giovedì 24 ottobre 2013

"Sacco del Sud": lo scippo continuo di risorse ha creato il gap infrastrutturale del Mezzogiorno



Fonte: San Giovanni in Fiore Web


Sabato 26 ottobre, alle ore 11.00, a Marina di Fuscaldo, presso l'Hotel Park (sulla SS18)
, i neomeridionalisti si riuniranno per parlare della carenza di infrastrutture del Mezzogiorno, dovuta non tanto a una semplice disattenzione dello Stato, ma a un premeditato e sistematico scippo di risorse a tutto vantaggio del Nord Italia e dell'area industriale padana.

Uno scippo continuo che non si limita ai soli Fondi FAS (ben 35 miliardi di euro drenati al Mezzogiorno), ma che dal 2008 ad oggi si è esteso anche ai trasferimenti straordinari e ordinari di risorse nazionali, che sono stati tagliati insieme alla spesa pubblica in conto capitale.  

Organizzatore e promotore dell'incontro il dr Giuseppe Spadafora, coordinatore regionale del Partito del Sud. 

Previsti gli interventi di Francesca Gallello, che farà una retrospettiva storica sulle ragioni dell'arretratezza del Mezzogiorno; di Emilio Cozza, che parlerà del gap infrastrutturale che divide il Mezzogiorno dal Nord Italia; Andrea Signorelli, che parlerà di come recuperare il gap attraverso la progettazione con i Fondi strutturali europei. 

Moderatore della conferenza il giornalista Francesco Straticò.  

G.C. 


Fonte: San Giovanni in Fiore Web

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Fonte: San Giovanni in Fiore Web


Sabato 26 ottobre, alle ore 11.00, a Marina di Fuscaldo, presso l'Hotel Park (sulla SS18)
, i neomeridionalisti si riuniranno per parlare della carenza di infrastrutture del Mezzogiorno, dovuta non tanto a una semplice disattenzione dello Stato, ma a un premeditato e sistematico scippo di risorse a tutto vantaggio del Nord Italia e dell'area industriale padana.

Uno scippo continuo che non si limita ai soli Fondi FAS (ben 35 miliardi di euro drenati al Mezzogiorno), ma che dal 2008 ad oggi si è esteso anche ai trasferimenti straordinari e ordinari di risorse nazionali, che sono stati tagliati insieme alla spesa pubblica in conto capitale.  

Organizzatore e promotore dell'incontro il dr Giuseppe Spadafora, coordinatore regionale del Partito del Sud. 

Previsti gli interventi di Francesca Gallello, che farà una retrospettiva storica sulle ragioni dell'arretratezza del Mezzogiorno; di Emilio Cozza, che parlerà del gap infrastrutturale che divide il Mezzogiorno dal Nord Italia; Andrea Signorelli, che parlerà di come recuperare il gap attraverso la progettazione con i Fondi strutturali europei. 

Moderatore della conferenza il giornalista Francesco Straticò.  

G.C. 


Fonte: San Giovanni in Fiore Web

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sabato 19 ottobre 2013

Federalismo? Ma quale? Potrà mai essere mai solidale?

Di Bruno Pappalardo


Si dice sempre, tutti i giorni e su tutti i quotidiani la solita cosa!
“Senza Napoli ( primariamente) senza il Sud, ebbene l’Italia sarebbe più produttiva e ricca e avrebbe da tempo superato la crisi che perdura proprio per il peso che questo genera e che il Paese è costretto a  trascinarsi”
Potrà mai, questa locuzione mediatica, radice di un classico “luogo comune” essere annullata? Beh, la vedo difficile!  Ma mica hanno torto coloro che lo sostengono
Mi spiego,…non propriamente gli interpreti ma il principio. Si, il principio è giusto!
Se viene sottratta una perdita,(spesa) ad un commercio, avremo un maggiore introito  e dunque ricchezza!  
Come tutti i principi è facile applicarli ad altri fatti  contigui  Potremmo dire che se Napoli tagliasse netto alcuni quartieri come Scampia, la Sanità, Secondigliano, l’area della Stazione ferroviaria, parte del Centro Storico, ossia plaghe aggredite dalla povertà,ebbene la città sarebbe molto ma molto più ricca! E’ giusto?
Ne godrebbero Posillipo, il Vomero, le aree che s’affacciano sul mare, ...et cetera, e sarebbe la città più ricca!
Beh, perché non farlo?!!
Non sarebbe più Napoli. Sarebbe troppo piccola e, in quanto tale, produrrebbe meno e, al contrario diventerebbe anche un piccolo  mercato per gli altri e dunque improduttivo. Chissà quanta capacità di reggere i tempi avrebbe avuto il solo Ducato di Parma?
Se l’Italia avesse fallito l’Unità sarebbe stata  grande quanto la piccola Lituania ed è regola della Finanza che maggiore è la superficie di mercato,  maggiore sono le opportunità i scambio import/export. Basta vedere cosa è stata l’America  per 4 secoli.
Obiezioni;  ma allora la piccola Svizzera, la Repubblica Ceca ecc. Beh, vivono di altro e non di grandi e differenziate produzioni. Ma diciamo per concludere cosa ha dato il Sud e cosa ancora è capace di elargire:
Il Sud post-unitario ha regalato un forte gettito fiscale dovuto alla produzione agraria caricandosi il debito del Piemonte che venne sottratto al sud; ducati in oro come tutti sanno; lo sviluppo infrastrutturale in ferrovie, scuole, telegrafi; rimesse dell’enorme massa di emigranti finanziando il saldo della bilancia commerciale e a permettere, soprattutto, al nord, a industrializzarsi e acquisire per prima beni capitali e tecnologia, dunque, sacrificio da parte dei più poveri; Il Sud tra la fine degli anni ’60 ai ’90 e più, quello essenzialmente agricolo, sosteneva le spese per i grandi salvataggi industriali della Grande Recessione degli anni’70 incubata già in quella del ’29. La nascita dell’IRI nel ’33 crebbe grazie al Sud e fino alla fine degli anni ’60 ma decadde nel 2002. L'IRI (Istituto Ricostruzione Industriale) realizzava  grandissimi investimenti nel Sud Italia, come l’Italsider di Taranto, l’AlfaSud di Pomigliano e di Pratola Serra ma i capitali in attivo, non restavano a tesaurizzare le aziende ed il territorio del Sud. Soccorrevano invece banche ( Banca Roma, Credito Italiano, BNL)  e aziende private evitando crisi occupazionali come la Motta o i Cantieri Navali Rinaldo Piaggio  e acquisendo aziende alimentari  Montedison et cetera.
L’ IRI cresceva ma anche i debiti. Il Sud pagava. Il Sud sarà, durante il boom economico, il mercato interno, (come l’Italia per Marshall) ovvero come colonia estera oltre a procurare una grande riserva di manodopera nazionale da Sud a Nord-Ovest. Per diversi anni, la manodopera non mostrava tensioni salariali e conflitti che, poi, emergeranno, tra gli anni ’60 e ’70. Bello sfruttare il lavoratore!??
Non bisogna dimenticare che furono anche gli anni della nascita degli Enti Regione secondo il principio di organismo più vicino al territorio e preparare un ipotetico Federalismo. In breve,se lo Stato dava 100 alle Regioni, queste spendevano, per gli stessi servizi e beni, il doppio indebitando lo Stato. I grandi scandali regionali saranno ampiamente addebitabili a quelle centro-nordiche. Tuttavia per una banale legge dell’economia, le regioni più povere corrono molto di più di quelle più ricche come si sta dimostrando. Pare invece,senza verificare dati economici del Ministero delle Entrate e Istat che bizzarramente questo accada solo per il nostro Sud.

E’ possibile un Federalismo Solidale? Dal Sud e’ stato solo preso!  Bisogna riflettere sulla necessità di tenere in piedi gli Enti Regioni o di limitarne l’estensione delle sue attività. Bisogna  invece ri-progettare le grandi risorse proposte dai Comuni all’interno di una definizione geografica.                    

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Di Bruno Pappalardo


Si dice sempre, tutti i giorni e su tutti i quotidiani la solita cosa!
“Senza Napoli ( primariamente) senza il Sud, ebbene l’Italia sarebbe più produttiva e ricca e avrebbe da tempo superato la crisi che perdura proprio per il peso che questo genera e che il Paese è costretto a  trascinarsi”
Potrà mai, questa locuzione mediatica, radice di un classico “luogo comune” essere annullata? Beh, la vedo difficile!  Ma mica hanno torto coloro che lo sostengono
Mi spiego,…non propriamente gli interpreti ma il principio. Si, il principio è giusto!
Se viene sottratta una perdita,(spesa) ad un commercio, avremo un maggiore introito  e dunque ricchezza!  
Come tutti i principi è facile applicarli ad altri fatti  contigui  Potremmo dire che se Napoli tagliasse netto alcuni quartieri come Scampia, la Sanità, Secondigliano, l’area della Stazione ferroviaria, parte del Centro Storico, ossia plaghe aggredite dalla povertà,ebbene la città sarebbe molto ma molto più ricca! E’ giusto?
Ne godrebbero Posillipo, il Vomero, le aree che s’affacciano sul mare, ...et cetera, e sarebbe la città più ricca!
Beh, perché non farlo?!!
Non sarebbe più Napoli. Sarebbe troppo piccola e, in quanto tale, produrrebbe meno e, al contrario diventerebbe anche un piccolo  mercato per gli altri e dunque improduttivo. Chissà quanta capacità di reggere i tempi avrebbe avuto il solo Ducato di Parma?
Se l’Italia avesse fallito l’Unità sarebbe stata  grande quanto la piccola Lituania ed è regola della Finanza che maggiore è la superficie di mercato,  maggiore sono le opportunità i scambio import/export. Basta vedere cosa è stata l’America  per 4 secoli.
Obiezioni;  ma allora la piccola Svizzera, la Repubblica Ceca ecc. Beh, vivono di altro e non di grandi e differenziate produzioni. Ma diciamo per concludere cosa ha dato il Sud e cosa ancora è capace di elargire:
Il Sud post-unitario ha regalato un forte gettito fiscale dovuto alla produzione agraria caricandosi il debito del Piemonte che venne sottratto al sud; ducati in oro come tutti sanno; lo sviluppo infrastrutturale in ferrovie, scuole, telegrafi; rimesse dell’enorme massa di emigranti finanziando il saldo della bilancia commerciale e a permettere, soprattutto, al nord, a industrializzarsi e acquisire per prima beni capitali e tecnologia, dunque, sacrificio da parte dei più poveri; Il Sud tra la fine degli anni ’60 ai ’90 e più, quello essenzialmente agricolo, sosteneva le spese per i grandi salvataggi industriali della Grande Recessione degli anni’70 incubata già in quella del ’29. La nascita dell’IRI nel ’33 crebbe grazie al Sud e fino alla fine degli anni ’60 ma decadde nel 2002. L'IRI (Istituto Ricostruzione Industriale) realizzava  grandissimi investimenti nel Sud Italia, come l’Italsider di Taranto, l’AlfaSud di Pomigliano e di Pratola Serra ma i capitali in attivo, non restavano a tesaurizzare le aziende ed il territorio del Sud. Soccorrevano invece banche ( Banca Roma, Credito Italiano, BNL)  e aziende private evitando crisi occupazionali come la Motta o i Cantieri Navali Rinaldo Piaggio  e acquisendo aziende alimentari  Montedison et cetera.
L’ IRI cresceva ma anche i debiti. Il Sud pagava. Il Sud sarà, durante il boom economico, il mercato interno, (come l’Italia per Marshall) ovvero come colonia estera oltre a procurare una grande riserva di manodopera nazionale da Sud a Nord-Ovest. Per diversi anni, la manodopera non mostrava tensioni salariali e conflitti che, poi, emergeranno, tra gli anni ’60 e ’70. Bello sfruttare il lavoratore!??
Non bisogna dimenticare che furono anche gli anni della nascita degli Enti Regione secondo il principio di organismo più vicino al territorio e preparare un ipotetico Federalismo. In breve,se lo Stato dava 100 alle Regioni, queste spendevano, per gli stessi servizi e beni, il doppio indebitando lo Stato. I grandi scandali regionali saranno ampiamente addebitabili a quelle centro-nordiche. Tuttavia per una banale legge dell’economia, le regioni più povere corrono molto di più di quelle più ricche come si sta dimostrando. Pare invece,senza verificare dati economici del Ministero delle Entrate e Istat che bizzarramente questo accada solo per il nostro Sud.

E’ possibile un Federalismo Solidale? Dal Sud e’ stato solo preso!  Bisogna riflettere sulla necessità di tenere in piedi gli Enti Regioni o di limitarne l’estensione delle sue attività. Bisogna  invece ri-progettare le grandi risorse proposte dai Comuni all’interno di una definizione geografica.                    

giovedì 17 ottobre 2013

Da Longobardi parte la presa di coscienza meridionalista

Fonte: Tirreno News

Riceviamo e pubblichiamo il seguente comunicato stampa del Partito del Sud Calabria
Il federalismo avvelenato e applicato ha generato storture che portano il meridione al collasso sociale, economico, ambientale.
I territori sono privati dei presidi sanitari, dei treni, dei punti strategici di difesa della giustizia, delle linee di credito. In compenso sono riempiti di rifiuti tossici e radioattivi.
Il Sud è sempre di più una colonia che langue sotto il tallone spietato di un’economia spregiudicata e di un malaffare senza limiti.
Il Partito del Sud, con il patrocinio del Comune di Longobardi e della Provincia di Cosenza ha organizzato una tavola rotonda pubblica sul tema L'economia del Sud Italia "Federalismo o Colonialismo".
La manifestazione si terrà nel centro storico di Longobardi nella suggestiva cornice del teatro Comunale, ne discuteranno: oltre a Franco Gaudio e Giuseppe Spadafora rispettivamente coordinatore prov.le e responsabile Regionale del Partito del Sud, i Sindaci di Longobardi, Giacinto Mannarino, e di Aiello Calabro, Francesco Iacucci, il presidente del Consiglio Provinciale Orlandino Greco, l'On.le Franco Laratta e Natale Cuccurese, presidente nazionale del Partito del Sud. Relatore e moderatore d'eccezione il giornalista Gigi Di Fiore, autore, fra le altre cose, del bestseller "Controstoria dell'Unità D'Italia". Chiunque interessato potrà intervenire al dibattito.
E’ dunque ancora da sud, dalla Calabria, che parte la presa di coscienza meridionalista.
Il Partito del Sud sarà presente all'evento con un info point.
Fonte: Tirreno News

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Fonte: Tirreno News

Riceviamo e pubblichiamo il seguente comunicato stampa del Partito del Sud Calabria
Il federalismo avvelenato e applicato ha generato storture che portano il meridione al collasso sociale, economico, ambientale.
I territori sono privati dei presidi sanitari, dei treni, dei punti strategici di difesa della giustizia, delle linee di credito. In compenso sono riempiti di rifiuti tossici e radioattivi.
Il Sud è sempre di più una colonia che langue sotto il tallone spietato di un’economia spregiudicata e di un malaffare senza limiti.
Il Partito del Sud, con il patrocinio del Comune di Longobardi e della Provincia di Cosenza ha organizzato una tavola rotonda pubblica sul tema L'economia del Sud Italia "Federalismo o Colonialismo".
La manifestazione si terrà nel centro storico di Longobardi nella suggestiva cornice del teatro Comunale, ne discuteranno: oltre a Franco Gaudio e Giuseppe Spadafora rispettivamente coordinatore prov.le e responsabile Regionale del Partito del Sud, i Sindaci di Longobardi, Giacinto Mannarino, e di Aiello Calabro, Francesco Iacucci, il presidente del Consiglio Provinciale Orlandino Greco, l'On.le Franco Laratta e Natale Cuccurese, presidente nazionale del Partito del Sud. Relatore e moderatore d'eccezione il giornalista Gigi Di Fiore, autore, fra le altre cose, del bestseller "Controstoria dell'Unità D'Italia". Chiunque interessato potrà intervenire al dibattito.
E’ dunque ancora da sud, dalla Calabria, che parte la presa di coscienza meridionalista.
Il Partito del Sud sarà presente all'evento con un info point.
Fonte: Tirreno News

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lunedì 14 ottobre 2013

FEDERALISMO O COLONIALISMO: Tavola Rotonda 19/10/13 Ore 18:00 - Teatro Comunale Longobardi (CS)

VIDEOPROMO
Tavola Rotonda Pubblica sul tema: "L'Economia del Sud Italia. Federalismo o Colonoialismo?"

Ne parliamo con:
Giacinto Mannarino Sindaco di Longobardi
Francesco Iacucci Sindaco di Aiello Calabro
Orlandino Greco Presidente Consiglio Provinciale Cosenza
Natale Cuccurese Presidente Nazionale Partito del Sud
Onorevole Fanco Laratta Relatore
e Moderatore d'eccezione GIGI DI FIORE giornalista e scrittore autore del bestseller "Controstoria dell'Unità d'Italia"

Evento organizzato dal Partito del Sud Coordinamento Provincia Cosenza e da Comune di Longobardi. Patrocinio del comune di Longobardi e della Provincia di Cosenza




https://www.youtube.com/watch?v=Eo9loqqNN-w&feature=youtu.be





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VIDEOPROMO
Tavola Rotonda Pubblica sul tema: "L'Economia del Sud Italia. Federalismo o Colonoialismo?"

Ne parliamo con:
Giacinto Mannarino Sindaco di Longobardi
Francesco Iacucci Sindaco di Aiello Calabro
Orlandino Greco Presidente Consiglio Provinciale Cosenza
Natale Cuccurese Presidente Nazionale Partito del Sud
Onorevole Fanco Laratta Relatore
e Moderatore d'eccezione GIGI DI FIORE giornalista e scrittore autore del bestseller "Controstoria dell'Unità d'Italia"

Evento organizzato dal Partito del Sud Coordinamento Provincia Cosenza e da Comune di Longobardi. Patrocinio del comune di Longobardi e della Provincia di Cosenza




https://www.youtube.com/watch?v=Eo9loqqNN-w&feature=youtu.be





venerdì 19 luglio 2013

SU’ E GIU’ PER LA POLITICA; DA CATTANEO A (scendi)LETTA

di Bruno Pappalardo

Sappiamo, per aver letto, ch’era contro Cavour che lo riteneva un biasimevole faccendiere e che le sue trame fossero solo quelle di squallide commedie da teatranti e non proba politica.
Riteneva che il Mazzini neppure fosse troppo lontano dal primo per aver sostenuto e voluto la falsa conquista di una parte d’Italia, il Sud, annacquando il suo “repubblicanesimo” con quello monarchico savoiardo. Diceva anzi il Cattaneo: “Mazzini ha sempre saputo mettersi sull’altare, ha il merito della(…) perseveranza e di sapersi sedere sulla prima scranna”.
Insomma stò parlando del milanese Carlo Cattaneo contemporaneo di costoro.
Visto che il programma di Mazzini si condensava in : “Dio e popolo, unità e repubblica, pensiero e azione” e che mai aveva propalato (nei suoi scritti, nei circoli e in quelle fondazioni che PER mezza Europa andava costituendo)  e manco mai teorizzato una Repubblica” monarchica, … beh, non fu un bel gesto tirarsi giù i pantaloni e accettare il meschino interesse piemontese.  
Se l’idea di Repubblica per Mazzini poteva sorgere soltanto attraverso l’unità della nazione, ebbene, solo con l’insieme di tutte le unità nazionali, allora, sarebbe stata possibile realizzare una unione europea. Questa però a differenza di quella francese, si sarebbe formata solo attraverso il collegio di popoli liberi, sulla base della comune civiltà europea che chiama il banchetto delle Nazioni sorelle.  Pura utopia!
Ben più seri concetti e realizzazioni di “federazioni e confederazione” erano già state avviate e teorizzate con maggiore sostanza e realismo ma nessuna attraverso delle monarchie.

Il buon e furibondo Cattaneo già considerava (anticipando il senso moderno di politica-partito-istituzioni) la politica come una scienza e il politico come uno scienziato.
Il politico come tecnico dell’amministrazione che lottava contro le congreghe partitiche e i loro personalistici sporchi interessi.
Solo così, con estrema acume realistico poteva concepire un federalismo possibile e non solo, diremmo oggi, “regionale” all’interno della nazione ma anche, su scala più grande, per il consorzio europeo.
La lotte di classe non era prevista dalla sua concezione politica federalista perché affondava in quella “borghesia liberale” dei liberi comuni, dunque, stentatamente unitarista. Nel 1854 scriveva un saggio sull’età comunale e disse” Dall’Italia partì l’impulso per quella eroica rivoluzione comunale da cui ebbe principio il mondo moderno” “L’Italia, quindi, può chiamarsi la sua culla e  pare a noi che, solo considerata sotto questo aspetto, la storia italiana possa acquistare un carattere razionale.”
Condannò, tuttavia, la sua “borghesia civile” perché la ritenne incapace di allearsi e porsi alla testa dei movimenti di massa degli anni ’50 postmarxisti.
Troppo legato alla sue radici, …questo forse fu una vera minorazione e non riuscì mai a capire la natura di quel suo ceto.
Nel 1860 scrisse “Hanno voluto fare un’Italia politica“…dovevano invece lasciare ad ogni paese già libero o liberto la propria assemblea”
Salì sulle barricate delle cinque giornate di Milano nel ’48 non per l’idealismo risorgimentale ma per opporsi all’ingresso in città di Carlo Alberto col suo gretto centralismo di casa Savoia.
Per la sua naturale indisposizione al compromesso, una vita di dimissioni da cariche politiche.
Per ben tre, - …anzi quattro-  volte giunse in Parlamento ma ne uscì sempre perché, più forte di lui, non riuscì mai a giurare per la corona Sabauda.
Un uomo con molti difetti? Certo, …ma un uomo!
Un uomo che per mera coerenza e fedeltà ad un ideale politico ma soprattutto a se stesso, alla propria dignità, non cedette mai ad utili attrattive  e convenienti strategie di governo.




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di Bruno Pappalardo

Sappiamo, per aver letto, ch’era contro Cavour che lo riteneva un biasimevole faccendiere e che le sue trame fossero solo quelle di squallide commedie da teatranti e non proba politica.
Riteneva che il Mazzini neppure fosse troppo lontano dal primo per aver sostenuto e voluto la falsa conquista di una parte d’Italia, il Sud, annacquando il suo “repubblicanesimo” con quello monarchico savoiardo. Diceva anzi il Cattaneo: “Mazzini ha sempre saputo mettersi sull’altare, ha il merito della(…) perseveranza e di sapersi sedere sulla prima scranna”.
Insomma stò parlando del milanese Carlo Cattaneo contemporaneo di costoro.
Visto che il programma di Mazzini si condensava in : “Dio e popolo, unità e repubblica, pensiero e azione” e che mai aveva propalato (nei suoi scritti, nei circoli e in quelle fondazioni che PER mezza Europa andava costituendo)  e manco mai teorizzato una Repubblica” monarchica, … beh, non fu un bel gesto tirarsi giù i pantaloni e accettare il meschino interesse piemontese.  
Se l’idea di Repubblica per Mazzini poteva sorgere soltanto attraverso l’unità della nazione, ebbene, solo con l’insieme di tutte le unità nazionali, allora, sarebbe stata possibile realizzare una unione europea. Questa però a differenza di quella francese, si sarebbe formata solo attraverso il collegio di popoli liberi, sulla base della comune civiltà europea che chiama il banchetto delle Nazioni sorelle.  Pura utopia!
Ben più seri concetti e realizzazioni di “federazioni e confederazione” erano già state avviate e teorizzate con maggiore sostanza e realismo ma nessuna attraverso delle monarchie.

Il buon e furibondo Cattaneo già considerava (anticipando il senso moderno di politica-partito-istituzioni) la politica come una scienza e il politico come uno scienziato.
Il politico come tecnico dell’amministrazione che lottava contro le congreghe partitiche e i loro personalistici sporchi interessi.
Solo così, con estrema acume realistico poteva concepire un federalismo possibile e non solo, diremmo oggi, “regionale” all’interno della nazione ma anche, su scala più grande, per il consorzio europeo.
La lotte di classe non era prevista dalla sua concezione politica federalista perché affondava in quella “borghesia liberale” dei liberi comuni, dunque, stentatamente unitarista. Nel 1854 scriveva un saggio sull’età comunale e disse” Dall’Italia partì l’impulso per quella eroica rivoluzione comunale da cui ebbe principio il mondo moderno” “L’Italia, quindi, può chiamarsi la sua culla e  pare a noi che, solo considerata sotto questo aspetto, la storia italiana possa acquistare un carattere razionale.”
Condannò, tuttavia, la sua “borghesia civile” perché la ritenne incapace di allearsi e porsi alla testa dei movimenti di massa degli anni ’50 postmarxisti.
Troppo legato alla sue radici, …questo forse fu una vera minorazione e non riuscì mai a capire la natura di quel suo ceto.
Nel 1860 scrisse “Hanno voluto fare un’Italia politica“…dovevano invece lasciare ad ogni paese già libero o liberto la propria assemblea”
Salì sulle barricate delle cinque giornate di Milano nel ’48 non per l’idealismo risorgimentale ma per opporsi all’ingresso in città di Carlo Alberto col suo gretto centralismo di casa Savoia.
Per la sua naturale indisposizione al compromesso, una vita di dimissioni da cariche politiche.
Per ben tre, - …anzi quattro-  volte giunse in Parlamento ma ne uscì sempre perché, più forte di lui, non riuscì mai a giurare per la corona Sabauda.
Un uomo con molti difetti? Certo, …ma un uomo!
Un uomo che per mera coerenza e fedeltà ad un ideale politico ma soprattutto a se stesso, alla propria dignità, non cedette mai ad utili attrattive  e convenienti strategie di governo.




lunedì 13 maggio 2013

15 Maggio 2013 - Festa dell'Autonomia Siciliana

Di Armando Melodia

L’Autonomia Siciliana è un bene che va salvaguardato e riconquistato ogni giorno, perché ogni giorno è rimesso in discussione da una politica nazionale colonialista e da una classe politica siciliana che, nella migliore delle ipotesi è incapace, se non addirittura asservita e collusa con i poteri contrari agli interessi della Sicilia.

Lo Statuto della Regione Siciliana va difeso ed applicato in ogni suo articolo, così come la Costituzione della Repubblica Italiana di cui è parte integrante.
Per questo dobbiamo fare emergere una nuova classe politica fatta di donne e uomini onesti, competenti e capaci, che mettano al centro della loro azione il Lavoro, la Legalità e la Cultura.
La maggior parte di noi Siciliani vive un sentimento di frustrazione, di rabbia e di impotenza che dobbiamo scrollarci di dosso. Non dobbiamo cadere nella trappola di chi ci vuole fare sentire cittadini di serie B, di chi vorrebbe farci vergognare di essere Siciliani. Ci sono siciliani di cui vergognarci, ma c’è un Popolo che ha scritto e continua a scrivere pagine di grande civiltà e cultura.
Per questo io sono orgoglioso di essere Siciliano e chiedo a tutti coloro che la pensano come me di esprimere la loro condivisione e di chiedere ai loro amici di farlo.

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Di Armando Melodia

L’Autonomia Siciliana è un bene che va salvaguardato e riconquistato ogni giorno, perché ogni giorno è rimesso in discussione da una politica nazionale colonialista e da una classe politica siciliana che, nella migliore delle ipotesi è incapace, se non addirittura asservita e collusa con i poteri contrari agli interessi della Sicilia.

Lo Statuto della Regione Siciliana va difeso ed applicato in ogni suo articolo, così come la Costituzione della Repubblica Italiana di cui è parte integrante.
Per questo dobbiamo fare emergere una nuova classe politica fatta di donne e uomini onesti, competenti e capaci, che mettano al centro della loro azione il Lavoro, la Legalità e la Cultura.
La maggior parte di noi Siciliani vive un sentimento di frustrazione, di rabbia e di impotenza che dobbiamo scrollarci di dosso. Non dobbiamo cadere nella trappola di chi ci vuole fare sentire cittadini di serie B, di chi vorrebbe farci vergognare di essere Siciliani. Ci sono siciliani di cui vergognarci, ma c’è un Popolo che ha scritto e continua a scrivere pagine di grande civiltà e cultura.
Per questo io sono orgoglioso di essere Siciliano e chiedo a tutti coloro che la pensano come me di esprimere la loro condivisione e di chiedere ai loro amici di farlo.

lunedì 15 ottobre 2012

Finmeccanica, Orsi: senza Maroni col cavolo che ero qui

Fonte: Il lazzaro

Quando più di un anno fa denunciammo lo scippo che la Lega stava perpetrando, ancora una volta,ai danni di Napoli e del mezzogiorno, ricevemmo risposte piccate ed irridenti del popolo padano.
Quando denunciammo lo spostamento di Alenia Aermacchi, controllata da Finmeccanica, da Pomigliano d'Arco a Varese (feudo dell'attuale segretario federale della lega per l'indipendenza della patana) senza alcun ragionevole motivo, fummo tacciati di vittimismo.
E lo fummo anche quando pubblicammo un video, che circola su youtube, in cui l'ingegner Bosio denunciava un atteggiamento dell'azienda, quanto meno discutibile nei confronti dei napoletani.
Ma il tempo è galantuomo, ed oggi, su Il Fatto Quotidiano, compaiono le intercettazioni tra Maroni ed Orsi (amministratore delegato di Finmeccanica). Quanto rileva da quelle intercettazioni è una, chiamiamola con un eufemismo, quanto meno contiguità tra i vertici di Finmeccanica e quelli della Lega.
Il che (forse?!?!) spiega molte scelte strategiche dell'azienda proprio ai danni del Mezzogiorno.

Ecco alcuni stralci
ORSI: Io dico sempre comunque se non c'è Roberto Maroni a fare l'ultimo miglio, col cavolo che io qua c'ero, penso fanno tutti ibravi ...
MARONI: Esatto...Esatto
ORSI: Però alla fine quella domenica la, la telefonata l'hai fatta tu...

Ed ancora:
ORSI: Sarà che sono o non sono della Lega, a se non c'era, se non c'era Maroni.io qua non c'ero oggi quindi comunque nel bene o nelmale, ringraziatelo o maleditelo se non vi vado bene...
MARONI: (Ride)
ORSI: Senti, veramente alla fine è così, no?
MARONI: E sì infatti, e tusai .. e tu sai che noi l'abbiamo fatto non perchè tu sei della Lega , perchè non è vero e non ce ne frega un cazzo, ma perchè io e una parte della Lega siamo quelli chesosteniamo che le persone devono andare perchè meritano di andare, perchè hanno le capacità e non perchè hanno la tessera, no quindi...
(certo certo come no, l'importante è che siano patani ndr)
Ed infine a proposito della moglie di Maroni che lavore per Aermacchi:
MARONI: ...Mia moglie lavora ...la fate lavorare anche durante le vacanze di Natale...
O R S I : È Caporaletti, chiamalo... (INTERCETTAZIONI TRATTE DA IL FATTO QUOTIDIANO)

Insomma i soliti sepolcri imbiancati. Davanti alle folle cornute (nel senso che portano elmi con le corna) si scagliano contro quei sudici terroni raccomandati, che si abbandonano all'assistenzialismo ed a comportamenti clientelari. Al telefono agnellini pronti a sponsorizzare dirigenti che assumono "decisioni strategiche" (leggasi collocamento) solo per una parte del paese...o no?

Ecco il video dell'Ing. Bosio ("non voglio napoletani tra i dirigenti ma un bel milanese con le palle"):


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Fonte: Il lazzaro

Quando più di un anno fa denunciammo lo scippo che la Lega stava perpetrando, ancora una volta,ai danni di Napoli e del mezzogiorno, ricevemmo risposte piccate ed irridenti del popolo padano.
Quando denunciammo lo spostamento di Alenia Aermacchi, controllata da Finmeccanica, da Pomigliano d'Arco a Varese (feudo dell'attuale segretario federale della lega per l'indipendenza della patana) senza alcun ragionevole motivo, fummo tacciati di vittimismo.
E lo fummo anche quando pubblicammo un video, che circola su youtube, in cui l'ingegner Bosio denunciava un atteggiamento dell'azienda, quanto meno discutibile nei confronti dei napoletani.
Ma il tempo è galantuomo, ed oggi, su Il Fatto Quotidiano, compaiono le intercettazioni tra Maroni ed Orsi (amministratore delegato di Finmeccanica). Quanto rileva da quelle intercettazioni è una, chiamiamola con un eufemismo, quanto meno contiguità tra i vertici di Finmeccanica e quelli della Lega.
Il che (forse?!?!) spiega molte scelte strategiche dell'azienda proprio ai danni del Mezzogiorno.

Ecco alcuni stralci
ORSI: Io dico sempre comunque se non c'è Roberto Maroni a fare l'ultimo miglio, col cavolo che io qua c'ero, penso fanno tutti ibravi ...
MARONI: Esatto...Esatto
ORSI: Però alla fine quella domenica la, la telefonata l'hai fatta tu...

Ed ancora:
ORSI: Sarà che sono o non sono della Lega, a se non c'era, se non c'era Maroni.io qua non c'ero oggi quindi comunque nel bene o nelmale, ringraziatelo o maleditelo se non vi vado bene...
MARONI: (Ride)
ORSI: Senti, veramente alla fine è così, no?
MARONI: E sì infatti, e tusai .. e tu sai che noi l'abbiamo fatto non perchè tu sei della Lega , perchè non è vero e non ce ne frega un cazzo, ma perchè io e una parte della Lega siamo quelli chesosteniamo che le persone devono andare perchè meritano di andare, perchè hanno le capacità e non perchè hanno la tessera, no quindi...
(certo certo come no, l'importante è che siano patani ndr)
Ed infine a proposito della moglie di Maroni che lavore per Aermacchi:
MARONI: ...Mia moglie lavora ...la fate lavorare anche durante le vacanze di Natale...
O R S I : È Caporaletti, chiamalo... (INTERCETTAZIONI TRATTE DA IL FATTO QUOTIDIANO)

Insomma i soliti sepolcri imbiancati. Davanti alle folle cornute (nel senso che portano elmi con le corna) si scagliano contro quei sudici terroni raccomandati, che si abbandonano all'assistenzialismo ed a comportamenti clientelari. Al telefono agnellini pronti a sponsorizzare dirigenti che assumono "decisioni strategiche" (leggasi collocamento) solo per una parte del paese...o no?

Ecco il video dell'Ing. Bosio ("non voglio napoletani tra i dirigenti ma un bel milanese con le palle"):


venerdì 27 luglio 2012




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giovedì 10 novembre 2011

"L'Italia è fisicamente e istoricamente federale." (Carlo Cattaneo)




di Giovanni Cutolo

Credo si possa essere d'accordo sul fatto che se la geografia di un paese ne definisce il territorio la storia ne rappresenta la memoria. In tal senso mi sembra condivisibile che, mentre da un punto di vista geografico l'Italia è un paese ben identificato da millenni grazie a una conformazione territoriale assai caratterizzata e riconoscibile, dal punto di vista storico invece l'Italia potrebbe apparire come un paese di poca memoria per essere pervenuto all'unità politica da soltanto centocinquanta anni.
Ma non è così perché la memoria del territorio italiano si arricchisce anche dei fatti e dei misfatti avvenuti negli anni che hanno preceduto l'unità, in quegli eventi che raccontano le varie storie dei vari stati e staterelli - in Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia, Romagna, Toscana, nel Centro e nel Sud - frammenti geografici di quel territorio che oggi si chiama Italia. Tante storie tutte affluenti dal 1861 alla costituzione di un territorio unificato che proprio in queste storie ritrova la sua memoria collettiva. Con l'unita' politica la Storia e la Geografia italiane si ritrovano finalmente coincidenti e convergenti all'interno di un tempo e in uno spazio che sono quelli nei quali da un secolo e mezzo si va faticosamente costruendo l'identità del nostro paese.

Con una grande fatica, ma anche con estrema lentezza e soprattutto con la sensazione di costruire sulla sabbia a causa del modo come fu condotto il processo unitario. E più ancora per come lo si è voluto raccontare e tramandare. Se e'vero che un popolo senza memoria non sarà mai padrone del proprio futuro, è vero altresì che un popolo che ha una memoria artefatta e falsa del suo passato assai difficilmente potrà vivere in pace il presente e meno ancora potràcostruirsi un futuro condiviso. Ed è proprio questa la situazione in cui oggi ci troviamo, per uscire dalla quale occorre innanzitutto che si completi il necessario e propedeutico lavoro di revisionismo storico già iniziato con i testi e gli scritti di numerosi autori, non solo meridionali.

Occorre quindi che il Partito del Sud cresca e diventi capace di comunicare con decisione che il Sud non è più fermo, che il Sud si è messo politicamente in marcia, che il Sud è partito e ha un suo partito, uno e uno solo. Per fare, anzi per rifare l'Italia, per rifarla più forte e più unita, per rifondarla sui valori della verità storica, quella verità che non si ritrova nei libri delle scuole elementari e nemmeno in quelli delle Università. Solo dopo aver ripristinato la verità storica, senza nessuna nostalgia per lo stato pontificio o per quello borbonico, ma anche senza nessuna soggezione per i falsi eroi di questo e di altri mondi; dopo avere rivisitato e riscritto la lunga lista degli errori e delle inutili atrocità commesse tanto dai vincitori come dai vinti, italiani, non dimentichiamolo, gli uni come gli altri. Solo allora potremo sederci intorno a un grande tavolo ideale per riprendere in mano il bandolo della matassa e ricominciare a tessere la vera storia di un'Italia unita e solidale.

Secondo noi questa nuova Italia dovrà essere federalista, di un federalismo capace di coniugare fra loro le riflessioni del borghese lombardo Carlo Cattaneo, del socialista pugliese Gaetano Salvemini, del meridionalista campano Guido Dorso, del comunista sardo Antonio Gramsci.

Questa nuova Italia dovrà lasciarsi alle spalle le vecchie categorie del linguaggio politico, nella convinzione che oramai destra e sinistra sono termini che possono al massimo servire a rendere più ordinato e scorrevole il traffico automobilistico; forse quello delle grandi città, ma non quello dei Comuni, che Cattaneo immaginava come nucleo essenziale quanto la famiglia della coesistenza sociale, nei quali per circolare potrebbe probabilmente bastare il buon senso. Questa nuova Italia infine dovrà riconoscere che, vista la composizione del nostro parlamento, la gestione dei limiti che separano la legalità dal malcostume e dal crimine non possono essere lasciati alla giustizia dei tribunali e al giudizio dei magistrati essendo oramai divenuti problemi cruciali della vita politica del paese.
Probabilmente al tavolo della nuova Italia dovremo sedere, incontrarci e scontrarci con gli "amici" della Lega Nord.
Se sarà necessario lo faremo, magari seguendo il saggio consiglio di Indro Montanelli.


Giovanni Cutolo - Partito del Sud

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di Giovanni Cutolo

Credo si possa essere d'accordo sul fatto che se la geografia di un paese ne definisce il territorio la storia ne rappresenta la memoria. In tal senso mi sembra condivisibile che, mentre da un punto di vista geografico l'Italia è un paese ben identificato da millenni grazie a una conformazione territoriale assai caratterizzata e riconoscibile, dal punto di vista storico invece l'Italia potrebbe apparire come un paese di poca memoria per essere pervenuto all'unità politica da soltanto centocinquanta anni.
Ma non è così perché la memoria del territorio italiano si arricchisce anche dei fatti e dei misfatti avvenuti negli anni che hanno preceduto l'unità, in quegli eventi che raccontano le varie storie dei vari stati e staterelli - in Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia, Romagna, Toscana, nel Centro e nel Sud - frammenti geografici di quel territorio che oggi si chiama Italia. Tante storie tutte affluenti dal 1861 alla costituzione di un territorio unificato che proprio in queste storie ritrova la sua memoria collettiva. Con l'unita' politica la Storia e la Geografia italiane si ritrovano finalmente coincidenti e convergenti all'interno di un tempo e in uno spazio che sono quelli nei quali da un secolo e mezzo si va faticosamente costruendo l'identità del nostro paese.

Con una grande fatica, ma anche con estrema lentezza e soprattutto con la sensazione di costruire sulla sabbia a causa del modo come fu condotto il processo unitario. E più ancora per come lo si è voluto raccontare e tramandare. Se e'vero che un popolo senza memoria non sarà mai padrone del proprio futuro, è vero altresì che un popolo che ha una memoria artefatta e falsa del suo passato assai difficilmente potrà vivere in pace il presente e meno ancora potràcostruirsi un futuro condiviso. Ed è proprio questa la situazione in cui oggi ci troviamo, per uscire dalla quale occorre innanzitutto che si completi il necessario e propedeutico lavoro di revisionismo storico già iniziato con i testi e gli scritti di numerosi autori, non solo meridionali.

Occorre quindi che il Partito del Sud cresca e diventi capace di comunicare con decisione che il Sud non è più fermo, che il Sud si è messo politicamente in marcia, che il Sud è partito e ha un suo partito, uno e uno solo. Per fare, anzi per rifare l'Italia, per rifarla più forte e più unita, per rifondarla sui valori della verità storica, quella verità che non si ritrova nei libri delle scuole elementari e nemmeno in quelli delle Università. Solo dopo aver ripristinato la verità storica, senza nessuna nostalgia per lo stato pontificio o per quello borbonico, ma anche senza nessuna soggezione per i falsi eroi di questo e di altri mondi; dopo avere rivisitato e riscritto la lunga lista degli errori e delle inutili atrocità commesse tanto dai vincitori come dai vinti, italiani, non dimentichiamolo, gli uni come gli altri. Solo allora potremo sederci intorno a un grande tavolo ideale per riprendere in mano il bandolo della matassa e ricominciare a tessere la vera storia di un'Italia unita e solidale.

Secondo noi questa nuova Italia dovrà essere federalista, di un federalismo capace di coniugare fra loro le riflessioni del borghese lombardo Carlo Cattaneo, del socialista pugliese Gaetano Salvemini, del meridionalista campano Guido Dorso, del comunista sardo Antonio Gramsci.

Questa nuova Italia dovrà lasciarsi alle spalle le vecchie categorie del linguaggio politico, nella convinzione che oramai destra e sinistra sono termini che possono al massimo servire a rendere più ordinato e scorrevole il traffico automobilistico; forse quello delle grandi città, ma non quello dei Comuni, che Cattaneo immaginava come nucleo essenziale quanto la famiglia della coesistenza sociale, nei quali per circolare potrebbe probabilmente bastare il buon senso. Questa nuova Italia infine dovrà riconoscere che, vista la composizione del nostro parlamento, la gestione dei limiti che separano la legalità dal malcostume e dal crimine non possono essere lasciati alla giustizia dei tribunali e al giudizio dei magistrati essendo oramai divenuti problemi cruciali della vita politica del paese.
Probabilmente al tavolo della nuova Italia dovremo sedere, incontrarci e scontrarci con gli "amici" della Lega Nord.
Se sarà necessario lo faremo, magari seguendo il saggio consiglio di Indro Montanelli.


Giovanni Cutolo - Partito del Sud

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lunedì 31 ottobre 2011

BOLOGNA 29 OTTOBRE 2011 - CONVEGNO DIS - UNITA' D'ITALIA : LINO PATRUNO 2/2


http://www.youtube.com/watch?v=VcaxDWa_rAU&feature=channel_video_title

DIS - UNITA' D'ITALIA

PERCHE' UN FEDERALISMO AVVELENATO ALIMENTA IL FUOCO DEL SUD

Presentazione dei libri con dibattito

- Federalismo Avvelenato di Marco Esposito

- Fuoco del Sud di Lino Patruno

Con gli autori

Marco Esposito: Assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli, giornalista, scrittore

Lino Patruno: Giornalista, saggista, direttore per 13 anni della "Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari

sono intervenuti

Mauro Formaglini: Segretario Provinciale del Psi , Coordinatore della Lista "Laici Socialisti Riformisti per Bologna"

Carlo Germi: Presidente Onorario di "FICIESSE", Associazione " Finanzieri, Cittadini e Solidarieta'"

Fabrizio Bensai: Coordinatore Provinciale Bologna del Partito del Sud

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http://www.youtube.com/watch?v=VcaxDWa_rAU&feature=channel_video_title

DIS - UNITA' D'ITALIA

PERCHE' UN FEDERALISMO AVVELENATO ALIMENTA IL FUOCO DEL SUD

Presentazione dei libri con dibattito

- Federalismo Avvelenato di Marco Esposito

- Fuoco del Sud di Lino Patruno

Con gli autori

Marco Esposito: Assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli, giornalista, scrittore

Lino Patruno: Giornalista, saggista, direttore per 13 anni della "Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari

sono intervenuti

Mauro Formaglini: Segretario Provinciale del Psi , Coordinatore della Lista "Laici Socialisti Riformisti per Bologna"

Carlo Germi: Presidente Onorario di "FICIESSE", Associazione " Finanzieri, Cittadini e Solidarieta'"

Fabrizio Bensai: Coordinatore Provinciale Bologna del Partito del Sud

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BOLOGNA 29 OTTOBRE 2011 - CONVEGNO DIS - UNITA' D'ITALIA : L'INTERVENTO DI LINO PATRUNO 1/2


http://www.youtube.com/watch?v=vIlDYQwUt94&feature=channel_video_title

DIS - UNITA' D'ITALIA

PERCHE' UN FEDERALISMO AVVELENATO ALIMENTA IL FUOCO DEL SUD

Presentazione dei libri con dibattito

- Federalismo Avvelenato di Marco Esposito

- Fuoco del Sud di Lino Patruno

Con gli autori

Marco Esposito: Assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli, giornalista, scrittore

Lino Patruno: Giornalista, saggista, direttore per 13 anni della "Gazzetta del Mezzogiorno" di

Bari

sono intervenuti

Mauro Formaglini: Segretario Provinciale del Psi , Coordinatore della Lista "Laici Socialisti Riformisti per Bologna"

Carlo Germi: Presidente Onorario di "FICIESSE", Associazione " Finanzieri, Cittadini e Solidarieta'"

Fabrizio Bensai: Coordinatore Provinciale Bologna del Partito del Sud

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http://www.youtube.com/watch?v=vIlDYQwUt94&feature=channel_video_title

DIS - UNITA' D'ITALIA

PERCHE' UN FEDERALISMO AVVELENATO ALIMENTA IL FUOCO DEL SUD

Presentazione dei libri con dibattito

- Federalismo Avvelenato di Marco Esposito

- Fuoco del Sud di Lino Patruno

Con gli autori

Marco Esposito: Assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli, giornalista, scrittore

Lino Patruno: Giornalista, saggista, direttore per 13 anni della "Gazzetta del Mezzogiorno" di

Bari

sono intervenuti

Mauro Formaglini: Segretario Provinciale del Psi , Coordinatore della Lista "Laici Socialisti Riformisti per Bologna"

Carlo Germi: Presidente Onorario di "FICIESSE", Associazione " Finanzieri, Cittadini e Solidarieta'"

Fabrizio Bensai: Coordinatore Provinciale Bologna del Partito del Sud

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venerdì 28 ottobre 2011

BOLOGNA SABATO 29 OTTOBRE 2011 - DIBATTITO:PERCHE’ UN FEDERALISMO AVVELENATO ALIMENTA IL FUOCO DEL SUD

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PERCHE’ UN FEDERALISMO AVVELENATO ALIMENTA IL FUOCO DEL SUD

Presentazione dei libri con dibattito

- Federalismo Avvelenato di Marco Esposito

- Fuoco del Sud di Lino Patruno

Con gli autori

Marco Esposito: Assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli, giornalista, scrittore

Lino Patruno: Giornalista, saggista, direttore per 13 anni della “Gazzetta del Mezzogiorno” di

Bari

Interverranno

Mauro Formaglini: Segretario Provinciale del Psi , Coordinatore della Lista "Laici Socialisti

Riformisti per Bologna"

Carlo Germi: Presidente Onorario di “FICIESSE”, Associazione “ Finanzieri, Cittadini e

Solidarieta'”

Fabrizio Bensai: Coordinatore Provinciale Bologna del Partito del Sud


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PERCHE’ UN FEDERALISMO AVVELENATO ALIMENTA IL FUOCO DEL SUD

Presentazione dei libri con dibattito

- Federalismo Avvelenato di Marco Esposito

- Fuoco del Sud di Lino Patruno

Con gli autori

Marco Esposito: Assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli, giornalista, scrittore

Lino Patruno: Giornalista, saggista, direttore per 13 anni della “Gazzetta del Mezzogiorno” di

Bari

Interverranno

Mauro Formaglini: Segretario Provinciale del Psi , Coordinatore della Lista "Laici Socialisti

Riformisti per Bologna"

Carlo Germi: Presidente Onorario di “FICIESSE”, Associazione “ Finanzieri, Cittadini e

Solidarieta'”

Fabrizio Bensai: Coordinatore Provinciale Bologna del Partito del Sud


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lunedì 24 ottobre 2011

Il federalismo come non lo avete mai sentito - L’assessore allo sviluppo del comune di Napoli Marco Esposito: "Separiamoci consensualmente".


sud

Il federalismo come
non lo avete mai sentito

L’assessore allo sviluppo del comune di Napoli Marco Esposito: "Separiamoci consensualmente".

Se ognuno pensa per sè, l’Italia, come una famiglia patriarcale, si dissolve. Il federalismo visto dal costituzionalista Massimo Villone è una distribuzione equa delle risorse, a prescindere da dove si producono. Invece la spinta federalista in Italia è nata proprio sul concetto opposto: le tasse devono restare nei territori dove si producono. Non a caso con il governo di centro destra è stato istituito addirittura un ministero delle Riforme per il federalismo, il ministro è Umberto Bossi, della Lega Nord, ma nella delega ricevuta per svolgere le funzioni c’è scritto che può essere sostituito da Calderoli. E viceversa, Bossi può sostituire Calderoli.

Ma chi è il ministro per il federalismo, Bossi o Calderoli?

Il vero ministro del federalismo è Calderoli, a Bossi è rimasto solo il titolo del ministero. Nella Commissione parlamentare bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale, sono stati auditi i seguenti ministri: Calderoli 3 volte, Fitto due volte, Tremonti 1 volta, Bossi mai. I componenti dicono che si è visto 2 volte, in occasioni importanti solo per stringere le mani dei presenti. Cosa fa allora Bossi? Si occupa della parte costituzionale delle riforme, dice Calderoli, per esempio della “sussidiarietà orizzontale”, che è la proposta di riformare l’articolo 41 della costituzione. Questo articolo, si legge nella relazione del disegno di legge, “emerge da un retroterra culturale scettico, allora, nei confronti del sistema di libero mercato” e quindi alla frase: “l’iniziativa economica privata è libera”, si propone di aggiungere, “E’ permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge”. Questa proposta è firmata però da 8 ministri, ed anche su questa Bossi non ha mai preso la parola. In parlamento e in commissione affari costituzionali il disegno di legge è stato illustrato dall’on. Bruno. Torniamo al federalismo, dal 2014 i comuni dovranno prendere le risorse dall’Imu, Imposta Municipale Unificata, che comprende l’Ici su tutto ciò che non è prima casa e l’Irpef sui redditi fondiari non locati. Poi hanno una compartecipazione all’Iva regionale. Con queste risorse i comuni dovranno coprire i costi standard calcolati dallo Stato. Una volta stabilito che le funzioni di un comune costano 100, se dalle entrate proprie arriva 80, i restanti 20 sono coperti dal fondo perequativo. Se il comune invece ha bisogno di più soldi dovrà aumentare le tasse. Il sindaco sarà obbligato a pubblicare il bilancio, così i cittadini saranno in grado di giudicare se è stato bravo o sprecone. Il federalismo fiscale viene sintetizzato con lo slogan Vedo Pago Voto, io cittadino Vedo come vengono spesi i soldi, Pago le tasse, e con il Voto premio il bravo amministratore, un automatismo tutto da verificare alla prova dei fatti. Vale per i sindaci ma non ancora per i ministri almeno fino a che non cambia la legge elettorale.

Vedo, pago, voto e Porcellum

Il ministro Tremonti nella prima relazione al parlamento sull’attuazione del federalismo fiscale, il 30 giugno del 2010, nell’illustrare le prospettive di razionalizzazione della spesa dei costi standard fa l’esempio della siringa che viene acquistata a 0,03 euro negli ospedali della Toscana e a 0,05 euro in quelli siciliani. Con il principio dei costi standard questi sprechi saranno impossibili. Con questo esempio tutti si sono convinti che i costi standard saranno applicati anche alla sanità. Infatti il quotidiano Libero il 23 agosto di quest’anno titolava in prima pagina: “ Consigli antistangata, anticipiamo i costi standard della sanità” evidenziando proprio l’esempio della siringa siciliana. Invece i costi standard nella sanità non sono previsti. Si prenderà come riferimento la spesa globale delle regioni considerate virtuose, con un buon rapporto tra costi e efficienza, e si ricaverà la spesa consentita alle altre regioni in base alla popolazione. La popolazione sarà pesata in base all’anzianità cioè un anziano di 65 anni costa come 4 persone di 35 anni. Da questo parametro è stato esclusa la povertà. Gli anziani si ammalano più dei giovani, ma un anziano povero è più a rischio.

Calderoli: prima ai residenti

L’assessore allo sviluppo del comune di Napoli Marco Esposito nel suo libro “ Federalismo avvelenato” capovolge il concetto della Lega sulla distribuzione delle risorse in base alla ricchezza del territorio. Il titolo quinto della costituzione assicura ai territori con minore capacità fiscale un fondo perequativo, e lo Stato deve provvedere con fondi speciali a promuovere lo sviluppo, la coesione e la solidarietà sociale per rimuovere gli squilibri economici e sociali. La sacrosanta protesta per gli sprechi del Sud che non si può trasformare in egoismo.

Bernardo Iovene


Fonte: Corriere della Sera


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sud

Il federalismo come
non lo avete mai sentito

L’assessore allo sviluppo del comune di Napoli Marco Esposito: "Separiamoci consensualmente".

Se ognuno pensa per sè, l’Italia, come una famiglia patriarcale, si dissolve. Il federalismo visto dal costituzionalista Massimo Villone è una distribuzione equa delle risorse, a prescindere da dove si producono. Invece la spinta federalista in Italia è nata proprio sul concetto opposto: le tasse devono restare nei territori dove si producono. Non a caso con il governo di centro destra è stato istituito addirittura un ministero delle Riforme per il federalismo, il ministro è Umberto Bossi, della Lega Nord, ma nella delega ricevuta per svolgere le funzioni c’è scritto che può essere sostituito da Calderoli. E viceversa, Bossi può sostituire Calderoli.

Ma chi è il ministro per il federalismo, Bossi o Calderoli?

Il vero ministro del federalismo è Calderoli, a Bossi è rimasto solo il titolo del ministero. Nella Commissione parlamentare bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale, sono stati auditi i seguenti ministri: Calderoli 3 volte, Fitto due volte, Tremonti 1 volta, Bossi mai. I componenti dicono che si è visto 2 volte, in occasioni importanti solo per stringere le mani dei presenti. Cosa fa allora Bossi? Si occupa della parte costituzionale delle riforme, dice Calderoli, per esempio della “sussidiarietà orizzontale”, che è la proposta di riformare l’articolo 41 della costituzione. Questo articolo, si legge nella relazione del disegno di legge, “emerge da un retroterra culturale scettico, allora, nei confronti del sistema di libero mercato” e quindi alla frase: “l’iniziativa economica privata è libera”, si propone di aggiungere, “E’ permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge”. Questa proposta è firmata però da 8 ministri, ed anche su questa Bossi non ha mai preso la parola. In parlamento e in commissione affari costituzionali il disegno di legge è stato illustrato dall’on. Bruno. Torniamo al federalismo, dal 2014 i comuni dovranno prendere le risorse dall’Imu, Imposta Municipale Unificata, che comprende l’Ici su tutto ciò che non è prima casa e l’Irpef sui redditi fondiari non locati. Poi hanno una compartecipazione all’Iva regionale. Con queste risorse i comuni dovranno coprire i costi standard calcolati dallo Stato. Una volta stabilito che le funzioni di un comune costano 100, se dalle entrate proprie arriva 80, i restanti 20 sono coperti dal fondo perequativo. Se il comune invece ha bisogno di più soldi dovrà aumentare le tasse. Il sindaco sarà obbligato a pubblicare il bilancio, così i cittadini saranno in grado di giudicare se è stato bravo o sprecone. Il federalismo fiscale viene sintetizzato con lo slogan Vedo Pago Voto, io cittadino Vedo come vengono spesi i soldi, Pago le tasse, e con il Voto premio il bravo amministratore, un automatismo tutto da verificare alla prova dei fatti. Vale per i sindaci ma non ancora per i ministri almeno fino a che non cambia la legge elettorale.

Vedo, pago, voto e Porcellum

Il ministro Tremonti nella prima relazione al parlamento sull’attuazione del federalismo fiscale, il 30 giugno del 2010, nell’illustrare le prospettive di razionalizzazione della spesa dei costi standard fa l’esempio della siringa che viene acquistata a 0,03 euro negli ospedali della Toscana e a 0,05 euro in quelli siciliani. Con il principio dei costi standard questi sprechi saranno impossibili. Con questo esempio tutti si sono convinti che i costi standard saranno applicati anche alla sanità. Infatti il quotidiano Libero il 23 agosto di quest’anno titolava in prima pagina: “ Consigli antistangata, anticipiamo i costi standard della sanità” evidenziando proprio l’esempio della siringa siciliana. Invece i costi standard nella sanità non sono previsti. Si prenderà come riferimento la spesa globale delle regioni considerate virtuose, con un buon rapporto tra costi e efficienza, e si ricaverà la spesa consentita alle altre regioni in base alla popolazione. La popolazione sarà pesata in base all’anzianità cioè un anziano di 65 anni costa come 4 persone di 35 anni. Da questo parametro è stato esclusa la povertà. Gli anziani si ammalano più dei giovani, ma un anziano povero è più a rischio.

Calderoli: prima ai residenti

L’assessore allo sviluppo del comune di Napoli Marco Esposito nel suo libro “ Federalismo avvelenato” capovolge il concetto della Lega sulla distribuzione delle risorse in base alla ricchezza del territorio. Il titolo quinto della costituzione assicura ai territori con minore capacità fiscale un fondo perequativo, e lo Stato deve provvedere con fondi speciali a promuovere lo sviluppo, la coesione e la solidarietà sociale per rimuovere gli squilibri economici e sociali. La sacrosanta protesta per gli sprechi del Sud che non si può trasformare in egoismo.

Bernardo Iovene


Fonte: Corriere della Sera


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mercoledì 17 agosto 2011

Sul quotidiano "La Discussione" oggi un edicola intervista con Andrea Balìa: A Sud c'è chi vuole la nascita di uno Stato Federale

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Fonte : La Discussione del 17 agosto 2011 pag 11

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Fonte : La Discussione del 17 agosto 2011 pag 11

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venerdì 18 marzo 2011

Gaetano Salvemini sull'unità d'Italia, Un viaggio in treno

Fonte:

Riportato in "Federalismo, socialismo e questione meridionale in Gaetano Salvemini" Lucchese, Salvatore, Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita, 2004, pp. 131-136"

LA QUESTIONE MERIDIONALE E IL FEDERALISMO

di Gaetano Salvemini

Nel vagone, che ci conduceva verso Bari, c'eravamo mia madre, io avevo quattordici anni - e, fra gli altri signori, un Piemontese figlio di un capostazione, e un altro settentrionale.

- Postacci, - diceva il Piemontese; - creda pure che qui non ci si vive; beato lei che ritorna nel Nord. Qui aria cattiva, acqua pessima, dialetto incomprensibile che par turco, popolazione ignorante, superstiziosa, barbara...

- Ma non siamo mica barbari, - interruppi io, - quando ci rubate i nostri quattr...

Un atroce pizzicotto materno mi richiamò a più miti consigli.

lo ero proprio convinto che quel Piemontese, il quale ci chiamava «barbari», ci rubava i nostri quattrini. Perché avevo questa convinzione? chi me lo aveva detto? quali elementi si erano a poco a poco accumulati nella mia coscienza quattordicenne per dar corpo a una opinione di quel genere?

Non saprei dirlo con sicurezza.

Certo vi avevano contribuito le querimonie di un mio zio borbonico, il quale ripeteva spesso e volentieri, ad ogni scadenza dei bimestre delle tasse, le parole di Francesco Il: «I Piemontesi vi lasceranno solo gli occhi per piangere»; vi avevano contribuito l'osservazione da me fatta sulla carta geografica dell'Italia che le ferrovie erano più numerose al Nord che al Sud, i racconti confusi e sbiaditi delle prepotenze che gli ufficiali piemontesi avevano commesso nei nostri paesi nel'60.

Di queste nozioni indeterminate e incoerenti, forse di qualche altro discorso, di cui non è rimasto più alcun ricordo nella mia mente, era materiata la mia convinzione.

Se il pizzicotto materno non mi avesse interdetto la discussione, e quel giovane Piemontese mi avesse domandato ragione della mia accusa, io non avrei saputo dir nulla; ma sarei rimasto egualmente fermo nella convinzione che i Settentrionali ci succhiavano il sangue, ci sfruttavano come bestie e per giunta ci chiamavano barbari.

Questo stato d'animo, nel quale io mi trovavo a quattordici anni, era ed è lo stato d'animo dei novantanove centesimi dei meridionali, di tutti i partiti: un sordo rancore verso quelli del Nord, una coscienza indeterminata e profonda di esser vittime della loro rapacità e prepotenza, una amara avversione, acuita di tanto in tanto dai segni di disprezzo, che dal Nord ci vengono, il desiderio ardente di farla finita una buona volta con questa situazione subordinata e disprezzata. Per dimostrare fino a che punto le idee antisettentrionali filtrano anche nelle menti, che dovrebbero essere più refrattarie - nelle menti dei socialisti - mi basterà ricordare le proteste astiose e sospettose, che vennero dai giornali e dai circoli del Sud, quando un compagno - per fortuna meridionale - sostenne che il giornale quotidiano del partito doveva pubblicarsi a Milano e non a Roma; le accuse che i compagni meridionali non si stancano mai di muovere al partito, che, secondo essi, si occupa solo del Nord e trascura il Sud; la ostilità, a volte sorda, a volte palese, che c'è fino nel nostro Consiglio nazionale fra i rappresentanti del Sud e quelli del Nord. E questi sentimenti - intendiamoci -in buona parte non sono che troppo giustificati dal contegno dei settentrionali, i quali non sanno che manifestare verso i compagni del Sud a volte del disprezzo, a volte del compatimento, non meno umiliante del disprezzo.

Perché è un fatto innegabile che, se i meridionali detestano i settentrionali, questi ripagano di egual, ed anche migliore, moneta gli altri. E' opinione diffusissima nel Nord che il Sud paghi molto meno tasse del Nord e goda di tutti i favori del governo: è un parassita che dà poco e prende molto.

Lo sfruttamento economico è accompagnato dalla corruzione politica, della quale il Sud è la inesauribile sentina. Un corrispondente vuol dare al suo giornale un'idea della corruzione elettorale del suo collegio? non mancherà di scrivere, per dare un'idea sintetica della situazione:

«Pareva di essere nel Mezzogiorno». Un sottoprefetto o un delegato fanno i prepotenti? gli si dice subito: «Caro lei, crede forse di essere nel Mezzogiorno?»

Crispi è il brigante «meridionale» per eccellenza. In un articolo - del resto ottimo - su La fine di un regno di Raffaele de Cesare, pubblicato non è molto nell'«Educazione Politica» di Milano, ho raccolto i seguenti fioretti meridionali: «Per chiunque ha un po' d'onore e un po' di sangue nelle vene, è una gran calamità molte volte nascere Napoletano» (parole di Carlo Filangieri, messe come epigrafe all'articolo); «uno scrittore di idee moderate, un meridionale per giunta, ha saputo ritrovare in se stesso tanta onestà scientifica»; «il racconto di questo viaggio [il viaggio trionfale di Ferdinando Il nel '52] può dar la misura di quel che valgano le acclamazioni del popolino meridionale», «quella povera plebe meridionale, ignorante e superstiziosa, alla quale manca ogni educazione politica ed ogni senso pur collettivo di dignità personale».

Per l'autore evidentemente uno scrittore moderato meridionale non può non essere peggiore di uno scrittore moderato settentrionale; le due idee: «plebe» e «meridionale» sono inseparabili; nel Nord di plebe non ce n'è; o se ce n'è, è plebe per bene, è plebe... settentrionale.

Un Romagnolo, col quale sono stretto da calda amicizia, credette una volta di farmi un gran complimento, dicendomi: «Pare impossibile che tu sia meridionale» Ergisto Bezzi, ottimo cuore di repubblicano e di cittadino, che fu aiutante di campo di Garibaldi nella spedizione di Sicilia e di Napoli, mi diceva un anno fa:

«Il mio più gran rimorso è quello di aver accompagnato Garibaldi nel Sud; il Sud doveva rimanere ancora sotto i Borboni».

Un fraterno augurio, che io ho sentito molto spesso fare dai settentrionali ai meridionali, è che le acque del mare coprano tutta l'Italia da Roma in giù.

I nordici disprezzano, come dicon essi, i sudici; e i sudici detestano con tutta l'anima i nordici; ecco il prodotto di quarant'anni d'unità.

Questo non impedisce naturalmente che nelle relazioni, diciam così, ufficiali fra le due sezioni del paese scorrano fiumi di fratellanza latte e miele; più profondo anzi si scava l'abisso fra Nord e Sud, i discorsi degli uomini politici e gli articoli dei giornaloni settentrionali traboccano di saluti alle terre del sole e di proteste di solida - pei figli prediletti della patria; e in compenso volano dal Sud verso il Nord applausi e auguri ai fratelli iniziatori del nostro - ahi! - Risorgimento.

A che cosa servirebbe - Dio buono! - la parola se non a nascondere le idee? Eppoi, non è forse legge fatale della nostra vita politica l'esser fuori sempre della realtà, il sostituire alla constataci fatti la retorica, l'andar innanzi alla cieca cullandoci al suono e prive di senso?

E' bensì vero che, da qualche anno a questa parte, la questione le è molto spesso agitata nei giornali del Nord e del Sud. Ma con quali compassionevoli metodi!

La stampa del Sud, mancipia delle camorre che dissanguano il paese, combatte a base di menzogne e di calunnie, spesso assolutamente cretine, contro il Nord.

Se non ci fossero tra i meridionalisti il Renda, il Ciccotti, il Colajanni, i quali han discussa la questione con indipendenza di giudizio, ci sarebbe da disperare sull'avvenire del nostro paese.

Ma anche quei meridionalisti onesti e sinceri, i quali pur riconoscono l'inferiorità del loro paese, di fronte al disprezzo umiliante e irritante, che traspira da ogni riga scritta nel Nord, finiscono spesso col perdere la pazienza, e si sentono fervere il sangue nelle vene, e provano una gran voglia di dar ragione ai rettili della stampa latifondista e camorrista.

Fra i giornalisti e gli uomini politici settentrionali, poi, non credo che arrivino a due quelli che conoscono bene le condizioni del Mezzogiorno, e le giudichino serenamente e senza pregiudizi. Specialmente la stampa democratica dà a questo proposito uno spettacolo compassionevole: essa o fa, come «Il Secolo», della retorica slombata sulla solidarietà fra Nord e Sud, oppure si compiace di mettere in vista i mali del Sud, contrapponendoli alla forza, alla moralità, al progresso del Nord.

Questo non è male; ma, quando avete fatto la descrizione più nera della corruzione meridionale, a che scopo volete arrivare? che cosa vi proponete di fare?

Il vostro disprezzo non è purtroppo che in gran parte giustificato, ma disprezzare non basta; un rimedio, bene e male, bisogna trovarlo. Ora, chi fra i settentrionali pensa ad alcun rimedio, all'infuori del solito augurio che il mare ricopra le terre da Roma in giù?

E, mentre i partiti democratici non sanno affrontare risolutamente il problema e sviscerarlo spregiudicatamente, quali che ne debbano essere le conseguenze, i partiti reazionari hanno iniziato nel Mezzogiorno una lenta e abilissima propaganda contro il Nord, dalla quale hanno molto da temere i partiti democratici del Settentrione.

Ormai per il partito monarchico il Nord appare perduto; bisogna appoggiarsi al Mezzogiorno. Ma le masse meridionali non potranno mai essere mobilitate contro la democrazia del Nord sotto la bandiera conservatrice e monarchica: della monarchia ad esse non importa nulla, e dall'essere conservatrici ci corre e di molto.

Sotto questo punto di vista, il meglio, che i conservatori possano desiderare dal Mezzogiorno, è che se ne stia tranquillo e non si muova; il can che dorme, lascialo dormire.

Il regionalismo si presta invece molto bene allo scopo: bisogna approfittare dell'ostilità, che i meridionali di tuffi i partiti sentono acuta verso i settentrionali, bisogna far leva sugli interessi regionali, trasformando la lotta fra democrazia e reazione in lotta fra Nord e Sud.

Distratti dal miraggio di scuotere l'oppressione dei settentrionali, gli stessi democratici e socialisti del Sud - la cui coscienza politica è purtroppo appena in via di formazione - dovranno unirsi ai conservatori meridionali; i conservatori del Nord, sbattuti dalla montante marca democratica, si aggrapperanno al Mezzogiorno come all'ultima ancora di salvezza, sacrificando magari gli interessi del Nord pur di salvare la propria esistenza.

Sarà una nuova unità a profitto del Sud, che comincerà a sfruttare il Nord. Ma che importa?

il «porro unum necessarium» è che si salvino le istituzioni, cioè che si salvi l'attuale impalcatura politica amministrativa, condizione indispensabile al predominio delle consorterie conservatrici del Nord e del Sud.

Ed ecco che i giornali monarchici del Sud, capitanati dal «Mattino» di Scarfoglio, iniziano apertamente l'agitazione regionalista a base di odio contro il Nord e specialmente contro Milano, la quale vuol diventare capitale d'Italia; di calunnie contro tutti i principali democratici dei Nord, le cui parole sulle condizioni del Mezzogiorno vengono riprodotte, commentate, contorte, falsificate; e su tutta questa minuta propaganda di bugie, di insinuazioni, di abili suggestioni, grandeggiano i due concetti, che l'unità d'Italia deve essere difesa ad ogni costo e che la monarchia per difendere l'unità deve appoggiarsi necessariamente sul Mezzogiorno.

Questa propaganda sfugge quasi completamente agli uomini politici e ai giornalisti dei Nord, prima perché i giornali meridionali sono quasi sconosciuti nel Settentrione, e poi perché la propaganda regionalista è fatta in forma ipocrita: essa sfugge quasi sempre gli articoli di fondo firmati, che richiamano l'attenzione, e si annida nei Giri pel mondo, nei «mots de la fin», nei brevi «entrefilets» sperduti nelle seconde pagine, nelle cronache locali, in quelle parti del giornale le quali si sottraggono all'occhio frettoloso dei forestieri, ma che sono i migliori veicoli per far penetrare inavvertitamente le idee nelle menti, già ben disposte, dei lettori locali.

D'altra parte, quand'anche i settentrionali avessero agio di sorvegliare attentamente l'opinione pubblica del Sud, essi non potrebbero influire in alcun modo su di essa col mezzo ordinario della stampa, perché i giornali del Nord sono quasi tutti sconosciuti nel Sud.

E i gazzettieri meridionali citano della stampa nordica solo ciò che può servire a rinfocolare gli odi locali, ma non sarebbero mai tanto minchioni da ammannire ai loro lettori delle citazioni contrarie.

In quest'ambiente, pieno di diffidenze e di recriminazioni, di ostilità e di disprezzi, è uscito il recente libro di F. S. Nitti, intitolato Nord e Sud, Prime linee di una inchiesta sulla ripartízíone territoriale delle entrate e delle spese dello Stato in Italia (Torino 1900).

Questo libro dice molte verità, che è bene sieno conosciute specialmente nel Nord; ma ne trascura molte altre, che meritano di esser conosciute non meno delle prime.

Può fare molto bene ai partiti popolari, se questi non lo lasciano passare inosservato e se sanno attingere in esso la loro linea di condotta di fronte alla questione meridionale.

Contribuirà invece potentemente alla formazione definitiva di un movimento antinordico nel Mezzogiorno, e preparerà un magnifico campo d'azione ai partiti reazionari, se la democrazia del Nord si disinteresserà della questione, lasciandone, come ha fatto finora, il monopolio agli Scarfogli più o meno bacati della stampa del Mezzodí.

Ho detto che il libro del Nitti dice molte verità, che è bene sieno conosciute specialmente nel Nord e, aggiungo, specialmente dai partiti democratici del Nord. Esso infatti distrugge, in base a dati inconfutabili, la leggenda che il Sud sfrutti il Nord, e dimostra che, nella famigerata unità mazziniana-cavouriana, gl'interessi del Sud sono stati fin dai prirni tempi e sono ogni giorno sacrificati agl'interessi del Nord.

[...]

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«[ ... ] Ogni giorno che passa diventa sempre più vivo in me il dubbio, se non sia il caso di solennizzare il cinquantennio [dell'Unità] lanciando nel Mezzogiorno la formula della separazione politica. A che scopo continuare con questa unità in cui siamo destinati a funzionare da colonia d'America per le industrie del Nord, e a fornire collegi elettorali ai Chiaraviglio del Nord; e in cui non possiamo attenderci nessun aiuto serio né dai partiti conservatori, né dalla democrazia del Nord, nel nostro penoso lavoro di resurrezione, anzi tutti lavorano a deprimerci più e a render più difficile il nostro lavoro? Perché non facciamo due stati distinti? Una buona barriera doganale al Tronto e al Carigliano. Voi si consumate le vostre cotonate sul luogo. Noi vendiamo i nostri prodotti agricoli agli inglesi, e comperiamo i loro prodotti industriali a metà prezzo. In cinquant'anni, abbandonati a noi, diventiamo un altro popolo. E se non siamo capaci di governarci da noi, ci daremo in colonia agli inglesi, i quali è sperabile ci amministrino almeno come amministrano l'Egitto, e certo ci tratteranno meglio che non ci abbiano trattato nei cinquant'anni passati i partiti conservatori, che non si dispongano a trattarci nei prossimi cinquant'anni i cosiddetti democratici». Cfr. Lettera di G. Salvemini ad A. Schiavi, Pisa 16 marzo 1911, in C. Salvemini, Carteggi, I. 1895-1911, cit., pp. 478-81.

Riportato in Federalismo, socialismo e questione meridionale in Gaetano Salvemini Lucchese, Salvatore - Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita, 2004, pag. 117

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Fonte:

Riportato in "Federalismo, socialismo e questione meridionale in Gaetano Salvemini" Lucchese, Salvatore, Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita, 2004, pp. 131-136"

LA QUESTIONE MERIDIONALE E IL FEDERALISMO

di Gaetano Salvemini

Nel vagone, che ci conduceva verso Bari, c'eravamo mia madre, io avevo quattordici anni - e, fra gli altri signori, un Piemontese figlio di un capostazione, e un altro settentrionale.

- Postacci, - diceva il Piemontese; - creda pure che qui non ci si vive; beato lei che ritorna nel Nord. Qui aria cattiva, acqua pessima, dialetto incomprensibile che par turco, popolazione ignorante, superstiziosa, barbara...

- Ma non siamo mica barbari, - interruppi io, - quando ci rubate i nostri quattr...

Un atroce pizzicotto materno mi richiamò a più miti consigli.

lo ero proprio convinto che quel Piemontese, il quale ci chiamava «barbari», ci rubava i nostri quattrini. Perché avevo questa convinzione? chi me lo aveva detto? quali elementi si erano a poco a poco accumulati nella mia coscienza quattordicenne per dar corpo a una opinione di quel genere?

Non saprei dirlo con sicurezza.

Certo vi avevano contribuito le querimonie di un mio zio borbonico, il quale ripeteva spesso e volentieri, ad ogni scadenza dei bimestre delle tasse, le parole di Francesco Il: «I Piemontesi vi lasceranno solo gli occhi per piangere»; vi avevano contribuito l'osservazione da me fatta sulla carta geografica dell'Italia che le ferrovie erano più numerose al Nord che al Sud, i racconti confusi e sbiaditi delle prepotenze che gli ufficiali piemontesi avevano commesso nei nostri paesi nel'60.

Di queste nozioni indeterminate e incoerenti, forse di qualche altro discorso, di cui non è rimasto più alcun ricordo nella mia mente, era materiata la mia convinzione.

Se il pizzicotto materno non mi avesse interdetto la discussione, e quel giovane Piemontese mi avesse domandato ragione della mia accusa, io non avrei saputo dir nulla; ma sarei rimasto egualmente fermo nella convinzione che i Settentrionali ci succhiavano il sangue, ci sfruttavano come bestie e per giunta ci chiamavano barbari.

Questo stato d'animo, nel quale io mi trovavo a quattordici anni, era ed è lo stato d'animo dei novantanove centesimi dei meridionali, di tutti i partiti: un sordo rancore verso quelli del Nord, una coscienza indeterminata e profonda di esser vittime della loro rapacità e prepotenza, una amara avversione, acuita di tanto in tanto dai segni di disprezzo, che dal Nord ci vengono, il desiderio ardente di farla finita una buona volta con questa situazione subordinata e disprezzata. Per dimostrare fino a che punto le idee antisettentrionali filtrano anche nelle menti, che dovrebbero essere più refrattarie - nelle menti dei socialisti - mi basterà ricordare le proteste astiose e sospettose, che vennero dai giornali e dai circoli del Sud, quando un compagno - per fortuna meridionale - sostenne che il giornale quotidiano del partito doveva pubblicarsi a Milano e non a Roma; le accuse che i compagni meridionali non si stancano mai di muovere al partito, che, secondo essi, si occupa solo del Nord e trascura il Sud; la ostilità, a volte sorda, a volte palese, che c'è fino nel nostro Consiglio nazionale fra i rappresentanti del Sud e quelli del Nord. E questi sentimenti - intendiamoci -in buona parte non sono che troppo giustificati dal contegno dei settentrionali, i quali non sanno che manifestare verso i compagni del Sud a volte del disprezzo, a volte del compatimento, non meno umiliante del disprezzo.

Perché è un fatto innegabile che, se i meridionali detestano i settentrionali, questi ripagano di egual, ed anche migliore, moneta gli altri. E' opinione diffusissima nel Nord che il Sud paghi molto meno tasse del Nord e goda di tutti i favori del governo: è un parassita che dà poco e prende molto.

Lo sfruttamento economico è accompagnato dalla corruzione politica, della quale il Sud è la inesauribile sentina. Un corrispondente vuol dare al suo giornale un'idea della corruzione elettorale del suo collegio? non mancherà di scrivere, per dare un'idea sintetica della situazione:

«Pareva di essere nel Mezzogiorno». Un sottoprefetto o un delegato fanno i prepotenti? gli si dice subito: «Caro lei, crede forse di essere nel Mezzogiorno?»

Crispi è il brigante «meridionale» per eccellenza. In un articolo - del resto ottimo - su La fine di un regno di Raffaele de Cesare, pubblicato non è molto nell'«Educazione Politica» di Milano, ho raccolto i seguenti fioretti meridionali: «Per chiunque ha un po' d'onore e un po' di sangue nelle vene, è una gran calamità molte volte nascere Napoletano» (parole di Carlo Filangieri, messe come epigrafe all'articolo); «uno scrittore di idee moderate, un meridionale per giunta, ha saputo ritrovare in se stesso tanta onestà scientifica»; «il racconto di questo viaggio [il viaggio trionfale di Ferdinando Il nel '52] può dar la misura di quel che valgano le acclamazioni del popolino meridionale», «quella povera plebe meridionale, ignorante e superstiziosa, alla quale manca ogni educazione politica ed ogni senso pur collettivo di dignità personale».

Per l'autore evidentemente uno scrittore moderato meridionale non può non essere peggiore di uno scrittore moderato settentrionale; le due idee: «plebe» e «meridionale» sono inseparabili; nel Nord di plebe non ce n'è; o se ce n'è, è plebe per bene, è plebe... settentrionale.

Un Romagnolo, col quale sono stretto da calda amicizia, credette una volta di farmi un gran complimento, dicendomi: «Pare impossibile che tu sia meridionale» Ergisto Bezzi, ottimo cuore di repubblicano e di cittadino, che fu aiutante di campo di Garibaldi nella spedizione di Sicilia e di Napoli, mi diceva un anno fa:

«Il mio più gran rimorso è quello di aver accompagnato Garibaldi nel Sud; il Sud doveva rimanere ancora sotto i Borboni».

Un fraterno augurio, che io ho sentito molto spesso fare dai settentrionali ai meridionali, è che le acque del mare coprano tutta l'Italia da Roma in giù.

I nordici disprezzano, come dicon essi, i sudici; e i sudici detestano con tutta l'anima i nordici; ecco il prodotto di quarant'anni d'unità.

Questo non impedisce naturalmente che nelle relazioni, diciam così, ufficiali fra le due sezioni del paese scorrano fiumi di fratellanza latte e miele; più profondo anzi si scava l'abisso fra Nord e Sud, i discorsi degli uomini politici e gli articoli dei giornaloni settentrionali traboccano di saluti alle terre del sole e di proteste di solida - pei figli prediletti della patria; e in compenso volano dal Sud verso il Nord applausi e auguri ai fratelli iniziatori del nostro - ahi! - Risorgimento.

A che cosa servirebbe - Dio buono! - la parola se non a nascondere le idee? Eppoi, non è forse legge fatale della nostra vita politica l'esser fuori sempre della realtà, il sostituire alla constataci fatti la retorica, l'andar innanzi alla cieca cullandoci al suono e prive di senso?

E' bensì vero che, da qualche anno a questa parte, la questione le è molto spesso agitata nei giornali del Nord e del Sud. Ma con quali compassionevoli metodi!

La stampa del Sud, mancipia delle camorre che dissanguano il paese, combatte a base di menzogne e di calunnie, spesso assolutamente cretine, contro il Nord.

Se non ci fossero tra i meridionalisti il Renda, il Ciccotti, il Colajanni, i quali han discussa la questione con indipendenza di giudizio, ci sarebbe da disperare sull'avvenire del nostro paese.

Ma anche quei meridionalisti onesti e sinceri, i quali pur riconoscono l'inferiorità del loro paese, di fronte al disprezzo umiliante e irritante, che traspira da ogni riga scritta nel Nord, finiscono spesso col perdere la pazienza, e si sentono fervere il sangue nelle vene, e provano una gran voglia di dar ragione ai rettili della stampa latifondista e camorrista.

Fra i giornalisti e gli uomini politici settentrionali, poi, non credo che arrivino a due quelli che conoscono bene le condizioni del Mezzogiorno, e le giudichino serenamente e senza pregiudizi. Specialmente la stampa democratica dà a questo proposito uno spettacolo compassionevole: essa o fa, come «Il Secolo», della retorica slombata sulla solidarietà fra Nord e Sud, oppure si compiace di mettere in vista i mali del Sud, contrapponendoli alla forza, alla moralità, al progresso del Nord.

Questo non è male; ma, quando avete fatto la descrizione più nera della corruzione meridionale, a che scopo volete arrivare? che cosa vi proponete di fare?

Il vostro disprezzo non è purtroppo che in gran parte giustificato, ma disprezzare non basta; un rimedio, bene e male, bisogna trovarlo. Ora, chi fra i settentrionali pensa ad alcun rimedio, all'infuori del solito augurio che il mare ricopra le terre da Roma in giù?

E, mentre i partiti democratici non sanno affrontare risolutamente il problema e sviscerarlo spregiudicatamente, quali che ne debbano essere le conseguenze, i partiti reazionari hanno iniziato nel Mezzogiorno una lenta e abilissima propaganda contro il Nord, dalla quale hanno molto da temere i partiti democratici del Settentrione.

Ormai per il partito monarchico il Nord appare perduto; bisogna appoggiarsi al Mezzogiorno. Ma le masse meridionali non potranno mai essere mobilitate contro la democrazia del Nord sotto la bandiera conservatrice e monarchica: della monarchia ad esse non importa nulla, e dall'essere conservatrici ci corre e di molto.

Sotto questo punto di vista, il meglio, che i conservatori possano desiderare dal Mezzogiorno, è che se ne stia tranquillo e non si muova; il can che dorme, lascialo dormire.

Il regionalismo si presta invece molto bene allo scopo: bisogna approfittare dell'ostilità, che i meridionali di tuffi i partiti sentono acuta verso i settentrionali, bisogna far leva sugli interessi regionali, trasformando la lotta fra democrazia e reazione in lotta fra Nord e Sud.

Distratti dal miraggio di scuotere l'oppressione dei settentrionali, gli stessi democratici e socialisti del Sud - la cui coscienza politica è purtroppo appena in via di formazione - dovranno unirsi ai conservatori meridionali; i conservatori del Nord, sbattuti dalla montante marca democratica, si aggrapperanno al Mezzogiorno come all'ultima ancora di salvezza, sacrificando magari gli interessi del Nord pur di salvare la propria esistenza.

Sarà una nuova unità a profitto del Sud, che comincerà a sfruttare il Nord. Ma che importa?

il «porro unum necessarium» è che si salvino le istituzioni, cioè che si salvi l'attuale impalcatura politica amministrativa, condizione indispensabile al predominio delle consorterie conservatrici del Nord e del Sud.

Ed ecco che i giornali monarchici del Sud, capitanati dal «Mattino» di Scarfoglio, iniziano apertamente l'agitazione regionalista a base di odio contro il Nord e specialmente contro Milano, la quale vuol diventare capitale d'Italia; di calunnie contro tutti i principali democratici dei Nord, le cui parole sulle condizioni del Mezzogiorno vengono riprodotte, commentate, contorte, falsificate; e su tutta questa minuta propaganda di bugie, di insinuazioni, di abili suggestioni, grandeggiano i due concetti, che l'unità d'Italia deve essere difesa ad ogni costo e che la monarchia per difendere l'unità deve appoggiarsi necessariamente sul Mezzogiorno.

Questa propaganda sfugge quasi completamente agli uomini politici e ai giornalisti dei Nord, prima perché i giornali meridionali sono quasi sconosciuti nel Settentrione, e poi perché la propaganda regionalista è fatta in forma ipocrita: essa sfugge quasi sempre gli articoli di fondo firmati, che richiamano l'attenzione, e si annida nei Giri pel mondo, nei «mots de la fin», nei brevi «entrefilets» sperduti nelle seconde pagine, nelle cronache locali, in quelle parti del giornale le quali si sottraggono all'occhio frettoloso dei forestieri, ma che sono i migliori veicoli per far penetrare inavvertitamente le idee nelle menti, già ben disposte, dei lettori locali.

D'altra parte, quand'anche i settentrionali avessero agio di sorvegliare attentamente l'opinione pubblica del Sud, essi non potrebbero influire in alcun modo su di essa col mezzo ordinario della stampa, perché i giornali del Nord sono quasi tutti sconosciuti nel Sud.

E i gazzettieri meridionali citano della stampa nordica solo ciò che può servire a rinfocolare gli odi locali, ma non sarebbero mai tanto minchioni da ammannire ai loro lettori delle citazioni contrarie.

In quest'ambiente, pieno di diffidenze e di recriminazioni, di ostilità e di disprezzi, è uscito il recente libro di F. S. Nitti, intitolato Nord e Sud, Prime linee di una inchiesta sulla ripartízíone territoriale delle entrate e delle spese dello Stato in Italia (Torino 1900).

Questo libro dice molte verità, che è bene sieno conosciute specialmente nel Nord; ma ne trascura molte altre, che meritano di esser conosciute non meno delle prime.

Può fare molto bene ai partiti popolari, se questi non lo lasciano passare inosservato e se sanno attingere in esso la loro linea di condotta di fronte alla questione meridionale.

Contribuirà invece potentemente alla formazione definitiva di un movimento antinordico nel Mezzogiorno, e preparerà un magnifico campo d'azione ai partiti reazionari, se la democrazia del Nord si disinteresserà della questione, lasciandone, come ha fatto finora, il monopolio agli Scarfogli più o meno bacati della stampa del Mezzodí.

Ho detto che il libro del Nitti dice molte verità, che è bene sieno conosciute specialmente nel Nord e, aggiungo, specialmente dai partiti democratici del Nord. Esso infatti distrugge, in base a dati inconfutabili, la leggenda che il Sud sfrutti il Nord, e dimostra che, nella famigerata unità mazziniana-cavouriana, gl'interessi del Sud sono stati fin dai prirni tempi e sono ogni giorno sacrificati agl'interessi del Nord.

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«[ ... ] Ogni giorno che passa diventa sempre più vivo in me il dubbio, se non sia il caso di solennizzare il cinquantennio [dell'Unità] lanciando nel Mezzogiorno la formula della separazione politica. A che scopo continuare con questa unità in cui siamo destinati a funzionare da colonia d'America per le industrie del Nord, e a fornire collegi elettorali ai Chiaraviglio del Nord; e in cui non possiamo attenderci nessun aiuto serio né dai partiti conservatori, né dalla democrazia del Nord, nel nostro penoso lavoro di resurrezione, anzi tutti lavorano a deprimerci più e a render più difficile il nostro lavoro? Perché non facciamo due stati distinti? Una buona barriera doganale al Tronto e al Carigliano. Voi si consumate le vostre cotonate sul luogo. Noi vendiamo i nostri prodotti agricoli agli inglesi, e comperiamo i loro prodotti industriali a metà prezzo. In cinquant'anni, abbandonati a noi, diventiamo un altro popolo. E se non siamo capaci di governarci da noi, ci daremo in colonia agli inglesi, i quali è sperabile ci amministrino almeno come amministrano l'Egitto, e certo ci tratteranno meglio che non ci abbiano trattato nei cinquant'anni passati i partiti conservatori, che non si dispongano a trattarci nei prossimi cinquant'anni i cosiddetti democratici». Cfr. Lettera di G. Salvemini ad A. Schiavi, Pisa 16 marzo 1911, in C. Salvemini, Carteggi, I. 1895-1911, cit., pp. 478-81.

Riportato in Federalismo, socialismo e questione meridionale in Gaetano Salvemini Lucchese, Salvatore - Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita, 2004, pag. 117

 
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