lunedì 2 agosto 2010

Taverna del Re, ecco come ti incenerisco le balle

Il dato è tratto, la Campania avrà un nuovo inceneritore.
Prima è toccato ad Acerra, ora è il turno di Taverna del Re (Giugliano). Due territori accumunati da un triste destino: un pesante inquinamento ambientale dovuto a sversamenti di rifiuti tossici ad opera della premiata ditta di servizi Camorra Spa. Non solo. In Campania, alcuni impianti legali sorgono paradossalmente accanto a sversatoi illegali. Recita un vecchio adagio: “oltre il danno la beffa” (ma in questo caso la beffa è anche danno, meglio usare il nostro “cornuti e mazziati” ).



A qualsiasi cittadino del mondo civile sembrerebbe quanto meno singolare la scelta di costruire un inceneritore proprio a Giugliano, la più popolosa città campana non capoluogo di provincia dove da anni si seppelliscono e si bruciano illegalmente rifiuti di ogni genere così come documentato e denunciato dall’associazione La Terra dei Fuochi. Citiamo La Terra dei Fuochi perchè è l’unica realtà che segnala quotidianamente i roghi dirifiuti . Nonostante l’attività del sito terradeifuochi.it e di altre meritevoli associazioni si continuano a bruciare ininterrottamente rifiuti tossici tra Napoli e Caserta.


Per ingrandire la mappa dei roghi, a cura dello staff della terradeifuochi.it, CLICCA QUI



Per ingrandire la mappa dei roghi, a cura dello staff della terradeifuochi.it, CLICCA QUI

Il nuovo inceneritore di Giugliano servirà a smaltire milioni di tonnellate di eco balle, quei cubi enormi contenenti spazzatura triturata e chissà quale altro rifiuto non propriamente “urbano”. Forse il buon senso suggerirebbe di chiamare quei cubi semplicemente balle, anche se il prefisso “eco “suona decisamente più trendy e piace di più alla “Napoli chic”. Un pò cometermovalorizzatore, ben più rassicurante di inceneritore. Per ultima, ma non ultima, è arrivata anche una nuova definizione di discarica: Deposito e stoccaggio temporaneo dei rifiuti. Suona bene, sempre meglio di immondezzaio. Peccato che le parole non aiutino a profumare l’aria !

Nella (ex) Campania Felix, il cemento e la munnezza stanno prendendo sempre più il posto dei frutteti, con buona pace della salute dei cittadini. Come al solito le domande sono ben più numerose delle risposte. Per esempio: a chi appartengono quelle montagne di (eco)balle , a chi spetterebbe la bonifica del territorio e in ultimo perchè le balle, visto che ci sono, bisogna necessariamente bruciarle?

A tal proposito, vi proponiamo una serie di articoli riguardanti Taverna del Re. In coda, alcune risorse correlate.

03/02/2010 E Ganapini: la Campania rischia la condanna dell’UE La procedura di infrazione potrebbe concludersi nel giro di un mese ( fonte: Ansa, riportato da internapoli.it )

04/02/2010 Le balle di Taverna del Re a garanzia della gara per il ponte sullo stretto di Messina La socità Impregilo nega: «Le cose non stanno così» ( fonte: Il mattino, riportato da internapoli.it )

20/02/2010 A Taverna del Re il terzo inceneritore La decisione nel decreto sull’emergenza rifiuti approvato alla Camera, ora spetta al Senato ( fonte: internapoli.it )

08/07/2010 Termodistruttore di balle nel territorio giuglianese Fanno tremare le dichiarazione del presidente Caldoro: «Le eco balle finiranno in un impianto dedicato al loro smaltimento a Giugliano» ( fonte: internapoli.it )

29/07/2010 Oggi sopralluogo voluto da Amato a Taverna del Re A Giugliano arriva l’inceneritore. Tra farfalle e papaveri ( fonte: julienews.it )

29/07/2010 Rifiuti: Amato, preoccupante termovalorizzatore Taverna Del Re ( fonte: ildenaro.it )

30/07/2010 “Costruiremo un impianto a Taverna del Re” L’annuncio ieri mattina della Provincia e della Regione (fonte: internapoli.it )

Altre risorse disponibili su:

  • chiaianodiscarica.it, sezione DOCUMENTI –> INCENERITORI, clicca qui
Lo staff di chiaiaNOdiscarica.it

Fonte: http://www.chiaianodiscarica.it/?p=1098
.
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Il dato è tratto, la Campania avrà un nuovo inceneritore.
Prima è toccato ad Acerra, ora è il turno di Taverna del Re (Giugliano). Due territori accumunati da un triste destino: un pesante inquinamento ambientale dovuto a sversamenti di rifiuti tossici ad opera della premiata ditta di servizi Camorra Spa. Non solo. In Campania, alcuni impianti legali sorgono paradossalmente accanto a sversatoi illegali. Recita un vecchio adagio: “oltre il danno la beffa” (ma in questo caso la beffa è anche danno, meglio usare il nostro “cornuti e mazziati” ).



A qualsiasi cittadino del mondo civile sembrerebbe quanto meno singolare la scelta di costruire un inceneritore proprio a Giugliano, la più popolosa città campana non capoluogo di provincia dove da anni si seppelliscono e si bruciano illegalmente rifiuti di ogni genere così come documentato e denunciato dall’associazione La Terra dei Fuochi. Citiamo La Terra dei Fuochi perchè è l’unica realtà che segnala quotidianamente i roghi dirifiuti . Nonostante l’attività del sito terradeifuochi.it e di altre meritevoli associazioni si continuano a bruciare ininterrottamente rifiuti tossici tra Napoli e Caserta.


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Il nuovo inceneritore di Giugliano servirà a smaltire milioni di tonnellate di eco balle, quei cubi enormi contenenti spazzatura triturata e chissà quale altro rifiuto non propriamente “urbano”. Forse il buon senso suggerirebbe di chiamare quei cubi semplicemente balle, anche se il prefisso “eco “suona decisamente più trendy e piace di più alla “Napoli chic”. Un pò cometermovalorizzatore, ben più rassicurante di inceneritore. Per ultima, ma non ultima, è arrivata anche una nuova definizione di discarica: Deposito e stoccaggio temporaneo dei rifiuti. Suona bene, sempre meglio di immondezzaio. Peccato che le parole non aiutino a profumare l’aria !

Nella (ex) Campania Felix, il cemento e la munnezza stanno prendendo sempre più il posto dei frutteti, con buona pace della salute dei cittadini. Come al solito le domande sono ben più numerose delle risposte. Per esempio: a chi appartengono quelle montagne di (eco)balle , a chi spetterebbe la bonifica del territorio e in ultimo perchè le balle, visto che ci sono, bisogna necessariamente bruciarle?

A tal proposito, vi proponiamo una serie di articoli riguardanti Taverna del Re. In coda, alcune risorse correlate.

03/02/2010 E Ganapini: la Campania rischia la condanna dell’UE La procedura di infrazione potrebbe concludersi nel giro di un mese ( fonte: Ansa, riportato da internapoli.it )

04/02/2010 Le balle di Taverna del Re a garanzia della gara per il ponte sullo stretto di Messina La socità Impregilo nega: «Le cose non stanno così» ( fonte: Il mattino, riportato da internapoli.it )

20/02/2010 A Taverna del Re il terzo inceneritore La decisione nel decreto sull’emergenza rifiuti approvato alla Camera, ora spetta al Senato ( fonte: internapoli.it )

08/07/2010 Termodistruttore di balle nel territorio giuglianese Fanno tremare le dichiarazione del presidente Caldoro: «Le eco balle finiranno in un impianto dedicato al loro smaltimento a Giugliano» ( fonte: internapoli.it )

29/07/2010 Oggi sopralluogo voluto da Amato a Taverna del Re A Giugliano arriva l’inceneritore. Tra farfalle e papaveri ( fonte: julienews.it )

29/07/2010 Rifiuti: Amato, preoccupante termovalorizzatore Taverna Del Re ( fonte: ildenaro.it )

30/07/2010 “Costruiremo un impianto a Taverna del Re” L’annuncio ieri mattina della Provincia e della Regione (fonte: internapoli.it )

Altre risorse disponibili su:

  • chiaianodiscarica.it, sezione DOCUMENTI –> INCENERITORI, clicca qui
Lo staff di chiaiaNOdiscarica.it

Fonte: http://www.chiaianodiscarica.it/?p=1098
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sabato 24 luglio 2010

Boscoreale in attesa di Ricciarelli si prega la Madonna



Una notte d’estate a Boscoreale, in provincia di Korogocho. Mentre sto scrivendo, il tanfo della discarica di Terzigno sta entrando nella mia stanza e mi trovo in una casa situata a cento metri dalla casa comunale di Boscoreale.

Dovrei chiudere la finestra, ma sento caldo e allora decido di lasciarla aperta e di sopportare i miasmi anche se mi viene quasi da vomitare.

Boscoreale in attesa di Ricciarelli si prega la Madonna
Fino a qualche settimana fa, ho partecipato attivamente alle proteste contro la discarica che da circa un anno è entrata prepotentemente nella vita di tutti i cittadini alle falde del Vesuvio.

In quest’ultimo periodo mi sono fermato a riflettere su come la lotta possa incidere contro questa grave barbarie dello Stato.

La prima domanda che mi sono posto e che si sono posta tutti: ma questi al Governo sono dei pazzi? Aprono le discariche a ridosso di centri abitati.

Poi ho immaginato, se io fossi la Ditta incaricata di portare i rifiuti in discarica, potendo influenzare il mondo politico, chiederei ai Rappresentanti del popolo, di aprire una discarica il più vicino possibile ai Comuni, così i camion della raccolta non dovranno fare centinaia di chilometri. Poi gli chiedo di non far fare una efficace raccolta differenziata, così approfitto dei miasmi e posso portare in discarica un poco di tutto, anche i rifiuti tossici più puzzolenti. Il guadagno diventa massimo con il minimo sforzo, dandomi modo di poter meglio apparecchiare la tavola tecnica, pardon, il tavolo tecnico e sono sicuro che nessuno vorrà rinunciare a prendere posto.

Partendo da queste mie considerazioni e vedendo che nonostante i disagi arrecati alla salute di intere popolazioni, il servizio sanitario non interviene, e poi che, davanti alle immagini trasmesse durante la visita della Commissione europea in discarica, con il ritrovamento di rifiuti non compatibili con quanto autorizzato, la Magistratura non interviene con un sequestro della discarica per fare i dovuti accertamenti, e poi che la Polizia disperde i manifestanti che avevano osato ribellarsi al sopruso di Stato, ho tratto le dovute conclusioni e cioè che le opzioni che restano a un cittadino pacifico, senza precedenti penali, sono solo due: restare e soffrire sopportando la violenza dello Stato o scappare via da questa Nazione corrotta.

Io resto perchè non ho più l’età, però a modo mio protesto pacificamente, non mi reco più a votare, già dal 2008, poiché non mi ritengo più un cittadino e non credo in questa finta democrazia che oggi è al potere.

In quell’anno ho denunciato, alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, i Commissari Prefettizi che governavano il mio Comune in nome dello Stato, essi non attuavano in pieno il Regolamento Comunale di Igiene Urbana, non sostituivano le campane danneggiate, non le incrementavano, non le facevano svuotare con puntualità e non realizzavano quella piattaforma ecologica che ancora oggi è un miraggio, però in compenso portarono a conclusione tutti gli appalti dell’Amministrazione sciolta, giusto per non dispiacere a nessuno.

Penso che la Magistratura abbia archiviato la mia denuncia, poiché lo Stato non può condannare sé stesso.

Vincenzo Martire da Boscoreale provincia di Korogocho.

Fonte:Agoravox

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Una notte d’estate a Boscoreale, in provincia di Korogocho. Mentre sto scrivendo, il tanfo della discarica di Terzigno sta entrando nella mia stanza e mi trovo in una casa situata a cento metri dalla casa comunale di Boscoreale.

Dovrei chiudere la finestra, ma sento caldo e allora decido di lasciarla aperta e di sopportare i miasmi anche se mi viene quasi da vomitare.

Boscoreale in attesa di Ricciarelli si prega la Madonna
Fino a qualche settimana fa, ho partecipato attivamente alle proteste contro la discarica che da circa un anno è entrata prepotentemente nella vita di tutti i cittadini alle falde del Vesuvio.

In quest’ultimo periodo mi sono fermato a riflettere su come la lotta possa incidere contro questa grave barbarie dello Stato.

La prima domanda che mi sono posto e che si sono posta tutti: ma questi al Governo sono dei pazzi? Aprono le discariche a ridosso di centri abitati.

Poi ho immaginato, se io fossi la Ditta incaricata di portare i rifiuti in discarica, potendo influenzare il mondo politico, chiederei ai Rappresentanti del popolo, di aprire una discarica il più vicino possibile ai Comuni, così i camion della raccolta non dovranno fare centinaia di chilometri. Poi gli chiedo di non far fare una efficace raccolta differenziata, così approfitto dei miasmi e posso portare in discarica un poco di tutto, anche i rifiuti tossici più puzzolenti. Il guadagno diventa massimo con il minimo sforzo, dandomi modo di poter meglio apparecchiare la tavola tecnica, pardon, il tavolo tecnico e sono sicuro che nessuno vorrà rinunciare a prendere posto.

Partendo da queste mie considerazioni e vedendo che nonostante i disagi arrecati alla salute di intere popolazioni, il servizio sanitario non interviene, e poi che, davanti alle immagini trasmesse durante la visita della Commissione europea in discarica, con il ritrovamento di rifiuti non compatibili con quanto autorizzato, la Magistratura non interviene con un sequestro della discarica per fare i dovuti accertamenti, e poi che la Polizia disperde i manifestanti che avevano osato ribellarsi al sopruso di Stato, ho tratto le dovute conclusioni e cioè che le opzioni che restano a un cittadino pacifico, senza precedenti penali, sono solo due: restare e soffrire sopportando la violenza dello Stato o scappare via da questa Nazione corrotta.

Io resto perchè non ho più l’età, però a modo mio protesto pacificamente, non mi reco più a votare, già dal 2008, poiché non mi ritengo più un cittadino e non credo in questa finta democrazia che oggi è al potere.

In quell’anno ho denunciato, alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, i Commissari Prefettizi che governavano il mio Comune in nome dello Stato, essi non attuavano in pieno il Regolamento Comunale di Igiene Urbana, non sostituivano le campane danneggiate, non le incrementavano, non le facevano svuotare con puntualità e non realizzavano quella piattaforma ecologica che ancora oggi è un miraggio, però in compenso portarono a conclusione tutti gli appalti dell’Amministrazione sciolta, giusto per non dispiacere a nessuno.

Penso che la Magistratura abbia archiviato la mia denuncia, poiché lo Stato non può condannare sé stesso.

Vincenzo Martire da Boscoreale provincia di Korogocho.

Fonte:Agoravox

lunedì 12 luglio 2010

Il cielo sopra Gomorra


http://www.facebook.com/profile.php?id=100000698291299#!/LaTerraDeiFuochi?ref=ts


Un tempo erano colline. Oggi sembrano crateri scavati da meteoriti. Orbite vuote.
Sono le cave della Provincia di Caserta. Al posto della roccia mangiata via lo spazio per milioni di tonnellate di rifiuti.
Volare sulle ferite ambientali della Campania un viaggio nel disastro.
Rainews24 lo ha fatto con gli uomini del Corpo Forestale dello Stato che ogni giorno vanno a caccia di milioni di tonnellate di rifiuti tossici dispersi in cave abbandonate, campi agricoli e greti di fiumi. Un elicottero equipaggiato con una telecamera termica in grado di rilevare minime variazioni di temperatura individua le aree sospette, un magnetometro vede attraverso il terreno le masse metalliche che possono indicare la presenza di rifiuti pericolosi occultati sotto la superficie.
Sono le armi allavanguardia messe in campo contro lo strapotere dei clan, nella guerra per il futuro di un intero pezzo di Italia.
Intanto una squadra di esperti americani ha raccolto campioni di acqua, aria e suolo intorno alle strutture e alle abitazioni dove sono alloggiati i militari statunitensi e le loro famiglie di stanza in Campania. Le analisi hanno individuato diciotto sostanze tossiche tra cui tetracloroetilene, benzene, diossina e cromo esavalente - in concentrazioni superiori agli standard delle agenzie USA.
Sulla base dei risultati dei test, tra il novembre 2008 e lagosto del 2009 trentotto famiglie sono state trasferite: trentotto su un totale di centotrenta, che il numero delle abitazioni sottoposte a controlli.
Lamministrazione USA ha stabilito che il proprio personale non possa stipulare contratti di affitto in tre aree intorno a Napoli, considerate a rischio. Una sospensione temporanea che si affianca alla prescrizione che gli americani non possono prendere in affitto abitazioni non allacciate allacquedotto o a pozzi certificati e che debbano usare acqua minerale anche per cuocere i cibi e lavarsi i denti.
I primi studi pubblicati dal team di medici militari americani sembrano escludere una maggiore incidenza di malattie croniche e tumori tra il personale di stanza a Napoli.
Ma gli americani hanno studiato solo le malattie che hanno un tempo di latenza molto breve. Che cosa succede se si vive a lungo i queste condizioni ambientali? Quali rischi corrono i cittadini italiani che vivono stabilmente in Campania?

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Un tempo erano colline. Oggi sembrano crateri scavati da meteoriti. Orbite vuote.
Sono le cave della Provincia di Caserta. Al posto della roccia mangiata via lo spazio per milioni di tonnellate di rifiuti.
Volare sulle ferite ambientali della Campania un viaggio nel disastro.
Rainews24 lo ha fatto con gli uomini del Corpo Forestale dello Stato che ogni giorno vanno a caccia di milioni di tonnellate di rifiuti tossici dispersi in cave abbandonate, campi agricoli e greti di fiumi. Un elicottero equipaggiato con una telecamera termica in grado di rilevare minime variazioni di temperatura individua le aree sospette, un magnetometro vede attraverso il terreno le masse metalliche che possono indicare la presenza di rifiuti pericolosi occultati sotto la superficie.
Sono le armi allavanguardia messe in campo contro lo strapotere dei clan, nella guerra per il futuro di un intero pezzo di Italia.
Intanto una squadra di esperti americani ha raccolto campioni di acqua, aria e suolo intorno alle strutture e alle abitazioni dove sono alloggiati i militari statunitensi e le loro famiglie di stanza in Campania. Le analisi hanno individuato diciotto sostanze tossiche tra cui tetracloroetilene, benzene, diossina e cromo esavalente - in concentrazioni superiori agli standard delle agenzie USA.
Sulla base dei risultati dei test, tra il novembre 2008 e lagosto del 2009 trentotto famiglie sono state trasferite: trentotto su un totale di centotrenta, che il numero delle abitazioni sottoposte a controlli.
Lamministrazione USA ha stabilito che il proprio personale non possa stipulare contratti di affitto in tre aree intorno a Napoli, considerate a rischio. Una sospensione temporanea che si affianca alla prescrizione che gli americani non possono prendere in affitto abitazioni non allacciate allacquedotto o a pozzi certificati e che debbano usare acqua minerale anche per cuocere i cibi e lavarsi i denti.
I primi studi pubblicati dal team di medici militari americani sembrano escludere una maggiore incidenza di malattie croniche e tumori tra il personale di stanza a Napoli.
Ma gli americani hanno studiato solo le malattie che hanno un tempo di latenza molto breve. Che cosa succede se si vive a lungo i queste condizioni ambientali? Quali rischi corrono i cittadini italiani che vivono stabilmente in Campania?

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domenica 4 luglio 2010

Navi dei veleni, ecco la mappa on-line



Un paio di mesi fa abbiamo avuto il disastro petrolifero del Golfo del Messico, il più devastante dai tempi della guerra in Iraq. Purtroppo l’evento è stato solo l’ultimo di una lunga serie che mina la salute degli oceani e della Terra.



Le conseguenze del rilascio del petrolio in acqua sono devastanti: decimazione del plancton, distruzione del piumaggio degli uccelli, morti e malattie per la fauna marina. Ma in generale, le "navi dei veleni" sembrano qualcosa di esotico e lontano — roba appunto da golfi tropicali. In realtà, anche il Mediterraneo è teatro di diverse tragedie di questo tipo: e molto più vicine a casa nostra di quanto si possa pensare.


Così, David Boardman e Paolo Gerbaudo — un web designer e un giornalista freelance — hanno unito le forze per creare uno strumento per fare luce sui delitti sommersi nel nostro piccolo grande mare. Si chiama in.fondo.al.mar. e produce una mappa informativa dei disastri petroliferi mediterranei dal 1979 a oggi. Le navi sono geolocalizzate nel punto in cui è avvenuto il disastro: cliccandovi sopra appare una breve descrizione dell'accaduto, dove è possibile anche aggiungere dei commenti, in modo da alimentare individualmente il lavoro di ricerca.



"Il progetto", spiegano Paolo e David, "si nutre di una ricerca di due mesi sull'archivio degli incidenti navali dei Lloyd's di Londra. Si tratta dell'unico archivio al mondo che registra tutti gli incidenti navali avvenuti in giro per il mondo. Abbiamo dovuto riportare da analogico a digitale i dati di decine e decine di schede di incidenti. È stata un'esperienza interessante che dimostra che a dispetto delle possibilità offerte da Google, tante informazioni continuino ad essere difficilmente accessibili. A volte tocca tornare a rimboccarsi le maniche e sudare dieci camicie facendo nottate di data entry".


Il sito consente di filtrare le informazioni in molti modi: cronologia, tipologia del cargo, tipologia dell'incidente, bandiera battuta dalla nave, livello d'attenzione e tipo del sospetto inquinamento (chimico, radioattivo o sconosciuto). Questo sia a livello di mappatura che di statistica: in.fondo.al.mar fornisce anche una serie di diagrammi a barre per confrontare rapidamente i vari dati a seconda del filtro necessario.


Ma perché questo tutto questo lavoro? Solo per avere un prontuario carino e facilmente consultabile, il progetto di ricerca minimal che fa tanto piacere studiare? No: perché la stragrande maggioranza degli incidenti marittimi sembra essere dolosa, con uno scopo molto semplice: eliminare illegalmente rifiuti tossici senza spendere una lira in smaltimento. Le indagini al riguardo sono molto scarse o addirittura mancanti, e un accertamento conclusivo non è ancora disponibile.



"Non ci aspettavamo che la mappa mostrasse una tale quantità di incidenti", ammette Gerbaudo, "anche se alcune ricerche indipendenti come quella condotta da Legambiente avevano già denunciato la dimensione di questo disastro ambientale. Però è stato solo mettendo questi diversi incidenti assieme su una mappa che era possibile comunicare in maniera comprensibile che non si trattava solo di uno o due casi, come quelli della Rosso o della Cunski che hanno fatto tanto clamore sui media, ma di un vero e proprio sistema di dimensioni industriali per lo smaltimento illegale di rifiuti. Purtroppo il nostro progetto mostra quanto il mare sia terra di nessuno, uno spazio in cui si commettono le peggiori nefandezze, (vedi pure il recente caso della piattaforma della BP nel Golfo del Messico), a fronte di una mancanza di controlli e la quasi certezza di farla franca."



Così, giornalismo impegnato e architettura dell'informazione online diventano una cosa sola. Non a caso, il progetto è stato premiato al Festival Digital Heretics 2010: con la speranza che — da autofinanziato qual è — trovi qualche sponsor per dargli maggiore continuità.



Fonte: http://www.wired.it/news/archivio/2010-06/30/navi-dei-veleni,-ecco-la-mappa-on-line.aspx
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Un paio di mesi fa abbiamo avuto il disastro petrolifero del Golfo del Messico, il più devastante dai tempi della guerra in Iraq. Purtroppo l’evento è stato solo l’ultimo di una lunga serie che mina la salute degli oceani e della Terra.



Le conseguenze del rilascio del petrolio in acqua sono devastanti: decimazione del plancton, distruzione del piumaggio degli uccelli, morti e malattie per la fauna marina. Ma in generale, le "navi dei veleni" sembrano qualcosa di esotico e lontano — roba appunto da golfi tropicali. In realtà, anche il Mediterraneo è teatro di diverse tragedie di questo tipo: e molto più vicine a casa nostra di quanto si possa pensare.


Così, David Boardman e Paolo Gerbaudo — un web designer e un giornalista freelance — hanno unito le forze per creare uno strumento per fare luce sui delitti sommersi nel nostro piccolo grande mare. Si chiama in.fondo.al.mar. e produce una mappa informativa dei disastri petroliferi mediterranei dal 1979 a oggi. Le navi sono geolocalizzate nel punto in cui è avvenuto il disastro: cliccandovi sopra appare una breve descrizione dell'accaduto, dove è possibile anche aggiungere dei commenti, in modo da alimentare individualmente il lavoro di ricerca.



"Il progetto", spiegano Paolo e David, "si nutre di una ricerca di due mesi sull'archivio degli incidenti navali dei Lloyd's di Londra. Si tratta dell'unico archivio al mondo che registra tutti gli incidenti navali avvenuti in giro per il mondo. Abbiamo dovuto riportare da analogico a digitale i dati di decine e decine di schede di incidenti. È stata un'esperienza interessante che dimostra che a dispetto delle possibilità offerte da Google, tante informazioni continuino ad essere difficilmente accessibili. A volte tocca tornare a rimboccarsi le maniche e sudare dieci camicie facendo nottate di data entry".


Il sito consente di filtrare le informazioni in molti modi: cronologia, tipologia del cargo, tipologia dell'incidente, bandiera battuta dalla nave, livello d'attenzione e tipo del sospetto inquinamento (chimico, radioattivo o sconosciuto). Questo sia a livello di mappatura che di statistica: in.fondo.al.mar fornisce anche una serie di diagrammi a barre per confrontare rapidamente i vari dati a seconda del filtro necessario.


Ma perché questo tutto questo lavoro? Solo per avere un prontuario carino e facilmente consultabile, il progetto di ricerca minimal che fa tanto piacere studiare? No: perché la stragrande maggioranza degli incidenti marittimi sembra essere dolosa, con uno scopo molto semplice: eliminare illegalmente rifiuti tossici senza spendere una lira in smaltimento. Le indagini al riguardo sono molto scarse o addirittura mancanti, e un accertamento conclusivo non è ancora disponibile.



"Non ci aspettavamo che la mappa mostrasse una tale quantità di incidenti", ammette Gerbaudo, "anche se alcune ricerche indipendenti come quella condotta da Legambiente avevano già denunciato la dimensione di questo disastro ambientale. Però è stato solo mettendo questi diversi incidenti assieme su una mappa che era possibile comunicare in maniera comprensibile che non si trattava solo di uno o due casi, come quelli della Rosso o della Cunski che hanno fatto tanto clamore sui media, ma di un vero e proprio sistema di dimensioni industriali per lo smaltimento illegale di rifiuti. Purtroppo il nostro progetto mostra quanto il mare sia terra di nessuno, uno spazio in cui si commettono le peggiori nefandezze, (vedi pure il recente caso della piattaforma della BP nel Golfo del Messico), a fronte di una mancanza di controlli e la quasi certezza di farla franca."



Così, giornalismo impegnato e architettura dell'informazione online diventano una cosa sola. Non a caso, il progetto è stato premiato al Festival Digital Heretics 2010: con la speranza che — da autofinanziato qual è — trovi qualche sponsor per dargli maggiore continuità.



Fonte: http://www.wired.it/news/archivio/2010-06/30/navi-dei-veleni,-ecco-la-mappa-on-line.aspx
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sabato 3 luglio 2010

Navi dei veleni e rifiuti tossici, la verità sulla tragedia della Calabria

di Italo Romano
Oltre la Coltre

Quando le notizie vengono omesse e non sono fruibili attraverso i principali mezzi d’informazione (televisione e giornali) non esistono. I fatti scompaiono, la menzogna diventa realtà e la verità diventa bugia. Questo è quello che succede in Italia, più in particolare in Calabria. Parlo nello specifico della Provincia di Cosenza, dove in precise zone del litorale cosentino, è normale routine morire di cancro. Un tasso di mortalità talmente fuori dalla norma che ha portato la Procura di Paola ad aprire un’inchiesta. Dopo vari accertamenti si è dato il via a una vasta ricerca sul campo. Da fine Aprile 2010, sono partiti i lavori di carotaggio presso il fiume Oliva, tra i comuni di Amantea, Serra D’Aiello e Aiello Calabro. Qui, secondo le indagini, dovrebbero essere stati interrati rifiuti tossici e radioattivi, provenienti dalle Regioni del Nord e dalla famigerate navi dei veleni. Il Procuratore Capo di Paola, Bruno Giordano, che sta dirigendo e coordinando le indagini, in questi mesi ha rilasciato dichiarazioni scioccanti:

“Abbiamo trovato di tutto, anche se dobbiamo aspettare ancora le analisi ufficiali“.

“Non ci sono dubbi che abbia trovato materiale tossico“.


“Qui, vi è un ammasso notevolissimo di rifiuti tossici, interrati e poi coperti con terreno naturale”.

“Man mano che si scava l’odore di idrocarburi e di metallo diventa insopportabile”.

L’ultima è di oggi, 30 Giugno 2010:

“La stima è senz’altro per difetto, ma pensiamo che sotto il fiume Oliva ci siano almeno centomila metri cubi di fanghi industriali”.

Avete letto bene? E’ stata accertata la presenza di enormi quantità di fanghi industriali, perciò non provenienti dalla Calabria, sotto il letto di un fiume e nei terreni circostanti. Intere colline e costoni di montagna adibiti a discariche illegali. Bell’affare! Pensate che in Italia non esistono discariche apposite per lo smaltimento dei fanghi industriali. Per un corretto smaltimento si è costretti a spedire i rifiuti in Germania. Ancora una volta è evidenziato il forte legame tra la “grande” imprenditoria del nord e le cosche mafiose del sud. La connessione è talmente stretta che si fa fatica a distinguere l’imprenditore dal mafioso e il mafioso dall’imprenditore, anzi, a volte, sono la stessa persona.

Si scaverà ancora per 3-4 giorni e poi sarà effettuata l’analisi dettagliata dei prelievi e verranno ufficializzati i dati. Poi toccherà capire chi è stato a interrare questi rifiuti pericolosi, quando sono stati seppelliti e perchè proprio in quell’area. Li vicino, casualmente, si trova la famosa spiaggia della Formiciche, dove arenò la motonave Jolly Rosso, la famigerata nave dei veleni. Coincidenza?

Vi lasciamo con l’interrogativo, che ognuno tragga le sue conclusioni, altrimenti poi mi accusano di essere un terrorista della notizia.

Nel frattempo, la Giunta regionale, riunitasi ieri sotto la presidenza del governatore Giuseppe Scopelliti (quello che va ai matrimoni dei mafiosi), su proposta dell’assessore all’Ambiente Francesco Pugliano, ha approvato l’idoneità alla balneazione, per la stagione 2010, di 18 chilometri di costa ricadenti in una serie di Comuni calabresi di grande attrattività turistica.

“I tratti di mare in questione – ha spiegato l’assessore Pugliano attraverso un comunicato dell’ufficio stampa della Giunta regionale – erano stati interdetti alla balneazione con deliberazione regionale n. 177 del 3 marzo 2010, sulla base dei dati del monitoraggio delle relative acque di balneazione condotto dall’Arpacal nella stagione balneare 2009. Ora, in seguito ai nuovi campionamenti effettuati dal mese di aprile 2010, per come previsto dal decreto interministeriale di attuazione del D.lgs. 116/08 del 30 marzo 2010, la Giunta regionale ha potuto riaprire alla balneazione 18 chilometri di tratti di mare che consentiranno di attrarre maggiori presenze turistiche verso la Calabria e far conoscere ulteriori bellezze della nostra regione”.

Tra i tratti di costa e di mare riaperti alla balneazione vi è anche il comune di Amantea. Quindi immaginiamo come siano state dettagliate queste analisi dell’Arpacal.

Preparate pinne, fucile e occhiali, che l’estate abbia inizio! Turisti di tutta Italia, vi aspettiamo in Calabria. Percorrete l’autostrada Acorsiaunicamafiosa3 e le statali costiere della morte. Affollate le spiagge del tirreno cosentino. Godete dei bagni nelle acque inquinate e maleodoranti del Mar Tirreno calabrese, sguazzate tra rifiuti tossici e radioattivi e rimpinzatevi la pancia con le prelibatezze condite di metalli pesanti della bella Calabria. Il turismo vieni prima di tutto, gli introiti economici hanno più importanza della vita e della saluta delle persone.

L’ignoranza è forza scriveva Orwell. Affermazione quanto mai veritiera.

Le dichiarazioni avrebbero dovuto aprire uno squarcio nella cupa vicenda delle Navi dei veleni, nel traffico di rifiuti e in altri misteri d’Italia collegato a questa tragica vicenda. In un paese civile sarebbe in corso un acceso dibattito, ma i nostro potenti sono troppo concentrati a tutelare i propri interessi, tra processi per mafia e leggi bavaglio, non c’è tempo per cosucce del genere.

Il silenzio intorno queste affermazioni è inconcepibile. Dov’è lo Stato? Di che si occupa il Ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo? E il Ministro del Turismo Michela Brambilla?

Ancora una volta una cortina fumosa ha avvolto tutto, il silenzio qui è un re, l’omertà la sua regina e menzogne, falsità, frottole, bugie, fandonie e messe inscena, i fedeli cortigiani. L’ignoranza e l’ubbidienza sono il loro popolino idiota.

Se le analisi confermassero quanto sopra dichiarato dal Procuratore Giordano, verrebbe a galla una verità che in tanti tentano di gridare al mondo da oltre vent’anni. Il problema è che in Italia, i misteri più che risolverli, piace raccontarli. Chi se ne frega poi se ci scappano i morti. A che ne dicano i giudici, abbiamo il maggior partito italiano che è sceso in campo a suon di bombe e possiamo vantare una lunga militanza delle nostre istituzioni nelle falangi terroriste di destra e sinistra e una stretta collaborazione con le cosche mafiose. Cosa vuoi che sia una giornalista trucidata in Somalia o uno strascico di deceduti per tumori vari, concentrati tutti in un luogo dove, vicino cui sono stati seppelliti veleni di ogni sorta…

In Calabria è stata accertata un emergenza ambientale senza precedenti. E’, citando il giornalista calabrese Francesco Cirillo, la pattumiera d’Italia. La punta dello stivale è stata scelta come discarica a cielo aperto. E’ stata sacrificata una della Regioni più bella d’Italia per gonfiare le tasche di mafiosi, imprenditori e politici.

Caro Re Silvio, invece di raccontare barzellette sporche in giro per il mondo, vieni a fare il tuo dovere, se ne sei capace.

Caro Ministro Prestigiacomo, anziché giocare alla piccola chimica con le industrie di famiglia, venga a dar manforte alla coraggiosa Procura di Paola,

Caro Ministro Brambilla, anziché girare per il mondo a spese nostre e propagandare il turismo del golf, dia un appoggio concreto ai tanti imprenditori turistici onesti della Calabria. Se la storia dei rifiuti salta fuori, ai voglia di buoni vacanze, qua ci sarà una doppia catastrofe.

Cari politici, invece di filosofeggiare dai vostri pulpiti e far finta di litigare del più e del meno, assumetevi la responsabilità a cui vi obbliga la carica che ricoprite. Quest’emergenza non ha colori politici. Grida giustizia, la pretendono le vittime di questa assurda pagine di storia del nostro oramai ex Bel Paese.

Fonti e articoli:

http://www.oltrelacoltre.com/?p=7744

http://www.oltrelacoltre.com/?p=7795

http://www.oltrelacoltre.com/?p=8087

http://www.calabriaonline.com/articoli/fanghi-industriali-nei-comuni-cosentini-accertamenti-del-procuratore-giordano_1515.htm

http://www.nuovacosenza.com/cs/10/giugno/29/olivafanghi.html

http://ilquotidianodellacalabria.ilsole24ore.com/it/calabria/cosenza_paola_fanghi_industriali_fiume_oliva_dichiarazioni_procuratore_giordano_depurazione.html

http://www.oltrelacoltre.com/?p=8105
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di Italo Romano
Oltre la Coltre

Quando le notizie vengono omesse e non sono fruibili attraverso i principali mezzi d’informazione (televisione e giornali) non esistono. I fatti scompaiono, la menzogna diventa realtà e la verità diventa bugia. Questo è quello che succede in Italia, più in particolare in Calabria. Parlo nello specifico della Provincia di Cosenza, dove in precise zone del litorale cosentino, è normale routine morire di cancro. Un tasso di mortalità talmente fuori dalla norma che ha portato la Procura di Paola ad aprire un’inchiesta. Dopo vari accertamenti si è dato il via a una vasta ricerca sul campo. Da fine Aprile 2010, sono partiti i lavori di carotaggio presso il fiume Oliva, tra i comuni di Amantea, Serra D’Aiello e Aiello Calabro. Qui, secondo le indagini, dovrebbero essere stati interrati rifiuti tossici e radioattivi, provenienti dalle Regioni del Nord e dalla famigerate navi dei veleni. Il Procuratore Capo di Paola, Bruno Giordano, che sta dirigendo e coordinando le indagini, in questi mesi ha rilasciato dichiarazioni scioccanti:

“Abbiamo trovato di tutto, anche se dobbiamo aspettare ancora le analisi ufficiali“.

“Non ci sono dubbi che abbia trovato materiale tossico“.


“Qui, vi è un ammasso notevolissimo di rifiuti tossici, interrati e poi coperti con terreno naturale”.

“Man mano che si scava l’odore di idrocarburi e di metallo diventa insopportabile”.

L’ultima è di oggi, 30 Giugno 2010:

“La stima è senz’altro per difetto, ma pensiamo che sotto il fiume Oliva ci siano almeno centomila metri cubi di fanghi industriali”.

Avete letto bene? E’ stata accertata la presenza di enormi quantità di fanghi industriali, perciò non provenienti dalla Calabria, sotto il letto di un fiume e nei terreni circostanti. Intere colline e costoni di montagna adibiti a discariche illegali. Bell’affare! Pensate che in Italia non esistono discariche apposite per lo smaltimento dei fanghi industriali. Per un corretto smaltimento si è costretti a spedire i rifiuti in Germania. Ancora una volta è evidenziato il forte legame tra la “grande” imprenditoria del nord e le cosche mafiose del sud. La connessione è talmente stretta che si fa fatica a distinguere l’imprenditore dal mafioso e il mafioso dall’imprenditore, anzi, a volte, sono la stessa persona.

Si scaverà ancora per 3-4 giorni e poi sarà effettuata l’analisi dettagliata dei prelievi e verranno ufficializzati i dati. Poi toccherà capire chi è stato a interrare questi rifiuti pericolosi, quando sono stati seppelliti e perchè proprio in quell’area. Li vicino, casualmente, si trova la famosa spiaggia della Formiciche, dove arenò la motonave Jolly Rosso, la famigerata nave dei veleni. Coincidenza?

Vi lasciamo con l’interrogativo, che ognuno tragga le sue conclusioni, altrimenti poi mi accusano di essere un terrorista della notizia.

Nel frattempo, la Giunta regionale, riunitasi ieri sotto la presidenza del governatore Giuseppe Scopelliti (quello che va ai matrimoni dei mafiosi), su proposta dell’assessore all’Ambiente Francesco Pugliano, ha approvato l’idoneità alla balneazione, per la stagione 2010, di 18 chilometri di costa ricadenti in una serie di Comuni calabresi di grande attrattività turistica.

“I tratti di mare in questione – ha spiegato l’assessore Pugliano attraverso un comunicato dell’ufficio stampa della Giunta regionale – erano stati interdetti alla balneazione con deliberazione regionale n. 177 del 3 marzo 2010, sulla base dei dati del monitoraggio delle relative acque di balneazione condotto dall’Arpacal nella stagione balneare 2009. Ora, in seguito ai nuovi campionamenti effettuati dal mese di aprile 2010, per come previsto dal decreto interministeriale di attuazione del D.lgs. 116/08 del 30 marzo 2010, la Giunta regionale ha potuto riaprire alla balneazione 18 chilometri di tratti di mare che consentiranno di attrarre maggiori presenze turistiche verso la Calabria e far conoscere ulteriori bellezze della nostra regione”.

Tra i tratti di costa e di mare riaperti alla balneazione vi è anche il comune di Amantea. Quindi immaginiamo come siano state dettagliate queste analisi dell’Arpacal.

Preparate pinne, fucile e occhiali, che l’estate abbia inizio! Turisti di tutta Italia, vi aspettiamo in Calabria. Percorrete l’autostrada Acorsiaunicamafiosa3 e le statali costiere della morte. Affollate le spiagge del tirreno cosentino. Godete dei bagni nelle acque inquinate e maleodoranti del Mar Tirreno calabrese, sguazzate tra rifiuti tossici e radioattivi e rimpinzatevi la pancia con le prelibatezze condite di metalli pesanti della bella Calabria. Il turismo vieni prima di tutto, gli introiti economici hanno più importanza della vita e della saluta delle persone.

L’ignoranza è forza scriveva Orwell. Affermazione quanto mai veritiera.

Le dichiarazioni avrebbero dovuto aprire uno squarcio nella cupa vicenda delle Navi dei veleni, nel traffico di rifiuti e in altri misteri d’Italia collegato a questa tragica vicenda. In un paese civile sarebbe in corso un acceso dibattito, ma i nostro potenti sono troppo concentrati a tutelare i propri interessi, tra processi per mafia e leggi bavaglio, non c’è tempo per cosucce del genere.

Il silenzio intorno queste affermazioni è inconcepibile. Dov’è lo Stato? Di che si occupa il Ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo? E il Ministro del Turismo Michela Brambilla?

Ancora una volta una cortina fumosa ha avvolto tutto, il silenzio qui è un re, l’omertà la sua regina e menzogne, falsità, frottole, bugie, fandonie e messe inscena, i fedeli cortigiani. L’ignoranza e l’ubbidienza sono il loro popolino idiota.

Se le analisi confermassero quanto sopra dichiarato dal Procuratore Giordano, verrebbe a galla una verità che in tanti tentano di gridare al mondo da oltre vent’anni. Il problema è che in Italia, i misteri più che risolverli, piace raccontarli. Chi se ne frega poi se ci scappano i morti. A che ne dicano i giudici, abbiamo il maggior partito italiano che è sceso in campo a suon di bombe e possiamo vantare una lunga militanza delle nostre istituzioni nelle falangi terroriste di destra e sinistra e una stretta collaborazione con le cosche mafiose. Cosa vuoi che sia una giornalista trucidata in Somalia o uno strascico di deceduti per tumori vari, concentrati tutti in un luogo dove, vicino cui sono stati seppelliti veleni di ogni sorta…

In Calabria è stata accertata un emergenza ambientale senza precedenti. E’, citando il giornalista calabrese Francesco Cirillo, la pattumiera d’Italia. La punta dello stivale è stata scelta come discarica a cielo aperto. E’ stata sacrificata una della Regioni più bella d’Italia per gonfiare le tasche di mafiosi, imprenditori e politici.

Caro Re Silvio, invece di raccontare barzellette sporche in giro per il mondo, vieni a fare il tuo dovere, se ne sei capace.

Caro Ministro Prestigiacomo, anziché giocare alla piccola chimica con le industrie di famiglia, venga a dar manforte alla coraggiosa Procura di Paola,

Caro Ministro Brambilla, anziché girare per il mondo a spese nostre e propagandare il turismo del golf, dia un appoggio concreto ai tanti imprenditori turistici onesti della Calabria. Se la storia dei rifiuti salta fuori, ai voglia di buoni vacanze, qua ci sarà una doppia catastrofe.

Cari politici, invece di filosofeggiare dai vostri pulpiti e far finta di litigare del più e del meno, assumetevi la responsabilità a cui vi obbliga la carica che ricoprite. Quest’emergenza non ha colori politici. Grida giustizia, la pretendono le vittime di questa assurda pagine di storia del nostro oramai ex Bel Paese.

Fonti e articoli:

http://www.oltrelacoltre.com/?p=7744

http://www.oltrelacoltre.com/?p=7795

http://www.oltrelacoltre.com/?p=8087

http://www.calabriaonline.com/articoli/fanghi-industriali-nei-comuni-cosentini-accertamenti-del-procuratore-giordano_1515.htm

http://www.nuovacosenza.com/cs/10/giugno/29/olivafanghi.html

http://ilquotidianodellacalabria.ilsole24ore.com/it/calabria/cosenza_paola_fanghi_industriali_fiume_oliva_dichiarazioni_procuratore_giordano_depurazione.html

http://www.oltrelacoltre.com/?p=8105

venerdì 25 giugno 2010

Nel paese che muore d'amianto

Di Andrea Milluzzi

"Ma che cosa sta succedendo a Ferrandina?" Questa è la domanda che Nunzia si sente rivolgere all'ospedale di Matera, dove le hanno appena diagnosticato un tumore. Una sentenza ultimamente troppo ricorrente fra gli abitanti di questo paesino a una trentina di chilometri dalla città dei sassi. Ma una risposta i ferrandinesi se la sono data: sta succedendo che la pattumiera d'Italia ha iniziato a generare i suoi morti.

All'ingresso del paese un corteo funebre sta salutando una donna di 57 anni portata via in un mese da un cancro. Sotto si estende la valle con i suoi calanchi, che nelle intenzioni di una volta doveva diventare un parco nazionale. Invece adesso ospita cinque discariche e il ministero dell'Ambiente progetta di costruirci pure un inceneritore e un'ennesima mega discarica di rifiuti tossici e nocivi.

Guarda La videoinchiesta

Ferrandina ha quasi diecimila abitanti e una grande storia alle spalle: è stata fondata ai tempi della Magna Grecia ed è stata un centro culturale anche in epoca bizantina. Nell'Ottocento i suoi abitanti si ribellarono più volte e anche durante la Seconda Guerra mondiale ci fu un'insurrezione contro i gerarchi e i latifondisti fascisti. Il paese è in cima a una collina e nel 1978 fu usato come location per il film 'Cristo si è fermato a Eboli', di Francesco Rosi.

Ma molto tempo è passato da allora. Domenico La Carpia è un imprenditore locale che si occupa di trivellazioni, smaltimento rifiuti e bonifica del territorio. Il nome della sua ditta è uno dei tanti che campeggiano sui cartelli di divieto d'accesso per presenza di sostanze pericolose. Sta mettendo in sicurezza la discarica comunale di Casaleni, ha una discarica di amianto e ha in carico la bonifica dell'ex Materit, azienda della vecchia e famigerata Eternit che fra il 1973 e il 1989 ha fatto tutti i danni che poteva fare al paese e ai paesani. "I lavori di bonifica sono iniziati ma per mettere completamente in sicurezza la zona servono, direi, 2 milioni di euro e il Comune non ha più una lira", spiega La Carpia. Nel frattempo 10 operai degli 86 che ci lavoravano sono morti, 16 si sono ammalati e tutti gli altri vivono un'esistenza sospesa fra controlli medici e il sospetto di essere già condannati.

Eppure che l'amianto fosse cancerogeno si sa da tempo. Non è più come 30 anni fa quando pur di lavorare i ferrandinesi accettarono di maneggiare quella strana polvere sconosciuta. Una relazione tecnica del 2005 ha rilevato amianto e manganese in quantità superiori alla norma nei terreni e nelle acque vicini alla ex Materit. Cinque anni dopo la fabbrica è sigillata alla meno peggio, con finestre infrante, un portone aperto e polvere per terra che si alza al minimo venticello stagionale. Dentro ci sono ancora 500-600 sacconi da mille chili di amianto ciascuno che aspettano di essere seppelliti e definitivamente dimenticati. Ma sono ancora là. E in paese si conta un malato a famiglia.

A pochi metri dallo stabilimento passa la superstrada Basentana che collega tutta la valle. Un altro centinaio di sacchi di amianto e un altro telone - rotto - danno il benvenuto. Nessuna recinzione, un solo cartello che però capre e mucche non possono leggere e quindi brulicano tranquillamente l'erbetta accanto alla sostanza maledetta. Dal produttore al consumatore il passo è breve e a volte mortale.

"Mio marito diceva sempre che mangiando i prodotti locali sapevamo bene cosa mangiavamo. No, lo sappiamo adesso". Nunzia ha 53 anni, da uno è rimasta vedova dopo che il marito è stato ucciso da un tumore. Adesso è lei a combattere con lo stesso male: "Mi sentivo stanca, pensavo fosse per quello che ho dovuto passare negli ultimi tempi. Invece ho fatto gli esami ed è venuto fuori che avevo un tumore al seno. Ma non ero preoccupata, so che si può guarire e ho fiducia nella scienza. Poi invece la Tac ha trovato metastasi ovunque e mi hanno detto che era inutile pure l'operazione".

C'è un documentario della Ola (Organizzazione lucana ambientalista), dall'associazione Ambiente e legalità e da Pensiero Attivo, un'associazione giovanile di Ferrandina in cui il free lance Andrea Spartaco filma i sacchi di amianto e il percolato che defluisce dalla discarica di Casaleni. "Nemmeno far vedere il video in piazza è servito a smuovere le coscienze. La conseguenza più devastante di essere diventati la pattumiera d'Italia è che tutti si sentono legittimati a fare quello che vogliono", dice Spartaco.

Se dici amianto e Eternit, la prima assonanza che viene in mente è Casale Monferrato, ma le pattumiere d'Italia sono di più, e tra queste Ferrandina. Gli effetti sono gli stessi, la consapevolezza, molto spesso, no.

www.extramedia.org


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Di Andrea Milluzzi

"Ma che cosa sta succedendo a Ferrandina?" Questa è la domanda che Nunzia si sente rivolgere all'ospedale di Matera, dove le hanno appena diagnosticato un tumore. Una sentenza ultimamente troppo ricorrente fra gli abitanti di questo paesino a una trentina di chilometri dalla città dei sassi. Ma una risposta i ferrandinesi se la sono data: sta succedendo che la pattumiera d'Italia ha iniziato a generare i suoi morti.

All'ingresso del paese un corteo funebre sta salutando una donna di 57 anni portata via in un mese da un cancro. Sotto si estende la valle con i suoi calanchi, che nelle intenzioni di una volta doveva diventare un parco nazionale. Invece adesso ospita cinque discariche e il ministero dell'Ambiente progetta di costruirci pure un inceneritore e un'ennesima mega discarica di rifiuti tossici e nocivi.

Guarda La videoinchiesta

Ferrandina ha quasi diecimila abitanti e una grande storia alle spalle: è stata fondata ai tempi della Magna Grecia ed è stata un centro culturale anche in epoca bizantina. Nell'Ottocento i suoi abitanti si ribellarono più volte e anche durante la Seconda Guerra mondiale ci fu un'insurrezione contro i gerarchi e i latifondisti fascisti. Il paese è in cima a una collina e nel 1978 fu usato come location per il film 'Cristo si è fermato a Eboli', di Francesco Rosi.

Ma molto tempo è passato da allora. Domenico La Carpia è un imprenditore locale che si occupa di trivellazioni, smaltimento rifiuti e bonifica del territorio. Il nome della sua ditta è uno dei tanti che campeggiano sui cartelli di divieto d'accesso per presenza di sostanze pericolose. Sta mettendo in sicurezza la discarica comunale di Casaleni, ha una discarica di amianto e ha in carico la bonifica dell'ex Materit, azienda della vecchia e famigerata Eternit che fra il 1973 e il 1989 ha fatto tutti i danni che poteva fare al paese e ai paesani. "I lavori di bonifica sono iniziati ma per mettere completamente in sicurezza la zona servono, direi, 2 milioni di euro e il Comune non ha più una lira", spiega La Carpia. Nel frattempo 10 operai degli 86 che ci lavoravano sono morti, 16 si sono ammalati e tutti gli altri vivono un'esistenza sospesa fra controlli medici e il sospetto di essere già condannati.

Eppure che l'amianto fosse cancerogeno si sa da tempo. Non è più come 30 anni fa quando pur di lavorare i ferrandinesi accettarono di maneggiare quella strana polvere sconosciuta. Una relazione tecnica del 2005 ha rilevato amianto e manganese in quantità superiori alla norma nei terreni e nelle acque vicini alla ex Materit. Cinque anni dopo la fabbrica è sigillata alla meno peggio, con finestre infrante, un portone aperto e polvere per terra che si alza al minimo venticello stagionale. Dentro ci sono ancora 500-600 sacconi da mille chili di amianto ciascuno che aspettano di essere seppelliti e definitivamente dimenticati. Ma sono ancora là. E in paese si conta un malato a famiglia.

A pochi metri dallo stabilimento passa la superstrada Basentana che collega tutta la valle. Un altro centinaio di sacchi di amianto e un altro telone - rotto - danno il benvenuto. Nessuna recinzione, un solo cartello che però capre e mucche non possono leggere e quindi brulicano tranquillamente l'erbetta accanto alla sostanza maledetta. Dal produttore al consumatore il passo è breve e a volte mortale.

"Mio marito diceva sempre che mangiando i prodotti locali sapevamo bene cosa mangiavamo. No, lo sappiamo adesso". Nunzia ha 53 anni, da uno è rimasta vedova dopo che il marito è stato ucciso da un tumore. Adesso è lei a combattere con lo stesso male: "Mi sentivo stanca, pensavo fosse per quello che ho dovuto passare negli ultimi tempi. Invece ho fatto gli esami ed è venuto fuori che avevo un tumore al seno. Ma non ero preoccupata, so che si può guarire e ho fiducia nella scienza. Poi invece la Tac ha trovato metastasi ovunque e mi hanno detto che era inutile pure l'operazione".

C'è un documentario della Ola (Organizzazione lucana ambientalista), dall'associazione Ambiente e legalità e da Pensiero Attivo, un'associazione giovanile di Ferrandina in cui il free lance Andrea Spartaco filma i sacchi di amianto e il percolato che defluisce dalla discarica di Casaleni. "Nemmeno far vedere il video in piazza è servito a smuovere le coscienze. La conseguenza più devastante di essere diventati la pattumiera d'Italia è che tutti si sentono legittimati a fare quello che vogliono", dice Spartaco.

Se dici amianto e Eternit, la prima assonanza che viene in mente è Casale Monferrato, ma le pattumiere d'Italia sono di più, e tra queste Ferrandina. Gli effetti sono gli stessi, la consapevolezza, molto spesso, no.

www.extramedia.org


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venerdì 28 maggio 2010

AMBIENTE: PECORELLA, A SUD RISCHI PER SALUTE MOLTO PIU' ALTI CHE A NORD


(ASCA) - Roma, 26 mag - ''Al Sud Italia i rischi per la salute sono molto piu' elevati che al Nord''. Cosi' il presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, Gaetano Pecorella, durante la presentazione del ''Rapporto sul contrasto all'illegalita' ambientale'' che si e' svolta oggi al ministero dell'Ambiente.

''Solo a Crotone - ha spiegato - ci sono scuole con cortili lastricati di sostanze al piombo e all'arsenico. In molte regioni mancano progetti di intervento complessivo sui rifiuti, per esempio, in Sicilia e Calabria mancano i termovalorizzatori''. In questo senso, Pecorella ha sottolineato come ''dove mancano strutture pubbliche per il ciclo dei rifiuti c'e' spazio per l'intervento della criminalita' organizzata''.

map/mcc/ss
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(ASCA) - Roma, 26 mag - ''Al Sud Italia i rischi per la salute sono molto piu' elevati che al Nord''. Cosi' il presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, Gaetano Pecorella, durante la presentazione del ''Rapporto sul contrasto all'illegalita' ambientale'' che si e' svolta oggi al ministero dell'Ambiente.

''Solo a Crotone - ha spiegato - ci sono scuole con cortili lastricati di sostanze al piombo e all'arsenico. In molte regioni mancano progetti di intervento complessivo sui rifiuti, per esempio, in Sicilia e Calabria mancano i termovalorizzatori''. In questo senso, Pecorella ha sottolineato come ''dove mancano strutture pubbliche per il ciclo dei rifiuti c'e' spazio per l'intervento della criminalita' organizzata''.

map/mcc/ss
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Inceneritori in Sicilia, il Codacons pronto alla guerra: 200 avvocati disponibili a lottare

Guardate e diffondete quest'inchiesta di RaiNews24 che mostra come le "emergenze rifiuti" vengano create ad arte: L'emergenza che non c'era

Sul perché gli inceneritori siano inutili e dannosi, CLICCA QUI, leggendo anche i commenti.

Guarda anche il film Una Montagna Di Balle prodotto da Insu^TV e distribuito gratuitamente online.

_______________


di Peppe Croce

Se non è una dichiarazione di guerra, poco ci manca. Anche se il dado non è ancora tratto. Il Codacons torna all’assalto dei futuri termovalorizzatori siciliani (quattro? o forse tre? Il governatore Raffaele Lombardo ha le idee poco chiare) e promette di dar battaglia.

L’esercito sarebbe già pronto: duecento avvocati, sparsi nelle nove province dell’isola, disponibili a lottare in tribunale contro ogni ipotesi di costruzione degli inceneritori. I motivi del no del Codacons sono tecnici ed economici, ancor prima che ambientali:

Già il 26 marzo 2008 abbiamo pubblicamente messo a confronto la tecnologia della termovalorizzazione con le tecnologie alternative, frutto dell’avanzamento tecnologico del momento. Fu dimostrato, in quella sede, che la tecnologia della termovalorizzazione, nonostante i doverosi aggiornamenti tecnici, rappresentava ormai il passato e che per tanti motivi di tipo economico e di impatto ambientale aveva inevitabilmente concluso il suo ciclo


I termovalorizzatori (termine corretto da usare è "inceneritori", n.d.IxR), quindi, oltre ad essere una bomba ecologica costano pure troppo rispetto ad altre soluzioni. Il problema principale di questi impianti, secondo l’associazione dei consumatori, starebbe nella loro intrinseca capacità di attirare il “turismo dei rifiuti”:

Secondo il Codacons dovrebbero essere scelti, al posto degli obsoleti termovalizzatori, impianti a basso impatto ambientali ed economicamenti sostenibili e costruirne diversi per ogni provincia, in modo da evitare il “turismo” dei rifiuti, con la diminuzione della percorrenza dei compattatori dai luoghi di produzione dei rifiuti ai siti degli impianti di trattamento


Il Codacons non lo dice, ma la proposta assomiglia abbastanza alla filiera della raccolta differenziata: impianti piccoli, vicini ai luoghi di produzione dei rifiuti e facilmente gestibili. Magari non uguali in ogni parte dell’isola perchè dove c’è agricoltura rende bene un grosso impianto di compostaggio che smaltirebbe anche le potature (che oggi si bruciano), mentre in città servono impianti per la plastica e il vetro, che occupano spazio in discarica.

Insomma, per dirla in parole semplici: serve un piano dei rifiuti nuovo, senza l’opzione del forno. Il Codacons, da parte sua, si mette a disposizione:

Infine, per scongiurare un nuovo “caso Napoli”, il Codacons si è detto pronto a collaborare con la Regione Siciliana per individuare insieme le soluzioni più giuste da adottare

Fonte: http://www.ecoblog.it/post/10554/termovalorizzatori-sicilia-il-codacons-pronto-alla-guerra-200-avvocati-disponibili-a-lottare#continua
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Sul perché gli inceneritori siano inutili e dannosi, CLICCA QUI, leggendo anche i commenti.

Guarda anche il film Una Montagna Di Balle prodotto da Insu^TV e distribuito gratuitamente online.

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di Peppe Croce

Se non è una dichiarazione di guerra, poco ci manca. Anche se il dado non è ancora tratto. Il Codacons torna all’assalto dei futuri termovalorizzatori siciliani (quattro? o forse tre? Il governatore Raffaele Lombardo ha le idee poco chiare) e promette di dar battaglia.

L’esercito sarebbe già pronto: duecento avvocati, sparsi nelle nove province dell’isola, disponibili a lottare in tribunale contro ogni ipotesi di costruzione degli inceneritori. I motivi del no del Codacons sono tecnici ed economici, ancor prima che ambientali:

Già il 26 marzo 2008 abbiamo pubblicamente messo a confronto la tecnologia della termovalorizzazione con le tecnologie alternative, frutto dell’avanzamento tecnologico del momento. Fu dimostrato, in quella sede, che la tecnologia della termovalorizzazione, nonostante i doverosi aggiornamenti tecnici, rappresentava ormai il passato e che per tanti motivi di tipo economico e di impatto ambientale aveva inevitabilmente concluso il suo ciclo


I termovalorizzatori (termine corretto da usare è "inceneritori", n.d.IxR), quindi, oltre ad essere una bomba ecologica costano pure troppo rispetto ad altre soluzioni. Il problema principale di questi impianti, secondo l’associazione dei consumatori, starebbe nella loro intrinseca capacità di attirare il “turismo dei rifiuti”:

Secondo il Codacons dovrebbero essere scelti, al posto degli obsoleti termovalizzatori, impianti a basso impatto ambientali ed economicamenti sostenibili e costruirne diversi per ogni provincia, in modo da evitare il “turismo” dei rifiuti, con la diminuzione della percorrenza dei compattatori dai luoghi di produzione dei rifiuti ai siti degli impianti di trattamento


Il Codacons non lo dice, ma la proposta assomiglia abbastanza alla filiera della raccolta differenziata: impianti piccoli, vicini ai luoghi di produzione dei rifiuti e facilmente gestibili. Magari non uguali in ogni parte dell’isola perchè dove c’è agricoltura rende bene un grosso impianto di compostaggio che smaltirebbe anche le potature (che oggi si bruciano), mentre in città servono impianti per la plastica e il vetro, che occupano spazio in discarica.

Insomma, per dirla in parole semplici: serve un piano dei rifiuti nuovo, senza l’opzione del forno. Il Codacons, da parte sua, si mette a disposizione:

Infine, per scongiurare un nuovo “caso Napoli”, il Codacons si è detto pronto a collaborare con la Regione Siciliana per individuare insieme le soluzioni più giuste da adottare

Fonte: http://www.ecoblog.it/post/10554/termovalorizzatori-sicilia-il-codacons-pronto-alla-guerra-200-avvocati-disponibili-a-lottare#continua
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martedì 4 maggio 2010

Ecoballe del 3 maggio 2010

Ecoballe del 3 maggio 2010 from napolionline.org on Vimeo.


http://vimeo.com/11434320

La Commissione Europea a Napoli visita i siti per lo smaltimento dei rifiuti
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Ecoballe del 3 maggio 2010 from napolionline.org on Vimeo.


http://vimeo.com/11434320

La Commissione Europea a Napoli visita i siti per lo smaltimento dei rifiuti

lunedì 3 maggio 2010

L'EUROPA IN STATO DI SHOCK DOPO LA VISITA ALLE DISCARICHE CAMPANE


http://www.youtube.com/watch?v=e91gy0-ABbM

02 maggio 2010 — Rifiuti, quando l'Europa scopre la Campania: Poco dialogo con i cittadini e ciclo basato su discariche e termovalorizzatori
L'eurodeputata Judith Merkies al termine della tre giorni
Conclusa la visita della dellegazione Ue: «Manca un ciclo integrato, non viene rispettata la gerarchia dei rifiuti»
Ci ha messo tutta l'abilità diplomatica di questo mondo, l'eurodeputata olandese Judith Merkies capo delegazione della Ue in visita in Campania, nell'ostentare ottimismo e al contempo dire che: 1) non vi è stata alcuna interlocuzione tra cittadinanza e istituzioni sulle politiche e sulla scelta dei siti per la gestione dello smaltimento dei rifiuti; 2) che lo smaltimento in Campania viene pianificato a suon di discariche e termovalorizzatori e che le istituzioni sono inclini a optare per queste soluzioni in maniera definitiva e non temporanea; 3) è una follia immaginare una seconda discarica nel parco nazionale del Vesuvio sito protetto dall'Unesco; 4) è grave come il sindaco di Terzigno (Domenico Auricchio, Pdl) non abbia mai avuto occasione di visitare la discarica presente sul territorio cittadino. Ma nonostante questo la Merkies ha spiegato come la Campania è patrimonio dei campani come di tutti i cittadini europei,e che la commissione lavorerà avendo come obiettivo la tutela del patrimonio ambientale, paesaggistico e culturale di tale regione.
Si è conclusa oggi la visita della delegazione della Commissione Petizioni del Parlamento europeo. Una visita le cui conseguenze verranno esposte tra un paio di mesi, quando le conclusioni definitive verranno prese dal Parlamento europeo. Judith Merkies che nella vita politica non è certo una conservatrice ha spiegato come: «Abbiamo potuto constatare un cambiamento dell'atmosfera politica che aiuterà a produrre quella svolta necessaria», e al contempo la commissione ha «verificato come abbiano legittime preoccupazioni i cittadini che hanno inviato le petizioni, rivolgendosi a noi, circa l'assenza di un ciclo dei rifiuti. Hanno pienamente ragione». Dopo aver di persona visitato i siti di Chiaiano, Taverna del Re, Ferrandelle, l'impianto di Acerra, Terzigno e Basso dell'Olmo nel Comune di Serre, la Merkies ha spiegato come in Campania «manca un ciclo integrato e che non viene rispettata la gerarchia dei rifiuti perché si utilizzano soltanto discariche e termovalorizzatori senza passare per i processi che riducono i rifiuti, che favoriscono la loro selezione e il riciclaggio, processi che favorirebbero un utilizzo complessivamente minore delle discariche che sono viste non come una soluzione temporanea, ma definitiva».
I cittadini come primi ispettori
Nota negativa, deficit in pratica democratica, la commissione ha preso atto «dell'assenza di dialogo tra i cittadini e le autorità, dialogo necessario anche fra i diversi livelli amministrativi» e «la mancanza di trasparenza, per cui si intravede una possibilità di miglioramento, considerando che per ora non c'è accesso alle discariche per l'opinione pubblica e per chi volesse verificare i dati», spiega ancora la Merkies. L'eurodeputata ha sollecitato l'accesso ai siti in quanto «così si favorisce il dialogo, anello mancante, e si instaura fiducia». Quella dei rifiuti della gestione dei rifiuti in Campania è una questione «politica, ma che trascende i ragionamenti partitici». «Il presidente Caldoro - ha concluso Merkies - è pienamente consapevole della situazione, della questione relativa alla conformità all'Europa e delle possibili sanzioni, ed ha affermato che farà del proprio meglio». Una regione la Campania che la Merkies ha ribadito come sia non solo dei cittadini campani, ma «è anche una regione dell'Unione europea e patrimonio mondiale che va mantenuto per voi e per noi».
Fonte agenziami.it
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http://www.youtube.com/watch?v=e91gy0-ABbM

02 maggio 2010 — Rifiuti, quando l'Europa scopre la Campania: Poco dialogo con i cittadini e ciclo basato su discariche e termovalorizzatori
L'eurodeputata Judith Merkies al termine della tre giorni
Conclusa la visita della dellegazione Ue: «Manca un ciclo integrato, non viene rispettata la gerarchia dei rifiuti»
Ci ha messo tutta l'abilità diplomatica di questo mondo, l'eurodeputata olandese Judith Merkies capo delegazione della Ue in visita in Campania, nell'ostentare ottimismo e al contempo dire che: 1) non vi è stata alcuna interlocuzione tra cittadinanza e istituzioni sulle politiche e sulla scelta dei siti per la gestione dello smaltimento dei rifiuti; 2) che lo smaltimento in Campania viene pianificato a suon di discariche e termovalorizzatori e che le istituzioni sono inclini a optare per queste soluzioni in maniera definitiva e non temporanea; 3) è una follia immaginare una seconda discarica nel parco nazionale del Vesuvio sito protetto dall'Unesco; 4) è grave come il sindaco di Terzigno (Domenico Auricchio, Pdl) non abbia mai avuto occasione di visitare la discarica presente sul territorio cittadino. Ma nonostante questo la Merkies ha spiegato come la Campania è patrimonio dei campani come di tutti i cittadini europei,e che la commissione lavorerà avendo come obiettivo la tutela del patrimonio ambientale, paesaggistico e culturale di tale regione.
Si è conclusa oggi la visita della delegazione della Commissione Petizioni del Parlamento europeo. Una visita le cui conseguenze verranno esposte tra un paio di mesi, quando le conclusioni definitive verranno prese dal Parlamento europeo. Judith Merkies che nella vita politica non è certo una conservatrice ha spiegato come: «Abbiamo potuto constatare un cambiamento dell'atmosfera politica che aiuterà a produrre quella svolta necessaria», e al contempo la commissione ha «verificato come abbiano legittime preoccupazioni i cittadini che hanno inviato le petizioni, rivolgendosi a noi, circa l'assenza di un ciclo dei rifiuti. Hanno pienamente ragione». Dopo aver di persona visitato i siti di Chiaiano, Taverna del Re, Ferrandelle, l'impianto di Acerra, Terzigno e Basso dell'Olmo nel Comune di Serre, la Merkies ha spiegato come in Campania «manca un ciclo integrato e che non viene rispettata la gerarchia dei rifiuti perché si utilizzano soltanto discariche e termovalorizzatori senza passare per i processi che riducono i rifiuti, che favoriscono la loro selezione e il riciclaggio, processi che favorirebbero un utilizzo complessivamente minore delle discariche che sono viste non come una soluzione temporanea, ma definitiva».
I cittadini come primi ispettori
Nota negativa, deficit in pratica democratica, la commissione ha preso atto «dell'assenza di dialogo tra i cittadini e le autorità, dialogo necessario anche fra i diversi livelli amministrativi» e «la mancanza di trasparenza, per cui si intravede una possibilità di miglioramento, considerando che per ora non c'è accesso alle discariche per l'opinione pubblica e per chi volesse verificare i dati», spiega ancora la Merkies. L'eurodeputata ha sollecitato l'accesso ai siti in quanto «così si favorisce il dialogo, anello mancante, e si instaura fiducia». Quella dei rifiuti della gestione dei rifiuti in Campania è una questione «politica, ma che trascende i ragionamenti partitici». «Il presidente Caldoro - ha concluso Merkies - è pienamente consapevole della situazione, della questione relativa alla conformità all'Europa e delle possibili sanzioni, ed ha affermato che farà del proprio meglio». Una regione la Campania che la Merkies ha ribadito come sia non solo dei cittadini campani, ma «è anche una regione dell'Unione europea e patrimonio mondiale che va mantenuto per voi e per noi».
Fonte agenziami.it
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venerdì 26 marzo 2010

Rifiuti che bluff


di Emiliano Fittipaldi e Claudio Pappaianni

Discariche nel caos. Impianti mai costruiti. Lavoratori senza certezze. Infiltrazioni dei clan. Raccolta a singhiozzo. Nonostante i proclami di Berlusconi la Campania resta sull'orlo dell'emergenza

IL VIDEO Campania, il disastro delle discariche

Le piramidi di rifiuti sono tutte lì, lasciate a marcire sotto il primo sole di primavera.
Tra le 500 mila tonnellate di sacchetti putrescenti spuntano qua e là copertoni, bidoni arrugginiti, qualche tubo di ethernit. Milioni di buste puzzolenti, ammassate sui terreni sequestrati dallo Stato a Francesco 'Sandokan' Schiavone, formano gigantesche torri di monnezza, mentre sul terreno enormi pozze di acqua piovana si trasformano sotto l'occhio annoiato dei gabbiani in percolato tossico destinato a tracimare nei canaletti dei Regi Lagni. Acque che vengono utilizzate per irrigare i campi vicini, coltivati a cocomeri o ad agrumeti, e territorio di pascolo delle bufale; acque nere che alla fine del loro percorso scaricano i loro veleni direttamente in mare. Un panorama infernale: 'L'espresso' è riuscito a entrare all'interno della discarica di Santa Maria la Fossa, il buco dentro cui in piena emergenza-rifiuti sono state nascoste le schifezze di Napoli e dintorni. Un viaggio che permette di raccontare, anche attraverso foto e filmati esclusivi, cosa succede realmente nelle discariche volute da Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso per risolvere lo scandalo che due anni fa ha messo in ginocchio la Campania e il suo capoluogo. Un'emergenza che, tra promesse e bugie, è in realtà ancora da risolvere.

Viaggio all'inferno.
A presidiare Ferrandelle c'è l'Esercito, più otto guardie giurate della Gesa, una società di Casagiove. Fuori, c'è un via vai di camion che vanno e vengono dalla vicina discarica di San Tammaro. Dentro, c'è un quartiere costruito con i sacchetti, con cui sono state erette 17 strutture alte una trentina di metri. Molte non sono coperte dai teli speciali. Di fronte alla 'piattaforma delta' (la chiamano così), in una piazzola svuotata si è formata una 'piscina di percolato' lunga una ventina di metri. Sembra una di quelle regolamentari, ma qui non si azzarderebbe a nuotare nemmeno una rana. Appena dietro l'angolo si staglia una collinetta di detriti realizzata fuori dagli spazi allestiti, che 'galleggia', letteralmente, sopra un'immensa pozza d'acqua.

Ogni giorno, solo da qui, partono 20 autobotti per smaltire altrove il percolato. Quello, almeno, che non scompare infiltrandosi nel terreno. Ogni viaggio costa alle casse pubbliche 1.800 euro tondi tondi. Un servizio quotidiano da 36 mila euro, che in due anni fa un totale mostruoso che supera i 20 milioni. Ferrandelle, Italia, è solo uno dei quartieri che formano la grande città dei rifiuti nata in provincia di Caserta: in 3 chilometri quadrati si contano quattro mega discariche, di cui una sola ancora attiva. Quattro milioni di tonnellate di monnezza 'tal quale', circondata da frutteti e allevamenti che producono cibo che arriva sulle tavole degli italiani. "L'emergenza è finita. Abbiamo fatto interventi concreti, seri e reali che rispettano l'ambiente, a differenza di quello che alcuni vanno dicendo", aveva spiegato Bertolaso lo scorso novembre, replicando a chi sosteneva che il piano non stava funzionando a dovere. Le immagini di Ferrandelle e di San Tammaro su www. espressonline.it dimostrano come l'ambiente e la salute siano in realtà l'ultimo dei problemi che si sono posti i governanti affrettati a pulire le strade dai sacchetti. Le conseguenze potrebbero essere devastanti, e la storia dei sopravvissuti di Maruzzella, la prima discarica dell'area San Tammaro, fa da monito. "Nel 1996 eravamo in 20 a lavorarci dentro", racconta il direttore Antonio De Gennaro: "Oggi siamo rimasti in 12, tutti a ripulire le ecoballe destinate ad Acerra dai materiali ferrosi. In cinque sono morti di tumore e altri tre, incluso il sottoscritto, stanno lottando contro il cancro".

Inceneritori? No grazie.
Dopo i giorni della vergogna, il 2010 doveva essere l'anno che sanciva definitivamente il ritorno alla normalità. Invece è iniziato nel peggiore dei modi. Prima la condanna all'Italia della Corte di Giustizia europea "per non aver creato una rete adeguata di smaltimento" e il blocco di 500 milioni di fondi comunitari, poi le immagini sui giornali del centro di Napoli nuovamente sommerso dai sacchetti. Se le foto sono simili a quelle scattate nel 2008, il lezzo è identico. È la puzza di monnezza bruciata, di sacchetti in decomposizione, è odore di affari e camorra, che come un avvoltoio non ha mai abbandonato uno dei suoi business preferiti: pure in questa fase - sospetta la Digos di Caserta che ha aperto un fascicolo - i boss dei Mallardo e delle famiglie di Casal di Principe hanno probabilmente continuato a guadagnare, piazzando imprese colluse nell'affare della raccolta. Di fatto, il miraggio evocato come un mantra da Berlusconi&Bertolaso si è dissolto al primo problema amministrativo. È bastata una protesta dei lavoratori del consorzio Napoli-Caserta per il mancato pagamento degli stipendi e il blocco dell'accesso a uno dei siti aperti negli ultimi 18 mesi per mettere in ginocchio l'intero sistema.

I limiti del decreto 195, che sulla carta sanciva la fine del disastro, sono evidenti.
Il sottosegretario ha varato cinque nuove discariche per liberare subito le strade dai rifiuti, in attesa di dotare la regione degli inceneritori necessari e di una raccolta differenziata che riducesse al minino la quantità di spazzatura da bruciare. Ma l'unico termovalorizzatore funzionante è quello di Acerra che, tra continui stop and go, a fine febbraio ha finalmente terminato il collaudo e presto funzionerà a pieno regime. Sempre che il controllo delle emissioni nocive non determini altre fermate: le prove generali avevano generato più di un allarme, con il continuo sforamento dei limiti consentiti. Qualcuno si è pure divertito a manomettere le attrezzature da migliaia di euro che l'Arpac ha sistemato a ridosso del camino. Tanto da spingere l'Agenzia regionale per l'ambiente a lamentarsi, nero su bianco, con il nuovo gestore, la milanese A2A. Gli altri impianti vaticinati da Bertolaso non esistono: il progetto di Santa Maria La Fossa, adocchiato subito dai clan e finito nelle carte dei pm che hanno chiesto l'arresto di Cosentino, è bloccato. Per quello di Napoli c'è solo l'indicazione di massima dei suoli, mentre a Salerno la gara indetta dal sindaco Vincenzo De Luca, candidato governatore per il centrosinistra, è ferma tra ricorsi e controricorsi. Se tutto va bene, ci vorranno altri quattro anni, forse anche di più, prima di avere il secondo inceneritore utile. A quel punto, tutte le discariche aperte oggi in Campania saranno strapiene.

Miraggio differenziata.
Con una raccolta differenziata ancora inchiodata al 22 per cento (ma Napoli sfiora il 18, Caserta non arriva nemmeno al 14), i cinque siti rischiano di reggere massimo due anni. L'invaso di Chiaiano è pieno per metà, quello Terzigno è quasi colmo. Ecco perché, malgrado il parere negativo della Conferenza di servizi, a poche centinaia di metri dalla ex Cava Sari sarà presto inaugurata Cava Vitello, con un invaso ancora più grande: oltre un milione di tonnellate di capacità. Con buona pace dei soldi (1,2 milioni di euro) che ogni anno il ministero dell'Ambiente versa nelle casse del Parco nazionale del Vesuvio per tutelare la biodiversità dell'area naturale. E dei cittadini di Boscoreale, comune limitrofo, raggiunti ogni giorno dalle zaffate dello sversatoio: esasperati, nelle scorse settimane hanno assediato per protesta il Municipio, e in occasione della visita elettorale del ministro Mara Carfagna hanno lanciato contro la sua auto un po' di spazzatura.

Ogni anno in Campania si gettano 2,5 milioni di rifiuti: la ricetta di B&B non è riuscita a far diminuire la produzione. I comuni che non raggiungono le percentuali di raccolta differenziata previste dalle nuove regole, dovrebbero essere sciolti all'istante. Ma finora sono stati firmati solo sette decreti, che poi sono stati puntualmente annullati dal Tar. Oggi appena 500 mila tonnellate l'anno vengono riciclate, oltre un milione finisce direttamente in discarica, il rimanente continua a essere compresso e avvolto nel cellophane per essere poi distrutto negli inceneritori. Ma visto che l'arretrato è da record, il 40 per cento di quello che dovrebbe essere trattato nei compattatori finisce in sversatoi tradizionali. Raggiungere i dati del Nord, vicini al 50 per cento, sembra pura fantascienza: la differenziata è un'operazione che non conviene ai campani, costretti a smaltire l'umido in impianti lontani dalla regione, per un costo che supera i 200 euro a tonnellata. Eppure esiste un sito per produrre compost già bell'è pronto, proprio di fronte a Ferrandelle. Incredibilmente è stato utilizzato per accatastare ecoballe. I macchinari all'interno non sono mai stati usati e le vasche sono vuote. "Una tristezza", commenta laconico un tecnico che conosce il deposito.

Debiti, consorzi e promozioni.
Con l'addio di Bertolaso, le province della Campania hanno ereditato, oltre a tutti i poteri, anche problemi di una gestione folle durata 16 anni. È un serpente che si morde la coda: la gente non paga, i Comuni accumulano debiti verso la struttura commissariale (siamo oltre i 300 milioni di euro), i consorzi provinciali ereditano il buco e non pagano gli stipendi dei dipendenti. Non solo. I consorzi sono strutture ingolfate con personale spesso inutilizzato, che sprecano soldi a go-go. Il consorzio Napoli-Caserta (sulla cui gestione i pm stanno indagando da mesi) è, per esempio, gestito di fatto dal direttore generale Antonio Scialdone, uomo di fiducia di Nicola Ferraro, consigliere regionale uscente dell'Udeur coinvolto in numerose inchieste di camorra.

A gennaio, quando c'era da gestire il passaggio di consegne tra la struttura in liquidazione e la neonata società provinciale, Scialdone ha avviato paradossalmente una massiccia campagna di promozioni. Almeno 70 operai e impiegati si sono visti aumentare lo stipendio. Alcuni di loro sono candidati per il centrodestra alla provincia di Caserta. Per la Regione corre la moglie dello stesso Scialdone, Michela Pontillo, candidata con la lista che unisce l'Mpa e il Nuovo Psi di Stefano Caldoro, il campione del Pdl. Anche la sorella di Scialdone, Lina, è in politica: alle elezioni comunali di Vitulazio, nel Casertano, è risultata la più votata. Quando nelle scorse settimane nel piccolo centro di Terra di Lavoro è partito il progetto per la raccolta differenziata non si è badato a spese: fuochi d'artificio, majorettes, la banda. Tutto a carico del consorzio. "Mio marito è come Berlusconi", ha risposto la Pontillo a chi criticava, "una vittima degli attacchi ad orologeria di una sinistra ormai defunta". Bertolaso e il premier continuano a nicchiare e parlare di trionfo del buongoverno, ma una cosa è certa: senza tagli agli sprechi e un piano industriale serio, chi lavora nei consorzi presto incrocerà nuovamente le braccia e interromperà la raccolta. I soldi stanziati dalle provincie per gli stipendi arretrati, poco più di 4 milioni, stanno già finendo. La guerra contro la monnezza è ancora tutta da vincere.


Fonte:L'Espresso
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di Emiliano Fittipaldi e Claudio Pappaianni

Discariche nel caos. Impianti mai costruiti. Lavoratori senza certezze. Infiltrazioni dei clan. Raccolta a singhiozzo. Nonostante i proclami di Berlusconi la Campania resta sull'orlo dell'emergenza

IL VIDEO Campania, il disastro delle discariche

Le piramidi di rifiuti sono tutte lì, lasciate a marcire sotto il primo sole di primavera.
Tra le 500 mila tonnellate di sacchetti putrescenti spuntano qua e là copertoni, bidoni arrugginiti, qualche tubo di ethernit. Milioni di buste puzzolenti, ammassate sui terreni sequestrati dallo Stato a Francesco 'Sandokan' Schiavone, formano gigantesche torri di monnezza, mentre sul terreno enormi pozze di acqua piovana si trasformano sotto l'occhio annoiato dei gabbiani in percolato tossico destinato a tracimare nei canaletti dei Regi Lagni. Acque che vengono utilizzate per irrigare i campi vicini, coltivati a cocomeri o ad agrumeti, e territorio di pascolo delle bufale; acque nere che alla fine del loro percorso scaricano i loro veleni direttamente in mare. Un panorama infernale: 'L'espresso' è riuscito a entrare all'interno della discarica di Santa Maria la Fossa, il buco dentro cui in piena emergenza-rifiuti sono state nascoste le schifezze di Napoli e dintorni. Un viaggio che permette di raccontare, anche attraverso foto e filmati esclusivi, cosa succede realmente nelle discariche volute da Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso per risolvere lo scandalo che due anni fa ha messo in ginocchio la Campania e il suo capoluogo. Un'emergenza che, tra promesse e bugie, è in realtà ancora da risolvere.

Viaggio all'inferno.
A presidiare Ferrandelle c'è l'Esercito, più otto guardie giurate della Gesa, una società di Casagiove. Fuori, c'è un via vai di camion che vanno e vengono dalla vicina discarica di San Tammaro. Dentro, c'è un quartiere costruito con i sacchetti, con cui sono state erette 17 strutture alte una trentina di metri. Molte non sono coperte dai teli speciali. Di fronte alla 'piattaforma delta' (la chiamano così), in una piazzola svuotata si è formata una 'piscina di percolato' lunga una ventina di metri. Sembra una di quelle regolamentari, ma qui non si azzarderebbe a nuotare nemmeno una rana. Appena dietro l'angolo si staglia una collinetta di detriti realizzata fuori dagli spazi allestiti, che 'galleggia', letteralmente, sopra un'immensa pozza d'acqua.

Ogni giorno, solo da qui, partono 20 autobotti per smaltire altrove il percolato. Quello, almeno, che non scompare infiltrandosi nel terreno. Ogni viaggio costa alle casse pubbliche 1.800 euro tondi tondi. Un servizio quotidiano da 36 mila euro, che in due anni fa un totale mostruoso che supera i 20 milioni. Ferrandelle, Italia, è solo uno dei quartieri che formano la grande città dei rifiuti nata in provincia di Caserta: in 3 chilometri quadrati si contano quattro mega discariche, di cui una sola ancora attiva. Quattro milioni di tonnellate di monnezza 'tal quale', circondata da frutteti e allevamenti che producono cibo che arriva sulle tavole degli italiani. "L'emergenza è finita. Abbiamo fatto interventi concreti, seri e reali che rispettano l'ambiente, a differenza di quello che alcuni vanno dicendo", aveva spiegato Bertolaso lo scorso novembre, replicando a chi sosteneva che il piano non stava funzionando a dovere. Le immagini di Ferrandelle e di San Tammaro su www. espressonline.it dimostrano come l'ambiente e la salute siano in realtà l'ultimo dei problemi che si sono posti i governanti affrettati a pulire le strade dai sacchetti. Le conseguenze potrebbero essere devastanti, e la storia dei sopravvissuti di Maruzzella, la prima discarica dell'area San Tammaro, fa da monito. "Nel 1996 eravamo in 20 a lavorarci dentro", racconta il direttore Antonio De Gennaro: "Oggi siamo rimasti in 12, tutti a ripulire le ecoballe destinate ad Acerra dai materiali ferrosi. In cinque sono morti di tumore e altri tre, incluso il sottoscritto, stanno lottando contro il cancro".

Inceneritori? No grazie.
Dopo i giorni della vergogna, il 2010 doveva essere l'anno che sanciva definitivamente il ritorno alla normalità. Invece è iniziato nel peggiore dei modi. Prima la condanna all'Italia della Corte di Giustizia europea "per non aver creato una rete adeguata di smaltimento" e il blocco di 500 milioni di fondi comunitari, poi le immagini sui giornali del centro di Napoli nuovamente sommerso dai sacchetti. Se le foto sono simili a quelle scattate nel 2008, il lezzo è identico. È la puzza di monnezza bruciata, di sacchetti in decomposizione, è odore di affari e camorra, che come un avvoltoio non ha mai abbandonato uno dei suoi business preferiti: pure in questa fase - sospetta la Digos di Caserta che ha aperto un fascicolo - i boss dei Mallardo e delle famiglie di Casal di Principe hanno probabilmente continuato a guadagnare, piazzando imprese colluse nell'affare della raccolta. Di fatto, il miraggio evocato come un mantra da Berlusconi&Bertolaso si è dissolto al primo problema amministrativo. È bastata una protesta dei lavoratori del consorzio Napoli-Caserta per il mancato pagamento degli stipendi e il blocco dell'accesso a uno dei siti aperti negli ultimi 18 mesi per mettere in ginocchio l'intero sistema.

I limiti del decreto 195, che sulla carta sanciva la fine del disastro, sono evidenti.
Il sottosegretario ha varato cinque nuove discariche per liberare subito le strade dai rifiuti, in attesa di dotare la regione degli inceneritori necessari e di una raccolta differenziata che riducesse al minino la quantità di spazzatura da bruciare. Ma l'unico termovalorizzatore funzionante è quello di Acerra che, tra continui stop and go, a fine febbraio ha finalmente terminato il collaudo e presto funzionerà a pieno regime. Sempre che il controllo delle emissioni nocive non determini altre fermate: le prove generali avevano generato più di un allarme, con il continuo sforamento dei limiti consentiti. Qualcuno si è pure divertito a manomettere le attrezzature da migliaia di euro che l'Arpac ha sistemato a ridosso del camino. Tanto da spingere l'Agenzia regionale per l'ambiente a lamentarsi, nero su bianco, con il nuovo gestore, la milanese A2A. Gli altri impianti vaticinati da Bertolaso non esistono: il progetto di Santa Maria La Fossa, adocchiato subito dai clan e finito nelle carte dei pm che hanno chiesto l'arresto di Cosentino, è bloccato. Per quello di Napoli c'è solo l'indicazione di massima dei suoli, mentre a Salerno la gara indetta dal sindaco Vincenzo De Luca, candidato governatore per il centrosinistra, è ferma tra ricorsi e controricorsi. Se tutto va bene, ci vorranno altri quattro anni, forse anche di più, prima di avere il secondo inceneritore utile. A quel punto, tutte le discariche aperte oggi in Campania saranno strapiene.

Miraggio differenziata.
Con una raccolta differenziata ancora inchiodata al 22 per cento (ma Napoli sfiora il 18, Caserta non arriva nemmeno al 14), i cinque siti rischiano di reggere massimo due anni. L'invaso di Chiaiano è pieno per metà, quello Terzigno è quasi colmo. Ecco perché, malgrado il parere negativo della Conferenza di servizi, a poche centinaia di metri dalla ex Cava Sari sarà presto inaugurata Cava Vitello, con un invaso ancora più grande: oltre un milione di tonnellate di capacità. Con buona pace dei soldi (1,2 milioni di euro) che ogni anno il ministero dell'Ambiente versa nelle casse del Parco nazionale del Vesuvio per tutelare la biodiversità dell'area naturale. E dei cittadini di Boscoreale, comune limitrofo, raggiunti ogni giorno dalle zaffate dello sversatoio: esasperati, nelle scorse settimane hanno assediato per protesta il Municipio, e in occasione della visita elettorale del ministro Mara Carfagna hanno lanciato contro la sua auto un po' di spazzatura.

Ogni anno in Campania si gettano 2,5 milioni di rifiuti: la ricetta di B&B non è riuscita a far diminuire la produzione. I comuni che non raggiungono le percentuali di raccolta differenziata previste dalle nuove regole, dovrebbero essere sciolti all'istante. Ma finora sono stati firmati solo sette decreti, che poi sono stati puntualmente annullati dal Tar. Oggi appena 500 mila tonnellate l'anno vengono riciclate, oltre un milione finisce direttamente in discarica, il rimanente continua a essere compresso e avvolto nel cellophane per essere poi distrutto negli inceneritori. Ma visto che l'arretrato è da record, il 40 per cento di quello che dovrebbe essere trattato nei compattatori finisce in sversatoi tradizionali. Raggiungere i dati del Nord, vicini al 50 per cento, sembra pura fantascienza: la differenziata è un'operazione che non conviene ai campani, costretti a smaltire l'umido in impianti lontani dalla regione, per un costo che supera i 200 euro a tonnellata. Eppure esiste un sito per produrre compost già bell'è pronto, proprio di fronte a Ferrandelle. Incredibilmente è stato utilizzato per accatastare ecoballe. I macchinari all'interno non sono mai stati usati e le vasche sono vuote. "Una tristezza", commenta laconico un tecnico che conosce il deposito.

Debiti, consorzi e promozioni.
Con l'addio di Bertolaso, le province della Campania hanno ereditato, oltre a tutti i poteri, anche problemi di una gestione folle durata 16 anni. È un serpente che si morde la coda: la gente non paga, i Comuni accumulano debiti verso la struttura commissariale (siamo oltre i 300 milioni di euro), i consorzi provinciali ereditano il buco e non pagano gli stipendi dei dipendenti. Non solo. I consorzi sono strutture ingolfate con personale spesso inutilizzato, che sprecano soldi a go-go. Il consorzio Napoli-Caserta (sulla cui gestione i pm stanno indagando da mesi) è, per esempio, gestito di fatto dal direttore generale Antonio Scialdone, uomo di fiducia di Nicola Ferraro, consigliere regionale uscente dell'Udeur coinvolto in numerose inchieste di camorra.

A gennaio, quando c'era da gestire il passaggio di consegne tra la struttura in liquidazione e la neonata società provinciale, Scialdone ha avviato paradossalmente una massiccia campagna di promozioni. Almeno 70 operai e impiegati si sono visti aumentare lo stipendio. Alcuni di loro sono candidati per il centrodestra alla provincia di Caserta. Per la Regione corre la moglie dello stesso Scialdone, Michela Pontillo, candidata con la lista che unisce l'Mpa e il Nuovo Psi di Stefano Caldoro, il campione del Pdl. Anche la sorella di Scialdone, Lina, è in politica: alle elezioni comunali di Vitulazio, nel Casertano, è risultata la più votata. Quando nelle scorse settimane nel piccolo centro di Terra di Lavoro è partito il progetto per la raccolta differenziata non si è badato a spese: fuochi d'artificio, majorettes, la banda. Tutto a carico del consorzio. "Mio marito è come Berlusconi", ha risposto la Pontillo a chi criticava, "una vittima degli attacchi ad orologeria di una sinistra ormai defunta". Bertolaso e il premier continuano a nicchiare e parlare di trionfo del buongoverno, ma una cosa è certa: senza tagli agli sprechi e un piano industriale serio, chi lavora nei consorzi presto incrocerà nuovamente le braccia e interromperà la raccolta. I soldi stanziati dalle provincie per gli stipendi arretrati, poco più di 4 milioni, stanno già finendo. La guerra contro la monnezza è ancora tutta da vincere.


Fonte:L'Espresso
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venerdì 5 marzo 2010

DISCARICHE NEL PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO


http://www.youtube.com/watch?v=czhgLa2nXAI

L VESUVIO da PARCO NAZIONALE a DISCARICA
uno dei vulcani più piccoli ma il meglio consciuto della terra,
è diventato un ricettario sotterraneo di rifiuti pericolosi e altamente inquinanti
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http://www.youtube.com/watch?v=czhgLa2nXAI

L VESUVIO da PARCO NAZIONALE a DISCARICA
uno dei vulcani più piccoli ma il meglio consciuto della terra,
è diventato un ricettario sotterraneo di rifiuti pericolosi e altamente inquinanti

Corte di Giustizia UE condanna l’Italia per i rifiuti campani. La colpa è, anche, dei giornalisti

di Francesco Piccinini

BRUXELLES
- Il 28 Ottobre 2009, in un articolo, avevamo documentato l’inadeguatezza delle politiche messe in piedi dal Governo e oggi arriva la bocciatura anche da Bruxelles.
Ancora rifiuti, ancora Campania. La Corte Europea di Giustizia ha condannato l’Italia e la sua poltica basata su finzioni e proclami.

Rifiuti che spariscono per essere stipati nelle discariche costruite – da un giorno all’altro - su terreni che, fino a poco prima, ospitavano coltivazioni agricole. Cumuli di “ecoballe” stipati al sole, con il percolato – il liquido che si forma dalla decomposizione dei rifiuti – che scivola nero e puzzolente nel terreno, raggiunge i canali e irriga i campi che si trovano a pochi metri dalle discariche. Gli italiani davanti allo “schermo magico” ascoltano le falsità dei Tg mentre mangiano pomodori, lattughe e olio al percolato e applaudono al “miracolo”.

Le colpe sono chiare ed evidenti. C’è la colpa del Governo di aver preteso di nascondere 55mila tonnellate di rifiuti, spostandoli dalle strade alle campagne. C’è la colpa della Regione Campania che non è mai riuscita a dotarsi di un piano di smaltimento rifiuti. C’è la colpa dell’informazione: di tutti i giornalisti (tranne due) che il 18 luglio, nella sala della Prefettura di Napoli, si levarono in piedi ad applaudire il Presidente del Consiglio invece di chiedere dove fossero finiti i rifiuti.

Un Governo che sposta i rifiuti dalle strade e li stipa in uno dei cuori pulsanti della sua agricoltura nazionale non può pretendere di farla franca. Ci sono cittadini, giornali, associazioni che da mesi, anni, portano avanti una lotta affinché tutti siano informati su quanto successo in Campania. Una galassia di Don Chichotte, uomini e donne lasciati da soli dai mezzi d’informazione, giovani e anziani inascoltati. Istanze di cittadini taciute pur di non scontentare il politico di turno.

Ma come si può tacere davanti ad un tuo concittadino che vede il suo territorio devastato? Fin dove può arrivare la piaggeria? Si possono vendere la propria dignità e il futuro dei propri figli al mercato della politica?

Questa maggioranza ha costruito la sua vittoria elettorale su un’emergenza rifiuti che non è stata risolta. Lo stesso capo della Protezione Civile – Guido Bertolaso – ha costruito le sue fortune sulle immagini che lo ritraevano a pulire le strade della città, mentre la sua vice era indagata per illeciti nel ciclo di smaltimento rifiuti. I mezzi di comunicazione hanno retto il gioco, i telegiornali hanno mostrato le immagini di una città pulita, abbandonando qualsiasi spirito critico e qualsiasi etica professionale. La Corte di Giustizia ha constatato che l’Italia “non ha adottato tutte le misure necessarie’’ allo smaltimento dei rifiuti nella regione Campania.

Si legge nella sentenza: "Non avendo creato una rete adeguata ed integrata di impianti di recupero e di smaltimento dei rifiuti nelle vicinanze del luogo di produzione e non avendo adottato tutte le misure necessarie per evitare di mettere in pericolo la salute umana e di danneggiare l’ambiente nella Regione Campania, l’Italia è venuta meno agli obblighi che le incombono in forza della direttiva rifiuti’’.

Si pone, inoltre, un altro problema, questo di natura economica. La Campania non avrà accesso ai fondi comunitari dopo l’avvio della procedura d’infrazione. Si tratta, secondo dati della Regione, di circa 500 milioni di euro, di cui 300 della programmazione 2007-2013 e i restanti dei sette anni precedenti, destinati al settore dei rifiuti e bloccati a Bruxelles da giugno 2007. Il che significa che lo Stato italiano vedrà accrescere il suo debito di 500 milioni di euro, e, quindi, i contribuenti italiani dovranno pagare di tasca propria i fallimenti di questa amministrazione.

Quali sono, quindi, i meriti di questo Governo? Chi si è arrogato il diritto di dire che il problema era stato risolto? Chi ha fatto da gran cassa?

“Siedi sulla riva del fiume e aspetta che il cadavere del tuo nemico passi”. Il mio nemico sta passando lungo un fiume di monnezza creato dall’inadeguatezza di una classe dirigente. La sentenza non lascia spazio a scuse: “Né l’opposizione della popolazione, né gli inadempimenti contrattuali e neppure l’esistenza di attività criminali costituiscono casi di forza maggiore che possono giustificare la violazione degli obblighi derivanti dalla direttiva e la mancata realizzazione effettiva e nei tempi previsti degli impianti”.

La puzza della monezza si è levata alta fino a giungere a Bruxelles mentre a Napoli nessuno ha sentito o visto nulla.

Fonte:Agoravox
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di Francesco Piccinini

BRUXELLES
- Il 28 Ottobre 2009, in un articolo, avevamo documentato l’inadeguatezza delle politiche messe in piedi dal Governo e oggi arriva la bocciatura anche da Bruxelles.
Ancora rifiuti, ancora Campania. La Corte Europea di Giustizia ha condannato l’Italia e la sua poltica basata su finzioni e proclami.

Rifiuti che spariscono per essere stipati nelle discariche costruite – da un giorno all’altro - su terreni che, fino a poco prima, ospitavano coltivazioni agricole. Cumuli di “ecoballe” stipati al sole, con il percolato – il liquido che si forma dalla decomposizione dei rifiuti – che scivola nero e puzzolente nel terreno, raggiunge i canali e irriga i campi che si trovano a pochi metri dalle discariche. Gli italiani davanti allo “schermo magico” ascoltano le falsità dei Tg mentre mangiano pomodori, lattughe e olio al percolato e applaudono al “miracolo”.

Le colpe sono chiare ed evidenti. C’è la colpa del Governo di aver preteso di nascondere 55mila tonnellate di rifiuti, spostandoli dalle strade alle campagne. C’è la colpa della Regione Campania che non è mai riuscita a dotarsi di un piano di smaltimento rifiuti. C’è la colpa dell’informazione: di tutti i giornalisti (tranne due) che il 18 luglio, nella sala della Prefettura di Napoli, si levarono in piedi ad applaudire il Presidente del Consiglio invece di chiedere dove fossero finiti i rifiuti.

Un Governo che sposta i rifiuti dalle strade e li stipa in uno dei cuori pulsanti della sua agricoltura nazionale non può pretendere di farla franca. Ci sono cittadini, giornali, associazioni che da mesi, anni, portano avanti una lotta affinché tutti siano informati su quanto successo in Campania. Una galassia di Don Chichotte, uomini e donne lasciati da soli dai mezzi d’informazione, giovani e anziani inascoltati. Istanze di cittadini taciute pur di non scontentare il politico di turno.

Ma come si può tacere davanti ad un tuo concittadino che vede il suo territorio devastato? Fin dove può arrivare la piaggeria? Si possono vendere la propria dignità e il futuro dei propri figli al mercato della politica?

Questa maggioranza ha costruito la sua vittoria elettorale su un’emergenza rifiuti che non è stata risolta. Lo stesso capo della Protezione Civile – Guido Bertolaso – ha costruito le sue fortune sulle immagini che lo ritraevano a pulire le strade della città, mentre la sua vice era indagata per illeciti nel ciclo di smaltimento rifiuti. I mezzi di comunicazione hanno retto il gioco, i telegiornali hanno mostrato le immagini di una città pulita, abbandonando qualsiasi spirito critico e qualsiasi etica professionale. La Corte di Giustizia ha constatato che l’Italia “non ha adottato tutte le misure necessarie’’ allo smaltimento dei rifiuti nella regione Campania.

Si legge nella sentenza: "Non avendo creato una rete adeguata ed integrata di impianti di recupero e di smaltimento dei rifiuti nelle vicinanze del luogo di produzione e non avendo adottato tutte le misure necessarie per evitare di mettere in pericolo la salute umana e di danneggiare l’ambiente nella Regione Campania, l’Italia è venuta meno agli obblighi che le incombono in forza della direttiva rifiuti’’.

Si pone, inoltre, un altro problema, questo di natura economica. La Campania non avrà accesso ai fondi comunitari dopo l’avvio della procedura d’infrazione. Si tratta, secondo dati della Regione, di circa 500 milioni di euro, di cui 300 della programmazione 2007-2013 e i restanti dei sette anni precedenti, destinati al settore dei rifiuti e bloccati a Bruxelles da giugno 2007. Il che significa che lo Stato italiano vedrà accrescere il suo debito di 500 milioni di euro, e, quindi, i contribuenti italiani dovranno pagare di tasca propria i fallimenti di questa amministrazione.

Quali sono, quindi, i meriti di questo Governo? Chi si è arrogato il diritto di dire che il problema era stato risolto? Chi ha fatto da gran cassa?

“Siedi sulla riva del fiume e aspetta che il cadavere del tuo nemico passi”. Il mio nemico sta passando lungo un fiume di monnezza creato dall’inadeguatezza di una classe dirigente. La sentenza non lascia spazio a scuse: “Né l’opposizione della popolazione, né gli inadempimenti contrattuali e neppure l’esistenza di attività criminali costituiscono casi di forza maggiore che possono giustificare la violazione degli obblighi derivanti dalla direttiva e la mancata realizzazione effettiva e nei tempi previsti degli impianti”.

La puzza della monezza si è levata alta fino a giungere a Bruxelles mentre a Napoli nessuno ha sentito o visto nulla.

Fonte:Agoravox
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lunedì 25 gennaio 2010

LA TERRA DEI FUOCHI



i BRIGANTI ELETTRICI in LA TERRA DEI FUOCHI
Le immagini presentate sono estratte dalle video-denunce dell'Associazione "La Terra dei Fuochi" a cui il nostro brano è dedicato... persone che, tra mille difficoltà, lottano per questa nostra Terra, una Terra più volte violata, oltraggiata, avvelenata... Grazie
i BRIGANTI ELETTRICI
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i BRIGANTI ELETTRICI in LA TERRA DEI FUOCHI
Le immagini presentate sono estratte dalle video-denunce dell'Associazione "La Terra dei Fuochi" a cui il nostro brano è dedicato... persone che, tra mille difficoltà, lottano per questa nostra Terra, una Terra più volte violata, oltraggiata, avvelenata... Grazie
i BRIGANTI ELETTRICI

venerdì 18 dicembre 2009

Rifiuti in Sicilia. Le prospettive di un affare da cinque miliardi di euro


di Carlo Ruta


Con l’avvio delle nuove gare per gli inceneritori, viene rilanciato un affare di proporzioni enormi, destinato a influire notevolmente sugli assetti del potere siciliano nei prossimi decenni. Le concertazioni fra Palermo e Roma. Il quadro degli interessi in causa.

L’accelerazione impressa dalle sedi regionali nella partita dei rifiuti è sintomatica. È arrivata per certi versi imprevista, dopo anni di gioco apparentemente fermo, a seguito della decisione assunta nel 2006 dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea di annullare le aggiudicazioni dei quattro mega inceneritori, avvenute nel 2003. Si è cercato di prendere tempo, per rimettere ordine nell’affare, che ha visto in campo cordate economiche di spessore, eterogenee ma bene amalgamate. Si è interloquito con le società interessate per concordare il rimborso dei danni, stabiliti in ultimo nella cifra, iperbolica, di 200 milioni di euro. Adesso è arrivato l’annuncio delle nuove gare, mosse paradossalmente dagli alti burocrati che hanno organizzato le precedenti: dai medesimi quindi che sono stati censurati dalla UE per le irregolarità rilevate nella vicenda. Come è nelle consuetudini, esistono ipoteche, parole date, assetti da cui non è agevole prescindere. Si registra comunque un aggiornamento, non da poco: gli inceneritori da realizzare saranno tre, a Bellolampo, Augusta e Campofranco. Si è deciso quindi di rinunciare al quarto, che sarebbe dovuto sorgere a Paternò, in area etnea. Le responsabilità sono state fatte ricadere sulla compagine aggiudicataria Sicil Power, che secondo l’avvocato Felice Crosta, presidente dell’Arra, avrebbe indugiato troppo dinanzi alle richieste della parte pubblica. In realtà tutto lascia ritenere che si sia trattato di un primo rendiconto, nell’intimo della maggioranza e delle aree economiche di riferimento, mentre si opera per disincentivare la protesta che ha percorso l’isola dagli inizi del decennio.

Si è fatto il possibile, evidentemente, per rispettare i termini imposti dalla Ue, perché non si perdessero i contributi, per diverse centinaia di milioni di euro, che la medesima ha destinato al piano rifiuti dell’isola. In quanto sta avvenendo si scorge nondimeno un ulteriore tempismo, che richiede una definizione. Tutto riparte dopo l’anno zero dell’emergenza di Napoli, a margine quindi di una rivolta sedata, ma probabilmente solo differita, che ha permesso di saggiare comunque un preciso modello di democrazia autoritaria, sostenuto da leggi ad hoc e da un particolare piglio sul terreno, tipicamente militare. Tutto riparte altresì quando l’allarme rifiuti è già al rosso non solo in Sicilia ma in numerose aree della penisola: quando s’impone quindi una risposta conclusiva, a livello generale, che, come nel caso di Napoli, si possa spendere dalla prospettiva del consenso. In tali sequenze si possono ravvisare allora delle logiche, che comunque vanno poste in relazione con alcuni dati di fatto, ma soprattutto con una serie di numeri.

In Italia funzionano 52 inceneritori, che trattano ogni anno circa 4 milioni di tonnellate di rifiuti: il 15 per cento di quelli complessivi. In Sicilia ne sorgeranno appunto tre, che, come previsto nei bandi di gara del 2003 e in quelli odierni, fatto salvo ovviamente l’impianto di Paternò, cui si è rinunciato, saranno capaci di trattare 1,86 milioni di tonnellate di rifiuti, pari quindi a quasi la metà di quelli che vengono inceneriti lungo tutta la penisola. In particolare: l’impianto di Bellolampo avrà una capacità di lavorazione di 780 mila tonnellate di rifiuti annui; quello di Campofranco, di 680 mila; quello di Augusta, di 400 mila. Si tratta di numeri significativi. I tre inceneritori siciliani risulteranno infatti fra i più grandi dell’intera Europa, insieme con quello di Brescia, che tratta 750 mila tonnellate di rifiuti, e con quello di Rotterdam, che ne lavora 700 mila. I conti tuttavia non tornano, tanto più se si considera che i rifiuti siciliani da termovalorizzare, al netto cioè di quelli da riciclare attraverso la raccolta differenziata e altro, non dovrebbero superare, secondo le stime ottimali, le 600 mila tonnellate. È beninteso nell’interesse delle società aggiudicatarie far lavorare gli impianti il più possibile. Ma a redigere i bandi di gara è stato e rimane un soggetto pubblico, tenuto al rispetto dell’interesse generale, delle leggi italiane, delle direttive europee, e che, comunque, non può prescindere, oggi, da taluni orientamenti del governo nazionale.

In sostanza, i numeri bastano a dire che già nel 2003, quando il governo Berlusconi poteva godere dell’osservanza stretta di Salvatore Cuffaro, presidente della giunta regionale, si aveva un’idea composita dei mega impianti che erano stati studiati per la Sicilia. E se non fosse intervenuta la Ue, quando Romano Prodi aveva riguadagnato il governo, l’operazione rifiuti, nei modi in cui era stata congegnata, sarebbe oggi alla svolta conclusiva, a dispetto delle problematiche ambientali e dell’interesse delle popolazioni. Con l’avvento dell’autonomista Raffaele Lombardo il gioco si è fatto più mosso. Le cronache vanno registrando sussulti di un qualche rilievo nel seno stesso della maggioranza. Ben si comprende tuttavia che se ieri l’affare accendeva motivazioni forti, oggi diventa imprescindibile, sullo sfondo di un potere politico che, dopo Napoli appunto, sempre più va lanciandosi in politiche che per decenni la comune sensibilità aveva reso impraticabili. Il proposito delle centrali nucleari costituisce del resto l’emblema di un modo d’essere.

Esistono in realtà le premesse perché la linea dei termovalorizzatori, a partire dalla Campania, dove sono in costruzione quattro impianti, passi con ampiezza, a dispetto delle restrizioni sancite in sede comunitaria. In particolare, tutto è stato fatto, in un anno di governo, perché l’affare risulti allettante. Se il ministro dell’Ambiente del governo Prodi, a seguito di una procedura d’infrazione dell’Unione Europea, aveva annullato infatti il “Cip6”, nel quadro dei contributi concessi alla produzione di energie rinnovabili, il ripristino e la maggiorazione del medesimo, nei mesi scorsi, offre alle imprese del campo ulteriori sicurezze. In aggiunta, con la finanziaria 2009, tale contributo viene esteso a tutti gli impianti autorizzati, inclusi quelli che indugiano ancora sulla carta.

In tale quadro, l’affare siciliano insiste a recare comunque caratteri distinti. Alcuni dati recenti della Campania, epicentro dell’emergenza italiana, lo comprovano. Gl’inceneritori che stanno sorgendo ad Acerra, Napoli, Salerno e Santa Maria La Fossa, potranno trattare, insieme, rifiuti per un massimo annuo di un milione e 200 mila tonnellate. I tre siciliani, come si diceva, potranno lavorarne poco meno di due milioni. Questo significa allora che l’isola è destinata a far fronte alle emergenze che sempre più si paventano in altre aree del paese? Alla luce di tutto, propositi del genere sono più che supponibili. Se tutto andrà in porto, non potranno mancare, in ogni caso, le occasioni e le ragioni per far lavorare gli inceneritori a pieno regime. Sulla base di logiche che non hanno alcun riscontro in altri paesi del mondo, si prevede infatti che possano essere trattati nell’isola fino all’85 per cento dei rifiuti siciliani, con esiti ovvi. A fronte dei progressi tecnologici, di cui pure si prende atto, la nocività dei termovalorizzatori viene riconosciuta a tutti i livelli, a partire dalla Ue, che suggerisce impianti di dimensioni piccole e medie, tanto più in prossimità degli abitati. Viene ritenuto esemplare in tal senso quello di Vienna, allocato nel quartiere periferico di Spittelau, che può trattare fino a 250 mila tonnellate di rifiuti. Sono ipotizzabili allora i danni che potranno derivare dagli inceneritori siciliani: da quello di Campofranco che, tre volte più grande di quello viennese, dovrebbe sorgere ad appena un chilometro dall’abitato, a quello di Augusta che, uguale per dimensioni all’impianto di Parigi, non potrà che aggravare, come denunciano da anni le popolazioni, lo stato di un’area già fortemente colpita dalle scorie petrolchimiche. Ma tutto questo rimane ininfluente.

Il secondo tempo della partita siciliana significa ovviamente tante cose. Dalla prospettiva propriamente politica, è in gioco il potere. Sul terreno dei rifiuti, oltre che delle risorse idriche e delle energie, andranno facendosi infatti gli assetti regionali dei prossimi decenni. L’affare è destinato altresì a pesare sul contratto che va ridefinendosi fra Palermo e Roma, fra l’interesse autonomistico in versione Lombardo e quello di un potere centrale che intende mettere mano alla Costituzione come mai in passato. La presenza insistente del presidente regionale presso le sedi governative, danno peraltro conto di affinità sostanziali, di una interlocuzione produttiva. È comunque sul piano degli interessi materiali che si condensa maggiormente il senso dell’affare. La posta in palio rimane senza precedenti: circa 5 miliardi di euro in un ventennio, fra fondi governativi e comunitari. In via ufficiale, ovviamente, ogni decisione è aperta. Ma nei fatti, è realmente così? È possibile che si prescinda del tutto dai solchi tracciati dalle gare del 2003?

Sin dagli esordi, la storia ha presentato un profilo mosso. Come era prevedibile, è sceso in campo il top dell’industria italiana dell’energia. Senza difficoltà gli appalti degli inceneritori di Bellolampo, Campofranco e Augusta sono andati infatti a tre gruppi d’imprese, rispettivamente Pea, Platani e Tifeo, guidati da società del gruppo Falck. Nel secondo si è inserita altresì, con una quota di riguardo, Enel Produzione. E la cosa darebbe poco da riflettere se non fosse per il piglio particolare con cui tale società veniva amministrata, allora, da Antonino Craparotta, destinato a finire in disgrazia per l’emergere di una storia di capitali extracontabili, alla volta di paesi arabi. Ancora senza alcun ostacolo, come da consuetudine, la quarta aggiudicazione, per l’impianto di Paternò, è andata a Sicil Power, un raggruppamento di diversa caratura, guidato da Waste Italia: quello che adesso, significativamente, con la rinuncia all’inceneritore etneo, sembra essere finito fuori gioco. Sono comunque altre presenze, discrete e nondimeno importanti, a rivelare i toni della vicenda.

Il posizionamento rapido della famiglia Pisante, presente nelle cronache giudiziarie sin dai tempi di “Mani pulite”, e del gruppo Gulino di Enna nelle quattro compagini aggiudicatarie, attraverso la Emit e l’Altecoen, è al riguardo paradigmatico. Come tale è stato percepito del resto, sin dai primi tempi, da alcune procure, che hanno lanciato l’allarme inceneritori, e dalla stessa Corte dei Conti siciliana, intervenuta sul caso con perentorietà. A gare concluse, sono emersi, come è noto, degli inconvenienti, che hanno costretto l’imprenditore ennese, reduce con i Pisante della vicenda di MessinAmbiente, finita in scandalo, a farsi da parte, con la cessione di quote che gli hanno fruttato diversi milioni di euro. I termini della questione rimangono però intatti. Si è aperta una contrattazione. Interessi di varia portata sono diventati compatibili. È stato tenuto debitamente conto delle tradizioni. Il gruppo pugliese infine, senza alcun pregiudizio, è rimasto in gioco. Tutto questo costituisce però solo un aspetto della storia. Si sono avuti infatti ingressi ancor più discreti, per certi versi invisibili, al confine comunque fra l’economia e la politica. È il caso della Pianimpianti: nota società di Milano amministrata dal calabrese Roberto Mercuri.

Attiva in numerose aree della penisola e all’estero nell’impiantistica per l’ambiente, tale impresa ha potuto godere di un inserimento strategico nel sistema degli appalti calabresi: in quelli dei depuratori in particolare, che hanno mosso circa 800 milioni di euro. Ha manifestato altresì dei punti di contatto oggettivi con l’Udc, essendone stato vice presidente l’ex parlamentare parmigiano Franco Bonferroni, amico di Pier Ferdinando Casini, ma soprattutto legatissimo a Lorenzo Cesa, attuale segretario nazionale del partito. Per tali ragioni, ritenuta cardinale negli intrecci fra politica e affari in Italia, è finita al centro di indagini giudiziarie complesse, condotte dal sostituto procuratore di Potenza Henry John Woodcock e, soprattutto, da Luigi De Magistris. Nell’atto di accusa del sostituto di Catanzaro vengono passati in rassegna fatti specifici, alcuni di non poco conto: dal sequestro di 3,8 milioni di euro al fratello e al padre di Roberto Mercuri su un treno diretto in Lussemburgo, al versamento di 370 mila euro che la Pianimpianti avrebbe fatto alla Global Media, ritenuta, attraverso Cesa, il polmone finanziario dell’Udc. Un teste, riferendosi agli appalti dei depuratori in senso lato, ha detto inoltre del sistema in uso delle tangenti, stabilite nella misura dal 3 al 7 per cento, equamente divise fra la Calabria e Roma. In conclusione, l’accusa ha presentato la società di Mercuri come la “cassaforte” di una associazione finalizzata all’illecito, ma l’inchiesta, che come è noto è passata di mano, è stata largamente archiviata.

Cosa c’entra però tutto questo con gli inceneritori in Sicilia? In apparenza nulla. Pianimpianti, nei raggruppamenti guidati dal gruppo Falk, reca una presenza del tutto simbolica, con quote dello 0,1 per cento. Nell’affare ha guadagnato in realtà un rilievo sostanziale per quanto è avvenuto, in via assolutamente privata, dopo le aggiudicazioni del 2003. Le società Pea, Platani e Tifeo, l’1 luglio 2005 hanno commissionato infatti proprio all’impresa di Mercuri, in associazione con la Lurgi di Francoforte, la fornitura, chiavi in mano, dei tre inceneritori, per un importo complessivo di mezzo miliardo di euro, che costituisce, a conti fatti, la fetta più grossa, più immediata, quindi più tangibile, dell’intera posta in palio. È il caso di sottolineare in ultimo che pure il sodalizio Pianimpianti-Lurgi è connotato da un iter mosso, antecedente e successivo alla firma dei contratti con Actelios-Elettroambiente. Le due società sono finite sotto inchiesta nel 2005 per un giro di tangenti connesse alla costruzione dei due termovalorizzatori di Colleferro. Compaiono altresì nell’inchiesta Cash cow, ancora in corso, che nella medesima area laziale ha coinvolto, fra gli altri, decine di politici.

A questo punto, dal momento che sono state disposte nuove gare, si tratta di capire cosa potrà avvenire delle intese sottoscritte a partire dal 2003. Di certo, le società aggiudicatarie hanno guadagnato una posizione favorevole. Da titolari dei cantieri, hanno ripreso a beneficiare infatti del “Cip6”, malgrado il blocco di ogni attività dal 2007. Otterranno infine il mega risarcimento che reclamavano, di 200 milioni di euro appunto, pur avendo effettuato nei tre siti lavori esigui, solo di recinzione e movimento terra. Dopo la firma dell’accordo, regna quindi un curioso ottimismo. Prova ne è che i titoli Falck hanno avuto in Borsa rialzi del tutto anomali, lontanissimi dai trend dell’attuale recessione. Ma quali giochi vanno facendosi? La cifra della penale, che evoca un calcolo complesso, di certo costituirà un forte deterrente alla partecipazione di nuove compagini. Nel caso in cui la gara dovesse andare a vuoto, l’affidamento diretto agli attuali concessionari, a trattativa privata, potrebbe essere quindi un esito “inevitabile”. Ed è la stessa Falck a dare conto di intese in tal senso con l’Agenzia regionale, nella relazione semestrale del giugno 2008. Per motivi di opportunità potrebbe prevalere tuttavia una seconda soluzione: il ritorno in gara, direttamente o in forma mimetica, delle imprese già aggiudicatarie, che finirebbero per pagare a sé stesse la penale, per il ripristino dei patti. In ambedue i casi, come è evidente, risulterebbe eluso il pronunciamento della Corte di Giustizia Ue.

Tratto da:
Domani.Arcoiris.tv

Fonte:Antimafia 2000
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di Carlo Ruta


Con l’avvio delle nuove gare per gli inceneritori, viene rilanciato un affare di proporzioni enormi, destinato a influire notevolmente sugli assetti del potere siciliano nei prossimi decenni. Le concertazioni fra Palermo e Roma. Il quadro degli interessi in causa.

L’accelerazione impressa dalle sedi regionali nella partita dei rifiuti è sintomatica. È arrivata per certi versi imprevista, dopo anni di gioco apparentemente fermo, a seguito della decisione assunta nel 2006 dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea di annullare le aggiudicazioni dei quattro mega inceneritori, avvenute nel 2003. Si è cercato di prendere tempo, per rimettere ordine nell’affare, che ha visto in campo cordate economiche di spessore, eterogenee ma bene amalgamate. Si è interloquito con le società interessate per concordare il rimborso dei danni, stabiliti in ultimo nella cifra, iperbolica, di 200 milioni di euro. Adesso è arrivato l’annuncio delle nuove gare, mosse paradossalmente dagli alti burocrati che hanno organizzato le precedenti: dai medesimi quindi che sono stati censurati dalla UE per le irregolarità rilevate nella vicenda. Come è nelle consuetudini, esistono ipoteche, parole date, assetti da cui non è agevole prescindere. Si registra comunque un aggiornamento, non da poco: gli inceneritori da realizzare saranno tre, a Bellolampo, Augusta e Campofranco. Si è deciso quindi di rinunciare al quarto, che sarebbe dovuto sorgere a Paternò, in area etnea. Le responsabilità sono state fatte ricadere sulla compagine aggiudicataria Sicil Power, che secondo l’avvocato Felice Crosta, presidente dell’Arra, avrebbe indugiato troppo dinanzi alle richieste della parte pubblica. In realtà tutto lascia ritenere che si sia trattato di un primo rendiconto, nell’intimo della maggioranza e delle aree economiche di riferimento, mentre si opera per disincentivare la protesta che ha percorso l’isola dagli inizi del decennio.

Si è fatto il possibile, evidentemente, per rispettare i termini imposti dalla Ue, perché non si perdessero i contributi, per diverse centinaia di milioni di euro, che la medesima ha destinato al piano rifiuti dell’isola. In quanto sta avvenendo si scorge nondimeno un ulteriore tempismo, che richiede una definizione. Tutto riparte dopo l’anno zero dell’emergenza di Napoli, a margine quindi di una rivolta sedata, ma probabilmente solo differita, che ha permesso di saggiare comunque un preciso modello di democrazia autoritaria, sostenuto da leggi ad hoc e da un particolare piglio sul terreno, tipicamente militare. Tutto riparte altresì quando l’allarme rifiuti è già al rosso non solo in Sicilia ma in numerose aree della penisola: quando s’impone quindi una risposta conclusiva, a livello generale, che, come nel caso di Napoli, si possa spendere dalla prospettiva del consenso. In tali sequenze si possono ravvisare allora delle logiche, che comunque vanno poste in relazione con alcuni dati di fatto, ma soprattutto con una serie di numeri.

In Italia funzionano 52 inceneritori, che trattano ogni anno circa 4 milioni di tonnellate di rifiuti: il 15 per cento di quelli complessivi. In Sicilia ne sorgeranno appunto tre, che, come previsto nei bandi di gara del 2003 e in quelli odierni, fatto salvo ovviamente l’impianto di Paternò, cui si è rinunciato, saranno capaci di trattare 1,86 milioni di tonnellate di rifiuti, pari quindi a quasi la metà di quelli che vengono inceneriti lungo tutta la penisola. In particolare: l’impianto di Bellolampo avrà una capacità di lavorazione di 780 mila tonnellate di rifiuti annui; quello di Campofranco, di 680 mila; quello di Augusta, di 400 mila. Si tratta di numeri significativi. I tre inceneritori siciliani risulteranno infatti fra i più grandi dell’intera Europa, insieme con quello di Brescia, che tratta 750 mila tonnellate di rifiuti, e con quello di Rotterdam, che ne lavora 700 mila. I conti tuttavia non tornano, tanto più se si considera che i rifiuti siciliani da termovalorizzare, al netto cioè di quelli da riciclare attraverso la raccolta differenziata e altro, non dovrebbero superare, secondo le stime ottimali, le 600 mila tonnellate. È beninteso nell’interesse delle società aggiudicatarie far lavorare gli impianti il più possibile. Ma a redigere i bandi di gara è stato e rimane un soggetto pubblico, tenuto al rispetto dell’interesse generale, delle leggi italiane, delle direttive europee, e che, comunque, non può prescindere, oggi, da taluni orientamenti del governo nazionale.

In sostanza, i numeri bastano a dire che già nel 2003, quando il governo Berlusconi poteva godere dell’osservanza stretta di Salvatore Cuffaro, presidente della giunta regionale, si aveva un’idea composita dei mega impianti che erano stati studiati per la Sicilia. E se non fosse intervenuta la Ue, quando Romano Prodi aveva riguadagnato il governo, l’operazione rifiuti, nei modi in cui era stata congegnata, sarebbe oggi alla svolta conclusiva, a dispetto delle problematiche ambientali e dell’interesse delle popolazioni. Con l’avvento dell’autonomista Raffaele Lombardo il gioco si è fatto più mosso. Le cronache vanno registrando sussulti di un qualche rilievo nel seno stesso della maggioranza. Ben si comprende tuttavia che se ieri l’affare accendeva motivazioni forti, oggi diventa imprescindibile, sullo sfondo di un potere politico che, dopo Napoli appunto, sempre più va lanciandosi in politiche che per decenni la comune sensibilità aveva reso impraticabili. Il proposito delle centrali nucleari costituisce del resto l’emblema di un modo d’essere.

Esistono in realtà le premesse perché la linea dei termovalorizzatori, a partire dalla Campania, dove sono in costruzione quattro impianti, passi con ampiezza, a dispetto delle restrizioni sancite in sede comunitaria. In particolare, tutto è stato fatto, in un anno di governo, perché l’affare risulti allettante. Se il ministro dell’Ambiente del governo Prodi, a seguito di una procedura d’infrazione dell’Unione Europea, aveva annullato infatti il “Cip6”, nel quadro dei contributi concessi alla produzione di energie rinnovabili, il ripristino e la maggiorazione del medesimo, nei mesi scorsi, offre alle imprese del campo ulteriori sicurezze. In aggiunta, con la finanziaria 2009, tale contributo viene esteso a tutti gli impianti autorizzati, inclusi quelli che indugiano ancora sulla carta.

In tale quadro, l’affare siciliano insiste a recare comunque caratteri distinti. Alcuni dati recenti della Campania, epicentro dell’emergenza italiana, lo comprovano. Gl’inceneritori che stanno sorgendo ad Acerra, Napoli, Salerno e Santa Maria La Fossa, potranno trattare, insieme, rifiuti per un massimo annuo di un milione e 200 mila tonnellate. I tre siciliani, come si diceva, potranno lavorarne poco meno di due milioni. Questo significa allora che l’isola è destinata a far fronte alle emergenze che sempre più si paventano in altre aree del paese? Alla luce di tutto, propositi del genere sono più che supponibili. Se tutto andrà in porto, non potranno mancare, in ogni caso, le occasioni e le ragioni per far lavorare gli inceneritori a pieno regime. Sulla base di logiche che non hanno alcun riscontro in altri paesi del mondo, si prevede infatti che possano essere trattati nell’isola fino all’85 per cento dei rifiuti siciliani, con esiti ovvi. A fronte dei progressi tecnologici, di cui pure si prende atto, la nocività dei termovalorizzatori viene riconosciuta a tutti i livelli, a partire dalla Ue, che suggerisce impianti di dimensioni piccole e medie, tanto più in prossimità degli abitati. Viene ritenuto esemplare in tal senso quello di Vienna, allocato nel quartiere periferico di Spittelau, che può trattare fino a 250 mila tonnellate di rifiuti. Sono ipotizzabili allora i danni che potranno derivare dagli inceneritori siciliani: da quello di Campofranco che, tre volte più grande di quello viennese, dovrebbe sorgere ad appena un chilometro dall’abitato, a quello di Augusta che, uguale per dimensioni all’impianto di Parigi, non potrà che aggravare, come denunciano da anni le popolazioni, lo stato di un’area già fortemente colpita dalle scorie petrolchimiche. Ma tutto questo rimane ininfluente.

Il secondo tempo della partita siciliana significa ovviamente tante cose. Dalla prospettiva propriamente politica, è in gioco il potere. Sul terreno dei rifiuti, oltre che delle risorse idriche e delle energie, andranno facendosi infatti gli assetti regionali dei prossimi decenni. L’affare è destinato altresì a pesare sul contratto che va ridefinendosi fra Palermo e Roma, fra l’interesse autonomistico in versione Lombardo e quello di un potere centrale che intende mettere mano alla Costituzione come mai in passato. La presenza insistente del presidente regionale presso le sedi governative, danno peraltro conto di affinità sostanziali, di una interlocuzione produttiva. È comunque sul piano degli interessi materiali che si condensa maggiormente il senso dell’affare. La posta in palio rimane senza precedenti: circa 5 miliardi di euro in un ventennio, fra fondi governativi e comunitari. In via ufficiale, ovviamente, ogni decisione è aperta. Ma nei fatti, è realmente così? È possibile che si prescinda del tutto dai solchi tracciati dalle gare del 2003?

Sin dagli esordi, la storia ha presentato un profilo mosso. Come era prevedibile, è sceso in campo il top dell’industria italiana dell’energia. Senza difficoltà gli appalti degli inceneritori di Bellolampo, Campofranco e Augusta sono andati infatti a tre gruppi d’imprese, rispettivamente Pea, Platani e Tifeo, guidati da società del gruppo Falck. Nel secondo si è inserita altresì, con una quota di riguardo, Enel Produzione. E la cosa darebbe poco da riflettere se non fosse per il piglio particolare con cui tale società veniva amministrata, allora, da Antonino Craparotta, destinato a finire in disgrazia per l’emergere di una storia di capitali extracontabili, alla volta di paesi arabi. Ancora senza alcun ostacolo, come da consuetudine, la quarta aggiudicazione, per l’impianto di Paternò, è andata a Sicil Power, un raggruppamento di diversa caratura, guidato da Waste Italia: quello che adesso, significativamente, con la rinuncia all’inceneritore etneo, sembra essere finito fuori gioco. Sono comunque altre presenze, discrete e nondimeno importanti, a rivelare i toni della vicenda.

Il posizionamento rapido della famiglia Pisante, presente nelle cronache giudiziarie sin dai tempi di “Mani pulite”, e del gruppo Gulino di Enna nelle quattro compagini aggiudicatarie, attraverso la Emit e l’Altecoen, è al riguardo paradigmatico. Come tale è stato percepito del resto, sin dai primi tempi, da alcune procure, che hanno lanciato l’allarme inceneritori, e dalla stessa Corte dei Conti siciliana, intervenuta sul caso con perentorietà. A gare concluse, sono emersi, come è noto, degli inconvenienti, che hanno costretto l’imprenditore ennese, reduce con i Pisante della vicenda di MessinAmbiente, finita in scandalo, a farsi da parte, con la cessione di quote che gli hanno fruttato diversi milioni di euro. I termini della questione rimangono però intatti. Si è aperta una contrattazione. Interessi di varia portata sono diventati compatibili. È stato tenuto debitamente conto delle tradizioni. Il gruppo pugliese infine, senza alcun pregiudizio, è rimasto in gioco. Tutto questo costituisce però solo un aspetto della storia. Si sono avuti infatti ingressi ancor più discreti, per certi versi invisibili, al confine comunque fra l’economia e la politica. È il caso della Pianimpianti: nota società di Milano amministrata dal calabrese Roberto Mercuri.

Attiva in numerose aree della penisola e all’estero nell’impiantistica per l’ambiente, tale impresa ha potuto godere di un inserimento strategico nel sistema degli appalti calabresi: in quelli dei depuratori in particolare, che hanno mosso circa 800 milioni di euro. Ha manifestato altresì dei punti di contatto oggettivi con l’Udc, essendone stato vice presidente l’ex parlamentare parmigiano Franco Bonferroni, amico di Pier Ferdinando Casini, ma soprattutto legatissimo a Lorenzo Cesa, attuale segretario nazionale del partito. Per tali ragioni, ritenuta cardinale negli intrecci fra politica e affari in Italia, è finita al centro di indagini giudiziarie complesse, condotte dal sostituto procuratore di Potenza Henry John Woodcock e, soprattutto, da Luigi De Magistris. Nell’atto di accusa del sostituto di Catanzaro vengono passati in rassegna fatti specifici, alcuni di non poco conto: dal sequestro di 3,8 milioni di euro al fratello e al padre di Roberto Mercuri su un treno diretto in Lussemburgo, al versamento di 370 mila euro che la Pianimpianti avrebbe fatto alla Global Media, ritenuta, attraverso Cesa, il polmone finanziario dell’Udc. Un teste, riferendosi agli appalti dei depuratori in senso lato, ha detto inoltre del sistema in uso delle tangenti, stabilite nella misura dal 3 al 7 per cento, equamente divise fra la Calabria e Roma. In conclusione, l’accusa ha presentato la società di Mercuri come la “cassaforte” di una associazione finalizzata all’illecito, ma l’inchiesta, che come è noto è passata di mano, è stata largamente archiviata.

Cosa c’entra però tutto questo con gli inceneritori in Sicilia? In apparenza nulla. Pianimpianti, nei raggruppamenti guidati dal gruppo Falk, reca una presenza del tutto simbolica, con quote dello 0,1 per cento. Nell’affare ha guadagnato in realtà un rilievo sostanziale per quanto è avvenuto, in via assolutamente privata, dopo le aggiudicazioni del 2003. Le società Pea, Platani e Tifeo, l’1 luglio 2005 hanno commissionato infatti proprio all’impresa di Mercuri, in associazione con la Lurgi di Francoforte, la fornitura, chiavi in mano, dei tre inceneritori, per un importo complessivo di mezzo miliardo di euro, che costituisce, a conti fatti, la fetta più grossa, più immediata, quindi più tangibile, dell’intera posta in palio. È il caso di sottolineare in ultimo che pure il sodalizio Pianimpianti-Lurgi è connotato da un iter mosso, antecedente e successivo alla firma dei contratti con Actelios-Elettroambiente. Le due società sono finite sotto inchiesta nel 2005 per un giro di tangenti connesse alla costruzione dei due termovalorizzatori di Colleferro. Compaiono altresì nell’inchiesta Cash cow, ancora in corso, che nella medesima area laziale ha coinvolto, fra gli altri, decine di politici.

A questo punto, dal momento che sono state disposte nuove gare, si tratta di capire cosa potrà avvenire delle intese sottoscritte a partire dal 2003. Di certo, le società aggiudicatarie hanno guadagnato una posizione favorevole. Da titolari dei cantieri, hanno ripreso a beneficiare infatti del “Cip6”, malgrado il blocco di ogni attività dal 2007. Otterranno infine il mega risarcimento che reclamavano, di 200 milioni di euro appunto, pur avendo effettuato nei tre siti lavori esigui, solo di recinzione e movimento terra. Dopo la firma dell’accordo, regna quindi un curioso ottimismo. Prova ne è che i titoli Falck hanno avuto in Borsa rialzi del tutto anomali, lontanissimi dai trend dell’attuale recessione. Ma quali giochi vanno facendosi? La cifra della penale, che evoca un calcolo complesso, di certo costituirà un forte deterrente alla partecipazione di nuove compagini. Nel caso in cui la gara dovesse andare a vuoto, l’affidamento diretto agli attuali concessionari, a trattativa privata, potrebbe essere quindi un esito “inevitabile”. Ed è la stessa Falck a dare conto di intese in tal senso con l’Agenzia regionale, nella relazione semestrale del giugno 2008. Per motivi di opportunità potrebbe prevalere tuttavia una seconda soluzione: il ritorno in gara, direttamente o in forma mimetica, delle imprese già aggiudicatarie, che finirebbero per pagare a sé stesse la penale, per il ripristino dei patti. In ambedue i casi, come è evidente, risulterebbe eluso il pronunciamento della Corte di Giustizia Ue.

Tratto da:
Domani.Arcoiris.tv

Fonte:Antimafia 2000

 
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