martedì 24 febbraio 2009

San Tommaso d'Aquino visto davvero da vicino


Di Massimo Introvigne

Per scrivere la biografia di qualcuno, nulla di meglio di un amico. Padre Tito Sante Centi O.P., che ha appena compiuto novantatré anni, può essere definito il migliore amico di san Tommaso d’Aquino (1227?-1274) nell’Italia del XX secolo. Padre Centi, infatti, è il traduttore italiano della Somma Teologica e della Somma contro i Gentili, e ha passato tutta la sua vita di studioso in simbiosi con quello che definisce il più grande filosofo di tutti i tempi e il più grande teologo nella storia della Chiesa. Nel segno del sole. San Tommaso d’Aquino (Ares, Milano 2008) non è però una sintesi della filosofia e della teologia dell’Aquinate. L’autore la definisce modestamente una «biografia aneddotica», adatta anche ai giovani. Ma è molto di più. In cento pagine, lo studioso domenicano riesce a riassumere non solo gli episodi salienti della vita di san Tommaso ma anche il loro significato nella storia della Chiesa e dell’Europa. Non basta: il santo è presentato appunto come un santo, non solo come un grande uomo di cultura. La sua vita spirituale e mistica è posta nel giusto rilievo, ma nello stesso tempo san Tommaso emerge dalle pagine come un personaggio vivo, affabile e simpatico. Si ha quasi l’impressione che l’autore lo conosca personalmente: e da un certo punto di vista è proprio così.

Il primo episodio che padre Centi mette in luce a proposito di san Tommaso è la sua lotta per entrare, a meno di vent’anni, fra i domenicani, contro il volere della nobile famiglia, che sarebbe disposta a vederlo religioso purché si tratti dei potenti benedettini e non di un ordine mendicante. L’episodio ricorda le «deprogrammazioni» in voga negli anni 1970 e 1980, quando adepti di nuovi movimenti religiosi erano fatti rapire dai loro genitori, rinchiusi in casa o in qualche motel e sottoposti a pressioni di ogni genere finché non accettassero di lasciare il movimento accusato di averli «plagiati». E di «plagio», secondo padre Centi, i fratelli di san Tommaso accusano i domenicani: rapiscono il santo, lo rinchiudono nei loro castelli di Roccasecca e Monte San Giovanni, lo fanno supplicare dalle amate sorelle, e gli mandano perfino una ragazza di facili costumi come cameriera sperando che lo distolga dalla vocazione. Proprio quest’ultimo episodio, e la sdegnata reazione del giovane Tommaso, portano le sorelle (una delle quali diventerà poi suora) a passare dalla sua parte, e a facilitarne la fuga. Ma prima di scappare calandosi da una finestra Tommaso è rimasto prigioniero per quasi due anni. Ne ha approfittato per imparare a memoria la Bibbia e il Libro delle Sentenze di Pietro Lombardo (ca. 1065-1160), il più famoso manuale di teologia del Medioevo. Della sua tentata «deprogrammazione» san Tommaso si ricorderà quando scriverà a Parigi l’opuscolo Contro la dottrina pestilenziale di coloro che distolgono gli uomini dall’abbracciare la vita religiosa, le cui idee centrali derivano – riferisce padre Centi – da un’improvvisa illuminazione che ha mentre pranza alla tavola del re di Francia Luigi IX (1214-1270), che sarà anch’egli canonizzato come santo .

Divenuto domenicano, prosegue la formazione a Parigi e a Colonia, sotto la guida di sant’Alberto Magno O.P. (1206-1280). Il suo carattere riflessivo e taciturno – è soprannominato «il bue muto» - rischia d’indurre in errore sulle sue capacità. Ma non s’ingannano né sant’Alberto né i superiori, che favoriscono la sua rapidissima carriera accademica. Appena completati gli studi, comincia subito a insegnare a Parigi, da dove si trasferirà nel 1259 in Italia come professore allo Studium Curiae, primo abbozzo di un’università pontificia. Gli anni 1259-1268 sono quelli in cui più fiorisce la sua opera: completa la Somma contro i Gentili e buona parte della Somma Teologica, che alla sua morte peraltro resta ancora incompiuta. Nell’inverno 1268-1269 torna a Parigi, per difendere gli ordini mendicanti dai loro avversari e la sua teologia dalle opposte critiche di un razionalismo ispirato ad Averroé (1126-1198) e del fideismo di quello che padre Centi chiama «un malinteso agostinianismo tradizionalista». Contro questi due errori contrapposti, il pensiero di san Tommaso emerge definitivamente come il punto più alto di quell’equilibrio fra fede e ragione che dà all’Europa cristiana la sua identità. Nel 1272 torna in Italia per insegnare all’Università di Napoli.

Una carriera accademica, dunque, tanto rapida quanto sbalorditiva per la capacità di produrre così tante opere fondamentali in pochi anni. Ma l’autore insiste sempre sul fatto che si tratta non solo di un filosofo ma di un santo e di un mistico. Esperienze sovrannaturali e prodigi ne accompagnano tutta la vita. E Tommaso non è solo l’autore della Somma teologica ma anche di opere poetiche, tra cui i cantici – Lauda Sion, Pange Lingua, Adoro te devote – commissionati al santo da Papa Urbano IV (1195 ca. -1264) con la Messa e l’Ufficio del Corpus Domini, festa che il pontefice aveva istituito nel 1264 sulla scorta delle visioni della Beata Giuliana di Liegi (1192-1258). Per la verità, l’attribuzione a san Tommaso di questi cantici carissimi al popolo cattolico è stata revocata in dubbio. Padre Centi riprende dallo storico belga Pierre Mandonnet O.P. (1858-1936) una serie di argomenti secondo cui l’Ufficio, con i cantici, è proprio di san Tommaso, e aggiunge un ulteriore elemento, di carattere numerologico, che non mancherà d’interessare i lettori contemporanei abituati a opere che cercano «codici» più o meno dappertutto. San Tommaso ama i numeri, specie quando si tratta dell’Eucarestia. Così le strofe della sequenza del Corpus Domini sono esattamente ventiquattro, «ossia il raddoppio del dodici, il quale è notoriamente [per i medievali] il simbolo della Chiesa di Cristo» (p. 43): dodici strofe per la Chiesa militante, dodici per la Chiesa trionfante, ventiquattro in totale. «Le strofe degli inni del vespro e delle lodi sono precisamente sei, come sono sei gli articoli che formano le questioni 73, 78, 83 della Terza Parte [della Somma Teologica], dedicate rispettivamente al Sacramento [dell’Eucarestia] in sé stesso, alla sua forma e al suo rito. Che poi san Tommaso, d’accordo con i contemporanei, attribuisse al numero sei un simbolismo particolare quale primo dei numeri perfetti, non è possibile dubitarne. In una sua questione quodlibetale viene discusso addirittura il problema seguente: “Se il numero sei, in forza del quale tutte le cose create si dicono perfette, sia creatore o creatura” (Quodlib. 8, q. I, a. 1). Dopo di che sembra legittimo concludere che non è casuale neppure il numero delle strofe in cui si articolano l’inno del mattutino e l’Adoro te devote: le sette strofe evocano le sette divisioni principali del trattato e più a monte la preminenza del mistero eucaristico fra tutti i [sette] sacramenti» (pp. 43-44).

Chiamato da Papa Gregorio X (1210-1276) a Lione per il Concilio ecumenico, vede la sua salute – già da tempo malferma – aggravarsi per le asprezze del viaggio. Muore il 7 marzo 1274 nell’abbazia cistercense di Fossanova (Latina) senza avere potuto raggiungere Lione. Padre Centi dedica ampio spazio alle vicende quasi romanzesche delle sue reliquie, oggetto di un’aspra contesa fra i cistercensi di Fossanova e i domenicani. Divise in varie parti per accontentare tutti coloro che desiderano conservarle, attraverso complesse vicende in cui interviene anche una suora chiamata Caterina – che l’autore, contro altre ipotesi, identifica in santa Caterina da Siena (1347-1380) – sono infine depositate (almeno per quanto riguarda la loro porzione essenziale, così che né a Fossanova né altrove si può parlare a rigore di «tombe» di san Tommaso) a Tolosa, presso la chiesa conventuale dei Giacobini, considerata allora la più bella chiesa domenicana d’Europa. Nel 1791 la chiesa è profanata e trasformata in caserma dalla Rivoluzione Francese, ma le reliquie sono salvate e trasportate nella chiesa di Saint-Sernin. Di lì, dopo una ricognizione affidata a una commissione di storici che ne certifica l’autenticità, ritornano alla chiesa dei Giacobini finalmente restaurata e riconsacrata nel 1974. Ma pochi, nota l’autore, lo sanno: «Quasi nessun cattolico, all’infuori della diocesi di Tolosa e dell’Ordine domenicano, immagina che le reliquie di san Tommaso siano a Tolosa» (p. 83).

Testimonianza, questa, del fatto che si pensa di conoscere e si tende a dare per scontato san Tommaso, mentre su di lui ci sono tante cose che non sappiamo. Padre Centi ci offre anche, in appendice, un saggio del metodo del santo, pubblicando – preceduta da una sua Introduzione (pp. 91-105) – una traduzione dell’opuscolo De aeternitate mundi contra murmurantes («L’eternità del mondo», pp. 107-117). In questo testo difficile san Tommaso sostiene che noi sappiamo per fede che il mondo non è stato creato da Dio dall’eternità, ma ha avuto un inizio nel tempo: ma non potremmo arrivare con certezza a questa conclusione sulla base della sola ragione. Pertanto l’ipotesi di una creazione ab aeterno – che il cristiano è obbligato a escludere per fede – da un punto di vista puramente razionale non è assurda, mentre sarebbe assurdo negare che il mondo sia stato creato da Dio o anche negare la differenza sostanziale fra Creatore e creature. Padre Centi fa notare che alcune argomentazioni di san Tommaso sono qui legate a una fisica aristotelica che noi oggi non condividiamo più. Ma quello che sta a cuore al santo filosofo – la difesa dell’autonomia della ragione contro il fideismo, e il fatto che la nozione di un Dio creatore distinto dal creato s’imponga sulla base della stessa ragione, a prescindere dalla fede, anche ai non credenti – ha grande rilievo ancora oggi, in dibattiti che riguardano la scienza, l’evoluzionismo e anche l’islam e la sua nozione di Dio.

San Tommaso, dunque, parla ancora oggi. Riscoprire le radici cristiane dell’Europa significa riscoprire san Tommaso come parte integrante di queste radici. Radici di vita, e non solo di dottrina. È la lezione di san Tommaso d’Aquino: ma anche della lunga e operosa vita religiosa e accademica di padre Tito Sante Centi.
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Di Massimo Introvigne

Per scrivere la biografia di qualcuno, nulla di meglio di un amico. Padre Tito Sante Centi O.P., che ha appena compiuto novantatré anni, può essere definito il migliore amico di san Tommaso d’Aquino (1227?-1274) nell’Italia del XX secolo. Padre Centi, infatti, è il traduttore italiano della Somma Teologica e della Somma contro i Gentili, e ha passato tutta la sua vita di studioso in simbiosi con quello che definisce il più grande filosofo di tutti i tempi e il più grande teologo nella storia della Chiesa. Nel segno del sole. San Tommaso d’Aquino (Ares, Milano 2008) non è però una sintesi della filosofia e della teologia dell’Aquinate. L’autore la definisce modestamente una «biografia aneddotica», adatta anche ai giovani. Ma è molto di più. In cento pagine, lo studioso domenicano riesce a riassumere non solo gli episodi salienti della vita di san Tommaso ma anche il loro significato nella storia della Chiesa e dell’Europa. Non basta: il santo è presentato appunto come un santo, non solo come un grande uomo di cultura. La sua vita spirituale e mistica è posta nel giusto rilievo, ma nello stesso tempo san Tommaso emerge dalle pagine come un personaggio vivo, affabile e simpatico. Si ha quasi l’impressione che l’autore lo conosca personalmente: e da un certo punto di vista è proprio così.

Il primo episodio che padre Centi mette in luce a proposito di san Tommaso è la sua lotta per entrare, a meno di vent’anni, fra i domenicani, contro il volere della nobile famiglia, che sarebbe disposta a vederlo religioso purché si tratti dei potenti benedettini e non di un ordine mendicante. L’episodio ricorda le «deprogrammazioni» in voga negli anni 1970 e 1980, quando adepti di nuovi movimenti religiosi erano fatti rapire dai loro genitori, rinchiusi in casa o in qualche motel e sottoposti a pressioni di ogni genere finché non accettassero di lasciare il movimento accusato di averli «plagiati». E di «plagio», secondo padre Centi, i fratelli di san Tommaso accusano i domenicani: rapiscono il santo, lo rinchiudono nei loro castelli di Roccasecca e Monte San Giovanni, lo fanno supplicare dalle amate sorelle, e gli mandano perfino una ragazza di facili costumi come cameriera sperando che lo distolga dalla vocazione. Proprio quest’ultimo episodio, e la sdegnata reazione del giovane Tommaso, portano le sorelle (una delle quali diventerà poi suora) a passare dalla sua parte, e a facilitarne la fuga. Ma prima di scappare calandosi da una finestra Tommaso è rimasto prigioniero per quasi due anni. Ne ha approfittato per imparare a memoria la Bibbia e il Libro delle Sentenze di Pietro Lombardo (ca. 1065-1160), il più famoso manuale di teologia del Medioevo. Della sua tentata «deprogrammazione» san Tommaso si ricorderà quando scriverà a Parigi l’opuscolo Contro la dottrina pestilenziale di coloro che distolgono gli uomini dall’abbracciare la vita religiosa, le cui idee centrali derivano – riferisce padre Centi – da un’improvvisa illuminazione che ha mentre pranza alla tavola del re di Francia Luigi IX (1214-1270), che sarà anch’egli canonizzato come santo .

Divenuto domenicano, prosegue la formazione a Parigi e a Colonia, sotto la guida di sant’Alberto Magno O.P. (1206-1280). Il suo carattere riflessivo e taciturno – è soprannominato «il bue muto» - rischia d’indurre in errore sulle sue capacità. Ma non s’ingannano né sant’Alberto né i superiori, che favoriscono la sua rapidissima carriera accademica. Appena completati gli studi, comincia subito a insegnare a Parigi, da dove si trasferirà nel 1259 in Italia come professore allo Studium Curiae, primo abbozzo di un’università pontificia. Gli anni 1259-1268 sono quelli in cui più fiorisce la sua opera: completa la Somma contro i Gentili e buona parte della Somma Teologica, che alla sua morte peraltro resta ancora incompiuta. Nell’inverno 1268-1269 torna a Parigi, per difendere gli ordini mendicanti dai loro avversari e la sua teologia dalle opposte critiche di un razionalismo ispirato ad Averroé (1126-1198) e del fideismo di quello che padre Centi chiama «un malinteso agostinianismo tradizionalista». Contro questi due errori contrapposti, il pensiero di san Tommaso emerge definitivamente come il punto più alto di quell’equilibrio fra fede e ragione che dà all’Europa cristiana la sua identità. Nel 1272 torna in Italia per insegnare all’Università di Napoli.

Una carriera accademica, dunque, tanto rapida quanto sbalorditiva per la capacità di produrre così tante opere fondamentali in pochi anni. Ma l’autore insiste sempre sul fatto che si tratta non solo di un filosofo ma di un santo e di un mistico. Esperienze sovrannaturali e prodigi ne accompagnano tutta la vita. E Tommaso non è solo l’autore della Somma teologica ma anche di opere poetiche, tra cui i cantici – Lauda Sion, Pange Lingua, Adoro te devote – commissionati al santo da Papa Urbano IV (1195 ca. -1264) con la Messa e l’Ufficio del Corpus Domini, festa che il pontefice aveva istituito nel 1264 sulla scorta delle visioni della Beata Giuliana di Liegi (1192-1258). Per la verità, l’attribuzione a san Tommaso di questi cantici carissimi al popolo cattolico è stata revocata in dubbio. Padre Centi riprende dallo storico belga Pierre Mandonnet O.P. (1858-1936) una serie di argomenti secondo cui l’Ufficio, con i cantici, è proprio di san Tommaso, e aggiunge un ulteriore elemento, di carattere numerologico, che non mancherà d’interessare i lettori contemporanei abituati a opere che cercano «codici» più o meno dappertutto. San Tommaso ama i numeri, specie quando si tratta dell’Eucarestia. Così le strofe della sequenza del Corpus Domini sono esattamente ventiquattro, «ossia il raddoppio del dodici, il quale è notoriamente [per i medievali] il simbolo della Chiesa di Cristo» (p. 43): dodici strofe per la Chiesa militante, dodici per la Chiesa trionfante, ventiquattro in totale. «Le strofe degli inni del vespro e delle lodi sono precisamente sei, come sono sei gli articoli che formano le questioni 73, 78, 83 della Terza Parte [della Somma Teologica], dedicate rispettivamente al Sacramento [dell’Eucarestia] in sé stesso, alla sua forma e al suo rito. Che poi san Tommaso, d’accordo con i contemporanei, attribuisse al numero sei un simbolismo particolare quale primo dei numeri perfetti, non è possibile dubitarne. In una sua questione quodlibetale viene discusso addirittura il problema seguente: “Se il numero sei, in forza del quale tutte le cose create si dicono perfette, sia creatore o creatura” (Quodlib. 8, q. I, a. 1). Dopo di che sembra legittimo concludere che non è casuale neppure il numero delle strofe in cui si articolano l’inno del mattutino e l’Adoro te devote: le sette strofe evocano le sette divisioni principali del trattato e più a monte la preminenza del mistero eucaristico fra tutti i [sette] sacramenti» (pp. 43-44).

Chiamato da Papa Gregorio X (1210-1276) a Lione per il Concilio ecumenico, vede la sua salute – già da tempo malferma – aggravarsi per le asprezze del viaggio. Muore il 7 marzo 1274 nell’abbazia cistercense di Fossanova (Latina) senza avere potuto raggiungere Lione. Padre Centi dedica ampio spazio alle vicende quasi romanzesche delle sue reliquie, oggetto di un’aspra contesa fra i cistercensi di Fossanova e i domenicani. Divise in varie parti per accontentare tutti coloro che desiderano conservarle, attraverso complesse vicende in cui interviene anche una suora chiamata Caterina – che l’autore, contro altre ipotesi, identifica in santa Caterina da Siena (1347-1380) – sono infine depositate (almeno per quanto riguarda la loro porzione essenziale, così che né a Fossanova né altrove si può parlare a rigore di «tombe» di san Tommaso) a Tolosa, presso la chiesa conventuale dei Giacobini, considerata allora la più bella chiesa domenicana d’Europa. Nel 1791 la chiesa è profanata e trasformata in caserma dalla Rivoluzione Francese, ma le reliquie sono salvate e trasportate nella chiesa di Saint-Sernin. Di lì, dopo una ricognizione affidata a una commissione di storici che ne certifica l’autenticità, ritornano alla chiesa dei Giacobini finalmente restaurata e riconsacrata nel 1974. Ma pochi, nota l’autore, lo sanno: «Quasi nessun cattolico, all’infuori della diocesi di Tolosa e dell’Ordine domenicano, immagina che le reliquie di san Tommaso siano a Tolosa» (p. 83).

Testimonianza, questa, del fatto che si pensa di conoscere e si tende a dare per scontato san Tommaso, mentre su di lui ci sono tante cose che non sappiamo. Padre Centi ci offre anche, in appendice, un saggio del metodo del santo, pubblicando – preceduta da una sua Introduzione (pp. 91-105) – una traduzione dell’opuscolo De aeternitate mundi contra murmurantes («L’eternità del mondo», pp. 107-117). In questo testo difficile san Tommaso sostiene che noi sappiamo per fede che il mondo non è stato creato da Dio dall’eternità, ma ha avuto un inizio nel tempo: ma non potremmo arrivare con certezza a questa conclusione sulla base della sola ragione. Pertanto l’ipotesi di una creazione ab aeterno – che il cristiano è obbligato a escludere per fede – da un punto di vista puramente razionale non è assurda, mentre sarebbe assurdo negare che il mondo sia stato creato da Dio o anche negare la differenza sostanziale fra Creatore e creature. Padre Centi fa notare che alcune argomentazioni di san Tommaso sono qui legate a una fisica aristotelica che noi oggi non condividiamo più. Ma quello che sta a cuore al santo filosofo – la difesa dell’autonomia della ragione contro il fideismo, e il fatto che la nozione di un Dio creatore distinto dal creato s’imponga sulla base della stessa ragione, a prescindere dalla fede, anche ai non credenti – ha grande rilievo ancora oggi, in dibattiti che riguardano la scienza, l’evoluzionismo e anche l’islam e la sua nozione di Dio.

San Tommaso, dunque, parla ancora oggi. Riscoprire le radici cristiane dell’Europa significa riscoprire san Tommaso come parte integrante di queste radici. Radici di vita, e non solo di dottrina. È la lezione di san Tommaso d’Aquino: ma anche della lunga e operosa vita religiosa e accademica di padre Tito Sante Centi.

Sveglia Popolo

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lunedì 23 febbraio 2009

Il grido di dolore di Francesco Proto al parlamento torinese


A Torino le voci del dissenso vengono ammutolite, ufficialmente e davanti al mondo la repressione barbara viene minimizzata e fatta passare per anarchismo o come abbiamo visto tramite circolari prefettizie, per comunismo.


Nella tornata del 20 novembre del 1861, quando la repressione era praticamente agli inizi e volendo portare il suo contributo alla Camera dei deputati si vide respingere la richiesta di parlare.

Il deputato di Casoria Francesco Proto,duca di Maddaloni, allora depose il suo intervento sul banco della Presidenza:”…cittadino della mia patria, avea fatto disegno di levar finalmente la voce contro le enormità di codesto governo in queste province meridionali- afferma nella sua mozione il duca di Maddaloni- …troppi e troppo gravi sono i fatti dei quali io deggio far parola…l’ignominia piove a dirotto sul nostro capo, però io credo debito della mia coscienza e dell’onor mio ( ma Proto non sapeva che i savoiardi erano privi d’onore ) lo affrettarmi a presentare questa mozione d’inchiesta avvalorata dalle ragioni che a ciò mi spingono, perché Voi non possiate dire di non aver saputo dello stato vero della nostra cosa, ed io , quando che sia, non possa essere accusato di essermi taciuto, o peritato innanzi al potere esecutivo; perché io non sia posto fra coloro che, tempo non tarderà, saranno additati come assassinatori, come patricidi del loro paese; perché i miei figliuoli non abbiano un dì a vergognare di un nome che ereditai senza macchia…i popoli del napoletano non volevano i piemontesi - continua il coraggioso deputato meridionale - …gli uomini di Stato piemontesi hanno corrotto quanto vi rimaneva di morale: hanno infranto e sperperate le forze e le ricchezze da tanti secoli ammassate; hanno spogliato il popolo delle sue leggi, del suo pane, del suo onore, e anche dal loro Dio vorrebbero dividerlo…hanno insanguinato ogni angolo del Regno, combattendo e facendo crudelissima una insurrezione…il Governo del Piemonte toglie dal Banco il danaro dei privati e del denaro pubblico fa getto dei suoi sicofanti; scioglie le Accademie, annulla la pubblica istruzione; per corrottissimi tribunali lascia cadere in discredito la giustizia; al reggimento delle province mette uomini di parte, spesso sanguinosissimi ladroni; caccia nelle prigioni, nella miseria, nell’esilio oltre ai reggitori del passato regime anche i loro parenti; ogni giorno fa novello oltraggio al nome napoletano, facendo però di umiliare così bellissima parte d’Italia;

pone la menzogna in luogo di ogni verità; travolge il senso pubblico e le veraci idee di virtù e di onoratezza; arma contro ai cittadini i cittadini…il Governo piemontese trucida questa metropoli, che è la terza d’Europa per frequenza di popolo, e la prima d’Italia per la bellezza di doni celesti, e la più gloriosa dopo Roma; questa Metropoli onorata e serbata sin dagli stessi dominatori del mondo; questa stata sedia di tanti Re potentissimi, che regnavano o proteggevano quasi tutti gli altri Stati d’Italia dopo averla oltraggiosamente aggiogata alla sua Torino, alla più povera ed alla meno nobile delle istorie della Penisola occupa non più lunghe pagine che quelle dei feudi di Andria, o di Catanzaro, o di Atri, o di Crotone, ora la viene a togliere anche il misero decoro di Luogotenenza e strapparle anche quel frusto di pane che un contino o un generaletto di Piemonte potrebbero gittare dall’alto dei sontuosi palazzi dei suoi Re…il Governo di Piemonte non cuciva, ma tagliava, e più che tagliare strappava all’impazzata…il Governo del Piemonte le toglie pure l’ombra della sua autonomia; il Governo del Piemonte la diserta d’ogni reliquie di reggimento, le toglie i ministeri, gli archivii, il banco del denaro dei privati, i licei militari…ma abbiamo l’Unità - continua sarcasticamente Francesco Proto - Diranno le Onoranze Vostre. E sia pure. Ma io ricordo che l’Italia era una anche sotto Tiberio e gli imitatori di lui. Aveva le forme liberali, un senato, una potestà tribunizia, due consoli, libertà municipale quant’hai voglia…voi non vorreste rinnovellato il tempo di Odoacre, sotto le cui orde barbariche anche era Una l’Italia. Bella unificazione è quella di una contrada, di cui si affoga in un mare di sangue, cui si crocifigge in un letto di miserie. E pure questo misfatto perpetrano gli uomini preposti oggi alla cosa pubblica: essi che spengono nei nostri popoli anche le dolci illusioni di libertà che fan vedere come un reggimento costituzionale possa di leggieri diventar sinonimo di dispotismo; come all’ombra di un vessillo tricolore facilmente possa violarsi il domicilio, il segreto delle lettere, e la libertà personale manomettere, e sin le forme stesse della giustizia; e gli accusati tenersi prigionieri ed ingiudicati lunga pezza, e mandare a morte senza neppure procedura di giudizio, per solo capriccio di un caporale o per sospetto, o delazione di uno scellerato[...]

Intere famiglie veggonsi accattar l’elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici per concorrenze subitanee, intempestive, impossibili a sostenersi e per l’annullamento delle tariffe e per le mal proporzionate riforme…e frattanto tutto si fa venir di Piemonte, persino le cassette della posta, la carta dei Dicasteri e per la pubblica amministrazione.

Non vi ha faccenda nella quale un onest’uomo possa buscarsi alcun ducato, che non si chiami un piemontese a disbrigarla.

A mercanti di Piemonte si danno le forniture della milizia, e delle amministrazioni, od almeno delle più lucrose; burocratici di Piemonte occupano quasi tutti i pubblici uffici, gente spesso più corrotta degli antichi burocrati napoletani, e di una ignoranza, e di una ottusità di mente, che non teneasi possibile dalla elevata gente del mezzodì. Anche a fabbricar ferrovie si mandano operai piemontesi, i quali oltraggiosamente si pagano il doppio dei napoletani; a facchini della dogana, a carcerieri vengono uomini di Piemonte, e donne piemontesi si prendono a nutrici nell’ospizio dei trovatelli, quasi neppure il sangue di questo popolo non più fosse bello e salutevole.
…questa è invasione non unione


Questa è invasione, non unione, non annessione!

Questo è un voler sfruttare la nostra terra, siccome terra di conquista. Il Governo del Piemonte vuole trattare le province meridionali come il Cortes o il Pizzarro facevano nel Perù e nel Messico, come i Fiorentini nell’agro pisano, come i genovesi nella Corsica, come gli inglesi nel Bengala. Ma esso non le ha conquistate queste contrade; perciocchè non è soggiogare un paese il prepararsene l’ausilio per cospirazioni, od il corromperne e lo squassare la fede dell’esercito, e il comperarne i condottieri, ed i consiglieri del principe indurre al tradimento. Soffrite pure che il diciamo, il Governo piemontese fa a Napoli come quel parassita che invitato a desco fraterno ne porta via gli argenti..

Orrori su orrori, fucilazioni, assassinii


…La mente mi si turba e tremami la destra pensando alle immanità che faranno terribilmente celebre la storia di questa rivoltura e che io mi propongo descrivere in altra opera, avvalorandole dei documenti opportuni, sittosto le ire saranno calme. Gli imbelli che perirono in questa guerra passarono di gran lunga gli armati, ed infine le famiglie che scorrono prive di pane e di tetto per la campagna, e ricoverano come belve negli antri e nei sotterranei, e gli orfani che cercano intorno dei loro genitori morti nelle fiamme del borgo natìo, o passati per le armi dai piemontesi, o periti in luride prigioni dove migliaia stivansi i sospetti decimati dalle febbri e dalle infermità che ingenera un aere putrido e rarefatto. I delitti perpetrati in questa guerra civile ci farebbero arrossire della umana spoglia che vestiamo. Gente della nostra Patria vien passata per le armi senza neppur forma di giudizio, sulla semplice delazione di un nemico, per il semplice sospetto di aver nutrito o dato asilo ad un insorto. Soldati piemontesi conducono al supplizio i prigionieri, negando loro i supremi conforti della Fede; ed ai pochi feriti venne ricusata l’opera del cerusico, cosicchè furono lasciati morire nelle orribili torture del tetano. Testè a Caserta furono fatti prigionieri due dei cosiddetti briganti, e da due giorni si tenevano in carcere digiuni, gridavano essi: pane! pane! e nessuno rispondeva loro. Finalmente fu schiuso il doloroso carcere e quanto dei miseri fecersi alla porta credendo ricevere alimento, furono presi e condotti nella corte e fucilati.
Si fece amnistia. Era un contadino di Livardi per nome Francesco Russo, il quale ferito nell’anca viveva da più giorni tranquillo presso la consorte e i figliuoli, sotto alla fede dell’indulto. Gli amici di lui dicevangli si celasse, non si credesse alle proclamazioni del Pinelli, ma egli non voleva sentir parola, rispondeva non esser possibile che un militare d’onore rompesse fede; e mentre che questi detti ei forniva, soldati piemontesi entrarono in sua casa, e preserlo, e condottolo a Nola, il fucilarono. Si bandì risparmiarsi la vita a chi presentavasi; e un contadino dell’agro Nolano per nome Luigi Settembre, soprannominato il Carletto, presentatosi a preghiera dei quali era unica prole a sostegno, tosto venne immanemente fucilato, non altrimenti che fatto prigioniero nella pugna. I due genitori superstiti, uccisa dal rimorso la ragione, vagano ora dementi per la campagna. Uno scellerato di Somma ( Oggi Somma Vesuviana, nda) faceva il capitano Conte del Bosco vi accorresse e prendesse sei pacifici cittadini tra i quali un giovane ventenne, uffiziale della Guardia Nazionale, che giaceva presso della consorte, da cui pochi dì erasi congiunto, e presi, senza forma di giudizio e senza conforto di Religione, colà sulla pubblica piazza furono passati per le armi…Presso Lecce si facevano prigionieri tredici soldati sbandati borbonici i quali non avevano che sette fucili. Si credeva che alcuni di essi sarebbero risparmiati, ma no; furono fucilati tutti e tredici. Testè a Montefalcione erano sostenuti ottanta insorti e ne venivano passati per le armi quarantasette. Domata l’insurrezione di Montefalcione, cinquanta dei ribellati pensarono di scampare alla strage rifugiandosi nel tempio. Ma i soldati piemontesi, rotte le porte, vi penetrarono, ed i miseri nella stessa Casa furono scannati. Nel Gargano infiniti carbonanieri furono presi per briganti, e morti issofatto tra le loro consorti e figliuoli, accanto alle loro stesse fornaci. Molti di essi venivano condotti a Napoli come trofeo e fu chiaro quelli essere miseri e pacifici villani. Si incendiano nella campagna tutti gli abituri dei contadini. E le ville e le taverne in che possano ricoverare gli insorti. Si tira addosso a tutti che portano addosso un farsetto di velluto, abito che credesi da brigante e ad ogni data ora ogni contadino deve abbandonare il suo campo pena la morte! …nei vortici delle fiamme che divoravano il vecchio ed adusto Pontelandolfo alcune voci di donne cantanti litanìe e miserere. Certi ufficiali si avanzano verso l’abitato, onde veniva quel suono, ed apersero l’uscio, e videro cinque donne che scapigliate e ginocchioni stavano attorno ad un tavolo su cui era una croce e molti ceri accesi. Volevano salvarle; ma quelle gridando: indietro…maledetti! indietro! …non ci toccate, lasciateci morire incontaminate!…si ritrassero tutte in un cantuccio, e tosto sprofondò il piano superiore e furono peste le loro ossa, e la fiamma consumò le innocenti. Il giorno posteriore a tanto eccidio, all’incendio dei due paesi di Pontelandolfo e Casalduni, leggevasi nel Giornale Officiale di Napoli il telegramma: Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni…

…e bruciano Auletta, San Marco in Lamis, Vieste, Cotronei, Spinelli, Montefalcone, Rignano, Vico, Palma, Barile, Campochiaro, Guardiaregia…
…ma io non starò a infastidirvi più a lungo con il racconto delle mille ferite di tal sorta di che sono pieni gli stessi giornali ufficiosi ed ufficiali del Governo, e le quali facevano e fanno tutt’ora terribile l’insurrezione delle procince napoletane, né d’altronde capirebbe negli stretti limiti di questa mia mozione il novero dei truci episodi di una guerra civile che dai monti di Calabria si stende nel Basilicato, e di colà in Capitanata e nel Contado del Molise, e nel Beneventano, e nei monti d’Avellino, e nella Campania e negli Abruzzi, o dei saccheggi e degli stupri e dei sacrilegi che precedettero gli incendi paurosi di Auletta. Di San Marco in Lamis, di Viesti, di Cotronei, di Spinelli, di Montefalcone, di Rignano, di Vico, di Palma, di Barile, di Campochiaro, di Guardaregia, e delle già menzionate Pontelandolfo e Casalduni, però non è mestieri conoscere tanto per chiarire la Signoria piemontese immanissima.


La maledizione di Caino si abbatterà sul Piemonte


…Ed il governo piemontese fece crudele la guerra civile coi disperati e crudeli i mezzi per combatterla, ed esso così facendo fa l’Unità uccisa, uccisa l’unione, però che un popolo così manomesso non si dimenticherà mai le scelleratezze perpetrate ed opporrà a tutta una provincia italiana i delitti di una setta, e così imperversando non sarà possibile neppure la Confederazione degli antichi Stati della penisola. In ogni angolo delle nostre province sorgerà un monumento di questi giorni nefasti. Ogni campo si troverà gremito di croci sepolcrali; ogni capanna ricorderà le stragi di questo tempo; ogni tempio adornerà un altare espiatorio che ricordi la guerra fratricida; ogni provincia mostrerà i ruderi di una o più città incendiate, e colà trarranno in pellegrinaggio i nipoti delle nostre vittime e gli additeranno ai loro figliuoli siccome esempio terribile del dove possa condurre una Nazione il voler attuare pensieri innaturali o immaturi.
…Badino i piemontesi perché il giorno della vendetta Divina non potrà tardare, né tarderà. Il destino delle nazioni non è nelle mani dei ministri ma in quelle di Dio. Il Governo di Piemonte è superbo, non vi è mai stato un superbo che non cadesse misero e vile. Esso ha sparso sangue fraterno, e su di lui pesa la maledizione di Caino. Troppo, troppo sangue innocente grida vendetta contro di essi, troppi miseri dal fondo delle prigioni, dall’esilio…

Il duca di Maddaloni, dopo aver illustrato tutti i mali che avevano insanguinato ed impoverito il Sud così conclude la sua mozione:” Rinsaviamo dunque.

Il male è più radicale che non si pensi. Non ama Italia soltanto quegli che la vorrebbe Una ed Indivisibile; ma quegli più è suo amico che la vuole civile e concorde, piuttosto che barbara e discorde, ed Una e morta perché in deserto feretro di regina”.

( Dalle cose di Napoli- Discorso del Duca di Maddaloni deputato al primo Parlamento italiano, Unione Tipografica Editrice, Torino, 1862)

Tratto dal libro di Antonio Ciano ” Le stragi e gli eccidi dei Savoia-esecutori e mandanti”


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A Torino le voci del dissenso vengono ammutolite, ufficialmente e davanti al mondo la repressione barbara viene minimizzata e fatta passare per anarchismo o come abbiamo visto tramite circolari prefettizie, per comunismo.


Nella tornata del 20 novembre del 1861, quando la repressione era praticamente agli inizi e volendo portare il suo contributo alla Camera dei deputati si vide respingere la richiesta di parlare.

Il deputato di Casoria Francesco Proto,duca di Maddaloni, allora depose il suo intervento sul banco della Presidenza:”…cittadino della mia patria, avea fatto disegno di levar finalmente la voce contro le enormità di codesto governo in queste province meridionali- afferma nella sua mozione il duca di Maddaloni- …troppi e troppo gravi sono i fatti dei quali io deggio far parola…l’ignominia piove a dirotto sul nostro capo, però io credo debito della mia coscienza e dell’onor mio ( ma Proto non sapeva che i savoiardi erano privi d’onore ) lo affrettarmi a presentare questa mozione d’inchiesta avvalorata dalle ragioni che a ciò mi spingono, perché Voi non possiate dire di non aver saputo dello stato vero della nostra cosa, ed io , quando che sia, non possa essere accusato di essermi taciuto, o peritato innanzi al potere esecutivo; perché io non sia posto fra coloro che, tempo non tarderà, saranno additati come assassinatori, come patricidi del loro paese; perché i miei figliuoli non abbiano un dì a vergognare di un nome che ereditai senza macchia…i popoli del napoletano non volevano i piemontesi - continua il coraggioso deputato meridionale - …gli uomini di Stato piemontesi hanno corrotto quanto vi rimaneva di morale: hanno infranto e sperperate le forze e le ricchezze da tanti secoli ammassate; hanno spogliato il popolo delle sue leggi, del suo pane, del suo onore, e anche dal loro Dio vorrebbero dividerlo…hanno insanguinato ogni angolo del Regno, combattendo e facendo crudelissima una insurrezione…il Governo del Piemonte toglie dal Banco il danaro dei privati e del denaro pubblico fa getto dei suoi sicofanti; scioglie le Accademie, annulla la pubblica istruzione; per corrottissimi tribunali lascia cadere in discredito la giustizia; al reggimento delle province mette uomini di parte, spesso sanguinosissimi ladroni; caccia nelle prigioni, nella miseria, nell’esilio oltre ai reggitori del passato regime anche i loro parenti; ogni giorno fa novello oltraggio al nome napoletano, facendo però di umiliare così bellissima parte d’Italia;

pone la menzogna in luogo di ogni verità; travolge il senso pubblico e le veraci idee di virtù e di onoratezza; arma contro ai cittadini i cittadini…il Governo piemontese trucida questa metropoli, che è la terza d’Europa per frequenza di popolo, e la prima d’Italia per la bellezza di doni celesti, e la più gloriosa dopo Roma; questa Metropoli onorata e serbata sin dagli stessi dominatori del mondo; questa stata sedia di tanti Re potentissimi, che regnavano o proteggevano quasi tutti gli altri Stati d’Italia dopo averla oltraggiosamente aggiogata alla sua Torino, alla più povera ed alla meno nobile delle istorie della Penisola occupa non più lunghe pagine che quelle dei feudi di Andria, o di Catanzaro, o di Atri, o di Crotone, ora la viene a togliere anche il misero decoro di Luogotenenza e strapparle anche quel frusto di pane che un contino o un generaletto di Piemonte potrebbero gittare dall’alto dei sontuosi palazzi dei suoi Re…il Governo di Piemonte non cuciva, ma tagliava, e più che tagliare strappava all’impazzata…il Governo del Piemonte le toglie pure l’ombra della sua autonomia; il Governo del Piemonte la diserta d’ogni reliquie di reggimento, le toglie i ministeri, gli archivii, il banco del denaro dei privati, i licei militari…ma abbiamo l’Unità - continua sarcasticamente Francesco Proto - Diranno le Onoranze Vostre. E sia pure. Ma io ricordo che l’Italia era una anche sotto Tiberio e gli imitatori di lui. Aveva le forme liberali, un senato, una potestà tribunizia, due consoli, libertà municipale quant’hai voglia…voi non vorreste rinnovellato il tempo di Odoacre, sotto le cui orde barbariche anche era Una l’Italia. Bella unificazione è quella di una contrada, di cui si affoga in un mare di sangue, cui si crocifigge in un letto di miserie. E pure questo misfatto perpetrano gli uomini preposti oggi alla cosa pubblica: essi che spengono nei nostri popoli anche le dolci illusioni di libertà che fan vedere come un reggimento costituzionale possa di leggieri diventar sinonimo di dispotismo; come all’ombra di un vessillo tricolore facilmente possa violarsi il domicilio, il segreto delle lettere, e la libertà personale manomettere, e sin le forme stesse della giustizia; e gli accusati tenersi prigionieri ed ingiudicati lunga pezza, e mandare a morte senza neppure procedura di giudizio, per solo capriccio di un caporale o per sospetto, o delazione di uno scellerato[...]

Intere famiglie veggonsi accattar l’elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici per concorrenze subitanee, intempestive, impossibili a sostenersi e per l’annullamento delle tariffe e per le mal proporzionate riforme…e frattanto tutto si fa venir di Piemonte, persino le cassette della posta, la carta dei Dicasteri e per la pubblica amministrazione.

Non vi ha faccenda nella quale un onest’uomo possa buscarsi alcun ducato, che non si chiami un piemontese a disbrigarla.

A mercanti di Piemonte si danno le forniture della milizia, e delle amministrazioni, od almeno delle più lucrose; burocratici di Piemonte occupano quasi tutti i pubblici uffici, gente spesso più corrotta degli antichi burocrati napoletani, e di una ignoranza, e di una ottusità di mente, che non teneasi possibile dalla elevata gente del mezzodì. Anche a fabbricar ferrovie si mandano operai piemontesi, i quali oltraggiosamente si pagano il doppio dei napoletani; a facchini della dogana, a carcerieri vengono uomini di Piemonte, e donne piemontesi si prendono a nutrici nell’ospizio dei trovatelli, quasi neppure il sangue di questo popolo non più fosse bello e salutevole.
…questa è invasione non unione


Questa è invasione, non unione, non annessione!

Questo è un voler sfruttare la nostra terra, siccome terra di conquista. Il Governo del Piemonte vuole trattare le province meridionali come il Cortes o il Pizzarro facevano nel Perù e nel Messico, come i Fiorentini nell’agro pisano, come i genovesi nella Corsica, come gli inglesi nel Bengala. Ma esso non le ha conquistate queste contrade; perciocchè non è soggiogare un paese il prepararsene l’ausilio per cospirazioni, od il corromperne e lo squassare la fede dell’esercito, e il comperarne i condottieri, ed i consiglieri del principe indurre al tradimento. Soffrite pure che il diciamo, il Governo piemontese fa a Napoli come quel parassita che invitato a desco fraterno ne porta via gli argenti..

Orrori su orrori, fucilazioni, assassinii


…La mente mi si turba e tremami la destra pensando alle immanità che faranno terribilmente celebre la storia di questa rivoltura e che io mi propongo descrivere in altra opera, avvalorandole dei documenti opportuni, sittosto le ire saranno calme. Gli imbelli che perirono in questa guerra passarono di gran lunga gli armati, ed infine le famiglie che scorrono prive di pane e di tetto per la campagna, e ricoverano come belve negli antri e nei sotterranei, e gli orfani che cercano intorno dei loro genitori morti nelle fiamme del borgo natìo, o passati per le armi dai piemontesi, o periti in luride prigioni dove migliaia stivansi i sospetti decimati dalle febbri e dalle infermità che ingenera un aere putrido e rarefatto. I delitti perpetrati in questa guerra civile ci farebbero arrossire della umana spoglia che vestiamo. Gente della nostra Patria vien passata per le armi senza neppur forma di giudizio, sulla semplice delazione di un nemico, per il semplice sospetto di aver nutrito o dato asilo ad un insorto. Soldati piemontesi conducono al supplizio i prigionieri, negando loro i supremi conforti della Fede; ed ai pochi feriti venne ricusata l’opera del cerusico, cosicchè furono lasciati morire nelle orribili torture del tetano. Testè a Caserta furono fatti prigionieri due dei cosiddetti briganti, e da due giorni si tenevano in carcere digiuni, gridavano essi: pane! pane! e nessuno rispondeva loro. Finalmente fu schiuso il doloroso carcere e quanto dei miseri fecersi alla porta credendo ricevere alimento, furono presi e condotti nella corte e fucilati.
Si fece amnistia. Era un contadino di Livardi per nome Francesco Russo, il quale ferito nell’anca viveva da più giorni tranquillo presso la consorte e i figliuoli, sotto alla fede dell’indulto. Gli amici di lui dicevangli si celasse, non si credesse alle proclamazioni del Pinelli, ma egli non voleva sentir parola, rispondeva non esser possibile che un militare d’onore rompesse fede; e mentre che questi detti ei forniva, soldati piemontesi entrarono in sua casa, e preserlo, e condottolo a Nola, il fucilarono. Si bandì risparmiarsi la vita a chi presentavasi; e un contadino dell’agro Nolano per nome Luigi Settembre, soprannominato il Carletto, presentatosi a preghiera dei quali era unica prole a sostegno, tosto venne immanemente fucilato, non altrimenti che fatto prigioniero nella pugna. I due genitori superstiti, uccisa dal rimorso la ragione, vagano ora dementi per la campagna. Uno scellerato di Somma ( Oggi Somma Vesuviana, nda) faceva il capitano Conte del Bosco vi accorresse e prendesse sei pacifici cittadini tra i quali un giovane ventenne, uffiziale della Guardia Nazionale, che giaceva presso della consorte, da cui pochi dì erasi congiunto, e presi, senza forma di giudizio e senza conforto di Religione, colà sulla pubblica piazza furono passati per le armi…Presso Lecce si facevano prigionieri tredici soldati sbandati borbonici i quali non avevano che sette fucili. Si credeva che alcuni di essi sarebbero risparmiati, ma no; furono fucilati tutti e tredici. Testè a Montefalcione erano sostenuti ottanta insorti e ne venivano passati per le armi quarantasette. Domata l’insurrezione di Montefalcione, cinquanta dei ribellati pensarono di scampare alla strage rifugiandosi nel tempio. Ma i soldati piemontesi, rotte le porte, vi penetrarono, ed i miseri nella stessa Casa furono scannati. Nel Gargano infiniti carbonanieri furono presi per briganti, e morti issofatto tra le loro consorti e figliuoli, accanto alle loro stesse fornaci. Molti di essi venivano condotti a Napoli come trofeo e fu chiaro quelli essere miseri e pacifici villani. Si incendiano nella campagna tutti gli abituri dei contadini. E le ville e le taverne in che possano ricoverare gli insorti. Si tira addosso a tutti che portano addosso un farsetto di velluto, abito che credesi da brigante e ad ogni data ora ogni contadino deve abbandonare il suo campo pena la morte! …nei vortici delle fiamme che divoravano il vecchio ed adusto Pontelandolfo alcune voci di donne cantanti litanìe e miserere. Certi ufficiali si avanzano verso l’abitato, onde veniva quel suono, ed apersero l’uscio, e videro cinque donne che scapigliate e ginocchioni stavano attorno ad un tavolo su cui era una croce e molti ceri accesi. Volevano salvarle; ma quelle gridando: indietro…maledetti! indietro! …non ci toccate, lasciateci morire incontaminate!…si ritrassero tutte in un cantuccio, e tosto sprofondò il piano superiore e furono peste le loro ossa, e la fiamma consumò le innocenti. Il giorno posteriore a tanto eccidio, all’incendio dei due paesi di Pontelandolfo e Casalduni, leggevasi nel Giornale Officiale di Napoli il telegramma: Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni…

…e bruciano Auletta, San Marco in Lamis, Vieste, Cotronei, Spinelli, Montefalcone, Rignano, Vico, Palma, Barile, Campochiaro, Guardiaregia…
…ma io non starò a infastidirvi più a lungo con il racconto delle mille ferite di tal sorta di che sono pieni gli stessi giornali ufficiosi ed ufficiali del Governo, e le quali facevano e fanno tutt’ora terribile l’insurrezione delle procince napoletane, né d’altronde capirebbe negli stretti limiti di questa mia mozione il novero dei truci episodi di una guerra civile che dai monti di Calabria si stende nel Basilicato, e di colà in Capitanata e nel Contado del Molise, e nel Beneventano, e nei monti d’Avellino, e nella Campania e negli Abruzzi, o dei saccheggi e degli stupri e dei sacrilegi che precedettero gli incendi paurosi di Auletta. Di San Marco in Lamis, di Viesti, di Cotronei, di Spinelli, di Montefalcone, di Rignano, di Vico, di Palma, di Barile, di Campochiaro, di Guardaregia, e delle già menzionate Pontelandolfo e Casalduni, però non è mestieri conoscere tanto per chiarire la Signoria piemontese immanissima.


La maledizione di Caino si abbatterà sul Piemonte


…Ed il governo piemontese fece crudele la guerra civile coi disperati e crudeli i mezzi per combatterla, ed esso così facendo fa l’Unità uccisa, uccisa l’unione, però che un popolo così manomesso non si dimenticherà mai le scelleratezze perpetrate ed opporrà a tutta una provincia italiana i delitti di una setta, e così imperversando non sarà possibile neppure la Confederazione degli antichi Stati della penisola. In ogni angolo delle nostre province sorgerà un monumento di questi giorni nefasti. Ogni campo si troverà gremito di croci sepolcrali; ogni capanna ricorderà le stragi di questo tempo; ogni tempio adornerà un altare espiatorio che ricordi la guerra fratricida; ogni provincia mostrerà i ruderi di una o più città incendiate, e colà trarranno in pellegrinaggio i nipoti delle nostre vittime e gli additeranno ai loro figliuoli siccome esempio terribile del dove possa condurre una Nazione il voler attuare pensieri innaturali o immaturi.
…Badino i piemontesi perché il giorno della vendetta Divina non potrà tardare, né tarderà. Il destino delle nazioni non è nelle mani dei ministri ma in quelle di Dio. Il Governo di Piemonte è superbo, non vi è mai stato un superbo che non cadesse misero e vile. Esso ha sparso sangue fraterno, e su di lui pesa la maledizione di Caino. Troppo, troppo sangue innocente grida vendetta contro di essi, troppi miseri dal fondo delle prigioni, dall’esilio…

Il duca di Maddaloni, dopo aver illustrato tutti i mali che avevano insanguinato ed impoverito il Sud così conclude la sua mozione:” Rinsaviamo dunque.

Il male è più radicale che non si pensi. Non ama Italia soltanto quegli che la vorrebbe Una ed Indivisibile; ma quegli più è suo amico che la vuole civile e concorde, piuttosto che barbara e discorde, ed Una e morta perché in deserto feretro di regina”.

( Dalle cose di Napoli- Discorso del Duca di Maddaloni deputato al primo Parlamento italiano, Unione Tipografica Editrice, Torino, 1862)

Tratto dal libro di Antonio Ciano ” Le stragi e gli eccidi dei Savoia-esecutori e mandanti”


La nuova toponomastica di Gaeta :Piazza Cosmo Ciaramaglia, Viale di Montesecco al posto di Viale battaglione Alpini di Piemonte


Cosmo Ciaramaglia è stato il più grande amico di Antonio Ciano, operaio dell’Avir, scrittore, autore di “Razza Caina” un vero capolavoro, uno spaccato della provincia italiana, di una intensità particolare, oggi introvabile nelle librerie. Ciaramaglia è stato sindacalista della CGIL, comunista, internazionalista, borbonico. Quando vide San Leucio ebbe un soprassalto,

“Ma come!- diceva- e ci voleva Carlo Marx? I Borbone hanno fatto ciò 250 anni fa e la gente non sa niente? Allora dobbiamo divulgare la filosofia della comunità di quella che fu la nostra provincia. Quando vide la grandezza della Reggia di Caserta rimase estasiato e disse a Ciano: ” E furono chiamati reazionari? Dei re che costruirono case popolari, dei re che costruirono palazzi per ricoverare i poveri, che assegnavano terre in uso e mai in proprietà sono stati chiamati reazionari?
E i re che hanno tolto terre alla Chiesa e la demanio, sottraendoli ai cittadini per darli ai liberali sono dei rivoluzionari? Possibile? Qualcosa non quadrava, assieme a Ciano si incamminò alla riscoperta del tempo perduto.
Casa Ciaramaglia era diventata un laboratorio.
Quando fu pubblicato “I Savoia e il massacro del Sud” disse che quel libro avrebbe sconvolto le coscienze, la stessaa cosa scrisse Dario Fertilio sulla terza pagina de ” Il Corriere della Sera”. Dio ha voluto che Manna, Ciaramaglia e Ciano si incontrassero di lì a poco. I loro incontri avvenivano alla trattoria “Masaniello” di Gaeta, lì si elaborava, si piangeva sugli stupri subiti dal Sud, si elaborava, assieme a Lucio Barone, aggregatosi alla compagnia in modo naturale, un progetto politico serio, per dare al Sud la dignità e l’orgoglio della memoria perduta.
La prima cosa da fare era una tv, dovevamo poter irradiare le nostre ragioni ai meridionali. Ciano si inventò la telestreet per dare voce a questo movimento, al nuovo partito che avrebbe dovuto infondere nei meridionali la storia del Sud, la voce del Sud.
Ciaramaglia morì il 21 maggio del 2001, Manna lo segui da presso, Barone lasciò questa terra anche lui. Prima di morire lanciò un sms a Ciano, diceva:Vai avanti, ti guideremo da lassù, il Sud sta risorgendo.
Ciaramaglia fece sorgere un quartiere a Gaeta, con la sua opera di sindacalista; cooperative e case popolari a Monte Tortona, oggi c’è una piazzetta,l’amministrazione comunale l’ha sistemata con fiori, giochi per bambini, panche e luci.
Il presidente della commissione per la Toponomastica ha voluto che la piazza fosse intitolata a Cosmo Ciaramaglia, filosofo e scrittore, operaio e sindacalista, ma uno dei nostri.
Prima di morire scrisse questo capitolo, leggiamolo assieme*.
La commissione ha pure cambiato un’altra strada, lo storico viale della vecchia piazza d’armi borbonica, quello dove il Cap. Romano è solito sfilare con le sue truppe il 13 febbraio di ogni anno, escluso questo.
Ora si chiama come lo avevano chiamato i Borbone ” Viale di Montesecco” e lì, a 200 metri, i piemontesi erano adusi a fucilare i nostri partigiani, chiamati “Birganti”.
Il prossimo anno il Comune programmerà una settimana di eventi, senza togliere niente alle associazioni borboniche. Si proietteranno film sul brigantaggio, sull’invasione piemontese; topere teatrali, convegni, mostre sul brigantaggio. Sarà invitato ufficialmente il “Movimento neoborbonico” e Alessandro Romano, che per Ciano ,è ,e rimane fondamentale per lo sviluppo dell’ìdea meridionalsita, compie un’opera di convincimento da anni.
Siamo sicuri che un giorno la verità verra a galla, quelli che Ciano ha chiamato scribacchini, professorelli di regime, verranno smascherati.
Romano dovrebbe conoscere chi ha scritto quell’articolo velenoso contro Raimondi, è un suo paesano vendereccio, naviga a sinistra a Ventotene e a destra a Gaeta. Intanto Ciano e Raimondi stanno dando onore al Sud con gli atti e con i fatti. Primi in Italia sono stati capaci di portare in Consiglio comunale tematiche scottanti, mai servi dei savoia, nè dei giacobini.

A Ponza la strada principale è intitolata a Pisacane, la scuola principale è sempre intitolata a Pisacane, e la piazzetta del Comune è intitolata al Giacobino che lo scribacchino ha elevato in gloria con un libro. A Napoli si dice che “Chiacchiere e tabacchere ‘e legne ‘o banche ‘e napule non se li impegna”.
A Gaeta la giunta Raimondi , con atti di consiglio,fa i fatti.
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Negli ultimi anni, forse per reazione alla politica antimeridionalista di Bossi, forse per il grande divario economico esistente tra Nord e Sud, forse per il fatto che i Savoia volevano rientrare in Italia dall’esilio, forse perché molti scrittori stanno riscrivendo la storia risorgimentale, fatto sta che i Borbone sono ritornati nella memoria storica della gente del Sud e non solo. Nell’anno 2000 centinaia di migliaia di persone si sono recate a visitare le mostre sui Borbone patrocinate da presidenti di regioni e persino dal Capo dello Stato.
Ma chi erano quei Borbone da sempre dipinti come tiranni ed assassini dai derelitti prezzolati di regime?
Meglio di tutti risponde a questa domanda Cosmo Ciaramaglia, scrittore e filosofo:
”I Borbone, per mestiere, facevano i re. Una professione che si tramandavano di padre in figlio con passione e onestà.
Giravano l’Europa alla ricerca di chi avesse bisogno della loro opera e, felicemente, erano approdati nel Regno delle Due Sicilie che ne richiedeva la presenza.
A differenza di tutti gli altri Stati europei, dove i re trovavano sudditi da governare, nel Regno delle Due Sicilie, già Magna Gracia, i Borbone trovarono un popolo fatto di individui, l’uno diverso dall’altro per via della cultura epicurea che avevano nel sangue. Gennaro Esposito poteva essere solo Gennaro Esposito, non assimilabile a Carmine Cacace e, soprattutto, non riducibile a suddito.

Vigeva, inoltre, nel Regno, la triste usanza della solidarietà nei confronti dei poveri e dei derelitti, al fine di preservarne la sopravvivenza e la conservazione della personalità. Tutti individualisti ma tutti solidali.
Non era possibile far morire di fame un povero perché, prima di tirare le cuoia, il povero si sarebbe fatto precedere nell’aldilà da quelli che, a suo giudizio, non gli avevano offerto solidarietà.
Nel Regno erano permesse: la morte per vecchiaia, quella per malattia e quella violenta; la morte per fame la si trovava solo oltre i confini del Regno. I Borbone, tra l’altro, erano affetti da una grave malattia ereditaria. Una malattia progressiva peggiore della sifilide: erano cattolici. Credevano nel Cristo dei vangeli ed erano monarchi. Bella rogna essere amministratori di uno Stato e seguaci della parola di Cristo!
A differenza di quanto può permettersi un papa ( predicare il dettame), uno statista serio è costretto a praticare, ad applicare ciò in cui crede e, quindi, a legiferare in quel senso.
Scoprirono che Cristo era anche figlio di Dio, come ognuno di noi, ed era stato inviato sulla Terra, in alternativa a un secondo diluvio universale, a portare “il messaggio” che Dio avrebbe voluto fosse scoperto dagli uomini con l’aiuto dello Spirito santo.

Ma così non fu.
Cristo, figlio prediletto del Padre, esso stesso Dio, venne nel mondo degli uomini con la “formula magica”, la lieta novella, la verità assoluta.
La formula che racchiude in sé il postulato filosofico, mai acquisito dagli uomini, diceva che tutto era scritto a chiare lettere nella natura. Il postulato recita: “ama il prossimo tuo come te stesso”. Nel “ te stesso” risiede la prima legge naturale cher sancisce lo spirito di conservazione, l’egoismo che interessa tutti gli elementi presenti al mondo. Nell’ ama il prossimo tuo il segreto svelato dell’interazione cosmocologica a cui tutte le cose sono soggette. L’evoluzione di ogni uomo è meccanicamente dipendente del proprio circostante. Il circostante dell’individuo, che bombarda miriadi di messaggi si di esso, si diparte dal prossimo più prossimo e, via sfumando, coinvolge tutto l’habitat universale. Niente e nessuno può essere scevro dai fenomeni e dalle azioni che gli determinano intorno.

Tutto interreagisce.
Ogni uomo è portato ad erricchirsi, a impadronirsi di novità, nell’evoluzione.
Non c’è miniera che non debba essere sfruttata a proprio uso e consumo; ciò al fine di ascendere a una Dimensione Superiore. Più Divina.
Ma se l’uomo è squisito prodotto del proprio circostante, è nella dinamizzazione e nella ottimizzazione dello stesso la sorgente della propria evoluzione.
Quindi, lavorare alla crescita qualitativa del proprio circostante equivale, pari pari, a lavorare per la propria crescita. L’altruismo è la più alta forma di egoismo. Arare, seminare, far germogliare, per poter cogliere i frutti. Stimolare il benessere e l’esaltazione materiale, intellettiva, culturale e spirituale altrui, per ricevere messaggi vieppiù stimolanti. Senza nobile fatica, ha la meglio il ristagno.
Chi pratica lo zoppo impara a zoppicare, l’uomo delle caverne o lagunare si ammala di atrosi per via della forte umidità; chi scherza col fuoco si brucia.
Per via della “paposcia”, la stragrande maggioranza degli esseri umani, invece di faticare per costruire la propria casa, ha preferito occupare quella del vicino, dopo averlo fatto fuori.
L’ozio è il padre dei vizi. Chi non semina non raccoglie e, se raccoglie, lo fa nel seminato altrui.
Attraverso la sopraffazione e il consumismo, l’uomo è diventato demolitore del proprio circostante. Da cannibale, ha divorato il suo vicino; ha rubato, ha stuprato, ha ammazzato e distrutto intorno a sé e, tra le macerie di quanto consumato, raccoglie messaggi di livello infimo e scende nella dimensione delle sottospecie. Nella società moderna, le fatiche occorrenti per l’ottenimento dell’elevazione globale, vengono delegate a pochi.il religioso codino mangia, beve, fotte e prega. Il laico deve farsi carico di scoprire il vaccino antirabbico, la penicillina, l’antibiotico occorrente al religioso codino che mangia, beve, fotte e prega, quando viene morso da un cane e si ammala.

Dieci a costruire, novanta a distruggere: una lotta impari. La preghiera, praticata con la paposcia, è la scorciatoia per ottenere il massimo. Dio, che ha sancito essere la preghiera il darsi da fare a favore degli altri, nell’ambito delle leggi della natura, palesemente Divina, forse è sempre meno propenso ad ascoltare i vili mormorii dei cerebrolesi fatti nascere col forcipe delle Scritture Manomesse. L’ignoranza è l’essenza di Grazia. Chi si adopera per la conservazione o la moltiplicazione dell’ignoranza è ignorante. E senza Grazia. La Grazia di Dio è nella strabiliante varietà fenomenologica presente in natura, da cui l’uomo può attingere a piene mani per ottenere la cittadinanza cosmica a cui è destinato. Paposciari di tutto il mondo, datevi una mossa!
Se amare il prossimo come sé stessi” era il dettame dell’altissimo filosofo Cristo, non potevano i Cristiani cattolici Borbone non agire di conseguenza.
Se tutti gli esseri umani, alla pari, sono il prossimo di ognuno, tale parità andava proclamata nei fatti. Perciò, quindi occorreva recuperare nella sfera della dignità tutti i bisognosi, i miseri, i derelitti, gli acciaccati.

La divisione aprioristicamente meritocratica del liberalismo, il privilegio dovuto agli eletti di ebraica scaturigine, le rendite di posizione e quan’altro faceva a cazzotti con il postulato cristiano, dovevano essere, via via, debellati. Le pari opportunità dovevano riguardare anche Gennaro Esposito e Carmine Cacace.
Pane per tutti, istruzione per tutti, assistenza per tutti.
Dio lo vuole, Cristo lo ha detto.
E mentre l’aristocrazia mugugnava, nasceva San Leucio.

San Leucio, la “ città-utopia”, lavorava mirabilmente nel campo dei tessuti. Sete, rasi, fibre varie attraversavano i telai destramente adoperati e formavano coperte fantasmagoriche, lenzuola, tessuti ineguagliabili per fattezza. Una organizzazione industriale in una città di operai con i propri nuclei familiari, tutti forniti di una casa, di un’istruzione primaria, di un’istruzione professionale, di un salario uguale per tutti, di un’assistenza.
Era il comunismo. Era il nemico acerrimo del liberalismo, fondato sulla meritocrazia che premia i migliori.
Per il liberale conta quanto prodotto. Chi solleva un quintale, avendone le capacità, viene pagato per cento chili. Chi ne solleva solo cinquanta, essendo debole, viene pagato per cinquanta e tale compenso gli servirà per curarsi l’ernia prodotta a causa dello sforzo fatto. Filippide percorre, di corsa, 42 chilometri e passa, da solo; avverte i Greci dell’arrivo dei nemici e crepa per l’immane fatica sostenuta. Viene premiato e ricordato in eterno. Se a correre fossero stati in tre: Primeide, Filippide e Panieride, e Primeide fosse giunto per primo, Primeide sarebbe stato lui ad essere osannato e, anche se morti di crepacuore, non avrebbero raccolto felicitazioni gli altri e si sarebbe persa la memoria per Filippide e Panieride.
Il comunismo di San Leucio, accettato dalla Chiesa cattolica, non si sa quanto a malincuore, e vidimato dal Padreterno, rappresentava quanto più mortale per il pensiero e il potere liberal-massonico. Ritornava sulla Terra il messia, nei fatti e, quindi, era indispensabile ricrocifiggerlo.

I rapaci masso-ebraici-anglofrancosardi, sfruttando i laicomassorisorgimentali, partirono, lancia in resta, per fare del Regno terra bruciata.
La bestemmia pronunciata con la realizzazione di San Leucio era troppo grande; quindi: “ aricrucifige”! guai se l’esempio di san Leucio si fosse propagato.
Così come gli alleati, nella seconda guerra mondiale, furono costretti sbarcare sulle coste della Normandia, dacchè si era sentito sentore che Hitler stava per realizzare la bomba atomica, i rapaci alleati liberal-massoni corsero ad invadere la Magna Grecia ribattezzata Regno delle Due Sicilie.
Così. Come sostengono alcuni storici moderni, fu attivato un certo garibaldo, cacciatore per vocazione o bracconiere e arraffatore di prede e bottini in ogni sito terrestre, di qua e di là dell’oceano atlantico. Prodotto della coste liguri, come Colombo, avaro come si conviene in quelle plaghe, fu chiamato a cacciare i Borbone. Dicono, questi ultimi storici, che il famoso avido predone, aureolato dal carbonlaicismo del tempo, di ligure mazziniana fattezza, alla testa di un manipolo di pirati, banditi ed avventurieri assoldati nelle bettole litoranee del Nord e nelle miseropoli piemontesi e lombarde, sostenuto da mezzi e flotte delle Sacre Corone Unite d’Europa e dalle infide colonne liberal-ladroniche, cospicuamente presenti nel Regno da disfare, ingranò la quarta a Quarto, ubriacò le truppe a Marsala e, con le quinte colonne presenti in Sicilia, occupò l’isola, alleggerendola di migliaia e migliaia di contadini scontenti, fatti fucilare. Ciò per mettere in sesto il disegno savoiardo.

La storia, oggi, sul suo nome tentenna. Garibaldo, nato e cresciuto sulla costa, legato al mare per via del destino, odiava tutti i terragni: contadini, terroni e bifolchi, intenti ad accumulare per sopravvivere e gelosi della terra su cui nascevano, faticavano e morivano lasciando il testimone ai figli. Troppo statici agli occhi del corsaro. Ne fece fucilare tantissimi nel Regno dei Borbone depredato.
Nel nome di una druidica barbarie, aiutò i Savoia a spoliare la Magna Grecia di tutte le sue ricchezze finanziarie, materiali, sociali, spirituali ed artistiche.
Tutto il trasportabile fu trasportato nel Regno dei barbari discendenti di Vercincetorige e l’Italia fu consegnata in blocco ai Galli, Cisalpini e Trans, ai Longobardi e via ordando.Garibaldo fu mandato in pensione, in mezzo al mare. Qualcuno disse che non c’era, al mondo, sito migliore di Caprera per ospitare un caprone come il generale. Altri sostennero che l’operazione doveva servire a dare il là alle famose barzellette che vedono protagonista il naufrago sull’isoletta in mezzo al mare.
Intanto la ferocia savoiarda avviava all’emigrazione di massa, alla diaspora, tutto il popolo del Sud. Si affermava così il grande progetto: “ Dio e Popolo - Pensiero e Azione”: una malazione. Quale Dio, quale Popolo e quale pensiero, sono rimasti misteriosi.
Il “Dio” degli ebrei o quello dei cristiani? Quello del diluvio universale, di Sodoma e Gomorra, dell’occhio per occhio o quello del messia e del Perdono?
Il “Popolo” degli Italici sconfitti e dispersi della Magna Grecia o quello delle orde ottocentesche, autore dell’ultimo sacco di Roma?
Il “Pensiero” che va, sulle ali dorate , a raddrizzare le torri di Sionne o il Pensiero filosofico meraviglioso che va da Talete a Cristo? Ah, saperlo!
Chiusa la miniera laica dei carbonari, i massoni rotolarono come macigni da nord-ovest, per schiacciare le speranze di una Italia umanista. Eppure, quando i venti innovatori della rivoluzione francese erano arrivati a Napoli, si erano vergognati di riconoscersi arretrati rispetto a quanto si era edificato in quell’area geografica.

Dalla vergogna alla rabbia il passo è breve, per gli spocchiosi.
Quei maledetti Borbone si erano infilati in testa l’idea di eliminare i poveri.
Li censivano, poi costruivano in Napoli un chilometrico edificio per gli stessi, al fine di avviarli al reinserimento nella società, con la dignità che era dovuta loro in quanto esseri umani tra gli umani. Borbonismo sì, Borbonismo no.
Monarchi folli, da Campania Felix.
La storia scritta dai vincitori li classificò reazionari.
Dolmen, Menhir e Macigni debellarono anche i cattolici asburgici e l’unità d’Italia fu realizzata sotto il dominio delle province annesse.”.
(Cosmo Ciaramaglia,Meglio che me ne vada, libro postumo. Ibidem, pag…)

Così parlò il filosofo, e noi siamo d’accordo con lui, la pensiamo come lui.
Fonte:ReteSud
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Cosmo Ciaramaglia è stato il più grande amico di Antonio Ciano, operaio dell’Avir, scrittore, autore di “Razza Caina” un vero capolavoro, uno spaccato della provincia italiana, di una intensità particolare, oggi introvabile nelle librerie. Ciaramaglia è stato sindacalista della CGIL, comunista, internazionalista, borbonico. Quando vide San Leucio ebbe un soprassalto,

“Ma come!- diceva- e ci voleva Carlo Marx? I Borbone hanno fatto ciò 250 anni fa e la gente non sa niente? Allora dobbiamo divulgare la filosofia della comunità di quella che fu la nostra provincia. Quando vide la grandezza della Reggia di Caserta rimase estasiato e disse a Ciano: ” E furono chiamati reazionari? Dei re che costruirono case popolari, dei re che costruirono palazzi per ricoverare i poveri, che assegnavano terre in uso e mai in proprietà sono stati chiamati reazionari?
E i re che hanno tolto terre alla Chiesa e la demanio, sottraendoli ai cittadini per darli ai liberali sono dei rivoluzionari? Possibile? Qualcosa non quadrava, assieme a Ciano si incamminò alla riscoperta del tempo perduto.
Casa Ciaramaglia era diventata un laboratorio.
Quando fu pubblicato “I Savoia e il massacro del Sud” disse che quel libro avrebbe sconvolto le coscienze, la stessaa cosa scrisse Dario Fertilio sulla terza pagina de ” Il Corriere della Sera”. Dio ha voluto che Manna, Ciaramaglia e Ciano si incontrassero di lì a poco. I loro incontri avvenivano alla trattoria “Masaniello” di Gaeta, lì si elaborava, si piangeva sugli stupri subiti dal Sud, si elaborava, assieme a Lucio Barone, aggregatosi alla compagnia in modo naturale, un progetto politico serio, per dare al Sud la dignità e l’orgoglio della memoria perduta.
La prima cosa da fare era una tv, dovevamo poter irradiare le nostre ragioni ai meridionali. Ciano si inventò la telestreet per dare voce a questo movimento, al nuovo partito che avrebbe dovuto infondere nei meridionali la storia del Sud, la voce del Sud.
Ciaramaglia morì il 21 maggio del 2001, Manna lo segui da presso, Barone lasciò questa terra anche lui. Prima di morire lanciò un sms a Ciano, diceva:Vai avanti, ti guideremo da lassù, il Sud sta risorgendo.
Ciaramaglia fece sorgere un quartiere a Gaeta, con la sua opera di sindacalista; cooperative e case popolari a Monte Tortona, oggi c’è una piazzetta,l’amministrazione comunale l’ha sistemata con fiori, giochi per bambini, panche e luci.
Il presidente della commissione per la Toponomastica ha voluto che la piazza fosse intitolata a Cosmo Ciaramaglia, filosofo e scrittore, operaio e sindacalista, ma uno dei nostri.
Prima di morire scrisse questo capitolo, leggiamolo assieme*.
La commissione ha pure cambiato un’altra strada, lo storico viale della vecchia piazza d’armi borbonica, quello dove il Cap. Romano è solito sfilare con le sue truppe il 13 febbraio di ogni anno, escluso questo.
Ora si chiama come lo avevano chiamato i Borbone ” Viale di Montesecco” e lì, a 200 metri, i piemontesi erano adusi a fucilare i nostri partigiani, chiamati “Birganti”.
Il prossimo anno il Comune programmerà una settimana di eventi, senza togliere niente alle associazioni borboniche. Si proietteranno film sul brigantaggio, sull’invasione piemontese; topere teatrali, convegni, mostre sul brigantaggio. Sarà invitato ufficialmente il “Movimento neoborbonico” e Alessandro Romano, che per Ciano ,è ,e rimane fondamentale per lo sviluppo dell’ìdea meridionalsita, compie un’opera di convincimento da anni.
Siamo sicuri che un giorno la verità verra a galla, quelli che Ciano ha chiamato scribacchini, professorelli di regime, verranno smascherati.
Romano dovrebbe conoscere chi ha scritto quell’articolo velenoso contro Raimondi, è un suo paesano vendereccio, naviga a sinistra a Ventotene e a destra a Gaeta. Intanto Ciano e Raimondi stanno dando onore al Sud con gli atti e con i fatti. Primi in Italia sono stati capaci di portare in Consiglio comunale tematiche scottanti, mai servi dei savoia, nè dei giacobini.

A Ponza la strada principale è intitolata a Pisacane, la scuola principale è sempre intitolata a Pisacane, e la piazzetta del Comune è intitolata al Giacobino che lo scribacchino ha elevato in gloria con un libro. A Napoli si dice che “Chiacchiere e tabacchere ‘e legne ‘o banche ‘e napule non se li impegna”.
A Gaeta la giunta Raimondi , con atti di consiglio,fa i fatti.
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Negli ultimi anni, forse per reazione alla politica antimeridionalista di Bossi, forse per il grande divario economico esistente tra Nord e Sud, forse per il fatto che i Savoia volevano rientrare in Italia dall’esilio, forse perché molti scrittori stanno riscrivendo la storia risorgimentale, fatto sta che i Borbone sono ritornati nella memoria storica della gente del Sud e non solo. Nell’anno 2000 centinaia di migliaia di persone si sono recate a visitare le mostre sui Borbone patrocinate da presidenti di regioni e persino dal Capo dello Stato.
Ma chi erano quei Borbone da sempre dipinti come tiranni ed assassini dai derelitti prezzolati di regime?
Meglio di tutti risponde a questa domanda Cosmo Ciaramaglia, scrittore e filosofo:
”I Borbone, per mestiere, facevano i re. Una professione che si tramandavano di padre in figlio con passione e onestà.
Giravano l’Europa alla ricerca di chi avesse bisogno della loro opera e, felicemente, erano approdati nel Regno delle Due Sicilie che ne richiedeva la presenza.
A differenza di tutti gli altri Stati europei, dove i re trovavano sudditi da governare, nel Regno delle Due Sicilie, già Magna Gracia, i Borbone trovarono un popolo fatto di individui, l’uno diverso dall’altro per via della cultura epicurea che avevano nel sangue. Gennaro Esposito poteva essere solo Gennaro Esposito, non assimilabile a Carmine Cacace e, soprattutto, non riducibile a suddito.

Vigeva, inoltre, nel Regno, la triste usanza della solidarietà nei confronti dei poveri e dei derelitti, al fine di preservarne la sopravvivenza e la conservazione della personalità. Tutti individualisti ma tutti solidali.
Non era possibile far morire di fame un povero perché, prima di tirare le cuoia, il povero si sarebbe fatto precedere nell’aldilà da quelli che, a suo giudizio, non gli avevano offerto solidarietà.
Nel Regno erano permesse: la morte per vecchiaia, quella per malattia e quella violenta; la morte per fame la si trovava solo oltre i confini del Regno. I Borbone, tra l’altro, erano affetti da una grave malattia ereditaria. Una malattia progressiva peggiore della sifilide: erano cattolici. Credevano nel Cristo dei vangeli ed erano monarchi. Bella rogna essere amministratori di uno Stato e seguaci della parola di Cristo!
A differenza di quanto può permettersi un papa ( predicare il dettame), uno statista serio è costretto a praticare, ad applicare ciò in cui crede e, quindi, a legiferare in quel senso.
Scoprirono che Cristo era anche figlio di Dio, come ognuno di noi, ed era stato inviato sulla Terra, in alternativa a un secondo diluvio universale, a portare “il messaggio” che Dio avrebbe voluto fosse scoperto dagli uomini con l’aiuto dello Spirito santo.

Ma così non fu.
Cristo, figlio prediletto del Padre, esso stesso Dio, venne nel mondo degli uomini con la “formula magica”, la lieta novella, la verità assoluta.
La formula che racchiude in sé il postulato filosofico, mai acquisito dagli uomini, diceva che tutto era scritto a chiare lettere nella natura. Il postulato recita: “ama il prossimo tuo come te stesso”. Nel “ te stesso” risiede la prima legge naturale cher sancisce lo spirito di conservazione, l’egoismo che interessa tutti gli elementi presenti al mondo. Nell’ ama il prossimo tuo il segreto svelato dell’interazione cosmocologica a cui tutte le cose sono soggette. L’evoluzione di ogni uomo è meccanicamente dipendente del proprio circostante. Il circostante dell’individuo, che bombarda miriadi di messaggi si di esso, si diparte dal prossimo più prossimo e, via sfumando, coinvolge tutto l’habitat universale. Niente e nessuno può essere scevro dai fenomeni e dalle azioni che gli determinano intorno.

Tutto interreagisce.
Ogni uomo è portato ad erricchirsi, a impadronirsi di novità, nell’evoluzione.
Non c’è miniera che non debba essere sfruttata a proprio uso e consumo; ciò al fine di ascendere a una Dimensione Superiore. Più Divina.
Ma se l’uomo è squisito prodotto del proprio circostante, è nella dinamizzazione e nella ottimizzazione dello stesso la sorgente della propria evoluzione.
Quindi, lavorare alla crescita qualitativa del proprio circostante equivale, pari pari, a lavorare per la propria crescita. L’altruismo è la più alta forma di egoismo. Arare, seminare, far germogliare, per poter cogliere i frutti. Stimolare il benessere e l’esaltazione materiale, intellettiva, culturale e spirituale altrui, per ricevere messaggi vieppiù stimolanti. Senza nobile fatica, ha la meglio il ristagno.
Chi pratica lo zoppo impara a zoppicare, l’uomo delle caverne o lagunare si ammala di atrosi per via della forte umidità; chi scherza col fuoco si brucia.
Per via della “paposcia”, la stragrande maggioranza degli esseri umani, invece di faticare per costruire la propria casa, ha preferito occupare quella del vicino, dopo averlo fatto fuori.
L’ozio è il padre dei vizi. Chi non semina non raccoglie e, se raccoglie, lo fa nel seminato altrui.
Attraverso la sopraffazione e il consumismo, l’uomo è diventato demolitore del proprio circostante. Da cannibale, ha divorato il suo vicino; ha rubato, ha stuprato, ha ammazzato e distrutto intorno a sé e, tra le macerie di quanto consumato, raccoglie messaggi di livello infimo e scende nella dimensione delle sottospecie. Nella società moderna, le fatiche occorrenti per l’ottenimento dell’elevazione globale, vengono delegate a pochi.il religioso codino mangia, beve, fotte e prega. Il laico deve farsi carico di scoprire il vaccino antirabbico, la penicillina, l’antibiotico occorrente al religioso codino che mangia, beve, fotte e prega, quando viene morso da un cane e si ammala.

Dieci a costruire, novanta a distruggere: una lotta impari. La preghiera, praticata con la paposcia, è la scorciatoia per ottenere il massimo. Dio, che ha sancito essere la preghiera il darsi da fare a favore degli altri, nell’ambito delle leggi della natura, palesemente Divina, forse è sempre meno propenso ad ascoltare i vili mormorii dei cerebrolesi fatti nascere col forcipe delle Scritture Manomesse. L’ignoranza è l’essenza di Grazia. Chi si adopera per la conservazione o la moltiplicazione dell’ignoranza è ignorante. E senza Grazia. La Grazia di Dio è nella strabiliante varietà fenomenologica presente in natura, da cui l’uomo può attingere a piene mani per ottenere la cittadinanza cosmica a cui è destinato. Paposciari di tutto il mondo, datevi una mossa!
Se amare il prossimo come sé stessi” era il dettame dell’altissimo filosofo Cristo, non potevano i Cristiani cattolici Borbone non agire di conseguenza.
Se tutti gli esseri umani, alla pari, sono il prossimo di ognuno, tale parità andava proclamata nei fatti. Perciò, quindi occorreva recuperare nella sfera della dignità tutti i bisognosi, i miseri, i derelitti, gli acciaccati.

La divisione aprioristicamente meritocratica del liberalismo, il privilegio dovuto agli eletti di ebraica scaturigine, le rendite di posizione e quan’altro faceva a cazzotti con il postulato cristiano, dovevano essere, via via, debellati. Le pari opportunità dovevano riguardare anche Gennaro Esposito e Carmine Cacace.
Pane per tutti, istruzione per tutti, assistenza per tutti.
Dio lo vuole, Cristo lo ha detto.
E mentre l’aristocrazia mugugnava, nasceva San Leucio.

San Leucio, la “ città-utopia”, lavorava mirabilmente nel campo dei tessuti. Sete, rasi, fibre varie attraversavano i telai destramente adoperati e formavano coperte fantasmagoriche, lenzuola, tessuti ineguagliabili per fattezza. Una organizzazione industriale in una città di operai con i propri nuclei familiari, tutti forniti di una casa, di un’istruzione primaria, di un’istruzione professionale, di un salario uguale per tutti, di un’assistenza.
Era il comunismo. Era il nemico acerrimo del liberalismo, fondato sulla meritocrazia che premia i migliori.
Per il liberale conta quanto prodotto. Chi solleva un quintale, avendone le capacità, viene pagato per cento chili. Chi ne solleva solo cinquanta, essendo debole, viene pagato per cinquanta e tale compenso gli servirà per curarsi l’ernia prodotta a causa dello sforzo fatto. Filippide percorre, di corsa, 42 chilometri e passa, da solo; avverte i Greci dell’arrivo dei nemici e crepa per l’immane fatica sostenuta. Viene premiato e ricordato in eterno. Se a correre fossero stati in tre: Primeide, Filippide e Panieride, e Primeide fosse giunto per primo, Primeide sarebbe stato lui ad essere osannato e, anche se morti di crepacuore, non avrebbero raccolto felicitazioni gli altri e si sarebbe persa la memoria per Filippide e Panieride.
Il comunismo di San Leucio, accettato dalla Chiesa cattolica, non si sa quanto a malincuore, e vidimato dal Padreterno, rappresentava quanto più mortale per il pensiero e il potere liberal-massonico. Ritornava sulla Terra il messia, nei fatti e, quindi, era indispensabile ricrocifiggerlo.

I rapaci masso-ebraici-anglofrancosardi, sfruttando i laicomassorisorgimentali, partirono, lancia in resta, per fare del Regno terra bruciata.
La bestemmia pronunciata con la realizzazione di San Leucio era troppo grande; quindi: “ aricrucifige”! guai se l’esempio di san Leucio si fosse propagato.
Così come gli alleati, nella seconda guerra mondiale, furono costretti sbarcare sulle coste della Normandia, dacchè si era sentito sentore che Hitler stava per realizzare la bomba atomica, i rapaci alleati liberal-massoni corsero ad invadere la Magna Grecia ribattezzata Regno delle Due Sicilie.
Così. Come sostengono alcuni storici moderni, fu attivato un certo garibaldo, cacciatore per vocazione o bracconiere e arraffatore di prede e bottini in ogni sito terrestre, di qua e di là dell’oceano atlantico. Prodotto della coste liguri, come Colombo, avaro come si conviene in quelle plaghe, fu chiamato a cacciare i Borbone. Dicono, questi ultimi storici, che il famoso avido predone, aureolato dal carbonlaicismo del tempo, di ligure mazziniana fattezza, alla testa di un manipolo di pirati, banditi ed avventurieri assoldati nelle bettole litoranee del Nord e nelle miseropoli piemontesi e lombarde, sostenuto da mezzi e flotte delle Sacre Corone Unite d’Europa e dalle infide colonne liberal-ladroniche, cospicuamente presenti nel Regno da disfare, ingranò la quarta a Quarto, ubriacò le truppe a Marsala e, con le quinte colonne presenti in Sicilia, occupò l’isola, alleggerendola di migliaia e migliaia di contadini scontenti, fatti fucilare. Ciò per mettere in sesto il disegno savoiardo.

La storia, oggi, sul suo nome tentenna. Garibaldo, nato e cresciuto sulla costa, legato al mare per via del destino, odiava tutti i terragni: contadini, terroni e bifolchi, intenti ad accumulare per sopravvivere e gelosi della terra su cui nascevano, faticavano e morivano lasciando il testimone ai figli. Troppo statici agli occhi del corsaro. Ne fece fucilare tantissimi nel Regno dei Borbone depredato.
Nel nome di una druidica barbarie, aiutò i Savoia a spoliare la Magna Grecia di tutte le sue ricchezze finanziarie, materiali, sociali, spirituali ed artistiche.
Tutto il trasportabile fu trasportato nel Regno dei barbari discendenti di Vercincetorige e l’Italia fu consegnata in blocco ai Galli, Cisalpini e Trans, ai Longobardi e via ordando.Garibaldo fu mandato in pensione, in mezzo al mare. Qualcuno disse che non c’era, al mondo, sito migliore di Caprera per ospitare un caprone come il generale. Altri sostennero che l’operazione doveva servire a dare il là alle famose barzellette che vedono protagonista il naufrago sull’isoletta in mezzo al mare.
Intanto la ferocia savoiarda avviava all’emigrazione di massa, alla diaspora, tutto il popolo del Sud. Si affermava così il grande progetto: “ Dio e Popolo - Pensiero e Azione”: una malazione. Quale Dio, quale Popolo e quale pensiero, sono rimasti misteriosi.
Il “Dio” degli ebrei o quello dei cristiani? Quello del diluvio universale, di Sodoma e Gomorra, dell’occhio per occhio o quello del messia e del Perdono?
Il “Popolo” degli Italici sconfitti e dispersi della Magna Grecia o quello delle orde ottocentesche, autore dell’ultimo sacco di Roma?
Il “Pensiero” che va, sulle ali dorate , a raddrizzare le torri di Sionne o il Pensiero filosofico meraviglioso che va da Talete a Cristo? Ah, saperlo!
Chiusa la miniera laica dei carbonari, i massoni rotolarono come macigni da nord-ovest, per schiacciare le speranze di una Italia umanista. Eppure, quando i venti innovatori della rivoluzione francese erano arrivati a Napoli, si erano vergognati di riconoscersi arretrati rispetto a quanto si era edificato in quell’area geografica.

Dalla vergogna alla rabbia il passo è breve, per gli spocchiosi.
Quei maledetti Borbone si erano infilati in testa l’idea di eliminare i poveri.
Li censivano, poi costruivano in Napoli un chilometrico edificio per gli stessi, al fine di avviarli al reinserimento nella società, con la dignità che era dovuta loro in quanto esseri umani tra gli umani. Borbonismo sì, Borbonismo no.
Monarchi folli, da Campania Felix.
La storia scritta dai vincitori li classificò reazionari.
Dolmen, Menhir e Macigni debellarono anche i cattolici asburgici e l’unità d’Italia fu realizzata sotto il dominio delle province annesse.”.
(Cosmo Ciaramaglia,Meglio che me ne vada, libro postumo. Ibidem, pag…)

Così parlò il filosofo, e noi siamo d’accordo con lui, la pensiamo come lui.
Fonte:ReteSud

Resti in carcere il serial criminale


Di Bruno Tinti
ex Procuratore della Repubblica Aggiunto di Torino



Per spiegare le infinite possibilità di evitare il carcere offerte ai condannati per reati anche gravi, racconto spesso una storiella: come si può ammazzare la moglie e non fare nemmeno un giorno di prigione.

Mettendo in fila tutti gli sconti di pena, i permessi, le libertà vigilate, le liberazioni anticipate previste dalla legge, succede che le pene inflitte dai giudici alla fine del processo sono nei fatti almeno dimezzate e spesso annullate.

La legge prevede la possibilità di lavorare all’esterno del carcere dopo 5 anni di pena effettivamente scontata (10 per gli ergastolani); 45 giorni di permesso premio ogni anno dopo almeno un quarto di pena effettivamente scontata (10 anni per gli ergastolani); quando restano solo 3 anni da scontare (e per tutte le pene inferiori a 3 anni), l’affidamento in prova al servizio sociale: il condannato sta fuori del carcere e racconta all’assistente sociale come si sta comportando; gli arresti domiciliari per un massimo di 2 anni (la cosa è un po’ più articolata ma questa è la parte che c’interessa); la liberazione anticipata (la famosa legge Gozzini): uno sconto di 45 giorni ogni 6 mesi; quindi, in realtà, 1 anno sono 9 mesi, 4 anni sono 3 anni, 10 anni sono 7 e mezzo.

Tutto questo si cumula, e così si capisce perché in prigione ci stanno poche persone e per poco tempo.

Fanno eccezione terroristi e mafiosi, schiavisti e sequestratori di persona a scopo di estorsione, associati a delinquere per contrabbando e stupefacenti: per loro niente benefici a meno che non si pentano e collaborino con la giustizia.

Però la Gozzini resta applicabile a tutti, che collaborino o no: basta che in carcere non si comportino male.

Adesso questa straordinaria severità (si chiama certezza della pena) sarà applicata anche agli stupratori, ed è proprio una buona cosa.

Se scomodiamo i principi generali e ci chiediamo perché alcuni condannati debbono essere trattati peggio di altri (il che potrebbe sembrare ingiusto), la risposta è che si tratta di persone certamente pericolose: il mafioso e il terrorista, finché restano tali, aderiscono ad associazioni antagoniste dello Stato; e le persone condannate per gli altri reati che impediscono di godere dei benefici carcerari sono considerate a forte rischio di reiterazione: l’esperienza insegna che molto probabilmente commetteranno altri reati della stessa specie.

Questo punto è molto importante.

La maggiore severità non dipende dalla particolare gravità del reato; per questo c’è già la pena prevista dalla legge: più il reato è grave, più la pena è alta.

Se così non fosse, tanto varrebbe introdurre, per alcuni reati, pene di specie diversa, per esempio la tortura, il che in un Paese civile non si fa.

Sicché impedire agli stupratori di uscire dal carcere prima di aver scontato la pena, come si fa con i mafiosi, i terroristi ecc., non dipende dal fatto che il reato da loro commesso è grave (certo lo è); serve per garantirsi, nei limiti del possibile, che non stuprino ancora.

Tutto bene? Sì, per quanto riguarda la certezza che gli stupratori se ne stiano in prigione quanto gli tocca (ma resta la Gozzini).

No, per quanto riguarda il fatto che questo regime finalmente giusto non è stato applicato a tutte le altre categorie di delinquenti presunti seriali.

La Giustizia spende un sacco di soldi per far funzionare i Casellari Giudiziari: gli uffici che aggiornano i certificati penali.

Sarebbe bene trarne una qualche utilità.

Se una persona è stata condannata più volte per rapina, furto, truffa, guida in stato d’ebbrezza o sotto l’influsso di stupefacenti, omicidio colposo commesso perché ubriaco o drogato, se insomma la previsione che commetterà altri reati dello stesso tipo è fondata, visto che continua a commetterne; per quale motivo non dev’essere assoggettata allo stesso regime oggi previsto per gli stupratori?

Forse che le vittime di questi reati non hanno diritto alla stessa tutela di una persona violentata?

Naturalmente a questo punto si apre un problema: che ne facciamo degli amministratori pubblici condannati per corruzione?

E degli imprenditori condannati per falso in bilancio e bancarotta?

Anche questo tipo di delinquenti provoca dei bei danni; sembrano meno gravi perché non sono sanguinosi, colpiscono tanta gente tutta insieme e quindi senza volto; e, soprattutto, sono un po’ sdoganati dai fulgidi esempi della classe dirigente.

Però chi ti rapina una volta ti porta via il portafoglio o il contenuto della cassa; ma chi fa fallire una società in cui hai investito i tuoi risparmi ti porta via tutto; e chi aggiunge al prezzo dell’appalto la sua tangente impoverisce tutto il Paese.

Forse anche per questa gente dovrebbe valere il principio per il quale, accertato che si tratta di soggetti pericolosi, è bene garantirsi che non ne combinino altre.

Proprio come per gli stupratori.

Eh, magari. Mi accontenterei che non venissero eletti in Parlamento.

Fonte:
La Stampa del 19 febbraio 2009
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Di Bruno Tinti
ex Procuratore della Repubblica Aggiunto di Torino



Per spiegare le infinite possibilità di evitare il carcere offerte ai condannati per reati anche gravi, racconto spesso una storiella: come si può ammazzare la moglie e non fare nemmeno un giorno di prigione.

Mettendo in fila tutti gli sconti di pena, i permessi, le libertà vigilate, le liberazioni anticipate previste dalla legge, succede che le pene inflitte dai giudici alla fine del processo sono nei fatti almeno dimezzate e spesso annullate.

La legge prevede la possibilità di lavorare all’esterno del carcere dopo 5 anni di pena effettivamente scontata (10 per gli ergastolani); 45 giorni di permesso premio ogni anno dopo almeno un quarto di pena effettivamente scontata (10 anni per gli ergastolani); quando restano solo 3 anni da scontare (e per tutte le pene inferiori a 3 anni), l’affidamento in prova al servizio sociale: il condannato sta fuori del carcere e racconta all’assistente sociale come si sta comportando; gli arresti domiciliari per un massimo di 2 anni (la cosa è un po’ più articolata ma questa è la parte che c’interessa); la liberazione anticipata (la famosa legge Gozzini): uno sconto di 45 giorni ogni 6 mesi; quindi, in realtà, 1 anno sono 9 mesi, 4 anni sono 3 anni, 10 anni sono 7 e mezzo.

Tutto questo si cumula, e così si capisce perché in prigione ci stanno poche persone e per poco tempo.

Fanno eccezione terroristi e mafiosi, schiavisti e sequestratori di persona a scopo di estorsione, associati a delinquere per contrabbando e stupefacenti: per loro niente benefici a meno che non si pentano e collaborino con la giustizia.

Però la Gozzini resta applicabile a tutti, che collaborino o no: basta che in carcere non si comportino male.

Adesso questa straordinaria severità (si chiama certezza della pena) sarà applicata anche agli stupratori, ed è proprio una buona cosa.

Se scomodiamo i principi generali e ci chiediamo perché alcuni condannati debbono essere trattati peggio di altri (il che potrebbe sembrare ingiusto), la risposta è che si tratta di persone certamente pericolose: il mafioso e il terrorista, finché restano tali, aderiscono ad associazioni antagoniste dello Stato; e le persone condannate per gli altri reati che impediscono di godere dei benefici carcerari sono considerate a forte rischio di reiterazione: l’esperienza insegna che molto probabilmente commetteranno altri reati della stessa specie.

Questo punto è molto importante.

La maggiore severità non dipende dalla particolare gravità del reato; per questo c’è già la pena prevista dalla legge: più il reato è grave, più la pena è alta.

Se così non fosse, tanto varrebbe introdurre, per alcuni reati, pene di specie diversa, per esempio la tortura, il che in un Paese civile non si fa.

Sicché impedire agli stupratori di uscire dal carcere prima di aver scontato la pena, come si fa con i mafiosi, i terroristi ecc., non dipende dal fatto che il reato da loro commesso è grave (certo lo è); serve per garantirsi, nei limiti del possibile, che non stuprino ancora.

Tutto bene? Sì, per quanto riguarda la certezza che gli stupratori se ne stiano in prigione quanto gli tocca (ma resta la Gozzini).

No, per quanto riguarda il fatto che questo regime finalmente giusto non è stato applicato a tutte le altre categorie di delinquenti presunti seriali.

La Giustizia spende un sacco di soldi per far funzionare i Casellari Giudiziari: gli uffici che aggiornano i certificati penali.

Sarebbe bene trarne una qualche utilità.

Se una persona è stata condannata più volte per rapina, furto, truffa, guida in stato d’ebbrezza o sotto l’influsso di stupefacenti, omicidio colposo commesso perché ubriaco o drogato, se insomma la previsione che commetterà altri reati dello stesso tipo è fondata, visto che continua a commetterne; per quale motivo non dev’essere assoggettata allo stesso regime oggi previsto per gli stupratori?

Forse che le vittime di questi reati non hanno diritto alla stessa tutela di una persona violentata?

Naturalmente a questo punto si apre un problema: che ne facciamo degli amministratori pubblici condannati per corruzione?

E degli imprenditori condannati per falso in bilancio e bancarotta?

Anche questo tipo di delinquenti provoca dei bei danni; sembrano meno gravi perché non sono sanguinosi, colpiscono tanta gente tutta insieme e quindi senza volto; e, soprattutto, sono un po’ sdoganati dai fulgidi esempi della classe dirigente.

Però chi ti rapina una volta ti porta via il portafoglio o il contenuto della cassa; ma chi fa fallire una società in cui hai investito i tuoi risparmi ti porta via tutto; e chi aggiunge al prezzo dell’appalto la sua tangente impoverisce tutto il Paese.

Forse anche per questa gente dovrebbe valere il principio per il quale, accertato che si tratta di soggetti pericolosi, è bene garantirsi che non ne combinino altre.

Proprio come per gli stupratori.

Eh, magari. Mi accontenterei che non venissero eletti in Parlamento.

Fonte:
La Stampa del 19 febbraio 2009

BARI. Rinasce il Sud, riparte l'Italia con Adriana Poli Bortone



Notiziario Amica9 Tv | BARI
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Notiziario Amica9 Tv | BARI

domenica 22 febbraio 2009

LETTERA APERTA A ROBERTO SAVIANO


Mittente della sollecitazione il Movimento Insorgenza Civile che attraverso le pagine della nostra testata ed i manifesti affissi a Napoli chiede allo scrittore di candidarsi quale sindaco della città partenopea.

Rivolgerti un appello, caro Roberto, per noi napoletani è, prima di tutto, un’imperiosa necessità, perché disperate sono le condizioni della nostra città.
Non è, invece, un atto politico, perché noi napoletani non abbiamo neppure il ricordo di che cosa sia la buona politica.
E’, ad ogni modo, un dichiarato tentativo di estrema e spregiudicata strumentalizzazione della tua figura e di quello che "Gomorra" rappresenta innanzi all’opinione pubblica mondiale. E confidiamo che tu non intenda sottrarti alla bisogna.


Invochiamo la “tua diretta discesa in campo" perché vogliamo sventolare "Gomorra" come un vessillo per farne la bandiera di chi, in maniera corale e convinta, denunzia come inaccettabile lo sfacelo civile di questa nostra magnifica terra e di chi a questo infausto destino non intende ineluttabilmente soggiacere.

Caro Saviano, ti siamo grati per l'opera che hai compiuto, ma la nostra gratitudine e la tua mirabile iniziativa editoriale, da soli, non basteranno a salvarci. Hai certamente già compreso quale è la preghiera che intendiano rivolgerti.

"Gomorra", se restasse esclusivamente fine a se stesso, acquisterebbe il significato della consacrazione di una incondizionata e corale resa civile consumata a mezzo della più superlativa operazione editoriale di tutti i tempi, ed il dramma di Napoli ne sarebbe soltanto uno squallido strumento.

Occorre assolutamente sventare, invece, che questo accada perché la tua implacabile denunzia degli spietati sistemi di potere criminale che imperano in Campania rappresenta un’opportunità che non può andare vanamente dispersa. Da Gomorra può partire un impetuoso moto di Resurrezione civile e popolare.
E se tu vorrai disporti a mettere al servizio di un popolo svilito il tuo esempio di dignità, per Napoli può ancora esserci un destino diverso dalla vile rassegnazione.
Perchè è di questo che ti stiamo parlando, non sorprenderti. Roberto, noi non vogliamo arrenderci!

E Napoli, la Campania, il Sud non devono genuflettersi e chinare il capo segnando la resa incondizionata innanzi all’orrore di "Gomorra".

Noi, Roberto, non vogliamo alzare le mani e gettare la spugna a miglior gloria delle caste e delle cosche che tu ha contribuito a disvelare nella loro agghiacciante miseria.
Napoli non è soltanto Gomorra, è anche Sodomia perché il potere politico e di comitati di affari locali hanno eretto la sodomia ad arte del governo della cosa pubblica.
Ripartire è, forse, ancora possibile: ci vuole uno scatto di reni collettivo, un corale atto di coraggio ed un miracolo politico, forse si può ancora realizzare un miracolo napoletano, stavolta.

L’obiettivo c’è, si chiama Resurrezione Civile.
E se tu sarai alla testa ed insieme alla Napoli che non ci sta e che vuole risorgere, forse questo miracolo napoletano si può fare.
Gomorra, ormai, non è soltanto un’opera editoriale e cinematografica di grande successo. O almeno non è più soltanto questo. Gomorra non Ti ha reso soltanto successo, celebrità e denaro.

Gomorra, caro Roberto, ti ha trasformato in un simbolo di coraggio, di onestà, di sprezzante rifiuto per ogni assurda logica di sfruttamento e di malaffare.
Forse non era questo l’obiettivo cui miravi nel descrivere il gorgo infernale in cui Napoli sprofonda. Ma, Caro Roberto, non puoi non riconoscere la speranza che in questo momento rappresenti e sfuggire alla scelta - dagli effetti storici esiziali - cui non ti è dato più sottrarti:
Cosa intendi incarnare? Disfatta o riscatto? Speranza o rassegnazione? Resa alla barbarie o anelito di civiltà? Morte sociale o resurrezione civile?

Troppi napoletani, anche fra quelli che soffrono dei mali più profondi, si sono piegati alla rassegnazione, mentre la borghesia cittadina, la cosiddetta “società civile”, da troppo tempo è iscritta al libro paga della malavita e dalla malapolitica.
La Jervolino non si dimette. Non può dimettersi. Non deve dimettersi!
Perché nessuno lo ha mai fatto tanto nel Pd quanto nel Pdl. E nessuno si dimetterà. Il bipolarismo d’accatto sta scrivendo già le sue fondamentali regole comuni. Il primo comandamento assoluto è: "Non dimettersi, Mai!"


Nel frattempo Napoli emigra, Napoli viene offesa, violentata e vilipesa.
Si lavora alacremente e con risultati civili sconfortanti per insinuare la rassegnazione tra la gente, e per fare credere che l’orrore di Gomorra sia normale, inevitabile, ineluttabile quotidianità. Si ripete che il mostro Gomorra c’è sempre stato, che Gomorra è sempre esistita, non è mai cambiata. E che, pertanto, mai cambierà.


Caro Saviano tu sai bene quanto tutto questo sia falso. E conosci perfettamente il gioco e l’obiettivo perseguito dalla grande menzogna.
Se ci convincono che nulla può cambiare, nulla cambierà. Noi te rivolgiamo, invece, questo disperato appello perché non ci hanno ancora convinto di nulla, e non ci convinceranno mai.
Per questo aspettiamo anche, Caro Saviano, ed abbiamo fiducia che tu non disdegni di scendere in campo con Napoli, alla testa di un’onda che può montare evocando un sogno, una parola d’ordine ed una speranza. La speranza, almeno quella, può tornare a vivere a Gomorra se anche tu effettivamente lo vorrai.


Scusa la nostra impudenza, il nostro ardimento o, se vuoi, la nostra pazzia.
Ma è soltanto il nostro modo di dirti che il nostro intendimento è quello di resistere e che, siamo convinti, tu adesso, più di ogni altro, puoi aiutare Napoli perché una tua candidatura rappresenterebbe uno schiaffo definitivo alla rassegnazione ed il primo segnale di cedimento del Sistema.
Gomorra? No grazie:
ROBERTO SAVIANO SINDACO di NAPOLI

Fonte:Il Brigante
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Mittente della sollecitazione il Movimento Insorgenza Civile che attraverso le pagine della nostra testata ed i manifesti affissi a Napoli chiede allo scrittore di candidarsi quale sindaco della città partenopea.

Rivolgerti un appello, caro Roberto, per noi napoletani è, prima di tutto, un’imperiosa necessità, perché disperate sono le condizioni della nostra città.
Non è, invece, un atto politico, perché noi napoletani non abbiamo neppure il ricordo di che cosa sia la buona politica.
E’, ad ogni modo, un dichiarato tentativo di estrema e spregiudicata strumentalizzazione della tua figura e di quello che "Gomorra" rappresenta innanzi all’opinione pubblica mondiale. E confidiamo che tu non intenda sottrarti alla bisogna.


Invochiamo la “tua diretta discesa in campo" perché vogliamo sventolare "Gomorra" come un vessillo per farne la bandiera di chi, in maniera corale e convinta, denunzia come inaccettabile lo sfacelo civile di questa nostra magnifica terra e di chi a questo infausto destino non intende ineluttabilmente soggiacere.

Caro Saviano, ti siamo grati per l'opera che hai compiuto, ma la nostra gratitudine e la tua mirabile iniziativa editoriale, da soli, non basteranno a salvarci. Hai certamente già compreso quale è la preghiera che intendiano rivolgerti.

"Gomorra", se restasse esclusivamente fine a se stesso, acquisterebbe il significato della consacrazione di una incondizionata e corale resa civile consumata a mezzo della più superlativa operazione editoriale di tutti i tempi, ed il dramma di Napoli ne sarebbe soltanto uno squallido strumento.

Occorre assolutamente sventare, invece, che questo accada perché la tua implacabile denunzia degli spietati sistemi di potere criminale che imperano in Campania rappresenta un’opportunità che non può andare vanamente dispersa. Da Gomorra può partire un impetuoso moto di Resurrezione civile e popolare.
E se tu vorrai disporti a mettere al servizio di un popolo svilito il tuo esempio di dignità, per Napoli può ancora esserci un destino diverso dalla vile rassegnazione.
Perchè è di questo che ti stiamo parlando, non sorprenderti. Roberto, noi non vogliamo arrenderci!

E Napoli, la Campania, il Sud non devono genuflettersi e chinare il capo segnando la resa incondizionata innanzi all’orrore di "Gomorra".

Noi, Roberto, non vogliamo alzare le mani e gettare la spugna a miglior gloria delle caste e delle cosche che tu ha contribuito a disvelare nella loro agghiacciante miseria.
Napoli non è soltanto Gomorra, è anche Sodomia perché il potere politico e di comitati di affari locali hanno eretto la sodomia ad arte del governo della cosa pubblica.
Ripartire è, forse, ancora possibile: ci vuole uno scatto di reni collettivo, un corale atto di coraggio ed un miracolo politico, forse si può ancora realizzare un miracolo napoletano, stavolta.

L’obiettivo c’è, si chiama Resurrezione Civile.
E se tu sarai alla testa ed insieme alla Napoli che non ci sta e che vuole risorgere, forse questo miracolo napoletano si può fare.
Gomorra, ormai, non è soltanto un’opera editoriale e cinematografica di grande successo. O almeno non è più soltanto questo. Gomorra non Ti ha reso soltanto successo, celebrità e denaro.

Gomorra, caro Roberto, ti ha trasformato in un simbolo di coraggio, di onestà, di sprezzante rifiuto per ogni assurda logica di sfruttamento e di malaffare.
Forse non era questo l’obiettivo cui miravi nel descrivere il gorgo infernale in cui Napoli sprofonda. Ma, Caro Roberto, non puoi non riconoscere la speranza che in questo momento rappresenti e sfuggire alla scelta - dagli effetti storici esiziali - cui non ti è dato più sottrarti:
Cosa intendi incarnare? Disfatta o riscatto? Speranza o rassegnazione? Resa alla barbarie o anelito di civiltà? Morte sociale o resurrezione civile?

Troppi napoletani, anche fra quelli che soffrono dei mali più profondi, si sono piegati alla rassegnazione, mentre la borghesia cittadina, la cosiddetta “società civile”, da troppo tempo è iscritta al libro paga della malavita e dalla malapolitica.
La Jervolino non si dimette. Non può dimettersi. Non deve dimettersi!
Perché nessuno lo ha mai fatto tanto nel Pd quanto nel Pdl. E nessuno si dimetterà. Il bipolarismo d’accatto sta scrivendo già le sue fondamentali regole comuni. Il primo comandamento assoluto è: "Non dimettersi, Mai!"


Nel frattempo Napoli emigra, Napoli viene offesa, violentata e vilipesa.
Si lavora alacremente e con risultati civili sconfortanti per insinuare la rassegnazione tra la gente, e per fare credere che l’orrore di Gomorra sia normale, inevitabile, ineluttabile quotidianità. Si ripete che il mostro Gomorra c’è sempre stato, che Gomorra è sempre esistita, non è mai cambiata. E che, pertanto, mai cambierà.


Caro Saviano tu sai bene quanto tutto questo sia falso. E conosci perfettamente il gioco e l’obiettivo perseguito dalla grande menzogna.
Se ci convincono che nulla può cambiare, nulla cambierà. Noi te rivolgiamo, invece, questo disperato appello perché non ci hanno ancora convinto di nulla, e non ci convinceranno mai.
Per questo aspettiamo anche, Caro Saviano, ed abbiamo fiducia che tu non disdegni di scendere in campo con Napoli, alla testa di un’onda che può montare evocando un sogno, una parola d’ordine ed una speranza. La speranza, almeno quella, può tornare a vivere a Gomorra se anche tu effettivamente lo vorrai.


Scusa la nostra impudenza, il nostro ardimento o, se vuoi, la nostra pazzia.
Ma è soltanto il nostro modo di dirti che il nostro intendimento è quello di resistere e che, siamo convinti, tu adesso, più di ogni altro, puoi aiutare Napoli perché una tua candidatura rappresenterebbe uno schiaffo definitivo alla rassegnazione ed il primo segnale di cedimento del Sistema.
Gomorra? No grazie:
ROBERTO SAVIANO SINDACO di NAPOLI

Fonte:Il Brigante

Diretta web tv della manifestazione a Chiaiano con Beppe Grillo

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Crisi, Draghi: «La disoccupazione aumenterà»


Fasce deboli, lavoratori precari, giovani e famiglie a basso reddito: sono le categorie che, nell'analisi del governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, risentiranno di più della caduta della domanda. Per uscire in tempi rapidi dalla crisi occorre ridare fiducia nelle prospettive di lavoro e di reddito, adottare azioni forti di sostegno all'economia e consolidare il sistema finanziario. Botta e risposta con il governo. Draghi: «Tutti gli indicatori prefigurano un netto deterioramento». Tremonti: «Fatto tutto il possibile».

La disoccupazione aumenterà. L’allarme arriva dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, intervenuto sabato a Milano al quindicesimo congresso del Forex. Parlando a una platea di banchieri e operatori finanziari, Draghi ha avvertito che «le ripercussioni sull’occupazione non si sono ancora pienamente manifestate» e che «gli indicatori disponibili per i mesi più recenti prefigurano un netto deterioramento». A risentire di più della caduta della domanda saranno «le fasce deboli e meno protette, i lavoratori precari, i giovani, le famiglie a basso reddito». La categoria maggiormente a rischio è quella dei quasi tre milioni di lavoratori a termine, interinali e a progetto che vedono il loro contratto in scadenza.

Il futuro dunque non è roseo. Per questo il governatore della Banca d’Italia detta la strategia da seguire nei prossimi mesi. L’uscita dalla recessione potrà verificarsi in tempi brevi soltanto se gli interventi saranno «globali, di ampia portata, il più possibile coordinati» e se il governo saprà sfruttare la crisi per adottare riforme strutturali, capaci di far crescere l’Italia di più e meglio. «L’uscita dalla recessione sarà tanto più rapida quanto prima si ristabilirà la fiducia nelle prospettive di lavoro e di reddito, nel ritorno a una crescita equilibrata, nella solidità del sistema finanziario». Il messaggio di Draghi è chiaro: no al pessimismo di chi vede soltanto nubi nere all’orizzonte e al contempo un invito a fare di più in materia di interventi pubblici e di politiche economiche, soprattutto per le fasce deboli le cui capacità di consumo vanno sostenute.

La frecciata diretta al governo ha innescato subito la replica del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che si difende: «Il governo ha da tempo gestito nei termini che poteva e doveva questo fenomeno. Pochi giorni fa abbiamo siglato con le Regioni un importante accordo sugli ammortizzatori sociali. Noi siamo convinti di aver visto per tempo i fenomeni e di averli gestiti nel modo migliore». Dal canto suo, Draghi riconosce al governo di avere esteso ai lavoratori atipici la possibilità di accedere agli ammortizzatori sociali ma chiede che la riforma tuteli tutti i lavoratori dal rischio della disoccupazione, facendoli rientrare nel ciclo produttivo. Il numero uno della Banca d’Italia ha inoltre approvato il ricorso ai Tremonti bond in un’ottica di nuove forme di ricapitalizzazione, di rafforzamento delle banche italiane e di pulizia dei bilanci bancari dai titoli tossici. «Se i fondi messi a disposizione dallo Stato – ha spiegato Draghi – sono di dimensione adeguata, se le condizioni che accompagnano gli interventi sono ragionevoli e concrete, senza ingerenze amministrative nelle scelte imprenditoriali, non si esiti a utilizzarli».

Nel sottolineare l’esigenza di una forte azione per sostenere l’economia, il governatore di Bankitalia ha parlato anche di misure protezionistiche, i cui effetti sono a lungo andare negativi. Pur riconoscendo che il ricorso a queste politiche è naturale in tempi di crisi e che nell’immediato può offrire qualche beneficio, il protezionismo ha una natura «certamente illusoria e distruttiva nel medio periodo» e un suo impiego esagerato «potrebbe avere effetti deleteri, innescando un ciclo di ritorsioni commerciali».

Fonte:Ami
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Fasce deboli, lavoratori precari, giovani e famiglie a basso reddito: sono le categorie che, nell'analisi del governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, risentiranno di più della caduta della domanda. Per uscire in tempi rapidi dalla crisi occorre ridare fiducia nelle prospettive di lavoro e di reddito, adottare azioni forti di sostegno all'economia e consolidare il sistema finanziario. Botta e risposta con il governo. Draghi: «Tutti gli indicatori prefigurano un netto deterioramento». Tremonti: «Fatto tutto il possibile».

La disoccupazione aumenterà. L’allarme arriva dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, intervenuto sabato a Milano al quindicesimo congresso del Forex. Parlando a una platea di banchieri e operatori finanziari, Draghi ha avvertito che «le ripercussioni sull’occupazione non si sono ancora pienamente manifestate» e che «gli indicatori disponibili per i mesi più recenti prefigurano un netto deterioramento». A risentire di più della caduta della domanda saranno «le fasce deboli e meno protette, i lavoratori precari, i giovani, le famiglie a basso reddito». La categoria maggiormente a rischio è quella dei quasi tre milioni di lavoratori a termine, interinali e a progetto che vedono il loro contratto in scadenza.

Il futuro dunque non è roseo. Per questo il governatore della Banca d’Italia detta la strategia da seguire nei prossimi mesi. L’uscita dalla recessione potrà verificarsi in tempi brevi soltanto se gli interventi saranno «globali, di ampia portata, il più possibile coordinati» e se il governo saprà sfruttare la crisi per adottare riforme strutturali, capaci di far crescere l’Italia di più e meglio. «L’uscita dalla recessione sarà tanto più rapida quanto prima si ristabilirà la fiducia nelle prospettive di lavoro e di reddito, nel ritorno a una crescita equilibrata, nella solidità del sistema finanziario». Il messaggio di Draghi è chiaro: no al pessimismo di chi vede soltanto nubi nere all’orizzonte e al contempo un invito a fare di più in materia di interventi pubblici e di politiche economiche, soprattutto per le fasce deboli le cui capacità di consumo vanno sostenute.

La frecciata diretta al governo ha innescato subito la replica del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che si difende: «Il governo ha da tempo gestito nei termini che poteva e doveva questo fenomeno. Pochi giorni fa abbiamo siglato con le Regioni un importante accordo sugli ammortizzatori sociali. Noi siamo convinti di aver visto per tempo i fenomeni e di averli gestiti nel modo migliore». Dal canto suo, Draghi riconosce al governo di avere esteso ai lavoratori atipici la possibilità di accedere agli ammortizzatori sociali ma chiede che la riforma tuteli tutti i lavoratori dal rischio della disoccupazione, facendoli rientrare nel ciclo produttivo. Il numero uno della Banca d’Italia ha inoltre approvato il ricorso ai Tremonti bond in un’ottica di nuove forme di ricapitalizzazione, di rafforzamento delle banche italiane e di pulizia dei bilanci bancari dai titoli tossici. «Se i fondi messi a disposizione dallo Stato – ha spiegato Draghi – sono di dimensione adeguata, se le condizioni che accompagnano gli interventi sono ragionevoli e concrete, senza ingerenze amministrative nelle scelte imprenditoriali, non si esiti a utilizzarli».

Nel sottolineare l’esigenza di una forte azione per sostenere l’economia, il governatore di Bankitalia ha parlato anche di misure protezionistiche, i cui effetti sono a lungo andare negativi. Pur riconoscendo che il ricorso a queste politiche è naturale in tempi di crisi e che nell’immediato può offrire qualche beneficio, il protezionismo ha una natura «certamente illusoria e distruttiva nel medio periodo» e un suo impiego esagerato «potrebbe avere effetti deleteri, innescando un ciclo di ritorsioni commerciali».

Fonte:Ami

Scuola: in Calabria 1.682 precari rischiano da aprile di rimanere a casa


Dal 1 aprile 1.682 lavoratori ex LSU, fra Cocococ impegnati in servizi amministrativi e personale delle pulizie impegnato nelle scuole, rimarranno senza stipendi e senza lavoro".

A sostenerlo sono il segretario generale Nidil-Cgil Calabria Antonio Cimino ed il segretario generale Filcams-Cgil Calabria Aldo Libri.

"Ad aggravare lo stato di precarietà e di disoccupazione in Calabria - hanno proseguito - arrivano i tagli dei finanziamenti del Governo, frutto di una politica che non guarda alla necessità ed all'importanza dei servizi erogati, ma a scaricare gli effetti della crisi sui lavoratori. A pagare la crisi anche questa volta i lavoratori che vivono la condizione di precarietà".

"Tutti a casa - hanno sostenuto Cimino e Libri - e centinaia di scuole in Calabria si ritroveranno in condizioni di difficoltà, con tutti i rischi in termini di igiene per gli alunni e di disagio per le famiglie. Eppure nel corso della discussione sulla legge finanziaria il sen. Achille Passoni aveva presentato un emendamento per destinare 400 milioni di euro al pagamento degli stipendi di questi lavoratori che in Italia sono circa 15.400. L'emendamento è stato rigettato anche con i voti delle rappresentanze parlamentari meridionali e calabresi della maggioranza.

Da Roma, dalle stanze del Ministero della Pubblica Istruzione arrivano segnali negativi sulla possibilità che possano continuare a svolgere il loro lavoro, che, così come viene svolto attualmente, genera un risparmio del 25% sull'organico del corrispondente personale scolastico".


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Dal 1 aprile 1.682 lavoratori ex LSU, fra Cocococ impegnati in servizi amministrativi e personale delle pulizie impegnato nelle scuole, rimarranno senza stipendi e senza lavoro".

A sostenerlo sono il segretario generale Nidil-Cgil Calabria Antonio Cimino ed il segretario generale Filcams-Cgil Calabria Aldo Libri.

"Ad aggravare lo stato di precarietà e di disoccupazione in Calabria - hanno proseguito - arrivano i tagli dei finanziamenti del Governo, frutto di una politica che non guarda alla necessità ed all'importanza dei servizi erogati, ma a scaricare gli effetti della crisi sui lavoratori. A pagare la crisi anche questa volta i lavoratori che vivono la condizione di precarietà".

"Tutti a casa - hanno sostenuto Cimino e Libri - e centinaia di scuole in Calabria si ritroveranno in condizioni di difficoltà, con tutti i rischi in termini di igiene per gli alunni e di disagio per le famiglie. Eppure nel corso della discussione sulla legge finanziaria il sen. Achille Passoni aveva presentato un emendamento per destinare 400 milioni di euro al pagamento degli stipendi di questi lavoratori che in Italia sono circa 15.400. L'emendamento è stato rigettato anche con i voti delle rappresentanze parlamentari meridionali e calabresi della maggioranza.

Da Roma, dalle stanze del Ministero della Pubblica Istruzione arrivano segnali negativi sulla possibilità che possano continuare a svolgere il loro lavoro, che, così come viene svolto attualmente, genera un risparmio del 25% sull'organico del corrispondente personale scolastico".


 
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