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domenica 24 ottobre 2010
Ecomafia. Lombardia prima per numero inchieste
Ecomafia. Lombardia prima per numero inchieste
Caricato da wwwc6tv. - Video notizie in tempo reale
Milano. Sono 855 i reati contro l'ambiente accertati in Lombardia per il 2009, 153 nel ciclo dei rifiuti e 254 in quello del cemento. Nello stesso anno le forze dell'ordine hanno eseguito 340 sequestri e sono state denunciate 865 persone. La regione Lombardia insomma, se si parla di ecomafia e di criminalità ambientale, guadagna il posto più alto sul podio per numero di grosse inchieste (il 34% del totale). I dati emergono dal rapporto 2010 sulle Ecomafie presentato al Pirellone.
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Ecomafia. Lombardia prima per numero inchieste
Caricato da wwwc6tv. - Video notizie in tempo reale
Milano. Sono 855 i reati contro l'ambiente accertati in Lombardia per il 2009, 153 nel ciclo dei rifiuti e 254 in quello del cemento. Nello stesso anno le forze dell'ordine hanno eseguito 340 sequestri e sono state denunciate 865 persone. La regione Lombardia insomma, se si parla di ecomafia e di criminalità ambientale, guadagna il posto più alto sul podio per numero di grosse inchieste (il 34% del totale). I dati emergono dal rapporto 2010 sulle Ecomafie presentato al Pirellone.
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A Terzigno un poliziotto con i manifestanti “La seconda discarica è illegale e criminale”
Che giornate sta vivendo?
“Vivo da barricato”.
Qui è pieno di barricate.
“Le barricate ce le hanno create intorno lentamente. Un muro di gomma formato in due anni di silenzio. Le proteste non sono iniziate ora: accogliemmo il decreto del 2008 con responsabilità, senza scendere in piazza, ma cercando di dialogare, di esporre le nostre ragioni. Il problema è gran parte dei sindaci di questo territorio è del Pdl. Dovevano essere loro a tradurre le nostre istanze, ma si sono fidati delle promesse verbali del governo del Pdl. Il governo, attraverso i suoi rappresentanti come Guido Bertolaso, diceva loro informalmente che aprire uno sversatoio nel Parco era una soluzione temporanea, che non sarebbe stato conferito il tal quale ma solo rifiuto trattato, che Cava Vitiello non sarebbe stata aperta. Con questo governo ci volevano invece impegni scritti”.
Parla l’esponente del Pd o il cittadino-poliziotto? Ora la protesta si è inasprita, ci sono stati degli scontri, dei feriti: di chi è la colpa?
“Ora parla il poliziotto. E il poliziotto Oreste dice che i cittadini stanno manifestando correttamente il loro dissenso. Se dieci facinorosi qualificano migliaia di dimostranti come facinorosi, allora anche un massone nel governo qualificherebbe il governo come massone… Quanto ai feriti, non ho visto da parte della polizia un uso della forza proporzionale alla resistenza dei manifestanti”.
Ha letto le dichiarazioni del capo della polizia Manganelli? “Siccome si deve sversare, faremo in modo che sia possibile anche se dovesse costare l’uso della forza”.
“Manganelli, nomen omen… Parole che sono benzina sul fuoco. Come fa un tutore della legge a non partire dal presupposto giuridico di un uso proporzionale della forza? Se si manganellano le persone sedute per terra… Non si può usare la violenza contro la resistenza passiva, altrimenti si diventa uno strumento del governo incapace di risolvere i problemi attraverso le soluzioni politiche. Invece si preferisce accomunare dieci facinorosi a mille dimostranti pacifici per poter così reprimere tutto il dissenso, violando il diritto costituzionale alla protesta”.
La seconda discarica è prevista dalla legge.
“La seconda discarica è comunque illegale e criminale. Lo dicono la commissione europea e la Costituzione. Piazzarla vicina ai centri abitati è un attentato al diritto alla salute. Anche il lodo Alfano era una legge. Ma era incostituzionale ed è stata bocciata”.
Le è mai capitato di dover obbedire a ordini che riteneva ingiusti? In fondo i poliziotti in tenuta antisommossa a Terzigno stanno eseguendo degli ordini.
“Ho lavorato allo sgombero di piazze occupate. Se mi chiedessero di interrompere una manifestazione della quale condivido i valori, obbedirei comunque. Perché sono un servitore dello Stato. Ma non un servo. E sgombererei secondo i crismi della legge e della Costituzione. Quindi se trovo persone sedute, le sollevo e le sposto: non potrei certo caricare ragazzine inermi e sedute su un muretto come ho visto fare durante le proteste di Terzigno: a una ragazzina hanno spaccato il naso”.
Lei ha assistito anche a questo?
“Ho assistito, abbiamo assistito a cose inenarrabili. Ho visto, abbiamo visto lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, uno poche ore fa ha colpito alla testa il mio dentista che passava da lì, hanno suturato la ferita alla nuca con dieci punti. Se da poliziotto nel corso di un arresto lasciassi un livido sulla coscia di uno spacciatore di droga, quello mi denuncerebbe e rischierei di passare un guaio. Qui invece si sta derogando a tutto. Come amministratore comunale ho aderito a un documento col quale chiediamo che cessino le violenze contro le popolazioni, che sono intollerabili”.
Che giornate sta vivendo?
“Vivo da barricato”.
Qui è pieno di barricate.
“Le barricate ce le hanno create intorno lentamente. Un muro di gomma formato in due anni di silenzio. Le proteste non sono iniziate ora: accogliemmo il decreto del 2008 con responsabilità, senza scendere in piazza, ma cercando di dialogare, di esporre le nostre ragioni. Il problema è gran parte dei sindaci di questo territorio è del Pdl. Dovevano essere loro a tradurre le nostre istanze, ma si sono fidati delle promesse verbali del governo del Pdl. Il governo, attraverso i suoi rappresentanti come Guido Bertolaso, diceva loro informalmente che aprire uno sversatoio nel Parco era una soluzione temporanea, che non sarebbe stato conferito il tal quale ma solo rifiuto trattato, che Cava Vitiello non sarebbe stata aperta. Con questo governo ci volevano invece impegni scritti”.
Parla l’esponente del Pd o il cittadino-poliziotto? Ora la protesta si è inasprita, ci sono stati degli scontri, dei feriti: di chi è la colpa?
“Ora parla il poliziotto. E il poliziotto Oreste dice che i cittadini stanno manifestando correttamente il loro dissenso. Se dieci facinorosi qualificano migliaia di dimostranti come facinorosi, allora anche un massone nel governo qualificherebbe il governo come massone… Quanto ai feriti, non ho visto da parte della polizia un uso della forza proporzionale alla resistenza dei manifestanti”.
Ha letto le dichiarazioni del capo della polizia Manganelli? “Siccome si deve sversare, faremo in modo che sia possibile anche se dovesse costare l’uso della forza”.
“Manganelli, nomen omen… Parole che sono benzina sul fuoco. Come fa un tutore della legge a non partire dal presupposto giuridico di un uso proporzionale della forza? Se si manganellano le persone sedute per terra… Non si può usare la violenza contro la resistenza passiva, altrimenti si diventa uno strumento del governo incapace di risolvere i problemi attraverso le soluzioni politiche. Invece si preferisce accomunare dieci facinorosi a mille dimostranti pacifici per poter così reprimere tutto il dissenso, violando il diritto costituzionale alla protesta”.
La seconda discarica è prevista dalla legge.
“La seconda discarica è comunque illegale e criminale. Lo dicono la commissione europea e la Costituzione. Piazzarla vicina ai centri abitati è un attentato al diritto alla salute. Anche il lodo Alfano era una legge. Ma era incostituzionale ed è stata bocciata”.
Le è mai capitato di dover obbedire a ordini che riteneva ingiusti? In fondo i poliziotti in tenuta antisommossa a Terzigno stanno eseguendo degli ordini.
“Ho lavorato allo sgombero di piazze occupate. Se mi chiedessero di interrompere una manifestazione della quale condivido i valori, obbedirei comunque. Perché sono un servitore dello Stato. Ma non un servo. E sgombererei secondo i crismi della legge e della Costituzione. Quindi se trovo persone sedute, le sollevo e le sposto: non potrei certo caricare ragazzine inermi e sedute su un muretto come ho visto fare durante le proteste di Terzigno: a una ragazzina hanno spaccato il naso”.
Lei ha assistito anche a questo?
“Ho assistito, abbiamo assistito a cose inenarrabili. Ho visto, abbiamo visto lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, uno poche ore fa ha colpito alla testa il mio dentista che passava da lì, hanno suturato la ferita alla nuca con dieci punti. Se da poliziotto nel corso di un arresto lasciassi un livido sulla coscia di uno spacciatore di droga, quello mi denuncerebbe e rischierei di passare un guaio. Qui invece si sta derogando a tutto. Come amministratore comunale ho aderito a un documento col quale chiediamo che cessino le violenze contro le popolazioni, che sono intollerabili”.
L’amministratore ASIA confessa: "Costretti a sversare a Terzigno"
Di Roberto Lemme
Terzigno. Rivelazione choc dell'amministratore ASIA.
Sabato pomeriggio
In un articolo comparso sul sito della testata giornalistica "La Stampa" l'amministratore delegato dell'ASIA, Daniele Fortini, ammette: "All’inizio dell’estate, siamo stati costretti a sversare a Terzigno migliaia e migliaia di tonnellate di rifiuti putrefatti della discarica Lo Uttaro di Caserta, e dell’ ex Cdr di Caivano.
Avvertimmo che avrebbe provocato esalazioni moleste. La situazione è peggiorata perché ci hanno impedito di coprire i rifiuti con quaranta carichi di terra e con cisterne con enzimi che servono ad attutire la puzza e a inibire gli aggressivi gabbiani. Finora abbiamo perso 11 compattatori nuovi, per un valore di 2.176.000 euro".
Ora chiediamo chi lo ha costretto a sversare? E perché?
Cosa altro nasconde Terzigno?
Fonte:Agoravox
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Di Roberto Lemme
Terzigno. Rivelazione choc dell'amministratore ASIA.
Sabato pomeriggio
In un articolo comparso sul sito della testata giornalistica "La Stampa" l'amministratore delegato dell'ASIA, Daniele Fortini, ammette: "All’inizio dell’estate, siamo stati costretti a sversare a Terzigno migliaia e migliaia di tonnellate di rifiuti putrefatti della discarica Lo Uttaro di Caserta, e dell’ ex Cdr di Caivano.
Avvertimmo che avrebbe provocato esalazioni moleste. La situazione è peggiorata perché ci hanno impedito di coprire i rifiuti con quaranta carichi di terra e con cisterne con enzimi che servono ad attutire la puzza e a inibire gli aggressivi gabbiani. Finora abbiamo perso 11 compattatori nuovi, per un valore di 2.176.000 euro".
Ora chiediamo chi lo ha costretto a sversare? E perché?
Cosa altro nasconde Terzigno?
Fonte:Agoravox
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sabato 23 ottobre 2010
MONNEZZA, MONNEZZA!

Dove finisce la monnezza sottratta alla vista e alle telecamere? (Tanto, l’importante è che non si veda). Per Terroni, mi capita di andare ovunque, in paesi in cui non ero mai stato (e sì che ho girato); dove credo si vada giusto se sai che esiste e hai qualcuno incontrare: insomma, o sei il fornitore di merendine o hai parenti lì, sennò… È quello che pensai quando arrivai a San Bartolomeo in Galdo, dove ebbi la felice sopresa (per fortuna, non rara) di incontrare un gruppo di ragazzi svegli, simpatici, impegnati nella ricerca dei modi e dei progetti per rivitalizzare un paese, il proprio, che l’emigrazione ha dimezzato. Sono laureati, pieni di idee e volontà. E vogliono farcela. Ce la faranno. Puntano anche sul turismo, ma… E indicai il posto. Monnezza, appena sotto il paese. Una discarica. Cominciai a fare domande, vennero fuori le solite porcherie (beh, è monnezza, no?) esiliate lontano dalla curiosità. Come dire: problema risolto, perché non lo si vede più. Così, chiesi a Sergio Truglio, che a San Bartolomeo mi aveva invitato, a nome dell’associazione Steven B. Biko, di saperne di più. Ecco, qui sotto, cosa mi ha inviato. Mentre l’Italia assiste al massacro di Terzigno a colpi di monnezza e manganello, tante altre Terzigno avvelenano terra e acqua e popolo, nel silenzio di una finta soluzione.
La costruzione della discarica iniziò nel 1996, doveva essere usata inizialmente solo come discarica consortile (Consorzio BN3) (i paesi a nord est di Benevento). La capienza totale era di 60000 t. Nel 1999 venne aperta e furono sversati 33000 t di rifiuti “tal quali”, ma già nel 2000 a seguito di un’impennata dell’emergenza rifiuti a Napoli e Provincia, fu usata per sversare i rifiuti del napoletano. Nel 2004 tra FOS (frazione organica stabilizzata, stabilizzata solo sulla carta, a giudicare dal nauseabondo odore che aleggiò per mesi a SBiG) e rifiuti “tal quali”, si arrivò a 70000 t. di immondizia, + 10000 t. sulla capienza iniziale. Le comiche iniziano nel 2006, in seguito ad un nuovo picco dell’emergenza rifiuti, l’ordinanza commissariale regionale 437 recita: “utilizzando e ampliando le volumetrie residue, vi è la possibilità di ulteriori abbancamenti di rifiuti, valutati in almeno 10500 t.”. Al 1 febbraio 2007 quell’”almeno 10500 t” si era già trasformato in oltre 30000 t. Insomma una discarica con capienza 60000 t, si è ritrovata a contenerne oltre 100000 t. con un plus di 40000 t. Ovviamente il percolato è tracimato, a questo punto, vi sono state nuovamente delle iniziative di Legambiente della Valfortore e del Comitato per la difesa del territorio, i quali hanno filmato e inviato a vari enti (Corpo Forestale dello Stato, Carabinieri, Arpa –Campania, Puglia e Molise-, Acquedotto Pugliese) dei filmati sulla tracimazione del percolato (i filmati sono in mio possesso). Il percolato, attraverso una sequenza di valloni (dei Preti, Capuano, Cupo) ha raggiunto il fiume Fortore, che riempie l’invaso di Occhito, il quale dà da bere a quasi tutta la Capitanata, su segnalazione del Corpo Forestale di SBiG, è intervenuto il Nucleo Investigativo di Polizia Ambientale e Forestale del Coordinamento di Benevento del Corpo Forestale dello Stato che ha provveduto al sequestro della discarica (l’ordine è prot. Con n. 1284 del 13/02/2007). Nel 2010 dopo ben tre anni, frattanto il percolato veniva drenato settimanalmente con autobotti, per evitare che tracimasse (due, tre autobotti settimanali hanno un costo), il Prefetto ha stanziato i fondi per la bonifica. A tutt’oggi l’unica cosa che è stata fatta è la copertura della discarica con un telo, sperando che sia sufficiente ad evitare in inverno nuove tracimazioni del percolato.
Per quanto riguarda l’alga rossa nell’invaso di Occhito, ho letto le spiegazioni più disparate di vari “esperti”, c’è quello che afferma che in un invaso artificiale, la formazione dell’alga è fisiologica, a quell’altro che dà la colpa ai fertilizzanti azotati, ad un altro che afferma che la presenza dell’alga è dovuta a scarichi civili non controllati. Si parla del depuratore di Campobasso come maggiore indiziato, la discarica di SBiG non è citata in nessun articolo di giornale, sta di fatto che è stata posta sotto sequestro a seguito delle segnalazioni di Legambiente della Valfortore e del Comitato di Tutela del Cittadino, ai vari enti (Acquedotto Pugliese, Corpo Forestale dello Stato, Arpa etc etc) e delle pressioni di questi enti alla Polizia Ambientale sui pericoli di inquinamento delle falde acquifere.
Mi diceva un membro del Comitato, che questo inverno, un PM di Foggia e dei tecnici dell’Acquedotto Pugliese hanno fatto dei rilevamenti in elicottero, per verificare la connessione tra discarica di SBiG e invaso di Occhito. Però non ho trovato conferma di un’eventuale inchiesta della Procura di Foggia. Solo un’indiscrezione giornalistica non confermata in questo anno.
Fonte:Terroni blog
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Dove finisce la monnezza sottratta alla vista e alle telecamere? (Tanto, l’importante è che non si veda). Per Terroni, mi capita di andare ovunque, in paesi in cui non ero mai stato (e sì che ho girato); dove credo si vada giusto se sai che esiste e hai qualcuno incontrare: insomma, o sei il fornitore di merendine o hai parenti lì, sennò… È quello che pensai quando arrivai a San Bartolomeo in Galdo, dove ebbi la felice sopresa (per fortuna, non rara) di incontrare un gruppo di ragazzi svegli, simpatici, impegnati nella ricerca dei modi e dei progetti per rivitalizzare un paese, il proprio, che l’emigrazione ha dimezzato. Sono laureati, pieni di idee e volontà. E vogliono farcela. Ce la faranno. Puntano anche sul turismo, ma… E indicai il posto. Monnezza, appena sotto il paese. Una discarica. Cominciai a fare domande, vennero fuori le solite porcherie (beh, è monnezza, no?) esiliate lontano dalla curiosità. Come dire: problema risolto, perché non lo si vede più. Così, chiesi a Sergio Truglio, che a San Bartolomeo mi aveva invitato, a nome dell’associazione Steven B. Biko, di saperne di più. Ecco, qui sotto, cosa mi ha inviato. Mentre l’Italia assiste al massacro di Terzigno a colpi di monnezza e manganello, tante altre Terzigno avvelenano terra e acqua e popolo, nel silenzio di una finta soluzione.
La costruzione della discarica iniziò nel 1996, doveva essere usata inizialmente solo come discarica consortile (Consorzio BN3) (i paesi a nord est di Benevento). La capienza totale era di 60000 t. Nel 1999 venne aperta e furono sversati 33000 t di rifiuti “tal quali”, ma già nel 2000 a seguito di un’impennata dell’emergenza rifiuti a Napoli e Provincia, fu usata per sversare i rifiuti del napoletano. Nel 2004 tra FOS (frazione organica stabilizzata, stabilizzata solo sulla carta, a giudicare dal nauseabondo odore che aleggiò per mesi a SBiG) e rifiuti “tal quali”, si arrivò a 70000 t. di immondizia, + 10000 t. sulla capienza iniziale. Le comiche iniziano nel 2006, in seguito ad un nuovo picco dell’emergenza rifiuti, l’ordinanza commissariale regionale 437 recita: “utilizzando e ampliando le volumetrie residue, vi è la possibilità di ulteriori abbancamenti di rifiuti, valutati in almeno 10500 t.”. Al 1 febbraio 2007 quell’”almeno 10500 t” si era già trasformato in oltre 30000 t. Insomma una discarica con capienza 60000 t, si è ritrovata a contenerne oltre 100000 t. con un plus di 40000 t. Ovviamente il percolato è tracimato, a questo punto, vi sono state nuovamente delle iniziative di Legambiente della Valfortore e del Comitato per la difesa del territorio, i quali hanno filmato e inviato a vari enti (Corpo Forestale dello Stato, Carabinieri, Arpa –Campania, Puglia e Molise-, Acquedotto Pugliese) dei filmati sulla tracimazione del percolato (i filmati sono in mio possesso). Il percolato, attraverso una sequenza di valloni (dei Preti, Capuano, Cupo) ha raggiunto il fiume Fortore, che riempie l’invaso di Occhito, il quale dà da bere a quasi tutta la Capitanata, su segnalazione del Corpo Forestale di SBiG, è intervenuto il Nucleo Investigativo di Polizia Ambientale e Forestale del Coordinamento di Benevento del Corpo Forestale dello Stato che ha provveduto al sequestro della discarica (l’ordine è prot. Con n. 1284 del 13/02/2007). Nel 2010 dopo ben tre anni, frattanto il percolato veniva drenato settimanalmente con autobotti, per evitare che tracimasse (due, tre autobotti settimanali hanno un costo), il Prefetto ha stanziato i fondi per la bonifica. A tutt’oggi l’unica cosa che è stata fatta è la copertura della discarica con un telo, sperando che sia sufficiente ad evitare in inverno nuove tracimazioni del percolato.
Per quanto riguarda l’alga rossa nell’invaso di Occhito, ho letto le spiegazioni più disparate di vari “esperti”, c’è quello che afferma che in un invaso artificiale, la formazione dell’alga è fisiologica, a quell’altro che dà la colpa ai fertilizzanti azotati, ad un altro che afferma che la presenza dell’alga è dovuta a scarichi civili non controllati. Si parla del depuratore di Campobasso come maggiore indiziato, la discarica di SBiG non è citata in nessun articolo di giornale, sta di fatto che è stata posta sotto sequestro a seguito delle segnalazioni di Legambiente della Valfortore e del Comitato di Tutela del Cittadino, ai vari enti (Acquedotto Pugliese, Corpo Forestale dello Stato, Arpa etc etc) e delle pressioni di questi enti alla Polizia Ambientale sui pericoli di inquinamento delle falde acquifere.
Mi diceva un membro del Comitato, che questo inverno, un PM di Foggia e dei tecnici dell’Acquedotto Pugliese hanno fatto dei rilevamenti in elicottero, per verificare la connessione tra discarica di SBiG e invaso di Occhito. Però non ho trovato conferma di un’eventuale inchiesta della Procura di Foggia. Solo un’indiscrezione giornalistica non confermata in questo anno.
Fonte:Terroni blog
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venerdì 22 ottobre 2010
Se si apre al discarica a Terzigno, la Campania si scordi i fondi Ue
Se viene aperta una discarica in un parco nazionale, la Campania “si può scordare di vedere sbloccare i 145 milioni di euro di fondi europei attualmente congelati dalla Commissione europea”. Lo ha detto all’ANSA la presidente dela Commissione d’inchiesta parlamentare europea, Judith Merkies, ricordando che dalle autorita’ italiane aveva avuto assicurazioni di diverso tenore rispetto a quanto sta accadendo in Campania.
In particolare, secondo la Merkies, ”il governo regionale dichiaro’ che a Cava di Vitiello non sarebbe stata aperta una discarica, promessa ribadita dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi prima che pubblicassimo il rapporto. Queste promesse stanno per essere rotte. Un governo e’ buono quando e’ affidabile”.
Fonte:Il Sud
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Se viene aperta una discarica in un parco nazionale, la Campania “si può scordare di vedere sbloccare i 145 milioni di euro di fondi europei attualmente congelati dalla Commissione europea”. Lo ha detto all’ANSA la presidente dela Commissione d’inchiesta parlamentare europea, Judith Merkies, ricordando che dalle autorita’ italiane aveva avuto assicurazioni di diverso tenore rispetto a quanto sta accadendo in Campania.
In particolare, secondo la Merkies, ”il governo regionale dichiaro’ che a Cava di Vitiello non sarebbe stata aperta una discarica, promessa ribadita dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi prima che pubblicassimo il rapporto. Queste promesse stanno per essere rotte. Un governo e’ buono quando e’ affidabile”.
Fonte:Il Sud
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Nell'inferno di Terzigno
http://www.youtube.com/watch?v=euqVCJhe4ks&NR=1
Questo reportage, realizzato dall'Associazione Cittadini Giornalisti e da Valigia Blu, è stato finanziato dai cittadini (soprattutto di Terzigno, Boscoreale, Napoli e Caserta) attraverso la piattaforma internet per il finanziamento solidale delle inchieste giornalistiche, YouCapital.
Ma è un'emergenza rifiuti o un'emergenza democratica? Me lo sono chiesto subito appena arrivata a Terzigno e alla discarica S.A.R.I riaperta due anni fa da Guido Bertolaso per risolvere l'emergenza rifiuti della Campania.
Era una ex discarica, gli abitanti del vesuviano aspettavano da tempo la bonifica e si sono ritrovati senza fiatare la riapertura, con la promessa che entro un anno il volume dei conferimenti si sarebbe ridotto al minimo grazie all'entrata in funzione del termovalorizzatore di Acerra. Peccato però che questo, ad oggi, funzioni parzialmente: due linee su tre non sono attive mentre l'unica linea funzionante la settimana scorsa si è fermata per un guasto. Pare che accada spesso. Per quel sacrificio i comuni investiti dalla discarica avrebbero usufruito delle compensazioni, soldi che non sono mai arrivati.
Arriviamo alla discarica lungo un percorso fatto di autocompattatori dati alle fiamme durante una delle proteste e parcheggiati lì a colare percolato e liquidi scuri. Ai lati della strada quello che doveva essere uno dei più bei posti dell'Italia, chilometri di vigneti, frutteti, alberi di ulivo e di noccioline ricoperti totalmente di polveri, in un abbraccio violento tra bellezza e bruttezza. Come se un alito di morte avesse soffiato su tutto quel ben di Dio. L'odore è insopportabile, indecente, sconvolgente. La discarica S.A.R.I. è una zona protetta dai militari, inaccessibile, ma da un lato è possibile vedere tutto, alzandosi su alcune cancellate che fiancheggiano un maneggio, dove soprattutto i bambini
vengono a cavalcare. ..
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http://www.youtube.com/watch?v=euqVCJhe4ks&NR=1
Questo reportage, realizzato dall'Associazione Cittadini Giornalisti e da Valigia Blu, è stato finanziato dai cittadini (soprattutto di Terzigno, Boscoreale, Napoli e Caserta) attraverso la piattaforma internet per il finanziamento solidale delle inchieste giornalistiche, YouCapital.
Ma è un'emergenza rifiuti o un'emergenza democratica? Me lo sono chiesto subito appena arrivata a Terzigno e alla discarica S.A.R.I riaperta due anni fa da Guido Bertolaso per risolvere l'emergenza rifiuti della Campania.
Era una ex discarica, gli abitanti del vesuviano aspettavano da tempo la bonifica e si sono ritrovati senza fiatare la riapertura, con la promessa che entro un anno il volume dei conferimenti si sarebbe ridotto al minimo grazie all'entrata in funzione del termovalorizzatore di Acerra. Peccato però che questo, ad oggi, funzioni parzialmente: due linee su tre non sono attive mentre l'unica linea funzionante la settimana scorsa si è fermata per un guasto. Pare che accada spesso. Per quel sacrificio i comuni investiti dalla discarica avrebbero usufruito delle compensazioni, soldi che non sono mai arrivati.
Arriviamo alla discarica lungo un percorso fatto di autocompattatori dati alle fiamme durante una delle proteste e parcheggiati lì a colare percolato e liquidi scuri. Ai lati della strada quello che doveva essere uno dei più bei posti dell'Italia, chilometri di vigneti, frutteti, alberi di ulivo e di noccioline ricoperti totalmente di polveri, in un abbraccio violento tra bellezza e bruttezza. Come se un alito di morte avesse soffiato su tutto quel ben di Dio. L'odore è insopportabile, indecente, sconvolgente. La discarica S.A.R.I. è una zona protetta dai militari, inaccessibile, ma da un lato è possibile vedere tutto, alzandosi su alcune cancellate che fiancheggiano un maneggio, dove soprattutto i bambini
vengono a cavalcare. ..
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lunedì 18 ottobre 2010
Rifiuti, i sindaci dell’area vesuviana pronti a ‘marciare su Roma’
http://www.youtube.com/watch?v=yo1666QUa8E
L’iniziativa nasce dalla delusione per una promessa tradita. Come riferito in anteprima dal sindaco di Terzigno, il pidiellino Domenico Auricchio, Berlusconi nelle scorse settimane assicurò una sua imminente visita sui luoghi della discarica per studiare nuove soluzioni alla questione dello smaltimento dei rifiuti. Pareva il preannuncio dello stop all’apertura della seconda discarica. Ed i sindaci, quasi tutti di area pidiellina e comunque di centrodestra, hanno preferito per qualche giorno lasciar decantare la protesta istituzionale.
Ma i giorni sono trascorsi tra le dichiarazioni e le lettere di Guido Bertolaso con le quali il sottosegretario insiste nel chiedere l’apertura della seconda discarica (“è prevista dalla legge”), e le lamentele del premier. “Verrò non appena Tremonti mi darà i soldi per risolvere l’emergenza”, ha detto il Cavaliere. Cioè probabilmente mai.
Nel mentre, gli ultimi giorni hanno visto un inasprimento della protesta, con nuovi scontri e disordini nei pressi delle strade di accesso alla discarica. Sono stati bruciati altri camion. E l’altro ieri è stato arrestato un ragazzo di Boscoreale, di appena 18 anni, con l’accusa di aver incendiato un autocompattatore. Ma particolarmente pesante è il bilancio della notte tra sabato e domenica. Due autocompattatori dati alle fiamme, altri 5 danneggiati, decine di camion bloccati nella discarica. Gruppi di dimostranti hanno compiuto dei veri e propri raid, assaltando i mezzi e squarciando le ruote.
La tensione è tale che i sindaci di Boscoreale, Gennaro Langella, e Terzigno, Domenico Auricchio sono stati convocati in via d’urgenza dal prefetto di Napoli, Andrea De Martino nella sede della Prefettura di Napoli. Mentre il sindaco di Quarto, Sauro Secone, è pronto a dimettersi per protesta contro i continui danneggiamenti dei mezzi della ‘Quarto Multiservizi’, la municipalizzata che smaltisce i rifiuti e che sta incontrando notevoli difficoltà nello sversare in Cava Sari: “Ho segnalato alla Prefettura e alla Questura gli assalti subiti anche la scorsa notte. Ho chiesto invano nei giorni scorsi una turnazione equa dei comuni conferente a Terzigno, in modo da dare un po’ di respiro ai nostri dipendenti ma nessuno dalla regione Campania ci ha dato ascolto. Ora sono pronto per questo a dimettermi per protesta. Nessuno – dice Secone – vuole piu’ noleggiarci gli automezzi quando sanno che andiamo a sversare a Terzigno mentre da 7 mesi abbiamo chiuso in un garage bloccati dalla burocrazia della Regione Campania 3 scarrabili, due autocompattatori a 3 assi, un autocarro con gru a polipo, un furgonato per i rifiuti urbani pericolosi, un furgone con vasca. Gettiamo la spugna. Adesso la raccolta dei rifiuti a Quarto la faccia direttamente la regione accollandosi pero’ tutte le responsabilita’ politiche”.
Fonte: Il Fatto Quotidiano
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http://www.youtube.com/watch?v=yo1666QUa8E
L’iniziativa nasce dalla delusione per una promessa tradita. Come riferito in anteprima dal sindaco di Terzigno, il pidiellino Domenico Auricchio, Berlusconi nelle scorse settimane assicurò una sua imminente visita sui luoghi della discarica per studiare nuove soluzioni alla questione dello smaltimento dei rifiuti. Pareva il preannuncio dello stop all’apertura della seconda discarica. Ed i sindaci, quasi tutti di area pidiellina e comunque di centrodestra, hanno preferito per qualche giorno lasciar decantare la protesta istituzionale.
Ma i giorni sono trascorsi tra le dichiarazioni e le lettere di Guido Bertolaso con le quali il sottosegretario insiste nel chiedere l’apertura della seconda discarica (“è prevista dalla legge”), e le lamentele del premier. “Verrò non appena Tremonti mi darà i soldi per risolvere l’emergenza”, ha detto il Cavaliere. Cioè probabilmente mai.
Nel mentre, gli ultimi giorni hanno visto un inasprimento della protesta, con nuovi scontri e disordini nei pressi delle strade di accesso alla discarica. Sono stati bruciati altri camion. E l’altro ieri è stato arrestato un ragazzo di Boscoreale, di appena 18 anni, con l’accusa di aver incendiato un autocompattatore. Ma particolarmente pesante è il bilancio della notte tra sabato e domenica. Due autocompattatori dati alle fiamme, altri 5 danneggiati, decine di camion bloccati nella discarica. Gruppi di dimostranti hanno compiuto dei veri e propri raid, assaltando i mezzi e squarciando le ruote.
La tensione è tale che i sindaci di Boscoreale, Gennaro Langella, e Terzigno, Domenico Auricchio sono stati convocati in via d’urgenza dal prefetto di Napoli, Andrea De Martino nella sede della Prefettura di Napoli. Mentre il sindaco di Quarto, Sauro Secone, è pronto a dimettersi per protesta contro i continui danneggiamenti dei mezzi della ‘Quarto Multiservizi’, la municipalizzata che smaltisce i rifiuti e che sta incontrando notevoli difficoltà nello sversare in Cava Sari: “Ho segnalato alla Prefettura e alla Questura gli assalti subiti anche la scorsa notte. Ho chiesto invano nei giorni scorsi una turnazione equa dei comuni conferente a Terzigno, in modo da dare un po’ di respiro ai nostri dipendenti ma nessuno dalla regione Campania ci ha dato ascolto. Ora sono pronto per questo a dimettermi per protesta. Nessuno – dice Secone – vuole piu’ noleggiarci gli automezzi quando sanno che andiamo a sversare a Terzigno mentre da 7 mesi abbiamo chiuso in un garage bloccati dalla burocrazia della Regione Campania 3 scarrabili, due autocompattatori a 3 assi, un autocarro con gru a polipo, un furgonato per i rifiuti urbani pericolosi, un furgone con vasca. Gettiamo la spugna. Adesso la raccolta dei rifiuti a Quarto la faccia direttamente la regione accollandosi pero’ tutte le responsabilita’ politiche”.
Fonte: Il Fatto Quotidiano
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sabato 9 ottobre 2010
“Monnezza” di Napoli, come poteva sparire?

La “monnezza” è ritornata nelle strade di Napoli e provincia per colpa dell’amministrazione comunale, come sostiene il presidente del Consiglio? Cerchiamo di non scambiare gli effetti con le cause. Perché se gli effetti ben documentati dalle immagini che rimbalzano da una parte all’altra del pianeta si manifestano una volta di più su una metropoli che fino a un quarto di secolo fa era la quinta città industriale d’Italia e su una regione che in un secolo o giù di li da la più ricca è diventata la più povera d’Italia, la cause prime questa volta sono tutte a Roma. E risalgono tutte alla politica del “governo del fare” di Silvio Berlusconi e, in particolare, alla strategia elaborata dal dominus della Protezione Civile, Guido Bertolaso. Una strategia fondata sull’idea che tutto è, appunto, emergenza e che tutto può essere gestito in via eccezionale in deroga alle leggi dei tempi normali e alla normale dialettica democratica. È stata questa la politica con cui, nel 2008, è stata tolta la “monnezza dalle strade” sostenendo di avere risolto il problema dei rifiuti in Campania. Ma questa politica dell’ “eccezionale” non funziona. Non ha funzionato nella gestione del dopo terremoto a L’Aquila. Non ha funzionato per gestire i mondiali di nuoto a Roma. E non ha funzionato per gestire la cosiddetta emergenza dei rifiuti, che in Campania dura da quasi vent’anni.. Vediamo perché. L’Europa consiglia anzi, impone di affrontare il problema dei rifiuti solidi urbani sulla base delle 5 R. In ordine: riduzione, reimpiego, raccolta differenziata, riciclo e infine, ma solo infine, recupero di energia. Quel pochissimo che resta (deve restare) di questo percorso è materiale del tutto inerte che può essere messo a riposo in discariche, scelte in ogni caso per avere il minimo impatto ambientale possibile. Vediamo cosa è successo in Campania dopo l’intervento del governo Berlusconi. La regione meridionale gestisce nel complesso circa 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti solidi urbani ogni anno. Una quantità che non è significativamente diminuita nel corso di questi anni. Anche perché non c’è in atto una forte politica che si ponga questo obiettivo, sia attraverso l’educazione dei cittadini che con accordi di programma con i produttori di materia destinata a diventare rifiuti. La gestione di questi rifiuti non è affatto integrata. Cosicché anche le pratiche di reimpiego la seconda R stentano ad avviarsi. In breve gli scarti né diminuiscono né diventano materia prima per altre attività. Tutti i rifiuti che vengono prodotti devono essere smaltiti. La prima opzione per lo smaltimento dei rifiuti è la raccolta differenziata, in modo da favorire il riciclaggio. Bene: l’obiettivo dichiarato di Bertolaso, messo nero su bianco e diventato legge (articolo l della legge 123/2008) è una raccolta differenziata pari al 25% entro il 2009, al 35% entro il 2010, al 50″/0 entro il 2011. A tutt’oggi il 35% viene raggiunto e superato solo in alcuni comuni e in alcune province (soprattutto Salerno). Non nella grande area metropolitana di Napoli che si estende fino a Caserta. Le ultime statistiche elaborate dalla società che gestisce i rifiuti a Napoli, l’Asia, fino ad aprile 2010 e da allora mai aggiornate parlano di una raccolta differenziata ferma al 18,9%. Lo stesso presidente dell’Asia, Daniele Fortini, dice che difficilmente si raggiungerà il 20% entro il 2010. E che occorre una buona dose di ottimismo per immaginare che entro il 2011, come recita le legge, si possa raggiungere il 50%. D’altra parte la raccolta differenziata è finalizzata alla quarta R, il riciclaggio. Ebbene per riciclare la frazione umida della città di Napoli occorrerebbero cinque impianti di compostaggio. A tutt’oggi i cinque impianti non solo non esistono, ma non sono stati neppure progettati. Non è un caso. La strategia di Bertolaso, infatti, ha puntato quasi tutto sui termovalorizzatori e sulle discariche, ovvero sulle leve che l’Unione europea considera le ultime da attivare e, comunque, con mille vincoli. Ebbene, a tutt’oggi dei tre termovalorizzatori previsti ce n’è in funzione solo uno: quello di Acerra. In realtà nei giorni scorsi tutte le tre linee dell’impianto erano ferme. Ma, dicono i gestori, è fisiologico. Ebbene questo termovalorizzatore, secondo i dati dei gestori, smaltirà nel 2010 tra 400 e 600.000 tonnellate di rifiuti. Ammettiamo che i gestori abbiano ragione. E sottraiamo per intero questa quota al monte dei rifiuti prodotti. Ebbene, come rileva lo stesso direttore dell’Asia, restano almeno 2 milioni di tonnellate che finiscono sotto il tappeto, in discarica: l’80%. Una quantità che da sola basterebbe a decretare il fallimento della strategia di Bertolaso. Non serve dire che dallo scorso primo gennaio sono gli enti locali a dover gestire raccolta differenziata e discariche. Né serve ricordare che gli Enti locali sostengono che il governo non sta trasferendo i soldi promessi (e allocati altrove). Sia come sia, una cosa è certa: la strategia voluta dal governo Berlusconi non funziona. Non fosse altro perché non mette al riparo dalle inefficienze, vere o presunte, degli Enti locali. Ma non è finita qui. Come prevede la legge speciale voluta dal Sottosegretario alla Protezione Civile, in discarica non finiscono rifiuti inerti dopo debita vagliatura, ma rifiuti tal quale: in deroga alle direttive europee. Inoltre le discariche campane non vengono gestite in maniera assolutamente trasparente (come vorrebbe l’Europa), ma in maniera sostanzialmente segreta: essendo state elevate per legge al rango di “aree di interesse strategico nazionale” e militarizzate. Il che significa che il territorio campano è chiamato ad assorbire 2 milioni di tonnellate l’anno di rifiuti solidi urbani non a norma e dunque, pericolose, fuori da ogni controllo democratico. Ma tutti i buchi, anche quelli piantonati dai militari, prima o poi si riempiono. E così, con la quantità di rifiuti conferiti, tutte le discariche oggi attive in Campania si esauriranno entro il 2011. Alcune già nei prossimi mesi. Ecco perché Bertolaso ne vuole aprire a tutti i costi un’altra, a Cava Vitiello. Un buco enorme che, come l’altro già attivo a Terzigno, si trova in pieno Parco Nazionale del Vesuvio, considerato dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Se Cava Vitiello venisse ridotta a discarica ci troveremmo di fronte a «un autentico abuso di stato», sostiene Ugo Leone, che del Parco vesuviano è il presidente. Riassumendo. L’80% dei rifiuti campani finisce senza trattamenti e, dunque, fuori dalle norme europee in discariche, alcune delle quali localizzate in zone urbanizzate e/o di altissimo pregio ambientale. Tutte destinate a esaurirsi nei prossimi mesi. La verità è che l’emergenza rifiuti non è mai terminata. Né poteva terminare, vista la strategia scelta. Semplicemente, la polvere è stata messa sotto il tappeto. Sebbene presidiato dai militari ed eletto a ordito di interesse strategico, il tappeto ormai non regge più.
Fonte:Napolionline.org
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La “monnezza” è ritornata nelle strade di Napoli e provincia per colpa dell’amministrazione comunale, come sostiene il presidente del Consiglio? Cerchiamo di non scambiare gli effetti con le cause. Perché se gli effetti ben documentati dalle immagini che rimbalzano da una parte all’altra del pianeta si manifestano una volta di più su una metropoli che fino a un quarto di secolo fa era la quinta città industriale d’Italia e su una regione che in un secolo o giù di li da la più ricca è diventata la più povera d’Italia, la cause prime questa volta sono tutte a Roma. E risalgono tutte alla politica del “governo del fare” di Silvio Berlusconi e, in particolare, alla strategia elaborata dal dominus della Protezione Civile, Guido Bertolaso. Una strategia fondata sull’idea che tutto è, appunto, emergenza e che tutto può essere gestito in via eccezionale in deroga alle leggi dei tempi normali e alla normale dialettica democratica. È stata questa la politica con cui, nel 2008, è stata tolta la “monnezza dalle strade” sostenendo di avere risolto il problema dei rifiuti in Campania. Ma questa politica dell’ “eccezionale” non funziona. Non ha funzionato nella gestione del dopo terremoto a L’Aquila. Non ha funzionato per gestire i mondiali di nuoto a Roma. E non ha funzionato per gestire la cosiddetta emergenza dei rifiuti, che in Campania dura da quasi vent’anni.. Vediamo perché. L’Europa consiglia anzi, impone di affrontare il problema dei rifiuti solidi urbani sulla base delle 5 R. In ordine: riduzione, reimpiego, raccolta differenziata, riciclo e infine, ma solo infine, recupero di energia. Quel pochissimo che resta (deve restare) di questo percorso è materiale del tutto inerte che può essere messo a riposo in discariche, scelte in ogni caso per avere il minimo impatto ambientale possibile. Vediamo cosa è successo in Campania dopo l’intervento del governo Berlusconi. La regione meridionale gestisce nel complesso circa 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti solidi urbani ogni anno. Una quantità che non è significativamente diminuita nel corso di questi anni. Anche perché non c’è in atto una forte politica che si ponga questo obiettivo, sia attraverso l’educazione dei cittadini che con accordi di programma con i produttori di materia destinata a diventare rifiuti. La gestione di questi rifiuti non è affatto integrata. Cosicché anche le pratiche di reimpiego la seconda R stentano ad avviarsi. In breve gli scarti né diminuiscono né diventano materia prima per altre attività. Tutti i rifiuti che vengono prodotti devono essere smaltiti. La prima opzione per lo smaltimento dei rifiuti è la raccolta differenziata, in modo da favorire il riciclaggio. Bene: l’obiettivo dichiarato di Bertolaso, messo nero su bianco e diventato legge (articolo l della legge 123/2008) è una raccolta differenziata pari al 25% entro il 2009, al 35% entro il 2010, al 50″/0 entro il 2011. A tutt’oggi il 35% viene raggiunto e superato solo in alcuni comuni e in alcune province (soprattutto Salerno). Non nella grande area metropolitana di Napoli che si estende fino a Caserta. Le ultime statistiche elaborate dalla società che gestisce i rifiuti a Napoli, l’Asia, fino ad aprile 2010 e da allora mai aggiornate parlano di una raccolta differenziata ferma al 18,9%. Lo stesso presidente dell’Asia, Daniele Fortini, dice che difficilmente si raggiungerà il 20% entro il 2010. E che occorre una buona dose di ottimismo per immaginare che entro il 2011, come recita le legge, si possa raggiungere il 50%. D’altra parte la raccolta differenziata è finalizzata alla quarta R, il riciclaggio. Ebbene per riciclare la frazione umida della città di Napoli occorrerebbero cinque impianti di compostaggio. A tutt’oggi i cinque impianti non solo non esistono, ma non sono stati neppure progettati. Non è un caso. La strategia di Bertolaso, infatti, ha puntato quasi tutto sui termovalorizzatori e sulle discariche, ovvero sulle leve che l’Unione europea considera le ultime da attivare e, comunque, con mille vincoli. Ebbene, a tutt’oggi dei tre termovalorizzatori previsti ce n’è in funzione solo uno: quello di Acerra. In realtà nei giorni scorsi tutte le tre linee dell’impianto erano ferme. Ma, dicono i gestori, è fisiologico. Ebbene questo termovalorizzatore, secondo i dati dei gestori, smaltirà nel 2010 tra 400 e 600.000 tonnellate di rifiuti. Ammettiamo che i gestori abbiano ragione. E sottraiamo per intero questa quota al monte dei rifiuti prodotti. Ebbene, come rileva lo stesso direttore dell’Asia, restano almeno 2 milioni di tonnellate che finiscono sotto il tappeto, in discarica: l’80%. Una quantità che da sola basterebbe a decretare il fallimento della strategia di Bertolaso. Non serve dire che dallo scorso primo gennaio sono gli enti locali a dover gestire raccolta differenziata e discariche. Né serve ricordare che gli Enti locali sostengono che il governo non sta trasferendo i soldi promessi (e allocati altrove). Sia come sia, una cosa è certa: la strategia voluta dal governo Berlusconi non funziona. Non fosse altro perché non mette al riparo dalle inefficienze, vere o presunte, degli Enti locali. Ma non è finita qui. Come prevede la legge speciale voluta dal Sottosegretario alla Protezione Civile, in discarica non finiscono rifiuti inerti dopo debita vagliatura, ma rifiuti tal quale: in deroga alle direttive europee. Inoltre le discariche campane non vengono gestite in maniera assolutamente trasparente (come vorrebbe l’Europa), ma in maniera sostanzialmente segreta: essendo state elevate per legge al rango di “aree di interesse strategico nazionale” e militarizzate. Il che significa che il territorio campano è chiamato ad assorbire 2 milioni di tonnellate l’anno di rifiuti solidi urbani non a norma e dunque, pericolose, fuori da ogni controllo democratico. Ma tutti i buchi, anche quelli piantonati dai militari, prima o poi si riempiono. E così, con la quantità di rifiuti conferiti, tutte le discariche oggi attive in Campania si esauriranno entro il 2011. Alcune già nei prossimi mesi. Ecco perché Bertolaso ne vuole aprire a tutti i costi un’altra, a Cava Vitiello. Un buco enorme che, come l’altro già attivo a Terzigno, si trova in pieno Parco Nazionale del Vesuvio, considerato dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Se Cava Vitiello venisse ridotta a discarica ci troveremmo di fronte a «un autentico abuso di stato», sostiene Ugo Leone, che del Parco vesuviano è il presidente. Riassumendo. L’80% dei rifiuti campani finisce senza trattamenti e, dunque, fuori dalle norme europee in discariche, alcune delle quali localizzate in zone urbanizzate e/o di altissimo pregio ambientale. Tutte destinate a esaurirsi nei prossimi mesi. La verità è che l’emergenza rifiuti non è mai terminata. Né poteva terminare, vista la strategia scelta. Semplicemente, la polvere è stata messa sotto il tappeto. Sebbene presidiato dai militari ed eletto a ordito di interesse strategico, il tappeto ormai non regge più.
Fonte:Napolionline.org
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Inceneritore di Acerra, adesso anche la magistratura vuole vederci chiaro
Inceneritore di Acerra, adesso anche la magistratura vuole vederci chiaro
Le rassicurazione del premier sul funzionamento del termovalorizzatore non sono servite. La procura di Napoli oggi ha aperto un'inchiesta
di Nello Trocchia
Non sono bastate le rassicurazioni di governo, protezione civile e società che lo ha preso in carico, ora la magistratura di Napoli vuole vederci chiaro ed ha aperto un’indagine sull’inceneritore di Acerra. La procura partenopea ha avviato un’inchiesta sull’impianto, costruito da Impregilo, (i cui ex manager sono sotto processo a Napoli) e ora gestito dall’A2a, grazie anche alla contribuzione incentivante prevista dai Cip6. Il procuratore, Giovandomenico Lepore, e i pm Federico Bisceglia e Maurizio De Marco hanno delegato questa mattina i carabinieri del Noe a eseguire verifiche sull’impianto, accertando in particolare se le sue caratteristiche corrispondano a quelle del bando di gara, sulle emissioni, sulla qualità e la quantità dei rifiuti bruciati. Il nuovo filone di inchiesta è stata avviato dopo due denunce – una del Comitato civico per Acerra, l’altra dell’ex senatore di Rifondazione comunista Tommaso Sodano – protocollate nel 2009 e finora mai esaminate. Ilfattoquotidiano.it più volte si è occupato della vicenda, del collaudo fantasma e del mancato funzionamento a regime dell’impianto. E ora la questione arriva finalmente all’’attenzione della magistratura partenopea.
Nelle scorse settimane Sodano era già stato ascoltato dai pm, ai quali aveva fornito chiarimenti sulla denuncia del giugno 2009. Una denuncia che poneva l’attenzione sui rischi ambientali connessi all’impianto e sulle gravi carenze che l’inceneritore presentava, evidenziando il superamento dei limiti di emissione e l’assenza di un adeguato sistema di monitoraggio delle emissioni. Domani Sodano consegnerà un dossier per integrare le presunte carenze già segnalate allora e chiederà il sequestro dell’impianto, per il mancato rispetto delle 27 prescrizioni del ministero dell’Ambiente.
Il nuovo esposto partirà da un documento riservato della provincia di Napoli, sei pagine di analisi puntuale su quello che accade nell’impianto e che si conclude con una serie di criticità. “L’impianto non è conforme a quanto previsto dall’autorizzazione integrata ambientale (Aia)”. E’ una delle valutazioni, firmate dalla direzione tutela del territorio della provincia di Napoli, un giudizio severo sul funzionamento dell’impianto. L’impianto gioiello che Berlusconi è pronto ad esportare anche in altre regioni presenta altre anomalie e si denuncia anche l’inopportunità di passaggi intermedi nello smaltimento dei fanghi. I rilievi dei tecnici della Provincia bocciano l’impianto defininendolo “fuori norma”. Per l’A2a è tutto in regola. Ora tocca ai carabinieri del nucleo operativo ecologico accertare chi ha ragione.
Una notizia, quella della nuova indagine, che suona come un fulmine a ciel sereno per l’Impregilo che aspetta i 355 milioni di euro per la vendita di quell’impianto. Proprio oggi la società milanese, nel corso del vertice italo-cinese, ha firmato con Shanghai Electric Group, Mandarin Capital Partners e China Development Bank Securities una lettera di intenti per collaborare nel settore della dissalazione, in cui il gruppo italiano è attivo attraverso la propria controllata Fisia Italimpianti. Proprio la Fisia Italmpianti, a capo di un consorzio, dieci anni fa, vinceva la gara di appalto per la gestione dei rifiuti in Campania. Per il disastro nell’impiantistica, c’è un processo in corso a Napoli a carico dei vertici della società Impregilo e delle sue controllate. Dopo un decennio la Campania è ancora all’anno zero.
Inceneritore di Acerra, adesso anche la magistratura vuole vederci chiaro
Le rassicurazione del premier sul funzionamento del termovalorizzatore non sono servite. La procura di Napoli oggi ha aperto un'inchiesta
di Nello Trocchia
Non sono bastate le rassicurazioni di governo, protezione civile e società che lo ha preso in carico, ora la magistratura di Napoli vuole vederci chiaro ed ha aperto un’indagine sull’inceneritore di Acerra. La procura partenopea ha avviato un’inchiesta sull’impianto, costruito da Impregilo, (i cui ex manager sono sotto processo a Napoli) e ora gestito dall’A2a, grazie anche alla contribuzione incentivante prevista dai Cip6. Il procuratore, Giovandomenico Lepore, e i pm Federico Bisceglia e Maurizio De Marco hanno delegato questa mattina i carabinieri del Noe a eseguire verifiche sull’impianto, accertando in particolare se le sue caratteristiche corrispondano a quelle del bando di gara, sulle emissioni, sulla qualità e la quantità dei rifiuti bruciati. Il nuovo filone di inchiesta è stata avviato dopo due denunce – una del Comitato civico per Acerra, l’altra dell’ex senatore di Rifondazione comunista Tommaso Sodano – protocollate nel 2009 e finora mai esaminate. Ilfattoquotidiano.it più volte si è occupato della vicenda, del collaudo fantasma e del mancato funzionamento a regime dell’impianto. E ora la questione arriva finalmente all’’attenzione della magistratura partenopea.
Nelle scorse settimane Sodano era già stato ascoltato dai pm, ai quali aveva fornito chiarimenti sulla denuncia del giugno 2009. Una denuncia che poneva l’attenzione sui rischi ambientali connessi all’impianto e sulle gravi carenze che l’inceneritore presentava, evidenziando il superamento dei limiti di emissione e l’assenza di un adeguato sistema di monitoraggio delle emissioni. Domani Sodano consegnerà un dossier per integrare le presunte carenze già segnalate allora e chiederà il sequestro dell’impianto, per il mancato rispetto delle 27 prescrizioni del ministero dell’Ambiente.
Il nuovo esposto partirà da un documento riservato della provincia di Napoli, sei pagine di analisi puntuale su quello che accade nell’impianto e che si conclude con una serie di criticità. “L’impianto non è conforme a quanto previsto dall’autorizzazione integrata ambientale (Aia)”. E’ una delle valutazioni, firmate dalla direzione tutela del territorio della provincia di Napoli, un giudizio severo sul funzionamento dell’impianto. L’impianto gioiello che Berlusconi è pronto ad esportare anche in altre regioni presenta altre anomalie e si denuncia anche l’inopportunità di passaggi intermedi nello smaltimento dei fanghi. I rilievi dei tecnici della Provincia bocciano l’impianto defininendolo “fuori norma”. Per l’A2a è tutto in regola. Ora tocca ai carabinieri del nucleo operativo ecologico accertare chi ha ragione.
Una notizia, quella della nuova indagine, che suona come un fulmine a ciel sereno per l’Impregilo che aspetta i 355 milioni di euro per la vendita di quell’impianto. Proprio oggi la società milanese, nel corso del vertice italo-cinese, ha firmato con Shanghai Electric Group, Mandarin Capital Partners e China Development Bank Securities una lettera di intenti per collaborare nel settore della dissalazione, in cui il gruppo italiano è attivo attraverso la propria controllata Fisia Italimpianti. Proprio la Fisia Italmpianti, a capo di un consorzio, dieci anni fa, vinceva la gara di appalto per la gestione dei rifiuti in Campania. Per il disastro nell’impiantistica, c’è un processo in corso a Napoli a carico dei vertici della società Impregilo e delle sue controllate. Dopo un decennio la Campania è ancora all’anno zero.
domenica 19 settembre 2010
Dalla Campania agli inceneritori e un'ipotesi inquietante su Seveso.

di Edorardo Montolli - 17 settembre 2010
Lo stivale italiano dei veleni svelato
dal super-consulente delle procure.
In ufficio ci va a bordo di un kajak perennemente ormeggiato tra i canneti che dalla riva degradano lentamente fino al giardino di casa. L’uomo che scende e deposita il remo ha una barba incolta bianca e il cappello alla Crocodile Dundee. Ha scelto di vivere in un suggestivo scorcio del Lago di Mantova che gli allontana i ricordi olezzanti di discariche abusive, rifiuti tossici e industrie chimiche fuorilegge, ossia tutto ciò che nel suo lavoro affronta quotidianamente. Si chiama Paolo Rabitti, 60 anni, due lauree – ingegneria e urbanistica –, innumerevoli pubblicazioni, docenze e ricerche alle spalle. Ai suoi studi si affidano i Comuni alle prese con la Tav o i comitati di cittadini preoccupati da inceneritori e aziende chimiche. Gente con cui spesso collabora gratuitamente, così, per coscienza civica, dice.
Ma il suo nome appare soprattutto nelle più importanti inchieste ambientali, chiamato come consulente dalle Procure di mezza Italia. Dai tempi di Felice Casson per il petrolchimico di Porto Marghera, ai pm di Brescia, Ferrara, Rovigo o Grosseto, giusto per citarne alcune: e sempre per smaltimento di materiali tossici, inquinamento da emissioni di Pcb dalle acciaierie, acque devastate da scarichi illeciti. Come per il Lago Maggiore: la sua perizia per il tribunale di Torino è valsa la condanna civile per 1,6 miliardi di euro alla Syndyal, responsabile dello sversamento nelle acque di quantità industriali di Ddt. «Se ne accorsero gli svizzeri, poi fu vietata la pesca. E ancora oggi ci sono sul fondale quantità enormi sedimenti inquinanti».
I magistrati, alle prese con un disastro ambientale dietro l’altro, per capirci qualcosa suonano al suo campanello sempre più spesso. E non poteva non essere così anche per il caso dei rifiuti in Campania: trenta ore di testimonianza nell’aula bunker, un vero record, per spiegare che «con la gestione dei rifiuti la camorra non c’entra proprio nulla». E che per contro c’entravano istituzioni e multinazionali, per le quali è diventato una sorta di incubo, un cave hominem da cui stare alla larga visto che ogni volta che ci incappano finisce a condanne e risarcimenti per i disastri commessi. «In effetti tentano spesso di etichettarmi per un ambientalista, un’etichetta comoda se si devono nascondere gigantesche magagne».
Per quelle che ha scovato in diverse città sugli affari d’oro del pattume, è stato appena nominato consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Un incarico, l’ennesimo, che svolge gratis. E che probabilmente avrà il suo fulcro proprio in ciò che accadde nell’area campana. Intorno a un tavolo in legno, sotto al pergolato, l’ingegnere inizia a ricostruirne la storia, attorniato dalla moglie Gloria Costani, di professione medico, da Smilla e Black, i suoi due cani e da un numero imprecisato di gatti.
«Lì la situazione era già piuttosto compromessa, perché per decenni le industrie del centro-nord vi avevano smaltito illegalmente rifiuti pericolosi, interrandoli, sversandoli nelle acque o direttamente nelle falde. Questo per delineare il quadro. Quanto allo scandalo dei rifiuti urbani, c’è un processo per truffa ai danni dello Stato e falso alla Fibe-Impregilo. In sostanza doveva gestire i rifiuti per l’intera regione, separando carta e plastica dalla componente organica. La prima sarebbe servita per produrre combustibile da bruciare negli inceneritori. La seconda doveva essere inertizzata diventando una specie di terriccio da fiori».
Invece?
«Di fatto non veniva prodotto combustibile, né – tantomeno – il terriccio. E la regione si è trovata alle prese con circa dieci milioni di tonnellate di cosiddette “ecoballe”, in barba al Commissariato ai rifiuti che avrebbe dovuto controllare».
Rifiuti uguale camorra, dicono.
«Guardi, la camorra forse è intervenuta nel business dei trasporti dei rifiuti dagli impianti alle discariche, in qualche subappalto fatto da Fibe-Impregilo che peraltro non poteva subappaltare. E forse, ma forse, la camorra si accaparrava i terreni in cui Impregilo aveva deciso di costruire le discariche. Ma di sicuro, con la gestione dei rifiuti, la camorra non c’entra assolutamente nulla, contrariamente a quanto si lascia intendere. La responsabilità è di controllori e controllati. Ed era impossibile non vedere che nelle discariche c’era una situazione da Terzo mondo, che ancora adesso nessuno racconta».
Tipo?
«Progettate per accogliere materiale inerte, e cioè il terriccio, venivano invece riempite con rifiuti organici addirittura freschi che andavano rapidamente in putrefazione e producevano enormi quantità di liquido marcio (il cosiddetto percolato) e di gas. Sicché, oltre a inquinare, puzzavano da morire. Nemmeno le coprivano tutte le sere, né tentavano di limitare almeno le quantità di percolato o di captare il gas. Risultato, il percolato tracimava, l’odore era intollerabile. E per attenuarlo, a qualcuno è venuta l’idea di piazzare spruzzini di profumo sulle recinzioni».
Sta scherzando?
«Giuro. Ho qui una foto».
Con l’intervento del Governo Berlusconi i rifiuti sono spariti d’incanto, in una manciata di giorni. E tutti si chiedono ancora oggi come sia stato possibile.
«Beh, io commento solo ciò che ho visto. E cioè il sito di Ferrandelle: hanno accatastato circa un milione di tonnellate di rifiuti in piazzole preparate in fretta e furia su un terreno quasi paludoso e senza alcun tipo di copertura. Non mi pare esattamente la panacea che hanno dipinto».
Resta il fatto che in alcune regioni del Sud l’emergenza si ripresenta periodicamente.
«Perché per funzionare il ciclo dei rifiuti necessita di amministrazioni che amministrino, controllori che controllino e aziende che facciano quello per cui sono pagate. Ma se, tanto per fare un esempio ipotetico, il politico di turno decide di mandare tutto in discarica, affida la localizzazione a un emissario della camorra, il progetto al cognato che non ne ha mai vista una, la raccolta dei rifiuti a un’azienda creata solo per assumere personale, lo smaltimento a un’altra azienda che ha interessi nei rifiuti pericolosi e la discarica a chi ci fa andar dentro di tutto e se ne infischia della corretta gestione, allora, come dire, se succede tutto questo è molto probabile che si verifichino disastri».
Per molti la soluzione starebbe nei termovalorizzatori.
«Mah, termovalorizzatore è un termine eufemistico. Secondo le leggi nazionali ed europee si deve parlare di “inceneritori con recupero di energia”. Certamente sono impianti assai vantaggiosi economicamente ed è per questo che c’è la corsa a costruirli. Peccato che in Italia l’energia prodotta incenerendo i rifiuti sia stata fatta passare alla pari di quella proveniente dal sole e dal vento. E veniva così adeguatamente sovvenzionata finché la Comunità europea ci ha tirato le orecchie, perché è evidente che non si tratta della stessa cosa. E vorrei confutare un’altra colossale bugia: non è vero che gli inceneritori non inquinino. Anche ammesso che le emissioni rientrino nei limiti di legge, moltiplicando le concentrazioni a metro cubo degli inquinanti per il numero di metri cubi di gas che escono dai camini si trovano quantità molto rilevanti. Senza contare i delinquenti che taroccano il software di controllo per simulare emissioni inferiori a quelle reali. Alcuni casi li ho constatati di persona».
E allora, la soluzione?
«Il sistema migliore è, ovviamente, non produrli».
Facile.
«Scusi, perché se compro una fetta di formaggio al supermercato mi devo portare a casa altrettanta plastica? Costa poco produrla, ma molto smaltirla, sia in termini economici che ambientali. Oltre a ridurre bisogna cercare di recuperare e riusare, visto che ogni cosa che finisce in discarica o viene incenerita provoca un impatto ambientale».
Un po’ utopistico.
«Nient’affatto. A Treviso raggiungono l’80 per cento, ripeto 80 per cento di raccolta differenziata come media annuale. Così, visto che non serve l’inceneritore per rifiuti urbani, gli industriali hanno pensato bene di chiedere di costruirne due per rifiuti speciali. E sta ovviamente succedendo un putiferio, perché la gente si sente presa in giro».
Una sensazione che si avverte spesso. Lei si è occupato del cloruro di vinile di Porto Marghera, uno dei più grandi scandali italiani, che vedeva al centro il colosso industriale Montedison.
«Già. Scoppiò tutto perché un operaio, Gabriele Bortolozzo, volle capire il motivo per cui gli amici che lavoravano con lui nel reparto in cui si produceva polivinilcloruro (Pvc) a partire dal cloruro di vinile (Cvm) fossero tutti morti di tumore. Fu grazie alla sua personale ricerca inviata alla Procura di Venezia che iniziò l’indagine di Felice Casson. Tra le carte dell’inchiesta sul Petrolchimico di Brindisi trovai un documento del 1974 (che poi depositai agli atti del processo di Marghera) in cui un dirigente di Montedison affermava che le aziende sapevano che il Cvm fosse cancerogeno molto prima della scoperta ufficiale del 1973, ma che l’avevano tenuto segreto. E in un secondo documento del 1977 (che mi fu anonimamente imbucato nella cassetta della posta) un altro dirigente Montedison scrisse che non bisognava fare le manutenzioni agli impianti. E questi sono solo due esempi, per dare l’idea di una vicenda incredibile».
Pare incredibile anche ciò che è accaduto con lo sversamento in mare del petrolio della BP. Barack Obama l’ha paragonato all’11 settembre...
«È certamente un disastro ambientale di proporzioni terrificanti, ma è anche la dimostrazione che l’estrazione del petrolio comincia a essere troppo difficile. Le conseguenza sull’ambiente non sono per ora compiutamente valutabili. Si pensa che gli effetti dureranno molte decine di anni. D’altra parte, il caso americano ha fatto riemergere anche la questione dello sversamento nel delta del Niger che da decenni, nel silenzio generale, sta devastando l’ecosistema. O meglio: negli anni Ottanta il poeta Ken Saro-Wiwa si fece portavoce delle rivendicazioni della popolazione. Ma finì impiccato».
Anche lei è tra quelli che sostengono la necessità di passare alle energie rinnovabili?
«Credo che sfruttarle sia un dovere morale, oltre che una necessità contingente. Se, invece di riempire le tasche dei padroni degli inceneritori con i contributi destinati alle energie rinnovabili, i soldi fossero stati usati per incentivare la ricerca e l’installazione degli impianti il nostro Paese sarebbe sicuramente all’avanguardia».
Lei non si fida del nucleare?
«Il ministro che più spingeva per le centrali nucleari era Scajola. Veda lei».
È degli incidenti che tutti hanno paura. In fondo qui siamo nella terra della diossina di Seveso, dell’Icmesa dei disinfettanti... Seveso, la Chernobyl italiana…
«Posso raccontarle a questo proposito una storia cui lavoro da molto tempo? Sa, ci sto scrivendo un libro».
Prego.
«A seguito del disastro del 1976 all’Icmesa, la commissione della Regione Lombardia stilò un rapporto secondo il quale “sembra” che parte delle 1.600 tonnellate di materiale asportato dalla fabbrica subito dopo il disastro venne smaltita in un inceneritore del Mare del Nord, inceneritore che però non fu indicato. Scrisse proprio così, “sembra”. Il resto del materiale rimasto nel reattore, e cioè 41 fusti di diossina e triclorofenolo, fu affidato a tale Bernard Paringaux, persona che si disse legata ai servizi segreti e che avrebbe dovuto smaltirli in una discarica controllata in Francia. Paringaux li mostrò in tv, solo che i fusti erano più piccoli di diametro rispetto a quelli che erano partiti. Ne nacque un giallo che si risolse solo molto tempo più tardi, quando fu spiegato che erano stati smaltiti probabilmente vicino alle ex miniere di sale della Ddr. Probabilmente. Di fatto, nessuno seppe mai nemmeno in questo caso né dove, né se a essere effettivamente smaltiti furono i fusti partiti dalla sede dell’Icmesa. Perché la verità è questa: che nessuno sa dove siano finiti. E questo è il primo punto. Il secondo è che la diossina provoca il sarcoma, un tumore il cui tempo di latenza si aggira intorno ai dieci anni».
E quindi?
«Lei lo sapeva che Mantova è la città con la più elevata frequenza di sarcomi in Italia rispetto alle popolazioni della zona industriale?».
Non seguo il paragone.
«Ce ne accorgemmo io e mia moglie che, essendo medico di base, notò che buona parte di questi tumori colpivano pazienti che abitavano vicino al vecchio inceneritore della città. Che oggi è vecchio, ma che nel 1980 era stato inaugurato come il più moderno inceneritore per rifiuti tossico-nocivi d’Europa. Scrivemmo un report. E in effetti l’Istituto superiore della Sanità promosse uno studio approfondito, constatando che chi abitava vicino all’inceneritore di Mantova aveva una probabilità ben trenta volte superiore al resto della città di sviluppare il sarcoma. Ed è una circostanza stranissima, perché in nessun altro luogo dove è presente un inceneritore per tossico-nocivi è mai stato evidenziato un aumento dei sarcomi. Circostanza della quale infatti sono stato chiamato a relazionare poco tempo fa alla Gordon and Mary Cain Foundation a Philadelphia».
La questione comincia a farsi inquietante.
«All’epoca di Seveso non esistevano strumenti per capire quanta diossina potesse essere entrata nel sangue della popolazione. Ne furono congelati alcuni campioni che vennero analizzati anni più tardi dalla Cdc (Center for Diseases Control) di Atlanta, praticamente l’Istituto superiore della sanità degli Stati Uniti. Tempo dopo, per sintetizzare, fu chiesto di analizzare il sangue dei mantovani. La clinica del lavoro di Milano stilò un rapporto in cui concludeva che il livello di diossina nel loro sangue a campione era medio-basso. Invece non era vero.
A seguito di un’interrogazione parlamentare di Casson, rivide drasticamente il proprio parere e in un cosiddetto “consensus report” assieme all’Istituto Superiore di Sanità sostenne che il livello di diossina era medio-alto. Ecco, il problema è questo. Che non è possibile, o almeno non c’è una spiegazione scientifica, che lo giustifichi. Visto che qui il polo chimico è chiuso da vent’anni. Come del resto l’inceneritore, sigillato nel lontano 1992. La domanda è: da dove arrivava la diossina che provoca i sarcomi nel sangue dei mantovani?».
Sta dicendo che i fusti di Seveso vennero smaltiti da queste parti, a Mantova?
«No. Sto facendo alcune constatazioni scientifiche su coincidenze attualmente senza risposte. La prima è che Mantova ha inspiegabilmente questa elevata concentrazione di sarcomi. La seconda è che chi abita vicino all’inceneritore ormai fermo da diciotto anni aveva inspiegabilmente probabilità trenta volte più alte di ammalarsi di sarcoma rispetto al resto della popolazione di Mantova, quasi che lì si fosse bruciata diossina. La terza è che in nessun’altra città che abbia avuto un inceneritore per rifiuti tossico-nocivi c’è mai stata correlazione statistica così diretta con i sarcomi. La quarta è l’assolutamente inspiegabile livello medio-alto di diossina nel sangue dei mantovani. E la quinta è che – purtroppo – nessuno sa che fine abbiano fatto i 41 fusti e gli altri rifiuti di Seveso: quelli che la stessa commissione della Regione Lombardia scrisse soltanto che “sembra” siano stati smaltiti nel Mare del Nord, e la cui sorte è dunque avvolta nel mistero. E poi c’è un sesto elemento...».
Cioè?
«I sarcomi a Mantova hanno iniziato a manifestarsi alla fine degli anni Ottanta, con i consueti dieci anni di latenza. E cioè più o meno dieci anni dopo l’incidente dell’Icmesa, a 150 chilometri da qui. Lo ricordo bene perché venni ad abitare in questa zona alla fine degli anni Settanta. E osservai nel mio giardino un fenomeno che non avevo mai visto prima e che mi colpì profondamente, anche perché non lo rividi più».
Quale?
«Era il mese di maggio. E dagli alberi caddero le foglie».
Tratto da: IL maschile de Il Sole 24 ore

di Edorardo Montolli - 17 settembre 2010
Lo stivale italiano dei veleni svelato
dal super-consulente delle procure.
In ufficio ci va a bordo di un kajak perennemente ormeggiato tra i canneti che dalla riva degradano lentamente fino al giardino di casa. L’uomo che scende e deposita il remo ha una barba incolta bianca e il cappello alla Crocodile Dundee. Ha scelto di vivere in un suggestivo scorcio del Lago di Mantova che gli allontana i ricordi olezzanti di discariche abusive, rifiuti tossici e industrie chimiche fuorilegge, ossia tutto ciò che nel suo lavoro affronta quotidianamente. Si chiama Paolo Rabitti, 60 anni, due lauree – ingegneria e urbanistica –, innumerevoli pubblicazioni, docenze e ricerche alle spalle. Ai suoi studi si affidano i Comuni alle prese con la Tav o i comitati di cittadini preoccupati da inceneritori e aziende chimiche. Gente con cui spesso collabora gratuitamente, così, per coscienza civica, dice.
Ma il suo nome appare soprattutto nelle più importanti inchieste ambientali, chiamato come consulente dalle Procure di mezza Italia. Dai tempi di Felice Casson per il petrolchimico di Porto Marghera, ai pm di Brescia, Ferrara, Rovigo o Grosseto, giusto per citarne alcune: e sempre per smaltimento di materiali tossici, inquinamento da emissioni di Pcb dalle acciaierie, acque devastate da scarichi illeciti. Come per il Lago Maggiore: la sua perizia per il tribunale di Torino è valsa la condanna civile per 1,6 miliardi di euro alla Syndyal, responsabile dello sversamento nelle acque di quantità industriali di Ddt. «Se ne accorsero gli svizzeri, poi fu vietata la pesca. E ancora oggi ci sono sul fondale quantità enormi sedimenti inquinanti».
I magistrati, alle prese con un disastro ambientale dietro l’altro, per capirci qualcosa suonano al suo campanello sempre più spesso. E non poteva non essere così anche per il caso dei rifiuti in Campania: trenta ore di testimonianza nell’aula bunker, un vero record, per spiegare che «con la gestione dei rifiuti la camorra non c’entra proprio nulla». E che per contro c’entravano istituzioni e multinazionali, per le quali è diventato una sorta di incubo, un cave hominem da cui stare alla larga visto che ogni volta che ci incappano finisce a condanne e risarcimenti per i disastri commessi. «In effetti tentano spesso di etichettarmi per un ambientalista, un’etichetta comoda se si devono nascondere gigantesche magagne».
Per quelle che ha scovato in diverse città sugli affari d’oro del pattume, è stato appena nominato consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Un incarico, l’ennesimo, che svolge gratis. E che probabilmente avrà il suo fulcro proprio in ciò che accadde nell’area campana. Intorno a un tavolo in legno, sotto al pergolato, l’ingegnere inizia a ricostruirne la storia, attorniato dalla moglie Gloria Costani, di professione medico, da Smilla e Black, i suoi due cani e da un numero imprecisato di gatti.
«Lì la situazione era già piuttosto compromessa, perché per decenni le industrie del centro-nord vi avevano smaltito illegalmente rifiuti pericolosi, interrandoli, sversandoli nelle acque o direttamente nelle falde. Questo per delineare il quadro. Quanto allo scandalo dei rifiuti urbani, c’è un processo per truffa ai danni dello Stato e falso alla Fibe-Impregilo. In sostanza doveva gestire i rifiuti per l’intera regione, separando carta e plastica dalla componente organica. La prima sarebbe servita per produrre combustibile da bruciare negli inceneritori. La seconda doveva essere inertizzata diventando una specie di terriccio da fiori».
Invece?
«Di fatto non veniva prodotto combustibile, né – tantomeno – il terriccio. E la regione si è trovata alle prese con circa dieci milioni di tonnellate di cosiddette “ecoballe”, in barba al Commissariato ai rifiuti che avrebbe dovuto controllare».
Rifiuti uguale camorra, dicono.
«Guardi, la camorra forse è intervenuta nel business dei trasporti dei rifiuti dagli impianti alle discariche, in qualche subappalto fatto da Fibe-Impregilo che peraltro non poteva subappaltare. E forse, ma forse, la camorra si accaparrava i terreni in cui Impregilo aveva deciso di costruire le discariche. Ma di sicuro, con la gestione dei rifiuti, la camorra non c’entra assolutamente nulla, contrariamente a quanto si lascia intendere. La responsabilità è di controllori e controllati. Ed era impossibile non vedere che nelle discariche c’era una situazione da Terzo mondo, che ancora adesso nessuno racconta».
Tipo?
«Progettate per accogliere materiale inerte, e cioè il terriccio, venivano invece riempite con rifiuti organici addirittura freschi che andavano rapidamente in putrefazione e producevano enormi quantità di liquido marcio (il cosiddetto percolato) e di gas. Sicché, oltre a inquinare, puzzavano da morire. Nemmeno le coprivano tutte le sere, né tentavano di limitare almeno le quantità di percolato o di captare il gas. Risultato, il percolato tracimava, l’odore era intollerabile. E per attenuarlo, a qualcuno è venuta l’idea di piazzare spruzzini di profumo sulle recinzioni».
Sta scherzando?
«Giuro. Ho qui una foto».
Con l’intervento del Governo Berlusconi i rifiuti sono spariti d’incanto, in una manciata di giorni. E tutti si chiedono ancora oggi come sia stato possibile.
«Beh, io commento solo ciò che ho visto. E cioè il sito di Ferrandelle: hanno accatastato circa un milione di tonnellate di rifiuti in piazzole preparate in fretta e furia su un terreno quasi paludoso e senza alcun tipo di copertura. Non mi pare esattamente la panacea che hanno dipinto».
Resta il fatto che in alcune regioni del Sud l’emergenza si ripresenta periodicamente.
«Perché per funzionare il ciclo dei rifiuti necessita di amministrazioni che amministrino, controllori che controllino e aziende che facciano quello per cui sono pagate. Ma se, tanto per fare un esempio ipotetico, il politico di turno decide di mandare tutto in discarica, affida la localizzazione a un emissario della camorra, il progetto al cognato che non ne ha mai vista una, la raccolta dei rifiuti a un’azienda creata solo per assumere personale, lo smaltimento a un’altra azienda che ha interessi nei rifiuti pericolosi e la discarica a chi ci fa andar dentro di tutto e se ne infischia della corretta gestione, allora, come dire, se succede tutto questo è molto probabile che si verifichino disastri».
Per molti la soluzione starebbe nei termovalorizzatori.
«Mah, termovalorizzatore è un termine eufemistico. Secondo le leggi nazionali ed europee si deve parlare di “inceneritori con recupero di energia”. Certamente sono impianti assai vantaggiosi economicamente ed è per questo che c’è la corsa a costruirli. Peccato che in Italia l’energia prodotta incenerendo i rifiuti sia stata fatta passare alla pari di quella proveniente dal sole e dal vento. E veniva così adeguatamente sovvenzionata finché la Comunità europea ci ha tirato le orecchie, perché è evidente che non si tratta della stessa cosa. E vorrei confutare un’altra colossale bugia: non è vero che gli inceneritori non inquinino. Anche ammesso che le emissioni rientrino nei limiti di legge, moltiplicando le concentrazioni a metro cubo degli inquinanti per il numero di metri cubi di gas che escono dai camini si trovano quantità molto rilevanti. Senza contare i delinquenti che taroccano il software di controllo per simulare emissioni inferiori a quelle reali. Alcuni casi li ho constatati di persona».
E allora, la soluzione?
«Il sistema migliore è, ovviamente, non produrli».
Facile.
«Scusi, perché se compro una fetta di formaggio al supermercato mi devo portare a casa altrettanta plastica? Costa poco produrla, ma molto smaltirla, sia in termini economici che ambientali. Oltre a ridurre bisogna cercare di recuperare e riusare, visto che ogni cosa che finisce in discarica o viene incenerita provoca un impatto ambientale».
Un po’ utopistico.
«Nient’affatto. A Treviso raggiungono l’80 per cento, ripeto 80 per cento di raccolta differenziata come media annuale. Così, visto che non serve l’inceneritore per rifiuti urbani, gli industriali hanno pensato bene di chiedere di costruirne due per rifiuti speciali. E sta ovviamente succedendo un putiferio, perché la gente si sente presa in giro».
Una sensazione che si avverte spesso. Lei si è occupato del cloruro di vinile di Porto Marghera, uno dei più grandi scandali italiani, che vedeva al centro il colosso industriale Montedison.
«Già. Scoppiò tutto perché un operaio, Gabriele Bortolozzo, volle capire il motivo per cui gli amici che lavoravano con lui nel reparto in cui si produceva polivinilcloruro (Pvc) a partire dal cloruro di vinile (Cvm) fossero tutti morti di tumore. Fu grazie alla sua personale ricerca inviata alla Procura di Venezia che iniziò l’indagine di Felice Casson. Tra le carte dell’inchiesta sul Petrolchimico di Brindisi trovai un documento del 1974 (che poi depositai agli atti del processo di Marghera) in cui un dirigente di Montedison affermava che le aziende sapevano che il Cvm fosse cancerogeno molto prima della scoperta ufficiale del 1973, ma che l’avevano tenuto segreto. E in un secondo documento del 1977 (che mi fu anonimamente imbucato nella cassetta della posta) un altro dirigente Montedison scrisse che non bisognava fare le manutenzioni agli impianti. E questi sono solo due esempi, per dare l’idea di una vicenda incredibile».
Pare incredibile anche ciò che è accaduto con lo sversamento in mare del petrolio della BP. Barack Obama l’ha paragonato all’11 settembre...
«È certamente un disastro ambientale di proporzioni terrificanti, ma è anche la dimostrazione che l’estrazione del petrolio comincia a essere troppo difficile. Le conseguenza sull’ambiente non sono per ora compiutamente valutabili. Si pensa che gli effetti dureranno molte decine di anni. D’altra parte, il caso americano ha fatto riemergere anche la questione dello sversamento nel delta del Niger che da decenni, nel silenzio generale, sta devastando l’ecosistema. O meglio: negli anni Ottanta il poeta Ken Saro-Wiwa si fece portavoce delle rivendicazioni della popolazione. Ma finì impiccato».
Anche lei è tra quelli che sostengono la necessità di passare alle energie rinnovabili?
«Credo che sfruttarle sia un dovere morale, oltre che una necessità contingente. Se, invece di riempire le tasche dei padroni degli inceneritori con i contributi destinati alle energie rinnovabili, i soldi fossero stati usati per incentivare la ricerca e l’installazione degli impianti il nostro Paese sarebbe sicuramente all’avanguardia».
Lei non si fida del nucleare?
«Il ministro che più spingeva per le centrali nucleari era Scajola. Veda lei».
È degli incidenti che tutti hanno paura. In fondo qui siamo nella terra della diossina di Seveso, dell’Icmesa dei disinfettanti... Seveso, la Chernobyl italiana…
«Posso raccontarle a questo proposito una storia cui lavoro da molto tempo? Sa, ci sto scrivendo un libro».
Prego.
«A seguito del disastro del 1976 all’Icmesa, la commissione della Regione Lombardia stilò un rapporto secondo il quale “sembra” che parte delle 1.600 tonnellate di materiale asportato dalla fabbrica subito dopo il disastro venne smaltita in un inceneritore del Mare del Nord, inceneritore che però non fu indicato. Scrisse proprio così, “sembra”. Il resto del materiale rimasto nel reattore, e cioè 41 fusti di diossina e triclorofenolo, fu affidato a tale Bernard Paringaux, persona che si disse legata ai servizi segreti e che avrebbe dovuto smaltirli in una discarica controllata in Francia. Paringaux li mostrò in tv, solo che i fusti erano più piccoli di diametro rispetto a quelli che erano partiti. Ne nacque un giallo che si risolse solo molto tempo più tardi, quando fu spiegato che erano stati smaltiti probabilmente vicino alle ex miniere di sale della Ddr. Probabilmente. Di fatto, nessuno seppe mai nemmeno in questo caso né dove, né se a essere effettivamente smaltiti furono i fusti partiti dalla sede dell’Icmesa. Perché la verità è questa: che nessuno sa dove siano finiti. E questo è il primo punto. Il secondo è che la diossina provoca il sarcoma, un tumore il cui tempo di latenza si aggira intorno ai dieci anni».
E quindi?
«Lei lo sapeva che Mantova è la città con la più elevata frequenza di sarcomi in Italia rispetto alle popolazioni della zona industriale?».
Non seguo il paragone.
«Ce ne accorgemmo io e mia moglie che, essendo medico di base, notò che buona parte di questi tumori colpivano pazienti che abitavano vicino al vecchio inceneritore della città. Che oggi è vecchio, ma che nel 1980 era stato inaugurato come il più moderno inceneritore per rifiuti tossico-nocivi d’Europa. Scrivemmo un report. E in effetti l’Istituto superiore della Sanità promosse uno studio approfondito, constatando che chi abitava vicino all’inceneritore di Mantova aveva una probabilità ben trenta volte superiore al resto della città di sviluppare il sarcoma. Ed è una circostanza stranissima, perché in nessun altro luogo dove è presente un inceneritore per tossico-nocivi è mai stato evidenziato un aumento dei sarcomi. Circostanza della quale infatti sono stato chiamato a relazionare poco tempo fa alla Gordon and Mary Cain Foundation a Philadelphia».
La questione comincia a farsi inquietante.
«All’epoca di Seveso non esistevano strumenti per capire quanta diossina potesse essere entrata nel sangue della popolazione. Ne furono congelati alcuni campioni che vennero analizzati anni più tardi dalla Cdc (Center for Diseases Control) di Atlanta, praticamente l’Istituto superiore della sanità degli Stati Uniti. Tempo dopo, per sintetizzare, fu chiesto di analizzare il sangue dei mantovani. La clinica del lavoro di Milano stilò un rapporto in cui concludeva che il livello di diossina nel loro sangue a campione era medio-basso. Invece non era vero.
A seguito di un’interrogazione parlamentare di Casson, rivide drasticamente il proprio parere e in un cosiddetto “consensus report” assieme all’Istituto Superiore di Sanità sostenne che il livello di diossina era medio-alto. Ecco, il problema è questo. Che non è possibile, o almeno non c’è una spiegazione scientifica, che lo giustifichi. Visto che qui il polo chimico è chiuso da vent’anni. Come del resto l’inceneritore, sigillato nel lontano 1992. La domanda è: da dove arrivava la diossina che provoca i sarcomi nel sangue dei mantovani?».
Sta dicendo che i fusti di Seveso vennero smaltiti da queste parti, a Mantova?
«No. Sto facendo alcune constatazioni scientifiche su coincidenze attualmente senza risposte. La prima è che Mantova ha inspiegabilmente questa elevata concentrazione di sarcomi. La seconda è che chi abita vicino all’inceneritore ormai fermo da diciotto anni aveva inspiegabilmente probabilità trenta volte più alte di ammalarsi di sarcoma rispetto al resto della popolazione di Mantova, quasi che lì si fosse bruciata diossina. La terza è che in nessun’altra città che abbia avuto un inceneritore per rifiuti tossico-nocivi c’è mai stata correlazione statistica così diretta con i sarcomi. La quarta è l’assolutamente inspiegabile livello medio-alto di diossina nel sangue dei mantovani. E la quinta è che – purtroppo – nessuno sa che fine abbiano fatto i 41 fusti e gli altri rifiuti di Seveso: quelli che la stessa commissione della Regione Lombardia scrisse soltanto che “sembra” siano stati smaltiti nel Mare del Nord, e la cui sorte è dunque avvolta nel mistero. E poi c’è un sesto elemento...».
Cioè?
«I sarcomi a Mantova hanno iniziato a manifestarsi alla fine degli anni Ottanta, con i consueti dieci anni di latenza. E cioè più o meno dieci anni dopo l’incidente dell’Icmesa, a 150 chilometri da qui. Lo ricordo bene perché venni ad abitare in questa zona alla fine degli anni Settanta. E osservai nel mio giardino un fenomeno che non avevo mai visto prima e che mi colpì profondamente, anche perché non lo rividi più».
Quale?
«Era il mese di maggio. E dagli alberi caddero le foglie».
Tratto da: IL maschile de Il Sole 24 ore
domenica 12 settembre 2010
Napoli, emergenza infinita. L’inceneritore di Acerra è fermo, torneranno i rifiuti in strada?
L’inceneritore di Acerra è fermo. Doveva inghiottire la monnezza di Napoli: in assenza di una decente raccolta differenziata e in assenza soprattutto di una politica di riduzione dei rifiuti, la perpetua emergenza potrebbe nuovamente palesarsi attraverso i rifiuti accumulati nelle strade.
Finchè l’inceneritore ha funzionato, oltretutto, c’è stato il problema del Pm10, le famigerate polveri sottili. Nella zona del Pantano hanno sforato i limiti consentiti in ben 250 giorni su 500, secondi i dati Arpac. Il limite è di 35 sforamenti annuali.
Il Corriere del Mezzogiorno parla di due delle tre linee di incenerimento dei rifiuti ferme, ufficialmente per manutenzione programmata anche se nessuno spiega il motivo per cui è stato necessario bloccarle contemporaneamente.
Una linea richiederebbe interventi eseguibili in qualche giorno, l’altra è in prognosi riservata, nel senso che non si sa quando potrà tornare in funzione.
Secondo il consigliere provinciale Tommaso Sodano (Federazione della Sinistra), ripreso on line da Stabia Channel, in realtà da ieri anche la terza linea è ferma, l’impianto è praticamente inutilizzabile e i problemi delle prime due linee sono legate a “danni di natura strutturale alle caldaie”
“Un simile quadro fa emergere tutti i dubbi da anni sollevati sulla bontà dell’impianto, che assomiglia sempre più ad un vecchio catorcio, nonostante sia in funzione da appena un anno”, afferma ancora Sodano.
L’inceneritore di Acerra è nato per bruciare 1000 tonnellate di immondizia al giorno: non resta che la discarica. La Regione vorrebbe ampliare la discarica di Chiaiano in attesa (tre anni almeno) che entrino in funzione altri due inceneritori.
Ufficialmente l’emergenza rifiuti a Napoli è finita nove mesi fa. Le attribuisco il merito di dimostrare quotidianamente che il problema dei rifiuti non si risolve a base di discariche ed inceneritori.
Sul Corriere del Mezzogiorno inceneritore di Acerra, bloccate due linee su tre
Su Stabia Channel bloccata anche la terza linea dell’inceneritore di Acerra
Foto Flickr
http://www.blogeko.it/2010/napoli-emergenza-infinita-linceneritore-di-acerra-e-fermo-torneranno-i-rifiuti-in-strada/
.
L’inceneritore di Acerra è fermo. Doveva inghiottire la monnezza di Napoli: in assenza di una decente raccolta differenziata e in assenza soprattutto di una politica di riduzione dei rifiuti, la perpetua emergenza potrebbe nuovamente palesarsi attraverso i rifiuti accumulati nelle strade.
Finchè l’inceneritore ha funzionato, oltretutto, c’è stato il problema del Pm10, le famigerate polveri sottili. Nella zona del Pantano hanno sforato i limiti consentiti in ben 250 giorni su 500, secondi i dati Arpac. Il limite è di 35 sforamenti annuali.
Il Corriere del Mezzogiorno parla di due delle tre linee di incenerimento dei rifiuti ferme, ufficialmente per manutenzione programmata anche se nessuno spiega il motivo per cui è stato necessario bloccarle contemporaneamente.
Una linea richiederebbe interventi eseguibili in qualche giorno, l’altra è in prognosi riservata, nel senso che non si sa quando potrà tornare in funzione.
Secondo il consigliere provinciale Tommaso Sodano (Federazione della Sinistra), ripreso on line da Stabia Channel, in realtà da ieri anche la terza linea è ferma, l’impianto è praticamente inutilizzabile e i problemi delle prime due linee sono legate a “danni di natura strutturale alle caldaie”
“Un simile quadro fa emergere tutti i dubbi da anni sollevati sulla bontà dell’impianto, che assomiglia sempre più ad un vecchio catorcio, nonostante sia in funzione da appena un anno”, afferma ancora Sodano.
L’inceneritore di Acerra è nato per bruciare 1000 tonnellate di immondizia al giorno: non resta che la discarica. La Regione vorrebbe ampliare la discarica di Chiaiano in attesa (tre anni almeno) che entrino in funzione altri due inceneritori.
Ufficialmente l’emergenza rifiuti a Napoli è finita nove mesi fa. Le attribuisco il merito di dimostrare quotidianamente che il problema dei rifiuti non si risolve a base di discariche ed inceneritori.
Sul Corriere del Mezzogiorno inceneritore di Acerra, bloccate due linee su tre
Su Stabia Channel bloccata anche la terza linea dell’inceneritore di Acerra
Foto Flickr
http://www.blogeko.it/2010/napoli-emergenza-infinita-linceneritore-di-acerra-e-fermo-torneranno-i-rifiuti-in-strada/
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martedì 7 settembre 2010
DOSSIER - PUGLIA/ECOMAFIE : Come ti discarico la Puglia
Il problema dei rifiuti non riguarda solo la Campania.
Riguarda tutti noi.Riguarda l'aria che respiriamo, i cibi che mangiamo e l'acqua che beviamo. Riguarda le azioni illecite compiute dalle mafie, le quali estendono il loro'business' ben oltre il nord Italia, oltre i confini
nazionali.
La discarica abusiva più grande d'Europa è stata scoperta a Deliceto, nel foggiano: più di 500.000 metri cubi di immondizia, rifiuti tossici, amianto e solventi, che indubbiamente non si è formata in poco tempo. Ma girando per la Puglia illegalità e rifiuti vanno a braccetto senza
troppe ambiguità.
Breve inchiesta sulla situazione dei rifiuti in Puglia.
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Fonte:Liberainformazione
Il problema dei rifiuti non riguarda solo la Campania.
Riguarda tutti noi.Riguarda l'aria che respiriamo, i cibi che mangiamo e l'acqua che beviamo. Riguarda le azioni illecite compiute dalle mafie, le quali estendono il loro'business' ben oltre il nord Italia, oltre i confini
nazionali.
La discarica abusiva più grande d'Europa è stata scoperta a Deliceto, nel foggiano: più di 500.000 metri cubi di immondizia, rifiuti tossici, amianto e solventi, che indubbiamente non si è formata in poco tempo. Ma girando per la Puglia illegalità e rifiuti vanno a braccetto senza
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Fonte:Liberainformazione