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domenica 26 aprile 2009
Gorizia tu sia maledetta!
Nino Vampa interpetra magistralmente un canto per anni censurato.
Nino Vampa interpetra magistralmente un canto per anni censurato.
Il mito di Garibaldi e quello del Sud calpestato

Lettere al Direttore
Egregio signor Direttore,
vorrei rispondere alla lettera del signor Eros Barone, datata 22 aprile 2009 e titolata “Garibaldi, risorgimento e resistenza”.
Ma, prima di tutto, urge una premessa: “La storia viene scritta dai vincitori” (Garibaldi in testa con le sue “memorie”) e, purtroppo, per noi meridionali, pur con prove inoppugnabili e documenti storici alla mano, risulta molto difficoltoso controbattere a ben centocinquanta anni di unilaterale storiografia
“ufficiale”, che è stata e viene tuttora imposta nelle scuole, dai media ed anche in sedi istituzionali. Con atteggiamento manicheo, essa pone tutto il Bene dalla parte dei rivoluzionari napoletani del 1799,
di Garibaldi, di Mazzini, di Cavour, di Vittorio Emanuele II, di Enrico Cialdini, eccetera, e tutto il Male dalla parte dei Borbone e di quegli illustri meridionali che, tuttavia, resero il Regno delle Due Sicilie
3^ Potenza Mondiale dell’epoca (nel 1856 – appena 5 anni prima dell’unità – alla Conferenza degli Stati Internazionali, tenutasi a Parigi, il tanto vituperato Stato borbonico fu premiato come Terzo Paese al mondo per sviluppo industriale).
Ma, come scriveva Honoré de Balzac: «Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene
insegnata (tanto per capirci, quella scritta dai vincitori e che anche noi abbiamo studiato a scuola, n.d.r.), la storia ad usum delphini, e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa».
Peraltro, Lei mi insegna che la Storia deve essere scritta sulla base di documenti e non con spirito di parte, come invece hanno purtroppo fatto gli storiografi risorgimentalisti; e lo storico intellettualmente onesto deve prendere in considerazione anche le ragioni dei vinti!
Dall’articolo in questione traspare che il signor Barone abbia preferito sposare le tesi della prima – scegliendo, in verità, una strada molto più facile – e disquisire stando comodamente seduto sul carro del vincitore sabaudo. Tuttavia, egli ha dimenticato di aggiungere che quando i garibaldino-savojardi calarono come barbari dal Nord, oltre a massacrare quasi un milione di meridionali (perpetrando un vero e proprio “genocidio”), rubarono tutte le nostre risorse e poi sfruttarono la “colonia” Sud.
Il signor Barone ha anche omesso di spiegare perché, dopo quell’unità d’Italia, realizzata nel peggiore dei modi possibili (è innegabile che si trattò di un’invasione in piena regola, senza una formale dichiarazione di guerra, nonché di un conflitto fratricida che si protrasse per ben 12 anni!), milioni di
sudditi dell’ex Regno delle Due Sicilie, ridotti alla fame e per disperazione, furono costretti a lasciare la propria terra, dando luogo ad una delle più forti emigrazioni della storia che, per essersi rivolta in ogni dove, fu una vera e propria “diaspora”. Il tanto vituperato “malgoverno” dei Borbone non aveva mai spinto il tanto “commiserato” popolo ad espatriare; cosa, invece, accaduta in maniera quantitativamente terrificante con i Savoia. «Come mai – si chiese Pietro Calà Ulloa – gli abitanti delle Due Sicilie, i quali non lasciavano la loro Patria se non per viaggiare, siano spinti ora da questa furia di emigrazione?». E non si venga pertanto a dirci che le relative responsabilità sono da attribuirsi ai Borbone, piuttosto che
all’operato di Cavour, di Garibaldi, di Vittorio Emanuele II & company!
La c.d. “questione meridionale”, infatti, è nata a seguito ed a causa dell’unità d’Italia.
E, poiché il signor Barone cita Gramsci, vorrei rammentargli che cosa questi ebbe ad affermare in merito alla “questione meridionale”: «Lo Stato italiano (leggasi sabaudo) è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri, che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti».
Inoltre, è notorio e documentato che, in Sicilia, Garibaldi non riscosse la “spontanea” partecipazione popolare, ma si avvalse invece dell’appoggio del baronaggio “politico-mafioso”, fino ad allora efficacemente avversato e combattuto dai Borbone; i Mille, infatti, non avrebbero fatto molta strada nell’isola, dopo lo sbarco di Marsala, se non avessero beneficiato dell’aiuto dei baroni e del loro
seguito di borghesi e di mafiosi. Per costoro, la previsione era quella che, una volta liquidato l’avverso Stato di Napoli, da Torino potessero venire tutt’al più dei fastidi, superabili nell’ambito di un “nuovo
patto” tra i potentati siciliani e quel lontano re piemontese. Con questa prospettiva, i baroni si prepararono ad una nuova trattativa e, intanto, fecero il loro ingresso sulla scena della “rivoluzione
nazionale” e la alimentarono con l’apporto decisivo della mafia, capace di controllare il popolo e di farne un “ubbidiente e fedele strumento” per la salvaguardia dei cosiddetti interessi e diritti siciliani, sotto
la “direzione dell’aristocrazia”.
Fu così che personaggi mafiosi del tipo di Giuseppe Coppola, Santo Mele e Salvatore Miceli divennero
“patrioti” e garibaldini, insieme a decine di altri capi delle squadre dei “picciotti”, spesso costituite da ribaldi d’ogni genere, tra i quali numerosi erano i delinquenti comuni evasi dalle galere.
Garibaldi, a sua volta, non andò troppo per il sottile nel vaglio delle qualità morali e dei precedenti penali di quello che fu definito lo “stupendo popolo siciliano impegnatosi nella rivoluzione nazionale”.
A questo punto, è doveroso evidenziare che la mafia siciliana di allora non era affatto quell’organizzazione criminale cui le cronache di oggi ci hanno abituato; era piuttosto una sorta di generone di aristocratici che – vuoi per blasone, vuoi per la consistenza patrimoniale – esercitavano un’influenza risoluta sulla gente che lavorava per loro.
Solamente con l’arrivo di Garibaldi, essa fece il c.d. salto di qualità, delineandosi in quel momento un vero e proprio spartiacque nell’evoluzione e nella storia della Mafia.
Quali premure, quali motivi indussero gente di tal fatta, non solo ad un appoggio generico alla spedizione garibaldina, ma a scendere direttamente in campo organizzando le squadre armate dei “picciotti”?
La risposta resterebbe problematica se non potessimo disporre delle dichiarazioni rese, dal duca Gabriele Colonna di Cesarò, alla “prima” Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della Mafia (costituita con legge del 3 luglio 1875 e presieduta dall’onorevole Borsani), documento questo che consiglio vivamente di leggere.
Coinvolta nella vicenda, l’organizzazione si rese per la prima volta conto di poter giocare un ruolo diverso nella società siciliana e non solo in quella: non più “contro” il governo centrale, ma “di sostegno al potere politico”.
Sopravvissuta fino ad allora per garantire i privilegi baronali soprattutto nelle campagne, e combattuta dal governo borbonico, la Mafia trovò qui l’occasione di costituirsi delle benemerenze presso il
nuovo potere (in condizione di parità e non più di sudditanza), di espandere la sua azione nelle città e in campi di attività fino ad allora preclusi, e di trattare con la politica alla pari, quando non addirittura in posizione di privilegio.
Qualcuno li chiamò e li chiama ancora eufemisticamente liberali, qualche altro li chiama con il loro
vero nome; il fatto è che le organizzazioni criminali meridionali, nel 1860-61, entrarono a pieno titolo nella vita sociale, economica e politica dello Stato, mutando la loro caratteristica: la Mafia, da
parassitaria, diventò imprenditoriale e politica.
Totò Riina, nelle sue articolate memorie difensive affermò, con dovizia di particolari ed un ostentato orgoglio, che la sua “famiglia” corleonese aveva partecipato attivamente all’unificazione italiana, avendo
capeggiato le fila dei famosi “picciotti siciliani”, i tanto decantati eroi (mafiosi) dalla storiografia risorgimentale che, direttamente od indirettamente, fiancheggiarono l’impresa di Garibaldi.
E gli storici, che hanno analizzato i processi delinquenziali in Sicilia, sono stati in grado di dimostrare che la Mafia, per emergere, aveva bisogno dell’unità d’Italia e di un regime democratico a suffragio universale sempre più vasto. Le lupare dovevano sparare per Sua Maestà savoiarda; e, pertanto, i mafiosi si schierarono con Vittorio Emanuele II e con Garibaldi: lasciarono perdere le utopie social-repubblicane e fecero riferimento a casa Savoia, perché lì esisteva un terreno fertile di possibile scambio con i poteri dello Stato e quindi di legittimazione della propria attività. Per questo motivo, la grande evoluzione (con la visibilità del fenomeno mafioso stesso) si realizzò e manifestò negli anni dell’unità d’Italia. I suoi esponenti rimasero sì contro la legge, ma cercarono, con i voti ed anche sparando ed uccidendo, di conquistare i comuni, le amministrazioni pubbliche, i centri di spesa governativi.
Successivamente, a Napoli, il Garibaldi manterrà un analogo rapporto privilegiato anche con la Camorra, la quale assumerà, di conseguenza, lo stesso atteggiamento dell’Onorata Società siciliana. La Camorra fu sfruttata da Garibaldi con l’aiuto dell’ultimo Ministro dell’Interno del governo borbonico, l’avv. liberale Liborio Romano, il quale, dopo la partenza da Napoli di Francesco II, affidò ai camorristi la patente di “tutori dell’ordine pubblico”. Costoro approfittarono della situazione senza alcuno scrupolo e, di fatto, furono i collaborazionisti più determinati degli invasori. La bella società riformata, come veniva chiamata all’epoca la Camorra, fece, così, un deciso salto di qualità, mentre durante il governo borbonico era stata tenuta ai margini del vivere civile.
Un puntuale riscontro di quanto appena detto lo si trova proprio nelle memorie di Liborio Romano,
pubblicate nel 1873, il quale riferì testualmente: «Fra tutti gli espedienti che si offrivano alla mia mente agitata per la gravezza del caso, un solo parsemi, se non di certa, almeno probabile riuscita; e lo
tentai. Pensai di prevenire le triste opere dei camorristi, offrendo ai più influenti loro capi un mezzo per riabilitarsi... tirare un velo sul loro passato e chiamare i migliori fra essi a far parte della novella
forza di polizia...».
A proposito, poi, della masse contadine alle quali sarebbe stata resa “libertà dall’oppressione borbonica e siciliana, ripristino degli usi civici, occupazione delle terre”, (peraltro, le promesse non mantenute di Garibaldi ebbero un tragico epilogo nei fatti Bronte), ricordiamo che il governo borbonico non si
era mai sognato di alienare i beni demaniali, mentre quello sabaudo, dopo l’unificazione, lo fece sistematicamente per avere liquidità. Ma vi è di più. Lo Stato borbonico, nella gestione del demanio, presentava delle notevoli connotazioni di carattere sociale. Tanto per esemplificare, ciascun paese aveva delle selve demaniali sulle quali la cittadinanza poteva esercitare gli usi civici, vale a dire che, nei
boschi del demanio, i cittadini potevano esercitare il diritto di pascolo e di legnatico. Poiché si trattava sovente di boschi di querce, il primo diritto stava a significare che i contadini e gli allevatori di animali potevano utilizzare gratuitamente soprattutto le ghiande, frutti questi molto utili per l’allevamento dei maiali, i quali costituivano la fonte quasi esclusiva delle proteine alimentari per le classi meno abbienti. Il secondo diritto consentiva di far legna con la quale riscaldarsi e cuocere i cibi. Fatte le debite proporzioni, sarebbe come se oggi lo Stato fornisse gratuitamente le fonti di energia a gran parte della popolazione, tanto che potremmo paragonare tali selve agli odierni pozzi di petrolio. Ma, dopo l’unificazione, queste selve in massima parte vennero sdemanializzate e vendute all’asta, per essere acquistate dai soliti loschi speculatori.
Ciascun Comune del Regno delle Due Sicilie esercitava un minuzioso controllo sui prezzi dei beni di prima necessità. Dopo l’unificazione, tali poteri furono aboliti in applicazione del noto principio liberistico del ”laissez faire, laissez passer”. Com’è ovvio, i prezzi salirono a tutto discapito delle classi meno abbienti e a tutto vantaggio dei commercianti.
Nel Regno delle due Sicilie, inoltre, un importante ruolo sociale veniva svolto dalla Chiesa, grazie ai beni che la stessa possedeva, rappresentati per lo più da appezzamenti di terreno: la cosiddetta “manomorta ecclesiastica”. La Chiesa concedeva tali terreni in enfiteusi ai contadini. Tale tipo di rapporto aveva una lunga durata (almeno trentennale) ed un costo molto basso per il cessionario: in tal modo, anche chi non disponeva dei mezzi per poter acquistare la terra, poteva prendere in enfiteusi uno o più appezzamenti di terreno, lavorarli e, con i frutti, mantenere la famiglia. Dopo l’unità, tutto questo non fu più possibile, in quanto i beni ecclesiastici furono confiscati dallo Stato italiano.
Il fatto, poi, che Garibaldi fosse il più grande “stratega” popolare che sia mai apparso nella storia
italiana è pura leggenda, alla luce di quanto verrà fra poco detto. Innanzitutto, riportiamo quanto affermato dallo stesso Vittorio Emanuele II, dopo l’incontro di Teano, in una lettera inviata a Cavour:
«...come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene, siatene certo, questo personaggio non è affatto docile, né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso
ritenete. ”"”Il suo talento militare è molto modesto”””, come prova l’ affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi
interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa».
Un discorso a parte merita la “famosa” battaglia di Calatafimi, avvenuta il 15 maggio 1860, relativamente alla quale i cc. dd. “conti non tornano”; infatti, come ha fatto un migliaio, quantunque
di “coraggiosi” volontari male armati, a prevalere contro quasi tremila soldati borbonici organizzati e bene armati? Erano tutti dei “supermen”? No assolutamente!!! A Calatafimi, la vittoria non fu
conseguita sul campo, bensì “comprata” dallo stesso Garibaldi, il quale aveva preventivamente corrotto il generale borbonico Francesco Landi; la qual cosa spiega anche l’ostentata sicurezza con la quale il
nizzardo affermò: «Bixio, qui si fa l’Italia o si muore», in quanto era ben sicuro di... non morire!
Infatti, proprio allorquando le truppe borboniche stavano sgominando i garibaldini con un battaglione (quattro compagnie) dell’8° Cacciatori al comando del maggiore Michele Sforza, vennero costrette a ritirarsi per ordine del generale borbonico Francesco Landi.
Il giorno 17 maggio, il Landi, dopo aver fatto fare inutili giri alle truppe, si ritirò incomprensibilmente in Palermo. Il comportamento del Landi diventerà comprensibilissimo allorquando si scoprirà che lo stesso aveva ricevuto da emissari di Garibaldi una fede di credito (documento simile agli odierni assegni) di 14.000 ducati (valutabile in circa 3 milioni di euro attuali!) come prezzo del suo tradimento. Lo storico Giacinto de’ Sivo così scrisse: «Che fuggisse per codardia non è da credere, ché la zuffa lontana da lui potea finire vittoriosa, sol ch’avesse mandato un altro battaglione. Traditore il gridò concorde la fama, traditore affermavanlo a voce molti garibaldini stessi. Seguita la catastrofe del regno, ei si moriva improvviso in marzo ‘61; e fu notorio, e anche stampato il perché, ch’io ho verificato vero. Mandò al banco di Napoli a cambiare una polizza di 14.000 ducati, ma trovatasi essere di 14 ducati, e alterata e falsa nella cifra, costretto a parlare confessò averla dal Garibaldi; Landi, per dolore tocco d’apoplessia, lo stesso giorno morì». Si trattò di un caso di Giustizia Divina?
Il deputato piemontese Pier Carlo Boggio, intimo amico di Persano, pubblicò nello stesso 1860 un pamplet con il quale spiegò come si erano in realtà svolti i fatti e come l’avventura garibaldina si era dimostrata una “facile passeggiata militare” solo grazie all’opera di diplomazia e di corruzione esercitata dal governo sardo. Il Boggio si domandò: «Ha Garibaldi il diritto di porre condizioni? Liberò la Sicilia – sta bene – ; ma, di grazia, con quali armi? Il Generale risponda: da chi ebbe i cannoni e le munizioni da
guerra? E le somme ingenti di denaro? Perché, Generale, entraste in Napoli senza colpo ferire? Chi ha fatto in modo che i capi disperdessero le loro truppe? Garibaldi vuol cacciare Cavour? Che spieghi prima che fine hanno fatto le somme di pubblica ragione trovate in Palermo, e nelle altre della stessa natura, ma anche più considerevoli trovate in Napoli! Volete un saggio di quel poco che moltissimo giunse insino a noi?» E, quindi, Boggio descrisse le “eroiche” gesta compiute in nome della libertà: «La dittatura è fatta sinonimo di anarchia; di qua e di là del Faro non sono più leggi, non è più amministrazione regolare, non tutela delle persone e delle proprietà, non tribunali, non rodine, nulla insomma di ciò che costituisce il vivere civile di uno Stato; ai cittadini è venuta meno la tutela delle leggi antiche, senza che siasi introdotta la protezione delle leggi nuove; suppliscono alla lacuna il capriccio e l’arbitrio». Ed ancora: «Lo sperpero del denaro pubblico è incredibile, si acquistano navi e materiali da guerra assolutamente superflui, navi comprate all’estero, roba da rifiuto, inabili a tenere il mare, somme
ingenti favolose scompaiono colla facilità e rapidità stessa colla quale furono agguantate dalle casse Borboniche».
Ma Pier Carlo Boggio non fu il solo a dire la verità sulla effettiva essenza delle facili vittorie garibaldine; intervennero anche Maxim Du Camp che parlò di “passeggiata militare, stancante è vero, ma senza rischio alcuno”, e lo stesso Agostino Bertani, che definì il tutto un insieme di “facili vittorie”, suscitando l’ira di Garibaldi. Il massone Pietro Borrelli, firmandosi con lo pseudonimo di Flaminio, nell’ottobre 1882, sulla rivista tedesca Deutsche Rundschau, scrisse: «Non si deve lasciar credere in Europa che l’unità italiana, per realizzarsi, avea bisogno d’una nullità intellettuale come Garibaldi. Gli iniziati sanno che tutta la rivoluzione in Sicilia fu fatta da Cavour, i cui emissari militari, vestiti da merciaiuoli girovaghi, percorrevano l’isola e compravano a prezzo d’oro le persone più influenti».
Ma gli storici risorgimentalisti si sono ben guardati dal menzionare tali fonti, peraltro di parte piemontese, e, pertanto, di riferire la verità dei fatti!
Circa l’offerta del presidente Lincoln a Garibaldi del comando dell’esercito nordista, bisogna dirla tutta, in quanto si tratta di un’altra delle più diffuse leggende garibaldine. Sentiamo cosa dice al riguardo Gilberto Oneto nella sua opera “L’iperiltaliano”: «L’8 giugno 1861, il console americano ad Anversa manda a Garibaldi una lettera, autorizzata dal suo governo, con la quale offre al generale un comando
nell’esercito nordista. Garibaldi risponde subito che ci sono due ostacoli: Vittorio Emanuele ha bisogno di lui in Italia e il presidente Lincoln non ha abolito la schiavitù dappertutto. La risposta suona per
lo meno pretestuosa, ma la trattativa va avanti ugualmente. L’ambasciatore riceve l’incarico di insistere e Garibaldi risponde che può accettare solo se il re non ritiene necessaria la sua presenza in patria. Anche questa sembra una scusa che, oltre tutto, coinvolge una terza parte, e cioè Vittorio Emanuela. Garibaldi scrive al re chiedendo la sua autorizzazione: in realtà è un modo elegante ma un po’ scoperto
per fargli mettere per iscritto se ha in mente qualche imminente iniziativa per Roma e per Venezia. Il re gli risponde di fare quel che gli pare, forse anche con la speranza di levarselo di torno. Garibaldi
si è cacciato in un guaio: il 6 settembre l’ambasciatore Henry Shelton Sanford arriva a Caprera portandogli personalmente la risposta reale. Messo con le spalle al muro, Garibaldi non trova di meglio che alzare il tiro: vuole la carica di comandante in capo dell’esercito americano e l’abolizione tout-court della schiavitù. Imbarazzato per tanta sfacciataggine, Sanford rilancia la nomina di generale di divisione:
non se ne fa niente. Garibaldi se ne resta sdegnoso a Caprera e si risparmia una rogna colossale». Ed, a questo punto, corre l’obbligo di evidenziare al signor Barone che le date da lui indicate mal si
conciliano fra loro, in quanto i fatti di Aspromonte, con la ferita del nostro, sono successivi alla richiesta del presidente Lincoln e datano 29 agosto 1862.
A proposito di “odio razziale”, di cui egli accusa coloro che non osannano Garibaldi, è sufficiente ricordare che, in Sud America, l’eroe dei due mondi era stato anche mercante di schiavi: nel 1852, come capitano di mare, prese un “comando” per dei viaggi in Cina. All’andata trasportava guano (dai depositi di escrementi di uccelli che si trovavano nelle isole al largo del Perù), al ritorno trasportava
Cinesi, rapiti e venduti come schiavi per lavorare il guano. Questi particolari, inerenti la tratta degli schiavi cinesi, risultano da una testimonianza scritta dell’armatore dell’epoca Pietro Denegri, le cui
navi venivano utilizzate da Giuseppe Garibaldi. Infine, relativamente al “riferimento alle formazioni partigiane che, nel nome di Garibaldi, saldarono il ‘primo’ al ‘secondo’ Risorgimento”, è bene tener presente che l’immagine ed il “prestigio” di Garibaldi (la cui leggenda è stata ben creata dagli storici risorgimentalisti) sono stati utilizzati, si presume, in perfetta buona fede, dai più diversi movimenti politici
italiani, compresi fra l’estrema destra e l’estrema sinistra; c’è stato chi lo ha osannato quale “campione di democrazia” e chi lo ha definito “figura emblematica di perfetto dittatore”.
Questo volersi appropriare dell’”eroe dei due mondi”, per arruolarlo sotto la propria bandiera, ricorda tanto un episodio di un film di Totò, Destinazione Piovarolo, nel quale viene menzionato, appunto, il nostro personaggio. In detto film, un vecchio garibaldino era solito intrattenere la gente del paese
ed anche qualche forestiero di passaggio, raccontando il già ricordato episodio, enfaticamente raccontato dalla storiografia risorgimentale, in cui il “generale” avrebbe sentenziato: «Qui si fa l’Italia o si
muore!».
Diffusasi la notizia, non tanto dell’esistenza ancora in vita di un vecchio “camicia rossa”, quanto quella che il medesimo era un prezioso testimone, poiché avrebbe ascoltato in prima persona la celeberrima frase dell’eroe, alcuni uomini politici dell’epoca si recarono a Piovarolo al fine di ottenere (ovviamente dietro un buon compenso!) dal vecchio superstite garibaldino, oramai in fin di vita, una dichiarazione autografa, in cui il categorico ed imperioso pensiero del generale risultasse opportunamente modificato, in modo da conferire alla medesima frase un significato ed una valenza politica, o meglio, partitica.
In sostanza, mentre da una parte, un onorevole socialista chiedeva che il documento scritto contenesse l’affermazione: “Qui si fa l’Italia socialista o si muore!”, un onorevole del partito popolare cercava di ottenere che la frase recitasse: “Qui si fa l’Italia popolare o si muore!”. Totò, che nel film impersonava il capostazione di Piovarolo, cercava di interporre i suoi buoni uffici, affinché il vecchio reduce assecondasse il migliore offerente.
La storia è ambientata nel 1922 ed, allorquando il capostazione vide transitare un treno che trasportava a Roma un contingente di squadristi, si precipitò a casa del garibaldino, con l’intento di fargli redigere e
sottoscrivere un nuovo testo che recitasse: “Qui si fa l’Italia fascista o si muore!”. Ma, ahimé, allorquando Totò giunse a casa del vecchio garibaldino, questi aveva già reso la propria anima a Dio!
Oggi, esiste addirittura una fabbrica di tabacchi che produce i “sigari Garibaldi”.
Tuttavia, la sincerità e l’umanità di Garibaldi emersero in più di un’occasione: il giorno 5 dicembre 1861, allorquando, in pienoParlamento a Torino, così definì i suoi famigerati “Mille”: «Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e, tranne poche eccezioni, con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto»; allorquando, probabilmente assalito dai rimorsi per gli immensi danni cagionati al Sud d’Italia, in una lettera del 1868 all’attrice Adelaide Cairoli, scrisse: «Gli oltraggi subiti dalle
popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà
cagionato solo squallore e suscitato solo odio»; nonché quando, nel 1880, affermerà: «Tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa miserabile all’interno e umiliata all’estero ed in preda alla
parte peggiore della nazione».
Nello scusarmi per la lunghezza della mia lettera, ma la complessità dell’argomento lo richiedeva, porgo i miei più distinti saluti,
Egregio signor Direttore,
vorrei rispondere alla lettera del signor Eros Barone, datata 22 aprile 2009 e titolata “Garibaldi, risorgimento e resistenza”.
Ma, prima di tutto, urge una premessa: “La storia viene scritta dai vincitori” (Garibaldi in testa con le sue “memorie”) e, purtroppo, per noi meridionali, pur con prove inoppugnabili e documenti storici alla mano, risulta molto difficoltoso controbattere a ben centocinquanta anni di unilaterale storiografia
“ufficiale”, che è stata e viene tuttora imposta nelle scuole, dai media ed anche in sedi istituzionali. Con atteggiamento manicheo, essa pone tutto il Bene dalla parte dei rivoluzionari napoletani del 1799,
di Garibaldi, di Mazzini, di Cavour, di Vittorio Emanuele II, di Enrico Cialdini, eccetera, e tutto il Male dalla parte dei Borbone e di quegli illustri meridionali che, tuttavia, resero il Regno delle Due Sicilie
3^ Potenza Mondiale dell’epoca (nel 1856 – appena 5 anni prima dell’unità – alla Conferenza degli Stati Internazionali, tenutasi a Parigi, il tanto vituperato Stato borbonico fu premiato come Terzo Paese al mondo per sviluppo industriale).
Ma, come scriveva Honoré de Balzac: «Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene
insegnata (tanto per capirci, quella scritta dai vincitori e che anche noi abbiamo studiato a scuola, n.d.r.), la storia ad usum delphini, e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa».
Peraltro, Lei mi insegna che la Storia deve essere scritta sulla base di documenti e non con spirito di parte, come invece hanno purtroppo fatto gli storiografi risorgimentalisti; e lo storico intellettualmente onesto deve prendere in considerazione anche le ragioni dei vinti!
Dall’articolo in questione traspare che il signor Barone abbia preferito sposare le tesi della prima – scegliendo, in verità, una strada molto più facile – e disquisire stando comodamente seduto sul carro del vincitore sabaudo. Tuttavia, egli ha dimenticato di aggiungere che quando i garibaldino-savojardi calarono come barbari dal Nord, oltre a massacrare quasi un milione di meridionali (perpetrando un vero e proprio “genocidio”), rubarono tutte le nostre risorse e poi sfruttarono la “colonia” Sud.
Il signor Barone ha anche omesso di spiegare perché, dopo quell’unità d’Italia, realizzata nel peggiore dei modi possibili (è innegabile che si trattò di un’invasione in piena regola, senza una formale dichiarazione di guerra, nonché di un conflitto fratricida che si protrasse per ben 12 anni!), milioni di
sudditi dell’ex Regno delle Due Sicilie, ridotti alla fame e per disperazione, furono costretti a lasciare la propria terra, dando luogo ad una delle più forti emigrazioni della storia che, per essersi rivolta in ogni dove, fu una vera e propria “diaspora”. Il tanto vituperato “malgoverno” dei Borbone non aveva mai spinto il tanto “commiserato” popolo ad espatriare; cosa, invece, accaduta in maniera quantitativamente terrificante con i Savoia. «Come mai – si chiese Pietro Calà Ulloa – gli abitanti delle Due Sicilie, i quali non lasciavano la loro Patria se non per viaggiare, siano spinti ora da questa furia di emigrazione?». E non si venga pertanto a dirci che le relative responsabilità sono da attribuirsi ai Borbone, piuttosto che
all’operato di Cavour, di Garibaldi, di Vittorio Emanuele II & company!
La c.d. “questione meridionale”, infatti, è nata a seguito ed a causa dell’unità d’Italia.
E, poiché il signor Barone cita Gramsci, vorrei rammentargli che cosa questi ebbe ad affermare in merito alla “questione meridionale”: «Lo Stato italiano (leggasi sabaudo) è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri, che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti».
Inoltre, è notorio e documentato che, in Sicilia, Garibaldi non riscosse la “spontanea” partecipazione popolare, ma si avvalse invece dell’appoggio del baronaggio “politico-mafioso”, fino ad allora efficacemente avversato e combattuto dai Borbone; i Mille, infatti, non avrebbero fatto molta strada nell’isola, dopo lo sbarco di Marsala, se non avessero beneficiato dell’aiuto dei baroni e del loro
seguito di borghesi e di mafiosi. Per costoro, la previsione era quella che, una volta liquidato l’avverso Stato di Napoli, da Torino potessero venire tutt’al più dei fastidi, superabili nell’ambito di un “nuovo
patto” tra i potentati siciliani e quel lontano re piemontese. Con questa prospettiva, i baroni si prepararono ad una nuova trattativa e, intanto, fecero il loro ingresso sulla scena della “rivoluzione
nazionale” e la alimentarono con l’apporto decisivo della mafia, capace di controllare il popolo e di farne un “ubbidiente e fedele strumento” per la salvaguardia dei cosiddetti interessi e diritti siciliani, sotto
la “direzione dell’aristocrazia”.
Fu così che personaggi mafiosi del tipo di Giuseppe Coppola, Santo Mele e Salvatore Miceli divennero
“patrioti” e garibaldini, insieme a decine di altri capi delle squadre dei “picciotti”, spesso costituite da ribaldi d’ogni genere, tra i quali numerosi erano i delinquenti comuni evasi dalle galere.
Garibaldi, a sua volta, non andò troppo per il sottile nel vaglio delle qualità morali e dei precedenti penali di quello che fu definito lo “stupendo popolo siciliano impegnatosi nella rivoluzione nazionale”.
A questo punto, è doveroso evidenziare che la mafia siciliana di allora non era affatto quell’organizzazione criminale cui le cronache di oggi ci hanno abituato; era piuttosto una sorta di generone di aristocratici che – vuoi per blasone, vuoi per la consistenza patrimoniale – esercitavano un’influenza risoluta sulla gente che lavorava per loro.
Solamente con l’arrivo di Garibaldi, essa fece il c.d. salto di qualità, delineandosi in quel momento un vero e proprio spartiacque nell’evoluzione e nella storia della Mafia.
Quali premure, quali motivi indussero gente di tal fatta, non solo ad un appoggio generico alla spedizione garibaldina, ma a scendere direttamente in campo organizzando le squadre armate dei “picciotti”?
La risposta resterebbe problematica se non potessimo disporre delle dichiarazioni rese, dal duca Gabriele Colonna di Cesarò, alla “prima” Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della Mafia (costituita con legge del 3 luglio 1875 e presieduta dall’onorevole Borsani), documento questo che consiglio vivamente di leggere.
Coinvolta nella vicenda, l’organizzazione si rese per la prima volta conto di poter giocare un ruolo diverso nella società siciliana e non solo in quella: non più “contro” il governo centrale, ma “di sostegno al potere politico”.
Sopravvissuta fino ad allora per garantire i privilegi baronali soprattutto nelle campagne, e combattuta dal governo borbonico, la Mafia trovò qui l’occasione di costituirsi delle benemerenze presso il
nuovo potere (in condizione di parità e non più di sudditanza), di espandere la sua azione nelle città e in campi di attività fino ad allora preclusi, e di trattare con la politica alla pari, quando non addirittura in posizione di privilegio.
Qualcuno li chiamò e li chiama ancora eufemisticamente liberali, qualche altro li chiama con il loro
vero nome; il fatto è che le organizzazioni criminali meridionali, nel 1860-61, entrarono a pieno titolo nella vita sociale, economica e politica dello Stato, mutando la loro caratteristica: la Mafia, da
parassitaria, diventò imprenditoriale e politica.
Totò Riina, nelle sue articolate memorie difensive affermò, con dovizia di particolari ed un ostentato orgoglio, che la sua “famiglia” corleonese aveva partecipato attivamente all’unificazione italiana, avendo
capeggiato le fila dei famosi “picciotti siciliani”, i tanto decantati eroi (mafiosi) dalla storiografia risorgimentale che, direttamente od indirettamente, fiancheggiarono l’impresa di Garibaldi.
E gli storici, che hanno analizzato i processi delinquenziali in Sicilia, sono stati in grado di dimostrare che la Mafia, per emergere, aveva bisogno dell’unità d’Italia e di un regime democratico a suffragio universale sempre più vasto. Le lupare dovevano sparare per Sua Maestà savoiarda; e, pertanto, i mafiosi si schierarono con Vittorio Emanuele II e con Garibaldi: lasciarono perdere le utopie social-repubblicane e fecero riferimento a casa Savoia, perché lì esisteva un terreno fertile di possibile scambio con i poteri dello Stato e quindi di legittimazione della propria attività. Per questo motivo, la grande evoluzione (con la visibilità del fenomeno mafioso stesso) si realizzò e manifestò negli anni dell’unità d’Italia. I suoi esponenti rimasero sì contro la legge, ma cercarono, con i voti ed anche sparando ed uccidendo, di conquistare i comuni, le amministrazioni pubbliche, i centri di spesa governativi.
Successivamente, a Napoli, il Garibaldi manterrà un analogo rapporto privilegiato anche con la Camorra, la quale assumerà, di conseguenza, lo stesso atteggiamento dell’Onorata Società siciliana. La Camorra fu sfruttata da Garibaldi con l’aiuto dell’ultimo Ministro dell’Interno del governo borbonico, l’avv. liberale Liborio Romano, il quale, dopo la partenza da Napoli di Francesco II, affidò ai camorristi la patente di “tutori dell’ordine pubblico”. Costoro approfittarono della situazione senza alcuno scrupolo e, di fatto, furono i collaborazionisti più determinati degli invasori. La bella società riformata, come veniva chiamata all’epoca la Camorra, fece, così, un deciso salto di qualità, mentre durante il governo borbonico era stata tenuta ai margini del vivere civile.
Un puntuale riscontro di quanto appena detto lo si trova proprio nelle memorie di Liborio Romano,
pubblicate nel 1873, il quale riferì testualmente: «Fra tutti gli espedienti che si offrivano alla mia mente agitata per la gravezza del caso, un solo parsemi, se non di certa, almeno probabile riuscita; e lo
tentai. Pensai di prevenire le triste opere dei camorristi, offrendo ai più influenti loro capi un mezzo per riabilitarsi... tirare un velo sul loro passato e chiamare i migliori fra essi a far parte della novella
forza di polizia...».
A proposito, poi, della masse contadine alle quali sarebbe stata resa “libertà dall’oppressione borbonica e siciliana, ripristino degli usi civici, occupazione delle terre”, (peraltro, le promesse non mantenute di Garibaldi ebbero un tragico epilogo nei fatti Bronte), ricordiamo che il governo borbonico non si
era mai sognato di alienare i beni demaniali, mentre quello sabaudo, dopo l’unificazione, lo fece sistematicamente per avere liquidità. Ma vi è di più. Lo Stato borbonico, nella gestione del demanio, presentava delle notevoli connotazioni di carattere sociale. Tanto per esemplificare, ciascun paese aveva delle selve demaniali sulle quali la cittadinanza poteva esercitare gli usi civici, vale a dire che, nei
boschi del demanio, i cittadini potevano esercitare il diritto di pascolo e di legnatico. Poiché si trattava sovente di boschi di querce, il primo diritto stava a significare che i contadini e gli allevatori di animali potevano utilizzare gratuitamente soprattutto le ghiande, frutti questi molto utili per l’allevamento dei maiali, i quali costituivano la fonte quasi esclusiva delle proteine alimentari per le classi meno abbienti. Il secondo diritto consentiva di far legna con la quale riscaldarsi e cuocere i cibi. Fatte le debite proporzioni, sarebbe come se oggi lo Stato fornisse gratuitamente le fonti di energia a gran parte della popolazione, tanto che potremmo paragonare tali selve agli odierni pozzi di petrolio. Ma, dopo l’unificazione, queste selve in massima parte vennero sdemanializzate e vendute all’asta, per essere acquistate dai soliti loschi speculatori.
Ciascun Comune del Regno delle Due Sicilie esercitava un minuzioso controllo sui prezzi dei beni di prima necessità. Dopo l’unificazione, tali poteri furono aboliti in applicazione del noto principio liberistico del ”laissez faire, laissez passer”. Com’è ovvio, i prezzi salirono a tutto discapito delle classi meno abbienti e a tutto vantaggio dei commercianti.
Nel Regno delle due Sicilie, inoltre, un importante ruolo sociale veniva svolto dalla Chiesa, grazie ai beni che la stessa possedeva, rappresentati per lo più da appezzamenti di terreno: la cosiddetta “manomorta ecclesiastica”. La Chiesa concedeva tali terreni in enfiteusi ai contadini. Tale tipo di rapporto aveva una lunga durata (almeno trentennale) ed un costo molto basso per il cessionario: in tal modo, anche chi non disponeva dei mezzi per poter acquistare la terra, poteva prendere in enfiteusi uno o più appezzamenti di terreno, lavorarli e, con i frutti, mantenere la famiglia. Dopo l’unità, tutto questo non fu più possibile, in quanto i beni ecclesiastici furono confiscati dallo Stato italiano.
Il fatto, poi, che Garibaldi fosse il più grande “stratega” popolare che sia mai apparso nella storia
italiana è pura leggenda, alla luce di quanto verrà fra poco detto. Innanzitutto, riportiamo quanto affermato dallo stesso Vittorio Emanuele II, dopo l’incontro di Teano, in una lettera inviata a Cavour:
«...come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene, siatene certo, questo personaggio non è affatto docile, né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso
ritenete. ”"”Il suo talento militare è molto modesto”””, come prova l’ affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi
interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa».
Un discorso a parte merita la “famosa” battaglia di Calatafimi, avvenuta il 15 maggio 1860, relativamente alla quale i cc. dd. “conti non tornano”; infatti, come ha fatto un migliaio, quantunque
di “coraggiosi” volontari male armati, a prevalere contro quasi tremila soldati borbonici organizzati e bene armati? Erano tutti dei “supermen”? No assolutamente!!! A Calatafimi, la vittoria non fu
conseguita sul campo, bensì “comprata” dallo stesso Garibaldi, il quale aveva preventivamente corrotto il generale borbonico Francesco Landi; la qual cosa spiega anche l’ostentata sicurezza con la quale il
nizzardo affermò: «Bixio, qui si fa l’Italia o si muore», in quanto era ben sicuro di... non morire!
Infatti, proprio allorquando le truppe borboniche stavano sgominando i garibaldini con un battaglione (quattro compagnie) dell’8° Cacciatori al comando del maggiore Michele Sforza, vennero costrette a ritirarsi per ordine del generale borbonico Francesco Landi.
Il giorno 17 maggio, il Landi, dopo aver fatto fare inutili giri alle truppe, si ritirò incomprensibilmente in Palermo. Il comportamento del Landi diventerà comprensibilissimo allorquando si scoprirà che lo stesso aveva ricevuto da emissari di Garibaldi una fede di credito (documento simile agli odierni assegni) di 14.000 ducati (valutabile in circa 3 milioni di euro attuali!) come prezzo del suo tradimento. Lo storico Giacinto de’ Sivo così scrisse: «Che fuggisse per codardia non è da credere, ché la zuffa lontana da lui potea finire vittoriosa, sol ch’avesse mandato un altro battaglione. Traditore il gridò concorde la fama, traditore affermavanlo a voce molti garibaldini stessi. Seguita la catastrofe del regno, ei si moriva improvviso in marzo ‘61; e fu notorio, e anche stampato il perché, ch’io ho verificato vero. Mandò al banco di Napoli a cambiare una polizza di 14.000 ducati, ma trovatasi essere di 14 ducati, e alterata e falsa nella cifra, costretto a parlare confessò averla dal Garibaldi; Landi, per dolore tocco d’apoplessia, lo stesso giorno morì». Si trattò di un caso di Giustizia Divina?
Il deputato piemontese Pier Carlo Boggio, intimo amico di Persano, pubblicò nello stesso 1860 un pamplet con il quale spiegò come si erano in realtà svolti i fatti e come l’avventura garibaldina si era dimostrata una “facile passeggiata militare” solo grazie all’opera di diplomazia e di corruzione esercitata dal governo sardo. Il Boggio si domandò: «Ha Garibaldi il diritto di porre condizioni? Liberò la Sicilia – sta bene – ; ma, di grazia, con quali armi? Il Generale risponda: da chi ebbe i cannoni e le munizioni da
guerra? E le somme ingenti di denaro? Perché, Generale, entraste in Napoli senza colpo ferire? Chi ha fatto in modo che i capi disperdessero le loro truppe? Garibaldi vuol cacciare Cavour? Che spieghi prima che fine hanno fatto le somme di pubblica ragione trovate in Palermo, e nelle altre della stessa natura, ma anche più considerevoli trovate in Napoli! Volete un saggio di quel poco che moltissimo giunse insino a noi?» E, quindi, Boggio descrisse le “eroiche” gesta compiute in nome della libertà: «La dittatura è fatta sinonimo di anarchia; di qua e di là del Faro non sono più leggi, non è più amministrazione regolare, non tutela delle persone e delle proprietà, non tribunali, non rodine, nulla insomma di ciò che costituisce il vivere civile di uno Stato; ai cittadini è venuta meno la tutela delle leggi antiche, senza che siasi introdotta la protezione delle leggi nuove; suppliscono alla lacuna il capriccio e l’arbitrio». Ed ancora: «Lo sperpero del denaro pubblico è incredibile, si acquistano navi e materiali da guerra assolutamente superflui, navi comprate all’estero, roba da rifiuto, inabili a tenere il mare, somme
ingenti favolose scompaiono colla facilità e rapidità stessa colla quale furono agguantate dalle casse Borboniche».
Ma Pier Carlo Boggio non fu il solo a dire la verità sulla effettiva essenza delle facili vittorie garibaldine; intervennero anche Maxim Du Camp che parlò di “passeggiata militare, stancante è vero, ma senza rischio alcuno”, e lo stesso Agostino Bertani, che definì il tutto un insieme di “facili vittorie”, suscitando l’ira di Garibaldi. Il massone Pietro Borrelli, firmandosi con lo pseudonimo di Flaminio, nell’ottobre 1882, sulla rivista tedesca Deutsche Rundschau, scrisse: «Non si deve lasciar credere in Europa che l’unità italiana, per realizzarsi, avea bisogno d’una nullità intellettuale come Garibaldi. Gli iniziati sanno che tutta la rivoluzione in Sicilia fu fatta da Cavour, i cui emissari militari, vestiti da merciaiuoli girovaghi, percorrevano l’isola e compravano a prezzo d’oro le persone più influenti».
Ma gli storici risorgimentalisti si sono ben guardati dal menzionare tali fonti, peraltro di parte piemontese, e, pertanto, di riferire la verità dei fatti!
Circa l’offerta del presidente Lincoln a Garibaldi del comando dell’esercito nordista, bisogna dirla tutta, in quanto si tratta di un’altra delle più diffuse leggende garibaldine. Sentiamo cosa dice al riguardo Gilberto Oneto nella sua opera “L’iperiltaliano”: «L’8 giugno 1861, il console americano ad Anversa manda a Garibaldi una lettera, autorizzata dal suo governo, con la quale offre al generale un comando
nell’esercito nordista. Garibaldi risponde subito che ci sono due ostacoli: Vittorio Emanuele ha bisogno di lui in Italia e il presidente Lincoln non ha abolito la schiavitù dappertutto. La risposta suona per
lo meno pretestuosa, ma la trattativa va avanti ugualmente. L’ambasciatore riceve l’incarico di insistere e Garibaldi risponde che può accettare solo se il re non ritiene necessaria la sua presenza in patria. Anche questa sembra una scusa che, oltre tutto, coinvolge una terza parte, e cioè Vittorio Emanuela. Garibaldi scrive al re chiedendo la sua autorizzazione: in realtà è un modo elegante ma un po’ scoperto
per fargli mettere per iscritto se ha in mente qualche imminente iniziativa per Roma e per Venezia. Il re gli risponde di fare quel che gli pare, forse anche con la speranza di levarselo di torno. Garibaldi
si è cacciato in un guaio: il 6 settembre l’ambasciatore Henry Shelton Sanford arriva a Caprera portandogli personalmente la risposta reale. Messo con le spalle al muro, Garibaldi non trova di meglio che alzare il tiro: vuole la carica di comandante in capo dell’esercito americano e l’abolizione tout-court della schiavitù. Imbarazzato per tanta sfacciataggine, Sanford rilancia la nomina di generale di divisione:
non se ne fa niente. Garibaldi se ne resta sdegnoso a Caprera e si risparmia una rogna colossale». Ed, a questo punto, corre l’obbligo di evidenziare al signor Barone che le date da lui indicate mal si
conciliano fra loro, in quanto i fatti di Aspromonte, con la ferita del nostro, sono successivi alla richiesta del presidente Lincoln e datano 29 agosto 1862.
A proposito di “odio razziale”, di cui egli accusa coloro che non osannano Garibaldi, è sufficiente ricordare che, in Sud America, l’eroe dei due mondi era stato anche mercante di schiavi: nel 1852, come capitano di mare, prese un “comando” per dei viaggi in Cina. All’andata trasportava guano (dai depositi di escrementi di uccelli che si trovavano nelle isole al largo del Perù), al ritorno trasportava
Cinesi, rapiti e venduti come schiavi per lavorare il guano. Questi particolari, inerenti la tratta degli schiavi cinesi, risultano da una testimonianza scritta dell’armatore dell’epoca Pietro Denegri, le cui
navi venivano utilizzate da Giuseppe Garibaldi. Infine, relativamente al “riferimento alle formazioni partigiane che, nel nome di Garibaldi, saldarono il ‘primo’ al ‘secondo’ Risorgimento”, è bene tener presente che l’immagine ed il “prestigio” di Garibaldi (la cui leggenda è stata ben creata dagli storici risorgimentalisti) sono stati utilizzati, si presume, in perfetta buona fede, dai più diversi movimenti politici
italiani, compresi fra l’estrema destra e l’estrema sinistra; c’è stato chi lo ha osannato quale “campione di democrazia” e chi lo ha definito “figura emblematica di perfetto dittatore”.
Questo volersi appropriare dell’”eroe dei due mondi”, per arruolarlo sotto la propria bandiera, ricorda tanto un episodio di un film di Totò, Destinazione Piovarolo, nel quale viene menzionato, appunto, il nostro personaggio. In detto film, un vecchio garibaldino era solito intrattenere la gente del paese
ed anche qualche forestiero di passaggio, raccontando il già ricordato episodio, enfaticamente raccontato dalla storiografia risorgimentale, in cui il “generale” avrebbe sentenziato: «Qui si fa l’Italia o si
muore!».
Diffusasi la notizia, non tanto dell’esistenza ancora in vita di un vecchio “camicia rossa”, quanto quella che il medesimo era un prezioso testimone, poiché avrebbe ascoltato in prima persona la celeberrima frase dell’eroe, alcuni uomini politici dell’epoca si recarono a Piovarolo al fine di ottenere (ovviamente dietro un buon compenso!) dal vecchio superstite garibaldino, oramai in fin di vita, una dichiarazione autografa, in cui il categorico ed imperioso pensiero del generale risultasse opportunamente modificato, in modo da conferire alla medesima frase un significato ed una valenza politica, o meglio, partitica.
In sostanza, mentre da una parte, un onorevole socialista chiedeva che il documento scritto contenesse l’affermazione: “Qui si fa l’Italia socialista o si muore!”, un onorevole del partito popolare cercava di ottenere che la frase recitasse: “Qui si fa l’Italia popolare o si muore!”. Totò, che nel film impersonava il capostazione di Piovarolo, cercava di interporre i suoi buoni uffici, affinché il vecchio reduce assecondasse il migliore offerente.
La storia è ambientata nel 1922 ed, allorquando il capostazione vide transitare un treno che trasportava a Roma un contingente di squadristi, si precipitò a casa del garibaldino, con l’intento di fargli redigere e
sottoscrivere un nuovo testo che recitasse: “Qui si fa l’Italia fascista o si muore!”. Ma, ahimé, allorquando Totò giunse a casa del vecchio garibaldino, questi aveva già reso la propria anima a Dio!
Oggi, esiste addirittura una fabbrica di tabacchi che produce i “sigari Garibaldi”.
Tuttavia, la sincerità e l’umanità di Garibaldi emersero in più di un’occasione: il giorno 5 dicembre 1861, allorquando, in pienoParlamento a Torino, così definì i suoi famigerati “Mille”: «Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e, tranne poche eccezioni, con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto»; allorquando, probabilmente assalito dai rimorsi per gli immensi danni cagionati al Sud d’Italia, in una lettera del 1868 all’attrice Adelaide Cairoli, scrisse: «Gli oltraggi subiti dalle
popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà
cagionato solo squallore e suscitato solo odio»; nonché quando, nel 1880, affermerà: «Tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa miserabile all’interno e umiliata all’estero ed in preda alla
parte peggiore della nazione».
Nello scusarmi per la lunghezza della mia lettera, ma la complessità dell’argomento lo richiedeva, porgo i miei più distinti saluti,

Lettere al Direttore
Egregio signor Direttore,
vorrei rispondere alla lettera del signor Eros Barone, datata 22 aprile 2009 e titolata “Garibaldi, risorgimento e resistenza”.
Ma, prima di tutto, urge una premessa: “La storia viene scritta dai vincitori” (Garibaldi in testa con le sue “memorie”) e, purtroppo, per noi meridionali, pur con prove inoppugnabili e documenti storici alla mano, risulta molto difficoltoso controbattere a ben centocinquanta anni di unilaterale storiografia
“ufficiale”, che è stata e viene tuttora imposta nelle scuole, dai media ed anche in sedi istituzionali. Con atteggiamento manicheo, essa pone tutto il Bene dalla parte dei rivoluzionari napoletani del 1799,
di Garibaldi, di Mazzini, di Cavour, di Vittorio Emanuele II, di Enrico Cialdini, eccetera, e tutto il Male dalla parte dei Borbone e di quegli illustri meridionali che, tuttavia, resero il Regno delle Due Sicilie
3^ Potenza Mondiale dell’epoca (nel 1856 – appena 5 anni prima dell’unità – alla Conferenza degli Stati Internazionali, tenutasi a Parigi, il tanto vituperato Stato borbonico fu premiato come Terzo Paese al mondo per sviluppo industriale).
Ma, come scriveva Honoré de Balzac: «Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene
insegnata (tanto per capirci, quella scritta dai vincitori e che anche noi abbiamo studiato a scuola, n.d.r.), la storia ad usum delphini, e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa».
Peraltro, Lei mi insegna che la Storia deve essere scritta sulla base di documenti e non con spirito di parte, come invece hanno purtroppo fatto gli storiografi risorgimentalisti; e lo storico intellettualmente onesto deve prendere in considerazione anche le ragioni dei vinti!
Dall’articolo in questione traspare che il signor Barone abbia preferito sposare le tesi della prima – scegliendo, in verità, una strada molto più facile – e disquisire stando comodamente seduto sul carro del vincitore sabaudo. Tuttavia, egli ha dimenticato di aggiungere che quando i garibaldino-savojardi calarono come barbari dal Nord, oltre a massacrare quasi un milione di meridionali (perpetrando un vero e proprio “genocidio”), rubarono tutte le nostre risorse e poi sfruttarono la “colonia” Sud.
Il signor Barone ha anche omesso di spiegare perché, dopo quell’unità d’Italia, realizzata nel peggiore dei modi possibili (è innegabile che si trattò di un’invasione in piena regola, senza una formale dichiarazione di guerra, nonché di un conflitto fratricida che si protrasse per ben 12 anni!), milioni di
sudditi dell’ex Regno delle Due Sicilie, ridotti alla fame e per disperazione, furono costretti a lasciare la propria terra, dando luogo ad una delle più forti emigrazioni della storia che, per essersi rivolta in ogni dove, fu una vera e propria “diaspora”. Il tanto vituperato “malgoverno” dei Borbone non aveva mai spinto il tanto “commiserato” popolo ad espatriare; cosa, invece, accaduta in maniera quantitativamente terrificante con i Savoia. «Come mai – si chiese Pietro Calà Ulloa – gli abitanti delle Due Sicilie, i quali non lasciavano la loro Patria se non per viaggiare, siano spinti ora da questa furia di emigrazione?». E non si venga pertanto a dirci che le relative responsabilità sono da attribuirsi ai Borbone, piuttosto che
all’operato di Cavour, di Garibaldi, di Vittorio Emanuele II & company!
La c.d. “questione meridionale”, infatti, è nata a seguito ed a causa dell’unità d’Italia.
E, poiché il signor Barone cita Gramsci, vorrei rammentargli che cosa questi ebbe ad affermare in merito alla “questione meridionale”: «Lo Stato italiano (leggasi sabaudo) è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri, che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti».
Inoltre, è notorio e documentato che, in Sicilia, Garibaldi non riscosse la “spontanea” partecipazione popolare, ma si avvalse invece dell’appoggio del baronaggio “politico-mafioso”, fino ad allora efficacemente avversato e combattuto dai Borbone; i Mille, infatti, non avrebbero fatto molta strada nell’isola, dopo lo sbarco di Marsala, se non avessero beneficiato dell’aiuto dei baroni e del loro
seguito di borghesi e di mafiosi. Per costoro, la previsione era quella che, una volta liquidato l’avverso Stato di Napoli, da Torino potessero venire tutt’al più dei fastidi, superabili nell’ambito di un “nuovo
patto” tra i potentati siciliani e quel lontano re piemontese. Con questa prospettiva, i baroni si prepararono ad una nuova trattativa e, intanto, fecero il loro ingresso sulla scena della “rivoluzione
nazionale” e la alimentarono con l’apporto decisivo della mafia, capace di controllare il popolo e di farne un “ubbidiente e fedele strumento” per la salvaguardia dei cosiddetti interessi e diritti siciliani, sotto
la “direzione dell’aristocrazia”.
Fu così che personaggi mafiosi del tipo di Giuseppe Coppola, Santo Mele e Salvatore Miceli divennero
“patrioti” e garibaldini, insieme a decine di altri capi delle squadre dei “picciotti”, spesso costituite da ribaldi d’ogni genere, tra i quali numerosi erano i delinquenti comuni evasi dalle galere.
Garibaldi, a sua volta, non andò troppo per il sottile nel vaglio delle qualità morali e dei precedenti penali di quello che fu definito lo “stupendo popolo siciliano impegnatosi nella rivoluzione nazionale”.
A questo punto, è doveroso evidenziare che la mafia siciliana di allora non era affatto quell’organizzazione criminale cui le cronache di oggi ci hanno abituato; era piuttosto una sorta di generone di aristocratici che – vuoi per blasone, vuoi per la consistenza patrimoniale – esercitavano un’influenza risoluta sulla gente che lavorava per loro.
Solamente con l’arrivo di Garibaldi, essa fece il c.d. salto di qualità, delineandosi in quel momento un vero e proprio spartiacque nell’evoluzione e nella storia della Mafia.
Quali premure, quali motivi indussero gente di tal fatta, non solo ad un appoggio generico alla spedizione garibaldina, ma a scendere direttamente in campo organizzando le squadre armate dei “picciotti”?
La risposta resterebbe problematica se non potessimo disporre delle dichiarazioni rese, dal duca Gabriele Colonna di Cesarò, alla “prima” Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della Mafia (costituita con legge del 3 luglio 1875 e presieduta dall’onorevole Borsani), documento questo che consiglio vivamente di leggere.
Coinvolta nella vicenda, l’organizzazione si rese per la prima volta conto di poter giocare un ruolo diverso nella società siciliana e non solo in quella: non più “contro” il governo centrale, ma “di sostegno al potere politico”.
Sopravvissuta fino ad allora per garantire i privilegi baronali soprattutto nelle campagne, e combattuta dal governo borbonico, la Mafia trovò qui l’occasione di costituirsi delle benemerenze presso il
nuovo potere (in condizione di parità e non più di sudditanza), di espandere la sua azione nelle città e in campi di attività fino ad allora preclusi, e di trattare con la politica alla pari, quando non addirittura in posizione di privilegio.
Qualcuno li chiamò e li chiama ancora eufemisticamente liberali, qualche altro li chiama con il loro
vero nome; il fatto è che le organizzazioni criminali meridionali, nel 1860-61, entrarono a pieno titolo nella vita sociale, economica e politica dello Stato, mutando la loro caratteristica: la Mafia, da
parassitaria, diventò imprenditoriale e politica.
Totò Riina, nelle sue articolate memorie difensive affermò, con dovizia di particolari ed un ostentato orgoglio, che la sua “famiglia” corleonese aveva partecipato attivamente all’unificazione italiana, avendo
capeggiato le fila dei famosi “picciotti siciliani”, i tanto decantati eroi (mafiosi) dalla storiografia risorgimentale che, direttamente od indirettamente, fiancheggiarono l’impresa di Garibaldi.
E gli storici, che hanno analizzato i processi delinquenziali in Sicilia, sono stati in grado di dimostrare che la Mafia, per emergere, aveva bisogno dell’unità d’Italia e di un regime democratico a suffragio universale sempre più vasto. Le lupare dovevano sparare per Sua Maestà savoiarda; e, pertanto, i mafiosi si schierarono con Vittorio Emanuele II e con Garibaldi: lasciarono perdere le utopie social-repubblicane e fecero riferimento a casa Savoia, perché lì esisteva un terreno fertile di possibile scambio con i poteri dello Stato e quindi di legittimazione della propria attività. Per questo motivo, la grande evoluzione (con la visibilità del fenomeno mafioso stesso) si realizzò e manifestò negli anni dell’unità d’Italia. I suoi esponenti rimasero sì contro la legge, ma cercarono, con i voti ed anche sparando ed uccidendo, di conquistare i comuni, le amministrazioni pubbliche, i centri di spesa governativi.
Successivamente, a Napoli, il Garibaldi manterrà un analogo rapporto privilegiato anche con la Camorra, la quale assumerà, di conseguenza, lo stesso atteggiamento dell’Onorata Società siciliana. La Camorra fu sfruttata da Garibaldi con l’aiuto dell’ultimo Ministro dell’Interno del governo borbonico, l’avv. liberale Liborio Romano, il quale, dopo la partenza da Napoli di Francesco II, affidò ai camorristi la patente di “tutori dell’ordine pubblico”. Costoro approfittarono della situazione senza alcuno scrupolo e, di fatto, furono i collaborazionisti più determinati degli invasori. La bella società riformata, come veniva chiamata all’epoca la Camorra, fece, così, un deciso salto di qualità, mentre durante il governo borbonico era stata tenuta ai margini del vivere civile.
Un puntuale riscontro di quanto appena detto lo si trova proprio nelle memorie di Liborio Romano,
pubblicate nel 1873, il quale riferì testualmente: «Fra tutti gli espedienti che si offrivano alla mia mente agitata per la gravezza del caso, un solo parsemi, se non di certa, almeno probabile riuscita; e lo
tentai. Pensai di prevenire le triste opere dei camorristi, offrendo ai più influenti loro capi un mezzo per riabilitarsi... tirare un velo sul loro passato e chiamare i migliori fra essi a far parte della novella
forza di polizia...».
A proposito, poi, della masse contadine alle quali sarebbe stata resa “libertà dall’oppressione borbonica e siciliana, ripristino degli usi civici, occupazione delle terre”, (peraltro, le promesse non mantenute di Garibaldi ebbero un tragico epilogo nei fatti Bronte), ricordiamo che il governo borbonico non si
era mai sognato di alienare i beni demaniali, mentre quello sabaudo, dopo l’unificazione, lo fece sistematicamente per avere liquidità. Ma vi è di più. Lo Stato borbonico, nella gestione del demanio, presentava delle notevoli connotazioni di carattere sociale. Tanto per esemplificare, ciascun paese aveva delle selve demaniali sulle quali la cittadinanza poteva esercitare gli usi civici, vale a dire che, nei
boschi del demanio, i cittadini potevano esercitare il diritto di pascolo e di legnatico. Poiché si trattava sovente di boschi di querce, il primo diritto stava a significare che i contadini e gli allevatori di animali potevano utilizzare gratuitamente soprattutto le ghiande, frutti questi molto utili per l’allevamento dei maiali, i quali costituivano la fonte quasi esclusiva delle proteine alimentari per le classi meno abbienti. Il secondo diritto consentiva di far legna con la quale riscaldarsi e cuocere i cibi. Fatte le debite proporzioni, sarebbe come se oggi lo Stato fornisse gratuitamente le fonti di energia a gran parte della popolazione, tanto che potremmo paragonare tali selve agli odierni pozzi di petrolio. Ma, dopo l’unificazione, queste selve in massima parte vennero sdemanializzate e vendute all’asta, per essere acquistate dai soliti loschi speculatori.
Ciascun Comune del Regno delle Due Sicilie esercitava un minuzioso controllo sui prezzi dei beni di prima necessità. Dopo l’unificazione, tali poteri furono aboliti in applicazione del noto principio liberistico del ”laissez faire, laissez passer”. Com’è ovvio, i prezzi salirono a tutto discapito delle classi meno abbienti e a tutto vantaggio dei commercianti.
Nel Regno delle due Sicilie, inoltre, un importante ruolo sociale veniva svolto dalla Chiesa, grazie ai beni che la stessa possedeva, rappresentati per lo più da appezzamenti di terreno: la cosiddetta “manomorta ecclesiastica”. La Chiesa concedeva tali terreni in enfiteusi ai contadini. Tale tipo di rapporto aveva una lunga durata (almeno trentennale) ed un costo molto basso per il cessionario: in tal modo, anche chi non disponeva dei mezzi per poter acquistare la terra, poteva prendere in enfiteusi uno o più appezzamenti di terreno, lavorarli e, con i frutti, mantenere la famiglia. Dopo l’unità, tutto questo non fu più possibile, in quanto i beni ecclesiastici furono confiscati dallo Stato italiano.
Il fatto, poi, che Garibaldi fosse il più grande “stratega” popolare che sia mai apparso nella storia
italiana è pura leggenda, alla luce di quanto verrà fra poco detto. Innanzitutto, riportiamo quanto affermato dallo stesso Vittorio Emanuele II, dopo l’incontro di Teano, in una lettera inviata a Cavour:
«...come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene, siatene certo, questo personaggio non è affatto docile, né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso
ritenete. ”"”Il suo talento militare è molto modesto”””, come prova l’ affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi
interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa».
Un discorso a parte merita la “famosa” battaglia di Calatafimi, avvenuta il 15 maggio 1860, relativamente alla quale i cc. dd. “conti non tornano”; infatti, come ha fatto un migliaio, quantunque
di “coraggiosi” volontari male armati, a prevalere contro quasi tremila soldati borbonici organizzati e bene armati? Erano tutti dei “supermen”? No assolutamente!!! A Calatafimi, la vittoria non fu
conseguita sul campo, bensì “comprata” dallo stesso Garibaldi, il quale aveva preventivamente corrotto il generale borbonico Francesco Landi; la qual cosa spiega anche l’ostentata sicurezza con la quale il
nizzardo affermò: «Bixio, qui si fa l’Italia o si muore», in quanto era ben sicuro di... non morire!
Infatti, proprio allorquando le truppe borboniche stavano sgominando i garibaldini con un battaglione (quattro compagnie) dell’8° Cacciatori al comando del maggiore Michele Sforza, vennero costrette a ritirarsi per ordine del generale borbonico Francesco Landi.
Il giorno 17 maggio, il Landi, dopo aver fatto fare inutili giri alle truppe, si ritirò incomprensibilmente in Palermo. Il comportamento del Landi diventerà comprensibilissimo allorquando si scoprirà che lo stesso aveva ricevuto da emissari di Garibaldi una fede di credito (documento simile agli odierni assegni) di 14.000 ducati (valutabile in circa 3 milioni di euro attuali!) come prezzo del suo tradimento. Lo storico Giacinto de’ Sivo così scrisse: «Che fuggisse per codardia non è da credere, ché la zuffa lontana da lui potea finire vittoriosa, sol ch’avesse mandato un altro battaglione. Traditore il gridò concorde la fama, traditore affermavanlo a voce molti garibaldini stessi. Seguita la catastrofe del regno, ei si moriva improvviso in marzo ‘61; e fu notorio, e anche stampato il perché, ch’io ho verificato vero. Mandò al banco di Napoli a cambiare una polizza di 14.000 ducati, ma trovatasi essere di 14 ducati, e alterata e falsa nella cifra, costretto a parlare confessò averla dal Garibaldi; Landi, per dolore tocco d’apoplessia, lo stesso giorno morì». Si trattò di un caso di Giustizia Divina?
Il deputato piemontese Pier Carlo Boggio, intimo amico di Persano, pubblicò nello stesso 1860 un pamplet con il quale spiegò come si erano in realtà svolti i fatti e come l’avventura garibaldina si era dimostrata una “facile passeggiata militare” solo grazie all’opera di diplomazia e di corruzione esercitata dal governo sardo. Il Boggio si domandò: «Ha Garibaldi il diritto di porre condizioni? Liberò la Sicilia – sta bene – ; ma, di grazia, con quali armi? Il Generale risponda: da chi ebbe i cannoni e le munizioni da
guerra? E le somme ingenti di denaro? Perché, Generale, entraste in Napoli senza colpo ferire? Chi ha fatto in modo che i capi disperdessero le loro truppe? Garibaldi vuol cacciare Cavour? Che spieghi prima che fine hanno fatto le somme di pubblica ragione trovate in Palermo, e nelle altre della stessa natura, ma anche più considerevoli trovate in Napoli! Volete un saggio di quel poco che moltissimo giunse insino a noi?» E, quindi, Boggio descrisse le “eroiche” gesta compiute in nome della libertà: «La dittatura è fatta sinonimo di anarchia; di qua e di là del Faro non sono più leggi, non è più amministrazione regolare, non tutela delle persone e delle proprietà, non tribunali, non rodine, nulla insomma di ciò che costituisce il vivere civile di uno Stato; ai cittadini è venuta meno la tutela delle leggi antiche, senza che siasi introdotta la protezione delle leggi nuove; suppliscono alla lacuna il capriccio e l’arbitrio». Ed ancora: «Lo sperpero del denaro pubblico è incredibile, si acquistano navi e materiali da guerra assolutamente superflui, navi comprate all’estero, roba da rifiuto, inabili a tenere il mare, somme
ingenti favolose scompaiono colla facilità e rapidità stessa colla quale furono agguantate dalle casse Borboniche».
Ma Pier Carlo Boggio non fu il solo a dire la verità sulla effettiva essenza delle facili vittorie garibaldine; intervennero anche Maxim Du Camp che parlò di “passeggiata militare, stancante è vero, ma senza rischio alcuno”, e lo stesso Agostino Bertani, che definì il tutto un insieme di “facili vittorie”, suscitando l’ira di Garibaldi. Il massone Pietro Borrelli, firmandosi con lo pseudonimo di Flaminio, nell’ottobre 1882, sulla rivista tedesca Deutsche Rundschau, scrisse: «Non si deve lasciar credere in Europa che l’unità italiana, per realizzarsi, avea bisogno d’una nullità intellettuale come Garibaldi. Gli iniziati sanno che tutta la rivoluzione in Sicilia fu fatta da Cavour, i cui emissari militari, vestiti da merciaiuoli girovaghi, percorrevano l’isola e compravano a prezzo d’oro le persone più influenti».
Ma gli storici risorgimentalisti si sono ben guardati dal menzionare tali fonti, peraltro di parte piemontese, e, pertanto, di riferire la verità dei fatti!
Circa l’offerta del presidente Lincoln a Garibaldi del comando dell’esercito nordista, bisogna dirla tutta, in quanto si tratta di un’altra delle più diffuse leggende garibaldine. Sentiamo cosa dice al riguardo Gilberto Oneto nella sua opera “L’iperiltaliano”: «L’8 giugno 1861, il console americano ad Anversa manda a Garibaldi una lettera, autorizzata dal suo governo, con la quale offre al generale un comando
nell’esercito nordista. Garibaldi risponde subito che ci sono due ostacoli: Vittorio Emanuele ha bisogno di lui in Italia e il presidente Lincoln non ha abolito la schiavitù dappertutto. La risposta suona per
lo meno pretestuosa, ma la trattativa va avanti ugualmente. L’ambasciatore riceve l’incarico di insistere e Garibaldi risponde che può accettare solo se il re non ritiene necessaria la sua presenza in patria. Anche questa sembra una scusa che, oltre tutto, coinvolge una terza parte, e cioè Vittorio Emanuela. Garibaldi scrive al re chiedendo la sua autorizzazione: in realtà è un modo elegante ma un po’ scoperto
per fargli mettere per iscritto se ha in mente qualche imminente iniziativa per Roma e per Venezia. Il re gli risponde di fare quel che gli pare, forse anche con la speranza di levarselo di torno. Garibaldi
si è cacciato in un guaio: il 6 settembre l’ambasciatore Henry Shelton Sanford arriva a Caprera portandogli personalmente la risposta reale. Messo con le spalle al muro, Garibaldi non trova di meglio che alzare il tiro: vuole la carica di comandante in capo dell’esercito americano e l’abolizione tout-court della schiavitù. Imbarazzato per tanta sfacciataggine, Sanford rilancia la nomina di generale di divisione:
non se ne fa niente. Garibaldi se ne resta sdegnoso a Caprera e si risparmia una rogna colossale». Ed, a questo punto, corre l’obbligo di evidenziare al signor Barone che le date da lui indicate mal si
conciliano fra loro, in quanto i fatti di Aspromonte, con la ferita del nostro, sono successivi alla richiesta del presidente Lincoln e datano 29 agosto 1862.
A proposito di “odio razziale”, di cui egli accusa coloro che non osannano Garibaldi, è sufficiente ricordare che, in Sud America, l’eroe dei due mondi era stato anche mercante di schiavi: nel 1852, come capitano di mare, prese un “comando” per dei viaggi in Cina. All’andata trasportava guano (dai depositi di escrementi di uccelli che si trovavano nelle isole al largo del Perù), al ritorno trasportava
Cinesi, rapiti e venduti come schiavi per lavorare il guano. Questi particolari, inerenti la tratta degli schiavi cinesi, risultano da una testimonianza scritta dell’armatore dell’epoca Pietro Denegri, le cui
navi venivano utilizzate da Giuseppe Garibaldi. Infine, relativamente al “riferimento alle formazioni partigiane che, nel nome di Garibaldi, saldarono il ‘primo’ al ‘secondo’ Risorgimento”, è bene tener presente che l’immagine ed il “prestigio” di Garibaldi (la cui leggenda è stata ben creata dagli storici risorgimentalisti) sono stati utilizzati, si presume, in perfetta buona fede, dai più diversi movimenti politici
italiani, compresi fra l’estrema destra e l’estrema sinistra; c’è stato chi lo ha osannato quale “campione di democrazia” e chi lo ha definito “figura emblematica di perfetto dittatore”.
Questo volersi appropriare dell’”eroe dei due mondi”, per arruolarlo sotto la propria bandiera, ricorda tanto un episodio di un film di Totò, Destinazione Piovarolo, nel quale viene menzionato, appunto, il nostro personaggio. In detto film, un vecchio garibaldino era solito intrattenere la gente del paese
ed anche qualche forestiero di passaggio, raccontando il già ricordato episodio, enfaticamente raccontato dalla storiografia risorgimentale, in cui il “generale” avrebbe sentenziato: «Qui si fa l’Italia o si
muore!».
Diffusasi la notizia, non tanto dell’esistenza ancora in vita di un vecchio “camicia rossa”, quanto quella che il medesimo era un prezioso testimone, poiché avrebbe ascoltato in prima persona la celeberrima frase dell’eroe, alcuni uomini politici dell’epoca si recarono a Piovarolo al fine di ottenere (ovviamente dietro un buon compenso!) dal vecchio superstite garibaldino, oramai in fin di vita, una dichiarazione autografa, in cui il categorico ed imperioso pensiero del generale risultasse opportunamente modificato, in modo da conferire alla medesima frase un significato ed una valenza politica, o meglio, partitica.
In sostanza, mentre da una parte, un onorevole socialista chiedeva che il documento scritto contenesse l’affermazione: “Qui si fa l’Italia socialista o si muore!”, un onorevole del partito popolare cercava di ottenere che la frase recitasse: “Qui si fa l’Italia popolare o si muore!”. Totò, che nel film impersonava il capostazione di Piovarolo, cercava di interporre i suoi buoni uffici, affinché il vecchio reduce assecondasse il migliore offerente.
La storia è ambientata nel 1922 ed, allorquando il capostazione vide transitare un treno che trasportava a Roma un contingente di squadristi, si precipitò a casa del garibaldino, con l’intento di fargli redigere e
sottoscrivere un nuovo testo che recitasse: “Qui si fa l’Italia fascista o si muore!”. Ma, ahimé, allorquando Totò giunse a casa del vecchio garibaldino, questi aveva già reso la propria anima a Dio!
Oggi, esiste addirittura una fabbrica di tabacchi che produce i “sigari Garibaldi”.
Tuttavia, la sincerità e l’umanità di Garibaldi emersero in più di un’occasione: il giorno 5 dicembre 1861, allorquando, in pienoParlamento a Torino, così definì i suoi famigerati “Mille”: «Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e, tranne poche eccezioni, con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto»; allorquando, probabilmente assalito dai rimorsi per gli immensi danni cagionati al Sud d’Italia, in una lettera del 1868 all’attrice Adelaide Cairoli, scrisse: «Gli oltraggi subiti dalle
popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà
cagionato solo squallore e suscitato solo odio»; nonché quando, nel 1880, affermerà: «Tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa miserabile all’interno e umiliata all’estero ed in preda alla
parte peggiore della nazione».
Nello scusarmi per la lunghezza della mia lettera, ma la complessità dell’argomento lo richiedeva, porgo i miei più distinti saluti,
Egregio signor Direttore,
vorrei rispondere alla lettera del signor Eros Barone, datata 22 aprile 2009 e titolata “Garibaldi, risorgimento e resistenza”.
Ma, prima di tutto, urge una premessa: “La storia viene scritta dai vincitori” (Garibaldi in testa con le sue “memorie”) e, purtroppo, per noi meridionali, pur con prove inoppugnabili e documenti storici alla mano, risulta molto difficoltoso controbattere a ben centocinquanta anni di unilaterale storiografia
“ufficiale”, che è stata e viene tuttora imposta nelle scuole, dai media ed anche in sedi istituzionali. Con atteggiamento manicheo, essa pone tutto il Bene dalla parte dei rivoluzionari napoletani del 1799,
di Garibaldi, di Mazzini, di Cavour, di Vittorio Emanuele II, di Enrico Cialdini, eccetera, e tutto il Male dalla parte dei Borbone e di quegli illustri meridionali che, tuttavia, resero il Regno delle Due Sicilie
3^ Potenza Mondiale dell’epoca (nel 1856 – appena 5 anni prima dell’unità – alla Conferenza degli Stati Internazionali, tenutasi a Parigi, il tanto vituperato Stato borbonico fu premiato come Terzo Paese al mondo per sviluppo industriale).
Ma, come scriveva Honoré de Balzac: «Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene
insegnata (tanto per capirci, quella scritta dai vincitori e che anche noi abbiamo studiato a scuola, n.d.r.), la storia ad usum delphini, e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa».
Peraltro, Lei mi insegna che la Storia deve essere scritta sulla base di documenti e non con spirito di parte, come invece hanno purtroppo fatto gli storiografi risorgimentalisti; e lo storico intellettualmente onesto deve prendere in considerazione anche le ragioni dei vinti!
Dall’articolo in questione traspare che il signor Barone abbia preferito sposare le tesi della prima – scegliendo, in verità, una strada molto più facile – e disquisire stando comodamente seduto sul carro del vincitore sabaudo. Tuttavia, egli ha dimenticato di aggiungere che quando i garibaldino-savojardi calarono come barbari dal Nord, oltre a massacrare quasi un milione di meridionali (perpetrando un vero e proprio “genocidio”), rubarono tutte le nostre risorse e poi sfruttarono la “colonia” Sud.
Il signor Barone ha anche omesso di spiegare perché, dopo quell’unità d’Italia, realizzata nel peggiore dei modi possibili (è innegabile che si trattò di un’invasione in piena regola, senza una formale dichiarazione di guerra, nonché di un conflitto fratricida che si protrasse per ben 12 anni!), milioni di
sudditi dell’ex Regno delle Due Sicilie, ridotti alla fame e per disperazione, furono costretti a lasciare la propria terra, dando luogo ad una delle più forti emigrazioni della storia che, per essersi rivolta in ogni dove, fu una vera e propria “diaspora”. Il tanto vituperato “malgoverno” dei Borbone non aveva mai spinto il tanto “commiserato” popolo ad espatriare; cosa, invece, accaduta in maniera quantitativamente terrificante con i Savoia. «Come mai – si chiese Pietro Calà Ulloa – gli abitanti delle Due Sicilie, i quali non lasciavano la loro Patria se non per viaggiare, siano spinti ora da questa furia di emigrazione?». E non si venga pertanto a dirci che le relative responsabilità sono da attribuirsi ai Borbone, piuttosto che
all’operato di Cavour, di Garibaldi, di Vittorio Emanuele II & company!
La c.d. “questione meridionale”, infatti, è nata a seguito ed a causa dell’unità d’Italia.
E, poiché il signor Barone cita Gramsci, vorrei rammentargli che cosa questi ebbe ad affermare in merito alla “questione meridionale”: «Lo Stato italiano (leggasi sabaudo) è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri, che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti».
Inoltre, è notorio e documentato che, in Sicilia, Garibaldi non riscosse la “spontanea” partecipazione popolare, ma si avvalse invece dell’appoggio del baronaggio “politico-mafioso”, fino ad allora efficacemente avversato e combattuto dai Borbone; i Mille, infatti, non avrebbero fatto molta strada nell’isola, dopo lo sbarco di Marsala, se non avessero beneficiato dell’aiuto dei baroni e del loro
seguito di borghesi e di mafiosi. Per costoro, la previsione era quella che, una volta liquidato l’avverso Stato di Napoli, da Torino potessero venire tutt’al più dei fastidi, superabili nell’ambito di un “nuovo
patto” tra i potentati siciliani e quel lontano re piemontese. Con questa prospettiva, i baroni si prepararono ad una nuova trattativa e, intanto, fecero il loro ingresso sulla scena della “rivoluzione
nazionale” e la alimentarono con l’apporto decisivo della mafia, capace di controllare il popolo e di farne un “ubbidiente e fedele strumento” per la salvaguardia dei cosiddetti interessi e diritti siciliani, sotto
la “direzione dell’aristocrazia”.
Fu così che personaggi mafiosi del tipo di Giuseppe Coppola, Santo Mele e Salvatore Miceli divennero
“patrioti” e garibaldini, insieme a decine di altri capi delle squadre dei “picciotti”, spesso costituite da ribaldi d’ogni genere, tra i quali numerosi erano i delinquenti comuni evasi dalle galere.
Garibaldi, a sua volta, non andò troppo per il sottile nel vaglio delle qualità morali e dei precedenti penali di quello che fu definito lo “stupendo popolo siciliano impegnatosi nella rivoluzione nazionale”.
A questo punto, è doveroso evidenziare che la mafia siciliana di allora non era affatto quell’organizzazione criminale cui le cronache di oggi ci hanno abituato; era piuttosto una sorta di generone di aristocratici che – vuoi per blasone, vuoi per la consistenza patrimoniale – esercitavano un’influenza risoluta sulla gente che lavorava per loro.
Solamente con l’arrivo di Garibaldi, essa fece il c.d. salto di qualità, delineandosi in quel momento un vero e proprio spartiacque nell’evoluzione e nella storia della Mafia.
Quali premure, quali motivi indussero gente di tal fatta, non solo ad un appoggio generico alla spedizione garibaldina, ma a scendere direttamente in campo organizzando le squadre armate dei “picciotti”?
La risposta resterebbe problematica se non potessimo disporre delle dichiarazioni rese, dal duca Gabriele Colonna di Cesarò, alla “prima” Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della Mafia (costituita con legge del 3 luglio 1875 e presieduta dall’onorevole Borsani), documento questo che consiglio vivamente di leggere.
Coinvolta nella vicenda, l’organizzazione si rese per la prima volta conto di poter giocare un ruolo diverso nella società siciliana e non solo in quella: non più “contro” il governo centrale, ma “di sostegno al potere politico”.
Sopravvissuta fino ad allora per garantire i privilegi baronali soprattutto nelle campagne, e combattuta dal governo borbonico, la Mafia trovò qui l’occasione di costituirsi delle benemerenze presso il
nuovo potere (in condizione di parità e non più di sudditanza), di espandere la sua azione nelle città e in campi di attività fino ad allora preclusi, e di trattare con la politica alla pari, quando non addirittura in posizione di privilegio.
Qualcuno li chiamò e li chiama ancora eufemisticamente liberali, qualche altro li chiama con il loro
vero nome; il fatto è che le organizzazioni criminali meridionali, nel 1860-61, entrarono a pieno titolo nella vita sociale, economica e politica dello Stato, mutando la loro caratteristica: la Mafia, da
parassitaria, diventò imprenditoriale e politica.
Totò Riina, nelle sue articolate memorie difensive affermò, con dovizia di particolari ed un ostentato orgoglio, che la sua “famiglia” corleonese aveva partecipato attivamente all’unificazione italiana, avendo
capeggiato le fila dei famosi “picciotti siciliani”, i tanto decantati eroi (mafiosi) dalla storiografia risorgimentale che, direttamente od indirettamente, fiancheggiarono l’impresa di Garibaldi.
E gli storici, che hanno analizzato i processi delinquenziali in Sicilia, sono stati in grado di dimostrare che la Mafia, per emergere, aveva bisogno dell’unità d’Italia e di un regime democratico a suffragio universale sempre più vasto. Le lupare dovevano sparare per Sua Maestà savoiarda; e, pertanto, i mafiosi si schierarono con Vittorio Emanuele II e con Garibaldi: lasciarono perdere le utopie social-repubblicane e fecero riferimento a casa Savoia, perché lì esisteva un terreno fertile di possibile scambio con i poteri dello Stato e quindi di legittimazione della propria attività. Per questo motivo, la grande evoluzione (con la visibilità del fenomeno mafioso stesso) si realizzò e manifestò negli anni dell’unità d’Italia. I suoi esponenti rimasero sì contro la legge, ma cercarono, con i voti ed anche sparando ed uccidendo, di conquistare i comuni, le amministrazioni pubbliche, i centri di spesa governativi.
Successivamente, a Napoli, il Garibaldi manterrà un analogo rapporto privilegiato anche con la Camorra, la quale assumerà, di conseguenza, lo stesso atteggiamento dell’Onorata Società siciliana. La Camorra fu sfruttata da Garibaldi con l’aiuto dell’ultimo Ministro dell’Interno del governo borbonico, l’avv. liberale Liborio Romano, il quale, dopo la partenza da Napoli di Francesco II, affidò ai camorristi la patente di “tutori dell’ordine pubblico”. Costoro approfittarono della situazione senza alcuno scrupolo e, di fatto, furono i collaborazionisti più determinati degli invasori. La bella società riformata, come veniva chiamata all’epoca la Camorra, fece, così, un deciso salto di qualità, mentre durante il governo borbonico era stata tenuta ai margini del vivere civile.
Un puntuale riscontro di quanto appena detto lo si trova proprio nelle memorie di Liborio Romano,
pubblicate nel 1873, il quale riferì testualmente: «Fra tutti gli espedienti che si offrivano alla mia mente agitata per la gravezza del caso, un solo parsemi, se non di certa, almeno probabile riuscita; e lo
tentai. Pensai di prevenire le triste opere dei camorristi, offrendo ai più influenti loro capi un mezzo per riabilitarsi... tirare un velo sul loro passato e chiamare i migliori fra essi a far parte della novella
forza di polizia...».
A proposito, poi, della masse contadine alle quali sarebbe stata resa “libertà dall’oppressione borbonica e siciliana, ripristino degli usi civici, occupazione delle terre”, (peraltro, le promesse non mantenute di Garibaldi ebbero un tragico epilogo nei fatti Bronte), ricordiamo che il governo borbonico non si
era mai sognato di alienare i beni demaniali, mentre quello sabaudo, dopo l’unificazione, lo fece sistematicamente per avere liquidità. Ma vi è di più. Lo Stato borbonico, nella gestione del demanio, presentava delle notevoli connotazioni di carattere sociale. Tanto per esemplificare, ciascun paese aveva delle selve demaniali sulle quali la cittadinanza poteva esercitare gli usi civici, vale a dire che, nei
boschi del demanio, i cittadini potevano esercitare il diritto di pascolo e di legnatico. Poiché si trattava sovente di boschi di querce, il primo diritto stava a significare che i contadini e gli allevatori di animali potevano utilizzare gratuitamente soprattutto le ghiande, frutti questi molto utili per l’allevamento dei maiali, i quali costituivano la fonte quasi esclusiva delle proteine alimentari per le classi meno abbienti. Il secondo diritto consentiva di far legna con la quale riscaldarsi e cuocere i cibi. Fatte le debite proporzioni, sarebbe come se oggi lo Stato fornisse gratuitamente le fonti di energia a gran parte della popolazione, tanto che potremmo paragonare tali selve agli odierni pozzi di petrolio. Ma, dopo l’unificazione, queste selve in massima parte vennero sdemanializzate e vendute all’asta, per essere acquistate dai soliti loschi speculatori.
Ciascun Comune del Regno delle Due Sicilie esercitava un minuzioso controllo sui prezzi dei beni di prima necessità. Dopo l’unificazione, tali poteri furono aboliti in applicazione del noto principio liberistico del ”laissez faire, laissez passer”. Com’è ovvio, i prezzi salirono a tutto discapito delle classi meno abbienti e a tutto vantaggio dei commercianti.
Nel Regno delle due Sicilie, inoltre, un importante ruolo sociale veniva svolto dalla Chiesa, grazie ai beni che la stessa possedeva, rappresentati per lo più da appezzamenti di terreno: la cosiddetta “manomorta ecclesiastica”. La Chiesa concedeva tali terreni in enfiteusi ai contadini. Tale tipo di rapporto aveva una lunga durata (almeno trentennale) ed un costo molto basso per il cessionario: in tal modo, anche chi non disponeva dei mezzi per poter acquistare la terra, poteva prendere in enfiteusi uno o più appezzamenti di terreno, lavorarli e, con i frutti, mantenere la famiglia. Dopo l’unità, tutto questo non fu più possibile, in quanto i beni ecclesiastici furono confiscati dallo Stato italiano.
Il fatto, poi, che Garibaldi fosse il più grande “stratega” popolare che sia mai apparso nella storia
italiana è pura leggenda, alla luce di quanto verrà fra poco detto. Innanzitutto, riportiamo quanto affermato dallo stesso Vittorio Emanuele II, dopo l’incontro di Teano, in una lettera inviata a Cavour:
«...come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene, siatene certo, questo personaggio non è affatto docile, né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso
ritenete. ”"”Il suo talento militare è molto modesto”””, come prova l’ affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi
interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa».
Un discorso a parte merita la “famosa” battaglia di Calatafimi, avvenuta il 15 maggio 1860, relativamente alla quale i cc. dd. “conti non tornano”; infatti, come ha fatto un migliaio, quantunque
di “coraggiosi” volontari male armati, a prevalere contro quasi tremila soldati borbonici organizzati e bene armati? Erano tutti dei “supermen”? No assolutamente!!! A Calatafimi, la vittoria non fu
conseguita sul campo, bensì “comprata” dallo stesso Garibaldi, il quale aveva preventivamente corrotto il generale borbonico Francesco Landi; la qual cosa spiega anche l’ostentata sicurezza con la quale il
nizzardo affermò: «Bixio, qui si fa l’Italia o si muore», in quanto era ben sicuro di... non morire!
Infatti, proprio allorquando le truppe borboniche stavano sgominando i garibaldini con un battaglione (quattro compagnie) dell’8° Cacciatori al comando del maggiore Michele Sforza, vennero costrette a ritirarsi per ordine del generale borbonico Francesco Landi.
Il giorno 17 maggio, il Landi, dopo aver fatto fare inutili giri alle truppe, si ritirò incomprensibilmente in Palermo. Il comportamento del Landi diventerà comprensibilissimo allorquando si scoprirà che lo stesso aveva ricevuto da emissari di Garibaldi una fede di credito (documento simile agli odierni assegni) di 14.000 ducati (valutabile in circa 3 milioni di euro attuali!) come prezzo del suo tradimento. Lo storico Giacinto de’ Sivo così scrisse: «Che fuggisse per codardia non è da credere, ché la zuffa lontana da lui potea finire vittoriosa, sol ch’avesse mandato un altro battaglione. Traditore il gridò concorde la fama, traditore affermavanlo a voce molti garibaldini stessi. Seguita la catastrofe del regno, ei si moriva improvviso in marzo ‘61; e fu notorio, e anche stampato il perché, ch’io ho verificato vero. Mandò al banco di Napoli a cambiare una polizza di 14.000 ducati, ma trovatasi essere di 14 ducati, e alterata e falsa nella cifra, costretto a parlare confessò averla dal Garibaldi; Landi, per dolore tocco d’apoplessia, lo stesso giorno morì». Si trattò di un caso di Giustizia Divina?
Il deputato piemontese Pier Carlo Boggio, intimo amico di Persano, pubblicò nello stesso 1860 un pamplet con il quale spiegò come si erano in realtà svolti i fatti e come l’avventura garibaldina si era dimostrata una “facile passeggiata militare” solo grazie all’opera di diplomazia e di corruzione esercitata dal governo sardo. Il Boggio si domandò: «Ha Garibaldi il diritto di porre condizioni? Liberò la Sicilia – sta bene – ; ma, di grazia, con quali armi? Il Generale risponda: da chi ebbe i cannoni e le munizioni da
guerra? E le somme ingenti di denaro? Perché, Generale, entraste in Napoli senza colpo ferire? Chi ha fatto in modo che i capi disperdessero le loro truppe? Garibaldi vuol cacciare Cavour? Che spieghi prima che fine hanno fatto le somme di pubblica ragione trovate in Palermo, e nelle altre della stessa natura, ma anche più considerevoli trovate in Napoli! Volete un saggio di quel poco che moltissimo giunse insino a noi?» E, quindi, Boggio descrisse le “eroiche” gesta compiute in nome della libertà: «La dittatura è fatta sinonimo di anarchia; di qua e di là del Faro non sono più leggi, non è più amministrazione regolare, non tutela delle persone e delle proprietà, non tribunali, non rodine, nulla insomma di ciò che costituisce il vivere civile di uno Stato; ai cittadini è venuta meno la tutela delle leggi antiche, senza che siasi introdotta la protezione delle leggi nuove; suppliscono alla lacuna il capriccio e l’arbitrio». Ed ancora: «Lo sperpero del denaro pubblico è incredibile, si acquistano navi e materiali da guerra assolutamente superflui, navi comprate all’estero, roba da rifiuto, inabili a tenere il mare, somme
ingenti favolose scompaiono colla facilità e rapidità stessa colla quale furono agguantate dalle casse Borboniche».
Ma Pier Carlo Boggio non fu il solo a dire la verità sulla effettiva essenza delle facili vittorie garibaldine; intervennero anche Maxim Du Camp che parlò di “passeggiata militare, stancante è vero, ma senza rischio alcuno”, e lo stesso Agostino Bertani, che definì il tutto un insieme di “facili vittorie”, suscitando l’ira di Garibaldi. Il massone Pietro Borrelli, firmandosi con lo pseudonimo di Flaminio, nell’ottobre 1882, sulla rivista tedesca Deutsche Rundschau, scrisse: «Non si deve lasciar credere in Europa che l’unità italiana, per realizzarsi, avea bisogno d’una nullità intellettuale come Garibaldi. Gli iniziati sanno che tutta la rivoluzione in Sicilia fu fatta da Cavour, i cui emissari militari, vestiti da merciaiuoli girovaghi, percorrevano l’isola e compravano a prezzo d’oro le persone più influenti».
Ma gli storici risorgimentalisti si sono ben guardati dal menzionare tali fonti, peraltro di parte piemontese, e, pertanto, di riferire la verità dei fatti!
Circa l’offerta del presidente Lincoln a Garibaldi del comando dell’esercito nordista, bisogna dirla tutta, in quanto si tratta di un’altra delle più diffuse leggende garibaldine. Sentiamo cosa dice al riguardo Gilberto Oneto nella sua opera “L’iperiltaliano”: «L’8 giugno 1861, il console americano ad Anversa manda a Garibaldi una lettera, autorizzata dal suo governo, con la quale offre al generale un comando
nell’esercito nordista. Garibaldi risponde subito che ci sono due ostacoli: Vittorio Emanuele ha bisogno di lui in Italia e il presidente Lincoln non ha abolito la schiavitù dappertutto. La risposta suona per
lo meno pretestuosa, ma la trattativa va avanti ugualmente. L’ambasciatore riceve l’incarico di insistere e Garibaldi risponde che può accettare solo se il re non ritiene necessaria la sua presenza in patria. Anche questa sembra una scusa che, oltre tutto, coinvolge una terza parte, e cioè Vittorio Emanuela. Garibaldi scrive al re chiedendo la sua autorizzazione: in realtà è un modo elegante ma un po’ scoperto
per fargli mettere per iscritto se ha in mente qualche imminente iniziativa per Roma e per Venezia. Il re gli risponde di fare quel che gli pare, forse anche con la speranza di levarselo di torno. Garibaldi
si è cacciato in un guaio: il 6 settembre l’ambasciatore Henry Shelton Sanford arriva a Caprera portandogli personalmente la risposta reale. Messo con le spalle al muro, Garibaldi non trova di meglio che alzare il tiro: vuole la carica di comandante in capo dell’esercito americano e l’abolizione tout-court della schiavitù. Imbarazzato per tanta sfacciataggine, Sanford rilancia la nomina di generale di divisione:
non se ne fa niente. Garibaldi se ne resta sdegnoso a Caprera e si risparmia una rogna colossale». Ed, a questo punto, corre l’obbligo di evidenziare al signor Barone che le date da lui indicate mal si
conciliano fra loro, in quanto i fatti di Aspromonte, con la ferita del nostro, sono successivi alla richiesta del presidente Lincoln e datano 29 agosto 1862.
A proposito di “odio razziale”, di cui egli accusa coloro che non osannano Garibaldi, è sufficiente ricordare che, in Sud America, l’eroe dei due mondi era stato anche mercante di schiavi: nel 1852, come capitano di mare, prese un “comando” per dei viaggi in Cina. All’andata trasportava guano (dai depositi di escrementi di uccelli che si trovavano nelle isole al largo del Perù), al ritorno trasportava
Cinesi, rapiti e venduti come schiavi per lavorare il guano. Questi particolari, inerenti la tratta degli schiavi cinesi, risultano da una testimonianza scritta dell’armatore dell’epoca Pietro Denegri, le cui
navi venivano utilizzate da Giuseppe Garibaldi. Infine, relativamente al “riferimento alle formazioni partigiane che, nel nome di Garibaldi, saldarono il ‘primo’ al ‘secondo’ Risorgimento”, è bene tener presente che l’immagine ed il “prestigio” di Garibaldi (la cui leggenda è stata ben creata dagli storici risorgimentalisti) sono stati utilizzati, si presume, in perfetta buona fede, dai più diversi movimenti politici
italiani, compresi fra l’estrema destra e l’estrema sinistra; c’è stato chi lo ha osannato quale “campione di democrazia” e chi lo ha definito “figura emblematica di perfetto dittatore”.
Questo volersi appropriare dell’”eroe dei due mondi”, per arruolarlo sotto la propria bandiera, ricorda tanto un episodio di un film di Totò, Destinazione Piovarolo, nel quale viene menzionato, appunto, il nostro personaggio. In detto film, un vecchio garibaldino era solito intrattenere la gente del paese
ed anche qualche forestiero di passaggio, raccontando il già ricordato episodio, enfaticamente raccontato dalla storiografia risorgimentale, in cui il “generale” avrebbe sentenziato: «Qui si fa l’Italia o si
muore!».
Diffusasi la notizia, non tanto dell’esistenza ancora in vita di un vecchio “camicia rossa”, quanto quella che il medesimo era un prezioso testimone, poiché avrebbe ascoltato in prima persona la celeberrima frase dell’eroe, alcuni uomini politici dell’epoca si recarono a Piovarolo al fine di ottenere (ovviamente dietro un buon compenso!) dal vecchio superstite garibaldino, oramai in fin di vita, una dichiarazione autografa, in cui il categorico ed imperioso pensiero del generale risultasse opportunamente modificato, in modo da conferire alla medesima frase un significato ed una valenza politica, o meglio, partitica.
In sostanza, mentre da una parte, un onorevole socialista chiedeva che il documento scritto contenesse l’affermazione: “Qui si fa l’Italia socialista o si muore!”, un onorevole del partito popolare cercava di ottenere che la frase recitasse: “Qui si fa l’Italia popolare o si muore!”. Totò, che nel film impersonava il capostazione di Piovarolo, cercava di interporre i suoi buoni uffici, affinché il vecchio reduce assecondasse il migliore offerente.
La storia è ambientata nel 1922 ed, allorquando il capostazione vide transitare un treno che trasportava a Roma un contingente di squadristi, si precipitò a casa del garibaldino, con l’intento di fargli redigere e
sottoscrivere un nuovo testo che recitasse: “Qui si fa l’Italia fascista o si muore!”. Ma, ahimé, allorquando Totò giunse a casa del vecchio garibaldino, questi aveva già reso la propria anima a Dio!
Oggi, esiste addirittura una fabbrica di tabacchi che produce i “sigari Garibaldi”.
Tuttavia, la sincerità e l’umanità di Garibaldi emersero in più di un’occasione: il giorno 5 dicembre 1861, allorquando, in pienoParlamento a Torino, così definì i suoi famigerati “Mille”: «Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e, tranne poche eccezioni, con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto»; allorquando, probabilmente assalito dai rimorsi per gli immensi danni cagionati al Sud d’Italia, in una lettera del 1868 all’attrice Adelaide Cairoli, scrisse: «Gli oltraggi subiti dalle
popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà
cagionato solo squallore e suscitato solo odio»; nonché quando, nel 1880, affermerà: «Tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa miserabile all’interno e umiliata all’estero ed in preda alla
parte peggiore della nazione».
Nello scusarmi per la lunghezza della mia lettera, ma la complessità dell’argomento lo richiedeva, porgo i miei più distinti saluti,
CARMELO BENE LEGGE IL CANTO XXVI DALL'INFERNO DI DANTE
Lettura del canto XXVI dall'inferno della divina commedia di Dante Alighieri commendato liberamente con delle immagini
Lettura del canto XXVI dall'inferno della divina commedia di Dante Alighieri commendato liberamente con delle immagini
sabato 25 aprile 2009
Comunali a Suzzara : Presentato il Partito del Sud

Gazzetta di Mantova del 25/04/2009
per leggere fare clik sull'immagine..
.
L'articolo si riferisce alla presentazione del PdSUD del 23/04/09 scorso a Suzzara (MN)

Gazzetta di Mantova del 25/04/2009
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L'articolo si riferisce alla presentazione del PdSUD del 23/04/09 scorso a Suzzara (MN)
La retorica del 25 aprile

Di Nicola Zitara
Il pane che mangiamo non ci viene dalla Toscopadana, ma è frutto del nostro lavoro, del lavoro dei nostri padri e madri, e in termini politici della nostra schiavitù. Non è nostro, invece, il 25 aprile, il giorno in cui i tedeschi, che occupavano la Padana, chiesero la resa alle forze angloamericane che li avevano sconfitti.
Fra i combattenti antinazisti c’erano anche i partigiani toscopadani, fra cui qualche meridionale che, tagliato fuori dal suo paese, a causa del fronte di Cassino, si era dato alla macchia per sottrarsi alla deportazione in Germania.
Ma ciò non basta a fare nostro il 25 aprile.
Solo il servilismo e un’insulsa retorica può farcelo celebrare come nostro.
Certo servilismo. Infatti, soltanto questo può spiegare come la stessa cosa fatta dalle popolazioni meridionali contro gli invasori e saccheggiatori francesi, prima, e poi contro gli invasori e saccheggiatori sabaudi, debba chiamarsi brigantaggio, e perché Frabrizio Ruffo, uno degli uomini migliori e dei più abili condottieri che il Sud abbia mai prodotto non debba avere i riconoscimenti che ottiene un bullo resistenziale del tipo Giorgio Bocca..
C’era una data, il 4 novembre, che gli italiani e gli italici celebravano assieme giustamente, perché il sangue dei meridionali e dei toscopadani si era mescolato per gli stessi rivoli di morte sulle giogaie alpine, per difendere Milano e Venezia da un ritorno del tallone tedesco e riportare alla Padana le terre trentine e giuliane, e le belle città di Trento e Trieste.
Era il giorno che celebrava il dono che i contadini meridionali avevano fatto alla patria, da cui speravano un riconoscimento egualitario.
Ma la celebrazione è stata retrocessa nel calendario delle festività nazionali in posizione secondaria. I marmorei monumenti ai caduti, obolo dei superstiti al ricordo dell’immane carneficina, troneggiano ancora su ogni piazza d’Italia a simboleggiare un passato senza ricordo.
Prima o poi un qualche ministro bossista li farà rimuovere, in quanto non appartenenti al comune sentire. E a ragione.
Infatti il sogno mazziniano di fare l’Italia-una, con Roma capitale a saldare i due tronconi, se vitalità aveva avuto nell’olocausto delle plebi in grigioverde, si spense nel 1943, allorché gli angloamericani furono bloccati nella loro avanzata un centinaio di chilometri a nord di Napoli.
Il Sud ebbe la sua liberazione due anni prima, mentre la Toscopadana pativa mille sofferenze umane e familiari. Fu la dura esperienza della guerra civile che portò i padani a ripudiare le basi ideologiche dello stato sabaudo su cui avevano organizzato lo stato nazionale e con cui aveva assoggettato il Sud nel 1860, e le stesse basi ideologiche del fascismo, con cui avevano rinsaldato il sistema padanista dopo il Biennio rosso. Repubblica, Democrazia, Resistenza, Bella ciao.
Il 25 aprile del 1945 inaugura la nuova dittatura di Milano sul paese.
Riccardo Lombardi, un socialista catanese che è il prefetto politico di Milano, fa e disfà i governi romani del Comitato di Liberazione Nazionale. Neanche la favolosa rimonta democristiana, due anni dopo, porta al riequilibrio il paese diviso e scompaginato. Il ministro del tesoro, Einaudi, spinge ogni briciola delle risorse nazionali verso la Padana da ricostruire. Gli operai di Milano e di Torino hanno nuovamente il loro lavoro, quelli di Napoli cantano alla luna.
Lo stato finanzia i mezzadri rossi dell’Emilia e della Romagna, mentre le regioni che restano fuori del giro resistenziale, partendo dal Triveneto e scendendo attraverso le Marche e il Lazio fino al Sud, spalancano i confini alla fuga di una parte considerevole della loro popolazione. Un dualismo nazionale di tale portata è possibile soltanto se la retorica è disseminata in ogni ganglio della società civile. La nefasta opera dei maestri elementari, già sperimentata con Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele e Mussolini, viene rimessa in opera a favore della Resistenza. La Toscopadana torna a trionfare, mentre il Sud, una botta dopo l’altra, cade in ginocchio e sputa sangue dalla bocca.
Ormai, a sua difesa non ha più neppure l’umile lavoro del contadino, la sua fame, e meno che mai il prodigioso monopolio mondiale delle produzioni agrumarie. Certo il Sud serve tuttora alla Padana come massa di consumatori, come fruitore e finanziatore di valuta estera fift fift con il banchiere, che sfrutta la sua miracolosa capacità di narcotrafficare, nonché come produttore di truppa di pronto impiego, di carabinieri, di giudici e commissari di polizia. E se qualche volta il paese vacilla perché ha subodorato l’inganno resistenziale, la presa per i fondelli si affina e arriva qualcuno a sventolare il tricolore e a intonare l’inno di Mameli. Non sono un moralista, ma soltanto un uomo di questa terra che, essendo vissuto a lungo, ha visto inganni e dolori. Tutte le nazioni antiche e moderne – dall’Egitto dei faraoni agli odierni Stati Uniti d’America - hanno sofferto e soffrono dei mali di cui ho fatto soltanto un breve elenco emozionale.
Però non è scritto da nessuna parte che gli uomini elevati a cittadini debbano essere dei “coglioni”, secondo l’efficace definizione di un milanese che non traligna dalla migliore antropologia ambrosiana. Bossi no, in verità.
Fa, infatti, leghe e leghisti a Catania e periferia calabrese.
La lotta politica prevede i ribelli, gli scontenti, i delusi, gli avversari; la lotta per la libertà contempla la rivolta, l’insurrezione, la rivoluzione.
Da nessuna parte è scritto che le popolazioni meridionali, casomai volessero una o l’altra di dette cose, debbano chiedere la benedizione del cardinale di Milano, l’assenso del segretario della CGIL e dell’acrobatico incassatore di beffe berlusconiane, D’Alema, nonché il parere di Eugenio Scalfari e il placet di Alberto, Filippo, Carlo, Luca Maria Cordero di Monteprezzemolo.
Se il simpatico Bertinotti s’impappina in contorsioni riformistiche e si avvinghia in danze tarantolate per farsi accettare dai manager al servizio della famiglia Agnelli, dovremmo pur poter ridacchiare - e non perché la cosa è un inestetismo, ma perché le non celestiali parabole del riformismo padano sono ammirevolmente divertenti.
Il Meridione emunto è un paese che rappresenta ancora un terzo della popolazione dello stato. In detto emunto paese, un terzo della popolazione non ha mai visto un lavoro. Cosa mai ci può importare se la Fiat chiude o resta aperta, quando, nonostante il dato relativo alla nostra disoccupazione, il governo si adopera a stuzzicare gli extracomunitari ad approdare sulle nostre amate sponde? E ancora: la domenica di Pasqua, due illustri giornalisti e commentari di ‘la Repubblica’, Alberto Statera e Ilvo Diamanti, hanno spiegato a Prodi e a tutta la sinistra che le più illustri regioni padane, le più nobili terre d’Italia, hanno votato a maggioranza Berlusconi perché lì la gente ha temuto che la sinistra al governo potesse tassare le case e le rendite finanziarie (Bot e depositi bancari).
I due, con il fazzoletto in mano, hanno invitato Prodi e il suo futuro governo a non dare un simile dispiacere alla parte più moderna e produttiva del paese. Ovviamente l’interfaccia nascosta del discorso dice che a pagare saranno sempre i sudici Ciccio e Cola, magari attraverso un consistente aumento dell’IVA che, come imposta, quanto si è più ricchi tanto meno incide. La patria è in pericolo.
Ma questa volta non ci chiede di mandare contadini in grigioverde a difendere le Alpi.
Bastano le tasse.
Fonte: Elealm Siderno, 23 aprile 2006

Di Nicola Zitara
Il pane che mangiamo non ci viene dalla Toscopadana, ma è frutto del nostro lavoro, del lavoro dei nostri padri e madri, e in termini politici della nostra schiavitù. Non è nostro, invece, il 25 aprile, il giorno in cui i tedeschi, che occupavano la Padana, chiesero la resa alle forze angloamericane che li avevano sconfitti.
Fra i combattenti antinazisti c’erano anche i partigiani toscopadani, fra cui qualche meridionale che, tagliato fuori dal suo paese, a causa del fronte di Cassino, si era dato alla macchia per sottrarsi alla deportazione in Germania.
Ma ciò non basta a fare nostro il 25 aprile.
Solo il servilismo e un’insulsa retorica può farcelo celebrare come nostro.
Certo servilismo. Infatti, soltanto questo può spiegare come la stessa cosa fatta dalle popolazioni meridionali contro gli invasori e saccheggiatori francesi, prima, e poi contro gli invasori e saccheggiatori sabaudi, debba chiamarsi brigantaggio, e perché Frabrizio Ruffo, uno degli uomini migliori e dei più abili condottieri che il Sud abbia mai prodotto non debba avere i riconoscimenti che ottiene un bullo resistenziale del tipo Giorgio Bocca..
C’era una data, il 4 novembre, che gli italiani e gli italici celebravano assieme giustamente, perché il sangue dei meridionali e dei toscopadani si era mescolato per gli stessi rivoli di morte sulle giogaie alpine, per difendere Milano e Venezia da un ritorno del tallone tedesco e riportare alla Padana le terre trentine e giuliane, e le belle città di Trento e Trieste.
Era il giorno che celebrava il dono che i contadini meridionali avevano fatto alla patria, da cui speravano un riconoscimento egualitario.
Ma la celebrazione è stata retrocessa nel calendario delle festività nazionali in posizione secondaria. I marmorei monumenti ai caduti, obolo dei superstiti al ricordo dell’immane carneficina, troneggiano ancora su ogni piazza d’Italia a simboleggiare un passato senza ricordo.
Prima o poi un qualche ministro bossista li farà rimuovere, in quanto non appartenenti al comune sentire. E a ragione.
Infatti il sogno mazziniano di fare l’Italia-una, con Roma capitale a saldare i due tronconi, se vitalità aveva avuto nell’olocausto delle plebi in grigioverde, si spense nel 1943, allorché gli angloamericani furono bloccati nella loro avanzata un centinaio di chilometri a nord di Napoli.
Il Sud ebbe la sua liberazione due anni prima, mentre la Toscopadana pativa mille sofferenze umane e familiari. Fu la dura esperienza della guerra civile che portò i padani a ripudiare le basi ideologiche dello stato sabaudo su cui avevano organizzato lo stato nazionale e con cui aveva assoggettato il Sud nel 1860, e le stesse basi ideologiche del fascismo, con cui avevano rinsaldato il sistema padanista dopo il Biennio rosso. Repubblica, Democrazia, Resistenza, Bella ciao.
Il 25 aprile del 1945 inaugura la nuova dittatura di Milano sul paese.
Riccardo Lombardi, un socialista catanese che è il prefetto politico di Milano, fa e disfà i governi romani del Comitato di Liberazione Nazionale. Neanche la favolosa rimonta democristiana, due anni dopo, porta al riequilibrio il paese diviso e scompaginato. Il ministro del tesoro, Einaudi, spinge ogni briciola delle risorse nazionali verso la Padana da ricostruire. Gli operai di Milano e di Torino hanno nuovamente il loro lavoro, quelli di Napoli cantano alla luna.
Lo stato finanzia i mezzadri rossi dell’Emilia e della Romagna, mentre le regioni che restano fuori del giro resistenziale, partendo dal Triveneto e scendendo attraverso le Marche e il Lazio fino al Sud, spalancano i confini alla fuga di una parte considerevole della loro popolazione. Un dualismo nazionale di tale portata è possibile soltanto se la retorica è disseminata in ogni ganglio della società civile. La nefasta opera dei maestri elementari, già sperimentata con Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele e Mussolini, viene rimessa in opera a favore della Resistenza. La Toscopadana torna a trionfare, mentre il Sud, una botta dopo l’altra, cade in ginocchio e sputa sangue dalla bocca.
Ormai, a sua difesa non ha più neppure l’umile lavoro del contadino, la sua fame, e meno che mai il prodigioso monopolio mondiale delle produzioni agrumarie. Certo il Sud serve tuttora alla Padana come massa di consumatori, come fruitore e finanziatore di valuta estera fift fift con il banchiere, che sfrutta la sua miracolosa capacità di narcotrafficare, nonché come produttore di truppa di pronto impiego, di carabinieri, di giudici e commissari di polizia. E se qualche volta il paese vacilla perché ha subodorato l’inganno resistenziale, la presa per i fondelli si affina e arriva qualcuno a sventolare il tricolore e a intonare l’inno di Mameli. Non sono un moralista, ma soltanto un uomo di questa terra che, essendo vissuto a lungo, ha visto inganni e dolori. Tutte le nazioni antiche e moderne – dall’Egitto dei faraoni agli odierni Stati Uniti d’America - hanno sofferto e soffrono dei mali di cui ho fatto soltanto un breve elenco emozionale.
Però non è scritto da nessuna parte che gli uomini elevati a cittadini debbano essere dei “coglioni”, secondo l’efficace definizione di un milanese che non traligna dalla migliore antropologia ambrosiana. Bossi no, in verità.
Fa, infatti, leghe e leghisti a Catania e periferia calabrese.
La lotta politica prevede i ribelli, gli scontenti, i delusi, gli avversari; la lotta per la libertà contempla la rivolta, l’insurrezione, la rivoluzione.
Da nessuna parte è scritto che le popolazioni meridionali, casomai volessero una o l’altra di dette cose, debbano chiedere la benedizione del cardinale di Milano, l’assenso del segretario della CGIL e dell’acrobatico incassatore di beffe berlusconiane, D’Alema, nonché il parere di Eugenio Scalfari e il placet di Alberto, Filippo, Carlo, Luca Maria Cordero di Monteprezzemolo.
Se il simpatico Bertinotti s’impappina in contorsioni riformistiche e si avvinghia in danze tarantolate per farsi accettare dai manager al servizio della famiglia Agnelli, dovremmo pur poter ridacchiare - e non perché la cosa è un inestetismo, ma perché le non celestiali parabole del riformismo padano sono ammirevolmente divertenti.
Il Meridione emunto è un paese che rappresenta ancora un terzo della popolazione dello stato. In detto emunto paese, un terzo della popolazione non ha mai visto un lavoro. Cosa mai ci può importare se la Fiat chiude o resta aperta, quando, nonostante il dato relativo alla nostra disoccupazione, il governo si adopera a stuzzicare gli extracomunitari ad approdare sulle nostre amate sponde? E ancora: la domenica di Pasqua, due illustri giornalisti e commentari di ‘la Repubblica’, Alberto Statera e Ilvo Diamanti, hanno spiegato a Prodi e a tutta la sinistra che le più illustri regioni padane, le più nobili terre d’Italia, hanno votato a maggioranza Berlusconi perché lì la gente ha temuto che la sinistra al governo potesse tassare le case e le rendite finanziarie (Bot e depositi bancari).
I due, con il fazzoletto in mano, hanno invitato Prodi e il suo futuro governo a non dare un simile dispiacere alla parte più moderna e produttiva del paese. Ovviamente l’interfaccia nascosta del discorso dice che a pagare saranno sempre i sudici Ciccio e Cola, magari attraverso un consistente aumento dell’IVA che, come imposta, quanto si è più ricchi tanto meno incide. La patria è in pericolo.
Ma questa volta non ci chiede di mandare contadini in grigioverde a difendere le Alpi.
Bastano le tasse.
Fonte: Elealm Siderno, 23 aprile 2006
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