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venerdì 28 novembre 2008
giovedì 27 novembre 2008
Gli apparentamenti
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A Taranto si muore di diossina. In piazza contro l'Ilva. Mazza (primario di Ematologia) : "Tumori aumentati del 40%. La situazione è drammatica.
Di Benedetta Sangirardi
A Taranto si muore. Per la diossina. Non ci sono più dubbi. Neonati, bambini, mamme. Commercianti, avvocati, medici. Studenti, operai e tanta tanta gente comune. Taranto non ce la fa più. Sta affogando. E prova a reagire, a dire "Basta" con una manifestazione nel centro della città. Sabato tutti i piazza contro l'Ilva, contro la diossina, contro l'inquinamento che sta negando un futuro ai giovani e ai bambini.
Non si respira più nella città pugliese. O quello che si respira fa morire. Quando si entra nella città dei due mari, non si può rimanere indifferenti. Una nuvola nera ti travolge, il colore del cielo è cambiato. E' grigio e invece anche solo 10 anni fa non lo era. C'è qualcosa che non va, e ora tutti, finalmente, se ne stanno accorgendo. Ai balconi sono appesi striscioni, anche se li stessi balconi hanno cambiato colore. Persino i palazzi più colorati sono diventati rossastri. Quelle tinte maledette del veleno.
Taranto. 200 mila abitanti, due mari e il più grande impianto siderurgico europeo, l'Ilva (l'ex Italsider svenduto dallo Stato al gruppo di Emilio Riva). Quello che produce il 93% di tutta la diossina italiana e l'8,8 per cento di quella europea. Ha il triste primato di città più inquinata del continente. Sì, una piccola città inquina più di una grande metropoli giapponese.
DIOSSINA, IL TRIPLO DI SEVESO - Perché gli impianti industriali che le sono stati costruiti attorno sono più grandi della città stessa. Un problema che esiste da 30-40 anni, ma che ora sta diventando drammatico. La situazione sta degenerando, i bambini ne soffrono, le mamme hanno nel latte la diossina. La diossina si accumula nel tempo, e a Taranto ce n'è per 9 chili, il triplo di Seveso per intenderci (la città intossicata nel 1976).
L'intera città protesta, grazie anche ai movimenti dei cittadini, alle trasmissioni tv che si sono occupate del caso, grazie alle associazioni ambientaliste. Grazie ai giovani e grazie anche a Facebook (il gruppo più famoso è Ti svegli la mattina respirando la diossina), dove i tarantini si sono mossi e hanno diffuso notizie agghiaccianti sullo stato si salute della città. Già, perché non tutti sanno che a Taranto, nel quartiere Tamburi (a ridosso dello stabilimento dell'Ilva) tutti fumano, anche i non fumatori, anche i bambini. Anche a 10,11, 12 anni. Queste persone, senza volere e senza alcuna difesa, si "fumano" i cancerogeni industriali in quantità variabili a seconda del vento e delle condizioni meteoclimatiche. Ed è come se fumassero da anni, decenni.
GUARDA LA GALLERY |
IL BAMBINO MALATO DI TUMORE DA FUMO E IL BESTIAME ABBATUTTO - E' agghiacciante il caso "unico nella storia della medicina, neanche al Gaslini di Genova sapevano che cosa dirmi", come dice ad Affaritaliani.it il dottor Patrizio Mazza, primario del reparto di Ematologia dell'ospedale Moscati di Taranto, del bambino malato di adenocarcinoma del rinofaringe. Il medico pensava di aver sbagliato diagnosi. E invece no. Quel piccolo di 10 anni aveva un "tumore da fumo". Un tumore che colpisce gli adulti, gli anziani, che hanno fumato per una vita. E invece Marco, che giocava per strada ai Tamburi, aveva respirato la diossina dell'Ilva. Ora ha 13 anni e si sta curando. "La causa è la diossina che respiriamo tutti i giorni. Qui si muore e basta". I cittadini sono arrabbiati. Ma non è tutto. Cinque adulti hanno scoperto di avere il livello di contaminazione da diossina più alto del mondo. La diossina è entrata anche nella catena alimentare: la Regione Puglia ha ordinato l'abbattimento di 1.200 pecore e capre. Sono pericolose. Un'emergenza nazionale.
Il cancro della mia città-Taranto (Foto Eleonora Borsci) ha vinto il concorso “Il Bello e il Brutto” dell'Assessorato al Turismo e Industria della Regione Puglia
Fonte:Affari italiani
Di Benedetta Sangirardi
A Taranto si muore. Per la diossina. Non ci sono più dubbi. Neonati, bambini, mamme. Commercianti, avvocati, medici. Studenti, operai e tanta tanta gente comune. Taranto non ce la fa più. Sta affogando. E prova a reagire, a dire "Basta" con una manifestazione nel centro della città. Sabato tutti i piazza contro l'Ilva, contro la diossina, contro l'inquinamento che sta negando un futuro ai giovani e ai bambini.
Non si respira più nella città pugliese. O quello che si respira fa morire. Quando si entra nella città dei due mari, non si può rimanere indifferenti. Una nuvola nera ti travolge, il colore del cielo è cambiato. E' grigio e invece anche solo 10 anni fa non lo era. C'è qualcosa che non va, e ora tutti, finalmente, se ne stanno accorgendo. Ai balconi sono appesi striscioni, anche se li stessi balconi hanno cambiato colore. Persino i palazzi più colorati sono diventati rossastri. Quelle tinte maledette del veleno.
Taranto. 200 mila abitanti, due mari e il più grande impianto siderurgico europeo, l'Ilva (l'ex Italsider svenduto dallo Stato al gruppo di Emilio Riva). Quello che produce il 93% di tutta la diossina italiana e l'8,8 per cento di quella europea. Ha il triste primato di città più inquinata del continente. Sì, una piccola città inquina più di una grande metropoli giapponese.
DIOSSINA, IL TRIPLO DI SEVESO - Perché gli impianti industriali che le sono stati costruiti attorno sono più grandi della città stessa. Un problema che esiste da 30-40 anni, ma che ora sta diventando drammatico. La situazione sta degenerando, i bambini ne soffrono, le mamme hanno nel latte la diossina. La diossina si accumula nel tempo, e a Taranto ce n'è per 9 chili, il triplo di Seveso per intenderci (la città intossicata nel 1976).
L'intera città protesta, grazie anche ai movimenti dei cittadini, alle trasmissioni tv che si sono occupate del caso, grazie alle associazioni ambientaliste. Grazie ai giovani e grazie anche a Facebook (il gruppo più famoso è Ti svegli la mattina respirando la diossina), dove i tarantini si sono mossi e hanno diffuso notizie agghiaccianti sullo stato si salute della città. Già, perché non tutti sanno che a Taranto, nel quartiere Tamburi (a ridosso dello stabilimento dell'Ilva) tutti fumano, anche i non fumatori, anche i bambini. Anche a 10,11, 12 anni. Queste persone, senza volere e senza alcuna difesa, si "fumano" i cancerogeni industriali in quantità variabili a seconda del vento e delle condizioni meteoclimatiche. Ed è come se fumassero da anni, decenni.
GUARDA LA GALLERY |
IL BAMBINO MALATO DI TUMORE DA FUMO E IL BESTIAME ABBATUTTO - E' agghiacciante il caso "unico nella storia della medicina, neanche al Gaslini di Genova sapevano che cosa dirmi", come dice ad Affaritaliani.it il dottor Patrizio Mazza, primario del reparto di Ematologia dell'ospedale Moscati di Taranto, del bambino malato di adenocarcinoma del rinofaringe. Il medico pensava di aver sbagliato diagnosi. E invece no. Quel piccolo di 10 anni aveva un "tumore da fumo". Un tumore che colpisce gli adulti, gli anziani, che hanno fumato per una vita. E invece Marco, che giocava per strada ai Tamburi, aveva respirato la diossina dell'Ilva. Ora ha 13 anni e si sta curando. "La causa è la diossina che respiriamo tutti i giorni. Qui si muore e basta". I cittadini sono arrabbiati. Ma non è tutto. Cinque adulti hanno scoperto di avere il livello di contaminazione da diossina più alto del mondo. La diossina è entrata anche nella catena alimentare: la Regione Puglia ha ordinato l'abbattimento di 1.200 pecore e capre. Sono pericolose. Un'emergenza nazionale.
Il cancro della mia città-Taranto (Foto Eleonora Borsci) ha vinto il concorso “Il Bello e il Brutto” dell'Assessorato al Turismo e Industria della Regione Puglia
Fonte:Affari italiani
Primerano

Di Nicola Zitara
Non credo che chi, in passato, avviava un'industria in Calabria fosse spinto dallo spirito del profitto. L'avarizia era connessa alla rendita, al commercio, alle libere professioni. Semmai, nelle attività industriali, il profitto era il metro che misurava il successo, mentre le perdite erano l'indicatore opposto. Prima e durante la guerra, nell'antica terra del padronato fondiario, arrivò il tempo dei pastifici e dei mulini. Fu una gara a chi ci sapeva fare, come nelle corse in bicicletta dei dilettanti. Ne sorsero dovunque. In un certo senso fu una rivolta della provincia contro Napoli e il suo hinterland, nonché la messa in discussione di Messina che, con i Molini Gazzi, esercitava una sua indiscussa egemonia sulla panificazione in Calabria. D'altra parte, a quel tempo, il porto di Messina faceva da struttura di sbarco per le merci dirette in Calabria e in partenza dalla Calabria, in particolare per le arance e i limoni che andavano in Inghilterra e nei paesi del Nord. Una rivolta contro il passato rusticano. Da vecchio sidernese, ricordo il successo che ottennero il pastificio e il molino Cataldo; da (in quegli anni) studente di stanza a Locri quello di un altro pastificio Leonardi e del Molino Fiamingo.
Queste imprese partivano con un capitale proprio. La banca (di regola il Banco di Napoli) aggiungeva come è naturale una parte o tutto il capitale d'esercizio. Siccome nuora non fa cosa che suocera non sappia, anche se non ho mai studiato l'argomento, credo di poter dire che il Banco si muoveva in forza di una direttiva del governo. La prevalenza delle imprese a capitale proprio è un indicatore negativo che rivela la modestia del capitale investito e l'involuzione del sistema meridionale rispetto all'ultima età borbonica, allorché la forma della società per azioni ebbe tale e tanta fortuna da sorprendere positivamente un'economista della statura di Ludovico Bianchini. Nel Sud unitario questo tipo d'impresa, che raccoglie i capitali presso il vasto pubblico divenne (ed è) una cosa di cui si legge sui giornali che il Nord ci manda. Comunque, più che il credito bancario, l'agevolazione a favore dell'industria molitoria proveniva da una disposizione legislativa, in base alla quale i molini, dovunque insediati, ottenevano il grano allo stesso prezzo; cosa resa possibile dall'ammasso obbligatorio del grano, con lo Stato che fissava il prezzo di conferimento e il prezzo di vendita. Traducendo la regola in termini di opportunità concrete, avveniva che i grani teneri centrosettentrionali potevano arrivare alle piccole imprese del Sud senza pagare una mediazione ai grossisti e franco magazzino (espressione del gergo commerciale per dire che il trasporto viene effettuato a carico e a rischio del fornitore)
Fino a che non ci fu la levata di scudi contro il Mezzogiorno da parte della Confindustria, del Corriere della Sera, di quel furfante di Montanelli, il quale insaporiva con l'arte della scrittura i peggiori veleni distillati nei laboratori del municipalismo padano, i nostri poveri paesi di Calabria videro un pullulare di piccole iniziative industriali. Mauro-Caffè (in appresso salita di scala), Spatolisano, Canale Costantino, Lecce, D'Alessandro, il saponificio Audino, i lanifici e i cotonifici nell'Alto Tirreno cosentino, le fabbriche di laterizi e le raffinerie delle sanse dovunque,
E' probabile che la povertà generale stimolasse il sentimento patriottico e spingesse chi poteva a tentare di riparare ai guasti che la storia aveva prodotto; che fosse l' amore per il natio borgo selvaggio ad alimentare un insolito e sorprendente ardimento nel cuore del calabrese a rischiare. Perché sempre di rischio si trattava, anche se chi aveva le giuste maniglie politiche otteneva il capitale d'impianto dallo Stato. L'industrializzazione del Mezzogiorno rientrava nei progetti di governo, quantomeno in quelli della sinistra democristiana (Dossetti, Fanfani, Saraceno). Si sapeva in partenza che la spesa pubblica avrebbe favorito indirettamente i fabbricanti di macchine e impianti - inutile aggiungere - settentrionali. E quindi le città industriali, gli operai, le classi dirigenti cittadine autoproclamatesi nazionali (si pensi al fracasso che fece Giorgio
Nel dopoguerra, mio padre si rese conto che non reggeva più il vecchio sistema commerciale, basato nell'attendere che il cliente arrivasse in magazzino per i suoi rifornimenti, a ciò richiamato dal buon nome della ditta. I concorrenti erano parecchi e molto agguerriti. Si adeguò. Mi insegnò qualche nozione del suo mestiere e mi affidò il compito di visitare la clientela, per ottenere le commissioni e soprattutto per incassare l'importo delle fatture. Presi a viaggiare per i paesi della Locride. Sospinto dalla spesa pubblica e dalle rimesse degli emigrati, il tenore di vita cresceva. Ma cresceva anche l'area della marginalità (contadini, artigiani, boscaioli, pastori, impiegati sempre mal pagati). Dal punto di vista del commerciante questo voleva dire che esisteva una larga fascia di gente che comprava a credito (la libretta di non spenta memoria) creando una vasta sofferenza fra i bottegai, i panificatori e persino le accorsate salumerie delle Marine. E questo défaut rimbalzava sui conti dei grossisti. Per il commercio furono tempi durissimi. Quel poco di occupazione che otteneva come manovale nei cantieri delle opera pubbliche, dissuadeva il contadino dalla terra e quel lavoro occasionale finiva con il diventare l'anticamera dell'emigrazione. Per altro l'agricoltura mediterranea stava crollando. Olio e agrumi, le grandi produzioni locali, perdevano valore di scambio un anno dopo l'altro. L'Italia, che negli Anni Cinquanta si andava costruendo a paese industriale, prese a fregarsene del Sud agricolo, che venne sfacciatamente dimenticato nei trattati commerciali con l'estero. In tale situazione, ottenere una commissione era piuttosto facile, incassare le fatture non altrettanto. Dominava un diffuso panorama di ritardi e di inadempienze nei pagamenti. Se riuscivo a piazzare cinque chili di confetti era meglio che vendere cinquanta quintali di farina. Si rischiava molto meno e si guadagnava di più. Infatti la farina si vendeva al puro costo, per fare giro, cioè per incassare subito il valore di una fattura che di regola andava pagata a 30 giorni data.
Era un continuo girare, che cominciava il lunedì e andava avanti fino a domenica mattina. Nei panni del cassiere, spesso mi sentivo come un ufficiale giudiziario che va a pignorare la mobilia di una vecchietta impoverita. Il panorama d'universale precarietà mi consentiva, però, due giorni di riposo morale, allorché, cominciando dalla Marina di Ardore, battevo i paesi di Bovalino, Benestare, Careri, Platì, Bianco. Qui potevo collocare articoli lucrosi e incassare al giro. Per esempio vendevo pasta di lusso, intere casse di provole Soresina, mortadelle, scatole di biscotti, balle di stocco e di baccalà, cartoni di liquori - almeno 50 lire di guadagno a bottiglia - vermut, birra, caramelle etc etc.
Il miracolo di quest'area era rappresentato dalla Primerano SpA, o meglio dai suoi operai e dipendenti. A quel tempo, nel paese e nei dintorni l'ng. Primerano era un mito, l'arcangelo disceso dal cielo a portare prosperità. Come in appresso lui stesso mi raccontò, più che dal cielo, il miracolo veniva dai monti. Durante la guerra la sua azienda aveva lavorato al taglio dei boschi e fatto soldi fornendo legname alla Regia Marina. Un'enorme quantità di soldi. Però non era andato a goderseli languidamente in Svizzera e o giocarseli a Montecarlo. Preso dal primitivo amore per l'azione, aveva comprato un progetto tedesco per la fabbricazione di un nuovo tipo di compensati e messo in piedi l'impianto. Il progetto ottenne un finanziamento di 800 milioni di lire (degli anni in cui un quintale di grano costava circa 4000 lire) sui fondi ERP (European Recovery Program - comunemente Piano Marshall), una cifra colossale a Sud di Firenze. Era così nata la fabbrica, di cui si vede ancora qualche manufatto.
Il mito Primerano lo vidi appena, mentre passava in macchina, su indicazione di qualcuno che esclamava additando: "L'ingegnere...l'ingegnere...". Per la precisione su macchine di fabbricazione tedesca, una Mercedes e un Maggiolino VolchsWagen, auto rarissime nella Calabria del tempo. Non feci alcunché per conoscerlo, stava troppo in alto. M'interessava di più Mario
Pareva che a Bovalino ci fosse il Poligrafico dello Stato. A ogni giro incassavo parecchi milioni. Per saccenteria giovanile, portavo con me, nascosto in macchina, un revolver alquanto efficiente. Ovviamente non ebbi mai occasione d'impugnarlo. Tranne una volta. Come nelle favole, era già notte, faceva un freddo cane. Era in corso una burrasca di vento e pioggia. La pioggia era così fitta e sferzante che i tergicristalli della macchina non avevano il tempo di spazzarla. Scendevo da Platì lungo la vecchia strada sterrata. Nella borsa avevo tre o quattro milioni. All'uscita di una curva, venti metri avanti e non più, due figure incappucciate. Estrassi il revolver. "Adesso mi gioco la pelle", pensai. Mi andò bene. Erano due carabinieri, i quali inzuppati fino al midollo chiedevano un passaggio. Si accorsero o no che nascondevo qualcosa? Chi può dirlo! Certamente non mi è mai più capitato d'essere così felice nel dare un passaggio in macchina. Per fortuna, da noi, le burrasche sono un'eccezione e il sole la regola. Salire a Platì nei mesi in cui, più in alto, il Monte è innevato, l'aria è tersa e la balza si cui si adagia il paese è già verde di erbe primaverili, era un godimento dello spirito per il quale un vecchio ha nostalgia dei trascorsi della sua giovinezza.
A decidere di lasciare il commercio per un diverso e meno faticoso mestiere contribuì parecchio la chiusura della Primerano e il connesso declino commerciale di Bovalino e dintorni. Intanto lo sviluppo del trasporto su gomma - i furgoni e gli autrotreni - e l'arrivo della pubblicità televisiva, a raggio nazionale, andavano riducendo il controllo del territorio, il potere di selezionare i fornitori primari, che era alla base del ruolo sociale del grossista circondariale.
Conobbi personalmente l'ing. Primerano allorché Vincenzo D'Agostino (Calcementi), credo persuaso dello stesso Primerano, si mise al centro di un'operazione finanziaria tendente a ripubblicare 'Il gazzettino del Jonio'. Tornavo, dopo la morte di mio padre, dalla Lombardia, dove avevo ottenuto un posto d'insegnante. I lombardi sono brava gente come tutti, però sono anche convinti di rappresentare un polo per il mondo, che credono giri intorno a loro. Ero partito asinescamente convinto che a lottare per la rinascita del Sud fossero gli operai di Milano e di Torino, i loro partiti e i loro sindacati. Proprio in quegli anni, il tempo libero che mi lasciava la scuola lo dedicai a leggere i saggi dei grandi meridionalisti. Mi resi conto che le cose stavano in un modo ben diverso da come sapevo. Il Meridione, più che un paese abitato da gente che non ci sapeva fare, era la vittima di un meccanismo di mercato funzionante a esclusivo vantaggio del famoso triangolo unitario, Torino-Genova-Milano. L'agricoltura, specialmente le masse contadine, avevano pagato e pagavano. Ma al Sud i sacrifici erano stati accompagnati da un autentico disastro. Per altro, in quegli anni la rivista 'Nord e Sud', i saggi di importanti economisti napoletani, come Compagna, Graziani, Pugliese, avevano sottoposto a seria critica le attività della Cassa per il Mezzogiorno. Chi ci lucrava veramente erano i produttori di ferro, di cemento, di macchine per l'edilizia, gli ingegneri progettisti e le grandi imprese di costruzioni padane. L'estrema sinistra parlamentare levava gli scudi di guerra, denunciava che sulla spesa pubblica stava fiorendo un pericoloso sistema clientelare, mettendo in pericolo lo spirito democratico che aveva ispirato
Fu "Il gazzettino del Jonio" che mi permise di conoscere Primerano. Lui era un uomo di destra, io un marxista convinto. Fondata sulla stima reciproca, nacque ciononostante una solida amicizia. Porto ancora con me i suoi insegnamenti. La letteratura sulla questione meridionale, benché vasta e approfondita, nasconde una cosa: la questione creditizia e bancaria. Ispirato dalle sue precise osservazioni, sono andato avanti con la ricerca e proprio adesso sto finendo un libro sull'argomento. Mi spiace intimamente che Lui non possa leggerlo e congratularsi.
Fonte:Eleaml
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Di Nicola Zitara
Non credo che chi, in passato, avviava un'industria in Calabria fosse spinto dallo spirito del profitto. L'avarizia era connessa alla rendita, al commercio, alle libere professioni. Semmai, nelle attività industriali, il profitto era il metro che misurava il successo, mentre le perdite erano l'indicatore opposto. Prima e durante la guerra, nell'antica terra del padronato fondiario, arrivò il tempo dei pastifici e dei mulini. Fu una gara a chi ci sapeva fare, come nelle corse in bicicletta dei dilettanti. Ne sorsero dovunque. In un certo senso fu una rivolta della provincia contro Napoli e il suo hinterland, nonché la messa in discussione di Messina che, con i Molini Gazzi, esercitava una sua indiscussa egemonia sulla panificazione in Calabria. D'altra parte, a quel tempo, il porto di Messina faceva da struttura di sbarco per le merci dirette in Calabria e in partenza dalla Calabria, in particolare per le arance e i limoni che andavano in Inghilterra e nei paesi del Nord. Una rivolta contro il passato rusticano. Da vecchio sidernese, ricordo il successo che ottennero il pastificio e il molino Cataldo; da (in quegli anni) studente di stanza a Locri quello di un altro pastificio Leonardi e del Molino Fiamingo.
Queste imprese partivano con un capitale proprio. La banca (di regola il Banco di Napoli) aggiungeva come è naturale una parte o tutto il capitale d'esercizio. Siccome nuora non fa cosa che suocera non sappia, anche se non ho mai studiato l'argomento, credo di poter dire che il Banco si muoveva in forza di una direttiva del governo. La prevalenza delle imprese a capitale proprio è un indicatore negativo che rivela la modestia del capitale investito e l'involuzione del sistema meridionale rispetto all'ultima età borbonica, allorché la forma della società per azioni ebbe tale e tanta fortuna da sorprendere positivamente un'economista della statura di Ludovico Bianchini. Nel Sud unitario questo tipo d'impresa, che raccoglie i capitali presso il vasto pubblico divenne (ed è) una cosa di cui si legge sui giornali che il Nord ci manda. Comunque, più che il credito bancario, l'agevolazione a favore dell'industria molitoria proveniva da una disposizione legislativa, in base alla quale i molini, dovunque insediati, ottenevano il grano allo stesso prezzo; cosa resa possibile dall'ammasso obbligatorio del grano, con lo Stato che fissava il prezzo di conferimento e il prezzo di vendita. Traducendo la regola in termini di opportunità concrete, avveniva che i grani teneri centrosettentrionali potevano arrivare alle piccole imprese del Sud senza pagare una mediazione ai grossisti e franco magazzino (espressione del gergo commerciale per dire che il trasporto viene effettuato a carico e a rischio del fornitore)
Fino a che non ci fu la levata di scudi contro il Mezzogiorno da parte della Confindustria, del Corriere della Sera, di quel furfante di Montanelli, il quale insaporiva con l'arte della scrittura i peggiori veleni distillati nei laboratori del municipalismo padano, i nostri poveri paesi di Calabria videro un pullulare di piccole iniziative industriali. Mauro-Caffè (in appresso salita di scala), Spatolisano, Canale Costantino, Lecce, D'Alessandro, il saponificio Audino, i lanifici e i cotonifici nell'Alto Tirreno cosentino, le fabbriche di laterizi e le raffinerie delle sanse dovunque,
E' probabile che la povertà generale stimolasse il sentimento patriottico e spingesse chi poteva a tentare di riparare ai guasti che la storia aveva prodotto; che fosse l' amore per il natio borgo selvaggio ad alimentare un insolito e sorprendente ardimento nel cuore del calabrese a rischiare. Perché sempre di rischio si trattava, anche se chi aveva le giuste maniglie politiche otteneva il capitale d'impianto dallo Stato. L'industrializzazione del Mezzogiorno rientrava nei progetti di governo, quantomeno in quelli della sinistra democristiana (Dossetti, Fanfani, Saraceno). Si sapeva in partenza che la spesa pubblica avrebbe favorito indirettamente i fabbricanti di macchine e impianti - inutile aggiungere - settentrionali. E quindi le città industriali, gli operai, le classi dirigenti cittadine autoproclamatesi nazionali (si pensi al fracasso che fece Giorgio
Nel dopoguerra, mio padre si rese conto che non reggeva più il vecchio sistema commerciale, basato nell'attendere che il cliente arrivasse in magazzino per i suoi rifornimenti, a ciò richiamato dal buon nome della ditta. I concorrenti erano parecchi e molto agguerriti. Si adeguò. Mi insegnò qualche nozione del suo mestiere e mi affidò il compito di visitare la clientela, per ottenere le commissioni e soprattutto per incassare l'importo delle fatture. Presi a viaggiare per i paesi della Locride. Sospinto dalla spesa pubblica e dalle rimesse degli emigrati, il tenore di vita cresceva. Ma cresceva anche l'area della marginalità (contadini, artigiani, boscaioli, pastori, impiegati sempre mal pagati). Dal punto di vista del commerciante questo voleva dire che esisteva una larga fascia di gente che comprava a credito (la libretta di non spenta memoria) creando una vasta sofferenza fra i bottegai, i panificatori e persino le accorsate salumerie delle Marine. E questo défaut rimbalzava sui conti dei grossisti. Per il commercio furono tempi durissimi. Quel poco di occupazione che otteneva come manovale nei cantieri delle opera pubbliche, dissuadeva il contadino dalla terra e quel lavoro occasionale finiva con il diventare l'anticamera dell'emigrazione. Per altro l'agricoltura mediterranea stava crollando. Olio e agrumi, le grandi produzioni locali, perdevano valore di scambio un anno dopo l'altro. L'Italia, che negli Anni Cinquanta si andava costruendo a paese industriale, prese a fregarsene del Sud agricolo, che venne sfacciatamente dimenticato nei trattati commerciali con l'estero. In tale situazione, ottenere una commissione era piuttosto facile, incassare le fatture non altrettanto. Dominava un diffuso panorama di ritardi e di inadempienze nei pagamenti. Se riuscivo a piazzare cinque chili di confetti era meglio che vendere cinquanta quintali di farina. Si rischiava molto meno e si guadagnava di più. Infatti la farina si vendeva al puro costo, per fare giro, cioè per incassare subito il valore di una fattura che di regola andava pagata a 30 giorni data.
Era un continuo girare, che cominciava il lunedì e andava avanti fino a domenica mattina. Nei panni del cassiere, spesso mi sentivo come un ufficiale giudiziario che va a pignorare la mobilia di una vecchietta impoverita. Il panorama d'universale precarietà mi consentiva, però, due giorni di riposo morale, allorché, cominciando dalla Marina di Ardore, battevo i paesi di Bovalino, Benestare, Careri, Platì, Bianco. Qui potevo collocare articoli lucrosi e incassare al giro. Per esempio vendevo pasta di lusso, intere casse di provole Soresina, mortadelle, scatole di biscotti, balle di stocco e di baccalà, cartoni di liquori - almeno 50 lire di guadagno a bottiglia - vermut, birra, caramelle etc etc.
Il miracolo di quest'area era rappresentato dalla Primerano SpA, o meglio dai suoi operai e dipendenti. A quel tempo, nel paese e nei dintorni l'ng. Primerano era un mito, l'arcangelo disceso dal cielo a portare prosperità. Come in appresso lui stesso mi raccontò, più che dal cielo, il miracolo veniva dai monti. Durante la guerra la sua azienda aveva lavorato al taglio dei boschi e fatto soldi fornendo legname alla Regia Marina. Un'enorme quantità di soldi. Però non era andato a goderseli languidamente in Svizzera e o giocarseli a Montecarlo. Preso dal primitivo amore per l'azione, aveva comprato un progetto tedesco per la fabbricazione di un nuovo tipo di compensati e messo in piedi l'impianto. Il progetto ottenne un finanziamento di 800 milioni di lire (degli anni in cui un quintale di grano costava circa 4000 lire) sui fondi ERP (European Recovery Program - comunemente Piano Marshall), una cifra colossale a Sud di Firenze. Era così nata la fabbrica, di cui si vede ancora qualche manufatto.
Il mito Primerano lo vidi appena, mentre passava in macchina, su indicazione di qualcuno che esclamava additando: "L'ingegnere...l'ingegnere...". Per la precisione su macchine di fabbricazione tedesca, una Mercedes e un Maggiolino VolchsWagen, auto rarissime nella Calabria del tempo. Non feci alcunché per conoscerlo, stava troppo in alto. M'interessava di più Mario
Pareva che a Bovalino ci fosse il Poligrafico dello Stato. A ogni giro incassavo parecchi milioni. Per saccenteria giovanile, portavo con me, nascosto in macchina, un revolver alquanto efficiente. Ovviamente non ebbi mai occasione d'impugnarlo. Tranne una volta. Come nelle favole, era già notte, faceva un freddo cane. Era in corso una burrasca di vento e pioggia. La pioggia era così fitta e sferzante che i tergicristalli della macchina non avevano il tempo di spazzarla. Scendevo da Platì lungo la vecchia strada sterrata. Nella borsa avevo tre o quattro milioni. All'uscita di una curva, venti metri avanti e non più, due figure incappucciate. Estrassi il revolver. "Adesso mi gioco la pelle", pensai. Mi andò bene. Erano due carabinieri, i quali inzuppati fino al midollo chiedevano un passaggio. Si accorsero o no che nascondevo qualcosa? Chi può dirlo! Certamente non mi è mai più capitato d'essere così felice nel dare un passaggio in macchina. Per fortuna, da noi, le burrasche sono un'eccezione e il sole la regola. Salire a Platì nei mesi in cui, più in alto, il Monte è innevato, l'aria è tersa e la balza si cui si adagia il paese è già verde di erbe primaverili, era un godimento dello spirito per il quale un vecchio ha nostalgia dei trascorsi della sua giovinezza.
A decidere di lasciare il commercio per un diverso e meno faticoso mestiere contribuì parecchio la chiusura della Primerano e il connesso declino commerciale di Bovalino e dintorni. Intanto lo sviluppo del trasporto su gomma - i furgoni e gli autrotreni - e l'arrivo della pubblicità televisiva, a raggio nazionale, andavano riducendo il controllo del territorio, il potere di selezionare i fornitori primari, che era alla base del ruolo sociale del grossista circondariale.
Conobbi personalmente l'ing. Primerano allorché Vincenzo D'Agostino (Calcementi), credo persuaso dello stesso Primerano, si mise al centro di un'operazione finanziaria tendente a ripubblicare 'Il gazzettino del Jonio'. Tornavo, dopo la morte di mio padre, dalla Lombardia, dove avevo ottenuto un posto d'insegnante. I lombardi sono brava gente come tutti, però sono anche convinti di rappresentare un polo per il mondo, che credono giri intorno a loro. Ero partito asinescamente convinto che a lottare per la rinascita del Sud fossero gli operai di Milano e di Torino, i loro partiti e i loro sindacati. Proprio in quegli anni, il tempo libero che mi lasciava la scuola lo dedicai a leggere i saggi dei grandi meridionalisti. Mi resi conto che le cose stavano in un modo ben diverso da come sapevo. Il Meridione, più che un paese abitato da gente che non ci sapeva fare, era la vittima di un meccanismo di mercato funzionante a esclusivo vantaggio del famoso triangolo unitario, Torino-Genova-Milano. L'agricoltura, specialmente le masse contadine, avevano pagato e pagavano. Ma al Sud i sacrifici erano stati accompagnati da un autentico disastro. Per altro, in quegli anni la rivista 'Nord e Sud', i saggi di importanti economisti napoletani, come Compagna, Graziani, Pugliese, avevano sottoposto a seria critica le attività della Cassa per il Mezzogiorno. Chi ci lucrava veramente erano i produttori di ferro, di cemento, di macchine per l'edilizia, gli ingegneri progettisti e le grandi imprese di costruzioni padane. L'estrema sinistra parlamentare levava gli scudi di guerra, denunciava che sulla spesa pubblica stava fiorendo un pericoloso sistema clientelare, mettendo in pericolo lo spirito democratico che aveva ispirato
Fu "Il gazzettino del Jonio" che mi permise di conoscere Primerano. Lui era un uomo di destra, io un marxista convinto. Fondata sulla stima reciproca, nacque ciononostante una solida amicizia. Porto ancora con me i suoi insegnamenti. La letteratura sulla questione meridionale, benché vasta e approfondita, nasconde una cosa: la questione creditizia e bancaria. Ispirato dalle sue precise osservazioni, sono andato avanti con la ricerca e proprio adesso sto finendo un libro sull'argomento. Mi spiace intimamente che Lui non possa leggerlo e congratularsi.
Fonte:Eleaml
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mercoledì 26 novembre 2008
Alcune considerazioni sul recente ritorno delle BR

Il decreto Gelmini porta gli studenti (e non solo) in piazza.
Alle manifestazioni di protesta contro il decreto ci sono degli scontri (non si sa se, come in passato, causati da agenti provocatori, ma il sospetto è forte).
Nonostante l’impegno dei partecipanti alle manifestazioni, che instancabilmente gridano “siamo tutti studenti” con la utopica speranza, almeno questa volta, di non venire strumentalizzati, il governo, con rapidità e sicurezza straordinarie, dichiara: “Gli scontri a Piazza Navona del 29 ottobre 2008 sono stati causati dagli studenti di sinistra”.
Ecco creati gli estremisti di destra e di sinistra.
Passano due giorni e il 31 ottobre 2008 Licio Gelli rilascia un intervista in cui afferma:
“Terreno ''fertile'' per un eventuale ritorno delle Brigate Rosse…”
Ancora qualche giorno e, l’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga scrive al capo della polizia dispensando consigli:
''Un'efficace politica dell'ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura… “
Il 13 novembre il Ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta afferma:
“Sono sotto scorta perchè le Br vogliono farmi fuori”.
Il 15 novembre ancora l’ex presidente della repubblica Francesco Cossiga scrive:
“Cio' premesso io, Francesco Cossiga, già ministro dell'Interno, dichiaro che ho molto più rispetto per i militanti delle Brigate Rosse e di Prima Linea che per i giudici delle Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione”.
Il 23 novembre un volantino firmato "Nuove Brigate Rosse" con la stella a cinque punte cerchiata
viene rinvenuto attaccato alla porta d'ingresso della redazione dell'emittente ligure 'Primocanale'. Nel messaggio si legge:
"Nessun compromesso sarà possibile con i carnefici della libertà e dei diritti”
Ricapitolando:
Due indiscussi protagonisti (Gelli e Cossiga) di quel periodo storico noto come gli anni di piombo evocano due cose: “Br e paura”.
Immediatamente il Ministro della Repubblica Brunetta dichiara di vivere sotto scorta perché minacciato dalle Br.
Le Br ricompaiono con un volantino di rivendicazione annunciando il ritorno della lotta armata.
Il tutto in meno di un mese.
Qualcosa non torna, vediamo cosa:
Un ministro della Repubblica sostiene di vivere sotto scorta perché le Br vogliono ucciderlo.
Eppure alla dichiarazione del Ministro Brunetta, non solo nessun giornale o telegiornale dà particolare risalto, ma nessun giornalista si domanda come, quando e da chi sarebbero state ricostituite le BR?
Due sono le possibilità di tanta indifferenza: o nessuno crede alle affermazioni di Brunetta o qualcosa non va nell’informazione.
La notizia del ritorno delle BR, con le minacce di morte ad un Ministro della Repubblica, non è notizia da poco. Ed invece nulla, nei tg si parla di panettoni e regali di Natale. Tutto normale?
Evidentemente si, ed infatti ecco ricomparire, proprio ieri, come d’incanto, le Br con il loro comunicato.
Evocate e subito comparse, quasi si tratti di magia.
Certo qualcuno potrà sostenere che il ritorno delle Br era prevedibile, vista la situazione difficile in cui versa il paese, e le affermazioni fatte in tal senso provenivano da uomini di sicura esperienza.
Ma a tale affermazione si potrebbe contestare che nel 1992, con il crollo della lira e le stragi, nessuno evocò il ritorno delle Br.
In quel periodo storico della nostra repubblica si preferì una nuova sigla: Falange armata.
Dal 1989 al 1994 la Falange armata rivendicò di tutto: stragi, omicidi, rapine, attentati, ecc…(vedi articolo su questo blog http://paolofranceschetti.blogspot.com/2008/05/gladio-il-principale-segreto-della.html )
L’escamotage però non ebbe gran successo, molte persone ancora oggi non ricordano tale sigla e, ancor meno, che da alcuni viene segnalata come struttura formata da ex appartenenti ai corpi speciali che “ha visto i natali dentro le istituzioni dello Stato, i cui responsabili hanno molte medaglie sul petto…”. (Vedi articolo su questo blog http://paolofranceschetti.blogspot.com/2008/01/capaci-damelio-fauro-georgofili-sono.html )
Non c’è niente da fare, nel territorio italiano la forza evocativa e di paura della sigla Br è difficile da ricreare, e il fallimento della falange armata ne è una dimostrazione tangibile.
Meglio tornare al vecchio.
D’altronde, come dice anche l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il consenso si forma sulla paura. E cosa c’è di meglio per terrorizzare i cittadini, e distrarli dal disastro economico e dalle probabili vergognose manovre a favore dei soliti noti, che il ritorno delle Br?
Nulla.
Ed eccole qua.
Probabilmente tale volantino serve a qualcuno per tastare il polso della forza intimidatrice sulla popolazione del ritorno delle Br.
Se sarà positivo si continuerà ed inizieranno gli attentati e gli omicidi.
Se la popolazione risponderà in maniera distratta si troverà un altro modo per incutere terrore (c’è ancora l’asso nella manica del terrorismo islamico).
Allora mi permetto di dare un consiglio a chi deve “organizzare” questi nuovi gruppi terroristici che devono seminare il terrore tra la popolazione a vantaggio dei soliti noti.
Questa volta non fate l’errore commesso nel 1970, siate più organizzati ed attenti.
Se, rivendicando attentati, usate lo stesso simbolo per i gruppi terroristici sia dell’estrema destra che dell’estrema sinistra forse, questa volta, qualcuno potrebbe accorgersene e dirlo.
Nel 1970 avete rifilato come simbolo per rivendicare gli attentati la stella a cinque punte dentro il cerchio sia al gruppo di estrema destra MAR dei Fumagalli che alle BR. Certo, dopo le prime rivendicazioni, ve ne siete accorti ed avete lasciato il simbolo solo alle BR ma, diciamocelo, è stato un errore grossolano.
Quindi, questa volta maggiore attenzione, per favore.
Quando avrete i vostri uomini che attendono in fila, come in caserma e, chiamandoli per nome, gli direte: "tu sarai uno “sparatore” di estremista di destra, tu sarai uno di estrema sinistra, ecc.." nel dargli istruzioni, simboli e volantini, per favore, ricontrollate i fogli, il simbolo del gruppo terroristico della sinistra deve essere diverso da quello del gruppo terroristico di destra. OK?
Si lo so, è vero, anche se fate un errore non succede nulla, noi italiani abbiamo dato ampia prova di credere a tutto, anche agli asini che volano, però con i più attenti non ci fate una bella figura.
Una curiosità: alla persona che per errore nel 1970 diede lo stesso simbolo per rivendicare gli attentati sia agli uomini che avete mandato a fare la parte dei brigatisti rossi e che agli uomini che invece avete mandato a fare gli estremisti di destra nel Mar dei Fumagalli cosa avete fatto? Anche lui morto in un incidente d’auto, o ha avuto un infarto?
Fonte:Paolo Franceschetti

Il decreto Gelmini porta gli studenti (e non solo) in piazza.
Alle manifestazioni di protesta contro il decreto ci sono degli scontri (non si sa se, come in passato, causati da agenti provocatori, ma il sospetto è forte).
Nonostante l’impegno dei partecipanti alle manifestazioni, che instancabilmente gridano “siamo tutti studenti” con la utopica speranza, almeno questa volta, di non venire strumentalizzati, il governo, con rapidità e sicurezza straordinarie, dichiara: “Gli scontri a Piazza Navona del 29 ottobre 2008 sono stati causati dagli studenti di sinistra”.
Ecco creati gli estremisti di destra e di sinistra.
Passano due giorni e il 31 ottobre 2008 Licio Gelli rilascia un intervista in cui afferma:
“Terreno ''fertile'' per un eventuale ritorno delle Brigate Rosse…”
Ancora qualche giorno e, l’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga scrive al capo della polizia dispensando consigli:
''Un'efficace politica dell'ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura… “
Il 13 novembre il Ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta afferma:
“Sono sotto scorta perchè le Br vogliono farmi fuori”.
Il 15 novembre ancora l’ex presidente della repubblica Francesco Cossiga scrive:
“Cio' premesso io, Francesco Cossiga, già ministro dell'Interno, dichiaro che ho molto più rispetto per i militanti delle Brigate Rosse e di Prima Linea che per i giudici delle Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione”.
Il 23 novembre un volantino firmato "Nuove Brigate Rosse" con la stella a cinque punte cerchiata
viene rinvenuto attaccato alla porta d'ingresso della redazione dell'emittente ligure 'Primocanale'. Nel messaggio si legge:
"Nessun compromesso sarà possibile con i carnefici della libertà e dei diritti”
Ricapitolando:
Due indiscussi protagonisti (Gelli e Cossiga) di quel periodo storico noto come gli anni di piombo evocano due cose: “Br e paura”.
Immediatamente il Ministro della Repubblica Brunetta dichiara di vivere sotto scorta perché minacciato dalle Br.
Le Br ricompaiono con un volantino di rivendicazione annunciando il ritorno della lotta armata.
Il tutto in meno di un mese.
Qualcosa non torna, vediamo cosa:
Un ministro della Repubblica sostiene di vivere sotto scorta perché le Br vogliono ucciderlo.
Eppure alla dichiarazione del Ministro Brunetta, non solo nessun giornale o telegiornale dà particolare risalto, ma nessun giornalista si domanda come, quando e da chi sarebbero state ricostituite le BR?
Due sono le possibilità di tanta indifferenza: o nessuno crede alle affermazioni di Brunetta o qualcosa non va nell’informazione.
La notizia del ritorno delle BR, con le minacce di morte ad un Ministro della Repubblica, non è notizia da poco. Ed invece nulla, nei tg si parla di panettoni e regali di Natale. Tutto normale?
Evidentemente si, ed infatti ecco ricomparire, proprio ieri, come d’incanto, le Br con il loro comunicato.
Evocate e subito comparse, quasi si tratti di magia.
Certo qualcuno potrà sostenere che il ritorno delle Br era prevedibile, vista la situazione difficile in cui versa il paese, e le affermazioni fatte in tal senso provenivano da uomini di sicura esperienza.
Ma a tale affermazione si potrebbe contestare che nel 1992, con il crollo della lira e le stragi, nessuno evocò il ritorno delle Br.
In quel periodo storico della nostra repubblica si preferì una nuova sigla: Falange armata.
Dal 1989 al 1994 la Falange armata rivendicò di tutto: stragi, omicidi, rapine, attentati, ecc…(vedi articolo su questo blog http://paolofranceschetti.blogspot.com/2008/05/gladio-il-principale-segreto-della.html )
L’escamotage però non ebbe gran successo, molte persone ancora oggi non ricordano tale sigla e, ancor meno, che da alcuni viene segnalata come struttura formata da ex appartenenti ai corpi speciali che “ha visto i natali dentro le istituzioni dello Stato, i cui responsabili hanno molte medaglie sul petto…”. (Vedi articolo su questo blog http://paolofranceschetti.blogspot.com/2008/01/capaci-damelio-fauro-georgofili-sono.html )
Non c’è niente da fare, nel territorio italiano la forza evocativa e di paura della sigla Br è difficile da ricreare, e il fallimento della falange armata ne è una dimostrazione tangibile.
Meglio tornare al vecchio.
D’altronde, come dice anche l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il consenso si forma sulla paura. E cosa c’è di meglio per terrorizzare i cittadini, e distrarli dal disastro economico e dalle probabili vergognose manovre a favore dei soliti noti, che il ritorno delle Br?
Nulla.
Ed eccole qua.
Probabilmente tale volantino serve a qualcuno per tastare il polso della forza intimidatrice sulla popolazione del ritorno delle Br.
Se sarà positivo si continuerà ed inizieranno gli attentati e gli omicidi.
Se la popolazione risponderà in maniera distratta si troverà un altro modo per incutere terrore (c’è ancora l’asso nella manica del terrorismo islamico).
Allora mi permetto di dare un consiglio a chi deve “organizzare” questi nuovi gruppi terroristici che devono seminare il terrore tra la popolazione a vantaggio dei soliti noti.
Questa volta non fate l’errore commesso nel 1970, siate più organizzati ed attenti.
Se, rivendicando attentati, usate lo stesso simbolo per i gruppi terroristici sia dell’estrema destra che dell’estrema sinistra forse, questa volta, qualcuno potrebbe accorgersene e dirlo.
Nel 1970 avete rifilato come simbolo per rivendicare gli attentati la stella a cinque punte dentro il cerchio sia al gruppo di estrema destra MAR dei Fumagalli che alle BR. Certo, dopo le prime rivendicazioni, ve ne siete accorti ed avete lasciato il simbolo solo alle BR ma, diciamocelo, è stato un errore grossolano.
Quindi, questa volta maggiore attenzione, per favore.
Quando avrete i vostri uomini che attendono in fila, come in caserma e, chiamandoli per nome, gli direte: "tu sarai uno “sparatore” di estremista di destra, tu sarai uno di estrema sinistra, ecc.." nel dargli istruzioni, simboli e volantini, per favore, ricontrollate i fogli, il simbolo del gruppo terroristico della sinistra deve essere diverso da quello del gruppo terroristico di destra. OK?
Si lo so, è vero, anche se fate un errore non succede nulla, noi italiani abbiamo dato ampia prova di credere a tutto, anche agli asini che volano, però con i più attenti non ci fate una bella figura.
Una curiosità: alla persona che per errore nel 1970 diede lo stesso simbolo per rivendicare gli attentati sia agli uomini che avete mandato a fare la parte dei brigatisti rossi e che agli uomini che invece avete mandato a fare gli estremisti di destra nel Mar dei Fumagalli cosa avete fatto? Anche lui morto in un incidente d’auto, o ha avuto un infarto?
Fonte:Paolo Franceschetti
Nuova minaccia a Giulio Cavalli
Solidarietà all’attore dal mondo politico, dello spettacolo e della società civile.
Giulio Cavalli, autore, attore e regista teatrale, ha ricevuto l’ennesima, insostenibile, minaccia mafiosa lunedì sera.
Durante le prove del suo spettacolo nel teatro di Tavazzano (Provincia di Lodi), infatti, alcuni sconosciuti hanno imbrattato il furgone della Compagnia di Cavalli con le scritte “Smettila” con una croce accanto, “Non dimentichiamo” e “Riina Libero” – scritta, quest’ultima, che riprende quelle apparse a Palermo pochi giorni fa.
Non è la prima volta che accade. In aprile Cavalli ha ricevuto una email con minacce di morte e successivamente è stata disegnata una bara sul teatro Nebiolo di Tavazzano, di cui è direttore artistico. Le intimidazioni arrivarono dopo il suo spettacolo “Do ut Des” che ridicolizzava la mafia. A causa di queste e altre minacce da 7 mesi l’attore è sotto programma di protezione anche nelle trasferte per i suoi spettacoli.
Giulio Cavalli è da anni impegnato a teatro contro la mafia, e da tre mesi cura una rubrica, RadioMafiopoli, in onda su AgoraVox Italia e FascioeMartello, che si rifà a Onda pazza, la trasmissione di Peppino Impastato, dove l’attore disonorava la mafia. Nella penultima puntata di RadioMafiopoli (12 novembre) l’attore si scagliava contro il boss Totò Riina e probabilmente a qualcuno, questo, non è piaciuto.
Nel frattempo arrivano i primi attestati di solidarietà da parte del mondo civile, dello spettacolo e del giornalismo:
Giovanni Impastato (fratello di Peppino Impastato): “Questi atti sono deplorevoli per una persona impegnata dal punto di vista culturale e artistico che cerca di contribuire a tenere alti i valori della legalità, con la stessa ironia che Peppino, che poi purtroppo è stato zittito, ha portato avanti in quegli anni con la sua trasmissione Onda pazza. L’ironia è un’arma micidiale. Come Giovanni Impastato sono solidale con Giulio Cavalli e cercheremo di stargli vicino in tutti i modi possibili”
Paolo Rossi (attore con cui ha esordito Cavalli): “È un momento molto brutto, ma questo significa che il teatro ha ancora valore e allora su quello bisogna puntare. Tutta la mia solidarietà, tutta.”
Leoluca Orlando (deputato IDV): “Esprimo tutta la mia solidarietà a Giulio Cavalli in questo momento così complicato per le inaccettabili intimidazioni a chi vuole coniugare libertà ed arte a chi vuole denunciare la violenza mafiosa e i suoi inaccettabili legami istituzionali.”
Antonio Ingroia (Sostituto Procuratore di Palermo): “Massima solidarietà e preoccupazione, purtroppo questo segue altri avvenimenti intimidatori come quelli di Partinico nei confronti di Pino Maniaci, e questo dimostra che c’è sempre una maggiore insofferenza delle mafie, non solo contro i giudici, ma anche contro le persone di cultura”
Pino Maniaci (giornalista di TeleJato minacciato dalla mafia): “Giulio Cavalli è un autore e un attore che sta dando tanto alla Sicilia e per questo merita tutto il nostro sostegno. Sono i momenti duri in cui bisogna fare fronte comune per non lasciare che la scure della mafia cada silenziosa. Siamo tutti Giulio Cavalli”
Carlo Lucarelli (scrittore). “È molto inquietante e molto importante quello che è accaduto. Molto inquietante perché in un paese civile non dovrebbe accadere, vista anche la pericolosità dell’organizzazione criminale. È un pezzo che iniziano a minacciare intellettuali e persone che fanno cultura e questo significa che la cultura fa paura, che raccontare le cose inizia a essere importante e ti porta ad essere considerato pericoloso. Non bisogna lasciare solo chi è oggetto di questo tipo di minacce, e allo stesso tempo darci da fare tutti assieme”.
Giuseppe Lumia (Senatore PD ed ex Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia): “La sua battaglia culturale è la nostra e deve essere fatta proprio dallo Stato, dalla parte dello stato che si vuole finalmente liberare dalla mafia. Riina padre e figlio devono essere contrastati in tutti i modi. Col 41 bis Riina padre parla e detta funzioni per la presenza del figlio nel milanese e a Corleone. Per un ragazzo che vuole incamminarsi sulla via di cosa nostra e che vuole scalarne i gradini c’è solo una strada, quella della abiura delle famiglie mafiose e della denuncia. Altre opzioni non ne possiamo concedere.
Sergio Nazzaro (scrittore): “Come volevasi dimostrare: più che i proclami e le grandi dichiarazioni di guerra o analisi sistemiche, trionfa l’ironia. Già, perchè Cavalli prende per il culo la mafia e li riporta a terra, togliendo l’aurea di mitologia che tanti se non troppi celebrano sempre e comunque. Prendere per il culo la criminalità, combattendola con una risata invece che con facce lugubri e pensierose, intellettual’mpegnat’ sempre pronte a spiegare. Radio Mafiopoli oltremodo cerca di dirci qualcosa: con quelle facce che hanno veramente possono tenere sotto scacco una nazione? Con l’aiuto di chi? Chissà se i grandi media daranno spazio presto all’ironia e allo sfottò su scala nazionale contro le mafie, sarebbe un passo di civiltà. Piccolo per il mondo, grande per noi italiani”.
Pino Di Maula (direttore di Left-Avvenimenti): “La redazione di Left Avvenimenti e Notizie Verdi esprime la propria solidarietà nei confronti di Giulio Cavalli e della sua compagnia teatrale per l’ennesimo vigliacco tentativo di azzittire con le intimidazioni le voci libere, indipendenti e coraggiose che denunciano il sistema mafioso attraverso l’arte e la comunicazione esponendosi in prima persona. Come fa, appunto, Giulio”.
Vito Lo Monaco (Presidente “Centro Studi Pio La Torre”): “Il fatto che avvenga a Lodi dimostra come la mafia sia ormai un fenomeno esteso su scala nazionale, conferma quello che diciamo da tempo. La mafia è un problema che riguarda tutta l’Italia non solo la Sicilia. Le politiche del governo quindi devono tener conto di questa cosa e non seguire l’emergenza del momento. Tutto questo in concomitanza con le dichiarazioni del figlio di Riina di trasferirsi al nord sembrano frutto di una strategia ben precisa. Mi associo e do solidarietà a Giulio Cavalli”.
Vincenzo Conticello (Proprietario della Focacceria San Francesco di Palermo): “Grande solidarietà a Giulio che si senta accompagnato da chi, come me, porta avanti in prima persona la lotta al racket e alla mafia. Da un altro punto di vista penso che non bisogna mai abbassare la guardia perché questo silenzio da parte di Cosa Nostra non va mai sottovalutato perché bisogna sopprimere sul nascere qualunque tipo di focolaio mafioso. Se diamo il consenso alle richieste del figlio di Riina, evidentemente, stiamo già cominciando a scardinare le regole”.
Rosario Crocetta (Sindaco di Gela) : “In Italia non si ha la possibilità di fare liberamente arte. Evidentemente sono stati toccati dei nervi scoperti, do la mia solidarietà netta a Giulio e dichiaro sin da ora la mia disponibilità a partecipare ad un incontro pubblico a Lodi insieme a lui per spiegare alla gente del luogo la mafia e la necessità di combatterla”.
Fonte: Agoravox
Solidarietà all’attore dal mondo politico, dello spettacolo e della società civile.
Giulio Cavalli, autore, attore e regista teatrale, ha ricevuto l’ennesima, insostenibile, minaccia mafiosa lunedì sera.
Durante le prove del suo spettacolo nel teatro di Tavazzano (Provincia di Lodi), infatti, alcuni sconosciuti hanno imbrattato il furgone della Compagnia di Cavalli con le scritte “Smettila” con una croce accanto, “Non dimentichiamo” e “Riina Libero” – scritta, quest’ultima, che riprende quelle apparse a Palermo pochi giorni fa.
Non è la prima volta che accade. In aprile Cavalli ha ricevuto una email con minacce di morte e successivamente è stata disegnata una bara sul teatro Nebiolo di Tavazzano, di cui è direttore artistico. Le intimidazioni arrivarono dopo il suo spettacolo “Do ut Des” che ridicolizzava la mafia. A causa di queste e altre minacce da 7 mesi l’attore è sotto programma di protezione anche nelle trasferte per i suoi spettacoli.
Giulio Cavalli è da anni impegnato a teatro contro la mafia, e da tre mesi cura una rubrica, RadioMafiopoli, in onda su AgoraVox Italia e FascioeMartello, che si rifà a Onda pazza, la trasmissione di Peppino Impastato, dove l’attore disonorava la mafia. Nella penultima puntata di RadioMafiopoli (12 novembre) l’attore si scagliava contro il boss Totò Riina e probabilmente a qualcuno, questo, non è piaciuto.
Nel frattempo arrivano i primi attestati di solidarietà da parte del mondo civile, dello spettacolo e del giornalismo:
Giovanni Impastato (fratello di Peppino Impastato): “Questi atti sono deplorevoli per una persona impegnata dal punto di vista culturale e artistico che cerca di contribuire a tenere alti i valori della legalità, con la stessa ironia che Peppino, che poi purtroppo è stato zittito, ha portato avanti in quegli anni con la sua trasmissione Onda pazza. L’ironia è un’arma micidiale. Come Giovanni Impastato sono solidale con Giulio Cavalli e cercheremo di stargli vicino in tutti i modi possibili”
Paolo Rossi (attore con cui ha esordito Cavalli): “È un momento molto brutto, ma questo significa che il teatro ha ancora valore e allora su quello bisogna puntare. Tutta la mia solidarietà, tutta.”
Leoluca Orlando (deputato IDV): “Esprimo tutta la mia solidarietà a Giulio Cavalli in questo momento così complicato per le inaccettabili intimidazioni a chi vuole coniugare libertà ed arte a chi vuole denunciare la violenza mafiosa e i suoi inaccettabili legami istituzionali.”
Antonio Ingroia (Sostituto Procuratore di Palermo): “Massima solidarietà e preoccupazione, purtroppo questo segue altri avvenimenti intimidatori come quelli di Partinico nei confronti di Pino Maniaci, e questo dimostra che c’è sempre una maggiore insofferenza delle mafie, non solo contro i giudici, ma anche contro le persone di cultura”
Pino Maniaci (giornalista di TeleJato minacciato dalla mafia): “Giulio Cavalli è un autore e un attore che sta dando tanto alla Sicilia e per questo merita tutto il nostro sostegno. Sono i momenti duri in cui bisogna fare fronte comune per non lasciare che la scure della mafia cada silenziosa. Siamo tutti Giulio Cavalli”
Carlo Lucarelli (scrittore). “È molto inquietante e molto importante quello che è accaduto. Molto inquietante perché in un paese civile non dovrebbe accadere, vista anche la pericolosità dell’organizzazione criminale. È un pezzo che iniziano a minacciare intellettuali e persone che fanno cultura e questo significa che la cultura fa paura, che raccontare le cose inizia a essere importante e ti porta ad essere considerato pericoloso. Non bisogna lasciare solo chi è oggetto di questo tipo di minacce, e allo stesso tempo darci da fare tutti assieme”.
Giuseppe Lumia (Senatore PD ed ex Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia): “La sua battaglia culturale è la nostra e deve essere fatta proprio dallo Stato, dalla parte dello stato che si vuole finalmente liberare dalla mafia. Riina padre e figlio devono essere contrastati in tutti i modi. Col 41 bis Riina padre parla e detta funzioni per la presenza del figlio nel milanese e a Corleone. Per un ragazzo che vuole incamminarsi sulla via di cosa nostra e che vuole scalarne i gradini c’è solo una strada, quella della abiura delle famiglie mafiose e della denuncia. Altre opzioni non ne possiamo concedere.
Sergio Nazzaro (scrittore): “Come volevasi dimostrare: più che i proclami e le grandi dichiarazioni di guerra o analisi sistemiche, trionfa l’ironia. Già, perchè Cavalli prende per il culo la mafia e li riporta a terra, togliendo l’aurea di mitologia che tanti se non troppi celebrano sempre e comunque. Prendere per il culo la criminalità, combattendola con una risata invece che con facce lugubri e pensierose, intellettual’mpegnat’ sempre pronte a spiegare. Radio Mafiopoli oltremodo cerca di dirci qualcosa: con quelle facce che hanno veramente possono tenere sotto scacco una nazione? Con l’aiuto di chi? Chissà se i grandi media daranno spazio presto all’ironia e allo sfottò su scala nazionale contro le mafie, sarebbe un passo di civiltà. Piccolo per il mondo, grande per noi italiani”.
Pino Di Maula (direttore di Left-Avvenimenti): “La redazione di Left Avvenimenti e Notizie Verdi esprime la propria solidarietà nei confronti di Giulio Cavalli e della sua compagnia teatrale per l’ennesimo vigliacco tentativo di azzittire con le intimidazioni le voci libere, indipendenti e coraggiose che denunciano il sistema mafioso attraverso l’arte e la comunicazione esponendosi in prima persona. Come fa, appunto, Giulio”.
Vito Lo Monaco (Presidente “Centro Studi Pio La Torre”): “Il fatto che avvenga a Lodi dimostra come la mafia sia ormai un fenomeno esteso su scala nazionale, conferma quello che diciamo da tempo. La mafia è un problema che riguarda tutta l’Italia non solo la Sicilia. Le politiche del governo quindi devono tener conto di questa cosa e non seguire l’emergenza del momento. Tutto questo in concomitanza con le dichiarazioni del figlio di Riina di trasferirsi al nord sembrano frutto di una strategia ben precisa. Mi associo e do solidarietà a Giulio Cavalli”.
Vincenzo Conticello (Proprietario della Focacceria San Francesco di Palermo): “Grande solidarietà a Giulio che si senta accompagnato da chi, come me, porta avanti in prima persona la lotta al racket e alla mafia. Da un altro punto di vista penso che non bisogna mai abbassare la guardia perché questo silenzio da parte di Cosa Nostra non va mai sottovalutato perché bisogna sopprimere sul nascere qualunque tipo di focolaio mafioso. Se diamo il consenso alle richieste del figlio di Riina, evidentemente, stiamo già cominciando a scardinare le regole”.
Rosario Crocetta (Sindaco di Gela) : “In Italia non si ha la possibilità di fare liberamente arte. Evidentemente sono stati toccati dei nervi scoperti, do la mia solidarietà netta a Giulio e dichiaro sin da ora la mia disponibilità a partecipare ad un incontro pubblico a Lodi insieme a lui per spiegare alla gente del luogo la mafia e la necessità di combatterla”.
Fonte: Agoravox
Pagate savoia: Fascist Legacy - Un’eredità scomoda - Per tutti quelli che soffrono di vuoti di storia selettivi.
La RAI acquistò una copia del programma, che però non fu mai mostrato al pubblico. La7 ne ha trasmesso ampi stralci nel 2004.
Il documentario, diretto da Ken Kirby, ricostruisce le terribili vicende che accaddero nel corso della guerra di conquista coloniale in Etiopia – e negli anni successivi – e delle ancora più terribili vicende durante l’occupazione nazifascista della Jugoslavia tra gli anni 1941 e 1943.
Particolarmente crudele la repressione delle milizie fasciste italiane nella guerriglia antipartigiana in Montenegro ed in altre regioni dei Balcani.
Tali azioni vengono mostrate con ottima, ed esclusiva, documentazione filmata di repertorio e con testimonianze registrate sui luoghi storici nella I puntata del film. Il documentario mostra anche i crimini fascisti in Libia e in Etiopia.
Nella II puntata il documentario cerca di spiegare le ragioni per le quali i responsabili militari e politici fascisti -colpevoli dei crimini- non sono stati condannati ai sensi del codice del Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Conduttore del film è lo storico americano Michael Palumbo, autore del libro “L’olocausto rimosso”, edito -in Italia- da Rizzoli. Nel film vengono intervistati -fra gli altri- gli storici italiani Angelo Del Boca, Giorgio Rochat, Claudio Pavone e lo storico inglese David Ellwood.
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Fonte: MicroMega
La RAI acquistò una copia del programma, che però non fu mai mostrato al pubblico. La7 ne ha trasmesso ampi stralci nel 2004.
Il documentario, diretto da Ken Kirby, ricostruisce le terribili vicende che accaddero nel corso della guerra di conquista coloniale in Etiopia – e negli anni successivi – e delle ancora più terribili vicende durante l’occupazione nazifascista della Jugoslavia tra gli anni 1941 e 1943.
Particolarmente crudele la repressione delle milizie fasciste italiane nella guerriglia antipartigiana in Montenegro ed in altre regioni dei Balcani.
Tali azioni vengono mostrate con ottima, ed esclusiva, documentazione filmata di repertorio e con testimonianze registrate sui luoghi storici nella I puntata del film. Il documentario mostra anche i crimini fascisti in Libia e in Etiopia.
Nella II puntata il documentario cerca di spiegare le ragioni per le quali i responsabili militari e politici fascisti -colpevoli dei crimini- non sono stati condannati ai sensi del codice del Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Conduttore del film è lo storico americano Michael Palumbo, autore del libro “L’olocausto rimosso”, edito -in Italia- da Rizzoli. Nel film vengono intervistati -fra gli altri- gli storici italiani Angelo Del Boca, Giorgio Rochat, Claudio Pavone e lo storico inglese David Ellwood.
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Fonte: MicroMega
Dopo l'8 settembre con il re in fuga e i soldati abbandonati al loro destino.....Cefalonia, chiusa l'indagine "Processate quell'ufficiale"
LA PROCURA militare di Roma ha chiuso l'indagine preliminare per la strage di Cefalonia. E si prepara a chiedere il rinvio a giudizio dell'unico indagato, Otmar Mühlhauser, il sottotenente tedesco che, il 23 settembre del '43, alla Casetta Rossa, fece fucilare il comandante della divisione Acqui, generale Antonio Gandin, e altre decine di ufficiali. Nei giorni scorsi, all'anziano ex sottotenente del Reggimento 98 dei "cacciatori alpini" (i gebiergsjäger), due carabinieri inviati dal procuratore militare Antonino Intelisano e dal sostituto Gioacchino Tornatore hanno notificato, per rogatoria, la chiusura indagini.
Mühlhauser, 88 anni (ne aveva 23 nel settembre del 1943), mastro pellicciaio, vive a Dillingen sul Danubio, nel cuore della Svevia, a 100 chilometri da Monaco. Ora ha 20 giorni di tempo per depositare a Roma la sua memoria difensiva, dopodiché la procura chiederà il suo rinvio a giudizio. In quel momento, chiederanno di costituirsi parti civili Marcella De Negri, figlia del capitano Francesco, e Paola Fioretti, figlia di Giovanni Battista, capo di stato maggiore, entrambi fucilati alla Casetta Rossa.
L'ex ufficiale Mühlhauser, per la verità, non è la prima volta che finisce sotto processo. Fu indagato nel 1967 in Germania, ma il processo fu insabbiato un anno dopo. Una seconda indagine a suo carico avviata il 12 settembre del 2001, è stata conclusa con una sentenza choc della procura di Monaco: "Archiviazione perché - secondo il giudice tedesco - i soldati italiani a Cefalonia erano traditori, e quindi andavano trattati come i disertori tedeschi: fucilati".
Anche nel nostro Paese l'eccidio di Cefalonia ha avuto nel Dopoguerra una travagliata vicenda giudiziaria. Scrive lo storico Giorgio Rochat: "Negli anni Cinquanta in Italia furono processati 30 ufficiali tedeschi accusati della strage, tutti assolti nel '60 anche per gli ostacoli frapposti dai ministri Martino e Taviani, più preoccupati di non creare difficoltà al governo tedesco che di rendere giustizia ai caduti italiani".
Quell'"insabbiamento" in nome di una ragion di Stato non s'interruppe nel 1980, quando Sandro Pertini, denunciando la "congiura del silenzio", dichiarò che "l'olocausto di Cefalonia fu dimenticato per omertà tedesca e ignoranza italiana". E neppure nel 1994, quando fu trovato in un armadio nascosto nei sotterranei degli uffici giudiziari militari (il cosiddetto "armadio della vergogna"), fra tanti fascicoli "dimenticati" sulle stragi nazifasciste, anche quello con il numero 1188 relativo all'eccidio di Cefalonia. Anche allora fu "dimenticato".
S'è dovuto attendere quasi un decennio, perché la procura militare romana, all'indomani delle archiviazioni choc avvenute in Germania, aprisse finalmente, il 30 ottobre del 2007, un fascicolo sulla strage. E questo nonostante il mastro pellicciaio Mühlhauser non abbia mai negato il suo ruolo nella fucilazione degli ufficiali italiani alla Casetta Rossa.
Anzi, fin dal 1967 è, si può dire, reo confesso, avendo allora, e poi ancora nel 2004, spiegato e ribadito ai giudici tedeschi nei minimi dettagli come comandò il plotone d'esecuzione che sterminò gli ufficiali della Acqui. È ora quella sua confessione resa il 24 marzo del 2004 negli uffici di polizia criminale del Land Baviera - e acquisti dalla procura militare romana - a inchiodarlo alle sue responsabilità dinanzi la giustizia italiana.
"Ricevetti l'ordine di fucilare gli italiani dal maggiore Klebe. Per primo fu condotto Gandin, il maggiore Klebe gli lesse la sentenza della corte marziale nella quale il generale veniva condannato a morte mediante fucilazione. Dopo la lettura, il maggiore chiese al condannato se voleva essere giustiziato con gli occhi bendati, ma Gandin rifiutò la benda". "A quel punto - dichiara ancora Mühlhauser - Klebe si rivolse direttamente a me dicendomi "attenda al suo ufficio". Poco prima di impartire l'ordine "fate fuoco", il generale urlò "Viva l'Italia, viva il re". Subito dopo crollò a terra".
È sufficiente questa ammissione per rinviare a giudizio l'ottantottenne mastro pellicciaio, processarlo e condannarlo? Non si avvarrà anche lui, come tutti gli ufficiali tedeschi nella sua situazione e con il suo grado, dell'esimenti di aver obbedito durante la guerra ad un ordine superiore? L'ordine di "non fare prigionieri", del resto, arrivò direttamente da Hitler, infuriato con gli italiani a Cefalonia perché, dopo l'Armistizio, non solo rifiutarono, il 9 settembre, l'ordine di resa e di consegnare le armi ai tedeschi. Ma, dopo un referendum fra i soldati, le impugnarono, il 14, contro gli ex alleati nazisti. L'epilogo fu una carneficina: degli 11 mila soldati e 525 ufficiali presenti a Cefalonia, 3800 furono trucidati in settembre, e 1360 affogarono durante il successivo sgombero per mare. Per l'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, "fu in quel momento che nacque la Resistenza italiana".
(26 novembre 2008)
Fonte: La Repubblica
LA PROCURA militare di Roma ha chiuso l'indagine preliminare per la strage di Cefalonia. E si prepara a chiedere il rinvio a giudizio dell'unico indagato, Otmar Mühlhauser, il sottotenente tedesco che, il 23 settembre del '43, alla Casetta Rossa, fece fucilare il comandante della divisione Acqui, generale Antonio Gandin, e altre decine di ufficiali. Nei giorni scorsi, all'anziano ex sottotenente del Reggimento 98 dei "cacciatori alpini" (i gebiergsjäger), due carabinieri inviati dal procuratore militare Antonino Intelisano e dal sostituto Gioacchino Tornatore hanno notificato, per rogatoria, la chiusura indagini.
Mühlhauser, 88 anni (ne aveva 23 nel settembre del 1943), mastro pellicciaio, vive a Dillingen sul Danubio, nel cuore della Svevia, a 100 chilometri da Monaco. Ora ha 20 giorni di tempo per depositare a Roma la sua memoria difensiva, dopodiché la procura chiederà il suo rinvio a giudizio. In quel momento, chiederanno di costituirsi parti civili Marcella De Negri, figlia del capitano Francesco, e Paola Fioretti, figlia di Giovanni Battista, capo di stato maggiore, entrambi fucilati alla Casetta Rossa.
L'ex ufficiale Mühlhauser, per la verità, non è la prima volta che finisce sotto processo. Fu indagato nel 1967 in Germania, ma il processo fu insabbiato un anno dopo. Una seconda indagine a suo carico avviata il 12 settembre del 2001, è stata conclusa con una sentenza choc della procura di Monaco: "Archiviazione perché - secondo il giudice tedesco - i soldati italiani a Cefalonia erano traditori, e quindi andavano trattati come i disertori tedeschi: fucilati".
Anche nel nostro Paese l'eccidio di Cefalonia ha avuto nel Dopoguerra una travagliata vicenda giudiziaria. Scrive lo storico Giorgio Rochat: "Negli anni Cinquanta in Italia furono processati 30 ufficiali tedeschi accusati della strage, tutti assolti nel '60 anche per gli ostacoli frapposti dai ministri Martino e Taviani, più preoccupati di non creare difficoltà al governo tedesco che di rendere giustizia ai caduti italiani".
Quell'"insabbiamento" in nome di una ragion di Stato non s'interruppe nel 1980, quando Sandro Pertini, denunciando la "congiura del silenzio", dichiarò che "l'olocausto di Cefalonia fu dimenticato per omertà tedesca e ignoranza italiana". E neppure nel 1994, quando fu trovato in un armadio nascosto nei sotterranei degli uffici giudiziari militari (il cosiddetto "armadio della vergogna"), fra tanti fascicoli "dimenticati" sulle stragi nazifasciste, anche quello con il numero 1188 relativo all'eccidio di Cefalonia. Anche allora fu "dimenticato".
S'è dovuto attendere quasi un decennio, perché la procura militare romana, all'indomani delle archiviazioni choc avvenute in Germania, aprisse finalmente, il 30 ottobre del 2007, un fascicolo sulla strage. E questo nonostante il mastro pellicciaio Mühlhauser non abbia mai negato il suo ruolo nella fucilazione degli ufficiali italiani alla Casetta Rossa.
Anzi, fin dal 1967 è, si può dire, reo confesso, avendo allora, e poi ancora nel 2004, spiegato e ribadito ai giudici tedeschi nei minimi dettagli come comandò il plotone d'esecuzione che sterminò gli ufficiali della Acqui. È ora quella sua confessione resa il 24 marzo del 2004 negli uffici di polizia criminale del Land Baviera - e acquisti dalla procura militare romana - a inchiodarlo alle sue responsabilità dinanzi la giustizia italiana.
"Ricevetti l'ordine di fucilare gli italiani dal maggiore Klebe. Per primo fu condotto Gandin, il maggiore Klebe gli lesse la sentenza della corte marziale nella quale il generale veniva condannato a morte mediante fucilazione. Dopo la lettura, il maggiore chiese al condannato se voleva essere giustiziato con gli occhi bendati, ma Gandin rifiutò la benda". "A quel punto - dichiara ancora Mühlhauser - Klebe si rivolse direttamente a me dicendomi "attenda al suo ufficio". Poco prima di impartire l'ordine "fate fuoco", il generale urlò "Viva l'Italia, viva il re". Subito dopo crollò a terra".
È sufficiente questa ammissione per rinviare a giudizio l'ottantottenne mastro pellicciaio, processarlo e condannarlo? Non si avvarrà anche lui, come tutti gli ufficiali tedeschi nella sua situazione e con il suo grado, dell'esimenti di aver obbedito durante la guerra ad un ordine superiore? L'ordine di "non fare prigionieri", del resto, arrivò direttamente da Hitler, infuriato con gli italiani a Cefalonia perché, dopo l'Armistizio, non solo rifiutarono, il 9 settembre, l'ordine di resa e di consegnare le armi ai tedeschi. Ma, dopo un referendum fra i soldati, le impugnarono, il 14, contro gli ex alleati nazisti. L'epilogo fu una carneficina: degli 11 mila soldati e 525 ufficiali presenti a Cefalonia, 3800 furono trucidati in settembre, e 1360 affogarono durante il successivo sgombero per mare. Per l'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, "fu in quel momento che nacque la Resistenza italiana".
(26 novembre 2008)
Fonte: La Repubblica