra il 27 e il 28 luglio due guerriglieri ceceni sono caduti in un'imboscata tesa alla periferia di Kurchaloj da alcuni uomini fedeli all'alleato del Cremlino, Ramzan Kadyrov, il primo ministro ceceno. Adam Badaev è stato catturato mentre Hoj-Ahmed Dushaev, originario di Kurchaloj, è stato ucciso. Verso l'alba una ventina di Zhiguli piene di uomini armati hanno raggiunto il centro del villaggio dove si trova il commissariato di polizia. Portavano la testa di Dushaev. Due uomini l'hanno fissata al gasdotto al centro del villaggio e sotto hanno appeso i pantaloni macchiati di sangue. Poi hanno trascorso le due ore successive a fotografare la testa con i cellulari.

La testa mozzata è rimasta esposta per ventiquattr'ore. Alla fine gli uomini della milizia l'hanno portata via, lasciando i pantaloni appesi alla tubatura. Gli agenti dell'ufficio del procuratore generale intanto stavano esaminando la scena dell'imboscata. Gli abitanti del paese assicurano di aver sentito uno degli agenti chiedere a un subordinato: "Hanno finito di ricucire la testa?". Il corpo di Dushaev, con la testa ricucita al collo, è stato riportato sul luogo dell'imboscata, e l'ufficio del procuratore generale ha avviato l'indagine seguendo le normali procedure investigative. Ho scritto un articolo per raccontare l'episodio, senza fare commenti ma fornendo una ricostruzione dei fatti. Sono tornata in Cecenia proprio quando in edicola usciva il giornale con il mio articolo.

In piazza le donne hanno cercato di nascondermi. Erano sicure che gli uomini di Kadyrov mi avrebbero sparato se avessero saputo che ero lì. Tutte mi hanno ricordato che il premier aveva giurato pubblicamente di uccidermi. Era successo durante una riunione dell'esecutivo: Kadyrov aveva dichiarato di averne abbastanza e aveva aggiunto che Anna Politkovskaja era una donna spacciata. Me lo hanno raccontato alcuni membri del governo. Perché tanto odio? Forse non gli piacevano i miei articoli? "Chi non è dei nostri è un nemico". Lo ha detto Surkov, il principale sostenitore di Kadyrov nell'entourage di Putin.

"È talmente stupida che non conosce neanche il valore dei soldi. Le ho offerto del denaro ma non lo ha accettato", ha detto Kadyrov a un mio vecchio conoscente, un ufficiale delle forze speciali della milizia. È "uno dei nostri", e se ci avessero sorpresi a parlare di certo avrebbe passato dei guai. Al momento di salutarci, fuori era buio. L'ufficiale mi ha pregato di non uscire, perché aveva paura che mi uccidessero. "Non andare. Ramzan è molto arrabbiato con te". Sono uscita lo stesso. Quella notte a Grozny avrei dovuto incontrare una persona di nascosto.

Si è offerto di farmi accompagnare con un'auto della milizia, ma l'idea mi sembrava ancora più rischiosa: sarei diventata un bersaglio per i guerriglieri. "Ma almeno nella casa dove stai andando sono armati?", mi ha chiesto con aria preoccupata. Durante tutta la guerra sono stata tra due fuochi. Quando qualcuno minaccia di ucciderti i suoi nemici ti proteggono. Ma domani la minaccia verrà da qualcun altro. Perché mi dilungo su questa storia? Solo per spiegare che in Cecenia le persone sono preoccupate per me, e questo fatto mi commuove profondamente. Temono per la mia vita più di me.

Perché Kadyrov vuole uccidermi? Una volta l'ho intervistato e ho pubblicato le sue risposte senza cambiare una virgola, rispettando tutta la loro incredibile stupidità e ignoranza. Kadyrov era convinto che avrei riscritto completamente l'intervista, per farlo apparire più intelligente. In fondo oggi la maggior parte dei giornalisti, quelli che fanno parte "dei nostri", si comporta così.

Basta questo per attirarsi una minaccia di morte? La risposta è semplice come la visione del mondo incoraggiata dal presidente russo Vladimir Putin. "Dobbiamo essere spietati con i nemici del reich". "Chi non è con noi è contro di noi". "Gli oppositori devono essere eliminati".

"Perché ti sei fissata sulla storia della testa tagliata?", mi ha chiesto a Mosca Vasilij Panchenkov, che dirige l'ufficio stampa delle truppe del ministero degli interni, pur essendo una persona per bene. "Non hai altro a cui pensare?". Mi sono rivolta a lui per avere un commento su Kurchaloj per la Novaja Gazeta. "Lascia perdere, fai finta che non sia successo niente. Lo dico per il tuo bene!".

Ma come posso dimenticare? Detesto la linea del Cremlino elaborata da Surkov, che divide le persone tra chi "è dalla nostra parte" e chi "non lo è" o addirittura "è dall'altra parte". Se un giornalista è "dalla nostra parte" otterrà premi e rispetto, e forse gli proporranno perfino di diventare un deputato della duma, il parlamento russo. Ma se "non è dalla nostra parte", sarà considerato un sostenitore delle democrazie europee e dei loro valori, diventando automaticamente un reietto. Questo è il destino di chiunque si opponga alla nostra "democrazia sovrana", alla "tradizionale democrazia russa".

Riferire i fatti
Non sono un vero animale politico. Non ho aderito a nessun partito perché lo considero un errore per un giornalista, almeno in Russia. E non ho mai sentito la necessità di difendere la duma, anche se ci sono stati anni in cui mi hanno chiesto di farlo. Quale crimine ho commesso per essere bollata come "una contro di noi"? Mi sono limitata a riferire i fatti di cui sono stata testimone. Ho scritto e, più raramente, ho parlato.

Pubblico pochi commenti, perché mi ricordano le opinioni imposte nella mia infanzia sovietica. Penso che i lettori sappiano interpretare da soli quello che leggono. Per questo scrivo soprattutto reportage, anche se a volte, lo ammetto, aggiungo qualche parere personale. Non sono un magistrato inquirente, sono solo una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo. I servizi trasmessi in tv e gli articoli pubblicati sulla maggior parte dei giornali sono quasi tutti di stampo ideologico. I cittadini sanno poco o niente di quello che accade in altre zone del paese e a volte perfino nella loro regione.

Il Cremlino ha reagito cercando di bloccare il mio lavoro: i suoi ideologi credono che sia il modo migliore per annullare l'effetto di quello che scrivo. Ma impedire a una persona che fa il suo lavoro con passione di raccontare il mondo che la circonda è un'impresa impossibile. La mia vita è difficile, certo, ma è soprattutto umiliante. A 47 anni non ho più l'età per scontrarmi con l'ostilità e avere il marchio di reietta stampato sulla fronte. Non parlerò delle altre gioie del mio lavoro – l'avvelenamento, gli arresti, le minacce di morte telefoniche e online, le convocazioni settimanali nell'ufficio del procuratore generale per firmare delle dichiarazioni su quasi tutti i miei articoli. La prima domanda che mi rivolgono è sempre la stessa: "Come e dove ha ottenuto queste informazioni?".

Naturalmente gli articoli che mi presentano come la pazza di Mosca non mi fanno piacere. Vivere così è orribile. Vorrei un po' più di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare. Per il Cremlino le loro storie non rispettano la linea ufficiale. L'unico posto dove possono raccontarle è la Novaja Gazeta.

Fonte:Telejato Notizie
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"Vivere così è orribile. Vorrei un po' più di comprensione, ma la cosa più importante è continuare a raccontare quello che vedo". Anna Politkovskaja spiega il mestiere di giornalista
.


NOTA PUBBLICA copiata da nota di Santolo Felaco

Internazionale 665, 26 ottobre 2006

Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all'estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.

Eppure tutti i più alti funzionari accettano d'incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un'indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all'aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie. Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto.

È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci: erano queste le condizioni in cui lavoravo durante la seconda guerra in Cecenia, scoppiata nel 1999. Mi nascondevo dai soldati federali russi, ma grazie ad alcuni intermediari di fiducia riuscivo comunque a stabilire dei contatti segreti con le singole persone. In questo modo proteggevo i miei informatori.

Dopo l'inizio del piano di "cecenizzazione" di Putin (ingaggiare i ceceni "buoni" e fedeli al Cremlino per uccidere i ceceni "cattivi" ostili a Mosca), ho usato la stessa tecnica per entrare in contatto con i funzionari ceceni "buoni". Molti di loro li conoscevo da tempo dato che, prima di diventare "buoni", mi avevano ospitato a casa loro nei mesi più duri della guerra.

Ormai possiamo incontrarci solo in segreto perché sono considerata una nemica impossibile da "rieducare". Non sto scherzando. Qualche tempo fa Vladislav Surkov, viceresponsabile dell'amministrazione presidenziale, ha spiegato che alcuni nemici si possono far ragionare, altri invece sono incorreggibili: con loro il dialogo è impossibile. La politica, secondo Surkov, dev'essere "ripulita" da questi personaggi. Ed è proprio quello che stanno facendo, non solo con me.

L'imboscata
Il 5 agosto del 2006 mi trovavo in mezzo a una folla di donne nella piccola piazza centrale di Kurchaloj, un villaggio ceceno grigio e polveroso. Portavo una sciarpa arrotolata sulla testa come fanno molte donne locali della mia età. La sciarpa non copriva completamente il capo ma non lo lasciava neanche scoperto. Era fondamentale non essere identificata, altrimenti mi sarebbe potuto succedere di tutto. Su un lato della piazza, appesa al gasdotto che attraversa Kurchaloj, c'era una tuta da uomo intrisa di sangue. La testa, invece, non c'era più. L'avevano portata via.

Nella notte tra il 27 e il 28 luglio due guerriglieri ceceni sono caduti in un'imboscata tesa alla periferia di Kurchaloj da alcuni uomini fedeli all'alleato del Cremlino, Ramzan Kadyrov, il primo ministro ceceno. Adam Badaev è stato catturato mentre Hoj-Ahmed Dushaev, originario di Kurchaloj, è stato ucciso. Verso l'alba una ventina di Zhiguli piene di uomini armati hanno raggiunto il centro del villaggio dove si trova il commissariato di polizia. Portavano la testa di Dushaev. Due uomini l'hanno fissata al gasdotto al centro del villaggio e sotto hanno appeso i pantaloni macchiati di sangue. Poi hanno trascorso le due ore successive a fotografare la testa con i cellulari.

La testa mozzata è rimasta esposta per ventiquattr'ore. Alla fine gli uomini della milizia l'hanno portata via, lasciando i pantaloni appesi alla tubatura. Gli agenti dell'ufficio del procuratore generale intanto stavano esaminando la scena dell'imboscata. Gli abitanti del paese assicurano di aver sentito uno degli agenti chiedere a un subordinato: "Hanno finito di ricucire la testa?". Il corpo di Dushaev, con la testa ricucita al collo, è stato riportato sul luogo dell'imboscata, e l'ufficio del procuratore generale ha avviato l'indagine seguendo le normali procedure investigative. Ho scritto un articolo per raccontare l'episodio, senza fare commenti ma fornendo una ricostruzione dei fatti. Sono tornata in Cecenia proprio quando in edicola usciva il giornale con il mio articolo.

In piazza le donne hanno cercato di nascondermi. Erano sicure che gli uomini di Kadyrov mi avrebbero sparato se avessero saputo che ero lì. Tutte mi hanno ricordato che il premier aveva giurato pubblicamente di uccidermi. Era successo durante una riunione dell'esecutivo: Kadyrov aveva dichiarato di averne abbastanza e aveva aggiunto che Anna Politkovskaja era una donna spacciata. Me lo hanno raccontato alcuni membri del governo. Perché tanto odio? Forse non gli piacevano i miei articoli? "Chi non è dei nostri è un nemico". Lo ha detto Surkov, il principale sostenitore di Kadyrov nell'entourage di Putin.

"È talmente stupida che non conosce neanche il valore dei soldi. Le ho offerto del denaro ma non lo ha accettato", ha detto Kadyrov a un mio vecchio conoscente, un ufficiale delle forze speciali della milizia. È "uno dei nostri", e se ci avessero sorpresi a parlare di certo avrebbe passato dei guai. Al momento di salutarci, fuori era buio. L'ufficiale mi ha pregato di non uscire, perché aveva paura che mi uccidessero. "Non andare. Ramzan è molto arrabbiato con te". Sono uscita lo stesso. Quella notte a Grozny avrei dovuto incontrare una persona di nascosto.

Si è offerto di farmi accompagnare con un'auto della milizia, ma l'idea mi sembrava ancora più rischiosa: sarei diventata un bersaglio per i guerriglieri. "Ma almeno nella casa dove stai andando sono armati?", mi ha chiesto con aria preoccupata. Durante tutta la guerra sono stata tra due fuochi. Quando qualcuno minaccia di ucciderti i suoi nemici ti proteggono. Ma domani la minaccia verrà da qualcun altro. Perché mi dilungo su questa storia? Solo per spiegare che in Cecenia le persone sono preoccupate per me, e questo fatto mi commuove profondamente. Temono per la mia vita più di me.

Perché Kadyrov vuole uccidermi? Una volta l'ho intervistato e ho pubblicato le sue risposte senza cambiare una virgola, rispettando tutta la loro incredibile stupidità e ignoranza. Kadyrov era convinto che avrei riscritto completamente l'intervista, per farlo apparire più intelligente. In fondo oggi la maggior parte dei giornalisti, quelli che fanno parte "dei nostri", si comporta così.

Basta questo per attirarsi una minaccia di morte? La risposta è semplice come la visione del mondo incoraggiata dal presidente russo Vladimir Putin. "Dobbiamo essere spietati con i nemici del reich". "Chi non è con noi è contro di noi". "Gli oppositori devono essere eliminati".

"Perché ti sei fissata sulla storia della testa tagliata?", mi ha chiesto a Mosca Vasilij Panchenkov, che dirige l'ufficio stampa delle truppe del ministero degli interni, pur essendo una persona per bene. "Non hai altro a cui pensare?". Mi sono rivolta a lui per avere un commento su Kurchaloj per la Novaja Gazeta. "Lascia perdere, fai finta che non sia successo niente. Lo dico per il tuo bene!".

Ma come posso dimenticare? Detesto la linea del Cremlino elaborata da Surkov, che divide le persone tra chi "è dalla nostra parte" e chi "non lo è" o addirittura "è dall'altra parte". Se un giornalista è "dalla nostra parte" otterrà premi e rispetto, e forse gli proporranno perfino di diventare un deputato della duma, il parlamento russo. Ma se "non è dalla nostra parte", sarà considerato un sostenitore delle democrazie europee e dei loro valori, diventando automaticamente un reietto. Questo è il destino di chiunque si opponga alla nostra "democrazia sovrana", alla "tradizionale democrazia russa".

Riferire i fatti
Non sono un vero animale politico. Non ho aderito a nessun partito perché lo considero un errore per un giornalista, almeno in Russia. E non ho mai sentito la necessità di difendere la duma, anche se ci sono stati anni in cui mi hanno chiesto di farlo. Quale crimine ho commesso per essere bollata come "una contro di noi"? Mi sono limitata a riferire i fatti di cui sono stata testimone. Ho scritto e, più raramente, ho parlato.

Pubblico pochi commenti, perché mi ricordano le opinioni imposte nella mia infanzia sovietica. Penso che i lettori sappiano interpretare da soli quello che leggono. Per questo scrivo soprattutto reportage, anche se a volte, lo ammetto, aggiungo qualche parere personale. Non sono un magistrato inquirente, sono solo una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo. I servizi trasmessi in tv e gli articoli pubblicati sulla maggior parte dei giornali sono quasi tutti di stampo ideologico. I cittadini sanno poco o niente di quello che accade in altre zone del paese e a volte perfino nella loro regione.

Il Cremlino ha reagito cercando di bloccare il mio lavoro: i suoi ideologi credono che sia il modo migliore per annullare l'effetto di quello che scrivo. Ma impedire a una persona che fa il suo lavoro con passione di raccontare il mondo che la circonda è un'impresa impossibile. La mia vita è difficile, certo, ma è soprattutto umiliante. A 47 anni non ho più l'età per scontrarmi con l'ostilità e avere il marchio di reietta stampato sulla fronte. Non parlerò delle altre gioie del mio lavoro – l'avvelenamento, gli arresti, le minacce di morte telefoniche e online, le convocazioni settimanali nell'ufficio del procuratore generale per firmare delle dichiarazioni su quasi tutti i miei articoli. La prima domanda che mi rivolgono è sempre la stessa: "Come e dove ha ottenuto queste informazioni?".

Naturalmente gli articoli che mi presentano come la pazza di Mosca non mi fanno piacere. Vivere così è orribile. Vorrei un po' più di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare. Per il Cremlino le loro storie non rispettano la linea ufficiale. L'unico posto dove possono raccontarle è la Novaja Gazeta.

Fonte:Telejato Notizie

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