lunedì 14 febbraio 2011

Ogni 43 minuti avviene un crimine ambientale: ma, il reato, non esiste

Il numero delle violazioni in materia di tutela ambientale, salute e sicurezza dei lavoratori e dei cittadini è altissimo, uno ogni 43 minuti. "Eravamo in una situazione di emergenza. Avevamo due alternative: lasciare il percolato in discarica, oppure conferire nei depuratori. Ma nel primo caso avremmo corso seriamente il rischio di inquinare le falde acquifere e i campi". Così Generoso Schiavone ha motivato la scelta di scaricare smaltire negli impianti di depurazione il rifiuto liquido prodotto dagli sversatoi della regione Campania. Adesso è in cella, ma non è detto ci resti: nel nostro ordinamento giuridico manca un reato fondamentale, quello del disastro ambientale, dell'attentato alla salute pubblica. "Avevamo poco tempo a disposizione il percolato rischiava di tracimare dalle discariche inquinando i terreni e le falde e per questo fu deciso di predisporre il conferimento nei depuratori". II rendiconto di un ventennio di gestione dell’emergenza rifiuti in Campania cambia sta per subire un cambiamento. Oggi forse la delibera, un Opcm: ordinanza del presidente del Consiglio dei ministri. Ancora una volta il potere esecutivo e decisionale non passerà attraverso la Camera ma sarà oggetto esclusivo di un solo uomo,Silvio Berlusconi. Con questa deliberà, uno dei passaggi più torbidi e meschini della storia della contabilità degli anni di emergenza rifiuti a Napoli, non verrà più assicurata da un’autorità indipendente, ma, da un organismo legato profondamente a chi di quelle entrate e di quelle spese era direttamente responsabile. Come se una azienda invece di ricorrere ad un revisore esterno si controllasse da sola. A turbare gli animi di chi lotta contro questi scempi sono i continui titoli di arresti e di inchieste sulla Campania che quasi ogni giorno riempiono i notiziari. «Logiche gestionali e contabili piuttosto sommarie, una gestione amministrativo-finanziaria poco attenta alla verifica dei presupposti dei pagamenti», una considerazione della Corte dei Conti sulla gestione 1994\2009.

Quando al generale Morelli, oltre un anno fa, veniva affidata la responsabilità dell’«unità operativa», cioè, quando all'esercito veniva ordinato di piazzarsi a guardia delle discariche e degli impianti di smaltimento in realtà veniva posto sotto il segreto di Stato la rendicontazione, della massa inestricabile di debiti e crediti oltre che dell'intera gestione rifiuti; raccolta e smaltimento, depurazione e sicurezza. L'esercito ha, e - non aveva - , il compito di proteggere l'illegale esercizio dei re delle multinazionali. Non è un caso se una proroga di sei mesi alla missione fosse stata prevista fin dall’inizio. Al loro posto, l’Opcm di domani potrebbe chiamare un’autorità prefettizia o un vice del capo della Protezione civile Franco Gabrielli: lo si capirà solo a ordinanza firmata dal premier. La Corte dei conti parla di «omessa presentazione della documentazione della spesa sostenuta nel 2006 per 5o milioni di euro» alla Fibe Campania Spa (gruppo Impregilo). La Corte sostiene che la Ragioneria dello Stato avrebbe «ricusato il visto all’utilizzo di somme» per circa 3o milioni. 155 milioni del periodo gennaio 2007-giugno 2008 per i quali a ottobre 2010 mancavano ancora «i rendiconti amministrativi». «Con la cessazione dello stato di emergenza — scrivono — emergerà in tutta la sua evidenza l’irragionevole duplicazione dei costi». Possibile che la Corte dei Conti soltanto ora prenda coscienza di quanto avvenuto dal 1994 ad oggi? Il punto è un altro; la possibilità, per un Presidente del Consiglio, di varare, mutare, prorogare, modificare leggi e decreti con il solo scopo di boicottare il corso della giustizia, dare ai magistrati collusi i faldoni che scottano, porre il Segreto di stato solo per scacciare la magistratura, tutto questo senza dover passare per la Camera. Per non parlare di quel buco giuridico che assicura ai terroristi dell'ambiente e della salute pubblica di contaminare e uccidere rischiando solo piccole sanzioni e nessuna onta sulla fedina penale. Ancora una volta i poteri straordinari, come nel caso dello scandalo della Protezione Civile, invece che servire per risolvere un’emergenza pur con corsie preferenziali, ma comunque nel rispetto delle regole, rischiano di trasformarsi essi stessi in una “Emergenza per la Legalità” – lo ha dichiarato Stefano Leoni, Presidente del WWF Italia. Questi rappresentati dello Stato più di qualsiasi altro pubblico amministratore avrebbero dovuto tenere un comportamento irreprensibile mentre siamo costretti a rilevare che i reati contestati sono gravissimi e dimostrano quanto sia fondamentale il ruolo della Magistratura nella difesa dell’ambiente e della salute dei cittadini. Il WWF ricorda il processo madre del caso rifiuti in Campania, ovvero, il maxi-processo, tuttora pendente, che dal 2008 vede sul banco degli imputati dell’aula bunker del Tribunale di Napoli nomi di spicco del panorama politico-economico italiano i quali, devono rispondere della gestione illecita ed inefficace in materia di rifiuti. Un processo destinato a durare anni tanti sono gli imputati e le carte da controllare e prendere in esame, si è solo al primo grado.

Eppure, mentre questi nomi di spicco del panorama politico – imprenditoriale sono accusati di reati gravissimi le loro multinazionali ancora gestiscono e comandano tutta la filiera dei rifiuti in Campania e non solo. Hanno e vincono appalti ovunque: gestiscono i territori, costruiscono strutture quali inceneritori e compostaggio, allestiscono e gestiscono depuratori e società per le bonifiche. Chiamati a svolgere un servizio per la collettività con i soldi dei contribuenti, dietro le loro S.P.A., stanno devastando un patrimonio paesaggistico immenso, oltre ad aver dato la morte a migliaia di cittadini e ad ucciderne altrettanti con la loro spregiudicata, criminale, gestione. «La Hydrogest sta causando un disastro ambientale, il 30-40% dei fanghi viene sversato direttamente in mare». «Gli impianti fanno schifo e pure la depurazione». «Foce Regi Lagni ha buttato a mare tonnellate di merda al giorno». «Diciamo che il prodotto ha un odore molto disgustoso, però non abbiamo trovato un indice di inquinamento da farlo ritenere pericoloso». Queste le frasi incriminate attribuite ai gestori dell' emergenza rifiuti. I magistrati nell'ordinanza scrivono: «Anche il Commissario straordinario all’emergenza rifiuti Guido Bertolaso e il suo vice Marta Di Gennaro avevano consapevolezza della problematica del percolato, e tuttavia lo gestivano con assoluta sufficienza, e soprattutto in dispregio di ogni regola». Tutti sapevano e sanno cosa sta avvenendo non solo in Campania; guardate a Porto Torres, guardate a Taranto con l'Ilva, guardate a Brescia con la sua Acciaieria. Tutta Italia grazie ai straordinari poteri del Consiglio dei Ministri, grazie alla setta di Confindustria, grazie alla Federmeccanica e altre organizzazioni a gruppo chiuso, sta subendo un brutale attacco. Con la loro artiglieria pesante, fatta di poteri, soldi e clientelismo, ci hanno condannato a morte e hanno condannato le generazioni a venire. Di chi sono le multinazionali, le acciaierie, le fabbriche della morte, le grandi industrie e cliniche; chi costruisce ponti, autostrade, ferrovie, chi ha il potere di scavalcare la legge? Chi dello Stato si serve e non lo difende. Occupanti abusivi di poltrone e ruoli usati per incrementare poteri e soldi, senza un briciolo di umanità, questi si che sono da definirsi dei terroristi e come tali devono essere processati. È una verità, una di quelle poche verità che quasi, davanti a tanta incertezza e confusione per il futuro, rasserenano, come fosse un punto dal quale ripartire alla conquista di una Nazione massacrata sotto ogni punto di vista: morale, sociale, politico, giuridico. Non importa da che punto la si guardi questa Italia, poiché un grido di allarme giunge forte e chiaro da ogni lato. E allora afferriamo questa verità, impugniamola come fosse la spada di Artù e partiamo alla conquista della legalità, garante di ogni democrazia e diritto umano.

Fonte:Agoravox

.

Leggi tutto »

Il numero delle violazioni in materia di tutela ambientale, salute e sicurezza dei lavoratori e dei cittadini è altissimo, uno ogni 43 minuti. "Eravamo in una situazione di emergenza. Avevamo due alternative: lasciare il percolato in discarica, oppure conferire nei depuratori. Ma nel primo caso avremmo corso seriamente il rischio di inquinare le falde acquifere e i campi". Così Generoso Schiavone ha motivato la scelta di scaricare smaltire negli impianti di depurazione il rifiuto liquido prodotto dagli sversatoi della regione Campania. Adesso è in cella, ma non è detto ci resti: nel nostro ordinamento giuridico manca un reato fondamentale, quello del disastro ambientale, dell'attentato alla salute pubblica. "Avevamo poco tempo a disposizione il percolato rischiava di tracimare dalle discariche inquinando i terreni e le falde e per questo fu deciso di predisporre il conferimento nei depuratori". II rendiconto di un ventennio di gestione dell’emergenza rifiuti in Campania cambia sta per subire un cambiamento. Oggi forse la delibera, un Opcm: ordinanza del presidente del Consiglio dei ministri. Ancora una volta il potere esecutivo e decisionale non passerà attraverso la Camera ma sarà oggetto esclusivo di un solo uomo,Silvio Berlusconi. Con questa deliberà, uno dei passaggi più torbidi e meschini della storia della contabilità degli anni di emergenza rifiuti a Napoli, non verrà più assicurata da un’autorità indipendente, ma, da un organismo legato profondamente a chi di quelle entrate e di quelle spese era direttamente responsabile. Come se una azienda invece di ricorrere ad un revisore esterno si controllasse da sola. A turbare gli animi di chi lotta contro questi scempi sono i continui titoli di arresti e di inchieste sulla Campania che quasi ogni giorno riempiono i notiziari. «Logiche gestionali e contabili piuttosto sommarie, una gestione amministrativo-finanziaria poco attenta alla verifica dei presupposti dei pagamenti», una considerazione della Corte dei Conti sulla gestione 1994\2009.

Quando al generale Morelli, oltre un anno fa, veniva affidata la responsabilità dell’«unità operativa», cioè, quando all'esercito veniva ordinato di piazzarsi a guardia delle discariche e degli impianti di smaltimento in realtà veniva posto sotto il segreto di Stato la rendicontazione, della massa inestricabile di debiti e crediti oltre che dell'intera gestione rifiuti; raccolta e smaltimento, depurazione e sicurezza. L'esercito ha, e - non aveva - , il compito di proteggere l'illegale esercizio dei re delle multinazionali. Non è un caso se una proroga di sei mesi alla missione fosse stata prevista fin dall’inizio. Al loro posto, l’Opcm di domani potrebbe chiamare un’autorità prefettizia o un vice del capo della Protezione civile Franco Gabrielli: lo si capirà solo a ordinanza firmata dal premier. La Corte dei conti parla di «omessa presentazione della documentazione della spesa sostenuta nel 2006 per 5o milioni di euro» alla Fibe Campania Spa (gruppo Impregilo). La Corte sostiene che la Ragioneria dello Stato avrebbe «ricusato il visto all’utilizzo di somme» per circa 3o milioni. 155 milioni del periodo gennaio 2007-giugno 2008 per i quali a ottobre 2010 mancavano ancora «i rendiconti amministrativi». «Con la cessazione dello stato di emergenza — scrivono — emergerà in tutta la sua evidenza l’irragionevole duplicazione dei costi». Possibile che la Corte dei Conti soltanto ora prenda coscienza di quanto avvenuto dal 1994 ad oggi? Il punto è un altro; la possibilità, per un Presidente del Consiglio, di varare, mutare, prorogare, modificare leggi e decreti con il solo scopo di boicottare il corso della giustizia, dare ai magistrati collusi i faldoni che scottano, porre il Segreto di stato solo per scacciare la magistratura, tutto questo senza dover passare per la Camera. Per non parlare di quel buco giuridico che assicura ai terroristi dell'ambiente e della salute pubblica di contaminare e uccidere rischiando solo piccole sanzioni e nessuna onta sulla fedina penale. Ancora una volta i poteri straordinari, come nel caso dello scandalo della Protezione Civile, invece che servire per risolvere un’emergenza pur con corsie preferenziali, ma comunque nel rispetto delle regole, rischiano di trasformarsi essi stessi in una “Emergenza per la Legalità” – lo ha dichiarato Stefano Leoni, Presidente del WWF Italia. Questi rappresentati dello Stato più di qualsiasi altro pubblico amministratore avrebbero dovuto tenere un comportamento irreprensibile mentre siamo costretti a rilevare che i reati contestati sono gravissimi e dimostrano quanto sia fondamentale il ruolo della Magistratura nella difesa dell’ambiente e della salute dei cittadini. Il WWF ricorda il processo madre del caso rifiuti in Campania, ovvero, il maxi-processo, tuttora pendente, che dal 2008 vede sul banco degli imputati dell’aula bunker del Tribunale di Napoli nomi di spicco del panorama politico-economico italiano i quali, devono rispondere della gestione illecita ed inefficace in materia di rifiuti. Un processo destinato a durare anni tanti sono gli imputati e le carte da controllare e prendere in esame, si è solo al primo grado.

Eppure, mentre questi nomi di spicco del panorama politico – imprenditoriale sono accusati di reati gravissimi le loro multinazionali ancora gestiscono e comandano tutta la filiera dei rifiuti in Campania e non solo. Hanno e vincono appalti ovunque: gestiscono i territori, costruiscono strutture quali inceneritori e compostaggio, allestiscono e gestiscono depuratori e società per le bonifiche. Chiamati a svolgere un servizio per la collettività con i soldi dei contribuenti, dietro le loro S.P.A., stanno devastando un patrimonio paesaggistico immenso, oltre ad aver dato la morte a migliaia di cittadini e ad ucciderne altrettanti con la loro spregiudicata, criminale, gestione. «La Hydrogest sta causando un disastro ambientale, il 30-40% dei fanghi viene sversato direttamente in mare». «Gli impianti fanno schifo e pure la depurazione». «Foce Regi Lagni ha buttato a mare tonnellate di merda al giorno». «Diciamo che il prodotto ha un odore molto disgustoso, però non abbiamo trovato un indice di inquinamento da farlo ritenere pericoloso». Queste le frasi incriminate attribuite ai gestori dell' emergenza rifiuti. I magistrati nell'ordinanza scrivono: «Anche il Commissario straordinario all’emergenza rifiuti Guido Bertolaso e il suo vice Marta Di Gennaro avevano consapevolezza della problematica del percolato, e tuttavia lo gestivano con assoluta sufficienza, e soprattutto in dispregio di ogni regola». Tutti sapevano e sanno cosa sta avvenendo non solo in Campania; guardate a Porto Torres, guardate a Taranto con l'Ilva, guardate a Brescia con la sua Acciaieria. Tutta Italia grazie ai straordinari poteri del Consiglio dei Ministri, grazie alla setta di Confindustria, grazie alla Federmeccanica e altre organizzazioni a gruppo chiuso, sta subendo un brutale attacco. Con la loro artiglieria pesante, fatta di poteri, soldi e clientelismo, ci hanno condannato a morte e hanno condannato le generazioni a venire. Di chi sono le multinazionali, le acciaierie, le fabbriche della morte, le grandi industrie e cliniche; chi costruisce ponti, autostrade, ferrovie, chi ha il potere di scavalcare la legge? Chi dello Stato si serve e non lo difende. Occupanti abusivi di poltrone e ruoli usati per incrementare poteri e soldi, senza un briciolo di umanità, questi si che sono da definirsi dei terroristi e come tali devono essere processati. È una verità, una di quelle poche verità che quasi, davanti a tanta incertezza e confusione per il futuro, rasserenano, come fosse un punto dal quale ripartire alla conquista di una Nazione massacrata sotto ogni punto di vista: morale, sociale, politico, giuridico. Non importa da che punto la si guardi questa Italia, poiché un grido di allarme giunge forte e chiaro da ogni lato. E allora afferriamo questa verità, impugniamola come fosse la spada di Artù e partiamo alla conquista della legalità, garante di ogni democrazia e diritto umano.

Fonte:Agoravox

.

martedì 8 febbraio 2011

Rifiuti in Campania, un funzionario amico dei boss nel team di Bertolaso

Davanti alla commissione parlamentare ecomafie tre magistrati svelano i rapporti oscuri di Claudio De Biasio, vicino alla famiglia Orsi e numero due della struttura per l'emergenza monnezza

Il 24 aprile 2007 presso la commissione parlamentare ecomafie presieduta da Roberto Barbieri, sfilano tre, tra i migliori magistrati anticamorra, Franco Roberti ( allora coordinatore della Dda), Maria Cristina Ribera e Raffaele Cantone. Fanno luce sulle responsabilità della politica nell’eterna emergenza e chiariscono il ruolo, anche di un magistrato, nella nomina diClaudio De Biasio al commissariato di governo per l’emergenza rifiuti. Un’audizione che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere e che contiene molte risposte a punti oscuri dell’eterna emergenza rifiuti in Campania.

L’uomo buono per tutte le stagioni

Claudio De Biasio è stato arrestato pochi giorni fa per lo scandalo depuratori. Nell’ordinanza si legge: ” Negli anni ha dimostrato una personalità criminale allarmante (…)Sconcerta che un personaggio così colpito da iniziative giudiziarie riesca ancora a trovare credito nella pubblica amministrazione con la copertura di incarichi fiduciari, e non certo per concorso pubblico”. De Biasio, infatti, continuava a lavorare al Consorzio Unico ed era commissario liquidatore al commissariato acque della regione Campania, nonostante le ripetute indagini che lo hanno coinvolto. Nel 2005 Claudio De Biasio entra al commissariato di governo per l’emergenza rifiuti, nel 2007 nonostante l’indagine a suo carico, diventa numero due della struttura, nominato da Guido Bertolaso. De Biasio, forte della sua esperienza nel consorzio Ce4, quello che incrocia gli affari della camorra con il malaffare politico. Pochi giorni dopo la nomina al vertice del commissariato viene arrestato proprio per la gestione del consorzio Ce4 (poi assolto e per un reato prescritto) insieme con i fratelli Orsi ( Michele verrà ucciso dalla camorra, Sergio condannato per collusioni)”.

A questo punto, i parlamentari convocano i magistrati per capire i retroscena dietro quella nomina.Raffaele Cantone, allora pm presso la distrettuale antimafia napoletana, racconta: “ Le indagini si fermano al 2004, quindi, alla struttura commissariale che passa dalla gestione Facchi alla gestione Catenacci ( indagato nel nuovo scandalo depuratori, ndr). E’ sicuramente provata tutta una serie di rapporti fra gli imprenditori Orsi e la gestione Facchi, ma è purtroppo provata anche una serie di rapporti fra gli Orsi e la gestione Catenacci”. Gli Orsi hanno l’obiettivo di entrare nella struttura commissariale con un fidato sodale, e indicano il nome di De Biasio, tutto deciso in una cena, a riprova una telefonata tra Orsi ed il viceprefetto Ernesto Raio ( allora capo di gabinetto di Catenacci), nella quale l’imprenditore indica la necessità di inserire “uno dei nostri” al commissariato. I controllati che si scelgono il controllore. Il magistrato Donato Ceglie, pm a Santa Maria Capua Vetere, ha contatti con gli Orsi, si spende presso Raio( prima alla prefettura poi al commissariato) per il rilascio di un porto d’armi a Michele Orsi, per questa vicenda la toga sammaritana sarà indagato e archiviato su richiesta del pm di Roma Giuseppe Amato. Ceglie venne già indicato dall’allora ministro Pecoraro Scanio come sponsor per la nomina di De Biasio al commissariato di governo. Su richiesta dei parlamentari, a precisa domanda, i magistrati auditi fanno il nome di Ceglie chiarendo l’esito dell’indagine: archiviazione. Nel provvedimento di archiviazione, citato in audizione, si legge: “ Di rilievo ancora agli esiti delle s.i.t. rese dal prefetto Catenacci, il quale, in termini compatibili con quanto già desumibile dall’attività intercettativa, fa riferimento ad un’inusitata attività di consulenza svolta dal Ceglie nei confronti dello stesso prefetto e del commissariato, in ragione della sua precipua competenza professionale, nonché a un parimenti inusitato interessamento del Ceglie per risolvere un ostacolo formale che si pensava sussistesse per l’assunzione presso il commissariato di un professionista, l’architetto De Biasio”. Nel verbale dell’audizione si leggono le parole di stima nei confronti di Ceglie di molti parlamentari per la sua opera contro i traffici illeciti di rifiuti.

L’eterna emergenza e il Nord protagonista

Gli Orsi mani e piedi nell’emergenza, rapporti con una toga di primo piano, capaci di indicare un proprio uomo presso il commissariato, quel De Biasio che solo l’arresto nel 2007 eviterà alla commissione ecomafie di sceglierlo come consulente. Ma gli Orsi non si fermano. E nel 2005, dopo l’uscita dal consorzio Ce4, sono pronti con un’altra impresa la Gmc; un’attività imprenditoriale frenata dagli arresti. Sullo sfondo il ruolo di Impregeco, il superconsorzio raggiunto da interdittiva antimafia, che teneva insieme i consorzi casertani e quelli napoletani, la cui vicenda entra a pieno titolo nella richiesta di rinvio a giudizio a carico di Nicola Cosentino ( il processo con rito immediato inizierà a marzo). Impregeco vedeva la presenza degli uomini di Cosentino, dominus politico dell’area casertana, e dei fedelissimi di Bassolino, egemone e controllore dei consorzi napoletani. Una vicenda quella della nomina e del consociativismo dietro la finta emergenza che resta coperta dal silenzio, di cui al momento hanno parlato solo Terra e il Mattino.

Torniamo all’audizione, da cui emerge un sistema simile a quello del dopo terremoto del 1980, dove la politica e l’imprenditoria camorrista vanno a braccetto e lucrano dietro il paravento dei rifiuti in strada. Ecomafie diffuse anche al nord, come conferma la pm Maria Cristina Ribera in un passaggio dell’audizione: “Nella mia esperienza, ho potuto constatare che la gestione illegale dei rifiuti, in maniera organizzata e sistematica, ha coinvolto il consorzio Milano Pulita Ambiente, la società Nuova Esa di Marcon veneto, il consorzio Tev di Massarosa Toscana, l’ecoindustria che gestiva rifiuti pericolosissimi in un territorio con vincoli paesaggistici e non aveva neanche il piano di sicurezza in Toscana, Agroter di Pesaro(…) il fenomeno è talmente diffuso che credo sia esteso a livello nazionale”.

di Tommaso Sodano e Nello Trocchia

.
Leggi tutto »

Davanti alla commissione parlamentare ecomafie tre magistrati svelano i rapporti oscuri di Claudio De Biasio, vicino alla famiglia Orsi e numero due della struttura per l'emergenza monnezza

Il 24 aprile 2007 presso la commissione parlamentare ecomafie presieduta da Roberto Barbieri, sfilano tre, tra i migliori magistrati anticamorra, Franco Roberti ( allora coordinatore della Dda), Maria Cristina Ribera e Raffaele Cantone. Fanno luce sulle responsabilità della politica nell’eterna emergenza e chiariscono il ruolo, anche di un magistrato, nella nomina diClaudio De Biasio al commissariato di governo per l’emergenza rifiuti. Un’audizione che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere e che contiene molte risposte a punti oscuri dell’eterna emergenza rifiuti in Campania.

L’uomo buono per tutte le stagioni

Claudio De Biasio è stato arrestato pochi giorni fa per lo scandalo depuratori. Nell’ordinanza si legge: ” Negli anni ha dimostrato una personalità criminale allarmante (…)Sconcerta che un personaggio così colpito da iniziative giudiziarie riesca ancora a trovare credito nella pubblica amministrazione con la copertura di incarichi fiduciari, e non certo per concorso pubblico”. De Biasio, infatti, continuava a lavorare al Consorzio Unico ed era commissario liquidatore al commissariato acque della regione Campania, nonostante le ripetute indagini che lo hanno coinvolto. Nel 2005 Claudio De Biasio entra al commissariato di governo per l’emergenza rifiuti, nel 2007 nonostante l’indagine a suo carico, diventa numero due della struttura, nominato da Guido Bertolaso. De Biasio, forte della sua esperienza nel consorzio Ce4, quello che incrocia gli affari della camorra con il malaffare politico. Pochi giorni dopo la nomina al vertice del commissariato viene arrestato proprio per la gestione del consorzio Ce4 (poi assolto e per un reato prescritto) insieme con i fratelli Orsi ( Michele verrà ucciso dalla camorra, Sergio condannato per collusioni)”.

A questo punto, i parlamentari convocano i magistrati per capire i retroscena dietro quella nomina.Raffaele Cantone, allora pm presso la distrettuale antimafia napoletana, racconta: “ Le indagini si fermano al 2004, quindi, alla struttura commissariale che passa dalla gestione Facchi alla gestione Catenacci ( indagato nel nuovo scandalo depuratori, ndr). E’ sicuramente provata tutta una serie di rapporti fra gli imprenditori Orsi e la gestione Facchi, ma è purtroppo provata anche una serie di rapporti fra gli Orsi e la gestione Catenacci”. Gli Orsi hanno l’obiettivo di entrare nella struttura commissariale con un fidato sodale, e indicano il nome di De Biasio, tutto deciso in una cena, a riprova una telefonata tra Orsi ed il viceprefetto Ernesto Raio ( allora capo di gabinetto di Catenacci), nella quale l’imprenditore indica la necessità di inserire “uno dei nostri” al commissariato. I controllati che si scelgono il controllore. Il magistrato Donato Ceglie, pm a Santa Maria Capua Vetere, ha contatti con gli Orsi, si spende presso Raio( prima alla prefettura poi al commissariato) per il rilascio di un porto d’armi a Michele Orsi, per questa vicenda la toga sammaritana sarà indagato e archiviato su richiesta del pm di Roma Giuseppe Amato. Ceglie venne già indicato dall’allora ministro Pecoraro Scanio come sponsor per la nomina di De Biasio al commissariato di governo. Su richiesta dei parlamentari, a precisa domanda, i magistrati auditi fanno il nome di Ceglie chiarendo l’esito dell’indagine: archiviazione. Nel provvedimento di archiviazione, citato in audizione, si legge: “ Di rilievo ancora agli esiti delle s.i.t. rese dal prefetto Catenacci, il quale, in termini compatibili con quanto già desumibile dall’attività intercettativa, fa riferimento ad un’inusitata attività di consulenza svolta dal Ceglie nei confronti dello stesso prefetto e del commissariato, in ragione della sua precipua competenza professionale, nonché a un parimenti inusitato interessamento del Ceglie per risolvere un ostacolo formale che si pensava sussistesse per l’assunzione presso il commissariato di un professionista, l’architetto De Biasio”. Nel verbale dell’audizione si leggono le parole di stima nei confronti di Ceglie di molti parlamentari per la sua opera contro i traffici illeciti di rifiuti.

L’eterna emergenza e il Nord protagonista

Gli Orsi mani e piedi nell’emergenza, rapporti con una toga di primo piano, capaci di indicare un proprio uomo presso il commissariato, quel De Biasio che solo l’arresto nel 2007 eviterà alla commissione ecomafie di sceglierlo come consulente. Ma gli Orsi non si fermano. E nel 2005, dopo l’uscita dal consorzio Ce4, sono pronti con un’altra impresa la Gmc; un’attività imprenditoriale frenata dagli arresti. Sullo sfondo il ruolo di Impregeco, il superconsorzio raggiunto da interdittiva antimafia, che teneva insieme i consorzi casertani e quelli napoletani, la cui vicenda entra a pieno titolo nella richiesta di rinvio a giudizio a carico di Nicola Cosentino ( il processo con rito immediato inizierà a marzo). Impregeco vedeva la presenza degli uomini di Cosentino, dominus politico dell’area casertana, e dei fedelissimi di Bassolino, egemone e controllore dei consorzi napoletani. Una vicenda quella della nomina e del consociativismo dietro la finta emergenza che resta coperta dal silenzio, di cui al momento hanno parlato solo Terra e il Mattino.

Torniamo all’audizione, da cui emerge un sistema simile a quello del dopo terremoto del 1980, dove la politica e l’imprenditoria camorrista vanno a braccetto e lucrano dietro il paravento dei rifiuti in strada. Ecomafie diffuse anche al nord, come conferma la pm Maria Cristina Ribera in un passaggio dell’audizione: “Nella mia esperienza, ho potuto constatare che la gestione illegale dei rifiuti, in maniera organizzata e sistematica, ha coinvolto il consorzio Milano Pulita Ambiente, la società Nuova Esa di Marcon veneto, il consorzio Tev di Massarosa Toscana, l’ecoindustria che gestiva rifiuti pericolosissimi in un territorio con vincoli paesaggistici e non aveva neanche il piano di sicurezza in Toscana, Agroter di Pesaro(…) il fenomeno è talmente diffuso che credo sia esteso a livello nazionale”.

di Tommaso Sodano e Nello Trocchia

.

sabato 29 gennaio 2011

FIGLIO DI PARTITO - Il diario segreto della DC siciliana

di Marzio Tristano

C'era una volta (e forse c'è ancora) in Sicilia un allevamento di "talpe istituzionali", carabinieri e poliziotti pronti a tradire la divisa per fornire notizie top secret ai politici inquisiti.
E una stanza in una anonima palazzina dell'agrigentino con centinaia di miliardi in contanti, la "cassa continua" di una corrente Dc a disposizione "per tutte le esigenze". C'era una volta anche un "tesoro" personale, supermercati, alberghi, ville, terreni, yacht e imprese, di un deputato ufficialmente morto povero, affidati a prestanome che invece di consegnarlo alla famiglia hanno pensato bene di tenerlo. E quando il figlio ne ha chiesto la restituzione si è sentito rispondere da uno dei migliori amici di papà che il problema poteva essere risolto da un latitante mafioso.

Per questo Alfonso Sciangula, 33 anni, figlio di Totò, potente deputato Dc morto per un infarto a Palermo nell'aula dell'assemblea regionale il primo giugno del 1995, un giorno è entrato in procura, a Palermo, a raccontare tutti i segreti di quella lobby politico-affaristica, con convinte simpatie mafiose. Tutto, o quasi. Il resto lo ha descritto in un libro non ancora uscito, improvvisamente conteso dalla Sicilia che conta.
Perché dentro ci sono, condite da soprannomi di personaggi riconoscibilissimi, le storie sommerse e illegali di un sistema di potere governato dal padre e raccontato dall'interno dagli occhi di un ragazzino che fin da piccolo si nascondeva dietro le tende di casa per ascoltare i discorsi dei "grandi". Spunti di indagine annidati in ogni pagina, aneddoti inediti sui retroscena della politica regionale ma anche nazionale, come la cena organizzata dal padre la sera della votazione del primo governo Berlusconi per impedire che un senatore dell'opposizione andasse in aula a votare contro.

L'operazione riuscì e Berlusconi, racconta il giovane Sciangula, chiese: "Onorevole, come posso ringraziarla?". "Per adesso, con una stretta di mano", rispose sornione il genitore. Ringraziamenti evidentemente attesi anche da un altro big della politica siciliana, per il quale il giovane "figlio del sistema" fu chiamato a votare dal padre, nonostante fosse esponente di una corrente acerrima nemica: "Papà si portò il dito indice alle labbra, mimando il segno del silenzio - scrive l'autore - quel giovane candidato, sbarcato dal mondo della medicina radiologica, si chiamava Salvatore Cuffaro e da lì ne avrebbe fatta di strada... ".

Oggi Alfonso Sciangula è testimone in un processo per riciclaggio della Dda, è stato sentito anche nell'inchiesta contro il deputato carabiniere accusato di mafia Antonio Borzacchelli, e vive lontano dalla Sicilia alimentando il suo blog "Contromafia" su Internet. La sua famiglia lo ha preso per pazzo, gli amici si sono dileguati: "Dicono che chi cerca la verità è un pazzo che vuole essere ammazzato - scrive - e prima o poi finirà che mi ammazzeranno davvero, e quindi questo libro è il mio testamento storico che voglio lasciare in eredità a tutti i bambini bravi e curiosi come me".

Le 120 pagine di "Figlio di partito" (Armando Siciliano editore) sono lo sconvolgente affresco del sistema di potere politico mafioso in Sicilia raccontato dall'interno, dagli occhi di un ragazzino curioso e determinato: "Gli amici di papà non mi hanno dato molta scelta - scrive - o con loro o contro di loro: tertium non datur". Con alcune rivelazioni sorprendenti che spiegano le inchieste di questi ultimi mesi condotte dalla procura su mafia e politica: ecco saltare fuori, infatti, la rete di "talpe" istituzionali, pronte ad informare politici ed imprenditori degli sviluppi di ogni inchiesta. Papà e i suoi amici le allevavano in laboratorio: "Prima una villetta, tutto spesato, magari vicino casa dell'allevatore - scrive - poi la macchina a prezzo di favore, un bel posto di lavoro alla moglie, la destinazione ad altro incarico fino ad arrivare a venti milioni al mese, "come un senatore" sentivo dire". Nomi nel libro non ne fa, ma offre qualche indicazione: "Alcune di queste persone le ho incontrate dopo, sono state premiate, hanno cambiato mestiere, hanno fatto il salto tre gradini alla volta in ciò aiutate da chi ha ereditato il testimone di quel sistema. Anche questo si eredita in politica. Una, nome in codice Paolo, si è fatta una di quelle salitone a rifarla una persona normale ci mette tre generazioni che uno si chiede: ma come avrà fatto?".
Tra campagne elettorali condotte a colpi di buoni benzina, vacanze tra Saint Moritz e Porto Cervo con ministri e sottosegretari, bacchettate ai falsi moralisti dc e degli altri partiti, anche dell'opposizione, orologi da 50 milioni di vecchie lire finiti nelle tasche di funzionari corrotti e altri regali improvvisamente spariti nel calderone dell'occultamento delle prove, corrieri carichi di valigie stracolme di miliardi dirette in Svizzera, il teatrino della politica siciliana va in scena nel libro del giovane "figlio di partito" che racconta anche Cosa Nostra, per averla vista da vicino, sempre a braccetto, oggi come ieri, del potere politico: "La mafia è formata da due tipologie di persone: quelle che pensano e quelle che uccidono. Quelle che pensano difficilmente finiscono in galera e mai per reati di mafia, quelle che uccidono si, oppure si danno alla latitanza o muoiono ammazzati.
Ed è questa l'unica differenza".

Una mafia respirata in casa sin da bambino: "Una volta un amico di papà colpì il figlio con un ceffone perchè aveva pronunciato la parola "mafia". Chi ti ha insegnato queste stronzate?, gli chiese. Io ci rimasi molto male, perchè quella parola gliel'avevo insegnata io". "Ora mi dicono che sono cascittuni, muffutu, sbirro, Buscetta e tragediaturi, parole che vogliono dire che parlo troppo - conclude il giovane autore - e questo è il racconto di un tragediatore, perchè in Sicilia chi dice la verità è sovente definito così. Ma ci sono tragediatori laddove sussistono i presupposti per le tragedie...".

Fonte: l'Unità

.
Leggi tutto »
di Marzio Tristano

C'era una volta (e forse c'è ancora) in Sicilia un allevamento di "talpe istituzionali", carabinieri e poliziotti pronti a tradire la divisa per fornire notizie top secret ai politici inquisiti.
E una stanza in una anonima palazzina dell'agrigentino con centinaia di miliardi in contanti, la "cassa continua" di una corrente Dc a disposizione "per tutte le esigenze". C'era una volta anche un "tesoro" personale, supermercati, alberghi, ville, terreni, yacht e imprese, di un deputato ufficialmente morto povero, affidati a prestanome che invece di consegnarlo alla famiglia hanno pensato bene di tenerlo. E quando il figlio ne ha chiesto la restituzione si è sentito rispondere da uno dei migliori amici di papà che il problema poteva essere risolto da un latitante mafioso.

Per questo Alfonso Sciangula, 33 anni, figlio di Totò, potente deputato Dc morto per un infarto a Palermo nell'aula dell'assemblea regionale il primo giugno del 1995, un giorno è entrato in procura, a Palermo, a raccontare tutti i segreti di quella lobby politico-affaristica, con convinte simpatie mafiose. Tutto, o quasi. Il resto lo ha descritto in un libro non ancora uscito, improvvisamente conteso dalla Sicilia che conta.
Perché dentro ci sono, condite da soprannomi di personaggi riconoscibilissimi, le storie sommerse e illegali di un sistema di potere governato dal padre e raccontato dall'interno dagli occhi di un ragazzino che fin da piccolo si nascondeva dietro le tende di casa per ascoltare i discorsi dei "grandi". Spunti di indagine annidati in ogni pagina, aneddoti inediti sui retroscena della politica regionale ma anche nazionale, come la cena organizzata dal padre la sera della votazione del primo governo Berlusconi per impedire che un senatore dell'opposizione andasse in aula a votare contro.

L'operazione riuscì e Berlusconi, racconta il giovane Sciangula, chiese: "Onorevole, come posso ringraziarla?". "Per adesso, con una stretta di mano", rispose sornione il genitore. Ringraziamenti evidentemente attesi anche da un altro big della politica siciliana, per il quale il giovane "figlio del sistema" fu chiamato a votare dal padre, nonostante fosse esponente di una corrente acerrima nemica: "Papà si portò il dito indice alle labbra, mimando il segno del silenzio - scrive l'autore - quel giovane candidato, sbarcato dal mondo della medicina radiologica, si chiamava Salvatore Cuffaro e da lì ne avrebbe fatta di strada... ".

Oggi Alfonso Sciangula è testimone in un processo per riciclaggio della Dda, è stato sentito anche nell'inchiesta contro il deputato carabiniere accusato di mafia Antonio Borzacchelli, e vive lontano dalla Sicilia alimentando il suo blog "Contromafia" su Internet. La sua famiglia lo ha preso per pazzo, gli amici si sono dileguati: "Dicono che chi cerca la verità è un pazzo che vuole essere ammazzato - scrive - e prima o poi finirà che mi ammazzeranno davvero, e quindi questo libro è il mio testamento storico che voglio lasciare in eredità a tutti i bambini bravi e curiosi come me".

Le 120 pagine di "Figlio di partito" (Armando Siciliano editore) sono lo sconvolgente affresco del sistema di potere politico mafioso in Sicilia raccontato dall'interno, dagli occhi di un ragazzino curioso e determinato: "Gli amici di papà non mi hanno dato molta scelta - scrive - o con loro o contro di loro: tertium non datur". Con alcune rivelazioni sorprendenti che spiegano le inchieste di questi ultimi mesi condotte dalla procura su mafia e politica: ecco saltare fuori, infatti, la rete di "talpe" istituzionali, pronte ad informare politici ed imprenditori degli sviluppi di ogni inchiesta. Papà e i suoi amici le allevavano in laboratorio: "Prima una villetta, tutto spesato, magari vicino casa dell'allevatore - scrive - poi la macchina a prezzo di favore, un bel posto di lavoro alla moglie, la destinazione ad altro incarico fino ad arrivare a venti milioni al mese, "come un senatore" sentivo dire". Nomi nel libro non ne fa, ma offre qualche indicazione: "Alcune di queste persone le ho incontrate dopo, sono state premiate, hanno cambiato mestiere, hanno fatto il salto tre gradini alla volta in ciò aiutate da chi ha ereditato il testimone di quel sistema. Anche questo si eredita in politica. Una, nome in codice Paolo, si è fatta una di quelle salitone a rifarla una persona normale ci mette tre generazioni che uno si chiede: ma come avrà fatto?".
Tra campagne elettorali condotte a colpi di buoni benzina, vacanze tra Saint Moritz e Porto Cervo con ministri e sottosegretari, bacchettate ai falsi moralisti dc e degli altri partiti, anche dell'opposizione, orologi da 50 milioni di vecchie lire finiti nelle tasche di funzionari corrotti e altri regali improvvisamente spariti nel calderone dell'occultamento delle prove, corrieri carichi di valigie stracolme di miliardi dirette in Svizzera, il teatrino della politica siciliana va in scena nel libro del giovane "figlio di partito" che racconta anche Cosa Nostra, per averla vista da vicino, sempre a braccetto, oggi come ieri, del potere politico: "La mafia è formata da due tipologie di persone: quelle che pensano e quelle che uccidono. Quelle che pensano difficilmente finiscono in galera e mai per reati di mafia, quelle che uccidono si, oppure si danno alla latitanza o muoiono ammazzati.
Ed è questa l'unica differenza".

Una mafia respirata in casa sin da bambino: "Una volta un amico di papà colpì il figlio con un ceffone perchè aveva pronunciato la parola "mafia". Chi ti ha insegnato queste stronzate?, gli chiese. Io ci rimasi molto male, perchè quella parola gliel'avevo insegnata io". "Ora mi dicono che sono cascittuni, muffutu, sbirro, Buscetta e tragediaturi, parole che vogliono dire che parlo troppo - conclude il giovane autore - e questo è il racconto di un tragediatore, perchè in Sicilia chi dice la verità è sovente definito così. Ma ci sono tragediatori laddove sussistono i presupposti per le tragedie...".

Fonte: l'Unità

.

Governo, maxi regalo alla mafia

Sembra incredibile, ma la Commissione del Viminale che forniva protezione e nuove identità segrete ai pentiti è stata abolita. Adesso nessuno potrà più decidere se e quali tutele dare a nuovi eventuali collaboratori di giustizia. Sempre che ce ne siano ancora

(27 gennaio 2011)
La Commissione centrale per i collaboratori giustizia e i testimoni del Ministero degli Interni non è stata prorogata dal governo ed è decaduta.

Proprio così: da quasi un mese non esiste più l'organo politico-amministrativo che valuta e decide l'ammissione dei pentiti e dei testimoni allo speciale programma di protezione, nonché la modifica e la revoca dello stesso.

La notizia è stata confermata a "L'espresso".

La commissione era presieduta dal sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano, e nella scorsa primavera se n'era parecchio parlato perché aveva negato il programma di protezione al pentito mafioso Gaspare Spatuzza, che aveva fatto rivelazioni su Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, accusandoli di collusioni con la mafia e nelle stragi di Firenze, Roma e Milano.

Oltre al sottosegretario Mantovano della commissione facevano parte altri sette componenti: due magistrati e cinque appartenenti a vario titolo alle forze dell'ordine.

La commissione era inclusa tra quegli organismi confermati presso il ministero dell'Interno, in base al decreto legge n 223 del 2007, ed era considerato come un organo soggetto a "proroga discrezionale", destinato per questo motivo alla soppressione dopo tre anni, che in questo caso scadevano a dicembre 2010, salvo proroga disposta con decreto del presidente del consiglio dei ministri. Nessuno ha pensato adesso di prorogare questo fondamentale organo politico-amministrativo dal quale dipendono i pentiti.

Insieme al programma di protezione e alla gestione amministrativa dei collaboratori giustizia, la Commissione centrale per la definizione ed applicazione delle speciali misure di protezione deliberava anche il cambio di identità di pentiti e testimoni. Con il decreto di cambiamento di generalità, oltre al nome viene cambiato anche il luogo di nascita. Negli ultimi anni la Commissione ha esaminato diverse richieste di collaboratori che volevano cambiare nome. Alcune sono state respinte, altre accettate, specie quelle provenienti da persone che stavano per concludere il programma di protezione.

Tutto adesso viene azzerato e si corre il rischio che la macchina amministrativa che regola la vita dei collaboratori e dei testimoni venga bloccata. E potrebbe essere bloccato anche l'iter giudiziario per l'inserimento di nuovi testimoni o pentiti nel programma di protezione.
Fonte: L'Espresso

.
Leggi tutto »

Sembra incredibile, ma la Commissione del Viminale che forniva protezione e nuove identità segrete ai pentiti è stata abolita. Adesso nessuno potrà più decidere se e quali tutele dare a nuovi eventuali collaboratori di giustizia. Sempre che ce ne siano ancora

(27 gennaio 2011)
La Commissione centrale per i collaboratori giustizia e i testimoni del Ministero degli Interni non è stata prorogata dal governo ed è decaduta.

Proprio così: da quasi un mese non esiste più l'organo politico-amministrativo che valuta e decide l'ammissione dei pentiti e dei testimoni allo speciale programma di protezione, nonché la modifica e la revoca dello stesso.

La notizia è stata confermata a "L'espresso".

La commissione era presieduta dal sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano, e nella scorsa primavera se n'era parecchio parlato perché aveva negato il programma di protezione al pentito mafioso Gaspare Spatuzza, che aveva fatto rivelazioni su Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, accusandoli di collusioni con la mafia e nelle stragi di Firenze, Roma e Milano.

Oltre al sottosegretario Mantovano della commissione facevano parte altri sette componenti: due magistrati e cinque appartenenti a vario titolo alle forze dell'ordine.

La commissione era inclusa tra quegli organismi confermati presso il ministero dell'Interno, in base al decreto legge n 223 del 2007, ed era considerato come un organo soggetto a "proroga discrezionale", destinato per questo motivo alla soppressione dopo tre anni, che in questo caso scadevano a dicembre 2010, salvo proroga disposta con decreto del presidente del consiglio dei ministri. Nessuno ha pensato adesso di prorogare questo fondamentale organo politico-amministrativo dal quale dipendono i pentiti.

Insieme al programma di protezione e alla gestione amministrativa dei collaboratori giustizia, la Commissione centrale per la definizione ed applicazione delle speciali misure di protezione deliberava anche il cambio di identità di pentiti e testimoni. Con il decreto di cambiamento di generalità, oltre al nome viene cambiato anche il luogo di nascita. Negli ultimi anni la Commissione ha esaminato diverse richieste di collaboratori che volevano cambiare nome. Alcune sono state respinte, altre accettate, specie quelle provenienti da persone che stavano per concludere il programma di protezione.

Tutto adesso viene azzerato e si corre il rischio che la macchina amministrativa che regola la vita dei collaboratori e dei testimoni venga bloccata. E potrebbe essere bloccato anche l'iter giudiziario per l'inserimento di nuovi testimoni o pentiti nel programma di protezione.
Fonte: L'Espresso

.

lunedì 24 gennaio 2011

Rifiuti a Napoli, adesso emerge “un tavolino” tra boss della camorra, Stato e servizi segreti

111139 Rifiuti a Napoli, adesso emerge “un tavolino” tra boss della camorra, Stato e servizi segretiProtagonista dell'incontro il boss latitante Michele Zagaria. Il tutto è avvenuto a ridosso delle regionali del 2005. Con lui anche uomini legati ai servizi d'intelligence italiana


di Nello Trocchia e Tommaso Sodano


Dietro lo scandalo rifiuti si allunga l’ombra di un accordo tra i vertici dei Casalesi, uomini dello Stato, con un ruolo decisivo svolto dagli 007. Tutti protagonisti dell’inquietante tavolino. La prima inchiesta del Mattino ha parlato di un incontro tra Michele Zagaria, latitante e capo indiscusso del clan casertano alla presenza di un uomo legato ai servizi segreti, con un delegato istituzionale, del commissariato straordinario di Governo o della regione. L’incontro si sarebbe svolto nel 2006. Il boss dei Casalesi avrebbe discusso della costruzione del termovalorizzatore di Santa Maria la Fossa, nel casertano, in un’area dove sono presenti numerose aziende zootecniche. Come contropartita, la camorra avrebbe chiesto un ristoro, un pezzo dell’affare.

Il Fattoquotidiano.it ha avuto la conferma di un altro incontro, datato nel 2005, nel periodo pre-elettorale durante le competizioni per le regionali. Si sarebbe svolto a Pomigliano D’Arco, in provincia di Napoli. Nulla vieta, come ormai appare sempre più evidente, che gli incontri siano stati diversi. Il tema di confronto: affari e accordi, senza trascurare la questione rifiuti: trasporto, aree per lo stoccaggio dei rifiuti e riqualificazioni. Ditte colluse pronte per i nuovi affari, come successo per le opere dell’alta velocità.

Presente al tavolo Michele Zagaria, latitante da oltre 15 anni, primula rossa dei Casalesi, con lui un rappresentante istituzionale e intermediari. La direzione distrettuale antimafia di Napoli ha aperto un’indagine per individuare le responsabilità ed eventuali coperture anche nella latitanza di Zagaria. Non è un caso che l’incontro si sarebbe svolto a Pomigliano, nel napoletano. I clan di zona, raccontano alcuni inquirenti, non hanno mai rinunciato a mantenere rapporti con i Casalesi e quella città rappresenta un punto nodale anche politicamente. Nel 1998 Sergio Orsi, imprenditore casertano dei rifiuti, socio privato del consorzio Ce4, di recente condannato per collusione con i Casalesi, fu controllato in compagnia di Nicola Foria, esponente di primo piano dello storico clan omonimo pomiglianese. Per i ‘casertani’ quello è un territorio amico”. In fondo da quelle parti, nello stesso luogo dell’incontro, avrebbe trascorso parte della sua latitanza anche un altro boss di primo piano della camorra partenopea Mario Fabbrocino.

Un luogo riservato alle occasioni che contano. Napoli e Caserta si incontrano nella sentenza che condanna Sergio Orsi a quattro anni e otto mesi. Si legge: “ Ha stretto un accordo con Giuseppe Valente al fine di essere sicuro di vincere la gara per l’individuazione del partner privato da affiancare al consorzio Ce4 nella formazione della costituenda società mista Eco4. Ha altresì stretto accordi con il clan dei Casalesi e in particolare modo con la fazione facente capo a Francesco Bidognetti”. Valente è l’uomo di Cosentino in quel consorzio. Non solo. Giuseppe Valente, anche lui condannato a 4 anni e due mesi, è stato anche il presidente di Impregeco, il superconsorzio poi raggiunto da interdittiva antimafia, che metteva insieme i consorzi casertani ( vicini al centro-destra) e quelli napoletani( vicini al centrosinistra),al vertice uomini di Cosentino e Bassolino. Impregeco doveva occuparsi della gestione delle discariche e della costruzione del termovalorizzatore di Santa Maria la Fossa. Consociativismo sancito tra i rifiuti.

Fonte:Il Fatto quotidiano

.

Leggi tutto »

111139 Rifiuti a Napoli, adesso emerge “un tavolino” tra boss della camorra, Stato e servizi segretiProtagonista dell'incontro il boss latitante Michele Zagaria. Il tutto è avvenuto a ridosso delle regionali del 2005. Con lui anche uomini legati ai servizi d'intelligence italiana


di Nello Trocchia e Tommaso Sodano


Dietro lo scandalo rifiuti si allunga l’ombra di un accordo tra i vertici dei Casalesi, uomini dello Stato, con un ruolo decisivo svolto dagli 007. Tutti protagonisti dell’inquietante tavolino. La prima inchiesta del Mattino ha parlato di un incontro tra Michele Zagaria, latitante e capo indiscusso del clan casertano alla presenza di un uomo legato ai servizi segreti, con un delegato istituzionale, del commissariato straordinario di Governo o della regione. L’incontro si sarebbe svolto nel 2006. Il boss dei Casalesi avrebbe discusso della costruzione del termovalorizzatore di Santa Maria la Fossa, nel casertano, in un’area dove sono presenti numerose aziende zootecniche. Come contropartita, la camorra avrebbe chiesto un ristoro, un pezzo dell’affare.

Il Fattoquotidiano.it ha avuto la conferma di un altro incontro, datato nel 2005, nel periodo pre-elettorale durante le competizioni per le regionali. Si sarebbe svolto a Pomigliano D’Arco, in provincia di Napoli. Nulla vieta, come ormai appare sempre più evidente, che gli incontri siano stati diversi. Il tema di confronto: affari e accordi, senza trascurare la questione rifiuti: trasporto, aree per lo stoccaggio dei rifiuti e riqualificazioni. Ditte colluse pronte per i nuovi affari, come successo per le opere dell’alta velocità.

Presente al tavolo Michele Zagaria, latitante da oltre 15 anni, primula rossa dei Casalesi, con lui un rappresentante istituzionale e intermediari. La direzione distrettuale antimafia di Napoli ha aperto un’indagine per individuare le responsabilità ed eventuali coperture anche nella latitanza di Zagaria. Non è un caso che l’incontro si sarebbe svolto a Pomigliano, nel napoletano. I clan di zona, raccontano alcuni inquirenti, non hanno mai rinunciato a mantenere rapporti con i Casalesi e quella città rappresenta un punto nodale anche politicamente. Nel 1998 Sergio Orsi, imprenditore casertano dei rifiuti, socio privato del consorzio Ce4, di recente condannato per collusione con i Casalesi, fu controllato in compagnia di Nicola Foria, esponente di primo piano dello storico clan omonimo pomiglianese. Per i ‘casertani’ quello è un territorio amico”. In fondo da quelle parti, nello stesso luogo dell’incontro, avrebbe trascorso parte della sua latitanza anche un altro boss di primo piano della camorra partenopea Mario Fabbrocino.

Un luogo riservato alle occasioni che contano. Napoli e Caserta si incontrano nella sentenza che condanna Sergio Orsi a quattro anni e otto mesi. Si legge: “ Ha stretto un accordo con Giuseppe Valente al fine di essere sicuro di vincere la gara per l’individuazione del partner privato da affiancare al consorzio Ce4 nella formazione della costituenda società mista Eco4. Ha altresì stretto accordi con il clan dei Casalesi e in particolare modo con la fazione facente capo a Francesco Bidognetti”. Valente è l’uomo di Cosentino in quel consorzio. Non solo. Giuseppe Valente, anche lui condannato a 4 anni e due mesi, è stato anche il presidente di Impregeco, il superconsorzio poi raggiunto da interdittiva antimafia, che metteva insieme i consorzi casertani ( vicini al centro-destra) e quelli napoletani( vicini al centrosinistra),al vertice uomini di Cosentino e Bassolino. Impregeco doveva occuparsi della gestione delle discariche e della costruzione del termovalorizzatore di Santa Maria la Fossa. Consociativismo sancito tra i rifiuti.

Fonte:Il Fatto quotidiano

.

mercoledì 22 dicembre 2010

Sentenza omicidio Congiusta. "Da Sud" : "Giornata storica per la Calabria"


dal delitto di Gianluca Congiusta sono trascorsi 596 lunghi giorni
... FINALMENTE GIUSTIZIA!!
Gianluca dal Cielo veglia su chi Verità e Giustizia ha voluto.


Di seguito la nota diffusa da Da Sud - Stopndrangheta

stop-ndrangheta-logo-(p).jpg

Una giornata storica per la Calabria: hanno un volto gli assassini di Gianluca Congiusta, il giovane commerciante di Siderno ucciso il 25 maggio 2005. Dopo cinque anni arrivano le condanne di primo grado: ergastolo per Tommaso Costa e 25 anni a Giuseppe Curciarello. Questa è la sentenza letta oggi dal presidente Bruno Muscolo nell’aula del Tribunale di Locri - affollata da tanti amici di Gianluca e della sua famiglia che non resteranno mai soli - che ha accolto la richiesta del pm Antonio De Bernardo.


La sentenza del tribunale di Locri di stasera è una decisione necessaria per la famiglia di Gianluca, che premia la straordinaria battaglia di civiltà condotta dal padre Mario e dai suoi familiari in cinque anni difficili, spesso in solitudine, a chiedere di non dimenticare e di non spegnere la luce. Una sentenza che restituisce forza e vigore al movimento anti-‘ndrangheta, in questo momento difficile per il territorio calabrese, per le istituzioni, per la politica, per le forze sociali, per i cittadini.
Ma la sentenza di oggi a Locri è di straordinaria importanza per tutta la Calabria. Sono davvero troppe le morti dimenticate, che non hanno avuto verità dalla storia, che non hanno avuto giustizia nelle aule dei tribunali. Una vergogna – denunciano ancora una volta daSud e Stopndrangheta.it - che pesa come un macigno insopportabile sulla Calabria e che rappresenta una responsabilità gravissima per le classi dirigenti del Paese. Una situazione indegna: troppi familiari e troppi onesti in questi anni sono stati offesi e umiliati dallo Stato che li avrebbe dovuti tutelare, persino da troppi calabresi colpevolmente distratti o peggio complici. La sentenza di condanna per l’omicidio di Gianluca Congiusta può essere quindi la scossa necessaria e la scintilla che produce un nuovo inizio. Che restituisca finalmente dignità ai calabresi onesti. La serata di oggi dell’associazione daSud e di Stopndrangheta (a Roma, nello Spazio daSud, in via Gentile da Mogliano 170) assume un nuovo significato: saranno dedicati alla memoria di Gianluca Congiusta il concerto del cantautore Carmine Torchia e la festa di Natale. Nasce la serata “Gianluca Congiusta, ragazzo”. Un piccolo gesto per ricordare Gianluca, sottolineare l’importanza della sentenza e ribadire ancora una volta – come è stato fatto oggi in aula del tribunale a Locri e qui a Roma – che la famiglia di Gianluca non resterà mai sola.

Fonte:Gianlucacongiusta.org

.

Leggi tutto »

dal delitto di Gianluca Congiusta sono trascorsi 596 lunghi giorni
... FINALMENTE GIUSTIZIA!!
Gianluca dal Cielo veglia su chi Verità e Giustizia ha voluto.


Di seguito la nota diffusa da Da Sud - Stopndrangheta

stop-ndrangheta-logo-(p).jpg

Una giornata storica per la Calabria: hanno un volto gli assassini di Gianluca Congiusta, il giovane commerciante di Siderno ucciso il 25 maggio 2005. Dopo cinque anni arrivano le condanne di primo grado: ergastolo per Tommaso Costa e 25 anni a Giuseppe Curciarello. Questa è la sentenza letta oggi dal presidente Bruno Muscolo nell’aula del Tribunale di Locri - affollata da tanti amici di Gianluca e della sua famiglia che non resteranno mai soli - che ha accolto la richiesta del pm Antonio De Bernardo.


La sentenza del tribunale di Locri di stasera è una decisione necessaria per la famiglia di Gianluca, che premia la straordinaria battaglia di civiltà condotta dal padre Mario e dai suoi familiari in cinque anni difficili, spesso in solitudine, a chiedere di non dimenticare e di non spegnere la luce. Una sentenza che restituisce forza e vigore al movimento anti-‘ndrangheta, in questo momento difficile per il territorio calabrese, per le istituzioni, per la politica, per le forze sociali, per i cittadini.
Ma la sentenza di oggi a Locri è di straordinaria importanza per tutta la Calabria. Sono davvero troppe le morti dimenticate, che non hanno avuto verità dalla storia, che non hanno avuto giustizia nelle aule dei tribunali. Una vergogna – denunciano ancora una volta daSud e Stopndrangheta.it - che pesa come un macigno insopportabile sulla Calabria e che rappresenta una responsabilità gravissima per le classi dirigenti del Paese. Una situazione indegna: troppi familiari e troppi onesti in questi anni sono stati offesi e umiliati dallo Stato che li avrebbe dovuti tutelare, persino da troppi calabresi colpevolmente distratti o peggio complici. La sentenza di condanna per l’omicidio di Gianluca Congiusta può essere quindi la scossa necessaria e la scintilla che produce un nuovo inizio. Che restituisca finalmente dignità ai calabresi onesti. La serata di oggi dell’associazione daSud e di Stopndrangheta (a Roma, nello Spazio daSud, in via Gentile da Mogliano 170) assume un nuovo significato: saranno dedicati alla memoria di Gianluca Congiusta il concerto del cantautore Carmine Torchia e la festa di Natale. Nasce la serata “Gianluca Congiusta, ragazzo”. Un piccolo gesto per ricordare Gianluca, sottolineare l’importanza della sentenza e ribadire ancora una volta – come è stato fatto oggi in aula del tribunale a Locri e qui a Roma – che la famiglia di Gianluca non resterà mai sola.

Fonte:Gianlucacongiusta.org

.

mercoledì 15 dicembre 2010

Scarpinato: ''I colletti bianchi restano sullo sfondo''


Napoli.
L'immagine diffusa che la società civile ha della mafia è «un'impostura culturale». Così oggi Roberto Scarpinato Procuratore generale...




...della Corte d'Appello di Caltanissetta ha descritto il fenomeno mafia e la sua immagine sociale intervenendo a Napoli al dibattito organizzato dall'Università Suor Orsola dal titolo 'Mala-vita e mala-formazione'.
«Il clichè culturale - ha detto Scarpinato - che descrive la mafia soltanto con le immagini dei vari Riina e Provenzano, è così radicato da restare impermeabile alle informazioni di senso contrario provenienti da una moltitudine di inchieste, da Milano a Palermo, che coinvolgono i colletti bianchi, un dato che, se fosse analizzato, ribalterebbe i ruoli e assegnerebbe il protagonismo ai tanti colletti bianchi che invece restano sempre sullo sfondo come in una scena confusa». Secondo il Procuratore generale, il clichè culturale fa sì, inoltre, che quando i colletti bianchi vengono portati in primo piano «siano indicati come vittime, come oggetto di calunnie o, se colti sul fatto, come singole pecore nere». Uno stato delle cose per cui, ha aggiunto Scarpinato, «se così fosse in 150 anni d'Italia, la mafia sarebbe stata debellat a e invece, oggi nel 2010, ci troviamo nella condizione che una parte è la terra della mafia e l'altra è il luogo privilegiato dei suoi investimenti». Un'impostura culturale che, ha concluso il magistrato «crea anche una politica culturale dei Governi che se da un lato mostrano i muscoli per gli arresti compiuti, dall' altro si rivelano impotenti nei confronti della mafia dei colletti bianchi che siedono in Parlamento, nelle Regioni, in enti locali e rivestono ruoli».

ANSA


.
Leggi tutto »


Napoli.
L'immagine diffusa che la società civile ha della mafia è «un'impostura culturale». Così oggi Roberto Scarpinato Procuratore generale...




...della Corte d'Appello di Caltanissetta ha descritto il fenomeno mafia e la sua immagine sociale intervenendo a Napoli al dibattito organizzato dall'Università Suor Orsola dal titolo 'Mala-vita e mala-formazione'.
«Il clichè culturale - ha detto Scarpinato - che descrive la mafia soltanto con le immagini dei vari Riina e Provenzano, è così radicato da restare impermeabile alle informazioni di senso contrario provenienti da una moltitudine di inchieste, da Milano a Palermo, che coinvolgono i colletti bianchi, un dato che, se fosse analizzato, ribalterebbe i ruoli e assegnerebbe il protagonismo ai tanti colletti bianchi che invece restano sempre sullo sfondo come in una scena confusa». Secondo il Procuratore generale, il clichè culturale fa sì, inoltre, che quando i colletti bianchi vengono portati in primo piano «siano indicati come vittime, come oggetto di calunnie o, se colti sul fatto, come singole pecore nere». Uno stato delle cose per cui, ha aggiunto Scarpinato, «se così fosse in 150 anni d'Italia, la mafia sarebbe stata debellat a e invece, oggi nel 2010, ci troviamo nella condizione che una parte è la terra della mafia e l'altra è il luogo privilegiato dei suoi investimenti». Un'impostura culturale che, ha concluso il magistrato «crea anche una politica culturale dei Governi che se da un lato mostrano i muscoli per gli arresti compiuti, dall' altro si rivelano impotenti nei confronti della mafia dei colletti bianchi che siedono in Parlamento, nelle Regioni, in enti locali e rivestono ruoli».

ANSA


.

lunedì 6 dicembre 2010

L' ALTRO RISORGIMENTO - GARIBALDI SDOGANO' MAFIA E CAMORRA

Per leggere gare click sull'immagine

Fonte:Libero del 24/11/2010 pag. 34
---------------------------------------------------------------------------------------

E' nata prima la Mafia o l'Unità d'Italia?


Di Valerio Rizzo


ROMA – E’ nato prima l’uovo o la gallina? Spesso questa famosa domanda viene posta soprattutto ai bambini, ma nella sua banalità racchiude un insieme di elementi che hanno fatto la storia dell’umanità.
Le domande che il genere umano fa agli scienziati o agli storici sono svariate e riguardano moltissimi aspetti che ancora non sono certi.
La Redazione di Info Oggi affronterà un altro dilemma che da decenni attanaglia i letterati di questo paese.
Prima dell’Unità d’Italia esisteva la Mafia? Saviano lunedì scorso ha narrato la leggenda dei tre cavalieri: Ossso, Mastrosso e Carcagnosso, ma questa è appunto una leggenda!

Partiamo dalle parole del giudice Rocco Chinnici che, negli anni 80, durante un' intervista affermò:
prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente, premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione non era mai esistita, in Sicilia. La mafia nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia”. Parole, queste, pronunciate da una persona che aveva studiato il fenomeno mafioso e che la sapeva lunga sull’argomento, molto più di tanti storici che se ne sono occupati.
Ma anche parole pesanti, difficilmente comprensibili per i ben pensanti.


Facciamo adesso un passo indietro di qualche secolo, e precisamente al tempo dei Promessi Sposi. Manzoni nel suo romanzo descrive i personaggi di Don Rodrigo, i Bravi: il Griso e il Nibbio, il conte Attilio e soprattutto l’Innominato, storicamente identificabile in Francesco Bernardino Visconti, ricco feudatario e capo di una squadra di bravacci che commetteva ogni sorta di delitti. Ma i Promessi Sposi, prima ancora di essere la storia di due giovani amanti, è un romanzo storico e come tale ritrae la società del tempo, nella fattispecie quella milanese del 1600, i cui personaggi potrebbero tranquillamente essere accomunati agli attuali boss, picciotti o al potente colluso che per ottenere favori utilizza qualsiasi mezzo.


Tornando ai fatti risorgimentali ormai è nota l’alleanza tra Garibaldi e i picciotti siciliani, l’eccidio di Bronte ne è l’esempio più lampante, e lo stesso “eroe dei due mondi” scrive nel suo diario: “E Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta, 11 maggio 1860", ma anche la decisione dei piemontesi di “istituzionalizzare” la Camorra a Napoli dandogli la gestione dell’ordine pubblico. L’artefice di tale scelleratezza fu il Prefetto Liborio Romano che scrisse a Salvatore de Crescenzo, esponente della camorra: “redimersi per diventare guardia cittadina, con quanti compagni avesse voluto, col fine di assicurare l’ordine. In cambio, i camorristi irregimentati avrebbero goduto di amnistia incondizionata e stipendio governativo”. Famose poi furono le parole del deputato repubblicano, Napoleone Colajanni, che nel 1900 affermò al Parlamento: “Per combattere e distruggere la mafia, è necessario che il Governo Italiano cessi di essere il re della mafia”.


E il dubbio sorge anche se si cita un altro protagonista indiscusso nella formazione sia dell’Unità che della Mafia: la Massoneria.
Molti fonti storiche ormai sono concordi col fatto che l’impresa dei “mille” fu decisa a tavolino dalla massoneria, escludendo la partecipazione del popolo. Il film “Noi credevamo” di Mario Martone mette proprio in evidenza tale aspetto, mentre, è accertato da sempre che Mafia e massoneria rappresentano quasi la stessa cosa.
Dunque il dubbio si infittisce e le domande si moltiplicano alquanto.
Per onestà intellettuale non sarebbe corretto far partire la storia della criminalità organizzata dall’Unità d’Italia, in quanto già esistevano germi di prepotenze e piccole organizzazioni di derivazione feudale.
Forse ciò che non è accettabile e che la storiografia sta facendo venire a galla è il fatto che tali germi siano stati innaffiati dal dopo-Unità, tanto da far nascere l’albero chiamato Mafia.
Se gli statisti di allora non avessero fatto questa scelta immonda, forse la storia del nostro Paese sarebbe stata molto diversa.

Fonte:Infooggi


.

Leggi tutto »
Per leggere gare click sull'immagine

Fonte:Libero del 24/11/2010 pag. 34
---------------------------------------------------------------------------------------

E' nata prima la Mafia o l'Unità d'Italia?


Di Valerio Rizzo


ROMA – E’ nato prima l’uovo o la gallina? Spesso questa famosa domanda viene posta soprattutto ai bambini, ma nella sua banalità racchiude un insieme di elementi che hanno fatto la storia dell’umanità.
Le domande che il genere umano fa agli scienziati o agli storici sono svariate e riguardano moltissimi aspetti che ancora non sono certi.
La Redazione di Info Oggi affronterà un altro dilemma che da decenni attanaglia i letterati di questo paese.
Prima dell’Unità d’Italia esisteva la Mafia? Saviano lunedì scorso ha narrato la leggenda dei tre cavalieri: Ossso, Mastrosso e Carcagnosso, ma questa è appunto una leggenda!

Partiamo dalle parole del giudice Rocco Chinnici che, negli anni 80, durante un' intervista affermò:
prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente, premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione non era mai esistita, in Sicilia. La mafia nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia”. Parole, queste, pronunciate da una persona che aveva studiato il fenomeno mafioso e che la sapeva lunga sull’argomento, molto più di tanti storici che se ne sono occupati.
Ma anche parole pesanti, difficilmente comprensibili per i ben pensanti.


Facciamo adesso un passo indietro di qualche secolo, e precisamente al tempo dei Promessi Sposi. Manzoni nel suo romanzo descrive i personaggi di Don Rodrigo, i Bravi: il Griso e il Nibbio, il conte Attilio e soprattutto l’Innominato, storicamente identificabile in Francesco Bernardino Visconti, ricco feudatario e capo di una squadra di bravacci che commetteva ogni sorta di delitti. Ma i Promessi Sposi, prima ancora di essere la storia di due giovani amanti, è un romanzo storico e come tale ritrae la società del tempo, nella fattispecie quella milanese del 1600, i cui personaggi potrebbero tranquillamente essere accomunati agli attuali boss, picciotti o al potente colluso che per ottenere favori utilizza qualsiasi mezzo.


Tornando ai fatti risorgimentali ormai è nota l’alleanza tra Garibaldi e i picciotti siciliani, l’eccidio di Bronte ne è l’esempio più lampante, e lo stesso “eroe dei due mondi” scrive nel suo diario: “E Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta, 11 maggio 1860", ma anche la decisione dei piemontesi di “istituzionalizzare” la Camorra a Napoli dandogli la gestione dell’ordine pubblico. L’artefice di tale scelleratezza fu il Prefetto Liborio Romano che scrisse a Salvatore de Crescenzo, esponente della camorra: “redimersi per diventare guardia cittadina, con quanti compagni avesse voluto, col fine di assicurare l’ordine. In cambio, i camorristi irregimentati avrebbero goduto di amnistia incondizionata e stipendio governativo”. Famose poi furono le parole del deputato repubblicano, Napoleone Colajanni, che nel 1900 affermò al Parlamento: “Per combattere e distruggere la mafia, è necessario che il Governo Italiano cessi di essere il re della mafia”.


E il dubbio sorge anche se si cita un altro protagonista indiscusso nella formazione sia dell’Unità che della Mafia: la Massoneria.
Molti fonti storiche ormai sono concordi col fatto che l’impresa dei “mille” fu decisa a tavolino dalla massoneria, escludendo la partecipazione del popolo. Il film “Noi credevamo” di Mario Martone mette proprio in evidenza tale aspetto, mentre, è accertato da sempre che Mafia e massoneria rappresentano quasi la stessa cosa.
Dunque il dubbio si infittisce e le domande si moltiplicano alquanto.
Per onestà intellettuale non sarebbe corretto far partire la storia della criminalità organizzata dall’Unità d’Italia, in quanto già esistevano germi di prepotenze e piccole organizzazioni di derivazione feudale.
Forse ciò che non è accettabile e che la storiografia sta facendo venire a galla è il fatto che tali germi siano stati innaffiati dal dopo-Unità, tanto da far nascere l’albero chiamato Mafia.
Se gli statisti di allora non avessero fatto questa scelta immonda, forse la storia del nostro Paese sarebbe stata molto diversa.

Fonte:Infooggi


.

domenica 5 dicembre 2010

E la monnezza va a Bucarest

La camorra porta di nascosto i rifiuti dalla Campania alla Romania. Via nave: Napoli, Dardanelli, fino al porto di Costanza sul Mar Nero. Ecco tutti gli uomini e le società coinvolte nel business dei veleni

(Tommaso Cerno, L’Espresso)


Il mostro s’è risvegliato. Ruggisce di nuovo “Ochiul Boului“, l’occhio di bue, la discarica più spaventosa della Romania.Ruggisce da quando Napoli s’è trovata coperta un’altra volta dai rifiuti. Qui a Glina temono possa tornare il pericolo italiano, i container di spazzatura campana gestita dalla camorra. Temono che al di là delle dichiarazioni del governo Berlusconi, che promette di smaltire quella montagna puzzolente distribuendola fra le altre regioni, partano i traffici di navi fantasma stracolme di monnezza. Perché i soldi in gioco sono tanti. E i contratti ufficiali con gli smaltitori del Nord non rendono certo alla malavita italiana quanto quelle crociere di veleni. Non sarebbe la prima volta che i cargo scaricano illegalmente qui immondizia destinata altrove. Né che dietro a un’operazione legale spunti la mano della mafia. Tanto, una volta che i rifiuti sbarcano in Romania nessuno li trova più. Finiscono sepolti sotto questi mostri che chiamano “groapa”, con il corpo che s’estende per decine di ettari, putrefatto da decenni di accumuli. Il lago a Glina è sparito. La campagna è contaminata. L’acqua è marrone. L’immondizia di Bucarest, strato su strato, è diventata alta come le colline a sud-est della capitale fino a risucchiare il paesino. Gente che respira quel tanfo dal 1976, quando l’ex leader comunista Nicolae Ceausescu decise di stivare qui gli scarti di Bucarest. Come Glina ci sono una miriade di altre discariche disseminate nel Sud. Legali e illegali. E a gestirle, dietro le società romene di facciata, ci sono gli italiani.

L’ultimo fenomeno che allarma l’Interpol è il fiorire, sotto i Carpazi, di una miriade di aziende campane che si occupano proprio di rifiuti. Sono quelle che oggi fanno temere che si stia organizzando qui la discarica di Napoli. Il progetto che saltò tre anni fa, quando il business era gestito dai soci di don Vito Ciancimino, che s’erano aggiudicati l’ampliamento di Glina, l’inceneritore di Ploiesti e un paio di grosse discariche a Mures e Baicoi. All’epoca fu un’inchiesta della Procura di Palermo, a caccia dei tesori nascosti del boss, a passare i confini e bloccare le operazioni, costringendo i soci dell’ex sindaco condannato a 13 anni per associazione mafiosa a svuotare le società e sparire nel colabrodo del diritto romeno. Agenda 21, la capofila fondata da Sergio Pileri e fratelli, è diventata una scatola vuota. Mentre laEcorec, società che gestisce la discarica di Glina, è stata acquisita dal gruppo molisano Valente, che operava nella ex Jugoslavia dagli anni Ottanta. Due anni fa si sono decisi a giocare la loro prima partita sui rifiuti attuando un piano di ammodernamento per trasformare Ochiul Boului nella più grande discarica certificata d’Europa. Chiudendo contratti con gran parte dei paesi dell’Unione europea. Intanto molti dei tentacoli societari dei fratelli Pileri, che gestivano conGianni Lapis e Romano Tronci il gruppo di imprese incastrate una sull’altra, operano ancora a Bucarest. Nei rifiuti. Nell’immobiliare. Nella moda. Lo sa la polizia. Sa che alcune sigle sono cambiate, altre sono passate in mani straniere, altre ancora di italiani. Immerse nel mare delle circa cento società che si occupano di smaltimento da queste parti. È un sistema dove tutti conoscono tutti: “Ufficialmente non ci sono indagini in questo momento sul traffico di rifiuti dall’Italia alla Romania. Se da voi tutti sospettano tutti, qui ci atteniamo ai fatti”, replicano gli investigatori. Eppure fuori microfono confermano che il campanello d’allarme è suonato. I container di immondizia arrivano via mare. E passano facilmente le frontiere colabrodo dal porto di Costanza. O addirittura da Odessa e Illichivs’k in Ucraina.

Proprio in questi mesi caldi, sono aumentati i controlli sul confine meridionale e i giornali romeni parlano di “caracatita”, la piovra italiana, la rete di società che in un gioco di scatole cinesi si spartisce la nuova partita dei rifiuti, della green economy e dell’eolico. È facile giocarla qui, dove mafia e camorra si sono stabilite da tempo. Basti pensare che negli ultimi cinque anni sono stati arrestati almeno dieci superlatitanti italiani in quest’area: da Francesco Schiavone, cugino di Sandokan, al camorrista Mariano Pascale, acciuffato a Dubraveni, a Ignazio Nicodemo che operava tra Pitesti e Costanza e Vincenzo Spoto, uno dei boss della Sacra Corona Unita. Nel frattempo sono triplicate le aziende italiane che partecipano a gare d’appalto per le nuove discariche e che si presentano a Romenvirotec, la più grande fiera romena sui rifiuti.

Se nel sud del Paese impera la mafia cinese e i russi si sono organizzati sul confine con la Moldavia per gestire i traffici di rifiuti tossici attraverso le Repubbliche ex sovietiche, i più forti restano comunque gli italiani. Quelli che controllano il Nord-ovest, la zona di Bucarest e giù fino al Mar Nero. Per loro la monnezza non sporca, ma pulisce. Lava quattrini e succhia fondi pubblici. Ammalia l’Unione europea, prodiga di finanziamenti per ammodernare il sistema di smaltimento romeno e riempie i conti della malavita. E così l’emergenza Napoli è una gallina dalle uova d’oro. Paga il governo, paga Bruxelles, pagano tutti. Magari si firmano contratti con ditte italiane e, per guadagnarci due o tre volte, la stessa monnezza finisce sulle rotte della camorra. Mescolata a rifiuti che in Italia non si potrebbero nemmeno smaltire. Non è fantascienza. È la regola sul Mar Nero. Un business che rende più della droga dopo l’ingresso del Paese nell’Unione europea, quando anche la criminalità ha fatto un salto di qualità e s’è buttata sulle cosiddette imprese ecologiche: “Con il doppio vantaggio che gli investimenti sono a costo zero. E permettono di riciclare fiumi di soldi sporchi della criminalità organizzata in un paese della Ue. E rimetterli in circolo”, spiegano all’Interpol.

Qui non rischiano di spostarsi solo i rifiuti, dunque, ma la testa stessa del business. La base strategica del riciclaggio che guarda a Oriente. Basta fare un salto sabato notte al Bamboo. È la più grande discoteca dell’Est Europa, un paradiso fatto di musica e belle ragazze disseminato di oligarghi e uomini d’affari. I proprietari sono due italiani che hanno costruito nella capitale romena un piccolo impero: Giosuè e Ciro Castellano, i nipoti di Pupetta Maresca, compagna del boss Umberto Ammaturo e prima notabile donna della camorra. Un tavolo nella zona vip te lo devono dare loro di persona. Paghi anche mille euro per bere vodka commerciale. Fuori girano Ferrari, Audi e Bmw nuove di zecca. Perché a Bucarest sesso e affari sono una miscela inscindibile. Su quella pista psichedelica danzano loro e pure i miliardi che dall’Italia transitano nei Balcani. Ma dove possono stivare illegalmente i rifiuti? Lo spiega un ingegnere lombardo che, l’anno scorso, s’è sentito parte del gioco e ha cercato di entrare nel giro delle discariche. Con l’unico risultato di trovarsi in ospedale con le ossa rotte: “Qui funziona così: le società romene, dietro alle quali c’è la criminalità organizzata, ottengono dai Comuni le autorizzazioni per le discariche”, racconta a “L’espresso”. Ne è prevista una a Cumpana, alle foci del Danubio. Altre a Valul lui Traian in Dobrugia e verso Tulcea: “Dovrebbero servire per i rifiuti urbani e le aziende della zona. Invece nella realtà non succede così, perché il sistema è rudimentale e nella maggior parte dei casi non ci sono nemmeno i bidoni. Il Comune paga, ma il grosso della roba finisce nelle centinaia di discarche abusive che nascono dappertutto. Così alle imprese di smaltimento ufficiali restano milioni di metri cubi fantasma da riempire con quello che vogliono”.

Poche settimane fa la Guardia ambientale è tornata a Glina. Ha fermato alcuni camion che trasportavano da Iasi sostanze illegali. Più a sud hanno arrestato un autista con un carico di mercurio. È per questo che la spazzatura di Napoli per il popolo che vive arrampicato sull’immondizia è un incubo che ritorna. Proprio la monnezza a cui il presidente Traian Basescu oppose un fermo no nel 2007, fa sì che se oggi vai a Glina o nel piccolo paese Popesti Leordeni, e parli italiano, rischi la pelle come tre anni fa. Da un paio di mesi Radu e Mihai cacciano tutti via dalla discarica. E c’è pure Alin con loro, un giovane rom che ha lavorato a Napoli nel cantiere infinito della metropolitana. La stessa cosa se ti spingi a sud, verso Costanza, dove una miriade di discariche abusive rompono la campagna. Hanno picchiato un giornalista, un reporter straniero che s’avvicinava sfruttando il salvacondotto delle ambasciate. Lo confermano la polizia romena e gli uffici diplomatici. Tutti a Bucarest consigliano di girare al largo da quei disperati. E di lasciar perdere l’ecomafia dei Balcani. Perché non esiste. Quelle navi non attraccano davvero. E quei camion che loro sentono di notte scaricare putrescenza non sono reali. Occultati, come i rifiuti che portano, dietro nomi e società fittizie.

Fonte: L’Espresso

.

Leggi tutto »
La camorra porta di nascosto i rifiuti dalla Campania alla Romania. Via nave: Napoli, Dardanelli, fino al porto di Costanza sul Mar Nero. Ecco tutti gli uomini e le società coinvolte nel business dei veleni

(Tommaso Cerno, L’Espresso)


Il mostro s’è risvegliato. Ruggisce di nuovo “Ochiul Boului“, l’occhio di bue, la discarica più spaventosa della Romania.Ruggisce da quando Napoli s’è trovata coperta un’altra volta dai rifiuti. Qui a Glina temono possa tornare il pericolo italiano, i container di spazzatura campana gestita dalla camorra. Temono che al di là delle dichiarazioni del governo Berlusconi, che promette di smaltire quella montagna puzzolente distribuendola fra le altre regioni, partano i traffici di navi fantasma stracolme di monnezza. Perché i soldi in gioco sono tanti. E i contratti ufficiali con gli smaltitori del Nord non rendono certo alla malavita italiana quanto quelle crociere di veleni. Non sarebbe la prima volta che i cargo scaricano illegalmente qui immondizia destinata altrove. Né che dietro a un’operazione legale spunti la mano della mafia. Tanto, una volta che i rifiuti sbarcano in Romania nessuno li trova più. Finiscono sepolti sotto questi mostri che chiamano “groapa”, con il corpo che s’estende per decine di ettari, putrefatto da decenni di accumuli. Il lago a Glina è sparito. La campagna è contaminata. L’acqua è marrone. L’immondizia di Bucarest, strato su strato, è diventata alta come le colline a sud-est della capitale fino a risucchiare il paesino. Gente che respira quel tanfo dal 1976, quando l’ex leader comunista Nicolae Ceausescu decise di stivare qui gli scarti di Bucarest. Come Glina ci sono una miriade di altre discariche disseminate nel Sud. Legali e illegali. E a gestirle, dietro le società romene di facciata, ci sono gli italiani.

L’ultimo fenomeno che allarma l’Interpol è il fiorire, sotto i Carpazi, di una miriade di aziende campane che si occupano proprio di rifiuti. Sono quelle che oggi fanno temere che si stia organizzando qui la discarica di Napoli. Il progetto che saltò tre anni fa, quando il business era gestito dai soci di don Vito Ciancimino, che s’erano aggiudicati l’ampliamento di Glina, l’inceneritore di Ploiesti e un paio di grosse discariche a Mures e Baicoi. All’epoca fu un’inchiesta della Procura di Palermo, a caccia dei tesori nascosti del boss, a passare i confini e bloccare le operazioni, costringendo i soci dell’ex sindaco condannato a 13 anni per associazione mafiosa a svuotare le società e sparire nel colabrodo del diritto romeno. Agenda 21, la capofila fondata da Sergio Pileri e fratelli, è diventata una scatola vuota. Mentre laEcorec, società che gestisce la discarica di Glina, è stata acquisita dal gruppo molisano Valente, che operava nella ex Jugoslavia dagli anni Ottanta. Due anni fa si sono decisi a giocare la loro prima partita sui rifiuti attuando un piano di ammodernamento per trasformare Ochiul Boului nella più grande discarica certificata d’Europa. Chiudendo contratti con gran parte dei paesi dell’Unione europea. Intanto molti dei tentacoli societari dei fratelli Pileri, che gestivano conGianni Lapis e Romano Tronci il gruppo di imprese incastrate una sull’altra, operano ancora a Bucarest. Nei rifiuti. Nell’immobiliare. Nella moda. Lo sa la polizia. Sa che alcune sigle sono cambiate, altre sono passate in mani straniere, altre ancora di italiani. Immerse nel mare delle circa cento società che si occupano di smaltimento da queste parti. È un sistema dove tutti conoscono tutti: “Ufficialmente non ci sono indagini in questo momento sul traffico di rifiuti dall’Italia alla Romania. Se da voi tutti sospettano tutti, qui ci atteniamo ai fatti”, replicano gli investigatori. Eppure fuori microfono confermano che il campanello d’allarme è suonato. I container di immondizia arrivano via mare. E passano facilmente le frontiere colabrodo dal porto di Costanza. O addirittura da Odessa e Illichivs’k in Ucraina.

Proprio in questi mesi caldi, sono aumentati i controlli sul confine meridionale e i giornali romeni parlano di “caracatita”, la piovra italiana, la rete di società che in un gioco di scatole cinesi si spartisce la nuova partita dei rifiuti, della green economy e dell’eolico. È facile giocarla qui, dove mafia e camorra si sono stabilite da tempo. Basti pensare che negli ultimi cinque anni sono stati arrestati almeno dieci superlatitanti italiani in quest’area: da Francesco Schiavone, cugino di Sandokan, al camorrista Mariano Pascale, acciuffato a Dubraveni, a Ignazio Nicodemo che operava tra Pitesti e Costanza e Vincenzo Spoto, uno dei boss della Sacra Corona Unita. Nel frattempo sono triplicate le aziende italiane che partecipano a gare d’appalto per le nuove discariche e che si presentano a Romenvirotec, la più grande fiera romena sui rifiuti.

Se nel sud del Paese impera la mafia cinese e i russi si sono organizzati sul confine con la Moldavia per gestire i traffici di rifiuti tossici attraverso le Repubbliche ex sovietiche, i più forti restano comunque gli italiani. Quelli che controllano il Nord-ovest, la zona di Bucarest e giù fino al Mar Nero. Per loro la monnezza non sporca, ma pulisce. Lava quattrini e succhia fondi pubblici. Ammalia l’Unione europea, prodiga di finanziamenti per ammodernare il sistema di smaltimento romeno e riempie i conti della malavita. E così l’emergenza Napoli è una gallina dalle uova d’oro. Paga il governo, paga Bruxelles, pagano tutti. Magari si firmano contratti con ditte italiane e, per guadagnarci due o tre volte, la stessa monnezza finisce sulle rotte della camorra. Mescolata a rifiuti che in Italia non si potrebbero nemmeno smaltire. Non è fantascienza. È la regola sul Mar Nero. Un business che rende più della droga dopo l’ingresso del Paese nell’Unione europea, quando anche la criminalità ha fatto un salto di qualità e s’è buttata sulle cosiddette imprese ecologiche: “Con il doppio vantaggio che gli investimenti sono a costo zero. E permettono di riciclare fiumi di soldi sporchi della criminalità organizzata in un paese della Ue. E rimetterli in circolo”, spiegano all’Interpol.

Qui non rischiano di spostarsi solo i rifiuti, dunque, ma la testa stessa del business. La base strategica del riciclaggio che guarda a Oriente. Basta fare un salto sabato notte al Bamboo. È la più grande discoteca dell’Est Europa, un paradiso fatto di musica e belle ragazze disseminato di oligarghi e uomini d’affari. I proprietari sono due italiani che hanno costruito nella capitale romena un piccolo impero: Giosuè e Ciro Castellano, i nipoti di Pupetta Maresca, compagna del boss Umberto Ammaturo e prima notabile donna della camorra. Un tavolo nella zona vip te lo devono dare loro di persona. Paghi anche mille euro per bere vodka commerciale. Fuori girano Ferrari, Audi e Bmw nuove di zecca. Perché a Bucarest sesso e affari sono una miscela inscindibile. Su quella pista psichedelica danzano loro e pure i miliardi che dall’Italia transitano nei Balcani. Ma dove possono stivare illegalmente i rifiuti? Lo spiega un ingegnere lombardo che, l’anno scorso, s’è sentito parte del gioco e ha cercato di entrare nel giro delle discariche. Con l’unico risultato di trovarsi in ospedale con le ossa rotte: “Qui funziona così: le società romene, dietro alle quali c’è la criminalità organizzata, ottengono dai Comuni le autorizzazioni per le discariche”, racconta a “L’espresso”. Ne è prevista una a Cumpana, alle foci del Danubio. Altre a Valul lui Traian in Dobrugia e verso Tulcea: “Dovrebbero servire per i rifiuti urbani e le aziende della zona. Invece nella realtà non succede così, perché il sistema è rudimentale e nella maggior parte dei casi non ci sono nemmeno i bidoni. Il Comune paga, ma il grosso della roba finisce nelle centinaia di discarche abusive che nascono dappertutto. Così alle imprese di smaltimento ufficiali restano milioni di metri cubi fantasma da riempire con quello che vogliono”.

Poche settimane fa la Guardia ambientale è tornata a Glina. Ha fermato alcuni camion che trasportavano da Iasi sostanze illegali. Più a sud hanno arrestato un autista con un carico di mercurio. È per questo che la spazzatura di Napoli per il popolo che vive arrampicato sull’immondizia è un incubo che ritorna. Proprio la monnezza a cui il presidente Traian Basescu oppose un fermo no nel 2007, fa sì che se oggi vai a Glina o nel piccolo paese Popesti Leordeni, e parli italiano, rischi la pelle come tre anni fa. Da un paio di mesi Radu e Mihai cacciano tutti via dalla discarica. E c’è pure Alin con loro, un giovane rom che ha lavorato a Napoli nel cantiere infinito della metropolitana. La stessa cosa se ti spingi a sud, verso Costanza, dove una miriade di discariche abusive rompono la campagna. Hanno picchiato un giornalista, un reporter straniero che s’avvicinava sfruttando il salvacondotto delle ambasciate. Lo confermano la polizia romena e gli uffici diplomatici. Tutti a Bucarest consigliano di girare al largo da quei disperati. E di lasciar perdere l’ecomafia dei Balcani. Perché non esiste. Quelle navi non attraccano davvero. E quei camion che loro sentono di notte scaricare putrescenza non sono reali. Occultati, come i rifiuti che portano, dietro nomi e società fittizie.

Fonte: L’Espresso

.

mercoledì 24 novembre 2010

Così B. uccide il Sud

Smantellata la struttura che aveva gestito l'emergenza del 2008, ora il governo riversa soldi a pioggia e senza gare d'appalto. Arricchendo i sottopoteri che da queste crisi traggono il proprio potere


di Gianluca Di Feo


L'eruzione dei rifiuti, la desolazione di Pompei. Oggi come tre anni fa, in un agghiacciante deja vu che a Napoli mostra tutti i difetti dell'Italia e la sua incapacità di cambiare. E un unico punto di riferimento, che senza forzare i toni di una politica dove le urla sostituiscono i fatti cerca di salvare la credibilità delle istituzioni: il capo dello Stato.

Giorgio Napolitano ha imposto di intervenire sulla questione della spazzatura che invade le strade della terza città del Paese, la capitale di un Sud sempre più lontano dall'Europa. Ed è stato sempre il Quirinale a denunciare le condizioni della più grande area archeologica del mondo, un tesoro che non ha pari e che - come dimostra la videoinchiesta di Claudio Pappaianni per 'L'espresso' - continua a essere gestito in modo indecente: «È una vergogna, servono spiegazioni», ha dichiarato il presidente dopo il crollo della Domus dei Gladiatori.

Ma tre settimane dopo non ci sono state spiegazioni su come sia stato possibile arrivare a tanto degrado, né davanti alle Camere il ministro Bondi ha saputo indicare le responsabilità del disastro.

In compenso, le inchieste de 'L'espresso' hanno dimostrato come il commissariamento degli scavi abbia seguito il solito copione allegro della Protezione civile, con milioni di euro sprecati per iniziative effimere, per creare un'immagine di successo che occultasse la realtà, per elargire contratti a società di amici dei potenti.

Mentre Pompei va alla deriva, nelle strade di Napoli la spazzatura continua ad accumularsi. E quali sono le soluzioni del governo del fare? Evocare l'intervento dell'Esercito, come ha fatto il ministro della Difesa Ignazio La Russa.

I militari hanno avuto un ruolo chiave nella soluzione della grande crisi del 2008, quella che ferì la credibilità dell'esecutivo di Romano Prodi, e si sono occupati della regia della struttura creata da Guido Bertolaso in Campania: la struttura smantellata la scorsa primavera quando Silvio Berlusconi ha decretato il ritorno alla normalità e il passaggio di consegne alle Province, organismi amministrati da politici di centrodestra. Personaggi come Luigino Cesaro, che in gioventù frequentava i boss cutoliani; Cosimo Sibilia, figlio del discusso patron dell'Avellino Calcio; Edmondo Cirielli, che ha dato il nome a quella legge spesso chiamata "salva Previti".

L'effetto si è visto: la normalità non esiste, i termovalorizzatori annunciati nel 2008 rimangono sulla carta, le discariche sono piene, nessuna regione sembra disposta ad accettare rifiuti campani che potrebbero nascondere qualunque genere di sostanza tossica. I no più decisi vengono proprio dai governatori di centrodestra, mentre solo la "rossa" Toscana ha mostrato un'apertura di solidarietà.

A Napoli martedì 23 novembre si stimava che 3200 tonnellate di rifiuti fossero sparse per le strade. Ma il ministro della Salute Fazio tranquillizza: la situazione è critica, ma non c'è il rischio di epidemia. Epidemia: uno spettro che oggi riguarda solo Haiti, paese tra i più poveri del globo, distrutto da uno dei terremoti più violenti mai visti. Epidemia, un termine che sembrava cancellato dai dizionari europei e che invece continua a essere evocato nel timore che l'onda della spazzatura non venga fermata.

Il decreto finalmente varato dal governo, dopo l'esplosione di una faida interna al Pdl che dalla Campania ha minacciato la stabilità dell'intero esecutivo con la sortita di Mara Carfagna, non sembra garantire soluzioni definitive. L'unico elemento concreto sono i soldi, l'ennesima pioggia di milioni assegnati senza gare che permetteranno di trovare nuovi buchi dove accumulare munnezza ed ecoballe. Denaro che andrà ad arricchire anche la camorra, protagonista di queste emergenze come dimostrano le accuse confermate dalla Cassazione a Nicola Cosentino, l'ex sottosegretario che resta il numero uno del partito di maggioranza in Campania.

Ventitre novembre. Una data che tutti dovrebbero ricordare. Trent'anni fa il terremoto devastò quattro province, uccise quasi tremila persone, ne ferì più di ottomila e ne lasciò 280 mila senza una casa. Nonostante gli scandali successivi, quella - come ricorda Antonello Caporale in uno splendido volume, 'Spazzatura spa' - fu una tragedia che unì l'Italia: dal Friuli al Piemonte, ci fu una gara per sostenere Napoli, Avellino, Potenza.

Oggi il disastro quotidiano della Campania invece incentiva solo le spinte verso il federalismo più esasperato, ribadite con forza in questi giorni. Colpa anche di una classe politica che - come recita sempre il libro di Caporale - dall'Irpinia all'Aquila sfrutta le disgrazie e divide il Paese.


.
Leggi tutto »
Smantellata la struttura che aveva gestito l'emergenza del 2008, ora il governo riversa soldi a pioggia e senza gare d'appalto. Arricchendo i sottopoteri che da queste crisi traggono il proprio potere


di Gianluca Di Feo


L'eruzione dei rifiuti, la desolazione di Pompei. Oggi come tre anni fa, in un agghiacciante deja vu che a Napoli mostra tutti i difetti dell'Italia e la sua incapacità di cambiare. E un unico punto di riferimento, che senza forzare i toni di una politica dove le urla sostituiscono i fatti cerca di salvare la credibilità delle istituzioni: il capo dello Stato.

Giorgio Napolitano ha imposto di intervenire sulla questione della spazzatura che invade le strade della terza città del Paese, la capitale di un Sud sempre più lontano dall'Europa. Ed è stato sempre il Quirinale a denunciare le condizioni della più grande area archeologica del mondo, un tesoro che non ha pari e che - come dimostra la videoinchiesta di Claudio Pappaianni per 'L'espresso' - continua a essere gestito in modo indecente: «È una vergogna, servono spiegazioni», ha dichiarato il presidente dopo il crollo della Domus dei Gladiatori.

Ma tre settimane dopo non ci sono state spiegazioni su come sia stato possibile arrivare a tanto degrado, né davanti alle Camere il ministro Bondi ha saputo indicare le responsabilità del disastro.

In compenso, le inchieste de 'L'espresso' hanno dimostrato come il commissariamento degli scavi abbia seguito il solito copione allegro della Protezione civile, con milioni di euro sprecati per iniziative effimere, per creare un'immagine di successo che occultasse la realtà, per elargire contratti a società di amici dei potenti.

Mentre Pompei va alla deriva, nelle strade di Napoli la spazzatura continua ad accumularsi. E quali sono le soluzioni del governo del fare? Evocare l'intervento dell'Esercito, come ha fatto il ministro della Difesa Ignazio La Russa.

I militari hanno avuto un ruolo chiave nella soluzione della grande crisi del 2008, quella che ferì la credibilità dell'esecutivo di Romano Prodi, e si sono occupati della regia della struttura creata da Guido Bertolaso in Campania: la struttura smantellata la scorsa primavera quando Silvio Berlusconi ha decretato il ritorno alla normalità e il passaggio di consegne alle Province, organismi amministrati da politici di centrodestra. Personaggi come Luigino Cesaro, che in gioventù frequentava i boss cutoliani; Cosimo Sibilia, figlio del discusso patron dell'Avellino Calcio; Edmondo Cirielli, che ha dato il nome a quella legge spesso chiamata "salva Previti".

L'effetto si è visto: la normalità non esiste, i termovalorizzatori annunciati nel 2008 rimangono sulla carta, le discariche sono piene, nessuna regione sembra disposta ad accettare rifiuti campani che potrebbero nascondere qualunque genere di sostanza tossica. I no più decisi vengono proprio dai governatori di centrodestra, mentre solo la "rossa" Toscana ha mostrato un'apertura di solidarietà.

A Napoli martedì 23 novembre si stimava che 3200 tonnellate di rifiuti fossero sparse per le strade. Ma il ministro della Salute Fazio tranquillizza: la situazione è critica, ma non c'è il rischio di epidemia. Epidemia: uno spettro che oggi riguarda solo Haiti, paese tra i più poveri del globo, distrutto da uno dei terremoti più violenti mai visti. Epidemia, un termine che sembrava cancellato dai dizionari europei e che invece continua a essere evocato nel timore che l'onda della spazzatura non venga fermata.

Il decreto finalmente varato dal governo, dopo l'esplosione di una faida interna al Pdl che dalla Campania ha minacciato la stabilità dell'intero esecutivo con la sortita di Mara Carfagna, non sembra garantire soluzioni definitive. L'unico elemento concreto sono i soldi, l'ennesima pioggia di milioni assegnati senza gare che permetteranno di trovare nuovi buchi dove accumulare munnezza ed ecoballe. Denaro che andrà ad arricchire anche la camorra, protagonista di queste emergenze come dimostrano le accuse confermate dalla Cassazione a Nicola Cosentino, l'ex sottosegretario che resta il numero uno del partito di maggioranza in Campania.

Ventitre novembre. Una data che tutti dovrebbero ricordare. Trent'anni fa il terremoto devastò quattro province, uccise quasi tremila persone, ne ferì più di ottomila e ne lasciò 280 mila senza una casa. Nonostante gli scandali successivi, quella - come ricorda Antonello Caporale in uno splendido volume, 'Spazzatura spa' - fu una tragedia che unì l'Italia: dal Friuli al Piemonte, ci fu una gara per sostenere Napoli, Avellino, Potenza.

Oggi il disastro quotidiano della Campania invece incentiva solo le spinte verso il federalismo più esasperato, ribadite con forza in questi giorni. Colpa anche di una classe politica che - come recita sempre il libro di Caporale - dall'Irpinia all'Aquila sfrutta le disgrazie e divide il Paese.


.

 
[Privacy]
Design by Free WordPress Themes | Bloggerized by Lasantha - Premium Blogger Themes | Hot Sonakshi Sinha, Car Price in India