mercoledì 16 maggio 2012

La Calabria è un'isola


Scarica la versione audio o video dell'inchiesta da iTunes
http://itunes.apple.com/it/podcast/radioradicale-fai-notizia/id501977362?l=en

Le spedizioni in Calabria hanno lo stesso prezzo di Sicilia e Sardegna perché, riferisce l'Associazione Nazionale Corrieri, “è troppo difficile da raggiungere”.
Nonostante i ritardi per i lavori di ampliamento dell'autostrada A3, lo Stato riconosce alle imprese 300 milioni per costi non previsti. Tra cui quelli dei protocolli antimafia. La collettività quindi sopporta non solo i costi della mafia (attentati, estorsioni, materiali di qualità inferiore) ma anche quelli delle attività antimafia, che di fatto non hanno frenato lo strapotere dei clan sui lavori dell’autostrada. Oggi infatti chi ha denunciato il pizzo non lavora più nei cantieri.
Il rapporto Confesercenti lo ha definito “il corpo di reato più grande d’Italia”. Per ogni macrolotto è aperta un’indagine giudiziaria. La spartizione del territorio è stata scientifica. 

salerno-reggio-calabria-i-costi-la-ndrangheta-i-ritardi


Nell’immaginario collettivo, nei “cantieri lumaca” del Sud si lavora con lentezza. Nella realtà non è così. Mentre il “contraente generale” non ha nessuna fretta, le piccole ditte lavorano al ribasso e sono costrette agli straordinari, ai turni di notte, per consegnare il lavoro nel più breve tempo possibile.
E così in questi anni numerosi operai hanno perso la vita nei cantieri della Salerno - Reggio Calabria.

Questi i temi dell'audioinchiesta di Antonello Mangano per Fainotizia.it con le interviste a Pietro Ciucci, amministratore unico ANAS, Bruno Frattasi, capo di gabinetto Ministero dell'Interno, Giovanni Tizian, giornalista gruppo Espresso, Gaetano Saffioti, imprenditore sotto scorta, Renato Carrara, presidente Associazione Nazionale Corrieri e Ivan Cicconi, esperto di lavori pubblici.


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Scarica la versione audio o video dell'inchiesta da iTunes
http://itunes.apple.com/it/podcast/radioradicale-fai-notizia/id501977362?l=en

Le spedizioni in Calabria hanno lo stesso prezzo di Sicilia e Sardegna perché, riferisce l'Associazione Nazionale Corrieri, “è troppo difficile da raggiungere”.
Nonostante i ritardi per i lavori di ampliamento dell'autostrada A3, lo Stato riconosce alle imprese 300 milioni per costi non previsti. Tra cui quelli dei protocolli antimafia. La collettività quindi sopporta non solo i costi della mafia (attentati, estorsioni, materiali di qualità inferiore) ma anche quelli delle attività antimafia, che di fatto non hanno frenato lo strapotere dei clan sui lavori dell’autostrada. Oggi infatti chi ha denunciato il pizzo non lavora più nei cantieri.
Il rapporto Confesercenti lo ha definito “il corpo di reato più grande d’Italia”. Per ogni macrolotto è aperta un’indagine giudiziaria. La spartizione del territorio è stata scientifica. 

salerno-reggio-calabria-i-costi-la-ndrangheta-i-ritardi


Nell’immaginario collettivo, nei “cantieri lumaca” del Sud si lavora con lentezza. Nella realtà non è così. Mentre il “contraente generale” non ha nessuna fretta, le piccole ditte lavorano al ribasso e sono costrette agli straordinari, ai turni di notte, per consegnare il lavoro nel più breve tempo possibile.
E così in questi anni numerosi operai hanno perso la vita nei cantieri della Salerno - Reggio Calabria.

Questi i temi dell'audioinchiesta di Antonello Mangano per Fainotizia.it con le interviste a Pietro Ciucci, amministratore unico ANAS, Bruno Frattasi, capo di gabinetto Ministero dell'Interno, Giovanni Tizian, giornalista gruppo Espresso, Gaetano Saffioti, imprenditore sotto scorta, Renato Carrara, presidente Associazione Nazionale Corrieri e Ivan Cicconi, esperto di lavori pubblici.


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lunedì 23 aprile 2012

150 anni dall'Unità d'Italia. Parla il Giudice Nicola Gratteri - "Finta Unità d'Italia"

Perchè ha procreato la mafia

Fonte: J' accuse...!

nicola gratteri copiaTrascriviamo alcune parti dell'Intervento del Giudice Nicola Gratteri Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria. Al termine della trascrizione il video dell'intervento del Giudice Gratteri tratto da youtube

"... l'Unità d'Italia non è stata discussa, è stata imposta... Le violenze, gli omicidi, gli stupri fatti in Basilicata in Calabria, in Puglia... le fosse Ardeatine non sono nulla. Quando venivano ammazzati 10 romani per ogni tedesco ucciso nelle fosse Ardeatine, quando è stato ucciso un piemontese, erano uccisi 100 calabresi, per ogni piemontese ucciso... io ancora non ho sentito la storia dell'Unità d'Italia perchè la storia resta scritta dai vincenti... Chi ha imposto l'Unità d'Italia ha tradito quelle popolazioni che sono diventate sempre più povere e sempre più emarginate. Non sono qui a fare del vittimismo, ho letto documenti... non quelli che vanno di moda. Mi sono documentato, sono andato agli Archivi di Stato, ho letto documenti dell'epoca. L'unità d'Italia è stata imposta in cambio della modifica dei patti agrari... Lì è proliferato il bribantaggio che è cosa diversa dalla picciotteria. Attenzione non confondere. Perchè dei caproni ignoranti che non leggono e che non hanno studiato e che insegnano nelle università e vanno ai convegni antimafia non sono in grado di distinguere le origini della picciotteria col brigantaggio. Chiusa parentesi. Per quanto riguarda quello di cui ha parlato da elettore di sinistra ( il giudice si rivolge ad una persona tra il pubblico che evidentementee aveva fatto prima una domanda. ndr.) lei sa bene che oggi il parlamento, che è stato nominato da sei - sette persone non di più, noi non siamo in democrazia, non possiamo scegliere ( lunghi applausi ndr) perchè le rivoluzioni non si fanno solo con cultura, le rivoluzioni si fanno, lei ha visto nel Nord Africa, le rivoluzioni si fanno con la pace e noi non ancora non abbiamo la fame del Nord Africa per fare la rivoluzione... "


Fonte: J' accuse...!

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Perchè ha procreato la mafia

Fonte: J' accuse...!

nicola gratteri copiaTrascriviamo alcune parti dell'Intervento del Giudice Nicola Gratteri Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria. Al termine della trascrizione il video dell'intervento del Giudice Gratteri tratto da youtube

"... l'Unità d'Italia non è stata discussa, è stata imposta... Le violenze, gli omicidi, gli stupri fatti in Basilicata in Calabria, in Puglia... le fosse Ardeatine non sono nulla. Quando venivano ammazzati 10 romani per ogni tedesco ucciso nelle fosse Ardeatine, quando è stato ucciso un piemontese, erano uccisi 100 calabresi, per ogni piemontese ucciso... io ancora non ho sentito la storia dell'Unità d'Italia perchè la storia resta scritta dai vincenti... Chi ha imposto l'Unità d'Italia ha tradito quelle popolazioni che sono diventate sempre più povere e sempre più emarginate. Non sono qui a fare del vittimismo, ho letto documenti... non quelli che vanno di moda. Mi sono documentato, sono andato agli Archivi di Stato, ho letto documenti dell'epoca. L'unità d'Italia è stata imposta in cambio della modifica dei patti agrari... Lì è proliferato il bribantaggio che è cosa diversa dalla picciotteria. Attenzione non confondere. Perchè dei caproni ignoranti che non leggono e che non hanno studiato e che insegnano nelle università e vanno ai convegni antimafia non sono in grado di distinguere le origini della picciotteria col brigantaggio. Chiusa parentesi. Per quanto riguarda quello di cui ha parlato da elettore di sinistra ( il giudice si rivolge ad una persona tra il pubblico che evidentementee aveva fatto prima una domanda. ndr.) lei sa bene che oggi il parlamento, che è stato nominato da sei - sette persone non di più, noi non siamo in democrazia, non possiamo scegliere ( lunghi applausi ndr) perchè le rivoluzioni non si fanno solo con cultura, le rivoluzioni si fanno, lei ha visto nel Nord Africa, le rivoluzioni si fanno con la pace e noi non ancora non abbiamo la fame del Nord Africa per fare la rivoluzione... "


Fonte: J' accuse...!

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sabato 24 marzo 2012

Trattativa mafia Stato: de Magistris, da Caltanissetta passi verso la verità



http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=oL5DvJgv298

Napoli, 24.3.2012

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http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=oL5DvJgv298

Napoli, 24.3.2012

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venerdì 16 marzo 2012

Cittadinanza onoraria a Pino Masciari! A Milano può esserci anche del buono...il vero meridionalismo e' agli antipodi del leghismo!


Dopo tante cattive notizie, esempi di corruzione dilagante in Regione Lombardia e tante dimostrazioni di stupidità leghista, finalmente arriva una buona notizia da Milano, con la
cittadinanza onoraria che verrà concessa il 16 marzo 2012 a Pino Masciari, un calabrese che da anni lotta contro la 'ndrangheta e dovrebbe avere il sostegno non solo di tutti i meridionali ma di tutto il paese.

Il meridionalismo deve continuare a combattere una battaglia senza quartiere contro tutte le mafie e distinguersi sempre di più dal leghismo, non solo per la volontà di unire davvero il paese (che unito non lo e' mai stato fin dal 1861...) invece che cercare di spezzarlo e di fomentare gli istinti peggiori, quello delle "piccole patrie" e del nazionalismo razzista che tende ad escludere gli "altri" piuttosto che costruire ponti tra le varie civiltà e aprirsi alle differenze culturali.
Un giornalista come De Marco continua a non vedere qual'e' l'essenza del meridionalismo e continua (strumentalmente?) a considerare tutto il risveglio culturale, tutta la fioritura di movimenti identitari come un pericolo ed una minaccia all'Unità (quale?), con la solita stantia difesa del "risorgimento" senza capire che se non si riconoscono le radici malate che hanno fatto nascere l'Italia non si riso. Addirittura in un suo recente articolo considera più pericoloso e meno propositivo il "sudismo" (che significa?) che il leghismo, che nasce dall'egoismo del Nord e nel suo statuto ha nel primo articolo l'indipendenza della Padania (che nessuno sa bene quali confini abbia visto che non e' mai esistita nella Storia).

Al contrario di quello che pensa e dice De Marco, la difesa del territorio, della nostra identità e delle nostre radici culturali, per noi meridionalisti del Partito del Sud va fatta in modo specularmente opposto alla strada tracciata dai leghisti. Non può essere una guerra "a prescindere" contro il Nord, contro gli extracomunitari, i cinesi etc etc...la critica al modello iper-liberista e alla globalizzazione va fatta sul piano della giustizia e dell'equità sociale per tutti, scambiando esperienze e punti di vista per arricchirsi a vicenda, e non su quello della "chiusura" a tutto ciò che è "diverso" che parte da una posizione di diffidenza e di presunta superiorità (rispetto al "meridionale" o rispetto all'extracomunitario o all'arabo non fa molta differenza).

Ringraziamo il Comune di Milano, continuiamo a sostenere Pino Masciari e continuiamo a credere che un altro modello di società, un altro modello di paese, un altro modello di difesa del territorio, dell'identità e delle tradizioni culturali, è possibile.

Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
Partito del Sud


Fonte: Partito del Sud - Roma


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Dopo tante cattive notizie, esempi di corruzione dilagante in Regione Lombardia e tante dimostrazioni di stupidità leghista, finalmente arriva una buona notizia da Milano, con la
cittadinanza onoraria che verrà concessa il 16 marzo 2012 a Pino Masciari, un calabrese che da anni lotta contro la 'ndrangheta e dovrebbe avere il sostegno non solo di tutti i meridionali ma di tutto il paese.

Il meridionalismo deve continuare a combattere una battaglia senza quartiere contro tutte le mafie e distinguersi sempre di più dal leghismo, non solo per la volontà di unire davvero il paese (che unito non lo e' mai stato fin dal 1861...) invece che cercare di spezzarlo e di fomentare gli istinti peggiori, quello delle "piccole patrie" e del nazionalismo razzista che tende ad escludere gli "altri" piuttosto che costruire ponti tra le varie civiltà e aprirsi alle differenze culturali.
Un giornalista come De Marco continua a non vedere qual'e' l'essenza del meridionalismo e continua (strumentalmente?) a considerare tutto il risveglio culturale, tutta la fioritura di movimenti identitari come un pericolo ed una minaccia all'Unità (quale?), con la solita stantia difesa del "risorgimento" senza capire che se non si riconoscono le radici malate che hanno fatto nascere l'Italia non si riso. Addirittura in un suo recente articolo considera più pericoloso e meno propositivo il "sudismo" (che significa?) che il leghismo, che nasce dall'egoismo del Nord e nel suo statuto ha nel primo articolo l'indipendenza della Padania (che nessuno sa bene quali confini abbia visto che non e' mai esistita nella Storia).

Al contrario di quello che pensa e dice De Marco, la difesa del territorio, della nostra identità e delle nostre radici culturali, per noi meridionalisti del Partito del Sud va fatta in modo specularmente opposto alla strada tracciata dai leghisti. Non può essere una guerra "a prescindere" contro il Nord, contro gli extracomunitari, i cinesi etc etc...la critica al modello iper-liberista e alla globalizzazione va fatta sul piano della giustizia e dell'equità sociale per tutti, scambiando esperienze e punti di vista per arricchirsi a vicenda, e non su quello della "chiusura" a tutto ciò che è "diverso" che parte da una posizione di diffidenza e di presunta superiorità (rispetto al "meridionale" o rispetto all'extracomunitario o all'arabo non fa molta differenza).

Ringraziamo il Comune di Milano, continuiamo a sostenere Pino Masciari e continuiamo a credere che un altro modello di società, un altro modello di paese, un altro modello di difesa del territorio, dell'identità e delle tradizioni culturali, è possibile.

Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
Partito del Sud


Fonte: Partito del Sud - Roma


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mercoledì 8 febbraio 2012

Antimafia choc: il traffico di rifiuti dei Casalesi non si è ancora fermato


L'anticipazione della relazione annuale della Dna
Legambiente: potere dei clan alibi per le amministrazioni


CASERTA - Non si ferma il traffico illecito di rifiuti in Campania e gli affari dei clan, in primis quello dei Casalesi. È l'allarme lanciato da Legambiente Campania che anticipa e commenta alcuni stralci della relazione ecomafia della Direzione nazionale antimafia (Dna). «Una situazione che continua a vedere il predominio della camorra - si legge negli stralci del dossier -, e di quella meglio organizzata nel territorio campano che si identifica con il clan dei Casalesi, nell’ambito dei traffici illeciti dei rifiuti nel programma associativo dei sodalizi di tipo mafioso. Ed in proposito - prosegue la relazione - le attività di indagine svolte sul territorio confermano il superiore dato, sia come attualità, che come ulteriori acquisizioni investigative in questo senso relativamente al passato, grazie anche al disvelarsi da parte di collaboratori di giustizia di nuovi particolari ed elementi che hanno consentito in tempi recentissimi la scoperta di grandi siti trasformati in immense discariche di rifiuti anche pericolosi e tossici».

IL TRIANGOLO IMPRENDITORI, POLITICA, CAMORRA - Duro il giudizio della Dna sulla politica e il mondo imprenditoriale, quel fiume di rifiuti speciali arrivati negli anni, dal Nord, a inquinare la ex Campania felix. «In pratica, nei territori delle Provincie di Napoli e Caserta continuano ad emergere gli scempi del territorio frutto della sinergia tra i clan camorristici ed i trafficanti dei rifiuti provenienti soprattutto dall’Italia centro-settentrionale, mediati da quella che lo scorso anno si è definita la “élite del traffico illecito dei rifiuti del tipo di quello in cui si sostanzia l’ecomafia"; e si portano a compimento le indagini, già in parte sfociate in fase di giudizio, che hanno evidenziato le commistioni tra il potere politico-amministrativo, quello economico e quello criminale nell’ambito della emergenza rifiuti napoletana, in una situazione complessiva che ancora vede la incapacità della amministrazione locale, neppure più supportata da quella nazionale anche per le note difficoltà finanziarie, di fronteggiare in maniera definitiva e risolutiva il fenomeno. Non può, pertanto, escludersi, anzi si rende ben possibile, il rientro in posizione dominante del soggetto camorra, quale vero e proprio convitato di pietra da cui è impossibile prescindere. Presenza che fa agevolmente e comodamente cedere alla tentazione delle Autorità preposte di utilizzarla come alibi per giustificare la loro inefficienza».

LEGAMBIENTE: SCENARI PREOCCUPANTI - A proposito Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania parla di uno «scenario sempre più inquietante e preoccupante, i rifiuti sempre più core business dei clan con sempre più gravi rischi per la salute dei cittadini». «La lotta ai trafficanti di rifiuti - continua Buonomo -, lo testimoniano le parole del relatore dottor Pennisi, non si può fare senza le intercettazione telefoniche fondamentale strumento di indagine. Depotenziarne l'uso significa dunque dichiarare la resa sul fronte delle ecomafie. Inoltre – ha concluso Buonomo - i traffici di rifiuti, oltre a devastare i settori legali del turismo e delle produzioni agroalimentari di qualità e ad aumentare l’incidenza di malattie gravissime minando il futuro dell’intero Paese, sono spesso anche un reato spia, attraverso il quale si arriva a scoprire l'intera rete di affari illegali dei clan camorristici».

Fonte: Corriere del Mezzogiorno

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L'anticipazione della relazione annuale della Dna
Legambiente: potere dei clan alibi per le amministrazioni


CASERTA - Non si ferma il traffico illecito di rifiuti in Campania e gli affari dei clan, in primis quello dei Casalesi. È l'allarme lanciato da Legambiente Campania che anticipa e commenta alcuni stralci della relazione ecomafia della Direzione nazionale antimafia (Dna). «Una situazione che continua a vedere il predominio della camorra - si legge negli stralci del dossier -, e di quella meglio organizzata nel territorio campano che si identifica con il clan dei Casalesi, nell’ambito dei traffici illeciti dei rifiuti nel programma associativo dei sodalizi di tipo mafioso. Ed in proposito - prosegue la relazione - le attività di indagine svolte sul territorio confermano il superiore dato, sia come attualità, che come ulteriori acquisizioni investigative in questo senso relativamente al passato, grazie anche al disvelarsi da parte di collaboratori di giustizia di nuovi particolari ed elementi che hanno consentito in tempi recentissimi la scoperta di grandi siti trasformati in immense discariche di rifiuti anche pericolosi e tossici».

IL TRIANGOLO IMPRENDITORI, POLITICA, CAMORRA - Duro il giudizio della Dna sulla politica e il mondo imprenditoriale, quel fiume di rifiuti speciali arrivati negli anni, dal Nord, a inquinare la ex Campania felix. «In pratica, nei territori delle Provincie di Napoli e Caserta continuano ad emergere gli scempi del territorio frutto della sinergia tra i clan camorristici ed i trafficanti dei rifiuti provenienti soprattutto dall’Italia centro-settentrionale, mediati da quella che lo scorso anno si è definita la “élite del traffico illecito dei rifiuti del tipo di quello in cui si sostanzia l’ecomafia"; e si portano a compimento le indagini, già in parte sfociate in fase di giudizio, che hanno evidenziato le commistioni tra il potere politico-amministrativo, quello economico e quello criminale nell’ambito della emergenza rifiuti napoletana, in una situazione complessiva che ancora vede la incapacità della amministrazione locale, neppure più supportata da quella nazionale anche per le note difficoltà finanziarie, di fronteggiare in maniera definitiva e risolutiva il fenomeno. Non può, pertanto, escludersi, anzi si rende ben possibile, il rientro in posizione dominante del soggetto camorra, quale vero e proprio convitato di pietra da cui è impossibile prescindere. Presenza che fa agevolmente e comodamente cedere alla tentazione delle Autorità preposte di utilizzarla come alibi per giustificare la loro inefficienza».

LEGAMBIENTE: SCENARI PREOCCUPANTI - A proposito Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania parla di uno «scenario sempre più inquietante e preoccupante, i rifiuti sempre più core business dei clan con sempre più gravi rischi per la salute dei cittadini». «La lotta ai trafficanti di rifiuti - continua Buonomo -, lo testimoniano le parole del relatore dottor Pennisi, non si può fare senza le intercettazione telefoniche fondamentale strumento di indagine. Depotenziarne l'uso significa dunque dichiarare la resa sul fronte delle ecomafie. Inoltre – ha concluso Buonomo - i traffici di rifiuti, oltre a devastare i settori legali del turismo e delle produzioni agroalimentari di qualità e ad aumentare l’incidenza di malattie gravissime minando il futuro dell’intero Paese, sono spesso anche un reato spia, attraverso il quale si arriva a scoprire l'intera rete di affari illegali dei clan camorristici».

Fonte: Corriere del Mezzogiorno

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martedì 31 gennaio 2012

REGGIO. Anno giudiziario tra errori, pregiudizi e lo sputtanamento della Calabria e del Sud

di ALDO VARANO
Fonte: Zoomsud.it


- Dalle relazioni all’inaugurazione dell’anno giudiziario a Reggio Calabria:

«I reati di ‘ndrangheta sono aumentati del 21%, mentre la densità mafiosa conta il 27 per cento della popolazione complessiva».

E ancora:

«… Una terra dove l’indice di densità criminale è stato stimato al 27% della popolazione, a fronte del 12% in Campania, del 10% in Sicilia, e del 2% in Puglia».

In Calabria di ‘ndranghetisti ce n’è un numero insopportabilmente alto. La loro attività e i loro servizi contribuiscono a bloccare, sporcare e devastare la Calabria. Wikipedia, che ha una dignitosa affidabilità, annota: «Secondo le forze dell’ordine in Calabria sono attualmente operanti circa 155 famiglia (definite ‘ndrine o cosche) che affiliano circa 6000 persone».



Il 27% di due milioni di abitanti, invece, preso alla lettera significa 570mila persone: più di tutti i calabresi dei 5 capoluoghi. Ma riferiamoci alla sola popolazione attiva e togliamo (il che è ingiusto) tutte le donne. Si resta comunque, oltre 200mila.

E’ su questi dati che sull’intero Mezzogiorno e soprattutto contro la Calabria si sta consumando in queste ore un massacro di inaudite proporzioni. Un massacro privo di precedenti storici se si considerano gli strumenti a disposizione della società globale. Non c’è giornale italiano, non c’è telegiornale, non c’è sito italiano ed europeo, non c’è giornale online, che non abbia riportato con grande evidenza il dato clamoroso e infamante di una Calabria persa col 27 per cento della popolazione composta dalla mafia. Da domani per voi, per noi che parliamo calabrese, sarà più difficile andare in giro per il mondo. E ci vorranno anni perché la ferita di queste ore possa rimarginarsi fino a sparire.

Appena ho letto l’Ansa sabato pomeriggio sono entrato in crisi: in Calabria quasi uno su tre, più di uno su quattro sono, siamo, figlio di Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Impossibile, mi ripetevo. Ho aspettato smentite e precisazioni. Nessuna.

Le cifre sono lì. Praticamente scolpite sui giornali e dalle parole che il web ripete ossessivamente su Fb. Chi vuole, a eterna vergogna di noi calabresi, le può riascoltare su youtube. Delinquenti, i calabresi. E delinquenti i campani, i siciliani. Si salvano, ancora a dimensione umana, solo i pugliesi. Neanche dagli ambienti più oscuri e inquietanti della Lega Nord erano mai arrivate analisi così dolorose.

Corriere, Stampa, Repubblica, Messaggero, Fatto quotidiano e tutti gli altri a chiosare e spiegare quale abisso sia stato raggiunto, quale sia la soglia del degrado in cui la Calabria è precipitata.

Nessuno, neanche uno, a dubitare. Uno che magari sbotta: «E’ impossibile. Mi pare una minchiata».

Tragico poi che tra tutti quegli uomini di legge presenti all’inaugurazione dell’anno giudiziario nessuno si sia impennato fino a chiedere chiarimenti, che abbia cercato di capire da dove possano essere emersi dati così terribili e irreversibili. Perché mai qualcuno, Governo compreso, dovrebbe investire o buttare quattrini in un pozzo di malaffare come questo?

Il colpevole sono io, mi sono detto. Sono calabrese e noi calabresi sottovalutiamo il fenomeno.

Del resto, migliaia di donne, ebrei, omosessuali, neri, stranieri non si sono pian piano convinti di essere loro il problema e non il pregiudizio degli altri?

Ho telefonato a un giornalista che era presente quando quelle frasi sono state scandite. Nessun dubbio: proprio quelle. Le ha scritte, come sempre, correttamente. «Rassegnati», mi sono detto.

Subito dopo ho telefonato a uno dei maggiori sociologi italiani. Uno studioso di razza con cattedra universitaria e decine e decine di libri e saggi pubblicati sull’argomento. Volevo mi spiegasse in quale misura, io calabrese, avevo perduto il rapporto con la realtà.

«IL 27? Non è possibile!», ha esordito. «Da dove viene fuori il dato? Quale istituto l’ha elaborato? Me lo dica lei. Io che mi occupo di queste cose da anni non l’ho mai incontrato. Neanche quelli che esagerano, i giornalisti che fanno i titoli, hanno mai sostenuto una cosa del genere».

Ha perduto la pazienza, il professore: «Guardi se in una società ci fosse una devianza mafiosa del 27% dovremmo elaborare un nuovo concetto di società per poterci raccapezzare e capire qualcosa. Non è importante chi l'ha detto: semplicemente, non è possibile». Una piccola pausa e come a chiudere la discussione: «Vede, è un dato pericoloso perché depista. Non può essere il risultato di una valutazione scientifica. Se si parte dal 27 tutto diventa inutile. Si fa confusione, non si capisce cosa sia la mafia e diventa impossibile elaborare una strategia specifica per sconfiggerla».

Ho tirato un sospiro di sollievo. Ma quanto valgono i giudizi del professore? Niente, meno di niente rispetto all’autorevole assemblea di ermellini e toghe di tutti i colori.

Nella testa avevo come un tamburo che batteva: 27%, 12%, 10% … E’ stato un fulmine improvviso: mi è scoppiato dentro il cuore e ho avuto paura. Ho iniziato a urlare: «La Dia, la Dia, certo, la Dia. Cazzo, se non è la Dia. Ed ero anche a Roma. Me lo ricordo: tra il 2006 il 2008». Ho iniziato una ricerca spasmodica. Non trovavo la relazione che per fortuna è saltata fuori da un sito, quello del professor Nicaso, l’intellettuale che scrive libri di mafia di gran successo assieme al Pm Gratteri. Raramente concordo con le sue valutazioni, ma viva Nicaso che (nel 2009) scriveva: «Secondo una recente relazione della Dia, la Direzione Investigativa Antimafia, la Calabria conta 155 cosche e circa 6.000 affiliati (grande wikipedia, ndr). Il rapporto tra popolazione/affiliati ai clan è del 2,7%. Nelle altre regioni il rapporto è rispettivamente di 1,2% in Campania, 1% in Sicilia e del 2% in Puglia».

Hanno sbagliato le virgole. Ecco cos’è successo! Hanno fatto saltare le virgole e ci stanno sputtanando in tutto il mondo. Il 2,7 è diventato 27; l’1,2 della Campania, il 12; l’1,0 della Sicilia, il 10. Si è salvata la Puglia perché aveva un numero intero.

Ora si tratta di capire quanto grande sia il pregiudizio di un’intera assemblea di magistrati e studiosi di diritto; di decine e decine di giornalisti tra i più quotati del paese che da anni scrivono articoli e libri di mafia; quanto grandi siano la paura e il terrore di uomini politici, parlamentari, sindaci, Governatori della Calabria, e non solo, che sono rimasti in silenzio o che hanno potuto credere che in Italia vi siano società in cui si vive col 27, il 12 o il 10 per cento di mafiosi portando gli «uomini del disonore» a cifre da eserciti d’invasione. Come ha fatto a non accorgersi nessuno che si trattava di una patacca?

Bisogna chiedersi, e bisognerà interrogarsi a lungo per capirlo, se non siano questi pregiudizi, questa disponibilità a credere e imboccare tutto con voracità religiosa, senza mai fare domande scomode, una delle ragioni per cui non riusciamo a liberarci della presenza devastante e ignobile della mafia, con il rischio che essa continui a corrodere le nostre società rendendole sempre più invivibili e perdute.

Fonte: Zoomsud.it

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di ALDO VARANO
Fonte: Zoomsud.it


- Dalle relazioni all’inaugurazione dell’anno giudiziario a Reggio Calabria:

«I reati di ‘ndrangheta sono aumentati del 21%, mentre la densità mafiosa conta il 27 per cento della popolazione complessiva».

E ancora:

«… Una terra dove l’indice di densità criminale è stato stimato al 27% della popolazione, a fronte del 12% in Campania, del 10% in Sicilia, e del 2% in Puglia».

In Calabria di ‘ndranghetisti ce n’è un numero insopportabilmente alto. La loro attività e i loro servizi contribuiscono a bloccare, sporcare e devastare la Calabria. Wikipedia, che ha una dignitosa affidabilità, annota: «Secondo le forze dell’ordine in Calabria sono attualmente operanti circa 155 famiglia (definite ‘ndrine o cosche) che affiliano circa 6000 persone».



Il 27% di due milioni di abitanti, invece, preso alla lettera significa 570mila persone: più di tutti i calabresi dei 5 capoluoghi. Ma riferiamoci alla sola popolazione attiva e togliamo (il che è ingiusto) tutte le donne. Si resta comunque, oltre 200mila.

E’ su questi dati che sull’intero Mezzogiorno e soprattutto contro la Calabria si sta consumando in queste ore un massacro di inaudite proporzioni. Un massacro privo di precedenti storici se si considerano gli strumenti a disposizione della società globale. Non c’è giornale italiano, non c’è telegiornale, non c’è sito italiano ed europeo, non c’è giornale online, che non abbia riportato con grande evidenza il dato clamoroso e infamante di una Calabria persa col 27 per cento della popolazione composta dalla mafia. Da domani per voi, per noi che parliamo calabrese, sarà più difficile andare in giro per il mondo. E ci vorranno anni perché la ferita di queste ore possa rimarginarsi fino a sparire.

Appena ho letto l’Ansa sabato pomeriggio sono entrato in crisi: in Calabria quasi uno su tre, più di uno su quattro sono, siamo, figlio di Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Impossibile, mi ripetevo. Ho aspettato smentite e precisazioni. Nessuna.

Le cifre sono lì. Praticamente scolpite sui giornali e dalle parole che il web ripete ossessivamente su Fb. Chi vuole, a eterna vergogna di noi calabresi, le può riascoltare su youtube. Delinquenti, i calabresi. E delinquenti i campani, i siciliani. Si salvano, ancora a dimensione umana, solo i pugliesi. Neanche dagli ambienti più oscuri e inquietanti della Lega Nord erano mai arrivate analisi così dolorose.

Corriere, Stampa, Repubblica, Messaggero, Fatto quotidiano e tutti gli altri a chiosare e spiegare quale abisso sia stato raggiunto, quale sia la soglia del degrado in cui la Calabria è precipitata.

Nessuno, neanche uno, a dubitare. Uno che magari sbotta: «E’ impossibile. Mi pare una minchiata».

Tragico poi che tra tutti quegli uomini di legge presenti all’inaugurazione dell’anno giudiziario nessuno si sia impennato fino a chiedere chiarimenti, che abbia cercato di capire da dove possano essere emersi dati così terribili e irreversibili. Perché mai qualcuno, Governo compreso, dovrebbe investire o buttare quattrini in un pozzo di malaffare come questo?

Il colpevole sono io, mi sono detto. Sono calabrese e noi calabresi sottovalutiamo il fenomeno.

Del resto, migliaia di donne, ebrei, omosessuali, neri, stranieri non si sono pian piano convinti di essere loro il problema e non il pregiudizio degli altri?

Ho telefonato a un giornalista che era presente quando quelle frasi sono state scandite. Nessun dubbio: proprio quelle. Le ha scritte, come sempre, correttamente. «Rassegnati», mi sono detto.

Subito dopo ho telefonato a uno dei maggiori sociologi italiani. Uno studioso di razza con cattedra universitaria e decine e decine di libri e saggi pubblicati sull’argomento. Volevo mi spiegasse in quale misura, io calabrese, avevo perduto il rapporto con la realtà.

«IL 27? Non è possibile!», ha esordito. «Da dove viene fuori il dato? Quale istituto l’ha elaborato? Me lo dica lei. Io che mi occupo di queste cose da anni non l’ho mai incontrato. Neanche quelli che esagerano, i giornalisti che fanno i titoli, hanno mai sostenuto una cosa del genere».

Ha perduto la pazienza, il professore: «Guardi se in una società ci fosse una devianza mafiosa del 27% dovremmo elaborare un nuovo concetto di società per poterci raccapezzare e capire qualcosa. Non è importante chi l'ha detto: semplicemente, non è possibile». Una piccola pausa e come a chiudere la discussione: «Vede, è un dato pericoloso perché depista. Non può essere il risultato di una valutazione scientifica. Se si parte dal 27 tutto diventa inutile. Si fa confusione, non si capisce cosa sia la mafia e diventa impossibile elaborare una strategia specifica per sconfiggerla».

Ho tirato un sospiro di sollievo. Ma quanto valgono i giudizi del professore? Niente, meno di niente rispetto all’autorevole assemblea di ermellini e toghe di tutti i colori.

Nella testa avevo come un tamburo che batteva: 27%, 12%, 10% … E’ stato un fulmine improvviso: mi è scoppiato dentro il cuore e ho avuto paura. Ho iniziato a urlare: «La Dia, la Dia, certo, la Dia. Cazzo, se non è la Dia. Ed ero anche a Roma. Me lo ricordo: tra il 2006 il 2008». Ho iniziato una ricerca spasmodica. Non trovavo la relazione che per fortuna è saltata fuori da un sito, quello del professor Nicaso, l’intellettuale che scrive libri di mafia di gran successo assieme al Pm Gratteri. Raramente concordo con le sue valutazioni, ma viva Nicaso che (nel 2009) scriveva: «Secondo una recente relazione della Dia, la Direzione Investigativa Antimafia, la Calabria conta 155 cosche e circa 6.000 affiliati (grande wikipedia, ndr). Il rapporto tra popolazione/affiliati ai clan è del 2,7%. Nelle altre regioni il rapporto è rispettivamente di 1,2% in Campania, 1% in Sicilia e del 2% in Puglia».

Hanno sbagliato le virgole. Ecco cos’è successo! Hanno fatto saltare le virgole e ci stanno sputtanando in tutto il mondo. Il 2,7 è diventato 27; l’1,2 della Campania, il 12; l’1,0 della Sicilia, il 10. Si è salvata la Puglia perché aveva un numero intero.

Ora si tratta di capire quanto grande sia il pregiudizio di un’intera assemblea di magistrati e studiosi di diritto; di decine e decine di giornalisti tra i più quotati del paese che da anni scrivono articoli e libri di mafia; quanto grandi siano la paura e il terrore di uomini politici, parlamentari, sindaci, Governatori della Calabria, e non solo, che sono rimasti in silenzio o che hanno potuto credere che in Italia vi siano società in cui si vive col 27, il 12 o il 10 per cento di mafiosi portando gli «uomini del disonore» a cifre da eserciti d’invasione. Come ha fatto a non accorgersi nessuno che si trattava di una patacca?

Bisogna chiedersi, e bisognerà interrogarsi a lungo per capirlo, se non siano questi pregiudizi, questa disponibilità a credere e imboccare tutto con voracità religiosa, senza mai fare domande scomode, una delle ragioni per cui non riusciamo a liberarci della presenza devastante e ignobile della mafia, con il rischio che essa continui a corrodere le nostre società rendendole sempre più invivibili e perdute.

Fonte: Zoomsud.it

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giovedì 12 gennaio 2012

La legge è uguale per tutti...tranne per gli amici degli amici...dei poteri del Nord !!!


Non trovo altre parole oltre "inquietante" per l'ennesima farsa del Parlamento italiano, oggi ha negato l'autorizzazione a procedere all'arresto di Cosentino....un normale cittadino sarebbe già in galera da tempo, invece lui amico degli "amici", sia a Casal di Principe come indicato dalla Magistratura, sia con amici influenti a Montecitorio e Palazzo Madama, si salva per l'ennesima volta dopo il salvataggio del 2009. Senza vergogna atto secondo.
Aveva suscitato qualche speranza la dichiarazione di Maroni che avrebbe votato per l'arresto...poi la solita "ragion di Stato" di macchiavellica memoria ha coinvolto pure la Lega Nord con la vergognosa dichiarazione di Bossi: "nelle carte non c'e' niente...lascio libertà di voto".
Ma ci prendono davvero per imbecilli?
Ma se davvero non ci fosse niente la Magistratura avrebbe chiesto l'arresto?
E soprattutto perchè Cosentino deve essere salvato solo perchè fedele servitore di Berlusconi mentre un cittadino normale dovrebbe subire una sorta diversa?
Oggi abbiamo assistito all'ennesimo atto tragicomico del potere italian-padano che protegge se stesso e i suoi fedeli camerieri, se ancora ce ne fosse bisogno, ecco un'ulteriore prova della distanza incolmabile tra il meridionalismo vero, quello anti-berlusconiano e anti-leghista e costituzionalmente anti-mafioso, da quello "pataccaro" che urla, strepita, magari ci copia qualche slogan o qualche citazione sulla verità storica...ma in fondo rimane servo del potere, quello vero del centro-nord che vuole conservare lo status quo e, oltre le dichiarazioni, non ha alcuna intenzione di debellare le mafie e di costruire per il Sud un futuro diverso dal sottosviluppo e dall'emigrazione.
E anche i legaioli...da oggi niente lezioni di moralità e di onestà a noi del Sud...se con Maroni potevate avere e conservare un barlume di credibilità, con le dichiarazioni di Bossi prima e con il voto di oggi poi, lo avete perso del tutto e spero che anche la parte sana del popolo del Nord lo capisca una volta e per tutte.

Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
Partito del Sud



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Non trovo altre parole oltre "inquietante" per l'ennesima farsa del Parlamento italiano, oggi ha negato l'autorizzazione a procedere all'arresto di Cosentino....un normale cittadino sarebbe già in galera da tempo, invece lui amico degli "amici", sia a Casal di Principe come indicato dalla Magistratura, sia con amici influenti a Montecitorio e Palazzo Madama, si salva per l'ennesima volta dopo il salvataggio del 2009. Senza vergogna atto secondo.
Aveva suscitato qualche speranza la dichiarazione di Maroni che avrebbe votato per l'arresto...poi la solita "ragion di Stato" di macchiavellica memoria ha coinvolto pure la Lega Nord con la vergognosa dichiarazione di Bossi: "nelle carte non c'e' niente...lascio libertà di voto".
Ma ci prendono davvero per imbecilli?
Ma se davvero non ci fosse niente la Magistratura avrebbe chiesto l'arresto?
E soprattutto perchè Cosentino deve essere salvato solo perchè fedele servitore di Berlusconi mentre un cittadino normale dovrebbe subire una sorta diversa?
Oggi abbiamo assistito all'ennesimo atto tragicomico del potere italian-padano che protegge se stesso e i suoi fedeli camerieri, se ancora ce ne fosse bisogno, ecco un'ulteriore prova della distanza incolmabile tra il meridionalismo vero, quello anti-berlusconiano e anti-leghista e costituzionalmente anti-mafioso, da quello "pataccaro" che urla, strepita, magari ci copia qualche slogan o qualche citazione sulla verità storica...ma in fondo rimane servo del potere, quello vero del centro-nord che vuole conservare lo status quo e, oltre le dichiarazioni, non ha alcuna intenzione di debellare le mafie e di costruire per il Sud un futuro diverso dal sottosviluppo e dall'emigrazione.
E anche i legaioli...da oggi niente lezioni di moralità e di onestà a noi del Sud...se con Maroni potevate avere e conservare un barlume di credibilità, con le dichiarazioni di Bossi prima e con il voto di oggi poi, lo avete perso del tutto e spero che anche la parte sana del popolo del Nord lo capisca una volta e per tutte.

Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
Partito del Sud



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mercoledì 7 dicembre 2011

Catturato il capo dei Casalesi: Nel suo bunker Zagaria leggeva Gomorra e altri libri che parlavano della Camorra


"I Gattopardi" e "Solo per giustizia" dell'ex pm anticamorra oggi in Cassazione Raffaele Cantone, "L'Impero" del giornalista del "Mattino" Gigi di Fiore, "Gomorra" di Roberto Saviano, un libro su Steve Jobs. Sono alcuni dei volumi trovati nel covo di una decina di metri quadrati dove è stato arrestato il boss Michele Zagaria.
Un letto a una piazza e mezza, un piccolo armadio, con tre giubbotti in pelle, niente armi, niente soldi, una fioca luce, è qui che Michele Zagaria ha vissuto gli ultimi giorni di libertà. Un televisore a cristalli liquidi, un angolo cottura per preparare il caffè e un angolo per il bagno e la doccia.

C'erano anche un crocifisso, sulla parete del letto, e altre immagini sacre. Nel rifugio sono in corso i rilievi della polizia scientifica. Per evitare contaminazioni dell'ambiente e non compromettere i rilievi, per ora non è stato consentito l'accesso a giornalisti e fotoreporter.
Il superboss secondo i magistrati della Dda viveva in quel rifugio da anni, limitandosi moltissimo nelle uscite e salendo di tanto in tanto nella villetta in superficie di proprietà di un suo fiancheggiatore. Il covo si trova sotto una camera della casa, il cui pavimento si sposta su binari per lasciare accesso al bunker. Un rifugio insomma "di ultima generazione", munito anche di telecamere di protezione e di televisori.


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"I Gattopardi" e "Solo per giustizia" dell'ex pm anticamorra oggi in Cassazione Raffaele Cantone, "L'Impero" del giornalista del "Mattino" Gigi di Fiore, "Gomorra" di Roberto Saviano, un libro su Steve Jobs. Sono alcuni dei volumi trovati nel covo di una decina di metri quadrati dove è stato arrestato il boss Michele Zagaria.
Un letto a una piazza e mezza, un piccolo armadio, con tre giubbotti in pelle, niente armi, niente soldi, una fioca luce, è qui che Michele Zagaria ha vissuto gli ultimi giorni di libertà. Un televisore a cristalli liquidi, un angolo cottura per preparare il caffè e un angolo per il bagno e la doccia.

C'erano anche un crocifisso, sulla parete del letto, e altre immagini sacre. Nel rifugio sono in corso i rilievi della polizia scientifica. Per evitare contaminazioni dell'ambiente e non compromettere i rilievi, per ora non è stato consentito l'accesso a giornalisti e fotoreporter.
Il superboss secondo i magistrati della Dda viveva in quel rifugio da anni, limitandosi moltissimo nelle uscite e salendo di tanto in tanto nella villetta in superficie di proprietà di un suo fiancheggiatore. Il covo si trova sotto una camera della casa, il cui pavimento si sposta su binari per lasciare accesso al bunker. Un rifugio insomma "di ultima generazione", munito anche di telecamere di protezione e di televisori.


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domenica 4 dicembre 2011

Il PdSUD ha partecipato ad "Orange camp - la politica contro le mafie" il 3 dicembre a Napoli con la partecipazione di De Magistris, Emiliano e Ingroi



Ricevo e posto quest'importante notizia dalla sezione di napoli...il PdSUD partecipa a quest'importante evento nella convinzione che il vero meridionalismo sia sempre attivo pregiudizialmente contro tutte le mafie e a fianco dei tanti meridionali coraggiosi che da una vita le combattono come Emiliano e Ingroia.

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Orange camp - La Politica contro le mafie



Napoli, Castel dell’Ovo - sabato 3 dicembre 2011
Evento organizzato dal Comune di Napoli












ORANGE CAMP


"L’arancione è il colore simbolo del cambiamento, di una mobilitazione dal basso che si fonda sulla partecipazione attiva dei cittadini ai processi decisionali della res publica.
Il confronto è il sale della democrazia e per questo abbiamo deciso di aprire a Napoli il ciclo degli Orange Camp. Napoli città dell’accoglienza e laboratorio di idee in continua evoluzione."



"Può esistere uno Stato senza mafia, ma non la mafia senza Stato.
La mafia, infatti, rappresenta una speciale forma, particolarmente grave, di corruzione. E dato che la corruzione è una malattia della politica, per guarire, dobbiamo curarci anche con la buona politica.
Negli ultimi anni, d’altronde, abbiamo assistito a una bellissima mobilitazione dei cuori e delle coscienze. I cittadini, attraverso i movimenti, chiedono a gran voce una nuova forma di politica che vada oltre i partiti.Spetta alla buona politica, allora, fornire delle risposte.Risposte che devono essere globali, perché le mafie sono una vera multinazionale dell’economia criminale: una patologia del capitalismo globalizzato, non la piaga del Mezzogiorno.E’ per questo che ho deciso di organizzare l’evento “La politica contro le mafie”. "

Luigi de Magistris

NAPOLI, 03 Dicembre ore 19,00


l'evento si è concluso con un pomeriggio che ha visto interventi qualificati sul tema di Antonio Ingroia, Sonia Alfano, Michele Emiliano, Don Ciotti e Luigi de Magistris.

C'eravamo anche noi del Partito del Sud di Napoli, convocati dallo staff del Sindaco, per condividere e dare un saluto ai relatori.


Andrea Balìa
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Ricevo e posto quest'importante notizia dalla sezione di napoli...il PdSUD partecipa a quest'importante evento nella convinzione che il vero meridionalismo sia sempre attivo pregiudizialmente contro tutte le mafie e a fianco dei tanti meridionali coraggiosi che da una vita le combattono come Emiliano e Ingroia.

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Orange camp - La Politica contro le mafie



Napoli, Castel dell’Ovo - sabato 3 dicembre 2011
Evento organizzato dal Comune di Napoli












ORANGE CAMP


"L’arancione è il colore simbolo del cambiamento, di una mobilitazione dal basso che si fonda sulla partecipazione attiva dei cittadini ai processi decisionali della res publica.
Il confronto è il sale della democrazia e per questo abbiamo deciso di aprire a Napoli il ciclo degli Orange Camp. Napoli città dell’accoglienza e laboratorio di idee in continua evoluzione."



"Può esistere uno Stato senza mafia, ma non la mafia senza Stato.
La mafia, infatti, rappresenta una speciale forma, particolarmente grave, di corruzione. E dato che la corruzione è una malattia della politica, per guarire, dobbiamo curarci anche con la buona politica.
Negli ultimi anni, d’altronde, abbiamo assistito a una bellissima mobilitazione dei cuori e delle coscienze. I cittadini, attraverso i movimenti, chiedono a gran voce una nuova forma di politica che vada oltre i partiti.Spetta alla buona politica, allora, fornire delle risposte.Risposte che devono essere globali, perché le mafie sono una vera multinazionale dell’economia criminale: una patologia del capitalismo globalizzato, non la piaga del Mezzogiorno.E’ per questo che ho deciso di organizzare l’evento “La politica contro le mafie”. "

Luigi de Magistris

NAPOLI, 03 Dicembre ore 19,00


l'evento si è concluso con un pomeriggio che ha visto interventi qualificati sul tema di Antonio Ingroia, Sonia Alfano, Michele Emiliano, Don Ciotti e Luigi de Magistris.

C'eravamo anche noi del Partito del Sud di Napoli, convocati dallo staff del Sindaco, per condividere e dare un saluto ai relatori.


Andrea Balìa

lunedì 28 novembre 2011

FACCIAMO UN PACCO ALLA CAMORRA

“Facciamo un Pacco alla Camorra” è il risultato di un progetto in rete che vede coinvolte cooperative sociali che, attraverso il riuso produttivo e sociale dei beni confiscati alla camorra sul"Le Terre di Don Peppe Diana", hanno coltivato e trasformato prodotti che oggi hanno tutti i requisiti della qualità e vogliono porsi all'attenzione di un commercio equo e sostenibile. Ma la risposta alla sfida... più grande è stata data con l'inserimento lavorativo di persone svantaggiate nelle attività di recupero e gestione degli stessi beni confiscati. Acquistare il PACCO ALLA CAMORRA, o promuoverne la vendita è il modo migliore per contribuire allo sviluppo di una economia alternativa a quella camorristica, una economia sociale che , mentre dà dignità e lavoro a soggetti svantaggiati, costruisce una nuova Comunità, da terra di camorra alle TERRE DI DON DIANA:

FACCIAMO UN PACCO ALLA CAMORRA

DESCRIZIONE PACCO GRANDE: Euro 45,00

N.

DESCRIZIONE PRODOTTO

1

Sott'olio “fuori di zucca” da 3,14 ml, prodotto dai soci della coop. soc. “UN FIORE PER LA VITA” in inserimento lavorativo, sui terreni dell'ex manicomio di Aversa (CE) – Fattoria sociale “FUORI DI ZUCCA”. Prodotto biologico in olio extra-vergine di oliva

1

sott'olio “terra nostra” da 3,14 ml, prodotto dai soci della coop. soc. “EUREKA” in inserimento lavorativo, sui terreni confiscati alla camorra a Casal di Principe (CE), e dedicati alla memoria di una vittima innocente sig. “Antonio di Bona”. Prodotto in olio extra-vergine di oliva

1

Sott'olio “art' e kore” da 3,14 ml, prodotto dai soci della coop. soc. “AL DI LA' DEI SOGNI” in inserimento lavorativo, sui terreni confiscati alla camorra a Maiano di Sessa Aurunca (CE), e dedicati alla memoria di una vittima innocente – Fattoria didattica “ALBERTO VARONE”. Prodotto in olio extra-vergine di oliva.

1

Passata di pomodoro da 446 ml, prodotto dalle cooperative sopra elencate

1

miele/confettura da 212 ml, prodotto dalle cooperative sopra elencate

1

Pasta: paccheri di Don Peppe Diana “Libera terra” da 500g, prodotto dalla coop. soc. “LE TERRE DI DON PEPPE DIANA”, sui terreni confiscati alla camorra a Pignataro Maggiore (CE). Paccheri artigianali di Gragnano (NA) di semola di grano duro

1

Caffè “Lazzarelle” da 250 g, prodotto dai soci della coop. soc. “LAZZARELLE” miscela classica, torrefatto e confezionato c/o La casa circondariale femminile di Pozzuoli (NA).

3

Confezioni di cioccolato “N.C.O.” da 50/100 g., prodotto dai soci della coop. soc. “Agropoli” in inserimento lavorativo. Prodotto biologico in collaborazione con “Alce Nero”

1

Borsa da shopping “madein castelvolturno”, prodotto dai soci della coop. soc. “altri orizzonti by J. E. Maslo” in inserimento lavorativo, nella sartoria sociale in un bene confiscato a Castel Volturno.

1

Libro tra:

“Un mondo senza povertà” Muhammad Yunus,

Carta Straccia – economia dei diritti sospesi” Antonio Esposito e Luigia Melillo

La buona terra – storie dalle terre di don Peppe Diana” Gianni Solino

Io per fortuna c'ho la camorra” Sergio Nazzaro

I ragazzi della terra di nessuno” Gianni Solino

DESCRIZIONE PACCO MEDIO: Euro 25,00

N.

DESCRIZIONE PRODOTTO

1

Sott'olio “fuori di zucca” da 3,14 ml, prodotto dai soci della coop. soc. “UN FIORE PER LA VITA” in inserimento lavorativo, sui terreni dell'ex manicomio di Aversa (CE) – Fattoria sociale “FUORI DI ZUCCA”. Prodotto biologico in olio extra-vergine di oliva

1

Sott'olio “art' e kore” da 3,14 ml, prodotto dai soci della coop. soc. “AL DI LA' DEI SOGNI” in inserimento lavorativo, sui terreni confiscati alla camorra a Maiano di Sessa Aurunca (CE), e dedicati alla memoria di una vittima innocente – Fattoria didattica “ALBERTO VARONE”. Prodotto in olio extra-vergine di oliva.

1

miele/confettura “terra nostra” da 212 ml, prodotto dai soci della coop. soc. “EUREKA” in inserimento lavorativo, sui terreni confiscati alla camorra a Casal di Principe (CE), e dedicati alla memoria di una vittima innocente sig. “Antonio di Bona”.

1

Caffè “Lazzarelle” da 250 g, miscela classica, torrefatto e confezionato c/o La casa circondariale femminile di Pozzuoli (NA).

2

Confezioni di cioccolato “N.C.O.” da 50/100 g., prodotto dai soci della coop. soc. “Agropoli” in inserimento lavorativo. Prodotto biologico in collaborazione con “Alce Nero”

1

Borsa piccola da shopping “madein castelvolturno”, prodotto dai soci della coop. soc. “altri orizzonti by J. E. Maslo” in inserimento lavorativo, nella sartoria sociale in un bene confiscato a Castel Volturno.

per anni la camorra ci ha fatto "IL PACCO" è arrivato il momento di ricambiare. Questo natale fate il regalo giusto, contribuite al cambiamento di un territorio che da anni è Maltrattato dalla Camorra, acquistate e fate acquistare
"FACCIAMO UN PACCO ALLA CAMORRA"
ricambiamo con gusto...IL GUSTO GIUSTO!!!

Il pacco si può ordinare anche via Internet attraverso il sito facciamounpaccoallacamorra.com

comitato.jpg



Immagine.jpg

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“Facciamo un Pacco alla Camorra” è il risultato di un progetto in rete che vede coinvolte cooperative sociali che, attraverso il riuso produttivo e sociale dei beni confiscati alla camorra sul"Le Terre di Don Peppe Diana", hanno coltivato e trasformato prodotti che oggi hanno tutti i requisiti della qualità e vogliono porsi all'attenzione di un commercio equo e sostenibile. Ma la risposta alla sfida... più grande è stata data con l'inserimento lavorativo di persone svantaggiate nelle attività di recupero e gestione degli stessi beni confiscati. Acquistare il PACCO ALLA CAMORRA, o promuoverne la vendita è il modo migliore per contribuire allo sviluppo di una economia alternativa a quella camorristica, una economia sociale che , mentre dà dignità e lavoro a soggetti svantaggiati, costruisce una nuova Comunità, da terra di camorra alle TERRE DI DON DIANA:

FACCIAMO UN PACCO ALLA CAMORRA

DESCRIZIONE PACCO GRANDE: Euro 45,00

N.

DESCRIZIONE PRODOTTO

1

Sott'olio “fuori di zucca” da 3,14 ml, prodotto dai soci della coop. soc. “UN FIORE PER LA VITA” in inserimento lavorativo, sui terreni dell'ex manicomio di Aversa (CE) – Fattoria sociale “FUORI DI ZUCCA”. Prodotto biologico in olio extra-vergine di oliva

1

sott'olio “terra nostra” da 3,14 ml, prodotto dai soci della coop. soc. “EUREKA” in inserimento lavorativo, sui terreni confiscati alla camorra a Casal di Principe (CE), e dedicati alla memoria di una vittima innocente sig. “Antonio di Bona”. Prodotto in olio extra-vergine di oliva

1

Sott'olio “art' e kore” da 3,14 ml, prodotto dai soci della coop. soc. “AL DI LA' DEI SOGNI” in inserimento lavorativo, sui terreni confiscati alla camorra a Maiano di Sessa Aurunca (CE), e dedicati alla memoria di una vittima innocente – Fattoria didattica “ALBERTO VARONE”. Prodotto in olio extra-vergine di oliva.

1

Passata di pomodoro da 446 ml, prodotto dalle cooperative sopra elencate

1

miele/confettura da 212 ml, prodotto dalle cooperative sopra elencate

1

Pasta: paccheri di Don Peppe Diana “Libera terra” da 500g, prodotto dalla coop. soc. “LE TERRE DI DON PEPPE DIANA”, sui terreni confiscati alla camorra a Pignataro Maggiore (CE). Paccheri artigianali di Gragnano (NA) di semola di grano duro

1

Caffè “Lazzarelle” da 250 g, prodotto dai soci della coop. soc. “LAZZARELLE” miscela classica, torrefatto e confezionato c/o La casa circondariale femminile di Pozzuoli (NA).

3

Confezioni di cioccolato “N.C.O.” da 50/100 g., prodotto dai soci della coop. soc. “Agropoli” in inserimento lavorativo. Prodotto biologico in collaborazione con “Alce Nero”

1

Borsa da shopping “madein castelvolturno”, prodotto dai soci della coop. soc. “altri orizzonti by J. E. Maslo” in inserimento lavorativo, nella sartoria sociale in un bene confiscato a Castel Volturno.

1

Libro tra:

“Un mondo senza povertà” Muhammad Yunus,

Carta Straccia – economia dei diritti sospesi” Antonio Esposito e Luigia Melillo

La buona terra – storie dalle terre di don Peppe Diana” Gianni Solino

Io per fortuna c'ho la camorra” Sergio Nazzaro

I ragazzi della terra di nessuno” Gianni Solino

DESCRIZIONE PACCO MEDIO: Euro 25,00

N.

DESCRIZIONE PRODOTTO

1

Sott'olio “fuori di zucca” da 3,14 ml, prodotto dai soci della coop. soc. “UN FIORE PER LA VITA” in inserimento lavorativo, sui terreni dell'ex manicomio di Aversa (CE) – Fattoria sociale “FUORI DI ZUCCA”. Prodotto biologico in olio extra-vergine di oliva

1

Sott'olio “art' e kore” da 3,14 ml, prodotto dai soci della coop. soc. “AL DI LA' DEI SOGNI” in inserimento lavorativo, sui terreni confiscati alla camorra a Maiano di Sessa Aurunca (CE), e dedicati alla memoria di una vittima innocente – Fattoria didattica “ALBERTO VARONE”. Prodotto in olio extra-vergine di oliva.

1

miele/confettura “terra nostra” da 212 ml, prodotto dai soci della coop. soc. “EUREKA” in inserimento lavorativo, sui terreni confiscati alla camorra a Casal di Principe (CE), e dedicati alla memoria di una vittima innocente sig. “Antonio di Bona”.

1

Caffè “Lazzarelle” da 250 g, miscela classica, torrefatto e confezionato c/o La casa circondariale femminile di Pozzuoli (NA).

2

Confezioni di cioccolato “N.C.O.” da 50/100 g., prodotto dai soci della coop. soc. “Agropoli” in inserimento lavorativo. Prodotto biologico in collaborazione con “Alce Nero”

1

Borsa piccola da shopping “madein castelvolturno”, prodotto dai soci della coop. soc. “altri orizzonti by J. E. Maslo” in inserimento lavorativo, nella sartoria sociale in un bene confiscato a Castel Volturno.

per anni la camorra ci ha fatto "IL PACCO" è arrivato il momento di ricambiare. Questo natale fate il regalo giusto, contribuite al cambiamento di un territorio che da anni è Maltrattato dalla Camorra, acquistate e fate acquistare
"FACCIAMO UN PACCO ALLA CAMORRA"
ricambiamo con gusto...IL GUSTO GIUSTO!!!

Il pacco si può ordinare anche via Internet attraverso il sito facciamounpaccoallacamorra.com

comitato.jpg



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domenica 27 novembre 2011

Vittime di mafia dimenticate da tutti Sono rimaste anche senza i finanziamenti

L'appello lanciato da Politicamente scorretto firmato tra gli altri da Carlo Lucarelli, don Luigi Ciotti e Gian Carlo Caselli perché il nuovo governo ripristini i fondi tagliati dalla legge di stabilità

Quasi all’asciutto le vittime di mafia e i loro famigliari che, con la legge di stabilità per il 2012, si sono visti tagliare 10 milioni di euro sui 12fino a quel momento destinati al fondo destinato a chi ha subito reati di tipo mafioso, compresi racket e usura. La notizia viene diffusa nel corso di Politicamente Scorretto, manifestazione giunta alla sua settima edizione. Il suo patron, lo scrittore e autore televisivo Carlo Lucarelli, lo annuncia a Casalecchio di Reno, il comune alle porte di Bologna in cui ogni anni si tiene la manifestazione culturale.

E rilancia con un appello condiviso da don Luigi Ciotti, il sacerdote antimafia fondatore del Gruppo Abele e di Libera. Con lui e Lucarelli anche Paola Parenti, presidente di Casalecchio delle Culture, istituzione promotrice della manifestazione, che sta trattando con la Regione Emilia Romagna perché la manifestazione che parla di criminalità organizzata (anche al nord), società civile, cronaca e letteratura, possa continuare ad avere un minimo di fiato economico per le prossime edizioni.

“La lotta alle mafie”, ricordano i promotori della rassegna emiliana, “dovrebbe essere considerata una priorità dell’azione di qualunque governo in questo Paese. Il prezzo che l’Italia paga alla criminalità organizzata in termini civili, morali, politici ed economici è tale da rappresentare uno degli ostacoli principali del nostro sviluppo”.

In un periodo di difficoltà critiche e ricostruzione, questo sforzo economico deve essere considerato “un investimento, non un costo”, si legge nell’appello che da Casalecchio viene lanciato. E ha aggiunto lo stesso Lucarelli: “Dai tagli alle risorse non può nascere mai niente di buono, a meno che non si tratti di quelli agli sprechi. Questi invece sono taglia alla legalità ancor prima che alla cultura”.

Più nel dettaglio, a venire meno saranno “Per esempio il risarcimento per le spese processuali”, dice ancora lo scrittore. “Per essere vittima in maniera civile, ci vogliono delle armi, che sono le battaglie legali. E queste armi hanno un costo, come insegna la storia delle stragi, che è la storia delle vittime che si sono date da fare per avere una verità”.

Ma il problema, è a monte, secondo Lucarelli, perché “vittime si diventa, quando lo stato è assente”. E allora, per spiegare le ragioni di questi tagli, occorre innanzitutto capire se “esiste una volontà politica di combattere la lotta alla mafia. Se la mafia fa politica, la fa proprio in questo modo, asciugando le risorse. Ma in questo caso non credo ci sia stata un’intenzione mirata quanto piuttosto l’ignoranza nel pensare che queste siano questioni secondarie per il nostro Paese e forse anche l’antipatia che certa politica ha nel trattare questi argomenti”.

Ecco che nasce dunque l’appello congiunto che già annovera tra le altre le firme di Pina Maisano Grassi (vedova di Libero Grassi), del magistrato Gian Carlo Caselli, di Nando dalla Chiesa, del giornalista Lirio Abbate, dello storico Enzo Ciconte, dell’attore Giulio Cavalli (finito sotto scorta per i suoi spettacoli teatrali sulla ‘ndrangheta al nord) e di Dario Vassallo, fratello di Angelo, il sindaco di Pollica ucciso nel settembre 2010.

“Il fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive e dell’usura”, si legge, “rappresenta non solo il doveroso intervento dello Stato a fianco di cittadini che già hanno sofferto e spesso contrastato la criminalità organizzata, ma anche uno degli strumenti più efficaci per combatterla. Al nuovo governo chiediamo che venga rivista tale decisione e che il Fondo venga ripristinato”.


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L'appello lanciato da Politicamente scorretto firmato tra gli altri da Carlo Lucarelli, don Luigi Ciotti e Gian Carlo Caselli perché il nuovo governo ripristini i fondi tagliati dalla legge di stabilità

Quasi all’asciutto le vittime di mafia e i loro famigliari che, con la legge di stabilità per il 2012, si sono visti tagliare 10 milioni di euro sui 12fino a quel momento destinati al fondo destinato a chi ha subito reati di tipo mafioso, compresi racket e usura. La notizia viene diffusa nel corso di Politicamente Scorretto, manifestazione giunta alla sua settima edizione. Il suo patron, lo scrittore e autore televisivo Carlo Lucarelli, lo annuncia a Casalecchio di Reno, il comune alle porte di Bologna in cui ogni anni si tiene la manifestazione culturale.

E rilancia con un appello condiviso da don Luigi Ciotti, il sacerdote antimafia fondatore del Gruppo Abele e di Libera. Con lui e Lucarelli anche Paola Parenti, presidente di Casalecchio delle Culture, istituzione promotrice della manifestazione, che sta trattando con la Regione Emilia Romagna perché la manifestazione che parla di criminalità organizzata (anche al nord), società civile, cronaca e letteratura, possa continuare ad avere un minimo di fiato economico per le prossime edizioni.

“La lotta alle mafie”, ricordano i promotori della rassegna emiliana, “dovrebbe essere considerata una priorità dell’azione di qualunque governo in questo Paese. Il prezzo che l’Italia paga alla criminalità organizzata in termini civili, morali, politici ed economici è tale da rappresentare uno degli ostacoli principali del nostro sviluppo”.

In un periodo di difficoltà critiche e ricostruzione, questo sforzo economico deve essere considerato “un investimento, non un costo”, si legge nell’appello che da Casalecchio viene lanciato. E ha aggiunto lo stesso Lucarelli: “Dai tagli alle risorse non può nascere mai niente di buono, a meno che non si tratti di quelli agli sprechi. Questi invece sono taglia alla legalità ancor prima che alla cultura”.

Più nel dettaglio, a venire meno saranno “Per esempio il risarcimento per le spese processuali”, dice ancora lo scrittore. “Per essere vittima in maniera civile, ci vogliono delle armi, che sono le battaglie legali. E queste armi hanno un costo, come insegna la storia delle stragi, che è la storia delle vittime che si sono date da fare per avere una verità”.

Ma il problema, è a monte, secondo Lucarelli, perché “vittime si diventa, quando lo stato è assente”. E allora, per spiegare le ragioni di questi tagli, occorre innanzitutto capire se “esiste una volontà politica di combattere la lotta alla mafia. Se la mafia fa politica, la fa proprio in questo modo, asciugando le risorse. Ma in questo caso non credo ci sia stata un’intenzione mirata quanto piuttosto l’ignoranza nel pensare che queste siano questioni secondarie per il nostro Paese e forse anche l’antipatia che certa politica ha nel trattare questi argomenti”.

Ecco che nasce dunque l’appello congiunto che già annovera tra le altre le firme di Pina Maisano Grassi (vedova di Libero Grassi), del magistrato Gian Carlo Caselli, di Nando dalla Chiesa, del giornalista Lirio Abbate, dello storico Enzo Ciconte, dell’attore Giulio Cavalli (finito sotto scorta per i suoi spettacoli teatrali sulla ‘ndrangheta al nord) e di Dario Vassallo, fratello di Angelo, il sindaco di Pollica ucciso nel settembre 2010.

“Il fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive e dell’usura”, si legge, “rappresenta non solo il doveroso intervento dello Stato a fianco di cittadini che già hanno sofferto e spesso contrastato la criminalità organizzata, ma anche uno degli strumenti più efficaci per combatterla. Al nuovo governo chiediamo che venga rivista tale decisione e che il Fondo venga ripristinato”.


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domenica 13 novembre 2011

Napoli, Diana è il capo “anti-camorra” del Caan. E i facchini gli scioperano contro

Il politico è stato chiamato dal sindaco De Magistris per stroncare la storica presenza dei clan nel polo agroalimentare campano. Di lui Saviano ha scritto che è un eroe della lotta alla mafia. Vive sotto scorta dopo che i casalesi hanno detto di volerlo fare saltare in aria

Il benvenuto glielo hanno dato i facchini, accogliendolo con uno sciopero, appena pochi giorni dopo la sua nomina a presidente del Consiglio di Amministrazione del Centro Agroalimentare di Napoli (CAAN) avvenuta l’11 ottobre scorso. Lorenzo Diana, ex parlamentare del PD, per anni componente della commissione parlamentare antimafia (e protetto da una scorta dopo che un pentito del clan dei casalesi ha rivelato che volevano farlo saltare in aria), è consapevole che risanare e rilanciare il CAAN non è cosa da poco. Soprattutto dopo che il sindaco della città, Luigi De Magistris ha rivelato nella trasmissione di Santoro, “Servizio Pubblico”, di aver affidato a Diana il compito di liberare il centro agroalimentare dalla camorra. Una “mission” particolare e non solo gestionale, che per alcuni giustifica anche il suo compenso di 50mila euro lordi annui. Il CAAN, aperto nel 2006 (il comune di Napoli ha una partecipazione del 66%), ha un patrimonio di 40 milioni di euro, ma ha prodotto perdite per 51 milioni di euro. Su 362 mila mq di terreno, 100 mila sono coperti da strutture non pienamente utilizzate. Circa 100 gli operatori all’interno, di cui 70 nel settore dell’ortofrutta, con un giro di affari medio di 6 milioni di euro. Qui si dovrà trasferire anche il mercato ittico di Napoli. Il consiglio di amministrazione è formato da otto persone: 3 in rappresentanza del Comune di Napoli, 1 del Comune di Volla, 1 della Camera di Commercio di Napoli, 1 del Banco di Napoli e 2 rappresentanti dei privati. Diana risponde alle domande del fattoquotidiano.it nel suo ufficio di Volla, città dove ha sede la struttura, freddo e spoglio di qualsiasi arredo, con il condizionatore che non funziona e un PC risalente alla preistoria della tecnologia.



Diana, com’è la situazione sulla presenza della camorra nel CAAN?
Storicamente le mafie hanno solide radici nei mercati ortofrutticoli perché nascono come fenomeno rurale e si sono sviluppate come organizzazioni criminali proprio controllando i mercati ortofrutticoli. La loro influenza si è estesa ai mercati più importanti, come ci ha insegnato la vicenda di Fondi. E se lì sono radicati i siciliani e i casalesi, in tutto il sud la geografia mafiosa nei mercati non cambia. I trasporti sono accaparrati da determinati gruppi. Ma ci sono anche quelli che si specializzano nei settori della commercializzazione di particolari prodotti agricoli. So che il CAAN è già sotto osservazione da parte della competente Procura di Nola per alcune cose che non vanno in questo Centro.

Cosa in particolare?
Vi sono degli abusivi tra gli operatori commerciali e anche tra i lavoratori. Ci sono almeno duemila accessi al giorno, e sono tanti, ma senza controllo. Sembra terra di nessuno. Anche qui c’è stato il vizio delle istituzioni e della politica di girare la testa altrove. Abbiamo il caso di un amministratore che dopo sei mesi ha gettato la spugna perché questa situazione la riteneva impossibile da modificare. Gli altri amministratori hanno scelto di essere molto poco presenti. Bisogna considerare che il Centro ha spese di gestione come un condominio. Per contratto gli operatori che hanno un box di vendita sono chiamati a pagare le spese del 5% massimo. Tutto il resto non è a carico loro. Si crea una situazione per la quale i condomini non hanno alcun interesse a controllare le spese perché non tocca a loro pagarle. E’ un modello che non funziona. Qui vigeva la logica della mucca pubblica da mungere. Con il risultato che ci sono quasi 5 milioni di euro di perdite. Di questo passo la struttura si avvia verso il fallimento.

Come pensa di risanare il CAAN?
Il centro Agroalimentare è una grande struttura costruita con una logica moderna e che ha anche una grande potenzialità.
Faremo un nuovo piano industriale cominciando a razionalizzare le spese. Ad esempio si spendono 700mila euro l’anno per l’approvvigionamento elettrico. Ci sono 100 mila mq di tetto da poter utilizzare per l’installazione di pannelli fotovoltaici. Nel primo anno puntiamo a ridurre le perdite per arrivare ad un equilibro di bilancio, senza intaccare la qualità. Il nuovo piano industriale avrà una sua logica: quella di valorizzare i prodotti agricoli del sud Italia, a partire dal cibo e dalle tradizioni che qui hanno radici profonde. Dobbiamo aprire alla città e alle associazioni di consumatori, all’Università e alle strutture che possano certificare e assicurare sulla qualità del cibo e dei prodotti. Abbiamo 100 mq di terreno destinati ad orti irrigui. Si possano fare degli orti sociali biologici. Dobbiamo attingere alle esperienze dei grandi centri agroalimentari italiani, dimostrando che anche il Sud è capace di modernizzarsi e stare al passo con i tempi. Mi rendo conto che non è semplice, ma se ho accettato è perché mi ha convinto la motivazione del sindaco di Napoli: “Non intendo lasciare società partecipate fuori dalla sfera della legalità”. E mercoledì si è tenuto anche un comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica presso la Prefettura di Napoli a cui, oltre al Prefetto e il sindaco della città, hanno partecipato tutti i vertici delle forze dell’ordine. Tutti insieme deciso di usare il pugno duro per cambiare radicalmente strada e per restituire legalità alla struttura.


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Il politico è stato chiamato dal sindaco De Magistris per stroncare la storica presenza dei clan nel polo agroalimentare campano. Di lui Saviano ha scritto che è un eroe della lotta alla mafia. Vive sotto scorta dopo che i casalesi hanno detto di volerlo fare saltare in aria

Il benvenuto glielo hanno dato i facchini, accogliendolo con uno sciopero, appena pochi giorni dopo la sua nomina a presidente del Consiglio di Amministrazione del Centro Agroalimentare di Napoli (CAAN) avvenuta l’11 ottobre scorso. Lorenzo Diana, ex parlamentare del PD, per anni componente della commissione parlamentare antimafia (e protetto da una scorta dopo che un pentito del clan dei casalesi ha rivelato che volevano farlo saltare in aria), è consapevole che risanare e rilanciare il CAAN non è cosa da poco. Soprattutto dopo che il sindaco della città, Luigi De Magistris ha rivelato nella trasmissione di Santoro, “Servizio Pubblico”, di aver affidato a Diana il compito di liberare il centro agroalimentare dalla camorra. Una “mission” particolare e non solo gestionale, che per alcuni giustifica anche il suo compenso di 50mila euro lordi annui. Il CAAN, aperto nel 2006 (il comune di Napoli ha una partecipazione del 66%), ha un patrimonio di 40 milioni di euro, ma ha prodotto perdite per 51 milioni di euro. Su 362 mila mq di terreno, 100 mila sono coperti da strutture non pienamente utilizzate. Circa 100 gli operatori all’interno, di cui 70 nel settore dell’ortofrutta, con un giro di affari medio di 6 milioni di euro. Qui si dovrà trasferire anche il mercato ittico di Napoli. Il consiglio di amministrazione è formato da otto persone: 3 in rappresentanza del Comune di Napoli, 1 del Comune di Volla, 1 della Camera di Commercio di Napoli, 1 del Banco di Napoli e 2 rappresentanti dei privati. Diana risponde alle domande del fattoquotidiano.it nel suo ufficio di Volla, città dove ha sede la struttura, freddo e spoglio di qualsiasi arredo, con il condizionatore che non funziona e un PC risalente alla preistoria della tecnologia.



Diana, com’è la situazione sulla presenza della camorra nel CAAN?
Storicamente le mafie hanno solide radici nei mercati ortofrutticoli perché nascono come fenomeno rurale e si sono sviluppate come organizzazioni criminali proprio controllando i mercati ortofrutticoli. La loro influenza si è estesa ai mercati più importanti, come ci ha insegnato la vicenda di Fondi. E se lì sono radicati i siciliani e i casalesi, in tutto il sud la geografia mafiosa nei mercati non cambia. I trasporti sono accaparrati da determinati gruppi. Ma ci sono anche quelli che si specializzano nei settori della commercializzazione di particolari prodotti agricoli. So che il CAAN è già sotto osservazione da parte della competente Procura di Nola per alcune cose che non vanno in questo Centro.

Cosa in particolare?
Vi sono degli abusivi tra gli operatori commerciali e anche tra i lavoratori. Ci sono almeno duemila accessi al giorno, e sono tanti, ma senza controllo. Sembra terra di nessuno. Anche qui c’è stato il vizio delle istituzioni e della politica di girare la testa altrove. Abbiamo il caso di un amministratore che dopo sei mesi ha gettato la spugna perché questa situazione la riteneva impossibile da modificare. Gli altri amministratori hanno scelto di essere molto poco presenti. Bisogna considerare che il Centro ha spese di gestione come un condominio. Per contratto gli operatori che hanno un box di vendita sono chiamati a pagare le spese del 5% massimo. Tutto il resto non è a carico loro. Si crea una situazione per la quale i condomini non hanno alcun interesse a controllare le spese perché non tocca a loro pagarle. E’ un modello che non funziona. Qui vigeva la logica della mucca pubblica da mungere. Con il risultato che ci sono quasi 5 milioni di euro di perdite. Di questo passo la struttura si avvia verso il fallimento.

Come pensa di risanare il CAAN?
Il centro Agroalimentare è una grande struttura costruita con una logica moderna e che ha anche una grande potenzialità.
Faremo un nuovo piano industriale cominciando a razionalizzare le spese. Ad esempio si spendono 700mila euro l’anno per l’approvvigionamento elettrico. Ci sono 100 mila mq di tetto da poter utilizzare per l’installazione di pannelli fotovoltaici. Nel primo anno puntiamo a ridurre le perdite per arrivare ad un equilibro di bilancio, senza intaccare la qualità. Il nuovo piano industriale avrà una sua logica: quella di valorizzare i prodotti agricoli del sud Italia, a partire dal cibo e dalle tradizioni che qui hanno radici profonde. Dobbiamo aprire alla città e alle associazioni di consumatori, all’Università e alle strutture che possano certificare e assicurare sulla qualità del cibo e dei prodotti. Abbiamo 100 mq di terreno destinati ad orti irrigui. Si possano fare degli orti sociali biologici. Dobbiamo attingere alle esperienze dei grandi centri agroalimentari italiani, dimostrando che anche il Sud è capace di modernizzarsi e stare al passo con i tempi. Mi rendo conto che non è semplice, ma se ho accettato è perché mi ha convinto la motivazione del sindaco di Napoli: “Non intendo lasciare società partecipate fuori dalla sfera della legalità”. E mercoledì si è tenuto anche un comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica presso la Prefettura di Napoli a cui, oltre al Prefetto e il sindaco della città, hanno partecipato tutti i vertici delle forze dell’ordine. Tutti insieme deciso di usare il pugno duro per cambiare radicalmente strada e per restituire legalità alla struttura.


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