venerdì 2 settembre 2011

In memoria d'un martire a difesa del suo territorio!



Un anno fa nel Salernitano l'omicidio del primo cittadino di Pollica-Acciaroli. "Il buio su quella notte continua ma ho fiducia negli inquirenti, non provo odio verso il killer di mio marito"



di DARIO DEL PORTO


Un anno fa lei ricordò che, dopo il delitto, tanti avevano rivolto un pensiero ad Angelo e che il presidente Napolitano le aveva scritto una lettera. Aggiunse che solo il premier Berlusconi non si era fatto sentire.

«È così. Devo ripeterlo».

Il Pd, invece? Si è detto che Vassallo era amareggiato per non essere stato preso in considerazione come candidato per incarichi di rilievo nazionale.

«Non entro in questo perchè non conosco. Mi viene in mente solo un detto che Angelo ripeteva: “Albero caduto, accetta, accetta”».

Che intendeva dire?

«Che quando non ci sei più, tutti si prendono i pezzi che restano. Non mi interessa più di tanto».

Su impulso del fratello Dario a Vassallo è intitolata una fondazione. Pollica si appresta a ricordarlo con manifestazioni e dibattiti. Per il Cilento suo marito è come un eroe.

«Ma io non voglio che venga ricordato come un eroe. Non lo era. Era solo un sindaco, una persona che amava la sua terra e voleva difenderne il territorio. Faceva il suo dovere perché era per quello che la gente lo aveva eletto. Ed è quello che dovrebbero fare tutti».


Fonte : la Repubblica

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Un anno fa nel Salernitano l'omicidio del primo cittadino di Pollica-Acciaroli. "Il buio su quella notte continua ma ho fiducia negli inquirenti, non provo odio verso il killer di mio marito"



di DARIO DEL PORTO


Un anno fa lei ricordò che, dopo il delitto, tanti avevano rivolto un pensiero ad Angelo e che il presidente Napolitano le aveva scritto una lettera. Aggiunse che solo il premier Berlusconi non si era fatto sentire.

«È così. Devo ripeterlo».

Il Pd, invece? Si è detto che Vassallo era amareggiato per non essere stato preso in considerazione come candidato per incarichi di rilievo nazionale.

«Non entro in questo perchè non conosco. Mi viene in mente solo un detto che Angelo ripeteva: “Albero caduto, accetta, accetta”».

Che intendeva dire?

«Che quando non ci sei più, tutti si prendono i pezzi che restano. Non mi interessa più di tanto».

Su impulso del fratello Dario a Vassallo è intitolata una fondazione. Pollica si appresta a ricordarlo con manifestazioni e dibattiti. Per il Cilento suo marito è come un eroe.

«Ma io non voglio che venga ricordato come un eroe. Non lo era. Era solo un sindaco, una persona che amava la sua terra e voleva difenderne il territorio. Faceva il suo dovere perché era per quello che la gente lo aveva eletto. Ed è quello che dovrebbero fare tutti».


Fonte : la Repubblica

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martedì 23 agosto 2011

Tg2 - KALAFRO. Resistenza Sonora Car Tour


http://www.youtube.com/watch?v=lbSZ8GLXOrU

Servizio del 20/08/2011 di Valerio Cataldi


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http://www.youtube.com/watch?v=lbSZ8GLXOrU

Servizio del 20/08/2011 di Valerio Cataldi


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venerdì 19 agosto 2011

Napoli, nasce la Casa del giornalista nel ‘basso’ confiscato al boss

Il locale al piano terra nei Quartieri Spagnoli era una proprietà di Ciro Mariano, capo clan della camorra. Il coordinamento dei cronisti precari della Campania lo ha ottenuto per aprire uno spazio per dibattiti, mostre e una mini redazione

Ciro Mariano è stato il capo clan dei ‘Picuozzi’ dei Quartieri Spagnoli di Napoli, mandante ed autore di alcune delle più efferate stragi di camorra, come quella del Circolo Canottieri nel 1989, in cui persero la vita quattro pregiudicati. Mariano non amava la stampa e non amava essere fotografato. E riuscì a ottenere dal presidente della Corte che lo processò il divieto di essere ripreso dai fotoreporter. Disse di non volere essere vittima di “un linciaggio mediatico”. Per una singolare legge del contrappasso, un bene confiscato al clan Mariano è stato assegnato a un gruppo di cronisti della carta stampata e della televisione, riuniti in un consorzio: è il primo caso in Italia, quello che verrà illustrato stasera alle 23 durante la trasmissione Linea Notte di Rai 3.

Il ‘Coordinamento dei Giornalisti Precari della Campania’, un gruppo di giovani colleghi che anima iniziative e crea dossier sullo sfruttamento della professione giornalistica, trasformerà così un terraneo (locale a piano terra) di circa 50 metri quadrati in vicolo Caritatoio ai Cariati in una ‘Casa dei Giornalisti’. Un luogo per ospitare dibattiti sulla libertà d’informazione, una biblioteca di libri di camorra, uno spazio per mostre fotografiche, una ‘mini-redazione’ con laptop e wifi da mettere a disposizione agli operatori della stampa straniera che periodicamente vengono qui per raccontare l’emergenza rifiuti e la rivoluzione arancione di Luigi de Magistris. E a disposizione dei cronisti free lance o con contratti di collaborazione, che lavorano per piccoli e grandi quotidiani ma non hanno il diritto di poter accedere ai loro uffici. “Lo riteniamo un atto doveroso – afferma Ciro Pellegrino, del coordinamento precari, cassintegrato di E-Polis – vogliamo testimoniare coi fatti la voglia di cambiare di una città straziata e violentata ma resistente, mai rassegnata. Ma abbiamo bisogno del sostegno dei napoletani. E per sostegno non si intende quello economico ma un ‘cordone’ civile affinché tutti gli eventi del coordinamento nel bene confiscato nei Quartieri abbiano tanti partecipanti. Solo accendendo un faro costante su quella zona sconfiggeremo chi non vorrebbe farci ritornare in quell’immobile”.

Non è stata una conquista facile. Racconta Pellegrino che una delle prime volte in cui una delegazione di cronisti si è recata nel terraneo dei Quartieri Spagnoli, accompagnati dal presidente dell’ordine dei giornalisti campano Ottavio Lucarelli, sono stati affrontati a muso duro dalle donne della famiglia Mariano: “Voi qui non farete mai niente, questo ‘vascio’ (terraneo o basso, ndr) è mio”. Zona difficile, quella del ‘vascio’. Conficcato nel dedalo di vicoli dei Quartieri, zona che Mariano scelse come propria ‘residenza’ perché lì i suoi guardia spalla potevano proteggerlo dagli agguati dei clan rivali. I precari hanno fatto buon viso a cattivo gioco e sono tornati solo qualche settimana dopo. Scortati, però, dal nucleo operativo della Polizia Municipale. Con loro c’era l’assessore alla Sicurezza Giuseppe Narducci, il pm anticamorra nominato in giunta dal sindaco Luigi de Magistris.

Narducci ha portato a compimento un progetto iniziato nel dicembre dello scorso anno da un assessore della precedente amministrazione, Marcello D’Aponte, che nella giunta di Rosa Russo Iervolino gestiva la delega al Patrimonio. L’aggiudicazione definitiva è avvenuta nel marzo 2011. In un primo momento, la destinazione d’uso dell’immobile prevedeva la realizzazione di un laboratorio per l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati. In precedenza il bene era stato affidato due volte a una famiglia di immigrati e a un’associazione di non vedenti. I beneficiari hanno però preferito rinunciare. Motivo: l’ambiente particolarmente ‘ostile’. E anche il tentativo del servizio Politiche di inclusione sociale del Comune di utilizzare il terraneo come archivio non è andato a buon fine. Fino a quando non si è fatto avanti un gruppo di giornalisti coraggiosi, tra i quali Amalia De Simone e Simona Petricciuolo, autrici di una video inchiesta sul disastro spazzatura in Campania e sulle collusioni tra politica e camorra nel business della monnezza, andata in onda qualche mese fa su Current tra mille difficoltà.


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Il locale al piano terra nei Quartieri Spagnoli era una proprietà di Ciro Mariano, capo clan della camorra. Il coordinamento dei cronisti precari della Campania lo ha ottenuto per aprire uno spazio per dibattiti, mostre e una mini redazione

Ciro Mariano è stato il capo clan dei ‘Picuozzi’ dei Quartieri Spagnoli di Napoli, mandante ed autore di alcune delle più efferate stragi di camorra, come quella del Circolo Canottieri nel 1989, in cui persero la vita quattro pregiudicati. Mariano non amava la stampa e non amava essere fotografato. E riuscì a ottenere dal presidente della Corte che lo processò il divieto di essere ripreso dai fotoreporter. Disse di non volere essere vittima di “un linciaggio mediatico”. Per una singolare legge del contrappasso, un bene confiscato al clan Mariano è stato assegnato a un gruppo di cronisti della carta stampata e della televisione, riuniti in un consorzio: è il primo caso in Italia, quello che verrà illustrato stasera alle 23 durante la trasmissione Linea Notte di Rai 3.

Il ‘Coordinamento dei Giornalisti Precari della Campania’, un gruppo di giovani colleghi che anima iniziative e crea dossier sullo sfruttamento della professione giornalistica, trasformerà così un terraneo (locale a piano terra) di circa 50 metri quadrati in vicolo Caritatoio ai Cariati in una ‘Casa dei Giornalisti’. Un luogo per ospitare dibattiti sulla libertà d’informazione, una biblioteca di libri di camorra, uno spazio per mostre fotografiche, una ‘mini-redazione’ con laptop e wifi da mettere a disposizione agli operatori della stampa straniera che periodicamente vengono qui per raccontare l’emergenza rifiuti e la rivoluzione arancione di Luigi de Magistris. E a disposizione dei cronisti free lance o con contratti di collaborazione, che lavorano per piccoli e grandi quotidiani ma non hanno il diritto di poter accedere ai loro uffici. “Lo riteniamo un atto doveroso – afferma Ciro Pellegrino, del coordinamento precari, cassintegrato di E-Polis – vogliamo testimoniare coi fatti la voglia di cambiare di una città straziata e violentata ma resistente, mai rassegnata. Ma abbiamo bisogno del sostegno dei napoletani. E per sostegno non si intende quello economico ma un ‘cordone’ civile affinché tutti gli eventi del coordinamento nel bene confiscato nei Quartieri abbiano tanti partecipanti. Solo accendendo un faro costante su quella zona sconfiggeremo chi non vorrebbe farci ritornare in quell’immobile”.

Non è stata una conquista facile. Racconta Pellegrino che una delle prime volte in cui una delegazione di cronisti si è recata nel terraneo dei Quartieri Spagnoli, accompagnati dal presidente dell’ordine dei giornalisti campano Ottavio Lucarelli, sono stati affrontati a muso duro dalle donne della famiglia Mariano: “Voi qui non farete mai niente, questo ‘vascio’ (terraneo o basso, ndr) è mio”. Zona difficile, quella del ‘vascio’. Conficcato nel dedalo di vicoli dei Quartieri, zona che Mariano scelse come propria ‘residenza’ perché lì i suoi guardia spalla potevano proteggerlo dagli agguati dei clan rivali. I precari hanno fatto buon viso a cattivo gioco e sono tornati solo qualche settimana dopo. Scortati, però, dal nucleo operativo della Polizia Municipale. Con loro c’era l’assessore alla Sicurezza Giuseppe Narducci, il pm anticamorra nominato in giunta dal sindaco Luigi de Magistris.

Narducci ha portato a compimento un progetto iniziato nel dicembre dello scorso anno da un assessore della precedente amministrazione, Marcello D’Aponte, che nella giunta di Rosa Russo Iervolino gestiva la delega al Patrimonio. L’aggiudicazione definitiva è avvenuta nel marzo 2011. In un primo momento, la destinazione d’uso dell’immobile prevedeva la realizzazione di un laboratorio per l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati. In precedenza il bene era stato affidato due volte a una famiglia di immigrati e a un’associazione di non vedenti. I beneficiari hanno però preferito rinunciare. Motivo: l’ambiente particolarmente ‘ostile’. E anche il tentativo del servizio Politiche di inclusione sociale del Comune di utilizzare il terraneo come archivio non è andato a buon fine. Fino a quando non si è fatto avanti un gruppo di giornalisti coraggiosi, tra i quali Amalia De Simone e Simona Petricciuolo, autrici di una video inchiesta sul disastro spazzatura in Campania e sulle collusioni tra politica e camorra nel business della monnezza, andata in onda qualche mese fa su Current tra mille difficoltà.


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giovedì 28 luglio 2011

Dossier choc sulle aree avvelenate Giugliano e Caserta le più a rischio

Studio Arpac: situazione ambientale compromessa
I veleni hanno distrutto un'area da 4 milioni di mq

Un rogo di rifiuti

Un rogo di rifiuti

NAPOLI - Le analisi effettuate evidenziano idrocarburi, toulene altri composti nelle acque dei pozzi spia e nei suoli oltre i limiti di legge. Si scrive Aree Vaste, si legge bombe ecologiche: porzioni di territorio della Campania in cui i dati raccolti indicano che la situazione ambientale è particolarmente compromessa a causa della presenza contemporanea, in zone relativamente limitate, di più siti inquinati. Sono: Masseria del Pozzo -Schiavi Giugliano; Lo Uttaro a Caserta; Maruzzella nei Comuni di San Tammaro e Santa Maria la Fossa; Pianura, nei Comuni di Napoli e Pozzuoli; Regi Lagni; Fiume Sarno.

L’allarme dopo l’audizione del direttore generale dell’Arpac, Antonio Episcopo, e della direttrice tecnica, Marinella Vito, davanti alle commissioni regionali Ecomafie e Camorra, presiedute da Antonio Amato e da Gianfranco Valiante. Le Aree Vaste, rileva l’agenzia campana per protezione dell’ambiente, «sono interessate dalla presenza contemporanea di due o più siti di smaltimento dei rifiuti. In esse le diverse indagini effettuate nel tempo, principalmente sulla falda acquifera, hanno evidenziato situazioni di contaminazione delle acque sotterranee, potenzialmente correlabili ad una cattiva gestione dei siti presenti». L’Area Vasta Pianura racchiude 5 siti fortemente avvelenati: la discarica abusiva Caselle Pisani, lo sversatoio ex di Fra. Bi, l’immondezzaio Senga, la discarica ex Citet, lo sversatoio illegale in località Spadari.

Stagno, berillio, ferro, manganese, cobalto, rame, stagno, zinco, PCB sono i materiali contaminanti rinvenuti oltre le soglie di legge nel suolo e nell’acqua. In località Spadari, Senga ed ex Citet sono stati rilevati anche «corpi con presenze elettromagnetiche». L’Area Vasta Lo Uttaro è punteggiata da ben 8 bombe ecologiche: l’omonima discarica, lo sversatoio Mastroianni o Torrione, la discarica ACSA/CE3, l’omonimo sito di trasferenza, un ex sito di stoccaggio provvisorio, la discarica Ecologica Meridionale, l’invaso Migliore Carolina, l’ex cava in uso Saint Gobain. Nei siti di Lo Uttaro, Mastroianni, Ecologica Meridionale è stato rilevato il superamento nelle acque di falda dei limiti di ferro, manganese, arsenico, fluoruri, dicloreratano, diclopropanocloruro di vinile, solfati. Dal casertano a Giugliano, ecco l’Area Vasta Masseria del Pozzo. C’è la discarica abusiva Schiavi, sotto la quale scorrono acque appestate da tetracloroetilene, dicloropropano, benzene, toulene. C’è anche lo sversatoio della Fibe, 51.000 mq e un milione di metri cubi di immondizia, che ha funzionato tra il 2002 ed il 2003.

Le analisi nei pozzi spia hanno evidenziato lì sotto, tra l’altro, il superamento nelle acque di benzopirene, dicloropropano, tricloroetano, cloruro di vinile. Questa Area Vasta comprende pure la ex Resit, che ha funzionato per 24 anni e due siti di stoccaggio Fibe (Ponte Riccio e Cava Giuliano) dove sono accatastati da 8 anni 275.000 metri cubi di rifiuti. In entrambi i siti, ed è clamoroso, non sono state ad oggi effettuate indagini per stabilire i livelli di contaminazione dell’aria e dell’acqua. Sei i punti critici che costituiscono l’Area Vasta località Maruzzella, nella provincia di Caserta. Le due discariche consortili Maruzzella 1 e 2 - dove le indagini hanno riscontrato il superamento nei suoli di idrocarburi, indenopirene, benzopirene, benzopirilene - il sito di trasferenza Ce2, le due discariche Parco Saurino, i due siti di stoccaggio Pozzo Bianco e Ferrandelle. In nessuno di questi ultimi due sono state svolte indagini sulla contaminazione dell’acqua e del suolo. Nei Regi Lagni, rileva l’Arpac, l’asta principale, che attraversa 30 Comuni del casertano e del napoletano, è punteggiata da aree avvelenate.

Qualche esempio: località Boscofangone a Nola (diossine e furani nel sottosuolo); località Pizzomontone ad Acerra (superamenti di cobalto, piombo, rame, zinco), località Torretta - Tre Ponti a Marigliano (superamenti cadmio, piombo, rame e zinco). Il Sarno, infine, dove restano da realizzare collettori e reti fognarie e dove esistono ancora Comuni che sversano le acque reflue direttamente nel fiume e poi a mare, nonostante gli indubbi progressi effettuati durante la fase commissariale gestita dal generale Iucci. Ce n’è abbastanza per preoccuparsi, insomma, come sottolinea Antonio Amato, il presidente della commissione regionale bonifiche ed ecomafie: «Stiamo parlando di oltre 2 milioni e 700.000 mq di territorio definite Aree Vaste. Oltre 17 milioni e 400.000 metri cubi di rifiuti. Quanto si sta mettendo oggi in campo a Giugliano alla Resit - la bonifica -va esteso a tutte le Aree Vaste. L’Arpac ci informa, però, che spesso non è stata effettuata neppure la messa in sicurezza e mancano perfino i teloni a copertura dei rifiuti abbandonati negli sversatoi».

Fabrizio Geremicca
28 luglio 2011


Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


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Studio Arpac: situazione ambientale compromessa
I veleni hanno distrutto un'area da 4 milioni di mq

Un rogo di rifiuti

Un rogo di rifiuti

NAPOLI - Le analisi effettuate evidenziano idrocarburi, toulene altri composti nelle acque dei pozzi spia e nei suoli oltre i limiti di legge. Si scrive Aree Vaste, si legge bombe ecologiche: porzioni di territorio della Campania in cui i dati raccolti indicano che la situazione ambientale è particolarmente compromessa a causa della presenza contemporanea, in zone relativamente limitate, di più siti inquinati. Sono: Masseria del Pozzo -Schiavi Giugliano; Lo Uttaro a Caserta; Maruzzella nei Comuni di San Tammaro e Santa Maria la Fossa; Pianura, nei Comuni di Napoli e Pozzuoli; Regi Lagni; Fiume Sarno.

L’allarme dopo l’audizione del direttore generale dell’Arpac, Antonio Episcopo, e della direttrice tecnica, Marinella Vito, davanti alle commissioni regionali Ecomafie e Camorra, presiedute da Antonio Amato e da Gianfranco Valiante. Le Aree Vaste, rileva l’agenzia campana per protezione dell’ambiente, «sono interessate dalla presenza contemporanea di due o più siti di smaltimento dei rifiuti. In esse le diverse indagini effettuate nel tempo, principalmente sulla falda acquifera, hanno evidenziato situazioni di contaminazione delle acque sotterranee, potenzialmente correlabili ad una cattiva gestione dei siti presenti». L’Area Vasta Pianura racchiude 5 siti fortemente avvelenati: la discarica abusiva Caselle Pisani, lo sversatoio ex di Fra. Bi, l’immondezzaio Senga, la discarica ex Citet, lo sversatoio illegale in località Spadari.

Stagno, berillio, ferro, manganese, cobalto, rame, stagno, zinco, PCB sono i materiali contaminanti rinvenuti oltre le soglie di legge nel suolo e nell’acqua. In località Spadari, Senga ed ex Citet sono stati rilevati anche «corpi con presenze elettromagnetiche». L’Area Vasta Lo Uttaro è punteggiata da ben 8 bombe ecologiche: l’omonima discarica, lo sversatoio Mastroianni o Torrione, la discarica ACSA/CE3, l’omonimo sito di trasferenza, un ex sito di stoccaggio provvisorio, la discarica Ecologica Meridionale, l’invaso Migliore Carolina, l’ex cava in uso Saint Gobain. Nei siti di Lo Uttaro, Mastroianni, Ecologica Meridionale è stato rilevato il superamento nelle acque di falda dei limiti di ferro, manganese, arsenico, fluoruri, dicloreratano, diclopropanocloruro di vinile, solfati. Dal casertano a Giugliano, ecco l’Area Vasta Masseria del Pozzo. C’è la discarica abusiva Schiavi, sotto la quale scorrono acque appestate da tetracloroetilene, dicloropropano, benzene, toulene. C’è anche lo sversatoio della Fibe, 51.000 mq e un milione di metri cubi di immondizia, che ha funzionato tra il 2002 ed il 2003.

Le analisi nei pozzi spia hanno evidenziato lì sotto, tra l’altro, il superamento nelle acque di benzopirene, dicloropropano, tricloroetano, cloruro di vinile. Questa Area Vasta comprende pure la ex Resit, che ha funzionato per 24 anni e due siti di stoccaggio Fibe (Ponte Riccio e Cava Giuliano) dove sono accatastati da 8 anni 275.000 metri cubi di rifiuti. In entrambi i siti, ed è clamoroso, non sono state ad oggi effettuate indagini per stabilire i livelli di contaminazione dell’aria e dell’acqua. Sei i punti critici che costituiscono l’Area Vasta località Maruzzella, nella provincia di Caserta. Le due discariche consortili Maruzzella 1 e 2 - dove le indagini hanno riscontrato il superamento nei suoli di idrocarburi, indenopirene, benzopirene, benzopirilene - il sito di trasferenza Ce2, le due discariche Parco Saurino, i due siti di stoccaggio Pozzo Bianco e Ferrandelle. In nessuno di questi ultimi due sono state svolte indagini sulla contaminazione dell’acqua e del suolo. Nei Regi Lagni, rileva l’Arpac, l’asta principale, che attraversa 30 Comuni del casertano e del napoletano, è punteggiata da aree avvelenate.

Qualche esempio: località Boscofangone a Nola (diossine e furani nel sottosuolo); località Pizzomontone ad Acerra (superamenti di cobalto, piombo, rame, zinco), località Torretta - Tre Ponti a Marigliano (superamenti cadmio, piombo, rame e zinco). Il Sarno, infine, dove restano da realizzare collettori e reti fognarie e dove esistono ancora Comuni che sversano le acque reflue direttamente nel fiume e poi a mare, nonostante gli indubbi progressi effettuati durante la fase commissariale gestita dal generale Iucci. Ce n’è abbastanza per preoccuparsi, insomma, come sottolinea Antonio Amato, il presidente della commissione regionale bonifiche ed ecomafie: «Stiamo parlando di oltre 2 milioni e 700.000 mq di territorio definite Aree Vaste. Oltre 17 milioni e 400.000 metri cubi di rifiuti. Quanto si sta mettendo oggi in campo a Giugliano alla Resit - la bonifica -va esteso a tutte le Aree Vaste. L’Arpac ci informa, però, che spesso non è stata effettuata neppure la messa in sicurezza e mancano perfino i teloni a copertura dei rifiuti abbandonati negli sversatoi».

Fabrizio Geremicca
28 luglio 2011


Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


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giovedì 21 luglio 2011

Quando la camorra aiutò Garibaldi in nome della libertà di delinquere


La recente ristampa delle Memorie di un garibaldino russo di Lev Illic Mecnikov, a cura di Renato Risaliti (Centro interuniversitario di ricerche sul viaggio in Italia, pagg. 330, euro 29) ci offre una testimonianza meno oleografica e certo più autentica sull’impresa dei Mille.

Secondo Mecnikov, infatti, fu solo grazie all’intervento della camorra (guidata dalla «sanguinaria» Marianna De Crescenzio, detta la Sangiovannara) se, il 7 settembre 1860, Garibaldi riuscì a entrare indisturbato a Napoli dove i membri della società criminale si erano assicurati il controllo delle zone strategiche della città, sgominando gli ultimi sostenitori dei Borbone. Notizie ancora più dettagliate della conversione patriottica della camorra sono contenute nel volume del poligrafo di origine francese, Marc Monnier (La camorra o i misteri di Napoli, pubblicato a Firenze nel 1862).

Secondo Monnier, fino alla metà del XIX secolo, l’organizzazione malavitosa aveva sottoscritto un patto scellerato con la polizia, collaborando con essa nella repressione dei piccoli reati, in cambio di una larga tolleranza nei confronti delle sue attività. La camorra, infatti, formava una specie di «polizia scismatica, meglio istruita sui delitti comuni della polizia ortodossa, che si occupava solo dei delitti politici». Se un furto veniva commesso nell’abitazione di un notabile, sosteneva Monnier, «il commissario convocava il capo dei camorristi e lo incaricava di trovare il ladro». Inoltre, la camorra era utilizzata nella «sorveglianza delle prigioni, dei mercati, delle bische, delle case di tolleranza e di tutti i luoghi malfamati della città».

L’intesa cordiale tra quella che amava definirsi la «Bella Società Riformata» e il sovrano delle Due Sicilie s’interruppe però dopo il 1849, quando Ferdinando II decise di avviare una sistematica opera di repressione contro i camorristi.

Da quel momento, la camorra si trasformò in «camorra politica» che si pose al servizio del movimento liberale. Il 2 novembre 1859, il nuovo re delle Due Sicilie, Francesco II, era a tal punto intimorito dal pericolo costituito da questa «opposizione criminale» da riferire all’ambasciatore austriaco che tutti gli sforzi del suo governo erano concentrati a impedire che i suoi i capi organizzassero un’insurrezione. Non si trattava di timori infondati. Nel giugno del 1860, il plenipotenziario inglese a Napoli, Henry George Elliot, informava il Foreign Office che numerose bande camorristiche erano pronte a scendere in campo per contrastare, armi alla mano, la mobilitazione della plebe ancora fedele alla dinastia borbonica. Proprio questo accadde, nei mesi seguenti, quando i membri dell’«onorata società» inquadrati nella «guardia cittadina» dal ministro di Polizia, Liborio Romano (ormai convertitosi alla causa dei Savoia), divennero i veri padroni della città in attesa dell’arrivo di Garibaldi.

«Dopo aver reso questi servigi», scriveva Elliot, «i camorristi acquistarono una potenza e un’autorità spaventevole».
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La recente ristampa delle Memorie di un garibaldino russo di Lev Illic Mecnikov, a cura di Renato Risaliti (Centro interuniversitario di ricerche sul viaggio in Italia, pagg. 330, euro 29) ci offre una testimonianza meno oleografica e certo più autentica sull’impresa dei Mille.

Secondo Mecnikov, infatti, fu solo grazie all’intervento della camorra (guidata dalla «sanguinaria» Marianna De Crescenzio, detta la Sangiovannara) se, il 7 settembre 1860, Garibaldi riuscì a entrare indisturbato a Napoli dove i membri della società criminale si erano assicurati il controllo delle zone strategiche della città, sgominando gli ultimi sostenitori dei Borbone. Notizie ancora più dettagliate della conversione patriottica della camorra sono contenute nel volume del poligrafo di origine francese, Marc Monnier (La camorra o i misteri di Napoli, pubblicato a Firenze nel 1862).

Secondo Monnier, fino alla metà del XIX secolo, l’organizzazione malavitosa aveva sottoscritto un patto scellerato con la polizia, collaborando con essa nella repressione dei piccoli reati, in cambio di una larga tolleranza nei confronti delle sue attività. La camorra, infatti, formava una specie di «polizia scismatica, meglio istruita sui delitti comuni della polizia ortodossa, che si occupava solo dei delitti politici». Se un furto veniva commesso nell’abitazione di un notabile, sosteneva Monnier, «il commissario convocava il capo dei camorristi e lo incaricava di trovare il ladro». Inoltre, la camorra era utilizzata nella «sorveglianza delle prigioni, dei mercati, delle bische, delle case di tolleranza e di tutti i luoghi malfamati della città».

L’intesa cordiale tra quella che amava definirsi la «Bella Società Riformata» e il sovrano delle Due Sicilie s’interruppe però dopo il 1849, quando Ferdinando II decise di avviare una sistematica opera di repressione contro i camorristi.

Da quel momento, la camorra si trasformò in «camorra politica» che si pose al servizio del movimento liberale. Il 2 novembre 1859, il nuovo re delle Due Sicilie, Francesco II, era a tal punto intimorito dal pericolo costituito da questa «opposizione criminale» da riferire all’ambasciatore austriaco che tutti gli sforzi del suo governo erano concentrati a impedire che i suoi i capi organizzassero un’insurrezione. Non si trattava di timori infondati. Nel giugno del 1860, il plenipotenziario inglese a Napoli, Henry George Elliot, informava il Foreign Office che numerose bande camorristiche erano pronte a scendere in campo per contrastare, armi alla mano, la mobilitazione della plebe ancora fedele alla dinastia borbonica. Proprio questo accadde, nei mesi seguenti, quando i membri dell’«onorata società» inquadrati nella «guardia cittadina» dal ministro di Polizia, Liborio Romano (ormai convertitosi alla causa dei Savoia), divennero i veri padroni della città in attesa dell’arrivo di Garibaldi.

«Dopo aver reso questi servigi», scriveva Elliot, «i camorristi acquistarono una potenza e un’autorità spaventevole».

martedì 19 luglio 2011

Palermo - napoli. ieri ed oggi

Di Luigi de Magistris


Paolo Borsellino sosteneva che “si ama ciò che non ci piace per poterlo cambiare”. Lo sosteneva riferendosi alla sua città, Palermo. Lo sosteneva animato dalla convinzione che solo una “rivoluzione culturale”, diffusa capillarmente in tutta la società, avrebbe vinto le mafie liberando la Sicilia e il Paese da quella “puzza di compromesso morale” che funziona da fertilizzante per il crimine organizzato. Quel compromesso morale che si realizza nel punto di incontro fra pubblico e privato, che riguarda ciascun individuo e qualsiasi ruolo sociale, che si manifesta nelle grandi e piccole azioni di vita, che trova ragion d’essere nella personale mancanza di coraggio, che si giustifica con l’argomento del “tanto nulla può cambiare”.

Quel compromesso morale che consente alla mafia di alimentarsi e soprattutto di controllare il tessuto sociale, fino ad arrivare ad infiltrare le istituzioni e la politica, oltre la finanza e il mercato. Un potere che, più in generale, si fonda sulla manipolazione delle coscienze. Paolo Borsellino, di cui oggi ricorre l’anniversario dell’uccisione in via D’Amelio, ha avuto il merito di aver combattuto cosa nostra e di averlo fatto colpendola nel suo cuore pulsante: l’interesse economico, secondo il famoso slogan del “follow the money”, cioè “segui la pista del denaro per arrivare ai vertici del potere mafioso”. Ma soprattutto ha avuto il merito di aver contrastato l’organizzazione criminale puntando il faro dell’attenzione sul suo livello di infiltrazione e di copertura istituzionale, sulla sua capacità di condizionare le istituzioni, fino ad arrivare alla dolorosa ma ormai nota stagione della “Trattativa fra Stato e mafia”. Le indagini in corso a Palermo, Caltanissetta, Roma e Firenze -così tanto scoraggiate da una “certa” parte della politica, per anni affetta dalla sindrome della dimenticanza intermittente- stanno portando a galla proprio questa verità: l’uccisione di Borsellino ha origine in quel rapporto che lo Stato (alcuni esponenti dei servizi segreti, delle forze dell’ordine, della magistratura, del potere politico) andò costruendo, a cavallo fra la strage di Capaci e via D’Amelio (o forse ancor prima), per tentare di difendersi dalla potenza mafiosa e creando con essa un'unica entità.

Per questo il suo omicidio è stato un assassinio politico, i cui contorni e i cui protagonisti ancora oggi devono essere accertati tenendo conto -come ricordato per anni e nell’isolamento generale dagli stessi Salvatore e Rita Borsellino- che pezzi istituzionali di questo paese non hanno interesse al raggiungimento della verità giudiziaria e storica proprio a causa di quella trattativa. Non voglio entrare nel merito di indagini tutt’ora in corso e non voglio soffermarmi su ciò che recentemente è venuto alla luce, voglio invece ricordare Borsellino per la testimonianza straordinaria lasciata a questo paese. E voglio farlo dalla prospettiva che adesso mi caratterizza: quella di sindaco di una città che trova nel crimine organizzato uno dei maggiori deterrenti alla crescita, allo sviluppo, al raggiungimento della libertà.

Ecco allora che quel “si ama ciò che non ci piace per poter cambiare” suona alle mie orecchie come un monito imprescindibile: Napoli possiede troppi aspetti che non mi piacciono e che non piacciono a tantissimi suoi cittadini, ma amiamo questa città e crediamo nelle sue potenzialità, ed è proprio per questo che stiamo cercando di cambiarla. Oggi Borsellino vorrei ricordarlo così, per quel filo di speranza nel cambiamento morale ed etico che lega idealmente Palermo e Napoli, nel passato e nel presente. Ricordarlo per l’insegnamento che ci ha lasciato e che va oltre il merito giudiziario, tanto da trasformarsi in una preziosa indicazione anche per chi amministra e per chi è amministrato, per un sindaco e per la sua città, per me e per Napoli.

Fonte:Sindaco per Napoli


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Di Luigi de Magistris


Paolo Borsellino sosteneva che “si ama ciò che non ci piace per poterlo cambiare”. Lo sosteneva riferendosi alla sua città, Palermo. Lo sosteneva animato dalla convinzione che solo una “rivoluzione culturale”, diffusa capillarmente in tutta la società, avrebbe vinto le mafie liberando la Sicilia e il Paese da quella “puzza di compromesso morale” che funziona da fertilizzante per il crimine organizzato. Quel compromesso morale che si realizza nel punto di incontro fra pubblico e privato, che riguarda ciascun individuo e qualsiasi ruolo sociale, che si manifesta nelle grandi e piccole azioni di vita, che trova ragion d’essere nella personale mancanza di coraggio, che si giustifica con l’argomento del “tanto nulla può cambiare”.

Quel compromesso morale che consente alla mafia di alimentarsi e soprattutto di controllare il tessuto sociale, fino ad arrivare ad infiltrare le istituzioni e la politica, oltre la finanza e il mercato. Un potere che, più in generale, si fonda sulla manipolazione delle coscienze. Paolo Borsellino, di cui oggi ricorre l’anniversario dell’uccisione in via D’Amelio, ha avuto il merito di aver combattuto cosa nostra e di averlo fatto colpendola nel suo cuore pulsante: l’interesse economico, secondo il famoso slogan del “follow the money”, cioè “segui la pista del denaro per arrivare ai vertici del potere mafioso”. Ma soprattutto ha avuto il merito di aver contrastato l’organizzazione criminale puntando il faro dell’attenzione sul suo livello di infiltrazione e di copertura istituzionale, sulla sua capacità di condizionare le istituzioni, fino ad arrivare alla dolorosa ma ormai nota stagione della “Trattativa fra Stato e mafia”. Le indagini in corso a Palermo, Caltanissetta, Roma e Firenze -così tanto scoraggiate da una “certa” parte della politica, per anni affetta dalla sindrome della dimenticanza intermittente- stanno portando a galla proprio questa verità: l’uccisione di Borsellino ha origine in quel rapporto che lo Stato (alcuni esponenti dei servizi segreti, delle forze dell’ordine, della magistratura, del potere politico) andò costruendo, a cavallo fra la strage di Capaci e via D’Amelio (o forse ancor prima), per tentare di difendersi dalla potenza mafiosa e creando con essa un'unica entità.

Per questo il suo omicidio è stato un assassinio politico, i cui contorni e i cui protagonisti ancora oggi devono essere accertati tenendo conto -come ricordato per anni e nell’isolamento generale dagli stessi Salvatore e Rita Borsellino- che pezzi istituzionali di questo paese non hanno interesse al raggiungimento della verità giudiziaria e storica proprio a causa di quella trattativa. Non voglio entrare nel merito di indagini tutt’ora in corso e non voglio soffermarmi su ciò che recentemente è venuto alla luce, voglio invece ricordare Borsellino per la testimonianza straordinaria lasciata a questo paese. E voglio farlo dalla prospettiva che adesso mi caratterizza: quella di sindaco di una città che trova nel crimine organizzato uno dei maggiori deterrenti alla crescita, allo sviluppo, al raggiungimento della libertà.

Ecco allora che quel “si ama ciò che non ci piace per poter cambiare” suona alle mie orecchie come un monito imprescindibile: Napoli possiede troppi aspetti che non mi piacciono e che non piacciono a tantissimi suoi cittadini, ma amiamo questa città e crediamo nelle sue potenzialità, ed è proprio per questo che stiamo cercando di cambiarla. Oggi Borsellino vorrei ricordarlo così, per quel filo di speranza nel cambiamento morale ed etico che lega idealmente Palermo e Napoli, nel passato e nel presente. Ricordarlo per l’insegnamento che ci ha lasciato e che va oltre il merito giudiziario, tanto da trasformarsi in una preziosa indicazione anche per chi amministra e per chi è amministrato, per un sindaco e per la sua città, per me e per Napoli.

Fonte:Sindaco per Napoli


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sabato 16 luglio 2011

Corone di Stato per una strage di Stato


Di Salvatore Borsellino

Siamo ormai a pochi giorni dal diciannovesimo anniversario della strage di via D’Amelio, dell’assassinio di Paolo Borsellino, degli uomini – qualcuno di loro era poco più che un ragazzo – e dell’unica donna che facevano parte della sua scorta.

La prima donna, agente di polizia, ad essere uccisa in un agguato di mafia. Non voglio però chiamarli soltanto con questo nome, “agenti di scorta”. Ho ancora vivo il ricordo della madre di uno di loro ad un incontro a cui partecipavo insieme a lei, che, quando un giornalista le chiese il nome di suo figlio, scoppiò a piangere e disse:“Io sono la madre di un ragazzo che si chiamava “scorta”. Perché queste mamme non avevano, non hanno, spesso neppure la consolazione, se così possiamo chiamarla, di sentire nominare i figli che hanno perso con il loro nome di battesimo. I loro figli sono soltanto “gli agenti della scorta”.

Eppure questi uomini, questa donna, un nome lo hanno e sono nomi che dovrebbero essere impressi a fuoco nella nostra mente, nel nostro cuore. Si chiamavano, si chiamano, Agostino Catalano,Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e io ricordo ancora quando mia mamma fece giurare a me, a Rita, ad Adele, i fratelli di Paolo, che non avremmo mai pronunciato il nome di Paolo, quando fossimo stati chiamati a parlare di lui, senza nominare uno per uno questi eroi.

Perché ancora, allora, si poteva usare per loro questo nome. Non lo si può più fare, io almeno non mi sento più di farlo, da quando Silvio Berlusconi e il suo sodale Marcello Dell’Utri, quell’uomo che siede ancora in Parlamento nonostante sia stato condannato a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, hanno proclamato eroe, grazie all’omertà strenuamente mantenuta, Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore, quello che usava farsi recapitare i cavalli, magari sotto forma di polvere bianca, in albergo.

Sono, questi martiri, i compagni di quelle decine tra poliziotti e carabinieri che il giorno dopo la morte di Falcone si misero in fila dietro la porta dell’ufficio di Paolo, alla Procura di Palermo, per chiedergli di essere assegnati a far parte della sua scorta. Eppure tutti sapevano che far parte della scorta di Paolo, dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo, di Vito Schifani, di Rocco Dicillo, di Antonio Montinaro, significava votarsi alla morte. Perché si trattava solo di tempo, ma dopo Giovanni avrebbero ucciso anche Paolo, forse non dopo solo 57 giorni, ma tutti sapevano che lo avrebbero ucciso. Eppure tutti quei ragazzi si erano messi in fila per potere morire insieme a lui, difendendo fino all’ultimo la sua vita.

Per questo ho voluto quest’anno che i volti di questi ragazzi, di quelli che insieme a Paolo sono davvero morti, fossero nel manifesto insieme a quello di Paolo, e ho pregato i loro familiari di venire in via D’Amelio, prima dell’ora della strage a leggere una lettera scritta da loro per i loro cari. Non so quanti di loro riusciranno a farlo, per alcuni di loro la ferita, a quasi venti anni di distanza, è ancora troppo aperta e sanguina ancora di più il 19 luglio di ogni anno, ma noi, levando in alto per loro le nostre agende rosse, invocheremo uno per uno i loro nomi, proprio come la mamma di Paolo ci aveva chiesto di fare.

Altre lettere verranno lette in via D’Amelio, dopo l’ora della strage e dopo che Marilena Montiavrà recitato quella sua meravigliosa poesia che 19 anni fa dedicò al Giudice Paolo, il giudice “dagli occhi di miele e mestizia”. Saranno le lettere scritte per Paolo Borsellino da alcuni dei magistrati che gli furono vicini in quegli indimenticabili anni del pool di Palermo, o che condivisero con lui gli anni alla procura di Marsala, o che firmarono le dimissioni dopo la sua morte se non fosse stato allontanato Pietro Giammanco, o che cercano oggi di fare luce su quella trattativa che affrettò la sua morte, come Leonardo Guarnotta, Antonio Ingroia, Vittorio Teresi, Nino di Matteo.

Anche e soprattutto questo significato vogliamo dare alle manifestazioni che si terranno a Palermo il 17, 18 e 19 luglio, non solo fare memoria e lottare per i giudici morti, ma soprattutto stringerci attorno a quei magistrati che a Palermo, a Caltanissetta, a Firenze e a Milano stanno cercando di squarciare quel pesante velo nero che fino a oggi, grazie a depistaggi, archiviazioni forzate, leggi studiate per scoraggiare le collaborazioni di Giustizia, hanno impedito di arrivare ai mandanti occulti di quelle stragi.

Questi giudici sono oggi in grave pericolo, pericolo per le loro stesse vite. Potrebbero non bastare, per fermarli, quei metodi che sono stati usati per eliminare altri magistrati dopo le stragi del ’92 e del ’93: le avocazioni, i trasferimenti, le delegittimazioni. L’atmosfera è oggi troppo pesante, troppo simile a quella degli anni che precedettero Capaci e via D’Amelio e le altre stragi che nel ’93 furono necessarie per arrivare a chiudere quell’infame trattativa. Le manovre di delegittimazione e le aggressioni di ogni tipo verso i magistrati vanno di pari passo con una pretesa riforma della Giustizia che è in realtà un vero e proprio sovvertimento di quel principio fondamentale della Costituzione che sancisce l’indipendenza della Magistratura.

Gli stessi poteri che hanno voluto e pilotato quelle stragi poterebbero metterne in atto delle altre per favorire il passaggio da un sistema di potere che sta ormai annegando nel suo stesso fango ad un nuovo e forse peggiore equilibrio. Ed è notizia di questi giorni l’intenzione di questo governo, ormai agonizzante e soggetto ad ogni tipo di ricatti, di attuare quello che era uno dei punti principali della trattiva, scritto a chiare lettere nel “papello” dove venivano dettate le condizioni di resa a cui doveva piegarsi lo Statoi di fronte all’antistato. Dopo le varie cambiali che sono state pagate sia dal governo della cosiddetta sinistra sia da quello della cosiddetta destra, perché l’una e l’altra sono stati in tempi diversi e in trattive diverse le controparti dell’antistato, oggi si arriva la richiesta di pagamento della maxi rata finale, l’abolizione dell’odiato regime di carcere duro, il 41 bis, motivato dalla pretesa necessità di ridurre i costi e il tempo necessario per mantenerlo e confermarlo alla sua scadenza.

Forse è questo il prezzo imposto in quella parte di trattativa che si è svolto davanti agli occhi di utti, nella deposizione teletrasmessa dei fratelli Graviano. Dopo la domanda rivolta dal magistrato al più spietato dei fratelli, quello soprannominato “Madre Natura”, se conoscesse o avesse incontrato Silvio Berlusconi, ci fu, prima della risposta negativa qualche secondo di un silenzio che a qualcuno dovette sembrare eterno. Perché questo silenzio fa parte del linguaggio dei mafiosi, un silenzio può avere più significato di tante parole perché potrebbe, se non si rispettano i patti, diventare quelle parole che, per il momento, non vengono pronunciate.

Forse, come sta venendo alla luce dalle indagini della Procura di Caltanissetta, è stato proprioGiuseppe Graviano a premere, da dietro il muretto dell’agrumeto che chiude trasversalmente via D’Amelio, il pulsante che ha scatenato l’inferno in quella strada. Forse è stata proprio nostra madre, la madre di Paolo, affacciata a quel balcone dal quale, dopo la morte di Paolo, si affacciava a guardare l’olivo che aveva fatto piantare nella buca scavata dall’esplosione, a vedere, tra quegli uomini che si muovevano intorno a quel muro qualche giorno prima del 19 luglio, e che lei segnalò a Paolo, qualcuno degli assassini di suo figlio che stavano facendo un sopralluogo per preparare la strage.

Oggi, davanti a quell’olivo, rappresentanti di quelle stesse Istituzioni che non seppero o non vollero proteggere adeguatamente questo servitore dello Stato e che, portando avanti una scellerata trattativa, ne anticiparono la morte, pretendono di portare corone di fiori per commemorarne l’uccisione. Ma si può pretendere di commemorare la morte di un uomo che ha servito fino all’ultimo lo Stato e che forse, per la complicità di pezzi deviati dello Stato, è stato ucciso o ha incontrato troppo presto la morte?

Noi non accetteremo che vengano portate davanti a quell’olivo ipocrite corone di Stato per quella che è stata anche una strage di Stato. Quel luogo e quel giorno sono per noi sacri e non vogliamo che vengano turbati da contrasti e contestazioni di alcun genere. Manifesteremo silenziosamente il nostro dissenso soltanto sedendoci attorno all’olivo, attorno a Paolo, e levando in altro le nostre Agende Rosse, il simbolo della nostra lotta per la Verità e per la Giustizia.

Noi rispettiamo le Istituzioni, ma chiediamo alle Istituzioni di rispettare quel giorno e quel luogo. E il rispetto non lo si manifesta deponendo una corona, come si fa per i morti: il rispetto lo si manifesta chiedendo, come noi pretendiamo, Verità e Giustizia per quella strage e quei morti. Chiedendo che vengano riaperte, come sembra stia per fare in base a nuovi elementi la Procura di Caltanissetta, le indagini per la sparizione di quell’Agenda Rossa che rappresenta la chiave di volta di quella strage, progettata in quel giorno e in quel posto proprio per potere sottrarre l’agenda. Troppi testimoni reticenti ci sono attorno a quell’agenda, troppi attori i cui ruoli sono ancora da definire e le controverse testimonianze da indagare a fondo.

Questo chiediamo ai rappresentanti delle Istituzioni che vogliono deporre corone, e in particolare alpresidente della Camera dei deputati. Che chiedano, facendo uso del prestigio che gli compete dal ricoprire le loro cariche, che non si pongano ostacoli sulla strada della Giustizia, sulla strada della Verità. Il presidente della Camera ha interpetrato correttamente il suo ruolo istituzionale, si è, anche se tardivamente, sciolto dall’abbraccio mortale del capo di un partito che non ha nulla a che vedere con la destra storica italiana, ma non possiamo dimenticare che ha appoggiato per anni e ha permesso l’ascesa al potere di quell’uomo che, secondo il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, avrebbe trattato, insieme a Marcello Dell’Utri, direttamente con Giuseppe Graviano, il boia di via D’Amelio.

Ai ragazzi militanti nella Giovane Italia – nome che, per i ricordi che ho della mia giovinezza vissuta insieme a Paolo, meriterebbe ben altra collocazione che il partito al quale fa riferimento – i quali anche quest’anno faranno la loro fiaccolata silenziosa per Paolo Borsellino, rivolgo una preghiera e una domanda. La preghiera è che non vogliano mutuare logori e funebri riti di morte deponendo corone per un uomo che, come loro stessi hanno scritto sul muro che fronteggia via D’Amelio, continua a vivere anche da morto.

Al contrario dei suoi assassini e dei loro complici, che sono morti anche se vivi, via D’Amelio deve essere un luogo di rinascita della vita e della speranza, simboleggiato dall’olivo che nostra madre ha voluto piantare proprio con questo intento, non un sepolcro. Le corone sono più adatte per la tomba nel cimitero di Santa Maria del Gesù, dove risposano le spoglie mortali di Paolo. In via D’Amelio, negli occhi e nel cuore di tanti giovani vive e deve continuare a vivero lo spirito di Paolo, che non potrà mai morire.

La domanda è se pensano che sia veramente onorare Paolo Borsellino militare in un partito che, come ha affermato il suo capo indicando Marcello Dell’Utri, condannato già in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, “senza quell’uomo non esisterebbe”.

Nell’immagine, il programma delle manifestazioni che si terranno a Palermo il 17, 18 e 19 luglio per commemorare la strage di via D’Amelio. Per ingrandire clicca qui


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Di Salvatore Borsellino

Siamo ormai a pochi giorni dal diciannovesimo anniversario della strage di via D’Amelio, dell’assassinio di Paolo Borsellino, degli uomini – qualcuno di loro era poco più che un ragazzo – e dell’unica donna che facevano parte della sua scorta.

La prima donna, agente di polizia, ad essere uccisa in un agguato di mafia. Non voglio però chiamarli soltanto con questo nome, “agenti di scorta”. Ho ancora vivo il ricordo della madre di uno di loro ad un incontro a cui partecipavo insieme a lei, che, quando un giornalista le chiese il nome di suo figlio, scoppiò a piangere e disse:“Io sono la madre di un ragazzo che si chiamava “scorta”. Perché queste mamme non avevano, non hanno, spesso neppure la consolazione, se così possiamo chiamarla, di sentire nominare i figli che hanno perso con il loro nome di battesimo. I loro figli sono soltanto “gli agenti della scorta”.

Eppure questi uomini, questa donna, un nome lo hanno e sono nomi che dovrebbero essere impressi a fuoco nella nostra mente, nel nostro cuore. Si chiamavano, si chiamano, Agostino Catalano,Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e io ricordo ancora quando mia mamma fece giurare a me, a Rita, ad Adele, i fratelli di Paolo, che non avremmo mai pronunciato il nome di Paolo, quando fossimo stati chiamati a parlare di lui, senza nominare uno per uno questi eroi.

Perché ancora, allora, si poteva usare per loro questo nome. Non lo si può più fare, io almeno non mi sento più di farlo, da quando Silvio Berlusconi e il suo sodale Marcello Dell’Utri, quell’uomo che siede ancora in Parlamento nonostante sia stato condannato a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, hanno proclamato eroe, grazie all’omertà strenuamente mantenuta, Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore, quello che usava farsi recapitare i cavalli, magari sotto forma di polvere bianca, in albergo.

Sono, questi martiri, i compagni di quelle decine tra poliziotti e carabinieri che il giorno dopo la morte di Falcone si misero in fila dietro la porta dell’ufficio di Paolo, alla Procura di Palermo, per chiedergli di essere assegnati a far parte della sua scorta. Eppure tutti sapevano che far parte della scorta di Paolo, dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo, di Vito Schifani, di Rocco Dicillo, di Antonio Montinaro, significava votarsi alla morte. Perché si trattava solo di tempo, ma dopo Giovanni avrebbero ucciso anche Paolo, forse non dopo solo 57 giorni, ma tutti sapevano che lo avrebbero ucciso. Eppure tutti quei ragazzi si erano messi in fila per potere morire insieme a lui, difendendo fino all’ultimo la sua vita.

Per questo ho voluto quest’anno che i volti di questi ragazzi, di quelli che insieme a Paolo sono davvero morti, fossero nel manifesto insieme a quello di Paolo, e ho pregato i loro familiari di venire in via D’Amelio, prima dell’ora della strage a leggere una lettera scritta da loro per i loro cari. Non so quanti di loro riusciranno a farlo, per alcuni di loro la ferita, a quasi venti anni di distanza, è ancora troppo aperta e sanguina ancora di più il 19 luglio di ogni anno, ma noi, levando in alto per loro le nostre agende rosse, invocheremo uno per uno i loro nomi, proprio come la mamma di Paolo ci aveva chiesto di fare.

Altre lettere verranno lette in via D’Amelio, dopo l’ora della strage e dopo che Marilena Montiavrà recitato quella sua meravigliosa poesia che 19 anni fa dedicò al Giudice Paolo, il giudice “dagli occhi di miele e mestizia”. Saranno le lettere scritte per Paolo Borsellino da alcuni dei magistrati che gli furono vicini in quegli indimenticabili anni del pool di Palermo, o che condivisero con lui gli anni alla procura di Marsala, o che firmarono le dimissioni dopo la sua morte se non fosse stato allontanato Pietro Giammanco, o che cercano oggi di fare luce su quella trattativa che affrettò la sua morte, come Leonardo Guarnotta, Antonio Ingroia, Vittorio Teresi, Nino di Matteo.

Anche e soprattutto questo significato vogliamo dare alle manifestazioni che si terranno a Palermo il 17, 18 e 19 luglio, non solo fare memoria e lottare per i giudici morti, ma soprattutto stringerci attorno a quei magistrati che a Palermo, a Caltanissetta, a Firenze e a Milano stanno cercando di squarciare quel pesante velo nero che fino a oggi, grazie a depistaggi, archiviazioni forzate, leggi studiate per scoraggiare le collaborazioni di Giustizia, hanno impedito di arrivare ai mandanti occulti di quelle stragi.

Questi giudici sono oggi in grave pericolo, pericolo per le loro stesse vite. Potrebbero non bastare, per fermarli, quei metodi che sono stati usati per eliminare altri magistrati dopo le stragi del ’92 e del ’93: le avocazioni, i trasferimenti, le delegittimazioni. L’atmosfera è oggi troppo pesante, troppo simile a quella degli anni che precedettero Capaci e via D’Amelio e le altre stragi che nel ’93 furono necessarie per arrivare a chiudere quell’infame trattativa. Le manovre di delegittimazione e le aggressioni di ogni tipo verso i magistrati vanno di pari passo con una pretesa riforma della Giustizia che è in realtà un vero e proprio sovvertimento di quel principio fondamentale della Costituzione che sancisce l’indipendenza della Magistratura.

Gli stessi poteri che hanno voluto e pilotato quelle stragi poterebbero metterne in atto delle altre per favorire il passaggio da un sistema di potere che sta ormai annegando nel suo stesso fango ad un nuovo e forse peggiore equilibrio. Ed è notizia di questi giorni l’intenzione di questo governo, ormai agonizzante e soggetto ad ogni tipo di ricatti, di attuare quello che era uno dei punti principali della trattiva, scritto a chiare lettere nel “papello” dove venivano dettate le condizioni di resa a cui doveva piegarsi lo Statoi di fronte all’antistato. Dopo le varie cambiali che sono state pagate sia dal governo della cosiddetta sinistra sia da quello della cosiddetta destra, perché l’una e l’altra sono stati in tempi diversi e in trattive diverse le controparti dell’antistato, oggi si arriva la richiesta di pagamento della maxi rata finale, l’abolizione dell’odiato regime di carcere duro, il 41 bis, motivato dalla pretesa necessità di ridurre i costi e il tempo necessario per mantenerlo e confermarlo alla sua scadenza.

Forse è questo il prezzo imposto in quella parte di trattativa che si è svolto davanti agli occhi di utti, nella deposizione teletrasmessa dei fratelli Graviano. Dopo la domanda rivolta dal magistrato al più spietato dei fratelli, quello soprannominato “Madre Natura”, se conoscesse o avesse incontrato Silvio Berlusconi, ci fu, prima della risposta negativa qualche secondo di un silenzio che a qualcuno dovette sembrare eterno. Perché questo silenzio fa parte del linguaggio dei mafiosi, un silenzio può avere più significato di tante parole perché potrebbe, se non si rispettano i patti, diventare quelle parole che, per il momento, non vengono pronunciate.

Forse, come sta venendo alla luce dalle indagini della Procura di Caltanissetta, è stato proprioGiuseppe Graviano a premere, da dietro il muretto dell’agrumeto che chiude trasversalmente via D’Amelio, il pulsante che ha scatenato l’inferno in quella strada. Forse è stata proprio nostra madre, la madre di Paolo, affacciata a quel balcone dal quale, dopo la morte di Paolo, si affacciava a guardare l’olivo che aveva fatto piantare nella buca scavata dall’esplosione, a vedere, tra quegli uomini che si muovevano intorno a quel muro qualche giorno prima del 19 luglio, e che lei segnalò a Paolo, qualcuno degli assassini di suo figlio che stavano facendo un sopralluogo per preparare la strage.

Oggi, davanti a quell’olivo, rappresentanti di quelle stesse Istituzioni che non seppero o non vollero proteggere adeguatamente questo servitore dello Stato e che, portando avanti una scellerata trattativa, ne anticiparono la morte, pretendono di portare corone di fiori per commemorarne l’uccisione. Ma si può pretendere di commemorare la morte di un uomo che ha servito fino all’ultimo lo Stato e che forse, per la complicità di pezzi deviati dello Stato, è stato ucciso o ha incontrato troppo presto la morte?

Noi non accetteremo che vengano portate davanti a quell’olivo ipocrite corone di Stato per quella che è stata anche una strage di Stato. Quel luogo e quel giorno sono per noi sacri e non vogliamo che vengano turbati da contrasti e contestazioni di alcun genere. Manifesteremo silenziosamente il nostro dissenso soltanto sedendoci attorno all’olivo, attorno a Paolo, e levando in altro le nostre Agende Rosse, il simbolo della nostra lotta per la Verità e per la Giustizia.

Noi rispettiamo le Istituzioni, ma chiediamo alle Istituzioni di rispettare quel giorno e quel luogo. E il rispetto non lo si manifesta deponendo una corona, come si fa per i morti: il rispetto lo si manifesta chiedendo, come noi pretendiamo, Verità e Giustizia per quella strage e quei morti. Chiedendo che vengano riaperte, come sembra stia per fare in base a nuovi elementi la Procura di Caltanissetta, le indagini per la sparizione di quell’Agenda Rossa che rappresenta la chiave di volta di quella strage, progettata in quel giorno e in quel posto proprio per potere sottrarre l’agenda. Troppi testimoni reticenti ci sono attorno a quell’agenda, troppi attori i cui ruoli sono ancora da definire e le controverse testimonianze da indagare a fondo.

Questo chiediamo ai rappresentanti delle Istituzioni che vogliono deporre corone, e in particolare alpresidente della Camera dei deputati. Che chiedano, facendo uso del prestigio che gli compete dal ricoprire le loro cariche, che non si pongano ostacoli sulla strada della Giustizia, sulla strada della Verità. Il presidente della Camera ha interpetrato correttamente il suo ruolo istituzionale, si è, anche se tardivamente, sciolto dall’abbraccio mortale del capo di un partito che non ha nulla a che vedere con la destra storica italiana, ma non possiamo dimenticare che ha appoggiato per anni e ha permesso l’ascesa al potere di quell’uomo che, secondo il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, avrebbe trattato, insieme a Marcello Dell’Utri, direttamente con Giuseppe Graviano, il boia di via D’Amelio.

Ai ragazzi militanti nella Giovane Italia – nome che, per i ricordi che ho della mia giovinezza vissuta insieme a Paolo, meriterebbe ben altra collocazione che il partito al quale fa riferimento – i quali anche quest’anno faranno la loro fiaccolata silenziosa per Paolo Borsellino, rivolgo una preghiera e una domanda. La preghiera è che non vogliano mutuare logori e funebri riti di morte deponendo corone per un uomo che, come loro stessi hanno scritto sul muro che fronteggia via D’Amelio, continua a vivere anche da morto.

Al contrario dei suoi assassini e dei loro complici, che sono morti anche se vivi, via D’Amelio deve essere un luogo di rinascita della vita e della speranza, simboleggiato dall’olivo che nostra madre ha voluto piantare proprio con questo intento, non un sepolcro. Le corone sono più adatte per la tomba nel cimitero di Santa Maria del Gesù, dove risposano le spoglie mortali di Paolo. In via D’Amelio, negli occhi e nel cuore di tanti giovani vive e deve continuare a vivero lo spirito di Paolo, che non potrà mai morire.

La domanda è se pensano che sia veramente onorare Paolo Borsellino militare in un partito che, come ha affermato il suo capo indicando Marcello Dell’Utri, condannato già in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, “senza quell’uomo non esisterebbe”.

Nell’immagine, il programma delle manifestazioni che si terranno a Palermo il 17, 18 e 19 luglio per commemorare la strage di via D’Amelio. Per ingrandire clicca qui


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