martedì 21 ottobre 2008

È tutta un’altra musica



Ricevo e posto da Editoriale Il Giglio:

Libreria Vocali
Secondo Viale Melina
Portici - Napoli


È tutta un’altra musica

Sabato 25 ottobre 2008, ore 19.00

presentazione del cd

Inno del Re – Inno delle Due Sicilie

di Giovanni Paisiello

Coro ed Orchestra
Nuove Armonie Ensemble

Editoriale Il Giglio

Prof. Gennaro De Crescenzo
Presidente Movimento Neoborbonico
La musica al tempo delle Due Sicilie

Prof.ssa Nicla Cesaro
Editoriale Il Giglio
L’identità del Sud in uno spartito musicale

Nel corso della serata saranno eseguite romanze classiche
e la versione cantata dell’Inno del Re
Maestro Ida Tramontano

Titti di Somma
pianoforte

Antonio Braccolino
baritono
Leggi la scheda sul cd Inno del Re clicca
Leggi tutto »


Ricevo e posto da Editoriale Il Giglio:

Libreria Vocali
Secondo Viale Melina
Portici - Napoli


È tutta un’altra musica

Sabato 25 ottobre 2008, ore 19.00

presentazione del cd

Inno del Re – Inno delle Due Sicilie

di Giovanni Paisiello

Coro ed Orchestra
Nuove Armonie Ensemble

Editoriale Il Giglio

Prof. Gennaro De Crescenzo
Presidente Movimento Neoborbonico
La musica al tempo delle Due Sicilie

Prof.ssa Nicla Cesaro
Editoriale Il Giglio
L’identità del Sud in uno spartito musicale

Nel corso della serata saranno eseguite romanze classiche
e la versione cantata dell’Inno del Re
Maestro Ida Tramontano

Titti di Somma
pianoforte

Antonio Braccolino
baritono
Leggi la scheda sul cd Inno del Re clicca

lunedì 20 ottobre 2008

Quando gli italiani “poveri” erano discriminati perché non conoscevano l’italiano. Possibile che non si abbia memoria di niente?


La scuola non esce dalla cronaca. Le proteste, gli scioperi, le invettive, le bugie, le stupidaggini, l’incompetenza: tutto congiura contro un’istituzione che dovrebbe stare in cima ai pensieri di chiunque, dall’idraulico al presidente del Consiglio, ed invece è oggetto di contesa, di polemiche che trasudano veleni, di un corpo a corpo che sembra studiato a tavolino per distruggerla.

L’ultima, in ordine di tempo, è la trovata leghista con la mozione che impegna il governo ad istituire classi di inserimento per bambini e ragazzi che non hanno padronanza della lingua italiana. Un modo elegante per rimettere in carreggiata le classi differenziali o speciali, quelle che un tempo bandivano dal consesso civile i poveri di reddito e di cultura.

Chi ha letto o vissuto ciò che succedeva negli anni cinquanta e una buona parte degli anni sessanta in Italia sa bene a che cosa ci riferiamo, ai bambini delle famiglie italiane meno abbienti, i quali non sapevano parlare né scrivere in italiano ed erano perciò giudicati incapaci, ritardati, comunque poco volenterosi e quindi un peso di cui liberarsi al più presto nell’interesse della scuola, o meglio della classe che aveva da rispettare un corso di studio efficace e spedito.

Per anni ci siamo sentiti ripetere, anche da parte di insegnanti competenti, che alcuni alunni avrebbero dovuto essere scoraggiati dalla frequentazione, non essendo dotati intellettualmente. Una questione di attitudine, non di etnia o di razza, quindi niente di scandaloso.

Si trattava di un razzismo cultura, il peggiore di tutti, e di una colossale ignoranza. Non capivano che quei ragazzi, emarginati e trattati alla stessa stregua di un povero down, avevano un solo handicap: a casa loro avevano parlato solo in dialetto, e per giunta malamente. Quando arrivavano a scuola e cominciavano a frequentare non capivano nulla o quasi e quando c’era da scrivere erano dietro a tutti e venivano perciò rimproverati aspramente, puniti, scoraggiati.

Insomma la discriminante era rappresentata dalla padronanza della lingua italiana. I figli delle famiglie bene erano bravi e volenterosi, competenti e giudiziosi, i figli dei braccianti o degli operai edili, tanto per fare qualche esempio, era meglio che rimanessero a casa. E quando qualcuno obiettava e faceva notare che quelli parlavano un’altra lingua, il loro dialetto, e che in più trascorrevano parte della loro giornata facendo dei piccoli lavori, aiutando i genitori o addirittura in fabbrica, nei campi, veniva risposto che quando c’è volontà si supera ogni cosa, perciò chi non è dotato o manca di volontà, qualunque sia la condizione economica o culturale della famiglia, fa il suo dovere e prima o poi finisce con l’emergere. Pretendevano piccoli eroi e non bambini normali, cui mancava – e manca ancora oggi – un compiuto senso di responsabilità, passioni ed impegni che si acquisiscono con gli anni e una personalità matura.

Queste becere credenze scolastiche hanno rovinato la vita di milioni di ragazzi italiani cresciuti senza arte né parte e costretti a vivere una vita grama, spesso fuori dal paese d’origine.

Ma tutto questo, la nostra storia recente, non ha insegnato niente a nessuno. Un problema didattico, di organizzazione di corsi di supporto o simile, è diventato un altro strumento per lanciare l’ennesimo messaggio rassicurante alle famiglie bene del nostro tempo: tranquilli, vi leviamo dai piedi questi stranieri, che intralciano il corso scolastico di studio dei vostri figli. Oltre che beceri, sono ignoranti e bugiardi. Non sanno di che cosa parlano e non hanno la più pallida idea di che cosa significhi apprendimento, istruzione, educazione alla socialità. I bambini stranieri – che poi tali non sono in larga parte, essendo nati e vissuti in Italia – aiutati opportunamente nel breve periodo di acquisizione del “fondamentali” all’interno della classe, si integrano con una facilità straordinaria, parlando la stessa lingua degli altri, nel nostro caso l’italiano, perché è questo quello che vogliono, far parte del gruppo classe, rivolgersi agli altri ed essere capiti. La freschezza di un bambino e la sua voglia di stare con gli altri – giocando o studiando – sono gli strumenti di una didattica efficace.

E invece che succede nelle stanze delle istituzioni? Che qualcuno proponga una mozione – cioè la metta in politica – suggerendo a maestri e maestre che sanno come stanno le cose, di ritornare alle vecchie classi differenziali.

Giusto come un tempo, quando chi non conosceva l’italiano, bene che andasse, era costretto a proseguire gli studi nell’avviamento, le tre classi successive alle primarie, parallele alla scuola media, per poi lasciare la scuola dopo avere conseguito il diploma di avvviamento professionale. L’educazione scolastica dei cittadini di serie B.

Le conseguenze di una oggettiva discriminazione, oggi sarebbero ben peggiori, perché alla diversità originaria (né sangue, né storia in comune), si aggiungerebbe la separazione linguistica, di fatto separazione logistica negli anni più difficili della vita di un fanciullo, quelli in cui si deve sentire “uguale” agli altri, tutelato, protetto e amato allo stesso modo.

In molte scuole italiane e ovunque, nelle nazioni che ospitano milioni di immigrati, il problema dell’integrazione scolastica, resa difficile dalla sconoscenza della lingua del paese ospitante, è stato risolto senza mozioni né leggi, con la didattica, la competenza, il buonsenso e il supporto di fondi utili per l’espletamento attività di supporto. Ma in Italia c’è chi un giorno sì ed uno no, deve mandare segnali al suo “popolo” devoto, per far sapere che il presidio non sarà mai abbandonato. E la scuola sarà liberata da neri, gialli, meticci, che fanno perdere tempo ai nostri bravi fanciulli. Invece che dare risorse alla scuola per aiutare l’integrazione attrezzandola, si chiede la separazione.

Fonte: Siciliainformazioni

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La scuola non esce dalla cronaca. Le proteste, gli scioperi, le invettive, le bugie, le stupidaggini, l’incompetenza: tutto congiura contro un’istituzione che dovrebbe stare in cima ai pensieri di chiunque, dall’idraulico al presidente del Consiglio, ed invece è oggetto di contesa, di polemiche che trasudano veleni, di un corpo a corpo che sembra studiato a tavolino per distruggerla.

L’ultima, in ordine di tempo, è la trovata leghista con la mozione che impegna il governo ad istituire classi di inserimento per bambini e ragazzi che non hanno padronanza della lingua italiana. Un modo elegante per rimettere in carreggiata le classi differenziali o speciali, quelle che un tempo bandivano dal consesso civile i poveri di reddito e di cultura.

Chi ha letto o vissuto ciò che succedeva negli anni cinquanta e una buona parte degli anni sessanta in Italia sa bene a che cosa ci riferiamo, ai bambini delle famiglie italiane meno abbienti, i quali non sapevano parlare né scrivere in italiano ed erano perciò giudicati incapaci, ritardati, comunque poco volenterosi e quindi un peso di cui liberarsi al più presto nell’interesse della scuola, o meglio della classe che aveva da rispettare un corso di studio efficace e spedito.

Per anni ci siamo sentiti ripetere, anche da parte di insegnanti competenti, che alcuni alunni avrebbero dovuto essere scoraggiati dalla frequentazione, non essendo dotati intellettualmente. Una questione di attitudine, non di etnia o di razza, quindi niente di scandaloso.

Si trattava di un razzismo cultura, il peggiore di tutti, e di una colossale ignoranza. Non capivano che quei ragazzi, emarginati e trattati alla stessa stregua di un povero down, avevano un solo handicap: a casa loro avevano parlato solo in dialetto, e per giunta malamente. Quando arrivavano a scuola e cominciavano a frequentare non capivano nulla o quasi e quando c’era da scrivere erano dietro a tutti e venivano perciò rimproverati aspramente, puniti, scoraggiati.

Insomma la discriminante era rappresentata dalla padronanza della lingua italiana. I figli delle famiglie bene erano bravi e volenterosi, competenti e giudiziosi, i figli dei braccianti o degli operai edili, tanto per fare qualche esempio, era meglio che rimanessero a casa. E quando qualcuno obiettava e faceva notare che quelli parlavano un’altra lingua, il loro dialetto, e che in più trascorrevano parte della loro giornata facendo dei piccoli lavori, aiutando i genitori o addirittura in fabbrica, nei campi, veniva risposto che quando c’è volontà si supera ogni cosa, perciò chi non è dotato o manca di volontà, qualunque sia la condizione economica o culturale della famiglia, fa il suo dovere e prima o poi finisce con l’emergere. Pretendevano piccoli eroi e non bambini normali, cui mancava – e manca ancora oggi – un compiuto senso di responsabilità, passioni ed impegni che si acquisiscono con gli anni e una personalità matura.

Queste becere credenze scolastiche hanno rovinato la vita di milioni di ragazzi italiani cresciuti senza arte né parte e costretti a vivere una vita grama, spesso fuori dal paese d’origine.

Ma tutto questo, la nostra storia recente, non ha insegnato niente a nessuno. Un problema didattico, di organizzazione di corsi di supporto o simile, è diventato un altro strumento per lanciare l’ennesimo messaggio rassicurante alle famiglie bene del nostro tempo: tranquilli, vi leviamo dai piedi questi stranieri, che intralciano il corso scolastico di studio dei vostri figli. Oltre che beceri, sono ignoranti e bugiardi. Non sanno di che cosa parlano e non hanno la più pallida idea di che cosa significhi apprendimento, istruzione, educazione alla socialità. I bambini stranieri – che poi tali non sono in larga parte, essendo nati e vissuti in Italia – aiutati opportunamente nel breve periodo di acquisizione del “fondamentali” all’interno della classe, si integrano con una facilità straordinaria, parlando la stessa lingua degli altri, nel nostro caso l’italiano, perché è questo quello che vogliono, far parte del gruppo classe, rivolgersi agli altri ed essere capiti. La freschezza di un bambino e la sua voglia di stare con gli altri – giocando o studiando – sono gli strumenti di una didattica efficace.

E invece che succede nelle stanze delle istituzioni? Che qualcuno proponga una mozione – cioè la metta in politica – suggerendo a maestri e maestre che sanno come stanno le cose, di ritornare alle vecchie classi differenziali.

Giusto come un tempo, quando chi non conosceva l’italiano, bene che andasse, era costretto a proseguire gli studi nell’avviamento, le tre classi successive alle primarie, parallele alla scuola media, per poi lasciare la scuola dopo avere conseguito il diploma di avvviamento professionale. L’educazione scolastica dei cittadini di serie B.

Le conseguenze di una oggettiva discriminazione, oggi sarebbero ben peggiori, perché alla diversità originaria (né sangue, né storia in comune), si aggiungerebbe la separazione linguistica, di fatto separazione logistica negli anni più difficili della vita di un fanciullo, quelli in cui si deve sentire “uguale” agli altri, tutelato, protetto e amato allo stesso modo.

In molte scuole italiane e ovunque, nelle nazioni che ospitano milioni di immigrati, il problema dell’integrazione scolastica, resa difficile dalla sconoscenza della lingua del paese ospitante, è stato risolto senza mozioni né leggi, con la didattica, la competenza, il buonsenso e il supporto di fondi utili per l’espletamento attività di supporto. Ma in Italia c’è chi un giorno sì ed uno no, deve mandare segnali al suo “popolo” devoto, per far sapere che il presidio non sarà mai abbandonato. E la scuola sarà liberata da neri, gialli, meticci, che fanno perdere tempo ai nostri bravi fanciulli. Invece che dare risorse alla scuola per aiutare l’integrazione attrezzandola, si chiede la separazione.

Fonte: Siciliainformazioni

L'appello dei premi Nobel "Lottiamo per Saviano"


Roberto Saviano è minacciato di morte dalla camorra, per aver denunciato le sue azioni criminali in un libro - Gomorra - tradotto e letto in tutto il mondo.

È minacciata la sua libertà, la sua autonomia di scrittore, la possibilità di incontrare la sua famiglia, di avere una vita sociale, di prendere parte alla vita pubblica, di muoversi nel suo Paese.

Un giovane scrittore, colpevole di aver indagato il crimine organizzato svelando le sue tecniche e la sua struttura, è costretto a una vita clandestina, nascosta, mentre i capi della camorra dal carcere continuano a inviare messaggi di morte, intimandogli di non scrivere sul suo giornale, Repubblica, e di tacere.

Lo Stato deve fare ogni sforzo per proteggerlo e per sconfiggere la camorra.
Ma il caso Saviano non è soltanto un problema di polizia.
È un problema di democrazia.

La libertà nella sicurezza di Saviano riguarda noi tutti, come cittadini.

Con questa firma vogliamo farcene carico, impegnando noi stessi mentre chiamiamo lo Stato alla sua responsabilità, perché è intollerabile che tutto questo possa accadere in Europa e nel 2008.

DARIO FO
MIKHAIL GORBACIOV
GUNTHER GRASS
RITA LEVI MONTALCINI
ORHAN PAMUK
DESMOND TUTU

Fonte: Repubblica
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Roberto Saviano è minacciato di morte dalla camorra, per aver denunciato le sue azioni criminali in un libro - Gomorra - tradotto e letto in tutto il mondo.

È minacciata la sua libertà, la sua autonomia di scrittore, la possibilità di incontrare la sua famiglia, di avere una vita sociale, di prendere parte alla vita pubblica, di muoversi nel suo Paese.

Un giovane scrittore, colpevole di aver indagato il crimine organizzato svelando le sue tecniche e la sua struttura, è costretto a una vita clandestina, nascosta, mentre i capi della camorra dal carcere continuano a inviare messaggi di morte, intimandogli di non scrivere sul suo giornale, Repubblica, e di tacere.

Lo Stato deve fare ogni sforzo per proteggerlo e per sconfiggere la camorra.
Ma il caso Saviano non è soltanto un problema di polizia.
È un problema di democrazia.

La libertà nella sicurezza di Saviano riguarda noi tutti, come cittadini.

Con questa firma vogliamo farcene carico, impegnando noi stessi mentre chiamiamo lo Stato alla sua responsabilità, perché è intollerabile che tutto questo possa accadere in Europa e nel 2008.

DARIO FO
MIKHAIL GORBACIOV
GUNTHER GRASS
RITA LEVI MONTALCINI
ORHAN PAMUK
DESMOND TUTU

Fonte: Repubblica

IDENTITA' E QUESTIONE MERIDIONALE

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domenica 19 ottobre 2008

QUELLO CHE E' MEGLIO NON DIRE SULLA CRISI FINANZIARIA...


QUANDO parliamo di derivati (swap), pensiamo a prodotti sofisticati in mano a "esperti", o presunti tali, della finanza.
Ma quanti sanno che 560 amministrazioni locali in Italia hanno sottoscritto contratti di questo genere? Regioni, Province e singoli Comuni, dal 2000 in avanti, quando lo Stato ha alleggerito i trasferimenti, hanno abbandonato la Cassa depositi e prestiti per avventurarsi in mari decisamente più grandi di loro e pieni di squali.

Varrebbe la pena di capire ad esempio cos’è successo in Ancona all’indomani del 15 settembre, giorno del fallimento di Lehman Brothers, dove la Regione Marche, nel 2003, avrebbe stipulato un contratto su derivati da 400 milioni di euro direttamente con la filiale europea della banca d’affari fallita.

Ricordo a questo proposito una bella puntata di Report del 14/10/2007 (cioè giusto un anno fa) dove si parlava della situazione derivati comprati dalle amministrazioni locali e dove ben si capiva come il problema era sottovalutato da parte dei politici "nostrani".
Solo l' Emilia Romagna si era dotata di un consorzio con un’unica centrale d’acquisto per otto province (su nove) e 12 comuni, consorzio che secondo il vicesindaco di Reggio, Franco Ferretti, aveva ridotto l’indebitamento di oltre un punto percentuale, dal 4,9 al 3,7%.

Il problema dell'indebitamento degli enti locali è stranamente sparito, o meglio non è mai stato affrontato, dall'informazione di regime, figurarsi poi se è possibile sperare che sia "indagato" proprio in questi giorni in cui lo sport nazionale è buttare acqua sul fuoco della crisi e spandere ottimismo a piene mani.

I fondi del Sud

Inutile poi domandarsi dove saranno reperite le risorse per "andare avanti"
o meglio a chi saranno sottratte le risorse già precedentemente assegnate.

E' di ieri la notizia, quasi da tutti taciuta, che il ministro Tremonti sta studiando un mix di interventi per gli aiuti di stato che riguarderanno i settori auto (la solita Fiat...), i comparti industriali energivori (acciaio, cemento, chimica), gli elettrodomestici e l'informatica- tlc.

Per le risorse oltre ai fondi BEI si pensa di attingere al Fas (il fondo per le aree sottoutilizzate che per il periodo 2007/2013 ha una dotazione di 54 miliardi al Sud e di solo 9 miliardi al Centro-Nord), fondo da cui ultimamente si sono già prelevati i fondi per il Comune di Roma e per il Comune di Catania.
(Fonte il Sole 24 ore del 18/10/08 pag 4)

Come cambiano i tempi......una volta si facevano guerre e relative invasioni per procurarsi i denari necessari ad impiantare le industrie e per migliorare i conti dello Stato, adesso che siamo più civili basta un semplice segno di biro, nel silenzio generale.
Bisogna anche ricordare che,per anni, ci hanno raccontato che nell'economia ci vuole meno Stato e più privato,perchè il privato di solito riesce a far rendere meglio e con meno spesa la sua impresa.
Ora questo non è più valido....così... all'improvviso....o meglio la strada intrapresa è quella di socializzare le perdite e privatizzare gli utili.....basta solo non dirlo in televisione ed il gioco è fatto.

Ovviamente i beneficiari degli "aiuti di stato" saranno i soliti "noti".....
Invece per gli imprenditori titolari di PMI, soprattutto quelli del Sud, che hanno sostenuto con enormi sacrifici e super-tassati i pochi progressi che si sono avuti nel paese "reale", non è previsto al momento nessun aiuto, infatti questi non fanno parte dell'elite economica al potere e quindi si arrangino (come sempre) o chiudano, tanto di loro e dei loro dipendenti non interessa a nessuno.

Infatti per queste aziende il ricorso al credito, che era già problematico prima della attuale crisi finanziaria, ora è diventato praticamente impossibile, come denuncia infatti il Presidente della Confindustria Calabrese Umberto De Rose
( il Sole 24 ore del 18/10/08 pag11) che afferma :"Ci fa piacere costatare che il Governo sia intervenuto per scongiurare un eventuale fallimento delle banche ma, a questo punto, chi tutela le piccole e medie imprese meridionali?"

Pochi giorni fa l'imprenditore calabrese Cosimo De Tommaso denunciava "nuovi accorgimenti tecnici" che impedirebbero alle piccole e medie imprese del Sud di
" operare agevolmente nel sistema creditizio".
(Fonte il Sole 24 ore del 15/10/08).

Gli imprenditori meridionali ora temono che il quadro possa addirittura peggiorare :
" Sono convinto che i veri effetti sul credito dell'attuale crisi finanziaria dalle nostre parti non si siano ancora manifestati in tutta la loro gravità."
Dichiara (al Sole 24 del 18/10/08 pag. 11) l'imprenditore barese Michele Vinci
"La domanda si contrae e questo non è un buon segnale per lo stato di salute dell'economia meridionale".

Sempre allo stesso giornale dichiara l'economista e docente universitaro calabrese Michele Costabile:
" I principali gruppi del credito italiano hanno investito all'estero e quindi guardano con preoccupazione a quanto sta accadendo oltre i nostri confini.
Si tratta di gruppi che presidiano con posizioni di leadership il mercato meridionale ed è un'ovvia conseguenza della crisi il fatto che si muovano con enorme cautela prima di accordare nuovi prestiti alla clientela del Sud.
Il nostro è un sistema economico periferico e debole che quando la congiuntura è favorevole ne beneficia meno che il resto d' Italia, ma quando c'è crisi soffre di più."

Ricapitolando quindi abbiamo un governo che aiuta i ricchi (le industrie del Nord) sottraendo risorse ai poveri (le PMI dell'intero paese e tutte le imprese del Sud), enti pubblici indebitati, soprattutto al Sud, in un modo di cui non si conosce assolutamente la profondità, la più alta pressione fiscale d'Europa rapportata a servizi sempre più scarsi, il più alto debito pubblico d'Europa con il relativo rating fra i più bassi dei paesi sviluppati.

Altro punto: visto che la pressione fiscale è già da tempo insostenibile dove si troveranno le risorse aggiuntive, a parte quelle sottratte al Fas, per "salvare"o finanziare (in ordine di apparizione) Alitalia/Airone/Cai, le banche, Rete 4, le grandi imprese del Nord e ripianare i debiti dei comuni e dello Stato..?....
O forse si spera che le "cambiali" non giungano in scadenza tutte contemporaneamente....

Diciamo quindi che ottimisti è difficile esserlo anche perchè basta veramente poco perchè le cose prendano una deriva che,come capitò in Argentina, porti al collasso dell'economia nazionale.

In attesa quindi di nuovi fallimenti o di fallimenti evitati per "concessione divina", non resta che incrociare le dita.

Dispiace inoltre notare ancora una volta, che per il popolo del Sud, in attesa pure del federalismo leghista, la ricetta dello Stato, monarchico o repubblicano, è sempre la stessa da 150 anni: l'emigrazione .
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QUANDO parliamo di derivati (swap), pensiamo a prodotti sofisticati in mano a "esperti", o presunti tali, della finanza.
Ma quanti sanno che 560 amministrazioni locali in Italia hanno sottoscritto contratti di questo genere? Regioni, Province e singoli Comuni, dal 2000 in avanti, quando lo Stato ha alleggerito i trasferimenti, hanno abbandonato la Cassa depositi e prestiti per avventurarsi in mari decisamente più grandi di loro e pieni di squali.

Varrebbe la pena di capire ad esempio cos’è successo in Ancona all’indomani del 15 settembre, giorno del fallimento di Lehman Brothers, dove la Regione Marche, nel 2003, avrebbe stipulato un contratto su derivati da 400 milioni di euro direttamente con la filiale europea della banca d’affari fallita.

Ricordo a questo proposito una bella puntata di Report del 14/10/2007 (cioè giusto un anno fa) dove si parlava della situazione derivati comprati dalle amministrazioni locali e dove ben si capiva come il problema era sottovalutato da parte dei politici "nostrani".
Solo l' Emilia Romagna si era dotata di un consorzio con un’unica centrale d’acquisto per otto province (su nove) e 12 comuni, consorzio che secondo il vicesindaco di Reggio, Franco Ferretti, aveva ridotto l’indebitamento di oltre un punto percentuale, dal 4,9 al 3,7%.

Il problema dell'indebitamento degli enti locali è stranamente sparito, o meglio non è mai stato affrontato, dall'informazione di regime, figurarsi poi se è possibile sperare che sia "indagato" proprio in questi giorni in cui lo sport nazionale è buttare acqua sul fuoco della crisi e spandere ottimismo a piene mani.

I fondi del Sud

Inutile poi domandarsi dove saranno reperite le risorse per "andare avanti"
o meglio a chi saranno sottratte le risorse già precedentemente assegnate.

E' di ieri la notizia, quasi da tutti taciuta, che il ministro Tremonti sta studiando un mix di interventi per gli aiuti di stato che riguarderanno i settori auto (la solita Fiat...), i comparti industriali energivori (acciaio, cemento, chimica), gli elettrodomestici e l'informatica- tlc.

Per le risorse oltre ai fondi BEI si pensa di attingere al Fas (il fondo per le aree sottoutilizzate che per il periodo 2007/2013 ha una dotazione di 54 miliardi al Sud e di solo 9 miliardi al Centro-Nord), fondo da cui ultimamente si sono già prelevati i fondi per il Comune di Roma e per il Comune di Catania.
(Fonte il Sole 24 ore del 18/10/08 pag 4)

Come cambiano i tempi......una volta si facevano guerre e relative invasioni per procurarsi i denari necessari ad impiantare le industrie e per migliorare i conti dello Stato, adesso che siamo più civili basta un semplice segno di biro, nel silenzio generale.
Bisogna anche ricordare che,per anni, ci hanno raccontato che nell'economia ci vuole meno Stato e più privato,perchè il privato di solito riesce a far rendere meglio e con meno spesa la sua impresa.
Ora questo non è più valido....così... all'improvviso....o meglio la strada intrapresa è quella di socializzare le perdite e privatizzare gli utili.....basta solo non dirlo in televisione ed il gioco è fatto.

Ovviamente i beneficiari degli "aiuti di stato" saranno i soliti "noti".....
Invece per gli imprenditori titolari di PMI, soprattutto quelli del Sud, che hanno sostenuto con enormi sacrifici e super-tassati i pochi progressi che si sono avuti nel paese "reale", non è previsto al momento nessun aiuto, infatti questi non fanno parte dell'elite economica al potere e quindi si arrangino (come sempre) o chiudano, tanto di loro e dei loro dipendenti non interessa a nessuno.

Infatti per queste aziende il ricorso al credito, che era già problematico prima della attuale crisi finanziaria, ora è diventato praticamente impossibile, come denuncia infatti il Presidente della Confindustria Calabrese Umberto De Rose
( il Sole 24 ore del 18/10/08 pag11) che afferma :"Ci fa piacere costatare che il Governo sia intervenuto per scongiurare un eventuale fallimento delle banche ma, a questo punto, chi tutela le piccole e medie imprese meridionali?"

Pochi giorni fa l'imprenditore calabrese Cosimo De Tommaso denunciava "nuovi accorgimenti tecnici" che impedirebbero alle piccole e medie imprese del Sud di
" operare agevolmente nel sistema creditizio".
(Fonte il Sole 24 ore del 15/10/08).

Gli imprenditori meridionali ora temono che il quadro possa addirittura peggiorare :
" Sono convinto che i veri effetti sul credito dell'attuale crisi finanziaria dalle nostre parti non si siano ancora manifestati in tutta la loro gravità."
Dichiara (al Sole 24 del 18/10/08 pag. 11) l'imprenditore barese Michele Vinci
"La domanda si contrae e questo non è un buon segnale per lo stato di salute dell'economia meridionale".

Sempre allo stesso giornale dichiara l'economista e docente universitaro calabrese Michele Costabile:
" I principali gruppi del credito italiano hanno investito all'estero e quindi guardano con preoccupazione a quanto sta accadendo oltre i nostri confini.
Si tratta di gruppi che presidiano con posizioni di leadership il mercato meridionale ed è un'ovvia conseguenza della crisi il fatto che si muovano con enorme cautela prima di accordare nuovi prestiti alla clientela del Sud.
Il nostro è un sistema economico periferico e debole che quando la congiuntura è favorevole ne beneficia meno che il resto d' Italia, ma quando c'è crisi soffre di più."

Ricapitolando quindi abbiamo un governo che aiuta i ricchi (le industrie del Nord) sottraendo risorse ai poveri (le PMI dell'intero paese e tutte le imprese del Sud), enti pubblici indebitati, soprattutto al Sud, in un modo di cui non si conosce assolutamente la profondità, la più alta pressione fiscale d'Europa rapportata a servizi sempre più scarsi, il più alto debito pubblico d'Europa con il relativo rating fra i più bassi dei paesi sviluppati.

Altro punto: visto che la pressione fiscale è già da tempo insostenibile dove si troveranno le risorse aggiuntive, a parte quelle sottratte al Fas, per "salvare"o finanziare (in ordine di apparizione) Alitalia/Airone/Cai, le banche, Rete 4, le grandi imprese del Nord e ripianare i debiti dei comuni e dello Stato..?....
O forse si spera che le "cambiali" non giungano in scadenza tutte contemporaneamente....

Diciamo quindi che ottimisti è difficile esserlo anche perchè basta veramente poco perchè le cose prendano una deriva che,come capitò in Argentina, porti al collasso dell'economia nazionale.

In attesa quindi di nuovi fallimenti o di fallimenti evitati per "concessione divina", non resta che incrociare le dita.

Dispiace inoltre notare ancora una volta, che per il popolo del Sud, in attesa pure del federalismo leghista, la ricetta dello Stato, monarchico o repubblicano, è sempre la stessa da 150 anni: l'emigrazione .

La Cassazione non ha dubbi: chi dà del rimbambito ad un uomo politico, esercita un diritto e adempie ad un dovere


Di Salvatore Parlagreco

Sono poche le buone notizie e quando ne arriva una occorre valorizzarla, conservarla nella memoria e nutrirsene quanto più a lungo possibile. Non è facile, ma bisogna assolutamente riuscirci per farne uno strumento che ci preservi dalla depressione (psicologica prima che economica).

La buona notizia, dunque. La Cassazione ha sdoganato gli insulti rivolti agli uomini politici: è lecito dare del rimbambito a qualcuno a patto che sia un uomo politico. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, contraddicendo la sentenza di un tribunale e di una Corte di Appello (pronunciatisi per il risarcimento del danno morale), ha annullato la condanna senza rinvio, sulla base dell’articolo 51 del codice penale: non può essere punito colui che esercita un diritto o adempie ad un dovere.

Secondo la Corte dare del rimbambito a qualcuno, dunque, costituisce l’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere. Non si scappa.

E vi pare niente?

Lo storico verdetto nasce da un episodio vecchio di qualche anno. Il sindaco di un piccolo comune si era rivolto ad un consigliere comunale, intervenuto durante l’assemblea, con una espressione assai colorita: “Mi scusi, per un attimo avevo dimenticato che lei è il solito rimbambito”.

Il consigliere, risentito, umiliato ed offeso, ha presentato querela per diffamazione. Gli pè stato dato torto.

Se il sindaco avesse usato altri insulti, come buffone o ridicolo, non sarebbe cambiato niente.

L’importante, spiega nella motivazione la Corte, è che l’insulto sia calato in un contesto politico. Una pubblica assemblea è un contesto che consente l’impunità a chi insulta.

Rimbambito, buffone o ridicolo, scrivono i giudici, "nel preciso contesto di una pubblica assemblea avente per oggetto temi dibattuti di interesse amministrativo locale, non sono state ritenute eccedenti i limiti della lecita manifestazione di dissensop su iniziative e comportamenti politici”.

I magistrati della Cassazione, però, concedono un limite alla libera espressione dell’insulto: va punito chi “con assoluta certezza” intenda “riferirsi alla persona in sé” e non “al suo comportamento come uomo pubblico”.

Il problema può nascere; in tal caso come fa il giudice a stabilire oltre ogni ragione dubbio, come dicono gli americani, che l’attribuzione della caratteristica di rimbambito sia riferita alla persona in sé e non al suo ruolo di pubblico ufficiale?

Intendiamoci, il fatto che non sia un’aggravante insultare un uompo politico - nella fatispecie un consigliere comunale - e costituisca una ragione di non punibilità, dovrebbe appagare antichi bisogni di cittadini comuni e suggerirci di non andare a fondo della questione (A chi non è capitato di volere dare del rimbambito ad un amministratore, autore di imbecillità quotidiane e causa di guai).

Va bene vincere, non è saggio stravincere.

Ad essere onesti bisogna ricordare che la nostra Costituzione non discrimina alcun cittadino, qualunque sia il mestiere che fa e le opinioni che ha. Una lancia va spezzata a favore dell’uomo politico, non tutelato in questa circostanza.

Vorremmo sapere perché non si possa attribuire il rimbambimento ad un giornalista che scrive fesserie, o ad un professore che dice corbellerie, o ancora ad un giudice che prende lucciole per lanterne o ancora ad un medico che sbaglia diagnosi.

La politica è la più alta espressione della cittadinanza, lo strumento della democrazia, il mezzo di cui bisogna servirsi per giungere a decisioni condivise per governare interessi generali. Concedere l’impunità a chi insulta un uomo politico, significa, magari senza volerlo, discriminare un uomo politico rimbambito da un medico rimbambito, un giornalista rimbambito o un magistrato rimbambito. Semmai bisognerebbe discriminare i rimbambiti tout court dal resto della popolazione, ma sarebbe un obiettivo troppo ampio e di non facile soluzione.

E’ opportuno, perciò che la liberalità manifestata dalla Corte di cassazione nei confronti di chi elargisce “in un preciso contesto”, l’insulto per manifestare il proprio dissenso, sia mantenuta in altri contesti, a meno che - s’intende - non ci si riferisca alla persona in sé, piuttosto che al suo comportamento come professionista. Giusto come è stato avvedutamente stabilito a proposito dell'umo politico ninsultato dal sindaco.

La ratio del verdetto va rispettata in ogni ambito.

Non ci sorprenderemmo, pertanto, che l’epiteto di rimbambito sia dissequestrato dall’ambito ristretto cui è stato costretto nel pronunciamento in esame e sia accettato altrove come esercizio di un diritto.

La Cassazione ha aperto una strada che potrà essere percorsa anche da chi non abita le assemblee politiche ed espleta il suo lavoro altrove (un ospedale, una fabbrica, una scuola, l’università).

Nutriamo, tuttavia, qualche perplessità: verrà permesso che in ambito accademico, uno studente, nel contesto dato, possa giudicare rimbambito il professore, che pure a causa di quanto detto sarebbe lecito sospettaredi rimbambimento?

Non aspettiamoci grandi novità. Il recinto dei rimbambiti resta quello della politica. Secondo la Cassazione, allo stato attuale non bisogna rimanere dentro il recinto.

Non è giusto, ma è così.

Fonte: Sicilia informazioni

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Di Salvatore Parlagreco

Sono poche le buone notizie e quando ne arriva una occorre valorizzarla, conservarla nella memoria e nutrirsene quanto più a lungo possibile. Non è facile, ma bisogna assolutamente riuscirci per farne uno strumento che ci preservi dalla depressione (psicologica prima che economica).

La buona notizia, dunque. La Cassazione ha sdoganato gli insulti rivolti agli uomini politici: è lecito dare del rimbambito a qualcuno a patto che sia un uomo politico. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, contraddicendo la sentenza di un tribunale e di una Corte di Appello (pronunciatisi per il risarcimento del danno morale), ha annullato la condanna senza rinvio, sulla base dell’articolo 51 del codice penale: non può essere punito colui che esercita un diritto o adempie ad un dovere.

Secondo la Corte dare del rimbambito a qualcuno, dunque, costituisce l’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere. Non si scappa.

E vi pare niente?

Lo storico verdetto nasce da un episodio vecchio di qualche anno. Il sindaco di un piccolo comune si era rivolto ad un consigliere comunale, intervenuto durante l’assemblea, con una espressione assai colorita: “Mi scusi, per un attimo avevo dimenticato che lei è il solito rimbambito”.

Il consigliere, risentito, umiliato ed offeso, ha presentato querela per diffamazione. Gli pè stato dato torto.

Se il sindaco avesse usato altri insulti, come buffone o ridicolo, non sarebbe cambiato niente.

L’importante, spiega nella motivazione la Corte, è che l’insulto sia calato in un contesto politico. Una pubblica assemblea è un contesto che consente l’impunità a chi insulta.

Rimbambito, buffone o ridicolo, scrivono i giudici, "nel preciso contesto di una pubblica assemblea avente per oggetto temi dibattuti di interesse amministrativo locale, non sono state ritenute eccedenti i limiti della lecita manifestazione di dissensop su iniziative e comportamenti politici”.

I magistrati della Cassazione, però, concedono un limite alla libera espressione dell’insulto: va punito chi “con assoluta certezza” intenda “riferirsi alla persona in sé” e non “al suo comportamento come uomo pubblico”.

Il problema può nascere; in tal caso come fa il giudice a stabilire oltre ogni ragione dubbio, come dicono gli americani, che l’attribuzione della caratteristica di rimbambito sia riferita alla persona in sé e non al suo ruolo di pubblico ufficiale?

Intendiamoci, il fatto che non sia un’aggravante insultare un uompo politico - nella fatispecie un consigliere comunale - e costituisca una ragione di non punibilità, dovrebbe appagare antichi bisogni di cittadini comuni e suggerirci di non andare a fondo della questione (A chi non è capitato di volere dare del rimbambito ad un amministratore, autore di imbecillità quotidiane e causa di guai).

Va bene vincere, non è saggio stravincere.

Ad essere onesti bisogna ricordare che la nostra Costituzione non discrimina alcun cittadino, qualunque sia il mestiere che fa e le opinioni che ha. Una lancia va spezzata a favore dell’uomo politico, non tutelato in questa circostanza.

Vorremmo sapere perché non si possa attribuire il rimbambimento ad un giornalista che scrive fesserie, o ad un professore che dice corbellerie, o ancora ad un giudice che prende lucciole per lanterne o ancora ad un medico che sbaglia diagnosi.

La politica è la più alta espressione della cittadinanza, lo strumento della democrazia, il mezzo di cui bisogna servirsi per giungere a decisioni condivise per governare interessi generali. Concedere l’impunità a chi insulta un uomo politico, significa, magari senza volerlo, discriminare un uomo politico rimbambito da un medico rimbambito, un giornalista rimbambito o un magistrato rimbambito. Semmai bisognerebbe discriminare i rimbambiti tout court dal resto della popolazione, ma sarebbe un obiettivo troppo ampio e di non facile soluzione.

E’ opportuno, perciò che la liberalità manifestata dalla Corte di cassazione nei confronti di chi elargisce “in un preciso contesto”, l’insulto per manifestare il proprio dissenso, sia mantenuta in altri contesti, a meno che - s’intende - non ci si riferisca alla persona in sé, piuttosto che al suo comportamento come professionista. Giusto come è stato avvedutamente stabilito a proposito dell'umo politico ninsultato dal sindaco.

La ratio del verdetto va rispettata in ogni ambito.

Non ci sorprenderemmo, pertanto, che l’epiteto di rimbambito sia dissequestrato dall’ambito ristretto cui è stato costretto nel pronunciamento in esame e sia accettato altrove come esercizio di un diritto.

La Cassazione ha aperto una strada che potrà essere percorsa anche da chi non abita le assemblee politiche ed espleta il suo lavoro altrove (un ospedale, una fabbrica, una scuola, l’università).

Nutriamo, tuttavia, qualche perplessità: verrà permesso che in ambito accademico, uno studente, nel contesto dato, possa giudicare rimbambito il professore, che pure a causa di quanto detto sarebbe lecito sospettaredi rimbambimento?

Non aspettiamoci grandi novità. Il recinto dei rimbambiti resta quello della politica. Secondo la Cassazione, allo stato attuale non bisogna rimanere dentro il recinto.

Non è giusto, ma è così.

Fonte: Sicilia informazioni

1860 grande truffa per il Sud Italia ex Regno Due Sicilie

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LA MOBILITAZIONE MONDIALE - Lo "Stand up" contro la povertà



Dal 17 ottobre, e fino al 19 ottobre, si svolge la mobilitazione mondiale contro la povertà "Stand up! Take action" durante la quale milioni di persone in Italia e in tutto il mondo si alzano in piedi per chiedere il rispetto degli Obiettivi del Millennio. Anche quest'anno, come per le due precedenti edizioni, la Lega Calcio supporta la Campagna del Millennio dell'Onu e grazie a questa partnership domani tutte le squadre di calcio di serie A scenderanno in campo contro la povertà.
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Dal 17 ottobre, e fino al 19 ottobre, si svolge la mobilitazione mondiale contro la povertà "Stand up! Take action" durante la quale milioni di persone in Italia e in tutto il mondo si alzano in piedi per chiedere il rispetto degli Obiettivi del Millennio. Anche quest'anno, come per le due precedenti edizioni, la Lega Calcio supporta la Campagna del Millennio dell'Onu e grazie a questa partnership domani tutte le squadre di calcio di serie A scenderanno in campo contro la povertà.

sabato 18 ottobre 2008

Rose rosse per Jorg Haider


Di Stefania Nicoletti

La notte tra il 10 e l’11 ottobre Jörg Haider, governatore della Carinzia e leader dell’estrema destra austriaca, muore in un incidente stradale a sud di Klagenfurt, nella valle chiamata Rosenthal, Valle delle Rose.

Le autorità dichiarano che Haider è morto sul colpo, e la notizia venne così riportata anche dagli organi di informazione. In realtà, come dichiararono anche i medici che per primi sono giunti sul luogo dell’incidente, al momento dell’arrivo dei primi soccorsi Haider era ancora vivo: anche se gravemente ferito, mostrava ancora dei, seppur deboli, segni di vita. Mentre invece il direttore dell’ospedale di Klagenfurt ha dichiarò che Haider è morto sul colpo. Anche l’autopsia ha “confermato” la morte istantanea. Perché queste due versioni così diverse?

Ma questa è solo una delle anomalie di un “incidente” che di stranezze ne ha molte.
Partendo proprio dall’autopsia, un’altra anomalia è che essa è stata effettuata a Graz e non a Klagenfurt.
Il giorno dopo l’incidente, la procura di Klagenfurt afferma che Haider viaggiava a 142 km orari, dove il limite era 70. Il procuratore di Klagenfurt dichiara: “Cade così ogni eventuale illazione su altre possibili cause dell’incidente”. Come mai le autorità, in questo caso il procuratore capo, “mettono le mani avanti” e si affrettano a fare simili dichiarazioni?

L’ipotesi che subito prende piede è quella di un attentato ad opera delle minoranze slovene, che Haider aveva attaccato il giorno prima in un discorso. Inutile dire che questa tesi, più che essere basata su analisi, riflessioni e dati di fatto, fa leva sui sentimenti della popolazione ed è stata creata ad arte e diffusa proprio per spostare l’attenzione su un presunto “nemico pubblico”.

Poche ore dopo l’incidente, quindi durante la giornata di sabato, molti giornali stranieri danno la notizia titolando “Haider KILLED in a crash”. Haider UCCISO in un incidente.
L’agenzia di stampa AGI riporta: Vox populi in Carinzia, “Lo hanno ammazzato”.

Proprio il giorno dell’incidente mortale, l’11 ottobre, sul quotidiano della Carinzia Kleine Zeitung è uscita un’intervista ad Haider. L’agenzia Ansa dice “per pura coincidenza”. L’intervista spazia un po’ tutti i temi: dalla politica interna, alle recenti elezioni, alla crisi finanziaria. Tema, quest’ultimo, a cui viene dato molto spazio, tanto che il giornale titola: “Questi manager devono essere puliti”. Lo stesso concetto che Haider aveva espresso due settimane fa in un’intervista televisiva, dicendo che il sistema bancario corrotto e “mafioso” (lo chiama “Banken Mafia”) deve essere fermato, perché le banche vendono prodotti finanziari “nocivi” che avvelenano il mondo intero. In quell’occasione promise di “ripulire il fango delle manipolazioni bancarie”.

Tornando alla notte dell’11 ottobre, ciò che salta subito all’occhio è che la scena dell'incidente è stata ampiamente alterata.Confrontando le fotografie scattate durante la notte e quelle scattate il giorno dopo (sabato), si nota che molti oggetti sono stati spostati, aggiunti o modificati.Dopo l’incidente, le due portiere del lato sinistro sono state spostate, così come la stessa auto. In particolare, le due portiere si sono staccate dall’auto e sono quasi intatte; ma, nelle diverse foto, si trovano in punti diversi.Non c’è alcuna traccia di sangue sul luogo dell’incidente, neppure sul sedile di guida.Haider stava sorpassando una donna e sterzò rapidamente dopo la manovra. Di questa misteriosa donna, però, non c’è traccia. Ma c’è da aspettarsi che fra non molto uscirà allo scoperto e rilascerà un’intervista “esclusiva” in cui racconterà come sono andati i fatti (o più probabilmente qualcuno la istruirà a dovere su cosa dire).Come non c’è alcuna deposizione o testimonianza degli abitanti del luogo. Un incidente così, in piena notte, in un paesino tranquillo, non dovrebbe passare inosservato. Eppure pare che nessuno abbia visto né sentito nulla. Neppure la famiglia che abita nella casa il cui recinto è stato distrutto dall’impatto, ha sentito nulla. Il giorno dopo hanno dichiarato alla stampa di aver saputo dell’incidente soltanto la mattina, ricevendo la visita della polizia.

L’auto sulla quale viaggiava Haider è completamente computerizzata: è dotata di sofisticate apparecchiature elettroniche e, con un semplice GPS, è possibile registrare la posizione dell’auto e controllare le sue funzioni essenziali, come l’accensione, i freni, l’acceleratore… In pratica, il computer di bordo può essere controllato dall’esterno. Per fare un esempio: qualcuno dall’esterno può accelerare la velocità dell’auto in un determinato punto. E, analizzando la dinamica dell’incidente di Haider, non è difficile intuire che sia andata proprio così, se si considera che l’auto ha sterzato esattamente nel punto in cui il maggior danno potesse essere arrecato. O precedentemente programmato?

Infine, è di ieri l’annuncio che “Haider era ubriaco al momento dell’incidente”. Più propriamente, aveva un alto tasso di alcol nel sangue, pari a 1,8 grammi: superava perciò il limite consentito dalla legge austriaca (che è di 0,5 grammi). Anche qui però c’è qualcosa che non quadra: il tasso alcolico è stato “accertato” dai medici legali, e abbiamo già visto come siano molte le anomalie nelle modalità dell’autopsia. Ma, anche ammesso che ciò sia vero, il fatto che il tasso alcolico fosse elevato non significa che Haider fosse ubriaco. Invece, ed è ciò che colpisce di più, tutti i giornali e le agenzie di stampa titolano “Haider era ubriaco”.
Inoltre l’annuncio è stato dato da Stefan Petzner, il quale non è solo, come hanno riportato alcuni giornali, il portavoce di Haider. Ma è soprattutto, da qualche giorno, il suo successore alla guida del partito. Curioso che ad annunciare una notizia così importante sia proprio lui e non, come sarebbe più logico e opportuno, la famiglia o le autorità.
Verrebbe anche da chiedersi come mai tutta questa fretta nel fare dichiarazioni. Le autorità avevano già dichiarato giorni fa che “Haider guidava a velocità elevata”, attribuendo quindi l’incidente all’alta velocità. Dunque che bisogno c’era di uscire con una nuova “rivelazione”? Il fine non sarà per caso quello di mettere una pietra sopra all’accaduto? La vicenda è chiara e limpida: Haider andava a 140 all’ora e per giunta era ubriaco. E’ stato inequivocabilmente un incidente. Nessun attentato. Nessun complotto. Non indagate oltre.
Emblematico di questa volontà di archiviare definitivamente la vicenda, è un articolo apparso sul sito del TG5, dal titolo "Haider si schiantò perché era ubriaco e correva a folle velocità" (http://www.tg5.mediaset.it/esteri/articoli/2008/10/articolo8054.shtml)

In conclusione… Troppe rose in questo incidente, troppi dubbi, troppe cose che non quadrano. Impossibile capire il movente dell’omicidio; forse ha ragione Abate Vella nel suo blog “Il consiglio”, nel suo articolo intitolato “L’Europa nuoce gravemente alla salute (dei suoi avversari)”. Forse la verità è altrove. Forse, come spesso capita, ci sono stati più moventi. C’è una sola certezza. Il caso verrà archiviato come incidente e i mandanti non verranno mai trovati.

Fonte:Paolo Franceschetti
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Di Stefania Nicoletti

La notte tra il 10 e l’11 ottobre Jörg Haider, governatore della Carinzia e leader dell’estrema destra austriaca, muore in un incidente stradale a sud di Klagenfurt, nella valle chiamata Rosenthal, Valle delle Rose.

Le autorità dichiarano che Haider è morto sul colpo, e la notizia venne così riportata anche dagli organi di informazione. In realtà, come dichiararono anche i medici che per primi sono giunti sul luogo dell’incidente, al momento dell’arrivo dei primi soccorsi Haider era ancora vivo: anche se gravemente ferito, mostrava ancora dei, seppur deboli, segni di vita. Mentre invece il direttore dell’ospedale di Klagenfurt ha dichiarò che Haider è morto sul colpo. Anche l’autopsia ha “confermato” la morte istantanea. Perché queste due versioni così diverse?

Ma questa è solo una delle anomalie di un “incidente” che di stranezze ne ha molte.
Partendo proprio dall’autopsia, un’altra anomalia è che essa è stata effettuata a Graz e non a Klagenfurt.
Il giorno dopo l’incidente, la procura di Klagenfurt afferma che Haider viaggiava a 142 km orari, dove il limite era 70. Il procuratore di Klagenfurt dichiara: “Cade così ogni eventuale illazione su altre possibili cause dell’incidente”. Come mai le autorità, in questo caso il procuratore capo, “mettono le mani avanti” e si affrettano a fare simili dichiarazioni?

L’ipotesi che subito prende piede è quella di un attentato ad opera delle minoranze slovene, che Haider aveva attaccato il giorno prima in un discorso. Inutile dire che questa tesi, più che essere basata su analisi, riflessioni e dati di fatto, fa leva sui sentimenti della popolazione ed è stata creata ad arte e diffusa proprio per spostare l’attenzione su un presunto “nemico pubblico”.

Poche ore dopo l’incidente, quindi durante la giornata di sabato, molti giornali stranieri danno la notizia titolando “Haider KILLED in a crash”. Haider UCCISO in un incidente.
L’agenzia di stampa AGI riporta: Vox populi in Carinzia, “Lo hanno ammazzato”.

Proprio il giorno dell’incidente mortale, l’11 ottobre, sul quotidiano della Carinzia Kleine Zeitung è uscita un’intervista ad Haider. L’agenzia Ansa dice “per pura coincidenza”. L’intervista spazia un po’ tutti i temi: dalla politica interna, alle recenti elezioni, alla crisi finanziaria. Tema, quest’ultimo, a cui viene dato molto spazio, tanto che il giornale titola: “Questi manager devono essere puliti”. Lo stesso concetto che Haider aveva espresso due settimane fa in un’intervista televisiva, dicendo che il sistema bancario corrotto e “mafioso” (lo chiama “Banken Mafia”) deve essere fermato, perché le banche vendono prodotti finanziari “nocivi” che avvelenano il mondo intero. In quell’occasione promise di “ripulire il fango delle manipolazioni bancarie”.

Tornando alla notte dell’11 ottobre, ciò che salta subito all’occhio è che la scena dell'incidente è stata ampiamente alterata.Confrontando le fotografie scattate durante la notte e quelle scattate il giorno dopo (sabato), si nota che molti oggetti sono stati spostati, aggiunti o modificati.Dopo l’incidente, le due portiere del lato sinistro sono state spostate, così come la stessa auto. In particolare, le due portiere si sono staccate dall’auto e sono quasi intatte; ma, nelle diverse foto, si trovano in punti diversi.Non c’è alcuna traccia di sangue sul luogo dell’incidente, neppure sul sedile di guida.Haider stava sorpassando una donna e sterzò rapidamente dopo la manovra. Di questa misteriosa donna, però, non c’è traccia. Ma c’è da aspettarsi che fra non molto uscirà allo scoperto e rilascerà un’intervista “esclusiva” in cui racconterà come sono andati i fatti (o più probabilmente qualcuno la istruirà a dovere su cosa dire).Come non c’è alcuna deposizione o testimonianza degli abitanti del luogo. Un incidente così, in piena notte, in un paesino tranquillo, non dovrebbe passare inosservato. Eppure pare che nessuno abbia visto né sentito nulla. Neppure la famiglia che abita nella casa il cui recinto è stato distrutto dall’impatto, ha sentito nulla. Il giorno dopo hanno dichiarato alla stampa di aver saputo dell’incidente soltanto la mattina, ricevendo la visita della polizia.

L’auto sulla quale viaggiava Haider è completamente computerizzata: è dotata di sofisticate apparecchiature elettroniche e, con un semplice GPS, è possibile registrare la posizione dell’auto e controllare le sue funzioni essenziali, come l’accensione, i freni, l’acceleratore… In pratica, il computer di bordo può essere controllato dall’esterno. Per fare un esempio: qualcuno dall’esterno può accelerare la velocità dell’auto in un determinato punto. E, analizzando la dinamica dell’incidente di Haider, non è difficile intuire che sia andata proprio così, se si considera che l’auto ha sterzato esattamente nel punto in cui il maggior danno potesse essere arrecato. O precedentemente programmato?

Infine, è di ieri l’annuncio che “Haider era ubriaco al momento dell’incidente”. Più propriamente, aveva un alto tasso di alcol nel sangue, pari a 1,8 grammi: superava perciò il limite consentito dalla legge austriaca (che è di 0,5 grammi). Anche qui però c’è qualcosa che non quadra: il tasso alcolico è stato “accertato” dai medici legali, e abbiamo già visto come siano molte le anomalie nelle modalità dell’autopsia. Ma, anche ammesso che ciò sia vero, il fatto che il tasso alcolico fosse elevato non significa che Haider fosse ubriaco. Invece, ed è ciò che colpisce di più, tutti i giornali e le agenzie di stampa titolano “Haider era ubriaco”.
Inoltre l’annuncio è stato dato da Stefan Petzner, il quale non è solo, come hanno riportato alcuni giornali, il portavoce di Haider. Ma è soprattutto, da qualche giorno, il suo successore alla guida del partito. Curioso che ad annunciare una notizia così importante sia proprio lui e non, come sarebbe più logico e opportuno, la famiglia o le autorità.
Verrebbe anche da chiedersi come mai tutta questa fretta nel fare dichiarazioni. Le autorità avevano già dichiarato giorni fa che “Haider guidava a velocità elevata”, attribuendo quindi l’incidente all’alta velocità. Dunque che bisogno c’era di uscire con una nuova “rivelazione”? Il fine non sarà per caso quello di mettere una pietra sopra all’accaduto? La vicenda è chiara e limpida: Haider andava a 140 all’ora e per giunta era ubriaco. E’ stato inequivocabilmente un incidente. Nessun attentato. Nessun complotto. Non indagate oltre.
Emblematico di questa volontà di archiviare definitivamente la vicenda, è un articolo apparso sul sito del TG5, dal titolo "Haider si schiantò perché era ubriaco e correva a folle velocità" (http://www.tg5.mediaset.it/esteri/articoli/2008/10/articolo8054.shtml)

In conclusione… Troppe rose in questo incidente, troppi dubbi, troppe cose che non quadrano. Impossibile capire il movente dell’omicidio; forse ha ragione Abate Vella nel suo blog “Il consiglio”, nel suo articolo intitolato “L’Europa nuoce gravemente alla salute (dei suoi avversari)”. Forse la verità è altrove. Forse, come spesso capita, ci sono stati più moventi. C’è una sola certezza. Il caso verrà archiviato come incidente e i mandanti non verranno mai trovati.

Fonte:Paolo Franceschetti

Le Iene - Casal di Principe - Gli abitanti di Gomorra

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