venerdì 26 settembre 2008

RITORNA "ANTENNA TRINACRIA"...


Forza Orazio stiamo tutti tifando per te e per ANTENNA TRINACRIA
la voce della libertà. (PdSUD ER)

Ci siamo!

Sto per perfezionare un accordo con quattro radio che trasmettono da Catania,Siracusa,Enna e Messina...

L'accordo prevede che,dalle ore 6 alle ore 24, le quattro radio dovranno trasmettere contemporaneamente-anche se si tratta di programmi registrati-la programmazione del Comitato di redazione di "ANTENNA TRINACRIA-La Radio d'assalto".

Sto perfezionando l'accordo.

Fate il tifo per ANTENNA TRINACRIA...e anche per me.

Lo scopo,comunque,è quello di far ritornare la NOSTRA RADIO...

Intanto,registro la testata giornalista "Antenna Trinacria" e sarà possibile avere anche un giornale cartaceo e web.

Vediamo...Chi vuole collaborare,dal Veneto a Lampedusa, contatti il blog o la mia e-mail.

Orazio Vasta
Direttore del Comitato di redazione "Antenna Trinacria"-

*********************************************************************************

ANTENNA TRINACRIA è stata fondata a Catania,negli anni '70, dal poeta Turi Lima.

E' stata l'artefice della nascita di un movimento di popolo attorno alle tematiche del "sicilianismo" inteso come recupero dell'identità della Nazione siciliana.

Nella metà degli anni '80,a causa di grossi problemi economici,Turi Lima fu costretto a chiuderla.

Fonte: A Rarika
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Forza Orazio stiamo tutti tifando per te e per ANTENNA TRINACRIA
la voce della libertà. (PdSUD ER)

Ci siamo!

Sto per perfezionare un accordo con quattro radio che trasmettono da Catania,Siracusa,Enna e Messina...

L'accordo prevede che,dalle ore 6 alle ore 24, le quattro radio dovranno trasmettere contemporaneamente-anche se si tratta di programmi registrati-la programmazione del Comitato di redazione di "ANTENNA TRINACRIA-La Radio d'assalto".

Sto perfezionando l'accordo.

Fate il tifo per ANTENNA TRINACRIA...e anche per me.

Lo scopo,comunque,è quello di far ritornare la NOSTRA RADIO...

Intanto,registro la testata giornalista "Antenna Trinacria" e sarà possibile avere anche un giornale cartaceo e web.

Vediamo...Chi vuole collaborare,dal Veneto a Lampedusa, contatti il blog o la mia e-mail.

Orazio Vasta
Direttore del Comitato di redazione "Antenna Trinacria"-

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ANTENNA TRINACRIA è stata fondata a Catania,negli anni '70, dal poeta Turi Lima.

E' stata l'artefice della nascita di un movimento di popolo attorno alle tematiche del "sicilianismo" inteso come recupero dell'identità della Nazione siciliana.

Nella metà degli anni '80,a causa di grossi problemi economici,Turi Lima fu costretto a chiuderla.

Fonte: A Rarika

giovedì 25 settembre 2008

NEL REGNO DELLA MAFIA


Nel regno della Mafia - Napoleone Colajanni


Uno dei primi saggi mai scritti sulla mafia.
Uno sconvolgente documento per capire che nulla in cento anni è cambiato.


Palermo, febbraio 1893: Emanuele Notarbartolo, ex sindaco ed ex direttore del Banco di Sicilia, viene ucciso nel corso di un viaggio in treno.

Tutti sanno chi sono gli esecutori materiali, tutti conoscono il mandante e il movente; eppure la macchina della giustizia si inceppa in un meccanismo di omertà e corruzione.

Prendendo lo spunto da questo fatto di cronaca che all’epoca fece grande scalpore, l’autore di questo pamphlet si incarica per la prima volta di spiegare all’opinione pubblica italiana cosa sia la mafia e quali le sue origini.

Il risultato è un severo j’accuse che coinvolge non soltanto la malavita organizzata, ma un intero sistema sociale e politico e colpisce ancora oggi per la sua stringente attualità.


Scarica tutto il libro gratuitamente su :EDIZIONI TRABANT
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Nel regno della Mafia - Napoleone Colajanni


Uno dei primi saggi mai scritti sulla mafia.
Uno sconvolgente documento per capire che nulla in cento anni è cambiato.


Palermo, febbraio 1893: Emanuele Notarbartolo, ex sindaco ed ex direttore del Banco di Sicilia, viene ucciso nel corso di un viaggio in treno.

Tutti sanno chi sono gli esecutori materiali, tutti conoscono il mandante e il movente; eppure la macchina della giustizia si inceppa in un meccanismo di omertà e corruzione.

Prendendo lo spunto da questo fatto di cronaca che all’epoca fece grande scalpore, l’autore di questo pamphlet si incarica per la prima volta di spiegare all’opinione pubblica italiana cosa sia la mafia e quali le sue origini.

Il risultato è un severo j’accuse che coinvolge non soltanto la malavita organizzata, ma un intero sistema sociale e politico e colpisce ancora oggi per la sua stringente attualità.


Scarica tutto il libro gratuitamente su :EDIZIONI TRABANT

Solo cent’anni - Il terremoto di Messina una vergogna lunga 100 anni - La storia proibita


Messina, cent’anni nelle baracche

Esattamente un secolo fa, il sisma devastava la città dello stretto. Le capanne dei terremotati - 3.336 - sono ancora lì: popolate da gente che lavora, paga spazzatura e affitto, e deve ammazzare i topi a cucchiaiate. Senza più la speranza che questa vita «provvisoria» finisca.



Di Cesare Fiumi


Il ponte di Messina, di questo pezzo di Messina che sconcia gli occhi e offende la ragione, è una passerella in legno di tre metri e poco più: ingegneria della povertà per superare uno stretto di liquami, un rigagnolo fognario a cielo aperto di scarichi e urina, che divide due blocchi di baracche.
Campata unica d’assi marce, è stato tirato su da chi ha il coraggio e la necessità di campare qui dentro, in case che case non sono: eternit a far da tegola e, dentro, pareti morsicate dalle crepe e soffitti tinteggiati a muffa.
Favelas del quartiere Giostra.
Neanche la peggiore nella città che delle baracche ha fatto il monumento alla sua trasandatezza, i suoi cent’anni di baracchitudine: da quando, all’alba del 28 dicembre 1908, un terremoto devastante - magnitudine 7,2 della scala Richter - si portò via ogni cosa e quasi ogni casa: un bel po’ della Messina (e della Reggio Calabra) di allora e pure la vita di 80mila persone. Perché queste fatiscenze di Giostra - e quelle di Camaro o di Fondo Fucile - non compongono un villaggio tirato su l’altro giorno da qualche famiglia di rom.
Non sono le nuove emergenze dell’emigrazione, ma spettrali residenze italiane:
la terza generazione delle baracche, le nipotine delle prime capanne offerte e montate da svedesi e americani, svizzeri e prussiani, all’indomani del terremoto, quando Messina diventò tutta di legno - compreso teatro, municipio e duomo - prima che il Fascismo costruisse baracche in muratura (le madri di quelle di Giostra), e la Repubblica, dopo i bombardamenti dell’ultima Guerra, inventasse queste «casette ultrapopolari a uso provvisorio», con vista sugli scarichi e affaccio su strade-cunicoli che sono tavolozza di ogni puzza, abitate da messinesi che lavorano (quando di lavoro ce n’è); che votano (spesso in cambio di promesse mai mantenute); che pagano la spazzatura (che li circonda), la corrente elettrica (ragnatele di fili volanti, stramate dai corti circuiti) e pure l’acqua del rubinetto (ma è gratis quella che piove dentro gli alloggi).
Generazioni di baracche e generazioni di messinesi che lì dentro ci hanno vissuto e ancora ci vivono, in più di tremila, nell’anno domini 2008, a cent’anni dal sisma: i quartieri dell’Annunziata, del Fondo De Paquale o di Giostra, come le stratificazioni geologiche della storia d’Italia, della sua classe politica siciliana e no, del suo squallore.
Ché le baracche di Messina sono, oggi, una lezione di architettura da favelas a cielo aperto, dove l’infiltrazione mafiosa e quella dai soffitti, che si aprono su squarci di cielo, sono tutt’uno.
E forse il solo luogo, di questo Paese, dove persino i luoghi comuni si schiodano dalla realtà come le assi di Concetta Albano, le mura della sua baracca: qui non puoi azzardarti a pronunciare una frase da niente, un modo di dire come sarà passato un secolo, senza che ti si torca lo stomaco mentre cerchi di manda giù alla meglio un groppo di indignazione e compassione.
Sembra una trincea, la baracca della signora, il fronte di una catastrofe umana: una sola stanza; un cesso nascosto da una porta di cartone che nulla può contro l’odore; il lavandino di fuori, oltre un cortile di cemento dove passeggiano i topi: «Ieri sera ne ho ammazzato uno dandogli una cucchiaiata in testa».
Col suo unico cucchiaio. Ha ottant’anni la signora Concetta e in quella baracca, una di quelle del 1909, finanziata con i trenta milioni di lire sstanziati dal primo ministro Giovanni Giolitti, ci ha passato tutta la vita.
«Prima sono morti i genitori, poi mio fratello se n’è andato e non l’ho più visto. Lavoravo come donna delle pulizie nelle famiglie. Ero brava e veloce. E aspettavo che qualcuno mi desse finalmente una casa. Me l’hanno promessa tante volte, ma io sono sempre qui».

Parla a fatica e cammina a piedi nudi tra i topi perché le scarpe sono ancora più insopportabili per i suoi piedi gonfi. Però si assesta di continuo i capelli grigi e appiccicosi e alla fine, tra due lacrime da sfinimento e una risata esagerata, di quelle per non piangere, apre uno dei sacchetti di plastica che le fanno da armadi e mostra una foto di quando era giovane e bella.
E la baracca di legno, come il futuro, non faceva ancora paura.
Siamo all’Annunziata, quartiere nord con vista sullo Stretto. Appena sopra, sul limitare della vergogna, ecco i nuovi palazzoni dell’Università e poco più in basso la metropolitana di terra conosce il capolinea, giusto in faccia al nuovo museo della città dove sono esposti Caravaggio e Antonello da Messina.
E quella di Concetta Albano e della sua baracca, tirata su mentre a Palermo la mafia uccideva Joe Petrosino, sembra la perfetta metafora del «terremoto infinito» - delle false promesse, degli aiuti a fondo sperduto, del provvisorio che diventa per sempre - e di una città, regione, nazione sfinite.
Solo che la vita di Concetta, dentro al suo tugurio - i pasti assicurati dalle suore del convento vicino, l’emergenza sanitaria dall’assistenza sociale - non è una metafora. E nemmeno quella di Orazio Giuseppe Andronaco e degli altri invisibili delle baracche, uomini e donne dimenticati da ogni lista di assegnazione ma segnati da un’età che non è la loro: i visi che non corrispondono all’anagrafe, invecchiati prima del tempo, prosciugati da alloggiamenti insalubri e rugati dall’umidità.

Dice Orazio Giuseppe, due blocchi di baracche più in là: «Ho 73 anni, raccoglievo ferro vecchio, e qui dentro ho tirato su la mia famiglia: mia moglie, che qualche anno fa è morta, e i nostri dieci figli». E qui dentro sono due stanze, una invasa di barattoli e stracci e robivecchi e l’altra rimpicciolita da un monumentale matrimoniale: «Ci dormivamo tutti insieme, uno sopra l’altro, come animali».
E arredata con sei ventilatori e la bombola per l’ossigeno:
«D’estate si muore dal caldo». E non solo per il caldo: soffitto opprimente con tettoia d’amianto. «E dire che a me basterebbe una mini-casa se me l’assegnassero. Anche se, per fortuna, due dei miei figli, guardi un po’ qui dietro, mi hanno costruito un bagno decente».
Chissà cosa doveva essere prima, quando la famiglia cominciò ad allargarsi, nel 1951. «Ha visto? Case per cani, non per umani», si sfoga Eleonora, da mezzo secolo dentro alloggi di sfortuna che sembrano scatole da scarpe che hanno preso l’acqua.

È come se fossero appena passati, il terremoto e la guerra, in questi angoli di Messina di cui la città si vergogna. E non ama parlarne, salvo mandare a dire, quando c’è da votare, che presto ognuno avrà la sua casa. Certo, anche Domenico, che ha 20 anni ma non un lavoro, e la sorellina che fa la seconda elementare e adora «High School Musical e Zac Efron ma vorrei saper cantare come Gabrielle». Non puoi accettare che possa vivere lì, a un metro e mezzo dalla casa di Oronzo, dirimpettaia di baracca, con la madre Gaetana, 42 anni, che adesso va
«a servizio», dopo due anni al Nord, «in un pastificio di Mantova, con contratto a termine, finché c’è stato lavoro». Eppure anche Gaetana, quando aveva l’età di sua figlia - come la signora Concetta negli anni Trenta - era sicura di andarsene un giorno o l’altro, convinta che la baracca non sarebbe stata per sempre la sua vita.

18 ANNI FA: L’ULTIMA LEGGE PER IL RISANAMENTO
Sì, certo. C’è una legge regionale del luglio ‘90, l’ultima in ordine di tempo, che prevede il risanamento di Messina: una legge speciale dove si annuncia lo sbaraccamento e la riqualificazione urbana e sociale, mettendo a disposizione, ai tempi, 500 miliardi di lire. Peccato che ne siano stati usati solo 150, gli altri perduti chissà come e finiti chissà dove. I piani particolareggiati sono stati approvati solo nel 2002 (e nel 2004 la regione Sicilia ha stanziato altri 70 milioni di euro) ma gli espropri, le demolizioni e le nuove costruzioni hanno il freno a mano tirato dei ritardi e delle burocrazie, tanto che - secondo un censimento di Legambiente - sono ancora 3336 i nuclei baraccati presenti in città.
Così, alla fine, per disperazione certe famiglie ormai fanno le terremotate a vita. Ottenuta una nuova casa popolare, lasciano ai figli la baracca nelle favelas, in un’interminabile catena-di-sant’antonio della povertà: ma è ‘unica eredità consentita a chi - nel ‘61, i giorni del boom, erano ancora 30mila i baraccati di Messina - ha vissuto dove è indegno vivere e solo quel tesoro ha da offrire.
E se accenni al Ponte sullo Stretto si mettono a ridere e indicano il loro, con vista sul liquame. Fondo De Pasquale e Fondo Basile, Giostra e Annunziata, Camaro e Fondo Saccà.
Ecco le colline dove riposano le baracche, le spoonriver dei vivi-malgrado-tutto con il loro catalogo di storie come quella della signora Lilla di Giostra, in baracca dal ‘27, una di quelle tirate su dal Fascismo, e ancora lì ottant’anni dopo, anche lei in compagnia di insetti e topi, il tetto che sta su per miracolo.
O quella di Maria T. di Camaro, 70 anni e stesso alloggiamento, che lo scorso autunno è andata a stare qualche giorno dal figlio, a Parma, e al ritorno ha trovato la baracca occupata, tanto che, minacciata dai «nuovi terremotati», ha dovuto rivolgersi all’avvocato, per iniziare un’altra guerra tra poveri; o quella della signora Letteria di Villa Lina, che nel 2006, a 92 anni - sì, insomma, una quasi coetanea del terremoto -, dopo aver cresciuto quattro figlie in una stanza ed essere diventata nonna e bisnonna, ha fatto in tempo a vedersi assegnata una vera casa.
Oppure quella di Francesco Assenzio, classe 1911, che per cinquant’anni, ogni anno, fece domanda di una casa - senza successo, naturalmente - fino a quando se ne andò per sempre nel ‘98, quattro anni prima di diventare trisnonno di un altro Francesco Assenzio, nato pure lui tra il legno, le lamiere e il provvisorio infinito.
Commento di Maria A., 55 anni di Giostra, un’unica stanza divisa in tre, un vecchio televisore per stanza: «Non ce n’è di travaglio qui e adesso il Comune ci chiede il fitto arretrato per queste baracche: 3500 euro. E io dove li trovo?». Epigrafe di un’altra Maria, 43 anni, vicina di casa:
«Ha visto quanto è largo il vicolo? Se si ingrassa non si passa, ma non c’è rischio. Ma non ci passa neppure la cassa da morto quando si va al cimitero. E di solito arriva prima quello dell’assegnazione. Non c’è da sperare qui»

Qui, dove nell’inverno del 1909, a poco più di un mese dal terremoto, la città era sì pura maceria, ma dava anche l’idea del cantiere, tanto che Luigi Barzini, sul Corriere, regalò da quaggiù - era il 4 febbraio 1909 - la speranza che «un grande avvenire si preparerà per Messina».
Ma durò poco, quando gli aiuti, giunti da mezzo mondo, se ne tornarono a casa, l’illusione s’imbarcò con loro: già il 9 maggio la baracca - una parola durata un secolo e ancora in piedi nei resoconti - prendeva possesso delle cronache, ché «per l’assegnazione delle baracche, contro soprusi e favoritismi, la polizia sparò contro la folla lasciando sul terreno 5 morti».
Da allora, sul terreno, Messina ha lasciato le baracche: sopravvissute al re e al fascismo, a due guerre mondiali e pure ai 61 governi della Repubblica.
Monumenti (con) viventi a un secolo d’Italia.


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Messina, cent’anni nelle baracche

Esattamente un secolo fa, il sisma devastava la città dello stretto. Le capanne dei terremotati - 3.336 - sono ancora lì: popolate da gente che lavora, paga spazzatura e affitto, e deve ammazzare i topi a cucchiaiate. Senza più la speranza che questa vita «provvisoria» finisca.



Di Cesare Fiumi


Il ponte di Messina, di questo pezzo di Messina che sconcia gli occhi e offende la ragione, è una passerella in legno di tre metri e poco più: ingegneria della povertà per superare uno stretto di liquami, un rigagnolo fognario a cielo aperto di scarichi e urina, che divide due blocchi di baracche.
Campata unica d’assi marce, è stato tirato su da chi ha il coraggio e la necessità di campare qui dentro, in case che case non sono: eternit a far da tegola e, dentro, pareti morsicate dalle crepe e soffitti tinteggiati a muffa.
Favelas del quartiere Giostra.
Neanche la peggiore nella città che delle baracche ha fatto il monumento alla sua trasandatezza, i suoi cent’anni di baracchitudine: da quando, all’alba del 28 dicembre 1908, un terremoto devastante - magnitudine 7,2 della scala Richter - si portò via ogni cosa e quasi ogni casa: un bel po’ della Messina (e della Reggio Calabra) di allora e pure la vita di 80mila persone. Perché queste fatiscenze di Giostra - e quelle di Camaro o di Fondo Fucile - non compongono un villaggio tirato su l’altro giorno da qualche famiglia di rom.
Non sono le nuove emergenze dell’emigrazione, ma spettrali residenze italiane:
la terza generazione delle baracche, le nipotine delle prime capanne offerte e montate da svedesi e americani, svizzeri e prussiani, all’indomani del terremoto, quando Messina diventò tutta di legno - compreso teatro, municipio e duomo - prima che il Fascismo costruisse baracche in muratura (le madri di quelle di Giostra), e la Repubblica, dopo i bombardamenti dell’ultima Guerra, inventasse queste «casette ultrapopolari a uso provvisorio», con vista sugli scarichi e affaccio su strade-cunicoli che sono tavolozza di ogni puzza, abitate da messinesi che lavorano (quando di lavoro ce n’è); che votano (spesso in cambio di promesse mai mantenute); che pagano la spazzatura (che li circonda), la corrente elettrica (ragnatele di fili volanti, stramate dai corti circuiti) e pure l’acqua del rubinetto (ma è gratis quella che piove dentro gli alloggi).
Generazioni di baracche e generazioni di messinesi che lì dentro ci hanno vissuto e ancora ci vivono, in più di tremila, nell’anno domini 2008, a cent’anni dal sisma: i quartieri dell’Annunziata, del Fondo De Paquale o di Giostra, come le stratificazioni geologiche della storia d’Italia, della sua classe politica siciliana e no, del suo squallore.
Ché le baracche di Messina sono, oggi, una lezione di architettura da favelas a cielo aperto, dove l’infiltrazione mafiosa e quella dai soffitti, che si aprono su squarci di cielo, sono tutt’uno.
E forse il solo luogo, di questo Paese, dove persino i luoghi comuni si schiodano dalla realtà come le assi di Concetta Albano, le mura della sua baracca: qui non puoi azzardarti a pronunciare una frase da niente, un modo di dire come sarà passato un secolo, senza che ti si torca lo stomaco mentre cerchi di manda giù alla meglio un groppo di indignazione e compassione.
Sembra una trincea, la baracca della signora, il fronte di una catastrofe umana: una sola stanza; un cesso nascosto da una porta di cartone che nulla può contro l’odore; il lavandino di fuori, oltre un cortile di cemento dove passeggiano i topi: «Ieri sera ne ho ammazzato uno dandogli una cucchiaiata in testa».
Col suo unico cucchiaio. Ha ottant’anni la signora Concetta e in quella baracca, una di quelle del 1909, finanziata con i trenta milioni di lire sstanziati dal primo ministro Giovanni Giolitti, ci ha passato tutta la vita.
«Prima sono morti i genitori, poi mio fratello se n’è andato e non l’ho più visto. Lavoravo come donna delle pulizie nelle famiglie. Ero brava e veloce. E aspettavo che qualcuno mi desse finalmente una casa. Me l’hanno promessa tante volte, ma io sono sempre qui».

Parla a fatica e cammina a piedi nudi tra i topi perché le scarpe sono ancora più insopportabili per i suoi piedi gonfi. Però si assesta di continuo i capelli grigi e appiccicosi e alla fine, tra due lacrime da sfinimento e una risata esagerata, di quelle per non piangere, apre uno dei sacchetti di plastica che le fanno da armadi e mostra una foto di quando era giovane e bella.
E la baracca di legno, come il futuro, non faceva ancora paura.
Siamo all’Annunziata, quartiere nord con vista sullo Stretto. Appena sopra, sul limitare della vergogna, ecco i nuovi palazzoni dell’Università e poco più in basso la metropolitana di terra conosce il capolinea, giusto in faccia al nuovo museo della città dove sono esposti Caravaggio e Antonello da Messina.
E quella di Concetta Albano e della sua baracca, tirata su mentre a Palermo la mafia uccideva Joe Petrosino, sembra la perfetta metafora del «terremoto infinito» - delle false promesse, degli aiuti a fondo sperduto, del provvisorio che diventa per sempre - e di una città, regione, nazione sfinite.
Solo che la vita di Concetta, dentro al suo tugurio - i pasti assicurati dalle suore del convento vicino, l’emergenza sanitaria dall’assistenza sociale - non è una metafora. E nemmeno quella di Orazio Giuseppe Andronaco e degli altri invisibili delle baracche, uomini e donne dimenticati da ogni lista di assegnazione ma segnati da un’età che non è la loro: i visi che non corrispondono all’anagrafe, invecchiati prima del tempo, prosciugati da alloggiamenti insalubri e rugati dall’umidità.

Dice Orazio Giuseppe, due blocchi di baracche più in là: «Ho 73 anni, raccoglievo ferro vecchio, e qui dentro ho tirato su la mia famiglia: mia moglie, che qualche anno fa è morta, e i nostri dieci figli». E qui dentro sono due stanze, una invasa di barattoli e stracci e robivecchi e l’altra rimpicciolita da un monumentale matrimoniale: «Ci dormivamo tutti insieme, uno sopra l’altro, come animali».
E arredata con sei ventilatori e la bombola per l’ossigeno:
«D’estate si muore dal caldo». E non solo per il caldo: soffitto opprimente con tettoia d’amianto. «E dire che a me basterebbe una mini-casa se me l’assegnassero. Anche se, per fortuna, due dei miei figli, guardi un po’ qui dietro, mi hanno costruito un bagno decente».
Chissà cosa doveva essere prima, quando la famiglia cominciò ad allargarsi, nel 1951. «Ha visto? Case per cani, non per umani», si sfoga Eleonora, da mezzo secolo dentro alloggi di sfortuna che sembrano scatole da scarpe che hanno preso l’acqua.

È come se fossero appena passati, il terremoto e la guerra, in questi angoli di Messina di cui la città si vergogna. E non ama parlarne, salvo mandare a dire, quando c’è da votare, che presto ognuno avrà la sua casa. Certo, anche Domenico, che ha 20 anni ma non un lavoro, e la sorellina che fa la seconda elementare e adora «High School Musical e Zac Efron ma vorrei saper cantare come Gabrielle». Non puoi accettare che possa vivere lì, a un metro e mezzo dalla casa di Oronzo, dirimpettaia di baracca, con la madre Gaetana, 42 anni, che adesso va
«a servizio», dopo due anni al Nord, «in un pastificio di Mantova, con contratto a termine, finché c’è stato lavoro». Eppure anche Gaetana, quando aveva l’età di sua figlia - come la signora Concetta negli anni Trenta - era sicura di andarsene un giorno o l’altro, convinta che la baracca non sarebbe stata per sempre la sua vita.

18 ANNI FA: L’ULTIMA LEGGE PER IL RISANAMENTO
Sì, certo. C’è una legge regionale del luglio ‘90, l’ultima in ordine di tempo, che prevede il risanamento di Messina: una legge speciale dove si annuncia lo sbaraccamento e la riqualificazione urbana e sociale, mettendo a disposizione, ai tempi, 500 miliardi di lire. Peccato che ne siano stati usati solo 150, gli altri perduti chissà come e finiti chissà dove. I piani particolareggiati sono stati approvati solo nel 2002 (e nel 2004 la regione Sicilia ha stanziato altri 70 milioni di euro) ma gli espropri, le demolizioni e le nuove costruzioni hanno il freno a mano tirato dei ritardi e delle burocrazie, tanto che - secondo un censimento di Legambiente - sono ancora 3336 i nuclei baraccati presenti in città.
Così, alla fine, per disperazione certe famiglie ormai fanno le terremotate a vita. Ottenuta una nuova casa popolare, lasciano ai figli la baracca nelle favelas, in un’interminabile catena-di-sant’antonio della povertà: ma è ‘unica eredità consentita a chi - nel ‘61, i giorni del boom, erano ancora 30mila i baraccati di Messina - ha vissuto dove è indegno vivere e solo quel tesoro ha da offrire.
E se accenni al Ponte sullo Stretto si mettono a ridere e indicano il loro, con vista sul liquame. Fondo De Pasquale e Fondo Basile, Giostra e Annunziata, Camaro e Fondo Saccà.
Ecco le colline dove riposano le baracche, le spoonriver dei vivi-malgrado-tutto con il loro catalogo di storie come quella della signora Lilla di Giostra, in baracca dal ‘27, una di quelle tirate su dal Fascismo, e ancora lì ottant’anni dopo, anche lei in compagnia di insetti e topi, il tetto che sta su per miracolo.
O quella di Maria T. di Camaro, 70 anni e stesso alloggiamento, che lo scorso autunno è andata a stare qualche giorno dal figlio, a Parma, e al ritorno ha trovato la baracca occupata, tanto che, minacciata dai «nuovi terremotati», ha dovuto rivolgersi all’avvocato, per iniziare un’altra guerra tra poveri; o quella della signora Letteria di Villa Lina, che nel 2006, a 92 anni - sì, insomma, una quasi coetanea del terremoto -, dopo aver cresciuto quattro figlie in una stanza ed essere diventata nonna e bisnonna, ha fatto in tempo a vedersi assegnata una vera casa.
Oppure quella di Francesco Assenzio, classe 1911, che per cinquant’anni, ogni anno, fece domanda di una casa - senza successo, naturalmente - fino a quando se ne andò per sempre nel ‘98, quattro anni prima di diventare trisnonno di un altro Francesco Assenzio, nato pure lui tra il legno, le lamiere e il provvisorio infinito.
Commento di Maria A., 55 anni di Giostra, un’unica stanza divisa in tre, un vecchio televisore per stanza: «Non ce n’è di travaglio qui e adesso il Comune ci chiede il fitto arretrato per queste baracche: 3500 euro. E io dove li trovo?». Epigrafe di un’altra Maria, 43 anni, vicina di casa:
«Ha visto quanto è largo il vicolo? Se si ingrassa non si passa, ma non c’è rischio. Ma non ci passa neppure la cassa da morto quando si va al cimitero. E di solito arriva prima quello dell’assegnazione. Non c’è da sperare qui»

Qui, dove nell’inverno del 1909, a poco più di un mese dal terremoto, la città era sì pura maceria, ma dava anche l’idea del cantiere, tanto che Luigi Barzini, sul Corriere, regalò da quaggiù - era il 4 febbraio 1909 - la speranza che «un grande avvenire si preparerà per Messina».
Ma durò poco, quando gli aiuti, giunti da mezzo mondo, se ne tornarono a casa, l’illusione s’imbarcò con loro: già il 9 maggio la baracca - una parola durata un secolo e ancora in piedi nei resoconti - prendeva possesso delle cronache, ché «per l’assegnazione delle baracche, contro soprusi e favoritismi, la polizia sparò contro la folla lasciando sul terreno 5 morti».
Da allora, sul terreno, Messina ha lasciato le baracche: sopravvissute al re e al fascismo, a due guerre mondiali e pure ai 61 governi della Repubblica.
Monumenti (con) viventi a un secolo d’Italia.


Le parole.....e i fatti....: Pino Masciari lasciato senza scorta.

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Pino Masciari deve stare zitto !!!!



Il signor Mantovano, sottosegretario agli interni e presidente della commissione centrale di protezione, ha deciso di non proteggere più con una scorta armata il testimone di giustizia Pino Masciari durante i suoi spostamenti dovuti alla volontà di recarsi ad incontri pubblici organizzati da istituzioni, scuole, associazioni e gruppi sociali.

Il governo italiano, in pratica, ha invitato Pino Masciari a stare in silenzio e a desistere dall’andare in giro per il mondo a raccontare la sua esperienza di imprenditore che ha denunciato i propri estorsori.
Lo Stato intimidisce la sua opera di sensibilizzazione verso la legalità.
Suonerebbe comica se non si trattasse di cosa tragica l’autorizzazione concessa allo stesso Masciari di potersi recare nelle diverse località con mezzi propri e senza scorta. Masciari va dove vuole.
Non ha bisogno di chiedere il permesso a nessuno. Ha solo bisogno di essere protetto dalla vendetta delle cosche calabresi.
Masciari ha deciso di continuare la sua lotta.
Adesso va in giro scortato volontariamente da ragazzi civili disarmati disposti a diventare scudi umani per proteggere un simbolo della legalità e della riscossa degli onesti contro le arroganze della ‘Ndrangheta e dei loro sodali politici. L’imprenditore calabrese ha permesso l’arresto di decine di appartenenti alle ’Ndrine. Loro non dimenticano. Adesso possono colpire Pino quando vogliono.
Se questo dovesse accadere Mantovano sarà uno dei responsabili morali dell’omicidio.
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Il signor Mantovano, sottosegretario agli interni e presidente della commissione centrale di protezione, ha deciso di non proteggere più con una scorta armata il testimone di giustizia Pino Masciari durante i suoi spostamenti dovuti alla volontà di recarsi ad incontri pubblici organizzati da istituzioni, scuole, associazioni e gruppi sociali.

Il governo italiano, in pratica, ha invitato Pino Masciari a stare in silenzio e a desistere dall’andare in giro per il mondo a raccontare la sua esperienza di imprenditore che ha denunciato i propri estorsori.
Lo Stato intimidisce la sua opera di sensibilizzazione verso la legalità.
Suonerebbe comica se non si trattasse di cosa tragica l’autorizzazione concessa allo stesso Masciari di potersi recare nelle diverse località con mezzi propri e senza scorta. Masciari va dove vuole.
Non ha bisogno di chiedere il permesso a nessuno. Ha solo bisogno di essere protetto dalla vendetta delle cosche calabresi.
Masciari ha deciso di continuare la sua lotta.
Adesso va in giro scortato volontariamente da ragazzi civili disarmati disposti a diventare scudi umani per proteggere un simbolo della legalità e della riscossa degli onesti contro le arroganze della ‘Ndrangheta e dei loro sodali politici. L’imprenditore calabrese ha permesso l’arresto di decine di appartenenti alle ’Ndrine. Loro non dimenticano. Adesso possono colpire Pino quando vogliono.
Se questo dovesse accadere Mantovano sarà uno dei responsabili morali dell’omicidio.

A PROPOSITO DI ............



Ieri ho postato l'articolo "ALLA FESTA DEL MPA BASSOLINO E LOMBARDO SIGLANO IL PATTO PER IL SUD ",
tratto da Videocomunicazioni, nella sua interezza, senza commenti o personalizzazioni di sorta, al fine di permettere sul patto Lombardo - Bassolino l'aprirsi di un dibattito fra i lettori e soprattutto permettere a tutti di potersi fare autonomamente un'idea sul come e sul dove.....


Metto qui in evidenza le due risposte all'articolo fino ad ora ricevute....inviate pure un Vs. commento senza remore...........

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Per completezza e correttezza d' informazione ricordo anche la contestazione a Bassolino fatta, durante la festa del MPA, dagli amici di Insorgenza Civile e il comunicato di Vittoria Mariani.


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Carmine Colacino ha detto...

Ma veramente si può dare credito a Bassolino che è direttamente responsabile della crisi napoletana (mi riferisco alla gestione dei rifiuti) crisi che ha permesso/giustificato successivamente una legislazione d'"emergenza" in spregio a tutte le norme ambientali comunitarie (e nazionali)? E poi è mai possibile che non si entri mai nel merito di cosa sarà questo "federalismo" (che come è noto esclude le risorse naturali limitandosi sostanzialmente ad un puro conteggio fiscale delle tasse pagate in loco in ciascuna regione, penalizzante per il Sud).Se questa è la nuova strada fatico a vedere la differenza con la vecchia.


*********************************************************************************

Antonio Iannaccone ha detto...

Campania e Sicilia siglano un patto per il Sud: la Sicilia è rappresentata da Lombardo, ma stiamo ancora a credere che la Campania è rappresentata da Bassolino? il quale, come ricorda Carmine, è direttamente responsabile della crisi napoletana dei rifiuti.Credo che questo federalismo altro non è che una legalizzazione di un nuovo e più moderno furto ai danni dell'italiano del SUD e probabilmente il Lombardo è incaricato a raccogliere ed integrare nelle sue file tutti quei movimenti meridionalisti insofferenti della situazione e che possano dar fastidio al programma da attuare. Apri gli occhi uomo del SUD, non svenderti per delle briciole, quando puoi sederti alla tavola imbandita o perderai anche quello che credi di poter ottenere
.

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Ieri ho postato l'articolo "ALLA FESTA DEL MPA BASSOLINO E LOMBARDO SIGLANO IL PATTO PER IL SUD ",
tratto da Videocomunicazioni, nella sua interezza, senza commenti o personalizzazioni di sorta, al fine di permettere sul patto Lombardo - Bassolino l'aprirsi di un dibattito fra i lettori e soprattutto permettere a tutti di potersi fare autonomamente un'idea sul come e sul dove.....


Metto qui in evidenza le due risposte all'articolo fino ad ora ricevute....inviate pure un Vs. commento senza remore...........

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Per completezza e correttezza d' informazione ricordo anche la contestazione a Bassolino fatta, durante la festa del MPA, dagli amici di Insorgenza Civile e il comunicato di Vittoria Mariani.


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Carmine Colacino ha detto...

Ma veramente si può dare credito a Bassolino che è direttamente responsabile della crisi napoletana (mi riferisco alla gestione dei rifiuti) crisi che ha permesso/giustificato successivamente una legislazione d'"emergenza" in spregio a tutte le norme ambientali comunitarie (e nazionali)? E poi è mai possibile che non si entri mai nel merito di cosa sarà questo "federalismo" (che come è noto esclude le risorse naturali limitandosi sostanzialmente ad un puro conteggio fiscale delle tasse pagate in loco in ciascuna regione, penalizzante per il Sud).Se questa è la nuova strada fatico a vedere la differenza con la vecchia.


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Antonio Iannaccone ha detto...

Campania e Sicilia siglano un patto per il Sud: la Sicilia è rappresentata da Lombardo, ma stiamo ancora a credere che la Campania è rappresentata da Bassolino? il quale, come ricorda Carmine, è direttamente responsabile della crisi napoletana dei rifiuti.Credo che questo federalismo altro non è che una legalizzazione di un nuovo e più moderno furto ai danni dell'italiano del SUD e probabilmente il Lombardo è incaricato a raccogliere ed integrare nelle sue file tutti quei movimenti meridionalisti insofferenti della situazione e che possano dar fastidio al programma da attuare. Apri gli occhi uomo del SUD, non svenderti per delle briciole, quando puoi sederti alla tavola imbandita o perderai anche quello che credi di poter ottenere
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Comunicato stampa del coord. Emilia Romagna sulle infiltrazioni malavitose in regione


Abbiamo provveduto ad inviare il seguente comunicato a tutti gli organi di informazione presenti nella regione Emilia Romagna , alle agenzie di stampa nazionali e alle organizzazioni sindacali.(PdSUD ER)


COMUNICATO STAMPA

Il Partito del Sud, partito federalista meridionalista, presente alle ultime elezioni politiche nazionali con il proprio simbolo, esprime tramite la propria sezione di Reggio Emilia estrema preoccupazione per l'evidenziarsi, tramite l'incisiva denuncia effettuata dai giornalisti del settimanale l'Espresso, dell'infiltrazione camorristica nelle province emiliane e in particolare in quella di Reggio Emilia.

Altrettanta preoccupazione nasce dall' evidente sottovalutazione delle conseguenze che potrebbe portare, e che in parte ha già portato nel tessuto sociale emiliano, il radicarsi di una pericolosa cultura omertosa di rassegnazione, causata dalla latitanza dello Stato e della politica locale.

Richiamiamo inoltre l'attenzione di tutti sulle radici storiche che hanno portato all'attuale stato di cose, dove lo Stato ha ormai perso completamente il controllo di intere regioni italiane.

Radici storiche che affondano nella mala unità d'Italia, unità che è stata conseguita con la distruzione di interi stati pre-unitari , con le razzie predatorie messe in atto nei territori conquistati dai piemontesi e le conseguenti resistenze popolari, culminate al Sud con il fenomeno di resistenza popolare, pur fra alcuni inevitabili eccessi, detta "brigantaggio", che portò a più di un milione di morti in dieci anni di resistenza e l'emigrazione di milioni di persone, fenomeno fino ad allora sconosciuto in meridione, per sfuggire alla miseria o alla morte.

Bisogna chiedersi come il nascente Stato italiano pensò di controllare i nuovi territori e con l'aiuto di chi pensò di farlo.
Situazione che si è ripetuta anche durante e dopo la seconda guerra mondiale.
Bisognerebbe studiare in modo approfondito la storia nazionale senza remore o censure per affondare così nella vera e irrisolta radice del problema e cercare di risolverlo una volta per tutte.

Solo prendendo atto di questo si potranno iniziare a combattere le varie mafie, iniziando a depurare le zone d'ombra, di contiguità e di interessi che inquinarono e inquinano persone inserite negli apparati statali, come sempre più spesso ci insegnano le cronache.

In questo un grosso aiuto può sicuramente arrivare da una nuova struttura federalista dello Stato, sulla base delle idee di Cattaneo, un federalismo che non sia quindi solo fiscale.

Nel frattempo solo con l'educazione nelle scuole, la riscoperta di una cultura che combatta l'incessante consumismo fine a se stesso che mercifica anche le coscienze delle persone, che aiuti a estirpare la mala pianta della prevaricazione e della violenza e con la mobilitazione dei cittadini in chiave anti omertosa si può sperare di arginare il problema, nell'attesa che la politica doti lo Stato di leggi meno contorte ed inapplicabili , con processi che si svolgano in tempi brevi e che portino a sentenze con certezza della pena.

La politica locale si attivi per combattere anche nelle scuole la piovra malavitosa.
Nell'attesa di questo invitiamo i nostri sostenitori, i militanti e tutti i cittadini a denunciare qualsiasi irregolarità ai competenti organi giudiziari e a vigilare senza timore alcuno contro tutte le prepotenze.
Non si può , non si deve, chinare la testa di fronte al sopruso.


PdSUD Emilia Romagna
Il Coordinatore
Natale Cuccurese
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Abbiamo provveduto ad inviare il seguente comunicato a tutti gli organi di informazione presenti nella regione Emilia Romagna , alle agenzie di stampa nazionali e alle organizzazioni sindacali.(PdSUD ER)


COMUNICATO STAMPA

Il Partito del Sud, partito federalista meridionalista, presente alle ultime elezioni politiche nazionali con il proprio simbolo, esprime tramite la propria sezione di Reggio Emilia estrema preoccupazione per l'evidenziarsi, tramite l'incisiva denuncia effettuata dai giornalisti del settimanale l'Espresso, dell'infiltrazione camorristica nelle province emiliane e in particolare in quella di Reggio Emilia.

Altrettanta preoccupazione nasce dall' evidente sottovalutazione delle conseguenze che potrebbe portare, e che in parte ha già portato nel tessuto sociale emiliano, il radicarsi di una pericolosa cultura omertosa di rassegnazione, causata dalla latitanza dello Stato e della politica locale.

Richiamiamo inoltre l'attenzione di tutti sulle radici storiche che hanno portato all'attuale stato di cose, dove lo Stato ha ormai perso completamente il controllo di intere regioni italiane.

Radici storiche che affondano nella mala unità d'Italia, unità che è stata conseguita con la distruzione di interi stati pre-unitari , con le razzie predatorie messe in atto nei territori conquistati dai piemontesi e le conseguenti resistenze popolari, culminate al Sud con il fenomeno di resistenza popolare, pur fra alcuni inevitabili eccessi, detta "brigantaggio", che portò a più di un milione di morti in dieci anni di resistenza e l'emigrazione di milioni di persone, fenomeno fino ad allora sconosciuto in meridione, per sfuggire alla miseria o alla morte.

Bisogna chiedersi come il nascente Stato italiano pensò di controllare i nuovi territori e con l'aiuto di chi pensò di farlo.
Situazione che si è ripetuta anche durante e dopo la seconda guerra mondiale.
Bisognerebbe studiare in modo approfondito la storia nazionale senza remore o censure per affondare così nella vera e irrisolta radice del problema e cercare di risolverlo una volta per tutte.

Solo prendendo atto di questo si potranno iniziare a combattere le varie mafie, iniziando a depurare le zone d'ombra, di contiguità e di interessi che inquinarono e inquinano persone inserite negli apparati statali, come sempre più spesso ci insegnano le cronache.

In questo un grosso aiuto può sicuramente arrivare da una nuova struttura federalista dello Stato, sulla base delle idee di Cattaneo, un federalismo che non sia quindi solo fiscale.

Nel frattempo solo con l'educazione nelle scuole, la riscoperta di una cultura che combatta l'incessante consumismo fine a se stesso che mercifica anche le coscienze delle persone, che aiuti a estirpare la mala pianta della prevaricazione e della violenza e con la mobilitazione dei cittadini in chiave anti omertosa si può sperare di arginare il problema, nell'attesa che la politica doti lo Stato di leggi meno contorte ed inapplicabili , con processi che si svolgano in tempi brevi e che portino a sentenze con certezza della pena.

La politica locale si attivi per combattere anche nelle scuole la piovra malavitosa.
Nell'attesa di questo invitiamo i nostri sostenitori, i militanti e tutti i cittadini a denunciare qualsiasi irregolarità ai competenti organi giudiziari e a vigilare senza timore alcuno contro tutte le prepotenze.
Non si può , non si deve, chinare la testa di fronte al sopruso.


PdSUD Emilia Romagna
Il Coordinatore
Natale Cuccurese

Denunciamoli per crimini contro l'umanità

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mercoledì 24 settembre 2008

Catania: 500 milioni di euro sotto i mari


Di Andrea Lodato


Com'è nato il gigantesco buco che rischia di portare Catania al dissesto? Dall'anno di grazia 2003 ad oggi promozioni a pioggia, bilanci virtuali, ardite operazioni finanziarie fallite, aziende partecipate-gruviera...



Molti a chiedersi com'è stato generato questo gigantesco buco che ha portato Catania sull'orlo del dissesto economico.
Molti a chiederselo, non tutti, pochi a cercare di trovare le risposte. Che pure, spiegano i tecnici, stanno nelle carte, in quelle carte che la Guardia di Finanza è andata a sequestrare a Palazzo degli Elefanti e dentro cui la magistratura starebbe cominciando (o continuando) a leggere con molta attenzione.
L'anno di grazia cui far risalire il vero salto in alto di questa crisi è il 2003, primo degli anni per cui ancora adesso, e per altri pochi giorni (scadenza il 30 settembre) il bilancio è paurosamente aperto e potrebbe portare dritti dritti al dissesto se qualcuno (ma chi, ma come, ma quando???), non interverrà.
La città si presenta con un bilancio di previsione molto virtuale, nel senso che vengono inserite cifre e somme che potrebbero essere e dovrebbero essere potenziali entrate. Ma non è detto.Non è detto, per esempio, che si incassi tutta la Tarsu prevista, né l'Ici. Anzi considerata la difficoltà a riscuotere queste imposte, forse bisognerebbe essere più cauti. Ma qui si calcola quel che deve essere, non quel che sarà possibile che sia. All'incirca 1/3 del totale è quanto si incasserà.
Ma nel bilancio di previsione c'è il 100%.
Nello stesso anno, esattamente a cavallo tra 2003 e 2004, Catania dà vita ad un'operazione ardita che dovrebbe portare un bel po' di quattrini: vengono emessi i Boc, i Buoni del Comune. Circa 40 milioni di euro iscritti a bilancio, perchè l'operazione realizzata con un istituto bancario è di quelle ghiotte e ricche. Peccato che andrà buca e anzichè con 40 milioni in più nel portafogli, il Comune si ritroverà con 40 milioni in meno, perchè la chiusura dell'operazione sarà totalmente ingloriosa.
Nel frattempo, la legge lo consente, e il Comune procede alle progressioni di carriera di gran parte del personale comunale, circa l'80%.
Il costo dell'operazione sarà dal quel momento di 8/10 milioni all'anno in più per l'Ente. Altri 12 milioni l'anno, secondo chi ha studiato i conti passati e recenti, costa l'operazione che porta alla stabilizzazione di circa un migliaio di Lsu.
Lo ha fatto anche Palermo, ma li ha caricati sul governo regionale.
Qui, invece, il Comune fa tutto da sé, tranne una parte marginale pagato dal governo regionale. Ci sarebbero da aggiungere altri 3 milioni in media l'anno di costi per 300 o 400 mobilità, più un po' di altri quattrini, milioncini piccoli... per consulenze varie ed eventuali.
Ma la botta finale, che matura di giorno in giorno, di anno in anno, è il costo delle partecipate, qualcosa come 100 milioni l'anno, in cui l'Amt fa la parte del gigante.
In questo quadro di città che va a rotoli, mentre tutti coloro i quali dovrebbero controllare, verificare, coloro i quali governano i bilanci comunali e coloro i quali spendono, negano che ci sia un problema finanziario in corso, Catania mantiene il suo cuore d'oro. Non aumentano i biglietti dell'Amt, non aumenta l'Ici, non aumentano altre imposte locali, nessuno va a suonare alla porta degli evasori e circa 4 milioni di euro vanno "in cenere", quelli, cioé, restituiti per sbaglio ai dipendenti comunali.Spiegano i tecnici dei numeri che la situazione è questa all'incirca, milione in più, milione in meno.
Fatte le somme si arriva, giusto appunto, a circa 500 milioni, quelli quasi universalmente riconosciuti. Ormai.
Fonte :
Lasiciliaweb
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Di Andrea Lodato


Com'è nato il gigantesco buco che rischia di portare Catania al dissesto? Dall'anno di grazia 2003 ad oggi promozioni a pioggia, bilanci virtuali, ardite operazioni finanziarie fallite, aziende partecipate-gruviera...



Molti a chiedersi com'è stato generato questo gigantesco buco che ha portato Catania sull'orlo del dissesto economico.
Molti a chiederselo, non tutti, pochi a cercare di trovare le risposte. Che pure, spiegano i tecnici, stanno nelle carte, in quelle carte che la Guardia di Finanza è andata a sequestrare a Palazzo degli Elefanti e dentro cui la magistratura starebbe cominciando (o continuando) a leggere con molta attenzione.
L'anno di grazia cui far risalire il vero salto in alto di questa crisi è il 2003, primo degli anni per cui ancora adesso, e per altri pochi giorni (scadenza il 30 settembre) il bilancio è paurosamente aperto e potrebbe portare dritti dritti al dissesto se qualcuno (ma chi, ma come, ma quando???), non interverrà.
La città si presenta con un bilancio di previsione molto virtuale, nel senso che vengono inserite cifre e somme che potrebbero essere e dovrebbero essere potenziali entrate. Ma non è detto.Non è detto, per esempio, che si incassi tutta la Tarsu prevista, né l'Ici. Anzi considerata la difficoltà a riscuotere queste imposte, forse bisognerebbe essere più cauti. Ma qui si calcola quel che deve essere, non quel che sarà possibile che sia. All'incirca 1/3 del totale è quanto si incasserà.
Ma nel bilancio di previsione c'è il 100%.
Nello stesso anno, esattamente a cavallo tra 2003 e 2004, Catania dà vita ad un'operazione ardita che dovrebbe portare un bel po' di quattrini: vengono emessi i Boc, i Buoni del Comune. Circa 40 milioni di euro iscritti a bilancio, perchè l'operazione realizzata con un istituto bancario è di quelle ghiotte e ricche. Peccato che andrà buca e anzichè con 40 milioni in più nel portafogli, il Comune si ritroverà con 40 milioni in meno, perchè la chiusura dell'operazione sarà totalmente ingloriosa.
Nel frattempo, la legge lo consente, e il Comune procede alle progressioni di carriera di gran parte del personale comunale, circa l'80%.
Il costo dell'operazione sarà dal quel momento di 8/10 milioni all'anno in più per l'Ente. Altri 12 milioni l'anno, secondo chi ha studiato i conti passati e recenti, costa l'operazione che porta alla stabilizzazione di circa un migliaio di Lsu.
Lo ha fatto anche Palermo, ma li ha caricati sul governo regionale.
Qui, invece, il Comune fa tutto da sé, tranne una parte marginale pagato dal governo regionale. Ci sarebbero da aggiungere altri 3 milioni in media l'anno di costi per 300 o 400 mobilità, più un po' di altri quattrini, milioncini piccoli... per consulenze varie ed eventuali.
Ma la botta finale, che matura di giorno in giorno, di anno in anno, è il costo delle partecipate, qualcosa come 100 milioni l'anno, in cui l'Amt fa la parte del gigante.
In questo quadro di città che va a rotoli, mentre tutti coloro i quali dovrebbero controllare, verificare, coloro i quali governano i bilanci comunali e coloro i quali spendono, negano che ci sia un problema finanziario in corso, Catania mantiene il suo cuore d'oro. Non aumentano i biglietti dell'Amt, non aumenta l'Ici, non aumentano altre imposte locali, nessuno va a suonare alla porta degli evasori e circa 4 milioni di euro vanno "in cenere", quelli, cioé, restituiti per sbaglio ai dipendenti comunali.Spiegano i tecnici dei numeri che la situazione è questa all'incirca, milione in più, milione in meno.
Fatte le somme si arriva, giusto appunto, a circa 500 milioni, quelli quasi universalmente riconosciuti. Ormai.
Fonte :
Lasiciliaweb

La Parentopoli siciliana tra assunzioni e gratifiche


Col governatore Lombardo continua il "banchetto" di Cuffaro
I casi di Schifani e Alfano.
E ogni assessore ha 25 collaboratori...


Di Attilio Bolzoni



PALERMO - E' anche peggio di quando Totò spartiva il bottino fra i suoi clienti.
Duecento euro a chi allevava una capra "girgentana" (agrigentina) e 500 a chi accudiva in giardino un asino pantesco (di Pantelleria), un contributo "per la lotta mondiale contro l'inquinamento" a chi viaggiava in nave, 12 euro per ogni chilo di manna tirata giù dall'albero.
L'ultimo assalto alla Regione è più sfacciato. Ci sono di mezzo i parenti. Tanti.
E' così che don Raffaele sta già oscurando la fama del suo predecessore sopraffatto da una velenosa guantiera di cannoli. E' un arrembaggio.
Più fratelli e cugini e più figli. E più nipoti e più compari.
Non c'è più soltanto Palermo (dove Cuffaro ha il suo quartiere generale) ma c'è anche Catania (dove il boss dei boss è Lombardo) e - chissà come - in Sicilia ci saranno pure più soldi.
Quelle che tecnicamente vengono definite le "risorse della nuova programmazione" sono in sostanza 6 miliardi e mezzo di euro che pioveranno sull'isola da qui alla primavera del 2013.
Alla Regione si preparano a un altro grande banchetto.
Con un condottiero che pubblicamente promette rigore e regole ma poi fa sempre finta di niente.
A parole annuncia rivoluzioni nella spaventosa macchina burocratica e intanto lascia i soliti noti ai loro posti, giura di ridurre da 26 a 12 le società regionali e invece non taglia mai nulla, in nome della trasparenza sceglie come assessori due noti magistrati e poi però il suo governo scivola ancora nella vergogna dei familiari più intimi assunti per chiamata diretta.
Alla muta muta - zitto zitto come si dice in Sicilia - Raffaele Lombardo è in corsa per battere tutti i record nella Sicilia delle abbuffate.
Nella Regione che per la sua Sanità spende 8,5 miliardi di euro (il 30% in più della Finlandia, ha fatto notare a luglio la Corte dei Conti) tutto è come prima e più sconcio di prima.
A pochi mesi dalla sua incoronazione il nuovo governatore sembra stia diventando un altro Cuffaro più smoderato di Cuffaro.
Lo scandalo è diventato scandalo con Giuliana, la figlia di Giovanni Ilarda, il giudice che don Raffaele ha messo all'assessorato al Personale.
Ma la lista di quei cognomi eccellenti assunti in Regione è infinita. Quelli che hanno una parentela molto stretta e gli altri, cognati, nuore, ex autisti, ex deputati "trombati".

Si comincia con Piero Cammarata, primogenito di Diego, sindaco di Palermo, e si finisce con una Misuraca (parlamentare di Forza Italia) e uno Scoma (assessore di Lombardo), con un Davola (ex autista di Gianfranco Micciché) e con un Mineo (figlio di un deputato regionale). Quasi tutti sono negli staff degli assessori.
Come Rosanna Schifani, sorella di Renato, presidente del Senato della Repubblica. Era già dipendente della Regione, assunta per concorso nel '91, poi è stata "chiamata" dall'assessore alla Famiglia Francesco Scoma.
O come Viviana Buscaglia, cugina del ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano. La signora, un'"esterna", è nello staff dell'assessore all'Agricoltura Giovanni La Via.
L'elenco di chi si piazza lì dentro con un cognome che conta mese dopo mese è sempre lungo. Ogni assessore può avere 25 collaboratori fra segreteria particolare e segreteria tecnica, un terzo di loro arriva da fuori l'amministrazione.
Così fan tutti.
Pagando ciascuno degli 8 prescelti come dirigente 41.807 euro lordi più un'indennità di 7.747 euro e un'altra di 23.500.
Come minimo, i fortunati che entrano in uno staff, portano a casa 70 mila euro. Gli uffici di gabinetto si trasformano in vere e proprie segreterie politiche. Come quella dell'assessore ai Beni Culturali Antonello Antinoro dell'Udc.
Ha chiamato vicino a sé: Giovanni Antinoro (non parente) che era l'autista di Cuffaro; Domenico Di Carlo, segretario del braccio destro di Cuffaro, Saverio Romano; Vito Raso, amico di Cuffaro; Gianni Borrelli, ex candidato Udc amico di Cuffaro e dello stesso assessore Antinoro. Lo chiamano staff ma è una tribù.
Rispetto a tutti gli altri 21 mila dipendenti regionali quelli degli staff non firmano il cartellino, hanno un rapporto solo con il loro capo - l'assessore - e tanto per gradire per gli interni un'altra indennità annua dai 7 ai 15 mila euro.
E se nei "felicissimi" di Totò Cuffaro sembrava che non ci fossero limiti al limite, l'esordio come governatore di don Raffaele è stato segnato da nuovi aumenti per 72 onorevoli su 90.
Il parlamento ha voluto altre tre commissioni, altri "gettoni", altri incarichi e gratifiche da aggiungere ai 19 mila euro lordi di stipendio per ogni parlamentare. Totale delle spese in più per le tre nuove commissioni: 200 mila euro.
Nelle stesse settimane del bonus per gli onorevoli, tutti i dirigenti dei vari assessorati sono stati valutati e promossi. Il minimo in "pagella" era un punteggio di 70, tutti sono andati oltre il 90. Dai 3 ai 15 mila euro in più per ogni burocrate.
"Il mio governo è già impegnato a tagliare gli sprechi", aveva solennemente giurato don Raffaele nel giorno del suo insediamento.
Numeri e nomi raccontano come sono andate le cose.
A giugno il governatore aveva proclamato che avrebbe finalmente messo mano alle 25 società collegate alla Regione, 3.546 precari poi stabilizzati e in pratica tutti amici di amici, un bel po' di altri parenti di eccellenti siciliani, tutti entrati senza concorso. A luglio e a settembre ha ripetuto il proclama.
Le 25 società sono sempre lì, una dependance della Regione Sicilia che conta quasi gli stessi impiegati che ha la Regione Lombardia.
Sulla carta si occupano di tutto. Trasporti. Informatizzazione. Patrimonio artistico.
Qualche mese fa una società ha pubblicato un avviso per comunicare l'assunzione da parte di un'altra società di 38 ingegneri.
Il nome dell'altra società è stato tenuto segreto "per motivi di privacy".
Poi si è scoperto che era la Sicilia e-innovazione, una struttura che gestisce almeno 300 milioni di fondi europei e statali.
Ma Lombardo non prende decisioni. Parla, parla ma non si mette mai contro nessuno.
Immobile come una statua, assiste alle scorrerie nel gorgo di Palermo.


Fonte : Repubblica
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Col governatore Lombardo continua il "banchetto" di Cuffaro
I casi di Schifani e Alfano.
E ogni assessore ha 25 collaboratori...


Di Attilio Bolzoni



PALERMO - E' anche peggio di quando Totò spartiva il bottino fra i suoi clienti.
Duecento euro a chi allevava una capra "girgentana" (agrigentina) e 500 a chi accudiva in giardino un asino pantesco (di Pantelleria), un contributo "per la lotta mondiale contro l'inquinamento" a chi viaggiava in nave, 12 euro per ogni chilo di manna tirata giù dall'albero.
L'ultimo assalto alla Regione è più sfacciato. Ci sono di mezzo i parenti. Tanti.
E' così che don Raffaele sta già oscurando la fama del suo predecessore sopraffatto da una velenosa guantiera di cannoli. E' un arrembaggio.
Più fratelli e cugini e più figli. E più nipoti e più compari.
Non c'è più soltanto Palermo (dove Cuffaro ha il suo quartiere generale) ma c'è anche Catania (dove il boss dei boss è Lombardo) e - chissà come - in Sicilia ci saranno pure più soldi.
Quelle che tecnicamente vengono definite le "risorse della nuova programmazione" sono in sostanza 6 miliardi e mezzo di euro che pioveranno sull'isola da qui alla primavera del 2013.
Alla Regione si preparano a un altro grande banchetto.
Con un condottiero che pubblicamente promette rigore e regole ma poi fa sempre finta di niente.
A parole annuncia rivoluzioni nella spaventosa macchina burocratica e intanto lascia i soliti noti ai loro posti, giura di ridurre da 26 a 12 le società regionali e invece non taglia mai nulla, in nome della trasparenza sceglie come assessori due noti magistrati e poi però il suo governo scivola ancora nella vergogna dei familiari più intimi assunti per chiamata diretta.
Alla muta muta - zitto zitto come si dice in Sicilia - Raffaele Lombardo è in corsa per battere tutti i record nella Sicilia delle abbuffate.
Nella Regione che per la sua Sanità spende 8,5 miliardi di euro (il 30% in più della Finlandia, ha fatto notare a luglio la Corte dei Conti) tutto è come prima e più sconcio di prima.
A pochi mesi dalla sua incoronazione il nuovo governatore sembra stia diventando un altro Cuffaro più smoderato di Cuffaro.
Lo scandalo è diventato scandalo con Giuliana, la figlia di Giovanni Ilarda, il giudice che don Raffaele ha messo all'assessorato al Personale.
Ma la lista di quei cognomi eccellenti assunti in Regione è infinita. Quelli che hanno una parentela molto stretta e gli altri, cognati, nuore, ex autisti, ex deputati "trombati".

Si comincia con Piero Cammarata, primogenito di Diego, sindaco di Palermo, e si finisce con una Misuraca (parlamentare di Forza Italia) e uno Scoma (assessore di Lombardo), con un Davola (ex autista di Gianfranco Micciché) e con un Mineo (figlio di un deputato regionale). Quasi tutti sono negli staff degli assessori.
Come Rosanna Schifani, sorella di Renato, presidente del Senato della Repubblica. Era già dipendente della Regione, assunta per concorso nel '91, poi è stata "chiamata" dall'assessore alla Famiglia Francesco Scoma.
O come Viviana Buscaglia, cugina del ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano. La signora, un'"esterna", è nello staff dell'assessore all'Agricoltura Giovanni La Via.
L'elenco di chi si piazza lì dentro con un cognome che conta mese dopo mese è sempre lungo. Ogni assessore può avere 25 collaboratori fra segreteria particolare e segreteria tecnica, un terzo di loro arriva da fuori l'amministrazione.
Così fan tutti.
Pagando ciascuno degli 8 prescelti come dirigente 41.807 euro lordi più un'indennità di 7.747 euro e un'altra di 23.500.
Come minimo, i fortunati che entrano in uno staff, portano a casa 70 mila euro. Gli uffici di gabinetto si trasformano in vere e proprie segreterie politiche. Come quella dell'assessore ai Beni Culturali Antonello Antinoro dell'Udc.
Ha chiamato vicino a sé: Giovanni Antinoro (non parente) che era l'autista di Cuffaro; Domenico Di Carlo, segretario del braccio destro di Cuffaro, Saverio Romano; Vito Raso, amico di Cuffaro; Gianni Borrelli, ex candidato Udc amico di Cuffaro e dello stesso assessore Antinoro. Lo chiamano staff ma è una tribù.
Rispetto a tutti gli altri 21 mila dipendenti regionali quelli degli staff non firmano il cartellino, hanno un rapporto solo con il loro capo - l'assessore - e tanto per gradire per gli interni un'altra indennità annua dai 7 ai 15 mila euro.
E se nei "felicissimi" di Totò Cuffaro sembrava che non ci fossero limiti al limite, l'esordio come governatore di don Raffaele è stato segnato da nuovi aumenti per 72 onorevoli su 90.
Il parlamento ha voluto altre tre commissioni, altri "gettoni", altri incarichi e gratifiche da aggiungere ai 19 mila euro lordi di stipendio per ogni parlamentare. Totale delle spese in più per le tre nuove commissioni: 200 mila euro.
Nelle stesse settimane del bonus per gli onorevoli, tutti i dirigenti dei vari assessorati sono stati valutati e promossi. Il minimo in "pagella" era un punteggio di 70, tutti sono andati oltre il 90. Dai 3 ai 15 mila euro in più per ogni burocrate.
"Il mio governo è già impegnato a tagliare gli sprechi", aveva solennemente giurato don Raffaele nel giorno del suo insediamento.
Numeri e nomi raccontano come sono andate le cose.
A giugno il governatore aveva proclamato che avrebbe finalmente messo mano alle 25 società collegate alla Regione, 3.546 precari poi stabilizzati e in pratica tutti amici di amici, un bel po' di altri parenti di eccellenti siciliani, tutti entrati senza concorso. A luglio e a settembre ha ripetuto il proclama.
Le 25 società sono sempre lì, una dependance della Regione Sicilia che conta quasi gli stessi impiegati che ha la Regione Lombardia.
Sulla carta si occupano di tutto. Trasporti. Informatizzazione. Patrimonio artistico.
Qualche mese fa una società ha pubblicato un avviso per comunicare l'assunzione da parte di un'altra società di 38 ingegneri.
Il nome dell'altra società è stato tenuto segreto "per motivi di privacy".
Poi si è scoperto che era la Sicilia e-innovazione, una struttura che gestisce almeno 300 milioni di fondi europei e statali.
Ma Lombardo non prende decisioni. Parla, parla ma non si mette mai contro nessuno.
Immobile come una statua, assiste alle scorrerie nel gorgo di Palermo.


Fonte : Repubblica

 
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