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lunedì 26 gennaio 2009
Tensione a Lampedusa, fischi alla senatrice leghista


Scaricabile gratuitamente in rete "L'unità truffaldina" l'ultima opera di Nicola Zitara

Buona lettura.

Buona lettura.
QUALCOSA SI MUOVE… ( anche nel Meridionalismo…)

Ricevo dall'amico Andrea Balìa e posto:
La storia del Meridionalismo riguardante i territori del Sud di questo paese attaccato con lo sputo che è l’Italia, e che prima dell’evento unitario (giusto per esser “graziosi” sulla terminologia da usare per quella tragedia!) facevano parte dell’autonomo ed indipendente Stato del Regno delle Due Sicilie, ha inizio proprio alla fine del secolo scorso.
All’alba del nuovo Stato italiano prende piede, più come reazione spontanea che come movimento cosciente, un fiorire d’articoli, libri, dichiarazioni, ecc.. contro il nuovo assetto della penisola italica .
A lamentarsi, rivendicare, criticare sono scrittori, giornalisti, parlamentari meridionali che denunciano il degrado in cui fu gettato, e le vessazioni subite e proditoriamente perpetrate di continuo a danno delle regioni del Sud.
Questo già la dice lunga e porta ad una banale ma veritiera considerazione : come mai le critiche provenivano e riguardavano quelle regioni e non altre?
Se altri non erano a lamentarsi probabilmente non ne avevano motivo, e quindi i danni e le differenti condizioni erano specificatamente un reale problema meridionale.
Problema che suscitava maggior rabbia e sdegno se il tutto lo si paragonava alla situazione preesistente all’unità.
Ma tutto, purtroppo, s’attenua : i meridionali emigrarono in massa e “lacrime napulitane” in versi e canzoni furono il solo atteggiamento che attraverso due guerre ci portarono sino a metà del secolo scorso.
Partiva
I “Quaderni Meridionali” dovevano servire a portare all’attenzione le condizioni dei cittadini, dei giovani e degli operai del Sud.
Tale nobile impegno vide però un’alba breve in quanto il buon Togliatti chiamò il giovane Giorgio e gli “consigliò” fermamente di voltar pagina e chiudere quell’esperienza e riporre quei fogli : “…bisogna che i meridionali emigrino al Nord e aiutino a costruire appunto il grande Nord industriale…, tutta la classe operaia ne beneficerà e poi anche il Sud ne avrà vantaggi…questa la priorità!”
Così fu...tranne l’ultima parte : siamo ancora qui dopo poco più di mezzo secolo ad attendere quei vantaggi!
Nel frattempo la grande balena bianca e (demo) cristiana distraeva per oltre un ventennio i figli del Sud col suo voto di scambio, l’assistenzialismo e un po’ di posti dispensati lungo la penisola.
Intorno agli anni ’80 però succedeva qualcosa : un signore di nome Angelo Manna iniziò a tuonare come un tribuno dalla sua trasmissione televisiva d’un’emittente napoletana e subito dopo un manipolo di persone iniziò a togliere polvere dalle pietre della storia.
Iniziarono a parlare di revisione storica e di qualcosa che nessuno aveva mai raccontato bene ai meridionali.
Molti di noi hanno visto in quegli anni il battesimo del loro impegno meridionalista. Dire o scrivere di Borbone non era più così fuori luogo e iniziava a nascere il senso dell’appartenenza, l’orgoglio identitario e la voglia di riscatto per le nostre terre.
Un po’ di libri giusti, qualche scrittore coraggioso e qualche movimento e associazione culturale promettevano un risveglio.
Di nuovo un torpore riassale tutto ciò a cavallo degli anni di fine secolo, ma il seme era stato comunque gettato.
Il Berlusconismo con le sue mirabolanti promesse (ormai da un quindicennio proclamate) crea ulteriore distrazione : al Sud, come successe per il sogno mussoliniano e per
E siamo giunti infine ai nostri giorni : il rifiorire di movimenti, l’avvento di internet con molti siti meridionalisti ha riportato un fervore e la voglia e l’esigenza d’una rappresentatività politica ormai improcrastinabile per un Sud in caduta libera. Qualcosa, comunque e vivaddio, sembra muoversi…
Molti però, non rinunciando a perverse abitudini e ad una facile furbizia che ahimè ci accompagna, cercano scorciatoie dimenticando che la prima cosa da fare è rifuggire dai politici imperanti dell’attuale arco parlamentare.
Così i Comitati Due Sicilie (novella formazione di delusi ex neoborbonici) pensano bene d’imparentarsi con l’MpA di Lombardo; l’MpA è composta da ex scafati democristiani che, annusando il vento meridionalista che s’alza, s’inventano un partito autonomistico per il Sud.
Nei fatti è una storia tutta d’interessi siciliani, con un’alleanza con l’attuale governo e quindi anche con
Signori come Majorana, ricompaiono sempre sotto le elezioni, e, fingendo d’aver avuto nuove idee ripropongono sempre la stessa cosa : in cambio d’un po’ di rappresentatività vendere l’anima al diavolo.
Però…però…forse qualcosa d’interessante si prospetta. I
l buon vecchio Ciano, in quel di Gaeta, fonda il Partito del Sud e diventa assessore al Demanio.
Vince le elezioni con una lista civica e porta il sindaco; nel frattempo riesce a far bene nella sua cittadina e cavalca un buon consenso popolare.
Apre delegazioni di meridionali emigranti ed arrabbiati in più regioni italiane e in Sicilia ha un altro assessore in quel Erasmo Vecchio, altro personaggio meridionalista di buon spessore.
Fa partire sul serio il progetto CompraSud con l’adesione di oltre 800 aziende e aprendo questo mese il primo supermercato CompraSud a Catania, cui seguirà quello di Milano, ecc…
S’inventa l’approvazione, un mese fa, del Consiglio Comunale di Gaeta per far causa ai Savoia chiedendo il risarcimento per i danni dell’aggressione del 1861, e della cosa ne parla mamma RAI, i giornali di regime e perfino Le Monde, che l’intervista e gli dedica una pagina: Riesce a intrufolarsi nella Lega, fingendo interesse, e fa inserire all’articolo 16 della prossima riforma federale che i beni demaniali dello Stato tornino ai Comuni : così che
Ottenuta la proposta si defila : insomma se non un leader eccelso quantomeno un bell’animale politico.
Nel frattempo a Napoli nasce il movimento L’AltroSud, un concentrato di belle teste molto preparate.
Lo fonda Antonio Gentile, meridionalista di vecchia data e di lunga competenza di studi. Riscoprono Guido D’Orso e si rifanno al regionalismo europeo.
Operano tra i giovani (il che non è un male perché i nostri anni avanzano impietosi!) e fondano cellule universitarie con centinaia d’iscritti.
Orbene, il sottoscritto è stato ed è a tutt’oggi un battitore libero che rivendica fra i mille difetti forse un solo pregio : il tenermi informato.
Lo faccio sull’insegnamento d’un mio maestro che diceva : a parità d’intelligenza vince chi è più informato.
Credo d’aver annusato la positività di queste due formazioni e qualcuno mi ha chiesto di mediare perché si confrontassero : l’ho fatto ed il risultato (forse insperato) è stato il comunicato stampa che segue questo mio scritto.
Credo meritino attenzione perché liberi, non legati a nessun carrozzone parlamentare, aperti ad altri ma attenti a farsi compagni di chi è poco chiaro o ondivago.
Insomma, almeno per ora, una storia che promette bene.
Se son rose fioriranno…e forse verrà il momento che dovrò avere la mia prima tessera d’adesione a qualcosa di politico che operi per il Sud con impegno e pulizia.
********************************************************************
A Napoli l'Altro Sud-UDS e il Partito del Sud, due tra le più attive, rappresentative ed organizzate formazioni politiche meridionali esistenti, avviano, attraverso la creazione di un tavolo di lavoro comune, un processo di avvicinamento e di collaborazione.
Il Partito del Sud prosegue sulla strada della collaborazione e della possibile aggregazione di movimenti meridionalisti, per costruire una realtà meridionalista autonoma che possa dialogare con tutti ma che, superando gli individualismi e le vecchie pratiche trasformiste, metta sempre al centro della proprio programma e della propria azione politica la difesa degli interessi del popolo meridionale e un nuovo modo di intendere la politica.
L'Altro Sud-UDS mira al rilancio del Sud d'Italia sulla base dei suoi antichi e profondi valori etici e culturali e delle sue straordinarie energie sociali e civili, troppo spesso ignorate quando si parla di Mezzogiorno. Obiettivo prioritario è dar vita ad un soggetto politico che sia espressione della parte sana della società civile meridionale, quella che non compare mai, se non marginalmente, nei media, nei tanti ed interminabili dibattiti politici sulla questione meridionale e, soprattutto, nella considerazione dei cittadini italiani.
Le due organizzazioni, dunque, si pongono nel Mezzogiorno alla guida di quel processo politico territoriale unitario, autonomo dalle altre formazioni politiche nazionali, che ha come finalità il controllo diretto delle comunità sulla gestione dei territori e sulle scelte di sviluppo e benessere delle proprie popolazioni.

Ricevo dall'amico Andrea Balìa e posto:
La storia del Meridionalismo riguardante i territori del Sud di questo paese attaccato con lo sputo che è l’Italia, e che prima dell’evento unitario (giusto per esser “graziosi” sulla terminologia da usare per quella tragedia!) facevano parte dell’autonomo ed indipendente Stato del Regno delle Due Sicilie, ha inizio proprio alla fine del secolo scorso.
All’alba del nuovo Stato italiano prende piede, più come reazione spontanea che come movimento cosciente, un fiorire d’articoli, libri, dichiarazioni, ecc.. contro il nuovo assetto della penisola italica .
A lamentarsi, rivendicare, criticare sono scrittori, giornalisti, parlamentari meridionali che denunciano il degrado in cui fu gettato, e le vessazioni subite e proditoriamente perpetrate di continuo a danno delle regioni del Sud.
Questo già la dice lunga e porta ad una banale ma veritiera considerazione : come mai le critiche provenivano e riguardavano quelle regioni e non altre?
Se altri non erano a lamentarsi probabilmente non ne avevano motivo, e quindi i danni e le differenti condizioni erano specificatamente un reale problema meridionale.
Problema che suscitava maggior rabbia e sdegno se il tutto lo si paragonava alla situazione preesistente all’unità.
Ma tutto, purtroppo, s’attenua : i meridionali emigrarono in massa e “lacrime napulitane” in versi e canzoni furono il solo atteggiamento che attraverso due guerre ci portarono sino a metà del secolo scorso.
Partiva
I “Quaderni Meridionali” dovevano servire a portare all’attenzione le condizioni dei cittadini, dei giovani e degli operai del Sud.
Tale nobile impegno vide però un’alba breve in quanto il buon Togliatti chiamò il giovane Giorgio e gli “consigliò” fermamente di voltar pagina e chiudere quell’esperienza e riporre quei fogli : “…bisogna che i meridionali emigrino al Nord e aiutino a costruire appunto il grande Nord industriale…, tutta la classe operaia ne beneficerà e poi anche il Sud ne avrà vantaggi…questa la priorità!”
Così fu...tranne l’ultima parte : siamo ancora qui dopo poco più di mezzo secolo ad attendere quei vantaggi!
Nel frattempo la grande balena bianca e (demo) cristiana distraeva per oltre un ventennio i figli del Sud col suo voto di scambio, l’assistenzialismo e un po’ di posti dispensati lungo la penisola.
Intorno agli anni ’80 però succedeva qualcosa : un signore di nome Angelo Manna iniziò a tuonare come un tribuno dalla sua trasmissione televisiva d’un’emittente napoletana e subito dopo un manipolo di persone iniziò a togliere polvere dalle pietre della storia.
Iniziarono a parlare di revisione storica e di qualcosa che nessuno aveva mai raccontato bene ai meridionali.
Molti di noi hanno visto in quegli anni il battesimo del loro impegno meridionalista. Dire o scrivere di Borbone non era più così fuori luogo e iniziava a nascere il senso dell’appartenenza, l’orgoglio identitario e la voglia di riscatto per le nostre terre.
Un po’ di libri giusti, qualche scrittore coraggioso e qualche movimento e associazione culturale promettevano un risveglio.
Di nuovo un torpore riassale tutto ciò a cavallo degli anni di fine secolo, ma il seme era stato comunque gettato.
Il Berlusconismo con le sue mirabolanti promesse (ormai da un quindicennio proclamate) crea ulteriore distrazione : al Sud, come successe per il sogno mussoliniano e per
E siamo giunti infine ai nostri giorni : il rifiorire di movimenti, l’avvento di internet con molti siti meridionalisti ha riportato un fervore e la voglia e l’esigenza d’una rappresentatività politica ormai improcrastinabile per un Sud in caduta libera. Qualcosa, comunque e vivaddio, sembra muoversi…
Molti però, non rinunciando a perverse abitudini e ad una facile furbizia che ahimè ci accompagna, cercano scorciatoie dimenticando che la prima cosa da fare è rifuggire dai politici imperanti dell’attuale arco parlamentare.
Così i Comitati Due Sicilie (novella formazione di delusi ex neoborbonici) pensano bene d’imparentarsi con l’MpA di Lombardo; l’MpA è composta da ex scafati democristiani che, annusando il vento meridionalista che s’alza, s’inventano un partito autonomistico per il Sud.
Nei fatti è una storia tutta d’interessi siciliani, con un’alleanza con l’attuale governo e quindi anche con
Signori come Majorana, ricompaiono sempre sotto le elezioni, e, fingendo d’aver avuto nuove idee ripropongono sempre la stessa cosa : in cambio d’un po’ di rappresentatività vendere l’anima al diavolo.
Però…però…forse qualcosa d’interessante si prospetta. I
l buon vecchio Ciano, in quel di Gaeta, fonda il Partito del Sud e diventa assessore al Demanio.
Vince le elezioni con una lista civica e porta il sindaco; nel frattempo riesce a far bene nella sua cittadina e cavalca un buon consenso popolare.
Apre delegazioni di meridionali emigranti ed arrabbiati in più regioni italiane e in Sicilia ha un altro assessore in quel Erasmo Vecchio, altro personaggio meridionalista di buon spessore.
Fa partire sul serio il progetto CompraSud con l’adesione di oltre 800 aziende e aprendo questo mese il primo supermercato CompraSud a Catania, cui seguirà quello di Milano, ecc…
S’inventa l’approvazione, un mese fa, del Consiglio Comunale di Gaeta per far causa ai Savoia chiedendo il risarcimento per i danni dell’aggressione del 1861, e della cosa ne parla mamma RAI, i giornali di regime e perfino Le Monde, che l’intervista e gli dedica una pagina: Riesce a intrufolarsi nella Lega, fingendo interesse, e fa inserire all’articolo 16 della prossima riforma federale che i beni demaniali dello Stato tornino ai Comuni : così che
Ottenuta la proposta si defila : insomma se non un leader eccelso quantomeno un bell’animale politico.
Nel frattempo a Napoli nasce il movimento L’AltroSud, un concentrato di belle teste molto preparate.
Lo fonda Antonio Gentile, meridionalista di vecchia data e di lunga competenza di studi. Riscoprono Guido D’Orso e si rifanno al regionalismo europeo.
Operano tra i giovani (il che non è un male perché i nostri anni avanzano impietosi!) e fondano cellule universitarie con centinaia d’iscritti.
Orbene, il sottoscritto è stato ed è a tutt’oggi un battitore libero che rivendica fra i mille difetti forse un solo pregio : il tenermi informato.
Lo faccio sull’insegnamento d’un mio maestro che diceva : a parità d’intelligenza vince chi è più informato.
Credo d’aver annusato la positività di queste due formazioni e qualcuno mi ha chiesto di mediare perché si confrontassero : l’ho fatto ed il risultato (forse insperato) è stato il comunicato stampa che segue questo mio scritto.
Credo meritino attenzione perché liberi, non legati a nessun carrozzone parlamentare, aperti ad altri ma attenti a farsi compagni di chi è poco chiaro o ondivago.
Insomma, almeno per ora, una storia che promette bene.
Se son rose fioriranno…e forse verrà il momento che dovrò avere la mia prima tessera d’adesione a qualcosa di politico che operi per il Sud con impegno e pulizia.
********************************************************************
A Napoli l'Altro Sud-UDS e il Partito del Sud, due tra le più attive, rappresentative ed organizzate formazioni politiche meridionali esistenti, avviano, attraverso la creazione di un tavolo di lavoro comune, un processo di avvicinamento e di collaborazione.
Il Partito del Sud prosegue sulla strada della collaborazione e della possibile aggregazione di movimenti meridionalisti, per costruire una realtà meridionalista autonoma che possa dialogare con tutti ma che, superando gli individualismi e le vecchie pratiche trasformiste, metta sempre al centro della proprio programma e della propria azione politica la difesa degli interessi del popolo meridionale e un nuovo modo di intendere la politica.
L'Altro Sud-UDS mira al rilancio del Sud d'Italia sulla base dei suoi antichi e profondi valori etici e culturali e delle sue straordinarie energie sociali e civili, troppo spesso ignorate quando si parla di Mezzogiorno. Obiettivo prioritario è dar vita ad un soggetto politico che sia espressione della parte sana della società civile meridionale, quella che non compare mai, se non marginalmente, nei media, nei tanti ed interminabili dibattiti politici sulla questione meridionale e, soprattutto, nella considerazione dei cittadini italiani.
Le due organizzazioni, dunque, si pongono nel Mezzogiorno alla guida di quel processo politico territoriale unitario, autonomo dalle altre formazioni politiche nazionali, che ha come finalità il controllo diretto delle comunità sulla gestione dei territori e sulle scelte di sviluppo e benessere delle proprie popolazioni.
domenica 25 gennaio 2009
L'Onu denuncia: banche salvate con il denaro del narcotraffico

L’Onudc, l'ufficio dell'Onu che si occupa della lotta contro la droga e il crimine ha fondati motivi per ritenere che «numerose» banche siano state salvate dalla crisi finanziaria grazie a denaro proveniente dal narcotraffico: lo denuncia il direttore dell'ente, Antonio Maria Costa, in una intervista che apparirà lunedi sul settimanale austriaco Profil.
Secondo le indagini svolte dall’Onudc: «alcuni crediti interbancari sono stati finanziati grazie a fondi derivanti dal traffico di droga e da altre attività illegali».
In questo modo, ha precisato Costa senza tuttavia fare i nomi degli istituti di credito coinvolti, «sono state salvate numerose banche».
All'origine dela caso la crisi che ha colpito nei mesi scorsi il sistema finanziario mondiale.
«Durante la seconda metà del 2008 - sottolinea il direttore dell'Onudc - la crisi di liquidità è stata il principale problema del sistema bancario, e la disponibilità di capitali è diventata un fattore essenziale».
Di conseguenza «in molti casi il denaro derivante dalla droga si è rivelato il solo capitale d’investimento disponibile, laddove gli Stati non avevano adottato misure di soccorso». www.profil.at/
Fonte : La Stampa

L’Onudc, l'ufficio dell'Onu che si occupa della lotta contro la droga e il crimine ha fondati motivi per ritenere che «numerose» banche siano state salvate dalla crisi finanziaria grazie a denaro proveniente dal narcotraffico: lo denuncia il direttore dell'ente, Antonio Maria Costa, in una intervista che apparirà lunedi sul settimanale austriaco Profil.
Secondo le indagini svolte dall’Onudc: «alcuni crediti interbancari sono stati finanziati grazie a fondi derivanti dal traffico di droga e da altre attività illegali».
In questo modo, ha precisato Costa senza tuttavia fare i nomi degli istituti di credito coinvolti, «sono state salvate numerose banche».
All'origine dela caso la crisi che ha colpito nei mesi scorsi il sistema finanziario mondiale.
«Durante la seconda metà del 2008 - sottolinea il direttore dell'Onudc - la crisi di liquidità è stata il principale problema del sistema bancario, e la disponibilità di capitali è diventata un fattore essenziale».
Di conseguenza «in molti casi il denaro derivante dalla droga si è rivelato il solo capitale d’investimento disponibile, laddove gli Stati non avevano adottato misure di soccorso». www.profil.at/
Fonte : La Stampa
ORMAI È SECESSIONE

Ricevo e posto dagli amici di L'Altro Sud con cui da poco, attraverso la creazione di un tavolo comune, abbiamo iniziato un processo di collaborazione e avvicinamento:.
Chiamatela come volete la Secessione: leggera, dolce, palese. Di fatto, l'Italia unita e solidale non esiste più. Tutti sono uniti contro il Sud.
Da Destra a Sinistra, l'Italia padanizzata si gode soddisfatta l'abbraccio gioioso tra l'invalido ma rancoroso Bossi e l'effimero Calderoli.
Preceduta da una rabbiosa campagna di denigrazione costruita ad arte, che ha abilmente amplificato la "Questione rifiuti", e più recentemente il caso Romeo, la "falange nordista" si accinge a scardinare definitivamente l'ultimo ma tenace baluardo della coesione nazionale.
Passa, dunque, al Senato il cosiddetto "federalismo fiscale", vero e proprio "manifesto leghista" con il sostegno di tutte le formazioni politiche, salvo la strumentale eccezione di Casini. E, il Senatur ringrazia: "Senza la Sinistra non si faceva niente, con il federalismo eravamo ancora in Commissione…".
Un Veltroni compiaciuto per aver "represso" l'opposizione interna, apre un confronto con la Lega e "Si mette in sintonia con il Nord dove il tema del federalismo fiscale è fortemente sentito dagli elettori".
PDL, Lega Nord, MPA, con la connivente e sciagurata astensione dell'Italia dei Valori e di un PD sempre più versione Nord, festeggiano insieme il primo traguardo di quel processo di liberazione dall'inservibile ed impresentabile Mezzogiorno.
E Galan, Governatore berlusconiano del Veneto, ringhia velenoso contro il Sud: "Se smettessero di mandare i loro malati in Veneto, non avremmo neanche queste liste d'attesa".
Gli indegni eredi di quei valori liberali e socialisti fraternizzano amorevolmente con gli alfieri di "Forza Etna" e di "Terroni beduini".
Così l'Italia dei Padri fondatori della Costituzione affonda miserevolmente nella palude degli egoismi più beceri.
Poco interessa che del federalismo fiscale leghista non si conoscano i costi – che si prospettano giganteschi – e che non ci siano le coperture e le risorse necessarie. Poco interessa che il moltiplicarsi dei centri di spesa determinerà inevitabilmente un aumento consistente della pressione fiscale locale e generale. Poco interessa che il Mezzogiorno, più arretrato, sarà privato di risorse determinanti per lo sviluppo delle sue infrastrutture e per i suoi servizi essenziali, mentre le decisioni fondamentali saranno prese da ministri quasi tutti del Nord.
Ciò che conta è soddisfare gli strateghi della divisione, della discriminazione e dell'egoismo sociale.
Decine di milioni di cittadini meridionali, oggi, sono abbandonati a se stessi e spinti sempre più – come vorrebbero quelli di lassù – verso la "discarica terzomondista".
Non esiste nessuna forza politica nazionale cui interessi realmente il futuro del Mezzogiorno. Solo inutili, ridicole ed ipocrite dichiarazioni di pochi a fini esclusivamente elettorali.
E mentre gran parte dei politici meridionali, cinici dilapidatori delle risorse gestite e veri traditori delle nostre comunità, sono travolti da scandali ed inchieste giudiziarie, il Meridione perde drammaticamente peso e dignità politica.
Il Sud, dunque, giunto a questo punto, deve prendere atto che il Patto tra gli italiani volge al termine, e che per fronteggiare un tale coacervo di poteri ostili è necessario difendersi da soli.
Bisognerà presto ritornare ad essere una comunità unita e, attraverso l'azione di un grande movimento politico meridionale, costituito da gente onesta e preparata, entrare nelle istituzioni nazionali ed europee, e battersi per gli interessi esclusivi delle nostre popolazioni.
Ora non è più il momento della riflessione e delle chiacchiere. È tempo d'agire.
Bisognerà riprenderci la gestione dei nostri destini, creando una nuova classe dirigente in grado di tutelarci e di progettare concretamente il nostro futuro.
È tempo che gli imprenditori meridionali scendano in campo e sostengano fattivamente chi difende i loro interessi e la loro dignità.
Noi de l'Altro Sud abbiamo iniziato da tempo questa battaglia, raccogliendo un consenso insperato, che dimostra la vitalità e la voglia di riscatto della nostra gente.
Dateci sempre più forza e, tutti insieme, con determinazione e lealtà, restituiremo al Sud il prestigio della sua nobile storia.
Antonio Gentile
Presidente nazionale del'Altro Sud-UDS

Ricevo e posto dagli amici di L'Altro Sud con cui da poco, attraverso la creazione di un tavolo comune, abbiamo iniziato un processo di collaborazione e avvicinamento:.
Chiamatela come volete la Secessione: leggera, dolce, palese. Di fatto, l'Italia unita e solidale non esiste più. Tutti sono uniti contro il Sud.
Da Destra a Sinistra, l'Italia padanizzata si gode soddisfatta l'abbraccio gioioso tra l'invalido ma rancoroso Bossi e l'effimero Calderoli.
Preceduta da una rabbiosa campagna di denigrazione costruita ad arte, che ha abilmente amplificato la "Questione rifiuti", e più recentemente il caso Romeo, la "falange nordista" si accinge a scardinare definitivamente l'ultimo ma tenace baluardo della coesione nazionale.
Passa, dunque, al Senato il cosiddetto "federalismo fiscale", vero e proprio "manifesto leghista" con il sostegno di tutte le formazioni politiche, salvo la strumentale eccezione di Casini. E, il Senatur ringrazia: "Senza la Sinistra non si faceva niente, con il federalismo eravamo ancora in Commissione…".
Un Veltroni compiaciuto per aver "represso" l'opposizione interna, apre un confronto con la Lega e "Si mette in sintonia con il Nord dove il tema del federalismo fiscale è fortemente sentito dagli elettori".
PDL, Lega Nord, MPA, con la connivente e sciagurata astensione dell'Italia dei Valori e di un PD sempre più versione Nord, festeggiano insieme il primo traguardo di quel processo di liberazione dall'inservibile ed impresentabile Mezzogiorno.
E Galan, Governatore berlusconiano del Veneto, ringhia velenoso contro il Sud: "Se smettessero di mandare i loro malati in Veneto, non avremmo neanche queste liste d'attesa".
Gli indegni eredi di quei valori liberali e socialisti fraternizzano amorevolmente con gli alfieri di "Forza Etna" e di "Terroni beduini".
Così l'Italia dei Padri fondatori della Costituzione affonda miserevolmente nella palude degli egoismi più beceri.
Poco interessa che del federalismo fiscale leghista non si conoscano i costi – che si prospettano giganteschi – e che non ci siano le coperture e le risorse necessarie. Poco interessa che il moltiplicarsi dei centri di spesa determinerà inevitabilmente un aumento consistente della pressione fiscale locale e generale. Poco interessa che il Mezzogiorno, più arretrato, sarà privato di risorse determinanti per lo sviluppo delle sue infrastrutture e per i suoi servizi essenziali, mentre le decisioni fondamentali saranno prese da ministri quasi tutti del Nord.
Ciò che conta è soddisfare gli strateghi della divisione, della discriminazione e dell'egoismo sociale.
Decine di milioni di cittadini meridionali, oggi, sono abbandonati a se stessi e spinti sempre più – come vorrebbero quelli di lassù – verso la "discarica terzomondista".
Non esiste nessuna forza politica nazionale cui interessi realmente il futuro del Mezzogiorno. Solo inutili, ridicole ed ipocrite dichiarazioni di pochi a fini esclusivamente elettorali.
E mentre gran parte dei politici meridionali, cinici dilapidatori delle risorse gestite e veri traditori delle nostre comunità, sono travolti da scandali ed inchieste giudiziarie, il Meridione perde drammaticamente peso e dignità politica.
Il Sud, dunque, giunto a questo punto, deve prendere atto che il Patto tra gli italiani volge al termine, e che per fronteggiare un tale coacervo di poteri ostili è necessario difendersi da soli.
Bisognerà presto ritornare ad essere una comunità unita e, attraverso l'azione di un grande movimento politico meridionale, costituito da gente onesta e preparata, entrare nelle istituzioni nazionali ed europee, e battersi per gli interessi esclusivi delle nostre popolazioni.
Ora non è più il momento della riflessione e delle chiacchiere. È tempo d'agire.
Bisognerà riprenderci la gestione dei nostri destini, creando una nuova classe dirigente in grado di tutelarci e di progettare concretamente il nostro futuro.
È tempo che gli imprenditori meridionali scendano in campo e sostengano fattivamente chi difende i loro interessi e la loro dignità.
Noi de l'Altro Sud abbiamo iniziato da tempo questa battaglia, raccogliendo un consenso insperato, che dimostra la vitalità e la voglia di riscatto della nostra gente.
Dateci sempre più forza e, tutti insieme, con determinazione e lealtà, restituiremo al Sud il prestigio della sua nobile storia.
Antonio Gentile
Presidente nazionale del'Altro Sud-UDS
Intervista molto interessante sulle peripezie che stanno riguardando il libro"La società sparente"

Per ascoltare l'intervista sul libro "La società sparente" con Emiliano Morrone ospite di R. Galullo a Radio 24:
http://www.radio24.ilsole2
Sul sito la Voce di Fiore scaricabile gratuitamente "La società sparente", libro su De Magistris e la Procura di Catanzaro, la corruzione in Calabria, ’ndrangheta, politica e massoneria deviata. Download del decreto con intercettazioni della Why not.
La società sparente" (Neftasia Editore), di Emiliano Morrone e Francesco Saverio Alessio.
Misteriosamente scomparso, il volume, con prefazione di Gianni Vattimo e Angela Napoli, racconta la vicenda dell’ex pm Luigi De Magistris, la Calabria della corruzione, l’impegno dei movimenti civili a favore del magistrato, le indagini a carico dei consiglieri regionali, la sparizione della società calabrese, delitti e omicidi impuniti alla punta dello Stivale italiano.
Dopo aver venduto, nel giro di sette giorni dall’uscita (ottobre 2007), 1000 copie nel solo comune di San Giovanni in Fiore (Cs), il testo, distribuito sul territorio nazionale, è diventato progressivamente irreperibile.
Oggi il libro non c’è, non si trova, chi lo cerca non sa come procurarselo. Neppure gli autori riescono a capirne le ragioni.
Pertanto, "la Voce di Fiore" ha pubblicato il testo in rete, in versione integrale e con download gratuito.
Così la denuncia civile ivi contenuta può arrivare a chiunque, senza eventuali censure, boicottaggi, sequestri, oscuramenti.
"La società sparente" fu sottoposto a richiesta di sequestro, nel novembre 2007. Nella seconda edizione, come segno della mancanza di libertà di informazione e manifestazione del pensiero, gli autori lasciarono bianche le pagine incriminate, risultando poi assolti da tutte le querele per diffamazione aggravata a mezzo stampa.
La procura di Salerno sta indagando sulla Procura di Catanzaro, a proposito delle inchieste "Poseidone" e "Why not", tolte a De Magistris. La Procura di Catanzaro ha risposto con azione uguale e contraria. L’inchiesta "Why not" è stata conclusa.
Leggendo "La società sparente", si capiranno le ragioni per cui la Calabria non può mai svilupparsi, stando così le cose. Soprattutto, si avrà un quadro preciso circa le radici del sistema di corruzione e malaffare che De Magistris aveva tradotto in termini di diritto.
Buona lettura.

Per ascoltare l'intervista sul libro "La società sparente" con Emiliano Morrone ospite di R. Galullo a Radio 24:
http://www.radio24.ilsole2
Sul sito la Voce di Fiore scaricabile gratuitamente "La società sparente", libro su De Magistris e la Procura di Catanzaro, la corruzione in Calabria, ’ndrangheta, politica e massoneria deviata. Download del decreto con intercettazioni della Why not.
La società sparente" (Neftasia Editore), di Emiliano Morrone e Francesco Saverio Alessio.
Misteriosamente scomparso, il volume, con prefazione di Gianni Vattimo e Angela Napoli, racconta la vicenda dell’ex pm Luigi De Magistris, la Calabria della corruzione, l’impegno dei movimenti civili a favore del magistrato, le indagini a carico dei consiglieri regionali, la sparizione della società calabrese, delitti e omicidi impuniti alla punta dello Stivale italiano.
Dopo aver venduto, nel giro di sette giorni dall’uscita (ottobre 2007), 1000 copie nel solo comune di San Giovanni in Fiore (Cs), il testo, distribuito sul territorio nazionale, è diventato progressivamente irreperibile.
Oggi il libro non c’è, non si trova, chi lo cerca non sa come procurarselo. Neppure gli autori riescono a capirne le ragioni.
Pertanto, "la Voce di Fiore" ha pubblicato il testo in rete, in versione integrale e con download gratuito.
Così la denuncia civile ivi contenuta può arrivare a chiunque, senza eventuali censure, boicottaggi, sequestri, oscuramenti.
"La società sparente" fu sottoposto a richiesta di sequestro, nel novembre 2007. Nella seconda edizione, come segno della mancanza di libertà di informazione e manifestazione del pensiero, gli autori lasciarono bianche le pagine incriminate, risultando poi assolti da tutte le querele per diffamazione aggravata a mezzo stampa.
La procura di Salerno sta indagando sulla Procura di Catanzaro, a proposito delle inchieste "Poseidone" e "Why not", tolte a De Magistris. La Procura di Catanzaro ha risposto con azione uguale e contraria. L’inchiesta "Why not" è stata conclusa.
Leggendo "La società sparente", si capiranno le ragioni per cui la Calabria non può mai svilupparsi, stando così le cose. Soprattutto, si avrà un quadro preciso circa le radici del sistema di corruzione e malaffare che De Magistris aveva tradotto in termini di diritto.
Buona lettura.
La Gaza che non abbiamo visto
(Avverto che il filmato contiene immagini molto crude. Qui la seconda, terza, quarta, quinta e sesta parte.)
Ora che Gaza è sparita dai media, come se non fosse mai esistita e sparita in base ad un preciso piano che imponeva la fine degli schiamazzi e dei fuochi artificiali al fosforo in tempo per non disturbare l'inizio della presidenza Obama e i relativi festeggiamenti, possiamo continuare a parlare di Gaza, di giornalismo, di propaganda e di diritto all'informazione.
Per farlo dobbiamo fare riferimento non già al giornalismo orizzontale italiano ma a quello ancora orgoglioso di fare informazione, quello anglosassone, di qualunque orientamento politico esso sia.
Dobbiamo anche fottercene di copyright ed altre delicatessen e rilanciare i documenti televisivi che troviamo in rete per vedere di far arrivare un briciolo di informazione ai nostri connazionali intontiti dai telegiornali di regime.
"Unseen Gaza" è un documentario di Channel 4, canale televisivo britannico, andato in onda l'altra sera con grande clamore, non ovviamente sui nostri schermi. Ringrazio Grazia che, nel commento al post precedente, mi ha segnalato questo programma che ho visto oggi e che vi riposto qui, direttamente da Youtube. Il programma è in inglese e non sottotitolato e quella che segue è una sintesi riassuntiva che ho preparato per chi volesse conoscerne il contenuto.
Jon Snow, il conduttore del programma, è un giornalista molto agguerrito, sulla falsariga dei suoi colleghi americani di "60 Mintues", della serie: "Ommioddìo, questi fanno ancora le domande e le inchieste!"
Per avere un idea del tipino che è Jon, guardatelo in questo battibecco con il portavoce del governo israeliano Mark Regev. Snow chiede conto a Regev dell'uso di armi proibite da parte di Israele, Regev risponde che non è vero ma Snow insiste nel fare domande e ad incalzare il suo interlocutore portandogli le testimonianze di coloro che le armi le hanno viste usare. In Italia un'intervista del genere sarebbe pura fantascienza e sarebbe andata più o meno così: "Signor Regev, è vero che Israele ha usato armi al fosforo, Dime e a frammentazione?" Risposta: "No". "Grazie per la sua cortesia, signor Regev, passiamo alle notizie sportive".
"Unseen Gaza" è il resoconto di come questa guerra, forse per la prima volta nell'era moderna, sia stata condotta tenendo i corrispondenti dei media occidentali al di fuori del teatro dei combattimenti, confinandoli su una collina del disonore dal quale poter avere sempre la stessa visuale precotta. Come un pubblico che sente il parlato di un film provenire da dietro il muro di un cinema all'aperto ma non riesce a capire cosa stia succedendo sullo schermo e quindi non potrà certo raccontartene la trama. Da qui la difficoltà e l'insopportabilità, per dei media seri che vogliano fare informazione, di avere una visione completa di ciò che stava accadendo, e l'impossibilità di un resoconto obiettivo dei fatti.
Jon Snow arriva a Gerusalemme all'inizio del conflitto. Nel palazzo destinato a sede della stampa internazionale, all'ingresso, vi sono i resti di un razzo Qassam disposti come in un allestimento museale. "Il messaggio era chiaro" racconta Jon, "Israele è sotto attacco." Ai giornalisti occidentali, ai quali non sarà permesso entrare a Gaza, ufficialmente per motivi di sicurezza, vengono consegnati opuscoli intitolati "Operazione Piombo Fuso", come i press book di un festival cinematografico, percepiti né più né meno dai cronisti come pura propaganda. Forse abbiamo capito da dove traggono spunto certe penne nostrane. Ma lasciamo perdere.
La cosa che appare subito chiara a chi vorrebbe raccontare questa guerra secondo i metodi tradizionali è che non sarà possibile ascoltare la voce dell'altro contendente, cioè di Hamas.
Una giornalista israeliana intervistata da Snow spiega che il motivo consiste nell'evitare che succeda come in Libano nel 2006 dove i giornalisti, in sostanza, ruppero le palle "perchè a loro veniva suggerito cosa dire e non dire da Hezbollah". Allora perchè non farli andare a Gaza, stavolta? "Perchè in ogni caso parlerebbero male di Israele." Ah, beh.
Con i media occidentali appollaiati sulla collina a guardare i fuochi artificiali, gli unici luoghi di distruzione alle quali le autorità israeliane permettono ai giornalisti di avvicinarsi sono quelli colpiti, in territorio israeliano, dai razzi Qassam. Viene fatto notare però nel documentario che, dall'inizio del conflitto, vi è sono state solo una vittima civile israeliana e una decina di militari. La sproporzione tra la necessità di difendersi e il volume di fuoco effettivamente scatenato su Gaza come rappresaglia è evidente.
Se i media internazionali sono tenuti fuori da Gaza, ciò non significa che non vi siano voci che trasmettono cronache e reportages dall'inferno, e sono gli inviati dei giornali e delle tv arabe, come Al Jazeera. In quei servizi, destinati ad un pubblico islamico ma non solo, visto che i media occidentali le riprendono, compaiono molte più informazioni, sicuramente anche suggestionate dalla propaganda di Hamas ed immagini che nei media occidentali verrebbero censurate. Ufficialmente per ragioni di fascia protetta e buon gusto. Questi reporters arabi presenti sul territorio, come i volontari e i bloggers, sono spesso vittima del fuoco israeliano ma continuano a far uscire dall'inferno le immagini della devastazione, quelle che rendono meglio l'orrore della guerra.
Viene riportato a questo punto, nel documentario, il caso di un servizio arrivato alle televisioni occidentali da un'emittente araba, nel quale veniva mostrato il corpicino carbonizzato di una bimba. Un'immagine sconvolgente che le emittenti occidentali hanno censurato.
In un intervista, Jeremy Bowen, corrispondente dal Medio Oriente della BBC, si lamenta del fatto che queste immagini sono comunque decontestualizzate e non rendono paradossalmente il dramma della guerra. "Ho visto una cosa terribile l'altro giorno, un padre che baciava con tenerezza infinita il figlio morto. Se mi fosse stato possibile andare a Gaza, sarei andato nella casa di quest'uomo, se fosse stata ancora in piedi, avrei raccontato la sua storia. Ma questo è impossibile". L'impossibilità di raccontare la guerra. "Se vedi un mucchio di corpi di bambini sei sconvolto, ma lo sei ancora di più se puoi raccontare lo strazio delle madri e dei padri".
Gaza, quindi, è stata raccontata in maniera parziale, secondo i dettami della propaganda israeliana, dai media occidentali, i quali hanno potuto utilizzare in maniera limitata il materiale di provenienza araba presente sul campo. Le tv arabe invece hanno mostrato la guerra senza veli e in diretta. Il rischio, secondo alcuni, è che ciò possa estremizzare il risentimento islamico verso l'Occidente. Forse proprio ciò che si vuole. Se gli occidentali avessero potuto filmare dall'interno i combattimenti, la prospettiva sarebbe cambiata?
Viene presentato poi il caso della scuola dell'ONU bombardata, nella quale avevano trovato rifugio molti civili palestinesi. Vengono posti a confronto, nel documentario, la versione del portavoce israeliano che insiste nel considerare la scuola una base missilistica di Hamas e la testimonianza di un giornalista americano del New York Times, che dice che i colpi dei miliziani non provenivano dalla scuola ma dalle sue vicinanze.
L'ultima parte di "Unseen Gaza" è dedicata al racconto dei tentativi da parte di Israele di fare pressione su media normalmente obiettivi come la BBC, accusata di essere sbilanciata a favore di Hamas per il fatto che i suoi militanti non vengono chiamati terroristi.
Jon Snow commenta che Hamas, piaccia o no, è stata votata democraticamente dai cittadini di Gaza. Una cosa che viene spesso dimenticata.
Finalmente, con il cessate il fuoco, la stampa internazionale viene ammessa a Gaza, ad assistere alla devastazione lasciata da venti giorni di fuoco.
L'ultima osservazione di Jon Snow è amara: se i media fossero stati in grado di mostrare tutto questo in diretta, si sarebbe potuti giungere prima al cessate il fuoco? Si sarebbero potute salvare delle vite?
Questo è quanto è stato raccontato agli inglesi l'altra sera.
Da noi invece su un importante giornale si è scritto che i morti non sono 1300 ma 500, si è fatto qualcosa di molto simile al revisionismo a base di letti vuoti all'ospedale, quindi niente vittime. Era la parola di un giornalista contro quella di centinaia di testimoni ed immagini ma l'articolo è subito diventato un'appendice delle sacre scritture. Se fate un giro sulla stampa filosionista, il nuovo profeta dei morti al ribasso è citatissimo.
Non importa che perfino il Jerusalem Post abbia scritto un onestissimo e lungo articolo dove dichiarava non ancora certo il numero delle vittime. Non importa che lo stesso IDF abbia affermato, in contrasto con le parole di Cremonesi, che i morti sono probabilmente proprio 1300 (seppur per la maggior parte non civili innocenti ma miliziani di Hamas) e per questo si sia beccato il rimbrotto dal governo israeliano (lo racconta sempre il JP).
L'importante è leggersi fino in fondo il libretto di istruzioni, rimanere sulla collina e suggerire al lettore che le cifre raccontate dai palestinesi sono false, perchè gli arabi sono bugiardi e dicono sempre il falso. Noi giornalisti invece, diciamo sempre la verità. Per definizione. Oh, ma solo quelli embedded, è ovvio. Gli altri sono sbilanciati.
Fonte:L'orizzonte degli eventi
(Avverto che il filmato contiene immagini molto crude. Qui la seconda, terza, quarta, quinta e sesta parte.)
Ora che Gaza è sparita dai media, come se non fosse mai esistita e sparita in base ad un preciso piano che imponeva la fine degli schiamazzi e dei fuochi artificiali al fosforo in tempo per non disturbare l'inizio della presidenza Obama e i relativi festeggiamenti, possiamo continuare a parlare di Gaza, di giornalismo, di propaganda e di diritto all'informazione.
Per farlo dobbiamo fare riferimento non già al giornalismo orizzontale italiano ma a quello ancora orgoglioso di fare informazione, quello anglosassone, di qualunque orientamento politico esso sia.
Dobbiamo anche fottercene di copyright ed altre delicatessen e rilanciare i documenti televisivi che troviamo in rete per vedere di far arrivare un briciolo di informazione ai nostri connazionali intontiti dai telegiornali di regime.
"Unseen Gaza" è un documentario di Channel 4, canale televisivo britannico, andato in onda l'altra sera con grande clamore, non ovviamente sui nostri schermi. Ringrazio Grazia che, nel commento al post precedente, mi ha segnalato questo programma che ho visto oggi e che vi riposto qui, direttamente da Youtube. Il programma è in inglese e non sottotitolato e quella che segue è una sintesi riassuntiva che ho preparato per chi volesse conoscerne il contenuto.
Jon Snow, il conduttore del programma, è un giornalista molto agguerrito, sulla falsariga dei suoi colleghi americani di "60 Mintues", della serie: "Ommioddìo, questi fanno ancora le domande e le inchieste!"
Per avere un idea del tipino che è Jon, guardatelo in questo battibecco con il portavoce del governo israeliano Mark Regev. Snow chiede conto a Regev dell'uso di armi proibite da parte di Israele, Regev risponde che non è vero ma Snow insiste nel fare domande e ad incalzare il suo interlocutore portandogli le testimonianze di coloro che le armi le hanno viste usare. In Italia un'intervista del genere sarebbe pura fantascienza e sarebbe andata più o meno così: "Signor Regev, è vero che Israele ha usato armi al fosforo, Dime e a frammentazione?" Risposta: "No". "Grazie per la sua cortesia, signor Regev, passiamo alle notizie sportive".
"Unseen Gaza" è il resoconto di come questa guerra, forse per la prima volta nell'era moderna, sia stata condotta tenendo i corrispondenti dei media occidentali al di fuori del teatro dei combattimenti, confinandoli su una collina del disonore dal quale poter avere sempre la stessa visuale precotta. Come un pubblico che sente il parlato di un film provenire da dietro il muro di un cinema all'aperto ma non riesce a capire cosa stia succedendo sullo schermo e quindi non potrà certo raccontartene la trama. Da qui la difficoltà e l'insopportabilità, per dei media seri che vogliano fare informazione, di avere una visione completa di ciò che stava accadendo, e l'impossibilità di un resoconto obiettivo dei fatti.
Jon Snow arriva a Gerusalemme all'inizio del conflitto. Nel palazzo destinato a sede della stampa internazionale, all'ingresso, vi sono i resti di un razzo Qassam disposti come in un allestimento museale. "Il messaggio era chiaro" racconta Jon, "Israele è sotto attacco." Ai giornalisti occidentali, ai quali non sarà permesso entrare a Gaza, ufficialmente per motivi di sicurezza, vengono consegnati opuscoli intitolati "Operazione Piombo Fuso", come i press book di un festival cinematografico, percepiti né più né meno dai cronisti come pura propaganda. Forse abbiamo capito da dove traggono spunto certe penne nostrane. Ma lasciamo perdere.
La cosa che appare subito chiara a chi vorrebbe raccontare questa guerra secondo i metodi tradizionali è che non sarà possibile ascoltare la voce dell'altro contendente, cioè di Hamas.
Una giornalista israeliana intervistata da Snow spiega che il motivo consiste nell'evitare che succeda come in Libano nel 2006 dove i giornalisti, in sostanza, ruppero le palle "perchè a loro veniva suggerito cosa dire e non dire da Hezbollah". Allora perchè non farli andare a Gaza, stavolta? "Perchè in ogni caso parlerebbero male di Israele." Ah, beh.
Con i media occidentali appollaiati sulla collina a guardare i fuochi artificiali, gli unici luoghi di distruzione alle quali le autorità israeliane permettono ai giornalisti di avvicinarsi sono quelli colpiti, in territorio israeliano, dai razzi Qassam. Viene fatto notare però nel documentario che, dall'inizio del conflitto, vi è sono state solo una vittima civile israeliana e una decina di militari. La sproporzione tra la necessità di difendersi e il volume di fuoco effettivamente scatenato su Gaza come rappresaglia è evidente.
Se i media internazionali sono tenuti fuori da Gaza, ciò non significa che non vi siano voci che trasmettono cronache e reportages dall'inferno, e sono gli inviati dei giornali e delle tv arabe, come Al Jazeera. In quei servizi, destinati ad un pubblico islamico ma non solo, visto che i media occidentali le riprendono, compaiono molte più informazioni, sicuramente anche suggestionate dalla propaganda di Hamas ed immagini che nei media occidentali verrebbero censurate. Ufficialmente per ragioni di fascia protetta e buon gusto. Questi reporters arabi presenti sul territorio, come i volontari e i bloggers, sono spesso vittima del fuoco israeliano ma continuano a far uscire dall'inferno le immagini della devastazione, quelle che rendono meglio l'orrore della guerra.
Viene riportato a questo punto, nel documentario, il caso di un servizio arrivato alle televisioni occidentali da un'emittente araba, nel quale veniva mostrato il corpicino carbonizzato di una bimba. Un'immagine sconvolgente che le emittenti occidentali hanno censurato.
In un intervista, Jeremy Bowen, corrispondente dal Medio Oriente della BBC, si lamenta del fatto che queste immagini sono comunque decontestualizzate e non rendono paradossalmente il dramma della guerra. "Ho visto una cosa terribile l'altro giorno, un padre che baciava con tenerezza infinita il figlio morto. Se mi fosse stato possibile andare a Gaza, sarei andato nella casa di quest'uomo, se fosse stata ancora in piedi, avrei raccontato la sua storia. Ma questo è impossibile". L'impossibilità di raccontare la guerra. "Se vedi un mucchio di corpi di bambini sei sconvolto, ma lo sei ancora di più se puoi raccontare lo strazio delle madri e dei padri".
Gaza, quindi, è stata raccontata in maniera parziale, secondo i dettami della propaganda israeliana, dai media occidentali, i quali hanno potuto utilizzare in maniera limitata il materiale di provenienza araba presente sul campo. Le tv arabe invece hanno mostrato la guerra senza veli e in diretta. Il rischio, secondo alcuni, è che ciò possa estremizzare il risentimento islamico verso l'Occidente. Forse proprio ciò che si vuole. Se gli occidentali avessero potuto filmare dall'interno i combattimenti, la prospettiva sarebbe cambiata?
Viene presentato poi il caso della scuola dell'ONU bombardata, nella quale avevano trovato rifugio molti civili palestinesi. Vengono posti a confronto, nel documentario, la versione del portavoce israeliano che insiste nel considerare la scuola una base missilistica di Hamas e la testimonianza di un giornalista americano del New York Times, che dice che i colpi dei miliziani non provenivano dalla scuola ma dalle sue vicinanze.
L'ultima parte di "Unseen Gaza" è dedicata al racconto dei tentativi da parte di Israele di fare pressione su media normalmente obiettivi come la BBC, accusata di essere sbilanciata a favore di Hamas per il fatto che i suoi militanti non vengono chiamati terroristi.
Jon Snow commenta che Hamas, piaccia o no, è stata votata democraticamente dai cittadini di Gaza. Una cosa che viene spesso dimenticata.
Finalmente, con il cessate il fuoco, la stampa internazionale viene ammessa a Gaza, ad assistere alla devastazione lasciata da venti giorni di fuoco.
L'ultima osservazione di Jon Snow è amara: se i media fossero stati in grado di mostrare tutto questo in diretta, si sarebbe potuti giungere prima al cessate il fuoco? Si sarebbero potute salvare delle vite?
Questo è quanto è stato raccontato agli inglesi l'altra sera.
Da noi invece su un importante giornale si è scritto che i morti non sono 1300 ma 500, si è fatto qualcosa di molto simile al revisionismo a base di letti vuoti all'ospedale, quindi niente vittime. Era la parola di un giornalista contro quella di centinaia di testimoni ed immagini ma l'articolo è subito diventato un'appendice delle sacre scritture. Se fate un giro sulla stampa filosionista, il nuovo profeta dei morti al ribasso è citatissimo.
Non importa che perfino il Jerusalem Post abbia scritto un onestissimo e lungo articolo dove dichiarava non ancora certo il numero delle vittime. Non importa che lo stesso IDF abbia affermato, in contrasto con le parole di Cremonesi, che i morti sono probabilmente proprio 1300 (seppur per la maggior parte non civili innocenti ma miliziani di Hamas) e per questo si sia beccato il rimbrotto dal governo israeliano (lo racconta sempre il JP).
L'importante è leggersi fino in fondo il libretto di istruzioni, rimanere sulla collina e suggerire al lettore che le cifre raccontate dai palestinesi sono false, perchè gli arabi sono bugiardi e dicono sempre il falso. Noi giornalisti invece, diciamo sempre la verità. Per definizione. Oh, ma solo quelli embedded, è ovvio. Gli altri sono sbilanciati.
Fonte:L'orizzonte degli eventi