venerdì 5 ottobre 2012

La mafia che garantiva l'unità nazionale

Quanti patti stato-mafia sono stati siglati dall’Unità d’Italia ad oggi? Soprattutto, siamo certi che il Tricolore sarebbe durato senza la forte mediazione d’una certa “nobiltà agraria”: un discorso che vale per l’intero Mezzogiorno. E perché dalla Sicilia alla Calabria, e dalla Basilica alla Puglia ed alla Campania, affermare la presenza del nuovo stato risultava assai difficile.
Erroneamente i libri di storia hanno per 150 anni sovrapposto la Carboneria risorgimentale alle società segrete: ed allora perché nessuno sa spiegare tutte le finalità delle oltre tremila società segrete che continuarono ad operare nell’intero Sud Italia anche dopo l’unificazione? È più che nutrita la bibliografia sulle società segrete siciliane, ed è certo che i loro affiliati hanno gestito nell’Isola la fase di transizione dal regno borbonico a quello sabaudo. Non si sbaglia ad asserire che nell’intero Mezzogiorno gli affiliati alle società segrete erano per numero ben maggiori di carabinieri, garibaldini, bersaglieri, prefetti e regi magistrati militari.

Al punto che, fino ai primi del ‘900, la gente comune che riceveva torti si rivolgeva ancora al barone, e per fatti più piccoli al massaro del nobile o al compaesano autorevole. I carabinieri del Regno ed i tribunali militari non offrivano fiducia al popolo. E come dare loro torto? Gli esempi di vita quotidiana offerti dalle truppe d’occupazione non erano tutti edificanti, e le voci di angherie o ingiuste carcerazioni si diffondevano rapidamente. Quando nel 1866 a Palermo scoppiarono i focolai di ribellione anti-piemontese, subito ribattezzati “rivolta del sette e mezzo”, era già di dominio pubblico la novella d’un umile giovinetto di campagna caduto sotto i colpi dei militari che giocavano a tiro al bersaglio. È un fatto che la “rivolta del sette e mezzo”, fortemente appoggiata dalle società segrete, venne placata da accordi che lo stato piemontese dovette raggiungere con i notabili delle campagne palermitane.

Oggi si parla tanto di patto stato-cosa nostra, stato-stidda, stato-’ndrangheta, stato-’ndrine, stato-camorra, stato-sacra corona, stato-criminalità in genere. La stessa Unità d’Italia è stata un grande patto, un accordo anche con potenze straniere. In Calabria si narra che, nell’areale della Sila piccola, sia avvenuto nel 1862 un episodio d’ineguagliabile efferatezza: il padre ed il fratello d’una ragazza violentata dalla truppe d’occupazione chiesero ad un aiutante di campo di poter conferire col colonnello Fumel, da poco in Calabria per arginare il brigantaggio (quello militare, finanziato dall’ufficiale borbonico spagnolo José Borjes). Inaspettata la reazione del colonnello Pietro Fumel: ordinò l’arresto di padre e figlio, che poi vennero impiccati insieme ad altri contadini sospettati di brigantaggio. La risposta della popolazione fu di diverso tipo: tanti migrarono da un territorio ormai inospitale, ma altri (in contatto anche con organizzazioni segrete) decisero d’intralciare l’opera del colonnello piemontese.

«Io sottoscritto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio - scriveva nel suo proclama il colonnello Fumel - prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà un suo camerata; gli sarà inoltre risparmiata la vita. Coloro che in onta degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità, verranno immediatamente fucilati. Tutte le capanne di campagna che non sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i loro ingressi murati. È proibito di trasportare pane o altra specie di provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo ordine sarà considerato come complice dei briganti». Le parole e le azioni (fucilazioni) di Fumel fecero il giro del mondo, e le filantropiche Stati Uniti e Gran Bretagna offrirono ospitalità ai Meridionali in fuga dai militari sabaudi.

Il colonnello decimò le bande calabresi di Palma, Schipani, Ferrigno, Morrone, Franzese, Rosacozza, Molinari, Bellusci, Pinnolo... Ma proprio dalle quelle zone partiva una massiccia migrazione alla volta degli Usa. Infatti nel 1880 la famiglia Colosimo lascerà i monti della Sila piccola per trasferirsi a Chicago: il giovane Giacomo Colosimo raggiungerà i suoi parenti nel 1894, e qualche anno dopo assurgerà a primo boss ufficialmente riconosciuto della “Chicago Outfit”. Intanto lo stato italiano già annoverava nel Parlamento del Regno non pochi notabili calabresi, e tutto sembrava essere rientrato: anzi garantivano agli increduli piemontesi che il brigantaggio stava finendo.

Ma molti parlamentari del Regno ribattevano che fino ad un anno prima i briganti venivano segnalati persino alle porte di Napoli: 25 lire era la ricompensa per chi catturava un brigante. Bettino Ricasoli succedeva a Camillo Benso di Cavour e, all’atto d’insediarsi, rendeva noto che «il nostro governo in queste province è debolissimo». Nell’agosto del 1862 Re Vittorio Emanuele II decretava lo stato d’assedio del Sud: a giudicare la Reggio Calabria di oggi sembra che quel proclama non sia mai stato revocato. Infatti nel dicembre 1862 nasceva la «Commissione Parlamentare d’Inchiesta per studiare il fenomeno del brigantaggio nelle province meridionali e le sue cause politiche e sociali»: l’ormai nota “commissione anti-brigantaggio”. Nel maggio 1863 la Commissione d’Inchiesta pubblicava una lunga relazione, e di brigantaggio s’è parlato fino al 1963, quando la Repubblica italiana istituiva la commissione anti-mafia. Ma sul patto-stato mafia qualche refolo era già trapelato, almeno oltre Atlantico. Antefatto: i sindaci delle città lungo la traiettoria Chicago-New York avevano stretto tra il 1908 ed il 1910 accordi col piano alto della criminalità organizzata, nello specifico con i boss “five points gang”. L’obiettivo era stato matematicamente calcolato, corrispondeva al non far elevare oltre una certa percentuale statistica omicidi, rapine e visibilità a fenomeni come prostituzione ed estorsioni. Ed in una delle prime “intercettazioni ambientali” della storia (siamo prima del 1920) un luogotenente di Johnny Torrio ammette senza mezzi termini “qui lo stato si deve sempre mettere d’accordo con noi, in Italia è pure così”. Nasceva il “sindacato del crimine”, e sarà lo stesso Torrio ad indicare Luky Luciano come suo erede. Lo scenografico Luciano che, grazie al Dipartimento di Stato, rammenterà all’Italia del dopo guerra l’importanza di tenere fede al patto.

di Ruggiero Capone
Fonte: L'Opinione

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Quanti patti stato-mafia sono stati siglati dall’Unità d’Italia ad oggi? Soprattutto, siamo certi che il Tricolore sarebbe durato senza la forte mediazione d’una certa “nobiltà agraria”: un discorso che vale per l’intero Mezzogiorno. E perché dalla Sicilia alla Calabria, e dalla Basilica alla Puglia ed alla Campania, affermare la presenza del nuovo stato risultava assai difficile.
Erroneamente i libri di storia hanno per 150 anni sovrapposto la Carboneria risorgimentale alle società segrete: ed allora perché nessuno sa spiegare tutte le finalità delle oltre tremila società segrete che continuarono ad operare nell’intero Sud Italia anche dopo l’unificazione? È più che nutrita la bibliografia sulle società segrete siciliane, ed è certo che i loro affiliati hanno gestito nell’Isola la fase di transizione dal regno borbonico a quello sabaudo. Non si sbaglia ad asserire che nell’intero Mezzogiorno gli affiliati alle società segrete erano per numero ben maggiori di carabinieri, garibaldini, bersaglieri, prefetti e regi magistrati militari.

Al punto che, fino ai primi del ‘900, la gente comune che riceveva torti si rivolgeva ancora al barone, e per fatti più piccoli al massaro del nobile o al compaesano autorevole. I carabinieri del Regno ed i tribunali militari non offrivano fiducia al popolo. E come dare loro torto? Gli esempi di vita quotidiana offerti dalle truppe d’occupazione non erano tutti edificanti, e le voci di angherie o ingiuste carcerazioni si diffondevano rapidamente. Quando nel 1866 a Palermo scoppiarono i focolai di ribellione anti-piemontese, subito ribattezzati “rivolta del sette e mezzo”, era già di dominio pubblico la novella d’un umile giovinetto di campagna caduto sotto i colpi dei militari che giocavano a tiro al bersaglio. È un fatto che la “rivolta del sette e mezzo”, fortemente appoggiata dalle società segrete, venne placata da accordi che lo stato piemontese dovette raggiungere con i notabili delle campagne palermitane.

Oggi si parla tanto di patto stato-cosa nostra, stato-stidda, stato-’ndrangheta, stato-’ndrine, stato-camorra, stato-sacra corona, stato-criminalità in genere. La stessa Unità d’Italia è stata un grande patto, un accordo anche con potenze straniere. In Calabria si narra che, nell’areale della Sila piccola, sia avvenuto nel 1862 un episodio d’ineguagliabile efferatezza: il padre ed il fratello d’una ragazza violentata dalla truppe d’occupazione chiesero ad un aiutante di campo di poter conferire col colonnello Fumel, da poco in Calabria per arginare il brigantaggio (quello militare, finanziato dall’ufficiale borbonico spagnolo José Borjes). Inaspettata la reazione del colonnello Pietro Fumel: ordinò l’arresto di padre e figlio, che poi vennero impiccati insieme ad altri contadini sospettati di brigantaggio. La risposta della popolazione fu di diverso tipo: tanti migrarono da un territorio ormai inospitale, ma altri (in contatto anche con organizzazioni segrete) decisero d’intralciare l’opera del colonnello piemontese.

«Io sottoscritto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio - scriveva nel suo proclama il colonnello Fumel - prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà un suo camerata; gli sarà inoltre risparmiata la vita. Coloro che in onta degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità, verranno immediatamente fucilati. Tutte le capanne di campagna che non sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i loro ingressi murati. È proibito di trasportare pane o altra specie di provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo ordine sarà considerato come complice dei briganti». Le parole e le azioni (fucilazioni) di Fumel fecero il giro del mondo, e le filantropiche Stati Uniti e Gran Bretagna offrirono ospitalità ai Meridionali in fuga dai militari sabaudi.

Il colonnello decimò le bande calabresi di Palma, Schipani, Ferrigno, Morrone, Franzese, Rosacozza, Molinari, Bellusci, Pinnolo... Ma proprio dalle quelle zone partiva una massiccia migrazione alla volta degli Usa. Infatti nel 1880 la famiglia Colosimo lascerà i monti della Sila piccola per trasferirsi a Chicago: il giovane Giacomo Colosimo raggiungerà i suoi parenti nel 1894, e qualche anno dopo assurgerà a primo boss ufficialmente riconosciuto della “Chicago Outfit”. Intanto lo stato italiano già annoverava nel Parlamento del Regno non pochi notabili calabresi, e tutto sembrava essere rientrato: anzi garantivano agli increduli piemontesi che il brigantaggio stava finendo.

Ma molti parlamentari del Regno ribattevano che fino ad un anno prima i briganti venivano segnalati persino alle porte di Napoli: 25 lire era la ricompensa per chi catturava un brigante. Bettino Ricasoli succedeva a Camillo Benso di Cavour e, all’atto d’insediarsi, rendeva noto che «il nostro governo in queste province è debolissimo». Nell’agosto del 1862 Re Vittorio Emanuele II decretava lo stato d’assedio del Sud: a giudicare la Reggio Calabria di oggi sembra che quel proclama non sia mai stato revocato. Infatti nel dicembre 1862 nasceva la «Commissione Parlamentare d’Inchiesta per studiare il fenomeno del brigantaggio nelle province meridionali e le sue cause politiche e sociali»: l’ormai nota “commissione anti-brigantaggio”. Nel maggio 1863 la Commissione d’Inchiesta pubblicava una lunga relazione, e di brigantaggio s’è parlato fino al 1963, quando la Repubblica italiana istituiva la commissione anti-mafia. Ma sul patto-stato mafia qualche refolo era già trapelato, almeno oltre Atlantico. Antefatto: i sindaci delle città lungo la traiettoria Chicago-New York avevano stretto tra il 1908 ed il 1910 accordi col piano alto della criminalità organizzata, nello specifico con i boss “five points gang”. L’obiettivo era stato matematicamente calcolato, corrispondeva al non far elevare oltre una certa percentuale statistica omicidi, rapine e visibilità a fenomeni come prostituzione ed estorsioni. Ed in una delle prime “intercettazioni ambientali” della storia (siamo prima del 1920) un luogotenente di Johnny Torrio ammette senza mezzi termini “qui lo stato si deve sempre mettere d’accordo con noi, in Italia è pure così”. Nasceva il “sindacato del crimine”, e sarà lo stesso Torrio ad indicare Luky Luciano come suo erede. Lo scenografico Luciano che, grazie al Dipartimento di Stato, rammenterà all’Italia del dopo guerra l’importanza di tenere fede al patto.

di Ruggiero Capone
Fonte: L'Opinione

martedì 25 settembre 2012

Laura Russo: “Una webradio per vincere il silenzio di Scampia”

È iniziato tutto per caso. Partecipando ad un bando per l’apertura di 20 nuove imprese al femminile a Scampia. Era il 2007.

Di webradio, qui, se ne sentiva parlare davvero poco. Almeno a Napoli, soprattutto a Scampia. Ma noi che eravamo – e siamo – appassionate di musica e giornalismo volevamo provarci. L’idea di una Radio a Scampia è nata in un pomeriggio d’inverno mentre, insieme alle mie amiche, accompagnavo mio figlio a scuola. Mentre chiacchieravamo, camminando, ci accorgemmo che i bambini, quasi per gioco, contavano i tossici sulla strada durante il percorso. Allora ci venne in mente che in un quartiere come questo, dove i giovani prima della droga, li ammazza la disperazione e il cinismo, ci voleva uno spazio capace di coinvolgere i ragazzi ma soprattutto di promuovere, amplificare e valorizzare le cose belle, la musica e la speranza.

 L’idea della webradio piacque alla commissione tecnica e così il nostro progetto di dare vita a uno strumento di informazione e comunicazione sul territorio entrò in graduatoria. Poi le diatribe con chi gestiva i fondi comunitari e le sedi territoriali. E il tempo è passato. E non è stato facile.

Ma adesso ci siamo: eccoci qua. RadioSca, che trasmette oramai da più di un anno dalla periferia a Nord di Napoli, non è una radio comune. È una radio commerciale, certo. Trasmette musica e fa intrattenimento. Offre servizi per la comunicazione Web accessibili anche alle piccolissime imprese e ai commercianti del posto. Ed è una voce per parlare della nostra periferia, e speriamo anche di tutte le periferie. Perché, alla fine, le periferie si assomigliano tutte. Anche se dirlo da Scampia può suonare paradossale. Ma soprattutto, RadioSca prova a essere una speranza. Un posto dove provare a instillare semi di ottimismo e di fiducia nel futuro, anche se spesso ci sembra un’operazione titanica. È un invito a tutti, soprattutto ai ragazzi, di prendere seriamente in considerazione che questa è la loro casa, e può assomigliare a un posto migliore se insieme ne faremo un luogo migliore.

È questo il cambiamento. La rete, Internet, ha tutte le caratteristiche per aiutarci a sconfiggere i mali che attanagliano il nostro quartiere e che mortificano noi che ci viviamo. È una finestra sul mondo e un modo per imparare che un altro modo di vivere è possibile. È anche il nostro megafono per raccontare le esperienze positive, quelle coraggiose, che esistono anche qui. Come quei cittadini che, rastrelli e palette alla mano, si sono messi a sistemare i giardini delle case popolari, o come quei commercianti che ci chiedono di aprirgli un sito Internet, o come le artigiane che insieme a noi alla Casa della Socialità provano ad avviare una piccola impresa.

La radio attraverso Internet, può spegnere quel maledetto silenzio che per anni ha favorito il degrado e la rassegnazione, e il conseguente aumento della criminalità. Soprattutto quella organizzata. I social network sono luoghi di scambio di informazione e opinione. E chi vive qui ha un disperato bisogno di scambiare le proprie esperienze e conoscere quelle degli altri. Chiunque può condividere un link e nel caso anche denunciare attraverso i forum, i blog, i gruppi su Facebook. E poi c’è Twitter. Che abbatte le barriere dei superpoteri dell’informazione. Dove si leggono ancora ragionamenti e giudizi che si prendono gioco della gente e della loro realtà.

Per questo è importante essere presenti e provarci. Per questo vogliamo essere “evangeliste” della rete qui a Scampia. E vogliamo portare chi lavora qui, e sono tanti, gli artigiani, i negozi, le attività di servizi su Internet. Perché dipende da noi dare un’opportunità diversa al nostro quartiere. E così Scampia, magari, può diventare un simbolo per tutte quelle periferie che hanno sete di riscatto, che non vogliono essere solo notizie in cronaca nera, che meritano di diventare parti integranti delle città. Basta al degrado e alla rinuncia. I giovani di oggi sono il senso critico del nostro tempo. Viaggiano, sperimentano e riportano a casa e fanno rete. E attenzione: non solo a Scampia.

Scampia, 25 settembre 2012
LAURA RUSSO
Fonte: CheFuturo
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È iniziato tutto per caso. Partecipando ad un bando per l’apertura di 20 nuove imprese al femminile a Scampia. Era il 2007.

Di webradio, qui, se ne sentiva parlare davvero poco. Almeno a Napoli, soprattutto a Scampia. Ma noi che eravamo – e siamo – appassionate di musica e giornalismo volevamo provarci. L’idea di una Radio a Scampia è nata in un pomeriggio d’inverno mentre, insieme alle mie amiche, accompagnavo mio figlio a scuola. Mentre chiacchieravamo, camminando, ci accorgemmo che i bambini, quasi per gioco, contavano i tossici sulla strada durante il percorso. Allora ci venne in mente che in un quartiere come questo, dove i giovani prima della droga, li ammazza la disperazione e il cinismo, ci voleva uno spazio capace di coinvolgere i ragazzi ma soprattutto di promuovere, amplificare e valorizzare le cose belle, la musica e la speranza.

 L’idea della webradio piacque alla commissione tecnica e così il nostro progetto di dare vita a uno strumento di informazione e comunicazione sul territorio entrò in graduatoria. Poi le diatribe con chi gestiva i fondi comunitari e le sedi territoriali. E il tempo è passato. E non è stato facile.

Ma adesso ci siamo: eccoci qua. RadioSca, che trasmette oramai da più di un anno dalla periferia a Nord di Napoli, non è una radio comune. È una radio commerciale, certo. Trasmette musica e fa intrattenimento. Offre servizi per la comunicazione Web accessibili anche alle piccolissime imprese e ai commercianti del posto. Ed è una voce per parlare della nostra periferia, e speriamo anche di tutte le periferie. Perché, alla fine, le periferie si assomigliano tutte. Anche se dirlo da Scampia può suonare paradossale. Ma soprattutto, RadioSca prova a essere una speranza. Un posto dove provare a instillare semi di ottimismo e di fiducia nel futuro, anche se spesso ci sembra un’operazione titanica. È un invito a tutti, soprattutto ai ragazzi, di prendere seriamente in considerazione che questa è la loro casa, e può assomigliare a un posto migliore se insieme ne faremo un luogo migliore.

È questo il cambiamento. La rete, Internet, ha tutte le caratteristiche per aiutarci a sconfiggere i mali che attanagliano il nostro quartiere e che mortificano noi che ci viviamo. È una finestra sul mondo e un modo per imparare che un altro modo di vivere è possibile. È anche il nostro megafono per raccontare le esperienze positive, quelle coraggiose, che esistono anche qui. Come quei cittadini che, rastrelli e palette alla mano, si sono messi a sistemare i giardini delle case popolari, o come quei commercianti che ci chiedono di aprirgli un sito Internet, o come le artigiane che insieme a noi alla Casa della Socialità provano ad avviare una piccola impresa.

La radio attraverso Internet, può spegnere quel maledetto silenzio che per anni ha favorito il degrado e la rassegnazione, e il conseguente aumento della criminalità. Soprattutto quella organizzata. I social network sono luoghi di scambio di informazione e opinione. E chi vive qui ha un disperato bisogno di scambiare le proprie esperienze e conoscere quelle degli altri. Chiunque può condividere un link e nel caso anche denunciare attraverso i forum, i blog, i gruppi su Facebook. E poi c’è Twitter. Che abbatte le barriere dei superpoteri dell’informazione. Dove si leggono ancora ragionamenti e giudizi che si prendono gioco della gente e della loro realtà.

Per questo è importante essere presenti e provarci. Per questo vogliamo essere “evangeliste” della rete qui a Scampia. E vogliamo portare chi lavora qui, e sono tanti, gli artigiani, i negozi, le attività di servizi su Internet. Perché dipende da noi dare un’opportunità diversa al nostro quartiere. E così Scampia, magari, può diventare un simbolo per tutte quelle periferie che hanno sete di riscatto, che non vogliono essere solo notizie in cronaca nera, che meritano di diventare parti integranti delle città. Basta al degrado e alla rinuncia. I giovani di oggi sono il senso critico del nostro tempo. Viaggiano, sperimentano e riportano a casa e fanno rete. E attenzione: non solo a Scampia.

Scampia, 25 settembre 2012
LAURA RUSSO
Fonte: CheFuturo

domenica 8 luglio 2012

Giustizia: in Piemonte 16 tribunali, paradosso nord-sud

"Vogliono tagliare i Tribunali in Calabria ma nessuno sa che in Piemonte ce ne sono 17 a venti chilometri l'uno dall'altro. Sono questi i veri sprechi". All'indomani del decreto sulla spending review, il magistrato Nicola Gratteri, Procuratore aggiunto a Reggio Calabria, punta il dito contro uno dei paradossi del pianeta giustizia sul filo della rivalità tra Nord e Sud.

Ma il suo intervento aggiunge paradosso a paradosso perché a Torino non si mostrano in disaccordo con lui, sia pure con gli opportuni distinguo.

"Avere tante sedi - spiega Mario Barbuto, presidente della Corte d'appello subalpina - non è un privilegio ma un handicap. Si disperdono risorse. E non è sinonimo di sovradimensionamento: anzi, se guardiamo la pianta organica e il numero di magistrati in servizio rispetto alla popolazione residente, il nostro è uno dei distretti penalizzati".

D'altra parte è proprio sul Piemonte che la scure del ministro Paola Severino sui piccoli Tribunali si è abbattuta con più veemenza: ne spariscono sette su sedici (il diciassettesimo è in Valle d'Aosta), vale a dire tutti quelli che non hanno sede in un capoluogo di provincia con la sola eccezione di Ivrea (Torino). Ma questo non può interessare chi, come il segretario generale della Cisl calabrese, Paolo Tramonti, lamenta la soppressione dei Tribunali in una parte del Paese in cui "la sfida della criminalità organizzata è sempre più sfrontata".

Il presidente Barbuto propone da anni la revisione di una geografia giudiziaria che risale ai tempi in cui il Piemonte costruiva l'Unità d'Italia, quando la Cassazione era a Torino e la cittadina di Casale Monferrato era sede di Corte d'Appello. Ma oggi puntualizza.
"Se i magistrati sono pochi, cosa cambia se sono distribuiti in quattro o in diciassette tribunali?". Alla cerimonia inaugurale dell'anno giudiziario 2011 Barbuto snocciolò una serie di dati da cui risultava che, solo in base al bacino di utenza, che in Piemonte è pari al 7.51% del territorio nazionale, il distretto subalpino avrebbe avuto bisogno di ottantotto toghe in più. Un caso di sottodimensionamento che - spiegava - si vedeva anche a Milano, Roma, Venezia, Bologna e Firenze, ma non a Napoli e Palermo. "Sono sempre stato favorevole - aggiunge Barbuto - a una concentrazione ragionata delle sedi, cosa che permette a tutti di lavorare in condizioni migliori. Però l'equivoco va chiarito. Non è certo per il numero dei nostri Tribunali che il nostro distretto viene spesso presentato come esempio virtuoso per la durata delle cause".

Il taglio, in Piemonte, non è indolore e sta generando quasi ovunque le proteste di avvocati e politici locali. Una delle pietre dello scandalo è la soppressione del Tribunale di Pinerolo, che ha colto tutti di sorpresa anche perché il Ministero della Giustizia ha appena speso 448 mila euro per ampliarne la sede. Gli è stato preferito il Tribunale di Ivrea. I parlamentari Lucio Malan (Pdl) e Giorgio Merlo (Pd) dicono che per quanto riguarda il Piemonte "non sono stati seguiti criteri oggettivi" e sospettano che nei provvedimenti "abbiano pesato pressioni che nulla hanno a che fare con le esigenze di bilancio e con l'interesse dei cittadini".

Fonte: Business Vox
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"Vogliono tagliare i Tribunali in Calabria ma nessuno sa che in Piemonte ce ne sono 17 a venti chilometri l'uno dall'altro. Sono questi i veri sprechi". All'indomani del decreto sulla spending review, il magistrato Nicola Gratteri, Procuratore aggiunto a Reggio Calabria, punta il dito contro uno dei paradossi del pianeta giustizia sul filo della rivalità tra Nord e Sud.

Ma il suo intervento aggiunge paradosso a paradosso perché a Torino non si mostrano in disaccordo con lui, sia pure con gli opportuni distinguo.

"Avere tante sedi - spiega Mario Barbuto, presidente della Corte d'appello subalpina - non è un privilegio ma un handicap. Si disperdono risorse. E non è sinonimo di sovradimensionamento: anzi, se guardiamo la pianta organica e il numero di magistrati in servizio rispetto alla popolazione residente, il nostro è uno dei distretti penalizzati".

D'altra parte è proprio sul Piemonte che la scure del ministro Paola Severino sui piccoli Tribunali si è abbattuta con più veemenza: ne spariscono sette su sedici (il diciassettesimo è in Valle d'Aosta), vale a dire tutti quelli che non hanno sede in un capoluogo di provincia con la sola eccezione di Ivrea (Torino). Ma questo non può interessare chi, come il segretario generale della Cisl calabrese, Paolo Tramonti, lamenta la soppressione dei Tribunali in una parte del Paese in cui "la sfida della criminalità organizzata è sempre più sfrontata".

Il presidente Barbuto propone da anni la revisione di una geografia giudiziaria che risale ai tempi in cui il Piemonte costruiva l'Unità d'Italia, quando la Cassazione era a Torino e la cittadina di Casale Monferrato era sede di Corte d'Appello. Ma oggi puntualizza.
"Se i magistrati sono pochi, cosa cambia se sono distribuiti in quattro o in diciassette tribunali?". Alla cerimonia inaugurale dell'anno giudiziario 2011 Barbuto snocciolò una serie di dati da cui risultava che, solo in base al bacino di utenza, che in Piemonte è pari al 7.51% del territorio nazionale, il distretto subalpino avrebbe avuto bisogno di ottantotto toghe in più. Un caso di sottodimensionamento che - spiegava - si vedeva anche a Milano, Roma, Venezia, Bologna e Firenze, ma non a Napoli e Palermo. "Sono sempre stato favorevole - aggiunge Barbuto - a una concentrazione ragionata delle sedi, cosa che permette a tutti di lavorare in condizioni migliori. Però l'equivoco va chiarito. Non è certo per il numero dei nostri Tribunali che il nostro distretto viene spesso presentato come esempio virtuoso per la durata delle cause".

Il taglio, in Piemonte, non è indolore e sta generando quasi ovunque le proteste di avvocati e politici locali. Una delle pietre dello scandalo è la soppressione del Tribunale di Pinerolo, che ha colto tutti di sorpresa anche perché il Ministero della Giustizia ha appena speso 448 mila euro per ampliarne la sede. Gli è stato preferito il Tribunale di Ivrea. I parlamentari Lucio Malan (Pdl) e Giorgio Merlo (Pd) dicono che per quanto riguarda il Piemonte "non sono stati seguiti criteri oggettivi" e sospettano che nei provvedimenti "abbiano pesato pressioni che nulla hanno a che fare con le esigenze di bilancio e con l'interesse dei cittadini".

Fonte: Business Vox

sabato 11 febbraio 2012

A Castel Volturno un terreno confiscato ai Casalesi diventa “Oasi della Legalità

Grazie al finanziamento di oltre 2 milioni da parte del Programma, nascerà in località La Piana un impianto di trattamento dei rifiuti solidi organici.

Il terreno confiscato a Castel Volturno, in provincia di Caserta, all’esponente del clan dei Casalesi, Dante Apicella, diventerà un’Oasi della Legalità. Grazie ai finanziamenti del PON Sicurezza, l’immobile potrà ospitare un impianto di trasformazione e riutilizzo dei rifiuti solidi di natura organica.

[Castel Volturno] Il terreno – un ex azienda agricola di oltre 11mila metri quadri – si trova in località La Piana e versa oggi in condizioni di completo abbandono. Il Programma ha previsto uno stanziamento di 2,2 milioni di euro per la creazione di un impianto dove i rifiuti verranno trattati con sistemi tecnologicamente avanzati e sicuri.

A lavori ultimati si avrà un impianto per la lavorazione della frazione umida dei rifiuti solidi urbani da cui verrà ottenuta la cosiddetta frazione organica stabilizzata (F.O.S.), utilizzabile per la sistemazione di scarpate, argini, terrapieni e per lo strato finale di copertura delle discariche. Dopo la prima fase di lavorazione verrà inoltre prodotto biogas che servirà per la produzione di energia elettrica e termica. La frazione solida rimasta verrà ulteriormente trattata per ottenere il compost, un terriccio dalle elevate proprietà nutritive per le piante e ottimo concime in agricoltura. La gestione del bene sarà affidata ad una cooperativa sociale selezionata mediante procedura ad evidenza pubblica.

Così, un bene confiscato alla criminalità tornerà alla collettività e verrà utilizzato proprio in un settore – quello dei rifiuti – che rappresenta un enorme fonte di guadagno per le mafie. Un segnale di legalità, coerente con le finalità del PON Sicurezza che proprio al riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati dedica un apposito Obiettivo Operativo, il 2.5.

Fonte: http://www.sicurezzasud.it
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Grazie al finanziamento di oltre 2 milioni da parte del Programma, nascerà in località La Piana un impianto di trattamento dei rifiuti solidi organici.

Il terreno confiscato a Castel Volturno, in provincia di Caserta, all’esponente del clan dei Casalesi, Dante Apicella, diventerà un’Oasi della Legalità. Grazie ai finanziamenti del PON Sicurezza, l’immobile potrà ospitare un impianto di trasformazione e riutilizzo dei rifiuti solidi di natura organica.

[Castel Volturno] Il terreno – un ex azienda agricola di oltre 11mila metri quadri – si trova in località La Piana e versa oggi in condizioni di completo abbandono. Il Programma ha previsto uno stanziamento di 2,2 milioni di euro per la creazione di un impianto dove i rifiuti verranno trattati con sistemi tecnologicamente avanzati e sicuri.

A lavori ultimati si avrà un impianto per la lavorazione della frazione umida dei rifiuti solidi urbani da cui verrà ottenuta la cosiddetta frazione organica stabilizzata (F.O.S.), utilizzabile per la sistemazione di scarpate, argini, terrapieni e per lo strato finale di copertura delle discariche. Dopo la prima fase di lavorazione verrà inoltre prodotto biogas che servirà per la produzione di energia elettrica e termica. La frazione solida rimasta verrà ulteriormente trattata per ottenere il compost, un terriccio dalle elevate proprietà nutritive per le piante e ottimo concime in agricoltura. La gestione del bene sarà affidata ad una cooperativa sociale selezionata mediante procedura ad evidenza pubblica.

Così, un bene confiscato alla criminalità tornerà alla collettività e verrà utilizzato proprio in un settore – quello dei rifiuti – che rappresenta un enorme fonte di guadagno per le mafie. Un segnale di legalità, coerente con le finalità del PON Sicurezza che proprio al riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati dedica un apposito Obiettivo Operativo, il 2.5.

Fonte: http://www.sicurezzasud.it

 
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