lunedì 18 marzo 2013

IMPORTANTE PER NAPOLI E LOTTA CLAN....

Da Partito del Sud - Napoli: Riceviamo dall'Ufficio Comunicazione di Luigi de Magistris e, con apprezzamento, postiamo 


Il sindaco di Napoli, insieme all'assessore ai beni confiscati e agli spazi comuni Carmine Piscopo, ha visitato, domenica mattina, l'immobile “La Gloriette”, sito in via Petrarca, e confiscato al boss Michele Zaza. Il bene confiscato è stato assegnato dal Comune di Napoli alla cooperativa sociale Orsa Maggiore, con lo scopo di realizzarvi un centro polivalente per aiutare e assistere le persone, in particolare giovani, con problemi di disabilità ed emarginazione. Mentre il terreno circostante e alcuni terranei sono stati assegnati all'associazione Libera, per promuovere percorsi di legalità anche per mezzo della creazione di laboratori operativi e produttivi (radio della legalità e piantumazione delle piante grasse provenienti dal Madagascar per il microclima). Le attività della cooperativa cominceranno in primavera. “Si tratta di una pagina importante per Napoli, che non ha soltanto un valore sul piano simbolico ma anche pratico: restituire alla collettività quei beni confiscati alla camorra consente non solo di lanciare un messaggio netto di legalità e democrazia, ma anche di attuare iniziative che aiutano, concretamente, le persone socialmente più bisognose e, spesso, riescono ad aprire anche importanti prospettive occupazionali. Il positivo contrasto alle mafie è, infatti, il prodotto di vari livelli di intervento da parte delle istituzioni e delle associazioni, di cui l'aspetto più bello consiste, probabilmente, proprio in questa riappropriazione democratica e dal basso di spazi sottratti alla criminalità organizzata. Una riappropriazione che deve essere favorita e promossa dallo Stato e dalle amministrazioni locali”, così il sindaco di Napoli Luigi de Magistris commenta la visita di domenica presso La Gloriette.

Marzia Bonacci
portavoce Luigi de Magistris


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Da Partito del Sud - Napoli: Riceviamo dall'Ufficio Comunicazione di Luigi de Magistris e, con apprezzamento, postiamo 


Il sindaco di Napoli, insieme all'assessore ai beni confiscati e agli spazi comuni Carmine Piscopo, ha visitato, domenica mattina, l'immobile “La Gloriette”, sito in via Petrarca, e confiscato al boss Michele Zaza. Il bene confiscato è stato assegnato dal Comune di Napoli alla cooperativa sociale Orsa Maggiore, con lo scopo di realizzarvi un centro polivalente per aiutare e assistere le persone, in particolare giovani, con problemi di disabilità ed emarginazione. Mentre il terreno circostante e alcuni terranei sono stati assegnati all'associazione Libera, per promuovere percorsi di legalità anche per mezzo della creazione di laboratori operativi e produttivi (radio della legalità e piantumazione delle piante grasse provenienti dal Madagascar per il microclima). Le attività della cooperativa cominceranno in primavera. “Si tratta di una pagina importante per Napoli, che non ha soltanto un valore sul piano simbolico ma anche pratico: restituire alla collettività quei beni confiscati alla camorra consente non solo di lanciare un messaggio netto di legalità e democrazia, ma anche di attuare iniziative che aiutano, concretamente, le persone socialmente più bisognose e, spesso, riescono ad aprire anche importanti prospettive occupazionali. Il positivo contrasto alle mafie è, infatti, il prodotto di vari livelli di intervento da parte delle istituzioni e delle associazioni, di cui l'aspetto più bello consiste, probabilmente, proprio in questa riappropriazione democratica e dal basso di spazi sottratti alla criminalità organizzata. Una riappropriazione che deve essere favorita e promossa dallo Stato e dalle amministrazioni locali”, così il sindaco di Napoli Luigi de Magistris commenta la visita di domenica presso La Gloriette.

Marzia Bonacci
portavoce Luigi de Magistris


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venerdì 8 marzo 2013

DICHIARAZIONI DEL SINDACO DE MAGISTRIS AD AGORA' RAI 3 IN ONDA OGGI 8 MARZO

Riceviamo dall'Ufficio Comunicazione di Luigi De Magistris e pubblichiamo:


Sono stato nell'immediato sul luogo, mentre bruciava tutto, ed ho fatto il magistrato per 15 anni: l'impressione è che si sia trattato di un atto criminale studiato e quindi drammatico. Poi devo aggiungere che, come detto anche in passato, il momento è molto delicato: nelle stagioni di crisi le mafie, avendo liquidità, possono cercare di recuperare terreno. Soprattutto possono tentare di recuperare quel consenso sociale che negli ultimi anni hanno perso”. Lo afferma il sindaco di Napoli Luigi de Magistris ai microfoni di Agorà in una intervista che andrà in onda domani, 8 marzo, all'interno del programma di Rai Tre. “Si deve stare attenti dunque: quando cresce la disperazione tra la gente, le mani criminali possono farsi avanti. Sono perciò preoccupato, ma anche molto fiducioso: fiducioso per la reazione avuta in queste ore dai napoletani e dall'intero paese”. Secondo de Magistris, “da mesi si registra in città un'aria pesante non solo dovuta alla tensione sociale. Penso ad alcuni tentativi dei mesi scorsi che mi hanno allarmato: il tentativo di far tornare l'emergenza dei rifiuti oppure il caso del gasolio che è stato un atto doloso. Napoli è una città simbolo da diversi punti di vista: può essere il simbolo della riscossa ma, se non si è attenti, può essere anche il simbolo del nuovo affossamento. Se pensano di affossarla, però, dovranno passare sul mio cadavere: io sono napoletano e credo in Napoli, noi non molleremo”. Alla domanda se ci sia un legame fra quanto accaduto a Chiaia e l'incendio di Città della Scienza, il sindaco ha detto: “Ho molta fiducia nella magistratura napoletana perchè molto attrezzata professionalmente. Apparentemente non esiste collegamento, però dal punto di vista investigativo si deve saper leggere questa città, oltre che dal punto di vista politico e sociale. Nei mesi scorsi, al ministro dell'Interno, di cui ho molta stima, e allo stesso presidente della Repubblica, avevo sottolineato le mie preoccupazioni, quindi non lancio allarmi del giorno dopo. E' un momento molto delicato, anche e soprattutto per Napoli, e la storia insegna che nei momenti del conflitto sociale può accadere di tutto. Per questo il mio compito è quello di unire le forze sane e democratiche della città”. Su Città della Scienza, de Magistris spiega: “Per capire cosa rappresentasse Città della Scienza, basta guardare gli occhi dei bambini e dei ragazzi napoletani: era il loro luogo. Perciò è un attacco all'identità della nostra città. Al suo presente e al suo futuro, perchè il futuro è cultura, arte e scienza e bellezza. Ed ecco perchè Napoli sta reagendo ed ecco perchè ci sono stati attestati di solidarietà e vicinanza da parte di tutto il paese: sindaci, associazioni, mondo della cultura e dell'arte. Come già accaduto nella storia, Napoli può essere punto di svolta e di ripartenza in positivo. Ora si deve ricostruire immediatamente: c'è un rapporto ottimo tra le istituzioni, con il presidente della Regione e con il governo che subito è sceso in campo. Ricostruire immediatamente, dunque, meglio di prima e ancor più forte di prima: così saranno i bambini e i ragazzi, di nuovo, ad occupare quel luogo. Come durante le Quattro giornate Napoli organizzò la resistenza al nazifascismo, anche oggi saranno i napoletani a liberare la città dalla cappa del malaffare e da chiunque voglia mettere le mani di nuovo sulla città”.

 -- Marzia Bonacci portavoce Luigi de Magistris



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Riceviamo dall'Ufficio Comunicazione di Luigi De Magistris e pubblichiamo:


Sono stato nell'immediato sul luogo, mentre bruciava tutto, ed ho fatto il magistrato per 15 anni: l'impressione è che si sia trattato di un atto criminale studiato e quindi drammatico. Poi devo aggiungere che, come detto anche in passato, il momento è molto delicato: nelle stagioni di crisi le mafie, avendo liquidità, possono cercare di recuperare terreno. Soprattutto possono tentare di recuperare quel consenso sociale che negli ultimi anni hanno perso”. Lo afferma il sindaco di Napoli Luigi de Magistris ai microfoni di Agorà in una intervista che andrà in onda domani, 8 marzo, all'interno del programma di Rai Tre. “Si deve stare attenti dunque: quando cresce la disperazione tra la gente, le mani criminali possono farsi avanti. Sono perciò preoccupato, ma anche molto fiducioso: fiducioso per la reazione avuta in queste ore dai napoletani e dall'intero paese”. Secondo de Magistris, “da mesi si registra in città un'aria pesante non solo dovuta alla tensione sociale. Penso ad alcuni tentativi dei mesi scorsi che mi hanno allarmato: il tentativo di far tornare l'emergenza dei rifiuti oppure il caso del gasolio che è stato un atto doloso. Napoli è una città simbolo da diversi punti di vista: può essere il simbolo della riscossa ma, se non si è attenti, può essere anche il simbolo del nuovo affossamento. Se pensano di affossarla, però, dovranno passare sul mio cadavere: io sono napoletano e credo in Napoli, noi non molleremo”. Alla domanda se ci sia un legame fra quanto accaduto a Chiaia e l'incendio di Città della Scienza, il sindaco ha detto: “Ho molta fiducia nella magistratura napoletana perchè molto attrezzata professionalmente. Apparentemente non esiste collegamento, però dal punto di vista investigativo si deve saper leggere questa città, oltre che dal punto di vista politico e sociale. Nei mesi scorsi, al ministro dell'Interno, di cui ho molta stima, e allo stesso presidente della Repubblica, avevo sottolineato le mie preoccupazioni, quindi non lancio allarmi del giorno dopo. E' un momento molto delicato, anche e soprattutto per Napoli, e la storia insegna che nei momenti del conflitto sociale può accadere di tutto. Per questo il mio compito è quello di unire le forze sane e democratiche della città”. Su Città della Scienza, de Magistris spiega: “Per capire cosa rappresentasse Città della Scienza, basta guardare gli occhi dei bambini e dei ragazzi napoletani: era il loro luogo. Perciò è un attacco all'identità della nostra città. Al suo presente e al suo futuro, perchè il futuro è cultura, arte e scienza e bellezza. Ed ecco perchè Napoli sta reagendo ed ecco perchè ci sono stati attestati di solidarietà e vicinanza da parte di tutto il paese: sindaci, associazioni, mondo della cultura e dell'arte. Come già accaduto nella storia, Napoli può essere punto di svolta e di ripartenza in positivo. Ora si deve ricostruire immediatamente: c'è un rapporto ottimo tra le istituzioni, con il presidente della Regione e con il governo che subito è sceso in campo. Ricostruire immediatamente, dunque, meglio di prima e ancor più forte di prima: così saranno i bambini e i ragazzi, di nuovo, ad occupare quel luogo. Come durante le Quattro giornate Napoli organizzò la resistenza al nazifascismo, anche oggi saranno i napoletani a liberare la città dalla cappa del malaffare e da chiunque voglia mettere le mani di nuovo sulla città”.

 -- Marzia Bonacci portavoce Luigi de Magistris



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giovedì 14 febbraio 2013

Combattere le mafie e la corruzione...una priorità per il Partito del Sud!



Credo che la nostra battaglia per la legalità e per uno sviluppo sostenibile per far ripartire l'Italia da Sud, non può prescindere da un nostro impegno personale contro la corruzione, una vera piaga nazionale al Sud come al Nord come dimostrano le ultime vicende di Finmeccanica o di Eni....non ci sono scusanti "internazionali" e non basta trincerarsi dietro "il ruolo strategico di un'azienda come Finmeccanica" per continuare a tollerare tangenti, mazzette, comportamenti scorretti, zone grigie, favoritismi al posto della meritocrazia, supermanager che guadagnano più di 1.000 volte lo stipendio di un loro operaio...tutto questo sistema corrotto e marcio che è nato in effetti con la "malaunità" del 1861, basta ricordare gli scandali del crac della Banca Romana o quello delle Strade Ferrate Meridionali per capire che proprio nel Regno sabaudo ci sono le radici malate di questo paese. E questo lo diciamo non per nostalgia di ritorni ad antiche monarchie o a vecchi confini, ma per avere finalmente un paese più libero e più giusto, dove non ci sia una parte del paese destinata ad essere abbandonata come "discarica del terzo mondo".

Per questo ho aderito con entusiasmo alla campagna di Libera, ed all'appello di Don Ciotti, invitando anche gli altri candidati della nostra lista Partito del Sud a farlo. Nell'attesa di ricevere il braccialetto bianco, dichiaro che mi impegno personalmente a combattere la corruzione e a modificare in senso restrittivo l'articolo 416 del Codice Penale e con altri impegni di trasparenza e onestà di "Riparte il Futuro", per rendere sempre più difficile il terreno allo scambio politico-mafioso che è alla base del sistema coloniale del Mezzogiorno, sistema che dura oramai da più di 150 anni ed è tempo di liberarcene. E' questo sistema che rende sempre attuale lo slogan "PRIMA IL NORD" che e' in realtà uno slogan vecchio di 152 anni...la differenza è che ora qualcuno ha il coraggio di dirlo con chiarezza, disprezzando chiaramente l'articolo 3 della nostra Costituzione Repubblicana.

E' ora di cambiare pagina, è il momento di riprenderci il nostro destino e di votare al Senato Lazio per il Partito del Sud!!!

Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
Partito del Sud


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Credo che la nostra battaglia per la legalità e per uno sviluppo sostenibile per far ripartire l'Italia da Sud, non può prescindere da un nostro impegno personale contro la corruzione, una vera piaga nazionale al Sud come al Nord come dimostrano le ultime vicende di Finmeccanica o di Eni....non ci sono scusanti "internazionali" e non basta trincerarsi dietro "il ruolo strategico di un'azienda come Finmeccanica" per continuare a tollerare tangenti, mazzette, comportamenti scorretti, zone grigie, favoritismi al posto della meritocrazia, supermanager che guadagnano più di 1.000 volte lo stipendio di un loro operaio...tutto questo sistema corrotto e marcio che è nato in effetti con la "malaunità" del 1861, basta ricordare gli scandali del crac della Banca Romana o quello delle Strade Ferrate Meridionali per capire che proprio nel Regno sabaudo ci sono le radici malate di questo paese. E questo lo diciamo non per nostalgia di ritorni ad antiche monarchie o a vecchi confini, ma per avere finalmente un paese più libero e più giusto, dove non ci sia una parte del paese destinata ad essere abbandonata come "discarica del terzo mondo".

Per questo ho aderito con entusiasmo alla campagna di Libera, ed all'appello di Don Ciotti, invitando anche gli altri candidati della nostra lista Partito del Sud a farlo. Nell'attesa di ricevere il braccialetto bianco, dichiaro che mi impegno personalmente a combattere la corruzione e a modificare in senso restrittivo l'articolo 416 del Codice Penale e con altri impegni di trasparenza e onestà di "Riparte il Futuro", per rendere sempre più difficile il terreno allo scambio politico-mafioso che è alla base del sistema coloniale del Mezzogiorno, sistema che dura oramai da più di 150 anni ed è tempo di liberarcene. E' questo sistema che rende sempre attuale lo slogan "PRIMA IL NORD" che e' in realtà uno slogan vecchio di 152 anni...la differenza è che ora qualcuno ha il coraggio di dirlo con chiarezza, disprezzando chiaramente l'articolo 3 della nostra Costituzione Repubblicana.

E' ora di cambiare pagina, è il momento di riprenderci il nostro destino e di votare al Senato Lazio per il Partito del Sud!!!

Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
Partito del Sud


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martedì 5 febbraio 2013

Donne contro la ‘ndrangheta quando il Sud ha il coraggio di resistere


Un giorno, tra qualche anno, in una strada qualsiasi della Calabria, Denise, figlia di un boss, e Federica, figlia di una sindaca, potrebbero incontrarsi, parlarsi, e perfino capirsi. Se verrà quel giorno, la ‘ndrangheta sarà finita


L’Italia quaggiù è un racconto di donne, sul coraggio delle donne. Ho voluto fosse esplicito sin dalla riga di catenaccio sotto il titolo del libro: “Maria Carmela Lanzetta e le donne contro la ‘ndrangheta”. Ci vuole coraggio, e tanto, per alzare la testa davanti ai padrini che dettano legge in Calabria.

La Lanzetta è la sindaca di Monasterace diventata simbolo della resistenza alle cosche dopo due attentati e mille sforzi per ristabilire le regole della convivenza civile nel suo paesino della Locride. Accanto a lei, in questa primavera delle donne calabresi, altre amministratrici comunali, che hanno abbandonato professioni di successo e rischiato la vita pur di mettersi, col buonsenso delle madri, a disposizione della cosa pubblica. Infine, accanto a loro, e questo è forse il dato più incoraggiante, una lunga schiera di giovani donne cresciute nelle famiglie di ‘ndrangheta ma decise a passare dalla parte dello Stato.

    Perché? Per salvare i figli dalle faide e dalla galera.

Così, con molto rispetto per le donne di “quaggiù” (perché è facile parlare e dare consigli da Roma o da Milano, a centinaia di chilometri di rassicurante distanza), ho cercato anche di rendere il clima, quella pesante aria di intimidazione e di violenza che si respira, sin dalle prime righe del primo capitolo.

ALL’ALBA DI QUEL Corpus Domini qualcuna portò il Vetril. Qualcun’altra le spugnette dei piatti afferrate in fretta e al buio dal lavello di casa. Molte, straccetti e strofinacci, intinti nelle bacinelle d’acqua e sapone. E si misero in fila così, Rosalba e Caterina, Rosanna, Maria Rita e Chiara, le donne di Monasterace, davanti alla farmacia bruciata alle porte del paese, sulla statale 106, in mezzo al fumo e alla cenere che ancora avvolgevano ciò che il fuoco aveva risparmiato.

    «Qua puliamo noi» le dissero.
    «Ma io come vi ripago?» chiese Maria Carmela Lanzetta.
    «Voi ci avete già ripagato, sindaco».

La scena si svolge nella farmacia della famiglia Lanzetta. Bruciata. Ad appiccare il fuoco sono stati quattro figuri che, senza nemmeno il timore delle telecamere di sorveglianza, hanno versato la benzina dalla finestra sul retro prima di buttare dentro un fiammifero. E’ successo alle 6 del mattino del 26 giugno 2011. Giorno della festa dell’Infiorata. Poche ore dopo il marciapiede di fronte alla farmacia era un tappeto di fiori, un omaggio della parte sana di Monasterace a Maria Carmela. E le donne del paese erano già al lavoro le mura annerite “per salvare il salvabile” e consentire alla sindaca di riaprire al più presto.

Non è finita quella sera, era soltanto l’inizio. Nove mesi dopo, la ‘ndrangheta si è rifatta viva, stavolta a colpi di pistola, sparati contro la serranda della stessa farmacia e contro l’auto di Maria Carmela. Che però non si è arresa, ha ritirato le dimissioni che, a caldo, aveva dato sull’onda dell’emotività: devo continuare a fare il mio dovere, ha detto. E ha ripreso a governare uno dei paesi più difficili e remoti d’Italia, combattuta dai clan ma sostenuta dalla sua gente.

In particolare dalle altre donne.

Ecco, questa è L’Italia quaggiù (da cui il titolo del libro, appena pubblicato da Laterza), la porzione di Paese della quale, al resto del Paese, sembra non importare nulla; perché la considera irrimediabilmente perduta. La parte più disagiata della Calabria. Una terra che ricorda Aruba o Valona, i Caraibi poveri o l’Albania. Dove ci sono interi quartieri senza una casa finita o almeno squadrata. Dove si costruiscono due garage abusivi attorno alla torre medievale e un gabinetto sulla facciata del convento del X secolo, e non ci sono i soldi per eseguire le delibere di abbattimento. Dove le operaie delle serre non ricevono lo stipendio da mesi. Dove mancano strade, scuole, ospedali. Dove i boss continuano a comandare dal carcere, e inviano ai sindaci – è successo alla Lanzetta ma anche a Elisabetta Tripodi, sindaca di Rosarno – lettere allusive e minatorie. Ma dove un’intera generazione di giovani si è ribellata alle mafie. E dove le donne, dopo secoli in cui la violenza e il maschilismo marciavano di pari passo, hanno trovato il coraggio di dire no, e prendere in mano il proprio destino.

Il libro è dunque la cronaca di un viaggio nella ‘ndrangheta ma soprattutto nell’universo femminile cresciuto nonostante la ‘ndrangheta, dentro la ribellione delle “pentite” di ‘ndrangheta e la forza di molte madri e figlie, spose e sorelle di rifiutare le regole arcaiche d’un universo omertoso e misogino.

La vicenda di Maria Carmela Lanzetta s’intreccia con quella di altre donne come lei: Elena Tripodi, sindaca di Rosarno, sotto scorta e minacciata dai clan egemoni del paese; Katy Capitò, giudice per le indagini preliminari di Locri; Giuseppina Pesce, che ora vive con una nuova identità; sua cugina Maria Concetta Cacciola, che invece ha pagato con la vita la scelta di passare dalla parte dello Stato; Lea Garofalo, torturata, ammazzata e bruciata in un campo per aver denunciato il suo compagno ‘ndranghetista, e ricordata nel libro attraverso la narrazione dalla sorella Marisa.

L’Italia quaggiù nasce da un’osservazione: in pochi anni in Calabria si moltiplicano i casi di giovani donne cresciute in famiglie mafiose che decidono di spezzare il cerchio per amore dei figli, per impedire cioè che ai figli venga riservato lo stesso destino di morte e di galera toccato alle precedenti generazioni. La storia di Lea Garofalo – sequestrata e uccisa dal padre di sua figlia Denise, che diventerà poi la principale teste d’accusa in un processo chiuso con cinque ergastoli -, ha scosso le coscienze. Accanto a Lea si profilano altre donne. E siccome sono le donne a trasmettere i valori e i disvalori ai figli, se salta questo anello cruciale della catena tutto il sistema mafioso può saltare.

Una storia che a Monasterace dà fastidio a molti.  Due giorni dopo l’uscita dell’Italia quaggiù in libreria, è apparsa una pagina Facebook che ne invoca il boicottaggio e attacca Maria Carmela.  Il ritornello è sempre lo stesso, “non denigrate il paese!”: io penso sia ora di cambiarlo, questo Paese, che è solo uno, e si chiama Italia.

Un giorno, tra qualche anno, in una strada qualsiasi della Calabria, Denise, figlia di un boss, e Federica, figlia di una sindaca, potrebbero incontrarsi, parlarsi, e perfino capirsi. Se verrà quel giorno, la ‘ndrangheta sarà finita. Saremo liberi.

Molte donne calabresi sembrano cominciare a crederci. Non dobbiamo lasciarle sole, ciascuno di noi deve sentirsi un po’ cittadino di certe terre della Locride flagellate da delinquenti vigliacchi. E porsi una domanda semplice: cosa posso fare perché il giorno della liberazione diventi più vicino?

 Tratto da: 27esimaora.corriere.it
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Un giorno, tra qualche anno, in una strada qualsiasi della Calabria, Denise, figlia di un boss, e Federica, figlia di una sindaca, potrebbero incontrarsi, parlarsi, e perfino capirsi. Se verrà quel giorno, la ‘ndrangheta sarà finita


L’Italia quaggiù è un racconto di donne, sul coraggio delle donne. Ho voluto fosse esplicito sin dalla riga di catenaccio sotto il titolo del libro: “Maria Carmela Lanzetta e le donne contro la ‘ndrangheta”. Ci vuole coraggio, e tanto, per alzare la testa davanti ai padrini che dettano legge in Calabria.

La Lanzetta è la sindaca di Monasterace diventata simbolo della resistenza alle cosche dopo due attentati e mille sforzi per ristabilire le regole della convivenza civile nel suo paesino della Locride. Accanto a lei, in questa primavera delle donne calabresi, altre amministratrici comunali, che hanno abbandonato professioni di successo e rischiato la vita pur di mettersi, col buonsenso delle madri, a disposizione della cosa pubblica. Infine, accanto a loro, e questo è forse il dato più incoraggiante, una lunga schiera di giovani donne cresciute nelle famiglie di ‘ndrangheta ma decise a passare dalla parte dello Stato.

    Perché? Per salvare i figli dalle faide e dalla galera.

Così, con molto rispetto per le donne di “quaggiù” (perché è facile parlare e dare consigli da Roma o da Milano, a centinaia di chilometri di rassicurante distanza), ho cercato anche di rendere il clima, quella pesante aria di intimidazione e di violenza che si respira, sin dalle prime righe del primo capitolo.

ALL’ALBA DI QUEL Corpus Domini qualcuna portò il Vetril. Qualcun’altra le spugnette dei piatti afferrate in fretta e al buio dal lavello di casa. Molte, straccetti e strofinacci, intinti nelle bacinelle d’acqua e sapone. E si misero in fila così, Rosalba e Caterina, Rosanna, Maria Rita e Chiara, le donne di Monasterace, davanti alla farmacia bruciata alle porte del paese, sulla statale 106, in mezzo al fumo e alla cenere che ancora avvolgevano ciò che il fuoco aveva risparmiato.

    «Qua puliamo noi» le dissero.
    «Ma io come vi ripago?» chiese Maria Carmela Lanzetta.
    «Voi ci avete già ripagato, sindaco».

La scena si svolge nella farmacia della famiglia Lanzetta. Bruciata. Ad appiccare il fuoco sono stati quattro figuri che, senza nemmeno il timore delle telecamere di sorveglianza, hanno versato la benzina dalla finestra sul retro prima di buttare dentro un fiammifero. E’ successo alle 6 del mattino del 26 giugno 2011. Giorno della festa dell’Infiorata. Poche ore dopo il marciapiede di fronte alla farmacia era un tappeto di fiori, un omaggio della parte sana di Monasterace a Maria Carmela. E le donne del paese erano già al lavoro le mura annerite “per salvare il salvabile” e consentire alla sindaca di riaprire al più presto.

Non è finita quella sera, era soltanto l’inizio. Nove mesi dopo, la ‘ndrangheta si è rifatta viva, stavolta a colpi di pistola, sparati contro la serranda della stessa farmacia e contro l’auto di Maria Carmela. Che però non si è arresa, ha ritirato le dimissioni che, a caldo, aveva dato sull’onda dell’emotività: devo continuare a fare il mio dovere, ha detto. E ha ripreso a governare uno dei paesi più difficili e remoti d’Italia, combattuta dai clan ma sostenuta dalla sua gente.

In particolare dalle altre donne.

Ecco, questa è L’Italia quaggiù (da cui il titolo del libro, appena pubblicato da Laterza), la porzione di Paese della quale, al resto del Paese, sembra non importare nulla; perché la considera irrimediabilmente perduta. La parte più disagiata della Calabria. Una terra che ricorda Aruba o Valona, i Caraibi poveri o l’Albania. Dove ci sono interi quartieri senza una casa finita o almeno squadrata. Dove si costruiscono due garage abusivi attorno alla torre medievale e un gabinetto sulla facciata del convento del X secolo, e non ci sono i soldi per eseguire le delibere di abbattimento. Dove le operaie delle serre non ricevono lo stipendio da mesi. Dove mancano strade, scuole, ospedali. Dove i boss continuano a comandare dal carcere, e inviano ai sindaci – è successo alla Lanzetta ma anche a Elisabetta Tripodi, sindaca di Rosarno – lettere allusive e minatorie. Ma dove un’intera generazione di giovani si è ribellata alle mafie. E dove le donne, dopo secoli in cui la violenza e il maschilismo marciavano di pari passo, hanno trovato il coraggio di dire no, e prendere in mano il proprio destino.

Il libro è dunque la cronaca di un viaggio nella ‘ndrangheta ma soprattutto nell’universo femminile cresciuto nonostante la ‘ndrangheta, dentro la ribellione delle “pentite” di ‘ndrangheta e la forza di molte madri e figlie, spose e sorelle di rifiutare le regole arcaiche d’un universo omertoso e misogino.

La vicenda di Maria Carmela Lanzetta s’intreccia con quella di altre donne come lei: Elena Tripodi, sindaca di Rosarno, sotto scorta e minacciata dai clan egemoni del paese; Katy Capitò, giudice per le indagini preliminari di Locri; Giuseppina Pesce, che ora vive con una nuova identità; sua cugina Maria Concetta Cacciola, che invece ha pagato con la vita la scelta di passare dalla parte dello Stato; Lea Garofalo, torturata, ammazzata e bruciata in un campo per aver denunciato il suo compagno ‘ndranghetista, e ricordata nel libro attraverso la narrazione dalla sorella Marisa.

L’Italia quaggiù nasce da un’osservazione: in pochi anni in Calabria si moltiplicano i casi di giovani donne cresciute in famiglie mafiose che decidono di spezzare il cerchio per amore dei figli, per impedire cioè che ai figli venga riservato lo stesso destino di morte e di galera toccato alle precedenti generazioni. La storia di Lea Garofalo – sequestrata e uccisa dal padre di sua figlia Denise, che diventerà poi la principale teste d’accusa in un processo chiuso con cinque ergastoli -, ha scosso le coscienze. Accanto a Lea si profilano altre donne. E siccome sono le donne a trasmettere i valori e i disvalori ai figli, se salta questo anello cruciale della catena tutto il sistema mafioso può saltare.

Una storia che a Monasterace dà fastidio a molti.  Due giorni dopo l’uscita dell’Italia quaggiù in libreria, è apparsa una pagina Facebook che ne invoca il boicottaggio e attacca Maria Carmela.  Il ritornello è sempre lo stesso, “non denigrate il paese!”: io penso sia ora di cambiarlo, questo Paese, che è solo uno, e si chiama Italia.

Un giorno, tra qualche anno, in una strada qualsiasi della Calabria, Denise, figlia di un boss, e Federica, figlia di una sindaca, potrebbero incontrarsi, parlarsi, e perfino capirsi. Se verrà quel giorno, la ‘ndrangheta sarà finita. Saremo liberi.

Molte donne calabresi sembrano cominciare a crederci. Non dobbiamo lasciarle sole, ciascuno di noi deve sentirsi un po’ cittadino di certe terre della Locride flagellate da delinquenti vigliacchi. E porsi una domanda semplice: cosa posso fare perché il giorno della liberazione diventi più vicino?

 Tratto da: 27esimaora.corriere.it

venerdì 5 ottobre 2012

La mafia che garantiva l'unità nazionale

Quanti patti stato-mafia sono stati siglati dall’Unità d’Italia ad oggi? Soprattutto, siamo certi che il Tricolore sarebbe durato senza la forte mediazione d’una certa “nobiltà agraria”: un discorso che vale per l’intero Mezzogiorno. E perché dalla Sicilia alla Calabria, e dalla Basilica alla Puglia ed alla Campania, affermare la presenza del nuovo stato risultava assai difficile.
Erroneamente i libri di storia hanno per 150 anni sovrapposto la Carboneria risorgimentale alle società segrete: ed allora perché nessuno sa spiegare tutte le finalità delle oltre tremila società segrete che continuarono ad operare nell’intero Sud Italia anche dopo l’unificazione? È più che nutrita la bibliografia sulle società segrete siciliane, ed è certo che i loro affiliati hanno gestito nell’Isola la fase di transizione dal regno borbonico a quello sabaudo. Non si sbaglia ad asserire che nell’intero Mezzogiorno gli affiliati alle società segrete erano per numero ben maggiori di carabinieri, garibaldini, bersaglieri, prefetti e regi magistrati militari.

Al punto che, fino ai primi del ‘900, la gente comune che riceveva torti si rivolgeva ancora al barone, e per fatti più piccoli al massaro del nobile o al compaesano autorevole. I carabinieri del Regno ed i tribunali militari non offrivano fiducia al popolo. E come dare loro torto? Gli esempi di vita quotidiana offerti dalle truppe d’occupazione non erano tutti edificanti, e le voci di angherie o ingiuste carcerazioni si diffondevano rapidamente. Quando nel 1866 a Palermo scoppiarono i focolai di ribellione anti-piemontese, subito ribattezzati “rivolta del sette e mezzo”, era già di dominio pubblico la novella d’un umile giovinetto di campagna caduto sotto i colpi dei militari che giocavano a tiro al bersaglio. È un fatto che la “rivolta del sette e mezzo”, fortemente appoggiata dalle società segrete, venne placata da accordi che lo stato piemontese dovette raggiungere con i notabili delle campagne palermitane.

Oggi si parla tanto di patto stato-cosa nostra, stato-stidda, stato-’ndrangheta, stato-’ndrine, stato-camorra, stato-sacra corona, stato-criminalità in genere. La stessa Unità d’Italia è stata un grande patto, un accordo anche con potenze straniere. In Calabria si narra che, nell’areale della Sila piccola, sia avvenuto nel 1862 un episodio d’ineguagliabile efferatezza: il padre ed il fratello d’una ragazza violentata dalla truppe d’occupazione chiesero ad un aiutante di campo di poter conferire col colonnello Fumel, da poco in Calabria per arginare il brigantaggio (quello militare, finanziato dall’ufficiale borbonico spagnolo José Borjes). Inaspettata la reazione del colonnello Pietro Fumel: ordinò l’arresto di padre e figlio, che poi vennero impiccati insieme ad altri contadini sospettati di brigantaggio. La risposta della popolazione fu di diverso tipo: tanti migrarono da un territorio ormai inospitale, ma altri (in contatto anche con organizzazioni segrete) decisero d’intralciare l’opera del colonnello piemontese.

«Io sottoscritto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio - scriveva nel suo proclama il colonnello Fumel - prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà un suo camerata; gli sarà inoltre risparmiata la vita. Coloro che in onta degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità, verranno immediatamente fucilati. Tutte le capanne di campagna che non sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i loro ingressi murati. È proibito di trasportare pane o altra specie di provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo ordine sarà considerato come complice dei briganti». Le parole e le azioni (fucilazioni) di Fumel fecero il giro del mondo, e le filantropiche Stati Uniti e Gran Bretagna offrirono ospitalità ai Meridionali in fuga dai militari sabaudi.

Il colonnello decimò le bande calabresi di Palma, Schipani, Ferrigno, Morrone, Franzese, Rosacozza, Molinari, Bellusci, Pinnolo... Ma proprio dalle quelle zone partiva una massiccia migrazione alla volta degli Usa. Infatti nel 1880 la famiglia Colosimo lascerà i monti della Sila piccola per trasferirsi a Chicago: il giovane Giacomo Colosimo raggiungerà i suoi parenti nel 1894, e qualche anno dopo assurgerà a primo boss ufficialmente riconosciuto della “Chicago Outfit”. Intanto lo stato italiano già annoverava nel Parlamento del Regno non pochi notabili calabresi, e tutto sembrava essere rientrato: anzi garantivano agli increduli piemontesi che il brigantaggio stava finendo.

Ma molti parlamentari del Regno ribattevano che fino ad un anno prima i briganti venivano segnalati persino alle porte di Napoli: 25 lire era la ricompensa per chi catturava un brigante. Bettino Ricasoli succedeva a Camillo Benso di Cavour e, all’atto d’insediarsi, rendeva noto che «il nostro governo in queste province è debolissimo». Nell’agosto del 1862 Re Vittorio Emanuele II decretava lo stato d’assedio del Sud: a giudicare la Reggio Calabria di oggi sembra che quel proclama non sia mai stato revocato. Infatti nel dicembre 1862 nasceva la «Commissione Parlamentare d’Inchiesta per studiare il fenomeno del brigantaggio nelle province meridionali e le sue cause politiche e sociali»: l’ormai nota “commissione anti-brigantaggio”. Nel maggio 1863 la Commissione d’Inchiesta pubblicava una lunga relazione, e di brigantaggio s’è parlato fino al 1963, quando la Repubblica italiana istituiva la commissione anti-mafia. Ma sul patto-stato mafia qualche refolo era già trapelato, almeno oltre Atlantico. Antefatto: i sindaci delle città lungo la traiettoria Chicago-New York avevano stretto tra il 1908 ed il 1910 accordi col piano alto della criminalità organizzata, nello specifico con i boss “five points gang”. L’obiettivo era stato matematicamente calcolato, corrispondeva al non far elevare oltre una certa percentuale statistica omicidi, rapine e visibilità a fenomeni come prostituzione ed estorsioni. Ed in una delle prime “intercettazioni ambientali” della storia (siamo prima del 1920) un luogotenente di Johnny Torrio ammette senza mezzi termini “qui lo stato si deve sempre mettere d’accordo con noi, in Italia è pure così”. Nasceva il “sindacato del crimine”, e sarà lo stesso Torrio ad indicare Luky Luciano come suo erede. Lo scenografico Luciano che, grazie al Dipartimento di Stato, rammenterà all’Italia del dopo guerra l’importanza di tenere fede al patto.

di Ruggiero Capone
Fonte: L'Opinione

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Quanti patti stato-mafia sono stati siglati dall’Unità d’Italia ad oggi? Soprattutto, siamo certi che il Tricolore sarebbe durato senza la forte mediazione d’una certa “nobiltà agraria”: un discorso che vale per l’intero Mezzogiorno. E perché dalla Sicilia alla Calabria, e dalla Basilica alla Puglia ed alla Campania, affermare la presenza del nuovo stato risultava assai difficile.
Erroneamente i libri di storia hanno per 150 anni sovrapposto la Carboneria risorgimentale alle società segrete: ed allora perché nessuno sa spiegare tutte le finalità delle oltre tremila società segrete che continuarono ad operare nell’intero Sud Italia anche dopo l’unificazione? È più che nutrita la bibliografia sulle società segrete siciliane, ed è certo che i loro affiliati hanno gestito nell’Isola la fase di transizione dal regno borbonico a quello sabaudo. Non si sbaglia ad asserire che nell’intero Mezzogiorno gli affiliati alle società segrete erano per numero ben maggiori di carabinieri, garibaldini, bersaglieri, prefetti e regi magistrati militari.

Al punto che, fino ai primi del ‘900, la gente comune che riceveva torti si rivolgeva ancora al barone, e per fatti più piccoli al massaro del nobile o al compaesano autorevole. I carabinieri del Regno ed i tribunali militari non offrivano fiducia al popolo. E come dare loro torto? Gli esempi di vita quotidiana offerti dalle truppe d’occupazione non erano tutti edificanti, e le voci di angherie o ingiuste carcerazioni si diffondevano rapidamente. Quando nel 1866 a Palermo scoppiarono i focolai di ribellione anti-piemontese, subito ribattezzati “rivolta del sette e mezzo”, era già di dominio pubblico la novella d’un umile giovinetto di campagna caduto sotto i colpi dei militari che giocavano a tiro al bersaglio. È un fatto che la “rivolta del sette e mezzo”, fortemente appoggiata dalle società segrete, venne placata da accordi che lo stato piemontese dovette raggiungere con i notabili delle campagne palermitane.

Oggi si parla tanto di patto stato-cosa nostra, stato-stidda, stato-’ndrangheta, stato-’ndrine, stato-camorra, stato-sacra corona, stato-criminalità in genere. La stessa Unità d’Italia è stata un grande patto, un accordo anche con potenze straniere. In Calabria si narra che, nell’areale della Sila piccola, sia avvenuto nel 1862 un episodio d’ineguagliabile efferatezza: il padre ed il fratello d’una ragazza violentata dalla truppe d’occupazione chiesero ad un aiutante di campo di poter conferire col colonnello Fumel, da poco in Calabria per arginare il brigantaggio (quello militare, finanziato dall’ufficiale borbonico spagnolo José Borjes). Inaspettata la reazione del colonnello Pietro Fumel: ordinò l’arresto di padre e figlio, che poi vennero impiccati insieme ad altri contadini sospettati di brigantaggio. La risposta della popolazione fu di diverso tipo: tanti migrarono da un territorio ormai inospitale, ma altri (in contatto anche con organizzazioni segrete) decisero d’intralciare l’opera del colonnello piemontese.

«Io sottoscritto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio - scriveva nel suo proclama il colonnello Fumel - prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà un suo camerata; gli sarà inoltre risparmiata la vita. Coloro che in onta degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità, verranno immediatamente fucilati. Tutte le capanne di campagna che non sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i loro ingressi murati. È proibito di trasportare pane o altra specie di provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo ordine sarà considerato come complice dei briganti». Le parole e le azioni (fucilazioni) di Fumel fecero il giro del mondo, e le filantropiche Stati Uniti e Gran Bretagna offrirono ospitalità ai Meridionali in fuga dai militari sabaudi.

Il colonnello decimò le bande calabresi di Palma, Schipani, Ferrigno, Morrone, Franzese, Rosacozza, Molinari, Bellusci, Pinnolo... Ma proprio dalle quelle zone partiva una massiccia migrazione alla volta degli Usa. Infatti nel 1880 la famiglia Colosimo lascerà i monti della Sila piccola per trasferirsi a Chicago: il giovane Giacomo Colosimo raggiungerà i suoi parenti nel 1894, e qualche anno dopo assurgerà a primo boss ufficialmente riconosciuto della “Chicago Outfit”. Intanto lo stato italiano già annoverava nel Parlamento del Regno non pochi notabili calabresi, e tutto sembrava essere rientrato: anzi garantivano agli increduli piemontesi che il brigantaggio stava finendo.

Ma molti parlamentari del Regno ribattevano che fino ad un anno prima i briganti venivano segnalati persino alle porte di Napoli: 25 lire era la ricompensa per chi catturava un brigante. Bettino Ricasoli succedeva a Camillo Benso di Cavour e, all’atto d’insediarsi, rendeva noto che «il nostro governo in queste province è debolissimo». Nell’agosto del 1862 Re Vittorio Emanuele II decretava lo stato d’assedio del Sud: a giudicare la Reggio Calabria di oggi sembra che quel proclama non sia mai stato revocato. Infatti nel dicembre 1862 nasceva la «Commissione Parlamentare d’Inchiesta per studiare il fenomeno del brigantaggio nelle province meridionali e le sue cause politiche e sociali»: l’ormai nota “commissione anti-brigantaggio”. Nel maggio 1863 la Commissione d’Inchiesta pubblicava una lunga relazione, e di brigantaggio s’è parlato fino al 1963, quando la Repubblica italiana istituiva la commissione anti-mafia. Ma sul patto-stato mafia qualche refolo era già trapelato, almeno oltre Atlantico. Antefatto: i sindaci delle città lungo la traiettoria Chicago-New York avevano stretto tra il 1908 ed il 1910 accordi col piano alto della criminalità organizzata, nello specifico con i boss “five points gang”. L’obiettivo era stato matematicamente calcolato, corrispondeva al non far elevare oltre una certa percentuale statistica omicidi, rapine e visibilità a fenomeni come prostituzione ed estorsioni. Ed in una delle prime “intercettazioni ambientali” della storia (siamo prima del 1920) un luogotenente di Johnny Torrio ammette senza mezzi termini “qui lo stato si deve sempre mettere d’accordo con noi, in Italia è pure così”. Nasceva il “sindacato del crimine”, e sarà lo stesso Torrio ad indicare Luky Luciano come suo erede. Lo scenografico Luciano che, grazie al Dipartimento di Stato, rammenterà all’Italia del dopo guerra l’importanza di tenere fede al patto.

di Ruggiero Capone
Fonte: L'Opinione

martedì 25 settembre 2012

Laura Russo: “Una webradio per vincere il silenzio di Scampia”

È iniziato tutto per caso. Partecipando ad un bando per l’apertura di 20 nuove imprese al femminile a Scampia. Era il 2007.

Di webradio, qui, se ne sentiva parlare davvero poco. Almeno a Napoli, soprattutto a Scampia. Ma noi che eravamo – e siamo – appassionate di musica e giornalismo volevamo provarci. L’idea di una Radio a Scampia è nata in un pomeriggio d’inverno mentre, insieme alle mie amiche, accompagnavo mio figlio a scuola. Mentre chiacchieravamo, camminando, ci accorgemmo che i bambini, quasi per gioco, contavano i tossici sulla strada durante il percorso. Allora ci venne in mente che in un quartiere come questo, dove i giovani prima della droga, li ammazza la disperazione e il cinismo, ci voleva uno spazio capace di coinvolgere i ragazzi ma soprattutto di promuovere, amplificare e valorizzare le cose belle, la musica e la speranza.

 L’idea della webradio piacque alla commissione tecnica e così il nostro progetto di dare vita a uno strumento di informazione e comunicazione sul territorio entrò in graduatoria. Poi le diatribe con chi gestiva i fondi comunitari e le sedi territoriali. E il tempo è passato. E non è stato facile.

Ma adesso ci siamo: eccoci qua. RadioSca, che trasmette oramai da più di un anno dalla periferia a Nord di Napoli, non è una radio comune. È una radio commerciale, certo. Trasmette musica e fa intrattenimento. Offre servizi per la comunicazione Web accessibili anche alle piccolissime imprese e ai commercianti del posto. Ed è una voce per parlare della nostra periferia, e speriamo anche di tutte le periferie. Perché, alla fine, le periferie si assomigliano tutte. Anche se dirlo da Scampia può suonare paradossale. Ma soprattutto, RadioSca prova a essere una speranza. Un posto dove provare a instillare semi di ottimismo e di fiducia nel futuro, anche se spesso ci sembra un’operazione titanica. È un invito a tutti, soprattutto ai ragazzi, di prendere seriamente in considerazione che questa è la loro casa, e può assomigliare a un posto migliore se insieme ne faremo un luogo migliore.

È questo il cambiamento. La rete, Internet, ha tutte le caratteristiche per aiutarci a sconfiggere i mali che attanagliano il nostro quartiere e che mortificano noi che ci viviamo. È una finestra sul mondo e un modo per imparare che un altro modo di vivere è possibile. È anche il nostro megafono per raccontare le esperienze positive, quelle coraggiose, che esistono anche qui. Come quei cittadini che, rastrelli e palette alla mano, si sono messi a sistemare i giardini delle case popolari, o come quei commercianti che ci chiedono di aprirgli un sito Internet, o come le artigiane che insieme a noi alla Casa della Socialità provano ad avviare una piccola impresa.

La radio attraverso Internet, può spegnere quel maledetto silenzio che per anni ha favorito il degrado e la rassegnazione, e il conseguente aumento della criminalità. Soprattutto quella organizzata. I social network sono luoghi di scambio di informazione e opinione. E chi vive qui ha un disperato bisogno di scambiare le proprie esperienze e conoscere quelle degli altri. Chiunque può condividere un link e nel caso anche denunciare attraverso i forum, i blog, i gruppi su Facebook. E poi c’è Twitter. Che abbatte le barriere dei superpoteri dell’informazione. Dove si leggono ancora ragionamenti e giudizi che si prendono gioco della gente e della loro realtà.

Per questo è importante essere presenti e provarci. Per questo vogliamo essere “evangeliste” della rete qui a Scampia. E vogliamo portare chi lavora qui, e sono tanti, gli artigiani, i negozi, le attività di servizi su Internet. Perché dipende da noi dare un’opportunità diversa al nostro quartiere. E così Scampia, magari, può diventare un simbolo per tutte quelle periferie che hanno sete di riscatto, che non vogliono essere solo notizie in cronaca nera, che meritano di diventare parti integranti delle città. Basta al degrado e alla rinuncia. I giovani di oggi sono il senso critico del nostro tempo. Viaggiano, sperimentano e riportano a casa e fanno rete. E attenzione: non solo a Scampia.

Scampia, 25 settembre 2012
LAURA RUSSO
Fonte: CheFuturo
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È iniziato tutto per caso. Partecipando ad un bando per l’apertura di 20 nuove imprese al femminile a Scampia. Era il 2007.

Di webradio, qui, se ne sentiva parlare davvero poco. Almeno a Napoli, soprattutto a Scampia. Ma noi che eravamo – e siamo – appassionate di musica e giornalismo volevamo provarci. L’idea di una Radio a Scampia è nata in un pomeriggio d’inverno mentre, insieme alle mie amiche, accompagnavo mio figlio a scuola. Mentre chiacchieravamo, camminando, ci accorgemmo che i bambini, quasi per gioco, contavano i tossici sulla strada durante il percorso. Allora ci venne in mente che in un quartiere come questo, dove i giovani prima della droga, li ammazza la disperazione e il cinismo, ci voleva uno spazio capace di coinvolgere i ragazzi ma soprattutto di promuovere, amplificare e valorizzare le cose belle, la musica e la speranza.

 L’idea della webradio piacque alla commissione tecnica e così il nostro progetto di dare vita a uno strumento di informazione e comunicazione sul territorio entrò in graduatoria. Poi le diatribe con chi gestiva i fondi comunitari e le sedi territoriali. E il tempo è passato. E non è stato facile.

Ma adesso ci siamo: eccoci qua. RadioSca, che trasmette oramai da più di un anno dalla periferia a Nord di Napoli, non è una radio comune. È una radio commerciale, certo. Trasmette musica e fa intrattenimento. Offre servizi per la comunicazione Web accessibili anche alle piccolissime imprese e ai commercianti del posto. Ed è una voce per parlare della nostra periferia, e speriamo anche di tutte le periferie. Perché, alla fine, le periferie si assomigliano tutte. Anche se dirlo da Scampia può suonare paradossale. Ma soprattutto, RadioSca prova a essere una speranza. Un posto dove provare a instillare semi di ottimismo e di fiducia nel futuro, anche se spesso ci sembra un’operazione titanica. È un invito a tutti, soprattutto ai ragazzi, di prendere seriamente in considerazione che questa è la loro casa, e può assomigliare a un posto migliore se insieme ne faremo un luogo migliore.

È questo il cambiamento. La rete, Internet, ha tutte le caratteristiche per aiutarci a sconfiggere i mali che attanagliano il nostro quartiere e che mortificano noi che ci viviamo. È una finestra sul mondo e un modo per imparare che un altro modo di vivere è possibile. È anche il nostro megafono per raccontare le esperienze positive, quelle coraggiose, che esistono anche qui. Come quei cittadini che, rastrelli e palette alla mano, si sono messi a sistemare i giardini delle case popolari, o come quei commercianti che ci chiedono di aprirgli un sito Internet, o come le artigiane che insieme a noi alla Casa della Socialità provano ad avviare una piccola impresa.

La radio attraverso Internet, può spegnere quel maledetto silenzio che per anni ha favorito il degrado e la rassegnazione, e il conseguente aumento della criminalità. Soprattutto quella organizzata. I social network sono luoghi di scambio di informazione e opinione. E chi vive qui ha un disperato bisogno di scambiare le proprie esperienze e conoscere quelle degli altri. Chiunque può condividere un link e nel caso anche denunciare attraverso i forum, i blog, i gruppi su Facebook. E poi c’è Twitter. Che abbatte le barriere dei superpoteri dell’informazione. Dove si leggono ancora ragionamenti e giudizi che si prendono gioco della gente e della loro realtà.

Per questo è importante essere presenti e provarci. Per questo vogliamo essere “evangeliste” della rete qui a Scampia. E vogliamo portare chi lavora qui, e sono tanti, gli artigiani, i negozi, le attività di servizi su Internet. Perché dipende da noi dare un’opportunità diversa al nostro quartiere. E così Scampia, magari, può diventare un simbolo per tutte quelle periferie che hanno sete di riscatto, che non vogliono essere solo notizie in cronaca nera, che meritano di diventare parti integranti delle città. Basta al degrado e alla rinuncia. I giovani di oggi sono il senso critico del nostro tempo. Viaggiano, sperimentano e riportano a casa e fanno rete. E attenzione: non solo a Scampia.

Scampia, 25 settembre 2012
LAURA RUSSO
Fonte: CheFuturo

lunedì 25 giugno 2012

CAMPANIA TERRA DI FUOCHI/ Il Meridione discarica dei rifiuti industriali

Il problema dei rifiuti prodotti dalle industrie è una piovra che amplia i suoi tentacoli da anni in Campania e in tutto il Meridione. Dal caso Cantariello, in provincia di Napoli, dove la “terra fuma”rifiuti industriali tossici fino ai rifiuti radioattivi delle centrali nucleari americane smaltiti in Basilicata. Inevitabile è l’aumento di tumori, sterilità e malformazioni. Storia di un avvelenamento di massa.

di Maria Cristina Giovannitti

discarica-rifiuti-napoliCon l’estate e l’afa torna con maggiore pressione il problema dei roghi dolosi che vengono appiccati nelle zone a nord di Napoli ogni giorno, guadagnandosi il triste nome di “terra di fuochi”. Ultimo –cronologicamente- è stato un incendio di proporzioni devastanti sviluppatosi nella zona di Caivano, in un deposito di auto dismesse e sottoposte a sequestro giudiziario. Di questo incendio non se ne conosce bene la natura, ne le modalità. Raccolta la preoccupazione dei cittadini che temono per la loro salute perché non sanno cosa respirano, abbiamo cercato di metterci in contatto con il sindaco di Caivano, il dottor Antonio Falco, per avere dei chiarimenti. La segretaria telefonicamente ci informa che il sindaco non è al momento in Comune e che comunque non avrebbe rilasciato interviste.

La questione dello smaltimento dei rifiuti tossici è un grave problema che vede la coalizione politica- mafia –industria pericolosamente unita a danno della salute pubblica. 

La Campania è solo la punta dell’iceberg. Il vero problema coinvolge tutto il Meridione, discarica a cielo aperto per tutti i rifiuti prodotti da “imprenditori evasori” che, in accordo con la camorra, usano le terre del sud Italia per nascondere il marciume di quei rifiuti. Lobby di poteri e di criminalità che hanno un prezzo troppo alto da pagare: la salute di tutti, nessuno escluso. Abbiamo parlato con il dottor Antonio Marfella, oncologo e tossicologo presso l’Ospedale Pascale di Napoli, che conferma l’incidenza dell’aumento dei tumori, e con Lucio Iavarone, presidente del comitato No Discariche dei Comuni a Nord di Napoli.



antonio-marfella_oncologoDottor Marfella, che ne pensa dello smaltimento dei rifiuti tossici?
La prima cosa da precisare è che l’attenzione deve essere focalizzata solo sul problema dello smaltimento dei rifiuti industriali. E’ inutile discutere sullo smaltimento dei rifiuti urbani, sulla scelta degli inceneritori quando il numero pro capite dei rifiuti urbani è in diminuzione. Il grave dramma è l’incremento dei rifiuti delle industrie, specie quelle del nord che pagano la camorra e si muovono verso il meridione. Non è solo la Campania a smaltire i rifiuti tossici ma tutto il Sud Italia condannato ai rifiuti delle industrie dell’Europa e di tutto il mondo.

Per esempio?
Ad esempio in Basilicata sono stati trovati rifiuti radioattivi provenienti da scorie delle centrali nucleari chiuse negli Stati Uniti. Se non risolviamo questo problema, la cosmopolitizzazione porterà un incremento drammatico delle malattie.

Quindi sono i rifiuti tossici industriali a provocare un aumento dei tumori?
Certo, è un dato accertato. Si pensi che in Italia la legge per lo smaltimento dei rifiuti urbani è di gestione e soluzione pubblica mentre quella dei rifiuti industriali è un problema dei privati. E’ inutile parlare di smaltimento dei rifiuti urbani, che all’anno sono 30 milioni di tonnellate  rispetto ai 135 milioni di tonnellate di rifiuti industriali. Inoltre in questi 135 milioni, almeno 30 non hanno nessuna tracciabilità cioè non sappiamo che fine fanno. Il 30/ 40 per cento, invece, dei rifiuti industriali viene inserito tra i rifiuti urbani, così c’è uno sgravo dei costi di smaltimento per il privato. Questo, però, comporta discariche urbane infiltrate da rifiuti tossici industriali. E’ chiaro che ogni industria che produce rifiuti dovrebbe smaltirli nella propria terra. Fin quando i rifiuti circoleranno come merci, saremo condannati.

E la criminalità fa affari …
Le ricordo che la Campania, per scelta, è l’unica regione non dotata di discariche a norma per i rifiuti speciali tossici/nocivi. Ad esempio arrivano in Campania ogni anno 50 mila pneumatici usati da tutte le parti d’Italia per essere riciclati e smaltiti. Quelli che non vengono riciclati diventano combustione nelle terre di fuoco. Una volta bruciato, il pneumatico diventa un rifiuto tossico/nocivo e quindi bisogna, a spese dello Stato, portarlo in altre regioni che hanno discariche a norma. Riciclare un rifiuto urbano o un pneumatico costa 90 euro a tonnellata, se lo mandiamo in Olanda; smaltire un pneumatico bruciato diventato rifiuto tossico/nocivo da 300 euro a tonnellata, arriva anche a 1500 euro.

E lo Stato in tutto questo come si comporta?
Nel decreto legge per lo Sviluppo, il messaggio inviato agli industriali italiani è quello di continuare a smaltire illegalmente, tanto per ora non c’è controllo. E’ una criminalità che ha il suo flusso da nord a sud. Non dimentichiamo che anche la ditta Marcegaglia è stata inquisita ed incriminata per lo smaltimento di materiali tossici.

Ci fornisce qualche dato sull’incremento dei tumori?
Dato ufficiale è che nella sola provincia di Napoli, i tumori sono tre volte in più rispetto alla media nazionale. E’ ancora più drammatico il dato di Caserta. E’ la più giovane provincia d’Italia e in quanto tale dovrebbe essere anche la più sana, mentre riporta un aumento dei tumori di sei volte la media. Il paradosso è che i tumori e le malformazioni dovrebbero essere maggiori nelle zone urbane mentre in Campania sono diffuse nelle aree rurali, in periferia perché nelle campagne sono seppelliti i rifiuti industriali.

In Italia c’è un picco anche delle malformazioni e dei tumori infantili …
Vero. Però le malformazioni sono connesse agli aborti. E’ un dato in incremento ma difficilmente riscontrabile perché le donne che vengono a conoscenza di un feto malformato praticano l’interruzione di gravidanza. Dato ufficiale è invece  che in provincia di Napoli e Caserta  c’è il più basso numero di spermatozoi in Italia. L’infertilità diventa un problema primario.

E per quanto riguarda l’aumento dei tumori al polmone?
Sia la provincia di Napoli che Caserta hanno circa il 3 per cento in più dei casi di tumore al polmone con l’aggravante, però, che 1/3 dei malati non è fumatore. Quindi ciò significa che 3 persone su 10 non fumatori si sono ammalati per fumo passivo e inquinamento ambientale.

Per capirne di più ci siamo rivolti, come detto, a Lucio Iavarone, presidente del comitato No Discariche dei Comuni a Nord di Napoli.

lucio_iavarone_no_discariche_napoliIavarone, come guadagna la criminalità sui rifiuti tossici industriali?
Del problema abbiamo fiumi e fiumi di testimonianze, cominciando dal libro di Roberto Saviano per poi avere tantissime altre informazioni. L’influenza della criminalità sui rifiuti continua tutt’oggi e non si è affatto ridotta. Basti pensare che negli anni scorsi si è avuto il ‘fenomeno dell’interramento’ dove i rifiuti tossici industriali del nord sono stati smaltiti nelle discariche legati e illegali della Campania. L’imprenditoria compiacente, per spendere poco, da’ i suoi rifiuti alla camorra, principalmente i Casalesi che gestiscono questi traffici, e tutto viene riversato da anni nelle campagne della Campania, inquinando i territori a nord di Napoli come il giuglianese o l’agro aversano.

E’ palese il caso Cantariello dove la terra brucia …
Cantariello è un sito di stoccaggio dove, in 10 anni, sono state depositate 9 mila tonnellate di rifiuti industriali illegalmente. Oggi lì la terra fuma perché sono ancora attive le reazioni chimiche di quei prodotti tossici.

La gravità è che vicino al sito ci sono centri commerciali, quindi è una zona frequentata.
Si, c’è un maxi cinema, c’è l’Ikea, e Leroy Merlin. E’ insomma una zona frequentata quotidianamente da migliaia di persone.

E come reagisce l’amministrazione a tutto questo?
Il problema insiste sulla linea di confine tra Casoria ed Afragola. Il sito, territorialmente, è sul comune di Casoria e il sindaco Vincenzo Carfora si sta interessando alla questione. I rappresentanti della regione Campania e la commissione bonifiche si sono recati sul posto per testare la gravità della situazione. C’è stato un sopralluogo anche dell’ARPAC –Agenzia Regionale Protezione Ambientale- per ricorrere ad un’opera di bonifica urgente. Assente ingiustificata l’Asl Na2 nord. Il comune di Afragola trascura, invece, il problema. In realtà le conseguenze maggiori le hanno proprio gli abitanti di Afragola che in numero maggiore vivono in quella zona di confine. Nonostante il sindaco, Vincenzo Nespoli, sia un senatore e avrebbe potuto dedicarsi con maggiore impegno per la risoluzione, stiamo riscontrando un menefreghismo ed un atteggiamento assolutamente incomprensibile.

Intanto la situazione in Campania sta degenerando …
In effetti ad Acerra, nelle terre dove c’era un fiorente allevamento di bestiame, oggi c’è l’assoluto divieto di pascolare. Il triangolo della morte, Acerra-Pomigliano-Marigliano, ha delle terre avvelenate. Basti pensare che lì sono nate pecore deformate, con due teste e cinque zampe. Il pastore e proprietario di alcune di queste terre, Cannavacciuolo, morto in seguito per cancro per contaminazione elevata, prima di morire è stato sottoposto dall’oncologo Antonio Marfella ad analisi del sangue e nelle sue vene è stato riscontrato un livello di diossina centinaia di volte superiore alla norma.

Proprio sull’incidenza dei tumori e della connessione con i rifiuti, pochi giorni fa in Regione è stato approvato il Registro dei Tumori, finanziamenti volti alla raccolta dei dati per queste patologie. Il problema è che alla raccolta dei dati saranno addetti possibilità di poter falsare poi i dati?
Dopo anni di lotte  e battaglie per far approvare questa legge, arriva come un contentino, un fumo negli occhi. Nella proposta c’era l’idea di un organo di controllo dei dati, a titolo totalmente gratuito, formato dall’associazione dei Medici dell’Ambiente. La proposta è stata rigettata. Gli addetti che saranno scelti dai politici ovviamente verranno condizionati dal valore politico. Per esempio a Terzigno c’è un’incidenza di tumori 800 volte superiore alla media nazionale. E’ chiaro che i politici non faranno mai uscire un dato del genere, lasciando campo libero ai criminali.

Come reagisce il governo nazionale?
Ormai il ‘caso Campania’ lo abbiamo definito un tentativo di biocidio studiato a tavolino tra la politica corrotta, criminalità organizzata e imprenditoria malata. Alla Campania sono stati destinati 700 milioni euro per investire esclusivamente nelle bonifiche del territorio ma il governo impone alla Regione di acquistare l’inceneritore Impregilo a 355 milioni euro, soldi che devono essere sottratti dai fondi fas per le bonifiche. Impregilo è mafia e lo dimostra l’ultima vicenda del Presidente Ponzellini che è inquisito per associazione a delinquere. Il dramma di oggi è che il disegno mafioso vuol continuare a distruggere la Campania e non bonificare.

In Campania per ora c’è solo un sito di compostaggio per la raccolta differenziata. Il resto dei rifiuti sono mandati fuori regione e così i cittadini pagano molto di più. Perché succede?
Perché il piano regionale prevede nell’immediato la costruzione di quattro inceneritori e la costruzione dei siti di compostaggio è rimandata al 2015 in poi. E’ un chiaro e disarmante disegno che favorisce le lobby e la criminalità. Vorrei precisare che esiste anche una criminalità spicciola, quella che smista i rifiuti nelle retrovie, a cielo aperto e poi paga i rom per appiccare fuochi, i roghi che ogni giorni vediamo e respiriamo. Il nostro movimento ha chiesto anche maggiore controllo, con aree video sorvegliate, ma i comuni non recepiscono.


Fonte: Infiltrato.it
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Il problema dei rifiuti prodotti dalle industrie è una piovra che amplia i suoi tentacoli da anni in Campania e in tutto il Meridione. Dal caso Cantariello, in provincia di Napoli, dove la “terra fuma”rifiuti industriali tossici fino ai rifiuti radioattivi delle centrali nucleari americane smaltiti in Basilicata. Inevitabile è l’aumento di tumori, sterilità e malformazioni. Storia di un avvelenamento di massa.

di Maria Cristina Giovannitti

discarica-rifiuti-napoliCon l’estate e l’afa torna con maggiore pressione il problema dei roghi dolosi che vengono appiccati nelle zone a nord di Napoli ogni giorno, guadagnandosi il triste nome di “terra di fuochi”. Ultimo –cronologicamente- è stato un incendio di proporzioni devastanti sviluppatosi nella zona di Caivano, in un deposito di auto dismesse e sottoposte a sequestro giudiziario. Di questo incendio non se ne conosce bene la natura, ne le modalità. Raccolta la preoccupazione dei cittadini che temono per la loro salute perché non sanno cosa respirano, abbiamo cercato di metterci in contatto con il sindaco di Caivano, il dottor Antonio Falco, per avere dei chiarimenti. La segretaria telefonicamente ci informa che il sindaco non è al momento in Comune e che comunque non avrebbe rilasciato interviste.

La questione dello smaltimento dei rifiuti tossici è un grave problema che vede la coalizione politica- mafia –industria pericolosamente unita a danno della salute pubblica. 

La Campania è solo la punta dell’iceberg. Il vero problema coinvolge tutto il Meridione, discarica a cielo aperto per tutti i rifiuti prodotti da “imprenditori evasori” che, in accordo con la camorra, usano le terre del sud Italia per nascondere il marciume di quei rifiuti. Lobby di poteri e di criminalità che hanno un prezzo troppo alto da pagare: la salute di tutti, nessuno escluso. Abbiamo parlato con il dottor Antonio Marfella, oncologo e tossicologo presso l’Ospedale Pascale di Napoli, che conferma l’incidenza dell’aumento dei tumori, e con Lucio Iavarone, presidente del comitato No Discariche dei Comuni a Nord di Napoli.



antonio-marfella_oncologoDottor Marfella, che ne pensa dello smaltimento dei rifiuti tossici?
La prima cosa da precisare è che l’attenzione deve essere focalizzata solo sul problema dello smaltimento dei rifiuti industriali. E’ inutile discutere sullo smaltimento dei rifiuti urbani, sulla scelta degli inceneritori quando il numero pro capite dei rifiuti urbani è in diminuzione. Il grave dramma è l’incremento dei rifiuti delle industrie, specie quelle del nord che pagano la camorra e si muovono verso il meridione. Non è solo la Campania a smaltire i rifiuti tossici ma tutto il Sud Italia condannato ai rifiuti delle industrie dell’Europa e di tutto il mondo.

Per esempio?
Ad esempio in Basilicata sono stati trovati rifiuti radioattivi provenienti da scorie delle centrali nucleari chiuse negli Stati Uniti. Se non risolviamo questo problema, la cosmopolitizzazione porterà un incremento drammatico delle malattie.

Quindi sono i rifiuti tossici industriali a provocare un aumento dei tumori?
Certo, è un dato accertato. Si pensi che in Italia la legge per lo smaltimento dei rifiuti urbani è di gestione e soluzione pubblica mentre quella dei rifiuti industriali è un problema dei privati. E’ inutile parlare di smaltimento dei rifiuti urbani, che all’anno sono 30 milioni di tonnellate  rispetto ai 135 milioni di tonnellate di rifiuti industriali. Inoltre in questi 135 milioni, almeno 30 non hanno nessuna tracciabilità cioè non sappiamo che fine fanno. Il 30/ 40 per cento, invece, dei rifiuti industriali viene inserito tra i rifiuti urbani, così c’è uno sgravo dei costi di smaltimento per il privato. Questo, però, comporta discariche urbane infiltrate da rifiuti tossici industriali. E’ chiaro che ogni industria che produce rifiuti dovrebbe smaltirli nella propria terra. Fin quando i rifiuti circoleranno come merci, saremo condannati.

E la criminalità fa affari …
Le ricordo che la Campania, per scelta, è l’unica regione non dotata di discariche a norma per i rifiuti speciali tossici/nocivi. Ad esempio arrivano in Campania ogni anno 50 mila pneumatici usati da tutte le parti d’Italia per essere riciclati e smaltiti. Quelli che non vengono riciclati diventano combustione nelle terre di fuoco. Una volta bruciato, il pneumatico diventa un rifiuto tossico/nocivo e quindi bisogna, a spese dello Stato, portarlo in altre regioni che hanno discariche a norma. Riciclare un rifiuto urbano o un pneumatico costa 90 euro a tonnellata, se lo mandiamo in Olanda; smaltire un pneumatico bruciato diventato rifiuto tossico/nocivo da 300 euro a tonnellata, arriva anche a 1500 euro.

E lo Stato in tutto questo come si comporta?
Nel decreto legge per lo Sviluppo, il messaggio inviato agli industriali italiani è quello di continuare a smaltire illegalmente, tanto per ora non c’è controllo. E’ una criminalità che ha il suo flusso da nord a sud. Non dimentichiamo che anche la ditta Marcegaglia è stata inquisita ed incriminata per lo smaltimento di materiali tossici.

Ci fornisce qualche dato sull’incremento dei tumori?
Dato ufficiale è che nella sola provincia di Napoli, i tumori sono tre volte in più rispetto alla media nazionale. E’ ancora più drammatico il dato di Caserta. E’ la più giovane provincia d’Italia e in quanto tale dovrebbe essere anche la più sana, mentre riporta un aumento dei tumori di sei volte la media. Il paradosso è che i tumori e le malformazioni dovrebbero essere maggiori nelle zone urbane mentre in Campania sono diffuse nelle aree rurali, in periferia perché nelle campagne sono seppelliti i rifiuti industriali.

In Italia c’è un picco anche delle malformazioni e dei tumori infantili …
Vero. Però le malformazioni sono connesse agli aborti. E’ un dato in incremento ma difficilmente riscontrabile perché le donne che vengono a conoscenza di un feto malformato praticano l’interruzione di gravidanza. Dato ufficiale è invece  che in provincia di Napoli e Caserta  c’è il più basso numero di spermatozoi in Italia. L’infertilità diventa un problema primario.

E per quanto riguarda l’aumento dei tumori al polmone?
Sia la provincia di Napoli che Caserta hanno circa il 3 per cento in più dei casi di tumore al polmone con l’aggravante, però, che 1/3 dei malati non è fumatore. Quindi ciò significa che 3 persone su 10 non fumatori si sono ammalati per fumo passivo e inquinamento ambientale.

Per capirne di più ci siamo rivolti, come detto, a Lucio Iavarone, presidente del comitato No Discariche dei Comuni a Nord di Napoli.

lucio_iavarone_no_discariche_napoliIavarone, come guadagna la criminalità sui rifiuti tossici industriali?
Del problema abbiamo fiumi e fiumi di testimonianze, cominciando dal libro di Roberto Saviano per poi avere tantissime altre informazioni. L’influenza della criminalità sui rifiuti continua tutt’oggi e non si è affatto ridotta. Basti pensare che negli anni scorsi si è avuto il ‘fenomeno dell’interramento’ dove i rifiuti tossici industriali del nord sono stati smaltiti nelle discariche legati e illegali della Campania. L’imprenditoria compiacente, per spendere poco, da’ i suoi rifiuti alla camorra, principalmente i Casalesi che gestiscono questi traffici, e tutto viene riversato da anni nelle campagne della Campania, inquinando i territori a nord di Napoli come il giuglianese o l’agro aversano.

E’ palese il caso Cantariello dove la terra brucia …
Cantariello è un sito di stoccaggio dove, in 10 anni, sono state depositate 9 mila tonnellate di rifiuti industriali illegalmente. Oggi lì la terra fuma perché sono ancora attive le reazioni chimiche di quei prodotti tossici.

La gravità è che vicino al sito ci sono centri commerciali, quindi è una zona frequentata.
Si, c’è un maxi cinema, c’è l’Ikea, e Leroy Merlin. E’ insomma una zona frequentata quotidianamente da migliaia di persone.

E come reagisce l’amministrazione a tutto questo?
Il problema insiste sulla linea di confine tra Casoria ed Afragola. Il sito, territorialmente, è sul comune di Casoria e il sindaco Vincenzo Carfora si sta interessando alla questione. I rappresentanti della regione Campania e la commissione bonifiche si sono recati sul posto per testare la gravità della situazione. C’è stato un sopralluogo anche dell’ARPAC –Agenzia Regionale Protezione Ambientale- per ricorrere ad un’opera di bonifica urgente. Assente ingiustificata l’Asl Na2 nord. Il comune di Afragola trascura, invece, il problema. In realtà le conseguenze maggiori le hanno proprio gli abitanti di Afragola che in numero maggiore vivono in quella zona di confine. Nonostante il sindaco, Vincenzo Nespoli, sia un senatore e avrebbe potuto dedicarsi con maggiore impegno per la risoluzione, stiamo riscontrando un menefreghismo ed un atteggiamento assolutamente incomprensibile.

Intanto la situazione in Campania sta degenerando …
In effetti ad Acerra, nelle terre dove c’era un fiorente allevamento di bestiame, oggi c’è l’assoluto divieto di pascolare. Il triangolo della morte, Acerra-Pomigliano-Marigliano, ha delle terre avvelenate. Basti pensare che lì sono nate pecore deformate, con due teste e cinque zampe. Il pastore e proprietario di alcune di queste terre, Cannavacciuolo, morto in seguito per cancro per contaminazione elevata, prima di morire è stato sottoposto dall’oncologo Antonio Marfella ad analisi del sangue e nelle sue vene è stato riscontrato un livello di diossina centinaia di volte superiore alla norma.

Proprio sull’incidenza dei tumori e della connessione con i rifiuti, pochi giorni fa in Regione è stato approvato il Registro dei Tumori, finanziamenti volti alla raccolta dei dati per queste patologie. Il problema è che alla raccolta dei dati saranno addetti possibilità di poter falsare poi i dati?
Dopo anni di lotte  e battaglie per far approvare questa legge, arriva come un contentino, un fumo negli occhi. Nella proposta c’era l’idea di un organo di controllo dei dati, a titolo totalmente gratuito, formato dall’associazione dei Medici dell’Ambiente. La proposta è stata rigettata. Gli addetti che saranno scelti dai politici ovviamente verranno condizionati dal valore politico. Per esempio a Terzigno c’è un’incidenza di tumori 800 volte superiore alla media nazionale. E’ chiaro che i politici non faranno mai uscire un dato del genere, lasciando campo libero ai criminali.

Come reagisce il governo nazionale?
Ormai il ‘caso Campania’ lo abbiamo definito un tentativo di biocidio studiato a tavolino tra la politica corrotta, criminalità organizzata e imprenditoria malata. Alla Campania sono stati destinati 700 milioni euro per investire esclusivamente nelle bonifiche del territorio ma il governo impone alla Regione di acquistare l’inceneritore Impregilo a 355 milioni euro, soldi che devono essere sottratti dai fondi fas per le bonifiche. Impregilo è mafia e lo dimostra l’ultima vicenda del Presidente Ponzellini che è inquisito per associazione a delinquere. Il dramma di oggi è che il disegno mafioso vuol continuare a distruggere la Campania e non bonificare.

In Campania per ora c’è solo un sito di compostaggio per la raccolta differenziata. Il resto dei rifiuti sono mandati fuori regione e così i cittadini pagano molto di più. Perché succede?
Perché il piano regionale prevede nell’immediato la costruzione di quattro inceneritori e la costruzione dei siti di compostaggio è rimandata al 2015 in poi. E’ un chiaro e disarmante disegno che favorisce le lobby e la criminalità. Vorrei precisare che esiste anche una criminalità spicciola, quella che smista i rifiuti nelle retrovie, a cielo aperto e poi paga i rom per appiccare fuochi, i roghi che ogni giorni vediamo e respiriamo. Il nostro movimento ha chiesto anche maggiore controllo, con aree video sorvegliate, ma i comuni non recepiscono.


Fonte: Infiltrato.it

lunedì 18 giugno 2012

I vertici dello Stato sapevano. “Paolo aveva capito tutto”


borsellino-agnese-webIntervista ad Agnese Borsellino
di Sandra Amurri - 17 giugno 2012

Agnese Borsellino: ''Alcuni potenti non hanno salvato neppure la dignità''
Agnese Piraino Borsellino non è donna dalla parola leggera. È abituata a pesarle le parole prima di pronunciarle, ma non a calcolarne la convenienza. È una donna attraversata dal dolore che il dolore non ha avvizzito. I suoi occhi brillano ancora.
E ancora hanno la forza per guardare in faccia una verità aberrante che non sfiora la politica e le istituzioni. Una donna che trascorre il suo tempo con i tre figli e i nipotini, uno dei quali si chiama Paolo Borsellino. Le siamo grati di aver accettato di incontrarci all’indomani delle ultime notizie sulla trattativa Stato-mafia iniziata nel 1992, che ha portato alla strage di via D’Amelio, di cui ricorre il ventennale il 19 luglio, e alle altre bombe. In un’intervista al Fatto l’11 ottobre 2009, Agnese disse: “Sono una vedova di guerra e non una vedova di mafia” e alla domanda: “Una guerra terminata con la strage di via D’Amelio?”, rispose: “No. Non è finita . Si è trasformata in guerra fredda che finirà quando sarà scritta la verità”.

A distanza di tre anni quella verità, al di là degli esiti processuali, è divenuta patrimonio collettivo: la trattativa Stato-mafia c’è stata. Sono indagati, a vario titolo, ex ministri come Conso e Mancino, deputati in carica come Mannino e Dell’Utri. Lei che ha vissuto accanto a un uomo animato da un senso dello Stato così profondo da anteporlo alla sua stessa vita, cosa prova oggi? 
Le rispondo cosa non provo: non provo meraviglia in quanto moglie di chi, da sempre, metteva in guardia dal rischio di una contiguità tra poteri criminali e pezzi dello Stato, contiguità della quale Cosa Nostra, ieri come oggi, non poteva fare a meno per esistere.

Non la meraviglia neppure che probabilmente anche alte cariche dello Stato sapessero della trattativa Stato-mafia, come si evince dalla telefonata di Nicola Mancino al consigliere giuridico del presidente della Repubblica, Loris D’Ambrosio, in cui chiede di parlare con Giorgio Napolitano e dice: “Non lasciatemi solo, possono uscire altri nomi” (tra cui Scalfaro)? Come dire: le persone sole parlano di altre persone?
Questo mi addolora profondamente, perché uno Stato popolato da ricattatori e ricattati non potrà mai avere e dare né pace né libertà ai suoi figli. Ma ripeto, non provo meraviglia: mio marito aveva capito tutto.

Lei descrive i cosiddetti smemorati istituzionali, coloro che hanno taciuto o che hanno ricordato a metà, come “uomini che tacciono perché la loro vita scorre ancora tutta dentro le maglie di un potere senza il quale sarebbero nudi” e disse di provare per loro “una certa tenerezza”. La prova ancora, o ritiene che abbiano responsabilità così grandi da non poter essere né compianti né perdonati? 
Non perdono quei rappresentanti delle istituzioni che non hanno il senso della vergogna, ma sanno solo difendersi professandosi innocenti come normalmente si professa il criminale che si è macchiato di orrendi crimini. Alcuni cosiddetti “potenti”, ritenuti in passato intoccabili, hanno secondo me perso in questa storia un’occasione importante per salvare almeno la loro dignità e non mi meraviglierei se qualche comico li ridicolizzasse.
Paolo Borsellino ai figli ripeteva spesso: imparate a fare la differenza umanamente, non è il ruolo che fa grandi gli uomini, è la grandezza degli uomini che fa grande il ruolo. Mai parole appaiono più vere alla luce dell’oggi. 
Il posto, il ruolo, non è importante, lo diventa secondo l’autorevolezza di chi lo ricopre. Oggi mio marito ripeterebbe la stessa espressione con il sorriso ironico che lo caratterizzava.

Signora, perché ha raccontato ai magistrati di Caltanissetta solo nel 2010, dopo 18 anni, che suo marito le aveva confidato che l’ex comandante del Ros, il generale Antonio Subranni, era in rapporto con ambienti mafiosi e che era stato “punciutu”?
Potrebbe apparire un silenzio anomalo, ma non lo è. I tempi sono maturati successivamente e gli attuali magistrati di Caltanissetta, cui ancora una volta desidero manifestare la mia stima e il mio affetto, sanno le ragioni per le quali ho riferito alcune confidenze di mio marito a loro e soltanto a loro.

Sta dicendo che ha ritenuto di non poter affidare quella confidenza così sconvolgente alla Procura di Caltanissetta fino a che è stata diretta da Giovanni Tinebra? 
Il primo problema che mi sono posta all’indomani della strage è stato di proteggere i miei figli, le mie condotte e le mie decisioni sono state prevalentemente dettate, in tutti questi lunghi anni, da questa preoccupazione.

Il pm Nico Gozzo all’indomani della dichiarazione del generale Subranni, che l’ha definita non credibile con parole che per pudore non riportiamo, ha fondato su Facebook il gruppo: ”Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino”. Un fiume di adesioni, lettere commoventi , fotografie, dediche struggenti. Come lo racconterebbe a suo marito in un dialogo ideale?
Caro Paolo, l’amore che hai sparso si è tradotto anche in tantissime lettere affettuose, prive di retorica e grondanti di profondi sentimenti, che ho avuto l’onore di ricevere perché moglie di un grande uomo buono.

Dove trova la forza una donna che ha toccato il dolore per la perdita del suo più grande amore e ora deve sopportare anche il dolore per una verità che fa rabbrividire? 
Nel far convivere i sentimenti emotivi e la ragione, ho fatto prevalere quest’ultima in quanto mi ha dato la forza di sopportare il dolore per la perdita di un marito meraviglioso ed esemplare e per accettare una verità complessa, frutto di una società e di una politica in pieno degrado etico e istituzionale.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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borsellino-agnese-webIntervista ad Agnese Borsellino
di Sandra Amurri - 17 giugno 2012

Agnese Borsellino: ''Alcuni potenti non hanno salvato neppure la dignità''
Agnese Piraino Borsellino non è donna dalla parola leggera. È abituata a pesarle le parole prima di pronunciarle, ma non a calcolarne la convenienza. È una donna attraversata dal dolore che il dolore non ha avvizzito. I suoi occhi brillano ancora.
E ancora hanno la forza per guardare in faccia una verità aberrante che non sfiora la politica e le istituzioni. Una donna che trascorre il suo tempo con i tre figli e i nipotini, uno dei quali si chiama Paolo Borsellino. Le siamo grati di aver accettato di incontrarci all’indomani delle ultime notizie sulla trattativa Stato-mafia iniziata nel 1992, che ha portato alla strage di via D’Amelio, di cui ricorre il ventennale il 19 luglio, e alle altre bombe. In un’intervista al Fatto l’11 ottobre 2009, Agnese disse: “Sono una vedova di guerra e non una vedova di mafia” e alla domanda: “Una guerra terminata con la strage di via D’Amelio?”, rispose: “No. Non è finita . Si è trasformata in guerra fredda che finirà quando sarà scritta la verità”.

A distanza di tre anni quella verità, al di là degli esiti processuali, è divenuta patrimonio collettivo: la trattativa Stato-mafia c’è stata. Sono indagati, a vario titolo, ex ministri come Conso e Mancino, deputati in carica come Mannino e Dell’Utri. Lei che ha vissuto accanto a un uomo animato da un senso dello Stato così profondo da anteporlo alla sua stessa vita, cosa prova oggi? 
Le rispondo cosa non provo: non provo meraviglia in quanto moglie di chi, da sempre, metteva in guardia dal rischio di una contiguità tra poteri criminali e pezzi dello Stato, contiguità della quale Cosa Nostra, ieri come oggi, non poteva fare a meno per esistere.

Non la meraviglia neppure che probabilmente anche alte cariche dello Stato sapessero della trattativa Stato-mafia, come si evince dalla telefonata di Nicola Mancino al consigliere giuridico del presidente della Repubblica, Loris D’Ambrosio, in cui chiede di parlare con Giorgio Napolitano e dice: “Non lasciatemi solo, possono uscire altri nomi” (tra cui Scalfaro)? Come dire: le persone sole parlano di altre persone?
Questo mi addolora profondamente, perché uno Stato popolato da ricattatori e ricattati non potrà mai avere e dare né pace né libertà ai suoi figli. Ma ripeto, non provo meraviglia: mio marito aveva capito tutto.

Lei descrive i cosiddetti smemorati istituzionali, coloro che hanno taciuto o che hanno ricordato a metà, come “uomini che tacciono perché la loro vita scorre ancora tutta dentro le maglie di un potere senza il quale sarebbero nudi” e disse di provare per loro “una certa tenerezza”. La prova ancora, o ritiene che abbiano responsabilità così grandi da non poter essere né compianti né perdonati? 
Non perdono quei rappresentanti delle istituzioni che non hanno il senso della vergogna, ma sanno solo difendersi professandosi innocenti come normalmente si professa il criminale che si è macchiato di orrendi crimini. Alcuni cosiddetti “potenti”, ritenuti in passato intoccabili, hanno secondo me perso in questa storia un’occasione importante per salvare almeno la loro dignità e non mi meraviglierei se qualche comico li ridicolizzasse.
Paolo Borsellino ai figli ripeteva spesso: imparate a fare la differenza umanamente, non è il ruolo che fa grandi gli uomini, è la grandezza degli uomini che fa grande il ruolo. Mai parole appaiono più vere alla luce dell’oggi. 
Il posto, il ruolo, non è importante, lo diventa secondo l’autorevolezza di chi lo ricopre. Oggi mio marito ripeterebbe la stessa espressione con il sorriso ironico che lo caratterizzava.

Signora, perché ha raccontato ai magistrati di Caltanissetta solo nel 2010, dopo 18 anni, che suo marito le aveva confidato che l’ex comandante del Ros, il generale Antonio Subranni, era in rapporto con ambienti mafiosi e che era stato “punciutu”?
Potrebbe apparire un silenzio anomalo, ma non lo è. I tempi sono maturati successivamente e gli attuali magistrati di Caltanissetta, cui ancora una volta desidero manifestare la mia stima e il mio affetto, sanno le ragioni per le quali ho riferito alcune confidenze di mio marito a loro e soltanto a loro.

Sta dicendo che ha ritenuto di non poter affidare quella confidenza così sconvolgente alla Procura di Caltanissetta fino a che è stata diretta da Giovanni Tinebra? 
Il primo problema che mi sono posta all’indomani della strage è stato di proteggere i miei figli, le mie condotte e le mie decisioni sono state prevalentemente dettate, in tutti questi lunghi anni, da questa preoccupazione.

Il pm Nico Gozzo all’indomani della dichiarazione del generale Subranni, che l’ha definita non credibile con parole che per pudore non riportiamo, ha fondato su Facebook il gruppo: ”Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino”. Un fiume di adesioni, lettere commoventi , fotografie, dediche struggenti. Come lo racconterebbe a suo marito in un dialogo ideale?
Caro Paolo, l’amore che hai sparso si è tradotto anche in tantissime lettere affettuose, prive di retorica e grondanti di profondi sentimenti, che ho avuto l’onore di ricevere perché moglie di un grande uomo buono.

Dove trova la forza una donna che ha toccato il dolore per la perdita del suo più grande amore e ora deve sopportare anche il dolore per una verità che fa rabbrividire? 
Nel far convivere i sentimenti emotivi e la ragione, ho fatto prevalere quest’ultima in quanto mi ha dato la forza di sopportare il dolore per la perdita di un marito meraviglioso ed esemplare e per accettare una verità complessa, frutto di una società e di una politica in pieno degrado etico e istituzionale.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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venerdì 25 maggio 2012

Capaci: non solo vendetta di mafia - puntata 25 - Servizio Pubblico

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=SsWTl7oNGGY#!

 Per Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la Corte d'Appello di Caltanissetta, gli omicidi di Falcone e Borsellino non sono solo vendetta mafiosa. Nascondono molto altro, ci sono coperchi da aprire per far luce su strategie di collaborazione tra la mafia e cariche dello Stato che favorivano la latitanza dei grandi boss.
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https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=SsWTl7oNGGY#!

 Per Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la Corte d'Appello di Caltanissetta, gli omicidi di Falcone e Borsellino non sono solo vendetta mafiosa. Nascondono molto altro, ci sono coperchi da aprire per far luce su strategie di collaborazione tra la mafia e cariche dello Stato che favorivano la latitanza dei grandi boss.

mercoledì 23 maggio 2012

Luigi de Magistris: da Falcone e Borsellino la lezione che la mafia si può battere

http://www.youtube.com/watch?v=MMkzfsFo9RM

 Napoli, piazza Municipio 23.5.2012 .
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http://www.youtube.com/watch?v=MMkzfsFo9RM

 Napoli, piazza Municipio 23.5.2012 .

A venti anni dall'uccisione di Falcone

http://www.youtube.com/watch?v=0AMhmxSuTWc

 Dopo venti anni la retorica delle celebrazioni delle stragi di mafia diventa insostenibile, da una parte i cattivi che non parlano italiano corretto, dall'altra parte i buoni che stanno con lo Stato. Non è così. Ne discuutono. Roberto Scarpinato, Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Caltanissetta, Maria Cuffaro Giornalista del TG3, Corrado De Rosa, psichiatra che si occupa di perizie in Tribunale e autore de "I medici della Camorra", Attilio Bolzoni giornalista de "La Repubblica" e autore del libro "Uomini soli" e il Procuratore aggiunto della direzione nazionale antimafia, Gianfranco Donadio.
Rainews24
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http://www.youtube.com/watch?v=0AMhmxSuTWc

 Dopo venti anni la retorica delle celebrazioni delle stragi di mafia diventa insostenibile, da una parte i cattivi che non parlano italiano corretto, dall'altra parte i buoni che stanno con lo Stato. Non è così. Ne discuutono. Roberto Scarpinato, Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Caltanissetta, Maria Cuffaro Giornalista del TG3, Corrado De Rosa, psichiatra che si occupa di perizie in Tribunale e autore de "I medici della Camorra", Attilio Bolzoni giornalista de "La Repubblica" e autore del libro "Uomini soli" e il Procuratore aggiunto della direzione nazionale antimafia, Gianfranco Donadio.
Rainews24

giovedì 17 maggio 2012

Camorra: le occasioni perse dal sindaco di Bologna


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Secondo il sindaco di Bologna, Virginio Merola, a Napoli “contro Equitalia sono scesi in piazza cittadini e camorra”
Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris gli risponde: “Manifestare insieme alla camorra non è abitudine delle cittadine e dei cittadini di Napoli.
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Il Sindaco di Bologna, Virginio Merola, (foto: “La Repubblica”-Bologna)
Ora, senza fare del campanilismo permaloso, possiamo subito dire che la camorra prova a infilarsi in ogni rivolta o disagio sociale, con un duplice scopo. Il primo è quello di radicare il proprio consenso presso i portatori di bisogni. Il secondo è quello di indurre i decisori pubblici a misure e a politiche utili agli interessi camorristici.
Detto questo, non si capisce perché la protesta sociale napoletana debba esaurirsi in questo unico aspetto, della possibile, e comunque parziale, corruzione camorristica. Le dinamiche di Equitalia sono un problema in territori ben più ricchi, perché non dovrebbero esserlo a Napoli?
Merola però vuol dire – giustamente – non approfittiamo degli abusi di Equitalia per legittimare l’evasione. Legittimazione che in questi ultimi anni è arrivata da fonti istituzionali molto autorevoli e da contesti imprenditoriali molto attivi, ma entrambi ben lontani da Napoli.
D’altra parte l’efficienza di Equitalia – il fine che ne giustifica i discutibilissimi mezzi – è un mito. Ad esempio, gli oneri per le notifiche delle cartelle pazze – cioè emesse per tributi non dovuti o già pagati – rappresentano un incremento delle entrate per Equitalia e per lo Stato, ma non hanno niente a che vedere con un sistema equo e progressivo di tassazione che dovrebbe esistere in un Paese civile.
Il nostro Merola – diventato sindaco a seguito delle dimissioni del predecessore Delbono (PD), accusato di pagarsi le vacanze con la fidanzata coi soldi della Regione Emilia Romagna di cui era vice presidente – ha perso un occasione per dire qualcosa di non scontato su Equitalia.
Se poi il Nostro volesse, in omaggio magari al fatto di essere nato in Campania, occuparsi di lotta alla camorra, avrebbe un bel da fare sul suo territorio, senza avventarsi in proiezioni imprecise a centinaia di km di distanza. Potrebbe ad esempio sostenere esperienze giornalistiche come quelle di Giovanni Tizian. Potrebbe seguire l’appello che il Procuratore Capo di Bologna, Roberto Alfonso, ha fatto anche ai Comuni dell’Emilia Romagna invitandoli a darsi una svegliata in tema di infiltrazioni camorristiche che taglieggiano l’economia della regione. Potrebbe soprattutto spiegare qualcosa di più su Hera la società partecipata del Comune di Bologna, rispondendo all’invito ufficiale che Giovanni Favia ha formalizzato in un ordine del giorno proposto al Consiglio comunale di Bologna e che riporto qui sotto:
Il Consiglio Comunale di Bologna
Premesso
Che HERA S.p.A è una “public utility” controllata, attraverso un patto di sindacato, da numerosi enti locali Emiliano Romagnoli tra cui il comune di Bologna
Che il Comune di Bologna è il maggiore azionista di Hera S.p.A. con una quota di azioni pari al 14,76 %
Che HERA S.p.A detiene il 100% di HERA COMM, la quale si occupa di vendita di gas ed energia elettrica
Che HERA COMM detiene il 50,01% di HERA COMM MEDITERRANEA la quale si occupa di produzione, acquisto, trasporto e vendita di energia.
Che il restante 49,99% di HERA COMM MEDITERRANEA è detenuto dalla società S.C.R. s.r.l. con capitale coperto da segreto fiduciario e scelta senza gara ad evidenza pubblica, in netto contrasto con le norme antimafia e del codice dei contratti pubblici
Che all’interno del C.d.A di HERA COMM MEDITERRANEA siede, come rappresentante della S.C.R. l’imprenditore Giovanni Cosentino
Considerato Che HERA SPA grazie ad HERA COMM MEDITERRANEA vede entrare all’interno delle sue casse decine di milioni di Euro.
Che HERA SPA si è dotata di un codice etico che le proibisce comportamenti opportunistici contrari dell’organizzazione o all’etica sociale
Che nel 1997 la prefettura di Caserta ha negato la certificazione antimafia alle società all’interno delle quali sedeva Giovanni Cosentino
Che la famiglia Cosentino è accusata da diversi pentiti di avere legami con la criminalità organizzata, specie con il clan dei Casalesi
Invita
Il Sindaco, di concerto con gli altri soci all’interno del patto di sindacato, ad adoperarsi affinchè persone delle quali non può essere garantita l’onestà e l’estraneità al mondo della camorra, non siedano all’interno di società partecipate dal comune di Bologna
firmato Giovanni Favia
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La risposta del Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, alla dichiarazione di Merola
“Manifestare insieme alla camorra non è abitudine delle cittadine e dei cittadini di Napoli. Mi auguro che il pensiero del sindaco di Bologna Merola sia stato travisato. Lo dico perchè il momento nazionale è già profondamente delicato ed il clima particolarmente esasperato. Sostengo, invece, la condanna che in queste ore si sta alzando verso ogni forma di violenza. Anche il sano conflitto sociale, che non va criminalizzato, deve sempre esercitarsi nell’orizzonte della democrazia e della non violenza”. Lo afferma in una nota il sindaco di Napoli Luigi de Magistris il 15 maggio 2012 (fonte: Ufficio Stampa del Consiglio Comunale di Napoli)


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Secondo il sindaco di Bologna, Virginio Merola, a Napoli “contro Equitalia sono scesi in piazza cittadini e camorra”
Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris gli risponde: “Manifestare insieme alla camorra non è abitudine delle cittadine e dei cittadini di Napoli.
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Il Sindaco di Bologna, Virginio Merola, (foto: “La Repubblica”-Bologna)
Ora, senza fare del campanilismo permaloso, possiamo subito dire che la camorra prova a infilarsi in ogni rivolta o disagio sociale, con un duplice scopo. Il primo è quello di radicare il proprio consenso presso i portatori di bisogni. Il secondo è quello di indurre i decisori pubblici a misure e a politiche utili agli interessi camorristici.
Detto questo, non si capisce perché la protesta sociale napoletana debba esaurirsi in questo unico aspetto, della possibile, e comunque parziale, corruzione camorristica. Le dinamiche di Equitalia sono un problema in territori ben più ricchi, perché non dovrebbero esserlo a Napoli?
Merola però vuol dire – giustamente – non approfittiamo degli abusi di Equitalia per legittimare l’evasione. Legittimazione che in questi ultimi anni è arrivata da fonti istituzionali molto autorevoli e da contesti imprenditoriali molto attivi, ma entrambi ben lontani da Napoli.
D’altra parte l’efficienza di Equitalia – il fine che ne giustifica i discutibilissimi mezzi – è un mito. Ad esempio, gli oneri per le notifiche delle cartelle pazze – cioè emesse per tributi non dovuti o già pagati – rappresentano un incremento delle entrate per Equitalia e per lo Stato, ma non hanno niente a che vedere con un sistema equo e progressivo di tassazione che dovrebbe esistere in un Paese civile.
Il nostro Merola – diventato sindaco a seguito delle dimissioni del predecessore Delbono (PD), accusato di pagarsi le vacanze con la fidanzata coi soldi della Regione Emilia Romagna di cui era vice presidente – ha perso un occasione per dire qualcosa di non scontato su Equitalia.
Se poi il Nostro volesse, in omaggio magari al fatto di essere nato in Campania, occuparsi di lotta alla camorra, avrebbe un bel da fare sul suo territorio, senza avventarsi in proiezioni imprecise a centinaia di km di distanza. Potrebbe ad esempio sostenere esperienze giornalistiche come quelle di Giovanni Tizian. Potrebbe seguire l’appello che il Procuratore Capo di Bologna, Roberto Alfonso, ha fatto anche ai Comuni dell’Emilia Romagna invitandoli a darsi una svegliata in tema di infiltrazioni camorristiche che taglieggiano l’economia della regione. Potrebbe soprattutto spiegare qualcosa di più su Hera la società partecipata del Comune di Bologna, rispondendo all’invito ufficiale che Giovanni Favia ha formalizzato in un ordine del giorno proposto al Consiglio comunale di Bologna e che riporto qui sotto:
Il Consiglio Comunale di Bologna
Premesso
Che HERA S.p.A è una “public utility” controllata, attraverso un patto di sindacato, da numerosi enti locali Emiliano Romagnoli tra cui il comune di Bologna
Che il Comune di Bologna è il maggiore azionista di Hera S.p.A. con una quota di azioni pari al 14,76 %
Che HERA S.p.A detiene il 100% di HERA COMM, la quale si occupa di vendita di gas ed energia elettrica
Che HERA COMM detiene il 50,01% di HERA COMM MEDITERRANEA la quale si occupa di produzione, acquisto, trasporto e vendita di energia.
Che il restante 49,99% di HERA COMM MEDITERRANEA è detenuto dalla società S.C.R. s.r.l. con capitale coperto da segreto fiduciario e scelta senza gara ad evidenza pubblica, in netto contrasto con le norme antimafia e del codice dei contratti pubblici
Che all’interno del C.d.A di HERA COMM MEDITERRANEA siede, come rappresentante della S.C.R. l’imprenditore Giovanni Cosentino
Considerato Che HERA SPA grazie ad HERA COMM MEDITERRANEA vede entrare all’interno delle sue casse decine di milioni di Euro.
Che HERA SPA si è dotata di un codice etico che le proibisce comportamenti opportunistici contrari dell’organizzazione o all’etica sociale
Che nel 1997 la prefettura di Caserta ha negato la certificazione antimafia alle società all’interno delle quali sedeva Giovanni Cosentino
Che la famiglia Cosentino è accusata da diversi pentiti di avere legami con la criminalità organizzata, specie con il clan dei Casalesi
Invita
Il Sindaco, di concerto con gli altri soci all’interno del patto di sindacato, ad adoperarsi affinchè persone delle quali non può essere garantita l’onestà e l’estraneità al mondo della camorra, non siedano all’interno di società partecipate dal comune di Bologna
firmato Giovanni Favia
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La risposta del Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, alla dichiarazione di Merola
“Manifestare insieme alla camorra non è abitudine delle cittadine e dei cittadini di Napoli. Mi auguro che il pensiero del sindaco di Bologna Merola sia stato travisato. Lo dico perchè il momento nazionale è già profondamente delicato ed il clima particolarmente esasperato. Sostengo, invece, la condanna che in queste ore si sta alzando verso ogni forma di violenza. Anche il sano conflitto sociale, che non va criminalizzato, deve sempre esercitarsi nell’orizzonte della democrazia e della non violenza”. Lo afferma in una nota il sindaco di Napoli Luigi de Magistris il 15 maggio 2012 (fonte: Ufficio Stampa del Consiglio Comunale di Napoli)


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