martedì 12 aprile 2011

Wikileaks le tangenti del nucleare in Italia e poi ci dobbiamo fidare……


1 – INTRIGO NUCLEARE…
Stefania Maurizi per “l’Espresso”

All’inizio è solo un timore, poi si trasforma in più di un sospetto: la rinascita del nucleare in Italia è condizionata dalle tangenti. Un’ipotesi circostanziata, messa nero su bianco in un rapporto del 2009 per il ministro dell’Energia di Obama, Steven Chu. Negli oltre quattro mila cablo dell’ambasciata americana di Roma la parola corruzione compare pochissime volte e in termini generici. Quando invece si parla delle nuove centrali da costruire, allora i documenti trasmessi a Washington diventano espliciti, tratteggiando uno scenario in cui sono le mazzette a decidere il destino energetico del Paese.

Nel momento in cui il devastante terremoto giapponese obbliga il mondo a fare i conti con i rischi degli impianti e lo spettro di una colossale contaminazione, i documenti ottenuti da WikiLeaks che “l’Espresso” pubblica in esclusiva permettono di ricostruire la guerra nucleare segreta che da sei anni viene combattuta in Italia. Uno scontro di Stati prima ancora che di aziende, per mettere le mani su opere che valgono almeno 24 miliardi di euro e segneranno il futuro di generazioni.

Francesi, russi e americani si danno battaglia su una scacchiera dove si confondono interessi industriali, politici e diplomatici: cercano contatti nel governo, nei ministeri, nei partiti e nelle aziende. Per riuscire a conquistare quello che appare il mercato più ricco d’Europa. E lo fanno – secondo i dossier statunitensi – senza esclusione di colpi.

Gli americani cominciano a muoversi nel 2005, quando con una certa sorpresa scoprono che l’energia nucleare sta risorgendo dalle ceneri del referendum del 1987. Per gli Usa si tratta di un’occasione unica: lo strumento per allontanare l’Italia dalla dipendenza nei confronti del gas russo, l’arma più potente nelle mani di Vladimir Putin. La questione diventa quindi “prioritaria” per l’ambasciata di Roma, che si muove verso due obiettivi: convincere i politici a concretizzare il programma atomico e far entrare nella partita i colossi americani del settore.

Complici il prezzo sempre più alto degli idrocarburi, i rincari delle bollette e le promesse di sicurezza dei reattori più avanzati, gli italiani sembrano sempre meno ostili al nucleare. E il governo di Silvio Berlusconi non mostra dubbi su questa scelta. Più difficile – scrivono nel 2005 – convincere il centrosinistra che “si oppone largamente all’idea. Comunque, i nostri contatti sostengono che, anche se dovesse tornare al governo, il rinnovato impegno dell’Italia nei programmi nucleari non si fermerà”.

La componente verde della maggioranza di Romano Prodi si oppone a ogni programma. Il ministro Pier Luigi Bersani invece apre alle sollecitazioni statunitensi e nel 2007 spiega all’ambasciatore che “l’Italia non è fuori dalla produzione di energia nucleare, l’ha solo sospesa”, per poi riconoscere che “carbone pulito e nucleare probabilmente giocheranno un ruolo importante nell’assicurare i bisogni del futuro”. Lo stesso Bersani che in questi giorni, dopo la crisi nipponica, è stato pronto a condannare “il piano nucleare del governo”.

Lo scontro più feroce però è quello che avviene per costruire i futuri impianti: almeno sei centrali, ciascuna del costo di circa 4 miliardi. Si schierano aziende-Stato, che sono diretta emanazione dei governi e godono dell’appoggio di diplomazie e servizi segreti. In pole position i francesi di Areva, quasi monopolisti nel Vecchio continente dove hanno aperto gli unici cantieri per reattori di ultima generazione: hanno 58 mila dipendenti e 10 miliardi di fatturato l’anno.

E anche i russi, che nonostante Chernobyl continuano a esportare reattori in Asia, cercano di partecipare alla spartizione della torta. Negli Usa ci sono Westinghouse e General Electric che “sono interessate a vendere tecnologia nucleare all’Italia, ma si trovano a dover affrontare una dura competizione da parte di rivali stranieri i cui governi stanno facendo una pesante azione di lobbying sul governo italiano”.

ELIZABETH DIBBLE DA CORRIERE.IT
MAZZETTE ALLA FRANCESE
L’allerta diventa massima nel 2008, quando Berlusconi assicura agli Usa che stavolta il suo esecutivo “rilancia sul serio il settore. Se andranno davvero avanti, ci saranno contratti per decine di miliardi”. Con una minaccia: “Vediamo già un’azione di lobbying ad alto livello da parte dei leader del governo inglese, francese e russo”. I colloqui con il consigliere diplomatico del ministro Claudio Scajola, Daniele Mancini, “suggeriscono che i francesi e i russi stanno già manovrando e facendo lobbying per i contratti”.

Ed ecco la previsione: “La corruzione è pervasiva in Italia e temiamo che potrebbe essere uno dei fattori che dovremo affrontare andando avanti”. L’avversario è Parigi, che può sfruttare gli intrecci economici tra Enel ed Edf per stendere la sua trama. “Temiamo che i francesi abbiano una corsia preferenziale a causa della loro azione di lobbying ai più alti livelli e a causa del fatto che le compagnie che probabilmente costruiranno gli impianti in Italia hanno tutte un qualche tipo di French connection. Continueremo i nostri energici sforzi per garantire che le aziende americane abbiano una giusta chance”.

Pochi mesi dopo i francesi danno scacco: Sarkozy e il Cavaliere firmano l’accordo che assegna ad Areva la costruzione di quattro reattori modello Epr in Italia. Siamo a febbraio 2009, la diplomazia statunitense vuole impedire che il successo di Parigi si trasformi in scacco matto. E intensifica gli sforzi per occupare gli spazi rimasti, ossia la fornitura di almeno altre due centrali. A maggio arriva a Roma il Mister Energia di Obama, Steven Chu.

L’ambasciata lo mette in guardia: “L’intensa pressione dei francesi, che forse comprende tangenti (“corruption payment”) a funzionari del governo italiano, ha aperto la strada all’accordo di febbraio tra le aziende parastatali italiana e francese, Enel e Edf, in modo da formare un consorzio al 50 per cento per costruire centrali in Italia e altrove. L’intesa prevede la costruzione di quattro reattori dell’Areva entro il 2020 e, cosa ancora più preoccupante, può imporre quella francese come tecnologia standard per il ritorno dell’Italia al nucleare”. Gli americani ipotizzano che dietro la scelta degli standard a cui affideremo il nostro futuro e la sicurezza del Paese ci possano essere state bustarelle.

E chiedono al ministro per l’Energia: “Dovrebbe far presente che abbiamo preoccupanti indicazioni del fatto che alle aziende americane sarà ingiustamente negata l’opportunità di partecipare a questo programma multimiliardario”. L’ambasciata è molto decisa nel delineare un contesto di scorrettezza. Il promemoria scritto da Elizabeth Dibble, all’epoca reggente della sede di Roma oggi diventata consigliera di Hillary Clinton, insiste: “È anche molto importante che ricordi al governo italiano che ci aspettiamo pari opportunità per le nostre aziende, visto quello che abbiamo notato fino a oggi nel processo di selezione”.

Alla fine del 2008 gli Usa ritengono che Berlusconi stia per annunciare un accordo per il nucleare anche con Mosca. Ma uno degli uomini chiave del ministero dello Sviluppo Economico, Sergio Garribba, rassicura gli americani e “ridendo” spiega la reale natura della collaborazione atomica con i russi: “È una barzelletta, solo pubbliche relazioni”. L’ambasciata scrive che l’alto funzionario “probabilmente ha ragione: gli italiani nel 1987 hanno chiuso il loro programma in risposta a Chernobyl…”.

Ma non si fidano completamente “visti gli stretti rapporti tra Berlusconi e Putin”. E temono che comunque la coalizione tra Eni e Gazprom per il gas, che alimenta anche le centrali elettriche, si trasformerà in un muro per ostacolare il nucleare. “Si dice che l’Eni stia facendo una dura azione di lobbying contro la riapertura della partita da parte di Enel”, registra nel 2005 l’ambasciatore Sembler, “perché ridurrebbe sia il mercato di Eni che la sua influenza politica”. Anche se le resistenze più forti verranno dal nimby, l’opposizione delle comunità locali ai nuovi reattori.

“L’Italia è una penisola lunga e stretta, con una spina dorsale di catene montuose e con coste densamente popolate. Il numero dei siti dove costruire impianti è limitato… Se continua a decentralizzare i poteri alle regioni attraverso le riforme costituzionali – sostengono i nostri contatti – un revival nucleare sarà veramente improbabile”. Forse per questo, in tempi più recenti, l’ambasciata “programma” di contattare anche il leghista Andrea Gibelli, che presiede la commissione Attività produttive della Camera.

Nei ministeri di Roma la battaglia nucleare si combatte stanza per stanza. Gli americani cercano di avere referenti fidati negli uffici chiave e ogni nomina viene analizzata. Nel 2009 guardano con diffidenza ai tre tecnici italiani designati per il G8 dell’energia: “Uno attualmente lavora per la potente Eni”. Fino ad allora, si erano spesso rivolti a Garribba, “uno dei grandi esperti di energia, consulente tecnico del ministro Scajola”: è definito “uno stretto contatto dell’ambasciata”. Ma nel 2009 temono di venire tagliati fuori.

Nella gara per la direzione del dipartimento Energia del ministero, Garribba viene battuto da Guido Bortoni, “un tecnocrate poco noto che attualmente sta all’Autorità per l’Energia. Avendo lavorato 10 anni all’Enel, Bortoni potrebbe ancora avere legami stretti con l’azienda e gli investimenti comuni tra Enel e l’industria nucleare francese ci fanno preoccupare che Bortoni possa portare questa preferenza per la tecnologia francese nella sua nuova posizione”.

Ad aumentare i loro timori c’è “la dottoressa Rosaria Romano, che guiderà la divisione nucleare del nuovo dipartimento energia”: un fatto “potenzialmente preoccupante” visto che “nel corso degli anni, la Romano ha ripetutamente rifiutato in modo deciso i tentativi dell’ambasciata di incontrarla”. Ma i diplomatici americani “stanno già lavorando per assicurare che le nomine di Bortoni e Romano non danneggino gli interessi delle aziende Usa (General Electric e Westinghouse)”.

Nel luglio 2009, il ritorno all’atomo diventa legge. A quel punto, Francesco Mazzuca, presidente dell’Ansaldo Nucleare, azienda genovese del gruppo Finmeccanica e unico polo italiano del settore, consiglia “un impegno ai più alti livelli del governo italiano, in modo da contrastare i continui sforzi di lobbying da parte di Parigi. Mazzuca ha detto che il governo francese sta addirittura aumentando la sua pressione, inviando a Roma un secondo funzionario con portfolio nucleare”.

Il top manager di Ansaldo ipotizza che il governo Berlusconi potrebbe costruire i nuovi impianti nei siti delle vecchie centrali in corso di smantellamento: Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano. E per l’Agenzia di sicurezza nucleare che dovrà vigilare su reattori e scorie, Mazzuca dichiara che la vorrebbe guidata dal professor Maurizio Cumo. Ex presidente della Sogin, in ottimi rapporti con Gianni Letta, nel novembre scorso Cumo è stato nominato dal Consiglio dei ministri come uno dei cinque membri dell’Agenzia guidata da Umberto Veronesi. Cumo è il nome che piace anche a Washington perché “è a favore della tecnologia nucleare Usa”.

Ogni mossa in questa sfida ha ricadute anche sul futuro di tutti gli italiani. Nei cablo non si entra mai nel merito delle tecnologie contrapposte, se siano più sicuri i reattori francesi o americani. Ma l’attivismo dell’ambasciata mette a segno un risultato importante: “Siamo stati capaci di convincere il governo italiano a cambiare una bozza della legislazione sul nucleare che avrebbe lasciato l’approvazione dei certificati per le nuove centrali agli altri governi europei. La nuova versione estende la certificazione a qualsiasi paese Ocse. Questo apre la porta alle aziende americane”. In pratica, si passa dagli standard di sicurezza dell’Unione europea a quelli di qualunque membro dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, che comprende 34 nazioni inclusi Giappone, Australia e Usa.

Dal 2009 le attenzioni degli americani si concentrano su Claudio Scajola, “un collaboratore di lunga data di Berlusconi, che guida un superministero”. Affidano a Chu il compito di “conquistarlo”, sin dal summit romano del maggio 2009. Ma il momento chiave è il viaggio negli States del settembre successivo: “Vediamo questa visita come un’opportunità decisiva per gli Stati Uniti per contrastare la preferenza italiana nei confronti della tecnologia nucleare francese e per aprire le porte a lucrativi contratti per le aziende statunitensi”.

Scajola accetta anche “l’invito di Westinghouse a fare un tour nei suoi impianti”. Lo strumento per fare leva sul ministro è l’Ansaldo Nucleare, la società di Finmeccanica “che ha stretti rapporti con Westinghouse”.

L’ambasciatore Thorne scrive: “Noi abbiamo saputo che Scajola ha un’altra ragione per appoggiare il coinvolgimento delle aziende statunitensi. L’accordo con la Francia ha tagliato fuori dai contratti le società italiane che vogliono contribuire a costruire le centrali. Una di queste, Ansaldo Nucleare, ha sede nella regione di Scajola: la Liguria. E così se Westinghouse ottiene la sua parte, Ansaldo – azienda della terra di Scajola – ne beneficia. Noi abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile nel nostro sostegno alle aziende Usa. Se Scajola ha anche un interesse locale nel cercare di fare in modo che le ditte americane ottengano commesse, questo è un vantaggio da cogliere e da massimizzare a beneficio degli Stati Uniti”.

L’interesse statunitense si è tradotto la scorsa settimana nella cessione del 45 per cento di Ansaldo Energia – che controlla Ansaldo Nucleare – al fondo First Reserve Corporation, con un’operazione da 1.200 milioni di euro.

E anche il tour di Scajola negli States del 2009 si è rivelato un successo, con la firma di due accordi di cooperazione con Chu: gli interessi del ministro e di Washington sembrano sposarsi. Il cablo ha toni sollevati: i francesi non sono più “l’unico protagonista (“the only game in town”). Il reattore AP1000 della Westinghouse è diventato un forte concorrente per le centrali nucleari che saranno costruite oltre a quelle proposte dal consorzio Enel-Edf”. E una schiera di aziende americane si prepara a sfruttare la breccia nel dicastero di via Veneto: “General Eletric, Exelon, Battelle, Burns and Roe, Lightbridge ed Energy Solutions”, elenca Thorne.

Il database di WikiLeaks si ferma prima del maggio 2010, data delle dimissioni di Scajola per la casa con vista al Colosseo “pagata a sua insaputa”. Nelle primissime dichiarazioni, il ministro ligure grida al complotto e comincia la sua lista di sospetti con un riferimento esplicito: “Le mie dimissioni indeboliscono il governo, ma chi può avere interesse a farlo? La Francia, in prospettiva, ha tutto da perdere dal nostro programma nucleare…”. Ma se le scelte sul nostro futuro energetico nascono da questi oscuri giochi di potere, a perderci rischiano di essere tutti gli italiani.

2 – IL NO A LETTA SULLE SCORIE…
“Gentile Ambasciatore, le scrivo per richiamare la sua attenzione su un tema di cui probabilmente è già informato. È una questione molto importante per il governo italiano anche da un punto di vista psicologico”. Quello delle scorie della Trisaia, centro nucleare della Basilicata, è un problema che ha fatto smuovere Gianni Letta in cerca di “aiuto personale” a Washington fin dal 2004.

In Basilicata non si riesce a trovare una soluzione per 64 barre di combustibile che nessun impianto industriale al mondo può trattare, perché sono il frutto di un programma sperimentale Italia-Usa abbandonato oltre 40 anni fa. La quantità è piccola, ma “l’impatto psicologico e dunque anche politico non lo è”, scrive Letta all’ambasciatore Ronald Spogli”. Se non riceveremo una risposta entro febbraio, per ragioni di opportunità – in pratica per evitare dimostrazioni popolari – saremo costretti a spedire i due container in Russia per circa 50 anni”.

Spogli si attiva subito per Letta. “È uno dei contatti di più alto livello dell’ambasciata. E la stretta relazione personale di Berlusconi con il presidente Bush è un fattore chiave nel mantenere i contributi militari italiani”. Ma Washington dice no. “Ho chiesto io stesso”, risponde Spogli a Letta, “purtroppo il dipartimento per l’Energia non può accettare il materiale”. I rifiuti stanno ancora lì.

3 – A GIOIA TAURO PASSA DI TUTTO…
Un porto in mano alla mafia. Dove “ci sono occhi dappertutto”. E funzionari “disponibili a guardare dall’altra parte mentre si compiono illegalità”. È una delle più grandi preoccupazioni dell’America di Obama: il traffico di materiale nucleare clandestino utilizzabile dai terroristi che potrebbe essere movimentato attraverso porti come Gioia Tauro, descritto come una falla nei controlli europei.

In una serie di cablo dal titolo eloquente “Rilevare i materiali nucleari in mezzo alla mafia”, gli Usa ricostruiscono la difficoltà di collaborare con le autorità italiane nel programma “Megaport”, lanciato per scongiurare l’incubo di tanti film apocalittici: il trasferimento di una bomba atomica “sporca” nel territorio statunitense.

Per questo il piano prevede di passare allo scanner i container navali alla ricerca di materiale nucleare nascosto. E Gioia Tauro si rivela un buco nero, dove può passare di tutto. “A volte”, scrivono del terminal calabrese, “i doganieri sono riluttanti a fermare i container per i controlli e preferiscono che sia la Guardia di Finanza a farlo”.

da dagospia.com


Fonte:Vip.it


.

Leggi tutto »

1 – INTRIGO NUCLEARE…
Stefania Maurizi per “l’Espresso”

All’inizio è solo un timore, poi si trasforma in più di un sospetto: la rinascita del nucleare in Italia è condizionata dalle tangenti. Un’ipotesi circostanziata, messa nero su bianco in un rapporto del 2009 per il ministro dell’Energia di Obama, Steven Chu. Negli oltre quattro mila cablo dell’ambasciata americana di Roma la parola corruzione compare pochissime volte e in termini generici. Quando invece si parla delle nuove centrali da costruire, allora i documenti trasmessi a Washington diventano espliciti, tratteggiando uno scenario in cui sono le mazzette a decidere il destino energetico del Paese.

Nel momento in cui il devastante terremoto giapponese obbliga il mondo a fare i conti con i rischi degli impianti e lo spettro di una colossale contaminazione, i documenti ottenuti da WikiLeaks che “l’Espresso” pubblica in esclusiva permettono di ricostruire la guerra nucleare segreta che da sei anni viene combattuta in Italia. Uno scontro di Stati prima ancora che di aziende, per mettere le mani su opere che valgono almeno 24 miliardi di euro e segneranno il futuro di generazioni.

Francesi, russi e americani si danno battaglia su una scacchiera dove si confondono interessi industriali, politici e diplomatici: cercano contatti nel governo, nei ministeri, nei partiti e nelle aziende. Per riuscire a conquistare quello che appare il mercato più ricco d’Europa. E lo fanno – secondo i dossier statunitensi – senza esclusione di colpi.

Gli americani cominciano a muoversi nel 2005, quando con una certa sorpresa scoprono che l’energia nucleare sta risorgendo dalle ceneri del referendum del 1987. Per gli Usa si tratta di un’occasione unica: lo strumento per allontanare l’Italia dalla dipendenza nei confronti del gas russo, l’arma più potente nelle mani di Vladimir Putin. La questione diventa quindi “prioritaria” per l’ambasciata di Roma, che si muove verso due obiettivi: convincere i politici a concretizzare il programma atomico e far entrare nella partita i colossi americani del settore.

Complici il prezzo sempre più alto degli idrocarburi, i rincari delle bollette e le promesse di sicurezza dei reattori più avanzati, gli italiani sembrano sempre meno ostili al nucleare. E il governo di Silvio Berlusconi non mostra dubbi su questa scelta. Più difficile – scrivono nel 2005 – convincere il centrosinistra che “si oppone largamente all’idea. Comunque, i nostri contatti sostengono che, anche se dovesse tornare al governo, il rinnovato impegno dell’Italia nei programmi nucleari non si fermerà”.

La componente verde della maggioranza di Romano Prodi si oppone a ogni programma. Il ministro Pier Luigi Bersani invece apre alle sollecitazioni statunitensi e nel 2007 spiega all’ambasciatore che “l’Italia non è fuori dalla produzione di energia nucleare, l’ha solo sospesa”, per poi riconoscere che “carbone pulito e nucleare probabilmente giocheranno un ruolo importante nell’assicurare i bisogni del futuro”. Lo stesso Bersani che in questi giorni, dopo la crisi nipponica, è stato pronto a condannare “il piano nucleare del governo”.

Lo scontro più feroce però è quello che avviene per costruire i futuri impianti: almeno sei centrali, ciascuna del costo di circa 4 miliardi. Si schierano aziende-Stato, che sono diretta emanazione dei governi e godono dell’appoggio di diplomazie e servizi segreti. In pole position i francesi di Areva, quasi monopolisti nel Vecchio continente dove hanno aperto gli unici cantieri per reattori di ultima generazione: hanno 58 mila dipendenti e 10 miliardi di fatturato l’anno.

E anche i russi, che nonostante Chernobyl continuano a esportare reattori in Asia, cercano di partecipare alla spartizione della torta. Negli Usa ci sono Westinghouse e General Electric che “sono interessate a vendere tecnologia nucleare all’Italia, ma si trovano a dover affrontare una dura competizione da parte di rivali stranieri i cui governi stanno facendo una pesante azione di lobbying sul governo italiano”.

ELIZABETH DIBBLE DA CORRIERE.IT
MAZZETTE ALLA FRANCESE
L’allerta diventa massima nel 2008, quando Berlusconi assicura agli Usa che stavolta il suo esecutivo “rilancia sul serio il settore. Se andranno davvero avanti, ci saranno contratti per decine di miliardi”. Con una minaccia: “Vediamo già un’azione di lobbying ad alto livello da parte dei leader del governo inglese, francese e russo”. I colloqui con il consigliere diplomatico del ministro Claudio Scajola, Daniele Mancini, “suggeriscono che i francesi e i russi stanno già manovrando e facendo lobbying per i contratti”.

Ed ecco la previsione: “La corruzione è pervasiva in Italia e temiamo che potrebbe essere uno dei fattori che dovremo affrontare andando avanti”. L’avversario è Parigi, che può sfruttare gli intrecci economici tra Enel ed Edf per stendere la sua trama. “Temiamo che i francesi abbiano una corsia preferenziale a causa della loro azione di lobbying ai più alti livelli e a causa del fatto che le compagnie che probabilmente costruiranno gli impianti in Italia hanno tutte un qualche tipo di French connection. Continueremo i nostri energici sforzi per garantire che le aziende americane abbiano una giusta chance”.

Pochi mesi dopo i francesi danno scacco: Sarkozy e il Cavaliere firmano l’accordo che assegna ad Areva la costruzione di quattro reattori modello Epr in Italia. Siamo a febbraio 2009, la diplomazia statunitense vuole impedire che il successo di Parigi si trasformi in scacco matto. E intensifica gli sforzi per occupare gli spazi rimasti, ossia la fornitura di almeno altre due centrali. A maggio arriva a Roma il Mister Energia di Obama, Steven Chu.

L’ambasciata lo mette in guardia: “L’intensa pressione dei francesi, che forse comprende tangenti (“corruption payment”) a funzionari del governo italiano, ha aperto la strada all’accordo di febbraio tra le aziende parastatali italiana e francese, Enel e Edf, in modo da formare un consorzio al 50 per cento per costruire centrali in Italia e altrove. L’intesa prevede la costruzione di quattro reattori dell’Areva entro il 2020 e, cosa ancora più preoccupante, può imporre quella francese come tecnologia standard per il ritorno dell’Italia al nucleare”. Gli americani ipotizzano che dietro la scelta degli standard a cui affideremo il nostro futuro e la sicurezza del Paese ci possano essere state bustarelle.

E chiedono al ministro per l’Energia: “Dovrebbe far presente che abbiamo preoccupanti indicazioni del fatto che alle aziende americane sarà ingiustamente negata l’opportunità di partecipare a questo programma multimiliardario”. L’ambasciata è molto decisa nel delineare un contesto di scorrettezza. Il promemoria scritto da Elizabeth Dibble, all’epoca reggente della sede di Roma oggi diventata consigliera di Hillary Clinton, insiste: “È anche molto importante che ricordi al governo italiano che ci aspettiamo pari opportunità per le nostre aziende, visto quello che abbiamo notato fino a oggi nel processo di selezione”.

Alla fine del 2008 gli Usa ritengono che Berlusconi stia per annunciare un accordo per il nucleare anche con Mosca. Ma uno degli uomini chiave del ministero dello Sviluppo Economico, Sergio Garribba, rassicura gli americani e “ridendo” spiega la reale natura della collaborazione atomica con i russi: “È una barzelletta, solo pubbliche relazioni”. L’ambasciata scrive che l’alto funzionario “probabilmente ha ragione: gli italiani nel 1987 hanno chiuso il loro programma in risposta a Chernobyl…”.

Ma non si fidano completamente “visti gli stretti rapporti tra Berlusconi e Putin”. E temono che comunque la coalizione tra Eni e Gazprom per il gas, che alimenta anche le centrali elettriche, si trasformerà in un muro per ostacolare il nucleare. “Si dice che l’Eni stia facendo una dura azione di lobbying contro la riapertura della partita da parte di Enel”, registra nel 2005 l’ambasciatore Sembler, “perché ridurrebbe sia il mercato di Eni che la sua influenza politica”. Anche se le resistenze più forti verranno dal nimby, l’opposizione delle comunità locali ai nuovi reattori.

“L’Italia è una penisola lunga e stretta, con una spina dorsale di catene montuose e con coste densamente popolate. Il numero dei siti dove costruire impianti è limitato… Se continua a decentralizzare i poteri alle regioni attraverso le riforme costituzionali – sostengono i nostri contatti – un revival nucleare sarà veramente improbabile”. Forse per questo, in tempi più recenti, l’ambasciata “programma” di contattare anche il leghista Andrea Gibelli, che presiede la commissione Attività produttive della Camera.

Nei ministeri di Roma la battaglia nucleare si combatte stanza per stanza. Gli americani cercano di avere referenti fidati negli uffici chiave e ogni nomina viene analizzata. Nel 2009 guardano con diffidenza ai tre tecnici italiani designati per il G8 dell’energia: “Uno attualmente lavora per la potente Eni”. Fino ad allora, si erano spesso rivolti a Garribba, “uno dei grandi esperti di energia, consulente tecnico del ministro Scajola”: è definito “uno stretto contatto dell’ambasciata”. Ma nel 2009 temono di venire tagliati fuori.

Nella gara per la direzione del dipartimento Energia del ministero, Garribba viene battuto da Guido Bortoni, “un tecnocrate poco noto che attualmente sta all’Autorità per l’Energia. Avendo lavorato 10 anni all’Enel, Bortoni potrebbe ancora avere legami stretti con l’azienda e gli investimenti comuni tra Enel e l’industria nucleare francese ci fanno preoccupare che Bortoni possa portare questa preferenza per la tecnologia francese nella sua nuova posizione”.

Ad aumentare i loro timori c’è “la dottoressa Rosaria Romano, che guiderà la divisione nucleare del nuovo dipartimento energia”: un fatto “potenzialmente preoccupante” visto che “nel corso degli anni, la Romano ha ripetutamente rifiutato in modo deciso i tentativi dell’ambasciata di incontrarla”. Ma i diplomatici americani “stanno già lavorando per assicurare che le nomine di Bortoni e Romano non danneggino gli interessi delle aziende Usa (General Electric e Westinghouse)”.

Nel luglio 2009, il ritorno all’atomo diventa legge. A quel punto, Francesco Mazzuca, presidente dell’Ansaldo Nucleare, azienda genovese del gruppo Finmeccanica e unico polo italiano del settore, consiglia “un impegno ai più alti livelli del governo italiano, in modo da contrastare i continui sforzi di lobbying da parte di Parigi. Mazzuca ha detto che il governo francese sta addirittura aumentando la sua pressione, inviando a Roma un secondo funzionario con portfolio nucleare”.

Il top manager di Ansaldo ipotizza che il governo Berlusconi potrebbe costruire i nuovi impianti nei siti delle vecchie centrali in corso di smantellamento: Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano. E per l’Agenzia di sicurezza nucleare che dovrà vigilare su reattori e scorie, Mazzuca dichiara che la vorrebbe guidata dal professor Maurizio Cumo. Ex presidente della Sogin, in ottimi rapporti con Gianni Letta, nel novembre scorso Cumo è stato nominato dal Consiglio dei ministri come uno dei cinque membri dell’Agenzia guidata da Umberto Veronesi. Cumo è il nome che piace anche a Washington perché “è a favore della tecnologia nucleare Usa”.

Ogni mossa in questa sfida ha ricadute anche sul futuro di tutti gli italiani. Nei cablo non si entra mai nel merito delle tecnologie contrapposte, se siano più sicuri i reattori francesi o americani. Ma l’attivismo dell’ambasciata mette a segno un risultato importante: “Siamo stati capaci di convincere il governo italiano a cambiare una bozza della legislazione sul nucleare che avrebbe lasciato l’approvazione dei certificati per le nuove centrali agli altri governi europei. La nuova versione estende la certificazione a qualsiasi paese Ocse. Questo apre la porta alle aziende americane”. In pratica, si passa dagli standard di sicurezza dell’Unione europea a quelli di qualunque membro dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, che comprende 34 nazioni inclusi Giappone, Australia e Usa.

Dal 2009 le attenzioni degli americani si concentrano su Claudio Scajola, “un collaboratore di lunga data di Berlusconi, che guida un superministero”. Affidano a Chu il compito di “conquistarlo”, sin dal summit romano del maggio 2009. Ma il momento chiave è il viaggio negli States del settembre successivo: “Vediamo questa visita come un’opportunità decisiva per gli Stati Uniti per contrastare la preferenza italiana nei confronti della tecnologia nucleare francese e per aprire le porte a lucrativi contratti per le aziende statunitensi”.

Scajola accetta anche “l’invito di Westinghouse a fare un tour nei suoi impianti”. Lo strumento per fare leva sul ministro è l’Ansaldo Nucleare, la società di Finmeccanica “che ha stretti rapporti con Westinghouse”.

L’ambasciatore Thorne scrive: “Noi abbiamo saputo che Scajola ha un’altra ragione per appoggiare il coinvolgimento delle aziende statunitensi. L’accordo con la Francia ha tagliato fuori dai contratti le società italiane che vogliono contribuire a costruire le centrali. Una di queste, Ansaldo Nucleare, ha sede nella regione di Scajola: la Liguria. E così se Westinghouse ottiene la sua parte, Ansaldo – azienda della terra di Scajola – ne beneficia. Noi abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile nel nostro sostegno alle aziende Usa. Se Scajola ha anche un interesse locale nel cercare di fare in modo che le ditte americane ottengano commesse, questo è un vantaggio da cogliere e da massimizzare a beneficio degli Stati Uniti”.

L’interesse statunitense si è tradotto la scorsa settimana nella cessione del 45 per cento di Ansaldo Energia – che controlla Ansaldo Nucleare – al fondo First Reserve Corporation, con un’operazione da 1.200 milioni di euro.

E anche il tour di Scajola negli States del 2009 si è rivelato un successo, con la firma di due accordi di cooperazione con Chu: gli interessi del ministro e di Washington sembrano sposarsi. Il cablo ha toni sollevati: i francesi non sono più “l’unico protagonista (“the only game in town”). Il reattore AP1000 della Westinghouse è diventato un forte concorrente per le centrali nucleari che saranno costruite oltre a quelle proposte dal consorzio Enel-Edf”. E una schiera di aziende americane si prepara a sfruttare la breccia nel dicastero di via Veneto: “General Eletric, Exelon, Battelle, Burns and Roe, Lightbridge ed Energy Solutions”, elenca Thorne.

Il database di WikiLeaks si ferma prima del maggio 2010, data delle dimissioni di Scajola per la casa con vista al Colosseo “pagata a sua insaputa”. Nelle primissime dichiarazioni, il ministro ligure grida al complotto e comincia la sua lista di sospetti con un riferimento esplicito: “Le mie dimissioni indeboliscono il governo, ma chi può avere interesse a farlo? La Francia, in prospettiva, ha tutto da perdere dal nostro programma nucleare…”. Ma se le scelte sul nostro futuro energetico nascono da questi oscuri giochi di potere, a perderci rischiano di essere tutti gli italiani.

2 – IL NO A LETTA SULLE SCORIE…
“Gentile Ambasciatore, le scrivo per richiamare la sua attenzione su un tema di cui probabilmente è già informato. È una questione molto importante per il governo italiano anche da un punto di vista psicologico”. Quello delle scorie della Trisaia, centro nucleare della Basilicata, è un problema che ha fatto smuovere Gianni Letta in cerca di “aiuto personale” a Washington fin dal 2004.

In Basilicata non si riesce a trovare una soluzione per 64 barre di combustibile che nessun impianto industriale al mondo può trattare, perché sono il frutto di un programma sperimentale Italia-Usa abbandonato oltre 40 anni fa. La quantità è piccola, ma “l’impatto psicologico e dunque anche politico non lo è”, scrive Letta all’ambasciatore Ronald Spogli”. Se non riceveremo una risposta entro febbraio, per ragioni di opportunità – in pratica per evitare dimostrazioni popolari – saremo costretti a spedire i due container in Russia per circa 50 anni”.

Spogli si attiva subito per Letta. “È uno dei contatti di più alto livello dell’ambasciata. E la stretta relazione personale di Berlusconi con il presidente Bush è un fattore chiave nel mantenere i contributi militari italiani”. Ma Washington dice no. “Ho chiesto io stesso”, risponde Spogli a Letta, “purtroppo il dipartimento per l’Energia non può accettare il materiale”. I rifiuti stanno ancora lì.

3 – A GIOIA TAURO PASSA DI TUTTO…
Un porto in mano alla mafia. Dove “ci sono occhi dappertutto”. E funzionari “disponibili a guardare dall’altra parte mentre si compiono illegalità”. È una delle più grandi preoccupazioni dell’America di Obama: il traffico di materiale nucleare clandestino utilizzabile dai terroristi che potrebbe essere movimentato attraverso porti come Gioia Tauro, descritto come una falla nei controlli europei.

In una serie di cablo dal titolo eloquente “Rilevare i materiali nucleari in mezzo alla mafia”, gli Usa ricostruiscono la difficoltà di collaborare con le autorità italiane nel programma “Megaport”, lanciato per scongiurare l’incubo di tanti film apocalittici: il trasferimento di una bomba atomica “sporca” nel territorio statunitense.

Per questo il piano prevede di passare allo scanner i container navali alla ricerca di materiale nucleare nascosto. E Gioia Tauro si rivela un buco nero, dove può passare di tutto. “A volte”, scrivono del terminal calabrese, “i doganieri sono riluttanti a fermare i container per i controlli e preferiscono che sia la Guardia di Finanza a farlo”.

da dagospia.com


Fonte:Vip.it


.

Cambiare rotta: ecco la ricetta di Rubbia per salvare la Terra

Alessandro De Pascale

CLIMA L’atto di accusa del premio Nobel per la Fisica. La lotta all’effetto serra è «un’urgenza non più rimandabile». Servono subito più soldi per la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo alternativo

«Rimbocchiamoci le maniche e iniziamo a investire più soldi in ricerca e sviluppo ». Dopo il disastro nucleare in Giappone e le emissioni climalteranti in crescita, per il premio Nobel per la Fisica Carlo Rubbia è questa l’unica possibilità che può assicurare un futuro tranquillo sia all’umanità che al Pianeta.

Paesi da sempre filo nuclearisti come la Germania e gli Stati Uniti hanno deciso di produrre entro 30-40 anni almeno l’80 per cento della propria energia da fonti rinnovabili. Cosa ne pensa?

Ormai c’è un’urgenza non più rimandabile di cambiare rotta. Nel 2009 a livello mondiale il livello di anidride carbonica è aumentato dell’1 per cento. Ma solo perché l’economia andava male. Tanto che nel 2010 c’è stata una crescita del 3 per cento. La CO2 immessa nell’atmosfera vive trent’anni, il plutonio 30mila anni. Quindi parliamo di cambiamenti che incideranno sull’intera umani tà. Stiamo modificando profondamente il nostro Pianeta senza tenere conto delle conseguenze. Dobbiamo chiederci con i correttivi, ora essenziali, quanto tempo ci vorrà per risolvere questi problemi. La mia impressione è che l’intervallo è troppo lungo. Non si può più intervenire tra vent’anni, bisogna farlo oggi. Le parole d’ordine sono innovazione, sviluppo alternativo e cambiamento.

Altrimenti cosa succede?

In 30 anni da oggi non ci saranno più i ghiacciai sulle Alpi. Sul Kilimangiaro la neve sarà un ricordo. Nella Terra del Fuego, nel sud dell’Argentina, non si troverà una singola lastra di ghiaccio. Una situazione che resterà per 30mila anni. Non è possibile accettare un cambiamento del genere per il nostro desiderio sfrenato di produrre CO2 e inquinare senza farci troppi problemi. È una dimostrazione di incoscienza da parte di chi ha il potere di decidere.

In Giappone si è verificato il secondo maggiore disastro della storia dell’atomo civile. Cosa fare con questa fonte?

Ci troviamo di fronte ad una p profonda riflessione per chiederci cosa e successo e perché è accaduto. Il Giappone era per tutti noi un punto di riferimento, dato che ha sempre trattato le cose con estrema volontà e precisione. Ora devono però affrontare situazioni inaccettabili ed estremamente gravi. Ora il nucleare è una fonte che dove essere ristudiata d’accapo e non solo in Giappone ma in tutto il mondo. È evidente che se in futuro ci sarà ancora il nucleare non sarà quello attuale, dopo il messaggio fortissimo che arriva da quel Paese. E dato che non può essere ignorato va capito e corretto, prima di continuare.

Quindi l’atomo civile, secondo lei, sopravviverà?

Non ho detto questo. Le uniche fonti che tecnicamente offrono energia abbondante, a basso costo, sono il sole e il nucleare. Ma entrambe non saranno quelle che conosciamo oggi. Motivo per cui ripeto, l’unica soluzione per cambiare è l’innovazione.

Passiamo alla ricerca.

Riconoscere la sua importanza economica è un passo importante per ogni Paese. Si tratta di un elemento portante della competitività dei prodotti e deve essere applicata al sistema produttivo. Un’economia basata sulla conoscenza crea occupazione, crescita e coesione sociale. Per l’Italia basta guardare i dati. I posti di lavoro riconducibili alla conoscenza in Europa sono pari al 31,7 per cento del totale. Il nostro Paese assieme alla Spagna è invece al 25 per cento, contro una forbice che va dal 41 al 35 per cento di Svezia, Inghilterra, Irlanda, Finlandia e Francia. Queste attività, ad esempio, in Germania producono il 42 per cento del Pil, di cui l’11 solo nell’hight tech, creando il 12 per cento di tutti i posti di lavoro.

Qual’è la situazione in Italia?

Un buon indicatore dello stato di sviluppo di un’economia basato sulla conoscenza è rappresentato dal numero di pubblicazioni scientifiche e brevetti, per ogni milione di abitanti. Nelle prime l’Italia è nella media degli altri Paesi: 453 l’anno, nonostante abbiamo un terzo dei ricercatori delle altre nazioni avanzate. La produttività brevettuale, quella cioè in grado di dare un ritor no economico, invece è molto più bassa. In Europa quella dell’Italia è superiore solo ai livelli di Spagna e Portogallo. Mentre Paesi di punta come Svezia, Finlandia e Germania sono molti vicini a Stati Uniti e Giappone, l’Italia è al 20 per cento degli Usa. Perché le varie riforme della ricerca pubblica del nostro Paese non hanno affrontato i veri problemi. Anzi sono state cambiate, prima che si arrivasse ad una reale attuazione. È un vero peccato perché abbiamo una buona cultura scientifica, universalmente riconosciuta.

Cosa possiamo fare?

Dobbiamo invertire questa rotta. Per farlo serve trasparenza, buon senso e la partecipazione di tutti gli attori coinvolti, superando la mera contrapposizione di interessi settoriali. Una buona riforma deve mirare a ringiovanire risorse umane e quadri dirigenti, facendo largo ai giovani. Vanno poi riformati in profondità uffici e ministeri competenti, consentendo un uso più tempestivo e mirato delle poche risorse disponibili. Come avviene già all’estero.

Fonte :http://www.terranews.it/news/2011/04/cambiare-rotta-ecco-la-ricetta-di-rubbia-salvare-la-terra


.

Leggi tutto »

Alessandro De Pascale

CLIMA L’atto di accusa del premio Nobel per la Fisica. La lotta all’effetto serra è «un’urgenza non più rimandabile». Servono subito più soldi per la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo alternativo

«Rimbocchiamoci le maniche e iniziamo a investire più soldi in ricerca e sviluppo ». Dopo il disastro nucleare in Giappone e le emissioni climalteranti in crescita, per il premio Nobel per la Fisica Carlo Rubbia è questa l’unica possibilità che può assicurare un futuro tranquillo sia all’umanità che al Pianeta.

Paesi da sempre filo nuclearisti come la Germania e gli Stati Uniti hanno deciso di produrre entro 30-40 anni almeno l’80 per cento della propria energia da fonti rinnovabili. Cosa ne pensa?

Ormai c’è un’urgenza non più rimandabile di cambiare rotta. Nel 2009 a livello mondiale il livello di anidride carbonica è aumentato dell’1 per cento. Ma solo perché l’economia andava male. Tanto che nel 2010 c’è stata una crescita del 3 per cento. La CO2 immessa nell’atmosfera vive trent’anni, il plutonio 30mila anni. Quindi parliamo di cambiamenti che incideranno sull’intera umani tà. Stiamo modificando profondamente il nostro Pianeta senza tenere conto delle conseguenze. Dobbiamo chiederci con i correttivi, ora essenziali, quanto tempo ci vorrà per risolvere questi problemi. La mia impressione è che l’intervallo è troppo lungo. Non si può più intervenire tra vent’anni, bisogna farlo oggi. Le parole d’ordine sono innovazione, sviluppo alternativo e cambiamento.

Altrimenti cosa succede?

In 30 anni da oggi non ci saranno più i ghiacciai sulle Alpi. Sul Kilimangiaro la neve sarà un ricordo. Nella Terra del Fuego, nel sud dell’Argentina, non si troverà una singola lastra di ghiaccio. Una situazione che resterà per 30mila anni. Non è possibile accettare un cambiamento del genere per il nostro desiderio sfrenato di produrre CO2 e inquinare senza farci troppi problemi. È una dimostrazione di incoscienza da parte di chi ha il potere di decidere.

In Giappone si è verificato il secondo maggiore disastro della storia dell’atomo civile. Cosa fare con questa fonte?

Ci troviamo di fronte ad una p profonda riflessione per chiederci cosa e successo e perché è accaduto. Il Giappone era per tutti noi un punto di riferimento, dato che ha sempre trattato le cose con estrema volontà e precisione. Ora devono però affrontare situazioni inaccettabili ed estremamente gravi. Ora il nucleare è una fonte che dove essere ristudiata d’accapo e non solo in Giappone ma in tutto il mondo. È evidente che se in futuro ci sarà ancora il nucleare non sarà quello attuale, dopo il messaggio fortissimo che arriva da quel Paese. E dato che non può essere ignorato va capito e corretto, prima di continuare.

Quindi l’atomo civile, secondo lei, sopravviverà?

Non ho detto questo. Le uniche fonti che tecnicamente offrono energia abbondante, a basso costo, sono il sole e il nucleare. Ma entrambe non saranno quelle che conosciamo oggi. Motivo per cui ripeto, l’unica soluzione per cambiare è l’innovazione.

Passiamo alla ricerca.

Riconoscere la sua importanza economica è un passo importante per ogni Paese. Si tratta di un elemento portante della competitività dei prodotti e deve essere applicata al sistema produttivo. Un’economia basata sulla conoscenza crea occupazione, crescita e coesione sociale. Per l’Italia basta guardare i dati. I posti di lavoro riconducibili alla conoscenza in Europa sono pari al 31,7 per cento del totale. Il nostro Paese assieme alla Spagna è invece al 25 per cento, contro una forbice che va dal 41 al 35 per cento di Svezia, Inghilterra, Irlanda, Finlandia e Francia. Queste attività, ad esempio, in Germania producono il 42 per cento del Pil, di cui l’11 solo nell’hight tech, creando il 12 per cento di tutti i posti di lavoro.

Qual’è la situazione in Italia?

Un buon indicatore dello stato di sviluppo di un’economia basato sulla conoscenza è rappresentato dal numero di pubblicazioni scientifiche e brevetti, per ogni milione di abitanti. Nelle prime l’Italia è nella media degli altri Paesi: 453 l’anno, nonostante abbiamo un terzo dei ricercatori delle altre nazioni avanzate. La produttività brevettuale, quella cioè in grado di dare un ritor no economico, invece è molto più bassa. In Europa quella dell’Italia è superiore solo ai livelli di Spagna e Portogallo. Mentre Paesi di punta come Svezia, Finlandia e Germania sono molti vicini a Stati Uniti e Giappone, l’Italia è al 20 per cento degli Usa. Perché le varie riforme della ricerca pubblica del nostro Paese non hanno affrontato i veri problemi. Anzi sono state cambiate, prima che si arrivasse ad una reale attuazione. È un vero peccato perché abbiamo una buona cultura scientifica, universalmente riconosciuta.

Cosa possiamo fare?

Dobbiamo invertire questa rotta. Per farlo serve trasparenza, buon senso e la partecipazione di tutti gli attori coinvolti, superando la mera contrapposizione di interessi settoriali. Una buona riforma deve mirare a ringiovanire risorse umane e quadri dirigenti, facendo largo ai giovani. Vanno poi riformati in profondità uffici e ministeri competenti, consentendo un uso più tempestivo e mirato delle poche risorse disponibili. Come avviene già all’estero.

Fonte :http://www.terranews.it/news/2011/04/cambiare-rotta-ecco-la-ricetta-di-rubbia-salvare-la-terra


.

sabato 9 aprile 2011

Fra due mesi si vota: chi lo sa?

di Mauro Munafò

I temi su cui siamo chiamati alle urne il 12 e 13 giugno non sono quisquilie. Decideremo se vogliamo il nucleare o no, se l'acqua dev'essere pubblica, se il premier e i ministri sono più uguali degli altri. Ecco una piccola guida

(06 aprile 2011)

Che cosa si vota nel prossimo referendum?

Il referendum del 12 e 13 giugno prevede quattro quesiti distinti: due riguardano la privatizzazione dei servizi idrici, uno il ricorso all'energia nucleare e l'ultimo riguarda la legge sul legittimo impedimento.

Cosa si decide riguardo l'acqua?

Il primo quesito sulla privatizzazione dell'acqua riguarda le modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Il comitato referendario vuole abrogare la norma per cui la gestione delle Ato e dei servizi idrici passerà in mano a società di capitale privato o misto, a partire dal 2012. La vittoria al referendum bloccherebbe di fatto il procedimento di privatizzazione dei servizi idrici avviato dalla maggioranza. Il secondo quesito riguarda invece "la determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all'adeguata remunerazione del capitale investito": il comitato referendario vuole abrogare la parte di normativa che permette ai gestori privati di ottenere un guadagno dal capitale investito. In questo modo verrebbe impedito alle aziende di realizzare profitti e, di conseguenza, renderebbe non conveniente agire su questo mercato.

Cosa si decide riguardo il nucleare?

Il quesito prevede l'abrogazione di una grossa mole di articoli e commi: in breve impedirebbe la costruzione di centrali sul territorio italiano. In seguito al disastro di Fukushima e al rinnovato dibattito sulla sicurezza del nucleare, il Governo ha però annunciato una moratoria sull'atomo, che posticiperà ogni decisione sull'argomento per almeno un anno. Il comitato referendario accusa la maggioranza di cercare di confondere gli elettori e, in questo modo, di minare il successo del referendum. Nel 1987, a poco più di un anno dalla tragedia di Chernobyl, gli elettori decretarono con una maggioranza dell'80% il no assoluto alle centrali nucleari in Italia. La vicinanza tra disastri nucleari e referendum, con relativa influenza sulle decisioni, si ripete quindi anche quest'anno.

Cosa si decide riguardo il legittimo impedimento?

Si tratta del quesito più "politico" tra quelli proposti il 12 e 13 giugno. Il legittimo impedimento permette al Presidente del Consiglio e ai ministri di non recarsi in un'udienza penale se sopraggiungono impegni di carattere istituzionale. La Corte costituzionale a gennaio ha ridimensionato l'applicabilità della norma, ma un'eventuale vittoria dei sì la cancellerebbe del tutto.

Chi ha promosso i referendum?

I referendum per abrogare le norme sulla privatizzazione dell'acqua sono stati promossi dal Forum Italiano dei movimenti per l'acqua, composto da un vasto numeri di associazioni. I referendum su legittimo impedimento ed energia nucleare sono stati promossi invece dall'Italia dei Valori. Per quanto riguarda il referendum sull'energia nucleare, è stato anche costituito un comitato nazionale composto da sindacati, partiti e associazioni ecologiste dal nome "Fermiamo il nucleare".

Cosa serve per rendere valide le consultazioni?

Trattandosi di referendum abrogativi, è necessario il raggiungimento del quorum, ovvero il 50% più uno degli aventi diritto al voto. Se il quorum viene raggiunto, l'eventuale vittoria dei "sì" porterebbe all'abrogazione delle leggi.

Da quanto tempo non si raggiunge il quorum?

L'ultimo referendum abrogativo in cui si superò il 50% dei votanti risale al l'11 giugno 1995, ed era composto da dodici diversi quesiti. Le successive sei consultazioni non raggiunsero il quorum. Nel 1999 si arrivò al 49,6%, mentre nel 2009, ultimo referendum, l'affluenza si fermò al 23,84% nonostante fosse stato accorpato con il secondo turno delle elezioni amministrative.

Quando si vota?

Si vota domenica 12 e lunedì 13 giugno, stesse date della consultazione del 2005 in cui il quorum arrivò a poco più del 25%. Alle urne si ricevono 4 schede distinte: è possibile votare solo per i quesiti che si desidera.

Perché si vota il 12 e 13 giugno?

Il termine ultimo per i referendum previsto per legge è fissato nel 15 giugno. I comitati promotori avevano richiesto l'accorpamento del referendum con le elezioni amministrative del 15 e 16 maggio, per permettere un consistente risparmio di fondi statali e avere maggiori possibilità di raggiungere il quorum. Il Ministro dell'Interno Maroni ha però deciso di separare le date. Secondo l'opposizione, questa decisione costerà tra i 300 e i 400 milioni di euro al contribuente, per Maroni solo 50 milioni. L'Italia dei Valori aveva anche suggerito la possibilità di accorpare i referendum alla tornata di ballottaggi delle amministrative del 29 maggio, ma anche questa opzione è stata scartata dal Governo.

Perché si deve votare "sì" per dire "no" e votare "no" per dire "sì"?

Trattandosi di referendum abrogativi, i quesiti chiedono all'elettore se è favorevole alla cancellazione di una legge. Per dire no alla privatizzazione dei servizi idrici è quindi necessario essere favorevoli all'abrogazione della legge che li istituisce.

Come si sono schierati i partiti?

Il partito che più di tutti sta sposando la causa referendaria è l'Italia dei Valori, promotrice di due dei quattro quesiti e dichiaratamente favorevole anche agli altri due. Per i quattro "sì" si sono espressi anche Sinistra Ecologia e Libertà, Rifondazione Comunista e il Movimento 5 Stelle. Più complessa invece la posizione del Partito Democratico: numerosi esponenti, locali e non solo, hanno dichiarato di appoggiare tutti i quesiti, ma manca una presa di posizione da parte della segreteria. Un gruppo di esponenti dei democratici ha dato vita alla campagna "PD per l'acqua pubblica", con lo scopo di spronare la direzione a prendere una posizione netta sul referendum e a mobilitarsi per rendere possibile il raggiungimento del quorum. Il partito di centro Udc ha invece invitato i suoi elettori a recarsi alle urne, ma per votare no ai quesiti su acqua e nucleare.

E il Governo?

Trattandosi di referendum per l'abrogazione di leggi emanate dall'attuale Governo (ad eccezione della norma sulle tariffe sull'acqua, introdotta dal Governo Prodi), la maggioranza è chiaramente contraria. Come è ormai tradizione in questi casi, viene incentivato l'astensionismo in modo da non raggiungere il quorum e rendere nulla la consultazione.

Fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio//2148399


.

Leggi tutto »

di Mauro Munafò

I temi su cui siamo chiamati alle urne il 12 e 13 giugno non sono quisquilie. Decideremo se vogliamo il nucleare o no, se l'acqua dev'essere pubblica, se il premier e i ministri sono più uguali degli altri. Ecco una piccola guida

(06 aprile 2011)

Che cosa si vota nel prossimo referendum?

Il referendum del 12 e 13 giugno prevede quattro quesiti distinti: due riguardano la privatizzazione dei servizi idrici, uno il ricorso all'energia nucleare e l'ultimo riguarda la legge sul legittimo impedimento.

Cosa si decide riguardo l'acqua?

Il primo quesito sulla privatizzazione dell'acqua riguarda le modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Il comitato referendario vuole abrogare la norma per cui la gestione delle Ato e dei servizi idrici passerà in mano a società di capitale privato o misto, a partire dal 2012. La vittoria al referendum bloccherebbe di fatto il procedimento di privatizzazione dei servizi idrici avviato dalla maggioranza. Il secondo quesito riguarda invece "la determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all'adeguata remunerazione del capitale investito": il comitato referendario vuole abrogare la parte di normativa che permette ai gestori privati di ottenere un guadagno dal capitale investito. In questo modo verrebbe impedito alle aziende di realizzare profitti e, di conseguenza, renderebbe non conveniente agire su questo mercato.

Cosa si decide riguardo il nucleare?

Il quesito prevede l'abrogazione di una grossa mole di articoli e commi: in breve impedirebbe la costruzione di centrali sul territorio italiano. In seguito al disastro di Fukushima e al rinnovato dibattito sulla sicurezza del nucleare, il Governo ha però annunciato una moratoria sull'atomo, che posticiperà ogni decisione sull'argomento per almeno un anno. Il comitato referendario accusa la maggioranza di cercare di confondere gli elettori e, in questo modo, di minare il successo del referendum. Nel 1987, a poco più di un anno dalla tragedia di Chernobyl, gli elettori decretarono con una maggioranza dell'80% il no assoluto alle centrali nucleari in Italia. La vicinanza tra disastri nucleari e referendum, con relativa influenza sulle decisioni, si ripete quindi anche quest'anno.

Cosa si decide riguardo il legittimo impedimento?

Si tratta del quesito più "politico" tra quelli proposti il 12 e 13 giugno. Il legittimo impedimento permette al Presidente del Consiglio e ai ministri di non recarsi in un'udienza penale se sopraggiungono impegni di carattere istituzionale. La Corte costituzionale a gennaio ha ridimensionato l'applicabilità della norma, ma un'eventuale vittoria dei sì la cancellerebbe del tutto.

Chi ha promosso i referendum?

I referendum per abrogare le norme sulla privatizzazione dell'acqua sono stati promossi dal Forum Italiano dei movimenti per l'acqua, composto da un vasto numeri di associazioni. I referendum su legittimo impedimento ed energia nucleare sono stati promossi invece dall'Italia dei Valori. Per quanto riguarda il referendum sull'energia nucleare, è stato anche costituito un comitato nazionale composto da sindacati, partiti e associazioni ecologiste dal nome "Fermiamo il nucleare".

Cosa serve per rendere valide le consultazioni?

Trattandosi di referendum abrogativi, è necessario il raggiungimento del quorum, ovvero il 50% più uno degli aventi diritto al voto. Se il quorum viene raggiunto, l'eventuale vittoria dei "sì" porterebbe all'abrogazione delle leggi.

Da quanto tempo non si raggiunge il quorum?

L'ultimo referendum abrogativo in cui si superò il 50% dei votanti risale al l'11 giugno 1995, ed era composto da dodici diversi quesiti. Le successive sei consultazioni non raggiunsero il quorum. Nel 1999 si arrivò al 49,6%, mentre nel 2009, ultimo referendum, l'affluenza si fermò al 23,84% nonostante fosse stato accorpato con il secondo turno delle elezioni amministrative.

Quando si vota?

Si vota domenica 12 e lunedì 13 giugno, stesse date della consultazione del 2005 in cui il quorum arrivò a poco più del 25%. Alle urne si ricevono 4 schede distinte: è possibile votare solo per i quesiti che si desidera.

Perché si vota il 12 e 13 giugno?

Il termine ultimo per i referendum previsto per legge è fissato nel 15 giugno. I comitati promotori avevano richiesto l'accorpamento del referendum con le elezioni amministrative del 15 e 16 maggio, per permettere un consistente risparmio di fondi statali e avere maggiori possibilità di raggiungere il quorum. Il Ministro dell'Interno Maroni ha però deciso di separare le date. Secondo l'opposizione, questa decisione costerà tra i 300 e i 400 milioni di euro al contribuente, per Maroni solo 50 milioni. L'Italia dei Valori aveva anche suggerito la possibilità di accorpare i referendum alla tornata di ballottaggi delle amministrative del 29 maggio, ma anche questa opzione è stata scartata dal Governo.

Perché si deve votare "sì" per dire "no" e votare "no" per dire "sì"?

Trattandosi di referendum abrogativi, i quesiti chiedono all'elettore se è favorevole alla cancellazione di una legge. Per dire no alla privatizzazione dei servizi idrici è quindi necessario essere favorevoli all'abrogazione della legge che li istituisce.

Come si sono schierati i partiti?

Il partito che più di tutti sta sposando la causa referendaria è l'Italia dei Valori, promotrice di due dei quattro quesiti e dichiaratamente favorevole anche agli altri due. Per i quattro "sì" si sono espressi anche Sinistra Ecologia e Libertà, Rifondazione Comunista e il Movimento 5 Stelle. Più complessa invece la posizione del Partito Democratico: numerosi esponenti, locali e non solo, hanno dichiarato di appoggiare tutti i quesiti, ma manca una presa di posizione da parte della segreteria. Un gruppo di esponenti dei democratici ha dato vita alla campagna "PD per l'acqua pubblica", con lo scopo di spronare la direzione a prendere una posizione netta sul referendum e a mobilitarsi per rendere possibile il raggiungimento del quorum. Il partito di centro Udc ha invece invitato i suoi elettori a recarsi alle urne, ma per votare no ai quesiti su acqua e nucleare.

E il Governo?

Trattandosi di referendum per l'abrogazione di leggi emanate dall'attuale Governo (ad eccezione della norma sulle tariffe sull'acqua, introdotta dal Governo Prodi), la maggioranza è chiaramente contraria. Come è ormai tradizione in questi casi, viene incentivato l'astensionismo in modo da non raggiungere il quorum e rendere nulla la consultazione.

Fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio//2148399


.

venerdì 8 aprile 2011

LA VERITA' DI GREENPEACE SU FUKUSHIMA

di Giuseppe Onufrio - 6 aprile 2011

Fonte: Cadoinpiedi

Due squadre in Giappone, come a Chernobyl, per misurare i livelli radioattivi. In Italia l'agenzia di sicurezza è stata affidata a Veronesi, la cui fondazione è finanziata da Eni e Edf


Giuseppe Onufrio
Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, ci parla della missione a Fukushima.

Greenpeace a Fukushima. Perché questa missione?

Noi anche in altre occasioni abbiamo mandato squadre per avere una valutazione indipendente e darla al pubblico. Naturalmente mandare due squadre di reputazione in una situazione incidentale, comporta anche dei rischi, quindi questa missione è stata preparata con cura proprio per fare una valutazione preliminare di quali erano le possibilità, i tempi e quindi le eventuali dosi che i nostri operatori andavano a prendere. Adesso abbiamo due squadre, una continua a fare la valutazione dell'esposizione della radioattività esterna. Ricordiamo che chi vive lì oltre alle radiazioni che colpiscono il corpo all'esterno, subisce anche quelle che vengono ingerite o inalate. Abbiamo già visto che un villaggio 40 chilometri a nord - ovest da Fukushima presenta valori che suggeriscono un'evacuazione. Abbiamo chiesto questa evacuazione, ma per adesso soltanto le donne incinte sono state mandate via. La seconda squadra invece si occuperà di più di fare delle analisi sulle matrici alimentari e quindi sul cibo, la contaminazione della carne, verdure, pesce etc..

Perché c'è il sospetto che non ci dicano tutta la verità?

Quello che è stato fatto nel passato e le omissioni che ci sono state, sono tutte legate alla valutazione di sicurezza dell'impianto. Voglio ricordare che la simulazione di un incidente come quello che è accaduto è stata effettuata per la prima volta su un impianto americano nel 1981. Nel 1990 l'agenzia di sicurezza del nucleare giapponese ha escluso come scenario la possibilità che una centrale nucleare in quel paese potesse rimanere per troppo tempo, per troppe ore in black out. Quindi la catena di omissioni e di falsità che ci sono state sono legate a quel tasso di omertà nucleare che poi è venuta fuori. Per fortuna con alcuni scandali che hanno coinvolto l'azienda che è proprietaria dell'impianto, la Tepco, in più occasioni si è visto che i documenti di sicurezza erano stati falsificati o manomessi. Quindi è proprio questa situazione che non ci porta a avere molta fiducia nelle informazioni che vengono date. Anche il governo giapponese si è lamentato soprattutto del fatto della scarsa tempestività con cui le cose sono state dette anche a loro. Adesso mi sembra che il flusso di informazioni c'è, bisogna però sempre stare sul chi va là, quello che sappiamo sono questo sversamento di acqua ancora contaminata in maniera relativa, ma sappiamo che dentro i reattori e dentro le condotte sotto gli impianti ci sono livelli di contaminazione molto elevati e quello che abbiamo sentito adesso è che la Tepco sta iniettando azoto dentro gli impianti, questo per ridurre il rischio di esplosione di idrogeno, il che significa, come anche alcune fonti americane hanno detto (ricordiamo che i reattori sono di tecnologia americana della General Elettric, la stessa tecnologia che abbiamo a Caorso, e che stavamo costruendo a Montaldo di Castro), che almeno il reattore 1 e il 70% delle barre è danneggiato.Siamo ancora molto lontani da una situazione di stabilità e la fusione del nocciolo continua. C'è ancora il rischio che ci sia un'esplosione causata dalla produzione di idrogeno dentro il reattore.

Per raffreddare le barre potrebbero volerci 100 anni. La Tepco intende farlo con l'acqua del mare. Vuol dire che avremo sversamenti radioattivi nell'oceano per ancora un secolo?

Questo è inaccettabile. Tra l'altro dobbiamo ricordare che mettendo acqua dentro il reattore, la reazione nucleare viene alimentata, quindi loro mettono acqua insieme a acido borico, l'acqua è acqua di mare, l'acqua di mare contiene sale che corrode ulteriormente l'impianto, quindi è una situazione che non può andare avanti per sempre. E' chiaro che è la dimostrazione però che in questi casi l'industria nucleare non sa cosa farequando il reattore esce fuori controllo, e per andare fuori controllo basta un black out di 12/13 ore, secondo la simulazione fatta a suo tempo negli Stati Uniti. L'immissione di radionuclidi in mare ha un impatto indiretto sulla salute dell'uomo, poiché chiaramente c'è una contaminazione dell'ambiente. La catena alimentare mano a mano che si passa dalle microalghe agli organi superiori, vive una concentrazione di radionuclidi. Lo iodio 131per questo genere di impatto ha meno rilevanza perché in 3 mesi si è scaricato. Il problema sono le concentrazioni di cesio 137 che invece per ridursi a un millesimo di quello che era l'immissione originaria,richiede 3 secoli.

Dagli Stati Uniti hanno portato in Giappone una pompa di cemento. Vogliono cementificare tutto, come per Chernobyl?

Il problema è che quando c'è la fusione del nocciolo si ha un magma incandescente tra i 2000 e i 2500 gradi. Noi non sappiamo che forma ha preso, perché se questo magma si spande in un fondo e si sparge è meno pericoloso. Se invece questo magma per qualche ragione rimane ammassato è più pericoloso perché si va in massa critica. La reazione tende a continuare, quindi è un po' imprevedibile. A Chernobyl fu costruito un tunnel sotto per cercare di, in qualche modo, creare una barriera in cemento tra il magma e la falda acquifera, qui non so cosa abbiano intenzione di fare. E' chiaro che su queste centrali alla fine andranno costruiti probabilmente dei sarcofaghi. Vedo molto difficile quello che hanno dichiarato di volerlo smantellare perché lo smantellamento in una condizione in cui c'è una contaminazione così estesa, diventa estremamente pericoloso e costoso perché i lavoratori addetti che devono andare in quel sito sono esposti a livelli elevati di radiazioni.

Il Giappone va evacuato?

Noi abbiamo chiesto l'evacuazione fino a 40 chilometri a nord - ovest, la radioattività per il momento è andata prevalentemente verso nord e verso il mare. A Chernobyl la zona di esclusione è tutt'ora disabitata, anche se qualcuno poi è rientrato a suo rischio e pericolo, nel raggio dei 30 chilometri. Lì dipenderà da quale sarà la mappa soprattutto per il cesio che ha un tempo di dimezzamento di 30 anni, quindi ci mette circa 3 secoli a diventare un millesimo di quello che era l'inizio. Lo iodio invece ha effetti più brevi e più localizzati alla tiroide.

Perché negli Stati Uniti stanno reclutando persone da mandare a Fukushima?

Quella è tecnologia americana, quindi c'è un problema che è questo: nel momento in cui la zona è contaminata, ci sarà un momento in cui bisognerà decidere di non mandare più gli operai e gli addetti che hanno già assorbito livelli massicci di radiazioni, mentre a Chernobyl si mandarono i liquidatori, quindi migliaia e migliaia di persone dell'esercito a sversare sabbia e cemento, la cui sorte è uno dei problemi su cui c'è una polemica tutt'ora in corso. Il Giappone non ha fatto questa strada anche perché le polemiche di Chernobyl sono ancora vive, quindi c'è un problema di mandare gente che sa di cosa si tratta, mandare qualcuno che non conosca l'impianto e non sappia cosa fare è doppiamente pericoloso. Occorre mandare persone qualificate. Credo che gli americani stiano cercando di dare una mano ai giapponesi, visto che quelle sono tutte centrali costruite dalla General Elettric che è americana. Poi negli Stati Uniti hanno già avuto qualche traccia maggiore di quella che è arrivata qui di pioggia contenente iodio. Hanno già trovato lo iodio in tracce nel latte, quindi i venti prevalenti dal Giappone sono arrivati anche negli Stati Uniti.

In Italia c'è chi si attrezza con strumenti di misurazione per calcolare la radioattività autonomamente. E' un buon metodo?

Non è soltanto una questione di procurarsi gli strumenti, poi bisogna anche saperli usare bene gli strumenti. I nostri tecnici che sono andati giù sono tecnici di quinto livello. Dobbiamo evitare anche di spaventare troppo le persone. In Italia, dopo Chernobyl un certo controllo a campione di alcune matrici alimentari viene fatto, credo che intanto bisogna chiedere che gli organismi pubblici siano indipendenti e siano dotati di strutture e soldi per fare delle analisi a vasto raggio. Quello che preoccupa in Italia è che la costituenda agenzia di sicurezza nucleare è stata data al Prof. Veronesi, il quale fino a oggi ha fatto una propaganda da piazzista nucleare, al di là delle fesserie che ha detto e che abbiamo contestato, la direttiva europea separa nettamente i compiti di chi promuove la tecnologia da chi fa il controllo. In Italia certamente c'è un deficit di credibilità nelle strutture di controllo, proprio per questa scelta di dare a Veronesi, con questa specie di propaganda che lui ha fatto, chi si fida più delle strutture? Chi fa i controlli a tutela della salute pubblica, deve avere la massima indipendenza e la massima capacità anche di ispezione, questo bisogna chiederlo. Dire ai cittadini controllate voi è un po' pericoloso perché poi le misure vanno fatte bene perché altrimenti è possibile fare confusione.

Certo, affidare le verifiche a gente come Veronesi, che sul nucleare è stato abbastanza chiaro, non sembra un grande mossa in effetti...

Guardi, Veronesi ha dei meriti nel suo campo. E' un oncologo, ha fatto del bene a tanta gente, quindi non è che voglia fare una polemica personalistica su Veronesi. Però ha fatto delle affermazioni come quella che terrebbe le scorie nucleari nella camera da letto, che sono affermazioni... Capisco che questo è un paese ormai da barzelletta, però esiste un argomento o alcuni argomenti e uno di questi è il nucleare su cui trovo non tollerabile procedere con delle barzellette. Abbiamo anche presentato sul nostro sito e sulla stampa, l'analisi di quello che significherebbe prendere uno dei contenitori meno pericolosi che vanno a Gorleben e se lo tenesse a un metro di distanza. Si avrebbe una dose di radioattività che arriva a 80/85 volte quello che è il massimo ammissibile per una persona, quindi come si fa a dire una cosa di questo genere? Credo che tutto questo suo impegno sia un impegno propagandistico e quindi estremamente pericoloso nel momento in cui lui è chiamato a tutelarci. Deve diventare un po' il Carabiniere della sicurezza e certamente sembra invece che faccia la promozione ai malviventi. L'altra cosa che andrebbe vista è questa: sappiamo che la Fondazione Veronesi fa tante cose buone per l'amor del cielo, si è impegnata nella ricerca contro il cancro e tutto quanto, però è finanziata sia dall'Enel che da Edf che sono i promotori del nucleare. Vi sembra possibile che chi deve fare il controllore, la sua fondazione o la fondazione che porta il suo nome sia finanziata dai controllati? Credo che solo in Italia e in qualche altro paese non particolarmente trasparente, possa succedere una cosa di questo genere.


.
Leggi tutto »

di Giuseppe Onufrio - 6 aprile 2011

Fonte: Cadoinpiedi

Due squadre in Giappone, come a Chernobyl, per misurare i livelli radioattivi. In Italia l'agenzia di sicurezza è stata affidata a Veronesi, la cui fondazione è finanziata da Eni e Edf


Giuseppe Onufrio
Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, ci parla della missione a Fukushima.

Greenpeace a Fukushima. Perché questa missione?

Noi anche in altre occasioni abbiamo mandato squadre per avere una valutazione indipendente e darla al pubblico. Naturalmente mandare due squadre di reputazione in una situazione incidentale, comporta anche dei rischi, quindi questa missione è stata preparata con cura proprio per fare una valutazione preliminare di quali erano le possibilità, i tempi e quindi le eventuali dosi che i nostri operatori andavano a prendere. Adesso abbiamo due squadre, una continua a fare la valutazione dell'esposizione della radioattività esterna. Ricordiamo che chi vive lì oltre alle radiazioni che colpiscono il corpo all'esterno, subisce anche quelle che vengono ingerite o inalate. Abbiamo già visto che un villaggio 40 chilometri a nord - ovest da Fukushima presenta valori che suggeriscono un'evacuazione. Abbiamo chiesto questa evacuazione, ma per adesso soltanto le donne incinte sono state mandate via. La seconda squadra invece si occuperà di più di fare delle analisi sulle matrici alimentari e quindi sul cibo, la contaminazione della carne, verdure, pesce etc..

Perché c'è il sospetto che non ci dicano tutta la verità?

Quello che è stato fatto nel passato e le omissioni che ci sono state, sono tutte legate alla valutazione di sicurezza dell'impianto. Voglio ricordare che la simulazione di un incidente come quello che è accaduto è stata effettuata per la prima volta su un impianto americano nel 1981. Nel 1990 l'agenzia di sicurezza del nucleare giapponese ha escluso come scenario la possibilità che una centrale nucleare in quel paese potesse rimanere per troppo tempo, per troppe ore in black out. Quindi la catena di omissioni e di falsità che ci sono state sono legate a quel tasso di omertà nucleare che poi è venuta fuori. Per fortuna con alcuni scandali che hanno coinvolto l'azienda che è proprietaria dell'impianto, la Tepco, in più occasioni si è visto che i documenti di sicurezza erano stati falsificati o manomessi. Quindi è proprio questa situazione che non ci porta a avere molta fiducia nelle informazioni che vengono date. Anche il governo giapponese si è lamentato soprattutto del fatto della scarsa tempestività con cui le cose sono state dette anche a loro. Adesso mi sembra che il flusso di informazioni c'è, bisogna però sempre stare sul chi va là, quello che sappiamo sono questo sversamento di acqua ancora contaminata in maniera relativa, ma sappiamo che dentro i reattori e dentro le condotte sotto gli impianti ci sono livelli di contaminazione molto elevati e quello che abbiamo sentito adesso è che la Tepco sta iniettando azoto dentro gli impianti, questo per ridurre il rischio di esplosione di idrogeno, il che significa, come anche alcune fonti americane hanno detto (ricordiamo che i reattori sono di tecnologia americana della General Elettric, la stessa tecnologia che abbiamo a Caorso, e che stavamo costruendo a Montaldo di Castro), che almeno il reattore 1 e il 70% delle barre è danneggiato.Siamo ancora molto lontani da una situazione di stabilità e la fusione del nocciolo continua. C'è ancora il rischio che ci sia un'esplosione causata dalla produzione di idrogeno dentro il reattore.

Per raffreddare le barre potrebbero volerci 100 anni. La Tepco intende farlo con l'acqua del mare. Vuol dire che avremo sversamenti radioattivi nell'oceano per ancora un secolo?

Questo è inaccettabile. Tra l'altro dobbiamo ricordare che mettendo acqua dentro il reattore, la reazione nucleare viene alimentata, quindi loro mettono acqua insieme a acido borico, l'acqua è acqua di mare, l'acqua di mare contiene sale che corrode ulteriormente l'impianto, quindi è una situazione che non può andare avanti per sempre. E' chiaro che è la dimostrazione però che in questi casi l'industria nucleare non sa cosa farequando il reattore esce fuori controllo, e per andare fuori controllo basta un black out di 12/13 ore, secondo la simulazione fatta a suo tempo negli Stati Uniti. L'immissione di radionuclidi in mare ha un impatto indiretto sulla salute dell'uomo, poiché chiaramente c'è una contaminazione dell'ambiente. La catena alimentare mano a mano che si passa dalle microalghe agli organi superiori, vive una concentrazione di radionuclidi. Lo iodio 131per questo genere di impatto ha meno rilevanza perché in 3 mesi si è scaricato. Il problema sono le concentrazioni di cesio 137 che invece per ridursi a un millesimo di quello che era l'immissione originaria,richiede 3 secoli.

Dagli Stati Uniti hanno portato in Giappone una pompa di cemento. Vogliono cementificare tutto, come per Chernobyl?

Il problema è che quando c'è la fusione del nocciolo si ha un magma incandescente tra i 2000 e i 2500 gradi. Noi non sappiamo che forma ha preso, perché se questo magma si spande in un fondo e si sparge è meno pericoloso. Se invece questo magma per qualche ragione rimane ammassato è più pericoloso perché si va in massa critica. La reazione tende a continuare, quindi è un po' imprevedibile. A Chernobyl fu costruito un tunnel sotto per cercare di, in qualche modo, creare una barriera in cemento tra il magma e la falda acquifera, qui non so cosa abbiano intenzione di fare. E' chiaro che su queste centrali alla fine andranno costruiti probabilmente dei sarcofaghi. Vedo molto difficile quello che hanno dichiarato di volerlo smantellare perché lo smantellamento in una condizione in cui c'è una contaminazione così estesa, diventa estremamente pericoloso e costoso perché i lavoratori addetti che devono andare in quel sito sono esposti a livelli elevati di radiazioni.

Il Giappone va evacuato?

Noi abbiamo chiesto l'evacuazione fino a 40 chilometri a nord - ovest, la radioattività per il momento è andata prevalentemente verso nord e verso il mare. A Chernobyl la zona di esclusione è tutt'ora disabitata, anche se qualcuno poi è rientrato a suo rischio e pericolo, nel raggio dei 30 chilometri. Lì dipenderà da quale sarà la mappa soprattutto per il cesio che ha un tempo di dimezzamento di 30 anni, quindi ci mette circa 3 secoli a diventare un millesimo di quello che era l'inizio. Lo iodio invece ha effetti più brevi e più localizzati alla tiroide.

Perché negli Stati Uniti stanno reclutando persone da mandare a Fukushima?

Quella è tecnologia americana, quindi c'è un problema che è questo: nel momento in cui la zona è contaminata, ci sarà un momento in cui bisognerà decidere di non mandare più gli operai e gli addetti che hanno già assorbito livelli massicci di radiazioni, mentre a Chernobyl si mandarono i liquidatori, quindi migliaia e migliaia di persone dell'esercito a sversare sabbia e cemento, la cui sorte è uno dei problemi su cui c'è una polemica tutt'ora in corso. Il Giappone non ha fatto questa strada anche perché le polemiche di Chernobyl sono ancora vive, quindi c'è un problema di mandare gente che sa di cosa si tratta, mandare qualcuno che non conosca l'impianto e non sappia cosa fare è doppiamente pericoloso. Occorre mandare persone qualificate. Credo che gli americani stiano cercando di dare una mano ai giapponesi, visto che quelle sono tutte centrali costruite dalla General Elettric che è americana. Poi negli Stati Uniti hanno già avuto qualche traccia maggiore di quella che è arrivata qui di pioggia contenente iodio. Hanno già trovato lo iodio in tracce nel latte, quindi i venti prevalenti dal Giappone sono arrivati anche negli Stati Uniti.

In Italia c'è chi si attrezza con strumenti di misurazione per calcolare la radioattività autonomamente. E' un buon metodo?

Non è soltanto una questione di procurarsi gli strumenti, poi bisogna anche saperli usare bene gli strumenti. I nostri tecnici che sono andati giù sono tecnici di quinto livello. Dobbiamo evitare anche di spaventare troppo le persone. In Italia, dopo Chernobyl un certo controllo a campione di alcune matrici alimentari viene fatto, credo che intanto bisogna chiedere che gli organismi pubblici siano indipendenti e siano dotati di strutture e soldi per fare delle analisi a vasto raggio. Quello che preoccupa in Italia è che la costituenda agenzia di sicurezza nucleare è stata data al Prof. Veronesi, il quale fino a oggi ha fatto una propaganda da piazzista nucleare, al di là delle fesserie che ha detto e che abbiamo contestato, la direttiva europea separa nettamente i compiti di chi promuove la tecnologia da chi fa il controllo. In Italia certamente c'è un deficit di credibilità nelle strutture di controllo, proprio per questa scelta di dare a Veronesi, con questa specie di propaganda che lui ha fatto, chi si fida più delle strutture? Chi fa i controlli a tutela della salute pubblica, deve avere la massima indipendenza e la massima capacità anche di ispezione, questo bisogna chiederlo. Dire ai cittadini controllate voi è un po' pericoloso perché poi le misure vanno fatte bene perché altrimenti è possibile fare confusione.

Certo, affidare le verifiche a gente come Veronesi, che sul nucleare è stato abbastanza chiaro, non sembra un grande mossa in effetti...

Guardi, Veronesi ha dei meriti nel suo campo. E' un oncologo, ha fatto del bene a tanta gente, quindi non è che voglia fare una polemica personalistica su Veronesi. Però ha fatto delle affermazioni come quella che terrebbe le scorie nucleari nella camera da letto, che sono affermazioni... Capisco che questo è un paese ormai da barzelletta, però esiste un argomento o alcuni argomenti e uno di questi è il nucleare su cui trovo non tollerabile procedere con delle barzellette. Abbiamo anche presentato sul nostro sito e sulla stampa, l'analisi di quello che significherebbe prendere uno dei contenitori meno pericolosi che vanno a Gorleben e se lo tenesse a un metro di distanza. Si avrebbe una dose di radioattività che arriva a 80/85 volte quello che è il massimo ammissibile per una persona, quindi come si fa a dire una cosa di questo genere? Credo che tutto questo suo impegno sia un impegno propagandistico e quindi estremamente pericoloso nel momento in cui lui è chiamato a tutelarci. Deve diventare un po' il Carabiniere della sicurezza e certamente sembra invece che faccia la promozione ai malviventi. L'altra cosa che andrebbe vista è questa: sappiamo che la Fondazione Veronesi fa tante cose buone per l'amor del cielo, si è impegnata nella ricerca contro il cancro e tutto quanto, però è finanziata sia dall'Enel che da Edf che sono i promotori del nucleare. Vi sembra possibile che chi deve fare il controllore, la sua fondazione o la fondazione che porta il suo nome sia finanziata dai controllati? Credo che solo in Italia e in qualche altro paese non particolarmente trasparente, possa succedere una cosa di questo genere.


.

giovedì 7 aprile 2011

Il disastro di Fukushima causerà 200.000 casi di cancro in cinquant’anni

Il fallout proveniente dalla centrale nucleare di Fukushima, fuori controllo dall’11 marzo, ha innescato una sorta di macabra lotteria che distribuirà fra la gente un numero imprecisato di casi di cancro.

Per primo ha azzardato una stimaChris Busby, esperto di salute e radiazioni, che ha utilizzato il modello di rischio messo a punto dall’European Committee on Radiation Risk.

Risultato: poco meno di 200.000 casi di cancro nei prossimi 50 anni fra i circa tre milioni di persone che vivono a meno di 100 chilometri dalla centrale; moltissimi casi sarebbero evitabili trasferendo subito la popolazione altrove.

Il documento è dei primi di aprile, sulla base dei dati disponibili fino a fine marzo. A Fukushima però le cose (e i rilasci di radioattività) probabilmente andranno per le lunghe: il Governo giapponese ha ammesso che ci vorranno mesi per riportare sotto controllo la centrale.

L’European Committee on Radiation Risk è un gruppo informale fondato dai Verdi presso il Parlamento europeo. Sento già levarsi alti clamori: ma è di parte! E’ una stima gonfiata! Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il disastro di Chernobyl provocò solo 4.000 vittime fra la popolazione, come è possibile che in Giappone ne siano attesi così tanti? Eccetera eccetera.

Provo a rispondere. Personalmente, trovo del tutto inverosimile la stima dell’Oms sui morti di Chernobyl. L’Oms è legata da un accordo di cooperazione all’Iaea, l’agenzia atomica dell’Onu (trovate il link in fondo) che è dichiaratamente filonucleare.

Che le stime dell’Oms siano totalmente inverosimili lo pensano anche i medici dell’Ucraina e della Bielorussia, che dopo Chernobyl hanno dovuto fare personale e frequente conoscenza con casi di cancro prima relegati all’universo delle nozioni teoriche. In fondo è linkato un articolo del Guardian che approfondisce il tema.

Le stime sui casi di cancro per Chernobyl variano moltissimo. All’estremo opposto rispetto ai 4.000 casi calcolati dall’Oms ci sono i 6 milioni di casi attesi da Greenpeace.

Dove sta la verità, tanto per avere una pietra di paragone? Solo in Italia, che rispetto alla Bielorussia e ad altre zone d’Europa fu appena toccata da uno spiffero radioattivo proveniente da Chernobyl, l’Istituto Superiore per la Sanità ha stimato circa 3.000 casi mortali di cancro.

Alla luce soprattutto di quest’ultima cifra, la stima dell’l'European Committee on Radiation Risk non mi pare inverosimile. E’ una stima, appunto: altre ne verranno, forse più accurate, ma può dare un primo ordine di grandezza del rischio.

European Committee on Radiation Risk

La stima sui casi di cancro legati a Fukushima basata sul modello di rischio dell’European Committee on Radiation Risk (on line sul sito di Farewinds)

Dall’Organizzazione Mondiale della Sanità Chernobyl, la reale portata dell’incidente

Il testo completo dell’accordo di cooperazione fra l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e l’Organizzazione Mondiale per la Sanità

Sul Guardian la situazione attuale nelle zone più colpite dal fallout di Chernobyl

Un documento di Greenpeace contenente una tabella riassuntiva delle stime di casi di cancro legati a Chernobyl

Un vecchio articolo del Corriere della Sera in Italia 3.000 morti per Chernobyl

Foto Flickr

Fonte:Blogeko


.

Leggi tutto »

Il fallout proveniente dalla centrale nucleare di Fukushima, fuori controllo dall’11 marzo, ha innescato una sorta di macabra lotteria che distribuirà fra la gente un numero imprecisato di casi di cancro.

Per primo ha azzardato una stimaChris Busby, esperto di salute e radiazioni, che ha utilizzato il modello di rischio messo a punto dall’European Committee on Radiation Risk.

Risultato: poco meno di 200.000 casi di cancro nei prossimi 50 anni fra i circa tre milioni di persone che vivono a meno di 100 chilometri dalla centrale; moltissimi casi sarebbero evitabili trasferendo subito la popolazione altrove.

Il documento è dei primi di aprile, sulla base dei dati disponibili fino a fine marzo. A Fukushima però le cose (e i rilasci di radioattività) probabilmente andranno per le lunghe: il Governo giapponese ha ammesso che ci vorranno mesi per riportare sotto controllo la centrale.

L’European Committee on Radiation Risk è un gruppo informale fondato dai Verdi presso il Parlamento europeo. Sento già levarsi alti clamori: ma è di parte! E’ una stima gonfiata! Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il disastro di Chernobyl provocò solo 4.000 vittime fra la popolazione, come è possibile che in Giappone ne siano attesi così tanti? Eccetera eccetera.

Provo a rispondere. Personalmente, trovo del tutto inverosimile la stima dell’Oms sui morti di Chernobyl. L’Oms è legata da un accordo di cooperazione all’Iaea, l’agenzia atomica dell’Onu (trovate il link in fondo) che è dichiaratamente filonucleare.

Che le stime dell’Oms siano totalmente inverosimili lo pensano anche i medici dell’Ucraina e della Bielorussia, che dopo Chernobyl hanno dovuto fare personale e frequente conoscenza con casi di cancro prima relegati all’universo delle nozioni teoriche. In fondo è linkato un articolo del Guardian che approfondisce il tema.

Le stime sui casi di cancro per Chernobyl variano moltissimo. All’estremo opposto rispetto ai 4.000 casi calcolati dall’Oms ci sono i 6 milioni di casi attesi da Greenpeace.

Dove sta la verità, tanto per avere una pietra di paragone? Solo in Italia, che rispetto alla Bielorussia e ad altre zone d’Europa fu appena toccata da uno spiffero radioattivo proveniente da Chernobyl, l’Istituto Superiore per la Sanità ha stimato circa 3.000 casi mortali di cancro.

Alla luce soprattutto di quest’ultima cifra, la stima dell’l'European Committee on Radiation Risk non mi pare inverosimile. E’ una stima, appunto: altre ne verranno, forse più accurate, ma può dare un primo ordine di grandezza del rischio.

European Committee on Radiation Risk

La stima sui casi di cancro legati a Fukushima basata sul modello di rischio dell’European Committee on Radiation Risk (on line sul sito di Farewinds)

Dall’Organizzazione Mondiale della Sanità Chernobyl, la reale portata dell’incidente

Il testo completo dell’accordo di cooperazione fra l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e l’Organizzazione Mondiale per la Sanità

Sul Guardian la situazione attuale nelle zone più colpite dal fallout di Chernobyl

Un documento di Greenpeace contenente una tabella riassuntiva delle stime di casi di cancro legati a Chernobyl

Un vecchio articolo del Corriere della Sera in Italia 3.000 morti per Chernobyl

Foto Flickr

Fonte:Blogeko


.

 
[Privacy]
Design by Free WordPress Themes | Bloggerized by Lasantha - Premium Blogger Themes | Hot Sonakshi Sinha, Car Price in India