lunedì 11 luglio 2011

Rai News 24 : Rifiuti e camorra

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http://www.youtube.com/watch?v=R1OG6rAaCiM
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http://www.youtube.com/watch?v=s-BKesfcoDk

Il magistrato Alfonso Sabella, Tommaso Sodano autore del libro sull' emergenza rifiuti: "La Peste", il giornalista di "Terra" Giorgio Mottola, discutono in studio con Maurizio Torrealta l'inchiesta di Angelo Saso dal titolo "Il patto della pattumiera" una inchiesta sugli incontri tra servizi segreti, camorra e commisariato per l'emergenza rifiuti.

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http://www.youtube.com/watch?v=R1OG6rAaCiM
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http://www.youtube.com/watch?v=s-BKesfcoDk

Il magistrato Alfonso Sabella, Tommaso Sodano autore del libro sull' emergenza rifiuti: "La Peste", il giornalista di "Terra" Giorgio Mottola, discutono in studio con Maurizio Torrealta l'inchiesta di Angelo Saso dal titolo "Il patto della pattumiera" una inchiesta sugli incontri tra servizi segreti, camorra e commisariato per l'emergenza rifiuti.

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venerdì 8 luglio 2011

L'impresa di Garibaldi: un'azione voluta, studiata e realizzata anche grazie al supporto di Illuminati, massoni inglesi e mafia


da "Geometria del male" di Sigismondo Panvini
Fonte internet :Siciliainformazioni





L’impresa di Garibaldi, scaturisce dall’appoggio degli Illuminati, e dalla massoneria inglese,e si concreta in un ’alleanza tattica strategica e militare con la mafia senza il cui sostegno sarebbe naufragata .

I mafiosi avevano armi e cavalli conoscevano strade e percorsi ad altri ignoti, e facevano, per mestiere e natura, i capipopolo.

E’ storicamente ben documentata,è la presenza nelle file garibaldine dei mafiosi Miceli e Badia il cui l’apporto fu determinante e di altri meno noti insieme ai contadini e “picciotti” radunati da alcuni nobili, tra cui Rosolino Pilo dei conti di Capaci.

Il 6 maggio 1860 Garibaldi partí da Quarto sui vapori Piemonte e Lombardo acquistati con un atto stipulato a Torino la sera del 4 maggio dal notaio Gioacchino Vincenzo Baldioli tra Rubattino, venditore, e Giacomo Medici, in rappresentanza di Garibaldi, acquirente. Garanti del pagamento furono il re Vittorio Emanuele II e Camillo Benso conte di Cavour. Il giorno 7 Garibaldi nel porto di Talamone, venne rifornito dalle truppe piemontesi, comandate dal maggiore Giorgini, di 4 cannoni, alcune centinaia di fucili e centomila proiettili e dopo aver imbarcato carbone e altre armi a Orbetello, ripartì .


Della spedizione che venne finanziata dal governo inglese con una cassa di piastre d’oro turche (moneta franca nel Mediterraneo del tempo) che sbarcò a Marsala il giorno 11 dello stesso mese facevano parte 1.089 uomini tra cui 150 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e 60 possidenti. che provenivano per oltre la metà dalla Lombardia e dal Veneto, poi, in ordine decrescente toscani, parmensi, modenesi

A presidio delle acque siciliane vi erano la : pirocorvetta Stromboli, il brigantino Valoroso, la fregata a vela Partenope (comandata dal capitano Acton) ed il vapore armato Capri,comandato dal capitano Marino Caracciolo della marina reale borbonica .

Benché a tiro della Stromboli e del Capri non fu sparato un colpo per fermare i vascelli Garibaldini,anche per la presenza delle cannoniere inglesi Argus (capitano Winnington-Inghram) e Intrepid (capitano Marryat), che erano nei pressi .

Solo dopo due ore dallo sbarco ,il Lombardo, ormai vuoto, fu affondato a cannonate, mentre il Piemonte, arenatosi , venne catturato e rimorchiato a Napoli.

Il governo borbonico, tramite il ministro Carafa, si limitò ad una semplice protesta contro l’ atto di pirateria sostenuto dal Piemonte.

Il giorno 13 Garibaldi, a Salemi, con il sostegno del barone Sant’Anna, si autoproclamò dittatore della Sicilia.

Inspiegabile è che il governatore Borbonico Castelcicala pur avendo a sua disposizione , comandate dal generale Landi. circa tremila uomini, inviò da Alcamo il giorno 14 un solo battaglione verso Calatafimi, con l’ordine di non attaccare il nemico e, se attaccato, di ... ritirarsi.

Il maggiore Sforza, comandante dell’8° Cacciatori, con sole quattro compagnie, si scontrò il giorno 15 con i garibaldini, che vennero sgominati e si rifugiarono sulle colline, ove furono inseguiti dallo Sforza.

Sembrava fatta .gli insorti erano allo sbando .Senza addestramento e disciplina era un gioco da ragazzi annientare quelle orde di sbantati. Il comandante ,generale Landi,tuttavia,invece di inviare altre forze come era logico ed opportuno per l’annientamento del nemico, ordinò la ritirata senza neanche avvisare lo Sforza, il quale avendo terminate le munizioni fu costretto a riportare i suoi verso il grosso che si stava incredibilmente allontanando,in direzione di Palermo.

Si scoprì più tardi che il Landi aveva ricevuto dai carbonari una fede di credito di quattordicimila ducati come prezzo del suo tradimento.

La cosa più incredibile fu che Landi non fu nemmeno sottoposto al giudizio di una corte marziale ma semplicemente sollevato dal comando dal generale Lanza,il quale inviò come truppe di contrasto agli invasori dalla giubba rossa , il giorno 21 due colonne militari, una formata dal 3° battaglione estero, comandata dal maggiore Von Meckel, e l’altra formata dal 9° Cacciatori, comandata dal maggiore Ferdinando Beneventano del Bosco, per un totale di tremila uomini con quattro obici da montagna.

Un primo scontro avvenne a Partinico, ove circa mille “filibustieri” furono rapidamente messi in fuga da Von Meckel. In questo scontro morì Rosolino Pilo.Il resto delle armate garibaldine, con lo stesso Garibaldi, si rifugiò sul monte Calvario. Il giorno successivo, al primo attacco dei borbonici, Garibaldi, quasi circondato, fuggì fortunosamente nella notte con il resto delle sue truppe verso Corleone.

Giunti al quadrivio di Ficuzza, i Garibaldini si divisero in due gruppi uno con alla testa Garibaldi si diresse verso Palermo, l’altro al comando di Orsini prese la strada per Corleone. Ad inseguire Garibaldi furono i reparti di Von Meckel, mentre le truppe di del Bosco inseguirono l’Orsini,il quale attestatosi a Corleone, fu immediatamente investito dalle truppe borboniche che, con un rapido e violento assalto, lo neutralizzarono completamente.

Von Meckel, intanto, aveva saggiamente inviato velocemente il grosso delle sue truppe con al comando il maggiore Colonna a posizionarsi al ponte delle Teste, poco fuori Palermo, per tagliare la strada ai filibustieri, i quali stretti tra due fuochi sarebbero stati facilmente sbaragliati.

Il generale Lanza, che aveva lasciato praticamente sguarnite le porte S. Antonino e Termini, ordinò al Colonna, che non aveva ancora fatto in tempo a posizionarsi, di entrare in città e di acquartierarsi, cosicché quegli ingressi alla città rimasero difesi appena da 260 reclute.

Garibaldi, nel frattempo era stato rafforzato da tremila e cinquecento uomini raccolti nella delinquenza,e nella mafia palermitana , nella notte tra il 26 ed il 27 maggio assalì Palermo attraverso la porta S. Antonino, avendo facilmente la meglio sulle sparute e coscientemente mal dirette truppe borboniche.

Le forze lealiste agli ordini del Lanza di stanza a Palermo in quel momento erano di circa sedicimila uomini,rinchiusi nei forti di Quattroventi, Palazzo, Castellammare e Finanze.

All’alba del 28 da Napoli giunsero a Palermo il 1° ed il 2° battaglione esteri inviati da Re Francesco II. Le truppe erano già pronte per entrare in azione, ma il Lanza ordinò incredibilmente che rimanessero sui bastimenti fino al giorno 29, quando diede ordine di farle sbarcare per rinserrarle nel palazzo reale. Nel frattempo a tarda sera del 28 era arrivato il grosso delle truppe del Von Meckel a Villabate, tre miglia distante da Palermo.

Nel porto di Palermo in quei giorni l’Armata di Mare del regno delle due sicilie era formata da quattro fregate a vapore ed una a vela in prima fila; in seconda fila una corvetta a vapore, tre avvisi ed una pirofregata con tre vapori armati; in terza fila dodici bastimenti mercantili.

L’Armata di Mare,si era limitata a scortare i convogli ed al trasferimento di truppe da un porto all’altro. Per tutta la giornata del 28, la pirofregata Ercole, comandata dal capitano di fregata Carlo Flores, aveva bombardato la città con i suoi obici paixhans calibro 68, provocando inutili danni. Nel porto vi erano anche navi piemontesi che impunemente rifornivano i garibaldini di armi e munizioni. Garibaldi, praticamente indisturbato, s’impossessò del palazzo Pretorio, designandolo a suo quartier generale. Poi liberò circa mille delinquenti comuni dal carcere della Vicaria e dal Bagno dei condannati, aggregandoli alle sue bande che assommarono così a circa cinquemila persone.

Le truppe di Von Meckel, all’alba del 30 attaccarono i garibaldini, sfondando con i cannoni Porta di Termini ed eliminando via via tutte le barricate che incontravano. L’irruenza del comandante svizzero fu tale che arrivò rapidamente alla piazza della Fieravecchia. Nel mentre si accingeva ad assaltare anche il quartiere S. Anna, vicino al palazzo di Garibaldi, che praticamente non aveva più vie di scampo, arrivarono i capitani di Stato Maggiore Michele Bellucci e Domenico Nicoletti con l’ordine del Lanza di sospendere i combattimenti perché ... era stato fatto un armistizio.

La rabbia dei soldati fu tale che vi furono episodi di disobbedienza con il proposito di combattere comunque nella notte, ma vennero fermati dal colonnello Buonopane per il fatto che “non era finita la tregua” .

Il Garibaldi ed il Türr, insieme agli emissari borbonici Letizia e Chretien, si recarono il 31 maggio sul vascello inglese Annibal, ove, presenti anche ufficiali americani, conclusero i patti dell’armistizio. Il Garibaldi, il giorno dopo, annunciò boriosamente che aveva concesso la tregua per umanità. Tra gli accordi, però, pose come condizione che venisse consegnato al Crispi il denaro del Banco delle Due Sicilie di Palermo e scambiati i prigionieri. I garibaldini si impossessarono così di oltre cinque milioni di ducati in oro e argento. Tale somma, che successivamente venne impiegata in parte per la “conversione” di altri ufficiali duosiciliani, fu distribuita ai garibaldini, compresi i capi.

L’8 giugno le truppe duosiciliane, composte da oltre 24.000 uomini, lasciarono Palermo per recarsi ai Quattroventi per imbarcarsi, tra lo stupore della popolazione che non riusciva a capire come un esercito così numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi neanche avere combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un soldato dell’8° di linea che, al passaggio a cavallo di Lanza, uscì dalle file e gli disse “Eccellé, o’ vvì quante simme. E ce n’avimma î accussì?” Ed il Lanza gli rispose : “Va via, ubriaco!”.

L’unificazione del regno d’Italia significherà elezioni,e con esse nuove cariche e nuovi privilegi per quelle classi sociali che cercavano nel nuovo regime ,spazio per le loro ambizioni e per la loro sete di guadagno ,fu così che il torbido intreccio tra la delinquenza e la classe politica fece un salto di qualità, trovando terreno fertile nell’alleanza con nuova classe sociale che si andava affermando soprattutto attraverso le speculazioni e l’affarismo.

E’ questo tessuto sociale che occorre esplorare per scoprire il successivo forte radicamento della mafia nelle istituzioni legali del regno d’Italia .Spazzato via il feudalesimo ,infatti , la Mafia trovò nell’assetto politico dell’unità d’Italia che aveva contribuito a far sorgere ,ragione della sua legittimazione storica nonché il terreno favorevole per lo sviluppo delle sue attività.

I campieri, i curatoli, i guardiani - gli uomini armati del gabellotto ebbero gioco facile nel trasformare i “diritti feudali del signore” nel “pizzo” ossia la punta della barba che il mafioso doveva bagnare nel piatto altrui,obbligando coltivatori e proprietari a pagare somme di denaro per la cosìdetta protezione ,utilizzando in caso di riluttanza, minacce ed intimidazioni che potevano raggiungere nei casi più gravi fino agli omicidi e sequestri di persona.

Progressivamente, poi, il “pizzo mafioso” diventò una vera e propra tassa ,sugli utili dei fondi agrari che il proprietario o l’affittuario dovevano pagare.

In Sicilia ,gli eletti alle prime elezioni per il parlamento del regno d’Italia furono nella stragrande maggioranza membri della piccola nobiltà terriera e di quella borghesia cittadina strettamente ed indissolubilmente legata ad essa .

La legge elettorale del nuovo regno d’altra parte prevedeva il diritto di voto solamente per una ristretta fascia di popolazione che rappresentava appena il 2 per cento del totale.

Nell’isola gli aventi diritto al voto superavano di poco le 40.000 unità . L’ impossibilità poi di poter dimostrare il reddito legale era di ostacolo alla partecipazione diretta deì gabellotti alle elezioni ,oltre all’analfabetismo largamente diffuso che tagliava i loro diritti al voto.

Diviene così indispensabile un tacito mutuo accordo tra borghesia urbana e piccola nobiltà terriera da una parte e la Mafia dall’altra .

Alle prime due forze venne assegnato il potere legale ,e attraverso le elezioni, le cariche pubbliche e la diplomazia ed alla seconda il controllo del potere economico e illegale.

Queste due tendenze,lungi dal nuocersi giovarono ad entrambe le formazioni sociali,e diedero luogo alla nascita di una “borghesia mafiosa”, che ha costituito a lungo un blocco sociale in Sicilia.

da "Geometria del male" di Sigismondo Panvini



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da "Geometria del male" di Sigismondo Panvini
Fonte internet :Siciliainformazioni





L’impresa di Garibaldi, scaturisce dall’appoggio degli Illuminati, e dalla massoneria inglese,e si concreta in un ’alleanza tattica strategica e militare con la mafia senza il cui sostegno sarebbe naufragata .

I mafiosi avevano armi e cavalli conoscevano strade e percorsi ad altri ignoti, e facevano, per mestiere e natura, i capipopolo.

E’ storicamente ben documentata,è la presenza nelle file garibaldine dei mafiosi Miceli e Badia il cui l’apporto fu determinante e di altri meno noti insieme ai contadini e “picciotti” radunati da alcuni nobili, tra cui Rosolino Pilo dei conti di Capaci.

Il 6 maggio 1860 Garibaldi partí da Quarto sui vapori Piemonte e Lombardo acquistati con un atto stipulato a Torino la sera del 4 maggio dal notaio Gioacchino Vincenzo Baldioli tra Rubattino, venditore, e Giacomo Medici, in rappresentanza di Garibaldi, acquirente. Garanti del pagamento furono il re Vittorio Emanuele II e Camillo Benso conte di Cavour. Il giorno 7 Garibaldi nel porto di Talamone, venne rifornito dalle truppe piemontesi, comandate dal maggiore Giorgini, di 4 cannoni, alcune centinaia di fucili e centomila proiettili e dopo aver imbarcato carbone e altre armi a Orbetello, ripartì .


Della spedizione che venne finanziata dal governo inglese con una cassa di piastre d’oro turche (moneta franca nel Mediterraneo del tempo) che sbarcò a Marsala il giorno 11 dello stesso mese facevano parte 1.089 uomini tra cui 150 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e 60 possidenti. che provenivano per oltre la metà dalla Lombardia e dal Veneto, poi, in ordine decrescente toscani, parmensi, modenesi

A presidio delle acque siciliane vi erano la : pirocorvetta Stromboli, il brigantino Valoroso, la fregata a vela Partenope (comandata dal capitano Acton) ed il vapore armato Capri,comandato dal capitano Marino Caracciolo della marina reale borbonica .

Benché a tiro della Stromboli e del Capri non fu sparato un colpo per fermare i vascelli Garibaldini,anche per la presenza delle cannoniere inglesi Argus (capitano Winnington-Inghram) e Intrepid (capitano Marryat), che erano nei pressi .

Solo dopo due ore dallo sbarco ,il Lombardo, ormai vuoto, fu affondato a cannonate, mentre il Piemonte, arenatosi , venne catturato e rimorchiato a Napoli.

Il governo borbonico, tramite il ministro Carafa, si limitò ad una semplice protesta contro l’ atto di pirateria sostenuto dal Piemonte.

Il giorno 13 Garibaldi, a Salemi, con il sostegno del barone Sant’Anna, si autoproclamò dittatore della Sicilia.

Inspiegabile è che il governatore Borbonico Castelcicala pur avendo a sua disposizione , comandate dal generale Landi. circa tremila uomini, inviò da Alcamo il giorno 14 un solo battaglione verso Calatafimi, con l’ordine di non attaccare il nemico e, se attaccato, di ... ritirarsi.

Il maggiore Sforza, comandante dell’8° Cacciatori, con sole quattro compagnie, si scontrò il giorno 15 con i garibaldini, che vennero sgominati e si rifugiarono sulle colline, ove furono inseguiti dallo Sforza.

Sembrava fatta .gli insorti erano allo sbando .Senza addestramento e disciplina era un gioco da ragazzi annientare quelle orde di sbantati. Il comandante ,generale Landi,tuttavia,invece di inviare altre forze come era logico ed opportuno per l’annientamento del nemico, ordinò la ritirata senza neanche avvisare lo Sforza, il quale avendo terminate le munizioni fu costretto a riportare i suoi verso il grosso che si stava incredibilmente allontanando,in direzione di Palermo.

Si scoprì più tardi che il Landi aveva ricevuto dai carbonari una fede di credito di quattordicimila ducati come prezzo del suo tradimento.

La cosa più incredibile fu che Landi non fu nemmeno sottoposto al giudizio di una corte marziale ma semplicemente sollevato dal comando dal generale Lanza,il quale inviò come truppe di contrasto agli invasori dalla giubba rossa , il giorno 21 due colonne militari, una formata dal 3° battaglione estero, comandata dal maggiore Von Meckel, e l’altra formata dal 9° Cacciatori, comandata dal maggiore Ferdinando Beneventano del Bosco, per un totale di tremila uomini con quattro obici da montagna.

Un primo scontro avvenne a Partinico, ove circa mille “filibustieri” furono rapidamente messi in fuga da Von Meckel. In questo scontro morì Rosolino Pilo.Il resto delle armate garibaldine, con lo stesso Garibaldi, si rifugiò sul monte Calvario. Il giorno successivo, al primo attacco dei borbonici, Garibaldi, quasi circondato, fuggì fortunosamente nella notte con il resto delle sue truppe verso Corleone.

Giunti al quadrivio di Ficuzza, i Garibaldini si divisero in due gruppi uno con alla testa Garibaldi si diresse verso Palermo, l’altro al comando di Orsini prese la strada per Corleone. Ad inseguire Garibaldi furono i reparti di Von Meckel, mentre le truppe di del Bosco inseguirono l’Orsini,il quale attestatosi a Corleone, fu immediatamente investito dalle truppe borboniche che, con un rapido e violento assalto, lo neutralizzarono completamente.

Von Meckel, intanto, aveva saggiamente inviato velocemente il grosso delle sue truppe con al comando il maggiore Colonna a posizionarsi al ponte delle Teste, poco fuori Palermo, per tagliare la strada ai filibustieri, i quali stretti tra due fuochi sarebbero stati facilmente sbaragliati.

Il generale Lanza, che aveva lasciato praticamente sguarnite le porte S. Antonino e Termini, ordinò al Colonna, che non aveva ancora fatto in tempo a posizionarsi, di entrare in città e di acquartierarsi, cosicché quegli ingressi alla città rimasero difesi appena da 260 reclute.

Garibaldi, nel frattempo era stato rafforzato da tremila e cinquecento uomini raccolti nella delinquenza,e nella mafia palermitana , nella notte tra il 26 ed il 27 maggio assalì Palermo attraverso la porta S. Antonino, avendo facilmente la meglio sulle sparute e coscientemente mal dirette truppe borboniche.

Le forze lealiste agli ordini del Lanza di stanza a Palermo in quel momento erano di circa sedicimila uomini,rinchiusi nei forti di Quattroventi, Palazzo, Castellammare e Finanze.

All’alba del 28 da Napoli giunsero a Palermo il 1° ed il 2° battaglione esteri inviati da Re Francesco II. Le truppe erano già pronte per entrare in azione, ma il Lanza ordinò incredibilmente che rimanessero sui bastimenti fino al giorno 29, quando diede ordine di farle sbarcare per rinserrarle nel palazzo reale. Nel frattempo a tarda sera del 28 era arrivato il grosso delle truppe del Von Meckel a Villabate, tre miglia distante da Palermo.

Nel porto di Palermo in quei giorni l’Armata di Mare del regno delle due sicilie era formata da quattro fregate a vapore ed una a vela in prima fila; in seconda fila una corvetta a vapore, tre avvisi ed una pirofregata con tre vapori armati; in terza fila dodici bastimenti mercantili.

L’Armata di Mare,si era limitata a scortare i convogli ed al trasferimento di truppe da un porto all’altro. Per tutta la giornata del 28, la pirofregata Ercole, comandata dal capitano di fregata Carlo Flores, aveva bombardato la città con i suoi obici paixhans calibro 68, provocando inutili danni. Nel porto vi erano anche navi piemontesi che impunemente rifornivano i garibaldini di armi e munizioni. Garibaldi, praticamente indisturbato, s’impossessò del palazzo Pretorio, designandolo a suo quartier generale. Poi liberò circa mille delinquenti comuni dal carcere della Vicaria e dal Bagno dei condannati, aggregandoli alle sue bande che assommarono così a circa cinquemila persone.

Le truppe di Von Meckel, all’alba del 30 attaccarono i garibaldini, sfondando con i cannoni Porta di Termini ed eliminando via via tutte le barricate che incontravano. L’irruenza del comandante svizzero fu tale che arrivò rapidamente alla piazza della Fieravecchia. Nel mentre si accingeva ad assaltare anche il quartiere S. Anna, vicino al palazzo di Garibaldi, che praticamente non aveva più vie di scampo, arrivarono i capitani di Stato Maggiore Michele Bellucci e Domenico Nicoletti con l’ordine del Lanza di sospendere i combattimenti perché ... era stato fatto un armistizio.

La rabbia dei soldati fu tale che vi furono episodi di disobbedienza con il proposito di combattere comunque nella notte, ma vennero fermati dal colonnello Buonopane per il fatto che “non era finita la tregua” .

Il Garibaldi ed il Türr, insieme agli emissari borbonici Letizia e Chretien, si recarono il 31 maggio sul vascello inglese Annibal, ove, presenti anche ufficiali americani, conclusero i patti dell’armistizio. Il Garibaldi, il giorno dopo, annunciò boriosamente che aveva concesso la tregua per umanità. Tra gli accordi, però, pose come condizione che venisse consegnato al Crispi il denaro del Banco delle Due Sicilie di Palermo e scambiati i prigionieri. I garibaldini si impossessarono così di oltre cinque milioni di ducati in oro e argento. Tale somma, che successivamente venne impiegata in parte per la “conversione” di altri ufficiali duosiciliani, fu distribuita ai garibaldini, compresi i capi.

L’8 giugno le truppe duosiciliane, composte da oltre 24.000 uomini, lasciarono Palermo per recarsi ai Quattroventi per imbarcarsi, tra lo stupore della popolazione che non riusciva a capire come un esercito così numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi neanche avere combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un soldato dell’8° di linea che, al passaggio a cavallo di Lanza, uscì dalle file e gli disse “Eccellé, o’ vvì quante simme. E ce n’avimma î accussì?” Ed il Lanza gli rispose : “Va via, ubriaco!”.

L’unificazione del regno d’Italia significherà elezioni,e con esse nuove cariche e nuovi privilegi per quelle classi sociali che cercavano nel nuovo regime ,spazio per le loro ambizioni e per la loro sete di guadagno ,fu così che il torbido intreccio tra la delinquenza e la classe politica fece un salto di qualità, trovando terreno fertile nell’alleanza con nuova classe sociale che si andava affermando soprattutto attraverso le speculazioni e l’affarismo.

E’ questo tessuto sociale che occorre esplorare per scoprire il successivo forte radicamento della mafia nelle istituzioni legali del regno d’Italia .Spazzato via il feudalesimo ,infatti , la Mafia trovò nell’assetto politico dell’unità d’Italia che aveva contribuito a far sorgere ,ragione della sua legittimazione storica nonché il terreno favorevole per lo sviluppo delle sue attività.

I campieri, i curatoli, i guardiani - gli uomini armati del gabellotto ebbero gioco facile nel trasformare i “diritti feudali del signore” nel “pizzo” ossia la punta della barba che il mafioso doveva bagnare nel piatto altrui,obbligando coltivatori e proprietari a pagare somme di denaro per la cosìdetta protezione ,utilizzando in caso di riluttanza, minacce ed intimidazioni che potevano raggiungere nei casi più gravi fino agli omicidi e sequestri di persona.

Progressivamente, poi, il “pizzo mafioso” diventò una vera e propra tassa ,sugli utili dei fondi agrari che il proprietario o l’affittuario dovevano pagare.

In Sicilia ,gli eletti alle prime elezioni per il parlamento del regno d’Italia furono nella stragrande maggioranza membri della piccola nobiltà terriera e di quella borghesia cittadina strettamente ed indissolubilmente legata ad essa .

La legge elettorale del nuovo regno d’altra parte prevedeva il diritto di voto solamente per una ristretta fascia di popolazione che rappresentava appena il 2 per cento del totale.

Nell’isola gli aventi diritto al voto superavano di poco le 40.000 unità . L’ impossibilità poi di poter dimostrare il reddito legale era di ostacolo alla partecipazione diretta deì gabellotti alle elezioni ,oltre all’analfabetismo largamente diffuso che tagliava i loro diritti al voto.

Diviene così indispensabile un tacito mutuo accordo tra borghesia urbana e piccola nobiltà terriera da una parte e la Mafia dall’altra .

Alle prime due forze venne assegnato il potere legale ,e attraverso le elezioni, le cariche pubbliche e la diplomazia ed alla seconda il controllo del potere economico e illegale.

Queste due tendenze,lungi dal nuocersi giovarono ad entrambe le formazioni sociali,e diedero luogo alla nascita di una “borghesia mafiosa”, che ha costituito a lungo un blocco sociale in Sicilia.

da "Geometria del male" di Sigismondo Panvini



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venerdì 1 luglio 2011

Ma dal Nord Italia continuano a giungere rifiuti speciali al Sud

“Il perpetuarsi del conferimento dal nord verso la Campania di rifiuti speciali è a dir poco paradossale”.
Lo affermano, riprendendo l’allarme dell’Isde, medici per l’ambiente e alcuni organi di stampa, i componenti della commissione regionale sulle ecomafie e siti smaltimento rifiuti al termine della riunione svoltasi nelle ultime ore cui erano presenti il Presidente Amato, il vicepresidente Amente, il segretario Gabriele, i commissari Aveta, Consoli, Mucciolo e Valiante Presidente della Commissione Anticamorra.
“Apprendiamo che mentre si continua a fare dietrologia e becero propagandismo sul conferimento dei rifiuti urbani napoletani fuori regione, i rifiuti speciali e pericolosi continuano ad essere sversati “legalmente” in Campania.

Flussi a cui si aggiungono quelli tristemente noti delle ecomafie” affermano i consiglieri regionali.
“Intendiamo fare chiarezza su questa vicenda con l’Assessore all’ambiente e gli uffici dell’Arpac - aggiungono - anche per capire luoghi, procedure e modalità di questi sversamenti”.
“Di certo - concludono i componenti della commissione - appare paradossale che mentre dal nord si affrettano a puntare il dito contro le nostre inefficienze, siano poi tanto zelanti a inviarci i loro rifiuti speciali. C’é bisogno allora di una grande operazione verità”.


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“Il perpetuarsi del conferimento dal nord verso la Campania di rifiuti speciali è a dir poco paradossale”.
Lo affermano, riprendendo l’allarme dell’Isde, medici per l’ambiente e alcuni organi di stampa, i componenti della commissione regionale sulle ecomafie e siti smaltimento rifiuti al termine della riunione svoltasi nelle ultime ore cui erano presenti il Presidente Amato, il vicepresidente Amente, il segretario Gabriele, i commissari Aveta, Consoli, Mucciolo e Valiante Presidente della Commissione Anticamorra.
“Apprendiamo che mentre si continua a fare dietrologia e becero propagandismo sul conferimento dei rifiuti urbani napoletani fuori regione, i rifiuti speciali e pericolosi continuano ad essere sversati “legalmente” in Campania.

Flussi a cui si aggiungono quelli tristemente noti delle ecomafie” affermano i consiglieri regionali.
“Intendiamo fare chiarezza su questa vicenda con l’Assessore all’ambiente e gli uffici dell’Arpac - aggiungono - anche per capire luoghi, procedure e modalità di questi sversamenti”.
“Di certo - concludono i componenti della commissione - appare paradossale che mentre dal nord si affrettano a puntare il dito contro le nostre inefficienze, siano poi tanto zelanti a inviarci i loro rifiuti speciali. C’é bisogno allora di una grande operazione verità”.


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lunedì 23 maggio 2011

Per non dimenticare - 19° anniversario della morte del giudice Giovanni Falcone


http://www.youtube.com/watch?v=Zb9jLfljYpM

Strage di Capaci 23 maggio 1992

Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola.

Giovanni Falcone


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http://www.youtube.com/watch?v=Zb9jLfljYpM

Strage di Capaci 23 maggio 1992

Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola.

Giovanni Falcone


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sabato 7 maggio 2011

Su" La Voce di Mantova"articolo di Francesco Massimino - segretario provinciale del Partito del Sud

Per leggere fare click sull'immagine

Fonte:La Voce di Mantova del 5 maggio 2011 pag.2
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Fonte:La Voce di Mantova del 5 maggio 2011 pag.2

venerdì 22 aprile 2011

Puntata di Report 17 04 2011 Nino De Masi "c'è chi dice no!"


https://www.youtube.com/watch?v=6EVaepMfFLc&feature=player_embedded#at=263
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https://www.youtube.com/watch?v=6EVaepMfFLc&feature=player_embedded#at=263

domenica 17 aprile 2011

L’antimafia blocca azienda che finanziò la Lega nord

Stop ai lavori per un'azienda vicina al Carroccio e impegnata nella costruzione della tangenziale a Novellara. Evento che ha scosso il mondo politico. E che ha portato il prefetto di Reggio Emilia a dire senza mezzi termini: "La mafia nella nostra provincia c'è"


Le infiltrazioni mafiose – o i tentativi – al Nord continuano a destare allarme nella politica. Questa volta la bufera si abbatte sul Reggiano. Proprio ieri, durante un convegno della Cna il prefetto di Reggio Emilia, Antonella De Miro, ha rilanciato: “A Reggio la mafia c’è”. A corollario dell’ultima notizia che riguarda lo stop imposto dalla Dia all’appalto per la costruzione della circonvallazione a Novellara. Evento che ha scosso il mondo politico. Le amministrazioni locali hanno chiesto di “continuare i lavori della tangenziale”. L’ex vicesindaco di Guastalla ed ex leghista Marco Lusetti, espulso dal Carroccio la scorsa estate e fondatore del movimento “Agire Comune”, ha difeso a spada tratta la ditta che ha vinto l’appalto. Nessun commento sulla vicenda è arrivato ad oggi dal segretario della Lega Nord Emilia, l’onorevole leghista Angelo Alessandri, presidente della Commisione lavori pubblici ed Ambiente della Camera dei Deputati ed originario di Guastalla, paesi a pochi chilometri dal Po e da Boretto. Invece il consigliere regionale Andrea Defranceschi (Movimento 5 Stelle) annuncia una interrogazione in Regione chiedendo il “check-in” di tutti gli appalti sulle estrazioni di sabbie dal Po negli ultimi anni.

Ma qual è il punto di tutta la vicenda? E perché imbarazza così tanto la Lega? Riguarda Novellara, appunto, paese della provincia di Reggio Emilia, e quella che gli ambietalisti la chiamano la “tangenziale discarica”. Un progetto partorito all’inizio del millennio tra le contestazione in primis da Legambiente, in quanto il finanziameno di questa opera pubblica è nato come compensazione per l’ampliamento della locale discarica gestita dalla municipalizzata pubblicaSabar spa di cui il Comune è socio.

Su quest’opera pubblica, cavallo di battaglia di tutti i sindaci di centrosinistra degli ultimi dieci anni, è arrivato lo stop dell’antimafia. Il 23 marzo scorso alla Prefettura di Reggio Emilia è stata consegnata una dettagliata relazione, arrivata dopo la richiesta degli accertamenti sui cantieri, disposti dalla Direzione investigativa antimafia di Firenze. Controlli attivati a metà febbraio tramite il prefetto De Miro. Le indagini hanno portato alla sospensione dell’appalto e alla revoca della certificazione antimafia alla ditta Bacchi di Boretto, notissima in zona anche per le escavazioni nel Po fortemente contestate da associazioni ambientaliste come Legambiente. Una ditta la Bacchi spa nota anche per gli ottimi rapporti istituzionali con diversi politici in primis con quelli della Lega Nord, tanto che il Carroccio nel 2006 ricevette un regolare finanziamento di 5.000 euro registrato alla Camera dei Deputati.

Agli investigatori del centro operativo del capoluogo toscano era stata segnalata la presenza nel cantiere di soggetti vicini alla criminalità organizzata. Le ispezioni hanno dato esito positivo. Da quanto è emerso l’azienda di Boretto avrebbe assegnato due subappalti ad imprese con sede in provincia di Parma, il Consorzio edile M2 di Soragna e la Tre Emme Costruzioni di Roccabianca. La Direzione investigativa antimafia ha ricostruito che le due le imprese sono collegate alla famiglia Mattace di Cutro, ritenuta dagli investigatori molto vicina al clan Grande Aracri.

Secondo quanto emerge dai documenti della Prefettura, nell’assegnazione di questi lavori alle ditte riconducibile ai Mattace, la Bacchi avrebbe eluso in maniera consapevole la legge antimafia per il controllo dei subappalti. Le ditte dei Mattace non avrebbero mai ottenuto la certificazione antimafia dalla Prefettura.

La legge prevede che l’obbligo dell’autorizzazione antimafia scatta solo per subappalti di importo superiore ai 155 mila euro. E’ stato così, come emerge dall’ispezione, che la Bacchi avrebbe aggirato l’ostacolo. Spezzando il subaappalto tra le due ditte: 50mila euro di lavori al Consorzio M2 e 130mila euro alla Tre Emme.

Ma non è finita qui. Ispezionando il cantiere le forze dell’ordine hanno trovato Giuliano Floro Vito. Chi è ? E’ l’ex cognato di Domenico Mattace, il presidente della TreEmme e considerato dagli inquirenti un elemento di grande spessore criminale, legato al clan della n’drangheta dei Dragone e poi dei Grandi Aracri, già posto agli arresti nel 2001 e poi assolto per l’operazione “Scacco Matto”, finito poi in manette per usura nell’aprile 2010. Per questa vicenda Floro Vito, per la legge dovrebbe essere agli arresti domiciliari e sorvegliato speciale. Peccato che si trovasse sul cantiere di Novellara come dipendente della Tre Emme.

Dalle fatture poi risulta che la Bacchi ha versato alla Tre Emme 161 mila euro. Una cifra superiore a quello concordata. In particolare maggiore alla soglia che fa scattare l’obbligo di certificazione antimafia. Altra anomalia. L’azienda di Boretto ha chiesto alla stazione appaltante, Iniziative Ambientali, società mista che vede tra i soci le municipalizzate Sabar Spa, Iren Spa e Unieco, di poter procere all’affidamento del subappalto solo il 21 giugno 2010. Ma i Bacchi avevano già firmato il contratto con la ditta dei Mattace da circa un mese e mezzo.

Fonte:Il Fatto Quotidiano

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Stop ai lavori per un'azienda vicina al Carroccio e impegnata nella costruzione della tangenziale a Novellara. Evento che ha scosso il mondo politico. E che ha portato il prefetto di Reggio Emilia a dire senza mezzi termini: "La mafia nella nostra provincia c'è"


Le infiltrazioni mafiose – o i tentativi – al Nord continuano a destare allarme nella politica. Questa volta la bufera si abbatte sul Reggiano. Proprio ieri, durante un convegno della Cna il prefetto di Reggio Emilia, Antonella De Miro, ha rilanciato: “A Reggio la mafia c’è”. A corollario dell’ultima notizia che riguarda lo stop imposto dalla Dia all’appalto per la costruzione della circonvallazione a Novellara. Evento che ha scosso il mondo politico. Le amministrazioni locali hanno chiesto di “continuare i lavori della tangenziale”. L’ex vicesindaco di Guastalla ed ex leghista Marco Lusetti, espulso dal Carroccio la scorsa estate e fondatore del movimento “Agire Comune”, ha difeso a spada tratta la ditta che ha vinto l’appalto. Nessun commento sulla vicenda è arrivato ad oggi dal segretario della Lega Nord Emilia, l’onorevole leghista Angelo Alessandri, presidente della Commisione lavori pubblici ed Ambiente della Camera dei Deputati ed originario di Guastalla, paesi a pochi chilometri dal Po e da Boretto. Invece il consigliere regionale Andrea Defranceschi (Movimento 5 Stelle) annuncia una interrogazione in Regione chiedendo il “check-in” di tutti gli appalti sulle estrazioni di sabbie dal Po negli ultimi anni.

Ma qual è il punto di tutta la vicenda? E perché imbarazza così tanto la Lega? Riguarda Novellara, appunto, paese della provincia di Reggio Emilia, e quella che gli ambietalisti la chiamano la “tangenziale discarica”. Un progetto partorito all’inizio del millennio tra le contestazione in primis da Legambiente, in quanto il finanziameno di questa opera pubblica è nato come compensazione per l’ampliamento della locale discarica gestita dalla municipalizzata pubblicaSabar spa di cui il Comune è socio.

Su quest’opera pubblica, cavallo di battaglia di tutti i sindaci di centrosinistra degli ultimi dieci anni, è arrivato lo stop dell’antimafia. Il 23 marzo scorso alla Prefettura di Reggio Emilia è stata consegnata una dettagliata relazione, arrivata dopo la richiesta degli accertamenti sui cantieri, disposti dalla Direzione investigativa antimafia di Firenze. Controlli attivati a metà febbraio tramite il prefetto De Miro. Le indagini hanno portato alla sospensione dell’appalto e alla revoca della certificazione antimafia alla ditta Bacchi di Boretto, notissima in zona anche per le escavazioni nel Po fortemente contestate da associazioni ambientaliste come Legambiente. Una ditta la Bacchi spa nota anche per gli ottimi rapporti istituzionali con diversi politici in primis con quelli della Lega Nord, tanto che il Carroccio nel 2006 ricevette un regolare finanziamento di 5.000 euro registrato alla Camera dei Deputati.

Agli investigatori del centro operativo del capoluogo toscano era stata segnalata la presenza nel cantiere di soggetti vicini alla criminalità organizzata. Le ispezioni hanno dato esito positivo. Da quanto è emerso l’azienda di Boretto avrebbe assegnato due subappalti ad imprese con sede in provincia di Parma, il Consorzio edile M2 di Soragna e la Tre Emme Costruzioni di Roccabianca. La Direzione investigativa antimafia ha ricostruito che le due le imprese sono collegate alla famiglia Mattace di Cutro, ritenuta dagli investigatori molto vicina al clan Grande Aracri.

Secondo quanto emerge dai documenti della Prefettura, nell’assegnazione di questi lavori alle ditte riconducibile ai Mattace, la Bacchi avrebbe eluso in maniera consapevole la legge antimafia per il controllo dei subappalti. Le ditte dei Mattace non avrebbero mai ottenuto la certificazione antimafia dalla Prefettura.

La legge prevede che l’obbligo dell’autorizzazione antimafia scatta solo per subappalti di importo superiore ai 155 mila euro. E’ stato così, come emerge dall’ispezione, che la Bacchi avrebbe aggirato l’ostacolo. Spezzando il subaappalto tra le due ditte: 50mila euro di lavori al Consorzio M2 e 130mila euro alla Tre Emme.

Ma non è finita qui. Ispezionando il cantiere le forze dell’ordine hanno trovato Giuliano Floro Vito. Chi è ? E’ l’ex cognato di Domenico Mattace, il presidente della TreEmme e considerato dagli inquirenti un elemento di grande spessore criminale, legato al clan della n’drangheta dei Dragone e poi dei Grandi Aracri, già posto agli arresti nel 2001 e poi assolto per l’operazione “Scacco Matto”, finito poi in manette per usura nell’aprile 2010. Per questa vicenda Floro Vito, per la legge dovrebbe essere agli arresti domiciliari e sorvegliato speciale. Peccato che si trovasse sul cantiere di Novellara come dipendente della Tre Emme.

Dalle fatture poi risulta che la Bacchi ha versato alla Tre Emme 161 mila euro. Una cifra superiore a quello concordata. In particolare maggiore alla soglia che fa scattare l’obbligo di certificazione antimafia. Altra anomalia. L’azienda di Boretto ha chiesto alla stazione appaltante, Iniziative Ambientali, società mista che vede tra i soci le municipalizzate Sabar Spa, Iren Spa e Unieco, di poter procere all’affidamento del subappalto solo il 21 giugno 2010. Ma i Bacchi avevano già firmato il contratto con la ditta dei Mattace da circa un mese e mezzo.

Fonte:Il Fatto Quotidiano

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lunedì 4 aprile 2011

Napoli, un Comune lontano dalla camorra - intervista di Bruno De Stefano a Luigi de Magistris


http://www.youtube.com/watch?v=umPemz2-Vbs

Bruno De Stefano, giornalista e saggista, autore di "I boss della camorra", "L'Italia del pizzo e delle mazzette, "La casta della monnezza". Un'intervista su camorra, cricche e possibilità di sviluppo per Napoli. «Bisogna spezzare il corto circuito delle consulenze esterne, l'utilizzo delle partecipate e tagliare quelli che sono gli sprechi pubblici», ha dichiarato il candidato sindaco de Magistris. «Per fare questo», ha continuato, «bisogna affidarsi a persone con la schiena dritta. Senza legami con gli establishment di partito. Lettieri ha Cosentino alle spalle, Morcone ha avuto l'endorsement di Bassolino, Pasquino quello di De Mita. Io voglio affidarmi a persone eticamente credibili e dare voce ai senza voce, ai comitati, alle associazioni, a persone che in questi anni hanno perso la rappresentaznza». A Napoli, la gente si fida di più delle promesse di un boss che di un politico, come è possibile spezzare questo legame? «Bisogna vincere questa sfida, bisogna far partecipare la parte sana della nostra città. Non ci sarà nessun assessorato alla legalità perché quella è stata solo un'operazione di facciata. Ed il sindaco in prima persona a rappresentare la legalità».

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http://www.youtube.com/watch?v=umPemz2-Vbs

Bruno De Stefano, giornalista e saggista, autore di "I boss della camorra", "L'Italia del pizzo e delle mazzette, "La casta della monnezza". Un'intervista su camorra, cricche e possibilità di sviluppo per Napoli. «Bisogna spezzare il corto circuito delle consulenze esterne, l'utilizzo delle partecipate e tagliare quelli che sono gli sprechi pubblici», ha dichiarato il candidato sindaco de Magistris. «Per fare questo», ha continuato, «bisogna affidarsi a persone con la schiena dritta. Senza legami con gli establishment di partito. Lettieri ha Cosentino alle spalle, Morcone ha avuto l'endorsement di Bassolino, Pasquino quello di De Mita. Io voglio affidarmi a persone eticamente credibili e dare voce ai senza voce, ai comitati, alle associazioni, a persone che in questi anni hanno perso la rappresentaznza». A Napoli, la gente si fida di più delle promesse di un boss che di un politico, come è possibile spezzare questo legame? «Bisogna vincere questa sfida, bisogna far partecipare la parte sana della nostra città. Non ci sarà nessun assessorato alla legalità perché quella è stata solo un'operazione di facciata. Ed il sindaco in prima persona a rappresentare la legalità».

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sabato 26 marzo 2011

Vendola: " Lombardia era ed è regione più mafiosa d'Italia"

Ancora una volta parole chiare di Nichi Vendola sul Nord ed il federalismo del governo, a difesa del Meridione, che hanno irritato oltremodo il Presidente della Regione lombarda.

Della serie "chi la fa l'aspetti" e per comprendere, all'interno d'una discutibile partitocrazia italiana, chi comunque da alcuni segni di coraggio ed attenzione al Sud.


Fonte : www.repubblica.it



http://www.youtube.com/watch?v=6VOSmOogr-c&feature=feedbul





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Ancora una volta parole chiare di Nichi Vendola sul Nord ed il federalismo del governo, a difesa del Meridione, che hanno irritato oltremodo il Presidente della Regione lombarda.

Della serie "chi la fa l'aspetti" e per comprendere, all'interno d'una discutibile partitocrazia italiana, chi comunque da alcuni segni di coraggio ed attenzione al Sud.


Fonte : www.repubblica.it



http://www.youtube.com/watch?v=6VOSmOogr-c&feature=feedbul





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venerdì 18 marzo 2011

Aldo Cazzullo, la camorra e l’art. 416-bis

garibaldi-napoli

15 marzo 2011 - Mala tempora currunt, e se a un qualsiasi procuratore della Repubblica capitasse di leggere l’articolo pubblicato sul Corsera il giorno 8 c.m. a firma di Cazzullo e titolato: “Quelle ragazze che fecero la Patria”, vista l’obbligatorietà dell’azione penale, il Cazzullo potrebbe rischiare di esseretrascinato in Tribunale con un’imputazione foriera di qualche possibile anno di galera, ospite nella stessa cella di Cuffaro.

Concorso esterno in associazione mafiosa, art. 416-bis c.p. La stessa Cassazione delinea tra i requisiti un’occasionalità e autonomia del contributo prestato. Inoltre la partecipazione coincide con un contributo casuale apprezzabile apportato dall’agente alla vita e alla conservazione dell’associazione.

Da ciò si evince che pur non facendo parte in modo organico della camorra, il Cazzullo con i suoi scritti fa apologia e difesa del sistema camorrista.

Qualcuno dirà che il carnevale è alle spalle e che sarebbe meglio parlare di cose serie. Ebbene, la lotta alla mafia, alla ndrangheta e alla camorra è forse un nuovo gioco di società o un annoso problema che a detta di numerosi giornali e giornalisti è necessario estirpare?

Noi propendiamo per la seconda soluzione, il Cazzullo invece sembra dare il solito colpo alla botte alternando un colpo al cerchio. Non è passato molto tempo da quando una linea di T shirt riportava scritte quali: “Mafia-Made in Italy”, “Cosa Nostra, Tipico Stile Italiano”, e amenità varie. Ci fu una levata di scudi, una protesta generale contro la diffusione e vendita di tali articoli peraltro molto richiesti. Un deputato presentò un’interpellanza chiedendo che venissero ritirate dal mercato e una sanzione verso il produttore. Non so quale esito abbia avuto questa campagna anti T-shirt paramafiose ma ciò sta a dimostrare quanto sia sensibile il tema “associazioni mafiose”.

Allora il Cazzullo, nella foga di scrivere il suo giornaliero articolo pro risorgimento e non smentendo la sua piemontese e lombrosiana prevenzione verso tutto ciò che stanzia al di sotto del Garigliano, nel tentativo di accreditarsi verso i suoi committenti (Comitato per i festeggiamenti per i 150 anni) e quindi assurgere alla storia come il più risorgimentalista del XXI secolo, scrive a getto continuo e purtroppo non trova il tempo per leggere altro che non sia il solito copia e incolla tanto caro agli studentelli poco volenterosi.

E la fregola del nostro amanuense lo porta a commettere errori che sfiorano o il ridicolo o l’apologia della camorra.

Nel suo articolo sopra citato il Cazzullo (è l’inizio della cazzulleide) scrive: “ Come Marianna De Crescenzo, che nel 1860 accoglie Garibaldi a Napoli alla testa di 200 armati” – Ecco il corpo del reato, Cazzullo trasforma una mignotta e camorrista in una eroina del risorgimento. E quindi fa apologia della camorra, un contributo causale ma che di fatto trasforma la camorra in una comitiva di combattenti per la libertà,quasi eroi da emulare.

È noto infatti anche ai non addetti ai lavori che questa Marianna era meglio nota come Giovannara, tenutrice di una casa di tolleranza e sodale con la camorra di cui un suo cugino Tore e’ Crescenzo era capobastone. Quanto ai 200 armati, il Cazzullo evita di dire che erano tutti camorristi chiamati da un altro camorrista ante litteram, Liborio Romano a svolgere funzioni di polizia, essi fecero da scorta a Garibaldi durante il suo soggiorno napoletano, scorta molto gradita dallo stesso Garibaldi il quale remunerò lautamente scorta e Giovannara, attingendo come era abitudine del nizzardo alla cassa del Banco di Napoli. La camorra grazie a Garibaldi entrava nelle stanze dei bottoni e da allora non è stata ancora cacciata.

Come rimproverare qualche ragazzotto con poco cervello se va in giro con una T-shirt da frikkettone borgataro, se il Corsera quello che una volta era “il Giornale”, presta le sue pagine alle corsare esternazioni di chi conosce poco o affatto la storia, anche quella delle piccole cose?

Oh Cazzullo, tu che aspiravi ad un posto al Pantheon o almeno una nicchia a Superga quale premio delle tue fatiche per questi 150 anni dacché voi (tu) vi faceste carico del fardello del Sud, quel Sud depresso e clientelare, mafioso e disoccupato, abusivista e criminale, quel Sud che è stato sempre così e questo almeno nella considerazione che civili erano solo quelli che scendevano dal Nord.

Noi caro Cazzullo eravamo e nonostante tutto restiamo una Nazione, e non saranno certo le sciocchezze che a fiumi scrittori e giornalisti “salariati” continuano a produrre, non saranno questi festeggiamenti che potranno farci sentire un improvviso amor di patria per questa tua patria.

Noi celebriamo, non festeggiamo, i nostri caduti, mai ricordati e anzi ignorati ed infangati dalla agiografia risorgimentale. Noi non ci sentiamo affatto partecipi agli elogi che tu levi a ricordare“l’eroismo” di una zoccola che tu intendi trasformare in eroina. Non siamo ancora tanto emancipati, siamo del Sud, ancora indigeni da colonizzare.

Un certo Giuliotti scriveva: “Il giornalista è in fondo la parodia della potenza, il servitore vestito da padrone, il feto dell’intelligenza che non si sviluppa né muore. Quando questo falso dominatore si vanta di trarre i fili a una infinità di burattini e di divertirsi al giuoco, è bugiardo. Vi sono dei burattinai ai quali serve, ai quali si inchina, ai quali lecca i piedi…” (tratto da L’ora di Barabba).

Forse il Giuliotti pensava ai tanti scriba che ai rari giornalisti di oggi.

Fonte:Blog Sicilia


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15 marzo 2011 - Mala tempora currunt, e se a un qualsiasi procuratore della Repubblica capitasse di leggere l’articolo pubblicato sul Corsera il giorno 8 c.m. a firma di Cazzullo e titolato: “Quelle ragazze che fecero la Patria”, vista l’obbligatorietà dell’azione penale, il Cazzullo potrebbe rischiare di esseretrascinato in Tribunale con un’imputazione foriera di qualche possibile anno di galera, ospite nella stessa cella di Cuffaro.

Concorso esterno in associazione mafiosa, art. 416-bis c.p. La stessa Cassazione delinea tra i requisiti un’occasionalità e autonomia del contributo prestato. Inoltre la partecipazione coincide con un contributo casuale apprezzabile apportato dall’agente alla vita e alla conservazione dell’associazione.

Da ciò si evince che pur non facendo parte in modo organico della camorra, il Cazzullo con i suoi scritti fa apologia e difesa del sistema camorrista.

Qualcuno dirà che il carnevale è alle spalle e che sarebbe meglio parlare di cose serie. Ebbene, la lotta alla mafia, alla ndrangheta e alla camorra è forse un nuovo gioco di società o un annoso problema che a detta di numerosi giornali e giornalisti è necessario estirpare?

Noi propendiamo per la seconda soluzione, il Cazzullo invece sembra dare il solito colpo alla botte alternando un colpo al cerchio. Non è passato molto tempo da quando una linea di T shirt riportava scritte quali: “Mafia-Made in Italy”, “Cosa Nostra, Tipico Stile Italiano”, e amenità varie. Ci fu una levata di scudi, una protesta generale contro la diffusione e vendita di tali articoli peraltro molto richiesti. Un deputato presentò un’interpellanza chiedendo che venissero ritirate dal mercato e una sanzione verso il produttore. Non so quale esito abbia avuto questa campagna anti T-shirt paramafiose ma ciò sta a dimostrare quanto sia sensibile il tema “associazioni mafiose”.

Allora il Cazzullo, nella foga di scrivere il suo giornaliero articolo pro risorgimento e non smentendo la sua piemontese e lombrosiana prevenzione verso tutto ciò che stanzia al di sotto del Garigliano, nel tentativo di accreditarsi verso i suoi committenti (Comitato per i festeggiamenti per i 150 anni) e quindi assurgere alla storia come il più risorgimentalista del XXI secolo, scrive a getto continuo e purtroppo non trova il tempo per leggere altro che non sia il solito copia e incolla tanto caro agli studentelli poco volenterosi.

E la fregola del nostro amanuense lo porta a commettere errori che sfiorano o il ridicolo o l’apologia della camorra.

Nel suo articolo sopra citato il Cazzullo (è l’inizio della cazzulleide) scrive: “ Come Marianna De Crescenzo, che nel 1860 accoglie Garibaldi a Napoli alla testa di 200 armati” – Ecco il corpo del reato, Cazzullo trasforma una mignotta e camorrista in una eroina del risorgimento. E quindi fa apologia della camorra, un contributo causale ma che di fatto trasforma la camorra in una comitiva di combattenti per la libertà,quasi eroi da emulare.

È noto infatti anche ai non addetti ai lavori che questa Marianna era meglio nota come Giovannara, tenutrice di una casa di tolleranza e sodale con la camorra di cui un suo cugino Tore e’ Crescenzo era capobastone. Quanto ai 200 armati, il Cazzullo evita di dire che erano tutti camorristi chiamati da un altro camorrista ante litteram, Liborio Romano a svolgere funzioni di polizia, essi fecero da scorta a Garibaldi durante il suo soggiorno napoletano, scorta molto gradita dallo stesso Garibaldi il quale remunerò lautamente scorta e Giovannara, attingendo come era abitudine del nizzardo alla cassa del Banco di Napoli. La camorra grazie a Garibaldi entrava nelle stanze dei bottoni e da allora non è stata ancora cacciata.

Come rimproverare qualche ragazzotto con poco cervello se va in giro con una T-shirt da frikkettone borgataro, se il Corsera quello che una volta era “il Giornale”, presta le sue pagine alle corsare esternazioni di chi conosce poco o affatto la storia, anche quella delle piccole cose?

Oh Cazzullo, tu che aspiravi ad un posto al Pantheon o almeno una nicchia a Superga quale premio delle tue fatiche per questi 150 anni dacché voi (tu) vi faceste carico del fardello del Sud, quel Sud depresso e clientelare, mafioso e disoccupato, abusivista e criminale, quel Sud che è stato sempre così e questo almeno nella considerazione che civili erano solo quelli che scendevano dal Nord.

Noi caro Cazzullo eravamo e nonostante tutto restiamo una Nazione, e non saranno certo le sciocchezze che a fiumi scrittori e giornalisti “salariati” continuano a produrre, non saranno questi festeggiamenti che potranno farci sentire un improvviso amor di patria per questa tua patria.

Noi celebriamo, non festeggiamo, i nostri caduti, mai ricordati e anzi ignorati ed infangati dalla agiografia risorgimentale. Noi non ci sentiamo affatto partecipi agli elogi che tu levi a ricordare“l’eroismo” di una zoccola che tu intendi trasformare in eroina. Non siamo ancora tanto emancipati, siamo del Sud, ancora indigeni da colonizzare.

Un certo Giuliotti scriveva: “Il giornalista è in fondo la parodia della potenza, il servitore vestito da padrone, il feto dell’intelligenza che non si sviluppa né muore. Quando questo falso dominatore si vanta di trarre i fili a una infinità di burattini e di divertirsi al giuoco, è bugiardo. Vi sono dei burattinai ai quali serve, ai quali si inchina, ai quali lecca i piedi…” (tratto da L’ora di Barabba).

Forse il Giuliotti pensava ai tanti scriba che ai rari giornalisti di oggi.

Fonte:Blog Sicilia


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lunedì 7 marzo 2011

Il potere occulto della mafia e della massoneria



Ricevo e posto:


Cosa Nostra non è stata debellata con la cattura di Riina e Provenzano, braccati per anni e arrestati all’improvviso quando hanno dimostrato di essere antiquati. Quella che è definitivamente morta e sepolta in Sicilia è la mafia rurale e primitiva che è stata processata e condannata dalle inchieste di Falcone e Borsellino, uccisi dai sicari della cosca più sanguinaria, i Corleonesi. Oggi la mafia è più viva e potente che mai, non si è volatilizzata solo perché non terrorizza e non compie stragi per eliminare i suoi nemici.

La mafia evita di ammazzare perché ha scelto di non esporsi ad eventuali ritorsioni dello Stato, non vuole essere visibile per dare l’impressione di non esistere più, ma in realtà preferisce ripararsi dietro una facciata apparentemente più rispettabile e borghese. Ciò vuol dire che Cosa Nostra non esiste più? No. La mafia ha solo imparato a dissimularsi ma continua ad agire indisturbata. L’assetto mafioso si è riciclato in una veste nuova. La mafia arcaica ha subito una rivoluzione che ha prodotto una profonda mutazione antropologica, la stessa che Pasolini ha descritto a proposito della società consumistica.

Dunque, la mafia si è adeguata alla globalizzazione, trasformandosi in una holding company, un’impresa multinazionale che comanda un impero economico mondiale ed è oggi la prima azienda del capitalismo italiano, una compagnia imprenditoriale che vanta il più ricco volume d’affari del Paese. La mafia è una potente società finanziaria che potremmo chiamare Mafia S.p.A.: una Società per Azioni. Ma si tratta di azioni criminali, come criminale è l’apparato capitalistico nel suo insieme, le cui ricchezze sono di origine dubbia:“Dietro ogni grande fortuna economica si annida un crimine”, scriveva Honoré de Balzac. Questa dotta citazione serve a chiarire come la matrice originaria della proprietà privata, del grande capitale insito nelle rendite finanziarie, sia sempre illecita, sospetta e delittuosa, in quanto scaturisce da un misfatto precedente che è sempre iniquo e violento, un atto di espropriazione violenta del prodotto sociale, cioè del valore creato dal lavoro collettivo. La sostanza del capitalismo è di per sé criminale.

“Gli affari sono affari” per tutti gli affaristi, sia che si tratti di figure approvate socialmente, o di individui loschi e famigerati, cioè noti criminali. Belve sanguinarie o meno, delinquenti pregiudicati o meno, gli uomini d’affari sono sempre poco retti ed onesti, molto astuti e crudeli, cinici e spregiudicati per necessità, indole o vocazione.

Del resto, le mafie non sono altro che imprese criminose. La mafia è fondamentalmente un’organizzazione imprenditoriale che esercita i suoi affari e le sue operazioni illecite con uno scopo primario: il profitto economico. Per raggiungere il quale è disposta a servirsi dei mezzi più disonesti, ricorrendo anche al delitto più atroce e criminale. Per vincere la competizione delle società rivali è pronta a ricattare, a minacciare e corrompere, eliminando fisicamente i suoi avversari, alla stregua di altri gruppi imprenditoriali come le multinazionali che uccidono gli attivisti politici e sindacali che in America Latina o in Africa si oppongono alla loro ingerenza affaristica ed imperialistica.

In altri termini, il delitto appartiene all’intima natura dell’economia borghese in quanto componente intrinseca ad un ordine retto sul “libero mercato” e sulle ingiuste sperequazioni che ne derivano. La logica mafiosa è insita nella struttura del sistema dominante ovunque riesca ad insinuarsi il capitalismo. Ciò che eventualmente varia è il differente grado di“mafiosità”, cioè di aggressività terroristica dell’imprenditoria capitalista. C’è chi elimina direttamente i propri nemici, come nel caso delle “onorate società”, c’è chi invece impiega sistemi meno rozzi, ma altrettanto cinici e pericolosi.

Nel 2008 uscirono nelle sale cinematografiche due film che riscossero un notevole successo di critica e di pubblico: Gomorra e Il Divo. Cito questi film non per fare una recensione critica, ma per sollecitare una riflessione sugli aspetti assurdi e grotteschi insiti nella storia e nella struttura del potere in Italia. Un’intenzione ardita e forse velleitaria, che provo a spiegare con una domanda apparentemente provocatoria: qual è l’anello di congiunzione tra Gomorra e Il Divo? La risposta è facile: lo Stato, non lo Stato tout court, ma lo Stato italiano. Ma com’è nato storicamente lo Stato italiano?

Quest’anno ricorre il 150esimo anniversario della “unità d’Italia”. Ebbene, se pensiamo che il processo di unificazione nazionale si è realizzato nel corso delle guerre“risorgimentali” che furono imprese di annessione e conquista coloniale e che tale processo si deve essenzialmente all’iniziativa di tendenze cospirative che fanno capo alla massoneria e alla mafia, è inevitabile dedurre che lo Stato italiano è nato sotto l’egida di poteri occulti e malavitosi. Lo Stato italiano si regge tuttora sul connubio tra centri affaristici ed eversivi come mafia e massoneria. Lo Stato italiano è lo Stato massonico e mafioso per antonomasia. Esso è ufficialmente l’involucro che protegge il capitalismo di matrice massonica e mafiosa. Il capitalismo italiano è un sistema di accumulazione finanziaria che fa capo alle forze più occulte e reazionarie appartenenti alla borghesia nazionale e internazionale in grado di condizionare il destino della nostra società. Non è un caso che l’intreccio tra criminalità mafiosa e criminalità massonica sia sempre ricorrente nella nostra storia contemporanea. Non è un caso che riscuotano un notevole successo commerciale film come Gomorra o altri prodotti del genere “gangster movie” quali Romanzo criminale e Vallanzasca - Gli angeli del male di Michele Placido.

Infine, voglio dedicare un ragionamento al tema dell’omertà sociale a partire dalla definizione tratta da un comune vocabolario: “l’omertà è la solidarietà col reo, è l’atteggiamento di ostinato silenzio teso a coprire reati di cui si viene direttamente o indirettamente a conoscenza”. Il termine è di origine incerta, forse riconducibile al latino humilitas, adottato poi nei dialetti meridionali e modificato in umirtà. Nel gergo mafioso chiunque infranga il principio dell’omertà è condannato come “infame”. Il codice dell’omertà costituisce dal punto di vista psicologico la difesa dell’onore del clan familiare, che impartisce ai suoi membri il culto della reticenza in quanto requisito della virilità. Dunque, la catena omertosa è una delle basi culturali su cui si regge il potere mafioso. Per estensione il codice omertoso si impone ovunque sia egemone una realtà mafiosa nella sua accezione più ampia, nel senso di un potere coercitivo e terroristico.

L’uso intelligente della parola può generare una rivolta contro l’omertà, ispirando un modello culturale retto su codici di comportamento non oscurantistici, ma antiautoritari. Personalmente credo nel diritto e nel potere della parola, inteso ed esercitato non solo come mezzo di comunicazione e denuncia, ma altresì come strumento di interpretazione e trasformazione rivoluzionaria del mondo. La parola racchiude in sé la forza per migliorare la nostra vita. Potenzialmente essa vale più di un pugno e può contribuire a spezzare le catene dell’oscurantismo e dell’indifferenza insite nel codice omertoso. Il linguaggio della verità può giovare alla causa della libertà e della giustizia sociale, violando situazioni o atteggiamenti che ci opprimono e ci indignano. La parola che testimonia un altro modo di vivere i rapporti umani improntati ai valori della solidarietà e della giustizia sociale, della libertà e della democrazia, è una modalità alternativa ed eversiva rispetto all’ordine oppressivo ed omertoso imposto dalla mafia.

Lucio Garofalo

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Ricevo e posto:


Cosa Nostra non è stata debellata con la cattura di Riina e Provenzano, braccati per anni e arrestati all’improvviso quando hanno dimostrato di essere antiquati. Quella che è definitivamente morta e sepolta in Sicilia è la mafia rurale e primitiva che è stata processata e condannata dalle inchieste di Falcone e Borsellino, uccisi dai sicari della cosca più sanguinaria, i Corleonesi. Oggi la mafia è più viva e potente che mai, non si è volatilizzata solo perché non terrorizza e non compie stragi per eliminare i suoi nemici.

La mafia evita di ammazzare perché ha scelto di non esporsi ad eventuali ritorsioni dello Stato, non vuole essere visibile per dare l’impressione di non esistere più, ma in realtà preferisce ripararsi dietro una facciata apparentemente più rispettabile e borghese. Ciò vuol dire che Cosa Nostra non esiste più? No. La mafia ha solo imparato a dissimularsi ma continua ad agire indisturbata. L’assetto mafioso si è riciclato in una veste nuova. La mafia arcaica ha subito una rivoluzione che ha prodotto una profonda mutazione antropologica, la stessa che Pasolini ha descritto a proposito della società consumistica.

Dunque, la mafia si è adeguata alla globalizzazione, trasformandosi in una holding company, un’impresa multinazionale che comanda un impero economico mondiale ed è oggi la prima azienda del capitalismo italiano, una compagnia imprenditoriale che vanta il più ricco volume d’affari del Paese. La mafia è una potente società finanziaria che potremmo chiamare Mafia S.p.A.: una Società per Azioni. Ma si tratta di azioni criminali, come criminale è l’apparato capitalistico nel suo insieme, le cui ricchezze sono di origine dubbia:“Dietro ogni grande fortuna economica si annida un crimine”, scriveva Honoré de Balzac. Questa dotta citazione serve a chiarire come la matrice originaria della proprietà privata, del grande capitale insito nelle rendite finanziarie, sia sempre illecita, sospetta e delittuosa, in quanto scaturisce da un misfatto precedente che è sempre iniquo e violento, un atto di espropriazione violenta del prodotto sociale, cioè del valore creato dal lavoro collettivo. La sostanza del capitalismo è di per sé criminale.

“Gli affari sono affari” per tutti gli affaristi, sia che si tratti di figure approvate socialmente, o di individui loschi e famigerati, cioè noti criminali. Belve sanguinarie o meno, delinquenti pregiudicati o meno, gli uomini d’affari sono sempre poco retti ed onesti, molto astuti e crudeli, cinici e spregiudicati per necessità, indole o vocazione.

Del resto, le mafie non sono altro che imprese criminose. La mafia è fondamentalmente un’organizzazione imprenditoriale che esercita i suoi affari e le sue operazioni illecite con uno scopo primario: il profitto economico. Per raggiungere il quale è disposta a servirsi dei mezzi più disonesti, ricorrendo anche al delitto più atroce e criminale. Per vincere la competizione delle società rivali è pronta a ricattare, a minacciare e corrompere, eliminando fisicamente i suoi avversari, alla stregua di altri gruppi imprenditoriali come le multinazionali che uccidono gli attivisti politici e sindacali che in America Latina o in Africa si oppongono alla loro ingerenza affaristica ed imperialistica.

In altri termini, il delitto appartiene all’intima natura dell’economia borghese in quanto componente intrinseca ad un ordine retto sul “libero mercato” e sulle ingiuste sperequazioni che ne derivano. La logica mafiosa è insita nella struttura del sistema dominante ovunque riesca ad insinuarsi il capitalismo. Ciò che eventualmente varia è il differente grado di“mafiosità”, cioè di aggressività terroristica dell’imprenditoria capitalista. C’è chi elimina direttamente i propri nemici, come nel caso delle “onorate società”, c’è chi invece impiega sistemi meno rozzi, ma altrettanto cinici e pericolosi.

Nel 2008 uscirono nelle sale cinematografiche due film che riscossero un notevole successo di critica e di pubblico: Gomorra e Il Divo. Cito questi film non per fare una recensione critica, ma per sollecitare una riflessione sugli aspetti assurdi e grotteschi insiti nella storia e nella struttura del potere in Italia. Un’intenzione ardita e forse velleitaria, che provo a spiegare con una domanda apparentemente provocatoria: qual è l’anello di congiunzione tra Gomorra e Il Divo? La risposta è facile: lo Stato, non lo Stato tout court, ma lo Stato italiano. Ma com’è nato storicamente lo Stato italiano?

Quest’anno ricorre il 150esimo anniversario della “unità d’Italia”. Ebbene, se pensiamo che il processo di unificazione nazionale si è realizzato nel corso delle guerre“risorgimentali” che furono imprese di annessione e conquista coloniale e che tale processo si deve essenzialmente all’iniziativa di tendenze cospirative che fanno capo alla massoneria e alla mafia, è inevitabile dedurre che lo Stato italiano è nato sotto l’egida di poteri occulti e malavitosi. Lo Stato italiano si regge tuttora sul connubio tra centri affaristici ed eversivi come mafia e massoneria. Lo Stato italiano è lo Stato massonico e mafioso per antonomasia. Esso è ufficialmente l’involucro che protegge il capitalismo di matrice massonica e mafiosa. Il capitalismo italiano è un sistema di accumulazione finanziaria che fa capo alle forze più occulte e reazionarie appartenenti alla borghesia nazionale e internazionale in grado di condizionare il destino della nostra società. Non è un caso che l’intreccio tra criminalità mafiosa e criminalità massonica sia sempre ricorrente nella nostra storia contemporanea. Non è un caso che riscuotano un notevole successo commerciale film come Gomorra o altri prodotti del genere “gangster movie” quali Romanzo criminale e Vallanzasca - Gli angeli del male di Michele Placido.

Infine, voglio dedicare un ragionamento al tema dell’omertà sociale a partire dalla definizione tratta da un comune vocabolario: “l’omertà è la solidarietà col reo, è l’atteggiamento di ostinato silenzio teso a coprire reati di cui si viene direttamente o indirettamente a conoscenza”. Il termine è di origine incerta, forse riconducibile al latino humilitas, adottato poi nei dialetti meridionali e modificato in umirtà. Nel gergo mafioso chiunque infranga il principio dell’omertà è condannato come “infame”. Il codice dell’omertà costituisce dal punto di vista psicologico la difesa dell’onore del clan familiare, che impartisce ai suoi membri il culto della reticenza in quanto requisito della virilità. Dunque, la catena omertosa è una delle basi culturali su cui si regge il potere mafioso. Per estensione il codice omertoso si impone ovunque sia egemone una realtà mafiosa nella sua accezione più ampia, nel senso di un potere coercitivo e terroristico.

L’uso intelligente della parola può generare una rivolta contro l’omertà, ispirando un modello culturale retto su codici di comportamento non oscurantistici, ma antiautoritari. Personalmente credo nel diritto e nel potere della parola, inteso ed esercitato non solo come mezzo di comunicazione e denuncia, ma altresì come strumento di interpretazione e trasformazione rivoluzionaria del mondo. La parola racchiude in sé la forza per migliorare la nostra vita. Potenzialmente essa vale più di un pugno e può contribuire a spezzare le catene dell’oscurantismo e dell’indifferenza insite nel codice omertoso. Il linguaggio della verità può giovare alla causa della libertà e della giustizia sociale, violando situazioni o atteggiamenti che ci opprimono e ci indignano. La parola che testimonia un altro modo di vivere i rapporti umani improntati ai valori della solidarietà e della giustizia sociale, della libertà e della democrazia, è una modalità alternativa ed eversiva rispetto all’ordine oppressivo ed omertoso imposto dalla mafia.

Lucio Garofalo

lunedì 28 febbraio 2011

Sky cancella lo speciale su 'Ndrangheta, affari e politica in Liguria, Emilia-Romagna e Piemonte?

Sky cancella lo speciale su 'Ndrangheta, affari & politica in Liguria, Emilia-Romagna e Piemonte?Pare proprio di sì... perché di mafia si deve parlare solo nell'ottica "criminale" e soprattutto se ne deve parlare come "puro" problema ordine pubblico... di fenomeno del sud, o anche magari della terra lombarda, ma se si vanno a toccare le "terre promesse" delle cosche, dove è palpabile che la 'ndrangheta è affari e politica, grande riciclaggio e voto di scambio, con una contiguità e complicità delle cosche assolutamente trasversali, coinvolgenti esponenti politici di centrodestra e centrosinistra, così come imprese e grandi cooperative, allora deve calare il silenzio...


Sino a ieri su Sky Tg24 andava in onda il promo dello speciale in due puntate 'NDRANGHETA, ULTIMA FERMATA A NORD sulle infiltrazioni negli appalti pubblici, condizionamento della politica, percezione del fenomeno da parte della gente... per capire che faccia ha la ndrangheta al Nord e quali sono i suoi affari. Programmazione ufficiale con primo appuntamento sulla LIGURIA per sabato 26 febbraio (ore 15:35 e replica alle 18.35) ed il secondo per sabato 5 marzo (sempre ore 15,35 e replica alle 18.35) su PIEMONTE ed EMILIA-ROMAGNA.

Poi ieri sera sul sito di SKY, nella programmazione tutto cambia, lo speciale sulla 'NDRANGHETA sparisce e compare quello sul Libano (manco la Libia)... Cosa sia successo non lo sappiamo, che la decisione di questo cambio sia della Direzione è scontato, solo il Direttore Responsabile può cambiare il palinsesto, decidere cosa mandare in onda e cosa invece oscurare. E pare proprio che lo speciale sulla 'NDRANGHETA, tra Liguria, Emilia-Romagna e Piemonte, con sguardo su affari e politica, sia stato deciso di oscurarlo.

Ecco che allora dovrebbe essere chiaro, ancora una volta, che se ci sono giornalisti che fanno il loro dovere per informare, ci sono anche Responsabili di emittenti e testate giornalistiche cosiddette "libere" che, invece, calpestano quel lavoro dei propri giornalisti ed il dovere di una libera informazione.
Non è il problema, come diciamo da tempo, delle trasmissioni "urlate" di opposizione al cosiddetto "regime" ma pienamente complementari (e quindi utili) allo stesso "regime", che urlando alla "censura" ma sono sempre in onda, è un problema più generale di una censura su fatti e realtà che alle due facce della stessa medaglia non è utile siano conosciute e che non a caso non viene tollerato vadano in onda!

PS
Un cambio di programma a poche ore dalla messa in onda, dopo la promozione dello stesso, non crediamo possa essere altro che un oscuramento. Diranno che è una questione tecnica o un semplice slittamento a data da destinarsi? Non lo sappiamo, e cosa (e chi) si è mosso per passare dal raccontare l'indicibile 'Ndrangheta al nord, col suo intreccio tra economia e politica, ad uno speciale sul Libano davvero vorremmo saperlo.

PS 2
Se invece è stato un errore tecnico, quello di cambiare la programmazione sul sito di SKY e stoppare il promo dello Speciale, allora la trasmissione andrà in onda regolamente... ma ci pare strano, inverosibile e curioso che una testata come SKY TG24 faccia confusione e non sappia più cosa manda in onda.

Fonte:Casa della legalità

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Sky cancella lo speciale su 'Ndrangheta, affari & politica in Liguria, Emilia-Romagna e Piemonte?Pare proprio di sì... perché di mafia si deve parlare solo nell'ottica "criminale" e soprattutto se ne deve parlare come "puro" problema ordine pubblico... di fenomeno del sud, o anche magari della terra lombarda, ma se si vanno a toccare le "terre promesse" delle cosche, dove è palpabile che la 'ndrangheta è affari e politica, grande riciclaggio e voto di scambio, con una contiguità e complicità delle cosche assolutamente trasversali, coinvolgenti esponenti politici di centrodestra e centrosinistra, così come imprese e grandi cooperative, allora deve calare il silenzio...


Sino a ieri su Sky Tg24 andava in onda il promo dello speciale in due puntate 'NDRANGHETA, ULTIMA FERMATA A NORD sulle infiltrazioni negli appalti pubblici, condizionamento della politica, percezione del fenomeno da parte della gente... per capire che faccia ha la ndrangheta al Nord e quali sono i suoi affari. Programmazione ufficiale con primo appuntamento sulla LIGURIA per sabato 26 febbraio (ore 15:35 e replica alle 18.35) ed il secondo per sabato 5 marzo (sempre ore 15,35 e replica alle 18.35) su PIEMONTE ed EMILIA-ROMAGNA.

Poi ieri sera sul sito di SKY, nella programmazione tutto cambia, lo speciale sulla 'NDRANGHETA sparisce e compare quello sul Libano (manco la Libia)... Cosa sia successo non lo sappiamo, che la decisione di questo cambio sia della Direzione è scontato, solo il Direttore Responsabile può cambiare il palinsesto, decidere cosa mandare in onda e cosa invece oscurare. E pare proprio che lo speciale sulla 'NDRANGHETA, tra Liguria, Emilia-Romagna e Piemonte, con sguardo su affari e politica, sia stato deciso di oscurarlo.

Ecco che allora dovrebbe essere chiaro, ancora una volta, che se ci sono giornalisti che fanno il loro dovere per informare, ci sono anche Responsabili di emittenti e testate giornalistiche cosiddette "libere" che, invece, calpestano quel lavoro dei propri giornalisti ed il dovere di una libera informazione.
Non è il problema, come diciamo da tempo, delle trasmissioni "urlate" di opposizione al cosiddetto "regime" ma pienamente complementari (e quindi utili) allo stesso "regime", che urlando alla "censura" ma sono sempre in onda, è un problema più generale di una censura su fatti e realtà che alle due facce della stessa medaglia non è utile siano conosciute e che non a caso non viene tollerato vadano in onda!

PS
Un cambio di programma a poche ore dalla messa in onda, dopo la promozione dello stesso, non crediamo possa essere altro che un oscuramento. Diranno che è una questione tecnica o un semplice slittamento a data da destinarsi? Non lo sappiamo, e cosa (e chi) si è mosso per passare dal raccontare l'indicibile 'Ndrangheta al nord, col suo intreccio tra economia e politica, ad uno speciale sul Libano davvero vorremmo saperlo.

PS 2
Se invece è stato un errore tecnico, quello di cambiare la programmazione sul sito di SKY e stoppare il promo dello Speciale, allora la trasmissione andrà in onda regolamente... ma ci pare strano, inverosibile e curioso che una testata come SKY TG24 faccia confusione e non sappia più cosa manda in onda.

Fonte:Casa della legalità

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venerdì 25 febbraio 2011

Angelo Manna - "Il Tormentone"1979 -Lezione di geografia


http://www.youtube.com/watch?v=wSX4Br6XBO0&feature=player_embedded

Audio tratto da una puntata della trasmissione "Il Tormentone" 1979.

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http://www.youtube.com/watch?v=wSX4Br6XBO0&feature=player_embedded

Audio tratto da una puntata della trasmissione "Il Tormentone" 1979.

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giovedì 24 febbraio 2011

B. per salvarsi aiuta le cosche

Di Umberto Lucentini


Dopo il Rubygate è partita un'offensiva senza precedenti contro la magistratura. "Il
nuovo tentativo di bloccare le intercettazioni è un oggettivo vantaggio per Cosa nostra». Le durissime parole del giudice antimafia Nino Di Matteo





















Dopo la decisione del gip di Milano di sottoporre Silvio Berlusconi al giudizio immediato per l'inchiesta sul Rubygate sono ripartiti gli attacchi alla magistratura e si torna a parlare di riforma della giustizia. L'inizio di una nuova guerra tra la politica e la magistratura? "L'Espresso" ne ha parlato con Nino Di Matteo, presidente dell'Anm di Palermo ma soprattutto pubblico ministero di tanti procedimenti antimafia.

Dottor Di Matteo, che cosa sta succedendo?
«Parlare di una guerra tra politica e magistratura non corrisponde a quanto vissuto in questi ultimi anni e oggi. Non abbiamo assistito né assistiamo a una guerra reciproca, ma ad una offensiva unilaterale, senza precedenti, violenta e sistematica di una parte consistente della politica contro la magistratura. Negli ultimi anni e oggi il controllo di legalità è stato visto come un ostacolo, forse l'ultimo da rimuovere nella pretesa dell'esercizio di un potere senza limiti e senza contrappesi».

Durante la cerimonia di apertura dell'anno giudiziario lei, come presidente dell'Anm di Palermo, ha sottolineato e criticato il silenzio del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, davanti agli attacchi del premier alle toghe...
«A fronte delle denigrazioni continue e delle definizioni dei magistrati come pazzi, deviati mentali, cancro della democrazia e del nostro sistema sociale, abbiamo constatato il silenzio di troppi esponenti istituzionali tra i quali – ma non soltanto - il ministro della Giustizia: da lui ci saremmo aspettati, in ossequio ad una cultura istituzionale, una presa di distanze rispetto a questa offensiva pericolosa e destabilizzante nei confronti della magistratura. Nei fatti, purtroppo, abbiamo sempre constatato il silenzio e l'adesione in ogni caso alla volontà e alle esternazioni del capo».

Il presidente del Consiglio e il ministro Alfano sono tornati nei giorni scorsi a parlare di riforma della giustizia e decreto intercettazioni...
«Purtroppo sembra che ciclicamente si ripropongano le stesse iniziative sulla base della stretta attualità. Tra queste la più pericolosa ed esiziale per le indagini in terra di mafia è quella sulle intercettazioni. I magistrati applicheranno sempre la legge che ha voluto il Parlamento. Ma credo che chi vive e opera in Sicilia - dove tanti nostri colleghi sono stati uccisi perché credevano nel loro lavoro – ha un dovere etico e civile di denunciare prima ciò che accadrebbe in caso di approvazione della legge come viene prospettata. Le modifiche costituiscono un oggettivo vantaggio per la mafia per il silenzio imposto all'informazione come i boss hanno sempre auspicato. I mafiosi hanno sempre desiderato che non vengano pubblicate le loro conversazioni intercettate, che l'opinione pubblica non conosca nulla delle infiltrazioni mafiose in economia, in politica, nella pubblica amministrazione. Ci sarebbe poi un danno diretto per l'efficacia della repressione, soprattutto in relazione ai reati dei colletti bianchi mafiosi. Fatti che spesso si è riusciti a scoprire partendo da ipotesi di reato contro la pubblica amministrazione. Se la legge sulle intercettazioni venisse approvata non sarebbe più consentito disporre intercettazioni per quelle ipotesi di reato».

Ma voi magistrati parlate di rischi immediati per la collettività...
«L'approvazione della legge comporterebbe un ampliamento inaccettabile di sacche di impunità e il dilagare ulteriore di fenomeni corruttivi e dell'intreccio mafioso-politico- economico. Ecco perché dobbiamo denunciare oggi questo pericolo: perché domani non si addebitino alla magistratura o alle forze di polizia le colpe del dilagare della criminalità».

Denunciate anche il rischio del ritorno della strategia stragista di pezzi di Cosa nostra in combutta con poteri deviati dello Stato...
«L'analisi del passato evidenzia come proprio in periodi di massima confusione politica si sono verificati episodi criminali e stragisti che hanno visto insieme Cosa nostra e altre forze criminali per destabilizzare ulteriormente il quadro politico-istituzionale e favorire il consolidamento di nuovi assetti. C'è un ulteriore rischio, che si avverte particolarmente in terra di mafia. La continua offensiva denigratoria, di fatto contribuisce a creare un pericolosissimo isolamento nel tessuto sociale della magistratura. E lo sappiamo bene perché lo abbiamo imparato sulla nostra pelle: l'isolamento della magistratura o di singoli magistrati contribuisce a rendere fertile il terreno alla criminalità organizzata per omicidi o attenti in danno di giudici».


Voi magistrati "esternate" troppo, sostiene chi non vi ama, dicendo che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlavano tramite le indagini e non le interviste...
«In troppi sbandierano il vessillo della memoria di Falcone e Borsellino anche dimenticando o - ne sono convinto – fingendo di dimenticare, un dato essenziale: il coraggio, la forza, la chiarezza delle denunce pubbliche che Falcone e Borsellino non esitarono a gridare con forza quando avvertirono il pericolo di un affievolimento di impegno dello Stato contro la mafia. Borsellino rischiò anche un procedimento disciplinare proprio per la chiarezza delle sue denunce pubbliche anche attraverso interviste giornalistiche. Ritenne però Borsellino che in certi momenti e in certe situazioni il magistrato abbia anche il dovere, oltre che il diritto, di parlare in modo chiaro. Credo che quello che stiamo vivendo sia un momento in cui si impone il coraggio e la chiarezza di prese di posizione eventualmente anche scomode».

La giunta distrettuale di Palermo dell'Anm, di cui lei è presidente, sta proponendo a livello nazionale un codice di autoregolamentazione che ha un obiettivo: creare una serie di norme che limitino il rischio che i magistrati possano apparire non indipendenti rispetto alla politica.
«Lo spirito che ha animato i lavori della giunta distrettuale, e dell'assemblea che ha approvato il documento, è legato alla contingenza storica. In un momento come questo in cui è messa in pericolo dall'esterno la nostra autonomia e indipendenza, vogliamo coltivare ed esaltare questi valori costituzionali. Per fare ciò vogliamo impegnarci non solo ad essere imparziali ma anche ad apparire tali agli occhi dei cittadini. Per questo motivo il documento si propone di stimolare il dibattito per porre paletti più alti nel passaggio dalla funzione giurisdizionale a incarichi di tipo politico e soprattutto nel percorso eventuale di ritorno alla giurisdizione da pare di chi ha avuto incarichi o funzioni politiche».

Due esempi di questi paletti?
«Si preveda che il magistrato non possa candidarsi o peggio accettare incarichi politici non elettivi nel territorio in cui ha esercitato la sua funzione di giudice o di pubblico ministero. E che chi ha terminato un incarico politico non possa tornare a svolgere le funzioni di magistrato nel territorio dove ha svolto le funzioni politiche. E' il nostro, ulteriore contributo, per difendere l'autonomia e l'indipendenza della magistratura da chi vuole comprometterla».


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Di Umberto Lucentini


Dopo il Rubygate è partita un'offensiva senza precedenti contro la magistratura. "Il
nuovo tentativo di bloccare le intercettazioni è un oggettivo vantaggio per Cosa nostra». Le durissime parole del giudice antimafia Nino Di Matteo





















Dopo la decisione del gip di Milano di sottoporre Silvio Berlusconi al giudizio immediato per l'inchiesta sul Rubygate sono ripartiti gli attacchi alla magistratura e si torna a parlare di riforma della giustizia. L'inizio di una nuova guerra tra la politica e la magistratura? "L'Espresso" ne ha parlato con Nino Di Matteo, presidente dell'Anm di Palermo ma soprattutto pubblico ministero di tanti procedimenti antimafia.

Dottor Di Matteo, che cosa sta succedendo?
«Parlare di una guerra tra politica e magistratura non corrisponde a quanto vissuto in questi ultimi anni e oggi. Non abbiamo assistito né assistiamo a una guerra reciproca, ma ad una offensiva unilaterale, senza precedenti, violenta e sistematica di una parte consistente della politica contro la magistratura. Negli ultimi anni e oggi il controllo di legalità è stato visto come un ostacolo, forse l'ultimo da rimuovere nella pretesa dell'esercizio di un potere senza limiti e senza contrappesi».

Durante la cerimonia di apertura dell'anno giudiziario lei, come presidente dell'Anm di Palermo, ha sottolineato e criticato il silenzio del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, davanti agli attacchi del premier alle toghe...
«A fronte delle denigrazioni continue e delle definizioni dei magistrati come pazzi, deviati mentali, cancro della democrazia e del nostro sistema sociale, abbiamo constatato il silenzio di troppi esponenti istituzionali tra i quali – ma non soltanto - il ministro della Giustizia: da lui ci saremmo aspettati, in ossequio ad una cultura istituzionale, una presa di distanze rispetto a questa offensiva pericolosa e destabilizzante nei confronti della magistratura. Nei fatti, purtroppo, abbiamo sempre constatato il silenzio e l'adesione in ogni caso alla volontà e alle esternazioni del capo».

Il presidente del Consiglio e il ministro Alfano sono tornati nei giorni scorsi a parlare di riforma della giustizia e decreto intercettazioni...
«Purtroppo sembra che ciclicamente si ripropongano le stesse iniziative sulla base della stretta attualità. Tra queste la più pericolosa ed esiziale per le indagini in terra di mafia è quella sulle intercettazioni. I magistrati applicheranno sempre la legge che ha voluto il Parlamento. Ma credo che chi vive e opera in Sicilia - dove tanti nostri colleghi sono stati uccisi perché credevano nel loro lavoro – ha un dovere etico e civile di denunciare prima ciò che accadrebbe in caso di approvazione della legge come viene prospettata. Le modifiche costituiscono un oggettivo vantaggio per la mafia per il silenzio imposto all'informazione come i boss hanno sempre auspicato. I mafiosi hanno sempre desiderato che non vengano pubblicate le loro conversazioni intercettate, che l'opinione pubblica non conosca nulla delle infiltrazioni mafiose in economia, in politica, nella pubblica amministrazione. Ci sarebbe poi un danno diretto per l'efficacia della repressione, soprattutto in relazione ai reati dei colletti bianchi mafiosi. Fatti che spesso si è riusciti a scoprire partendo da ipotesi di reato contro la pubblica amministrazione. Se la legge sulle intercettazioni venisse approvata non sarebbe più consentito disporre intercettazioni per quelle ipotesi di reato».

Ma voi magistrati parlate di rischi immediati per la collettività...
«L'approvazione della legge comporterebbe un ampliamento inaccettabile di sacche di impunità e il dilagare ulteriore di fenomeni corruttivi e dell'intreccio mafioso-politico- economico. Ecco perché dobbiamo denunciare oggi questo pericolo: perché domani non si addebitino alla magistratura o alle forze di polizia le colpe del dilagare della criminalità».

Denunciate anche il rischio del ritorno della strategia stragista di pezzi di Cosa nostra in combutta con poteri deviati dello Stato...
«L'analisi del passato evidenzia come proprio in periodi di massima confusione politica si sono verificati episodi criminali e stragisti che hanno visto insieme Cosa nostra e altre forze criminali per destabilizzare ulteriormente il quadro politico-istituzionale e favorire il consolidamento di nuovi assetti. C'è un ulteriore rischio, che si avverte particolarmente in terra di mafia. La continua offensiva denigratoria, di fatto contribuisce a creare un pericolosissimo isolamento nel tessuto sociale della magistratura. E lo sappiamo bene perché lo abbiamo imparato sulla nostra pelle: l'isolamento della magistratura o di singoli magistrati contribuisce a rendere fertile il terreno alla criminalità organizzata per omicidi o attenti in danno di giudici».


Voi magistrati "esternate" troppo, sostiene chi non vi ama, dicendo che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlavano tramite le indagini e non le interviste...
«In troppi sbandierano il vessillo della memoria di Falcone e Borsellino anche dimenticando o - ne sono convinto – fingendo di dimenticare, un dato essenziale: il coraggio, la forza, la chiarezza delle denunce pubbliche che Falcone e Borsellino non esitarono a gridare con forza quando avvertirono il pericolo di un affievolimento di impegno dello Stato contro la mafia. Borsellino rischiò anche un procedimento disciplinare proprio per la chiarezza delle sue denunce pubbliche anche attraverso interviste giornalistiche. Ritenne però Borsellino che in certi momenti e in certe situazioni il magistrato abbia anche il dovere, oltre che il diritto, di parlare in modo chiaro. Credo che quello che stiamo vivendo sia un momento in cui si impone il coraggio e la chiarezza di prese di posizione eventualmente anche scomode».

La giunta distrettuale di Palermo dell'Anm, di cui lei è presidente, sta proponendo a livello nazionale un codice di autoregolamentazione che ha un obiettivo: creare una serie di norme che limitino il rischio che i magistrati possano apparire non indipendenti rispetto alla politica.
«Lo spirito che ha animato i lavori della giunta distrettuale, e dell'assemblea che ha approvato il documento, è legato alla contingenza storica. In un momento come questo in cui è messa in pericolo dall'esterno la nostra autonomia e indipendenza, vogliamo coltivare ed esaltare questi valori costituzionali. Per fare ciò vogliamo impegnarci non solo ad essere imparziali ma anche ad apparire tali agli occhi dei cittadini. Per questo motivo il documento si propone di stimolare il dibattito per porre paletti più alti nel passaggio dalla funzione giurisdizionale a incarichi di tipo politico e soprattutto nel percorso eventuale di ritorno alla giurisdizione da pare di chi ha avuto incarichi o funzioni politiche».

Due esempi di questi paletti?
«Si preveda che il magistrato non possa candidarsi o peggio accettare incarichi politici non elettivi nel territorio in cui ha esercitato la sua funzione di giudice o di pubblico ministero. E che chi ha terminato un incarico politico non possa tornare a svolgere le funzioni di magistrato nel territorio dove ha svolto le funzioni politiche. E' il nostro, ulteriore contributo, per difendere l'autonomia e l'indipendenza della magistratura da chi vuole comprometterla».


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venerdì 18 febbraio 2011

"La mafia è viva e prospera in un Nord senza autodifese"

Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il magistrato ucciso dalla mafia, è stato ospite ad Aosta e ha discusso dei rischi per il nostro Paese

AOSTA. «Scappare non serve a niente. A 27 anni fuggii da Palermo per stabilirmi nel milanese: non volevo crescere una famiglia in una società oppressa dalla mafia. Con l'uccisione di mio fratello e dei suoi cinque agenti di scorta capii di aver fatto una scelta egoistica. E quando i flussi finanziari delle cosche iniziarono a prendere possesso anche dell'economia brianzola, compresi che scappare non era servito a niente». Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il magistrato ucciso dalla mafia il 19 luglio del 1992 nella strage di via d'Amelio, è stato ospite sabato sera ad Aosta. L'occasione è stata la conferenza - intitolata «Il fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo dell'indifferenza e della complicità» organizzata al teatro Saint-Martin dall'Associazione valdostana albero di Zaccheo, Libera Valle d'Aosta e Azione cattolica di Aosta. Moderata dal giornalista Daniele Mammoliti, la serata ha visto la partecipazione di molti ragazzi degli oratori dell'Immacolata e di Saint-Martin, impegnati già nel pomeriggio in attività ludico-ricreative aventi per tema la legalità.

La mafia al Nord. «Dal secondo dopoguerra Puglia, Sicilia, Calabria e Campania sono state abbandonate dallo Stato e lasciate in mano alle mafie locali, diventando un utile serbatoio di voti per i governanti di tutti questi anni. Ora però le cosche non si occupano più soltanto di traffici illeciti nei propri paesi ma prosperano al Nord grazie alla gestione di appalti e a investimenti fruttuosi. Quando però gli interessi vengono meno - ha aggiunto il fratello del magistrato - queste imprese chiudono, lasciando a casa anche persone di 50 anni. E restare disoccupati a quell'età è solo un modo diverso di morire». Ad aggravare il quadro si aggiunge, secondo Salvatore Borsellino, «l'atteggiamento di molte autorità pubbliche che nelle province settentrionali continuano a negare l'esistenza stessa di presenza malavitose. Un po' come, solo pochi decenni fa, a Palermo si dava del comunista a chi asseriva l'esistenza di Cosa nostra».

Autorità del Nord che a detta del fratello del magistrato vengono spesso smentite nei fatti: «Grazie ai filmati degli inquirenti si è scoperto che dei 304 'ndranghetisti arrestati l'estate scorsa, molti si riunivano nella provincia milanese, intorno ai tavoli di un circolo che io stesso avevo inaugurato qualche mese prima. E che era stato dedicato proprio alla memoria di Giovanni Falcone e di Paolo».

L'assenza di autodifese nel Settentrione per Salvatore Borsellino «è tale da rendere molto semplice alle cosche l'immissione sul mercato di denaro da riciclare, ben accetto soprattutto in momenti di stretta finanziaria come quello attuale».

L'agenda rossa. L'agenda di Paolo Borsellino, scomparsa dopo la strage, è diventata un emblema della lotta alla mafia e un motivo di riscatto per Salvatore: «Difficilmente l'agenda rossa ricomparirà. Ciò che mio fratello scrisse in quelle pagine è ancora oggetto di ricatti incrociati tra diverse figure istituzionali del Paese. Se venisse fuori, lo Stato dovrebbe porre se stesso sotto processo».

In merito all'attualità politica, il fratello del magistrato ha spiegato che a suo parere «lo stragismo non è un pericolo del tutto esaurito per l'Italia. Alcune parti in gioco potrebbero farvi ricorso per stabilizzare una situazione che non da' sufficienti garanzie. Come accadde nel '92».

La rabbia e la commozione. La rabbia e un po' di commozione hanno accompagnato Salvatore Borsellino durante tutta la serata. Raccontando il fratello Paolo e discutendo di legalità, pace e libertà ha invitato i giovani a impegnarsi nella vita, a studiare e a combattere ogni fenomeno assimilabile a quelli mafiosi: «Mio fratello diceva che i ragazzi posseggono ciò che noi nemmeno immaginiamo: la speranza. E che la lotta alla mafia non è repressione ma formazione culturale, che si fa nelle scuole e negli oratori. E che si vince prima di tutto dentro se stessi».

La rabbia è per un Paese «in cui non si sa più distinguere la legalità dall'illegalità, in cui si dice che Mangano è un eroe e la parola libertà, impiegata a sproposito, viene svuotata di ogni suo significato. E che sta rendendo assuefatti anche all'eventualità che su dei clandestini si possa sparare. Come se gli italiani non fossero mai stati un popolo di migranti».

La commozione, a volte non celata, è per il ricordo del fratello Paolo «che amava la vita, la sua terra, stare in mezzo ai giovani e scherzare con loro. Ma anche e soprattutto la sua famiglia: nei suoi ultimi giorni, quando capì che il proprio destino era ormai segnato, pensò di non manifestare troppo affetto nei confronti dei suoi cari. Per evitare, una volta scomparso, di mancare loro ancor di più».

Thierry Pronesti


Fonte:Aosta Oggi


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Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il magistrato ucciso dalla mafia, è stato ospite ad Aosta e ha discusso dei rischi per il nostro Paese

AOSTA. «Scappare non serve a niente. A 27 anni fuggii da Palermo per stabilirmi nel milanese: non volevo crescere una famiglia in una società oppressa dalla mafia. Con l'uccisione di mio fratello e dei suoi cinque agenti di scorta capii di aver fatto una scelta egoistica. E quando i flussi finanziari delle cosche iniziarono a prendere possesso anche dell'economia brianzola, compresi che scappare non era servito a niente». Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il magistrato ucciso dalla mafia il 19 luglio del 1992 nella strage di via d'Amelio, è stato ospite sabato sera ad Aosta. L'occasione è stata la conferenza - intitolata «Il fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo dell'indifferenza e della complicità» organizzata al teatro Saint-Martin dall'Associazione valdostana albero di Zaccheo, Libera Valle d'Aosta e Azione cattolica di Aosta. Moderata dal giornalista Daniele Mammoliti, la serata ha visto la partecipazione di molti ragazzi degli oratori dell'Immacolata e di Saint-Martin, impegnati già nel pomeriggio in attività ludico-ricreative aventi per tema la legalità.

La mafia al Nord. «Dal secondo dopoguerra Puglia, Sicilia, Calabria e Campania sono state abbandonate dallo Stato e lasciate in mano alle mafie locali, diventando un utile serbatoio di voti per i governanti di tutti questi anni. Ora però le cosche non si occupano più soltanto di traffici illeciti nei propri paesi ma prosperano al Nord grazie alla gestione di appalti e a investimenti fruttuosi. Quando però gli interessi vengono meno - ha aggiunto il fratello del magistrato - queste imprese chiudono, lasciando a casa anche persone di 50 anni. E restare disoccupati a quell'età è solo un modo diverso di morire». Ad aggravare il quadro si aggiunge, secondo Salvatore Borsellino, «l'atteggiamento di molte autorità pubbliche che nelle province settentrionali continuano a negare l'esistenza stessa di presenza malavitose. Un po' come, solo pochi decenni fa, a Palermo si dava del comunista a chi asseriva l'esistenza di Cosa nostra».

Autorità del Nord che a detta del fratello del magistrato vengono spesso smentite nei fatti: «Grazie ai filmati degli inquirenti si è scoperto che dei 304 'ndranghetisti arrestati l'estate scorsa, molti si riunivano nella provincia milanese, intorno ai tavoli di un circolo che io stesso avevo inaugurato qualche mese prima. E che era stato dedicato proprio alla memoria di Giovanni Falcone e di Paolo».

L'assenza di autodifese nel Settentrione per Salvatore Borsellino «è tale da rendere molto semplice alle cosche l'immissione sul mercato di denaro da riciclare, ben accetto soprattutto in momenti di stretta finanziaria come quello attuale».

L'agenda rossa. L'agenda di Paolo Borsellino, scomparsa dopo la strage, è diventata un emblema della lotta alla mafia e un motivo di riscatto per Salvatore: «Difficilmente l'agenda rossa ricomparirà. Ciò che mio fratello scrisse in quelle pagine è ancora oggetto di ricatti incrociati tra diverse figure istituzionali del Paese. Se venisse fuori, lo Stato dovrebbe porre se stesso sotto processo».

In merito all'attualità politica, il fratello del magistrato ha spiegato che a suo parere «lo stragismo non è un pericolo del tutto esaurito per l'Italia. Alcune parti in gioco potrebbero farvi ricorso per stabilizzare una situazione che non da' sufficienti garanzie. Come accadde nel '92».

La rabbia e la commozione. La rabbia e un po' di commozione hanno accompagnato Salvatore Borsellino durante tutta la serata. Raccontando il fratello Paolo e discutendo di legalità, pace e libertà ha invitato i giovani a impegnarsi nella vita, a studiare e a combattere ogni fenomeno assimilabile a quelli mafiosi: «Mio fratello diceva che i ragazzi posseggono ciò che noi nemmeno immaginiamo: la speranza. E che la lotta alla mafia non è repressione ma formazione culturale, che si fa nelle scuole e negli oratori. E che si vince prima di tutto dentro se stessi».

La rabbia è per un Paese «in cui non si sa più distinguere la legalità dall'illegalità, in cui si dice che Mangano è un eroe e la parola libertà, impiegata a sproposito, viene svuotata di ogni suo significato. E che sta rendendo assuefatti anche all'eventualità che su dei clandestini si possa sparare. Come se gli italiani non fossero mai stati un popolo di migranti».

La commozione, a volte non celata, è per il ricordo del fratello Paolo «che amava la vita, la sua terra, stare in mezzo ai giovani e scherzare con loro. Ma anche e soprattutto la sua famiglia: nei suoi ultimi giorni, quando capì che il proprio destino era ormai segnato, pensò di non manifestare troppo affetto nei confronti dei suoi cari. Per evitare, una volta scomparso, di mancare loro ancor di più».

Thierry Pronesti


Fonte:Aosta Oggi


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