sabato 19 febbraio 2011

FEDERALISMO FISCALE 2011/ L'inghippo dei fabbisogni standard per festeggiare la fine dell'Unità d'Italia

La questione dei fabbisogni e' l'architrave del federalismo fiscale. Dalla loro determinazione dipendera' la tutela dei diritti sociali. E' assurdo che il decreto sottragga al Parlamento e deleghi ad una spa e all'Istat l'individuazione dei fabbisogni e dei livelli delle prestazioni concernenti i diritti sociali dei cittadini: alla scuola, alla salute, al lavoro. Con la violazione del dovere di solidarieta' sociale (articolo 2 della Costituzione), a scapito degli enti locali delle aree piu' deboli.

di Ferdinando Imposimato - La Voce delle Voci

federalismo_fiscale_2011Nel 150° anniversario dell'Unita' d'Italia, mentre la pubblica opinione e' distratta dagli scandali che coinvolgono il premier e umiliano il Paese, si sta verificando paradossalmente laspaccatura in due dell'Italia per effetto della riforma federale. La riforma fiscale, che fu sostenuta da quasi tutto il Parlamento, sembra una trappola per molti ignari cittadini. Il terzo decreto attuativo attribuisce a Sose spa (insieme a Istat e Ragioneria dello Stato)il compito di fissare i fabbisogni standard degli enti locali nelle loro funzioni fondamentali.

La questione dei fabbisogni e' laarchitrave del federalismo fiscale. Dalla loro determinazione dipendera' la tutela dei diritti sociali. E' assurdo che il decreto sottragga al Parlamento e deleghi ad una spa e all'Istat l'individuazione dei fabbisogni e dei livelli delle prestazioni concernenti i diritti sociali dei cittadini: alla scuola, alla salute, al lavoro. Con la violazione del dovere di solidarieta' sociale (articolo 2 della Costituzione), a scapito degli enti locali delle aree piu' deboli.

Non solo. Giorgio Guerrini, neo presidente di Rete Imprese Italia, che raggruppa due milioni di piccoli imprenditori, lancia l'allarme. In un'intervista all'Ansa adombra il rischio - per noi e' una certezza - che il federalismo si traduca in un aggravarsi della pressione tributaria per tutti i cittadini. I decreti produrranno un aumento dell'imposizione fiscale a livello locale. In Italia, secondo i dati dell'ultimo documentoOcse, il rapporto fra tasse locali e prodotto interno lordo e' passato dal 2,9 per cento del 1990 al 16,1 del 2008, contro una media europea del 12,4 per cento. I calcoli diffusi dalla Cgia di Mestre confermano che i cittadini italiani pagano un prezzo alto al fisco locale: 1233 euro a testa. E la dilatazione delle assunzioni clientelari si trasforma in un ulteriore aggravio fiscale per gli esangui contribuenti italiani. Roma e' ai primi posti fra i comuni piu' tartassati dai tributi locali. Ma il federalismo fiscale consentira' ai comuni anche di sbloccare quest'anno le addizionali Irpef ferme al 2008. E le Regioni potranno portare dal 2015 l'addizionale dall'attuale 1,4 per cento al 3 per cento per i redditi sopra i 28.000 euro. Possibilita' di aumento anche per l'Irap, su cui le Regioni avranno ampi spazi di manovra.

PAESE SPACCATO

Intanto il distacco del Nord dal resto dell'Italia sta avvenendo in modo irreversibile. Il primo colpo, e' bene ricordarlo, venne dalla riforma del Titolo V dellaCostituzione, che attribui' alle Regioni competenza legislativa concorrente con lo Stato in materie come rapporti internazionali con l'UE, lavoro, istruzione e sanita'. Una vera follia! I risultati della legislazione concorrente in materia di istruzione si sono visti con lo spettacolo desolante del comune di Adro, il cui sindaco leghista ha preso iniziative razzistiche e lesive della unita' nazionale. A parte la bandiera della Lega nella scuola, egli ha deciso che «se il genitore non paga, l'alunno non mangia a scuola e se ne torna a casa».

Una misura che colpisce gli immigrati e i senza reddito, anche se bravi a scuola. E a questa decisione Bossi, Berlusconi e soci hanno reagito con un'alzata di spalle. Come hanno fatto dopo l'inaugurazione della scuola, tappezzata di emblemi leghisti e intitolata ad un fondatore della Lega Nord senza consultare l'autorita' scolastica locale. Bandita, inoltre, la bandiera italiana, per sottolineare la prevalenza dell'identita' locale su quella nazionale. L'ultimo episodio di queste scelte dissennate e' il divieto di alternativa al “menu padano” per gli scolari. Solo un analfabeta come Umberto Bossi poteva ispirare una simile cretinata, che danneggia i meno abbienti. A Lazzate, in Brianza, (Lazzza'a comune della Padania, si legge sul cartello) le strisce pedonali sono verdi e le vie si chiamano Pontida, Padania, Carroccio, Sole delle Alpi e roba del genere. La locale osteria ha preso l'impegno con il comune che per vent'anni non puo' servire pizza ne' couscous, ma solo cucina lombarda. Episodi che indicano una strategia politica precisa che va verso secessione e barbarie.

La modifica del titolo V, voluta da De Mita, D'Alema e da Giuliano Amato, subi' nel 2004 le critiche di Giuliano Vassalli. Che espresse «antipatia profonda per la riforma del 2001 del centrosinistra», parlando di «manovra elettoralistica varata, con scarsa maggioranza, a favore del federalismo». Vassalli auspico' di «rinvigorire la legislazione esclusiva dello Stato su materie su cui la competenza non e' frammentabile».

Altrettanto critico fu il giudizio dell'allora onorevole Giorgio Napolitano che, chiamato in causa per avere promosso la commissione De Mita, cui subentro' poi D'Alema, ammise di voler «rafforzare i poteri del primo ministro», ma trovo' «orripilante» la nuova formulazione dell'articolo 117. Non meno feroce la critica del costituzionalista Mauro Ferri, che osservo': «quando la Costituzione cominciava a funzionare, si e' cominciato a volerla cambiare con le varie commissioni. (...) Dellabicamerale D'Alema meglio non parlare, meglio non esprimere giudizi su cio' che usci' fuori da quella bicamerale, “tra cui il famigerato premierato, che poi per fortuna cadde”, e il famigerato titolo V del 2001». Sulla stessa linea un altro costituzionalista, Augusto Barbera: «la riforma del titolo V ha gia' prodotto non pochi danni alla governabilita' del Paese».

Nonostante queste critiche aspre e il contenzioso Stato-Regioni che sommerge la Corte, Giuliano Amato ha dichiarato il 14 gennaio scorso, dinanzi all'Accademia dei Lincei, che «la svolta federale in atto servira' a superare l'incompiutezza della unificazione italiana». Un trasformista, Amato, braccio destro di Craxi, che mira alla presidenza della repubblica con l'appoggio del centrodestra e di Bossi. Il federalismo accettabile e' solo quello solidale. Convinti, con Ciampi, che «per diffondere in Europa un generale benessere, maggiore giustizia sociale, un piu' alto livello di democrazia», il federalismo richiede «cultura politica, accresciuto impegno civile di amministrati ed amministratori, nuovo patriottismo regionale, nazionale ed europeo».

Ma Carlo Azeglio Ciampi riconobbe che la nascita delle Regioni era stata una delusione: non avevano saputo evitare «costosi doppioni», una «proliferazione burocratica, dannosa per lo sviluppo di ogni regione» e - io aggiungo - la crescita di corruzione e crimine organizzato. La mafia continua a gestire le risorse destinate alle regioni provenienti dallo Stato e dall'UE , come confermano Commissione Antimafia e DNA.

IL SENATUR FEDERALE

Parlando del federalismo non dimentichiamo che Bossi e premier mirano allo stravolgimento della Costituzione, gia' tentato nel 2005 con Senato Federale, Corte Costituzionale e federalismo fiscale. Il senato Federale, approvato dal Parlamento nel 2005, fu bocciato dal referendum popolare. Giuliano Vassalli ammoni' che esso realizzava il predominio del Senato federale sulla Camera ed era «un istituto ibrido, incomprensibile in piu' punti». La Lega vuole infatti un Senato federale con poteri piu' ampi di quelli della Camera. E il potere di eleggere 4 membri della Corte Costituzionale, mentre alla Camera ne resterebbero solo 3, (oggi ne spettano cinque al Parlamento in seduta comune).

Con l'aumento delle toghe di nomina politica, la Consulta non sarebbe il giudice imparziale delle leggi, ma un organo della maggioranza. E dunque non in grado di dichiarare la incostituzionalita' delle leggi approvate dalle maggioranze di centrodestra e di centrosinistra, a partire dal lodo Alfano. Al Senato spetterebbe un groviglio di competenze, tra cui un potere di veto sui rapporti internazionali, tutela e sicurezza sul lavoro, istruzione, ricerca scientifica e tecnologica, salute, finanza pubblica e sistema tributario. Un guazzabuglio che porterebbe alla paralisi del Parlamento ed alla disgregazione del Paese. Farraginoso era poi il sistema escogitato dalla Lega per disciplinare i rapporti tra Camera e Senato federale nella formazione delle leggi. Una riforma, dunque, fatta per aumentare i conflitti. In realta' la Lega tende alla secessione morbida del Nord dal resto dell'Italia.

Una conferma dell'incidenza negativa del federalismo sullo sviluppo viene dalla Corte dei Conti: i magistrati contabili hanno denunciato, nel 2009 e 2010, che la corruzione dilaga, essendo divenuta una tassa immorale ed occulta, pagata dai cittadini, pari a 50-60 miliardi di euro all'anno. «Un fenomeno che ostacola, al Sud, gli investimenti esteri». Nella classifica della corruzione, tra le prime cinque regioni - afferma la Corte - quattro sono del sud: Sicilia (13% del totale delle denunce), Campania (11,46%), Puglia (9,44), Calabria (8,19) preceduta dalla Lombardia con il 9,39 del totale delle denunce. A cio' si aggiunge l'aumento della spesa corrente del 4,5% (stipendi e pensioni): un costo insopportabile per la collettivita'.

D'altra parte, guardando ad Adro e Lazzate, capiamo che il federalismo tende a proteggere gli interessi particolari della Lega contro quelli dei cittadini delle altre regioni d'Italia e contro gli stranieri. E ad intaccare settori vitali. La scuola non sara' piu' luogo del confronto pluralistico fra giovani di diverse culture, etnie e religioni, ma quello in cui la formazione si frantumera' nelle varie regioni a seconda delle diversita' religiose ed etniche, con il vanificarsi della speranza di costruire una comune cittadinanza democratica, secondo i principi di solidarieta' e tolleranza.

Nella sanita' saranno avvantaggiate le Regioni piu' ricche rispetto a quelle piu' povere, meno garantite rispetto ad un bene primario quale e' il diritto alla salute. Cio' lederebbe l'idea unitaria dello Stato, pensata dai padri costituenti quale «forma fondamentale di solidarieta' umana». Il parlamento nazionale, che legifera su diritti e liberta' fondamentali dei cittadini, sul lavoro, sulla indipendenza dei magistrati, sul pluralismo della informazione, sui sistemi elettorali e sui conflitti di interesse, perderebbe la sua centralita' e la sua liberta'. Il solo effetto positivo dello scandalo che travolge il premier Silvio Berlusconi e' - speriamo - l'affossamento del federalismo.

Tratto da La Voce delle Voci di Febbraio 2011

Fonte: L'Infiltrato

.

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La questione dei fabbisogni e' l'architrave del federalismo fiscale. Dalla loro determinazione dipendera' la tutela dei diritti sociali. E' assurdo che il decreto sottragga al Parlamento e deleghi ad una spa e all'Istat l'individuazione dei fabbisogni e dei livelli delle prestazioni concernenti i diritti sociali dei cittadini: alla scuola, alla salute, al lavoro. Con la violazione del dovere di solidarieta' sociale (articolo 2 della Costituzione), a scapito degli enti locali delle aree piu' deboli.

di Ferdinando Imposimato - La Voce delle Voci

federalismo_fiscale_2011Nel 150° anniversario dell'Unita' d'Italia, mentre la pubblica opinione e' distratta dagli scandali che coinvolgono il premier e umiliano il Paese, si sta verificando paradossalmente laspaccatura in due dell'Italia per effetto della riforma federale. La riforma fiscale, che fu sostenuta da quasi tutto il Parlamento, sembra una trappola per molti ignari cittadini. Il terzo decreto attuativo attribuisce a Sose spa (insieme a Istat e Ragioneria dello Stato)il compito di fissare i fabbisogni standard degli enti locali nelle loro funzioni fondamentali.

La questione dei fabbisogni e' laarchitrave del federalismo fiscale. Dalla loro determinazione dipendera' la tutela dei diritti sociali. E' assurdo che il decreto sottragga al Parlamento e deleghi ad una spa e all'Istat l'individuazione dei fabbisogni e dei livelli delle prestazioni concernenti i diritti sociali dei cittadini: alla scuola, alla salute, al lavoro. Con la violazione del dovere di solidarieta' sociale (articolo 2 della Costituzione), a scapito degli enti locali delle aree piu' deboli.

Non solo. Giorgio Guerrini, neo presidente di Rete Imprese Italia, che raggruppa due milioni di piccoli imprenditori, lancia l'allarme. In un'intervista all'Ansa adombra il rischio - per noi e' una certezza - che il federalismo si traduca in un aggravarsi della pressione tributaria per tutti i cittadini. I decreti produrranno un aumento dell'imposizione fiscale a livello locale. In Italia, secondo i dati dell'ultimo documentoOcse, il rapporto fra tasse locali e prodotto interno lordo e' passato dal 2,9 per cento del 1990 al 16,1 del 2008, contro una media europea del 12,4 per cento. I calcoli diffusi dalla Cgia di Mestre confermano che i cittadini italiani pagano un prezzo alto al fisco locale: 1233 euro a testa. E la dilatazione delle assunzioni clientelari si trasforma in un ulteriore aggravio fiscale per gli esangui contribuenti italiani. Roma e' ai primi posti fra i comuni piu' tartassati dai tributi locali. Ma il federalismo fiscale consentira' ai comuni anche di sbloccare quest'anno le addizionali Irpef ferme al 2008. E le Regioni potranno portare dal 2015 l'addizionale dall'attuale 1,4 per cento al 3 per cento per i redditi sopra i 28.000 euro. Possibilita' di aumento anche per l'Irap, su cui le Regioni avranno ampi spazi di manovra.

PAESE SPACCATO

Intanto il distacco del Nord dal resto dell'Italia sta avvenendo in modo irreversibile. Il primo colpo, e' bene ricordarlo, venne dalla riforma del Titolo V dellaCostituzione, che attribui' alle Regioni competenza legislativa concorrente con lo Stato in materie come rapporti internazionali con l'UE, lavoro, istruzione e sanita'. Una vera follia! I risultati della legislazione concorrente in materia di istruzione si sono visti con lo spettacolo desolante del comune di Adro, il cui sindaco leghista ha preso iniziative razzistiche e lesive della unita' nazionale. A parte la bandiera della Lega nella scuola, egli ha deciso che «se il genitore non paga, l'alunno non mangia a scuola e se ne torna a casa».

Una misura che colpisce gli immigrati e i senza reddito, anche se bravi a scuola. E a questa decisione Bossi, Berlusconi e soci hanno reagito con un'alzata di spalle. Come hanno fatto dopo l'inaugurazione della scuola, tappezzata di emblemi leghisti e intitolata ad un fondatore della Lega Nord senza consultare l'autorita' scolastica locale. Bandita, inoltre, la bandiera italiana, per sottolineare la prevalenza dell'identita' locale su quella nazionale. L'ultimo episodio di queste scelte dissennate e' il divieto di alternativa al “menu padano” per gli scolari. Solo un analfabeta come Umberto Bossi poteva ispirare una simile cretinata, che danneggia i meno abbienti. A Lazzate, in Brianza, (Lazzza'a comune della Padania, si legge sul cartello) le strisce pedonali sono verdi e le vie si chiamano Pontida, Padania, Carroccio, Sole delle Alpi e roba del genere. La locale osteria ha preso l'impegno con il comune che per vent'anni non puo' servire pizza ne' couscous, ma solo cucina lombarda. Episodi che indicano una strategia politica precisa che va verso secessione e barbarie.

La modifica del titolo V, voluta da De Mita, D'Alema e da Giuliano Amato, subi' nel 2004 le critiche di Giuliano Vassalli. Che espresse «antipatia profonda per la riforma del 2001 del centrosinistra», parlando di «manovra elettoralistica varata, con scarsa maggioranza, a favore del federalismo». Vassalli auspico' di «rinvigorire la legislazione esclusiva dello Stato su materie su cui la competenza non e' frammentabile».

Altrettanto critico fu il giudizio dell'allora onorevole Giorgio Napolitano che, chiamato in causa per avere promosso la commissione De Mita, cui subentro' poi D'Alema, ammise di voler «rafforzare i poteri del primo ministro», ma trovo' «orripilante» la nuova formulazione dell'articolo 117. Non meno feroce la critica del costituzionalista Mauro Ferri, che osservo': «quando la Costituzione cominciava a funzionare, si e' cominciato a volerla cambiare con le varie commissioni. (...) Dellabicamerale D'Alema meglio non parlare, meglio non esprimere giudizi su cio' che usci' fuori da quella bicamerale, “tra cui il famigerato premierato, che poi per fortuna cadde”, e il famigerato titolo V del 2001». Sulla stessa linea un altro costituzionalista, Augusto Barbera: «la riforma del titolo V ha gia' prodotto non pochi danni alla governabilita' del Paese».

Nonostante queste critiche aspre e il contenzioso Stato-Regioni che sommerge la Corte, Giuliano Amato ha dichiarato il 14 gennaio scorso, dinanzi all'Accademia dei Lincei, che «la svolta federale in atto servira' a superare l'incompiutezza della unificazione italiana». Un trasformista, Amato, braccio destro di Craxi, che mira alla presidenza della repubblica con l'appoggio del centrodestra e di Bossi. Il federalismo accettabile e' solo quello solidale. Convinti, con Ciampi, che «per diffondere in Europa un generale benessere, maggiore giustizia sociale, un piu' alto livello di democrazia», il federalismo richiede «cultura politica, accresciuto impegno civile di amministrati ed amministratori, nuovo patriottismo regionale, nazionale ed europeo».

Ma Carlo Azeglio Ciampi riconobbe che la nascita delle Regioni era stata una delusione: non avevano saputo evitare «costosi doppioni», una «proliferazione burocratica, dannosa per lo sviluppo di ogni regione» e - io aggiungo - la crescita di corruzione e crimine organizzato. La mafia continua a gestire le risorse destinate alle regioni provenienti dallo Stato e dall'UE , come confermano Commissione Antimafia e DNA.

IL SENATUR FEDERALE

Parlando del federalismo non dimentichiamo che Bossi e premier mirano allo stravolgimento della Costituzione, gia' tentato nel 2005 con Senato Federale, Corte Costituzionale e federalismo fiscale. Il senato Federale, approvato dal Parlamento nel 2005, fu bocciato dal referendum popolare. Giuliano Vassalli ammoni' che esso realizzava il predominio del Senato federale sulla Camera ed era «un istituto ibrido, incomprensibile in piu' punti». La Lega vuole infatti un Senato federale con poteri piu' ampi di quelli della Camera. E il potere di eleggere 4 membri della Corte Costituzionale, mentre alla Camera ne resterebbero solo 3, (oggi ne spettano cinque al Parlamento in seduta comune).

Con l'aumento delle toghe di nomina politica, la Consulta non sarebbe il giudice imparziale delle leggi, ma un organo della maggioranza. E dunque non in grado di dichiarare la incostituzionalita' delle leggi approvate dalle maggioranze di centrodestra e di centrosinistra, a partire dal lodo Alfano. Al Senato spetterebbe un groviglio di competenze, tra cui un potere di veto sui rapporti internazionali, tutela e sicurezza sul lavoro, istruzione, ricerca scientifica e tecnologica, salute, finanza pubblica e sistema tributario. Un guazzabuglio che porterebbe alla paralisi del Parlamento ed alla disgregazione del Paese. Farraginoso era poi il sistema escogitato dalla Lega per disciplinare i rapporti tra Camera e Senato federale nella formazione delle leggi. Una riforma, dunque, fatta per aumentare i conflitti. In realta' la Lega tende alla secessione morbida del Nord dal resto dell'Italia.

Una conferma dell'incidenza negativa del federalismo sullo sviluppo viene dalla Corte dei Conti: i magistrati contabili hanno denunciato, nel 2009 e 2010, che la corruzione dilaga, essendo divenuta una tassa immorale ed occulta, pagata dai cittadini, pari a 50-60 miliardi di euro all'anno. «Un fenomeno che ostacola, al Sud, gli investimenti esteri». Nella classifica della corruzione, tra le prime cinque regioni - afferma la Corte - quattro sono del sud: Sicilia (13% del totale delle denunce), Campania (11,46%), Puglia (9,44), Calabria (8,19) preceduta dalla Lombardia con il 9,39 del totale delle denunce. A cio' si aggiunge l'aumento della spesa corrente del 4,5% (stipendi e pensioni): un costo insopportabile per la collettivita'.

D'altra parte, guardando ad Adro e Lazzate, capiamo che il federalismo tende a proteggere gli interessi particolari della Lega contro quelli dei cittadini delle altre regioni d'Italia e contro gli stranieri. E ad intaccare settori vitali. La scuola non sara' piu' luogo del confronto pluralistico fra giovani di diverse culture, etnie e religioni, ma quello in cui la formazione si frantumera' nelle varie regioni a seconda delle diversita' religiose ed etniche, con il vanificarsi della speranza di costruire una comune cittadinanza democratica, secondo i principi di solidarieta' e tolleranza.

Nella sanita' saranno avvantaggiate le Regioni piu' ricche rispetto a quelle piu' povere, meno garantite rispetto ad un bene primario quale e' il diritto alla salute. Cio' lederebbe l'idea unitaria dello Stato, pensata dai padri costituenti quale «forma fondamentale di solidarieta' umana». Il parlamento nazionale, che legifera su diritti e liberta' fondamentali dei cittadini, sul lavoro, sulla indipendenza dei magistrati, sul pluralismo della informazione, sui sistemi elettorali e sui conflitti di interesse, perderebbe la sua centralita' e la sua liberta'. Il solo effetto positivo dello scandalo che travolge il premier Silvio Berlusconi e' - speriamo - l'affossamento del federalismo.

Tratto da La Voce delle Voci di Febbraio 2011

Fonte: L'Infiltrato

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giovedì 3 febbraio 2011

Federalismo, pareggio in bicamerale: parere respinto

Vertice Bossi, Calderoli, Tremonti e La Loggia

Il voto in bicamerale sul federalismo finisce con un pareggio, che equivale a un parere negativo alla proposta del relatore. Secondo l’articolo 7 del regolamento della Commissione, infatti, il decreto dunque si intende respinto, almeno in commissione. Si legge infatti nel Regolamento: “Le deliberazioni della commissioni sono adottate a maggioranza dei presenti, considerando presenti coloro che esprimono voto favorevole o contrario. In caso di parità di voti, la proposta si intende respinta”.

Appena dopo il voto Umberto Bossi si è riunito con Giulio Tremonti, Roberto Calderoli ed Enrico La Loggia, presidente della Commissione bicamerale. Un incontro durato pochi minuti: il ministro dell’Economia ha infatti lasciato Palazzo San Macuto dopo pochi minuti, senza aprire bocca. Secondo Antonio Leone del Pdl, “è solo un parere consultivo, si può andare avanti”, mentre Felice Belisario dell’Idv, ritiene che si tratti di una “bocciatura di fronte alla quale il governo deve trarre le opportune conseguenze”. Determinante il voto contrario espresso dal finiano Mario Baldassarri che stamani, in sede di dichiarazione di voto, ha ribadito: “La mia valutazione non può essere positiva”.

A nulla è valso il pressing degli ultimi giorni sui finiani per riuscire a raggiungere la maggioranza in commissione. “Se il cammino del federalismo verrà fermato si tornerà a votare”, aveva scritto oggi la Padania ribadendo la linea della Lega. Poi ripetuta anche da Bossi: “Con il pareggio si torna alle urne”.

16.08 Bossi: “Non penso si vada a elezioni, vediamo voto Ruby”

”Non penso, Berlusconi vuole vedereil risultato delle votazioni di oggi” sulla vicenda Ruby. Così il leader del Carroccio Umberto Bossi ha risposto, rientrando alla Camera, ai giornalisti che gli chiedevano se dopo il pareggio sul federalismo si avvicinasse l’ipotesi di elezioni anticipate.

16.06 Calderoli: “Su sorti del Governo decideremo insieme”

Roberto Calderoli non si sbilancia sulle sorti del governo dopo la bocciatura del parere al decreto sul federalismo municipale. “Non lo so. Non decido io, decideremo insieme”, ha risposto il ministro conversando con Sergio D’Antoni e altri deputati del Pd al termine della riunione della commissione Bilancio convocata proprio sul bocciato. Calderoli ha tenuto a precisare che oggi “non è stato respinto il decreto, è stato respinto un parere”. Su come procedere tecnicamente, ha poi aggiunto, “decideremo”.

16.03 Terminato vertice Palazzo Grazioli

E’ terminato a palazzo Grazioli il vertice sul federalismo. Il leader della Lega Umberto Bossi e il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, hanno lasciato la residenza del premier senza rilasciare dichiarazioni.

15.51 Pdl lascia Palazzo Grazioli, vertice prosegue con Lega

A palazzo Grazioli il premier Silvio Berlusconi prosegue i colloqui dopo il voto sul federalismo della commissione bicamerale con il leader della Lega Umberto Bossi, e il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli. I coordinatori del Pdl hanno appena lasciato via del Plebiscito.

15.09 Terzo Polo: “Porcellum tributario, maggioranza eviti forzature”

Dopo il voto della commissione bicamerale per l’Attuazione del federalismo sul decreto sul fisco municipale, o si torna “all’applicazione del testo originario” o si ricomincia tutto l’iter previsto dalla legge delega con l’emanazione di un nuovo provvedimento, ma non si può approvare un decreto che faccia riferimento al parere oggi non approvato. Lo dice il Terzo polo in una conferenza stampa con l’intervento di Linda Lanzillotta dell’Api, Gianluca Galletti e Gianpiero D’Alia dell’Udc, Mario Baldassarri di Fli. Se il centrodestra decidesse di andare avanti si creerebbe “un’enorme incertezza”, fa notare Lanzillotta, per cui “sarebbe saggio non fare forzature”. Il Terzo polo vuole la riforma federalista, ma “non c’è una maggioranza – dice ancora l’esponente di Api – se non per una riforma seria e profonda che richiede grandi cambiamenti e una condivisione ampia”. E invece quello che ha predisposto dal governo, nota Galletti, è un “porcellum tributario”.

15.03 Verdini: “Governo va avanti”

“Il governo va avanti”. Lo afferma Denis Verdini, coordinatore del Pdl, lasciando Palazzo Grazioli, dove è in corso un vertice tra Lega e Pdl, dopo il voto sul federalismo municipale.

14.54 Maroni raggiunge vertice maggioranza

Il ministro dell’Interno, RobertoMaroni, ha raggiunto Palazzo Grazioli, dove è in corso un vertice della Lega Nord con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dopo il voto in Commissione Bicamerale sul federalismo municipale.

14.47 Urso: “Maggioranza non è solida, ne prenda atto”

Nonostante fossero state accolte alcune proposte del nuovo polo, “l’impianto non stava in piedi, era malfatto, è rimasto tale e non poteva essere varato”. Lo ha detto Adolfo Urso, a SkyTg24. Il coordinatore di Fli giudica “importante il voto contrario” in bicamerale, anche “sul piano politico: a dicembre c’era stato l’accordo tra Bossi e Berlusconi sulla base che entro gennaio ci sarebbe stata un maggioranza solida. Siamo a fine gennaio, la maggioranza non si è allargata, non è solida, il federalismo si è bloccato. Bisogna prenderne atto”.

14.45 Di Pietro: “Maggioranza non c’è, si torni a votare”

“Il voto di oggi certifica l’inesistenza di una maggioranza in Parlamento. Bisogna restituire la parola ai cittadini e tornare alle urne. Abbiamo avuto la dimostrazione che questo governo e questa maggioranza, al di la’ degli slogan che propinano, sono incapaci di fare riforme ma buoni solo a varare leggi ad personam”. Lo afferma in una nota il presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. “Buon senso e legalità – conclude Di Pietro – impongono di ricominciare, riscrivendo nel merito il provvedimento”.

14.39 Alemanno: “Serve verifica nel centrodestra”

Dopo l’esito del voto in commissione Bicamerale sul federalismo “ci dovrà essere un momento di verifica nel centrodestra”. Lo ha detto il sindaco di Roma e presidente del consiglio nazionale dell’Anci, Gianni Alemanno, commentando, all’uscita della riunione del consiglio il voto sul federalismo. Secondo il primo cittadino della Capitale, “è presto per dire se ci saranno ricadute politiche”. Quanto ai processi che potrebbero innescarsi con il passaggio del decreto in Aula, Alemanno ha aggiunto: “Speriamo che l’approvazione dell’Aula non porti ad una crisi di governo”.

14.37 La Loggia: “Sproporzionati 4 rappresentanti del Terzo Polo in commissione”

”In commissione la situazione e’quella che è, ma va modificata, perchè si è alterato il rapporto tra maggioranza e opposizione all’interno”. Lo ha detto il presidente della Bicamerale sul federalismo, Enrico La Loggia, a margine del voto sul federalismo sul fisco municipale. ”Questa – ha aggiunto – è una cosa che abbiamo già constatato da diversi mesi, forse è arrivato il momento di provvedere. Il Terzo Polo – ha sottolineato – ha quattro rappresentanti, che mi sembrano sproporzionati”.

14.31 Bersani: “Governo si fermi, ora nuovo federalismo”

“Adesso ci si fermi, non ci sonocondizioni nè giuridiche né politiche per andare avanti. Berlusconi e Bossi prendano atto della situazione. Si creino condizione politiche nuove per un nuovo federalismo”. CosìPier Luigi Bersani ha commentato la bocciatura del decreto sul federalismo municipale.

14.28 La Loggia: “Avanti su nuovo testo”

“Adesso si va avanti a fare il decreto”, ha detto il presidente della Commissione Bicamerale per il federalismo fiscale, Enrico La Loggia, replica ai cronisti che gli chiedono se adesso si andrà alle urne dopo che è stato bocciato con un 15 a 15 il parere della commissione bicamerale per il federalismo fiscale sul fisco municipale. “Andiamo avanti”, sottolinea La Loggia. A chi gli chiede se si andrà avanti sul decreto originario oppure su quello che era contenuto nel parere della Bicamerale La Loggia replica: “Andiamo avanti su quello modificato perché ha già ricevuto l’ok della commissione Bilancio del Senato”.

14.26 Stato maggiore della Lega a Palazzo Grazioli di Berlusconi

Vertice a Palazzo Grazioli dopo il voto in bicameralina sul federalismo. Hanno raggiunto Silvio Berlusconi, lo stato maggiore della Lega e il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Nella residenza romana del premier era già in corso da stamane un summit del Pdl. Bossi e Tremonti avevano appena incontrato con Roberto Calderoli il presidente della Commissione, Enrico La Loggia, anche lui ha poi raggiunto il premier.

14.25 Di Pietro: “Maggioranza non c’è, subito al voto”

“Bisogna sciogliere le Camere eandare al voto al più presto”. Lo dice il leader dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro, dopo la notizia del pareggio in Commissione bicamerale sul parere sul federalismo. ”E’ la presa d’atto – sottolinea il leader dell’Idv – della inesistenza di una maggioranza in Parlamento adatta a fare le riforme, se non le leggi ad personam. Non c’è una maggioranza politica favorevole a portare avanti il federalismo – aggiunge Di Pietro – Buon senso e legalità impongono di ricominciare d’accapo e riscrivere nel merito il provvedimento”.


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Vertice Bossi, Calderoli, Tremonti e La Loggia

Il voto in bicamerale sul federalismo finisce con un pareggio, che equivale a un parere negativo alla proposta del relatore. Secondo l’articolo 7 del regolamento della Commissione, infatti, il decreto dunque si intende respinto, almeno in commissione. Si legge infatti nel Regolamento: “Le deliberazioni della commissioni sono adottate a maggioranza dei presenti, considerando presenti coloro che esprimono voto favorevole o contrario. In caso di parità di voti, la proposta si intende respinta”.

Appena dopo il voto Umberto Bossi si è riunito con Giulio Tremonti, Roberto Calderoli ed Enrico La Loggia, presidente della Commissione bicamerale. Un incontro durato pochi minuti: il ministro dell’Economia ha infatti lasciato Palazzo San Macuto dopo pochi minuti, senza aprire bocca. Secondo Antonio Leone del Pdl, “è solo un parere consultivo, si può andare avanti”, mentre Felice Belisario dell’Idv, ritiene che si tratti di una “bocciatura di fronte alla quale il governo deve trarre le opportune conseguenze”. Determinante il voto contrario espresso dal finiano Mario Baldassarri che stamani, in sede di dichiarazione di voto, ha ribadito: “La mia valutazione non può essere positiva”.

A nulla è valso il pressing degli ultimi giorni sui finiani per riuscire a raggiungere la maggioranza in commissione. “Se il cammino del federalismo verrà fermato si tornerà a votare”, aveva scritto oggi la Padania ribadendo la linea della Lega. Poi ripetuta anche da Bossi: “Con il pareggio si torna alle urne”.

16.08 Bossi: “Non penso si vada a elezioni, vediamo voto Ruby”

”Non penso, Berlusconi vuole vedereil risultato delle votazioni di oggi” sulla vicenda Ruby. Così il leader del Carroccio Umberto Bossi ha risposto, rientrando alla Camera, ai giornalisti che gli chiedevano se dopo il pareggio sul federalismo si avvicinasse l’ipotesi di elezioni anticipate.

16.06 Calderoli: “Su sorti del Governo decideremo insieme”

Roberto Calderoli non si sbilancia sulle sorti del governo dopo la bocciatura del parere al decreto sul federalismo municipale. “Non lo so. Non decido io, decideremo insieme”, ha risposto il ministro conversando con Sergio D’Antoni e altri deputati del Pd al termine della riunione della commissione Bilancio convocata proprio sul bocciato. Calderoli ha tenuto a precisare che oggi “non è stato respinto il decreto, è stato respinto un parere”. Su come procedere tecnicamente, ha poi aggiunto, “decideremo”.

16.03 Terminato vertice Palazzo Grazioli

E’ terminato a palazzo Grazioli il vertice sul federalismo. Il leader della Lega Umberto Bossi e il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, hanno lasciato la residenza del premier senza rilasciare dichiarazioni.

15.51 Pdl lascia Palazzo Grazioli, vertice prosegue con Lega

A palazzo Grazioli il premier Silvio Berlusconi prosegue i colloqui dopo il voto sul federalismo della commissione bicamerale con il leader della Lega Umberto Bossi, e il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli. I coordinatori del Pdl hanno appena lasciato via del Plebiscito.

15.09 Terzo Polo: “Porcellum tributario, maggioranza eviti forzature”

Dopo il voto della commissione bicamerale per l’Attuazione del federalismo sul decreto sul fisco municipale, o si torna “all’applicazione del testo originario” o si ricomincia tutto l’iter previsto dalla legge delega con l’emanazione di un nuovo provvedimento, ma non si può approvare un decreto che faccia riferimento al parere oggi non approvato. Lo dice il Terzo polo in una conferenza stampa con l’intervento di Linda Lanzillotta dell’Api, Gianluca Galletti e Gianpiero D’Alia dell’Udc, Mario Baldassarri di Fli. Se il centrodestra decidesse di andare avanti si creerebbe “un’enorme incertezza”, fa notare Lanzillotta, per cui “sarebbe saggio non fare forzature”. Il Terzo polo vuole la riforma federalista, ma “non c’è una maggioranza – dice ancora l’esponente di Api – se non per una riforma seria e profonda che richiede grandi cambiamenti e una condivisione ampia”. E invece quello che ha predisposto dal governo, nota Galletti, è un “porcellum tributario”.

15.03 Verdini: “Governo va avanti”

“Il governo va avanti”. Lo afferma Denis Verdini, coordinatore del Pdl, lasciando Palazzo Grazioli, dove è in corso un vertice tra Lega e Pdl, dopo il voto sul federalismo municipale.

14.54 Maroni raggiunge vertice maggioranza

Il ministro dell’Interno, RobertoMaroni, ha raggiunto Palazzo Grazioli, dove è in corso un vertice della Lega Nord con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dopo il voto in Commissione Bicamerale sul federalismo municipale.

14.47 Urso: “Maggioranza non è solida, ne prenda atto”

Nonostante fossero state accolte alcune proposte del nuovo polo, “l’impianto non stava in piedi, era malfatto, è rimasto tale e non poteva essere varato”. Lo ha detto Adolfo Urso, a SkyTg24. Il coordinatore di Fli giudica “importante il voto contrario” in bicamerale, anche “sul piano politico: a dicembre c’era stato l’accordo tra Bossi e Berlusconi sulla base che entro gennaio ci sarebbe stata un maggioranza solida. Siamo a fine gennaio, la maggioranza non si è allargata, non è solida, il federalismo si è bloccato. Bisogna prenderne atto”.

14.45 Di Pietro: “Maggioranza non c’è, si torni a votare”

“Il voto di oggi certifica l’inesistenza di una maggioranza in Parlamento. Bisogna restituire la parola ai cittadini e tornare alle urne. Abbiamo avuto la dimostrazione che questo governo e questa maggioranza, al di la’ degli slogan che propinano, sono incapaci di fare riforme ma buoni solo a varare leggi ad personam”. Lo afferma in una nota il presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. “Buon senso e legalità – conclude Di Pietro – impongono di ricominciare, riscrivendo nel merito il provvedimento”.

14.39 Alemanno: “Serve verifica nel centrodestra”

Dopo l’esito del voto in commissione Bicamerale sul federalismo “ci dovrà essere un momento di verifica nel centrodestra”. Lo ha detto il sindaco di Roma e presidente del consiglio nazionale dell’Anci, Gianni Alemanno, commentando, all’uscita della riunione del consiglio il voto sul federalismo. Secondo il primo cittadino della Capitale, “è presto per dire se ci saranno ricadute politiche”. Quanto ai processi che potrebbero innescarsi con il passaggio del decreto in Aula, Alemanno ha aggiunto: “Speriamo che l’approvazione dell’Aula non porti ad una crisi di governo”.

14.37 La Loggia: “Sproporzionati 4 rappresentanti del Terzo Polo in commissione”

”In commissione la situazione e’quella che è, ma va modificata, perchè si è alterato il rapporto tra maggioranza e opposizione all’interno”. Lo ha detto il presidente della Bicamerale sul federalismo, Enrico La Loggia, a margine del voto sul federalismo sul fisco municipale. ”Questa – ha aggiunto – è una cosa che abbiamo già constatato da diversi mesi, forse è arrivato il momento di provvedere. Il Terzo Polo – ha sottolineato – ha quattro rappresentanti, che mi sembrano sproporzionati”.

14.31 Bersani: “Governo si fermi, ora nuovo federalismo”

“Adesso ci si fermi, non ci sonocondizioni nè giuridiche né politiche per andare avanti. Berlusconi e Bossi prendano atto della situazione. Si creino condizione politiche nuove per un nuovo federalismo”. CosìPier Luigi Bersani ha commentato la bocciatura del decreto sul federalismo municipale.

14.28 La Loggia: “Avanti su nuovo testo”

“Adesso si va avanti a fare il decreto”, ha detto il presidente della Commissione Bicamerale per il federalismo fiscale, Enrico La Loggia, replica ai cronisti che gli chiedono se adesso si andrà alle urne dopo che è stato bocciato con un 15 a 15 il parere della commissione bicamerale per il federalismo fiscale sul fisco municipale. “Andiamo avanti”, sottolinea La Loggia. A chi gli chiede se si andrà avanti sul decreto originario oppure su quello che era contenuto nel parere della Bicamerale La Loggia replica: “Andiamo avanti su quello modificato perché ha già ricevuto l’ok della commissione Bilancio del Senato”.

14.26 Stato maggiore della Lega a Palazzo Grazioli di Berlusconi

Vertice a Palazzo Grazioli dopo il voto in bicameralina sul federalismo. Hanno raggiunto Silvio Berlusconi, lo stato maggiore della Lega e il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Nella residenza romana del premier era già in corso da stamane un summit del Pdl. Bossi e Tremonti avevano appena incontrato con Roberto Calderoli il presidente della Commissione, Enrico La Loggia, anche lui ha poi raggiunto il premier.

14.25 Di Pietro: “Maggioranza non c’è, subito al voto”

“Bisogna sciogliere le Camere eandare al voto al più presto”. Lo dice il leader dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro, dopo la notizia del pareggio in Commissione bicamerale sul parere sul federalismo. ”E’ la presa d’atto – sottolinea il leader dell’Idv – della inesistenza di una maggioranza in Parlamento adatta a fare le riforme, se non le leggi ad personam. Non c’è una maggioranza politica favorevole a portare avanti il federalismo – aggiunge Di Pietro – Buon senso e legalità impongono di ricominciare d’accapo e riscrivere nel merito il provvedimento”.


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mercoledì 24 novembre 2010

Così B. uccide il Sud

Smantellata la struttura che aveva gestito l'emergenza del 2008, ora il governo riversa soldi a pioggia e senza gare d'appalto. Arricchendo i sottopoteri che da queste crisi traggono il proprio potere


di Gianluca Di Feo


L'eruzione dei rifiuti, la desolazione di Pompei. Oggi come tre anni fa, in un agghiacciante deja vu che a Napoli mostra tutti i difetti dell'Italia e la sua incapacità di cambiare. E un unico punto di riferimento, che senza forzare i toni di una politica dove le urla sostituiscono i fatti cerca di salvare la credibilità delle istituzioni: il capo dello Stato.

Giorgio Napolitano ha imposto di intervenire sulla questione della spazzatura che invade le strade della terza città del Paese, la capitale di un Sud sempre più lontano dall'Europa. Ed è stato sempre il Quirinale a denunciare le condizioni della più grande area archeologica del mondo, un tesoro che non ha pari e che - come dimostra la videoinchiesta di Claudio Pappaianni per 'L'espresso' - continua a essere gestito in modo indecente: «È una vergogna, servono spiegazioni», ha dichiarato il presidente dopo il crollo della Domus dei Gladiatori.

Ma tre settimane dopo non ci sono state spiegazioni su come sia stato possibile arrivare a tanto degrado, né davanti alle Camere il ministro Bondi ha saputo indicare le responsabilità del disastro.

In compenso, le inchieste de 'L'espresso' hanno dimostrato come il commissariamento degli scavi abbia seguito il solito copione allegro della Protezione civile, con milioni di euro sprecati per iniziative effimere, per creare un'immagine di successo che occultasse la realtà, per elargire contratti a società di amici dei potenti.

Mentre Pompei va alla deriva, nelle strade di Napoli la spazzatura continua ad accumularsi. E quali sono le soluzioni del governo del fare? Evocare l'intervento dell'Esercito, come ha fatto il ministro della Difesa Ignazio La Russa.

I militari hanno avuto un ruolo chiave nella soluzione della grande crisi del 2008, quella che ferì la credibilità dell'esecutivo di Romano Prodi, e si sono occupati della regia della struttura creata da Guido Bertolaso in Campania: la struttura smantellata la scorsa primavera quando Silvio Berlusconi ha decretato il ritorno alla normalità e il passaggio di consegne alle Province, organismi amministrati da politici di centrodestra. Personaggi come Luigino Cesaro, che in gioventù frequentava i boss cutoliani; Cosimo Sibilia, figlio del discusso patron dell'Avellino Calcio; Edmondo Cirielli, che ha dato il nome a quella legge spesso chiamata "salva Previti".

L'effetto si è visto: la normalità non esiste, i termovalorizzatori annunciati nel 2008 rimangono sulla carta, le discariche sono piene, nessuna regione sembra disposta ad accettare rifiuti campani che potrebbero nascondere qualunque genere di sostanza tossica. I no più decisi vengono proprio dai governatori di centrodestra, mentre solo la "rossa" Toscana ha mostrato un'apertura di solidarietà.

A Napoli martedì 23 novembre si stimava che 3200 tonnellate di rifiuti fossero sparse per le strade. Ma il ministro della Salute Fazio tranquillizza: la situazione è critica, ma non c'è il rischio di epidemia. Epidemia: uno spettro che oggi riguarda solo Haiti, paese tra i più poveri del globo, distrutto da uno dei terremoti più violenti mai visti. Epidemia, un termine che sembrava cancellato dai dizionari europei e che invece continua a essere evocato nel timore che l'onda della spazzatura non venga fermata.

Il decreto finalmente varato dal governo, dopo l'esplosione di una faida interna al Pdl che dalla Campania ha minacciato la stabilità dell'intero esecutivo con la sortita di Mara Carfagna, non sembra garantire soluzioni definitive. L'unico elemento concreto sono i soldi, l'ennesima pioggia di milioni assegnati senza gare che permetteranno di trovare nuovi buchi dove accumulare munnezza ed ecoballe. Denaro che andrà ad arricchire anche la camorra, protagonista di queste emergenze come dimostrano le accuse confermate dalla Cassazione a Nicola Cosentino, l'ex sottosegretario che resta il numero uno del partito di maggioranza in Campania.

Ventitre novembre. Una data che tutti dovrebbero ricordare. Trent'anni fa il terremoto devastò quattro province, uccise quasi tremila persone, ne ferì più di ottomila e ne lasciò 280 mila senza una casa. Nonostante gli scandali successivi, quella - come ricorda Antonello Caporale in uno splendido volume, 'Spazzatura spa' - fu una tragedia che unì l'Italia: dal Friuli al Piemonte, ci fu una gara per sostenere Napoli, Avellino, Potenza.

Oggi il disastro quotidiano della Campania invece incentiva solo le spinte verso il federalismo più esasperato, ribadite con forza in questi giorni. Colpa anche di una classe politica che - come recita sempre il libro di Caporale - dall'Irpinia all'Aquila sfrutta le disgrazie e divide il Paese.


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Smantellata la struttura che aveva gestito l'emergenza del 2008, ora il governo riversa soldi a pioggia e senza gare d'appalto. Arricchendo i sottopoteri che da queste crisi traggono il proprio potere


di Gianluca Di Feo


L'eruzione dei rifiuti, la desolazione di Pompei. Oggi come tre anni fa, in un agghiacciante deja vu che a Napoli mostra tutti i difetti dell'Italia e la sua incapacità di cambiare. E un unico punto di riferimento, che senza forzare i toni di una politica dove le urla sostituiscono i fatti cerca di salvare la credibilità delle istituzioni: il capo dello Stato.

Giorgio Napolitano ha imposto di intervenire sulla questione della spazzatura che invade le strade della terza città del Paese, la capitale di un Sud sempre più lontano dall'Europa. Ed è stato sempre il Quirinale a denunciare le condizioni della più grande area archeologica del mondo, un tesoro che non ha pari e che - come dimostra la videoinchiesta di Claudio Pappaianni per 'L'espresso' - continua a essere gestito in modo indecente: «È una vergogna, servono spiegazioni», ha dichiarato il presidente dopo il crollo della Domus dei Gladiatori.

Ma tre settimane dopo non ci sono state spiegazioni su come sia stato possibile arrivare a tanto degrado, né davanti alle Camere il ministro Bondi ha saputo indicare le responsabilità del disastro.

In compenso, le inchieste de 'L'espresso' hanno dimostrato come il commissariamento degli scavi abbia seguito il solito copione allegro della Protezione civile, con milioni di euro sprecati per iniziative effimere, per creare un'immagine di successo che occultasse la realtà, per elargire contratti a società di amici dei potenti.

Mentre Pompei va alla deriva, nelle strade di Napoli la spazzatura continua ad accumularsi. E quali sono le soluzioni del governo del fare? Evocare l'intervento dell'Esercito, come ha fatto il ministro della Difesa Ignazio La Russa.

I militari hanno avuto un ruolo chiave nella soluzione della grande crisi del 2008, quella che ferì la credibilità dell'esecutivo di Romano Prodi, e si sono occupati della regia della struttura creata da Guido Bertolaso in Campania: la struttura smantellata la scorsa primavera quando Silvio Berlusconi ha decretato il ritorno alla normalità e il passaggio di consegne alle Province, organismi amministrati da politici di centrodestra. Personaggi come Luigino Cesaro, che in gioventù frequentava i boss cutoliani; Cosimo Sibilia, figlio del discusso patron dell'Avellino Calcio; Edmondo Cirielli, che ha dato il nome a quella legge spesso chiamata "salva Previti".

L'effetto si è visto: la normalità non esiste, i termovalorizzatori annunciati nel 2008 rimangono sulla carta, le discariche sono piene, nessuna regione sembra disposta ad accettare rifiuti campani che potrebbero nascondere qualunque genere di sostanza tossica. I no più decisi vengono proprio dai governatori di centrodestra, mentre solo la "rossa" Toscana ha mostrato un'apertura di solidarietà.

A Napoli martedì 23 novembre si stimava che 3200 tonnellate di rifiuti fossero sparse per le strade. Ma il ministro della Salute Fazio tranquillizza: la situazione è critica, ma non c'è il rischio di epidemia. Epidemia: uno spettro che oggi riguarda solo Haiti, paese tra i più poveri del globo, distrutto da uno dei terremoti più violenti mai visti. Epidemia, un termine che sembrava cancellato dai dizionari europei e che invece continua a essere evocato nel timore che l'onda della spazzatura non venga fermata.

Il decreto finalmente varato dal governo, dopo l'esplosione di una faida interna al Pdl che dalla Campania ha minacciato la stabilità dell'intero esecutivo con la sortita di Mara Carfagna, non sembra garantire soluzioni definitive. L'unico elemento concreto sono i soldi, l'ennesima pioggia di milioni assegnati senza gare che permetteranno di trovare nuovi buchi dove accumulare munnezza ed ecoballe. Denaro che andrà ad arricchire anche la camorra, protagonista di queste emergenze come dimostrano le accuse confermate dalla Cassazione a Nicola Cosentino, l'ex sottosegretario che resta il numero uno del partito di maggioranza in Campania.

Ventitre novembre. Una data che tutti dovrebbero ricordare. Trent'anni fa il terremoto devastò quattro province, uccise quasi tremila persone, ne ferì più di ottomila e ne lasciò 280 mila senza una casa. Nonostante gli scandali successivi, quella - come ricorda Antonello Caporale in uno splendido volume, 'Spazzatura spa' - fu una tragedia che unì l'Italia: dal Friuli al Piemonte, ci fu una gara per sostenere Napoli, Avellino, Potenza.

Oggi il disastro quotidiano della Campania invece incentiva solo le spinte verso il federalismo più esasperato, ribadite con forza in questi giorni. Colpa anche di una classe politica che - come recita sempre il libro di Caporale - dall'Irpinia all'Aquila sfrutta le disgrazie e divide il Paese.


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mercoledì 10 marzo 2010

Dopo 149 anni i beni demaniali ritornano alle città, grazie anche alle lotte del Partito del Sud


Demanio: spiagge e laghi a Regioni, federalismo allo start


Finalmente! dopo 149 anni, lo Stato, la repubblica, ci sta restituendo ciò che la monarchia sabauda aveva requisito e sequestrato ai comuni del Sud e del Nord. Gaeta si è attivata tra le prime città d’Italia, e ha già ripreso la Caserma Sant’Angelo, la Villa Reale Borbonica e la Casina Rossa. Altri beni stanno per ritornare alla città martire del risorgimento( la chiesa di San Domenico,l'annesso convento e casa Tosti),beni che furono requisiti dai savoia il 14 febbraio del 1861, al di là della legge sul federalismo fiscale. Questa è una bella notizia per Gaeta e per le città invase e martoriate dal risorgimento piemontese. Gaeta fu rasa al suolo da 160 mila bombe fatte scaraventare sulla città dal macellaio Cialdini, i morti ammontarono a circa 5000, la città completamente distrutta. Abbiamo avuto contatti istituzionali con l'On Giacomo Chiappori della Lega a Palazzo Marino, a Roma e dopo anni di lotte nelle piazze e sulla stampa, gli sforzi del Partito del Sud stanno vedendo una luce. Con la restituzione delle spiagge e dei beni demaniali alla nostra città, i nostri giovani avranno un futuro assicurato. Così sarà per le altre città del Sud.
Antonio Ciano



ROMA – Spiagge, laghi, terreni agricoli ma anche aeroporti di interesse regionale: è la ‘fetta’ di demanio che nel giro di qualche mese dovrebbe passare sotto la competenza degli enti locali. Il federalismo parte proprio dal demanio e mercoledì si terrà la prima riunione della Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale presieduta dall’ex ministro Enrico La Loggia. E’ probabile che si tratterà solo di una riunione organizzativa ma già nel giro di un paio di settimane potrebbe essere esaminato il primo decreto attuativo sul federalismo, il decreto sul cosiddetto federalismo demaniale che deve anche passare il vaglio della Conferenza unificata Stato-Regioni. L’avvio dei lavori della Commissione parlamentare è ormai a ridosso delle elezioni regionali ma non è del tutto escluso che l’esame del primo decreto sul federalismo possa arrivare prima delle urne.



Potrà dunque tornare sotto la competenza di Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni gran parte del cosiddetto ‘demanio naturale’. Nella bozza di decreto, già licenziata dal Consiglio dei ministri e ora all’attenzione della Commissione bicamerale e della Conferenza unificata, vengono indicate quattro tipologie di beni: demanio marittimo e relative pertinenze, demanio idrico di interesse regionale o provinciale e relative pertinenze, nonché le opere idrauliche e di bonifica di competenza statale, tutti gli aeroporti di interesse regionale appartenenti al demanio aeronautico civile statale e le relative pertinenze, tutte le miniere e le relative pertinenze, tutte le aree e i fabbricati di proprietà dello Stato che non sono in uso per “comprovate ed effettive finalità istituzionali alle Amministrazioni dello Stato”, come si rileva nella bozza di decreto.
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Spiagge dunque, laghi, miniere e terreni agricoli non utilizzati. Ma nel ‘paniere’ che vedrà un trasloco di competenze ci sarebbero anche le caserme, i poligoni, gli osservatori e ogni altro immobile del demanio militare già dismesso dal ministero della Difesa. Il trasferimento dal demanio centrale agli enti locali potrebbe dunque avvenire già nella seconda metà dell’anno. Fari puntati poi su tutti quei beni assoggettati a vincolo storico, artistico ed ambientale che non abbiano una rilevanza nazionale.

Fonte:Ansa
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Demanio: spiagge e laghi a Regioni, federalismo allo start


Finalmente! dopo 149 anni, lo Stato, la repubblica, ci sta restituendo ciò che la monarchia sabauda aveva requisito e sequestrato ai comuni del Sud e del Nord. Gaeta si è attivata tra le prime città d’Italia, e ha già ripreso la Caserma Sant’Angelo, la Villa Reale Borbonica e la Casina Rossa. Altri beni stanno per ritornare alla città martire del risorgimento( la chiesa di San Domenico,l'annesso convento e casa Tosti),beni che furono requisiti dai savoia il 14 febbraio del 1861, al di là della legge sul federalismo fiscale. Questa è una bella notizia per Gaeta e per le città invase e martoriate dal risorgimento piemontese. Gaeta fu rasa al suolo da 160 mila bombe fatte scaraventare sulla città dal macellaio Cialdini, i morti ammontarono a circa 5000, la città completamente distrutta. Abbiamo avuto contatti istituzionali con l'On Giacomo Chiappori della Lega a Palazzo Marino, a Roma e dopo anni di lotte nelle piazze e sulla stampa, gli sforzi del Partito del Sud stanno vedendo una luce. Con la restituzione delle spiagge e dei beni demaniali alla nostra città, i nostri giovani avranno un futuro assicurato. Così sarà per le altre città del Sud.
Antonio Ciano



ROMA – Spiagge, laghi, terreni agricoli ma anche aeroporti di interesse regionale: è la ‘fetta’ di demanio che nel giro di qualche mese dovrebbe passare sotto la competenza degli enti locali. Il federalismo parte proprio dal demanio e mercoledì si terrà la prima riunione della Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale presieduta dall’ex ministro Enrico La Loggia. E’ probabile che si tratterà solo di una riunione organizzativa ma già nel giro di un paio di settimane potrebbe essere esaminato il primo decreto attuativo sul federalismo, il decreto sul cosiddetto federalismo demaniale che deve anche passare il vaglio della Conferenza unificata Stato-Regioni. L’avvio dei lavori della Commissione parlamentare è ormai a ridosso delle elezioni regionali ma non è del tutto escluso che l’esame del primo decreto sul federalismo possa arrivare prima delle urne.



Potrà dunque tornare sotto la competenza di Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni gran parte del cosiddetto ‘demanio naturale’. Nella bozza di decreto, già licenziata dal Consiglio dei ministri e ora all’attenzione della Commissione bicamerale e della Conferenza unificata, vengono indicate quattro tipologie di beni: demanio marittimo e relative pertinenze, demanio idrico di interesse regionale o provinciale e relative pertinenze, nonché le opere idrauliche e di bonifica di competenza statale, tutti gli aeroporti di interesse regionale appartenenti al demanio aeronautico civile statale e le relative pertinenze, tutte le miniere e le relative pertinenze, tutte le aree e i fabbricati di proprietà dello Stato che non sono in uso per “comprovate ed effettive finalità istituzionali alle Amministrazioni dello Stato”, come si rileva nella bozza di decreto.
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Spiagge dunque, laghi, miniere e terreni agricoli non utilizzati. Ma nel ‘paniere’ che vedrà un trasloco di competenze ci sarebbero anche le caserme, i poligoni, gli osservatori e ogni altro immobile del demanio militare già dismesso dal ministero della Difesa. Il trasferimento dal demanio centrale agli enti locali potrebbe dunque avvenire già nella seconda metà dell’anno. Fari puntati poi su tutti quei beni assoggettati a vincolo storico, artistico ed ambientale che non abbiano una rilevanza nazionale.

Fonte:Ansa
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giovedì 3 settembre 2009

FEDERALISMO/ Ecco perché un Bossi secessionista aiuterebbe davvero l’unità d’Italia


Di Augusto Lodolini

In questi ultimi tempi sembra essersi acuita la tensione, da sempre esistente seppur latente, tra Nord e Sud del nostro Paese, con l’usuale scambio di accuse di sfruttamento e parassitismo. Sullo sfondo, il problema reale del divario tra le due parti dell’Italia che non sembra avviarsi a soluzione e alla cui origine vi sono molte cause, non ultime quelle storiche e in particolare risalenti all’unità dell’Italia.

Qui non si tratta di revisionismo sul Risorgimento, ma semplicemente di attenersi ai fatti: l’Italia fu fatta con la forza e nella indifferenza o nell’avversione di gran parte degli italiani. In almeno due casi, il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio, si è trattato di una guerra di conquista del Regno di Sardegna contro due Stati indipendenti e sovrani. Il Lombardo-Veneto era sotto dominazione austriaca, non rifiutata da tutti peraltro, ma non aveva mai fatto parte di un Regno d’Italia e comunque il Regno di Sardegna era ad esso altrettanto straniero, anche se si era attribuito il compito di unificare, volenti o nolenti, gli italiani, motu proprio, o per incarico di alcune minoranze e, soprattutto, di alcuni poteri esterni.

Il punto cruciale è che, in nome di un’idea astratta e strumentale di nazione, si sono volute dimenticare le oggettive e ampie diversità tra i popoli che vivevano sul nostro territorio, che avrebbero richiesto almeno una forma federale, come suggerito da personaggi di rilievo quali Gioberti e Cattaneo. Invece si cercò, con la forza, di livellare tutto sul modello piemontese, a sua volta schiacciato su quello francese. Così si creò lo Stato italiano e i cittadini italiani, anche se alcuni rimasero per parecchio tempo di serie b, ma che si siano creati anche l’Italia e gli italiani è molto più discutibile. Spiace dirlo, ma più che il Risorgimento, in tal senso operò Mussolini con la sua dittatura improntata al nazionalismo.

Ora però l’Italia e gli italiani esistono, anche se mantengono buona parte delle differenze accumulatesi nella loro lunga storia; spesso tali diversità sono talmente cospicue da far pensare che esistano veramente più Italie, che mal si adattano ad uno Stato centralizzato e che meglio potrebbero esprimersi e gestirsi in uno Stato federale. Chi solo a parlare di federalismo grida al sacrilegio sbaglia, perché la formula federale non va affatto contro l’unità della nazione, come dimostrano ad esempio Germania e Stati Uniti.

Mi si dirà che sono discorsi da Lega Nord e che costoro vogliono la secessione. Non credo che questo sia il loro programma, ma vorrei ricordare che il primo movimento secessionista fu in Sicilia, alla fine della seconda guerra mondiale, da cui è originato lo statuto speciale che avvicina abbastanza questa regione (come le altre a statuto speciale) ad un vero e proprio stato di una federazione. Bisognerebbe quindi spiegare bene perché ciò che è stato concesso alla Sicilia o all’Alto Adige, con gravi costi a carico della collettività nazionale, diventi anti patriottico se richiesto dalla Lombardia o dal Veneto. Altrimenti si potrebbe pensare che è perché lombardi e veneti, a differenza di siciliani e altoatesini, non hanno mai preso le armi contro lo Stato italiano, ma ciò sarebbe molto pericoloso.

Un’unità raggiunta con la forza può ben essere modificata dalla volontà delle popolazioni, e se questo viene riconosciuto ai popoli africani colonizzati, dovrebbe esserlo anche agli italiani. Troverei legittima una proposta di referendum scissionista di Bossi, ma io voterei contro e sono convinto che la maggioranza dei lombardi voterebbe contro, stabilendo così definitivamente e per volontà popolare l’unità con l’Italia.

Le liti in famiglia sono spesso le più violente e le meno razionali, basate più sul rinfacciare che sull’argomentare. Se il senso della famiglia è forte, poi finisce a baci e abbracci, ma, se non ci si è spiegati bene, rimane qualcosa al fondo che porterà a nuove liti. È quello che succede agli italiani e ci sono molti, politici e non, che da questo traggono vantaggio. Occorre invece che si chiariscano seriamente le ragioni del divario, che si riconoscano francamente le diversità e le si accettino, evitando l’omologazione a modelli imposti da chi pretende di guidare la società, che si riveda insieme la propria storia per quello che è stata ed è, e non per quella che fa comodo ai cosiddetti intellettuali. E poi ripartire ciascuno per la propria strada verso il bene comune.

Fonte:
Il Sussidiario
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Di Augusto Lodolini

In questi ultimi tempi sembra essersi acuita la tensione, da sempre esistente seppur latente, tra Nord e Sud del nostro Paese, con l’usuale scambio di accuse di sfruttamento e parassitismo. Sullo sfondo, il problema reale del divario tra le due parti dell’Italia che non sembra avviarsi a soluzione e alla cui origine vi sono molte cause, non ultime quelle storiche e in particolare risalenti all’unità dell’Italia.

Qui non si tratta di revisionismo sul Risorgimento, ma semplicemente di attenersi ai fatti: l’Italia fu fatta con la forza e nella indifferenza o nell’avversione di gran parte degli italiani. In almeno due casi, il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio, si è trattato di una guerra di conquista del Regno di Sardegna contro due Stati indipendenti e sovrani. Il Lombardo-Veneto era sotto dominazione austriaca, non rifiutata da tutti peraltro, ma non aveva mai fatto parte di un Regno d’Italia e comunque il Regno di Sardegna era ad esso altrettanto straniero, anche se si era attribuito il compito di unificare, volenti o nolenti, gli italiani, motu proprio, o per incarico di alcune minoranze e, soprattutto, di alcuni poteri esterni.

Il punto cruciale è che, in nome di un’idea astratta e strumentale di nazione, si sono volute dimenticare le oggettive e ampie diversità tra i popoli che vivevano sul nostro territorio, che avrebbero richiesto almeno una forma federale, come suggerito da personaggi di rilievo quali Gioberti e Cattaneo. Invece si cercò, con la forza, di livellare tutto sul modello piemontese, a sua volta schiacciato su quello francese. Così si creò lo Stato italiano e i cittadini italiani, anche se alcuni rimasero per parecchio tempo di serie b, ma che si siano creati anche l’Italia e gli italiani è molto più discutibile. Spiace dirlo, ma più che il Risorgimento, in tal senso operò Mussolini con la sua dittatura improntata al nazionalismo.

Ora però l’Italia e gli italiani esistono, anche se mantengono buona parte delle differenze accumulatesi nella loro lunga storia; spesso tali diversità sono talmente cospicue da far pensare che esistano veramente più Italie, che mal si adattano ad uno Stato centralizzato e che meglio potrebbero esprimersi e gestirsi in uno Stato federale. Chi solo a parlare di federalismo grida al sacrilegio sbaglia, perché la formula federale non va affatto contro l’unità della nazione, come dimostrano ad esempio Germania e Stati Uniti.

Mi si dirà che sono discorsi da Lega Nord e che costoro vogliono la secessione. Non credo che questo sia il loro programma, ma vorrei ricordare che il primo movimento secessionista fu in Sicilia, alla fine della seconda guerra mondiale, da cui è originato lo statuto speciale che avvicina abbastanza questa regione (come le altre a statuto speciale) ad un vero e proprio stato di una federazione. Bisognerebbe quindi spiegare bene perché ciò che è stato concesso alla Sicilia o all’Alto Adige, con gravi costi a carico della collettività nazionale, diventi anti patriottico se richiesto dalla Lombardia o dal Veneto. Altrimenti si potrebbe pensare che è perché lombardi e veneti, a differenza di siciliani e altoatesini, non hanno mai preso le armi contro lo Stato italiano, ma ciò sarebbe molto pericoloso.

Un’unità raggiunta con la forza può ben essere modificata dalla volontà delle popolazioni, e se questo viene riconosciuto ai popoli africani colonizzati, dovrebbe esserlo anche agli italiani. Troverei legittima una proposta di referendum scissionista di Bossi, ma io voterei contro e sono convinto che la maggioranza dei lombardi voterebbe contro, stabilendo così definitivamente e per volontà popolare l’unità con l’Italia.

Le liti in famiglia sono spesso le più violente e le meno razionali, basate più sul rinfacciare che sull’argomentare. Se il senso della famiglia è forte, poi finisce a baci e abbracci, ma, se non ci si è spiegati bene, rimane qualcosa al fondo che porterà a nuove liti. È quello che succede agli italiani e ci sono molti, politici e non, che da questo traggono vantaggio. Occorre invece che si chiariscano seriamente le ragioni del divario, che si riconoscano francamente le diversità e le si accettino, evitando l’omologazione a modelli imposti da chi pretende di guidare la società, che si riveda insieme la propria storia per quello che è stata ed è, e non per quella che fa comodo ai cosiddetti intellettuali. E poi ripartire ciascuno per la propria strada verso il bene comune.

Fonte:
Il Sussidiario

sabato 26 luglio 2008

Tre fondi al federalismo solidale






Di Roberto Turno


Un po' alla catalana,all'irlandese e alla tedesca. La via italiana al federalismo fiscale parte da tanti modelli e da nessuno.

Neppure dal "modello lombardo".

Ma con la certezza di un finanziamento integrale per sanità, istruzione e assistenza. Con l'Irap in prospettiva destinata a scomparire. Con tre Fondi perequativi salva-squilibri per livelli essenziali, Comuni e Province.

Con un fisco per gli enti locali che passerà attraverso le Regioni ma con salvacondotti speciali per le città metropolitane.

Con l'addio alla spesa storica e il graduale transito verso i costi standard delle prestazioni.

E con premi per gli enti virtuosi, ma anche dure sanzioni per quelli che resteranno fuori carreggiata: non potranno assumere personale neppure per coprire le piante organiche e i vertici rischieranno il fallimento politico.Le dimissioni e via, al voto.È pronta la rivoluzione del fisco federale targata Roberto Calderoli.

Si ricomincia dai 19 articoli del Ddl di attuazione dell'articolo 119 della Costituzione consegnato ieri dal ministro alle Regioni.

Da giovedì prossimo scatterà il confronto con le autonomie locali, governatori e sindaci in testa, che andrà avanti per più di un mese.

I tempi sono stretti e il timing del Governo è serratissimo: il Ddl, collegato alla Finanziaria 2009, sarà licenziato dal Consiglio dei ministri entro settembre.

La speranza è di arrivare al varo della legge per fine anno. Addirittura entro sei mesi, poi, dovranno essere messi a punto i decreti delegati attuativi.

A farcela. Perché quella sarà la sfida decisiva: riempire di contenuti tra tributi che saltano e che arrivano – un testo che al momento lascia aperte parecchie soluzioni finali. Un lavoro immane da re-alizzare, col pressing del Quirinale per realizzare una riforma bipartisan ma in un clima politico sempre più teso tra maggioranza e opposizione.È infatti un "testo aperto" quello consegnato da Calderoli alle Regioni.
A cominciare dall'elenco dei tributi propri regionali e locali. Anche se i principi direttivi già non ammettono deroghe: ben venga la solidarietà, si afferma, ma la finanza derivata così com'è deresponsabilizza chi è indietro e danneggia chi ben governa e possiede ricchezza. In breve, premia l'inefficienza.
Non a caso è alla Sanità che la relazione allegata al Ddl dedica l'esempio più clamoroso: in dieci anni la spesa è raddoppiata ma il Sud resta fanalino di coda, anzi peggiora.
La strada maestra è così quella di avviare un «percorso graduale » di distribuzione delle risorse seguendo la stella polare dei costi standard delle prestazioni, garantendo flessibilità fiscale con un paniere di tributi propri e di compartecipazioni, tutti o quasi da definire, il più possibile «manovrabili».
Per Regioni ed enti locali si apre la sfida del rilancio delle economie territoriali grazie alle leve fiscali, anche con speciali esenzioni, deduzioni e agevolazioni.
Per Sanità, istruzione e assistenza la promessa è di garantire il «finanziamento integrale», sulla base dei costi standard, delle prestazioni essenziali. Il finanziamento avverrà col gettito dell'Irap –che però sarà sostituita con altri tributi propri regionali da individuare – poi con la compartecipazione regionale all'Irpef e all'Iva e con aliquote del Fondo perequativo.
I livelli essenziali saranno garantiti uniformemente in tutta Italia, è la parola d'ordine.
Il Fondo perequativo sarà alimentato dal gettito della compartecipazione regionale all'Iva e con quote della nuova «aliquota media di equilibrio »dell'addizionale regionale all'Irpef.
Le quote del Fondo saranno assegnate senza vincolo di destinazione.Per le altre funzioni (extra sanità, istruzione e assistenza) il finanziamento avverrà con i tributi regionali e quote del Fondo perequativo.
E quanto al finanziamento del trasporto pubblico locale, si terra conto di «un livello adeguato del servizio su tutto il territorio nazionale nonché dei costi standard».Altro capitolo aperto riguarda Comuni, città metropolitane e Province. Lo Stato individua i tributi propri locali, ne definisce presupposti, soggetti passivi e basi imponibili, le aliquote valide in tutta Italia.
Le Regioni potranno istituire nuovi tributi comunali e provinciali, indicando gli ambiti di autonomia.
Gli enti locali, a loro volta, potranno modificare le aliquote di tributi loro assegnati e introdurre agevolazioni.
E avranno «piena autonomia» nel determinare le tariffe per prestazioni e servizi offerti «anche su richiesta dei cittadini».
Capacità fiscali e costi standard saranno insomma anche per gli enti locali le basi per il finanziamento delle funzioni fondamentali e dei livelli essenziali delle prestazioni, grazie al tributi propri, alle compartecipazioni al gettito dei tributi erariali e regionali e al Fondo perequativo.
Una scommessa.
Che ora si gioca al tavolo con sindaci e governatori.

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La scelta di Bolzano: «Le nostre risorse non si toccano»


di Davide Colombo


«La proposta di attuazione del federalismo fiscale presentata dal ministro Roberto Calderoli ci sembra migliore rispetto al disegno di legge del vecchio Governo. Ma sia chiaro che sulla partecipazione al fondo di perequazione si dovrà discutere. E dico subito che noi siamo pronti anche ad accollarci nuove spese ma non certo a cedere risorse che oggi sono garantite dallo Statuto».
Luis Durnwalder, 66 anni, presidente della Provincia autonoma di Bolzano ed esponente storico delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome, non ha cambiato idea sulle modalità con cui dovrà essere costruita la solidarietà tra Regioni:
«Noi siamo pronti a sostenere spese per strutture dello Stato presenti sul nostro territorio come le agenzie del demanio e delle entrate, i tribunali, le poste. Siamo pronti persino a pagare noi i programmi Rai in lingua ladina a tedesca e possiamo autofinanziarci nuove funzioni che lo Stato ci vorrà trasferire.
Ma non possiamo mettere risorse nostre in un fondo che poi le redistribuisce ad altri».Attualmente la Provincia di Bolzano (un territorio per l'84%sopra i mille metri di altitudine) trattiene il 90% delle imposte erariali.
Un gettito che, l'anno scorso, ha garantito oltre 3,5 miliardi di entrate. Il 13,5% di queste risorse sono trasferite ai Comuni:
«Noi l'Ici sulla prima abitazione non l'applichiamo più da tre anni e la Provincia finanzia i municipi per sostenere progetti speciali».
Il nodo della perequazione, secondo Durnwalder, deve essere affrontata singolarmente per le autonomie speciali:
«Anche noi siamo molto diversi, abbiamo statuti diversi e negli ultimi decenni abbiamo avuto storie di crescita economica diverse ». Dunque trattative bilaterali, o quasi, con il Governo:
«Oltre al fondo di perequazione c'è da chiarire come il nuovo federalismo fiscale incrocerà con il Patto di stabilità interno, cosa cambia per le Regioni che lo rispettano e quelle che sforano, quali sanzioni arriveranno.
Noi, in questa prospettiva, vorremmo che si guardasse ai saldi finali e non si discutesse più delle scelte di spesa tra i vari capitoli di bilancio».Nessun automatismo uguale per tutti sulle compartecipazioni, insomma, mentre sul paniere dei nuovi tributi la porta è aperta:
«La capacità fiscale della nostra Provincia è buona perché l'economia è forte.
Se dovessimo introdurre nuovi tributi propri, diversi da quelli erariali, siamo anche pronti a farlo dice ancora Durnwalder ma la priorità ora è far capire al ministro Calderoli che non è possibile far altro che trovare un accordo comune». L'anno scorso, quando toccò ai ministri Linda Lanzillotta e Tommaso Padoa- Schioppa presentare il loro disegno di legge delega sul federalismo fiscale i tre senatori del Suedtiroler Volkspartei fecero la differenza:
«Questa volta le maggioranza sono diverse ammette Durnwalder ma è anche diverso il ministro. La Lega ha una visione del federalismo che non è in contrasto con la nostra lunga storia di autonomia. Si tratta di dialogare e trovare un punto d'incontro. Sapendo che non tutte le Regioni a Statuto speciale sono uguali».

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Di Roberto Turno


Un po' alla catalana,all'irlandese e alla tedesca. La via italiana al federalismo fiscale parte da tanti modelli e da nessuno.

Neppure dal "modello lombardo".

Ma con la certezza di un finanziamento integrale per sanità, istruzione e assistenza. Con l'Irap in prospettiva destinata a scomparire. Con tre Fondi perequativi salva-squilibri per livelli essenziali, Comuni e Province.

Con un fisco per gli enti locali che passerà attraverso le Regioni ma con salvacondotti speciali per le città metropolitane.

Con l'addio alla spesa storica e il graduale transito verso i costi standard delle prestazioni.

E con premi per gli enti virtuosi, ma anche dure sanzioni per quelli che resteranno fuori carreggiata: non potranno assumere personale neppure per coprire le piante organiche e i vertici rischieranno il fallimento politico.Le dimissioni e via, al voto.È pronta la rivoluzione del fisco federale targata Roberto Calderoli.

Si ricomincia dai 19 articoli del Ddl di attuazione dell'articolo 119 della Costituzione consegnato ieri dal ministro alle Regioni.

Da giovedì prossimo scatterà il confronto con le autonomie locali, governatori e sindaci in testa, che andrà avanti per più di un mese.

I tempi sono stretti e il timing del Governo è serratissimo: il Ddl, collegato alla Finanziaria 2009, sarà licenziato dal Consiglio dei ministri entro settembre.

La speranza è di arrivare al varo della legge per fine anno. Addirittura entro sei mesi, poi, dovranno essere messi a punto i decreti delegati attuativi.

A farcela. Perché quella sarà la sfida decisiva: riempire di contenuti tra tributi che saltano e che arrivano – un testo che al momento lascia aperte parecchie soluzioni finali. Un lavoro immane da re-alizzare, col pressing del Quirinale per realizzare una riforma bipartisan ma in un clima politico sempre più teso tra maggioranza e opposizione.È infatti un "testo aperto" quello consegnato da Calderoli alle Regioni.
A cominciare dall'elenco dei tributi propri regionali e locali. Anche se i principi direttivi già non ammettono deroghe: ben venga la solidarietà, si afferma, ma la finanza derivata così com'è deresponsabilizza chi è indietro e danneggia chi ben governa e possiede ricchezza. In breve, premia l'inefficienza.
Non a caso è alla Sanità che la relazione allegata al Ddl dedica l'esempio più clamoroso: in dieci anni la spesa è raddoppiata ma il Sud resta fanalino di coda, anzi peggiora.
La strada maestra è così quella di avviare un «percorso graduale » di distribuzione delle risorse seguendo la stella polare dei costi standard delle prestazioni, garantendo flessibilità fiscale con un paniere di tributi propri e di compartecipazioni, tutti o quasi da definire, il più possibile «manovrabili».
Per Regioni ed enti locali si apre la sfida del rilancio delle economie territoriali grazie alle leve fiscali, anche con speciali esenzioni, deduzioni e agevolazioni.
Per Sanità, istruzione e assistenza la promessa è di garantire il «finanziamento integrale», sulla base dei costi standard, delle prestazioni essenziali. Il finanziamento avverrà col gettito dell'Irap –che però sarà sostituita con altri tributi propri regionali da individuare – poi con la compartecipazione regionale all'Irpef e all'Iva e con aliquote del Fondo perequativo.
I livelli essenziali saranno garantiti uniformemente in tutta Italia, è la parola d'ordine.
Il Fondo perequativo sarà alimentato dal gettito della compartecipazione regionale all'Iva e con quote della nuova «aliquota media di equilibrio »dell'addizionale regionale all'Irpef.
Le quote del Fondo saranno assegnate senza vincolo di destinazione.Per le altre funzioni (extra sanità, istruzione e assistenza) il finanziamento avverrà con i tributi regionali e quote del Fondo perequativo.
E quanto al finanziamento del trasporto pubblico locale, si terra conto di «un livello adeguato del servizio su tutto il territorio nazionale nonché dei costi standard».Altro capitolo aperto riguarda Comuni, città metropolitane e Province. Lo Stato individua i tributi propri locali, ne definisce presupposti, soggetti passivi e basi imponibili, le aliquote valide in tutta Italia.
Le Regioni potranno istituire nuovi tributi comunali e provinciali, indicando gli ambiti di autonomia.
Gli enti locali, a loro volta, potranno modificare le aliquote di tributi loro assegnati e introdurre agevolazioni.
E avranno «piena autonomia» nel determinare le tariffe per prestazioni e servizi offerti «anche su richiesta dei cittadini».
Capacità fiscali e costi standard saranno insomma anche per gli enti locali le basi per il finanziamento delle funzioni fondamentali e dei livelli essenziali delle prestazioni, grazie al tributi propri, alle compartecipazioni al gettito dei tributi erariali e regionali e al Fondo perequativo.
Una scommessa.
Che ora si gioca al tavolo con sindaci e governatori.

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La scelta di Bolzano: «Le nostre risorse non si toccano»


di Davide Colombo


«La proposta di attuazione del federalismo fiscale presentata dal ministro Roberto Calderoli ci sembra migliore rispetto al disegno di legge del vecchio Governo. Ma sia chiaro che sulla partecipazione al fondo di perequazione si dovrà discutere. E dico subito che noi siamo pronti anche ad accollarci nuove spese ma non certo a cedere risorse che oggi sono garantite dallo Statuto».
Luis Durnwalder, 66 anni, presidente della Provincia autonoma di Bolzano ed esponente storico delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome, non ha cambiato idea sulle modalità con cui dovrà essere costruita la solidarietà tra Regioni:
«Noi siamo pronti a sostenere spese per strutture dello Stato presenti sul nostro territorio come le agenzie del demanio e delle entrate, i tribunali, le poste. Siamo pronti persino a pagare noi i programmi Rai in lingua ladina a tedesca e possiamo autofinanziarci nuove funzioni che lo Stato ci vorrà trasferire.
Ma non possiamo mettere risorse nostre in un fondo che poi le redistribuisce ad altri».Attualmente la Provincia di Bolzano (un territorio per l'84%sopra i mille metri di altitudine) trattiene il 90% delle imposte erariali.
Un gettito che, l'anno scorso, ha garantito oltre 3,5 miliardi di entrate. Il 13,5% di queste risorse sono trasferite ai Comuni:
«Noi l'Ici sulla prima abitazione non l'applichiamo più da tre anni e la Provincia finanzia i municipi per sostenere progetti speciali».
Il nodo della perequazione, secondo Durnwalder, deve essere affrontata singolarmente per le autonomie speciali:
«Anche noi siamo molto diversi, abbiamo statuti diversi e negli ultimi decenni abbiamo avuto storie di crescita economica diverse ». Dunque trattative bilaterali, o quasi, con il Governo:
«Oltre al fondo di perequazione c'è da chiarire come il nuovo federalismo fiscale incrocerà con il Patto di stabilità interno, cosa cambia per le Regioni che lo rispettano e quelle che sforano, quali sanzioni arriveranno.
Noi, in questa prospettiva, vorremmo che si guardasse ai saldi finali e non si discutesse più delle scelte di spesa tra i vari capitoli di bilancio».Nessun automatismo uguale per tutti sulle compartecipazioni, insomma, mentre sul paniere dei nuovi tributi la porta è aperta:
«La capacità fiscale della nostra Provincia è buona perché l'economia è forte.
Se dovessimo introdurre nuovi tributi propri, diversi da quelli erariali, siamo anche pronti a farlo dice ancora Durnwalder ma la priorità ora è far capire al ministro Calderoli che non è possibile far altro che trovare un accordo comune». L'anno scorso, quando toccò ai ministri Linda Lanzillotta e Tommaso Padoa- Schioppa presentare il loro disegno di legge delega sul federalismo fiscale i tre senatori del Suedtiroler Volkspartei fecero la differenza:
«Questa volta le maggioranza sono diverse ammette Durnwalder ma è anche diverso il ministro. La Lega ha una visione del federalismo che non è in contrasto con la nostra lunga storia di autonomia. Si tratta di dialogare e trovare un punto d'incontro. Sapendo che non tutte le Regioni a Statuto speciale sono uguali».

giovedì 24 luglio 2008

FEDERALISMO FISCALE ? SI, NO, FORSE ...


Ricevo da Genova queste interessanti considerazioni che posto :



Umberto Bossi e la Lega Nord vogliono il federalismo fiscale e la riduzione delle tasse ?


Claudio Burlando, Presidente della Regione Liguria, li prende molto seriamente e si adegua, ma il Governo gli sbatte le porte in faccia !!!


Tutti i giorni, anche al bar, mentre gustiamo un costosissimo caffè, sentiamo parlare di politici che fanno promesse e poi non le mantengono.

Di solito sentiamo anche chi attacca e chi difende il governo di turno: è un rito, un abitudine che non ci accompagna da molti anni.

Quello che è successo questa mattina, nei bar di Genova, ha veramente qualcosa di incredibile !!! Il Governo Berlusconi e il sedicente federalista Bossi, da sempre scagliato contro quella che lui definiva Roma ladrona, hanno incassano il massimo delle critiche !!!

Proprio così, si sentono ovunque persone che stanno raccontando la disavventura capitata alla Regione Liguria, guidata da Claudio Burlando.

Andiamo ai fatti così potete capire meglio.

Claudio Burlando, Governatore della Liguria, dichiara finalmente di essere pronto, con la regione a ridurre le tasse per 141.000 famiglie, naturalmente le più povere, tutto questo grazie a un taglio alle imposte di competenza per un totale di 16.000.000 di Euro.

Quì però viene a galla il comportamento anti-federalista fiscale.

Secondo il Governo, se la Regione Liguria abbassa le tasse, non potrà più usufruire del fondo straordinario per la sanità di questo biennio e rischia un taglio da ROMA per 78.000.000 di Euro !!!!

A lanciare l'allarme e smascherare il comportamento anti federalista è proprio Claudio Burlando, che documenti alla mano, si spiega nel bel mezzo del dibattito in consiglio sui temi della sanità, senza riuscire a nascondere il sincero imbarazzo per quanto stà accadendo.

Claudio Burlando ha subito contattato Gianni Letta, il braccio destro di Berlusconi, che ha dichiarato che verificherà la questione.

Intanto la Liguria incassa questo colpo anti-federalista.

Sorgono allora spontanee due domande...

La prima: ma il federalismo fiscale e la riduzione delle tasse non erano i principali cavalli di battaglia di Bossi e Berlusconi ?

Seconda domanda: cosa dirà l'ex governatore della Liguria Sandro Biasotti, attuale parlamentare di maggioranza, al suo elettorato ?


Claudia Foddanu
Genova
Confederazione dei Democristiani di Centro"
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Ricevo da Genova queste interessanti considerazioni che posto :



Umberto Bossi e la Lega Nord vogliono il federalismo fiscale e la riduzione delle tasse ?


Claudio Burlando, Presidente della Regione Liguria, li prende molto seriamente e si adegua, ma il Governo gli sbatte le porte in faccia !!!


Tutti i giorni, anche al bar, mentre gustiamo un costosissimo caffè, sentiamo parlare di politici che fanno promesse e poi non le mantengono.

Di solito sentiamo anche chi attacca e chi difende il governo di turno: è un rito, un abitudine che non ci accompagna da molti anni.

Quello che è successo questa mattina, nei bar di Genova, ha veramente qualcosa di incredibile !!! Il Governo Berlusconi e il sedicente federalista Bossi, da sempre scagliato contro quella che lui definiva Roma ladrona, hanno incassano il massimo delle critiche !!!

Proprio così, si sentono ovunque persone che stanno raccontando la disavventura capitata alla Regione Liguria, guidata da Claudio Burlando.

Andiamo ai fatti così potete capire meglio.

Claudio Burlando, Governatore della Liguria, dichiara finalmente di essere pronto, con la regione a ridurre le tasse per 141.000 famiglie, naturalmente le più povere, tutto questo grazie a un taglio alle imposte di competenza per un totale di 16.000.000 di Euro.

Quì però viene a galla il comportamento anti-federalista fiscale.

Secondo il Governo, se la Regione Liguria abbassa le tasse, non potrà più usufruire del fondo straordinario per la sanità di questo biennio e rischia un taglio da ROMA per 78.000.000 di Euro !!!!

A lanciare l'allarme e smascherare il comportamento anti federalista è proprio Claudio Burlando, che documenti alla mano, si spiega nel bel mezzo del dibattito in consiglio sui temi della sanità, senza riuscire a nascondere il sincero imbarazzo per quanto stà accadendo.

Claudio Burlando ha subito contattato Gianni Letta, il braccio destro di Berlusconi, che ha dichiarato che verificherà la questione.

Intanto la Liguria incassa questo colpo anti-federalista.

Sorgono allora spontanee due domande...

La prima: ma il federalismo fiscale e la riduzione delle tasse non erano i principali cavalli di battaglia di Bossi e Berlusconi ?

Seconda domanda: cosa dirà l'ex governatore della Liguria Sandro Biasotti, attuale parlamentare di maggioranza, al suo elettorato ?


Claudia Foddanu
Genova
Confederazione dei Democristiani di Centro"

mercoledì 7 maggio 2008

PETROLIO E' RICCHEZZA...MA NON PER I LUCANI.


Ringraziando per la segnalazione Orazio Vasta http://www.rarika-radice.blogspot.com/:



La Val D'Agri e la Regione Basilicata si accontentano di quattro soldi, provenienti dalle Royalties Petrolifere, mentre l'Eni così come le altre multinazionali presenti sul territorio Lucano chiudono i propri bilanci con cifre esorbitanti. L'Eni S.p.A. chiude il proprio bilancio 2007con un utile di 6,59 Miliardi di Euro.«Abbiamo realizzato alcune acquisizioni strategiche - ha sottolineato l'ad di Eni, Paolo Scaroni - a prezzi competitivi e portato a termine accordi determinanti nelle aree di nostra presenza tradizionale per rafforzare il nostro posizionamento nei mercati chiave». «Abbiamo conseguito - ha aggiunto - solidi risultati e distribuito ai nostri azionisti cassa per 5,3 miliardi di euro attraverso dividendi e l'acquisto di azioni proprie».«La crescita - ha detto il manager - è al centro della nostra strategia. Il conseguimento degli obiettivi di crescita di breve e lungo termine farà leva sullo sviluppo dei progetti in portafoglio e degli asset acquisiti nel 2007 e sul rafforzamento della leadership nel mercato europeo del gas». «Nel 2008, l'obiettivo è di conseguire un livello produttivo superiore a 1,8 milioni di barili al giorno. Nel 2011 prevediamo un livello superiore a 2,05 mln di barili al giorno assumendo lo scenario Eni di prezzo del brent pari a 55 dollari al barile». Nel 2007, rileva Scaroni, «la nostra resource base ha raggiunto i 28 miliardi di barili, con un incremento di 5,1 miliardi di barili grazie al contributo di acquisizioni mirate e successi esplorativi. Queste risorse consentiranno di raggiungere ambiziosi obiettivi di crescita della produzione nel lungo termine».Nei progetti di crescita dell' Eni sono inclusi anche i giacimenti Lucani, che continueranno a produrre Petrolio e Gas per almeno altri trent'anni. Prendo spunto da questa notizia per ribadire la mia convinzione (condivisa da molti) che la percentuale delle Royalties che la Regione incamera grazie allo sfruttamento delle risorse Petrolifere dev'essere innalzata dall'attuale 7% al 50% così come diceva anche Mattei. Il Petrolio è una nostra ricchezza e non dobbiamo affatto regalarla.

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Ringraziando per la segnalazione Orazio Vasta http://www.rarika-radice.blogspot.com/:



La Val D'Agri e la Regione Basilicata si accontentano di quattro soldi, provenienti dalle Royalties Petrolifere, mentre l'Eni così come le altre multinazionali presenti sul territorio Lucano chiudono i propri bilanci con cifre esorbitanti. L'Eni S.p.A. chiude il proprio bilancio 2007con un utile di 6,59 Miliardi di Euro.«Abbiamo realizzato alcune acquisizioni strategiche - ha sottolineato l'ad di Eni, Paolo Scaroni - a prezzi competitivi e portato a termine accordi determinanti nelle aree di nostra presenza tradizionale per rafforzare il nostro posizionamento nei mercati chiave». «Abbiamo conseguito - ha aggiunto - solidi risultati e distribuito ai nostri azionisti cassa per 5,3 miliardi di euro attraverso dividendi e l'acquisto di azioni proprie».«La crescita - ha detto il manager - è al centro della nostra strategia. Il conseguimento degli obiettivi di crescita di breve e lungo termine farà leva sullo sviluppo dei progetti in portafoglio e degli asset acquisiti nel 2007 e sul rafforzamento della leadership nel mercato europeo del gas». «Nel 2008, l'obiettivo è di conseguire un livello produttivo superiore a 1,8 milioni di barili al giorno. Nel 2011 prevediamo un livello superiore a 2,05 mln di barili al giorno assumendo lo scenario Eni di prezzo del brent pari a 55 dollari al barile». Nel 2007, rileva Scaroni, «la nostra resource base ha raggiunto i 28 miliardi di barili, con un incremento di 5,1 miliardi di barili grazie al contributo di acquisizioni mirate e successi esplorativi. Queste risorse consentiranno di raggiungere ambiziosi obiettivi di crescita della produzione nel lungo termine».Nei progetti di crescita dell' Eni sono inclusi anche i giacimenti Lucani, che continueranno a produrre Petrolio e Gas per almeno altri trent'anni. Prendo spunto da questa notizia per ribadire la mia convinzione (condivisa da molti) che la percentuale delle Royalties che la Regione incamera grazie allo sfruttamento delle risorse Petrolifere dev'essere innalzata dall'attuale 7% al 50% così come diceva anche Mattei. Il Petrolio è una nostra ricchezza e non dobbiamo affatto regalarla.

mercoledì 2 aprile 2008

BANANA REPUBLIC - 1


"Regaleremo il federalismo agli italiani", ha detto Umberto Bossi. "Vinciamo le elezioni e regaliamo il federalismo a Umberto", ha precisato Roberto Maroni. All'Umberto e all'Italia, dunque. Federalismo per tutti! E' abbastanza recente per poter essere ritenuto attendibile uno studio degli artigiani di Mestre (in sigla CGIA) che nel 2007 ha effettuato e resa pubblica una elaborazione dei dati della Ragioneria generale dello Stato in cui raffronta il saldo finanziario di ciascuna regione italiana. Il saldo esprime la differenza tra le principali imposte che i cittadini di ciascuna regione pagano allo Stato centrale e i benefici che ritornano sul territorio sotto forma di trasferimenti statali alle amministrazioni locali. E qui qualche sorpresa la si trova. Perché se è vero che un cittadino lombardo ci rimette quasi seimila euro l'anno (saldo tra quanto paga e quanto riceve); è altrettanto vero che un cospicuo credito lo vantano anche i laziali. Il Lazio, appena dopo la Lombardia e però prima del Veneto, dà molto di più di quanto riceve. Un cittadino romano versa in media 5060 euro in più: il saldo finanziario negativo è evidente e nettissimo. Un romano dunque ci perde circa duemila euro in più di un concittadino del ricco nord-est (il Veneto ha un saldo pro-capite di tremila euro). A seguire gli emiliani, poi liguri, marchigiani, umbri e abruzzesi. Tra gli italiani che ci guadagnano, al primo posto, e siamo comunque nel nord, troviamo i valdostani (3198 euro pro capite), poi i trentini (2459 euro), i lucani, i siciliani, i sardi, i calabresi. Verso un quasi pareggio, i molisani, i campani e i pugliesi (rispettivamente ricevono a testa 496, 215 e 91 euro più di quel che danno). Si dirà: le due regioni del nord citate ricevono così tanto grazie alla autonomia speciale da sempre goduta. Perciò non fanno testo. Sul residuo fiscale delle Amministrazioni pubbliche, si è applicato - sempre nel 2007 - il Centro Studi Sintesi per conto di Unioncamere Veneto. Ha sviluppato i dati riferiti alla differenza tra quanto viene raccolto in tasse e quanto si spende di quei tributi su quei territori. Ancora una volta, la Lombardia riceve da ciascun suo contribuente più di quanto spende, pure i veneti e i toscani. Così, a saldo negativo, si trovano pure Marche e Piemonte. C'è dunque un'Italia che paga il conto del ristorante anche all'altra che invece non può permetterselo. E qui, una novità: i friulani partecipano al pasto ma non saldano. Lasciano agli amici il piacere di farlo (residuo fiscale di 2615 per ogni abitante). Anche i liguri (2285 euro procapite), oltre ai trentini, agli altoatesini e ai valdostani. Se la geografia non è un'opinione, e i conti fatti dalla CGIA di Mestre (poco pubblicizzati e ancor meno dibattuti) sono esatti, qualcuno (l'Umberto?) dovrebbe delle spiegazioni.

http://www.repubblica.it/2006/a/rubriche/piccolaitalia/federalismo/federalismo.html
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"Regaleremo il federalismo agli italiani", ha detto Umberto Bossi. "Vinciamo le elezioni e regaliamo il federalismo a Umberto", ha precisato Roberto Maroni. All'Umberto e all'Italia, dunque. Federalismo per tutti! E' abbastanza recente per poter essere ritenuto attendibile uno studio degli artigiani di Mestre (in sigla CGIA) che nel 2007 ha effettuato e resa pubblica una elaborazione dei dati della Ragioneria generale dello Stato in cui raffronta il saldo finanziario di ciascuna regione italiana. Il saldo esprime la differenza tra le principali imposte che i cittadini di ciascuna regione pagano allo Stato centrale e i benefici che ritornano sul territorio sotto forma di trasferimenti statali alle amministrazioni locali. E qui qualche sorpresa la si trova. Perché se è vero che un cittadino lombardo ci rimette quasi seimila euro l'anno (saldo tra quanto paga e quanto riceve); è altrettanto vero che un cospicuo credito lo vantano anche i laziali. Il Lazio, appena dopo la Lombardia e però prima del Veneto, dà molto di più di quanto riceve. Un cittadino romano versa in media 5060 euro in più: il saldo finanziario negativo è evidente e nettissimo. Un romano dunque ci perde circa duemila euro in più di un concittadino del ricco nord-est (il Veneto ha un saldo pro-capite di tremila euro). A seguire gli emiliani, poi liguri, marchigiani, umbri e abruzzesi. Tra gli italiani che ci guadagnano, al primo posto, e siamo comunque nel nord, troviamo i valdostani (3198 euro pro capite), poi i trentini (2459 euro), i lucani, i siciliani, i sardi, i calabresi. Verso un quasi pareggio, i molisani, i campani e i pugliesi (rispettivamente ricevono a testa 496, 215 e 91 euro più di quel che danno). Si dirà: le due regioni del nord citate ricevono così tanto grazie alla autonomia speciale da sempre goduta. Perciò non fanno testo. Sul residuo fiscale delle Amministrazioni pubbliche, si è applicato - sempre nel 2007 - il Centro Studi Sintesi per conto di Unioncamere Veneto. Ha sviluppato i dati riferiti alla differenza tra quanto viene raccolto in tasse e quanto si spende di quei tributi su quei territori. Ancora una volta, la Lombardia riceve da ciascun suo contribuente più di quanto spende, pure i veneti e i toscani. Così, a saldo negativo, si trovano pure Marche e Piemonte. C'è dunque un'Italia che paga il conto del ristorante anche all'altra che invece non può permetterselo. E qui, una novità: i friulani partecipano al pasto ma non saldano. Lasciano agli amici il piacere di farlo (residuo fiscale di 2615 per ogni abitante). Anche i liguri (2285 euro procapite), oltre ai trentini, agli altoatesini e ai valdostani. Se la geografia non è un'opinione, e i conti fatti dalla CGIA di Mestre (poco pubblicizzati e ancor meno dibattuti) sono esatti, qualcuno (l'Umberto?) dovrebbe delle spiegazioni.

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martedì 1 aprile 2008

A FONDO PERDUTO (Come ti finanzio il nord...e non solo..)


Una legge famigerata, la 488, una rete di amici (il politico, l'industriale, il consulente commercialista). Triangolazione perfetta e risultato chiavi in mano: ogni dieci euro che lo Stato italiano stanzia per finanziarie attività produttive, sei euro vengono perduti. Frullati da mani amiche, deviati su conti bancari misteriosi, triangolati e alla fine inghiottiti nel pozzo senza fondo di imprenditori rapaci, banchieri distratti, consulenti collusi. La politica, quando non è partecipe, devia l'occhio altrove. Non sa, e se sa non risponde. A fondo perduto è il titolo di un severo, raccapricciante reportage che Milena Gabanelli ha esposto su Report, Raitre. Milioni come noccioline, capannoni pagati dallo Stato e arrugginiti, imprenditori calati dal profondo nord e scomparsi. Sembrano storie fantastiche di bravi romanzieri. Vai in Calabria, e non sai cosa ti perdi. Venti miliardi per agevolare un'impresa, l'Isotta Fraschini. Costruire automobili. In quattro anni dal capannone è sbucata solo una macchina di legno. I soldi inghiottiti, quattro ferraglie prototipali adagiate in un capannone vuoto e deserto. Scendono dalla padania leghista e votata al lavoro, gli imprenditori che si fanno ricchi grazie agli aiuti di Stato. Ventidue milioni di euro per un'azienda che doveva riciclare metallo. E' stato un bresciano a fare richiesta. Il "pacco", come quelli illustrati per gioco in tv da Flavio Insinna, risulta, nella stragrande maggioranza di casi confezionato dalla sapiente dedizione di valenti commercialisti, famigerati consulenti, che inviano a Roma, al ministero dell'Attività produttive, felicissime e concludenti considerazioni: top management all'altezza, mercato in crescita, occupazione garantita. Roma, in effetti, ci crede. E ci casca. Ci ha sempre creduto tanto che i quattro ministri succedutisi (Enrico Letta, Antonio Marzano, Claudio Scajola e Pierluigi Bersani) hanno firmato assegni pari a quasi un miliardo di euro. Di questi, secondo le valutazioni degli inquirenti (Guardia di Finanza e Magistratura) e le stesse idee che se ne è fatta la commissione Antimafia, seicento milioni di euro sono stati bruciati: gestiti da incapaci, o da imprenditori inadempienti o anche, e soprattutto, inghiottiti da un circuito truffaldino perfettamente organizzato, sostanzialmente colluso con la classe dirigente. Se ne è accorto Bersani che la legge 488 è un colabrodo, un aiuto a chi spreca e non a chi investe. Troppo tardi, si direbbe. E troppo tardi, bisogna aggiungere, il direttore generale del ministero, intervistato da Report, si accorge che le banche, che avrebbero un ruolo di vigilanza attiva nell'erogazione dei fondi, non si comportano sempre da partners leali dello Stato. Le industrie sono di carta ma troppo spesso finanziate con soldi veri. Danno e beffa corrono sullo stesso binario. Nel capannone vuoto, l'imprenditore (leghista?) esorta l'operaio fantasma: "Non rubare, piuttosto chiedi!" "Il tuo disordine danneggia tutti". La telecamera di Report indugia disperata sui cartelli posti alle pareti di una delle mille truffe di cui è costellato il sud. Calabria, dunque. Crotone e Gioia Tauro. Ma anche Sicilia, anche Trapani. Dove lo Stato elargisce soldi per realizzare cantine, in un mercato già saturo di etichette. E a proposito di etichette: quella della tenuta Chiarelli, titolare la moglie dell'ex governatore Cuffaro, adagiata vicino a una bottiglia di un'altra azienda, naturalmente anch'essa produttrice di vino griffato, dal titolo felicissimo: "Baciamolemani". E baciamole queste mani. Baciamole e salutiamo il nuovo modello di sviluppo. Tutti all'opera, tutti gran sommelier, fini intenditori. Con i soldi dello Stato. Anche il senatore Calogero Mannino, naturalmente, ne ha approfittato. A Pantelleria la sua famiglia possiede una bella cantina, finanziata (c'è da dirlo?) con i fondi dello Stato. Ah che buon passito!



Per chi non avesse visto la puntata di Report in oggetto:




A FONDO PERDUTO
di
Sigfrido RanucciIn onda domenica 30 marzo ore 21.30
società
La legge 488 del 1992 ha sostituito la Cassa del Mezzogiorno, nell'intenzione c'era la volontà, destinando contributi a fondo perduto, in parte nazionali e in parte comunitari, di portare le zone più depresse del Paese a livello di quelle più progredite d'Europa. In oltre 10 anni lo stato ha messo sul piatto circa 80 miliardi di euro a fondo perduto e ha finanziato oltre 41.000 progetti. Ma i risultati non sono stati quelli sperati, la Calabria per esempio è la regione italiana ad avere il triste primato delle frodi comunitarie. Nel solo 2007, ben il 37% sono avvenute in Calabria. La 488 era nata con l'idea di sostituire i cosiddetti interventi "a pioggia" attraverso bandi di gara più rigorosi. In effetti i fondi hanno finanziato progetti e imprenditori sani, ma sono finiti anche nelle mani di truffatori e della criminalità organizzata. E questo perchè la legge per concedere i fondi non chiede altro che il certificato antimafia, che spesso viene aggirato grazie all'uso di prestanome. Nell'inchiesta si dimostra anche che dietro l'erogazione dei fondi pubblici si nasconde spesso una regia fatta da consulenti vicini ai poteri economici e politici.
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Una legge famigerata, la 488, una rete di amici (il politico, l'industriale, il consulente commercialista). Triangolazione perfetta e risultato chiavi in mano: ogni dieci euro che lo Stato italiano stanzia per finanziarie attività produttive, sei euro vengono perduti. Frullati da mani amiche, deviati su conti bancari misteriosi, triangolati e alla fine inghiottiti nel pozzo senza fondo di imprenditori rapaci, banchieri distratti, consulenti collusi. La politica, quando non è partecipe, devia l'occhio altrove. Non sa, e se sa non risponde. A fondo perduto è il titolo di un severo, raccapricciante reportage che Milena Gabanelli ha esposto su Report, Raitre. Milioni come noccioline, capannoni pagati dallo Stato e arrugginiti, imprenditori calati dal profondo nord e scomparsi. Sembrano storie fantastiche di bravi romanzieri. Vai in Calabria, e non sai cosa ti perdi. Venti miliardi per agevolare un'impresa, l'Isotta Fraschini. Costruire automobili. In quattro anni dal capannone è sbucata solo una macchina di legno. I soldi inghiottiti, quattro ferraglie prototipali adagiate in un capannone vuoto e deserto. Scendono dalla padania leghista e votata al lavoro, gli imprenditori che si fanno ricchi grazie agli aiuti di Stato. Ventidue milioni di euro per un'azienda che doveva riciclare metallo. E' stato un bresciano a fare richiesta. Il "pacco", come quelli illustrati per gioco in tv da Flavio Insinna, risulta, nella stragrande maggioranza di casi confezionato dalla sapiente dedizione di valenti commercialisti, famigerati consulenti, che inviano a Roma, al ministero dell'Attività produttive, felicissime e concludenti considerazioni: top management all'altezza, mercato in crescita, occupazione garantita. Roma, in effetti, ci crede. E ci casca. Ci ha sempre creduto tanto che i quattro ministri succedutisi (Enrico Letta, Antonio Marzano, Claudio Scajola e Pierluigi Bersani) hanno firmato assegni pari a quasi un miliardo di euro. Di questi, secondo le valutazioni degli inquirenti (Guardia di Finanza e Magistratura) e le stesse idee che se ne è fatta la commissione Antimafia, seicento milioni di euro sono stati bruciati: gestiti da incapaci, o da imprenditori inadempienti o anche, e soprattutto, inghiottiti da un circuito truffaldino perfettamente organizzato, sostanzialmente colluso con la classe dirigente. Se ne è accorto Bersani che la legge 488 è un colabrodo, un aiuto a chi spreca e non a chi investe. Troppo tardi, si direbbe. E troppo tardi, bisogna aggiungere, il direttore generale del ministero, intervistato da Report, si accorge che le banche, che avrebbero un ruolo di vigilanza attiva nell'erogazione dei fondi, non si comportano sempre da partners leali dello Stato. Le industrie sono di carta ma troppo spesso finanziate con soldi veri. Danno e beffa corrono sullo stesso binario. Nel capannone vuoto, l'imprenditore (leghista?) esorta l'operaio fantasma: "Non rubare, piuttosto chiedi!" "Il tuo disordine danneggia tutti". La telecamera di Report indugia disperata sui cartelli posti alle pareti di una delle mille truffe di cui è costellato il sud. Calabria, dunque. Crotone e Gioia Tauro. Ma anche Sicilia, anche Trapani. Dove lo Stato elargisce soldi per realizzare cantine, in un mercato già saturo di etichette. E a proposito di etichette: quella della tenuta Chiarelli, titolare la moglie dell'ex governatore Cuffaro, adagiata vicino a una bottiglia di un'altra azienda, naturalmente anch'essa produttrice di vino griffato, dal titolo felicissimo: "Baciamolemani". E baciamole queste mani. Baciamole e salutiamo il nuovo modello di sviluppo. Tutti all'opera, tutti gran sommelier, fini intenditori. Con i soldi dello Stato. Anche il senatore Calogero Mannino, naturalmente, ne ha approfittato. A Pantelleria la sua famiglia possiede una bella cantina, finanziata (c'è da dirlo?) con i fondi dello Stato. Ah che buon passito!



Per chi non avesse visto la puntata di Report in oggetto:




A FONDO PERDUTO
di
Sigfrido RanucciIn onda domenica 30 marzo ore 21.30
società
La legge 488 del 1992 ha sostituito la Cassa del Mezzogiorno, nell'intenzione c'era la volontà, destinando contributi a fondo perduto, in parte nazionali e in parte comunitari, di portare le zone più depresse del Paese a livello di quelle più progredite d'Europa. In oltre 10 anni lo stato ha messo sul piatto circa 80 miliardi di euro a fondo perduto e ha finanziato oltre 41.000 progetti. Ma i risultati non sono stati quelli sperati, la Calabria per esempio è la regione italiana ad avere il triste primato delle frodi comunitarie. Nel solo 2007, ben il 37% sono avvenute in Calabria. La 488 era nata con l'idea di sostituire i cosiddetti interventi "a pioggia" attraverso bandi di gara più rigorosi. In effetti i fondi hanno finanziato progetti e imprenditori sani, ma sono finiti anche nelle mani di truffatori e della criminalità organizzata. E questo perchè la legge per concedere i fondi non chiede altro che il certificato antimafia, che spesso viene aggirato grazie all'uso di prestanome. Nell'inchiesta si dimostra anche che dietro l'erogazione dei fondi pubblici si nasconde spesso una regia fatta da consulenti vicini ai poteri economici e politici.

martedì 18 marzo 2008

I Fatti e le parole...ieri, oggi, domani...?


La Regione dice 'no' al passaggiodella Valmarecchia alla Romagna
La seduta di oggi del consiglio regionale ha confermato il 'no' espresso dalla giunta dei comuni dell'Alta Valmarecchia al distacco dalla Provincia di Pesaro-Urbino.

In aula è esplosa la rabbia dei cittadini


Pesaro, 17 marzo 2008 - Il consiglio regionale delle Marche, nella seduta di oggi, ha confermato il 'no' espresso dalla giunta sul distacco dei Comuni dell'Alta Valmarecchia dalla Provincia di Pesaro Urbino e dalle Marche e il loro passaggio alla Provincia di Rimini.

Anche se il centrosinistra ha votato favorevolmente, il provvedimento ha incontrato il parere negativo del centrodestra. I molti cittadini presenti in aula, tutti con indosso una maglietta bianca con la scritta ''84% sì per la Valmarecchia in Emilia Romagna', hanno accolto l'esito negativo del voto consiliare è stato con forti proteste e alto si è levato il grido reiterato di ''buffoni, buffoni''.

Alcuni di loro, visibilmente delusi, hanno definito la scelta dell'assemblea marchigiana ''una pagina nera della democrazia'', riferendosi al mancato avallo dell'84% di voti favorevoli al distacco nel referendum tenutosi nei Comuni interessati. Il parere del consiglio regionale non è però vincolante rispetto alla decisione finale, che spetta per legge al governo nazionale.
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La Regione dice 'no' al passaggiodella Valmarecchia alla Romagna
La seduta di oggi del consiglio regionale ha confermato il 'no' espresso dalla giunta dei comuni dell'Alta Valmarecchia al distacco dalla Provincia di Pesaro-Urbino.

In aula è esplosa la rabbia dei cittadini


Pesaro, 17 marzo 2008 - Il consiglio regionale delle Marche, nella seduta di oggi, ha confermato il 'no' espresso dalla giunta sul distacco dei Comuni dell'Alta Valmarecchia dalla Provincia di Pesaro Urbino e dalle Marche e il loro passaggio alla Provincia di Rimini.

Anche se il centrosinistra ha votato favorevolmente, il provvedimento ha incontrato il parere negativo del centrodestra. I molti cittadini presenti in aula, tutti con indosso una maglietta bianca con la scritta ''84% sì per la Valmarecchia in Emilia Romagna', hanno accolto l'esito negativo del voto consiliare è stato con forti proteste e alto si è levato il grido reiterato di ''buffoni, buffoni''.

Alcuni di loro, visibilmente delusi, hanno definito la scelta dell'assemblea marchigiana ''una pagina nera della democrazia'', riferendosi al mancato avallo dell'84% di voti favorevoli al distacco nel referendum tenutosi nei Comuni interessati. Il parere del consiglio regionale non è però vincolante rispetto alla decisione finale, che spetta per legge al governo nazionale.

 
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