venerdì 20 febbraio 2009

giovedì 19 febbraio 2009

Antonia Arslan, La strada di Smirne


Ricevo segnalazione da Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza e posto esprimendo solidarietà al popolo Armeno:

E’ uscito il nuovo romanzo storico di Antonia Arslan sul genocidio armeno
(documento n. 1).


Il quotidiano la Repubblica, nel recensirlo, fa propria la tesi di Guenter Lewy che nega il progetto di sterminio da parte del governo turco
(doc. n. 2).

La comunità armena di Roma oggi scrive al quotidiano una lettera di protesta
(doc. n. 3).


Doc. n. 1 - Nuovo romanzo storico sul genocidio armeno




L'attesissimo seguito de La masseria delle allodole. Tre bambine e un maschietto vestito da donna si imbarcano su una nave per Venezia. Altri orfani trovano rifugio prima ad Aleppo e poi a Smirne. Sono i sopravvissuti al genocidio degli armeni. Le prove che dovranno affrontare non sono finite…
È finita. La fuga è giunta alla sua conclusione. Al sicuro a bordo di una nave che li condurrà in Italia, Shushanig e i suoi quattro figli si lasciano alle spalle le atrocità che hanno sconvolto la loro vita e sterminato i loro cari e tante altre famiglie armene. Quello è il passato, racchiuso e conservato per sempre tra le pagine della Masseria delle allodole. Ora una nuova storia incalza.
Mentre in Italia i figli di Shushanig si adattano dolorosamente a una nuova realtà, Ismene, la lamentatrice greca che tanto ha fatto per strapparli alla morte, cerca di dare corpo all’illusione di salvare altre vite, prendendosi cura degli orfani armeni che vagano nelle strade di Aleppo, ostaggi innocenti di una brutalità che non si può dimenticare. Ma proprio quando nella Piccola Città dove tutto ha avuto inizio qualcuno torna per riprendere quel che gli appartiene, ogni speranza di ricostruire un futuro compromesso cade in frantumi.
La narrazione di Antonia Arslan stupisce per il coraggio di testimoniare fino in fondo le vicende di un popolo condannato all’esilio e per la capacità di dipingere un mondo vivo e pulsante di donne e uomini straordinari. Donne e uomini normali che hanno sofferto senza spezzarsi, attraversando le alte fiamme che, nell’incendio di Smirne, sembravano voler bruciare la speranza di una vita nuova.
Antonia Arslan, La strada di Smirne, Ed. Rizzoli, 2009, pp. 280, euro 18.50.

Sullo stesso argomento: Alberto Rosselli, L'olocausto armeno. Breve storia di un massacro dimenticato, Edizioni Solfanelli, Chieti 2007, pagg. euro 7,50, www.edizionisolfanelli.it

Doc. n. 2 - L’articolo de la Repubblica


Sempre più spesso il massacro degli armeni lascia le pagine dei libri di storia e si trasferisce nei romanzi, regalandoci talvolta ottimi scrittori, raramente un maggior grado di verità. Ottima scrittrice è certamente Antonia Arslan, che a cinque anni dal suo La masseria delle allodole ora completa quella saga con La strada di Smirne (Rizzoli, pagg. 275, euro 18,50).
Se il primo romanzo raccontava le stragi e le deportazioni degli armeni alla fine dell' impero ottomano, il secondo narra l' epilogo di quell' esodo, il rogo di Smirne. Nell' incendio che chiuderà il romanzo sembreranno bruciare, insieme alla seconda città dell' impero e ai suoi abitanti greci e armeni, anche gli ultimi residui di un' epoca.
«La vita garbata e gradevole dell' Europa ottocentesca» soccomberà alla brutalità degli scontri etnici, lo stile cosmopolita di una società mercantile sarà soppiantato da ferocie sterminatrici e da rapacità contadine. Epilogo tanto più atroce perché travolge Smirne proprio nel momento del suo maggior fulgore, quando, svanito l' impero ottomano, la città sembra dare vita ad un equivalente mediterraneo dell' Austria felix rimpianta da Joseph Roth. A Smirne sbarcano stranieri di tutte le razze e di tutte le religioni; vi convivono «turchi, greci, armeni, ebrei e levantini, e sono d' accordo di vivere in un luogo benedetto da Dio». Ogni speranza è ammessa, giacché «la bella infedele si è svegliata libera, e va dove la porta il suo antico istinto di grande città marinara, seguendo i venti e i capricci del mare».
La Arslan è bravissima nel farci rivivere quello splendore da ultimi giorni di Pompei, e corretta nel dare un nome all' eruzione che lo sommergerà:
il «fanatismo nazionalista, ciò che di più estraneo esiste per l' animo mediorientale e levantino».
Però nel suo romanzo quel mostro sembra avere unicamente l' uniforme dei soldati turchi e gli occhi gelidi di Kemal Ataturk.

E qui forse la memoria tramandata dai sopravvissuti, in ogni caso rispettabile, non sembra corrispondere esattamente alla verità storica. Qui non si tratta di concedere qualcosa al negazionismo di quella parte della storiografia kemalista che non riesce ad ammettere neppure quanto è ovvio.
E' indiscutibile che in Anatolia la minoranza armena, soggetta per tutto l' Ottocento a violenze e soprusi, fu aggredita con la partecipazione attiva delle autorità, e che gli irregolari curdi esecutori materiali dei massacri furono di fatto autorizzati. Non per questo risulta più credibile la tesi della storiografia nazionalista armena, ostinata nell' attribuire le stragi ad un piano di sterminio sistematico, paragonabile alla "soluzione finale" applicata dal Terzo Reich agli ebrei.
Tra i non pochi storici occidentali che rigettano questa lettura c' è Guenter Lewy, autore di un saggio dal sottotitolo dubbioso, Un genocidio controverso (Einaudi). Secondo Lewy il regime ottomano voleva certo espellere dall' Anatolia la popolazione armena, temendo che agisse da quinta colonna della Russia, le cui truppe erano entrate in profondità nella regione di Van; ma i massacri che costellarono la deportazione non furono preordinati, e andrebbero semmai spiegati con il caos in cui si dissolveva la statualità imperiale.
Inoltre i timori ottomani non erano peregrini, giacché l' indipendentismo armeno combatteva effettivamente al fianco delle truppe russe, e con metodi che includevano la strage di intere comunità musulmane.
Infine, l' avanzata dei russi e degli indipendentisti in Anatolia occidentale aveva costretto all' esodo decine di migliaia di contadini turchi, che riparati in Anatolia orientale pensarono di vendicare i lutti e di recuperare le proprietà perse rifacendosi sugli armeni. Riletto in questo contesto, il massacro di quel milione di cristiani perde la sua esclusività turca e diventa una spaventosa "pulizia etnica", affine alle "pulizie etniche" che dalla fine dell' Ottocento, e nel corso di un secolo, le popolazioni cristiane ribellatesi alla Sublime Porta abbatterono sulle minoranze musulmane nei Balcani.
Appartiene a questa sequenza criminale anche l' incendio di Smirne, i cui bagliori chiudono il romanzo della Arslan? Secondo un' opinione consolidata in Occidente, i vincitori turchi vollero cancellare la presenza greca e armena.
La storiografia turca obietta, citando testimoni occidentali, che ad appiccare il fuoco sarebbero stati imprevidenti greci, per impedire che i magazzini abbandonati dall' esercito ellenico in fuga cadessero nelle mani delle truppe di Ataturk. Debole o no che sia questa versione, è bizzarro che non si riesca a trovare una versione grossomodo condivisa di vicende occorse un secolo fa.
Colpa del peso della memoria, ma soprattutto delle interferenze di politiche che utilizzano il massacro degli armeni per i propri fini (impedire ad Ankara l' ingresso in un' Europa che si vorrebbe "cristiana"; imporre il nazionalismo turco come ideologia di Stato, quale è sempre meno). Eppure nelle accademie turche come in quelle armene non mancano studiosi ormai decisi a guardare al passato con uno spirito di verità. Liberarsi di una storia etnicamente orientata (armena o turca, cristiana o musulmana) sarebbe un esercizio altamente salutare per tutti gli europei.
Probabilmente ci porterebbe a convenire con quanto afferma un libro che andrebbe letto nelle scuole italiane ( Sono razzista, ma sto cercando di smettere, di Guido Barbujani e Pietro Cheli, Laterza): «A qualcuno può sembrare strano, ma la storia documenta come mantenere identità ricche e complesse fosse più la regola che l' eccezione, prima dell' esaltazione monoidentitaria del Novecento. Difficile oggi immaginare la Salonicco di minareti, sinagoghe e monasteri, ottomana e poi greca, dove gli ebrei in fuga dalla Spagna cattolica hanno trovato ospitalità in una comunità che comprendeva anche il fondatore dello stato turco moderno, Ataturk; Salonicco nel cui bazar si inseguivano una dozzina di lingue, e che finisce nel momento in cui i turchi si scoprono musulmani, i greci cristiani, e cominciano le deportazioni: dei turchi nel 1912, degli ebrei nel 1943». Chiunque l' abbia incendiata, la Smirne di Antonia Arslan appartenne a quel mondo di identità plurime che il secolo scorso distrusse e che questo tende a ricostruire, tra fortissime ostilità.
(Da la Repubblica del 18.02.2009, articolo di Guido Rampolli)

Doc. n. 3 – Lettera della Comunità Armena di Roma a la Repubblica



Pubblichiamo di seguito la lettera che il Consiglio per la comunità armena di Roma ha voluto indirizzare alla redazione del giornale in risposta all'articolo di Guido Rampoldi apparso su La Repubblica del 18.02.09.




Egr. Direttore,
Abbiamo letto con certo stupore e un pizzico di sgomento la recensione al libro di Antonia Arslan “La Strada di Smirne” del Dr. Guido Rampoldi apparsa su La Repubblica di oggi.
Lo stupore riguarda alcuni passaggi ed affermazioni del giornalista che riguardano la oramai acclarata verità storica del genocidio armeno perpetrato nel 1915 a danno della minoranza armena da parte dell’allora governo turco. Argomento trattato nel romanzo della Arslan.
Il Dr Rampoldi invece di limitarsi ad una recensione letteraria dell’opera si cimenta in una ricostruzione storica personale delle vicende avvenute nel 1915 facendo riferimento al già noto e discusso libro di Guenter Lewy. Storico, che per sua stessa ammissione, dice di non conoscere né la lingua armena né quella turca e che fa una analisi della vicenda, alquanto controversa, sposando appieno le tesi negazioniste del Governo di Ankara.
Il Dr Rampoldi tralascia (volutamente?) quella montagna di storiografia occidentale ed i numerosi storici come Marcello Flores (italiano) o Taner Akcam (turco), giusto per citarne alcuni, che hanno invece affermato che il genocidio degli armeni è una verità storica incontestabile.
Rampoldi vuol farci credere che l'annientamento e lo sradicamento di un milione e mezzo di armeni è dovuto solo alla circostanza che “l'avanzata dei russi e degli indipendentisti in Anatolia occidentale aveva costretto all'esodo decine di migliaia di contadini turchi, che riparati in Anatolia orientale pensarono di vendicare i lutti e di recuperare le proprietà perse rifacendosi sugli armeni.”?
Oppure è rimasto l’unico ad affermare che “ad appiccare il fuoco (di Smirne) sarebbero stati imprevidenti greci, per impedire che i magazzini abbandonati dall'esercito ellenico in fuga cadessero nelle mani delle truppe di Ataturk”... quando questa tesi è stata ampiamente smentita dagli stessi studiosi e giornalisti turchi in articoli ed opinioni che hanno riempito, nemmeno un anno fa, pagine di giornali?
Non è la prima volta che ci vediamo costretti a manifestare la nostra ferma contrarietà a certe affermazioni del Suo giornale. Affermazioni che feriscono la memoria dei sopravvissuti e sminuiscono l’opera di tanti eccellenti storici anche turchi.
Proprio adesso che in Turchia dove l’opinione pubblica si sta svegliando da un letargo durato fin troppo e dove un gruppo di intellettuali ha lanciato una campagna di scuse verso i fratelli armeni “per gli avvenimenti del 1915” crea certo stupore e sgomento leggere sulle pagine di un quotidiano italiano frasi come:
“E qui forse la memoria tramandata dai sopravvissuti non sembra corrispondere esattamente alla verità storica.” Oppure “Indiscutibile l’aggressione alla minoranza armena ma non fu una “soluzione finale”.
Sempre più spesso la storia del genocidio degli armeni si trasferisce sulle pagine dei giornali regalandoci, ahinoi, talvolta una verità faziosa e distorta.

http://www.comunitaarmena.it/comunicati/repubblica%20risposta%20180209.html
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Ricevo segnalazione da Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza e posto esprimendo solidarietà al popolo Armeno:

E’ uscito il nuovo romanzo storico di Antonia Arslan sul genocidio armeno
(documento n. 1).


Il quotidiano la Repubblica, nel recensirlo, fa propria la tesi di Guenter Lewy che nega il progetto di sterminio da parte del governo turco
(doc. n. 2).

La comunità armena di Roma oggi scrive al quotidiano una lettera di protesta
(doc. n. 3).


Doc. n. 1 - Nuovo romanzo storico sul genocidio armeno




L'attesissimo seguito de La masseria delle allodole. Tre bambine e un maschietto vestito da donna si imbarcano su una nave per Venezia. Altri orfani trovano rifugio prima ad Aleppo e poi a Smirne. Sono i sopravvissuti al genocidio degli armeni. Le prove che dovranno affrontare non sono finite…
È finita. La fuga è giunta alla sua conclusione. Al sicuro a bordo di una nave che li condurrà in Italia, Shushanig e i suoi quattro figli si lasciano alle spalle le atrocità che hanno sconvolto la loro vita e sterminato i loro cari e tante altre famiglie armene. Quello è il passato, racchiuso e conservato per sempre tra le pagine della Masseria delle allodole. Ora una nuova storia incalza.
Mentre in Italia i figli di Shushanig si adattano dolorosamente a una nuova realtà, Ismene, la lamentatrice greca che tanto ha fatto per strapparli alla morte, cerca di dare corpo all’illusione di salvare altre vite, prendendosi cura degli orfani armeni che vagano nelle strade di Aleppo, ostaggi innocenti di una brutalità che non si può dimenticare. Ma proprio quando nella Piccola Città dove tutto ha avuto inizio qualcuno torna per riprendere quel che gli appartiene, ogni speranza di ricostruire un futuro compromesso cade in frantumi.
La narrazione di Antonia Arslan stupisce per il coraggio di testimoniare fino in fondo le vicende di un popolo condannato all’esilio e per la capacità di dipingere un mondo vivo e pulsante di donne e uomini straordinari. Donne e uomini normali che hanno sofferto senza spezzarsi, attraversando le alte fiamme che, nell’incendio di Smirne, sembravano voler bruciare la speranza di una vita nuova.
Antonia Arslan, La strada di Smirne, Ed. Rizzoli, 2009, pp. 280, euro 18.50.

Sullo stesso argomento: Alberto Rosselli, L'olocausto armeno. Breve storia di un massacro dimenticato, Edizioni Solfanelli, Chieti 2007, pagg. euro 7,50, www.edizionisolfanelli.it

Doc. n. 2 - L’articolo de la Repubblica


Sempre più spesso il massacro degli armeni lascia le pagine dei libri di storia e si trasferisce nei romanzi, regalandoci talvolta ottimi scrittori, raramente un maggior grado di verità. Ottima scrittrice è certamente Antonia Arslan, che a cinque anni dal suo La masseria delle allodole ora completa quella saga con La strada di Smirne (Rizzoli, pagg. 275, euro 18,50).
Se il primo romanzo raccontava le stragi e le deportazioni degli armeni alla fine dell' impero ottomano, il secondo narra l' epilogo di quell' esodo, il rogo di Smirne. Nell' incendio che chiuderà il romanzo sembreranno bruciare, insieme alla seconda città dell' impero e ai suoi abitanti greci e armeni, anche gli ultimi residui di un' epoca.
«La vita garbata e gradevole dell' Europa ottocentesca» soccomberà alla brutalità degli scontri etnici, lo stile cosmopolita di una società mercantile sarà soppiantato da ferocie sterminatrici e da rapacità contadine. Epilogo tanto più atroce perché travolge Smirne proprio nel momento del suo maggior fulgore, quando, svanito l' impero ottomano, la città sembra dare vita ad un equivalente mediterraneo dell' Austria felix rimpianta da Joseph Roth. A Smirne sbarcano stranieri di tutte le razze e di tutte le religioni; vi convivono «turchi, greci, armeni, ebrei e levantini, e sono d' accordo di vivere in un luogo benedetto da Dio». Ogni speranza è ammessa, giacché «la bella infedele si è svegliata libera, e va dove la porta il suo antico istinto di grande città marinara, seguendo i venti e i capricci del mare».
La Arslan è bravissima nel farci rivivere quello splendore da ultimi giorni di Pompei, e corretta nel dare un nome all' eruzione che lo sommergerà:
il «fanatismo nazionalista, ciò che di più estraneo esiste per l' animo mediorientale e levantino».
Però nel suo romanzo quel mostro sembra avere unicamente l' uniforme dei soldati turchi e gli occhi gelidi di Kemal Ataturk.

E qui forse la memoria tramandata dai sopravvissuti, in ogni caso rispettabile, non sembra corrispondere esattamente alla verità storica. Qui non si tratta di concedere qualcosa al negazionismo di quella parte della storiografia kemalista che non riesce ad ammettere neppure quanto è ovvio.
E' indiscutibile che in Anatolia la minoranza armena, soggetta per tutto l' Ottocento a violenze e soprusi, fu aggredita con la partecipazione attiva delle autorità, e che gli irregolari curdi esecutori materiali dei massacri furono di fatto autorizzati. Non per questo risulta più credibile la tesi della storiografia nazionalista armena, ostinata nell' attribuire le stragi ad un piano di sterminio sistematico, paragonabile alla "soluzione finale" applicata dal Terzo Reich agli ebrei.
Tra i non pochi storici occidentali che rigettano questa lettura c' è Guenter Lewy, autore di un saggio dal sottotitolo dubbioso, Un genocidio controverso (Einaudi). Secondo Lewy il regime ottomano voleva certo espellere dall' Anatolia la popolazione armena, temendo che agisse da quinta colonna della Russia, le cui truppe erano entrate in profondità nella regione di Van; ma i massacri che costellarono la deportazione non furono preordinati, e andrebbero semmai spiegati con il caos in cui si dissolveva la statualità imperiale.
Inoltre i timori ottomani non erano peregrini, giacché l' indipendentismo armeno combatteva effettivamente al fianco delle truppe russe, e con metodi che includevano la strage di intere comunità musulmane.
Infine, l' avanzata dei russi e degli indipendentisti in Anatolia occidentale aveva costretto all' esodo decine di migliaia di contadini turchi, che riparati in Anatolia orientale pensarono di vendicare i lutti e di recuperare le proprietà perse rifacendosi sugli armeni. Riletto in questo contesto, il massacro di quel milione di cristiani perde la sua esclusività turca e diventa una spaventosa "pulizia etnica", affine alle "pulizie etniche" che dalla fine dell' Ottocento, e nel corso di un secolo, le popolazioni cristiane ribellatesi alla Sublime Porta abbatterono sulle minoranze musulmane nei Balcani.
Appartiene a questa sequenza criminale anche l' incendio di Smirne, i cui bagliori chiudono il romanzo della Arslan? Secondo un' opinione consolidata in Occidente, i vincitori turchi vollero cancellare la presenza greca e armena.
La storiografia turca obietta, citando testimoni occidentali, che ad appiccare il fuoco sarebbero stati imprevidenti greci, per impedire che i magazzini abbandonati dall' esercito ellenico in fuga cadessero nelle mani delle truppe di Ataturk. Debole o no che sia questa versione, è bizzarro che non si riesca a trovare una versione grossomodo condivisa di vicende occorse un secolo fa.
Colpa del peso della memoria, ma soprattutto delle interferenze di politiche che utilizzano il massacro degli armeni per i propri fini (impedire ad Ankara l' ingresso in un' Europa che si vorrebbe "cristiana"; imporre il nazionalismo turco come ideologia di Stato, quale è sempre meno). Eppure nelle accademie turche come in quelle armene non mancano studiosi ormai decisi a guardare al passato con uno spirito di verità. Liberarsi di una storia etnicamente orientata (armena o turca, cristiana o musulmana) sarebbe un esercizio altamente salutare per tutti gli europei.
Probabilmente ci porterebbe a convenire con quanto afferma un libro che andrebbe letto nelle scuole italiane ( Sono razzista, ma sto cercando di smettere, di Guido Barbujani e Pietro Cheli, Laterza): «A qualcuno può sembrare strano, ma la storia documenta come mantenere identità ricche e complesse fosse più la regola che l' eccezione, prima dell' esaltazione monoidentitaria del Novecento. Difficile oggi immaginare la Salonicco di minareti, sinagoghe e monasteri, ottomana e poi greca, dove gli ebrei in fuga dalla Spagna cattolica hanno trovato ospitalità in una comunità che comprendeva anche il fondatore dello stato turco moderno, Ataturk; Salonicco nel cui bazar si inseguivano una dozzina di lingue, e che finisce nel momento in cui i turchi si scoprono musulmani, i greci cristiani, e cominciano le deportazioni: dei turchi nel 1912, degli ebrei nel 1943». Chiunque l' abbia incendiata, la Smirne di Antonia Arslan appartenne a quel mondo di identità plurime che il secolo scorso distrusse e che questo tende a ricostruire, tra fortissime ostilità.
(Da la Repubblica del 18.02.2009, articolo di Guido Rampolli)

Doc. n. 3 – Lettera della Comunità Armena di Roma a la Repubblica



Pubblichiamo di seguito la lettera che il Consiglio per la comunità armena di Roma ha voluto indirizzare alla redazione del giornale in risposta all'articolo di Guido Rampoldi apparso su La Repubblica del 18.02.09.




Egr. Direttore,
Abbiamo letto con certo stupore e un pizzico di sgomento la recensione al libro di Antonia Arslan “La Strada di Smirne” del Dr. Guido Rampoldi apparsa su La Repubblica di oggi.
Lo stupore riguarda alcuni passaggi ed affermazioni del giornalista che riguardano la oramai acclarata verità storica del genocidio armeno perpetrato nel 1915 a danno della minoranza armena da parte dell’allora governo turco. Argomento trattato nel romanzo della Arslan.
Il Dr Rampoldi invece di limitarsi ad una recensione letteraria dell’opera si cimenta in una ricostruzione storica personale delle vicende avvenute nel 1915 facendo riferimento al già noto e discusso libro di Guenter Lewy. Storico, che per sua stessa ammissione, dice di non conoscere né la lingua armena né quella turca e che fa una analisi della vicenda, alquanto controversa, sposando appieno le tesi negazioniste del Governo di Ankara.
Il Dr Rampoldi tralascia (volutamente?) quella montagna di storiografia occidentale ed i numerosi storici come Marcello Flores (italiano) o Taner Akcam (turco), giusto per citarne alcuni, che hanno invece affermato che il genocidio degli armeni è una verità storica incontestabile.
Rampoldi vuol farci credere che l'annientamento e lo sradicamento di un milione e mezzo di armeni è dovuto solo alla circostanza che “l'avanzata dei russi e degli indipendentisti in Anatolia occidentale aveva costretto all'esodo decine di migliaia di contadini turchi, che riparati in Anatolia orientale pensarono di vendicare i lutti e di recuperare le proprietà perse rifacendosi sugli armeni.”?
Oppure è rimasto l’unico ad affermare che “ad appiccare il fuoco (di Smirne) sarebbero stati imprevidenti greci, per impedire che i magazzini abbandonati dall'esercito ellenico in fuga cadessero nelle mani delle truppe di Ataturk”... quando questa tesi è stata ampiamente smentita dagli stessi studiosi e giornalisti turchi in articoli ed opinioni che hanno riempito, nemmeno un anno fa, pagine di giornali?
Non è la prima volta che ci vediamo costretti a manifestare la nostra ferma contrarietà a certe affermazioni del Suo giornale. Affermazioni che feriscono la memoria dei sopravvissuti e sminuiscono l’opera di tanti eccellenti storici anche turchi.
Proprio adesso che in Turchia dove l’opinione pubblica si sta svegliando da un letargo durato fin troppo e dove un gruppo di intellettuali ha lanciato una campagna di scuse verso i fratelli armeni “per gli avvenimenti del 1915” crea certo stupore e sgomento leggere sulle pagine di un quotidiano italiano frasi come:
“E qui forse la memoria tramandata dai sopravvissuti non sembra corrispondere esattamente alla verità storica.” Oppure “Indiscutibile l’aggressione alla minoranza armena ma non fu una “soluzione finale”.
Sempre più spesso la storia del genocidio degli armeni si trasferisce sulle pagine dei giornali regalandoci, ahinoi, talvolta una verità faziosa e distorta.

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Darwin, lo Uaar e la detronizzazione dell'uomo che non esiste


Di Francesco Agnoli





Per l’anniversario di Darwin lo Uaar (Unione atei e agnostici razionalisti) ha organizzato incontri in tutta Italia.
Avrei dovuto partecipare anch’io, ad uno di essi, a Milano, ma purtroppo mi è risultato impossibile.
Mi dispiace, avrei detto alcune cose che mi sembrano importanti.
Premettendo, anzitutto, che Darwin è meglio non venga arruolato da nessuno. Coloro che lo hanno fatto, in passato, per darsi un’aura di scientificità, non gli hanno reso un grande servizio.
Penso all’entusiasmo per il darwinismo di Galton, fondatore dell’eugenetica; o a quello di Marx, di Stalin e di Lenin, che videro nell’evoluzionismo la conferma del loro materialismo; a quello dei social-darwinisti e dei biologi guerrafondai di primo Novecento, soprattutto in Germania; a quello di Benito Mussolini che a Trento, nel 1908, in occasione dell’inaugurazione di una statua al darwinista Canestrini, rivendicava la scientificità dell’ateismo in nome, appunto, del naturalista inglese…
E’ anche a causa di queste appropriazioni, non poco ideologiche, delle ipotesi scientifiche darwiniane, che ancora oggi la discussione è spesso più ingarbugliata del previsto.

Fatta questa breve premessa, avrei voluto sostenere quello che mi sembra un concetto innegabile: nonostante il tentativo insistente e forzato di alcuni darwinisti di stabilire una continuità netta, totale, assoluta, tra l’animale e l’uomo, continuità del resto suggerita da Darwin stesso ne L’origine dell’uomo, non vi sono ancor oggi prove di tutto ciò. Anzi, quello che sappiamo ci indica una evidente discontinuità. Per l’uomo contemporaneo, come pure per Sir Alfred Wallace, colui che insieme a Darwin illustrò per primo al mondo la moderna teoria evolutiva, rimangono ancora inspiegate la pelle glabra, l’andatura bipede, la stazione eretta e la volumetria del cervello: tutte caratteristiche proprie dell’uomo e non dei primati, per giustificare le quali gli evoluzionisti hanno portato svariate argomentazioni, sempre divergenti e contrastanti tra loro. Ma, soprattutto, rimane a tutt’oggi innegabile l’esistenza di un salto ontologico incolmabile tra l’animale e l’animale-uomo. Questo perché, se da una parte è dimostrabile ed evidente che molte caratteristiche animali sono presenti nell’uomo, come del resto si è sempre pensato anche prima di Darwin, dall’altra è ugualmente chiaro che una serie di facoltà sono invece peculiari e distintive dell’uomo e solo di lui: il pensiero, l’idea di Dio, il linguaggio, il senso morale, la libertà, l’altruismo…tutte facoltà non comprensibili alla luce della pura evoluzione, che lo scienziato ateo Edoardo Boncinelli ha catalogato abilmente come “incidenti congelati”, o come “lacune darwiniane” (altri parlano di fortunati “scherzi” evolutivi), cioè come avvenimenti fortuiti, casuali, che non sappiamo spiegare, e che pure esistono.
Catalogazione, lo si comprende facilmente, che nasconde, dietro formule brillanti, ma vuote, la verità e cioè l’irriducibilità dell’anima umana a meccanismi puramente materiali ed evolutivi, tanto più se casuali.
Proprio tra gli oratori invitati dallo Uaar, per il Darwin day di Ancona, vi è il biologo evolutivo Vincenzo Caputo, dell’istituto di Biologia e Genetica dell’università Politecnica delle Marche, che si considera certamente un grande estimatore di Darwin, e con cui ho avuto modo spesso di discutere via email. Ebbene, Caputo è autore di un breve saggio “Mente e coscienza negli animali: un excursus etologico”, in cui si prendono le distanze dalle forzature di quegli etologi che tentano di equiparare ogni capacità umana con una analoga facoltà animale, finendo appunto per identificare animali ed uomini, e, a seguire, diritti animali e diritti umani. Il leit motiv di questi etologi darwinisti è che ogni differenza tra animali e uomini sia solo quantitativa, e cioè colmabile, e non qualitativa. Eppure, scrive Caputo, “non occorre riflettere a lungo per riconoscere la differenza qualitativa essenziale tra il padroneggiare le pratiche del calcolo differenziale o la trigonometria, da una parte, e il saper apprezzare la differenza tra due muchi di caramelle (come sanno fare determinate bestie, ndr), dall’altra”. Analizzando le differenze tra il linguaggio animale e quello umano, Caputo, riprendendo un celebre linguista, scrive che proprio la parola rappresenta ancora oggi “il nostro Rubicone che nessuna scimmia potrà attraversare”. Infatti, “nonostante un filone di ricerca etologica intrapreso fin dai primi del Novecento, a tutt’oggi non sono stati scoperti chiari equivalenti del linguaggio umano (cfr. Deacon, 1992, 2000)”.
“Anche il tentativo-continua Caputo- di insegnare a primati superiori linguaggi simbolici semplificati (sia il linguaggio americano dei segni, sia l’uso di lessigrammi) ha evidenziato le difficoltà di apprendimento apparentemente insuperabili nel passaggio dalle associazioni condizionate a quelle simboliche (Deacon, 2001). In effetti, l’insegnamento del linguaggio dei segni agli scimpanzé sembrava inizialmente indicare una notevole competenza linguistica di questi primati. Tuttavia, verifiche successive basate sull’esame al rallentatore di filmati eseguiti durante le sessioni di addestramento, rivelavano che la maggior parte dei segni formulati dalla scimmia erano suggeriti inconsciamente dai suoi stessi insegnanti e che l’animale non faceva altro che imitarli nell’intento di ottenere un premio.
Altrettanto controversi sono risultati i test in cui si insegnava a degli scimpanzé a disporre dei lessigrammi secondo un ordine prescritto, in modo da formare “frasi” e ottenere premi: gli scimpanzé impararono tutti a maneggiare una certa quantità di simboli, svelando un’impressionante capacità cognitiva. Ma rimane tutt’altro che chiaro se in qualcuno di questi casi di uso dei simboli ci fosse una reale comprensione dei simboli stessi.

Ed è proprio “la differenza fondamentale fra l’usare i simboli e il comprenderli a costituire la discontinuità fra gli animali e gli umani, e ciò che porta alla manifesta ed enorme distanza fra le richieste automatiche delle scimmie addestrate al linguaggio e ai voli concettuali degli umani” (Budiansky, 2007). In definitiva, la diversità fra comunicazione umana e animale emersa dagli studi etologici rende difficile tracciare le origini evolutive delle parole facendole risalire a un precursore animale.
La maggioranza degli autori sembra invece ipotizzare che il linguaggio si sia originato dopo il distacco della diramazione ominide dagli altri primati (Hauser, 2002; Mithen, 2007) e che costituisca un istinto, una dotazione specie specifica innata che sarebbe rintracciabile soltanto nell’uomo (cfr. Pinker, 2007)…”.
Concludendo il suo studio il professor Caputo attribuisce a Dawin il merito di averci lasciato “la consapevolezza che noi umani siamo inestricabilmente
(= filogeneticamente) legati agli altri animali.
Questo dato scientifico ci rende “meno soli” nell’universo, anche se la nostra peculiarità cognitiva esalta innegabilmente la distinzione di Homo sapiens entro il mondo animale. Una variante del dualismo cartesiano sembra perciò resistere (umano vs animale), malgrado le ingegnose indagini di quegli etologi e psicologi evolutivi che tentano di colmare l’abisso cognitivo che ci separa dagli altri animali. Pinker (2007) ha giustamente fatto rilevare che gli sforzi di questi ricercatori…sono destinati a uno scontato fallimento. L’altra eredità darwiniana che ha profondamente inciso sulla nostra visione della natura è il “gradualismo”, cioè l’idea secondo la quale l’evoluzione si verificherebbe secondo un costante e continuo passaggio tra forme di vita impercettibilmente diverse: per Darwin infatti le specie non esistono, se non come costrutti metafisici della mente umana. In realtà, le ricerche svolte nel corso del Novecento hanno chiaramente dimostrato che le specie sono “prodotti” reali della natura e il meccanismo che le crea è la cladogenesi o speciazione, che Darwin non aveva pienamente compreso (cfr. Mayr, 1990). Ed è proprio la speciazione che, generando in perpetuo discontinuità fra gli organismi, tende a saturare quelle opportunità ecologiche che il divenire del Pianeta offre costantemente alla vita.
Se il cambiamento evolutivo si verificasse, come Darwin pensava, esclusivamente secondo la modalità del gradualismo filetico, che può solo modificare una stessa linea di discendenza, la vita prima o poi perirebbe sotto i colpi spietati dell’estinzione.
Questa visione gradualistica del processo evolutivo, enfatizzando la continuità uomo-animale (cfr. Rachels, 1996), ha inoltre fornito all’attuale movimento animalista un potente argomento a favore dei “diritti animali”.
I più accesi sostenitori della filosofia animalista hanno addirittura introdotto il termine “specismo” per stigmatizzare la discriminazione nei confronti dei “non-umani”, sottolineando che questa attitudine discriminatoria è simile al razzismo e al sessismo (cfr. Rachels, 1996).
Secondo uno dei massimi esponenti del movimento di “liberazione animale”, così come il razzista attribuisce maggior peso agli interessi della sua etnia e il sessista a quella del suo sesso, “lo specista permette che gli interessi della sua specie prevalgano su interessi superiori di membri di altre specie” (Singer, 2003). L’animalismo più avanzato si è poi dedicato al cosiddetto “Progetto Grande Scimmia”, esposto in un libro che esordisce col seguente proclama “Noi chiediamo che la comunità degli eguali sia estesa a includere tutti i grandi antropoidi: esseri umani, scimpanzè, gorilla e oranghi” (citato in Castignone, 1997; cfr. anche Marks, 2003). Non c’è chi non veda in questo vero e proprio fanatismo zoofilo la forma più estrema di antropomorfismo.
Attribuendo infatti diritti agli animali ed elevandoli di conseguenza a membri della comunità morale, li vincoleremmo a obblighi che non possono né comprendere né tantomeno ottemperare.
Perseverando in questa assurda pretesa, si arriverebbe al paradosso per cui una volpe dovrebbe rispettare il diritto alla vita del pollo e intere specie sarebbero condannate ipso facto all’estinzione in quanto creature istintivamente criminali (Scruton, 2007, 2008)!”. “In realtà- conclude Caputo- pur nella piena consapevolezza del vincolo filogenetico che ci unisce agli altri animali, mi sembra pura cecità ideologica non voler vedere le incommensurabili differenze cognitive che ci separano da essi, come lucidamente sostenuto dal più grande biologo evolutivo del Novecento, Ernst Mayr (1904-2005): “L’ondata di sgomento per la “detronizzazione” dell’uomo non si è ancora placata.
Privare l’uomo della sua condizione di privilegio, come imponeva la teoria della discendenza comune, fu il primo effetto della rivoluzione darwiniana, ma, non diversamente da altre rivoluzioni, anch’essa finì con l’andare troppo oltre, come dimostra l’affermazione fatta da alcuni estremisti, secondo cui l’uomo non è “niente altro” che un animale.
Ciò naturalmente non è vero; certamente, da un punto di vista zoologico, l’uomo è un animale, ma un animale unico, che differisce da tutti gli altri per così tanti aspetti fondamentali da giustificare una scienza separata specificamente dedita al suo studio. Fermo restando questo punto, non si deve dimenticare in quanti modi, spesso insospettati, l’uomo riveli la sua ascendenza. Nel contempo l’unicità dell’uomo giustifica in qualche misura un sistema di valori riferito all’uomo e a un’etica antropocentrica. In questo senso una forma profondamente modificata di antropocentrismo continua a essere legittima” (Mayr, 1990, pag. 384)”.
L’ “unicità dell’uomo”, “un’etica antropocentrica”: questo è quello che un credente difende senza possibilità di arretrare, e che “il più grande biologo evolutivo del Novecento” riconosce! Perché è solo questa unicità che giustifica la specificità dell’uomo, lo salva dal non senso, e che determina quella dignità che gli ha permesso di dominare la natura, creando la scienza, di alzare gli occhi al cielo, di interrogarsi sul senso dell’esistenza, di costruire, in ogni tempo necropoli e sepolcri, nella convinzione che solo le bestie sono destinate a divenire per sempre polvere e terra.
Nessun darwinismo, per quanto ideologico e agguerrito, potrà mai scalfire questa verità, autoevidente da quando l’uomo esiste; autoevidente, potremmo dire, come il concetto per cui l’uomo comprende in sé la natura animale, mentre l’animale, al contrario, non possiede le facoltà tipicamente umane, perchè il più contiene il meno e non viceversa.

Alla luce di queste considerazioni, anche l’espressione di Mayer, secondo cui il darwinismo avrebbe “detronizzato” l’uomo, è solo un tributo ad un certo darwinismo ideologico, a forzature filosofiche, negate subito dopo, con l’affermazione, appunto, della unicità dell’uomo.
Bastava già Aristotele, senza bisogno di Darwin, per dirci, dal punto di vista filosofico, che l’uomo è anche animale; bastava la narrazione del Genesi, con la terra vivificata dal soffio di Dio creatore a renderci consapevoli della nostra natura anche mortale. Anche, appunto…ma non solo. Nè Copernico, come si usa spesso dire, alterando il suo pensiero, né Marx, né Darwin, né Freud, hanno dunque in alcun modo “detronizzato” l’uomo, se non nella lettura ideologica di chi vuole cancellare la sua dignità, la sua anima, per negare, al contempo, Dio e i valori.

Fonte:Il Foglio del 12 febbraio 2009
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Di Francesco Agnoli





Per l’anniversario di Darwin lo Uaar (Unione atei e agnostici razionalisti) ha organizzato incontri in tutta Italia.
Avrei dovuto partecipare anch’io, ad uno di essi, a Milano, ma purtroppo mi è risultato impossibile.
Mi dispiace, avrei detto alcune cose che mi sembrano importanti.
Premettendo, anzitutto, che Darwin è meglio non venga arruolato da nessuno. Coloro che lo hanno fatto, in passato, per darsi un’aura di scientificità, non gli hanno reso un grande servizio.
Penso all’entusiasmo per il darwinismo di Galton, fondatore dell’eugenetica; o a quello di Marx, di Stalin e di Lenin, che videro nell’evoluzionismo la conferma del loro materialismo; a quello dei social-darwinisti e dei biologi guerrafondai di primo Novecento, soprattutto in Germania; a quello di Benito Mussolini che a Trento, nel 1908, in occasione dell’inaugurazione di una statua al darwinista Canestrini, rivendicava la scientificità dell’ateismo in nome, appunto, del naturalista inglese…
E’ anche a causa di queste appropriazioni, non poco ideologiche, delle ipotesi scientifiche darwiniane, che ancora oggi la discussione è spesso più ingarbugliata del previsto.

Fatta questa breve premessa, avrei voluto sostenere quello che mi sembra un concetto innegabile: nonostante il tentativo insistente e forzato di alcuni darwinisti di stabilire una continuità netta, totale, assoluta, tra l’animale e l’uomo, continuità del resto suggerita da Darwin stesso ne L’origine dell’uomo, non vi sono ancor oggi prove di tutto ciò. Anzi, quello che sappiamo ci indica una evidente discontinuità. Per l’uomo contemporaneo, come pure per Sir Alfred Wallace, colui che insieme a Darwin illustrò per primo al mondo la moderna teoria evolutiva, rimangono ancora inspiegate la pelle glabra, l’andatura bipede, la stazione eretta e la volumetria del cervello: tutte caratteristiche proprie dell’uomo e non dei primati, per giustificare le quali gli evoluzionisti hanno portato svariate argomentazioni, sempre divergenti e contrastanti tra loro. Ma, soprattutto, rimane a tutt’oggi innegabile l’esistenza di un salto ontologico incolmabile tra l’animale e l’animale-uomo. Questo perché, se da una parte è dimostrabile ed evidente che molte caratteristiche animali sono presenti nell’uomo, come del resto si è sempre pensato anche prima di Darwin, dall’altra è ugualmente chiaro che una serie di facoltà sono invece peculiari e distintive dell’uomo e solo di lui: il pensiero, l’idea di Dio, il linguaggio, il senso morale, la libertà, l’altruismo…tutte facoltà non comprensibili alla luce della pura evoluzione, che lo scienziato ateo Edoardo Boncinelli ha catalogato abilmente come “incidenti congelati”, o come “lacune darwiniane” (altri parlano di fortunati “scherzi” evolutivi), cioè come avvenimenti fortuiti, casuali, che non sappiamo spiegare, e che pure esistono.
Catalogazione, lo si comprende facilmente, che nasconde, dietro formule brillanti, ma vuote, la verità e cioè l’irriducibilità dell’anima umana a meccanismi puramente materiali ed evolutivi, tanto più se casuali.
Proprio tra gli oratori invitati dallo Uaar, per il Darwin day di Ancona, vi è il biologo evolutivo Vincenzo Caputo, dell’istituto di Biologia e Genetica dell’università Politecnica delle Marche, che si considera certamente un grande estimatore di Darwin, e con cui ho avuto modo spesso di discutere via email. Ebbene, Caputo è autore di un breve saggio “Mente e coscienza negli animali: un excursus etologico”, in cui si prendono le distanze dalle forzature di quegli etologi che tentano di equiparare ogni capacità umana con una analoga facoltà animale, finendo appunto per identificare animali ed uomini, e, a seguire, diritti animali e diritti umani. Il leit motiv di questi etologi darwinisti è che ogni differenza tra animali e uomini sia solo quantitativa, e cioè colmabile, e non qualitativa. Eppure, scrive Caputo, “non occorre riflettere a lungo per riconoscere la differenza qualitativa essenziale tra il padroneggiare le pratiche del calcolo differenziale o la trigonometria, da una parte, e il saper apprezzare la differenza tra due muchi di caramelle (come sanno fare determinate bestie, ndr), dall’altra”. Analizzando le differenze tra il linguaggio animale e quello umano, Caputo, riprendendo un celebre linguista, scrive che proprio la parola rappresenta ancora oggi “il nostro Rubicone che nessuna scimmia potrà attraversare”. Infatti, “nonostante un filone di ricerca etologica intrapreso fin dai primi del Novecento, a tutt’oggi non sono stati scoperti chiari equivalenti del linguaggio umano (cfr. Deacon, 1992, 2000)”.
“Anche il tentativo-continua Caputo- di insegnare a primati superiori linguaggi simbolici semplificati (sia il linguaggio americano dei segni, sia l’uso di lessigrammi) ha evidenziato le difficoltà di apprendimento apparentemente insuperabili nel passaggio dalle associazioni condizionate a quelle simboliche (Deacon, 2001). In effetti, l’insegnamento del linguaggio dei segni agli scimpanzé sembrava inizialmente indicare una notevole competenza linguistica di questi primati. Tuttavia, verifiche successive basate sull’esame al rallentatore di filmati eseguiti durante le sessioni di addestramento, rivelavano che la maggior parte dei segni formulati dalla scimmia erano suggeriti inconsciamente dai suoi stessi insegnanti e che l’animale non faceva altro che imitarli nell’intento di ottenere un premio.
Altrettanto controversi sono risultati i test in cui si insegnava a degli scimpanzé a disporre dei lessigrammi secondo un ordine prescritto, in modo da formare “frasi” e ottenere premi: gli scimpanzé impararono tutti a maneggiare una certa quantità di simboli, svelando un’impressionante capacità cognitiva. Ma rimane tutt’altro che chiaro se in qualcuno di questi casi di uso dei simboli ci fosse una reale comprensione dei simboli stessi.

Ed è proprio “la differenza fondamentale fra l’usare i simboli e il comprenderli a costituire la discontinuità fra gli animali e gli umani, e ciò che porta alla manifesta ed enorme distanza fra le richieste automatiche delle scimmie addestrate al linguaggio e ai voli concettuali degli umani” (Budiansky, 2007). In definitiva, la diversità fra comunicazione umana e animale emersa dagli studi etologici rende difficile tracciare le origini evolutive delle parole facendole risalire a un precursore animale.
La maggioranza degli autori sembra invece ipotizzare che il linguaggio si sia originato dopo il distacco della diramazione ominide dagli altri primati (Hauser, 2002; Mithen, 2007) e che costituisca un istinto, una dotazione specie specifica innata che sarebbe rintracciabile soltanto nell’uomo (cfr. Pinker, 2007)…”.
Concludendo il suo studio il professor Caputo attribuisce a Dawin il merito di averci lasciato “la consapevolezza che noi umani siamo inestricabilmente
(= filogeneticamente) legati agli altri animali.
Questo dato scientifico ci rende “meno soli” nell’universo, anche se la nostra peculiarità cognitiva esalta innegabilmente la distinzione di Homo sapiens entro il mondo animale. Una variante del dualismo cartesiano sembra perciò resistere (umano vs animale), malgrado le ingegnose indagini di quegli etologi e psicologi evolutivi che tentano di colmare l’abisso cognitivo che ci separa dagli altri animali. Pinker (2007) ha giustamente fatto rilevare che gli sforzi di questi ricercatori…sono destinati a uno scontato fallimento. L’altra eredità darwiniana che ha profondamente inciso sulla nostra visione della natura è il “gradualismo”, cioè l’idea secondo la quale l’evoluzione si verificherebbe secondo un costante e continuo passaggio tra forme di vita impercettibilmente diverse: per Darwin infatti le specie non esistono, se non come costrutti metafisici della mente umana. In realtà, le ricerche svolte nel corso del Novecento hanno chiaramente dimostrato che le specie sono “prodotti” reali della natura e il meccanismo che le crea è la cladogenesi o speciazione, che Darwin non aveva pienamente compreso (cfr. Mayr, 1990). Ed è proprio la speciazione che, generando in perpetuo discontinuità fra gli organismi, tende a saturare quelle opportunità ecologiche che il divenire del Pianeta offre costantemente alla vita.
Se il cambiamento evolutivo si verificasse, come Darwin pensava, esclusivamente secondo la modalità del gradualismo filetico, che può solo modificare una stessa linea di discendenza, la vita prima o poi perirebbe sotto i colpi spietati dell’estinzione.
Questa visione gradualistica del processo evolutivo, enfatizzando la continuità uomo-animale (cfr. Rachels, 1996), ha inoltre fornito all’attuale movimento animalista un potente argomento a favore dei “diritti animali”.
I più accesi sostenitori della filosofia animalista hanno addirittura introdotto il termine “specismo” per stigmatizzare la discriminazione nei confronti dei “non-umani”, sottolineando che questa attitudine discriminatoria è simile al razzismo e al sessismo (cfr. Rachels, 1996).
Secondo uno dei massimi esponenti del movimento di “liberazione animale”, così come il razzista attribuisce maggior peso agli interessi della sua etnia e il sessista a quella del suo sesso, “lo specista permette che gli interessi della sua specie prevalgano su interessi superiori di membri di altre specie” (Singer, 2003). L’animalismo più avanzato si è poi dedicato al cosiddetto “Progetto Grande Scimmia”, esposto in un libro che esordisce col seguente proclama “Noi chiediamo che la comunità degli eguali sia estesa a includere tutti i grandi antropoidi: esseri umani, scimpanzè, gorilla e oranghi” (citato in Castignone, 1997; cfr. anche Marks, 2003). Non c’è chi non veda in questo vero e proprio fanatismo zoofilo la forma più estrema di antropomorfismo.
Attribuendo infatti diritti agli animali ed elevandoli di conseguenza a membri della comunità morale, li vincoleremmo a obblighi che non possono né comprendere né tantomeno ottemperare.
Perseverando in questa assurda pretesa, si arriverebbe al paradosso per cui una volpe dovrebbe rispettare il diritto alla vita del pollo e intere specie sarebbero condannate ipso facto all’estinzione in quanto creature istintivamente criminali (Scruton, 2007, 2008)!”. “In realtà- conclude Caputo- pur nella piena consapevolezza del vincolo filogenetico che ci unisce agli altri animali, mi sembra pura cecità ideologica non voler vedere le incommensurabili differenze cognitive che ci separano da essi, come lucidamente sostenuto dal più grande biologo evolutivo del Novecento, Ernst Mayr (1904-2005): “L’ondata di sgomento per la “detronizzazione” dell’uomo non si è ancora placata.
Privare l’uomo della sua condizione di privilegio, come imponeva la teoria della discendenza comune, fu il primo effetto della rivoluzione darwiniana, ma, non diversamente da altre rivoluzioni, anch’essa finì con l’andare troppo oltre, come dimostra l’affermazione fatta da alcuni estremisti, secondo cui l’uomo non è “niente altro” che un animale.
Ciò naturalmente non è vero; certamente, da un punto di vista zoologico, l’uomo è un animale, ma un animale unico, che differisce da tutti gli altri per così tanti aspetti fondamentali da giustificare una scienza separata specificamente dedita al suo studio. Fermo restando questo punto, non si deve dimenticare in quanti modi, spesso insospettati, l’uomo riveli la sua ascendenza. Nel contempo l’unicità dell’uomo giustifica in qualche misura un sistema di valori riferito all’uomo e a un’etica antropocentrica. In questo senso una forma profondamente modificata di antropocentrismo continua a essere legittima” (Mayr, 1990, pag. 384)”.
L’ “unicità dell’uomo”, “un’etica antropocentrica”: questo è quello che un credente difende senza possibilità di arretrare, e che “il più grande biologo evolutivo del Novecento” riconosce! Perché è solo questa unicità che giustifica la specificità dell’uomo, lo salva dal non senso, e che determina quella dignità che gli ha permesso di dominare la natura, creando la scienza, di alzare gli occhi al cielo, di interrogarsi sul senso dell’esistenza, di costruire, in ogni tempo necropoli e sepolcri, nella convinzione che solo le bestie sono destinate a divenire per sempre polvere e terra.
Nessun darwinismo, per quanto ideologico e agguerrito, potrà mai scalfire questa verità, autoevidente da quando l’uomo esiste; autoevidente, potremmo dire, come il concetto per cui l’uomo comprende in sé la natura animale, mentre l’animale, al contrario, non possiede le facoltà tipicamente umane, perchè il più contiene il meno e non viceversa.

Alla luce di queste considerazioni, anche l’espressione di Mayer, secondo cui il darwinismo avrebbe “detronizzato” l’uomo, è solo un tributo ad un certo darwinismo ideologico, a forzature filosofiche, negate subito dopo, con l’affermazione, appunto, della unicità dell’uomo.
Bastava già Aristotele, senza bisogno di Darwin, per dirci, dal punto di vista filosofico, che l’uomo è anche animale; bastava la narrazione del Genesi, con la terra vivificata dal soffio di Dio creatore a renderci consapevoli della nostra natura anche mortale. Anche, appunto…ma non solo. Nè Copernico, come si usa spesso dire, alterando il suo pensiero, né Marx, né Darwin, né Freud, hanno dunque in alcun modo “detronizzato” l’uomo, se non nella lettura ideologica di chi vuole cancellare la sua dignità, la sua anima, per negare, al contempo, Dio e i valori.

Fonte:Il Foglio del 12 febbraio 2009

I Lord Gladstone di oggi e gli scribacchini prezzolati di regime


Il sindaco di Gaeta, in Consiglio Comunale ha detto testualmente che…

il Borbone SONO STATI MOLTO IMPORTANTI PER LA NOSTRA CITTA’, HANNO REGNATO DAL 1734 AL 1861. NEL 1700 HANNO FATTO MOLTE COSE IMPORTANTI, DOPO LA RESTAURAZIONE QUALCHE COLPA FORSE CE L’HANNO ANCHE LORO, QUALCUNO ( QUALCUNO, NON IL SINDACO) DICE CHE LE CASSE DEL REGNO DI NAPOLI ERANO PIUTTOSTO PIENE PERCHE’ I BORBONE ERANO PIUTTOSTO AVARI, qualcuno dice ANCHE QUESTO, ANCHE PERCHè IL 17 MARZO TRE QUARTI DELLE RISERVE AUREE PROVENIVANO DAL Regno delle Due Sicilie che era il piu’ grande e ricco del Paese."


Il giornalista velenoso a cui si sono riferiti, non capisce l’italiano, ha sostituito, ha fatto finta di non aver sentito che ” QUALCUNO DICE” ED HA FATTO DIRE AL SINDACO CIò CHE ALTRI DICEVANO.
IL GIORNALISTA IN QUESTIONE DIFENDE A SPADA TRATTA la nostra giunta che sta operando onestamente, che ha attaccato i maggiorenti, i poteri forti di questa città oltraggiata da 148. Albergatori che non vogliono far costruire altri alberghi, i portatori del libero mercato schierarsi contro il libero mercato, sembrano tutti comunisti a sentirli.
Non vogliono far decollare il progetto AVIR, UNA FABBRICA CHIUSA DA 28 ANNI a 100 METRI DALLA SPIAGGIA DI SERAPO, NON VOGLIO FAR RECUPERARE I BENI DEMANIALI PERCHE’ ANCHE Lì SONO PREVISTI ALBERGHI, OSTELLI PER LA GIOVENTU’, RISTORANTI. Altro che Borbone!!!

Questi personaggi cercano alleati per i loro loschi affari, per impinguare sempre più le loro sostanze. I Borbone stavano dalla parte nostra, dei briganti massacrati da questa gente 150 anni fa, sono gli stessi di ieri.

Alessandro, ti ho voluto bene, più di mio fratello, ma ti hanno confuso le idee, non devi confondere le bandiere.
Quella issata dal sindaco è una bandiera istituzionale.
E’ la prima volta che succede a Gaeta e forse nel Sud, le altre, quelle che vengono issate coraggiosamente da te e dai giacobini di ieri, sono sempre belle, ma non istituzionali.
Il discorso del sindaco, i discorsi del sindaco sono molto profondi, dalla parte dei Borbone e del Regno delle Due Sicilie, ha spaziato nel suo discorso, dalle persecuzioni, dal brigantaggio, alla guerra di liberazione a cui il Prf Corbo ha partecipato schierandosi contro i nazi fascisti a favore della repubblica. Dovevano forse combattere per i Savoia ?
Questa repubblica, non scordarlo mai, è stata fatta da anche dai briganti che combattevano nel 1860. Nel 1943, con la fuga di sciaboletta, han fatto scannare di nuovo gli italiani in una guerra civile che ha prodotto migliaia di morti.

Sai, si comincia così, al tempo dei Borbone cominciò Lord Gladstone a mentire, a calunniare tramite i mass media di allora, ben pagati con piastre turche.
Gli scribacchini di oggi sono come quelli di ieri.
Forse peggio, vogliono dividerci e ci sono riusciti.

Il prossimo anno sarà il comune di Gaeta ad organizzare gli eventi, questa volta istituzionalizzati, contrapponendo le varie tesi e antitesi.
Le bandiere sono fatte di stoffa, ma molti quella stoffa non ce l’hanno.

Fonte:ReteSud
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Il sindaco di Gaeta, in Consiglio Comunale ha detto testualmente che…

il Borbone SONO STATI MOLTO IMPORTANTI PER LA NOSTRA CITTA’, HANNO REGNATO DAL 1734 AL 1861. NEL 1700 HANNO FATTO MOLTE COSE IMPORTANTI, DOPO LA RESTAURAZIONE QUALCHE COLPA FORSE CE L’HANNO ANCHE LORO, QUALCUNO ( QUALCUNO, NON IL SINDACO) DICE CHE LE CASSE DEL REGNO DI NAPOLI ERANO PIUTTOSTO PIENE PERCHE’ I BORBONE ERANO PIUTTOSTO AVARI, qualcuno dice ANCHE QUESTO, ANCHE PERCHè IL 17 MARZO TRE QUARTI DELLE RISERVE AUREE PROVENIVANO DAL Regno delle Due Sicilie che era il piu’ grande e ricco del Paese."


Il giornalista velenoso a cui si sono riferiti, non capisce l’italiano, ha sostituito, ha fatto finta di non aver sentito che ” QUALCUNO DICE” ED HA FATTO DIRE AL SINDACO CIò CHE ALTRI DICEVANO.
IL GIORNALISTA IN QUESTIONE DIFENDE A SPADA TRATTA la nostra giunta che sta operando onestamente, che ha attaccato i maggiorenti, i poteri forti di questa città oltraggiata da 148. Albergatori che non vogliono far costruire altri alberghi, i portatori del libero mercato schierarsi contro il libero mercato, sembrano tutti comunisti a sentirli.
Non vogliono far decollare il progetto AVIR, UNA FABBRICA CHIUSA DA 28 ANNI a 100 METRI DALLA SPIAGGIA DI SERAPO, NON VOGLIO FAR RECUPERARE I BENI DEMANIALI PERCHE’ ANCHE Lì SONO PREVISTI ALBERGHI, OSTELLI PER LA GIOVENTU’, RISTORANTI. Altro che Borbone!!!

Questi personaggi cercano alleati per i loro loschi affari, per impinguare sempre più le loro sostanze. I Borbone stavano dalla parte nostra, dei briganti massacrati da questa gente 150 anni fa, sono gli stessi di ieri.

Alessandro, ti ho voluto bene, più di mio fratello, ma ti hanno confuso le idee, non devi confondere le bandiere.
Quella issata dal sindaco è una bandiera istituzionale.
E’ la prima volta che succede a Gaeta e forse nel Sud, le altre, quelle che vengono issate coraggiosamente da te e dai giacobini di ieri, sono sempre belle, ma non istituzionali.
Il discorso del sindaco, i discorsi del sindaco sono molto profondi, dalla parte dei Borbone e del Regno delle Due Sicilie, ha spaziato nel suo discorso, dalle persecuzioni, dal brigantaggio, alla guerra di liberazione a cui il Prf Corbo ha partecipato schierandosi contro i nazi fascisti a favore della repubblica. Dovevano forse combattere per i Savoia ?
Questa repubblica, non scordarlo mai, è stata fatta da anche dai briganti che combattevano nel 1860. Nel 1943, con la fuga di sciaboletta, han fatto scannare di nuovo gli italiani in una guerra civile che ha prodotto migliaia di morti.

Sai, si comincia così, al tempo dei Borbone cominciò Lord Gladstone a mentire, a calunniare tramite i mass media di allora, ben pagati con piastre turche.
Gli scribacchini di oggi sono come quelli di ieri.
Forse peggio, vogliono dividerci e ci sono riusciti.

Il prossimo anno sarà il comune di Gaeta ad organizzare gli eventi, questa volta istituzionalizzati, contrapponendo le varie tesi e antitesi.
Le bandiere sono fatte di stoffa, ma molti quella stoffa non ce l’hanno.

Fonte:ReteSud

150° anniversario dell'unità d'Italia un misfatto da ricordare



Perchè si possano finalmente abbattere le mitologie di questa Patria inventata e costruire il futuro sulla giustizia e sul rispetto di tutti.... forse è ancora lontana la Primavera del nostro popolo, ma certamente arriverà.
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Perchè si possano finalmente abbattere le mitologie di questa Patria inventata e costruire il futuro sulla giustizia e sul rispetto di tutti.... forse è ancora lontana la Primavera del nostro popolo, ma certamente arriverà.

mercoledì 18 febbraio 2009

Il premier salvato dal lodo Alfano


Di Piero Colaprico

Da avvocato parlava con competenza di "equilibrismi" e "svicolare", ma alla fine quello che ha svicolato è stato l'altro. E come accade non di raro in ogni paese del mondo, il pesce piccolo è finito nella padella e il pesce grosso nuota forse non felice, ma di certo libero dalla rete.

David Donald Mills Mac Kenzie, avvocatone inglese, è stato condannato ieri per aver accettato una "regalia" in dollari e aver detto più d'una bugia ai magistrati italiani. Ma chi, stando alle accuse, e stando alla sentenza di primo grado emessa ieri, ne ha tratto i maggiori profitti e benefici, e cioè Silvio Berlusconi, si è dileguato negli abissi. Come non raramente gli è accaduto, negli ultimi quindici anni.

C'è una storia, è sempre la stessa storia, nessuno la narra più. Qualcuno ricorda Bettino Craxi, il suo amico ristoratore Giorgio Tradati e una sigla curiosa, All Iberian? In breve. Tradati, quando incontra suo malgrado i magistrati nel pieno di Mani Pulite, non può che confessare almeno un po' di quello che sa. è uno dei prestanome di Craxi e conferma che nel '91 (sì, sono storie di diciassette anni fa, il tempo passa senza essere raggiunto dalla verità) su un conto svizzero dell'allora segretario socialista affluiscono quindici miliardi di lire. Li manda una società con sede in un paradiso fiscale, la All Iberian. E, caso più unico che raro in Tangentopoli, su questa società poco dopo il conto craxiano rimanda indietro cinque miliardi. In quale modo fossero sbagliati i conti del dare o dell'avere, non si è mai saputo, c'è ancora chi se lo chiede.

Ma Silvio Berlusconi - qualcuno lo ricorderà - giura sulla testa dei suoi figli di non saperne niente. "Volete che con mio senso estetico potrei scegliere un nome così brutto?", ribatte ai cronisti in un corridoio del tribunale. Eppure, Craxi e Berlusconi finiscono nel processo chiamato, appunto, All Iberian: le rogatorie non consentono dubbi, quella società danarosa che dà soldi in nero ai politici fa parte del grappolo di ditte e conti bancari esteri del sistema-Berlusconi. Nel frattempo, il teste Omega, e cioè Stefania Ariosto, porta a Ilda Boccassini rivelazioni tali da consentire indagini dure, e il processo che porterà alla condanna in Cassazione di Cesare Previti, il braccio destro di Berlusconi negli affari giudiziari, e a scoprire un bel racket di giudici e avvocati per aggiustare le sentenze.
Il premier, che è e resta un combattente invidiabile, affronta però ogni tempesta. Spesso ribatte colpo su colpo. Appena può, abbandona nel mare agitato i perdenti e i perduti. Ma chissà come, tra i flutti, qualcuno dalla procura pesca quel pesciolino inglese. Che poi tanto pesciolino non è: è un signore elegante, giramondo, affabile, che ha sposato Tessa Yowell, allora ministro della Sanità governo Blair e ora (si sono separati) sottosegretario alle Olimpiadi di Londra 2012.

Il pesciolino, il 18 luglio 2004, dieci anni dopo l'addio alla toga di Antonio Di Pietro, viene convocato nella noiosa e triste procura milanese. Di fronte a lui un pm che suscita sentimenti negativi e positivi in egual misura, si chiama Fabio De Pasquale. Era stato lui a respingere la richiesta di libertà di Gabriele Cagliari, ex presidente Eni, trovato morto soffocato a San Vittore. Ma è lui che con caparbietà segue piste che altri evitano.

Mills, si sa, ha curato "situazioni" nei paradisi fiscali per il gruppo Mediaset e altri gruppi italiani. Un professionista di livello mondiale. Sbarca dall'aereo con sicumera e si siede davanti ai pm, in qualità di fondatore di una galassia di cifre e monete e sigle. Ci sta un'ora, due ore. Alla fine, dieci ore.

E, sorpresa, la sua corazza cede: "Io - dice in sostanza - durante l'inchiesta e il processo All Iberian non ho raccontato le vere titolarità dei conti". E siccome gli sono arrivati 600mila dollari, e deve spiegarli, aggiunge: "Quelle somme mi furono date da Carlo Bernasconi per conto di Silvio Berlusconi erano un regalo per gli equilibrismi che avrei dovuto fare per svicolare da alcune situazioni difficili che si erano venute a creare". Una contortamente perfetta frase da avvocato.

Bernasconi, nel frattempo, è morto. Ma sono vivi i fiscalisti inglesi ai quali Mills si è rivolto dicendo, più o meno, "sono in un guaio". Ha cercato di cambiare versione, ha mandato lettere su lettere - l'ultima nella scorsa udienza - coinvolto personaggi vari che però con All Iberian e dintorni non c'entrano nulla. I giudici, ricusati ma riaffermati, non gli hanno creduto. Ed è evidente che in quell'aula non credono nemmeno a Berlusconi: ma mentre Mills è condannato, l'altro fa la conta di quelli che lo difendono e naviga con il vento in poppa. Sempre più intoccabile grazie al lodo Alfano, irraggiungibile in virtù del tempo che prescrive sentenze e corrode tutti tranne lui, potentissimo per il combinato disposto della carica politica, dei suoi miliardi in euro, della sudditanza incondizionata di fans della strada e onorevoli del Palazzo, Berlusconi è davvero al di là delle angosce degli imputati mortali. E tale resterà.

Fonte:
La Repubblica 18 febbraio 2009
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Di Piero Colaprico

Da avvocato parlava con competenza di "equilibrismi" e "svicolare", ma alla fine quello che ha svicolato è stato l'altro. E come accade non di raro in ogni paese del mondo, il pesce piccolo è finito nella padella e il pesce grosso nuota forse non felice, ma di certo libero dalla rete.

David Donald Mills Mac Kenzie, avvocatone inglese, è stato condannato ieri per aver accettato una "regalia" in dollari e aver detto più d'una bugia ai magistrati italiani. Ma chi, stando alle accuse, e stando alla sentenza di primo grado emessa ieri, ne ha tratto i maggiori profitti e benefici, e cioè Silvio Berlusconi, si è dileguato negli abissi. Come non raramente gli è accaduto, negli ultimi quindici anni.

C'è una storia, è sempre la stessa storia, nessuno la narra più. Qualcuno ricorda Bettino Craxi, il suo amico ristoratore Giorgio Tradati e una sigla curiosa, All Iberian? In breve. Tradati, quando incontra suo malgrado i magistrati nel pieno di Mani Pulite, non può che confessare almeno un po' di quello che sa. è uno dei prestanome di Craxi e conferma che nel '91 (sì, sono storie di diciassette anni fa, il tempo passa senza essere raggiunto dalla verità) su un conto svizzero dell'allora segretario socialista affluiscono quindici miliardi di lire. Li manda una società con sede in un paradiso fiscale, la All Iberian. E, caso più unico che raro in Tangentopoli, su questa società poco dopo il conto craxiano rimanda indietro cinque miliardi. In quale modo fossero sbagliati i conti del dare o dell'avere, non si è mai saputo, c'è ancora chi se lo chiede.

Ma Silvio Berlusconi - qualcuno lo ricorderà - giura sulla testa dei suoi figli di non saperne niente. "Volete che con mio senso estetico potrei scegliere un nome così brutto?", ribatte ai cronisti in un corridoio del tribunale. Eppure, Craxi e Berlusconi finiscono nel processo chiamato, appunto, All Iberian: le rogatorie non consentono dubbi, quella società danarosa che dà soldi in nero ai politici fa parte del grappolo di ditte e conti bancari esteri del sistema-Berlusconi. Nel frattempo, il teste Omega, e cioè Stefania Ariosto, porta a Ilda Boccassini rivelazioni tali da consentire indagini dure, e il processo che porterà alla condanna in Cassazione di Cesare Previti, il braccio destro di Berlusconi negli affari giudiziari, e a scoprire un bel racket di giudici e avvocati per aggiustare le sentenze.
Il premier, che è e resta un combattente invidiabile, affronta però ogni tempesta. Spesso ribatte colpo su colpo. Appena può, abbandona nel mare agitato i perdenti e i perduti. Ma chissà come, tra i flutti, qualcuno dalla procura pesca quel pesciolino inglese. Che poi tanto pesciolino non è: è un signore elegante, giramondo, affabile, che ha sposato Tessa Yowell, allora ministro della Sanità governo Blair e ora (si sono separati) sottosegretario alle Olimpiadi di Londra 2012.

Il pesciolino, il 18 luglio 2004, dieci anni dopo l'addio alla toga di Antonio Di Pietro, viene convocato nella noiosa e triste procura milanese. Di fronte a lui un pm che suscita sentimenti negativi e positivi in egual misura, si chiama Fabio De Pasquale. Era stato lui a respingere la richiesta di libertà di Gabriele Cagliari, ex presidente Eni, trovato morto soffocato a San Vittore. Ma è lui che con caparbietà segue piste che altri evitano.

Mills, si sa, ha curato "situazioni" nei paradisi fiscali per il gruppo Mediaset e altri gruppi italiani. Un professionista di livello mondiale. Sbarca dall'aereo con sicumera e si siede davanti ai pm, in qualità di fondatore di una galassia di cifre e monete e sigle. Ci sta un'ora, due ore. Alla fine, dieci ore.

E, sorpresa, la sua corazza cede: "Io - dice in sostanza - durante l'inchiesta e il processo All Iberian non ho raccontato le vere titolarità dei conti". E siccome gli sono arrivati 600mila dollari, e deve spiegarli, aggiunge: "Quelle somme mi furono date da Carlo Bernasconi per conto di Silvio Berlusconi erano un regalo per gli equilibrismi che avrei dovuto fare per svicolare da alcune situazioni difficili che si erano venute a creare". Una contortamente perfetta frase da avvocato.

Bernasconi, nel frattempo, è morto. Ma sono vivi i fiscalisti inglesi ai quali Mills si è rivolto dicendo, più o meno, "sono in un guaio". Ha cercato di cambiare versione, ha mandato lettere su lettere - l'ultima nella scorsa udienza - coinvolto personaggi vari che però con All Iberian e dintorni non c'entrano nulla. I giudici, ricusati ma riaffermati, non gli hanno creduto. Ed è evidente che in quell'aula non credono nemmeno a Berlusconi: ma mentre Mills è condannato, l'altro fa la conta di quelli che lo difendono e naviga con il vento in poppa. Sempre più intoccabile grazie al lodo Alfano, irraggiungibile in virtù del tempo che prescrive sentenze e corrode tutti tranne lui, potentissimo per il combinato disposto della carica politica, dei suoi miliardi in euro, della sudditanza incondizionata di fans della strada e onorevoli del Palazzo, Berlusconi è davvero al di là delle angosce degli imputati mortali. E tale resterà.

Fonte:
La Repubblica 18 febbraio 2009

Radio Mafiopoli - 21a puntata : Nani alti e bassezze basse



TESTO:

Ci sono tre coccodrilli ed un orango tango, tre piccoli serpenti e tanti piccoli nani. Nani mica per l'altezza nana o per il cappello rosso blando, nani per la prevedibilità con cui li si può aspettare ogni mattina fuori da qualsiasi miniera dove succhiare un po' di soldi sporchi e impolverati per bene perchè non si vedano per bene. E poi c'è Biancaneve. Ma non quella bianca neve che le 'ndrine usano spolverata per bene sopra tutta la repubblica di Mafiopoli da nord a sud. No, c'è la Biancaneve quella un po' mamma e un po' puttana, quella che ha le gambe larghe da starci dentro tutti, una sorta di "mammasantissima"...
- Ciao a tutti sono un nano di Mafiopoli e mi chiamano Eolo. Eolo, sì, come il vento quello che ti entra nei capelli e ti esce dal ****. Io sono un nano allegro e forte e risiedo a Mazara del Vallo, vi racconto la mia storia. Allora, a Mazara volevamo io e tutti i nani piantarci una bella striscia di pale, per produrre energia, perché a Mafiopoli dal Vallo siamo bravissimi a fare girare le pale! All'appalto hanno partecipato in due, proprio come le pale. ENERPRO (per gli amici eolici ENERPROT) e SUD WIND, che in dialetto mafiopolitano vuol dire "sudo ma vinco". E, infatti, hanno vinto loro, anche perché si dice che hanno letto il progetto dei concorrenti prima che venisse depositato! Insomma è uscito dall'ufficio del comune! Come mai? Questione di finestre aperte! Questione di venti e di correnti! Come la corrente politica di Vito Martino, che anche se non si capisce qual è il nome e quale il cognome si capisce benissimo da che parte sta. Tanto che Martino (che tra di noi chiamiamo Vitolo Martinolo) con tutto sto vento si è mica ritrovato in tasca trasportati dalla corrente 150.000 euroli per la mediazione tra i venti? Quello che si dice un politico sulla cresta dell'onda. Ma senza surf, che mammasantissima gli ha portato una Mercedes 220 fiammante e veloce come il vento. Storie da Mafiopoli. Storie di nani. Dal profilo basso come i nani. Eolo che sono io, Vitolo Martinolo il consigliere comunale e consigliore, Giovannolo Battistolo Agatolo (detto Agate) già bello che pregiudicatolo, Luigilo Franzinellilo, Melchiorre Saladinolo (che viene dalla zona di Salemi del nano buffo Sgarbolo) e poi c'è Sucamèli. Che l'architetto l'abbiamo messo al plurale perché ci sono anche i bambini. E dietro a tutto come sempre il terribile nano Obolo: per gli amici Matteo Messina Denaro detto Soldino. Evviva, evviva, urrà. Bum bum. Giù il cappello invece al sindaco gaio di Gela Rosario Crocetta, che nonostante il freddo ci crede sul serio che Mafiopoli possa essere pulita. Infatti, lui dice "l'avevo detto!". E insieme ad un abbraccio gli affibbiamo il nome di Puffo Quattrocchi. Che anche se non è un nano è comunque all'altezza giusta per guardarli negli occhi.
- A Cerveteri ci ha lasciato le penne U Malpassotu Giuseppe Pulvirenti, il nano boss e moralizzatore detto il leone di Belpasso. Moralizzatore e leone, come i Gormiti della foresta. Leone perché si è divertito tanto a difendere il Santo Benedetto nella faida catanese. E fa niente se sono rimasti per terra morti in 100 l'anno, succede sempre nei cartoni animati. Ma Pulvirentolo era famoso per essere il nano più moralizzato della miniera: chiedere a Giuseppe Conti e Angelo Ficarra, sparati dalla pistola del nano perché adulteri. È tipico a Mafiopoli preoccuparsi delle cose serie con la serietà di nano Imbecillilo. Ed è tipico predicare bene e razzolare male. Perché U Malpassatu ci aveva un amante tanto da chiedere aiuto a nano Divorziolo. Ma Biancaneve cornuta era troppo, anche per le storie incredibili della Repubblica di Mafiopoli.
- A Messina in carcere un infermiere preso dalla sindrome di Biancaneve curava i boss del clan di Giostra e di Santa Lucia sopra Contesse con tutte le cure mafiopolitane. Infatti a Gaetano Barbera, Daniele Santovito e Luigi Gallo ci dava l'aspirina, la tachipirina e pure il telefonino per dare ordini all'esterno. Durante l'interrogatorio ha risposto: "telefono – casa".
- Poi c'è un altro nano. Il principe dei nani. E c'è una storia che è peggio del peggiore cartone animato. Ma con uno sparo solo, in via D'Amelio e poi tutto intorno tanto silenzio. E c'è in via D'Amelio un signore, un capitano mio capitano che di nome fa Arcangioli e che cammina con una valigia in mano. La valigia è di Borsellino e dentro c'è tutto un mondo che non è più e dentro la valigia e dentro c'è tutto un mondo. E Arcangioli lui cammina con la faccia sicura della casalinga che ha assolto l'obbligo quotidiano della spesa per la famiglia. Quella con la F maiuscola. E c'è uno stato, lo stato di Mafiopoli che dice che quell'uomo non va processato. Ma Mafiopoli è uno stato che le cose le dice sotto voce. Piano piano. Con silenzio tutto intorno. Come vuole il Nano. Ma è una storia da raccontare con calma. Perché ogni tanto con i nani bisogna usare i picconi. Alla Disney.
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TESTO:

Ci sono tre coccodrilli ed un orango tango, tre piccoli serpenti e tanti piccoli nani. Nani mica per l'altezza nana o per il cappello rosso blando, nani per la prevedibilità con cui li si può aspettare ogni mattina fuori da qualsiasi miniera dove succhiare un po' di soldi sporchi e impolverati per bene perchè non si vedano per bene. E poi c'è Biancaneve. Ma non quella bianca neve che le 'ndrine usano spolverata per bene sopra tutta la repubblica di Mafiopoli da nord a sud. No, c'è la Biancaneve quella un po' mamma e un po' puttana, quella che ha le gambe larghe da starci dentro tutti, una sorta di "mammasantissima"...
- Ciao a tutti sono un nano di Mafiopoli e mi chiamano Eolo. Eolo, sì, come il vento quello che ti entra nei capelli e ti esce dal ****. Io sono un nano allegro e forte e risiedo a Mazara del Vallo, vi racconto la mia storia. Allora, a Mazara volevamo io e tutti i nani piantarci una bella striscia di pale, per produrre energia, perché a Mafiopoli dal Vallo siamo bravissimi a fare girare le pale! All'appalto hanno partecipato in due, proprio come le pale. ENERPRO (per gli amici eolici ENERPROT) e SUD WIND, che in dialetto mafiopolitano vuol dire "sudo ma vinco". E, infatti, hanno vinto loro, anche perché si dice che hanno letto il progetto dei concorrenti prima che venisse depositato! Insomma è uscito dall'ufficio del comune! Come mai? Questione di finestre aperte! Questione di venti e di correnti! Come la corrente politica di Vito Martino, che anche se non si capisce qual è il nome e quale il cognome si capisce benissimo da che parte sta. Tanto che Martino (che tra di noi chiamiamo Vitolo Martinolo) con tutto sto vento si è mica ritrovato in tasca trasportati dalla corrente 150.000 euroli per la mediazione tra i venti? Quello che si dice un politico sulla cresta dell'onda. Ma senza surf, che mammasantissima gli ha portato una Mercedes 220 fiammante e veloce come il vento. Storie da Mafiopoli. Storie di nani. Dal profilo basso come i nani. Eolo che sono io, Vitolo Martinolo il consigliere comunale e consigliore, Giovannolo Battistolo Agatolo (detto Agate) già bello che pregiudicatolo, Luigilo Franzinellilo, Melchiorre Saladinolo (che viene dalla zona di Salemi del nano buffo Sgarbolo) e poi c'è Sucamèli. Che l'architetto l'abbiamo messo al plurale perché ci sono anche i bambini. E dietro a tutto come sempre il terribile nano Obolo: per gli amici Matteo Messina Denaro detto Soldino. Evviva, evviva, urrà. Bum bum. Giù il cappello invece al sindaco gaio di Gela Rosario Crocetta, che nonostante il freddo ci crede sul serio che Mafiopoli possa essere pulita. Infatti, lui dice "l'avevo detto!". E insieme ad un abbraccio gli affibbiamo il nome di Puffo Quattrocchi. Che anche se non è un nano è comunque all'altezza giusta per guardarli negli occhi.
- A Cerveteri ci ha lasciato le penne U Malpassotu Giuseppe Pulvirenti, il nano boss e moralizzatore detto il leone di Belpasso. Moralizzatore e leone, come i Gormiti della foresta. Leone perché si è divertito tanto a difendere il Santo Benedetto nella faida catanese. E fa niente se sono rimasti per terra morti in 100 l'anno, succede sempre nei cartoni animati. Ma Pulvirentolo era famoso per essere il nano più moralizzato della miniera: chiedere a Giuseppe Conti e Angelo Ficarra, sparati dalla pistola del nano perché adulteri. È tipico a Mafiopoli preoccuparsi delle cose serie con la serietà di nano Imbecillilo. Ed è tipico predicare bene e razzolare male. Perché U Malpassatu ci aveva un amante tanto da chiedere aiuto a nano Divorziolo. Ma Biancaneve cornuta era troppo, anche per le storie incredibili della Repubblica di Mafiopoli.
- A Messina in carcere un infermiere preso dalla sindrome di Biancaneve curava i boss del clan di Giostra e di Santa Lucia sopra Contesse con tutte le cure mafiopolitane. Infatti a Gaetano Barbera, Daniele Santovito e Luigi Gallo ci dava l'aspirina, la tachipirina e pure il telefonino per dare ordini all'esterno. Durante l'interrogatorio ha risposto: "telefono – casa".
- Poi c'è un altro nano. Il principe dei nani. E c'è una storia che è peggio del peggiore cartone animato. Ma con uno sparo solo, in via D'Amelio e poi tutto intorno tanto silenzio. E c'è in via D'Amelio un signore, un capitano mio capitano che di nome fa Arcangioli e che cammina con una valigia in mano. La valigia è di Borsellino e dentro c'è tutto un mondo che non è più e dentro la valigia e dentro c'è tutto un mondo. E Arcangioli lui cammina con la faccia sicura della casalinga che ha assolto l'obbligo quotidiano della spesa per la famiglia. Quella con la F maiuscola. E c'è uno stato, lo stato di Mafiopoli che dice che quell'uomo non va processato. Ma Mafiopoli è uno stato che le cose le dice sotto voce. Piano piano. Con silenzio tutto intorno. Come vuole il Nano. Ma è una storia da raccontare con calma. Perché ogni tanto con i nani bisogna usare i picconi. Alla Disney.

Chi ha deviato la vena d’acqua?


Di Antonio Ciano
.
La crisi della partitocrazia e del capitalismo becero e senza regole sta crollando pezzo dopo pezzo. Dopo gli Abruzzi è toccato alla Sardegna.

Più la crisi avanza, più il Partito del Nord cresce. La gente non va a votare e si canta vittoria, comunque.
Il popolo ormai è stato annullato, come annullate sono state le volontà cerebrali dei meridionali. Il voto è condizionato dalle tv di regime, le vere vincitrici delle elezioni sono le emittenti del boss mediatico per eccellenza, e finchè questo stato di cose rimane, Berlusconi arriverà all’80 per cento dei consensi. La verità è che in Italia vi sono due partiti, il PDL e il PD, insieme arrivano al 53 per cento in Abruzzo e ad una percentuale di poco più alta in Sardegna. Entrambi i partiti difendono gli interessi Tosco-padani.
Il Pdl difende a spada tratta gli interessi del suo capo, ossia le televisioni Mediaset, Madionalum, e tutto ciò che ruota attorno al l gruppo milanese, come difende gli interessi degli industriali padani, delle banche padane continuamente finanziate dai fondi che avrebbero dovuto essere una boccata d’ossigeno per le infrastrutture meridionali. Il PD difende gli interessi toscani e romagnoli ( coop, Unipol, Conad, Todis, Monte dei paschi di Siena, ecc ecc.).
Sono due partiti, con la Lega e An, Rifondazione, La Destra che ruotano attorno a quegli interessi.
Manca all’appello il Partito del Sud e per partito del Sud non intendiamo solo il nostro, intendiamo la costellazione dei vari movimenti meridionali che, da sempre, non sono capaci di coagularsi. Perchè?
Perchè il Sud non riesce a lanciare i suoi strali su chi ha determinato la morte economica e politica del Mezzogiorno d’Italia?
Una volta la Sardegna era un’isola ubertosa, fertile, le sue sorgenti erano copiose e l’acqua scendeva a valle per irrigare i campi. Qualcuno è salito in cima alla montagna dove nasceva la sorgente, deviò la vena d’acqua che, anno dopo anno, si assottigliava sempre più. Ogni contadino pensava a fottere l’acqua al vicino. L’acqua non arrivo pù ai loro campi. Tutti si chedevano chi fosse stato a deviare la vena d’acqua,ma anzichè andare sulla montagna, a scovare il vero criminale, litigavano fra loro. Si accusavano l’un laltro, ma l’acqua continuava a mancare, il criminale continua, ancora oggi, ad ingrassare.

In questi giorni Gaeta è stata protagonista di eventi che toccano il cuore di ogni meridionale,l’amministrazione non si è accodata al codazzo disempre, ha pensato diversamente, ha pensato di istituzionalizzare ciò che altri, mai si son sognati di fare: la memoria del Sud, che sarà celebrata ogni 13 di febbraio da parte del comune. Questo discorso non è piaciuto ai finti borbonici, ai finti meridionalisti. Il convegno borbonico è stato un flop,i ristoratori si sono lamentati, si canta la solita messa di ogni anno.
C’è chi pensa al proprio partito, chi al proprio ristorante da riempire a 120 euro a cranio, c’è chi pensa alla propria tasca. Legittimamente.
I veri briganti si sono appartati, hanno pagato 18 euro a cranio, e non sono andati nemmeno al convegno, tanto , lì si son dette le cose di sempre.
I Briganti hanno parlato per 5 ore.
Come risollevare le sorti del Sud? Come ? Quale la strategia? Quale il punto di arrivo? Vogliamo anche noi del Sud poter parlare alla gente? Come fare?
Il boss della PDL ha tre portaerei, noi non abbiamo nemmeno un canotto, e continuiamo ad azzuffarci, si salvi chi può!
Noi litighiamo per salvarci dalla tempesta televisiva, il canotto va a fondo con una “margiata”, le portaerei tuonano, sparano cannonate più potenti di quelle di Cialdini.
Sapete chi è il nemico del Sud?
La giunta comunale di Gaeta, quella che ha osato denunciare in consiglio comunale le malefatte del Risorgimento, quella che sta tentando di denunciare i Savoia, quella che ha dato dignità ad una bandiera issata sulla porta Carlo III dal primo cittadino della città, mentre i finti borbonici si stavano sgozzando nelle trattorie di regime di Gaeta facendo issare la nostra bandiera da vecchi giacobini, oggi pentiti.
Ciò ci fa piacere, e quando il primo cittadino di Gaeta si permette di dire che “secondo alcuni storici i borbone erano avari” perchè avevano arricchito le casse del Nord, viene redarguito dagli scribacchini del luogo.
“Raimondi dice basta con il passato Borbonico” questo il titolo di un giornale di Feccia Italia, liberale e massonico, messo in bella mostra dalla stampa mediatica, ormai anch’essa di regime.
Continuate così, andremo tutti lontani, forse all’inferno.
Un sindaco che fa del 13 febbraio giorno della memoria del Sud, che issa la bandiera delle due Sicilie sul più alto pennone della piazza è un traditore, è come gli altri.
I Gaetani stavano in piazza con Raimondi,qualcuno stava in cima al monte a tagliare la vena che doveva portare l’acqua a valle per irrigare le coscienze aride,assopite.
Ciano era in piazza con il suo sindaco,con i gaetani che applaudivano, piangeva vedendo quella bandiera issata dopo 148 anni dal primo cittadino di Gaeta dando dignità ai Borbone, ai briganti che combatterono per il Sud.
L’amministrazione di Gaeta, come mai era successo, ha dato dignità al Sud, lo ha dimostrato il 14 febbraio del 2008, il 6 dicembre del 2008 ed il 13 febbraio del 2009.
A qualcuno dei presenti sulla montagna ciò ha dato fastidio.
L’acqua sta sgorgando di nuovo, sta irrigando quella che una volta era una valle ubertosa. Il progetto Avir sta per prendere il largo, e così il Pua, e così i Beni Demaniali che i piemontesi ci hanno fottuto.
Qualche montanaro si è indignato per questo. Avevano deviato la vena d’acqua assieme alla destra e alla sinistra, volevano ingozzarsi affamando i gaetani e si sono incazzati. La stampa di regime ha fatto il resto.

Fonte:
ReteSud
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Di Antonio Ciano
.
La crisi della partitocrazia e del capitalismo becero e senza regole sta crollando pezzo dopo pezzo. Dopo gli Abruzzi è toccato alla Sardegna.

Più la crisi avanza, più il Partito del Nord cresce. La gente non va a votare e si canta vittoria, comunque.
Il popolo ormai è stato annullato, come annullate sono state le volontà cerebrali dei meridionali. Il voto è condizionato dalle tv di regime, le vere vincitrici delle elezioni sono le emittenti del boss mediatico per eccellenza, e finchè questo stato di cose rimane, Berlusconi arriverà all’80 per cento dei consensi. La verità è che in Italia vi sono due partiti, il PDL e il PD, insieme arrivano al 53 per cento in Abruzzo e ad una percentuale di poco più alta in Sardegna. Entrambi i partiti difendono gli interessi Tosco-padani.
Il Pdl difende a spada tratta gli interessi del suo capo, ossia le televisioni Mediaset, Madionalum, e tutto ciò che ruota attorno al l gruppo milanese, come difende gli interessi degli industriali padani, delle banche padane continuamente finanziate dai fondi che avrebbero dovuto essere una boccata d’ossigeno per le infrastrutture meridionali. Il PD difende gli interessi toscani e romagnoli ( coop, Unipol, Conad, Todis, Monte dei paschi di Siena, ecc ecc.).
Sono due partiti, con la Lega e An, Rifondazione, La Destra che ruotano attorno a quegli interessi.
Manca all’appello il Partito del Sud e per partito del Sud non intendiamo solo il nostro, intendiamo la costellazione dei vari movimenti meridionali che, da sempre, non sono capaci di coagularsi. Perchè?
Perchè il Sud non riesce a lanciare i suoi strali su chi ha determinato la morte economica e politica del Mezzogiorno d’Italia?
Una volta la Sardegna era un’isola ubertosa, fertile, le sue sorgenti erano copiose e l’acqua scendeva a valle per irrigare i campi. Qualcuno è salito in cima alla montagna dove nasceva la sorgente, deviò la vena d’acqua che, anno dopo anno, si assottigliava sempre più. Ogni contadino pensava a fottere l’acqua al vicino. L’acqua non arrivo pù ai loro campi. Tutti si chedevano chi fosse stato a deviare la vena d’acqua,ma anzichè andare sulla montagna, a scovare il vero criminale, litigavano fra loro. Si accusavano l’un laltro, ma l’acqua continuava a mancare, il criminale continua, ancora oggi, ad ingrassare.

In questi giorni Gaeta è stata protagonista di eventi che toccano il cuore di ogni meridionale,l’amministrazione non si è accodata al codazzo disempre, ha pensato diversamente, ha pensato di istituzionalizzare ciò che altri, mai si son sognati di fare: la memoria del Sud, che sarà celebrata ogni 13 di febbraio da parte del comune. Questo discorso non è piaciuto ai finti borbonici, ai finti meridionalisti. Il convegno borbonico è stato un flop,i ristoratori si sono lamentati, si canta la solita messa di ogni anno.
C’è chi pensa al proprio partito, chi al proprio ristorante da riempire a 120 euro a cranio, c’è chi pensa alla propria tasca. Legittimamente.
I veri briganti si sono appartati, hanno pagato 18 euro a cranio, e non sono andati nemmeno al convegno, tanto , lì si son dette le cose di sempre.
I Briganti hanno parlato per 5 ore.
Come risollevare le sorti del Sud? Come ? Quale la strategia? Quale il punto di arrivo? Vogliamo anche noi del Sud poter parlare alla gente? Come fare?
Il boss della PDL ha tre portaerei, noi non abbiamo nemmeno un canotto, e continuiamo ad azzuffarci, si salvi chi può!
Noi litighiamo per salvarci dalla tempesta televisiva, il canotto va a fondo con una “margiata”, le portaerei tuonano, sparano cannonate più potenti di quelle di Cialdini.
Sapete chi è il nemico del Sud?
La giunta comunale di Gaeta, quella che ha osato denunciare in consiglio comunale le malefatte del Risorgimento, quella che sta tentando di denunciare i Savoia, quella che ha dato dignità ad una bandiera issata sulla porta Carlo III dal primo cittadino della città, mentre i finti borbonici si stavano sgozzando nelle trattorie di regime di Gaeta facendo issare la nostra bandiera da vecchi giacobini, oggi pentiti.
Ciò ci fa piacere, e quando il primo cittadino di Gaeta si permette di dire che “secondo alcuni storici i borbone erano avari” perchè avevano arricchito le casse del Nord, viene redarguito dagli scribacchini del luogo.
“Raimondi dice basta con il passato Borbonico” questo il titolo di un giornale di Feccia Italia, liberale e massonico, messo in bella mostra dalla stampa mediatica, ormai anch’essa di regime.
Continuate così, andremo tutti lontani, forse all’inferno.
Un sindaco che fa del 13 febbraio giorno della memoria del Sud, che issa la bandiera delle due Sicilie sul più alto pennone della piazza è un traditore, è come gli altri.
I Gaetani stavano in piazza con Raimondi,qualcuno stava in cima al monte a tagliare la vena che doveva portare l’acqua a valle per irrigare le coscienze aride,assopite.
Ciano era in piazza con il suo sindaco,con i gaetani che applaudivano, piangeva vedendo quella bandiera issata dopo 148 anni dal primo cittadino di Gaeta dando dignità ai Borbone, ai briganti che combatterono per il Sud.
L’amministrazione di Gaeta, come mai era successo, ha dato dignità al Sud, lo ha dimostrato il 14 febbraio del 2008, il 6 dicembre del 2008 ed il 13 febbraio del 2009.
A qualcuno dei presenti sulla montagna ciò ha dato fastidio.
L’acqua sta sgorgando di nuovo, sta irrigando quella che una volta era una valle ubertosa. Il progetto Avir sta per prendere il largo, e così il Pua, e così i Beni Demaniali che i piemontesi ci hanno fottuto.
Qualche montanaro si è indignato per questo. Avevano deviato la vena d’acqua assieme alla destra e alla sinistra, volevano ingozzarsi affamando i gaetani e si sono incazzati. La stampa di regime ha fatto il resto.

Fonte:
ReteSud

L'intervento audio di Beniamino Donnici e Francesco Laricchia alla Convention Meridionalista di Bari del 14/02/2009

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Il petrolio in Basilicata, ovvero tumori, tangenti e sottosviluppo


Quelli che riporto di seguito sono testimonianze recenti sulla situazione in Basilicata, dall'Espresso del 17 dicembre 2008 fino a episodi di vita di persone normali. Ci sono dentro storie raccapriccianti sulla tossicita' di fanghi e fluidi perforanti, lasciati alla meno peggio fra i campi, storie di uomini e donne che muoiono di tumori a quarant'anni, e accuse di reati di concussione per la costruzione del secondo centro oli lucano, a Corleto Perticara, dopo quello che gia' esiste a 20 km di distanza a Viggiano.

Maria Rita D'Orsogna

( Maria Rita D'Orsogna è fisica e docente universitaria presso la California State University at Northrdige di Los Angeles. E' autrice del bolg www.dorsogna.blogspot.com LEGGI ANCHE: Abruzzo saudita: 221 comuni nel mirino di trivelle petrolifere)

ORAMAI LA NOSTRA TERRA E' TUTTA ROVINATA

Il signor Pietro ha 75 anni e vive a Viggiano. A suo stesso dire, lui e sua moglie vivono circondati dalla puzza di idrogeno solforato. Non e' un biologo, ne un medico, ne un botanico e nemmeno un ingenere. E' un semplice contadino che da casa sua vede il centro oli di Viggiano e mettendo insieme due piu due giunge alla sua semplice verita':

“..da quando c’è il petrolio non vengono più fuori le insalate di una volta. Il grande problema è che non possiamo neanche lasciare questo terreno, perché o nessuno lo vuole oppure, nel migliore dei casi, saremmo costretti a venderlo ad un prezzo troppo basso”.

Filippo Massaro invece e' il coordinatore per lo Sviluppo delle aree interne lucane. Commentando sul fatto che l'ENI non ha pagato una lira di risarcimento per i contadini e per le persone che possedevano campi, terreni e agriturismi da quelle parti giunge alla stessa conclusione:

L’agricoltura continua a morire. Non si contano più gli incontri e i conseguenti solenni impegni assunti da funzionari-dirigenti di Agip-Eni e dagli amministratori regionali. Solo chiacchiere. Non sono seguiti i fatti. I sistemi di monitoraggio ambientale, le centraline installate dalla Provincia, gli studi dell’Arpab e quelli di fonte diretta dell’Eni non sono efficienti e né sufficienti a garantire il rispetto dell’impatto ambientale. In alcuni casi le centraline sono state installate volutamente al posto sbagliato.

Anche la Gazzetta del Mezzogiorno conferma, spiegandoci che una volta a Viggiano c’erano le vigne che producevano uva e vino di qualità, c’erano le mele della val d'Agri. Di tutto cio' non sono rimasti che chicchi d’uva oleosi e puzzolenti e mele annerite. I contadini hanno provato a reciclarsi come tecnici petroliferi, ma lavoro non ce n'e'.

Giovanna Perruolo, presidente della Confederazione Italiana di Agricoltura (CIA) della Val d’Agri testimonia che delle cento aziende che coltivano fagioli cosiddetti "Sarconi", la metà quest’anno non ha piantato il prodotto. Fra le possibili e invisibile cause c'e' la percezione negativa di un prodotto coltivato nella terra del petrolio. Dice Giovanna:

...forse era meglio quando nessuno associava il petrolio alla nostra terra, quando la Basilicata era ancora sconosciuta in questo senso”.

Duecento ettari di terra sono stati abbandonati.

La signora Donata aveva dei terreni vicino a Corleto Perticara, dove nel 1994 perforarono dei pozzi. I signori della Total decisero, allegramente, di lasciare fanghi e fluidi perforanti ALL'APERTO, senza alcuna forma di precauzione. Tutti gli animali che mangiavano l'erba, specie le pecore, dopo un po' si accasciavano e morivano. Sono morti di tumore, dopo due anni anche il papa' della signora Donata, e il suo vicino di casa, a 43 anni.

Beffa delle beffe, la Total gli disse pure che non c'era scampo e che dovevano vendergli quelle terre che loro stesi avevano avvelenato: "Offriamo 5 euro al metro quadrato. Vi conviene vendere perché altrimenti il comune esproprierà tutto e pagherà la metà". Troppo buoni. Fattisi i conti, alla fine ai contadini venne offerto ancora meno: 2.5 euro al metro quadrato.

Fu da queste denuncie che il pubblico ministero Woodcock inizio' le sue indagini per presunta concussione da parte della Total ai lucani. La Total, secondo i pm, avrebbe truccato anche le gare per il trattamento e per la fornitura dei fanghi di perforazione, oltre che essersi sporcata di vari intrallazzi con i politici locali.

Intanto, gia' nel 2004, il Corriere diceva:

Ammine aromatiche, anidride solforosa, scarti dalla lavorazione del greggio, che qui viene separato dallo zolfo e dal metano e immesso nell' oleodotto, verso la raffineria di Taranto e le navi per la Turchia. Anche l' acqua la portano in Puglia. Qui non resta niente. Un centinaio appena di posti di lavoro. L' Eni aveva promesso la Fondazione Mattei per i giovani e un centro per il monitoraggio ambientale, ma non hanno ancora deciso il posto: vorrebbero fare la fondazione a Viggiano e il centro di controllo a Marsiconuovo, lontano dal centro oli; non sarebbe meglio il contrario? Nel frattempo si muore di cancro, almeno un caso per famiglia. La valle in teoria è diventata un parco naturale, dai confini mobili, che si spostano in caso di scoperta di un pozzo. Un giorno il petrolio finirà, e noi avremo abbandonato i meleti, le piste da sci, gli scavi archeologici di Grumento. E non c' è nessun controllo sui barili estratti. Chi ci garantisce che non ci stanno truffando? Hanno trattato la Basilicata come un Paese africano o asiatico in via di sviluppo.

Manca qualcos'altro? Dedicato ai negazionisti.

Fonte:Abruzzo24ore

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Quelli che riporto di seguito sono testimonianze recenti sulla situazione in Basilicata, dall'Espresso del 17 dicembre 2008 fino a episodi di vita di persone normali. Ci sono dentro storie raccapriccianti sulla tossicita' di fanghi e fluidi perforanti, lasciati alla meno peggio fra i campi, storie di uomini e donne che muoiono di tumori a quarant'anni, e accuse di reati di concussione per la costruzione del secondo centro oli lucano, a Corleto Perticara, dopo quello che gia' esiste a 20 km di distanza a Viggiano.

Maria Rita D'Orsogna

( Maria Rita D'Orsogna è fisica e docente universitaria presso la California State University at Northrdige di Los Angeles. E' autrice del bolg www.dorsogna.blogspot.com LEGGI ANCHE: Abruzzo saudita: 221 comuni nel mirino di trivelle petrolifere)

ORAMAI LA NOSTRA TERRA E' TUTTA ROVINATA

Il signor Pietro ha 75 anni e vive a Viggiano. A suo stesso dire, lui e sua moglie vivono circondati dalla puzza di idrogeno solforato. Non e' un biologo, ne un medico, ne un botanico e nemmeno un ingenere. E' un semplice contadino che da casa sua vede il centro oli di Viggiano e mettendo insieme due piu due giunge alla sua semplice verita':

“..da quando c’è il petrolio non vengono più fuori le insalate di una volta. Il grande problema è che non possiamo neanche lasciare questo terreno, perché o nessuno lo vuole oppure, nel migliore dei casi, saremmo costretti a venderlo ad un prezzo troppo basso”.

Filippo Massaro invece e' il coordinatore per lo Sviluppo delle aree interne lucane. Commentando sul fatto che l'ENI non ha pagato una lira di risarcimento per i contadini e per le persone che possedevano campi, terreni e agriturismi da quelle parti giunge alla stessa conclusione:

L’agricoltura continua a morire. Non si contano più gli incontri e i conseguenti solenni impegni assunti da funzionari-dirigenti di Agip-Eni e dagli amministratori regionali. Solo chiacchiere. Non sono seguiti i fatti. I sistemi di monitoraggio ambientale, le centraline installate dalla Provincia, gli studi dell’Arpab e quelli di fonte diretta dell’Eni non sono efficienti e né sufficienti a garantire il rispetto dell’impatto ambientale. In alcuni casi le centraline sono state installate volutamente al posto sbagliato.

Anche la Gazzetta del Mezzogiorno conferma, spiegandoci che una volta a Viggiano c’erano le vigne che producevano uva e vino di qualità, c’erano le mele della val d'Agri. Di tutto cio' non sono rimasti che chicchi d’uva oleosi e puzzolenti e mele annerite. I contadini hanno provato a reciclarsi come tecnici petroliferi, ma lavoro non ce n'e'.

Giovanna Perruolo, presidente della Confederazione Italiana di Agricoltura (CIA) della Val d’Agri testimonia che delle cento aziende che coltivano fagioli cosiddetti "Sarconi", la metà quest’anno non ha piantato il prodotto. Fra le possibili e invisibile cause c'e' la percezione negativa di un prodotto coltivato nella terra del petrolio. Dice Giovanna:

...forse era meglio quando nessuno associava il petrolio alla nostra terra, quando la Basilicata era ancora sconosciuta in questo senso”.

Duecento ettari di terra sono stati abbandonati.

La signora Donata aveva dei terreni vicino a Corleto Perticara, dove nel 1994 perforarono dei pozzi. I signori della Total decisero, allegramente, di lasciare fanghi e fluidi perforanti ALL'APERTO, senza alcuna forma di precauzione. Tutti gli animali che mangiavano l'erba, specie le pecore, dopo un po' si accasciavano e morivano. Sono morti di tumore, dopo due anni anche il papa' della signora Donata, e il suo vicino di casa, a 43 anni.

Beffa delle beffe, la Total gli disse pure che non c'era scampo e che dovevano vendergli quelle terre che loro stesi avevano avvelenato: "Offriamo 5 euro al metro quadrato. Vi conviene vendere perché altrimenti il comune esproprierà tutto e pagherà la metà". Troppo buoni. Fattisi i conti, alla fine ai contadini venne offerto ancora meno: 2.5 euro al metro quadrato.

Fu da queste denuncie che il pubblico ministero Woodcock inizio' le sue indagini per presunta concussione da parte della Total ai lucani. La Total, secondo i pm, avrebbe truccato anche le gare per il trattamento e per la fornitura dei fanghi di perforazione, oltre che essersi sporcata di vari intrallazzi con i politici locali.

Intanto, gia' nel 2004, il Corriere diceva:

Ammine aromatiche, anidride solforosa, scarti dalla lavorazione del greggio, che qui viene separato dallo zolfo e dal metano e immesso nell' oleodotto, verso la raffineria di Taranto e le navi per la Turchia. Anche l' acqua la portano in Puglia. Qui non resta niente. Un centinaio appena di posti di lavoro. L' Eni aveva promesso la Fondazione Mattei per i giovani e un centro per il monitoraggio ambientale, ma non hanno ancora deciso il posto: vorrebbero fare la fondazione a Viggiano e il centro di controllo a Marsiconuovo, lontano dal centro oli; non sarebbe meglio il contrario? Nel frattempo si muore di cancro, almeno un caso per famiglia. La valle in teoria è diventata un parco naturale, dai confini mobili, che si spostano in caso di scoperta di un pozzo. Un giorno il petrolio finirà, e noi avremo abbandonato i meleti, le piste da sci, gli scavi archeologici di Grumento. E non c' è nessun controllo sui barili estratti. Chi ci garantisce che non ci stanno truffando? Hanno trattato la Basilicata come un Paese africano o asiatico in via di sviluppo.

Manca qualcos'altro? Dedicato ai negazionisti.

Fonte:Abruzzo24ore

 
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