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Cosa Nostra non è stata debellata con la cattura di Riina e Provenzano, braccati per anni e arrestati all’improvviso quando hanno dimostrato di essere antiquati. Quella che è definitivamente morta e sepolta in Sicilia è la mafia rurale e primitiva che è stata processata e condannata dalle inchieste di Falcone e Borsellino, uccisi dai sicari della cosca più sanguinaria, i Corleonesi. Oggi la mafia è più viva e potente che mai, non si è volatilizzata solo perché non terrorizza e non compie stragi per eliminare i suoi nemici.
La mafia evita di ammazzare perché ha scelto di non esporsi ad eventuali ritorsioni dello Stato, non vuole essere visibile per dare l’impressione di non esistere più, ma in realtà preferisce ripararsi dietro una facciata apparentemente più rispettabile e borghese. Ciò vuol dire che Cosa Nostra non esiste più? No. La mafia ha solo imparato a dissimularsi ma continua ad agire indisturbata. L’assetto mafioso si è riciclato in una veste nuova. La mafia arcaica ha subito una rivoluzione che ha prodotto una profonda mutazione antropologica, la stessa che Pasolini ha descritto a proposito della società consumistica.
Dunque, la mafia si è adeguata alla globalizzazione, trasformandosi in una holding company, un’impresa multinazionale che comanda un impero economico mondiale ed è oggi la prima azienda del capitalismo italiano, una compagnia imprenditoriale che vanta il più ricco volume d’affari del Paese. La mafia è una potente società finanziaria che potremmo chiamare Mafia S.p.A.: una Società per Azioni. Ma si tratta di azioni criminali, come criminale è l’apparato capitalistico nel suo insieme, le cui ricchezze sono di origine dubbia:“Dietro ogni grande fortuna economica si annida un crimine”, scriveva Honoré de Balzac. Questa dotta citazione serve a chiarire come la matrice originaria della proprietà privata, del grande capitale insito nelle rendite finanziarie, sia sempre illecita, sospetta e delittuosa, in quanto scaturisce da un misfatto precedente che è sempre iniquo e violento, un atto di espropriazione violenta del prodotto sociale, cioè del valore creato dal lavoro collettivo. La sostanza del capitalismo è di per sé criminale.
“Gli affari sono affari” per tutti gli affaristi, sia che si tratti di figure approvate socialmente, o di individui loschi e famigerati, cioè noti criminali. Belve sanguinarie o meno, delinquenti pregiudicati o meno, gli uomini d’affari sono sempre poco retti ed onesti, molto astuti e crudeli, cinici e spregiudicati per necessità, indole o vocazione.
Del resto, le mafie non sono altro che imprese criminose. La mafia è fondamentalmente un’organizzazione imprenditoriale che esercita i suoi affari e le sue operazioni illecite con uno scopo primario: il profitto economico. Per raggiungere il quale è disposta a servirsi dei mezzi più disonesti, ricorrendo anche al delitto più atroce e criminale. Per vincere la competizione delle società rivali è pronta a ricattare, a minacciare e corrompere, eliminando fisicamente i suoi avversari, alla stregua di altri gruppi imprenditoriali come le multinazionali che uccidono gli attivisti politici e sindacali che in America Latina o in Africa si oppongono alla loro ingerenza affaristica ed imperialistica.
In altri termini, il delitto appartiene all’intima natura dell’economia borghese in quanto componente intrinseca ad un ordine retto sul “libero mercato” e sulle ingiuste sperequazioni che ne derivano. La logica mafiosa è insita nella struttura del sistema dominante ovunque riesca ad insinuarsi il capitalismo. Ciò che eventualmente varia è il differente grado di“mafiosità”, cioè di aggressività terroristica dell’imprenditoria capitalista. C’è chi elimina direttamente i propri nemici, come nel caso delle “onorate società”, c’è chi invece impiega sistemi meno rozzi, ma altrettanto cinici e pericolosi.
Nel 2008 uscirono nelle sale cinematografiche due film che riscossero un notevole successo di critica e di pubblico: Gomorra e Il Divo. Cito questi film non per fare una recensione critica, ma per sollecitare una riflessione sugli aspetti assurdi e grotteschi insiti nella storia e nella struttura del potere in Italia. Un’intenzione ardita e forse velleitaria, che provo a spiegare con una domanda apparentemente provocatoria: qual è l’anello di congiunzione tra Gomorra e Il Divo? La risposta è facile: lo Stato, non lo Stato tout court, ma lo Stato italiano. Ma com’è nato storicamente lo Stato italiano?
Quest’anno ricorre il 150esimo anniversario della “unità d’Italia”. Ebbene, se pensiamo che il processo di unificazione nazionale si è realizzato nel corso delle guerre“risorgimentali” che furono imprese di annessione e conquista coloniale e che tale processo si deve essenzialmente all’iniziativa di tendenze cospirative che fanno capo alla massoneria e alla mafia, è inevitabile dedurre che lo Stato italiano è nato sotto l’egida di poteri occulti e malavitosi. Lo Stato italiano si regge tuttora sul connubio tra centri affaristici ed eversivi come mafia e massoneria. Lo Stato italiano è lo Stato massonico e mafioso per antonomasia. Esso è ufficialmente l’involucro che protegge il capitalismo di matrice massonica e mafiosa. Il capitalismo italiano è un sistema di accumulazione finanziaria che fa capo alle forze più occulte e reazionarie appartenenti alla borghesia nazionale e internazionale in grado di condizionare il destino della nostra società. Non è un caso che l’intreccio tra criminalità mafiosa e criminalità massonica sia sempre ricorrente nella nostra storia contemporanea. Non è un caso che riscuotano un notevole successo commerciale film come Gomorra o altri prodotti del genere “gangster movie” quali Romanzo criminale e Vallanzasca - Gli angeli del male di Michele Placido.
Infine, voglio dedicare un ragionamento al tema dell’omertà sociale a partire dalla definizione tratta da un comune vocabolario: “l’omertà è la solidarietà col reo, è l’atteggiamento di ostinato silenzio teso a coprire reati di cui si viene direttamente o indirettamente a conoscenza”. Il termine è di origine incerta, forse riconducibile al latino humilitas, adottato poi nei dialetti meridionali e modificato in umirtà. Nel gergo mafioso chiunque infranga il principio dell’omertà è condannato come “infame”. Il codice dell’omertà costituisce dal punto di vista psicologico la difesa dell’onore del clan familiare, che impartisce ai suoi membri il culto della reticenza in quanto requisito della virilità. Dunque, la catena omertosa è una delle basi culturali su cui si regge il potere mafioso. Per estensione il codice omertoso si impone ovunque siaegemone una realtà mafiosa nella sua accezione più ampia, nel senso di un potere coercitivo e terroristico.
L’uso intelligente della parola può generare una rivolta contro l’omertà, ispirando un modello culturale retto su codici di comportamento non oscurantistici, ma antiautoritari. Personalmente credo nel diritto e nel potere della parola, inteso ed esercitato non solo come mezzo di comunicazione e denuncia, ma altresì come strumento di interpretazione e trasformazione rivoluzionaria del mondo. La parola racchiude in sé la forza per migliorare la nostra vita. Potenzialmente essa vale più di un pugno e può contribuire a spezzare le catene dell’oscurantismo e dell’indifferenza insite nel codice omertoso. Il linguaggio della verità può giovare alla causa della libertà e della giustizia sociale, violando situazioni o atteggiamenti che ci opprimono e ci indignano. La parola che testimonia un altro modo di vivere i rapporti umani improntati ai valori della solidarietà e della giustizia sociale, della libertà e della democrazia, è una modalità alternativa ed eversiva rispetto all’ordine oppressivo ed omertoso imposto dalla mafia.
Cosa Nostra non è stata debellata con la cattura di Riina e Provenzano, braccati per anni e arrestati all’improvviso quando hanno dimostrato di essere antiquati. Quella che è definitivamente morta e sepolta in Sicilia è la mafia rurale e primitiva che è stata processata e condannata dalle inchieste di Falcone e Borsellino, uccisi dai sicari della cosca più sanguinaria, i Corleonesi. Oggi la mafia è più viva e potente che mai, non si è volatilizzata solo perché non terrorizza e non compie stragi per eliminare i suoi nemici.
La mafia evita di ammazzare perché ha scelto di non esporsi ad eventuali ritorsioni dello Stato, non vuole essere visibile per dare l’impressione di non esistere più, ma in realtà preferisce ripararsi dietro una facciata apparentemente più rispettabile e borghese. Ciò vuol dire che Cosa Nostra non esiste più? No. La mafia ha solo imparato a dissimularsi ma continua ad agire indisturbata. L’assetto mafioso si è riciclato in una veste nuova. La mafia arcaica ha subito una rivoluzione che ha prodotto una profonda mutazione antropologica, la stessa che Pasolini ha descritto a proposito della società consumistica.
Dunque, la mafia si è adeguata alla globalizzazione, trasformandosi in una holding company, un’impresa multinazionale che comanda un impero economico mondiale ed è oggi la prima azienda del capitalismo italiano, una compagnia imprenditoriale che vanta il più ricco volume d’affari del Paese. La mafia è una potente società finanziaria che potremmo chiamare Mafia S.p.A.: una Società per Azioni. Ma si tratta di azioni criminali, come criminale è l’apparato capitalistico nel suo insieme, le cui ricchezze sono di origine dubbia:“Dietro ogni grande fortuna economica si annida un crimine”, scriveva Honoré de Balzac. Questa dotta citazione serve a chiarire come la matrice originaria della proprietà privata, del grande capitale insito nelle rendite finanziarie, sia sempre illecita, sospetta e delittuosa, in quanto scaturisce da un misfatto precedente che è sempre iniquo e violento, un atto di espropriazione violenta del prodotto sociale, cioè del valore creato dal lavoro collettivo. La sostanza del capitalismo è di per sé criminale.
“Gli affari sono affari” per tutti gli affaristi, sia che si tratti di figure approvate socialmente, o di individui loschi e famigerati, cioè noti criminali. Belve sanguinarie o meno, delinquenti pregiudicati o meno, gli uomini d’affari sono sempre poco retti ed onesti, molto astuti e crudeli, cinici e spregiudicati per necessità, indole o vocazione.
Del resto, le mafie non sono altro che imprese criminose. La mafia è fondamentalmente un’organizzazione imprenditoriale che esercita i suoi affari e le sue operazioni illecite con uno scopo primario: il profitto economico. Per raggiungere il quale è disposta a servirsi dei mezzi più disonesti, ricorrendo anche al delitto più atroce e criminale. Per vincere la competizione delle società rivali è pronta a ricattare, a minacciare e corrompere, eliminando fisicamente i suoi avversari, alla stregua di altri gruppi imprenditoriali come le multinazionali che uccidono gli attivisti politici e sindacali che in America Latina o in Africa si oppongono alla loro ingerenza affaristica ed imperialistica.
In altri termini, il delitto appartiene all’intima natura dell’economia borghese in quanto componente intrinseca ad un ordine retto sul “libero mercato” e sulle ingiuste sperequazioni che ne derivano. La logica mafiosa è insita nella struttura del sistema dominante ovunque riesca ad insinuarsi il capitalismo. Ciò che eventualmente varia è il differente grado di“mafiosità”, cioè di aggressività terroristica dell’imprenditoria capitalista. C’è chi elimina direttamente i propri nemici, come nel caso delle “onorate società”, c’è chi invece impiega sistemi meno rozzi, ma altrettanto cinici e pericolosi.
Nel 2008 uscirono nelle sale cinematografiche due film che riscossero un notevole successo di critica e di pubblico: Gomorra e Il Divo. Cito questi film non per fare una recensione critica, ma per sollecitare una riflessione sugli aspetti assurdi e grotteschi insiti nella storia e nella struttura del potere in Italia. Un’intenzione ardita e forse velleitaria, che provo a spiegare con una domanda apparentemente provocatoria: qual è l’anello di congiunzione tra Gomorra e Il Divo? La risposta è facile: lo Stato, non lo Stato tout court, ma lo Stato italiano. Ma com’è nato storicamente lo Stato italiano?
Quest’anno ricorre il 150esimo anniversario della “unità d’Italia”. Ebbene, se pensiamo che il processo di unificazione nazionale si è realizzato nel corso delle guerre“risorgimentali” che furono imprese di annessione e conquista coloniale e che tale processo si deve essenzialmente all’iniziativa di tendenze cospirative che fanno capo alla massoneria e alla mafia, è inevitabile dedurre che lo Stato italiano è nato sotto l’egida di poteri occulti e malavitosi. Lo Stato italiano si regge tuttora sul connubio tra centri affaristici ed eversivi come mafia e massoneria. Lo Stato italiano è lo Stato massonico e mafioso per antonomasia. Esso è ufficialmente l’involucro che protegge il capitalismo di matrice massonica e mafiosa. Il capitalismo italiano è un sistema di accumulazione finanziaria che fa capo alle forze più occulte e reazionarie appartenenti alla borghesia nazionale e internazionale in grado di condizionare il destino della nostra società. Non è un caso che l’intreccio tra criminalità mafiosa e criminalità massonica sia sempre ricorrente nella nostra storia contemporanea. Non è un caso che riscuotano un notevole successo commerciale film come Gomorra o altri prodotti del genere “gangster movie” quali Romanzo criminale e Vallanzasca - Gli angeli del male di Michele Placido.
Infine, voglio dedicare un ragionamento al tema dell’omertà sociale a partire dalla definizione tratta da un comune vocabolario: “l’omertà è la solidarietà col reo, è l’atteggiamento di ostinato silenzio teso a coprire reati di cui si viene direttamente o indirettamente a conoscenza”. Il termine è di origine incerta, forse riconducibile al latino humilitas, adottato poi nei dialetti meridionali e modificato in umirtà. Nel gergo mafioso chiunque infranga il principio dell’omertà è condannato come “infame”. Il codice dell’omertà costituisce dal punto di vista psicologico la difesa dell’onore del clan familiare, che impartisce ai suoi membri il culto della reticenza in quanto requisito della virilità. Dunque, la catena omertosa è una delle basi culturali su cui si regge il potere mafioso. Per estensione il codice omertoso si impone ovunque siaegemone una realtà mafiosa nella sua accezione più ampia, nel senso di un potere coercitivo e terroristico.
L’uso intelligente della parola può generare una rivolta contro l’omertà, ispirando un modello culturale retto su codici di comportamento non oscurantistici, ma antiautoritari. Personalmente credo nel diritto e nel potere della parola, inteso ed esercitato non solo come mezzo di comunicazione e denuncia, ma altresì come strumento di interpretazione e trasformazione rivoluzionaria del mondo. La parola racchiude in sé la forza per migliorare la nostra vita. Potenzialmente essa vale più di un pugno e può contribuire a spezzare le catene dell’oscurantismo e dell’indifferenza insite nel codice omertoso. Il linguaggio della verità può giovare alla causa della libertà e della giustizia sociale, violando situazioni o atteggiamenti che ci opprimono e ci indignano. La parola che testimonia un altro modo di vivere i rapporti umani improntati ai valori della solidarietà e della giustizia sociale, della libertà e della democrazia, è una modalità alternativa ed eversiva rispetto all’ordine oppressivo ed omertoso imposto dalla mafia.
La spedizione garibaldina, per la storiografia ufficiale, ha il sapore di un'avventura epica quasi cinematografica, compiuta da soli mille uomini che salpano all'improvviso da nord e sbarcano a sud, combattono valorosamente e vincono più volte contro un esercito molto più numeroso, poi risalgono la penisola fino a giungere a Napoli, Capitale di un regno liberato da una tirannide oppressiva, e poi più su per dare agli italiani la nazione unita.
Troppo hollywoodiano per essere vero, e difatti non lo è
La spedizione garibaldina, per la storiografia ufficiale, ha il sapore di un'avventura epica quasi cinematografica, compiuta da soli mille uomini che salpano all'improvviso da nord e sbarcano a sud, combattono valorosamente e vincono più volte contro un esercito molto più numeroso, poi risalgono la penisola fino a giungere a Napoli, Capitale di un regno liberato da una tirannide oppressiva, e poi più su per dare agli italiani la nazione unita.
Troppo hollywoodiano per essere vero, e difatti non lo è
ROMA – E’ nato prima l’uovo o la gallina? Spesso questa famosa domanda viene posta soprattutto ai bambini, ma nella sua banalità racchiude un insieme di elementi che hanno fatto la storia dell’umanità. Le domande che il genere umano fa agli scienziati o agli storici sono svariate e riguardano moltissimi aspetti che ancora non sono certi. La Redazione di Info Oggi affronterà un altro dilemma che da decenni attanaglia i letterati di questo paese. Prima dell’Unità d’Italia esisteva la Mafia? Saviano lunedì scorso ha narrato la leggenda dei tre cavalieri: Ossso, Mastrosso e Carcagnosso, ma questa è appunto una leggenda!
Partiamo dalle parole del giudice Rocco Chinnici che, negli anni 80, durante un' intervista affermò: “prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente, premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione non era mai esistita, in Sicilia. La mafia nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia”. Parole, queste, pronunciate da una persona che aveva studiato il fenomeno mafioso e che la sapeva lunga sull’argomento, molto più di tanti storici che se ne sono occupati. Ma anche parole pesanti, difficilmente comprensibili per i ben pensanti.
Facciamo adesso un passo indietro di qualche secolo, e precisamente al tempo dei Promessi Sposi. Manzoni nel suo romanzo descrive i personaggi di Don Rodrigo, i Bravi: il Griso e il Nibbio, il conte Attilio e soprattutto l’Innominato, storicamente identificabile in Francesco Bernardino Visconti, ricco feudatario e capo di una squadra di bravacci che commetteva ogni sorta di delitti. Ma i Promessi Sposi, prima ancora di essere la storia di due giovani amanti, è un romanzo storico e come tale ritrae la società del tempo, nella fattispecie quella milanese del 1600, i cui personaggi potrebbero tranquillamente essere accomunati agli attuali boss, picciotti o al potente colluso che per ottenere favori utilizza qualsiasi mezzo.
Tornando ai fatti risorgimentali ormai è nota l’alleanza tra Garibaldi e i picciotti siciliani, l’eccidio di Bronte ne è l’esempio più lampante, e lo stesso “eroe dei due mondi” scrive nel suo diario: “E Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta, 11 maggio 1860", ma anche la decisione dei piemontesi di “istituzionalizzare” la Camorra a Napoli dandogli la gestione dell’ordine pubblico. L’artefice di tale scelleratezza fu il Prefetto Liborio Romano che scrisse a Salvatore de Crescenzo, esponente della camorra: “redimersi per diventare guardia cittadina, con quanti compagni avesse voluto, col fine di assicurare l’ordine. In cambio, i camorristi irregimentati avrebbero goduto di amnistia incondizionata e stipendio governativo”. Famose poi furono le parole del deputato repubblicano, Napoleone Colajanni, che nel 1900 affermò al Parlamento: “Per combattere e distruggere la mafia, è necessario che il Governo Italiano cessi di essere il re della mafia”.
E il dubbio sorge anche se si cita un altro protagonista indiscusso nella formazione sia dell’Unità che della Mafia: la Massoneria. Molti fonti storiche ormai sono concordi col fatto che l’impresa dei “mille” fu decisa a tavolino dalla massoneria, escludendo la partecipazione del popolo. Il film “Noi credevamo” di Mario Martone mette proprio in evidenza tale aspetto, mentre, è accertato da sempre che Mafia e massoneria rappresentano quasi la stessa cosa. Dunque il dubbio si infittisce e le domande si moltiplicano alquanto. Per onestà intellettuale non sarebbe corretto far partire la storia della criminalità organizzata dall’Unità d’Italia, in quanto già esistevano germi di prepotenze e piccole organizzazioni di derivazione feudale. Forse ciò che non è accettabile e che la storiografia sta facendo venire a galla è il fatto che tali germi siano stati innaffiati dal dopo-Unità, tanto da far nascere l’albero chiamato Mafia. Se gli statisti di allora non avessero fatto questa scelta immonda, forse la storia del nostro Paese sarebbe stata molto diversa.
ROMA – E’ nato prima l’uovo o la gallina? Spesso questa famosa domanda viene posta soprattutto ai bambini, ma nella sua banalità racchiude un insieme di elementi che hanno fatto la storia dell’umanità. Le domande che il genere umano fa agli scienziati o agli storici sono svariate e riguardano moltissimi aspetti che ancora non sono certi. La Redazione di Info Oggi affronterà un altro dilemma che da decenni attanaglia i letterati di questo paese. Prima dell’Unità d’Italia esisteva la Mafia? Saviano lunedì scorso ha narrato la leggenda dei tre cavalieri: Ossso, Mastrosso e Carcagnosso, ma questa è appunto una leggenda!
Partiamo dalle parole del giudice Rocco Chinnici che, negli anni 80, durante un' intervista affermò: “prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente, premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione non era mai esistita, in Sicilia. La mafia nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia”. Parole, queste, pronunciate da una persona che aveva studiato il fenomeno mafioso e che la sapeva lunga sull’argomento, molto più di tanti storici che se ne sono occupati. Ma anche parole pesanti, difficilmente comprensibili per i ben pensanti.
Facciamo adesso un passo indietro di qualche secolo, e precisamente al tempo dei Promessi Sposi. Manzoni nel suo romanzo descrive i personaggi di Don Rodrigo, i Bravi: il Griso e il Nibbio, il conte Attilio e soprattutto l’Innominato, storicamente identificabile in Francesco Bernardino Visconti, ricco feudatario e capo di una squadra di bravacci che commetteva ogni sorta di delitti. Ma i Promessi Sposi, prima ancora di essere la storia di due giovani amanti, è un romanzo storico e come tale ritrae la società del tempo, nella fattispecie quella milanese del 1600, i cui personaggi potrebbero tranquillamente essere accomunati agli attuali boss, picciotti o al potente colluso che per ottenere favori utilizza qualsiasi mezzo.
Tornando ai fatti risorgimentali ormai è nota l’alleanza tra Garibaldi e i picciotti siciliani, l’eccidio di Bronte ne è l’esempio più lampante, e lo stesso “eroe dei due mondi” scrive nel suo diario: “E Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta, 11 maggio 1860", ma anche la decisione dei piemontesi di “istituzionalizzare” la Camorra a Napoli dandogli la gestione dell’ordine pubblico. L’artefice di tale scelleratezza fu il Prefetto Liborio Romano che scrisse a Salvatore de Crescenzo, esponente della camorra: “redimersi per diventare guardia cittadina, con quanti compagni avesse voluto, col fine di assicurare l’ordine. In cambio, i camorristi irregimentati avrebbero goduto di amnistia incondizionata e stipendio governativo”. Famose poi furono le parole del deputato repubblicano, Napoleone Colajanni, che nel 1900 affermò al Parlamento: “Per combattere e distruggere la mafia, è necessario che il Governo Italiano cessi di essere il re della mafia”.
E il dubbio sorge anche se si cita un altro protagonista indiscusso nella formazione sia dell’Unità che della Mafia: la Massoneria. Molti fonti storiche ormai sono concordi col fatto che l’impresa dei “mille” fu decisa a tavolino dalla massoneria, escludendo la partecipazione del popolo. Il film “Noi credevamo” di Mario Martone mette proprio in evidenza tale aspetto, mentre, è accertato da sempre che Mafia e massoneria rappresentano quasi la stessa cosa. Dunque il dubbio si infittisce e le domande si moltiplicano alquanto. Per onestà intellettuale non sarebbe corretto far partire la storia della criminalità organizzata dall’Unità d’Italia, in quanto già esistevano germi di prepotenze e piccole organizzazioni di derivazione feudale. Forse ciò che non è accettabile e che la storiografia sta facendo venire a galla è il fatto che tali germi siano stati innaffiati dal dopo-Unità, tanto da far nascere l’albero chiamato Mafia. Se gli statisti di allora non avessero fatto questa scelta immonda, forse la storia del nostro Paese sarebbe stata molto diversa.
NAPOLI – Nella spedizione dei Mille il ruolo della massoneria inglese fu determinante con un finanziamento di tre milioni di franchi ed il monitoraggio costante dell’impresa. Lo sostiene la Massoneria di rito scozzese, dell’Obbedienza di Piazza del Gesù, che oggi a Napoli ha ricordato la data di nascita (4 luglio 1807) di Giuseppe Garibaldi, eroe dei due mondi.
“Il finanziamento – ha detto il prof. Aldo Mola, docente di storia contemporanea all’Università di Milano e storico della massoneria e del Risorgimento italiano – proveniva da un fondo di presbiteriani scozzesi e gli fu erogato con l’impegno di non fermarsi a Napoli, ma di arrivare a Roma per eliminare lo Stato pontificio.
Tutta la spedizione garibaldina – ha aggiunto il professor Mola – fu monitorata dalla massoneria britannica che aveva l’obbiettivo storico di eliminare il potere temporale dei Papi ed anche gli Stati Uniti, che non avevano rapporti diplomatici con il Vaticano, diedero il loro sostegno”.
“I fondi della massoneria inglese – ha aggiunto Mola – servirono a Garibaldi per acquistare a Genova i fucili di precisione, senza i quali non avrebbe potuto affrontare l’esercito borbonico, che non era l’esercito di Pulcinella, ma un’armata ben organizzata.
Senza quei fucili, Garibaldi avrebbe fatto la fine di Carlo Pisacane e dei fratelli Bandiera”. “La sua appartenenza alla massoneria – ha detto ancora il prof. Mola – garantì a Garibaldi l’appoggio della stampa internazionale, sopratutto quella inglese, che mise al suo fianco diversi corrispondenti, contribuendo a crearne il mito, e di scrittori come Alexandre Dumas, che ne esaltarono le gesta. Non che lui non lo meritasse, ma tanti altri meritevoli non hanno avuto la sua notorietà”.
Al “fratello Garibaldi” ha reso omaggio con un “evviva” il Gran Maestro del Grande Oriente di Francia.
NAPOLI – Nella spedizione dei Mille il ruolo della massoneria inglese fu determinante con un finanziamento di tre milioni di franchi ed il monitoraggio costante dell’impresa. Lo sostiene la Massoneria di rito scozzese, dell’Obbedienza di Piazza del Gesù, che oggi a Napoli ha ricordato la data di nascita (4 luglio 1807) di Giuseppe Garibaldi, eroe dei due mondi.
“Il finanziamento – ha detto il prof. Aldo Mola, docente di storia contemporanea all’Università di Milano e storico della massoneria e del Risorgimento italiano – proveniva da un fondo di presbiteriani scozzesi e gli fu erogato con l’impegno di non fermarsi a Napoli, ma di arrivare a Roma per eliminare lo Stato pontificio.
Tutta la spedizione garibaldina – ha aggiunto il professor Mola – fu monitorata dalla massoneria britannica che aveva l’obbiettivo storico di eliminare il potere temporale dei Papi ed anche gli Stati Uniti, che non avevano rapporti diplomatici con il Vaticano, diedero il loro sostegno”.
“I fondi della massoneria inglese – ha aggiunto Mola – servirono a Garibaldi per acquistare a Genova i fucili di precisione, senza i quali non avrebbe potuto affrontare l’esercito borbonico, che non era l’esercito di Pulcinella, ma un’armata ben organizzata.
Senza quei fucili, Garibaldi avrebbe fatto la fine di Carlo Pisacane e dei fratelli Bandiera”. “La sua appartenenza alla massoneria – ha detto ancora il prof. Mola – garantì a Garibaldi l’appoggio della stampa internazionale, sopratutto quella inglese, che mise al suo fianco diversi corrispondenti, contribuendo a crearne il mito, e di scrittori come Alexandre Dumas, che ne esaltarono le gesta. Non che lui non lo meritasse, ma tanti altri meritevoli non hanno avuto la sua notorietà”.
Al “fratello Garibaldi” ha reso omaggio con un “evviva” il Gran Maestro del Grande Oriente di Francia.
(AGI) - Venezia, 10 set. - "Il film di Martone, 'Noi credevamo' e' un falso storico. La falsita' ideologica continua a prevalere sull'obiettivita' della storia, che viene fatta a pezzi: in questo modo si distrugge l'identita'". Lo ha detto all'Agi il regista Pasquale Squitieri, prima della proiezione del film/work in progress di Giuseppe Tornatore 'L'ultimo gattopardo' in sala grande. "Il problema che in questo Paese si continua a vivere sui falsi storici. Subito dopo l'unita', per 'reprimere il brigantaggio' nel Sud furono massacrate decine di migliaia di persone. Parlo per esempio delle strade di Casalduni e di Pontelandolfo, in Basilicata e nel Cilento. Il film di Martone non ci racconta praticamente nulla di tutto questo, dimentica come del resto fanno libri di storia, dai testi delle medie a quelli delle universita', la Brigata ungherese. Martone la vede 'da sinistra' ma io ricordo che Lenin disse che 'I fatti sono testardi': e i fatti sono le stragi, la distruzione dell'industria, delle campagne, la colonizzazione del Mezzogiorno". Per il regista che nel 1999 firmo' 'Gli ultimi briganti', "il problema non fu tanto Garibaldi ma la massoneria: e' della massoneria il progetto dell'unita' d'Italia, cosi' come quello della rivoluzione francese. Il progetto della massoneria e' al centro della storia europea".
(AGI) - Venezia, 10 set. - "Il film di Martone, 'Noi credevamo' e' un falso storico. La falsita' ideologica continua a prevalere sull'obiettivita' della storia, che viene fatta a pezzi: in questo modo si distrugge l'identita'". Lo ha detto all'Agi il regista Pasquale Squitieri, prima della proiezione del film/work in progress di Giuseppe Tornatore 'L'ultimo gattopardo' in sala grande. "Il problema che in questo Paese si continua a vivere sui falsi storici. Subito dopo l'unita', per 'reprimere il brigantaggio' nel Sud furono massacrate decine di migliaia di persone. Parlo per esempio delle strade di Casalduni e di Pontelandolfo, in Basilicata e nel Cilento. Il film di Martone non ci racconta praticamente nulla di tutto questo, dimentica come del resto fanno libri di storia, dai testi delle medie a quelli delle universita', la Brigata ungherese. Martone la vede 'da sinistra' ma io ricordo che Lenin disse che 'I fatti sono testardi': e i fatti sono le stragi, la distruzione dell'industria, delle campagne, la colonizzazione del Mezzogiorno". Per il regista che nel 1999 firmo' 'Gli ultimi briganti', "il problema non fu tanto Garibaldi ma la massoneria: e' della massoneria il progetto dell'unita' d'Italia, cosi' come quello della rivoluzione francese. Il progetto della massoneria e' al centro della storia europea".
Intervista a Gioele Magaldi, massone del Grande Oriente d'Italia Democratico, durante la puntata del 22/07/2010 de "La Zanzara", il programma radiofonico di Giuseppe Cruciani su Radio24.
Intervista a Gioele Magaldi, massone del Grande Oriente d'Italia Democratico, durante la puntata del 22/07/2010 de "La Zanzara", il programma radiofonico di Giuseppe Cruciani su Radio24.
Roma. Il presidente del vecchio Banco Ambrosiano, Roberto Calvi, è stato ucciso, anche se non si sa chi ha voluto la sua morte. Un delitto destinato a rimanere senza colpevoli perché in troppi avrebbero voluto la morte del banchiere. Sono due dei passaggi importanti della motivazione della sentenza del processo che ha mandato assolti in secondo grado, lo scorso 7 maggio, il faccendiere sardo Flavio Carboni, l’ex cassiere della mafia Pippo Calò e l’esponente della banda della Magliana Ernesto Diotallevi per insufficienza di prove. Dopo anni trascorsi a mettere in fila le informazioni che inizialmente aveva spinto prima la magistratura inglese (le cui indagini avevano dato esiti contrastanti perché in un primo momento, nel 1982, erano sfociate nella tesi del suicidio, successivamente invece nel 1983 avevano condotto ad un verdetto “aperto”) e poi la procura di Milano ad archiviare la morte del banchiere come suicidio, la tesi dell’omicidio inizia a prendere corpo quando nel 1992 la Cassazione decide di trasferire l’inchiesta dal capoluogo lombardo a Roma. Quest’ultima, in possesso di nuovi elementi, apre un’indagine per omicidio volontario premeditato. Nel 1997 il gip del Tribunale di Roma, Mario Almerighi, emette un’ordinanza di custodia cautelare con l’accusa di omicidio a carico dell’ex cassiere della mafia Pippo Calò e del faccendiere sardo Flavio Carboni come presunti mandanti del delitto Calvi. Nel dicembre del 1998 Otello Lupacchini, il gip del Tribunale di Roma subentrato ad Almerighi, ordina una nuova perizia sulle cause della morte di Calvi. È quest’ultima a stabilire che l’ex presidente del Banco Ambrosiano non si è suicidato ma è stato invece assassinato. Il 5 ottobre 2005 a Roma prende il via il processo che dopo due anni (6 giugno 2007) assolve gli imputati Pippo Calò, Ernesto Diotallevi, Flavio Carboni, Silvano Vittor e Manuela Kleinszig dall’accusa di aver ucciso Roberto Calvi, ma decreta dopo più di vent’anni una verità ormai incontrovertibile: il banchiere non si è suicidato quel 18 giugno del 1982, è stato ucciso. Come sancisce la motivazione della sentenza con la quale sono state confermate le assoluzioni (dei tre imputati) dalla prima sezione della Corte d’Appello di Roma presieduta dal giudice Guido Catenacci. In un passaggio delle oltre cento pagine delle motivazioni si legge che la Corte ha ritenuto “pacifica la causa ultima del decesso, che Roberto Calvi non si è suicidato e da ciò deduce che lo stesso è stato ucciso”. Solo in parte viene fatta luce sul delitto perché esecutori, mandanti e movente restano ancora sconosciuti. Un giudizio quello di Catenacci che non ricalca la traccia accusatoria del pg Luca Tescaroli che per il trio aveva chiesto l’ergastolo. Secondo i giudici invece non ci sono prove sufficienti né a carico di Pippo Calò, né di Ernesto Diotallevi e di Flavio Carboni (quest’ultimo arrestato per l’affare dell’eolico in Sardegna la scorsa settimana). “Gli elementi di criticità sollevati con l’impugnazione della sentenza di primo grado, anche quando condivisibili, non sono mai apparsi decisivi”. Secondo la sentenza, sul faccendiere sardo in particolare gravano “indizi consistenti” vanificati da elementi di segno opposto. Carboni “negli ultimi giorni di vita del banchiere ha conseguito un rapporto con la vittima”, e la stessa sera del 17 giugno 1982 si trova nello stesso albergo, il Chelsea Cloister, dove alloggia Calvi, però “la pluralità di moventi alternativi non pare concentrarne uno più specifico ed assorbente in danno di Carboni i cui interessi erano in sintonia con il mantenimento in vita del banchiere”. Per quanto riguarda Calò, le dichiarazioni dei collaboratori risultano “in contrasto tra loro” o smentite “da altre risultanze del processo”. E su Diotallevi invece c’è solo la certezza che il suo contributo fu finalizzato all’espatrio clandestino di Roberto Calvi. Che fossero in molti ad avere ragione di temere che Calvi potesse tramutarsi in una “scheggia impazzita inaffidabile”, che potesse rivelare le informazioni di cui era in possesso sui movimenti di riciclaggio di ingenti somme di denaro provenienti dalle attività illecite collegate a Cosa Nostra trova conferma nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, anche se vengono considerate dai giudici “non sufficienti”, perché “nessuno (di loro ndr) ha assistito ai fatti”. Negli ultimi tempi Calvi non fa mistero di temere per l’incolumità propria e dei suoi familiari – come attestano le deposizioni in tal senso della moglie Clara e della figlia Anna – e a maggio del 1982 il banchiere fa allontanare dall’Italia la moglie e, pochi giorni prima di partire per quel viaggio che poi si concluderà tragicamente, fa trasferire la figlia nel Ticino, quindi a Lucena e poi a Zurigo. Nella sua scalata Calvi si circonda di personaggi potenti e pericolosi allo stesso tempo come Michele Sindona, uomo dell’alta mafia, che vanta i contatti giusti con la massoneria, la politica, il Vaticano e la mafia. Conosce Monsignor Marcinkus, presidente dello Ior, la banca vaticana e intreccerà rapporti con Licio Gelli, capo della P2. Ma alla fine Calvi sarà solo una pedina, ne prenderà coscienza unica quando interrogato dai magistrati di Milano nel 1981 dirà: il banco non è mio, alludendo ai finanziamenti concessi a suo tempo dall’Ambrosiano alla banca vaticana e a quelle operazioni economiche poco trasparenti portate a termine in modo spregiudicato. “Cosa Nostra – si legge a tal proposito nella motivazione della sentenza - impiegava il Banco Ambrosiano e lo Ior come tramite per massicce operazioni di riciclaggio” e “tali operazioni avvenivano ad opera di Vito Ciancimino e di Giuseppe Calò”. Come ha testimoniato a dibattimento Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco di Palermo riferendo dei numerosi incontri tra il padre e Roberto Calvi. Un elemento che ha spinto i giudici ad allargare la forbice sui moventi e interessi intorno alla morte di Roberto Calvi “alla platea delle persone a cui questo movente è possibile riferire”. Secondo la Corte più “soggetti” e “organizzazioni” avevano interesse ad eliminare Calvi: la mafia, la Camorra, la P2, lo Ior e i partiti politici italiani (“beneficiari delle tangenti o interessati a cambiare l’assetto del Banco Ambrosiano o a mutare gli equilibri di potere all’interno del Vaticano”). Oltre ai servizi segreti: sia quelli italiani che “hanno sempre mostrato di essere sempre informati di tutto e di aver seguito le mosse di Carboni e Calvi” che quelli britannici, “essendosi acclarato che Calvi aveva, tra l’altro, finanziato l’invio di armi ai dittatori argentini nel periodo in cui era in atto il conflitto bellico per le Falkland”.
Roma. Il presidente del vecchio Banco Ambrosiano, Roberto Calvi, è stato ucciso, anche se non si sa chi ha voluto la sua morte. Un delitto destinato a rimanere senza colpevoli perché in troppi avrebbero voluto la morte del banchiere. Sono due dei passaggi importanti della motivazione della sentenza del processo che ha mandato assolti in secondo grado, lo scorso 7 maggio, il faccendiere sardo Flavio Carboni, l’ex cassiere della mafia Pippo Calò e l’esponente della banda della Magliana Ernesto Diotallevi per insufficienza di prove. Dopo anni trascorsi a mettere in fila le informazioni che inizialmente aveva spinto prima la magistratura inglese (le cui indagini avevano dato esiti contrastanti perché in un primo momento, nel 1982, erano sfociate nella tesi del suicidio, successivamente invece nel 1983 avevano condotto ad un verdetto “aperto”) e poi la procura di Milano ad archiviare la morte del banchiere come suicidio, la tesi dell’omicidio inizia a prendere corpo quando nel 1992 la Cassazione decide di trasferire l’inchiesta dal capoluogo lombardo a Roma. Quest’ultima, in possesso di nuovi elementi, apre un’indagine per omicidio volontario premeditato. Nel 1997 il gip del Tribunale di Roma, Mario Almerighi, emette un’ordinanza di custodia cautelare con l’accusa di omicidio a carico dell’ex cassiere della mafia Pippo Calò e del faccendiere sardo Flavio Carboni come presunti mandanti del delitto Calvi. Nel dicembre del 1998 Otello Lupacchini, il gip del Tribunale di Roma subentrato ad Almerighi, ordina una nuova perizia sulle cause della morte di Calvi. È quest’ultima a stabilire che l’ex presidente del Banco Ambrosiano non si è suicidato ma è stato invece assassinato. Il 5 ottobre 2005 a Roma prende il via il processo che dopo due anni (6 giugno 2007) assolve gli imputati Pippo Calò, Ernesto Diotallevi, Flavio Carboni, Silvano Vittor e Manuela Kleinszig dall’accusa di aver ucciso Roberto Calvi, ma decreta dopo più di vent’anni una verità ormai incontrovertibile: il banchiere non si è suicidato quel 18 giugno del 1982, è stato ucciso. Come sancisce la motivazione della sentenza con la quale sono state confermate le assoluzioni (dei tre imputati) dalla prima sezione della Corte d’Appello di Roma presieduta dal giudice Guido Catenacci. In un passaggio delle oltre cento pagine delle motivazioni si legge che la Corte ha ritenuto “pacifica la causa ultima del decesso, che Roberto Calvi non si è suicidato e da ciò deduce che lo stesso è stato ucciso”. Solo in parte viene fatta luce sul delitto perché esecutori, mandanti e movente restano ancora sconosciuti. Un giudizio quello di Catenacci che non ricalca la traccia accusatoria del pg Luca Tescaroli che per il trio aveva chiesto l’ergastolo. Secondo i giudici invece non ci sono prove sufficienti né a carico di Pippo Calò, né di Ernesto Diotallevi e di Flavio Carboni (quest’ultimo arrestato per l’affare dell’eolico in Sardegna la scorsa settimana). “Gli elementi di criticità sollevati con l’impugnazione della sentenza di primo grado, anche quando condivisibili, non sono mai apparsi decisivi”. Secondo la sentenza, sul faccendiere sardo in particolare gravano “indizi consistenti” vanificati da elementi di segno opposto. Carboni “negli ultimi giorni di vita del banchiere ha conseguito un rapporto con la vittima”, e la stessa sera del 17 giugno 1982 si trova nello stesso albergo, il Chelsea Cloister, dove alloggia Calvi, però “la pluralità di moventi alternativi non pare concentrarne uno più specifico ed assorbente in danno di Carboni i cui interessi erano in sintonia con il mantenimento in vita del banchiere”. Per quanto riguarda Calò, le dichiarazioni dei collaboratori risultano “in contrasto tra loro” o smentite “da altre risultanze del processo”. E su Diotallevi invece c’è solo la certezza che il suo contributo fu finalizzato all’espatrio clandestino di Roberto Calvi. Che fossero in molti ad avere ragione di temere che Calvi potesse tramutarsi in una “scheggia impazzita inaffidabile”, che potesse rivelare le informazioni di cui era in possesso sui movimenti di riciclaggio di ingenti somme di denaro provenienti dalle attività illecite collegate a Cosa Nostra trova conferma nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, anche se vengono considerate dai giudici “non sufficienti”, perché “nessuno (di loro ndr) ha assistito ai fatti”. Negli ultimi tempi Calvi non fa mistero di temere per l’incolumità propria e dei suoi familiari – come attestano le deposizioni in tal senso della moglie Clara e della figlia Anna – e a maggio del 1982 il banchiere fa allontanare dall’Italia la moglie e, pochi giorni prima di partire per quel viaggio che poi si concluderà tragicamente, fa trasferire la figlia nel Ticino, quindi a Lucena e poi a Zurigo. Nella sua scalata Calvi si circonda di personaggi potenti e pericolosi allo stesso tempo come Michele Sindona, uomo dell’alta mafia, che vanta i contatti giusti con la massoneria, la politica, il Vaticano e la mafia. Conosce Monsignor Marcinkus, presidente dello Ior, la banca vaticana e intreccerà rapporti con Licio Gelli, capo della P2. Ma alla fine Calvi sarà solo una pedina, ne prenderà coscienza unica quando interrogato dai magistrati di Milano nel 1981 dirà: il banco non è mio, alludendo ai finanziamenti concessi a suo tempo dall’Ambrosiano alla banca vaticana e a quelle operazioni economiche poco trasparenti portate a termine in modo spregiudicato. “Cosa Nostra – si legge a tal proposito nella motivazione della sentenza - impiegava il Banco Ambrosiano e lo Ior come tramite per massicce operazioni di riciclaggio” e “tali operazioni avvenivano ad opera di Vito Ciancimino e di Giuseppe Calò”. Come ha testimoniato a dibattimento Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco di Palermo riferendo dei numerosi incontri tra il padre e Roberto Calvi. Un elemento che ha spinto i giudici ad allargare la forbice sui moventi e interessi intorno alla morte di Roberto Calvi “alla platea delle persone a cui questo movente è possibile riferire”. Secondo la Corte più “soggetti” e “organizzazioni” avevano interesse ad eliminare Calvi: la mafia, la Camorra, la P2, lo Ior e i partiti politici italiani (“beneficiari delle tangenti o interessati a cambiare l’assetto del Banco Ambrosiano o a mutare gli equilibri di potere all’interno del Vaticano”). Oltre ai servizi segreti: sia quelli italiani che “hanno sempre mostrato di essere sempre informati di tutto e di aver seguito le mosse di Carboni e Calvi” che quelli britannici, “essendosi acclarato che Calvi aveva, tra l’altro, finanziato l’invio di armi ai dittatori argentini nel periodo in cui era in atto il conflitto bellico per le Falkland”.
Soccorsi dopo l'attentato mafioso di via dei Georgofili a Firenze
I rapporti inediti della stagione delle stragi: uomini di Cosa nostra infiltrati nelle logge siciliane
FRANCESCO LA LICATA, GUIDO RUOTOLO
ROMA
Novembre del 2002. Documento della Dia, Divisione investigativa antimafia, alla Procura antimafia di Firenze che indaga sulle stragi del ‘93. «Cosa nostra, storicamente, per raggiungere determinati obiettivi essenziali - condizionamento dei processi e realizzazione di grossi arricchimenti - si è sempre mossa attivando da una parte referenti politico-istituzionali, dall’altra ponendo in essere azioni delittuose, alla bisogna, anche estreme.
Altra determinante leva di pressione è stata sicuramente quell’alleanza con una parte della massoneria deviata, incarnata nelle logge occulte, riferibile, tra le altre, alla loggia del Gran Maestro della Serenissima degli Antichi Liberi Accettati Muratori-Obbedienza di Piazza del Gesù - Maestro Sovrano Generale del Rito Filosofico Italiano - Sovrano Onorario del Rito Scozzese Antico e Accettato, di origini palermitane, di stanza a Torino, il noto prof. Savona Luigi, particolarmente sentito nel decennio Ottanta, in seno a Cosa nostra, per il suo profondo legame con la cosca mazzarese, intrecciato attraverso il mafioso Bastone Giovanni, personaggio di primo piano nel panorama criminale torinese nel periodo succitato, che come si vedrà più avanti ha avuto un ruolo non certo insignificante nella vicenda relativa alla collocazione di un ordigno, non volutamente fatto brillare, nel giardino di Boboli a Firenze».
Il rapporto della Dia si dilunga sui rapporti di Savona con i mafiosi della famiglia Lo Nigro, e più in generale della massoneria deviata con Cosa nostra: «Questo particolare aspetto relazionale deviante della massoneria, viene definito “mafioneria”; una sorta di ordinamento composto da mafiosi e massoni, che trova ambiti ben definiti in un’area oscura della politica, connotata da una perversa logica di potere».
C’è un passaggio dell’informativa della Dia del 2002 che richiama alle polemiche di questi giorni sulla strategia stragista finalizzata a favorire la discesa in campo di nuovi soggetti politici: «L’avvio di una trattativa, nella logica pragmatica mafiosa, con le Istituzioni non poteva che prevedere l’apporto e l’intervento di soggetti asserviti a Cosa nostra... in questo quadro si inserisce il ruolo svolto dall’indagato Vincenzo Inzerillo, ex senatore Dc (poi la sua posizione è stata archiviata nell’ambito del fascicolo sui mandanti delle stragi di Firenze, Roma e Milano, ndr), collegato con la famiglia dominante del quartiere Brancaccio di Palermo, capeggiata all’epoca dai fratelli Graviano, cui l’Inzerillo era asservito».
Inzerillo (condannato in Appello, l’11 gennaio del 2010, a 5 anni e 4 mesi per concorso in associazione mafiosa) in quell’autunno del ‘93 è impegnato nella nascita di un partito politico, Sicilia Libera. «La possibilità di poter disporre di una forza politica da inserire poi in un più ampio raggruppamento, che fosse espressione di un vero soggetto politico, avrebbe consentito a Cosa nostra, secondo il suo progetto, di poter realizzare direttamente e senza alcuna mediazione quegli affari abbisognevoli di appoggi di natura politica, ma anche di poter condizionare con subdoli interventi l’andamento dei processi avviati contro i propri sodali». Sempre la Dia, ma dieci anni prima (10 agosto 1993). Un documento corposo analizza scenari e moventi all’indomani delle stragi di luglio di Roma e Milano: «Lo scenario criminale delineato sullo sfondo di questi attentati ha messo in evidenza da un lato l’interesse alla loro esecuzione da parte della mafia, ma ha lasciato altresì intravedere l’intervento di altre forze criminali in grado di elaborare quei sofisticati progetti necessari per il conseguimento di obiettivi di portata più ampia e travalicanti le eigenze specifiche dell’organizzazione mafiosa».
Si sofferma sul punto il rapporto della Dia: «Si potrebbe pensare a una aggregazione di tipo orizzontale, in cui ciascuno dei componenti è portatore di interessi particolari perseguibili nell’ambito di un progetto più complesso in cui convergano finalità diverse. Un gruppo che, in mancanza di una base costituita da autentici rivoluzionari si affida all’apporto operativo della criminalità organizzata. Gli esempi di organismi nati da commistioni tra mafia, eversione di destra, finanzieri d’assalto, funzionari dello Stato infedeli e pubblici amministratori corrotti non mancano».
Infine un accenno alla massoneria: «Recenti indagini - si legge nel rapporto Dia del 10 agosto 1993 - hanno evidenziato la presenza di uomini di “cosa nostra” nelle logge palermitane e trapanesi, senza dimenticare il ruolo chiave svolto alla fine degli anni ‘70 da Michele Sindona nei contatti tra gli ispiratori di progetti golpisti ed elementi di spicco della mafia siciliana». Un salto di un anno. Siamo al 4 marzo del 1994. Questa volta si tratta di una informativa all’autorità giudiziaria da parte della Dia. Settanta pagine corpose. Un capitolo importante è dedicato al regime carcerario, al 41 bis: «Solo alcuni giorni prima degli attentati di Milano e Roma, il ministro di grazia e giustizia aveva disposto il rinnovo dei provvedimenti di sottoposizione al regime speciale per circa 284 detenuti appartenenti a organizzazioni mafiose.
La logica che ha fatto considerare vincente l’attuazione di una campagna del terrore deve aver avuto alla base il convincimento che, dovendo scegliere se affrontare una situazione di caos generale o revocare i provvedimenti di rigore nei confronti dei mafiosi, le Autorità dello Stato avrebbero probabilmente optato per la seconda soluzione, facilmente giustificabile con motivazioni garantiste o, come avvenuto in passato, affidando all’oblio, agevolato dall’assenza di nuovi fatti delittuosi eclatanti, una normalizzazione di fatto».
Soccorsi dopo l'attentato mafioso di via dei Georgofili a Firenze
I rapporti inediti della stagione delle stragi: uomini di Cosa nostra infiltrati nelle logge siciliane
FRANCESCO LA LICATA, GUIDO RUOTOLO
ROMA
Novembre del 2002. Documento della Dia, Divisione investigativa antimafia, alla Procura antimafia di Firenze che indaga sulle stragi del ‘93. «Cosa nostra, storicamente, per raggiungere determinati obiettivi essenziali - condizionamento dei processi e realizzazione di grossi arricchimenti - si è sempre mossa attivando da una parte referenti politico-istituzionali, dall’altra ponendo in essere azioni delittuose, alla bisogna, anche estreme.
Altra determinante leva di pressione è stata sicuramente quell’alleanza con una parte della massoneria deviata, incarnata nelle logge occulte, riferibile, tra le altre, alla loggia del Gran Maestro della Serenissima degli Antichi Liberi Accettati Muratori-Obbedienza di Piazza del Gesù - Maestro Sovrano Generale del Rito Filosofico Italiano - Sovrano Onorario del Rito Scozzese Antico e Accettato, di origini palermitane, di stanza a Torino, il noto prof. Savona Luigi, particolarmente sentito nel decennio Ottanta, in seno a Cosa nostra, per il suo profondo legame con la cosca mazzarese, intrecciato attraverso il mafioso Bastone Giovanni, personaggio di primo piano nel panorama criminale torinese nel periodo succitato, che come si vedrà più avanti ha avuto un ruolo non certo insignificante nella vicenda relativa alla collocazione di un ordigno, non volutamente fatto brillare, nel giardino di Boboli a Firenze».
Il rapporto della Dia si dilunga sui rapporti di Savona con i mafiosi della famiglia Lo Nigro, e più in generale della massoneria deviata con Cosa nostra: «Questo particolare aspetto relazionale deviante della massoneria, viene definito “mafioneria”; una sorta di ordinamento composto da mafiosi e massoni, che trova ambiti ben definiti in un’area oscura della politica, connotata da una perversa logica di potere».
C’è un passaggio dell’informativa della Dia del 2002 che richiama alle polemiche di questi giorni sulla strategia stragista finalizzata a favorire la discesa in campo di nuovi soggetti politici: «L’avvio di una trattativa, nella logica pragmatica mafiosa, con le Istituzioni non poteva che prevedere l’apporto e l’intervento di soggetti asserviti a Cosa nostra... in questo quadro si inserisce il ruolo svolto dall’indagato Vincenzo Inzerillo, ex senatore Dc (poi la sua posizione è stata archiviata nell’ambito del fascicolo sui mandanti delle stragi di Firenze, Roma e Milano, ndr), collegato con la famiglia dominante del quartiere Brancaccio di Palermo, capeggiata all’epoca dai fratelli Graviano, cui l’Inzerillo era asservito».
Inzerillo (condannato in Appello, l’11 gennaio del 2010, a 5 anni e 4 mesi per concorso in associazione mafiosa) in quell’autunno del ‘93 è impegnato nella nascita di un partito politico, Sicilia Libera. «La possibilità di poter disporre di una forza politica da inserire poi in un più ampio raggruppamento, che fosse espressione di un vero soggetto politico, avrebbe consentito a Cosa nostra, secondo il suo progetto, di poter realizzare direttamente e senza alcuna mediazione quegli affari abbisognevoli di appoggi di natura politica, ma anche di poter condizionare con subdoli interventi l’andamento dei processi avviati contro i propri sodali». Sempre la Dia, ma dieci anni prima (10 agosto 1993). Un documento corposo analizza scenari e moventi all’indomani delle stragi di luglio di Roma e Milano: «Lo scenario criminale delineato sullo sfondo di questi attentati ha messo in evidenza da un lato l’interesse alla loro esecuzione da parte della mafia, ma ha lasciato altresì intravedere l’intervento di altre forze criminali in grado di elaborare quei sofisticati progetti necessari per il conseguimento di obiettivi di portata più ampia e travalicanti le eigenze specifiche dell’organizzazione mafiosa».
Si sofferma sul punto il rapporto della Dia: «Si potrebbe pensare a una aggregazione di tipo orizzontale, in cui ciascuno dei componenti è portatore di interessi particolari perseguibili nell’ambito di un progetto più complesso in cui convergano finalità diverse. Un gruppo che, in mancanza di una base costituita da autentici rivoluzionari si affida all’apporto operativo della criminalità organizzata. Gli esempi di organismi nati da commistioni tra mafia, eversione di destra, finanzieri d’assalto, funzionari dello Stato infedeli e pubblici amministratori corrotti non mancano».
Infine un accenno alla massoneria: «Recenti indagini - si legge nel rapporto Dia del 10 agosto 1993 - hanno evidenziato la presenza di uomini di “cosa nostra” nelle logge palermitane e trapanesi, senza dimenticare il ruolo chiave svolto alla fine degli anni ‘70 da Michele Sindona nei contatti tra gli ispiratori di progetti golpisti ed elementi di spicco della mafia siciliana». Un salto di un anno. Siamo al 4 marzo del 1994. Questa volta si tratta di una informativa all’autorità giudiziaria da parte della Dia. Settanta pagine corpose. Un capitolo importante è dedicato al regime carcerario, al 41 bis: «Solo alcuni giorni prima degli attentati di Milano e Roma, il ministro di grazia e giustizia aveva disposto il rinnovo dei provvedimenti di sottoposizione al regime speciale per circa 284 detenuti appartenenti a organizzazioni mafiose.
La logica che ha fatto considerare vincente l’attuazione di una campagna del terrore deve aver avuto alla base il convincimento che, dovendo scegliere se affrontare una situazione di caos generale o revocare i provvedimenti di rigore nei confronti dei mafiosi, le Autorità dello Stato avrebbero probabilmente optato per la seconda soluzione, facilmente giustificabile con motivazioni garantiste o, come avvenuto in passato, affidando all’oblio, agevolato dall’assenza di nuovi fatti delittuosi eclatanti, una normalizzazione di fatto».
Con una breve lettera aperta all'onorevole Veltroni.
Nella puntata di Annozero vengono dette molte delle cose che diciamo in questo blog. Veltroni, in pratica, conferma ciò che diciamo da tempo. Questi i passi salienti del discorso ad Annozero:
1) Esiste un'entità, che ha guidato i principali eventi stragisti italiani, dal delitto Moro ad Ustica.
2) Prendendo ad esempio la sola vicenda di Ustica, colpisce la infinita catena di morti che ha fatto strage di testimoni: suicidi, incidenti, omicidi, ecc..., Veltroni ha anche citato Ramstein (la tragedia aerea in cui si schiantarono due aerei delle Frecce tricolori, i cui piloti guarda caso erano testimoni al processo di Ustica); questa dichiarazione su Ramstein mi ha particolarmente colpito perché anche il giudice Rosario Priore aveva archiviato la questione di Ramstein come un incidente. Quindi Veltroni si è posto in netto contrasto con le fonti ufficiali.
In altre parole il nostro onorevole, in contrasto con la versione ufficiale secondo cui Ramstein sarebbe stato un incidente, ci vede un delitto.
Ora alcune considerazioni sono d'obbligo, perché le parole di Veltroni sono di una gravità senza precedenti.
Punto primo. Veltroni afferma che esiste un'entità unica, dietro ai delitti da Moro, ad Ustica, a Capaci.
Questa affermazione è assolutamente identica alle tesi complottiste sostenute da noi nel blog; e sostenute da personaggi e autori che non trovano spazio, in genere, nei media ufficiali, ma che molti ben conoscono; Pamio, Cosco, Carlizzi, Randazzo, Lissoni...
E' inoltre assolutamente identica alle dichiarazioni del pentito Calcara, nel famoso memoriale Calcara pubblicato da Salvatore Borsellino nel suo sito 19luglio1992. Secondo questo pentito, c'è un'unica forza che manovra Chiesa, Servizi segreti, Mafia, 'ndrangheta e istituzioni.
Insomma: Veltroni conferma le dichiarazioni del pentito Calcara. Ed entrambi confermano ciò che i complottisti dicono da una vita.
Punto secondo. La vicenda di Veltroni non è grave perché conferma in realtà una cosa nota a tutti i "complottisti"; è invece grave, anzi gravissima, per un altro fatto che nessuno ha considerato.
La dichiarazione viene infatti da un uomo che è stato - ed è - ai più alti vertici istituzionali dello Stato; ed è tuttora uno dei politici di maggior rilievo. Attenzione allora! Se un politico di questo calibro ammette che queste stragi sono state guidate da un'entità, diversa dallo Stato ovviamente, e anzi, ad esso contrapposta, sta dicendo un'altra cosa. Sta dicendo: signori, lo Stato non conta nulla, perché esiste un potere più forte, in grado di condizionare lo Stato. Noi politici non contiamo nulla, e siamo impotenti di fronte a questa entità. Anzi, siamo ad essa assoggettati.
E' quindi una dichiarazione di assoluta ed inaudita gravità.
Una dichiarazione che nessun anticomplottista prenderà mai in considerazione.
Una dichiarazione che i politici si guarderanno bene dal criticare, confermare e/o smentire, e sulle quali calerà il silenzio.
Punto terzo. Le dichiarazioni di Veltroni sono gravissime per un altro ordine di motivi. Infatti ci sarebbe da domandare all'onorevole in quale momento della sua vita, esattamente, ha avuto questa intuizione geniale secondo cui i politici non contano un cazzo, e sono assoggettati a questa "entità".
Lettera aperta all'onorevole Veltroni.
A questo punto, se potessi scrivere una lettera all'onorevole Veltroni, sapendo che la prenderà in considerazione, ci sarebbero da fare queste altre domande:
1) Caro Veltroni, se se ne era accorto prima dell'esistenza di questa ENTITA', questo filo rosso che lega il delitto Moro con Ustica e Capaci, ma che lega in realtà tutte le stragi italiane, e insieme a lei se ne saranno accorti altri, come mai non avete mai detto queste cose prima?
2) Come mai avete lasciato che uomini dello Stato e delle istituzioni, politici, magistrati, poliziotti, carabinieri, agenti dei servizi segreti, giornalisti, avvocati, funzionari pubblici, semplici cittadini, fossero fatti morire di malori improvvisi, infarti, suicidi, impiccati, in incidenti, ecc., nella vostra indifferenza?
3) Se vi siete accorti da tempo che esiste un'entità al di sopra della politica e delle leggi, perché non ci spiegate cos'è quest'entità? Perché, vede onorevole, noi complottisti lo diciamo da tempo, ma a noi non crede quasi nessuno. Se magari lo spiega lei, la cosa avrebbe un'altra autorevolezza.
4) Lei è un politico, no? Come mai in campagna elettorale non avete mai accennato a queste vicende? Come mai in parlamento non discutete mai di questa Entità? Non le sembra assurdo discutere del crocifisso nelle aule, dell'opportunità di costruire o meno una moschea, e poi lasciare insoluto il problema delle migliaia di morti impiccati, in incidenti, in malori, che i "VOSTRI" servizi segreti si lasciano dietro da una vita? Lo sa onorevole, che una volta ho fatto un rapido conto e sono migliaia le vittime di suicidi in ginocchio, incidenti in auto e aerei, infarto, gente che si spara alla testa oppure al cuore come il carabiniere di Viterbo che è morto a Santa Barbara pochi giorni fa (suicidio ovviamente... e chi ne dubiterebbe)?
Se fossi stato alla trasmissione, onorevole, le avrei fatto una semplice domanda: Onorevole Veltroni... quando pensa che finirà questa scia di sangue che fa, da decenni, più morti di quanti ne fa la mafia? Quanti morti ancora farete?
Conclusioni.
La realtà è comunque diversa da come sembra. L'onorevole Veltroni, probabilmente non ha detto questo per amore della verità, né la trasmissione di Santoro aveva il fine di "informare" e approfondire.
La trasmissione, probabilmente, è un attacco ai servizi segreti. Un attacco frontale che prelude ad una guerra prossima ventura.
E il discorso di Veltroni era probabilmente un messaggio.
Resta da capire a chi è destinato questo messaggio e perché è stato dato. Noi complottisti, infatti, non crediamo più alla buona volontà dei politici di far venire fuori la verità. Anzi, personalmente, considerando Veltroni una delle persone maggiormente implicate con questa Entità di cui egli stesso ha parlato, credo che questa trasmissione di Santoro abbia dei destinatari, e sia un messaggio ben preciso.
Per leggere il messaggio e capirne la provenienza, probabilmente, occorre considerare l'area "politica" a cui appartengono Santoro e Veltroni. Un'area politica il cui manifesto fondamentale (manifesto che ricorda quello Rosacrociano della Fama Fraternitas del 1600) è quel libro di Cesare Salvi dal titolo "La rosa rossa. Il futuro della sinistra".
Quindi, ipotizzo, un messaggio trasversale diretto ad alcune persone dei servizi, per fargli sapere che hanno mal operato.
Forse una ritorsione della Cia perché a seguito del sequestro Abu Omar, nel processo, sono state condannate solo persone della Cia e nessuno del Sismi?
Forse una ritorsione Cia perchè alcuni settori dei servizi voglio svincolarsi dalla supremazione americana?
Forse altro, chissà...
Una cosa invece è sicura: nei prossimi mesi, assisteremo ad altri incidenti, suicidi, morti di infarto, impiccati in ginocchio. Questa volta però saranno uomini dei servizi, dei carabinieri, della polizia, a cadere, perché sono i servizi segreti stessi ad essere sotto attacco. La particolarità è inoltre che a cadere non saranno solo semplici agenti dei servizi, quelli che sono morti credendo comunque di fare un servizio per uno Stato che pensavano di servire; saranno probabilmente anche personaggi di spicco, vertici dei servizi che in qualcosa devono aver sbagliato per meritarsi un simile attacco frontale dalla trasmissione di Santoro.
In una guerra, che questa volta non è, come in passato, tra massonerie, tra mafie, né dell' ENTITA' contro lo Stato, ma dei servizi segreti contro altri settori dei servizi, o forse, della Cia contro i nostri servizi segreti.
Stralci delle dichiarazioni del memoriale Calcara.
“…Una nobile Idea Madre…che racchiude al suo interno le cinque idee corrispondenti alle cinque entità…”. Le cinque entità a cui fa riferimento Calcara, sarebbero la già citata Cosa Nostra, la ‘Ndrangheta, e pezzi deviati di Istituzioni, Massoneria e Vaticano, quantificabili gli ultimi, in un dieci per cento dell’organico. “Queste cinque Entità…”, prosegue il pentito, “… sono intimamente legate le une alle altre, come se fossero gli organi vitali di uno stesso corpo. Hanno gli stessi interessi. Prima di tutto, la loro sopravvivenza. E per sopravvivere e restare sempre potenti si aiutano l’una con l’altra usando qualsiasi mezzo, anche il più crudele… …Sono state e rappresentano tuttora una potenza economica incredibile, capace di condizionare in alcuni casi il potere politico italiano, anche quello rappresentato da persone pulite. Purtroppo si sono create delle situazioni tali che il potere politico italiano non può fare a meno di questi poteri occulti. Queste cinque Entità occulte si fondono soprattutto quando ci sono in gioco interessi finanziari ed economici condizionando così l’Italia a livello di politica e istituzioni…”
La porzione dei servizi deviati delle Istituzioni sarebbe radicata in tutto il territorio italiano e “…composta da uomini politici, servizi segreti, magistrati, giudici e sottufficiali dei carabinieri, polizia ed esercito. Le idee di Cosa Nostra e dei pezzi deviati delle Istituzioni sono da sempre collegate… Questa Entità ha in seno uomini di grandissima qualità, preparati, addestrati e pronti a causare danni enormi a chiunque. Questi uomini non sono secondi ai Soldati di Cosa Nostra e vengono chiamati Gladiatori.
Sono uomini riservatissimi e di grandissima importanza, in quanto hanno giurato di servire fedelmente lo Stato, ma in realtà il loro giuramento è assolutamente falso. Agli occhi dei loro colleghi puliti, che per fortuna sono in maggioranza, appaiono anche loro puliti e, con inganno, dimostrano lealtà verso le Istituzioni…Sono a tutti gli effetti uno Stato dentro lo Stato.”
La Massoneria viene definita “…anch'essa strettamente collegata all'Entità dei pezzi deviati delle Istituzioni… Questa Entità della Massoneria deviata, all'interno della Massoneria pulita, ha un grande potere ed enormi ricchezze e, per forza di cose, chi gestisce il potere in Italia deve venire a patti con la Massoneria…”
Con una breve lettera aperta all'onorevole Veltroni.
Nella puntata di Annozero vengono dette molte delle cose che diciamo in questo blog. Veltroni, in pratica, conferma ciò che diciamo da tempo. Questi i passi salienti del discorso ad Annozero:
1) Esiste un'entità, che ha guidato i principali eventi stragisti italiani, dal delitto Moro ad Ustica.
2) Prendendo ad esempio la sola vicenda di Ustica, colpisce la infinita catena di morti che ha fatto strage di testimoni: suicidi, incidenti, omicidi, ecc..., Veltroni ha anche citato Ramstein (la tragedia aerea in cui si schiantarono due aerei delle Frecce tricolori, i cui piloti guarda caso erano testimoni al processo di Ustica); questa dichiarazione su Ramstein mi ha particolarmente colpito perché anche il giudice Rosario Priore aveva archiviato la questione di Ramstein come un incidente. Quindi Veltroni si è posto in netto contrasto con le fonti ufficiali.
In altre parole il nostro onorevole, in contrasto con la versione ufficiale secondo cui Ramstein sarebbe stato un incidente, ci vede un delitto.
Ora alcune considerazioni sono d'obbligo, perché le parole di Veltroni sono di una gravità senza precedenti.
Punto primo. Veltroni afferma che esiste un'entità unica, dietro ai delitti da Moro, ad Ustica, a Capaci.
Questa affermazione è assolutamente identica alle tesi complottiste sostenute da noi nel blog; e sostenute da personaggi e autori che non trovano spazio, in genere, nei media ufficiali, ma che molti ben conoscono; Pamio, Cosco, Carlizzi, Randazzo, Lissoni...
E' inoltre assolutamente identica alle dichiarazioni del pentito Calcara, nel famoso memoriale Calcara pubblicato da Salvatore Borsellino nel suo sito 19luglio1992. Secondo questo pentito, c'è un'unica forza che manovra Chiesa, Servizi segreti, Mafia, 'ndrangheta e istituzioni.
Insomma: Veltroni conferma le dichiarazioni del pentito Calcara. Ed entrambi confermano ciò che i complottisti dicono da una vita.
Punto secondo. La vicenda di Veltroni non è grave perché conferma in realtà una cosa nota a tutti i "complottisti"; è invece grave, anzi gravissima, per un altro fatto che nessuno ha considerato.
La dichiarazione viene infatti da un uomo che è stato - ed è - ai più alti vertici istituzionali dello Stato; ed è tuttora uno dei politici di maggior rilievo. Attenzione allora! Se un politico di questo calibro ammette che queste stragi sono state guidate da un'entità, diversa dallo Stato ovviamente, e anzi, ad esso contrapposta, sta dicendo un'altra cosa. Sta dicendo: signori, lo Stato non conta nulla, perché esiste un potere più forte, in grado di condizionare lo Stato. Noi politici non contiamo nulla, e siamo impotenti di fronte a questa entità. Anzi, siamo ad essa assoggettati.
E' quindi una dichiarazione di assoluta ed inaudita gravità.
Una dichiarazione che nessun anticomplottista prenderà mai in considerazione.
Una dichiarazione che i politici si guarderanno bene dal criticare, confermare e/o smentire, e sulle quali calerà il silenzio.
Punto terzo. Le dichiarazioni di Veltroni sono gravissime per un altro ordine di motivi. Infatti ci sarebbe da domandare all'onorevole in quale momento della sua vita, esattamente, ha avuto questa intuizione geniale secondo cui i politici non contano un cazzo, e sono assoggettati a questa "entità".
Lettera aperta all'onorevole Veltroni.
A questo punto, se potessi scrivere una lettera all'onorevole Veltroni, sapendo che la prenderà in considerazione, ci sarebbero da fare queste altre domande:
1) Caro Veltroni, se se ne era accorto prima dell'esistenza di questa ENTITA', questo filo rosso che lega il delitto Moro con Ustica e Capaci, ma che lega in realtà tutte le stragi italiane, e insieme a lei se ne saranno accorti altri, come mai non avete mai detto queste cose prima?
2) Come mai avete lasciato che uomini dello Stato e delle istituzioni, politici, magistrati, poliziotti, carabinieri, agenti dei servizi segreti, giornalisti, avvocati, funzionari pubblici, semplici cittadini, fossero fatti morire di malori improvvisi, infarti, suicidi, impiccati, in incidenti, ecc., nella vostra indifferenza?
3) Se vi siete accorti da tempo che esiste un'entità al di sopra della politica e delle leggi, perché non ci spiegate cos'è quest'entità? Perché, vede onorevole, noi complottisti lo diciamo da tempo, ma a noi non crede quasi nessuno. Se magari lo spiega lei, la cosa avrebbe un'altra autorevolezza.
4) Lei è un politico, no? Come mai in campagna elettorale non avete mai accennato a queste vicende? Come mai in parlamento non discutete mai di questa Entità? Non le sembra assurdo discutere del crocifisso nelle aule, dell'opportunità di costruire o meno una moschea, e poi lasciare insoluto il problema delle migliaia di morti impiccati, in incidenti, in malori, che i "VOSTRI" servizi segreti si lasciano dietro da una vita? Lo sa onorevole, che una volta ho fatto un rapido conto e sono migliaia le vittime di suicidi in ginocchio, incidenti in auto e aerei, infarto, gente che si spara alla testa oppure al cuore come il carabiniere di Viterbo che è morto a Santa Barbara pochi giorni fa (suicidio ovviamente... e chi ne dubiterebbe)?
Se fossi stato alla trasmissione, onorevole, le avrei fatto una semplice domanda: Onorevole Veltroni... quando pensa che finirà questa scia di sangue che fa, da decenni, più morti di quanti ne fa la mafia? Quanti morti ancora farete?
Conclusioni.
La realtà è comunque diversa da come sembra. L'onorevole Veltroni, probabilmente non ha detto questo per amore della verità, né la trasmissione di Santoro aveva il fine di "informare" e approfondire.
La trasmissione, probabilmente, è un attacco ai servizi segreti. Un attacco frontale che prelude ad una guerra prossima ventura.
E il discorso di Veltroni era probabilmente un messaggio.
Resta da capire a chi è destinato questo messaggio e perché è stato dato. Noi complottisti, infatti, non crediamo più alla buona volontà dei politici di far venire fuori la verità. Anzi, personalmente, considerando Veltroni una delle persone maggiormente implicate con questa Entità di cui egli stesso ha parlato, credo che questa trasmissione di Santoro abbia dei destinatari, e sia un messaggio ben preciso.
Per leggere il messaggio e capirne la provenienza, probabilmente, occorre considerare l'area "politica" a cui appartengono Santoro e Veltroni. Un'area politica il cui manifesto fondamentale (manifesto che ricorda quello Rosacrociano della Fama Fraternitas del 1600) è quel libro di Cesare Salvi dal titolo "La rosa rossa. Il futuro della sinistra".
Quindi, ipotizzo, un messaggio trasversale diretto ad alcune persone dei servizi, per fargli sapere che hanno mal operato.
Forse una ritorsione della Cia perché a seguito del sequestro Abu Omar, nel processo, sono state condannate solo persone della Cia e nessuno del Sismi?
Forse una ritorsione Cia perchè alcuni settori dei servizi voglio svincolarsi dalla supremazione americana?
Forse altro, chissà...
Una cosa invece è sicura: nei prossimi mesi, assisteremo ad altri incidenti, suicidi, morti di infarto, impiccati in ginocchio. Questa volta però saranno uomini dei servizi, dei carabinieri, della polizia, a cadere, perché sono i servizi segreti stessi ad essere sotto attacco. La particolarità è inoltre che a cadere non saranno solo semplici agenti dei servizi, quelli che sono morti credendo comunque di fare un servizio per uno Stato che pensavano di servire; saranno probabilmente anche personaggi di spicco, vertici dei servizi che in qualcosa devono aver sbagliato per meritarsi un simile attacco frontale dalla trasmissione di Santoro.
In una guerra, che questa volta non è, come in passato, tra massonerie, tra mafie, né dell' ENTITA' contro lo Stato, ma dei servizi segreti contro altri settori dei servizi, o forse, della Cia contro i nostri servizi segreti.
Stralci delle dichiarazioni del memoriale Calcara.
“…Una nobile Idea Madre…che racchiude al suo interno le cinque idee corrispondenti alle cinque entità…”. Le cinque entità a cui fa riferimento Calcara, sarebbero la già citata Cosa Nostra, la ‘Ndrangheta, e pezzi deviati di Istituzioni, Massoneria e Vaticano, quantificabili gli ultimi, in un dieci per cento dell’organico. “Queste cinque Entità…”, prosegue il pentito, “… sono intimamente legate le une alle altre, come se fossero gli organi vitali di uno stesso corpo. Hanno gli stessi interessi. Prima di tutto, la loro sopravvivenza. E per sopravvivere e restare sempre potenti si aiutano l’una con l’altra usando qualsiasi mezzo, anche il più crudele… …Sono state e rappresentano tuttora una potenza economica incredibile, capace di condizionare in alcuni casi il potere politico italiano, anche quello rappresentato da persone pulite. Purtroppo si sono create delle situazioni tali che il potere politico italiano non può fare a meno di questi poteri occulti. Queste cinque Entità occulte si fondono soprattutto quando ci sono in gioco interessi finanziari ed economici condizionando così l’Italia a livello di politica e istituzioni…”
La porzione dei servizi deviati delle Istituzioni sarebbe radicata in tutto il territorio italiano e “…composta da uomini politici, servizi segreti, magistrati, giudici e sottufficiali dei carabinieri, polizia ed esercito. Le idee di Cosa Nostra e dei pezzi deviati delle Istituzioni sono da sempre collegate… Questa Entità ha in seno uomini di grandissima qualità, preparati, addestrati e pronti a causare danni enormi a chiunque. Questi uomini non sono secondi ai Soldati di Cosa Nostra e vengono chiamati Gladiatori.
Sono uomini riservatissimi e di grandissima importanza, in quanto hanno giurato di servire fedelmente lo Stato, ma in realtà il loro giuramento è assolutamente falso. Agli occhi dei loro colleghi puliti, che per fortuna sono in maggioranza, appaiono anche loro puliti e, con inganno, dimostrano lealtà verso le Istituzioni…Sono a tutti gli effetti uno Stato dentro lo Stato.”
La Massoneria viene definita “…anch'essa strettamente collegata all'Entità dei pezzi deviati delle Istituzioni… Questa Entità della Massoneria deviata, all'interno della Massoneria pulita, ha un grande potere ed enormi ricchezze e, per forza di cose, chi gestisce il potere in Italia deve venire a patti con la Massoneria…”
È noto a tutti, fin dai banchi di scuola, che non si può «parlare male di Garibaldi»: il suo «coraggio» e il «purissimo idealismo» ne fanno un eroe dell'apologetica risorgimentalista. Ma analizzando con maggiore accuratezza la vita del presunto eroe, si possono mettere in luce molti aspetti oscuri o poco noti del suo passato. Di certo il nizzardo non brillava per coerenza di idee se Giuseppe Mazzini (1805-1872) lo definì «una vera canna al vento» e lo storico inglese Denis Mack Smith lo valutò «rozzo e incolto». Indagando meglio si scopre, ad esempio, che la sua lotta contro l'oppressore non comprende la tappa in Uruguay dove preferì combattere dalla parte degli inglesi, per garantirne il monopolio commerciale sul Rio della Plata e contrastare così l'egemonia spagnola, nazione troppo cattolica per il proverbiale antipapismo garibaldino e soprattutto per il suo iniziale avvicinamento alla Massoneria d'oltreoceano. O ancora che fu artefice di un meschino traffico di schiavi al suo ritorno dal Perù nel 1852. Garibaldi «m’ha sempre portato i chinesi nel numero imbarcati e tutti grassi e in buona salute, perché li trattava come uomini e non come bestie», scriveva con ammirazione e una punta di ironia l'armatore torinese Pietro Denegri. Nel 1835 a Rio de Janeiro, Garibaldi strinse amicizia con Livio Zambeccari (1802-1862), esponente di spicco della Massoneria e segretario del presidente del Rio Grande. Ma fu a Montevideo nel 1844 che indossò il primo «grembiulino» ed «ebbe la luce» massonica. Aveva trentasette anni, e la Loggia era L'Asil de la Vertud, una Loggia irregolare, emanazione della Massoneria brasiliana, non riconosciuta dalle principali obbedienze massoniche internazionali, quali erano la Gran Loggia d’Inghilterra e il Grand'Oriente di Francia. Sempre nel corso del 1844, regolarizzò la sua posizione presso la Loggia Les Amis de la Patrie di Montevideo posta all'obbedienza del Grand'Oriente di Parigi. La sua affiliazione comparve successivamente anche nella Loggia Tomp Kins, a Stapleton, nello Stato di New York. La carriera massonica di Garibaldi culminò nel 33° Grado del Rito Scozzese ricevuto a Torino il 17 marzo 1862, nell'elezione a Gran Maestro del 21 maggio 1864 e nella suprema carica di Gran Ierofante del Rito Egizio di Memphis-Misraim nel 18812. Garibaldi, inoltre, si interessò anche di spiritismo e occultismo.
Da sinistra: Livio Zambeccari, Giuseppe Mazzini e Garibaldi vestito da massone.
Ma prima di passare a descrivere più nel dettaglio l'influenza della Massoneria sul nizzardo è opportuno ricordare che tutti i Riti massonici, sebbene divisi al loro interno, fin dalla Rivoluzione Francese perseguivano un disegno finale metapolitico, che aveva come fine ultimo la distruzione del cristianesimo e il ritorno dell'umanità ad un'età precristiana, pagana, gnostica. Il potere della Massoneria si rafforzò con Napoleone, con cui l'attacco alla Chiesa di Roma divenne sempre più palese fino all'annessione del 10 giugno 1808 dello Stato pontificio all'Impero francese. Il Convegno massonico di Strasburgo del 1847 organizzò i moti rivoluzionari dell'anno successivo che si propagarono contemporaneamente a Parigi, Vienna, Berlino, Milano, Roma e Napoli. La più nota ma, al contempo, impenetrabile società segreta dell'Ottocento fu la Carboneria, emanazione della Loggia dei Filaleti (cioè «Amici della libertà»), francesi. Organizzata in Vendite, operava in stretto contatto col Rito Scozzese, era diretta da un vertice chiamato Alta Vendita composta a livello internazionale da quaranta membri. Molto diffuse in Piemonte e nell'Italia settentrionale, la prima Vendita meridionale fu stabilita a Capua, nel 1809. Mazzini fu iniziato alla Carboneria fra il 1827 e il 1829. I carbonari appartenevano agli Illuminati di Baviera e vi apparteneva anche Mazzini che – tra l'altro – credeva fermamente nella reincarnazione. Conobbe MadameHelena Petrovna Blavatsky (1831-1891), fondatrice della Società Teosofica, e fu molto amico di John Yarker (1833-1913), Gran Ierofante di Memphis-Misraim. Carboneria e Alta Vendita entrarono in gioco per l'unificazione dell'Italia: alla prima spettava il compito di rovesciare il Trono, alla seconda quello di assalire il Papa e disgregare il clero. Il loro braccio armato era l'orda garibaldina. Ma, per portare a termine la sua missione, Garibaldi aveva bisogno di un protettore potente: l'onnipresente Massoneria britannica. Perfino lo storico ufficiale della Massoneria italiana Aldo Alessandro Mola scrive: «La spedizione dei Mille si svolse dall'inizio alla fine sotto tutela britannica: o, se si preferisce, della Massoneria inglese». E mentre Carlo Pisacane (1818-1857) – anche lui massone - falliva l'azione di Sapri, Garibaldi tramava nell'ombra in Inghilterra nell'areopago della Loggia Philadelphes contro il Regno delle Due Sicilie. Nella Loggia londinese si raccoglievano infatti i più importanti esponenti dell'internazionalismo democratico e socialista, tutti propensi a collocare la Massoneria su posizioni fortemente antipapiste. Presi i necessari accordi con la Massoneria inglese, il nizzardo partì da Liverpool alla volta del Nuovo Mondo dove frequentò e batté cassa presso le Logge massoniche di New York. La sconfitta dei Borbone fu comprata a peso d'oro. Oro massonico che corruppe le tasche dei generali quasi quanto la propaganda ne aveva corrotto la mente.
Da sinistra: Helena Petrovna Blavatsky, John Yarker e Carlo Pisacane.
Lo studioso De Vita ha accuratamente ricostruito la provenienza di questo tesoro attraverso una documentata ricerca negli archivi delle Logge massoniche scozzesi di Edimburgo. A Garibaldi furono quindi fatti pervenire, per l'organizzazione della spedizione, tre milioni di franchi francesi, tutti convertiti in piastre d'oro turche per occultarne la provenienza e per favorirne il cambio in tutto il bacino del Mediterraneo. Non è facile valutare il valore finanziario di una somma così ingente, ma si tratta senza dubbio di milioni di dollari odierni. Alla colletta contribuirono, oltre ai Fratelli inglesi e americani, anche quelli canadesi. La Massoneria mal sopportava quei sovrani di Napoli: troppo cattolici e ben difesi, da un lato dall'«acqua santa» del Papa, dall'altro da quella salata e ricca di traffici del Mediterraneo; ma soprattutto bruciava loro ancora la persecuzione ordinata, tra il 1825 e il 1832, contro le Logge massoniche siciliane. L'appartenenza massonica di Garibaldi contribuì quindi, a finanziare la conquista del Sud. Come è dimostrato dallo stesso Garibaldi che, nel ringraziare i propri Fratelli di Palermo per il conferimento dell'altissimo Grado assegnatogli in seno alla Massoneria, tenne a precisare, nella lettera inviata il 20 marzo 1862, che assumeva «di gran cuore il Supremo Ufficio» perché, da una parte, conferito dal libero voto di uomini liberi, e dall'altra per «l'appoggio che essi diedero da Marsala al Volturno, nella grande opera dello affrancamento delle province meridionali». Ai Maestri massoni d'Italia, Garibaldi fece notare inoltre l'importanza che ogni massone cooperasse affinché Roma divenisse, oltre che italiana, la capitale di una «grande e possente nazione». Tutti i Fratelli, perciò, dovevano tenersi pronti ad accorrere «sotto quella bandiera per la quale fu sparso tanto sangue italiano». E tra i Mille che si mossero dallo scoglio di Quarto o tra i loro sostenitori più o meno ufficiali, ci furono molti massoni: a iniziare da Nino Bixio (1821-1873) - della Loggia Trionfo Ligure (tessera nº 105) - a Francesco Crispi (1818-1901), compreso Cavour (1810-1861), primo ministro del governo sardo, e Lord Palmerston (1784-1865), ministro di Sua Maestà britannica. Lo studioso che più di ogni altro ha sottolineato l'importanza di questa «sètta» - come da lui stesso più volte è definita – nella dissoluzione del Regno della Due Sicilie è stato Giacinto de' Sivo (1814-1867): la «sètta che da ottant'anni va minando i troni e gli altari, guadagnava a' nostri tempi un re, nato re, nato cristiano e cattolico» e ne ha fatto sua «vittima e strumento», inducendolo a spargere la corruzione nel Regno delle Sicilie, a fornire oro e legittimazione all'orda garibaldina, a colpire egli stesso alle spalle il monarca delle Sicilie, quando questi era ormai sul punto di fermare l'invasione3.
Da sinistra: Nino Bixio, Francesco Crispi e Giacinto de' Sivo.
Continua il de' Sivo: «Il Piemonte co' suoi ambasciatori sparse tra noi il veleno delle sètte; corruppe con oro e promesse i duci e i ministri napoletani; metteva in armi sulle genovesi terre un capitano di ventura, al quale con bugiarde mistificazioni aveva preparato immeritata rinomanza, gli dava oro, navi e bandiere, gli dava seguaci d'ogni nazione e d'ogni linguaggio, e il lanciava famelico e sitibondo sulle nostre terre felici»4. Questo dunque, il complotto che ha corrotto il Regno: inglesi e piemontesi corruppero e comprarono con oro massonico gran parte del governo di Francesco II (1836-1894), compreso il primo ministro Liborio Romano (1793-1867) e con lui, larga parte degli stati maggiori militari e della burocrazia. Il de' Sivo avverte e mette in guardia contro la minaccia dei sèttari, svelandone il disegno ultimo di attacco alla Chiesa: «La guerra che oggi si fà, non è al Papa come Re di Roma solamente, non si limita solo al potere temporale, non è contro la dominazione pontificia che si scaglia la bava velenosa dei sèttari: è anche direttamente contro i principî della religione, che vorrebbe farsi sostituire dal vantato razionalismo»5. E, a distanza di più di un secolo, non possiamo che riconoscere la perspicacia dello storico di Maddaloni che nutriva la consapevolezza del carattere intrinsecamente rivoluzionario e anticristiano dell'aggressione al Regno delle Due Sicilie. Un episodio del ben più ampio scontro fra religione e ateismo. La sètta iniziò dalla soppressione degli Ordini religiosi per passare all'incameramento dei beni ecclesiastici, sempre in nome della libertà e della costituzione. Poi la Massoneria scatenò in Italia una vera e propria guerra alla Chiesa cattolica, utilizzando i Savoia e i liberali, come avanguardia della rivoluzione. Si dichiararono soppresse «tutte le corporazioni e gli stabilimenti di qualsivoglia genere degli Ordini monastici e delle corporazioni regolari o secolari esistenti» e si impose a tutti i religiosi di lasciare i conventi. A distanza di un mese, seguì la soppressione degli Ordini religiosi e la confisca dei beni. La persecuzione anticattolica fece intascare all'élite illuminata e liberale circa un milione di ettari di terra e migliaia di edifici, tra conventi e romitori. La popolazione perse gli usi civici per secoli garantiti dalla Chiesa e insorse ovunque guadagnandosi l'appellativo di «briganti». I decreti del 18 ottobre 1860, sulla abolizione dei privilegi del clero6, e quelli del 17 febbraio 1861, che abrogarono il concordato del 1818 fra il Regno delle Due Sicilie e la Santa Sede, comportarono la laicizzazione delle opere ecclesiastiche, la soppressione di numerosi Ordini religiosi oltre all'impedimento di celebrare Messe e alla chiusura di alcuni luoghi di culto7, e spinsero all'opposizione anche quella parte del clero ancora indecisa nei confronti della rivoluzione. Numerosi frati e sacerdoti, militarono nelle fila della reazione, i Vescovi incoraggiavano gli insorti con le loro pastorali e rinnovavano le scomuniche della Santa Sede che definiva sacrilego il Governo italiano. Si fronteggiarono dunque, come già era stato nel 1799 e durante le invasioni napoleoniche, due idee del mondo: l'una che trovava nei simboli sacri della religione e della Chiesa la sua bandiera, l'altra che riecheggiava e diffondeva le idee propugnate dalla Massoneria, quella «sètta» che, per dirla ancora una volta con il de' Sivo, tanto ha inciso nelle vicende del Risorgimento italiano. D'altra parte, la stessa Massoneria non nasconde, anzi rivendica orgogliosamente l'apporto al Risorgimento.
Da sinistra: Francesco II, Liborio Romano e lo stemma dei Savoia.
Il Gran Maestro Armando Corona (1921-2009), in un Convegno del 1988 sul tema La liberazione d'Italia nell'opera della Massoneria, così conclude: «La liberazione d'Italia – opera eminentemente massonica – fu sorretta, in ogni suo passaggio fondamentale, dalle iniziative delle comunioni massoniche d'oltralpe». La Massoneria «fu il vero ispiratore e motore del Risorgimento»8. Scopo della sua missione era quello di distruggere la Chiesa cattolica e sostituirla con quella massonica guidata da Londra. Suo artefice era Garibaldi, che aveva speso la sua vita a scristianizzare i popoli, in particolare quello italiano. Egli definiva Papa Pio IX (1792-1878) «un metro cubo di letame»9, lo riteneva «acerrimo nemico dell'Italia e dell'unità», lo considerava «la più nociva di tutte le creature, perché egli, più di nessun altro, è un ostacolo al progresso umano, alla fratellanza degli uomini e dei popoli». Nel 1862, si tenne la prima Costituente massonica italiana: ventisei le Logge i cui delegati nominarono Garibaldi, insignito da Crispi dei Gradi scozzesi dal 4° al 33°, Primo Massone d'Italia. Il Grand'Oriente Italiano, dunque, inizialmente dominato da esponenti vicini a Cavour, preferì affidare la carica di Gran maestro a Costantino Nigra (1828-1907) e conferire a Garibaldi soltanto un titolo onorifico, come quello di Primo Massone d'Italia, gratificandolo di una medaglia commemorativa d'oro massiccio. Nel cuore massonico del Risorgimento si facevano quindi strada due sentimenti: quello cavouriano, decisamente élitario e dinastico, e quello democratico, più popolare. Iniziava una dura lotta per assicurarsi la guida della famiglia massonica. Garibaldi divenne immediatamente il candidato sostenuto dai democratici, ma quando Costantino Nigra rassegnò le dimissioni da Gran maestro e un'assemblea straordinaria fu chiamata a eleggere il suo successore, il prescelto risultò Filippo Cordova (1811-1868), già ministro di Cavour, che prevalse su Garibaldi con quindici voti contro tredici. Per l'anno successivo, il 1863, i «figli della Vedova»10 fissarono l'appuntamento «a Roma liberata», ma non riuscirono a portarsi oltre Firenze. Dopo la nomina a sovrano Gran Commendatore del Gran Consiglio, conferita nel 1863, l'assemblea dei liberi muratori italiani riunitasi a Firenze nel maggio del 1864 e comprendente ormai ben settantadue Logge, elesse Garibaldi al primo scrutinio con quarantacinque voti (fave) su cinquanta, Gran Maestro dei liberi muratori comprendenti i due Riti, Scozzese e Italiano. La speranza era quella di organizzare tutte le frange della Massoneria italiana in una obbedienza universale, con una aggregazione, come lui stesso scrisse, «in una sola, di tutte le società esistenti, che tendono al miglioramento morale e materiale della famiglia italiana». La nomina a Gran Maestro rappresentò un momento fondamentale nella storia della Massoneria italiana. Nelle Logge, infatti, iniziò a scatenarsi sempre più intensamente la bufera dell'anticlericalismo radicale di cui Garibaldi era il principale e insuperato esponente. Bisognava conquistare Roma: chi voleva farlo era amico dei massoni, chi temporeggiava, nemico. Il Papato era l'arcinemico da combattere e abbattere. Con un linguaggio che fondeva insieme misticismo messianico e positivismo razionalistico, Garibaldi intendeva condurre i Fratelli tre puntini ad una «religione del vero». Così farneticava da Torino fin dal 1861: «Incombe ai veri sacerdoti di Cristo una missione sublime»: liberare i popoli e finalmente un giorno la patria riconoscente «inciderà i loro nomi tra gli eroici figli che la redensero»11.
Da sinistra: Armando Corona, Costantino Nigra e S.S. Papa Pio IX.
Il 18 marzo del 1867, da Firenze, Garibaldi attaccava: «Non abbiamo ancora Patria, perché non abbiamo Roma. Chi in Massoneria potrà contenderci una Patria, una Roma morale, una Roma massonica? Io sono del parere che l'unità massonica trarrà a sé l'unità politica d’Italia». L'obiettivo era chiaro: l'iniziativa militare che doveva condurre a Roma, necessitava l'armonia interna e l'abbandono di beghe e dispute su rituali e tra Obbedienze. Tutti uniti in vista di un obiettivo preciso: la breccia di Porta Pia. L'antiteismo garibaldino lo spinse al punto di affermare: «Se sorgesse una società del demonio, che combattesse dispotismo e preti, mi arruolerei nelle sue file». Garibaldi, nel giugno 1867, pur conservando la carica di Gran Maestro del Consiglio scozzesista palermitano, accettò anche la nomina a Gran Maestro onorario a vita del Grand'Oriente d’Italia che gli venne conferita dalla Costituente massonica di Napoli. Il legame con l'istituzione liberomuratoria era ormai saldissimo. Non valsero a incrinarlo neppure le divergenze emerse in occasione dell'Anticoncilio di Napoli del 1869, a cui Garibaldi aderì e dal quale invece la Massoneria, rimase sostanzialmente estranea. Nell'autunno del 1867, il vessillo della Vedova sventolò sull'orda garibaldina diretta a Roma. L'azione dei volontari avrebbe dovuto avere man forte da una insurrezione preparata dai cosiddetti patrioti romani. Ma la partecipazione popolare fu scarsa e il 3 novembre 1867, le truppe francesi – da poco sbarcate a Civitavecchia – attaccarono e sconfissero i garibaldini nella gloriosa battaglia di Mentana. Fermato a Sinalunga, per paura che potesse realizzare un colpo di mano sulla frontiera pontificia, Garibaldi si ritirò a Caprera dove si diede alla scrittura. Nel romanzo autobiografico Clelia: il governo dei preti, il Primo Massone divenuto ormai il Solitario di Caprera, come si autodefinì, descrisse giovani patrioti fanatici, preti demoniaci e licenziosi in pagine trasudanti anticlericalismo e antiteismo. Dall'isola, nel luglio del 1868, inviò al Supremo Consiglio della Massoneria una missiva per comunicare la sua rinuncia a qualunque titolo o Grado a lui attribuito, rimanendo però legato alla fratellanza laica, considerata fattore trainante della Massoneria. I componenti del Supremo Organo decisero di trasmettere a Garibaldi un messaggio per dissuaderlo dalla rinuncia, ma lui si chiuse nel silenzio e non diede neanche una risposta alla missiva del Supremo Consiglio che, in sua vece, elevò alla carica di Gran Maestro del Rito Scozzese Antico e Accettato il Fratello Federico Campanella (1804-1884). In una lettera del 1869 alla Loggia Il Vero Progresso Sociale di Genova, Garibaldi – nonostante la rinuncia a cariche massoniche – continuò comunque a sostenere che «la Massoneria che porta l'impronta dell'Alleanza Democratica Universale e della Fratellanza umana ha per missione di combattere il dispotismo e il prete, entrambi rappresentanti dell'oscurantismo, del servaggio e della miseria». Era ormai però lontano dalle dispute interne alla fratellanza. Per questo non partecipò neppure all'Assemblea costituente massonica riunita nella capitale Firenze il 31 maggio 1869 per ratificare la fusione del Gran Consiglio simbolico di Milano con il Grand'Oriente d’Italia. Unione sancita con la firma di un documento sottoscritto nel maggio del precedente anno. Accettò, invece, nel 1872 la carica di Gran Maestro onorario a vita del Grand'Oriente d'Italia. Secondo Marcel Valmy, autore dell'opera I massoni, edita da Contini nel 1991, Garibaldi fu anche il primo Gran Maestro della Loggia Odre du Rite Memphis-Misraim, un sistema a novanta Gradi gerarchici legato a tradizioni dell'antico Egitto. Sul versante del razionalismo positivistico di stampo massonico, Garibaldi iniziò anche una battaglia volta a diffondere in Italia l'idea e la pratica della cremazione. Tutto il movimento pro-cremazione fu infatti direttamente promosso dalle Logge massoniche e ebbe fra i suoi maggiori dirigenti molte figure di primo piano della Massoneria. Senza l'appoggio dei vertici della Massoneria la cremazione non avrebbe avuto lo sviluppo che invece ebbe nel ventennio tra il 1875 e il 1895. La nascita della cremazione in Italia non fu solo determinata da un impegno individuale di alcuni singoli massoni, ma fu la conseguenza di un intervento ufficiale, tanto dal punto di vista economico che organizzativo, delle Logge. Lo stretto vincolo cremazione-Massoneria fu ben chiaro alla Chiesa che infatti si oppose strenuamente allo sviluppo di questa pratica. Tre erano gli intenti massonici in questa battaglia: il primo era quello di laicizzare – o meglio scristianizzare - oltre la società civile anche la scienza, cercando di privare la realtà naturale di ogni riferimento metafisico. Il secondo intento riguardava l'aspetto medico-igienico della cremazione. A questo proposito è interessante notare la massiccia presenza di medici nelle Logge, e il ruolo di primo piano svolto nella Società di Cremazione da medici massoni. Il terzo e più importante intento era, come sempre, portare un attacco alla Chiesa cattolica che vedeva questa pratica come contraria alla fede nella resurrezione dei corpi. Pleonastico sottolineare che Garibaldi stesso scelse di farsi cremare dopo la morte. La propaganda massonica contribuì a creare e diffondere il mito di Garibaldi negli anni a venire. Il radicale antiteismo massonico si espresse in una blasfema quanto indicativa giaculatoria che adorava Garibaldi come «Padre della nazione, Figlio del popolo e Spirito della libertà». Appare chiaro il tentativo di sostituire con nuovi santi e nuovi eroi quelli della tradizione cattolica, come già era avvenuto durante la Rivoluzione francese. Specialmente negli anni di Crispi, intorno alla figura di Garibaldi si cercò di costruire una religione civile imperniata sul mito laico del Risorgimento, e la Massoneria, all'epoca sotto la guida di Adriano Lemmi (1822-1906), ebbe un ruolo centrale nell'orchestrazione e nella riuscita dell'operazione. Garibaldi fu il nome più diffuso fra quelli dati alle Logge della penisola o alle Logge italiane d'oltremare. Altre denominazioni a lui riferibili - come «Caprera», «Luce di Caprera», «Leone di Caprera» – risultavano chiaramente ispirate dall'intento di rendere omaggio al nizzardo. La Massoneria inoltre si fece promotrice di innumerevoli cerimonie, commemorazioni, inaugurazioni di lapidi e monumenti, intitolazioni di strade e piazze alla memoria di Garibaldi. La più importante di queste iniziative fu l'inaugurazione a Roma del monumento sul Gianicolo, che si tenne emblematicamente il 20 settembre 1895, nel venticinquesimo anniversario di Porta Pia. Nella cerimonia, il massone e capo del governo Francesco Crispi sproloquiò in un enfatico discorso sul contributo fornito dalle forze laiche all'unità. Il Risorgimento appare così chiaramente come una tappa di quel processo rivoluzionario e anticristiano che mira a scardinare «ogni vincolo più sacro - come si legge in un articolo della Civiltà Cattolica del 1852 - che lega uomo con uomo, nella Chiesa, nella società, nella famiglia, per ricostruire l'umanità sotto una nuova forma di totale servaggio in cui lo Stato sia tutto, e i capi della sètta sieno lo Stato». Tra questi capi, Garibaldi, né eroe né puro idealista ma avido calcolatore e cinico esecutore degli interessi di un solo padrone, la Massoneria e la sua visione anticristiana del mondo.
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Note
1 Titolo originale Garibaldi, l'esoterismo e le sette. Scritto reperibile alla pagina web
2Per le notizie inerenti alle cariche massoniche ricoperte da Giuseppe Garibaldi vedi A. A. Mola, Storia della massoneria italiana, Bompiani, Milano 2001, pag. 66 e ss.; vedi anche anche A. A. Mola, Garibaldi vivo, Antologia degli scritti con documenti inediti, Mazzotta, Milano 1982; A. A. Mola e L. Polo Friz, I primi vent'anni di Giuseppe Garibaldi in Massoneria, estratto dalla Nuova Antologia, f. 2143, luglio-settembre 1982, Le Monnier, Firenze. Per parte cattolica vedi invece Epiphanius, Massoneria e sètte segrete: la faccia occulta della storia, Editrice Ichthys, Roma.
3Cfr. G. de' Sivo, L'Italia e il suo dramma politico nel 1861, Editoriale Il Giglio, Napoli 2002, pag. XII; introduzione di Silvio Vitale.
6 La Chiesa rispose con le Istruzioni del 16 novembre e del 18 dicembre 1860 che sancirono l'assoluta incompatibilità delle leggi sabaude con il Magistero cattolico.
7Le manifestazioni di odio religioso durante il Risorgimento furono molteplici: veri e propri assalti a convegni cattolici, processioni disperse dai militari, giovani francescani incarcerati per renitenza alla leva, santuari e luoghi di culto incendiati (cfr. M. Invernizzi, I cattolici contro l’Unità d’Italia?, Ed. Piemme, Alessandria 2002).
9Per le citazioni di Garibaldi vedi G. Garibaldi, Scritti politici e militari. Ricordi e pensieri inediti, Voghera 1907.
10 Tale definizione risalirebbe alla costruzione del Tempio di Gerusalemme ai tempi del re Salomone. Hiram, figlio di una vedova e di un fabbro, fu ucciso perché si riteneva che fosse in possesso della Parola Sacra. La Massoneria rappresenterebbe quindi la «vedova», madre di Hiram.
È noto a tutti, fin dai banchi di scuola, che non si può «parlare male di Garibaldi»: il suo «coraggio» e il «purissimo idealismo» ne fanno un eroe dell'apologetica risorgimentalista. Ma analizzando con maggiore accuratezza la vita del presunto eroe, si possono mettere in luce molti aspetti oscuri o poco noti del suo passato. Di certo il nizzardo non brillava per coerenza di idee se Giuseppe Mazzini (1805-1872) lo definì «una vera canna al vento» e lo storico inglese Denis Mack Smith lo valutò «rozzo e incolto». Indagando meglio si scopre, ad esempio, che la sua lotta contro l'oppressore non comprende la tappa in Uruguay dove preferì combattere dalla parte degli inglesi, per garantirne il monopolio commerciale sul Rio della Plata e contrastare così l'egemonia spagnola, nazione troppo cattolica per il proverbiale antipapismo garibaldino e soprattutto per il suo iniziale avvicinamento alla Massoneria d'oltreoceano. O ancora che fu artefice di un meschino traffico di schiavi al suo ritorno dal Perù nel 1852. Garibaldi «m’ha sempre portato i chinesi nel numero imbarcati e tutti grassi e in buona salute, perché li trattava come uomini e non come bestie», scriveva con ammirazione e una punta di ironia l'armatore torinese Pietro Denegri. Nel 1835 a Rio de Janeiro, Garibaldi strinse amicizia con Livio Zambeccari (1802-1862), esponente di spicco della Massoneria e segretario del presidente del Rio Grande. Ma fu a Montevideo nel 1844 che indossò il primo «grembiulino» ed «ebbe la luce» massonica. Aveva trentasette anni, e la Loggia era L'Asil de la Vertud, una Loggia irregolare, emanazione della Massoneria brasiliana, non riconosciuta dalle principali obbedienze massoniche internazionali, quali erano la Gran Loggia d’Inghilterra e il Grand'Oriente di Francia. Sempre nel corso del 1844, regolarizzò la sua posizione presso la Loggia Les Amis de la Patrie di Montevideo posta all'obbedienza del Grand'Oriente di Parigi. La sua affiliazione comparve successivamente anche nella Loggia Tomp Kins, a Stapleton, nello Stato di New York. La carriera massonica di Garibaldi culminò nel 33° Grado del Rito Scozzese ricevuto a Torino il 17 marzo 1862, nell'elezione a Gran Maestro del 21 maggio 1864 e nella suprema carica di Gran Ierofante del Rito Egizio di Memphis-Misraim nel 18812. Garibaldi, inoltre, si interessò anche di spiritismo e occultismo.
Da sinistra: Livio Zambeccari, Giuseppe Mazzini e Garibaldi vestito da massone.
Ma prima di passare a descrivere più nel dettaglio l'influenza della Massoneria sul nizzardo è opportuno ricordare che tutti i Riti massonici, sebbene divisi al loro interno, fin dalla Rivoluzione Francese perseguivano un disegno finale metapolitico, che aveva come fine ultimo la distruzione del cristianesimo e il ritorno dell'umanità ad un'età precristiana, pagana, gnostica. Il potere della Massoneria si rafforzò con Napoleone, con cui l'attacco alla Chiesa di Roma divenne sempre più palese fino all'annessione del 10 giugno 1808 dello Stato pontificio all'Impero francese. Il Convegno massonico di Strasburgo del 1847 organizzò i moti rivoluzionari dell'anno successivo che si propagarono contemporaneamente a Parigi, Vienna, Berlino, Milano, Roma e Napoli. La più nota ma, al contempo, impenetrabile società segreta dell'Ottocento fu la Carboneria, emanazione della Loggia dei Filaleti (cioè «Amici della libertà»), francesi. Organizzata in Vendite, operava in stretto contatto col Rito Scozzese, era diretta da un vertice chiamato Alta Vendita composta a livello internazionale da quaranta membri. Molto diffuse in Piemonte e nell'Italia settentrionale, la prima Vendita meridionale fu stabilita a Capua, nel 1809. Mazzini fu iniziato alla Carboneria fra il 1827 e il 1829. I carbonari appartenevano agli Illuminati di Baviera e vi apparteneva anche Mazzini che – tra l'altro – credeva fermamente nella reincarnazione. Conobbe MadameHelena Petrovna Blavatsky (1831-1891), fondatrice della Società Teosofica, e fu molto amico di John Yarker (1833-1913), Gran Ierofante di Memphis-Misraim. Carboneria e Alta Vendita entrarono in gioco per l'unificazione dell'Italia: alla prima spettava il compito di rovesciare il Trono, alla seconda quello di assalire il Papa e disgregare il clero. Il loro braccio armato era l'orda garibaldina. Ma, per portare a termine la sua missione, Garibaldi aveva bisogno di un protettore potente: l'onnipresente Massoneria britannica. Perfino lo storico ufficiale della Massoneria italiana Aldo Alessandro Mola scrive: «La spedizione dei Mille si svolse dall'inizio alla fine sotto tutela britannica: o, se si preferisce, della Massoneria inglese». E mentre Carlo Pisacane (1818-1857) – anche lui massone - falliva l'azione di Sapri, Garibaldi tramava nell'ombra in Inghilterra nell'areopago della Loggia Philadelphes contro il Regno delle Due Sicilie. Nella Loggia londinese si raccoglievano infatti i più importanti esponenti dell'internazionalismo democratico e socialista, tutti propensi a collocare la Massoneria su posizioni fortemente antipapiste. Presi i necessari accordi con la Massoneria inglese, il nizzardo partì da Liverpool alla volta del Nuovo Mondo dove frequentò e batté cassa presso le Logge massoniche di New York. La sconfitta dei Borbone fu comprata a peso d'oro. Oro massonico che corruppe le tasche dei generali quasi quanto la propaganda ne aveva corrotto la mente.
Da sinistra: Helena Petrovna Blavatsky, John Yarker e Carlo Pisacane.
Lo studioso De Vita ha accuratamente ricostruito la provenienza di questo tesoro attraverso una documentata ricerca negli archivi delle Logge massoniche scozzesi di Edimburgo. A Garibaldi furono quindi fatti pervenire, per l'organizzazione della spedizione, tre milioni di franchi francesi, tutti convertiti in piastre d'oro turche per occultarne la provenienza e per favorirne il cambio in tutto il bacino del Mediterraneo. Non è facile valutare il valore finanziario di una somma così ingente, ma si tratta senza dubbio di milioni di dollari odierni. Alla colletta contribuirono, oltre ai Fratelli inglesi e americani, anche quelli canadesi. La Massoneria mal sopportava quei sovrani di Napoli: troppo cattolici e ben difesi, da un lato dall'«acqua santa» del Papa, dall'altro da quella salata e ricca di traffici del Mediterraneo; ma soprattutto bruciava loro ancora la persecuzione ordinata, tra il 1825 e il 1832, contro le Logge massoniche siciliane. L'appartenenza massonica di Garibaldi contribuì quindi, a finanziare la conquista del Sud. Come è dimostrato dallo stesso Garibaldi che, nel ringraziare i propri Fratelli di Palermo per il conferimento dell'altissimo Grado assegnatogli in seno alla Massoneria, tenne a precisare, nella lettera inviata il 20 marzo 1862, che assumeva «di gran cuore il Supremo Ufficio» perché, da una parte, conferito dal libero voto di uomini liberi, e dall'altra per «l'appoggio che essi diedero da Marsala al Volturno, nella grande opera dello affrancamento delle province meridionali». Ai Maestri massoni d'Italia, Garibaldi fece notare inoltre l'importanza che ogni massone cooperasse affinché Roma divenisse, oltre che italiana, la capitale di una «grande e possente nazione». Tutti i Fratelli, perciò, dovevano tenersi pronti ad accorrere «sotto quella bandiera per la quale fu sparso tanto sangue italiano». E tra i Mille che si mossero dallo scoglio di Quarto o tra i loro sostenitori più o meno ufficiali, ci furono molti massoni: a iniziare da Nino Bixio (1821-1873) - della Loggia Trionfo Ligure (tessera nº 105) - a Francesco Crispi (1818-1901), compreso Cavour (1810-1861), primo ministro del governo sardo, e Lord Palmerston (1784-1865), ministro di Sua Maestà britannica. Lo studioso che più di ogni altro ha sottolineato l'importanza di questa «sètta» - come da lui stesso più volte è definita – nella dissoluzione del Regno della Due Sicilie è stato Giacinto de' Sivo (1814-1867): la «sètta che da ottant'anni va minando i troni e gli altari, guadagnava a' nostri tempi un re, nato re, nato cristiano e cattolico» e ne ha fatto sua «vittima e strumento», inducendolo a spargere la corruzione nel Regno delle Sicilie, a fornire oro e legittimazione all'orda garibaldina, a colpire egli stesso alle spalle il monarca delle Sicilie, quando questi era ormai sul punto di fermare l'invasione3.
Da sinistra: Nino Bixio, Francesco Crispi e Giacinto de' Sivo.
Continua il de' Sivo: «Il Piemonte co' suoi ambasciatori sparse tra noi il veleno delle sètte; corruppe con oro e promesse i duci e i ministri napoletani; metteva in armi sulle genovesi terre un capitano di ventura, al quale con bugiarde mistificazioni aveva preparato immeritata rinomanza, gli dava oro, navi e bandiere, gli dava seguaci d'ogni nazione e d'ogni linguaggio, e il lanciava famelico e sitibondo sulle nostre terre felici»4. Questo dunque, il complotto che ha corrotto il Regno: inglesi e piemontesi corruppero e comprarono con oro massonico gran parte del governo di Francesco II (1836-1894), compreso il primo ministro Liborio Romano (1793-1867) e con lui, larga parte degli stati maggiori militari e della burocrazia. Il de' Sivo avverte e mette in guardia contro la minaccia dei sèttari, svelandone il disegno ultimo di attacco alla Chiesa: «La guerra che oggi si fà, non è al Papa come Re di Roma solamente, non si limita solo al potere temporale, non è contro la dominazione pontificia che si scaglia la bava velenosa dei sèttari: è anche direttamente contro i principî della religione, che vorrebbe farsi sostituire dal vantato razionalismo»5. E, a distanza di più di un secolo, non possiamo che riconoscere la perspicacia dello storico di Maddaloni che nutriva la consapevolezza del carattere intrinsecamente rivoluzionario e anticristiano dell'aggressione al Regno delle Due Sicilie. Un episodio del ben più ampio scontro fra religione e ateismo. La sètta iniziò dalla soppressione degli Ordini religiosi per passare all'incameramento dei beni ecclesiastici, sempre in nome della libertà e della costituzione. Poi la Massoneria scatenò in Italia una vera e propria guerra alla Chiesa cattolica, utilizzando i Savoia e i liberali, come avanguardia della rivoluzione. Si dichiararono soppresse «tutte le corporazioni e gli stabilimenti di qualsivoglia genere degli Ordini monastici e delle corporazioni regolari o secolari esistenti» e si impose a tutti i religiosi di lasciare i conventi. A distanza di un mese, seguì la soppressione degli Ordini religiosi e la confisca dei beni. La persecuzione anticattolica fece intascare all'élite illuminata e liberale circa un milione di ettari di terra e migliaia di edifici, tra conventi e romitori. La popolazione perse gli usi civici per secoli garantiti dalla Chiesa e insorse ovunque guadagnandosi l'appellativo di «briganti». I decreti del 18 ottobre 1860, sulla abolizione dei privilegi del clero6, e quelli del 17 febbraio 1861, che abrogarono il concordato del 1818 fra il Regno delle Due Sicilie e la Santa Sede, comportarono la laicizzazione delle opere ecclesiastiche, la soppressione di numerosi Ordini religiosi oltre all'impedimento di celebrare Messe e alla chiusura di alcuni luoghi di culto7, e spinsero all'opposizione anche quella parte del clero ancora indecisa nei confronti della rivoluzione. Numerosi frati e sacerdoti, militarono nelle fila della reazione, i Vescovi incoraggiavano gli insorti con le loro pastorali e rinnovavano le scomuniche della Santa Sede che definiva sacrilego il Governo italiano. Si fronteggiarono dunque, come già era stato nel 1799 e durante le invasioni napoleoniche, due idee del mondo: l'una che trovava nei simboli sacri della religione e della Chiesa la sua bandiera, l'altra che riecheggiava e diffondeva le idee propugnate dalla Massoneria, quella «sètta» che, per dirla ancora una volta con il de' Sivo, tanto ha inciso nelle vicende del Risorgimento italiano. D'altra parte, la stessa Massoneria non nasconde, anzi rivendica orgogliosamente l'apporto al Risorgimento.
Da sinistra: Francesco II, Liborio Romano e lo stemma dei Savoia.
Il Gran Maestro Armando Corona (1921-2009), in un Convegno del 1988 sul tema La liberazione d'Italia nell'opera della Massoneria, così conclude: «La liberazione d'Italia – opera eminentemente massonica – fu sorretta, in ogni suo passaggio fondamentale, dalle iniziative delle comunioni massoniche d'oltralpe». La Massoneria «fu il vero ispiratore e motore del Risorgimento»8. Scopo della sua missione era quello di distruggere la Chiesa cattolica e sostituirla con quella massonica guidata da Londra. Suo artefice era Garibaldi, che aveva speso la sua vita a scristianizzare i popoli, in particolare quello italiano. Egli definiva Papa Pio IX (1792-1878) «un metro cubo di letame»9, lo riteneva «acerrimo nemico dell'Italia e dell'unità», lo considerava «la più nociva di tutte le creature, perché egli, più di nessun altro, è un ostacolo al progresso umano, alla fratellanza degli uomini e dei popoli». Nel 1862, si tenne la prima Costituente massonica italiana: ventisei le Logge i cui delegati nominarono Garibaldi, insignito da Crispi dei Gradi scozzesi dal 4° al 33°, Primo Massone d'Italia. Il Grand'Oriente Italiano, dunque, inizialmente dominato da esponenti vicini a Cavour, preferì affidare la carica di Gran maestro a Costantino Nigra (1828-1907) e conferire a Garibaldi soltanto un titolo onorifico, come quello di Primo Massone d'Italia, gratificandolo di una medaglia commemorativa d'oro massiccio. Nel cuore massonico del Risorgimento si facevano quindi strada due sentimenti: quello cavouriano, decisamente élitario e dinastico, e quello democratico, più popolare. Iniziava una dura lotta per assicurarsi la guida della famiglia massonica. Garibaldi divenne immediatamente il candidato sostenuto dai democratici, ma quando Costantino Nigra rassegnò le dimissioni da Gran maestro e un'assemblea straordinaria fu chiamata a eleggere il suo successore, il prescelto risultò Filippo Cordova (1811-1868), già ministro di Cavour, che prevalse su Garibaldi con quindici voti contro tredici. Per l'anno successivo, il 1863, i «figli della Vedova»10 fissarono l'appuntamento «a Roma liberata», ma non riuscirono a portarsi oltre Firenze. Dopo la nomina a sovrano Gran Commendatore del Gran Consiglio, conferita nel 1863, l'assemblea dei liberi muratori italiani riunitasi a Firenze nel maggio del 1864 e comprendente ormai ben settantadue Logge, elesse Garibaldi al primo scrutinio con quarantacinque voti (fave) su cinquanta, Gran Maestro dei liberi muratori comprendenti i due Riti, Scozzese e Italiano. La speranza era quella di organizzare tutte le frange della Massoneria italiana in una obbedienza universale, con una aggregazione, come lui stesso scrisse, «in una sola, di tutte le società esistenti, che tendono al miglioramento morale e materiale della famiglia italiana». La nomina a Gran Maestro rappresentò un momento fondamentale nella storia della Massoneria italiana. Nelle Logge, infatti, iniziò a scatenarsi sempre più intensamente la bufera dell'anticlericalismo radicale di cui Garibaldi era il principale e insuperato esponente. Bisognava conquistare Roma: chi voleva farlo era amico dei massoni, chi temporeggiava, nemico. Il Papato era l'arcinemico da combattere e abbattere. Con un linguaggio che fondeva insieme misticismo messianico e positivismo razionalistico, Garibaldi intendeva condurre i Fratelli tre puntini ad una «religione del vero». Così farneticava da Torino fin dal 1861: «Incombe ai veri sacerdoti di Cristo una missione sublime»: liberare i popoli e finalmente un giorno la patria riconoscente «inciderà i loro nomi tra gli eroici figli che la redensero»11.
Da sinistra: Armando Corona, Costantino Nigra e S.S. Papa Pio IX.
Il 18 marzo del 1867, da Firenze, Garibaldi attaccava: «Non abbiamo ancora Patria, perché non abbiamo Roma. Chi in Massoneria potrà contenderci una Patria, una Roma morale, una Roma massonica? Io sono del parere che l'unità massonica trarrà a sé l'unità politica d’Italia». L'obiettivo era chiaro: l'iniziativa militare che doveva condurre a Roma, necessitava l'armonia interna e l'abbandono di beghe e dispute su rituali e tra Obbedienze. Tutti uniti in vista di un obiettivo preciso: la breccia di Porta Pia. L'antiteismo garibaldino lo spinse al punto di affermare: «Se sorgesse una società del demonio, che combattesse dispotismo e preti, mi arruolerei nelle sue file». Garibaldi, nel giugno 1867, pur conservando la carica di Gran Maestro del Consiglio scozzesista palermitano, accettò anche la nomina a Gran Maestro onorario a vita del Grand'Oriente d’Italia che gli venne conferita dalla Costituente massonica di Napoli. Il legame con l'istituzione liberomuratoria era ormai saldissimo. Non valsero a incrinarlo neppure le divergenze emerse in occasione dell'Anticoncilio di Napoli del 1869, a cui Garibaldi aderì e dal quale invece la Massoneria, rimase sostanzialmente estranea. Nell'autunno del 1867, il vessillo della Vedova sventolò sull'orda garibaldina diretta a Roma. L'azione dei volontari avrebbe dovuto avere man forte da una insurrezione preparata dai cosiddetti patrioti romani. Ma la partecipazione popolare fu scarsa e il 3 novembre 1867, le truppe francesi – da poco sbarcate a Civitavecchia – attaccarono e sconfissero i garibaldini nella gloriosa battaglia di Mentana. Fermato a Sinalunga, per paura che potesse realizzare un colpo di mano sulla frontiera pontificia, Garibaldi si ritirò a Caprera dove si diede alla scrittura. Nel romanzo autobiografico Clelia: il governo dei preti, il Primo Massone divenuto ormai il Solitario di Caprera, come si autodefinì, descrisse giovani patrioti fanatici, preti demoniaci e licenziosi in pagine trasudanti anticlericalismo e antiteismo. Dall'isola, nel luglio del 1868, inviò al Supremo Consiglio della Massoneria una missiva per comunicare la sua rinuncia a qualunque titolo o Grado a lui attribuito, rimanendo però legato alla fratellanza laica, considerata fattore trainante della Massoneria. I componenti del Supremo Organo decisero di trasmettere a Garibaldi un messaggio per dissuaderlo dalla rinuncia, ma lui si chiuse nel silenzio e non diede neanche una risposta alla missiva del Supremo Consiglio che, in sua vece, elevò alla carica di Gran Maestro del Rito Scozzese Antico e Accettato il Fratello Federico Campanella (1804-1884). In una lettera del 1869 alla Loggia Il Vero Progresso Sociale di Genova, Garibaldi – nonostante la rinuncia a cariche massoniche – continuò comunque a sostenere che «la Massoneria che porta l'impronta dell'Alleanza Democratica Universale e della Fratellanza umana ha per missione di combattere il dispotismo e il prete, entrambi rappresentanti dell'oscurantismo, del servaggio e della miseria». Era ormai però lontano dalle dispute interne alla fratellanza. Per questo non partecipò neppure all'Assemblea costituente massonica riunita nella capitale Firenze il 31 maggio 1869 per ratificare la fusione del Gran Consiglio simbolico di Milano con il Grand'Oriente d’Italia. Unione sancita con la firma di un documento sottoscritto nel maggio del precedente anno. Accettò, invece, nel 1872 la carica di Gran Maestro onorario a vita del Grand'Oriente d'Italia. Secondo Marcel Valmy, autore dell'opera I massoni, edita da Contini nel 1991, Garibaldi fu anche il primo Gran Maestro della Loggia Odre du Rite Memphis-Misraim, un sistema a novanta Gradi gerarchici legato a tradizioni dell'antico Egitto. Sul versante del razionalismo positivistico di stampo massonico, Garibaldi iniziò anche una battaglia volta a diffondere in Italia l'idea e la pratica della cremazione. Tutto il movimento pro-cremazione fu infatti direttamente promosso dalle Logge massoniche e ebbe fra i suoi maggiori dirigenti molte figure di primo piano della Massoneria. Senza l'appoggio dei vertici della Massoneria la cremazione non avrebbe avuto lo sviluppo che invece ebbe nel ventennio tra il 1875 e il 1895. La nascita della cremazione in Italia non fu solo determinata da un impegno individuale di alcuni singoli massoni, ma fu la conseguenza di un intervento ufficiale, tanto dal punto di vista economico che organizzativo, delle Logge. Lo stretto vincolo cremazione-Massoneria fu ben chiaro alla Chiesa che infatti si oppose strenuamente allo sviluppo di questa pratica. Tre erano gli intenti massonici in questa battaglia: il primo era quello di laicizzare – o meglio scristianizzare - oltre la società civile anche la scienza, cercando di privare la realtà naturale di ogni riferimento metafisico. Il secondo intento riguardava l'aspetto medico-igienico della cremazione. A questo proposito è interessante notare la massiccia presenza di medici nelle Logge, e il ruolo di primo piano svolto nella Società di Cremazione da medici massoni. Il terzo e più importante intento era, come sempre, portare un attacco alla Chiesa cattolica che vedeva questa pratica come contraria alla fede nella resurrezione dei corpi. Pleonastico sottolineare che Garibaldi stesso scelse di farsi cremare dopo la morte. La propaganda massonica contribuì a creare e diffondere il mito di Garibaldi negli anni a venire. Il radicale antiteismo massonico si espresse in una blasfema quanto indicativa giaculatoria che adorava Garibaldi come «Padre della nazione, Figlio del popolo e Spirito della libertà». Appare chiaro il tentativo di sostituire con nuovi santi e nuovi eroi quelli della tradizione cattolica, come già era avvenuto durante la Rivoluzione francese. Specialmente negli anni di Crispi, intorno alla figura di Garibaldi si cercò di costruire una religione civile imperniata sul mito laico del Risorgimento, e la Massoneria, all'epoca sotto la guida di Adriano Lemmi (1822-1906), ebbe un ruolo centrale nell'orchestrazione e nella riuscita dell'operazione. Garibaldi fu il nome più diffuso fra quelli dati alle Logge della penisola o alle Logge italiane d'oltremare. Altre denominazioni a lui riferibili - come «Caprera», «Luce di Caprera», «Leone di Caprera» – risultavano chiaramente ispirate dall'intento di rendere omaggio al nizzardo. La Massoneria inoltre si fece promotrice di innumerevoli cerimonie, commemorazioni, inaugurazioni di lapidi e monumenti, intitolazioni di strade e piazze alla memoria di Garibaldi. La più importante di queste iniziative fu l'inaugurazione a Roma del monumento sul Gianicolo, che si tenne emblematicamente il 20 settembre 1895, nel venticinquesimo anniversario di Porta Pia. Nella cerimonia, il massone e capo del governo Francesco Crispi sproloquiò in un enfatico discorso sul contributo fornito dalle forze laiche all'unità. Il Risorgimento appare così chiaramente come una tappa di quel processo rivoluzionario e anticristiano che mira a scardinare «ogni vincolo più sacro - come si legge in un articolo della Civiltà Cattolica del 1852 - che lega uomo con uomo, nella Chiesa, nella società, nella famiglia, per ricostruire l'umanità sotto una nuova forma di totale servaggio in cui lo Stato sia tutto, e i capi della sètta sieno lo Stato». Tra questi capi, Garibaldi, né eroe né puro idealista ma avido calcolatore e cinico esecutore degli interessi di un solo padrone, la Massoneria e la sua visione anticristiana del mondo.
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Note
1 Titolo originale Garibaldi, l'esoterismo e le sette. Scritto reperibile alla pagina web
2Per le notizie inerenti alle cariche massoniche ricoperte da Giuseppe Garibaldi vedi A. A. Mola, Storia della massoneria italiana, Bompiani, Milano 2001, pag. 66 e ss.; vedi anche anche A. A. Mola, Garibaldi vivo, Antologia degli scritti con documenti inediti, Mazzotta, Milano 1982; A. A. Mola e L. Polo Friz, I primi vent'anni di Giuseppe Garibaldi in Massoneria, estratto dalla Nuova Antologia, f. 2143, luglio-settembre 1982, Le Monnier, Firenze. Per parte cattolica vedi invece Epiphanius, Massoneria e sètte segrete: la faccia occulta della storia, Editrice Ichthys, Roma.
3Cfr. G. de' Sivo, L'Italia e il suo dramma politico nel 1861, Editoriale Il Giglio, Napoli 2002, pag. XII; introduzione di Silvio Vitale.
6 La Chiesa rispose con le Istruzioni del 16 novembre e del 18 dicembre 1860 che sancirono l'assoluta incompatibilità delle leggi sabaude con il Magistero cattolico.
7Le manifestazioni di odio religioso durante il Risorgimento furono molteplici: veri e propri assalti a convegni cattolici, processioni disperse dai militari, giovani francescani incarcerati per renitenza alla leva, santuari e luoghi di culto incendiati (cfr. M. Invernizzi, I cattolici contro l’Unità d’Italia?, Ed. Piemme, Alessandria 2002).
9Per le citazioni di Garibaldi vedi G. Garibaldi, Scritti politici e militari. Ricordi e pensieri inediti, Voghera 1907.
10 Tale definizione risalirebbe alla costruzione del Tempio di Gerusalemme ai tempi del re Salomone. Hiram, figlio di una vedova e di un fabbro, fu ucciso perché si riteneva che fosse in possesso della Parola Sacra. La Massoneria rappresenterebbe quindi la «vedova», madre di Hiram.