martedì 24 marzo 2009

I delitti di Cialdini ( Terza puntata),


Il generale Fanti, appena messo piede nelle Marche, imprigionò il cardinale di Fermo De Angelis, ad Ancona il cardinale Antonucci, a Foligno il cardinale di Iesi Morichini. Incatenati, furono portati a Torino i Delegati Pontifici di Pesaro e Macerata (8) ( Giacinto Sivo,Storia delle Due Sicilie,Edizioni Brenner, Cosenza, Anno 1985, pag 246) e con essi molti preti e sacerdoti, contadini e pastori.

I generali Cialdini e Fanti che attuarono il saccheggio dei conventi, inviarono i loro squadroni a seviziare le popolazioni cattoliche di quei territori. Il capitano Masi ed i suoi mercenari provenienti da ogni parte d’ Europa ad Orvieto profanarono tutte le chiese ed i conventi rubando pissidi, ori ed argenti votivi, denudarono preti e monaci traducendoli a piedi in Toscana, tra masnade liberalesche di sgherri e delinquenti, fino al carcere di Livorno.

Cialdini imprigionò monsignor Maresca, vicario generale di Napoli ed altri cinque sacerdoti, lo scarcerò solo dopo che un mortale morbo, dovuto alla sporcizia del luogo, ebbe colpito il prelato.

La giunta luogotenenziale di Napoli non perse tempo a sequestrare le rendite e le mense degli arcivescovadi e degli istituti di beneficenza: sul territorio continentale delle Due Sicilie ve ne erano ben 8539 con reddito di 2.579.839 ducati lasciati alla Chiesa dai nostri padri ed incamerati dal governo piemontese ( De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Edizioni Brenner, Cosenza,pag 471).

L’immenso Albergo dei Poveri fatto costruire dai Borbone per togliere dalle strade i mendicanti e dar loro un letto ed un lavoro, per dare ai ragazzi un mestiere, diventò luogo di miseria, di rapine, semenzaio di immoralità. Mandarono fotografi a ritrarre le più belle alunne e poi, riferisce il il De Sivo a pag 417 del citato suo libro, inviarono l’effigie a Torino, per la scelta! Furono dichiarate brigantesse le maestre e le allieve degli educandati dei Miracoli e San Marcellino che non avevano voluto giurare ai nuovi rigeneratori e non avevano voluto cantare il Te Deum per i colonizzatori sabaudi. I rigeneratori, i nuovi colonizzatori, addossarono la colpa di ciò a monsignor Tipaldi il quale fu multato ed incarcerato. I garibaldini il primo di ottobre stamparono una lettera che fecero circolare per la città e indirizzata alla Guardia Nazionale:” i preti, complici del papa. Sono come lui, vostri nemici; lavatevi di questa sozzura. Ogni volta che sul vostro passaggio si incontra la grottesca figura del figlio del sanfedismo e dell’Inquisizione, dovete come schifosa schiacciarla. Fate sparire dalla luce del sole quei cappelloni multiformi, simbolo per l’Italia di miserie e vergogne di diciotto secoli.”(Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Edizioni Brenner, Cosenza, 1985

Tratto dal libro “Le stragi e gli eccidi dei Savoia” di Antonio Ciano

Leggi tutto »

Il generale Fanti, appena messo piede nelle Marche, imprigionò il cardinale di Fermo De Angelis, ad Ancona il cardinale Antonucci, a Foligno il cardinale di Iesi Morichini. Incatenati, furono portati a Torino i Delegati Pontifici di Pesaro e Macerata (8) ( Giacinto Sivo,Storia delle Due Sicilie,Edizioni Brenner, Cosenza, Anno 1985, pag 246) e con essi molti preti e sacerdoti, contadini e pastori.

I generali Cialdini e Fanti che attuarono il saccheggio dei conventi, inviarono i loro squadroni a seviziare le popolazioni cattoliche di quei territori. Il capitano Masi ed i suoi mercenari provenienti da ogni parte d’ Europa ad Orvieto profanarono tutte le chiese ed i conventi rubando pissidi, ori ed argenti votivi, denudarono preti e monaci traducendoli a piedi in Toscana, tra masnade liberalesche di sgherri e delinquenti, fino al carcere di Livorno.

Cialdini imprigionò monsignor Maresca, vicario generale di Napoli ed altri cinque sacerdoti, lo scarcerò solo dopo che un mortale morbo, dovuto alla sporcizia del luogo, ebbe colpito il prelato.

La giunta luogotenenziale di Napoli non perse tempo a sequestrare le rendite e le mense degli arcivescovadi e degli istituti di beneficenza: sul territorio continentale delle Due Sicilie ve ne erano ben 8539 con reddito di 2.579.839 ducati lasciati alla Chiesa dai nostri padri ed incamerati dal governo piemontese ( De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Edizioni Brenner, Cosenza,pag 471).

L’immenso Albergo dei Poveri fatto costruire dai Borbone per togliere dalle strade i mendicanti e dar loro un letto ed un lavoro, per dare ai ragazzi un mestiere, diventò luogo di miseria, di rapine, semenzaio di immoralità. Mandarono fotografi a ritrarre le più belle alunne e poi, riferisce il il De Sivo a pag 417 del citato suo libro, inviarono l’effigie a Torino, per la scelta! Furono dichiarate brigantesse le maestre e le allieve degli educandati dei Miracoli e San Marcellino che non avevano voluto giurare ai nuovi rigeneratori e non avevano voluto cantare il Te Deum per i colonizzatori sabaudi. I rigeneratori, i nuovi colonizzatori, addossarono la colpa di ciò a monsignor Tipaldi il quale fu multato ed incarcerato. I garibaldini il primo di ottobre stamparono una lettera che fecero circolare per la città e indirizzata alla Guardia Nazionale:” i preti, complici del papa. Sono come lui, vostri nemici; lavatevi di questa sozzura. Ogni volta che sul vostro passaggio si incontra la grottesca figura del figlio del sanfedismo e dell’Inquisizione, dovete come schifosa schiacciarla. Fate sparire dalla luce del sole quei cappelloni multiformi, simbolo per l’Italia di miserie e vergogne di diciotto secoli.”(Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Edizioni Brenner, Cosenza, 1985

Tratto dal libro “Le stragi e gli eccidi dei Savoia” di Antonio Ciano

A Bari Conferenza straordinaria Regioni Sud - Il 30 marzo per discutere su piano impiego fondi Fas


(ANSA) - BARI, 23 MAR - Una conferenza straordinaria dei presidenti delle Regioni del Mezzogiorno si terra' a Bari lunedi' 30 marzo. Si fara' per discutere e approvare un documento ufficiale comune da presentare al Governo in merito al piano di impiego dei Fondi Fas. La conferenza straordinaria e' stata convocata dal presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. La mancata intesa sui Fas fece saltare il 19 marzo scorso la riunione della Conferenza Stato-Regioni.


Segnalazione :Redazione Due Sicilie
Leggi tutto »

(ANSA) - BARI, 23 MAR - Una conferenza straordinaria dei presidenti delle Regioni del Mezzogiorno si terra' a Bari lunedi' 30 marzo. Si fara' per discutere e approvare un documento ufficiale comune da presentare al Governo in merito al piano di impiego dei Fondi Fas. La conferenza straordinaria e' stata convocata dal presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. La mancata intesa sui Fas fece saltare il 19 marzo scorso la riunione della Conferenza Stato-Regioni.


Segnalazione :Redazione Due Sicilie

Li chiamarono briganti - Il generale cialdini,brigantaggio



I metodi di repressione del generale cialdini. Ecco chi erano i briganti, ecco come hanno fatto l'Italia. Guardiamo al passato per comprendere il presente, contro chi ha diffamato la nostra storia sui libri di scuola. Per un Sud libero e indipendente.
Leggi tutto »


I metodi di repressione del generale cialdini. Ecco chi erano i briganti, ecco come hanno fatto l'Italia. Guardiamo al passato per comprendere il presente, contro chi ha diffamato la nostra storia sui libri di scuola. Per un Sud libero e indipendente.

lunedì 23 marzo 2009

Nostra risposta alla e-mail del Dr. Montanari


Crediamo che lo scambio di e-mail con il cortese Dr. Montanari Assessore ai Servizi Culturali e Pedagogici del Comune di Castelvetro ponga la parola fine a questa vicenda.

Prendiamo atto con piacere che mai vi è stata volontà da parte del Comune di Castelvetro di rievocare in positivo la figura del Cialdini, ma anzi, come scrive l'Assessore le considerazioni
al riguardo "rappresentano un punto di arrivo decisamente vicino alle valutazioni da Lei espresse".

Nel ringraziare quindi il Dr. Montanari per la cortesia e la sensibilità dimostrata riteniamo che
l' equivoco sia stato chiarito. (PdSUD ER)


---------------------------------------------------------------------------------------




Gentile Dr. Giorgio Montanari,
La ringrazio per la sua risposta, mi fa molto piacere prendere nota, come Lei afferma, che siamo di fronte ad un increscioso equivoco.

Credo però che l'equivoco sia nato dal Vs. comunicato che , dopo una introduzione condivisibile, contiene una frase che riporto:

"Si intende anche realizzare una azione propedeutica alle celebrazioni del 2011, centocinquantunesimo dall’unità d’Italia e duecentesimo dalla nascita del Cialdini."

Inoltre la chiusura del comunicato si presta anche essa a possibili equivoci :

"Viene inoltre presentato, per la prima volta, ed a chiusura di numerose controversie fra studiosi, il documento che comprova la nascita castelvetrese del Cialdini."

Come vede era molto facile equivocare....

Prendo però nota con soddisfazione che non era Vs. intenzione rievocare la figura del Cialdini in termini positivi, ma anzi ne prendete le distanze.

Mi permetto di suggerirLe, se posso, che questo concetto andrebbe ribadito da parte Vostra durante la conferenza, proprio per chiudere questo increscioso equivoco.

D'altra parte nessuno, ovviamente, fa una colpa al Vostro Comune per aver dato i natali al personaggio in questione.


Le ricambio i cordiali saluti

Natale Cuccurese
Coord. Regionale Emilia Romagna Partito del Sud

P.S.: nei prossimi giorni continueremo a postare sul nostro sito la storia a puntate del Cialdini scritta dal nostro Coord. Nazionale Antonio Ciano, non per accanimento, ma solo perchè la conoscenza delle atrocità commesse sia tramandata affinchè mai più si ripetano.

Leggi tutto »

Crediamo che lo scambio di e-mail con il cortese Dr. Montanari Assessore ai Servizi Culturali e Pedagogici del Comune di Castelvetro ponga la parola fine a questa vicenda.

Prendiamo atto con piacere che mai vi è stata volontà da parte del Comune di Castelvetro di rievocare in positivo la figura del Cialdini, ma anzi, come scrive l'Assessore le considerazioni
al riguardo "rappresentano un punto di arrivo decisamente vicino alle valutazioni da Lei espresse".

Nel ringraziare quindi il Dr. Montanari per la cortesia e la sensibilità dimostrata riteniamo che
l' equivoco sia stato chiarito. (PdSUD ER)


---------------------------------------------------------------------------------------




Gentile Dr. Giorgio Montanari,
La ringrazio per la sua risposta, mi fa molto piacere prendere nota, come Lei afferma, che siamo di fronte ad un increscioso equivoco.

Credo però che l'equivoco sia nato dal Vs. comunicato che , dopo una introduzione condivisibile, contiene una frase che riporto:

"Si intende anche realizzare una azione propedeutica alle celebrazioni del 2011, centocinquantunesimo dall’unità d’Italia e duecentesimo dalla nascita del Cialdini."

Inoltre la chiusura del comunicato si presta anche essa a possibili equivoci :

"Viene inoltre presentato, per la prima volta, ed a chiusura di numerose controversie fra studiosi, il documento che comprova la nascita castelvetrese del Cialdini."

Come vede era molto facile equivocare....

Prendo però nota con soddisfazione che non era Vs. intenzione rievocare la figura del Cialdini in termini positivi, ma anzi ne prendete le distanze.

Mi permetto di suggerirLe, se posso, che questo concetto andrebbe ribadito da parte Vostra durante la conferenza, proprio per chiudere questo increscioso equivoco.

D'altra parte nessuno, ovviamente, fa una colpa al Vostro Comune per aver dato i natali al personaggio in questione.


Le ricambio i cordiali saluti

Natale Cuccurese
Coord. Regionale Emilia Romagna Partito del Sud

P.S.: nei prossimi giorni continueremo a postare sul nostro sito la storia a puntate del Cialdini scritta dal nostro Coord. Nazionale Antonio Ciano, non per accanimento, ma solo perchè la conoscenza delle atrocità commesse sia tramandata affinchè mai più si ripetano.

Cortese risposta ,alla ns. e-mail, dal Dr. Montanari Assessore ai servizi Culturali e Pedagogici del Comune di Castelvetro


Gentile Sig. Cuccurese,
Lo stupore che Lei manifesta per la nostra iniziativa, è il medesimo che io ho provato leggendo le sue note.
Le posso assicurare che si tratta di un equivoco dovuto a cattiva informazione, in quanto la Tavola rotonda e la pubblicazione correlata, rappresentano un punto di arrivo decisamente vicino alle valutazioni da Lei espresse.
Ribadisco, punto di arrivo che segue ad altre e diverse situazioni.
Le allego con piacere un mio comunicato nel merito e la mia introduzione al volume.

Cordiali saluti
Dott. Giorgio Montanari
Assessore ai Servizi Culturali e Pedagogici


-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------


Egregio Signore,

debbo necessariamente ritenere la sua comunicazione frutto di un grave equivoco , che Lei potrà verificare immediatamente, semplicemente visitando il sito del Comune di Castelvetro di Modena .

Buona parte di quanto Lei scrive ( e pensa ) è da me ben conosciuto ,in termini generali ed anche nello specifico di numerose situazioni .

Non solo conosciuto ma anche condiviso : l’impostazione della tavola rotonda ed anche della pubblicazione correlata è semplicemente la seguente :

non è un Convegno su Cialdini

se anche lo fosse non lo celebrerebbe.

Si tratta di una ricerca storica basata sulle fonti che intende rileggere in modo critico ed oggettivo il ruolo ed il destino dei vinti ( intenzione dichiarata fin anche in copertina ! ) , fra questi anche il nostro Stato Austro-Estense .

Tutta la mia introduzione al volume, e quanto dirò il giorno 28 p.v. è dettato dalla consapevolezza che occorre divulgare quanto le fonti storiche dimostrano, superando forme retoriche e luoghi comuni proprie di un certo Risorgimento .

Quanto al resto , sono sicuro che , inviandole il volume di studio , avra’ ulteriore conferma della imparzialità di impostazione , propria di ogni seria ricerca scientifica.

Venendo poi ai toni del suo messaggio , capisco che possano essere così sentiti , e preferisco francamente interpretarli come uno stimolo a proseguire in questa opera di analisi storica , che dovrà venire a sintesi nell’anno 2011 .

D’altra parte , proprio questi toni , segni di ferite ancora aperte ,mi convincono della necessità di rivedere anche in sede locale i valori correnti legati al concetto di Stato , di Nazione e di Patria.

Dott. Giorgio Montanari

Assessore ai Servizi culturali



----------------------------------------------------------------------------------------------------------



1859 e dintorni


I periodi di transizione, sono , per l’appunto, questo : situazioni più o meno lunghe di passaggio , di cui si conosce il punto di partenza, intravedendo , forse , quello di arrivo .

Una condizione concomitante di collasso dei sistemi statali , sociopolitici ed etici esistenti , introduce un ulteriore elemento di crisi , anche delle categorie storiografiche ( degli strumenti ) utili per analizzare e valutare quel determinato momento .

L’intervento militare , secondo i crismi del diritto dell’epoca , o semplicemente mettendo in campo tutte le forze a disposizione , rappresenta un’altra chiave di lettura , a rendere più complesso il quadro .

E’ facile constatare come le ricostruzioni ex- post del periodo in questione, snodo decisivo del Risorgimento italiano , abbiano largamente ( e costantemente fino a non molto tempo fa ) negato, minimizzato o accettato come inevitabili le criticità e le problematiche allora presenti.

Da un lato , per una vena di ottimistica e acritica ( ma genuina ) adesione alle “ umane sorti progressive , dall’altro per un uso più strumentale e di parte del risultato finale che ha finito per autogiustificarsi, come l’unica, la migliore, la meno peggiore delle soluzioni possibili .

E’ esperienza comune a tutte le generazioni di studenti della scuola italiana pot-unitaria, in particolare nel ciclo primario , aver appreso le vicende risorgimentali come un risaputo romanzo d’appendice in cui gli stereotipi di figure umane reali assumono ad icona retorica private peraltro dal tumulto, l’adesione convinta, il dubbio , la diversità.

Esemplari sono la memorialistica garibaldina, l’agiografia sabauda , la manualistica scolastica appunto , ed anche la letteratura popolare .

E’ come se l’Italia, carente di una identità comune e condivisa, avesse avuto bisogno ( avesse bisogno ) di procurarsi un’immaginario sufficientemente vicina a quella

melodrammatizzazione della politica (1) nata dal rito del plebiscito annessionistico prima, e poi, dalla celebrazione acritica e mitologica del primo Re d’Italia a livello nazionale, del nostro concittadino Generale Cialdini a livello locale .

Riguardo al processo di “ costruzione nazionale in Italia , ritrovate e distinte le varie posizioni storiche che si sono succedute (2) , credo che , dal nostro punto di vista , quello degli Amministratori comunali , si possa tranquillamente testimoniare

Pappalardo , F., Il Risorgimento , Torino, Einaudi , Annali della Storia d’Italia , p. 481

Battente, S., Il Processo di nation building in Italia –Recenti interpretazioni storiografiche ,

in : www.storiaefuturo.com/it/numero-15/percorsi

- che la percezione ( e la conseguente adesione ) debole della nazione italiana , non sorretta da uno stato efficiente e considerato equo, non ha permesso il compimento di un percorso unitario che appare per molti versi ancora lungo , a fronte anche di altre esperienze europee contraddistinte dalla medesima frammentazione storica e politica di partenza ;

- che , a fronte di questa sostanziale estraneità ed alterità del sistema sovralocale , è rimasta e rimane una forte identità particolare , che corrisponde oggi alle comunità locali : Regioni, Province, Comuni, Parrocchie , insieme ad una crescente adesione ai sistemi solidaristici straordinariamente rappresentati dal volontariato e dall’associazionismo ;

- che la ricerca e la riscoperta identitaria rimandano spesso alla dimensione degli stati preunitari od a significative sottounità territoriali in cui i residenti si riconoscono , anche tramite il patrimonio dialettale o comunque della cultura materiale .

Da questa prospettiva , che individua come prioritari i bisogni territoriali ed il ruolo sussidiario dell’Amministrazione , non possono essere liquidati sbrigativamente come fenomeni illiberali e incomprensibili, le legittime aspirazioni autonomistiche e federali .

La Repubblica stessa , non può basarsi solo ed a sua volta sul nuovo mito resistenziale , e la Resistenza italiana , privata di retorica , è stata ed è uno fra i più straordinari esempi di liberazione dalla dittatura e di transizione verso la democrazia.

Chiaro, quindi, come la ricerca storica presentata in questa pubblicazione , possa diventare un contributo utile per precisare e rivisitare alcune fra le più clamorose “falsificazioni “ storiche , anche in vista dell’appuntamento del 2011 , centocinquantesimo dell’Unità d’Italia , e per noi castelvetresi, anche duecentesimo anniversario della nascita del protagonista Enrico Cialdini.

Non è forse male iniziare a considerare come fenomeno politico importante, l’attenzione che il sud d’Italia sta imponendo all’opinione pubblica , relativamente al cosiddetto fenomeno del

brigantaggio “ .

Imponente e sanguinosa epopea popolare troppo significativa per continuità nel tempo e per le miglia di morti conseguenti, perché la si possa ricondurre in ambito folcloristico, senza dimenticare che al primo periodo di presenza militare ed alla gestione delle repressione fu preposto il nostro Cialdini, comandante delle forze regolari ed affiancato dalla Guardia Nazionale . (3)

Né d’altra parte , è più credibile riproporre l’invenzione di un Regno borbonico arretrato quando le evidenze di storia economica dimostrano esattamente il contrario.

Mentre in ambito locale si registrano tutta una serie di iniziative, che oggi chiameremmo di marketing , tese allora a screditare il governo Austro-Estense, ed iniziate dal Dittatore Farini proprio durante la transizione. ( 4)

Fra senso di appartenenza e diritti negati, fra storia partecipata e storia ufficiale, è quindi dalla comunità locale che occorre ripartire come “ condizione che esprime i bisogni , ed in cui le risposte trovano fondamento .

(3) ………………………..

(4) Documenti riguardanti il governo degli austro-estensi in Modena dal 1814 al 1859- Raccolti da commissione apposita istituita con decreto 21 Luglio 1859 e pubblicata x ordine del Dittatore delle Province modenesi

Modena, Zanichelli, 1860



Leggi tutto »

Gentile Sig. Cuccurese,
Lo stupore che Lei manifesta per la nostra iniziativa, è il medesimo che io ho provato leggendo le sue note.
Le posso assicurare che si tratta di un equivoco dovuto a cattiva informazione, in quanto la Tavola rotonda e la pubblicazione correlata, rappresentano un punto di arrivo decisamente vicino alle valutazioni da Lei espresse.
Ribadisco, punto di arrivo che segue ad altre e diverse situazioni.
Le allego con piacere un mio comunicato nel merito e la mia introduzione al volume.

Cordiali saluti
Dott. Giorgio Montanari
Assessore ai Servizi Culturali e Pedagogici


-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------


Egregio Signore,

debbo necessariamente ritenere la sua comunicazione frutto di un grave equivoco , che Lei potrà verificare immediatamente, semplicemente visitando il sito del Comune di Castelvetro di Modena .

Buona parte di quanto Lei scrive ( e pensa ) è da me ben conosciuto ,in termini generali ed anche nello specifico di numerose situazioni .

Non solo conosciuto ma anche condiviso : l’impostazione della tavola rotonda ed anche della pubblicazione correlata è semplicemente la seguente :

non è un Convegno su Cialdini

se anche lo fosse non lo celebrerebbe.

Si tratta di una ricerca storica basata sulle fonti che intende rileggere in modo critico ed oggettivo il ruolo ed il destino dei vinti ( intenzione dichiarata fin anche in copertina ! ) , fra questi anche il nostro Stato Austro-Estense .

Tutta la mia introduzione al volume, e quanto dirò il giorno 28 p.v. è dettato dalla consapevolezza che occorre divulgare quanto le fonti storiche dimostrano, superando forme retoriche e luoghi comuni proprie di un certo Risorgimento .

Quanto al resto , sono sicuro che , inviandole il volume di studio , avra’ ulteriore conferma della imparzialità di impostazione , propria di ogni seria ricerca scientifica.

Venendo poi ai toni del suo messaggio , capisco che possano essere così sentiti , e preferisco francamente interpretarli come uno stimolo a proseguire in questa opera di analisi storica , che dovrà venire a sintesi nell’anno 2011 .

D’altra parte , proprio questi toni , segni di ferite ancora aperte ,mi convincono della necessità di rivedere anche in sede locale i valori correnti legati al concetto di Stato , di Nazione e di Patria.

Dott. Giorgio Montanari

Assessore ai Servizi culturali



----------------------------------------------------------------------------------------------------------



1859 e dintorni


I periodi di transizione, sono , per l’appunto, questo : situazioni più o meno lunghe di passaggio , di cui si conosce il punto di partenza, intravedendo , forse , quello di arrivo .

Una condizione concomitante di collasso dei sistemi statali , sociopolitici ed etici esistenti , introduce un ulteriore elemento di crisi , anche delle categorie storiografiche ( degli strumenti ) utili per analizzare e valutare quel determinato momento .

L’intervento militare , secondo i crismi del diritto dell’epoca , o semplicemente mettendo in campo tutte le forze a disposizione , rappresenta un’altra chiave di lettura , a rendere più complesso il quadro .

E’ facile constatare come le ricostruzioni ex- post del periodo in questione, snodo decisivo del Risorgimento italiano , abbiano largamente ( e costantemente fino a non molto tempo fa ) negato, minimizzato o accettato come inevitabili le criticità e le problematiche allora presenti.

Da un lato , per una vena di ottimistica e acritica ( ma genuina ) adesione alle “ umane sorti progressive , dall’altro per un uso più strumentale e di parte del risultato finale che ha finito per autogiustificarsi, come l’unica, la migliore, la meno peggiore delle soluzioni possibili .

E’ esperienza comune a tutte le generazioni di studenti della scuola italiana pot-unitaria, in particolare nel ciclo primario , aver appreso le vicende risorgimentali come un risaputo romanzo d’appendice in cui gli stereotipi di figure umane reali assumono ad icona retorica private peraltro dal tumulto, l’adesione convinta, il dubbio , la diversità.

Esemplari sono la memorialistica garibaldina, l’agiografia sabauda , la manualistica scolastica appunto , ed anche la letteratura popolare .

E’ come se l’Italia, carente di una identità comune e condivisa, avesse avuto bisogno ( avesse bisogno ) di procurarsi un’immaginario sufficientemente vicina a quella

melodrammatizzazione della politica (1) nata dal rito del plebiscito annessionistico prima, e poi, dalla celebrazione acritica e mitologica del primo Re d’Italia a livello nazionale, del nostro concittadino Generale Cialdini a livello locale .

Riguardo al processo di “ costruzione nazionale in Italia , ritrovate e distinte le varie posizioni storiche che si sono succedute (2) , credo che , dal nostro punto di vista , quello degli Amministratori comunali , si possa tranquillamente testimoniare

Pappalardo , F., Il Risorgimento , Torino, Einaudi , Annali della Storia d’Italia , p. 481

Battente, S., Il Processo di nation building in Italia –Recenti interpretazioni storiografiche ,

in : www.storiaefuturo.com/it/numero-15/percorsi

- che la percezione ( e la conseguente adesione ) debole della nazione italiana , non sorretta da uno stato efficiente e considerato equo, non ha permesso il compimento di un percorso unitario che appare per molti versi ancora lungo , a fronte anche di altre esperienze europee contraddistinte dalla medesima frammentazione storica e politica di partenza ;

- che , a fronte di questa sostanziale estraneità ed alterità del sistema sovralocale , è rimasta e rimane una forte identità particolare , che corrisponde oggi alle comunità locali : Regioni, Province, Comuni, Parrocchie , insieme ad una crescente adesione ai sistemi solidaristici straordinariamente rappresentati dal volontariato e dall’associazionismo ;

- che la ricerca e la riscoperta identitaria rimandano spesso alla dimensione degli stati preunitari od a significative sottounità territoriali in cui i residenti si riconoscono , anche tramite il patrimonio dialettale o comunque della cultura materiale .

Da questa prospettiva , che individua come prioritari i bisogni territoriali ed il ruolo sussidiario dell’Amministrazione , non possono essere liquidati sbrigativamente come fenomeni illiberali e incomprensibili, le legittime aspirazioni autonomistiche e federali .

La Repubblica stessa , non può basarsi solo ed a sua volta sul nuovo mito resistenziale , e la Resistenza italiana , privata di retorica , è stata ed è uno fra i più straordinari esempi di liberazione dalla dittatura e di transizione verso la democrazia.

Chiaro, quindi, come la ricerca storica presentata in questa pubblicazione , possa diventare un contributo utile per precisare e rivisitare alcune fra le più clamorose “falsificazioni “ storiche , anche in vista dell’appuntamento del 2011 , centocinquantesimo dell’Unità d’Italia , e per noi castelvetresi, anche duecentesimo anniversario della nascita del protagonista Enrico Cialdini.

Non è forse male iniziare a considerare come fenomeno politico importante, l’attenzione che il sud d’Italia sta imponendo all’opinione pubblica , relativamente al cosiddetto fenomeno del

brigantaggio “ .

Imponente e sanguinosa epopea popolare troppo significativa per continuità nel tempo e per le miglia di morti conseguenti, perché la si possa ricondurre in ambito folcloristico, senza dimenticare che al primo periodo di presenza militare ed alla gestione delle repressione fu preposto il nostro Cialdini, comandante delle forze regolari ed affiancato dalla Guardia Nazionale . (3)

Né d’altra parte , è più credibile riproporre l’invenzione di un Regno borbonico arretrato quando le evidenze di storia economica dimostrano esattamente il contrario.

Mentre in ambito locale si registrano tutta una serie di iniziative, che oggi chiameremmo di marketing , tese allora a screditare il governo Austro-Estense, ed iniziate dal Dittatore Farini proprio durante la transizione. ( 4)

Fra senso di appartenenza e diritti negati, fra storia partecipata e storia ufficiale, è quindi dalla comunità locale che occorre ripartire come “ condizione che esprime i bisogni , ed in cui le risposte trovano fondamento .

(3) ………………………..

(4) Documenti riguardanti il governo degli austro-estensi in Modena dal 1814 al 1859- Raccolti da commissione apposita istituita con decreto 21 Luglio 1859 e pubblicata x ordine del Dittatore delle Province modenesi

Modena, Zanichelli, 1860



Finalmente si può andare a votare


Ricevo e posto queste considerazioni personali dell'amico Enrico:



Di Enrico Viciconte


E' notizia recente che il Dott.De Magistris,rompendo ogni indugio,ha chiesto l'aspettativa al C.S.M. per potersi presentare come indipendente nelle liste del I.D.V. nelle vicinissime elezioni del Parlamento Europeo.

Noi,che da lungo tempo non frequentavamo cabine elettorali e non partecipavamo a ludi cartacei,finalmente potremo con il nostro voto continuare a dire di no a questo lercio regime.

De Magistris è un magistrato reo soltanto di aver fatto il proprio dovere e questo è un gravissimo reato agli occhi dei nostri padroni italioti e stranieri;
De Magistris per queste sue colpe è stato delegittimato e gravemente sanzionato.

Certamente il presentarsi col l'I.D.V.non è senza dubbio il massimo,conoscendo il suo chiaccherato capo(rapida carriera da operaio a commissario per finire magistrato,scatola da scarpe con 100 milioni,Mercedes e figlio specialista in raccomandazioni che si dimette dal partito e non dalla carica pubblica),ma d'altra parte o si fa opposizione culturale osi spara o si sceglie quello che puzza di meno.

Anche Grillo ed i Grillini che sono l'unica voce decente in questo squallore che è la nostra vita politica sono intenzionati a dare una mano al De Magistris ,un motivo in più per il Partito del Sud di scegliere un nome ed una battaglia non conformista.
Leggi tutto »

Ricevo e posto queste considerazioni personali dell'amico Enrico:



Di Enrico Viciconte


E' notizia recente che il Dott.De Magistris,rompendo ogni indugio,ha chiesto l'aspettativa al C.S.M. per potersi presentare come indipendente nelle liste del I.D.V. nelle vicinissime elezioni del Parlamento Europeo.

Noi,che da lungo tempo non frequentavamo cabine elettorali e non partecipavamo a ludi cartacei,finalmente potremo con il nostro voto continuare a dire di no a questo lercio regime.

De Magistris è un magistrato reo soltanto di aver fatto il proprio dovere e questo è un gravissimo reato agli occhi dei nostri padroni italioti e stranieri;
De Magistris per queste sue colpe è stato delegittimato e gravemente sanzionato.

Certamente il presentarsi col l'I.D.V.non è senza dubbio il massimo,conoscendo il suo chiaccherato capo(rapida carriera da operaio a commissario per finire magistrato,scatola da scarpe con 100 milioni,Mercedes e figlio specialista in raccomandazioni che si dimette dal partito e non dalla carica pubblica),ma d'altra parte o si fa opposizione culturale osi spara o si sceglie quello che puzza di meno.

Anche Grillo ed i Grillini che sono l'unica voce decente in questo squallore che è la nostra vita politica sono intenzionati a dare una mano al De Magistris ,un motivo in più per il Partito del Sud di scegliere un nome ed una battaglia non conformista.

XXXIX Incontro Tradizionalista di Civitella del Tronto 28 - 29 marzo 2009




Ricevo e posto da Editoriale Il Giglio:

Programma:


Sabato 28 marzo, ore 16.00

Hotel Zunica


Convegno

LA LEGITTIMITA’ DEL POTERE




Domenica 29 marzo, ore 09.30

Salita alla Fortezza di Civitella

Santa Messa in memoria dei Martiri della Tradizione e dei Caduti napoletani

Leggi tutto »



Ricevo e posto da Editoriale Il Giglio:

Programma:


Sabato 28 marzo, ore 16.00

Hotel Zunica


Convegno

LA LEGITTIMITA’ DEL POTERE




Domenica 29 marzo, ore 09.30

Salita alla Fortezza di Civitella

Santa Messa in memoria dei Martiri della Tradizione e dei Caduti napoletani

Al Comune di Castelvetro di Modena (seconda puntata). L’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni fu ordinato da Cialdini.



Di Antonio Ciano


Il 25 aprile del 1861, Carlo Melegari, bersagliere di Sua Maestà Vittorio Emanuele II, fu promosso Maggiore e prese il comando del 18° battaglione di stanza a Borgo San Donnino. Dopo due mesi di dure esercitazioni in montagna, il neo promosso maggiore ebbe ordine dal Comando della Divisione di Piacenza di partire per Napoli agli ordini del luogotenente Generale Cialdini.

Era il 3 agosto ed il caldo soffocante fiaccava le forze della truppa. Cialdini, sapendo che l’ozio origina sempre i vizi, per mantenere in forma i suoi soldati, li spedí sulle Mainarde a conoscere il terreno e a riparare i fili del telegrafo che i partigiani sudisti avevano distrutto.
L’11 agosto il maggiore Melegari ricevette l’ordine tassativo di rientrare immediatamente in Napoli con il suo battaglione. I giornali riportavano la notizia della rivolta contadina di Pontelandolfo e Casalduni; poiché ormai la stampa era solo filogovemativa, la notizia venne artatamente data dalle redazioni della Luogotenenza.

Il Cialdini era consapevole che bisognava ubriacare l’opinione pubblica di sdegno contro i briganti, e perché ciò si avverasse abbisognava che i quotidiani piú importanti, a tiratura locale e nazionale, parlassero continuamente delle nefandezze e delle malvagità contadine.
Le popolazioni del Sud venivano dipinte come primitive, barbare, invasate di religione, analfabete; i partigiani regi venivano fatti passare per briganti che scannavano e decapitavano i soldati piemontesi.
Il 12 agosto al maggiore Melegari fu ordinato di presentarsi dal generale Cialdini; con solerzia si recò alla luogotenenza, dove lo ricevette il generale Piola-Caselli, che lo fece accomodare e gli disse: - Maggiore, lei avrà sentito parlare di sicuro del doloroso ed infame fatto di Casalduni e Pontelandolfo; ebbene, il generale Cialdini non ordina, ma desidera che quei due paesi debbano fare la fine di Gaeta, ossia devono essere rasi al suolo ed i suoi cittadini massacrati.
Ella, Sig. Maggiore, ha carta bianca ed è autorizzata a ricorrere a qualunque mezzo, e non dimentichi che il generale desidera che siano vendicati i soldati del povero Bracci. Infligga a quei due paesi la piú severa delle punizioni e ai suoi abitanti faccia desiderare la morte. Ha ben capito?.

Melegari:- Signorsí, so benissimo come si devono interpretare i desideri del generale Cialdini. Sono stato con lui in Crimea e con lui ho fatto tutta la campagna del 1859, cosa devo fare. Cialdini in un’altra stanza stava istruendo il generale De Sonnaz che doveva dirigere le operazioni. Melegari partí con una compagnia di quattrocento soldati e il 13 mattina giunse a Solopaca; a mezzogiorno nei pressi di Guardia.
Alle due del mattino del 14 agosto Melegari ed i suoi quattrocento eroi avevano invaso San Lupo; fece svegliare il capitano della Guardia Nazionale al quale disse: -Capitano, mi occorrono duecento uomini, devo attaccare i briganti. - Maggiore, i briganti sono tanti e bene armati.
Ci faranno a pezzi se andiamo sul loro terreno! - rispose l’ufficiale della guardia nazionale. Melegari: - Capitano, niente di tutto questo, non sono venuto qui per combattere contro Giordano, ora è troppo forte. Sono venuto qui per punire gli abitanti di Casalduni; a Pontelandolfo sta dirigendosi De Sonnaz. So cosa devo fare. Lei deve occupare il promontorio da cui si domina la valle ed aspettare miei ordini. Qualcuno, forse qualche parente del capitano della guardia nazionale, corse ad avvertire il sindaco di Casalduni, Ursini. Da quel momento iniziò l’esodo dei casaldunesi verso le montagne difese dai partigiani di Giordano .…..
Ursini, conoscendo la storia del Piemonte, conoscendo la barbarie dei suoi ufficiali e la viltà di Cialdini, conoscendo bene le idee liberali massoniche e sapendo che quelle erano idee di conquista, idee di s’opraffazione dell’uomo sull’uomo, idee di arricchimento di pochi a spese dei piú, di libertà di pochi sui piú; idee di democrazia limitata, democrazia di ladri e ladroni; libertà di imbrogliare la gente, libertà di fare brogli elettorali, libertà di ingannare il popolo; idee di conquistare un regno felice e ricco, dove per tutti c’era lavoro;
idee di rubare ai Meridionali le loro ricchezze per trasferirle al Nord, fece spargere per la città la voce che i piemontesi stavan6 per arrivare.

Tutti, o quasi, corsero sui monti. Rimasero in paese solo qualche malato e qualcuno che non credeva ad una dura repressione; qualche altro pensava di farla franca restando chiuso in casa. Alle quattro del mattino il 18° battaglione, comandato dal maggiore Melegari e guidato verso Casalduni dal liberale Jacobelli e dalla spia Tommaso Lucente, ricco nobilotto di Sepino, aveva già circondato il paese. Melegari si attenne agli ordini ricevuti dal generale Piola-Caselli e fece disporre a schiera le quattro compagnie di cento militi ciascuna.
Dovevano aprire il fuoco di fila per incutere paura ai partigiani, che, secondo le informazioni ricevute, avrebbero dovuto difendere Casalduni da attacchi esterni; e poi attaccare il paese, baionetta in canna, di corsa, concentricamente. Le quattro compagnie ebbero il comando di carica alla baionetta dall’eroico Melegari e cominciarono la carneficina ed il saccheggio delle case e delle chiese come erano soliti fare per poi passare ad incendiarle.

La prima casa ad essere bruciata fu quella del sindaco Ursini, indicata alla truppa dal servo nonché traditore Tommaso Lucente da Sepino. Sentendo gli spari e le grida dei bersaglieri, i pochi rimasti in paese uscirono quasi nudi; cercavano la montagna e trovarono la morte, infilzati dalle baionette dei piemontesi. Un certo Lorenzo D’Urso commerciante, fattosi sull’uscio per salutare i soldati, fu crivellato di colpi e poi infilzato dalle baionette; e cosí moltissimi cittadini inermi. L’eccidio fu meno feroce che a Pontelandolfo perché appunto, la gente, avvertita, era scappata. Dopo aver messo a ferro e fuoco Casalduni ed aver sterminato gli abitanti ivi rimasti, l’azzurro ed eroico maggiore Melegari chiamò a sé il tenente Mancini e gli ordinò di andare a Pontelandolfo per ricevere istruzioni dal generale De Sonnaz. Dopo un’ ora il tenente ritornò, scese da cavallo e rivolgendosi al suo maggiore disse: - Possiamo tornarcene a San Lupo1 il colonnello Negri ha distrutto completamente Pontelandolfo. Ho visto mucchi di cadaveri, forse cinquecento, forse ottocento, forse mille, una vera carneficina!. Melegari: - Ci hanno fregati quelli del 36° fanteria!
Casalduni era quasi vuota, qualcuno ha avvertito la popolazione!.
Dalle alture i partigiani osservavano ciò che stava accadendo nei due paesi sanniti. Vedevano tanto fumo, sentivano gli spari dei bersaglieri, si sentivano impotenti di fronte a tanto orrore …… Molti volevano attaccare i piemontesi, anche sapendo di andare incontro a morte certa, visto il divario delle forze in campo ……..
Giordano e i suoi scortarono oltre duemila casaldunesi fino alle porte di Benevento. Una volta in città Ursini chiese udienza al governatore.
Fu incarcerato ! I morti furono tanti a Pontelandolfo e Casalduni, molti di piú che a Montefalcione, San Marco e Rignano, pure eccidiate ed incendiate …….

A Pontelandolfo e Casalduni i morti superarono sicuramente il migliaio, ma le cifre reali non furono mai svelate dal governo piemontese, come mai è stato svelato il numero dei morti della guerra civile del 1860-70.
Il Popolo d’Italia , giornale filo governativo e quindi interessato a nascondere il piú possibile la verità sui morti, indicò in 164 le vittime di quell’eccidio (8), destando l’indignazione persino del giornale francese Patrie, filo unitario, e quella del mondo intero. Ma nessuno intervenne presso il governo dei carnefici piemontesi. L’invasione del Sud costò la vita, l’espatrio, il carcere ed il manicomio ad un milione di persone, costò la libertà e la dignità del popolo meridionale, ma, una cosa è certa, la gente del Molise, degli Abruzzi, del basso Lazio, della Terra di Lavoro, del Sannio, della Capitanata, della Basilicata ha venduto cara la propria pelle; ha dimostrato ai piemontesi ed al mondo di avere carattere e coraggio. Francesco II e la Regina Sofia sui bastioni di Gaeta disprezzarono la morte.

Vittorio Emanuele III di Casa Savoia nel 1943 ha dimostrato di essere un codardo. Cosí il generale Cialdini, un vero assassino e criminale di guerra, a Custoza scappò come un coniglio di fronte all’esercito austriaco. Il colonnello Gaetano Negri (9), milanese purosangue, scrivendo al padre dopo l’eccidio di Pontelandolfo, non mostrò alcun segno di pentimento e di umanità.
Questo signore fu eletto sindaco del capoluogo lombardo negli anni ottanta. Riportiamo qui di seguito uno stralcio di quella lettera:

Napoli, agosto 1861- Carissimo papà, Le notizie delle province continuano a non essere molto liete. Probilmente anche i giornali nostri avranno parlato degli orrori di Pontelandolfo. Gli abitanti di questo villaggio commisero il piú nero tradimento e degli atti di mostruosa barbarie; ma la punizione che gli venne inflitta, quantunque meritata, non fu per questo meno barbara.
Un battaglione di bersaglieri entrò nel paese, uccise quanti vi erano rimasti, saccheggiò tutte le case, e poi mise il fuoco al villaggio intero, che venne completamente distrutto.
La stessa sorte toccò a Casalduni, i cui abitanti si erano uniti a quelli di Pontelandolfo. Sembra che gli aizza tori della insurrezione di questi due paesi fossero i preti; in tutte, le province, e specialmente nei villaggi della montagna, i preti ci odiano a morte, e, abusando infamemente della loro posizione, spingono gli abitanti al brigantaggio e alla rivolta.
Se invece dei briganti che, per la massima parte, son mossi dalla miseria e dalla superstizione, si fucilassero tutti i curati (del Napoletano, ben inteso!), il castigo sarebbe piú giustamente inflitto, e i risultati piú sicuri e piú pronti.. (10)

Una vera bestia immonda. Se simili personaggi hanno fatto l’Italia una, oggi non dobbiamo piangere sulle due Italie: una ricca e prospera e l’altra povera. Questi personaggi hanno distrutto le ricchezze del Sud, hanno massacrato e fucilato gli uomini migliori, mentre hanno costretto all’emigrazione una grande moltitudine di Meridionali. Il 15 agosto 1861 il Generalissimo Enrico Cialdini, dalla sede dell’alto Comando di Napoli, telegrafò al ministro della guerra piemontese e quindi al mondo intero: “ieri all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni” […].

Fonte:ReteSud
Leggi tutto »


Di Antonio Ciano


Il 25 aprile del 1861, Carlo Melegari, bersagliere di Sua Maestà Vittorio Emanuele II, fu promosso Maggiore e prese il comando del 18° battaglione di stanza a Borgo San Donnino. Dopo due mesi di dure esercitazioni in montagna, il neo promosso maggiore ebbe ordine dal Comando della Divisione di Piacenza di partire per Napoli agli ordini del luogotenente Generale Cialdini.

Era il 3 agosto ed il caldo soffocante fiaccava le forze della truppa. Cialdini, sapendo che l’ozio origina sempre i vizi, per mantenere in forma i suoi soldati, li spedí sulle Mainarde a conoscere il terreno e a riparare i fili del telegrafo che i partigiani sudisti avevano distrutto.
L’11 agosto il maggiore Melegari ricevette l’ordine tassativo di rientrare immediatamente in Napoli con il suo battaglione. I giornali riportavano la notizia della rivolta contadina di Pontelandolfo e Casalduni; poiché ormai la stampa era solo filogovemativa, la notizia venne artatamente data dalle redazioni della Luogotenenza.

Il Cialdini era consapevole che bisognava ubriacare l’opinione pubblica di sdegno contro i briganti, e perché ciò si avverasse abbisognava che i quotidiani piú importanti, a tiratura locale e nazionale, parlassero continuamente delle nefandezze e delle malvagità contadine.
Le popolazioni del Sud venivano dipinte come primitive, barbare, invasate di religione, analfabete; i partigiani regi venivano fatti passare per briganti che scannavano e decapitavano i soldati piemontesi.
Il 12 agosto al maggiore Melegari fu ordinato di presentarsi dal generale Cialdini; con solerzia si recò alla luogotenenza, dove lo ricevette il generale Piola-Caselli, che lo fece accomodare e gli disse: - Maggiore, lei avrà sentito parlare di sicuro del doloroso ed infame fatto di Casalduni e Pontelandolfo; ebbene, il generale Cialdini non ordina, ma desidera che quei due paesi debbano fare la fine di Gaeta, ossia devono essere rasi al suolo ed i suoi cittadini massacrati.
Ella, Sig. Maggiore, ha carta bianca ed è autorizzata a ricorrere a qualunque mezzo, e non dimentichi che il generale desidera che siano vendicati i soldati del povero Bracci. Infligga a quei due paesi la piú severa delle punizioni e ai suoi abitanti faccia desiderare la morte. Ha ben capito?.

Melegari:- Signorsí, so benissimo come si devono interpretare i desideri del generale Cialdini. Sono stato con lui in Crimea e con lui ho fatto tutta la campagna del 1859, cosa devo fare. Cialdini in un’altra stanza stava istruendo il generale De Sonnaz che doveva dirigere le operazioni. Melegari partí con una compagnia di quattrocento soldati e il 13 mattina giunse a Solopaca; a mezzogiorno nei pressi di Guardia.
Alle due del mattino del 14 agosto Melegari ed i suoi quattrocento eroi avevano invaso San Lupo; fece svegliare il capitano della Guardia Nazionale al quale disse: -Capitano, mi occorrono duecento uomini, devo attaccare i briganti. - Maggiore, i briganti sono tanti e bene armati.
Ci faranno a pezzi se andiamo sul loro terreno! - rispose l’ufficiale della guardia nazionale. Melegari: - Capitano, niente di tutto questo, non sono venuto qui per combattere contro Giordano, ora è troppo forte. Sono venuto qui per punire gli abitanti di Casalduni; a Pontelandolfo sta dirigendosi De Sonnaz. So cosa devo fare. Lei deve occupare il promontorio da cui si domina la valle ed aspettare miei ordini. Qualcuno, forse qualche parente del capitano della guardia nazionale, corse ad avvertire il sindaco di Casalduni, Ursini. Da quel momento iniziò l’esodo dei casaldunesi verso le montagne difese dai partigiani di Giordano .…..
Ursini, conoscendo la storia del Piemonte, conoscendo la barbarie dei suoi ufficiali e la viltà di Cialdini, conoscendo bene le idee liberali massoniche e sapendo che quelle erano idee di conquista, idee di s’opraffazione dell’uomo sull’uomo, idee di arricchimento di pochi a spese dei piú, di libertà di pochi sui piú; idee di democrazia limitata, democrazia di ladri e ladroni; libertà di imbrogliare la gente, libertà di fare brogli elettorali, libertà di ingannare il popolo; idee di conquistare un regno felice e ricco, dove per tutti c’era lavoro;
idee di rubare ai Meridionali le loro ricchezze per trasferirle al Nord, fece spargere per la città la voce che i piemontesi stavan6 per arrivare.

Tutti, o quasi, corsero sui monti. Rimasero in paese solo qualche malato e qualcuno che non credeva ad una dura repressione; qualche altro pensava di farla franca restando chiuso in casa. Alle quattro del mattino il 18° battaglione, comandato dal maggiore Melegari e guidato verso Casalduni dal liberale Jacobelli e dalla spia Tommaso Lucente, ricco nobilotto di Sepino, aveva già circondato il paese. Melegari si attenne agli ordini ricevuti dal generale Piola-Caselli e fece disporre a schiera le quattro compagnie di cento militi ciascuna.
Dovevano aprire il fuoco di fila per incutere paura ai partigiani, che, secondo le informazioni ricevute, avrebbero dovuto difendere Casalduni da attacchi esterni; e poi attaccare il paese, baionetta in canna, di corsa, concentricamente. Le quattro compagnie ebbero il comando di carica alla baionetta dall’eroico Melegari e cominciarono la carneficina ed il saccheggio delle case e delle chiese come erano soliti fare per poi passare ad incendiarle.

La prima casa ad essere bruciata fu quella del sindaco Ursini, indicata alla truppa dal servo nonché traditore Tommaso Lucente da Sepino. Sentendo gli spari e le grida dei bersaglieri, i pochi rimasti in paese uscirono quasi nudi; cercavano la montagna e trovarono la morte, infilzati dalle baionette dei piemontesi. Un certo Lorenzo D’Urso commerciante, fattosi sull’uscio per salutare i soldati, fu crivellato di colpi e poi infilzato dalle baionette; e cosí moltissimi cittadini inermi. L’eccidio fu meno feroce che a Pontelandolfo perché appunto, la gente, avvertita, era scappata. Dopo aver messo a ferro e fuoco Casalduni ed aver sterminato gli abitanti ivi rimasti, l’azzurro ed eroico maggiore Melegari chiamò a sé il tenente Mancini e gli ordinò di andare a Pontelandolfo per ricevere istruzioni dal generale De Sonnaz. Dopo un’ ora il tenente ritornò, scese da cavallo e rivolgendosi al suo maggiore disse: - Possiamo tornarcene a San Lupo1 il colonnello Negri ha distrutto completamente Pontelandolfo. Ho visto mucchi di cadaveri, forse cinquecento, forse ottocento, forse mille, una vera carneficina!. Melegari: - Ci hanno fregati quelli del 36° fanteria!
Casalduni era quasi vuota, qualcuno ha avvertito la popolazione!.
Dalle alture i partigiani osservavano ciò che stava accadendo nei due paesi sanniti. Vedevano tanto fumo, sentivano gli spari dei bersaglieri, si sentivano impotenti di fronte a tanto orrore …… Molti volevano attaccare i piemontesi, anche sapendo di andare incontro a morte certa, visto il divario delle forze in campo ……..
Giordano e i suoi scortarono oltre duemila casaldunesi fino alle porte di Benevento. Una volta in città Ursini chiese udienza al governatore.
Fu incarcerato ! I morti furono tanti a Pontelandolfo e Casalduni, molti di piú che a Montefalcione, San Marco e Rignano, pure eccidiate ed incendiate …….

A Pontelandolfo e Casalduni i morti superarono sicuramente il migliaio, ma le cifre reali non furono mai svelate dal governo piemontese, come mai è stato svelato il numero dei morti della guerra civile del 1860-70.
Il Popolo d’Italia , giornale filo governativo e quindi interessato a nascondere il piú possibile la verità sui morti, indicò in 164 le vittime di quell’eccidio (8), destando l’indignazione persino del giornale francese Patrie, filo unitario, e quella del mondo intero. Ma nessuno intervenne presso il governo dei carnefici piemontesi. L’invasione del Sud costò la vita, l’espatrio, il carcere ed il manicomio ad un milione di persone, costò la libertà e la dignità del popolo meridionale, ma, una cosa è certa, la gente del Molise, degli Abruzzi, del basso Lazio, della Terra di Lavoro, del Sannio, della Capitanata, della Basilicata ha venduto cara la propria pelle; ha dimostrato ai piemontesi ed al mondo di avere carattere e coraggio. Francesco II e la Regina Sofia sui bastioni di Gaeta disprezzarono la morte.

Vittorio Emanuele III di Casa Savoia nel 1943 ha dimostrato di essere un codardo. Cosí il generale Cialdini, un vero assassino e criminale di guerra, a Custoza scappò come un coniglio di fronte all’esercito austriaco. Il colonnello Gaetano Negri (9), milanese purosangue, scrivendo al padre dopo l’eccidio di Pontelandolfo, non mostrò alcun segno di pentimento e di umanità.
Questo signore fu eletto sindaco del capoluogo lombardo negli anni ottanta. Riportiamo qui di seguito uno stralcio di quella lettera:

Napoli, agosto 1861- Carissimo papà, Le notizie delle province continuano a non essere molto liete. Probilmente anche i giornali nostri avranno parlato degli orrori di Pontelandolfo. Gli abitanti di questo villaggio commisero il piú nero tradimento e degli atti di mostruosa barbarie; ma la punizione che gli venne inflitta, quantunque meritata, non fu per questo meno barbara.
Un battaglione di bersaglieri entrò nel paese, uccise quanti vi erano rimasti, saccheggiò tutte le case, e poi mise il fuoco al villaggio intero, che venne completamente distrutto.
La stessa sorte toccò a Casalduni, i cui abitanti si erano uniti a quelli di Pontelandolfo. Sembra che gli aizza tori della insurrezione di questi due paesi fossero i preti; in tutte, le province, e specialmente nei villaggi della montagna, i preti ci odiano a morte, e, abusando infamemente della loro posizione, spingono gli abitanti al brigantaggio e alla rivolta.
Se invece dei briganti che, per la massima parte, son mossi dalla miseria e dalla superstizione, si fucilassero tutti i curati (del Napoletano, ben inteso!), il castigo sarebbe piú giustamente inflitto, e i risultati piú sicuri e piú pronti.. (10)

Una vera bestia immonda. Se simili personaggi hanno fatto l’Italia una, oggi non dobbiamo piangere sulle due Italie: una ricca e prospera e l’altra povera. Questi personaggi hanno distrutto le ricchezze del Sud, hanno massacrato e fucilato gli uomini migliori, mentre hanno costretto all’emigrazione una grande moltitudine di Meridionali. Il 15 agosto 1861 il Generalissimo Enrico Cialdini, dalla sede dell’alto Comando di Napoli, telegrafò al ministro della guerra piemontese e quindi al mondo intero: “ieri all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni” […].

Fonte:ReteSud

PROCESSO AL GENERALE CIALDINI



Processo della Storia nei confronti del Gen: Cialdini
Leggi tutto »


Processo della Storia nei confronti del Gen: Cialdini

domenica 22 marzo 2009

Al Comune di Castelvetro di Modena (prima puntata)


Affinchè nessuno....,un giorno, possa eventualmente rifugiarsi dietro un "..io non sapevo..." e ad eterno disprezzo della figura demoniaca del Cialdini, Antonio Ciano autore dei libri " I Savoia e il massacro del Sud" e "Le stragi e gli eccidi dei Savoia", fornisce alcuni significativi cenni storici sulla figura del macellaio del Sud e sulla "favola risorgimentale".(PdSUD ER)




Di Antonio Ciano

Il Comune di Castelvetro di Modena si appresta a celebrare il generale Enrico Cialdini, nato in quella landa. Noi, al posto degli amministratori attuali, lo avremmo ricordato come il più grande assassino e criminale di guerra mai esistito sulla faccia della terra, un vero macellaio senza scrupoli.

Senza dichiarazione di guerra assaltò l’ex Regno delle Due Sicilie, scaraventò 160 mila bombe sulla mia città ( Gaeta, oggi in pr di Latina), distrusse Pontelandolfo e Casalduni oggi in provincia di Benevento,fece bruciare centinaia di villaggi, migliaia di ettari di terreno coltivato.

Questa prima puntata parla di Gaeta, ne seguiranno altre, tutte incentrate sui crimini commessi dal generale padano. Con questo non vogliamo colpevolizzare la città emiliano-romagnola, forse non conoscono le prodezze de generale senza scrupoli, diciamo solo che potevano invitarci a quel convegno, avremmo fatto conoscere ai presenti i fatti, i crimini contro l’umanità commessi dal “Chianchiere” ( macellaio per i toschi) ivi nato.

---------------------------------------------------------------------------------------

Il centenario dell’Unità d’Italia a Gaeta

Nel 1961, durante le celebrazioni dell’unità d’Italia, l’allora sindaco di Gaeta, prof. Pasquale Corbo, davanti ad una folla strabocchevole, al cospetto del Presidente del Consiglio della Repubblica italiana on. Amintore Fanfani, nello spiazzo di Montesecco, tenne un memorabile discorso. Dopo i convenevoli di rito ed i salamelecchi, che, di solito si fanno alle massime autorità statali, e imposti dal rito e dal ruolo istituzionale, Corbo attaccò violentemente Cialdini, che, nel 1860, senza dichiarazione di guerra, aveva operato un violentissimo bombardamento sulla città, le cui macerie erano ancora visibili dopo cento anni:

Gaeta ed i gaetani- disse il sindaco- ben più vasto contributo di sangue e di eroismi dovevano dare al Risorgimento d’Italia: era scritto infatti nel destino di questa città che proprio essa dovesse pagare lo scotto più amaro e sanguinoso. Sull’antica Gaeta le artiglierie di Cialdini lanciarono quasi 57 mila bombe; sul Borgo ne caddero più di 35 mila; una pioggia di 160 mila proiettili che si proiettò su tutta la Città; nessun’altra, durante il periodo risorgimentale, potè vantare un così triste primato. Case e palazzi furono colpiti, sventrati, abbattuti; al momento della resa c’erano ovunque cadaveri, rovine, ammalati e feriti. Se gli eserciti avevano avuto un olocausto di sangue, che da parte borbonica era salito a 826 morti e 569 feriti, e da parte piemontese a 46 morti e 321 feriti, la Città di Gaeta aveva visto decimata la sua popolazione, e oltre alla rovina delle case, usciva dall’assedio con centinaia di morti e centinaia di feriti. Molte di quelle rovine esistono ancora e perciò noi non possiamo fare a meno di rievocare l’atteggiamento morale e lo spirito della città in quelle circostanze…( 4 anni di progresso per Gaeta, Edito dal Comune, discorso pronunciato dal sindaco della città Prof. Pasquale Corbo per le celebrazioni dell’unità d’Italia)

Prof. Corbo, si, è vero, quando lei pronunciò queste parole si era nel 1961, sono passati altri 40 anni e le macerie sono ancora lì, i beni demaniali predati dai piemontesi son rimasti di proprietà statale; i danni dell’assedio, nella sola piazzaforte, ammontarono a due milioni di lire del 1861, senza contare quelli del Borgo di Gaeta e quelli procurati ai contadini con l’abbattimento di oltre centomila ulivi e carrubi che servirono a riscaldare i savoiardi in quell’anno di freddo siberiano. Noi non abbiamo dimenticato i morti che subì l’esercito borbonico e nemmeno quelli dell’esercito piemontese, ma chi ricorda i morti subiti dalla nostra comunità? E furono centinaia come centinaia furono i feriti, ce lo ha ricordato Lei prof, Corbo, e noi le siamo grati. Un monumento sarà dedicato ad essi dalle prossime amministrazioni comunali della nostra città, di questo ne siamo sicuri.

Il ruolo di Gaeta con i Borbone era rilevantissimo, e lo era ancora qualche anno dopo il 13 febbraio del 1861, poi iniziò il declino voluto da Casa Savoia:<<...in questa città, esistono i seguenti uffici e pubblici istituti: due rappresentanti di stati esteri, cioè quello di Francia e quello della Gran Bretagna; comando militare di fortezza e distretto, bagno succursale a quello centrale di Pozzuoli; reclusione e prigionia militare, comando di circondario marittimo; due camere di assicurazione marittima; ufficio postale di prima classe; ispettorato di distretto e luogotenenza delle dogane e gabelle; dogana principale; fondaco con ricevitoria delle privative; ricevitoria del registro; agenzie delle tasse dirette e del catasto; ispettorato di circondario delle scuole primarie; pretura dipendente dal tribunale civile e correzionale di Cassino; delegazione di Pubblica Sicurezza; verifica dei pesi e delle misure; ufficio telegrafico di terza classe; ufficio di sanità marittima; consorzio agrario circondariale…( A. Amati, Dizionario corografico dell’Italia, Vol. IV, Milano, 1868,pag.8- vedi pure Luigi Cardi, Lo sviluppo urbano di Gaeta dal ‘500 al ‘900, Edito in proprio, Itri, 1979, pag. 38)

Inoltre vi era una intensa vita industriale e commerciale, la flotta ammontava a circa trecento navi sempre in navigazione in tutti gli oceani del mondo, i cantieri navali davano lavoro a duemila addetti, le campagne a moltissimi contadini, 300 frantoi molivano le olive dei paesi mediterranei, fabbriche di vele, di cordame, di sapone e di pasta erano il vanto della città. 85 anni di regno dei Savoia hanno distrutto l’economia della Fedelissima, e cominciò l’emigrazione biblica come in tutto il Sud. Tra il 1884 e il 1913 ci fa sapere il prof. Cardi, nella sua opera citata, che gli espatrii furono oltre 11.000. Emigrazione da noi era una parola inesistente, nel vocabolario della nostra lingua non esisteva. Da allora non si è ancora fermata, maledetti Savoia!

2000 fucilati a Gaeta

Il sindaco Corbo, nel centenario dell’unità d’Italia ha ricordato agli italiani le centinaia di morti e feriti subiti dalla città, oltre ai soldati borbonici e piemontesi immolatisi all’altare della perfidia savoiarda. Ma furono solo quelli i morti a Gaeta? No. Dopo la resa Gaeta fu un inferno. Cialdini e Persano punirono gli eroi che avevano resistito alle loro orde. Moltissimi furono fucilati, altri furono mandati nei campi di concentramento di Fenestrelle e di San Maurizio. Nei dieci anni che seguirono il 13 febbraio del 1861 i patrioti fucilati furono moltissimi. Solo in una fossa dell’attuale via Napoli se ne contarono 2000.

Fino al 1960 esisteva in Gaeta, ove è situata l’attuale palestra ottagonale della scuola media Carducci, tra Viale Napoli e Via Veneto, un monumento a forma tronco-piramidale, alto due metri e cinquanta, alla cui sommità vi era una croce di ferro alta un metro. La piramide era stata costruita con pietra bianca locale levigata…e ricordava al mondo le fucilazioni colà eseguite dai piemontesi nei confronti dei partigiani meridionali, quasi tutti contadini ed operai che difendevano le loro terre e le loro fabbriche…in quel periodo erano in corso i preparativi del centenario dell’unità d’Italia ed i festeggiamenti dovevano fare capo a Torino, Gaeta e Castelfidardo. A Gaeta era in costruzione il quartiere delle scuole pubbliche…; proprio dove adesso vi è la palestra ottagonale vi era la piramide che venne abbattuta per far posto al nuovo complesso. Gli operai che l’abbatterono si trovarono di fronte ad uno spettacolo orrendo: trovarono una fossa profonda dodici metri, venti di diametro piena di scheletri. Erano i resti dei partigiani e civili di idee borboniche fucilati dai piemontesi…scavando, trovarono del calcinaccio e scavando ancora a circa un metro dal basolato trovarono ossa umane per trasportare le quali nel cimitero di Gaeta gli operai comunali impiegarono un mese; si contarono circa 2000 scheletri. I duemila scheletri che indossavano pellicce di pecora, che calzavano ciocie, bisacce a tracolla, cappotti borbonici, i cui bottoni vennero tutti trafugati in quanto d’argento vivo con giglio borbonico. L’ultimo mezzo metro della fossa era impregnato di sangue, il sangue caldo che colava dai corpi dopo le fucilazioni sommarie...”( Antonio Ciano, I Savoia e il massacro del Sud, Grandmelò, Roma, 1996, pag 198)

In quel periodo, chi scrive, aveva dimora presso i nonni, proprio in Via Veneto, e il vedere quel monumento abbattuto aveva destato rabbia negli animi dei ragazzi del rione in quanto la Piramide per loro era un simbolo, un punto di ritrovo. Alla Piramide ci si dava appuntamento, alla Piramide si andava per le scazzottate, alla Piramide si andava per giocare a pallone ma di sera, no, di sera, quel luogo sacro veniva rispettato e i ragazzi andavano altrove a giocare a Briganti e piemontesi. Ma i veri briganti, i veri patrioti, i partigiani del Sud erano accatastati uno sull’altro, sotto la Piramide, ma ancora per poco. Corbo li fece rimuovere tutti e diede loro cristiana sepoltura al cimitero borbonico di Gaeta.

Il Risorgimento per il Sud è stato solo morte, fame, emigrazione, per Gaeta è stato asfissia, è stato morte economica, morte politica, sociale, la fame e la miseria in 85 anni di regno savoiardo la segnarono aspramente. L’assedio del 1860-61 sarà ricordato a lungo dai gaetani, la memoria storica non si cancella dai loro cuori con una lapide maligna ed ipocrita. La popolazione indigena, dopo la resa, fu costretta ad un esodo biblico: “...la città, contrariamente al proclamato avviso di Cialdini, fu privata di molti suoi importanti uffici statali, smantellati gli arsenali e molte strutture pubbliche. I cantieri navali, vanto del passato regime, che avevano costruito i primi bastimenti italiani a vapore solcando le rotte del mediterraneo, furono smobilitati e ridimensionati fino alla chiusura; i dazi e le tasse esosi sulle proprietà agricole frazionate resero impossibile la vita nei campi…l’isolamento della città, voluto quasi come punizione della sua resistenza, causò il decadimento dei traffici e del commercio; la coscrizione obbligatoria nell’esercito, che prelevava i giovani a 18 anni per restituirli alle famiglie al 25° anno, insieme ad altri motivi, ne aumentò l’esodo per sfuggire ai morsi della disoccupazione e della fame. Non si voleva poi correre il rischio dell’arruolamento per essere inviati a pacificare, colle fucilazioni indiscriminate, i nuovi”briganti” sorti a migliaia nelle terre che i <> amministravano con la legge marziale. Di nuovo tanti “ Fra’ Diavolo”, solo che questa volta non erano i francesi a dar loro la caccia, ma <> italiani…”. ( Antonio Cesarale, Trombe e tamburi, Edizioni “ le nuove scelte >>, Gaeta, 1984, pag.117)

Maria Carolina Corbo, in un interessante studio sui censimenti della città, ci fa sapere che:<<i dati del 1861 mostrano la città profondamente segnata dall’ultima dolorosa vicenda vissuta; c’è un pauroso declino economico, le condizioni di vita appaiono più dure che mai, la popolazione in parte si è allontanata…nel 1901 la città sembra scomparire al ritmo di poderose ondate migratorie: in loco sono rimasti poco più di 15.000 abitanti e già 10.000 circa son partiti per sempre nel giro di trenta anni…( Maria Carolina Corbo, Alcune osservazioni sui censimenti generali della popolazione di Gaeta dal 1871 al 1971, Proprietà letteraria riservata, Gaeta, 1979 ) Ma l’emigrazione non si è mai arrestata. Gaeta ha un primato, dal suo porto partì il primo emigrante del Regno delle Due Sicilie per non farne più ritorno. Francesco II di Borbone, partì il 14 febbraio del 1861 dopo aver difeso eroicamente il Sud. Noi tutti lo ricorderemo sempre. Onore a quest’uomo ritenuto da molti fiacco e molle, era solo un ragazzo e aveva in sé l’orgoglio degli eroi. Un giorno Gaeta gli dedicherà una piazza ed i suoi abitanti gli erigeranno una statua, molti ancora oggi lo ricordano col grido :<< Evviva ‘o rre nuoste”>>.

Il risorgimento? Solo un sogno

Durante le manifestazioni del centenario dell’unità d’Italia svoltesi nella città martoriata e martire, nel 1961, il sindaco della città Prof. Pasquale Corbo, rivolgendosi al presidente del Consiglio Amintore Fanfani, senza peli sulla lingua come era suo costume, crudamente, continuò ad attaccare il regime savoiardo, ritenendolo il responsabile principe della decadenza della città:<< Purtroppo. Signor Presidente, la realtà è stata molto diversa dalle speranze che nacquero in ogni gaetano all’indomani dell’annessione all’Italia. Tutto l’immenso complesso immobiliare costituente l’antica piazzaforte veniva infatti mantenuto interamente perché, come sostenne il generale Fanti in una sua relazione del 18-2-61 <<>>. D’allora Gaeta ha vissuto periodi tristissimi di abbandono e di miseria; la Città è stata umiliata in tutti i modi, e dal ruolo di fortezza chiave passò a quello di sede di carcere militare, sicchè il suo nome, che era stato unito a sentimenti di gloriosa ammirazione, incominciò a diventare sinonimo di penoso luogo di espiazione. La gloriosa fortezza diventò sinistra parola di minaccia. La città, che per oltre tre quarti non apparteneva più ai gaetani a cui era stata espropriata nei secoli ai fini di erigere le necessarie opere fortificatorie, continuò a restare demaniale…Gaeta fu costretta alla vita più grama e ad una emigrazione massiccia, partirono in quegli anni migliaia di nostri concittadini…” ( 4 anni di progresso per Gaeta, edito dal comune di Gaeta, stralcio del discorso pronunciato per le celebrazioni dell’unità d’Italia dall’allora sindaco della città Prof. Pasquale Corbo)

Lo stato siamo noi

Gaeta, sotto i Savoia, era diventata la città che non c’è, una mera espressione geografica. Cialdini e soci l’hanno scannata. Il suo territorio, esteso per 2.847 ettari, per oltre due terzi non è amministrabile da parte dei suoi cittadini in quanto sotto la giurisdizione demaniale. Il Comune, per far utilizzare strade, scuole ed impianti sportivi ai gaetani è costretto a pagare il pizzo allo Stato; vorremmo sapere se il comune di Milano o quello di Torino pagano per piazza Duomo o per piazza San Carlo. Non ci risulta. Di tutto il centro storico dell’antica città è rimasto ai gaetani solo Piazza Commestibili, per chi non lo sapesse è quella dove al centro c’è il leone marmoreo che rappresenta la grandiosità di Gaeta nei secoli. Il resto è tutta proprietà di Cialdini, di Cavour, di Vittorio Emanuele II, di Enrico Cosenz, di Menabrea, di Mazzini: eh già! Sono tutti edifici pubblici costruiti dai Borbone e intitolati a coloro che hanno massacrato la città. Il Prof. Corbo è un gaetano verace, nel bene e nel male, forse l’unico sindaco, dopo Ianni, ad aver capito che la città era ancora preda dei piemontesi. Il primo fatto destituire dal potere savoiardo ed il secondo da quello massonico: s’era preso la briga di distruggere ciò che non era riuscito a Cialdini e a Persano: i bastioni dell’Annunziata, quelli del Castrone Sant’Antonio e quelli dell’Avanzata. Noi siamo stati sempre critici per quell’operazione, ma dopo anni, cercando di immedesimarci nel pensare del Sindaco, nella rabbia che doveva avere in corpo Pasquale Corbo, uomo di grande cultura e storico, uomo di grande carattere, capiamo. Quei bastioni rappresentavano il potere coloniale Statale, l’asservimento totale, Gaeta era nelle mani dei militari e del demanio, nella fortezza non vi erano più i Borbone ma i piemontesi e l’unico modo per riprendersi la città, era l’apertura di un varco, di una breccia che desse luce e potere a chi era stato eletto democraticamente. Corbo cadde in disgrazia ma nessun altro sindaco ha saputo combattere il Demanio statale che, oggi, ha messo in vendita tutti i gioielli che i Borbone ci hanno lasciato integri. I Borbone pagavano alla città l’essere fortezza, le casse del comune erano sempre piene, cinque grana ( la famosa tassa di stallaggio) al giorno per ogni militare di stanza a Gaeta rendevano floride le sue finanze, oggi la città, per poter far passeggiare e studiare i suoi cittadini, deve pagare il pizzo allo Stato essendo demianiali quei luoghi. Che differenza! Corbo sapeva tutto questo e non usava pagare il pizzo allo Stato, qualcuno, pare, sembra aver udito dalla sua bocca:” lo Stato siamo noi” e aveva ragione.

Madre di tutti non più matrigna per molti

A Gaeta molti ricordano il sindaco Corbo, sia per le opere pubbliche dalla sua amministrazione realizzate e sia per la sua cultura; amministratore tenace e decisionista, non disdegnava le considerazioni dell’opposizione dura dei comunisti Mariano Mandolesi e Gigino Dell’Anno, e del socialista Archita Danaro; lavoravano tutti per il bene ed il benessere della città, sempre con lealtà ed onestà assoluta. Ebbene, quel giorno erano tutti sul palco, quel giorno in cui si celebrava il centenario dell’unità d’Italia, di fronte al Presidente del Consiglio Fanfani e alle massime autorità dello Stato, il Prof. Corbo così finì il suo coraggioso discorso:” ...Ed infine, Signor Presidente, mi permetta di parlare a nome di tutte le città del nostro Meridione, in qualità di Sindaco di Gaeta, che per il suo generoso tributo di sangue e di sacrificio, per la sua insostituibile missione di civiltà e di storia, è stata sempre ed è considerata la porta del Sud d’Italia. A nome di questo Sud, fucina inesausta di nobili intelletti e di cuori generosi, io formulo l’auspicio ed il voto, nel giorno solenne che celebra i cento anni trascorsi dall’unità con la Patria, che le popolazioni meridionali possano finalmente concludere, sotto l’impulso del Governo Democratico e repubblicano, il loro millenario travaglio. Noi vogliamo concludere, Signor Presidente, l’opera di chi attuò nel sogno e nella pratica il Risorgimento d’Italia: facciamo sì che la Patria sia veramente la la Madre di tutti, e non più matrigna per molti; diamo a tutti una certezza, e non più soltanto speranza, di lavoro e di benessere; concludiamo cioè, lealmente e liberamente, quel moto risorgimentale che non voleva essere soltanto l’attuazione dell’unità territoriale e politica, ma soprattutto dell’unità morale, sociale e spirituale degli italiani. Auspicio che è già una certezza essendo formulato alla Sua presenza, Signor Presidente, e di tutte le altre responsabili ed illuminate autorità; ma soprattutto di fronte a questo popolo meraviglioso che è testimonianza di un solo cuore che palpita per gli stessi ideali e da Gaeta in questo giorno memorabile per le memorie del passato e per le speranze del futuro, io rilancio l’antico grido dei nostri avi, che già risuonò in ogni vicenda lieta e dolorosa, e che oggi risuoni in ogni cuore nella fede di un avvenire migliore: Viva l’Italia!”

Prof. Corbo, le sue parole sono ancora attuali. L’Italia, per il Sud, è ancora matrigna e non madre; l’Italia, per il Sud , in parte è ancora patria lontana, patria che fa emigrare i suoi figli, patria che non ha risolto la problematica della ricchezza di una sola parte del suo territorio, di quella patria che non vuole risolverla perché i Savoia hanno costruito artatamente un’economia padana a spese della colonia Sud; l’Italia è nostra patria quando ci chiamano a morire per guerre che non ci riguardano, l’Italia è nostra patria quando mandano i Meridionali a lavorare all’estero, senza protezione alcuna e senza assistenza; l’Italia è nostra patria quando sfruttano le risorse del Sud come il petrolio, o quando sfruttano da 140 anni le rimesse dei nostri emigranti assistendo il Nord padano. L’Italia non è nostra patria quando tutta l’economia è nelle mani degli imprenditori del Nord, quando andiamo a comprare merce nei supermercati, tutti del Nord, tutti nelle mani del capitale nordista; l’Italia non è la nostra patria quando vendono i nostri beni demaniali, i nostri gioielli lasciatici dai Borbone in eredità perenne. L’Italia non è la nostra patria quando le concessioni di qualunque tipo finiscono nelle mani massoniche degli imprenditori del Nord. Hanno distrutto il nostro apparato industriale, hanno distrutto la nostra economia, le nostre banche inglobate da quelle padane e nordiste, i mass media quasi tutti nelle mani del Nord. Volevano distruggere la nostra identità. Non ci sono riusciti, la memoria storica sta tornando, il Sud ha intrapreso la via maestra tracciata a San Leucio dai Borbone.

Fonte:ReteSud

Leggi tutto »

Affinchè nessuno....,un giorno, possa eventualmente rifugiarsi dietro un "..io non sapevo..." e ad eterno disprezzo della figura demoniaca del Cialdini, Antonio Ciano autore dei libri " I Savoia e il massacro del Sud" e "Le stragi e gli eccidi dei Savoia", fornisce alcuni significativi cenni storici sulla figura del macellaio del Sud e sulla "favola risorgimentale".(PdSUD ER)




Di Antonio Ciano

Il Comune di Castelvetro di Modena si appresta a celebrare il generale Enrico Cialdini, nato in quella landa. Noi, al posto degli amministratori attuali, lo avremmo ricordato come il più grande assassino e criminale di guerra mai esistito sulla faccia della terra, un vero macellaio senza scrupoli.

Senza dichiarazione di guerra assaltò l’ex Regno delle Due Sicilie, scaraventò 160 mila bombe sulla mia città ( Gaeta, oggi in pr di Latina), distrusse Pontelandolfo e Casalduni oggi in provincia di Benevento,fece bruciare centinaia di villaggi, migliaia di ettari di terreno coltivato.

Questa prima puntata parla di Gaeta, ne seguiranno altre, tutte incentrate sui crimini commessi dal generale padano. Con questo non vogliamo colpevolizzare la città emiliano-romagnola, forse non conoscono le prodezze de generale senza scrupoli, diciamo solo che potevano invitarci a quel convegno, avremmo fatto conoscere ai presenti i fatti, i crimini contro l’umanità commessi dal “Chianchiere” ( macellaio per i toschi) ivi nato.

---------------------------------------------------------------------------------------

Il centenario dell’Unità d’Italia a Gaeta

Nel 1961, durante le celebrazioni dell’unità d’Italia, l’allora sindaco di Gaeta, prof. Pasquale Corbo, davanti ad una folla strabocchevole, al cospetto del Presidente del Consiglio della Repubblica italiana on. Amintore Fanfani, nello spiazzo di Montesecco, tenne un memorabile discorso. Dopo i convenevoli di rito ed i salamelecchi, che, di solito si fanno alle massime autorità statali, e imposti dal rito e dal ruolo istituzionale, Corbo attaccò violentemente Cialdini, che, nel 1860, senza dichiarazione di guerra, aveva operato un violentissimo bombardamento sulla città, le cui macerie erano ancora visibili dopo cento anni:

Gaeta ed i gaetani- disse il sindaco- ben più vasto contributo di sangue e di eroismi dovevano dare al Risorgimento d’Italia: era scritto infatti nel destino di questa città che proprio essa dovesse pagare lo scotto più amaro e sanguinoso. Sull’antica Gaeta le artiglierie di Cialdini lanciarono quasi 57 mila bombe; sul Borgo ne caddero più di 35 mila; una pioggia di 160 mila proiettili che si proiettò su tutta la Città; nessun’altra, durante il periodo risorgimentale, potè vantare un così triste primato. Case e palazzi furono colpiti, sventrati, abbattuti; al momento della resa c’erano ovunque cadaveri, rovine, ammalati e feriti. Se gli eserciti avevano avuto un olocausto di sangue, che da parte borbonica era salito a 826 morti e 569 feriti, e da parte piemontese a 46 morti e 321 feriti, la Città di Gaeta aveva visto decimata la sua popolazione, e oltre alla rovina delle case, usciva dall’assedio con centinaia di morti e centinaia di feriti. Molte di quelle rovine esistono ancora e perciò noi non possiamo fare a meno di rievocare l’atteggiamento morale e lo spirito della città in quelle circostanze…( 4 anni di progresso per Gaeta, Edito dal Comune, discorso pronunciato dal sindaco della città Prof. Pasquale Corbo per le celebrazioni dell’unità d’Italia)

Prof. Corbo, si, è vero, quando lei pronunciò queste parole si era nel 1961, sono passati altri 40 anni e le macerie sono ancora lì, i beni demaniali predati dai piemontesi son rimasti di proprietà statale; i danni dell’assedio, nella sola piazzaforte, ammontarono a due milioni di lire del 1861, senza contare quelli del Borgo di Gaeta e quelli procurati ai contadini con l’abbattimento di oltre centomila ulivi e carrubi che servirono a riscaldare i savoiardi in quell’anno di freddo siberiano. Noi non abbiamo dimenticato i morti che subì l’esercito borbonico e nemmeno quelli dell’esercito piemontese, ma chi ricorda i morti subiti dalla nostra comunità? E furono centinaia come centinaia furono i feriti, ce lo ha ricordato Lei prof, Corbo, e noi le siamo grati. Un monumento sarà dedicato ad essi dalle prossime amministrazioni comunali della nostra città, di questo ne siamo sicuri.

Il ruolo di Gaeta con i Borbone era rilevantissimo, e lo era ancora qualche anno dopo il 13 febbraio del 1861, poi iniziò il declino voluto da Casa Savoia:<<...in questa città, esistono i seguenti uffici e pubblici istituti: due rappresentanti di stati esteri, cioè quello di Francia e quello della Gran Bretagna; comando militare di fortezza e distretto, bagno succursale a quello centrale di Pozzuoli; reclusione e prigionia militare, comando di circondario marittimo; due camere di assicurazione marittima; ufficio postale di prima classe; ispettorato di distretto e luogotenenza delle dogane e gabelle; dogana principale; fondaco con ricevitoria delle privative; ricevitoria del registro; agenzie delle tasse dirette e del catasto; ispettorato di circondario delle scuole primarie; pretura dipendente dal tribunale civile e correzionale di Cassino; delegazione di Pubblica Sicurezza; verifica dei pesi e delle misure; ufficio telegrafico di terza classe; ufficio di sanità marittima; consorzio agrario circondariale…( A. Amati, Dizionario corografico dell’Italia, Vol. IV, Milano, 1868,pag.8- vedi pure Luigi Cardi, Lo sviluppo urbano di Gaeta dal ‘500 al ‘900, Edito in proprio, Itri, 1979, pag. 38)

Inoltre vi era una intensa vita industriale e commerciale, la flotta ammontava a circa trecento navi sempre in navigazione in tutti gli oceani del mondo, i cantieri navali davano lavoro a duemila addetti, le campagne a moltissimi contadini, 300 frantoi molivano le olive dei paesi mediterranei, fabbriche di vele, di cordame, di sapone e di pasta erano il vanto della città. 85 anni di regno dei Savoia hanno distrutto l’economia della Fedelissima, e cominciò l’emigrazione biblica come in tutto il Sud. Tra il 1884 e il 1913 ci fa sapere il prof. Cardi, nella sua opera citata, che gli espatrii furono oltre 11.000. Emigrazione da noi era una parola inesistente, nel vocabolario della nostra lingua non esisteva. Da allora non si è ancora fermata, maledetti Savoia!

2000 fucilati a Gaeta

Il sindaco Corbo, nel centenario dell’unità d’Italia ha ricordato agli italiani le centinaia di morti e feriti subiti dalla città, oltre ai soldati borbonici e piemontesi immolatisi all’altare della perfidia savoiarda. Ma furono solo quelli i morti a Gaeta? No. Dopo la resa Gaeta fu un inferno. Cialdini e Persano punirono gli eroi che avevano resistito alle loro orde. Moltissimi furono fucilati, altri furono mandati nei campi di concentramento di Fenestrelle e di San Maurizio. Nei dieci anni che seguirono il 13 febbraio del 1861 i patrioti fucilati furono moltissimi. Solo in una fossa dell’attuale via Napoli se ne contarono 2000.

Fino al 1960 esisteva in Gaeta, ove è situata l’attuale palestra ottagonale della scuola media Carducci, tra Viale Napoli e Via Veneto, un monumento a forma tronco-piramidale, alto due metri e cinquanta, alla cui sommità vi era una croce di ferro alta un metro. La piramide era stata costruita con pietra bianca locale levigata…e ricordava al mondo le fucilazioni colà eseguite dai piemontesi nei confronti dei partigiani meridionali, quasi tutti contadini ed operai che difendevano le loro terre e le loro fabbriche…in quel periodo erano in corso i preparativi del centenario dell’unità d’Italia ed i festeggiamenti dovevano fare capo a Torino, Gaeta e Castelfidardo. A Gaeta era in costruzione il quartiere delle scuole pubbliche…; proprio dove adesso vi è la palestra ottagonale vi era la piramide che venne abbattuta per far posto al nuovo complesso. Gli operai che l’abbatterono si trovarono di fronte ad uno spettacolo orrendo: trovarono una fossa profonda dodici metri, venti di diametro piena di scheletri. Erano i resti dei partigiani e civili di idee borboniche fucilati dai piemontesi…scavando, trovarono del calcinaccio e scavando ancora a circa un metro dal basolato trovarono ossa umane per trasportare le quali nel cimitero di Gaeta gli operai comunali impiegarono un mese; si contarono circa 2000 scheletri. I duemila scheletri che indossavano pellicce di pecora, che calzavano ciocie, bisacce a tracolla, cappotti borbonici, i cui bottoni vennero tutti trafugati in quanto d’argento vivo con giglio borbonico. L’ultimo mezzo metro della fossa era impregnato di sangue, il sangue caldo che colava dai corpi dopo le fucilazioni sommarie...”( Antonio Ciano, I Savoia e il massacro del Sud, Grandmelò, Roma, 1996, pag 198)

In quel periodo, chi scrive, aveva dimora presso i nonni, proprio in Via Veneto, e il vedere quel monumento abbattuto aveva destato rabbia negli animi dei ragazzi del rione in quanto la Piramide per loro era un simbolo, un punto di ritrovo. Alla Piramide ci si dava appuntamento, alla Piramide si andava per le scazzottate, alla Piramide si andava per giocare a pallone ma di sera, no, di sera, quel luogo sacro veniva rispettato e i ragazzi andavano altrove a giocare a Briganti e piemontesi. Ma i veri briganti, i veri patrioti, i partigiani del Sud erano accatastati uno sull’altro, sotto la Piramide, ma ancora per poco. Corbo li fece rimuovere tutti e diede loro cristiana sepoltura al cimitero borbonico di Gaeta.

Il Risorgimento per il Sud è stato solo morte, fame, emigrazione, per Gaeta è stato asfissia, è stato morte economica, morte politica, sociale, la fame e la miseria in 85 anni di regno savoiardo la segnarono aspramente. L’assedio del 1860-61 sarà ricordato a lungo dai gaetani, la memoria storica non si cancella dai loro cuori con una lapide maligna ed ipocrita. La popolazione indigena, dopo la resa, fu costretta ad un esodo biblico: “...la città, contrariamente al proclamato avviso di Cialdini, fu privata di molti suoi importanti uffici statali, smantellati gli arsenali e molte strutture pubbliche. I cantieri navali, vanto del passato regime, che avevano costruito i primi bastimenti italiani a vapore solcando le rotte del mediterraneo, furono smobilitati e ridimensionati fino alla chiusura; i dazi e le tasse esosi sulle proprietà agricole frazionate resero impossibile la vita nei campi…l’isolamento della città, voluto quasi come punizione della sua resistenza, causò il decadimento dei traffici e del commercio; la coscrizione obbligatoria nell’esercito, che prelevava i giovani a 18 anni per restituirli alle famiglie al 25° anno, insieme ad altri motivi, ne aumentò l’esodo per sfuggire ai morsi della disoccupazione e della fame. Non si voleva poi correre il rischio dell’arruolamento per essere inviati a pacificare, colle fucilazioni indiscriminate, i nuovi”briganti” sorti a migliaia nelle terre che i <> amministravano con la legge marziale. Di nuovo tanti “ Fra’ Diavolo”, solo che questa volta non erano i francesi a dar loro la caccia, ma <> italiani…”. ( Antonio Cesarale, Trombe e tamburi, Edizioni “ le nuove scelte >>, Gaeta, 1984, pag.117)

Maria Carolina Corbo, in un interessante studio sui censimenti della città, ci fa sapere che:<<i dati del 1861 mostrano la città profondamente segnata dall’ultima dolorosa vicenda vissuta; c’è un pauroso declino economico, le condizioni di vita appaiono più dure che mai, la popolazione in parte si è allontanata…nel 1901 la città sembra scomparire al ritmo di poderose ondate migratorie: in loco sono rimasti poco più di 15.000 abitanti e già 10.000 circa son partiti per sempre nel giro di trenta anni…( Maria Carolina Corbo, Alcune osservazioni sui censimenti generali della popolazione di Gaeta dal 1871 al 1971, Proprietà letteraria riservata, Gaeta, 1979 ) Ma l’emigrazione non si è mai arrestata. Gaeta ha un primato, dal suo porto partì il primo emigrante del Regno delle Due Sicilie per non farne più ritorno. Francesco II di Borbone, partì il 14 febbraio del 1861 dopo aver difeso eroicamente il Sud. Noi tutti lo ricorderemo sempre. Onore a quest’uomo ritenuto da molti fiacco e molle, era solo un ragazzo e aveva in sé l’orgoglio degli eroi. Un giorno Gaeta gli dedicherà una piazza ed i suoi abitanti gli erigeranno una statua, molti ancora oggi lo ricordano col grido :<< Evviva ‘o rre nuoste”>>.

Il risorgimento? Solo un sogno

Durante le manifestazioni del centenario dell’unità d’Italia svoltesi nella città martoriata e martire, nel 1961, il sindaco della città Prof. Pasquale Corbo, rivolgendosi al presidente del Consiglio Amintore Fanfani, senza peli sulla lingua come era suo costume, crudamente, continuò ad attaccare il regime savoiardo, ritenendolo il responsabile principe della decadenza della città:<< Purtroppo. Signor Presidente, la realtà è stata molto diversa dalle speranze che nacquero in ogni gaetano all’indomani dell’annessione all’Italia. Tutto l’immenso complesso immobiliare costituente l’antica piazzaforte veniva infatti mantenuto interamente perché, come sostenne il generale Fanti in una sua relazione del 18-2-61 <<>>. D’allora Gaeta ha vissuto periodi tristissimi di abbandono e di miseria; la Città è stata umiliata in tutti i modi, e dal ruolo di fortezza chiave passò a quello di sede di carcere militare, sicchè il suo nome, che era stato unito a sentimenti di gloriosa ammirazione, incominciò a diventare sinonimo di penoso luogo di espiazione. La gloriosa fortezza diventò sinistra parola di minaccia. La città, che per oltre tre quarti non apparteneva più ai gaetani a cui era stata espropriata nei secoli ai fini di erigere le necessarie opere fortificatorie, continuò a restare demaniale…Gaeta fu costretta alla vita più grama e ad una emigrazione massiccia, partirono in quegli anni migliaia di nostri concittadini…” ( 4 anni di progresso per Gaeta, edito dal comune di Gaeta, stralcio del discorso pronunciato per le celebrazioni dell’unità d’Italia dall’allora sindaco della città Prof. Pasquale Corbo)

Lo stato siamo noi

Gaeta, sotto i Savoia, era diventata la città che non c’è, una mera espressione geografica. Cialdini e soci l’hanno scannata. Il suo territorio, esteso per 2.847 ettari, per oltre due terzi non è amministrabile da parte dei suoi cittadini in quanto sotto la giurisdizione demaniale. Il Comune, per far utilizzare strade, scuole ed impianti sportivi ai gaetani è costretto a pagare il pizzo allo Stato; vorremmo sapere se il comune di Milano o quello di Torino pagano per piazza Duomo o per piazza San Carlo. Non ci risulta. Di tutto il centro storico dell’antica città è rimasto ai gaetani solo Piazza Commestibili, per chi non lo sapesse è quella dove al centro c’è il leone marmoreo che rappresenta la grandiosità di Gaeta nei secoli. Il resto è tutta proprietà di Cialdini, di Cavour, di Vittorio Emanuele II, di Enrico Cosenz, di Menabrea, di Mazzini: eh già! Sono tutti edifici pubblici costruiti dai Borbone e intitolati a coloro che hanno massacrato la città. Il Prof. Corbo è un gaetano verace, nel bene e nel male, forse l’unico sindaco, dopo Ianni, ad aver capito che la città era ancora preda dei piemontesi. Il primo fatto destituire dal potere savoiardo ed il secondo da quello massonico: s’era preso la briga di distruggere ciò che non era riuscito a Cialdini e a Persano: i bastioni dell’Annunziata, quelli del Castrone Sant’Antonio e quelli dell’Avanzata. Noi siamo stati sempre critici per quell’operazione, ma dopo anni, cercando di immedesimarci nel pensare del Sindaco, nella rabbia che doveva avere in corpo Pasquale Corbo, uomo di grande cultura e storico, uomo di grande carattere, capiamo. Quei bastioni rappresentavano il potere coloniale Statale, l’asservimento totale, Gaeta era nelle mani dei militari e del demanio, nella fortezza non vi erano più i Borbone ma i piemontesi e l’unico modo per riprendersi la città, era l’apertura di un varco, di una breccia che desse luce e potere a chi era stato eletto democraticamente. Corbo cadde in disgrazia ma nessun altro sindaco ha saputo combattere il Demanio statale che, oggi, ha messo in vendita tutti i gioielli che i Borbone ci hanno lasciato integri. I Borbone pagavano alla città l’essere fortezza, le casse del comune erano sempre piene, cinque grana ( la famosa tassa di stallaggio) al giorno per ogni militare di stanza a Gaeta rendevano floride le sue finanze, oggi la città, per poter far passeggiare e studiare i suoi cittadini, deve pagare il pizzo allo Stato essendo demianiali quei luoghi. Che differenza! Corbo sapeva tutto questo e non usava pagare il pizzo allo Stato, qualcuno, pare, sembra aver udito dalla sua bocca:” lo Stato siamo noi” e aveva ragione.

Madre di tutti non più matrigna per molti

A Gaeta molti ricordano il sindaco Corbo, sia per le opere pubbliche dalla sua amministrazione realizzate e sia per la sua cultura; amministratore tenace e decisionista, non disdegnava le considerazioni dell’opposizione dura dei comunisti Mariano Mandolesi e Gigino Dell’Anno, e del socialista Archita Danaro; lavoravano tutti per il bene ed il benessere della città, sempre con lealtà ed onestà assoluta. Ebbene, quel giorno erano tutti sul palco, quel giorno in cui si celebrava il centenario dell’unità d’Italia, di fronte al Presidente del Consiglio Fanfani e alle massime autorità dello Stato, il Prof. Corbo così finì il suo coraggioso discorso:” ...Ed infine, Signor Presidente, mi permetta di parlare a nome di tutte le città del nostro Meridione, in qualità di Sindaco di Gaeta, che per il suo generoso tributo di sangue e di sacrificio, per la sua insostituibile missione di civiltà e di storia, è stata sempre ed è considerata la porta del Sud d’Italia. A nome di questo Sud, fucina inesausta di nobili intelletti e di cuori generosi, io formulo l’auspicio ed il voto, nel giorno solenne che celebra i cento anni trascorsi dall’unità con la Patria, che le popolazioni meridionali possano finalmente concludere, sotto l’impulso del Governo Democratico e repubblicano, il loro millenario travaglio. Noi vogliamo concludere, Signor Presidente, l’opera di chi attuò nel sogno e nella pratica il Risorgimento d’Italia: facciamo sì che la Patria sia veramente la la Madre di tutti, e non più matrigna per molti; diamo a tutti una certezza, e non più soltanto speranza, di lavoro e di benessere; concludiamo cioè, lealmente e liberamente, quel moto risorgimentale che non voleva essere soltanto l’attuazione dell’unità territoriale e politica, ma soprattutto dell’unità morale, sociale e spirituale degli italiani. Auspicio che è già una certezza essendo formulato alla Sua presenza, Signor Presidente, e di tutte le altre responsabili ed illuminate autorità; ma soprattutto di fronte a questo popolo meraviglioso che è testimonianza di un solo cuore che palpita per gli stessi ideali e da Gaeta in questo giorno memorabile per le memorie del passato e per le speranze del futuro, io rilancio l’antico grido dei nostri avi, che già risuonò in ogni vicenda lieta e dolorosa, e che oggi risuoni in ogni cuore nella fede di un avvenire migliore: Viva l’Italia!”

Prof. Corbo, le sue parole sono ancora attuali. L’Italia, per il Sud, è ancora matrigna e non madre; l’Italia, per il Sud , in parte è ancora patria lontana, patria che fa emigrare i suoi figli, patria che non ha risolto la problematica della ricchezza di una sola parte del suo territorio, di quella patria che non vuole risolverla perché i Savoia hanno costruito artatamente un’economia padana a spese della colonia Sud; l’Italia è nostra patria quando ci chiamano a morire per guerre che non ci riguardano, l’Italia è nostra patria quando mandano i Meridionali a lavorare all’estero, senza protezione alcuna e senza assistenza; l’Italia è nostra patria quando sfruttano le risorse del Sud come il petrolio, o quando sfruttano da 140 anni le rimesse dei nostri emigranti assistendo il Nord padano. L’Italia non è nostra patria quando tutta l’economia è nelle mani degli imprenditori del Nord, quando andiamo a comprare merce nei supermercati, tutti del Nord, tutti nelle mani del capitale nordista; l’Italia non è la nostra patria quando vendono i nostri beni demaniali, i nostri gioielli lasciatici dai Borbone in eredità perenne. L’Italia non è la nostra patria quando le concessioni di qualunque tipo finiscono nelle mani massoniche degli imprenditori del Nord. Hanno distrutto il nostro apparato industriale, hanno distrutto la nostra economia, le nostre banche inglobate da quelle padane e nordiste, i mass media quasi tutti nelle mani del Nord. Volevano distruggere la nostra identità. Non ci sono riusciti, la memoria storica sta tornando, il Sud ha intrapreso la via maestra tracciata a San Leucio dai Borbone.

Fonte:ReteSud

 
[Privacy]
Design by Free WordPress Themes | Bloggerized by Lasantha - Premium Blogger Themes | Hot Sonakshi Sinha, Car Price in India