mercoledì 6 febbraio 2019

LA SECESSIONE DEI RICCHI: come la Lega vuol tagliare le risorse alle regioni più povere grazie alla complicità del M5s




Di Natale Cuccurese e Michele Dell'Edera 
[Pubblicato su Compagne e Compagni]

Grazie al M5s e ai suoi parlamentari, utili cavalli di Troia al servizio di Salvini, la Lega sta per raggiungere dopo decenni il suo obiettivo storico ai danni del Mezzogiorno: la secessione.
Il progetto vedrà la luce, nei suoi dettagli, il 15 febbraio, approderà, a marce e voti forzati in Parlamento dove, una volta approvato, non potrà essere modificato per 10 anni, senza l’assenso delle regioni interessate. C'è il rischio che l'Italia vada in frantumi a causa dell'autonomia differenziata: un processo decisivo per le sorti del Paese che si sta avviando in maniera caotica, localistica e sottotraccia, mentre i ministri parlano d'altro e la televisione ignora appositamente il tema. Parte così a fari spenti la secessione dei ricchi, appunto, dal momento che Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna da sole producono oltre il 50 per cento del Pil italiano.
Un federalismo iniquo, che divide l'Italia e penalizza il Sud, a partire da temi fondamentali: scuola, salute, welfare.
“Che le Regioni fossero troppo costose per il bilancio dello Stato italiano lo aveva già detto, in Assemblea costituente, Francesco Saverio Nitti che certo di conti pubblici se ne intendeva, essendo stato uno dei massimi studiosi di scienza delle finanze noto e apprezzato in tutta Europa. Dopo vari passaggi alla fine degli anni Novanta si stabilirono i nuovi criteri di riparto dei fondi per la sanità che furono riassunti nel decreto legislativo 56 del 2000. Tale importante decreto, pur mantenendo ferma l’idea di un servizio sanitario nazionale, portò ad una distribuzione differenziata – e sbilanciata a favore delle Regioni settentrionali – dei fondi per la sanità che costituivano, e costituiscono ancor oggi, la parte più cospicua dei bilanci regionali.
La riforma del Titolo V della Costituzione, con la legge costituzionale n. 3 del 2001, approvata in Parlamento con soli quattro voti di maggioranza nell’ultima decisiva votazione e sottoposta a un referendum popolare al quale partecipò poco più del 34 per cento degli aventi diritto, realizzò una nuova forma di regionalismo volta a trasferire alle Regioni poteri, funzioni e competenze paragonabili a quelle più proprie di Stati federali. In effetti, il nuovo Titolo V della Costituzione, elaborato da una maggioranza di centrosinistra nel tentativo di inseguire gli elettori della Lega, introdusse nell’ordinamento italiano alcuni principi di cosiddetto federalismo fiscale e ribaltò il principio stabilito dai Costituenti secondo cui le competenze non espressamente attribuite ad altro ente dovessero rimanere in capo allo Stato nel suo esatto contrario: ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato doveva spettare alle Regioni e non più allo Stato.
In particolare, mentre l’art. 117 introdusse i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, che dovevano essere uguali per tutti i cittadini, l’art. 119 cancellava ogni riferimento al Mezzogiorno, introduceva la formula secondo cui gli enti locali compartecipano al gettito dei tributi erariali «riferibile al loro territorio» e istituiva, nel contempo, un fondo di perequazione per i territori con minore capacità fiscale. Insomma si cercava di salvare l’unità dello Stato affermando che, in teoria, i servizi devono essere uguali per tutti, ma si riconosceva che in alcune regioni virtuose – solo perché economicamente più forti – i servizi pubblici potevano essere anche migliori rispetto a quelli previsti dai semplici livelli essenziali.
Che queste diverse prescrizioni normative non potessero stare insieme, perché creavano un’artificiale sperequazione tra Regioni più ricche e Regioni più povere, era stato subito chiaro alla maggioranza delle forze politiche presenti in Parlamento. Così il Titolo V era stato oggetto di riscritture e correzioni tanto da parte del centrodestra che del centrosinistra; mentre la Corte costituzionale, con una giurisprudenza quasi ventennale, ha contribuito a districare e chiarire le evidenti contraddizioni presenti nel testo del 2001. Infine si è passati dalle velleità di riscrittura o di semplice correzione del Titolo V da parte del Parlamento nazionale, alla richiesta di alcune Regioni di passare all’effettiva attuazione di quanto contenuto nel testo della riforma del 2001.
Ciò è stato reso possibile dal nuovo art. 114 che, ponendo sullo stesso piano Stato, Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane, ha aperto la strada a forme di legislazione ‘contrattata’. Le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, dopo il fallimento del referendum costituzionale del 2016, hanno preso l’iniziativa per realizzare «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» secondo il dettato del terzo comma dell’art. 116 della Costituzione, introdotto dal centrosinistra con la riforma del 2001.
Si tratta di procedure inedite e complesse, mai applicate prima, interpretate in modo diverso dalle tre Regioni che le hanno finora utilizzate: la Lombardia e il Veneto hanno basato le proprie richieste su appositi referendum regionali svoltisi il 22 ottobre del 2017 (in Lombardia hanno partecipato al voto solo il 36% degli aventi diritto ndr); mentre la giunta regionale dell’Emilia Romagna, ha ritenuto di poter procedere con la sola approvazione della richiesta di ulteriore autonomia da parte del Consiglio regionale. Il 28 febbraio del 2018 il governo Gentiloni ha approvato tre accordi preliminari con il Veneto, la Lombardia e l’Emilia-Romagna.[1]”
Da allora e grazie alla nascita del governo pentaleghista, la secessione dei ricchi ha preso un rapido avvio a tappe forzate, favorita dal fatto che tutti gli attori in scena sono leghisti. Gli ultimi incontri Governo-Regioni per la messa a punto del progetto di nuove autonomie regionali sono stati di fatto vertici operativi della Lega, suscitando infatti nei giorni scorsi la protesta del Presidente dell’Emilia-Romagna per il mancato invito: “presenti Salvini, il suo braccio destro nei corridoi del governo, Giorgetti, i governatori leghisti di Veneto e Lombardia, Zaia e Fontana, il ministro per gli Affari Regionali Erika Stefani (leghista). Su un tema che – proclama ad alta voce una petizione firmata da 15 mila fra giuristi, economisti, esperti – riguarda tutti gli italiani, ma che la Lega ha praticamente sequestrato, recintando accuratamente ogni possibilità di dibattito e di discussione. E che intende portare fino in fondo, sulla punta del ricatto di una crisi di governo, a tempi serratissimi. Il progetto vedrà la luce, nei suoi dettagli, il 15 febbraio, approderà, a marce e voti forzati in Parlamento dove, una volta approvato, non potrà essere modificato per 10 anni, senza l’assenso delle regioni interessate. Dopo quel voto l’Italia non sarà più la stessa.[3]
Verrà infatti ratificata ufficialmente l’ esistenza di cittadini di serie A (quelli delle regioni ricche) e cittadini di serie B ( tutti gli altri). Ai cittadini italiani non saranno più riconosciuti gli stessi diritti, ma questi cambieranno in base al luogo di nascita.
Secondo uno studio degli economisti Adriano Giannola presidente Svimez e Gaetano Stornaiuolo dell’Università di Napoli “Federico II”, «le Regioni che attueranno il federalismo differenziato vedranno incrementata nella situazione ex post la quota delle risorse erogata e gestita dalle loro Amministrazioni rispetto alle situazioni ex ante (+106 miliardi per la Lombardia, +41 miliardi per il Veneto e +43 miliardi per l’Emilia-Romagna), mentre si assisterà ad una diminuzione di pari importo delle risorse gestite direttamente dall’Amministrazione centrale».
“Ma la «secessione dei ricchi» si baserebbe, in realtà, su un equivoco consistente nel ritenere effettivamente esistente nelle pieghe del bilancio dello Stato un residuo fiscale a favore di alcune Regioni e, in particolare, della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia-Romagna. Il residuo fiscale, infatti, sarebbe nient’altro che la «differenza tra l’ammontare di risorse (sotto forma di imposte pagate dai cittadini) che lo Stato centrale riceve dai territori e l’entità della spesa pubblica che lo stesso eroga (sotto forma di servizi) a favore dei cittadini degli stessi territori». Sempre secondo Giannola e Stornaiuolo, da un punto di vista di contabilità pubblica, saremmo di fronte a un equivoco perché in uno Stato unitario non ci sono residui fiscali dal momento che il rapporto fiscale si svolge tra il cittadino e lo Stato e non con lo specifico territorio di residenza dei soggetti che pagano le imposte. Inoltre, anche ammettendo l’ipotesi dell’esistenza di un residuo fiscale, vi sarebbe un palese errore di calcolo in quanto non si terrebbe conto del fatto che una parte della differenza di quanto versato all’erario rispetto a quanto trasferito dallo Stato alle Regioni ritornerebbe sul territorio regionale in forma di pagamento degli interessi sui titoli del debito pubblico posseduti dai soggetti residenti in quelle regioni.
Insomma, prendendo in considerazione la distribuzione territoriale dei detentori dei titoli del debito pubblico statale e scomputando il pagamento dei relativi interessi, assisteremmo a un’enorme riduzione del presunto residuo fiscale delle Regioni interessate dal momento che una gran parte del debito pubblico è posseduto da soggetti residenti proprio in quelle Regioni. L’attuazione dell’art. 116 terzo comma, dunque, mentre, da un lato, determina lo spostamento di ingenti flussi finanziari dallo Stato alle Regioni, non tiene conto dei flussi di spesa che arrivano ai territori sotto forma di interessi sul debito pubblico statale.
In ultima analisi il rischio contenuto nell’attuazione del terzo comma dell’art. 116 non sarebbe soltanto quello politico di una possibile rottura dell’Unità nazionale, quanto quello, ben più concreto, di rendere non più sostenibile il debito pubblico statale a causa della riduzione dei flussi di cassa di livello statale come conseguenza del trasferimento di funzioni fondamentali, come la sanità e l’istruzione, alle Regioni.
In uno Stato unitario bisogna assicurare gli stessi servizi in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Sono i cittadini più ricchi che, pagando più tasse, finanziano i servizi per i cittadini più poveri su tutto il territorio nazionale. Le eventuali differenze andrebbero semplicemente corrette attraverso una riforma delle organizzazioni pubbliche o private che offrono tali servizi mettendole in condizioni di offrire gli stessi servizi su tutto il territorio nazionale. Una possibile via d’uscita per potrebbe essere quella di stabilire per legge i cosiddetti Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) e i cosiddetti Lea (Livelli essenziali di assistenza), [ad oggi dal 2001 guarda caso colpevolmente mai fissati ndr], e di fissarli nella media di quelli attualmente garantiti in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Ciò significa che l’eventuale residuo fiscale potrebbe effettivamente spettare alle Regioni interessate soltanto laddove i servizi siano effettivamente deficitari.
Facendo l’esempio della sanità, siccome i livelli dei servizi in quelle tre Regioni sono già più alti rispetto a quelli di tutte le altre a statuto ordinario, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna non avrebbero diritto a ulteriori trasferimenti rispetto alle altre Regioni perché, se così fosse, si andrebbe incontro alla lesione del diritto fondamentale alla salute. Lo Stato dovrebbe, cioè, impiegare i residui fiscali per portare i servizi nelle Regioni deficitarie ai livelli essenziali delle Regioni più efficienti e non per rafforzare quelli delle Regioni più ricche. Se ciò non fosse accettato dal Veneto, dalla Lombardia e dall’Emilia-Romagna, non resta che minacciare il trasferimento del debito pubblico italiano alle singole Regioni in proporzione alla ricchezza prodotta da ciascuna di esse e alla residenza territoriale dei possessori dei titoli al fine di scoraggiare coloro che oggi vorrebbero portare lo scontro politico fino alla rottura dell’Unità nazionale. [1]”
“Il presidente Svimez Giannola intervenendo sul Corriere del Mezzogiorno sulla “secessione dei ricchi” ha lanciato l’allarme sui risvolti negativi che si avranno soprattutto su sanità e istruzione al Sud. La concorrenza sleale tra i territori provocherà tensioni ed il rischio di un rifiuto dello Stato.
Così mentre il leghista Giorgetti annuncia la fine delle risorse per il Sud, Salvini cerca di gestire la sperequazione a vantaggio del Nord acquisendo, con una propaganda fuorviante, consensi proprio al Sud grazie all’aiuto del M5s alleato e sodale, ad un’abile strategia comunicativa e all’aiuto dei media.
“Il giornalista di Repubblica Marco Ruffolo, prevede infatti che «dopo il primo anno (ed entro i successivi cinque) i fabbisogni di spesa per le nuove competenze regionali vengano legati al gettito fiscale. E quindi saranno tanto più alti quanto più elevato è il gettito di quella regione. In altre parole, il principio che sta per passare è questo: se sei un cittadino abbiente e quindi paghi più tasse, hai diritto a più spesa pubblica. Da finanziare come? Non con un aumento fiscale a carico della Regione, ma con una maggiore “compartecipazione al gettito di uno o più tributi erariali”. Ossia si consente a quella Regione di ritagliarsi una fetta più grande della torta complessiva. A scapito quindi del resto del Paese». Ne consegue che si riconoscono ai cittadini più ricchi più diritti al welfare, inoltre queste spese aggiuntive (per le regioni più ricche) peseranno sul resto del Paese.
Per di più, tutto questo si verificherà, e qui sta l’inganno, senza che siano definiti i livelli essenziali delle prestazioni sociali (i Lep) da assicurare omogeneamente in tutta Italia, come prescrive la legge mai rispettata.
La secessione dei ricchi impatterà anche sulla scuola e sull’università. Il governo sembra infatti orientato ad accettare, sia pure gradualmente, la “regionalizzazione” della scuola, a cominciare dal personale, con contratti collettivi regionali, ai programmi scolastici e alle dotazioni. Altrettanto viene previsto per i “fondi statali all’università”. L’obiettivo non è tanto e non è solo quello di introdurre istanze regionalistiche nell’organizzazione e nella stessa didattica, ma soprattutto quello di aumentare lo stipendio dei propri insegnanti.
“Chi insegna in una scuola al centro di Milano o di Treviso – spiega l’economista Viesti – potrebbe essere pagato di più di chi lavora, con difficoltà molto maggiori, nelle periferie di Roma o di Napoli, in base al principio che i suoi studenti sono più ricchi”.
Ma il punto più importante è quello delle tasse. E del residuo fiscale, che rappresentava il punto di solidarietà insuperabile per le richieste degli autonomisti, che vivono in Regioni le cui tasse sono maggiori delle spese e quindi i loro soldi finiscono alle regioni dove invece le tasse sono inferiori alle spese. Loro ufficialmente chiedono solo di trasferire le competenze. Ma poi nelle trattative con il governo cercano di strappare, attraverso la nuova stima dei fabbisogni, una spesa maggiore da finanziare trattenendo tasse sul territorio.
Qualche giorno fa Il Messaggero raccontava in un articolo a firma di Francesco Pacifico che l’autonomia del Nord, così come è stata concepita finora, rischia di far perdere tra uno e due miliardi alle regioni del Sud. Basta guardare ai residui fiscali, cioè la differenza tra quanto si raccoglie di gettito e quanto si spende per i propri cittadini: Stando all’ultimo monitoraggio realizzato con i Conti pubblici territoriali, riferito al 2016, la Campania registra un saldo negativo di 12 miliardi di euro, la Calabria di 10,8 miliardi, la Puglia di 10 miliardi, la Sicilia – a Statuto speciale – di 5 miliardi, l’Abruzzo di 3,1 miliardi, la Basilicata di 2,2 miliardi e il Molise di 1,2 miliardi di euro. Per la cronaca, il residuo fiscale della sola Lombardia supera i 56 miliardi.
Se si applicasse l’ipotesi più spinta di autonomia le principali regionali del Sud perderebbero ognuna tra gli uno e i duemiliardi di euro per la sanità. Senza dimenticare che sotto il Liri Garigliano vive un terzo della popolazione nazionale, un terzo delle entrate è legato a “contributi sociali” e c’è un Pil procapite pari a poco meno della metà di quello del Nord.
E questo è l’altro lato della medaglia. Il CNR-Issirfa ha quantificato che con i nuovi poteri la spesa pubblica in Lombardia salirà di circa 5,2 miliardi di euro all’anno, di 2,9 miliardi in Veneto e di 2,6 miliardi in Emilia-Romagna. E siccome lo Stato fa fatica a indebitarsi, si avrà «una riduzione delle risorse a disposizione nelle altre Regioni». Il conto totale è presto fatto: la secessione dei ricchi costerà agli altri 20 miliardi di euro. [2]”
Lo smantellamento del SSN continuerà così nel segno dell’egoismo diffuso e del profitto di pochi, a danno di solidarietà ed equità ed in spregio all’art. 32 della Costituzione. Una decina di giorni fa si sono riunite tutte le federazioni degli ordini professionali della sanità per un totale di un milione e mezzo di operatori, per dire “no” al regionalismo differenziato, mentre, nello stesso giorno, a dire inspiegabilmente “sì”, spiazzando tutti, è stata proprio la ministra della Salute Giulia Grillo, in barba ai tanti voti presi nel Mezzogiorno dal M5S.
Il tutto mentre al Sud scende l’aspettativa di vita, come certifica l’ultimo rapporto Crea. La salute è un diritto universale che non dovrebbe generare disuguaglianze.
Dal 2009 la spesa pubblica generale continua a scendere. Curarsi è un lusso per oltre una famiglia su 20. L’impoverimento sanitario aumenta e riguarda oltre 400 mila famiglie. Al Sud va peggio, curarsi è un lusso per l’8% delle famiglie.
Da leggere al proposito le giuste dichiarazioni su Repubblica del 21 gennaio dell’ex Presidente dell’Emilia-Romagna Vasco Errani a proposito di autonomia differenziata, che evidentemente la pensa diversamente all’attuale Presidente Stefano Bonaccini: “l’autonomia differenziata non può diventare una rincorsa ad un neo- secessionismo mascherato che pregiudicherebbe l’unità nazionale e l’eguale trattamento di tutti cittadini. Per questo è indispensabile definire un quadro nazionale nel quale le risorse, le competenze e l’autonomia si possano esercitare assicurando i livelli dei servizi e dei diritti civili e sociali per tutti i cittadini. Sulle risorse va chiarito un punto essenziale: spesa storica, residuo fiscale, costi standard sono concetti che debbono fare sempre i conti in primo luogo con la storica disparità tra Nord e Sud dal punto di vista sia delle risorse disponibili sia della reale dotazione dei servizi a disposizione dei cittadini.”
Di parere ovviamente opposto il Presidente lombardo Fontana, con un linguaggio che ricorda tempi bui, in una intervista del 5 gennaio vuole che l’efficienza lombarda “infetti” il resto del Paese e, molto democraticamente, ritiene che chi non è d’accordo con lui sia un cialtrone. Infine avverte il M5s e Di Maio, che non a caso lo ha rassicurato in merito nei giorni scorsi, che senza accordo salta il governo.
Vedremo ora cosa accadrà il 15 febbraio nell’incontro fra i Presidenti “secessionisti” ed il Presidente del Consiglio Conte. In poche parole le Regioni del Nord si illudono di trasformarsi in tanti piccoli Stati. Questa arroganza non sfida solo la legge e la Costituzione, ma a lungo andare andrà anche contro i loro stessi interessi visto che l’80% dei prodotti del Nord viene venduto nelle altre Regioni dello stivale.
Domanda: cosa accadrà non appena l’opinione pubblica del Mezzogiorno, che già ribolle come un vulcano pronto ad esplodere, verrà finalmente a conoscenza (visto il mutismo assoluto delle televisioni in merito) della truffa ordita a loro danni e si inizieranno ad avvertire le conseguenze reali nei prossimi mesi del calo di risorse disponibili ? Sicuramente per iniziare ci sarà quantomeno un rifiuto all’acquisto di prodotti di queste tre Regioni. Sono cose già viste nella storia col finale già scritto, nulla di nuovo, ad iniziare dal Boston Tea Party, primo atto della rivoluzione americana del 1773, quando una compagine di giovani americani,travestiti da indiani Mohawk e si imbarcò a bordo delle navi inglesi ancorate nel porto di Boston e gettarono in mare le casse di tè trasportate. Non a caso il meridionalista Nicola Zitara, già direttore di Lotta Continua, profetizzò che “il riscatto del SUD passa per un camioncino della Galbani che viene buttato da un viadotto della Salerno - Reggio Calabria.”
Sembra che lo sguardo di una parte rilevante delle classi dirigenti politico-economiche del Nord (ben al di là del perimetro leghista) si sia decisamente accorciato. Posizione assai miope, sia consentito dirlo e che arruola anche il PD visto che la Vicepresidente dei Deputati PD Alessia Rotta sostiene con forza la secessione dei ricchi (dal Gazzettino). Non solo ma addirittura attacca Zaia, perché secondo lei non rivendicherebbe con sufficiente forza i 9/10 del gettito fiscale. Ovviamente togliendolo a tutti gli altri italiani. In altre parole sorpasso a destra: più leghista della Lega.
Pare che l’equità sia un concetto passato di moda. Se non si rilancia l’intero Paese, se non si fa “ripartire” il Sud, se non si investe in tutte le sue città e in tutti i suoi territori, le stesse aree più forti ne soffriranno. Tenderanno a ridiventare, come in un passato non così lontano, piccole economie satelliti di quella germanica; e non la parte più avanzata di un grande Paese.
E’giusto ricordare che senza investimenti pubblici il Sud già nell’attuale situazione si appresta a sprofondare. Considerando poi che con il cosiddetto “governo del cambiamento” nulla è in realtà cambiato per il Sud se non in peggio.
Nella manovra del “cambiamento “del fascio pentaleghista sono previsti infatti i seguenti segni meno per il Mezzogiorno: meno 1,65 miliardi di investimenti, meno 800 mln. del Fondo di Sviluppo e Coesione , meno 850 mln. del cofinanziamento dei Fondi Ue e meno 150 milioni di credito di imposta.
Il tutto in una situazione che a contraddire la propaganda leghista, vede il Sud già penalizzato enormemente dagli investimenti in opere pubbliche degli ultimi cinquat’anni rispetto al Nord (come da tabella Svimez, Ance, Banca d’Italia allegata).
La situazione nel Mezzogiorno è già esplosiva da anni, se consideriamo che il Sud è afflitto appunto da bassi livelli d’investimenti e scarsità di infrastrutture rispetto al nord, alta disoccupazione ( maggiore di tre volte rispetto al Nord), disoccupazione giovanile al record europeo in Calabria (58,7%), record europeo di Neet ( tre milioni e mezzo di giovani che non studiano più e non lavorano), povertà assoluta al 10% della popolazione più un 40% in povertà relativa, emigrazione verso il nord e l’estero a livelli record da dati OCSE, emergenze ambientali e sanitarie, evasione scolastica vicina al 20%, ben 6 punti sopra la media nazionale, il doppio di quella europea, un sistema universitario messo alle strette per effetto di criteri "folli" nella ripartizione dei fondi che premiano le Università del nord, i comuni prossimi al default grazie alle folli politiche del pareggio di bilancio, con conseguenti politiche socio-sanitarie quasi azzerate e trasporti locali ai minimi storici, un'aspettativa di vita più bassa di 5 anni rispetto alla media nazionale, natalità in forte calo causa emigrazione giovanile e si potrebbe ancora continuare a lungo ...
“I grandi meridionalisti (Salvemini, Gramsci, Fiore, Rossi-Doria, Nitti, etc.) non hanno mai coltivato lo sfascio della nazione. Al contrario, il testo della nostra Costituzione è visibilmente attraversato dal grande fiume del pensiero meridionalista, il quale ne costituì un substrato fecondo. Il miope tentativo di trattenere più risorse su una o più regioni che oggi sono più ricche è sconveniente per una serie di ragioni: in primis, perché lo sono anche grazie a risorse in passato investite dal governo nazionale su quei territori; poi, perché questo approccio confligge col concetto di interdipendenza economica e si corre il rischio di costruire un boomerang che danneggerà anche quei territori che oggi puntano a salvarsi sulla propria piccola scialuppa di salvataggio. È quantomeno bizzarro che coloro i quali lanciano slogan come “prima gli italiani” si trincerino in battaglie dal vago sapore secessionista nel nome di un localismo peraltro verosimilmente contrario allo spirito costituzionale.”[4]
E così lentamente muore lo spirito unitario e i “ricchi secessionisti” alzano sempre più la posta, non solo vogliono le tante competenze richieste, ma Zaia ora vuole gestire anche le autostrade, magari con un bel casello di pedaggio al confine ( Gazzettino del 23/12/18) e mentre in televisione nessuno ne parla, il Nord chiede, grazie al Decreto semplificazioni già approvato al Senato, anche la proprietà ed il controllo delle reti idriche sottraendole allo Stato. La posta in gioco è la riscossione di ricchi canoni di cui beneficeranno le regioni del Nord a scapito di quelle del Sud. Si stimano (lo scrive la relazione tecnica approvata dalla Ragioneria dello Stato) entrate totali per Regioni e Province di circa 300 milioni l’anno solo per la prima fase delle riassegnazioni — 9 miliardi nell’arco di 30 anni — senza contare 60 milioni di euro l’anno in elettricità gratis «da destinare per servizi pubblici e categorie di utenti dei territori interessati dalle concessioni».
Insomma, come si leggeva nei manifesti di una decina d’anni fa della Lega Nord — dove Umberto Bossi compariva agitando un pugno chiuso — «da oggi i soldi delle nostre dighe sono della nostra gente».
E così grazie al supporto fondamentale del M5s, che ha tradito il voto del Sud, la Lega si appresta a raggiungere il suo obiettivo storico: la secessione della “Padania”.
Il tutto mentre addirittura la ministra per il Mezzogiorno,senza portafoglio, Barbara Lezzi del M5s afferma in una intervista (Mattino di Padova del 23 gennaio) che “L’autonomia differenziata non è il nemico”.
In conclusione: chi ha di più dovrebbe pagare di più, a prescindere dal fatto che viva a Milano o a Reggio Calabria, e di conseguenza a prescindere dal luogo in cui risiede dovrebbe avere la stessa qualità di servizi pubblici. Ma visto che nè i Lep né il Fondo Perequativo, previsti entrambi dagli articoli 117 e 119 della Costituzione, sono stati mai realizzati, si è consentito in modo a dir poco miope che andasse avanti un regionalismo fortemente sbilanciato a favore delle zone ricche del paese.
Si aprirà così una nuova stagione di tagli ai servizi e di emigrazioni dalle regioni povere a quelle ricche, sostenute anche dal meccanismo della emigrazione forzata prevista dal recente decreto sul reddito di cittadinanza. E’ ovvio che questo processo non potrà che peggiorare le già fortissime disuguaglianze sociali che esistono nel paese.
Ai tagli ai servizi pubblici, alle privatizzazioni, alla mancanza di lavoro soprattutto per i giovani, alla precarizzazione dello stesso e al contenimento dei salari che hanno attraversato in questi anni tutto il paese, ispirati dalle politiche neoliberiste di Bruxelles, si aggiungerà come detonatore del malcontento di gran parte del paese” la secessione dei ricchi”, che non potrà che accrescere queste disparità, preparando così un periodo di tensioni e scontri sociali come mai prima d’ora nella storia repubblicana del nostro Paese.
E mentre sono in corso petizioni e proteste sostenute da meridionalisti, scrittori, giornalisti, solo pochi sindaci del Sud hanno preso posizione decisa in merito, così come la giunta regionale calabrese che pochi giorni fa ha votato all’unanimità un documento di diffida al governo nel procedere alla secessione dei ricchi.
Per il resto si ringraziano sentitamente i meridionali e gli italiani tutti che continuano ad essere complici di questo governo a trazione leghista malgrado l’evidenza dei fatti.
La storia vi giudicherà


Riferimenti:
[1] Regionalismo differenziato | Analisi dei rischi del regionalismo differenziato, di Sergio Marotta
[2] Next quotidianino – La secessione dei ricchi è servita, di Alessandro D’Amato
[3] La secessione dei ricchi, così la Lega vuol tagliare le risorse alle regioni più povere, di Maurizio Ricci su Notizie.Tiscali
[4] Auguri al Sud di Alessandro Cannavale su Basilicata 24
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Di Natale Cuccurese e Michele Dell'Edera 
[Pubblicato su Compagne e Compagni]

Grazie al M5s e ai suoi parlamentari, utili cavalli di Troia al servizio di Salvini, la Lega sta per raggiungere dopo decenni il suo obiettivo storico ai danni del Mezzogiorno: la secessione.
Il progetto vedrà la luce, nei suoi dettagli, il 15 febbraio, approderà, a marce e voti forzati in Parlamento dove, una volta approvato, non potrà essere modificato per 10 anni, senza l’assenso delle regioni interessate. C'è il rischio che l'Italia vada in frantumi a causa dell'autonomia differenziata: un processo decisivo per le sorti del Paese che si sta avviando in maniera caotica, localistica e sottotraccia, mentre i ministri parlano d'altro e la televisione ignora appositamente il tema. Parte così a fari spenti la secessione dei ricchi, appunto, dal momento che Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna da sole producono oltre il 50 per cento del Pil italiano.
Un federalismo iniquo, che divide l'Italia e penalizza il Sud, a partire da temi fondamentali: scuola, salute, welfare.
“Che le Regioni fossero troppo costose per il bilancio dello Stato italiano lo aveva già detto, in Assemblea costituente, Francesco Saverio Nitti che certo di conti pubblici se ne intendeva, essendo stato uno dei massimi studiosi di scienza delle finanze noto e apprezzato in tutta Europa. Dopo vari passaggi alla fine degli anni Novanta si stabilirono i nuovi criteri di riparto dei fondi per la sanità che furono riassunti nel decreto legislativo 56 del 2000. Tale importante decreto, pur mantenendo ferma l’idea di un servizio sanitario nazionale, portò ad una distribuzione differenziata – e sbilanciata a favore delle Regioni settentrionali – dei fondi per la sanità che costituivano, e costituiscono ancor oggi, la parte più cospicua dei bilanci regionali.
La riforma del Titolo V della Costituzione, con la legge costituzionale n. 3 del 2001, approvata in Parlamento con soli quattro voti di maggioranza nell’ultima decisiva votazione e sottoposta a un referendum popolare al quale partecipò poco più del 34 per cento degli aventi diritto, realizzò una nuova forma di regionalismo volta a trasferire alle Regioni poteri, funzioni e competenze paragonabili a quelle più proprie di Stati federali. In effetti, il nuovo Titolo V della Costituzione, elaborato da una maggioranza di centrosinistra nel tentativo di inseguire gli elettori della Lega, introdusse nell’ordinamento italiano alcuni principi di cosiddetto federalismo fiscale e ribaltò il principio stabilito dai Costituenti secondo cui le competenze non espressamente attribuite ad altro ente dovessero rimanere in capo allo Stato nel suo esatto contrario: ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato doveva spettare alle Regioni e non più allo Stato.
In particolare, mentre l’art. 117 introdusse i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, che dovevano essere uguali per tutti i cittadini, l’art. 119 cancellava ogni riferimento al Mezzogiorno, introduceva la formula secondo cui gli enti locali compartecipano al gettito dei tributi erariali «riferibile al loro territorio» e istituiva, nel contempo, un fondo di perequazione per i territori con minore capacità fiscale. Insomma si cercava di salvare l’unità dello Stato affermando che, in teoria, i servizi devono essere uguali per tutti, ma si riconosceva che in alcune regioni virtuose – solo perché economicamente più forti – i servizi pubblici potevano essere anche migliori rispetto a quelli previsti dai semplici livelli essenziali.
Che queste diverse prescrizioni normative non potessero stare insieme, perché creavano un’artificiale sperequazione tra Regioni più ricche e Regioni più povere, era stato subito chiaro alla maggioranza delle forze politiche presenti in Parlamento. Così il Titolo V era stato oggetto di riscritture e correzioni tanto da parte del centrodestra che del centrosinistra; mentre la Corte costituzionale, con una giurisprudenza quasi ventennale, ha contribuito a districare e chiarire le evidenti contraddizioni presenti nel testo del 2001. Infine si è passati dalle velleità di riscrittura o di semplice correzione del Titolo V da parte del Parlamento nazionale, alla richiesta di alcune Regioni di passare all’effettiva attuazione di quanto contenuto nel testo della riforma del 2001.
Ciò è stato reso possibile dal nuovo art. 114 che, ponendo sullo stesso piano Stato, Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane, ha aperto la strada a forme di legislazione ‘contrattata’. Le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, dopo il fallimento del referendum costituzionale del 2016, hanno preso l’iniziativa per realizzare «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» secondo il dettato del terzo comma dell’art. 116 della Costituzione, introdotto dal centrosinistra con la riforma del 2001.
Si tratta di procedure inedite e complesse, mai applicate prima, interpretate in modo diverso dalle tre Regioni che le hanno finora utilizzate: la Lombardia e il Veneto hanno basato le proprie richieste su appositi referendum regionali svoltisi il 22 ottobre del 2017 (in Lombardia hanno partecipato al voto solo il 36% degli aventi diritto ndr); mentre la giunta regionale dell’Emilia Romagna, ha ritenuto di poter procedere con la sola approvazione della richiesta di ulteriore autonomia da parte del Consiglio regionale. Il 28 febbraio del 2018 il governo Gentiloni ha approvato tre accordi preliminari con il Veneto, la Lombardia e l’Emilia-Romagna.[1]”
Da allora e grazie alla nascita del governo pentaleghista, la secessione dei ricchi ha preso un rapido avvio a tappe forzate, favorita dal fatto che tutti gli attori in scena sono leghisti. Gli ultimi incontri Governo-Regioni per la messa a punto del progetto di nuove autonomie regionali sono stati di fatto vertici operativi della Lega, suscitando infatti nei giorni scorsi la protesta del Presidente dell’Emilia-Romagna per il mancato invito: “presenti Salvini, il suo braccio destro nei corridoi del governo, Giorgetti, i governatori leghisti di Veneto e Lombardia, Zaia e Fontana, il ministro per gli Affari Regionali Erika Stefani (leghista). Su un tema che – proclama ad alta voce una petizione firmata da 15 mila fra giuristi, economisti, esperti – riguarda tutti gli italiani, ma che la Lega ha praticamente sequestrato, recintando accuratamente ogni possibilità di dibattito e di discussione. E che intende portare fino in fondo, sulla punta del ricatto di una crisi di governo, a tempi serratissimi. Il progetto vedrà la luce, nei suoi dettagli, il 15 febbraio, approderà, a marce e voti forzati in Parlamento dove, una volta approvato, non potrà essere modificato per 10 anni, senza l’assenso delle regioni interessate. Dopo quel voto l’Italia non sarà più la stessa.[3]
Verrà infatti ratificata ufficialmente l’ esistenza di cittadini di serie A (quelli delle regioni ricche) e cittadini di serie B ( tutti gli altri). Ai cittadini italiani non saranno più riconosciuti gli stessi diritti, ma questi cambieranno in base al luogo di nascita.
Secondo uno studio degli economisti Adriano Giannola presidente Svimez e Gaetano Stornaiuolo dell’Università di Napoli “Federico II”, «le Regioni che attueranno il federalismo differenziato vedranno incrementata nella situazione ex post la quota delle risorse erogata e gestita dalle loro Amministrazioni rispetto alle situazioni ex ante (+106 miliardi per la Lombardia, +41 miliardi per il Veneto e +43 miliardi per l’Emilia-Romagna), mentre si assisterà ad una diminuzione di pari importo delle risorse gestite direttamente dall’Amministrazione centrale».
“Ma la «secessione dei ricchi» si baserebbe, in realtà, su un equivoco consistente nel ritenere effettivamente esistente nelle pieghe del bilancio dello Stato un residuo fiscale a favore di alcune Regioni e, in particolare, della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia-Romagna. Il residuo fiscale, infatti, sarebbe nient’altro che la «differenza tra l’ammontare di risorse (sotto forma di imposte pagate dai cittadini) che lo Stato centrale riceve dai territori e l’entità della spesa pubblica che lo stesso eroga (sotto forma di servizi) a favore dei cittadini degli stessi territori». Sempre secondo Giannola e Stornaiuolo, da un punto di vista di contabilità pubblica, saremmo di fronte a un equivoco perché in uno Stato unitario non ci sono residui fiscali dal momento che il rapporto fiscale si svolge tra il cittadino e lo Stato e non con lo specifico territorio di residenza dei soggetti che pagano le imposte. Inoltre, anche ammettendo l’ipotesi dell’esistenza di un residuo fiscale, vi sarebbe un palese errore di calcolo in quanto non si terrebbe conto del fatto che una parte della differenza di quanto versato all’erario rispetto a quanto trasferito dallo Stato alle Regioni ritornerebbe sul territorio regionale in forma di pagamento degli interessi sui titoli del debito pubblico posseduti dai soggetti residenti in quelle regioni.
Insomma, prendendo in considerazione la distribuzione territoriale dei detentori dei titoli del debito pubblico statale e scomputando il pagamento dei relativi interessi, assisteremmo a un’enorme riduzione del presunto residuo fiscale delle Regioni interessate dal momento che una gran parte del debito pubblico è posseduto da soggetti residenti proprio in quelle Regioni. L’attuazione dell’art. 116 terzo comma, dunque, mentre, da un lato, determina lo spostamento di ingenti flussi finanziari dallo Stato alle Regioni, non tiene conto dei flussi di spesa che arrivano ai territori sotto forma di interessi sul debito pubblico statale.
In ultima analisi il rischio contenuto nell’attuazione del terzo comma dell’art. 116 non sarebbe soltanto quello politico di una possibile rottura dell’Unità nazionale, quanto quello, ben più concreto, di rendere non più sostenibile il debito pubblico statale a causa della riduzione dei flussi di cassa di livello statale come conseguenza del trasferimento di funzioni fondamentali, come la sanità e l’istruzione, alle Regioni.
In uno Stato unitario bisogna assicurare gli stessi servizi in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Sono i cittadini più ricchi che, pagando più tasse, finanziano i servizi per i cittadini più poveri su tutto il territorio nazionale. Le eventuali differenze andrebbero semplicemente corrette attraverso una riforma delle organizzazioni pubbliche o private che offrono tali servizi mettendole in condizioni di offrire gli stessi servizi su tutto il territorio nazionale. Una possibile via d’uscita per potrebbe essere quella di stabilire per legge i cosiddetti Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) e i cosiddetti Lea (Livelli essenziali di assistenza), [ad oggi dal 2001 guarda caso colpevolmente mai fissati ndr], e di fissarli nella media di quelli attualmente garantiti in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Ciò significa che l’eventuale residuo fiscale potrebbe effettivamente spettare alle Regioni interessate soltanto laddove i servizi siano effettivamente deficitari.
Facendo l’esempio della sanità, siccome i livelli dei servizi in quelle tre Regioni sono già più alti rispetto a quelli di tutte le altre a statuto ordinario, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna non avrebbero diritto a ulteriori trasferimenti rispetto alle altre Regioni perché, se così fosse, si andrebbe incontro alla lesione del diritto fondamentale alla salute. Lo Stato dovrebbe, cioè, impiegare i residui fiscali per portare i servizi nelle Regioni deficitarie ai livelli essenziali delle Regioni più efficienti e non per rafforzare quelli delle Regioni più ricche. Se ciò non fosse accettato dal Veneto, dalla Lombardia e dall’Emilia-Romagna, non resta che minacciare il trasferimento del debito pubblico italiano alle singole Regioni in proporzione alla ricchezza prodotta da ciascuna di esse e alla residenza territoriale dei possessori dei titoli al fine di scoraggiare coloro che oggi vorrebbero portare lo scontro politico fino alla rottura dell’Unità nazionale. [1]”
“Il presidente Svimez Giannola intervenendo sul Corriere del Mezzogiorno sulla “secessione dei ricchi” ha lanciato l’allarme sui risvolti negativi che si avranno soprattutto su sanità e istruzione al Sud. La concorrenza sleale tra i territori provocherà tensioni ed il rischio di un rifiuto dello Stato.
Così mentre il leghista Giorgetti annuncia la fine delle risorse per il Sud, Salvini cerca di gestire la sperequazione a vantaggio del Nord acquisendo, con una propaganda fuorviante, consensi proprio al Sud grazie all’aiuto del M5s alleato e sodale, ad un’abile strategia comunicativa e all’aiuto dei media.
“Il giornalista di Repubblica Marco Ruffolo, prevede infatti che «dopo il primo anno (ed entro i successivi cinque) i fabbisogni di spesa per le nuove competenze regionali vengano legati al gettito fiscale. E quindi saranno tanto più alti quanto più elevato è il gettito di quella regione. In altre parole, il principio che sta per passare è questo: se sei un cittadino abbiente e quindi paghi più tasse, hai diritto a più spesa pubblica. Da finanziare come? Non con un aumento fiscale a carico della Regione, ma con una maggiore “compartecipazione al gettito di uno o più tributi erariali”. Ossia si consente a quella Regione di ritagliarsi una fetta più grande della torta complessiva. A scapito quindi del resto del Paese». Ne consegue che si riconoscono ai cittadini più ricchi più diritti al welfare, inoltre queste spese aggiuntive (per le regioni più ricche) peseranno sul resto del Paese.
Per di più, tutto questo si verificherà, e qui sta l’inganno, senza che siano definiti i livelli essenziali delle prestazioni sociali (i Lep) da assicurare omogeneamente in tutta Italia, come prescrive la legge mai rispettata.
La secessione dei ricchi impatterà anche sulla scuola e sull’università. Il governo sembra infatti orientato ad accettare, sia pure gradualmente, la “regionalizzazione” della scuola, a cominciare dal personale, con contratti collettivi regionali, ai programmi scolastici e alle dotazioni. Altrettanto viene previsto per i “fondi statali all’università”. L’obiettivo non è tanto e non è solo quello di introdurre istanze regionalistiche nell’organizzazione e nella stessa didattica, ma soprattutto quello di aumentare lo stipendio dei propri insegnanti.
“Chi insegna in una scuola al centro di Milano o di Treviso – spiega l’economista Viesti – potrebbe essere pagato di più di chi lavora, con difficoltà molto maggiori, nelle periferie di Roma o di Napoli, in base al principio che i suoi studenti sono più ricchi”.
Ma il punto più importante è quello delle tasse. E del residuo fiscale, che rappresentava il punto di solidarietà insuperabile per le richieste degli autonomisti, che vivono in Regioni le cui tasse sono maggiori delle spese e quindi i loro soldi finiscono alle regioni dove invece le tasse sono inferiori alle spese. Loro ufficialmente chiedono solo di trasferire le competenze. Ma poi nelle trattative con il governo cercano di strappare, attraverso la nuova stima dei fabbisogni, una spesa maggiore da finanziare trattenendo tasse sul territorio.
Qualche giorno fa Il Messaggero raccontava in un articolo a firma di Francesco Pacifico che l’autonomia del Nord, così come è stata concepita finora, rischia di far perdere tra uno e due miliardi alle regioni del Sud. Basta guardare ai residui fiscali, cioè la differenza tra quanto si raccoglie di gettito e quanto si spende per i propri cittadini: Stando all’ultimo monitoraggio realizzato con i Conti pubblici territoriali, riferito al 2016, la Campania registra un saldo negativo di 12 miliardi di euro, la Calabria di 10,8 miliardi, la Puglia di 10 miliardi, la Sicilia – a Statuto speciale – di 5 miliardi, l’Abruzzo di 3,1 miliardi, la Basilicata di 2,2 miliardi e il Molise di 1,2 miliardi di euro. Per la cronaca, il residuo fiscale della sola Lombardia supera i 56 miliardi.
Se si applicasse l’ipotesi più spinta di autonomia le principali regionali del Sud perderebbero ognuna tra gli uno e i duemiliardi di euro per la sanità. Senza dimenticare che sotto il Liri Garigliano vive un terzo della popolazione nazionale, un terzo delle entrate è legato a “contributi sociali” e c’è un Pil procapite pari a poco meno della metà di quello del Nord.
E questo è l’altro lato della medaglia. Il CNR-Issirfa ha quantificato che con i nuovi poteri la spesa pubblica in Lombardia salirà di circa 5,2 miliardi di euro all’anno, di 2,9 miliardi in Veneto e di 2,6 miliardi in Emilia-Romagna. E siccome lo Stato fa fatica a indebitarsi, si avrà «una riduzione delle risorse a disposizione nelle altre Regioni». Il conto totale è presto fatto: la secessione dei ricchi costerà agli altri 20 miliardi di euro. [2]”
Lo smantellamento del SSN continuerà così nel segno dell’egoismo diffuso e del profitto di pochi, a danno di solidarietà ed equità ed in spregio all’art. 32 della Costituzione. Una decina di giorni fa si sono riunite tutte le federazioni degli ordini professionali della sanità per un totale di un milione e mezzo di operatori, per dire “no” al regionalismo differenziato, mentre, nello stesso giorno, a dire inspiegabilmente “sì”, spiazzando tutti, è stata proprio la ministra della Salute Giulia Grillo, in barba ai tanti voti presi nel Mezzogiorno dal M5S.
Il tutto mentre al Sud scende l’aspettativa di vita, come certifica l’ultimo rapporto Crea. La salute è un diritto universale che non dovrebbe generare disuguaglianze.
Dal 2009 la spesa pubblica generale continua a scendere. Curarsi è un lusso per oltre una famiglia su 20. L’impoverimento sanitario aumenta e riguarda oltre 400 mila famiglie. Al Sud va peggio, curarsi è un lusso per l’8% delle famiglie.
Da leggere al proposito le giuste dichiarazioni su Repubblica del 21 gennaio dell’ex Presidente dell’Emilia-Romagna Vasco Errani a proposito di autonomia differenziata, che evidentemente la pensa diversamente all’attuale Presidente Stefano Bonaccini: “l’autonomia differenziata non può diventare una rincorsa ad un neo- secessionismo mascherato che pregiudicherebbe l’unità nazionale e l’eguale trattamento di tutti cittadini. Per questo è indispensabile definire un quadro nazionale nel quale le risorse, le competenze e l’autonomia si possano esercitare assicurando i livelli dei servizi e dei diritti civili e sociali per tutti i cittadini. Sulle risorse va chiarito un punto essenziale: spesa storica, residuo fiscale, costi standard sono concetti che debbono fare sempre i conti in primo luogo con la storica disparità tra Nord e Sud dal punto di vista sia delle risorse disponibili sia della reale dotazione dei servizi a disposizione dei cittadini.”
Di parere ovviamente opposto il Presidente lombardo Fontana, con un linguaggio che ricorda tempi bui, in una intervista del 5 gennaio vuole che l’efficienza lombarda “infetti” il resto del Paese e, molto democraticamente, ritiene che chi non è d’accordo con lui sia un cialtrone. Infine avverte il M5s e Di Maio, che non a caso lo ha rassicurato in merito nei giorni scorsi, che senza accordo salta il governo.
Vedremo ora cosa accadrà il 15 febbraio nell’incontro fra i Presidenti “secessionisti” ed il Presidente del Consiglio Conte. In poche parole le Regioni del Nord si illudono di trasformarsi in tanti piccoli Stati. Questa arroganza non sfida solo la legge e la Costituzione, ma a lungo andare andrà anche contro i loro stessi interessi visto che l’80% dei prodotti del Nord viene venduto nelle altre Regioni dello stivale.
Domanda: cosa accadrà non appena l’opinione pubblica del Mezzogiorno, che già ribolle come un vulcano pronto ad esplodere, verrà finalmente a conoscenza (visto il mutismo assoluto delle televisioni in merito) della truffa ordita a loro danni e si inizieranno ad avvertire le conseguenze reali nei prossimi mesi del calo di risorse disponibili ? Sicuramente per iniziare ci sarà quantomeno un rifiuto all’acquisto di prodotti di queste tre Regioni. Sono cose già viste nella storia col finale già scritto, nulla di nuovo, ad iniziare dal Boston Tea Party, primo atto della rivoluzione americana del 1773, quando una compagine di giovani americani,travestiti da indiani Mohawk e si imbarcò a bordo delle navi inglesi ancorate nel porto di Boston e gettarono in mare le casse di tè trasportate. Non a caso il meridionalista Nicola Zitara, già direttore di Lotta Continua, profetizzò che “il riscatto del SUD passa per un camioncino della Galbani che viene buttato da un viadotto della Salerno - Reggio Calabria.”
Sembra che lo sguardo di una parte rilevante delle classi dirigenti politico-economiche del Nord (ben al di là del perimetro leghista) si sia decisamente accorciato. Posizione assai miope, sia consentito dirlo e che arruola anche il PD visto che la Vicepresidente dei Deputati PD Alessia Rotta sostiene con forza la secessione dei ricchi (dal Gazzettino). Non solo ma addirittura attacca Zaia, perché secondo lei non rivendicherebbe con sufficiente forza i 9/10 del gettito fiscale. Ovviamente togliendolo a tutti gli altri italiani. In altre parole sorpasso a destra: più leghista della Lega.
Pare che l’equità sia un concetto passato di moda. Se non si rilancia l’intero Paese, se non si fa “ripartire” il Sud, se non si investe in tutte le sue città e in tutti i suoi territori, le stesse aree più forti ne soffriranno. Tenderanno a ridiventare, come in un passato non così lontano, piccole economie satelliti di quella germanica; e non la parte più avanzata di un grande Paese.
E’giusto ricordare che senza investimenti pubblici il Sud già nell’attuale situazione si appresta a sprofondare. Considerando poi che con il cosiddetto “governo del cambiamento” nulla è in realtà cambiato per il Sud se non in peggio.
Nella manovra del “cambiamento “del fascio pentaleghista sono previsti infatti i seguenti segni meno per il Mezzogiorno: meno 1,65 miliardi di investimenti, meno 800 mln. del Fondo di Sviluppo e Coesione , meno 850 mln. del cofinanziamento dei Fondi Ue e meno 150 milioni di credito di imposta.
Il tutto in una situazione che a contraddire la propaganda leghista, vede il Sud già penalizzato enormemente dagli investimenti in opere pubbliche degli ultimi cinquat’anni rispetto al Nord (come da tabella Svimez, Ance, Banca d’Italia allegata).
La situazione nel Mezzogiorno è già esplosiva da anni, se consideriamo che il Sud è afflitto appunto da bassi livelli d’investimenti e scarsità di infrastrutture rispetto al nord, alta disoccupazione ( maggiore di tre volte rispetto al Nord), disoccupazione giovanile al record europeo in Calabria (58,7%), record europeo di Neet ( tre milioni e mezzo di giovani che non studiano più e non lavorano), povertà assoluta al 10% della popolazione più un 40% in povertà relativa, emigrazione verso il nord e l’estero a livelli record da dati OCSE, emergenze ambientali e sanitarie, evasione scolastica vicina al 20%, ben 6 punti sopra la media nazionale, il doppio di quella europea, un sistema universitario messo alle strette per effetto di criteri "folli" nella ripartizione dei fondi che premiano le Università del nord, i comuni prossimi al default grazie alle folli politiche del pareggio di bilancio, con conseguenti politiche socio-sanitarie quasi azzerate e trasporti locali ai minimi storici, un'aspettativa di vita più bassa di 5 anni rispetto alla media nazionale, natalità in forte calo causa emigrazione giovanile e si potrebbe ancora continuare a lungo ...
“I grandi meridionalisti (Salvemini, Gramsci, Fiore, Rossi-Doria, Nitti, etc.) non hanno mai coltivato lo sfascio della nazione. Al contrario, il testo della nostra Costituzione è visibilmente attraversato dal grande fiume del pensiero meridionalista, il quale ne costituì un substrato fecondo. Il miope tentativo di trattenere più risorse su una o più regioni che oggi sono più ricche è sconveniente per una serie di ragioni: in primis, perché lo sono anche grazie a risorse in passato investite dal governo nazionale su quei territori; poi, perché questo approccio confligge col concetto di interdipendenza economica e si corre il rischio di costruire un boomerang che danneggerà anche quei territori che oggi puntano a salvarsi sulla propria piccola scialuppa di salvataggio. È quantomeno bizzarro che coloro i quali lanciano slogan come “prima gli italiani” si trincerino in battaglie dal vago sapore secessionista nel nome di un localismo peraltro verosimilmente contrario allo spirito costituzionale.”[4]
E così lentamente muore lo spirito unitario e i “ricchi secessionisti” alzano sempre più la posta, non solo vogliono le tante competenze richieste, ma Zaia ora vuole gestire anche le autostrade, magari con un bel casello di pedaggio al confine ( Gazzettino del 23/12/18) e mentre in televisione nessuno ne parla, il Nord chiede, grazie al Decreto semplificazioni già approvato al Senato, anche la proprietà ed il controllo delle reti idriche sottraendole allo Stato. La posta in gioco è la riscossione di ricchi canoni di cui beneficeranno le regioni del Nord a scapito di quelle del Sud. Si stimano (lo scrive la relazione tecnica approvata dalla Ragioneria dello Stato) entrate totali per Regioni e Province di circa 300 milioni l’anno solo per la prima fase delle riassegnazioni — 9 miliardi nell’arco di 30 anni — senza contare 60 milioni di euro l’anno in elettricità gratis «da destinare per servizi pubblici e categorie di utenti dei territori interessati dalle concessioni».
Insomma, come si leggeva nei manifesti di una decina d’anni fa della Lega Nord — dove Umberto Bossi compariva agitando un pugno chiuso — «da oggi i soldi delle nostre dighe sono della nostra gente».
E così grazie al supporto fondamentale del M5s, che ha tradito il voto del Sud, la Lega si appresta a raggiungere il suo obiettivo storico: la secessione della “Padania”.
Il tutto mentre addirittura la ministra per il Mezzogiorno,senza portafoglio, Barbara Lezzi del M5s afferma in una intervista (Mattino di Padova del 23 gennaio) che “L’autonomia differenziata non è il nemico”.
In conclusione: chi ha di più dovrebbe pagare di più, a prescindere dal fatto che viva a Milano o a Reggio Calabria, e di conseguenza a prescindere dal luogo in cui risiede dovrebbe avere la stessa qualità di servizi pubblici. Ma visto che nè i Lep né il Fondo Perequativo, previsti entrambi dagli articoli 117 e 119 della Costituzione, sono stati mai realizzati, si è consentito in modo a dir poco miope che andasse avanti un regionalismo fortemente sbilanciato a favore delle zone ricche del paese.
Si aprirà così una nuova stagione di tagli ai servizi e di emigrazioni dalle regioni povere a quelle ricche, sostenute anche dal meccanismo della emigrazione forzata prevista dal recente decreto sul reddito di cittadinanza. E’ ovvio che questo processo non potrà che peggiorare le già fortissime disuguaglianze sociali che esistono nel paese.
Ai tagli ai servizi pubblici, alle privatizzazioni, alla mancanza di lavoro soprattutto per i giovani, alla precarizzazione dello stesso e al contenimento dei salari che hanno attraversato in questi anni tutto il paese, ispirati dalle politiche neoliberiste di Bruxelles, si aggiungerà come detonatore del malcontento di gran parte del paese” la secessione dei ricchi”, che non potrà che accrescere queste disparità, preparando così un periodo di tensioni e scontri sociali come mai prima d’ora nella storia repubblicana del nostro Paese.
E mentre sono in corso petizioni e proteste sostenute da meridionalisti, scrittori, giornalisti, solo pochi sindaci del Sud hanno preso posizione decisa in merito, così come la giunta regionale calabrese che pochi giorni fa ha votato all’unanimità un documento di diffida al governo nel procedere alla secessione dei ricchi.
Per il resto si ringraziano sentitamente i meridionali e gli italiani tutti che continuano ad essere complici di questo governo a trazione leghista malgrado l’evidenza dei fatti.
La storia vi giudicherà


Riferimenti:
[1] Regionalismo differenziato | Analisi dei rischi del regionalismo differenziato, di Sergio Marotta
[2] Next quotidianino – La secessione dei ricchi è servita, di Alessandro D’Amato
[3] La secessione dei ricchi, così la Lega vuol tagliare le risorse alle regioni più povere, di Maurizio Ricci su Notizie.Tiscali
[4] Auguri al Sud di Alessandro Cannavale su Basilicata 24

martedì 22 agosto 2017

Referendum leghista sull'autonomia, una pistola puntata contro il Sud!


Di Natale Cuccurese

Lombardia e Veneto celebreranno il 22 ottobre prossimo due referendum consultivi per chiedere maggiore autonomia regionale. Li hanno indetti a braccetto due presidenti di Regione leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia, con il sostegno di tutto il centrodestra, ma anche il voto decisivo del Movimento 5 Stelle, che sostiene l’iniziativa anche in un recentissimo post di Grillo. L'idea è quella di sfruttare l'articolo 116 della Costituzione per spingere il Governo a trattare la cessione di maggiori materie di competenza alle due Regioni.

Nell’ultimo periodo anche parecchi sindaci lombardi del PD si sono aggiunti ai sostenitori dell’iniziativa, così come negli ultimi giorni il Presidente dell’Emilia-Romagna Bonaccini , escludendo però il passaggio referendario.

Interessante rimarcare come prima in Veneto, poi in Lombardia si è saldata un'alleanza necessaria con il M5s per far passare i due provvedimenti nei rispettivi Consigli regionali, dov'era necessaria una maggioranza dei due terzi.
I leghisti hanno tenuto i quesiti nel cassetto fino a un tempo per loro propizio. L'anno pre-elettorale del 2017. Una farsa, secondo alcuni dirigenti Dem, come il citato Bonaccini, che si sono invece poi ritrovati a rincorrere Maroni e Zaia una volta annunciata la data della consultazione per il 22 ottobre, anche perché essere contro la richiesta di maggior autonomia fiscale, che è nel Dna di molti cittadini ed imprenditori, potrebbe far pagare al Pd un prezzo alto in vista delle prossime elezioni politiche, forse ancora più alto di quello delle ultime Comunali.
Un piano ben strutturato e di lungo periodo quello leghista , che parte da lontano con il “frutto avvelenato” della riforma del titolo V della Costituzione nel 2001.

Nella forma, i due quesiti referendari sono però formulati in maniera diversa.
Essenziale, quello del Veneto: "Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?".
Più circostanziato, il quesito che gli elettori lombardi troveranno sulla loro scheda elettronica: "Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?".

E se il testo del referendum veneto si limita al virgolettato sopra riportato, quello lombardo, pur ripetendo la stessa identica frase, la inserisce in un contesto che rende il testo più cauto ed elaborato ma in fin dei conti ancor meno chiaro. Insomma, autonomisti nei proclami ma prudenti nella forma, forse per paura di risvegliare l’elettorato di sinistra (o la Corte costituzionale).

Il quesito mescola due questioni, come recentemente analizzato dall’economista Gianfranco Viesti sulla rivista “Il Mulino”. La prima è l’attribuzione di ulteriori forme di autonomia alle regioni. All’articolo 116 della Costituzione si prevede che con legge dello Stato possano essere attribuite alle regioni a statuto ordinario «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia», rispetto alla vasta lista delle materie a legislazione concorrente (terzo comma dell’articolo 117), e all’organizzazione della giustizia di pace, alle norme generali sull’istruzione e alla tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.
D’altra parte l’articolo 116 prevede già che le regioni possano prendere l’iniziativa per richiedere maggiori dosi di autonomia, sentiti gli enti locali, senza alcun bisogno di referendum e dei relativi costi ( dai 20 ai 50 Milioni di € secondo alcune stime). Strada questa che sembra voglia percorrere il Presidente Bonaccini per l’Emilia-Romagna .
L’iniziativa non precisa le materie sui cui si vuole maggiore autonomia, non nasce dall’individuazione di specifici temi su cui si ritiene sarebbe più opportuna una competenza regionale, ma il vero obiettivo sono le risorse finanziarie che si vogliono trattenere, detto che se si volesse trattenerle tutte si dovrebbe chiaramente parlare di secessione.
La maggiore autonomia, infatti, è “a beneficio esclusivo del grande popolo lombardo che si vedrebbe così sgravato, grazie all’autonomia fiscale, di ampie porzioni di fiscalità regionale e godrebbe di uno spettro maggiore di servizi e di un’assistenza rafforzata”. Ma non finisce qui: perché il presidente della Regione Lombardia Maroni è impegnato a convocare un tavolo, dopo lo svolgimento del referendum, composto da tutte quelle regioni che vantano un credito annuale nei confronti dello Stato centrale, per costituire un “Fronte del residuo fiscale”, “applicando il sacrosanto principio, ormai non più trascurabile, che le risorse rimangano nei territori che le hanno generate”.

Se vinceranno i Sì, (come probabile, chi mai non vorrebbe più autonomia fiscale in Italia?!) alle due Regioni non saranno attribuite di diritto maggiori forme di autonomia. La trattativa che potrebbe seguire i due referendum, come detto, sarebbe già possibile ora proprio sulla base dell'articolo 116 della Costituzione: è quello che inizialmente il centrosinistra aveva ricordato a Maroni e Zaia, i quali però hanno sostenuto di non essere mai stati ascoltati dai Governi in carica ( evidentemente compresi quelli del centrodestra che li hanno visti anche ministri).

La norma infatti stabilisce che la singola Regione interessata, sentiti gli enti locali, può chiedere di avere maggiori materie di competenza fra quelle elencate nel successivo articolo 117 in materia di organizzazione della giustizia di pace, ambiente, istruzione, oltre che fra quelle attualmente concorrenti con lo Stato, per un totale di 26 materie, come per esempio il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario.

Una volta firmata, l'intesa fra Stato e Regione deve essere ratificata con una legge, che per essere approvata deve ottenere il voto della maggioranza assoluta dei componenti (non bastano i presenti) delle due Camere. Un iter non scontato e lungo.

Il punto da cui nasce la necessità per i leghisti dell’iniziativa è in quel piccolo inciso all’interno del quesito: «con le relative risorse».

Il vero obiettivo è quindi ottenere maggiori risorse pubbliche rispetto alla situazione attuale e alle Regioni “non virtuose” ed il referendum serve solo come arma di pressione sul Parlamento, nel caso questa richiesta fosse sostenuta da un forte mandato popolare (necessario un dato superiore almeno ai 5 milioni di cittadini nella sola Lombardia, a detta dei promotori). Così come avvenne in UK nel caso della Brexit. 

Si dice: per trattenere sul suolo regionale una maggiore quota delle tasse pagate dai cittadini.
Ma le regole della tassazione e dell’allocazione della spesa nel nostro paese sono stabilite dai grandi principi costituzionali: ad esempio, la progressività della tassazione e l’istruzione obbligatoria e gratuita. Il «residuo fiscale» è semplicemente l’esito, in Italia come in tutti gli altri paesi civili, dell’applicazione delle norme costituzionali in presenza di differenze territoriali nei redditi, utile quindi per il principio di solidarietà redistributiva.

Il tentativo del referendum, dietro le richieste di maggiore autonomia, è quindi semplicemente quello di ottenere dallo Stato l’allocazione, in via preventiva, di maggiori risorse, ovviamente sottraendole a tutti gli altri cittadini italiani. È una evidente scelta politica che si colloca nella tradizione egoistica leghista. Tratteniamo per noi più soldi, gli altri, in primis i meridionali, prima spremuti e poi fatti passare, grazie anche alla compiacenza dei media, per spreconi, si arrangino.

Una deriva assai pericolosa, con una destra rampante, troppo spesso appiattita sui diktat leghisti, che dopo le elezioni politiche potrebbe trovarsi al governo del Paese e da lì sostenere l’iniziativa con degli effetti del tutto imprevedibili, visto che mira a scardinare gli assetti costituzionali su cui è basato il nostro Paese e a imporre l’egoismo territoriale dei più ricchi.

In altre parole le Regioni “povere”, dovranno arrangiarsi con quel poco che passerà il convento romano (a cui sempre bisognerà obbligatoriamente rivolgersi dato il residuo negativo) e cioè ancora meno di oggi visto che verranno a mancare risorse, mentre le Regioni “ricche" potranno mantenere poteri, trattenere risorse e gestirsi autonomamente.

Utile rimarcare come le Regioni del Sud non solo siano state messe in condizioni di squilibrio anche grazie alle politiche nazionali che da sempre privilegiano il Nord, ma siano in difficoltà a raggiungere l’utile anche per motivi tecnici.
Basta ricordare ad esempio il caso emblematico dello spostamento della sede legale di Alenia, qualche anno fa, dalla Campania alla Lombardia. Spostare una sede legale comporta significative conseguenze fiscali, a cominciare dall’Iva, che è tassa pagata dal consumatore finale direttamente allo Stato ma che successivamente viene girata per circa il 40% – 45% del suo valore alla Regione del produttore.
E'un caso fra i tanti che seguono le acquisizioni di aziende del Sud da parte di imprenditori con sede legale a Nord, per non parlare poi di chi produce ed inquina nel Mezzogiorno per arricchire Regioni del Nord, come visto sopra, grazie anche al solito ricatto occupazionale "o salute o lavoro" (Ilva, Basilicata...).

Inoltre il Sud, terra di consumatori è penalizzato verso il nord, terra di produttori. Basta guardare le statistiche per vedere che nel solo 2008, nel confronto tra la Lombardia e la Campania, i produttori residenti in Lombardia hanno venduto beni in Campania che hanno sommato un’IVA di circa 20-25 miliardi di euro. Al contrario i produttori residenti in Campania hanno venduto in Lombardia beni che hanno sommato un’IVA di circa 2 miliardi di euro. La differenze tra queste due cifre è andata allo Stato centrale e successivamente è stata trasferita per il 40-45% alla Regione di residenza dei produttori. Come a dire: nel 2008 i campani hanno finanziato in contanti e per circa 10-12 miliardi di euro la regione Lombardia. E questo è solo un anno fra tanti, riferito ad una sola Regione del Sud, la Campania...

In altre parole si vedrà sancita una differenziazione di opportunità fra territori nella stessa nazione, alla faccia della proclamata uguaglianza costituzionale che, seppur da sempre solo sulla carta, al momento ci permette ancora di rivendicare legittimamente uguali diritti e uguali servizi.

E’ un piano che parte da lontano e che si interseca perfettamente in decenni di politiche pubbliche che hanno incremento uno scarto nel Paese fra Sud e Centro-Nord, come nel caso della disparità di investimenti spesa in opere pubbliche (come da tabella SVIMEZ) che si acuisce a partire dai primi anni novanta, cioè dalle prime affermazioni elettorali della lega nord, riducendosi sempre più fino ad arrivare agli attuali minimi storici. Al nord invece l'intervento è rimasto inalterato o è aumentato.


Scarto di investimenti che ora forse permetterà appunto di concorrere a  togliere legalmente diritti ad alcuni per dare privilegi ad altri. A questi mancati investimenti statali al Sud si sono poi ultimamente sommate le politiche di austerità europea, che non a caso hanno impoverito tutti i Mezzogiorno d’Europa (come da tabella Eurostat in allegato e come argomentato nel corso della conferenza stampa alla Camera del 27 Luglio scorso insieme a Pippo Civati). 




A questo quadro desolante si aggiunga che il governo sottrae da anni al Sud una notevole quota dei fondi di coesione, destinandoli poi al nord, fondi destinati originariamente alla costruzione di infrastrutture nel Sud.

Occorrerebbe a questo punto, come da Rapporto SVIMEZ 2010, la creazione di una Macroregione Sud raggiungendo fra le Regioni del Sud tutte le intese necessarie, ai sensi dell'articolo 117, ottavo comma, della Costituzione, per l'esercizio unitario, anche attraverso l'istituzione di organi comuni, delle funzioni di propria competenza. Seguita dal centralizzare la gestione dei Fondi, ritornando ad un piano del Mezzogiorno e ad una Agenzia destinata a dirigere e a gestire progetti strategici: acque, rifiuti, difesa del suolo, infrastrutture strategiche ecc. 
In Calabria è in preparazione un referendum in tal senso, proposto dallo stesso centrodestra, anche in funzione evidente di non perdere consensi al Sud, ma a questo punto è una proposta giocata solo in difesa e tutta da definirsi nei tempi (comunque giudicata impossibile dall' On Gianluca Pini della Lega Nord, in una intervista sul QN Nazionale del 22 Agosto in riferimento all'ottenimento dell'autonomia basandosi sull'applicazione dei relativi articoli della Costituzione). D’altra parte la proposta della Macroregione, proprio basata sulla proposta Svimez era, in tempi non sospetti e giocando in attacco (anticipando cioè la propaganda leghista), fra i punti di programma che il Partito del Sud ha concretamente proposto a Michele Emiliano in occasione delle ultime elezioni regionali pugliesi 2015 e che Emiliano ha accettato inserendoli nel suo programma di governo regionale. Dettoapplicare il riparto che ovviamente serve, come visto, un accordo fra tutte le Regioni e detto che una collaborazione fra diverse Regioni del Sud si è andato a concretizzare pochi mesi dopo l'elezione, soprattutto in occasione del  referendum di aprile 2016 contro le trivelle.

In definitiva il Sud può uscire da questa stagione referendaria leghista con le ossa rotte, non solo definitivamente indicato al pubblico ludibrio, soprattutto dai media, quale cicala responsabile del proprio stato, ma soprattutto definitivamente marginalizzato, per non dire segregato.

Da rimarcare che inefficienze di sistema, politici e politiche inefficienti al Sud ci sono e sono da combattere, non si afferma il contrario, ma ci sono in egual misura anche al Centro-Nord, dove tanti scandali finanziari e non solo si susseguono da decenni. Ad esempio quello recentissimo delle banche, le cui conseguenze e i cui costi sono però ripartiti anche sui contribuenti del Sud, mentre per il Banco di Napoli a suo tempo si agì in modo differente, o meglio consegnando, per problematiche molto inferiori, l’ultima grande Banca del Sud nelle mani del San Paolo di Torino. In poche parole nessuna preclusione verso l'idea di autonomia, anzi ben venga per tutti, ma partendo da pari opportunità.Oggi invece "il gioco" a cui ci vogliono far partecipare è truccato alla radice e va combattuto. C'è chi in questi ultimi decenni ha goduto di tutte le opportunità, pagate da tutti, ed ora si vuole sfilare col "bottino". Per prevenire ogni forma di egoismo territoriale, basterebbe semplicemente applicare il riparto del versamento dell’IVA in base alla sede territoriale della singola unità produttiva in cui la vendita è stata effettuata e non più in base alla sede legale dell’azienda produttrice, anche vincolando tutti i soldi così ottenuti in spesa in opere pubbliche per il Mezzogiorno tramite il governo nazionale. Nei fatti invece il ventennio leghista si concluderebbe così con un “delitto perfetto” contro il Sud.

Inutile sottolineare cosa questo comporterebbe per il nostro futuro, con il Sud che già attualmente vede la metà della popolazione in povertà relativa e con una disoccupazione oltre il 30% (quella giovanile oltre il 50%) si possono facilmente prevedere scenari catastrofici, anche per la stessa tenuta democratica del Paese, se non ci si opporrà subito nelle opportune sedi a questa pericolosa deriva.
Un referendum consultivo contro il quale è opportuno esprimersi in modo chiaro, anche sotto forma di invito all’astensione, da parte di chi ha a cuore le sorti del Sud e da parte di tutta la sinistra, visto che mira anche nei fatti a formalizzare la creazione di cittadini con opportunità e servizi di serie A e di serie B, il che è semplicemente inaccettabile!




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Di Natale Cuccurese

Lombardia e Veneto celebreranno il 22 ottobre prossimo due referendum consultivi per chiedere maggiore autonomia regionale. Li hanno indetti a braccetto due presidenti di Regione leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia, con il sostegno di tutto il centrodestra, ma anche il voto decisivo del Movimento 5 Stelle, che sostiene l’iniziativa anche in un recentissimo post di Grillo. L'idea è quella di sfruttare l'articolo 116 della Costituzione per spingere il Governo a trattare la cessione di maggiori materie di competenza alle due Regioni.

Nell’ultimo periodo anche parecchi sindaci lombardi del PD si sono aggiunti ai sostenitori dell’iniziativa, così come negli ultimi giorni il Presidente dell’Emilia-Romagna Bonaccini , escludendo però il passaggio referendario.

Interessante rimarcare come prima in Veneto, poi in Lombardia si è saldata un'alleanza necessaria con il M5s per far passare i due provvedimenti nei rispettivi Consigli regionali, dov'era necessaria una maggioranza dei due terzi.
I leghisti hanno tenuto i quesiti nel cassetto fino a un tempo per loro propizio. L'anno pre-elettorale del 2017. Una farsa, secondo alcuni dirigenti Dem, come il citato Bonaccini, che si sono invece poi ritrovati a rincorrere Maroni e Zaia una volta annunciata la data della consultazione per il 22 ottobre, anche perché essere contro la richiesta di maggior autonomia fiscale, che è nel Dna di molti cittadini ed imprenditori, potrebbe far pagare al Pd un prezzo alto in vista delle prossime elezioni politiche, forse ancora più alto di quello delle ultime Comunali.
Un piano ben strutturato e di lungo periodo quello leghista , che parte da lontano con il “frutto avvelenato” della riforma del titolo V della Costituzione nel 2001.

Nella forma, i due quesiti referendari sono però formulati in maniera diversa.
Essenziale, quello del Veneto: "Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?".
Più circostanziato, il quesito che gli elettori lombardi troveranno sulla loro scheda elettronica: "Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?".

E se il testo del referendum veneto si limita al virgolettato sopra riportato, quello lombardo, pur ripetendo la stessa identica frase, la inserisce in un contesto che rende il testo più cauto ed elaborato ma in fin dei conti ancor meno chiaro. Insomma, autonomisti nei proclami ma prudenti nella forma, forse per paura di risvegliare l’elettorato di sinistra (o la Corte costituzionale).

Il quesito mescola due questioni, come recentemente analizzato dall’economista Gianfranco Viesti sulla rivista “Il Mulino”. La prima è l’attribuzione di ulteriori forme di autonomia alle regioni. All’articolo 116 della Costituzione si prevede che con legge dello Stato possano essere attribuite alle regioni a statuto ordinario «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia», rispetto alla vasta lista delle materie a legislazione concorrente (terzo comma dell’articolo 117), e all’organizzazione della giustizia di pace, alle norme generali sull’istruzione e alla tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.
D’altra parte l’articolo 116 prevede già che le regioni possano prendere l’iniziativa per richiedere maggiori dosi di autonomia, sentiti gli enti locali, senza alcun bisogno di referendum e dei relativi costi ( dai 20 ai 50 Milioni di € secondo alcune stime). Strada questa che sembra voglia percorrere il Presidente Bonaccini per l’Emilia-Romagna .
L’iniziativa non precisa le materie sui cui si vuole maggiore autonomia, non nasce dall’individuazione di specifici temi su cui si ritiene sarebbe più opportuna una competenza regionale, ma il vero obiettivo sono le risorse finanziarie che si vogliono trattenere, detto che se si volesse trattenerle tutte si dovrebbe chiaramente parlare di secessione.
La maggiore autonomia, infatti, è “a beneficio esclusivo del grande popolo lombardo che si vedrebbe così sgravato, grazie all’autonomia fiscale, di ampie porzioni di fiscalità regionale e godrebbe di uno spettro maggiore di servizi e di un’assistenza rafforzata”. Ma non finisce qui: perché il presidente della Regione Lombardia Maroni è impegnato a convocare un tavolo, dopo lo svolgimento del referendum, composto da tutte quelle regioni che vantano un credito annuale nei confronti dello Stato centrale, per costituire un “Fronte del residuo fiscale”, “applicando il sacrosanto principio, ormai non più trascurabile, che le risorse rimangano nei territori che le hanno generate”.

Se vinceranno i Sì, (come probabile, chi mai non vorrebbe più autonomia fiscale in Italia?!) alle due Regioni non saranno attribuite di diritto maggiori forme di autonomia. La trattativa che potrebbe seguire i due referendum, come detto, sarebbe già possibile ora proprio sulla base dell'articolo 116 della Costituzione: è quello che inizialmente il centrosinistra aveva ricordato a Maroni e Zaia, i quali però hanno sostenuto di non essere mai stati ascoltati dai Governi in carica ( evidentemente compresi quelli del centrodestra che li hanno visti anche ministri).

La norma infatti stabilisce che la singola Regione interessata, sentiti gli enti locali, può chiedere di avere maggiori materie di competenza fra quelle elencate nel successivo articolo 117 in materia di organizzazione della giustizia di pace, ambiente, istruzione, oltre che fra quelle attualmente concorrenti con lo Stato, per un totale di 26 materie, come per esempio il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario.

Una volta firmata, l'intesa fra Stato e Regione deve essere ratificata con una legge, che per essere approvata deve ottenere il voto della maggioranza assoluta dei componenti (non bastano i presenti) delle due Camere. Un iter non scontato e lungo.

Il punto da cui nasce la necessità per i leghisti dell’iniziativa è in quel piccolo inciso all’interno del quesito: «con le relative risorse».

Il vero obiettivo è quindi ottenere maggiori risorse pubbliche rispetto alla situazione attuale e alle Regioni “non virtuose” ed il referendum serve solo come arma di pressione sul Parlamento, nel caso questa richiesta fosse sostenuta da un forte mandato popolare (necessario un dato superiore almeno ai 5 milioni di cittadini nella sola Lombardia, a detta dei promotori). Così come avvenne in UK nel caso della Brexit. 

Si dice: per trattenere sul suolo regionale una maggiore quota delle tasse pagate dai cittadini.
Ma le regole della tassazione e dell’allocazione della spesa nel nostro paese sono stabilite dai grandi principi costituzionali: ad esempio, la progressività della tassazione e l’istruzione obbligatoria e gratuita. Il «residuo fiscale» è semplicemente l’esito, in Italia come in tutti gli altri paesi civili, dell’applicazione delle norme costituzionali in presenza di differenze territoriali nei redditi, utile quindi per il principio di solidarietà redistributiva.

Il tentativo del referendum, dietro le richieste di maggiore autonomia, è quindi semplicemente quello di ottenere dallo Stato l’allocazione, in via preventiva, di maggiori risorse, ovviamente sottraendole a tutti gli altri cittadini italiani. È una evidente scelta politica che si colloca nella tradizione egoistica leghista. Tratteniamo per noi più soldi, gli altri, in primis i meridionali, prima spremuti e poi fatti passare, grazie anche alla compiacenza dei media, per spreconi, si arrangino.

Una deriva assai pericolosa, con una destra rampante, troppo spesso appiattita sui diktat leghisti, che dopo le elezioni politiche potrebbe trovarsi al governo del Paese e da lì sostenere l’iniziativa con degli effetti del tutto imprevedibili, visto che mira a scardinare gli assetti costituzionali su cui è basato il nostro Paese e a imporre l’egoismo territoriale dei più ricchi.

In altre parole le Regioni “povere”, dovranno arrangiarsi con quel poco che passerà il convento romano (a cui sempre bisognerà obbligatoriamente rivolgersi dato il residuo negativo) e cioè ancora meno di oggi visto che verranno a mancare risorse, mentre le Regioni “ricche" potranno mantenere poteri, trattenere risorse e gestirsi autonomamente.

Utile rimarcare come le Regioni del Sud non solo siano state messe in condizioni di squilibrio anche grazie alle politiche nazionali che da sempre privilegiano il Nord, ma siano in difficoltà a raggiungere l’utile anche per motivi tecnici.
Basta ricordare ad esempio il caso emblematico dello spostamento della sede legale di Alenia, qualche anno fa, dalla Campania alla Lombardia. Spostare una sede legale comporta significative conseguenze fiscali, a cominciare dall’Iva, che è tassa pagata dal consumatore finale direttamente allo Stato ma che successivamente viene girata per circa il 40% – 45% del suo valore alla Regione del produttore.
E'un caso fra i tanti che seguono le acquisizioni di aziende del Sud da parte di imprenditori con sede legale a Nord, per non parlare poi di chi produce ed inquina nel Mezzogiorno per arricchire Regioni del Nord, come visto sopra, grazie anche al solito ricatto occupazionale "o salute o lavoro" (Ilva, Basilicata...).

Inoltre il Sud, terra di consumatori è penalizzato verso il nord, terra di produttori. Basta guardare le statistiche per vedere che nel solo 2008, nel confronto tra la Lombardia e la Campania, i produttori residenti in Lombardia hanno venduto beni in Campania che hanno sommato un’IVA di circa 20-25 miliardi di euro. Al contrario i produttori residenti in Campania hanno venduto in Lombardia beni che hanno sommato un’IVA di circa 2 miliardi di euro. La differenze tra queste due cifre è andata allo Stato centrale e successivamente è stata trasferita per il 40-45% alla Regione di residenza dei produttori. Come a dire: nel 2008 i campani hanno finanziato in contanti e per circa 10-12 miliardi di euro la regione Lombardia. E questo è solo un anno fra tanti, riferito ad una sola Regione del Sud, la Campania...

In altre parole si vedrà sancita una differenziazione di opportunità fra territori nella stessa nazione, alla faccia della proclamata uguaglianza costituzionale che, seppur da sempre solo sulla carta, al momento ci permette ancora di rivendicare legittimamente uguali diritti e uguali servizi.

E’ un piano che parte da lontano e che si interseca perfettamente in decenni di politiche pubbliche che hanno incremento uno scarto nel Paese fra Sud e Centro-Nord, come nel caso della disparità di investimenti spesa in opere pubbliche (come da tabella SVIMEZ) che si acuisce a partire dai primi anni novanta, cioè dalle prime affermazioni elettorali della lega nord, riducendosi sempre più fino ad arrivare agli attuali minimi storici. Al nord invece l'intervento è rimasto inalterato o è aumentato.


Scarto di investimenti che ora forse permetterà appunto di concorrere a  togliere legalmente diritti ad alcuni per dare privilegi ad altri. A questi mancati investimenti statali al Sud si sono poi ultimamente sommate le politiche di austerità europea, che non a caso hanno impoverito tutti i Mezzogiorno d’Europa (come da tabella Eurostat in allegato e come argomentato nel corso della conferenza stampa alla Camera del 27 Luglio scorso insieme a Pippo Civati). 




A questo quadro desolante si aggiunga che il governo sottrae da anni al Sud una notevole quota dei fondi di coesione, destinandoli poi al nord, fondi destinati originariamente alla costruzione di infrastrutture nel Sud.

Occorrerebbe a questo punto, come da Rapporto SVIMEZ 2010, la creazione di una Macroregione Sud raggiungendo fra le Regioni del Sud tutte le intese necessarie, ai sensi dell'articolo 117, ottavo comma, della Costituzione, per l'esercizio unitario, anche attraverso l'istituzione di organi comuni, delle funzioni di propria competenza. Seguita dal centralizzare la gestione dei Fondi, ritornando ad un piano del Mezzogiorno e ad una Agenzia destinata a dirigere e a gestire progetti strategici: acque, rifiuti, difesa del suolo, infrastrutture strategiche ecc. 
In Calabria è in preparazione un referendum in tal senso, proposto dallo stesso centrodestra, anche in funzione evidente di non perdere consensi al Sud, ma a questo punto è una proposta giocata solo in difesa e tutta da definirsi nei tempi (comunque giudicata impossibile dall' On Gianluca Pini della Lega Nord, in una intervista sul QN Nazionale del 22 Agosto in riferimento all'ottenimento dell'autonomia basandosi sull'applicazione dei relativi articoli della Costituzione). D’altra parte la proposta della Macroregione, proprio basata sulla proposta Svimez era, in tempi non sospetti e giocando in attacco (anticipando cioè la propaganda leghista), fra i punti di programma che il Partito del Sud ha concretamente proposto a Michele Emiliano in occasione delle ultime elezioni regionali pugliesi 2015 e che Emiliano ha accettato inserendoli nel suo programma di governo regionale. Dettoapplicare il riparto che ovviamente serve, come visto, un accordo fra tutte le Regioni e detto che una collaborazione fra diverse Regioni del Sud si è andato a concretizzare pochi mesi dopo l'elezione, soprattutto in occasione del  referendum di aprile 2016 contro le trivelle.

In definitiva il Sud può uscire da questa stagione referendaria leghista con le ossa rotte, non solo definitivamente indicato al pubblico ludibrio, soprattutto dai media, quale cicala responsabile del proprio stato, ma soprattutto definitivamente marginalizzato, per non dire segregato.

Da rimarcare che inefficienze di sistema, politici e politiche inefficienti al Sud ci sono e sono da combattere, non si afferma il contrario, ma ci sono in egual misura anche al Centro-Nord, dove tanti scandali finanziari e non solo si susseguono da decenni. Ad esempio quello recentissimo delle banche, le cui conseguenze e i cui costi sono però ripartiti anche sui contribuenti del Sud, mentre per il Banco di Napoli a suo tempo si agì in modo differente, o meglio consegnando, per problematiche molto inferiori, l’ultima grande Banca del Sud nelle mani del San Paolo di Torino. In poche parole nessuna preclusione verso l'idea di autonomia, anzi ben venga per tutti, ma partendo da pari opportunità.Oggi invece "il gioco" a cui ci vogliono far partecipare è truccato alla radice e va combattuto. C'è chi in questi ultimi decenni ha goduto di tutte le opportunità, pagate da tutti, ed ora si vuole sfilare col "bottino". Per prevenire ogni forma di egoismo territoriale, basterebbe semplicemente applicare il riparto del versamento dell’IVA in base alla sede territoriale della singola unità produttiva in cui la vendita è stata effettuata e non più in base alla sede legale dell’azienda produttrice, anche vincolando tutti i soldi così ottenuti in spesa in opere pubbliche per il Mezzogiorno tramite il governo nazionale. Nei fatti invece il ventennio leghista si concluderebbe così con un “delitto perfetto” contro il Sud.

Inutile sottolineare cosa questo comporterebbe per il nostro futuro, con il Sud che già attualmente vede la metà della popolazione in povertà relativa e con una disoccupazione oltre il 30% (quella giovanile oltre il 50%) si possono facilmente prevedere scenari catastrofici, anche per la stessa tenuta democratica del Paese, se non ci si opporrà subito nelle opportune sedi a questa pericolosa deriva.
Un referendum consultivo contro il quale è opportuno esprimersi in modo chiaro, anche sotto forma di invito all’astensione, da parte di chi ha a cuore le sorti del Sud e da parte di tutta la sinistra, visto che mira anche nei fatti a formalizzare la creazione di cittadini con opportunità e servizi di serie A e di serie B, il che è semplicemente inaccettabile!




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giovedì 19 maggio 2016

Report/video Dibattito "Meridionalismo storico...e visione progressista" all'Agorà di demA

Intervento d'apertura di Andrea Balìa -Vice Presidente Nazionale



Intervento del Presidente Onorario Antonio Ciano



il contributo di Emiddio de Franciscis di Casanova - Resp.le Reg.le Campania



Intervento/spiegazione del nostro simbolo di Bruno Pappalardo - Resp-le Prov.le Napoli



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Intervento d'apertura di Andrea Balìa -Vice Presidente Nazionale



Intervento del Presidente Onorario Antonio Ciano



il contributo di Emiddio de Franciscis di Casanova - Resp.le Reg.le Campania



Intervento/spiegazione del nostro simbolo di Bruno Pappalardo - Resp-le Prov.le Napoli



venerdì 28 novembre 2014

I soldi della Sicilia ai siciliani. Pronta per l'Ars la legge voto. Il Partito del Sud nel coordinamento per la presentazione della proposta di legge-voto sulla sovranità fiscale della Sicilia. Una iniziativa importante e seria per voltare pagina e dare fiato alle speranze dei siciliani.


I soldi della Sicilia ai siciliani
Pronta per l'Ars la legge voto

POLITICA – L'intervista al professor Massimo Costa sulla proposta legislativa che sarà presentata ufficialmente nella sede del Parlamento dell'Isola e che prevede di attribuire alla nostra regione tutte le entrate tributarie che maturano nel suo territorio: «Con questa legge attuata in pochi anni potremmo ritrovarci con il 20 per cento di pressione fiscale in meno e con il potere d’acquisto di stipendiati e pensionati aumentato del 50 per cento»
Fonte: MeridioneNews Palermo
Attribuire alla Sicilia tutte le entrate tributarie che maturano nel suo territorio, acque territoriali incluse per allentare l’oppressione fiscale che stritola la nostra regione. E' questo l'obiettivo del disegno di legge voto che diverse associazioni e movimenti siciliani (vedi in calce l’elenco) hanno messo a punto nei giorni scorsi sul tema del’attuazione dello Statuto siciliano in materia finanziaria, che prevede, tra le altre cose, un referendum. Il disegno di legge verrà presentato all'Ars, dove non mancano deputati pronti a farsene carico. Del suo contenuto abbiamo parlato con il suo estensore, il professorMassimo Costa,  docente di Economia aziendale all'università di Palermo e tra i principali esperti dei capitoli finanziari dello Statuto siciliano. 
Professor Costa, da cosa nasce questa iniziativa?
«Si tratta di un percorso che è iniziato da alcuni mesi per superare la condizione di impasse in cui versa la Sicilia. Un impasse politico e istituzionale, ma soprattutto economico e sociale che sta assumendo i contorni drammatici di una vera e propria catastrofe. Noi siamo convinti che, al di là di specifiche responsabilità politiche, il mancato rispetto della nostra Costituzione regionale, lo Statuto, gridi vendetta in questo momento. Non possiamo continuare a farci derubare di svariati miliardi l’anno e poi accendere in continuazione mutui con lo Stato (evasore) per coprire questi buchi. È una situazione insostenibile. Oggi la Sicilia si comporta nei confronti dello Stato italiano come quell’amministratore di condominio che, di fronte alla necessità di pagare i debiti a fronte di un condomino che non paga mai, andasse proprio dal condomino moroso a farsi prestare a interesse ciò che questi dovrebbe versare, magari anche con gli interessi di mora. Ecco: lo Stato italiano è il condomino moroso, che dovrebbe pagare anche i danni, e il quale invece addirittura ci presta a usura quanto ci è dovuto per diritto».
Ma da cosa dipende la mancata attuazione dello Statuto? 
«Innanzitutto da un blocco delle competenze legislative della Regione che ha origine nella giurisprudenza abrogativa della Corte Costituzionale. La Corte Costituzionale, che per Costituzione (sembra un gioco di parole ma non lo è) non è competente a giudicare della costituzionalità delle leggi siciliane, pur di difendere il principio con il quale ha abolito (o crede di aver abolito) la competenza naturale dell’Alta Corte, è arrivata ultimamente ad abrogare interi pezzi dello Statuto. In queste condizioni qualunque iniziativa della Regione sarebbe “castrata” a Roma, dove sarebbe dichiarata incompetente. Le uniche vie d’uscita (non “insurrezionali”, ovviamente scherzo) sono quindi i “decreti attuativi”, ma questi chiedono tempo e volontà politica oggi assenti, ovvero le “leggi dello Stato”, immediatamente efficaci, da consolidare poi con i decreti attuativi, ma pur sempre efficaci. Ecco, noi non consideriamo affatto chiusa la questione dell’Alta Corte, ma, nel frattempo, per dare respiro alla Sicilia, ci potremmo prendere ciò che ci spetta con una semplice legge dello Stato, da approvare all’Ars come legge-voto».
E in cosa consiste questa legge che avete proposto? 
«Consiste semplicemente nell’attribuzione alla Sicilia di tutte le entrate tributarie che maturano nel suo territorio, acque territoriali incluse, e nella possibilità di manovrarle liberamente per allentare l’oppressione fiscale che oggi contribuisce a strangolare la nostra Terra. Consiste nella possibilità di creare una “zona economica speciale”, in termini fiscali e doganali, all’interno dell’Unione Europea, sfruttando la condizione di insularità che è riconosciuta nei trattati europei. Consiste infine nella possibilità di emettere “certificati di credito fiscale”, privi di interessi, con funzioni sostanzialmente monetarie. In una parola l’indipendenza economica, se non ancora quella politica. In questo modo sarebbe più facile realizzare infrastrutture produttive, favorire l’insediamento imprenditoriale, e quindi l’occupazione, difendere il made in Sicily, spezzare la spirale della povertà e dell’austerità. In pratica fare una vera e propria inversione di marcia».
Tradotto in soldoni, che significa?
«Con questa legge attuata in pochi anni potremmo ritrovarci con il 20 per cento di pressione fiscale in meno e con il potere d’acquisto di stipendiati e pensionati aumentato del 50 per cento. Visto che l’alternativa è la morte, mi pare che si debba per lo meno tentare.Ovviamente, a fronte di questo, ci faremmo carico anche di tutte le spese pubbliche, decidendo noi se e quanti servizi sanitari o scolastici dare ai nostri cittadini, prima che questi vengano del tutto azzerati dallo Stato italiano».
E perché mai questa legge dovrebbe essere approvata? Se non ci hanno mai concesso in 70 anni quanto ci spetta?
«Primo, perché è costituzionale. Non c’è niente di più costituzionale che il rispetto dello Statuto. Poi, perché noi andiamo a Roma a dire che “La Sicilia non vuole più niente!”. Come si fa a dire di no a chi non vuole essere mantenuto? E poi, e questo fa parte essenziale della strategia, perché la legge andrà corredata da un referendum consultivo da parte dei Siciliani e da quante più mozioni possibili da parte dei Comuni. Sarà un grande referendum sulla Sovranità fiscale della Sicilia.. Ne nascerà un dibattito che ci cambierà tutti, anche culturalmente. Se i tre livelli della politica siciliana si esprimeranno in tal senso, Roma dovrà infine cedere».
Questo referendum rappresenta allora una rinuncia ad aspirazioni indipendentiste, visto che ci si muove all’interno della legalità italiana ed europea?
«Questo referendum consente ai Siciliani di riappropriarsi di quella dignità minima con la quale poi potranno decidere cosa fare del loro futuro. Noi non stiamo rinunciando proprio a niente né smuovendo niente rispetto alla situazione attuale. Semplicemente altre strade, volendo restare nella legalità costituzionale attuale, sembrano precluse mentre questa non lo è. Non si negano in linea di principio strappi “più arditi”; ma questi, in ogni caso, andrebbero adeguatamente preparati. Oggi la Sicilia è stremata. Dobbiamo dare intanto il pane ai Siciliani, il lavoro o almeno un reddito alle famiglie che non ne hanno più uno. Poi penseremo a tutto il resto».
Il disegno di legge sarà presentato come iniziativa popolare?
«No. Questa è la volontà che è emersa dalla riunione operativa del 9 novembre. E in effetti me ne sono convinto anch’io. A parte ogni considerazione pratica sulle difficoltà tecniche, si è posto il problema della necessità che in ultimo siano sempre le forze presenti in Ars a dover votare il provvedimento. A questo punto lo presentiamo pubblicamente in Ars, lo indirizziamo al presidente dell’Assemblea, e poi le forze politiche, se vogliono, possono presentarlo e votarlo. Noi spingeremo a farlo. Ma, se non vogliono, non sarebbero certo “costretti” a farlo se il disegno di legge fosse di iniziativa popolare. L’unico vantaggio potrebbe essere quello del deposito in “automatico”, non certo quello della sua approvazione. Ma già alcuni deputati hanno manifestato interesse, quindi questo passaggio si rivela non utile. Se poi non lo votano sappiamo con chi prendercela e sappiamo cosa chiedere alle prossime elezioni».
Mi dica la verità, questo coordinamento di movimenti prelude alla nascita di un nuovo soggetto politico?
«No, perché alcuni di questi già sono un soggetto politico e non tutti sarebbero “fondibili” l’uno con l’altro, anche perché i soggetti e le forze che l’appoggerebbero in ARS farebbero un passo indietro se pensassero che dietro c’è un concorrente potenziale e a noi non interessa invece che il risultato finale. Ma soprattutto perché non ci interessa far naufragare una iniziativa così importante usandola come sgabello per ambizioni personali o piccoli progetti politici. Non posso certo dire di essere del tutto soddisfatto dell’attuale rappresentanza politica dei Siciliani. C’è – è vero – una domanda politica che non trova la corrispondente offerta, tanto è vero che più della metà degli elettori ormai sta stabilmente a casa. Ma queste aggregazioni devono trovare un altro tavolo dove costituirsi. Questa legge, e il referendum su di essa, può essere votata da chi vota SEL o Fratelli d’Italia. È una cosa fatta nel solo interesse della Sicilia».
La consideri pure una provocazione se vuole. siete sicuri di essere nel vento della storia? C’è chi dice che ormai lo Statuto è acqua passata…
«Sono solo quattro vecchietti nostalgici della prima repubblica, e/o intellettuali e burocrati di regime compromessi e interessati, che non hanno capito niente di dove va il mondo. Oggi, proprio mentre le élite mondiali vogliono distruggere i popoli e le tradizioni, dappertutto è una riscoperta delle proprie origini. Perché la Sicilia dovrebbe essere da meno? Si leggono cose sui giornali che sino a pochi anni fa sarebbe stato solo pazzia il pensarle. A Napoli, ad esempio,l’altro giorno l’erede dei Borbone è stato accolto per strada con acclamazioni come per un vero re (e ve lo dice uno che, quando parla di storia, non è mai stato “tenero” con i Borbone). In tutta Europa, dove più dove meno, il sovranismo dilaga; lo stesso che sbrigativamente il regime liquida come “populismo”. Un recentissimo sondaggio della Demos attribuisce al 44 % dei Siciliani la voglia di indipendenza. Folklore? Mah! Secondo me il vento della Storia è proprio questo».
Qui sotto l’elenco delle associazioni e dei movimenti che ad oggi hanno sottoscritto il disegno di legge e l’iniziativa referendaria costituendosi in coordinamento (questo invece il link per leggere il disegno di legge)
L’Altra Sicilia
Comitato Autodeterminazione Sicilia-Stato
Fronte Nazionale Siciliano – Sezione “Archimede” di Bagheria
Movimento Onda Lunga
Movimento per l’Indipendenza della Sicilia
Noi Mediterranei Sicilia
Noi Siciliani Liberi
Partito del Sud
Partito Socialista Siciliano
La Sicilia e i Siciliani per lo Statuto
Stupor Mundi
Trapani Cambia
Il Vessillo del Vespro
VorasZancle
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I soldi della Sicilia ai siciliani
Pronta per l'Ars la legge voto

POLITICA – L'intervista al professor Massimo Costa sulla proposta legislativa che sarà presentata ufficialmente nella sede del Parlamento dell'Isola e che prevede di attribuire alla nostra regione tutte le entrate tributarie che maturano nel suo territorio: «Con questa legge attuata in pochi anni potremmo ritrovarci con il 20 per cento di pressione fiscale in meno e con il potere d’acquisto di stipendiati e pensionati aumentato del 50 per cento»
Fonte: MeridioneNews Palermo
Attribuire alla Sicilia tutte le entrate tributarie che maturano nel suo territorio, acque territoriali incluse per allentare l’oppressione fiscale che stritola la nostra regione. E' questo l'obiettivo del disegno di legge voto che diverse associazioni e movimenti siciliani (vedi in calce l’elenco) hanno messo a punto nei giorni scorsi sul tema del’attuazione dello Statuto siciliano in materia finanziaria, che prevede, tra le altre cose, un referendum. Il disegno di legge verrà presentato all'Ars, dove non mancano deputati pronti a farsene carico. Del suo contenuto abbiamo parlato con il suo estensore, il professorMassimo Costa,  docente di Economia aziendale all'università di Palermo e tra i principali esperti dei capitoli finanziari dello Statuto siciliano. 
Professor Costa, da cosa nasce questa iniziativa?
«Si tratta di un percorso che è iniziato da alcuni mesi per superare la condizione di impasse in cui versa la Sicilia. Un impasse politico e istituzionale, ma soprattutto economico e sociale che sta assumendo i contorni drammatici di una vera e propria catastrofe. Noi siamo convinti che, al di là di specifiche responsabilità politiche, il mancato rispetto della nostra Costituzione regionale, lo Statuto, gridi vendetta in questo momento. Non possiamo continuare a farci derubare di svariati miliardi l’anno e poi accendere in continuazione mutui con lo Stato (evasore) per coprire questi buchi. È una situazione insostenibile. Oggi la Sicilia si comporta nei confronti dello Stato italiano come quell’amministratore di condominio che, di fronte alla necessità di pagare i debiti a fronte di un condomino che non paga mai, andasse proprio dal condomino moroso a farsi prestare a interesse ciò che questi dovrebbe versare, magari anche con gli interessi di mora. Ecco: lo Stato italiano è il condomino moroso, che dovrebbe pagare anche i danni, e il quale invece addirittura ci presta a usura quanto ci è dovuto per diritto».
Ma da cosa dipende la mancata attuazione dello Statuto? 
«Innanzitutto da un blocco delle competenze legislative della Regione che ha origine nella giurisprudenza abrogativa della Corte Costituzionale. La Corte Costituzionale, che per Costituzione (sembra un gioco di parole ma non lo è) non è competente a giudicare della costituzionalità delle leggi siciliane, pur di difendere il principio con il quale ha abolito (o crede di aver abolito) la competenza naturale dell’Alta Corte, è arrivata ultimamente ad abrogare interi pezzi dello Statuto. In queste condizioni qualunque iniziativa della Regione sarebbe “castrata” a Roma, dove sarebbe dichiarata incompetente. Le uniche vie d’uscita (non “insurrezionali”, ovviamente scherzo) sono quindi i “decreti attuativi”, ma questi chiedono tempo e volontà politica oggi assenti, ovvero le “leggi dello Stato”, immediatamente efficaci, da consolidare poi con i decreti attuativi, ma pur sempre efficaci. Ecco, noi non consideriamo affatto chiusa la questione dell’Alta Corte, ma, nel frattempo, per dare respiro alla Sicilia, ci potremmo prendere ciò che ci spetta con una semplice legge dello Stato, da approvare all’Ars come legge-voto».
E in cosa consiste questa legge che avete proposto? 
«Consiste semplicemente nell’attribuzione alla Sicilia di tutte le entrate tributarie che maturano nel suo territorio, acque territoriali incluse, e nella possibilità di manovrarle liberamente per allentare l’oppressione fiscale che oggi contribuisce a strangolare la nostra Terra. Consiste nella possibilità di creare una “zona economica speciale”, in termini fiscali e doganali, all’interno dell’Unione Europea, sfruttando la condizione di insularità che è riconosciuta nei trattati europei. Consiste infine nella possibilità di emettere “certificati di credito fiscale”, privi di interessi, con funzioni sostanzialmente monetarie. In una parola l’indipendenza economica, se non ancora quella politica. In questo modo sarebbe più facile realizzare infrastrutture produttive, favorire l’insediamento imprenditoriale, e quindi l’occupazione, difendere il made in Sicily, spezzare la spirale della povertà e dell’austerità. In pratica fare una vera e propria inversione di marcia».
Tradotto in soldoni, che significa?
«Con questa legge attuata in pochi anni potremmo ritrovarci con il 20 per cento di pressione fiscale in meno e con il potere d’acquisto di stipendiati e pensionati aumentato del 50 per cento. Visto che l’alternativa è la morte, mi pare che si debba per lo meno tentare.Ovviamente, a fronte di questo, ci faremmo carico anche di tutte le spese pubbliche, decidendo noi se e quanti servizi sanitari o scolastici dare ai nostri cittadini, prima che questi vengano del tutto azzerati dallo Stato italiano».
E perché mai questa legge dovrebbe essere approvata? Se non ci hanno mai concesso in 70 anni quanto ci spetta?
«Primo, perché è costituzionale. Non c’è niente di più costituzionale che il rispetto dello Statuto. Poi, perché noi andiamo a Roma a dire che “La Sicilia non vuole più niente!”. Come si fa a dire di no a chi non vuole essere mantenuto? E poi, e questo fa parte essenziale della strategia, perché la legge andrà corredata da un referendum consultivo da parte dei Siciliani e da quante più mozioni possibili da parte dei Comuni. Sarà un grande referendum sulla Sovranità fiscale della Sicilia.. Ne nascerà un dibattito che ci cambierà tutti, anche culturalmente. Se i tre livelli della politica siciliana si esprimeranno in tal senso, Roma dovrà infine cedere».
Questo referendum rappresenta allora una rinuncia ad aspirazioni indipendentiste, visto che ci si muove all’interno della legalità italiana ed europea?
«Questo referendum consente ai Siciliani di riappropriarsi di quella dignità minima con la quale poi potranno decidere cosa fare del loro futuro. Noi non stiamo rinunciando proprio a niente né smuovendo niente rispetto alla situazione attuale. Semplicemente altre strade, volendo restare nella legalità costituzionale attuale, sembrano precluse mentre questa non lo è. Non si negano in linea di principio strappi “più arditi”; ma questi, in ogni caso, andrebbero adeguatamente preparati. Oggi la Sicilia è stremata. Dobbiamo dare intanto il pane ai Siciliani, il lavoro o almeno un reddito alle famiglie che non ne hanno più uno. Poi penseremo a tutto il resto».
Il disegno di legge sarà presentato come iniziativa popolare?
«No. Questa è la volontà che è emersa dalla riunione operativa del 9 novembre. E in effetti me ne sono convinto anch’io. A parte ogni considerazione pratica sulle difficoltà tecniche, si è posto il problema della necessità che in ultimo siano sempre le forze presenti in Ars a dover votare il provvedimento. A questo punto lo presentiamo pubblicamente in Ars, lo indirizziamo al presidente dell’Assemblea, e poi le forze politiche, se vogliono, possono presentarlo e votarlo. Noi spingeremo a farlo. Ma, se non vogliono, non sarebbero certo “costretti” a farlo se il disegno di legge fosse di iniziativa popolare. L’unico vantaggio potrebbe essere quello del deposito in “automatico”, non certo quello della sua approvazione. Ma già alcuni deputati hanno manifestato interesse, quindi questo passaggio si rivela non utile. Se poi non lo votano sappiamo con chi prendercela e sappiamo cosa chiedere alle prossime elezioni».
Mi dica la verità, questo coordinamento di movimenti prelude alla nascita di un nuovo soggetto politico?
«No, perché alcuni di questi già sono un soggetto politico e non tutti sarebbero “fondibili” l’uno con l’altro, anche perché i soggetti e le forze che l’appoggerebbero in ARS farebbero un passo indietro se pensassero che dietro c’è un concorrente potenziale e a noi non interessa invece che il risultato finale. Ma soprattutto perché non ci interessa far naufragare una iniziativa così importante usandola come sgabello per ambizioni personali o piccoli progetti politici. Non posso certo dire di essere del tutto soddisfatto dell’attuale rappresentanza politica dei Siciliani. C’è – è vero – una domanda politica che non trova la corrispondente offerta, tanto è vero che più della metà degli elettori ormai sta stabilmente a casa. Ma queste aggregazioni devono trovare un altro tavolo dove costituirsi. Questa legge, e il referendum su di essa, può essere votata da chi vota SEL o Fratelli d’Italia. È una cosa fatta nel solo interesse della Sicilia».
La consideri pure una provocazione se vuole. siete sicuri di essere nel vento della storia? C’è chi dice che ormai lo Statuto è acqua passata…
«Sono solo quattro vecchietti nostalgici della prima repubblica, e/o intellettuali e burocrati di regime compromessi e interessati, che non hanno capito niente di dove va il mondo. Oggi, proprio mentre le élite mondiali vogliono distruggere i popoli e le tradizioni, dappertutto è una riscoperta delle proprie origini. Perché la Sicilia dovrebbe essere da meno? Si leggono cose sui giornali che sino a pochi anni fa sarebbe stato solo pazzia il pensarle. A Napoli, ad esempio,l’altro giorno l’erede dei Borbone è stato accolto per strada con acclamazioni come per un vero re (e ve lo dice uno che, quando parla di storia, non è mai stato “tenero” con i Borbone). In tutta Europa, dove più dove meno, il sovranismo dilaga; lo stesso che sbrigativamente il regime liquida come “populismo”. Un recentissimo sondaggio della Demos attribuisce al 44 % dei Siciliani la voglia di indipendenza. Folklore? Mah! Secondo me il vento della Storia è proprio questo».
Qui sotto l’elenco delle associazioni e dei movimenti che ad oggi hanno sottoscritto il disegno di legge e l’iniziativa referendaria costituendosi in coordinamento (questo invece il link per leggere il disegno di legge)
L’Altra Sicilia
Comitato Autodeterminazione Sicilia-Stato
Fronte Nazionale Siciliano – Sezione “Archimede” di Bagheria
Movimento Onda Lunga
Movimento per l’Indipendenza della Sicilia
Noi Mediterranei Sicilia
Noi Siciliani Liberi
Partito del Sud
Partito Socialista Siciliano
La Sicilia e i Siciliani per lo Statuto
Stupor Mundi
Trapani Cambia
Il Vessillo del Vespro
VorasZancle

venerdì 19 settembre 2014

Referendum scozzese: Continuiamo a lavorare da federalisti per la Macroregione Meridionale senza illusioni e false attese


Il risultato del referendum scozzese fa ben capire come sia ancora anacronistico parlare di indipendenza per le nostre regioni. Continuiamo a costruire la nostra proposta politica federalista, per poter arrivare alla stessa autonomia riconosciuta da anni agli scozzesi, con la la costituzione di una Macroregione Meridionale. Già questo sarebbe un passo in avanti enorme rispetto all'attuale situazione. 

Va bene l'agitazione ma con solo questa non si va da nessuna parte ( soprattutto se è solo virtuale e da social network) se poi mancano gli altri due terzi dell'insegnamento di Gramsci, e cioè l'organizzazione e lo studio. 

 La strada unica e vera è quella del federalismo e già quella è via impervia e difficilissima. Già stamattina infatti per radio c’era chi diceva che quasi quasi è meglio abolire pure le Regioni e centralizzare del tutto... questa è l'Italia... 

 Il Partito del sud è da sempre federalista, per una Macroregione Meridionale, e chiede da sempre equità e giustizia nei confronti di tutti i cittadini d'Italia, non è tollerabile che ci possono essere cittadini di serie B per collocazione geografica... 

L’insegnamento di questo referendum è che gli scozzesi vincono comunque, perche' anche se gli indipendentisti perdono il referendum dimostrano ancora una volta di essere un popolo, cosa che non siamo ne' come italiani ne' ancora noi meridionali, un motivo in piu' per abbandonare anche da noi pretese e illusioni anacronistiche e irreali e puntare alla Macroregione autonoma con un partito meridionalista federalista come il Partito del Sud, continuiamo quindi a lavorare con questo fine senza illusioni e false attese.


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Il risultato del referendum scozzese fa ben capire come sia ancora anacronistico parlare di indipendenza per le nostre regioni. Continuiamo a costruire la nostra proposta politica federalista, per poter arrivare alla stessa autonomia riconosciuta da anni agli scozzesi, con la la costituzione di una Macroregione Meridionale. Già questo sarebbe un passo in avanti enorme rispetto all'attuale situazione. 

Va bene l'agitazione ma con solo questa non si va da nessuna parte ( soprattutto se è solo virtuale e da social network) se poi mancano gli altri due terzi dell'insegnamento di Gramsci, e cioè l'organizzazione e lo studio. 

 La strada unica e vera è quella del federalismo e già quella è via impervia e difficilissima. Già stamattina infatti per radio c’era chi diceva che quasi quasi è meglio abolire pure le Regioni e centralizzare del tutto... questa è l'Italia... 

 Il Partito del sud è da sempre federalista, per una Macroregione Meridionale, e chiede da sempre equità e giustizia nei confronti di tutti i cittadini d'Italia, non è tollerabile che ci possono essere cittadini di serie B per collocazione geografica... 

L’insegnamento di questo referendum è che gli scozzesi vincono comunque, perche' anche se gli indipendentisti perdono il referendum dimostrano ancora una volta di essere un popolo, cosa che non siamo ne' come italiani ne' ancora noi meridionali, un motivo in piu' per abbandonare anche da noi pretese e illusioni anacronistiche e irreali e puntare alla Macroregione autonoma con un partito meridionalista federalista come il Partito del Sud, continuiamo quindi a lavorare con questo fine senza illusioni e false attese.


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sabato 12 aprile 2014

Tre Macro Regioni salveranno l'Italia, o sarà morte certa.

Di Antonio Ciano

Ad oggi abbiamo parlato sempre delle condizioni economiche e sociali del Regno delle Due Sicilie. Eravamo superiori in tutto. Nel 1861, all'atto della cosiddetta unità d'Italia, il Tesoro era di 668 milioni di lire di allora.. I due terzi di quel tesoro appartenevano al Regno delle Due Sicilie.
Solo 27 milioni erano del Piemonte, che ci regalò anche 1.148.000.000 ( Un MiliardoCentoquarantotto milioni di lire di debiti) che hanno dovuto pagare i meridionali. E' arrivata l'ora di rifare l'Italia.

Vogliamo la nostra Macro Regione. I debiti li devono pagare coloro che li hanno fatti, cioè il Nord.
Ci saranno in Italia tre Macro regioni, tre parlamenti, coordinati da quello Centrale.

IL centralismo piemontese è fallito. in 153 anni hanno colonizzato interamente l'economia del Sud. Rivogliamo il nostro mare, la nostra acqua,. i nostri porti, il demanio, le ricchezze del sottosuolo.
Con i proventi del petrolio siciliano e lucano costruiremo le infrastrutture necessarie per lo sviluppo del Sud: Autostrade, ferrovie, scuole,ospedali, condotte d'acqua ancora mancanti in molti paesi.

Con una politica turistica seria rivaluteremo i nostri siti archeologici, i nostri musei.
Ci riprenderemo i beni demaniali ed ecclesiastici che i piemontesi accorparono allo Stato.
Serviranno a dare lavoro ai nostri giovani. Vi sono centinaia di caserme vuote, conventi abbandonati, milioni di ettari di terreno abbandonati.
Rifaremo la nostra economia, oggi assoggettata completamente a quella Tosco padana.
Ci riprenderemo il Banco di Napoli e quello di Sicilia regalati al San Paolo Imi di Torino e all'Unicredit di Milano.
Ci riprenderemo il commercio, oggi completamente nelle mani del Nord. Vi sono nel sud ben 19.000 supermercati del nord. Ci riprenderemo le frequenze radio televisive.
Ogni città deve avere la sua televisione per spiegare al nostro popolo la Storia del Sud, dalle origini ai nostri giorni, compreso quello che hanno chiamato risorgimento.

Oggi vi sono tre compagnie televisive, una pubblica e due priivate. La pubblica è nelle mani dei partiti che stanno al governo e all'opposizione; le due tv private sono milanesi e torinesi. Rivogliamo la nostra economia, e soprattutto la nostra dignità.

La Democrazia è questa, è nata nella Magna Grecia, dobbiamo solo esserne coscienti.
Abbiamo insegnato al mondo intero questi principi. E' arrivata l'ora di riprendercela.
I Tosco padani l'hanno male interpretata. Ora paghino i debiti che i loro governi hanno procurato alla nazione intera.
Faremo ritornare gran parte degli emigranti cacciati dal Bel Paese. Ci sarà lavoro per tutti. Cultura,Agricoltura, commercio, artigianato, turismo, pesca,industrie pulite, radio e televisioni, compagnie di assicurazioni, oggi inesistenti.,Banche, oggi tutte del nord.

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Di Antonio Ciano

Ad oggi abbiamo parlato sempre delle condizioni economiche e sociali del Regno delle Due Sicilie. Eravamo superiori in tutto. Nel 1861, all'atto della cosiddetta unità d'Italia, il Tesoro era di 668 milioni di lire di allora.. I due terzi di quel tesoro appartenevano al Regno delle Due Sicilie.
Solo 27 milioni erano del Piemonte, che ci regalò anche 1.148.000.000 ( Un MiliardoCentoquarantotto milioni di lire di debiti) che hanno dovuto pagare i meridionali. E' arrivata l'ora di rifare l'Italia.

Vogliamo la nostra Macro Regione. I debiti li devono pagare coloro che li hanno fatti, cioè il Nord.
Ci saranno in Italia tre Macro regioni, tre parlamenti, coordinati da quello Centrale.

IL centralismo piemontese è fallito. in 153 anni hanno colonizzato interamente l'economia del Sud. Rivogliamo il nostro mare, la nostra acqua,. i nostri porti, il demanio, le ricchezze del sottosuolo.
Con i proventi del petrolio siciliano e lucano costruiremo le infrastrutture necessarie per lo sviluppo del Sud: Autostrade, ferrovie, scuole,ospedali, condotte d'acqua ancora mancanti in molti paesi.

Con una politica turistica seria rivaluteremo i nostri siti archeologici, i nostri musei.
Ci riprenderemo i beni demaniali ed ecclesiastici che i piemontesi accorparono allo Stato.
Serviranno a dare lavoro ai nostri giovani. Vi sono centinaia di caserme vuote, conventi abbandonati, milioni di ettari di terreno abbandonati.
Rifaremo la nostra economia, oggi assoggettata completamente a quella Tosco padana.
Ci riprenderemo il Banco di Napoli e quello di Sicilia regalati al San Paolo Imi di Torino e all'Unicredit di Milano.
Ci riprenderemo il commercio, oggi completamente nelle mani del Nord. Vi sono nel sud ben 19.000 supermercati del nord. Ci riprenderemo le frequenze radio televisive.
Ogni città deve avere la sua televisione per spiegare al nostro popolo la Storia del Sud, dalle origini ai nostri giorni, compreso quello che hanno chiamato risorgimento.

Oggi vi sono tre compagnie televisive, una pubblica e due priivate. La pubblica è nelle mani dei partiti che stanno al governo e all'opposizione; le due tv private sono milanesi e torinesi. Rivogliamo la nostra economia, e soprattutto la nostra dignità.

La Democrazia è questa, è nata nella Magna Grecia, dobbiamo solo esserne coscienti.
Abbiamo insegnato al mondo intero questi principi. E' arrivata l'ora di riprendercela.
I Tosco padani l'hanno male interpretata. Ora paghino i debiti che i loro governi hanno procurato alla nazione intera.
Faremo ritornare gran parte degli emigranti cacciati dal Bel Paese. Ci sarà lavoro per tutti. Cultura,Agricoltura, commercio, artigianato, turismo, pesca,industrie pulite, radio e televisioni, compagnie di assicurazioni, oggi inesistenti.,Banche, oggi tutte del nord.

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venerdì 4 aprile 2014

Psichiatria e indipendentismo

Di Giuseppe Lipari

Tra gli arrestati  spicca l'alta percentuale di ex leghisti  tra cui franco rocchetta (minuscola voluta) è l’ideatore e l’artefice della Łiga Veneta, “madre di tutte le leghe”, secondo la definizione di Giorgio Lago.

Ricordo  gli anni dal'84 al'86 passati nel nord est e ricordo i manifesti  della liga   carichi di odio verso tutti ma ancora non c'erano i negher quindi tutte le attenzioni erano per il Sud e per Roma ,  e vedendo oggi meridionali o napolitani e siciliani come amano farsi chiamare  difendere  quelli che hanno offeso il sud e tutto quello che era diverso dal colore della pelle alla religione al luogo di nascita   mi fa pensare non all'ascarismo e neanche ai KAPO' visto che queste categorie a loro difesa avevano la sopravvivenza  chi nella loro terra occupata e chi più tristemente per sopravvivere nei lager nazisti,  questi non possiamo definirli compatrioti che sbagliano  ma semplicemente sono materia da psicanalisi e oltre al disprezzo  altro non meritano, anche perchè difendere  chi ha  odiato e ingiuriato la nostra gente e come se si sputasse in faccia ai nostri nonni o ai nostri genitori  o dire ai nostri figli che sono inferiori ecco uno stralcio di un'articolo del 2012 di  Alessandro Marzo Magno pubblicato su  http://www.linkiesta.it/liga-veneta   giusto per ricordare .... 

" Sono anni difficili, quelli: gli anni di piombo. L’università di Padova è il brodo di coltura dell’Autonomia operaia, in cui – si saprà poi – le Br arruolano le nuove leve. Il 7 aprile 1979 il giudice padovano Pietro Calogero (per anni sui muri sarà scritto «Kalogero») autorizza il blitz che porta all’arresto di Toni Negri, Oreste Scalzone e Franco Piperno. Tutto questo passa come acqua sul burro addosso a Rocchetta e ai suoi. Mentre gli autonomi scrivono con lo spray, loro continuano imperterriti a usare pennello e pittura blu per i loro manifesti col «leòn», che magari “magna el teròn”, altro slogan di quegli anni. Su qualche cavalcavia autostradale compare la scritta «Forza Etna», inconsapevole, ruspante e razzista antesignana di altri «Forza» di là da venire, mentre un nuovo manifesto recita: «Fora dal Veneto i bastardi figli di venete e meridionali» (chi scrive lo ricorda bene: ha la mamma veneziana e il papà tarantino).".....



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Di Giuseppe Lipari

Tra gli arrestati  spicca l'alta percentuale di ex leghisti  tra cui franco rocchetta (minuscola voluta) è l’ideatore e l’artefice della Łiga Veneta, “madre di tutte le leghe”, secondo la definizione di Giorgio Lago.

Ricordo  gli anni dal'84 al'86 passati nel nord est e ricordo i manifesti  della liga   carichi di odio verso tutti ma ancora non c'erano i negher quindi tutte le attenzioni erano per il Sud e per Roma ,  e vedendo oggi meridionali o napolitani e siciliani come amano farsi chiamare  difendere  quelli che hanno offeso il sud e tutto quello che era diverso dal colore della pelle alla religione al luogo di nascita   mi fa pensare non all'ascarismo e neanche ai KAPO' visto che queste categorie a loro difesa avevano la sopravvivenza  chi nella loro terra occupata e chi più tristemente per sopravvivere nei lager nazisti,  questi non possiamo definirli compatrioti che sbagliano  ma semplicemente sono materia da psicanalisi e oltre al disprezzo  altro non meritano, anche perchè difendere  chi ha  odiato e ingiuriato la nostra gente e come se si sputasse in faccia ai nostri nonni o ai nostri genitori  o dire ai nostri figli che sono inferiori ecco uno stralcio di un'articolo del 2012 di  Alessandro Marzo Magno pubblicato su  http://www.linkiesta.it/liga-veneta   giusto per ricordare .... 

" Sono anni difficili, quelli: gli anni di piombo. L’università di Padova è il brodo di coltura dell’Autonomia operaia, in cui – si saprà poi – le Br arruolano le nuove leve. Il 7 aprile 1979 il giudice padovano Pietro Calogero (per anni sui muri sarà scritto «Kalogero») autorizza il blitz che porta all’arresto di Toni Negri, Oreste Scalzone e Franco Piperno. Tutto questo passa come acqua sul burro addosso a Rocchetta e ai suoi. Mentre gli autonomi scrivono con lo spray, loro continuano imperterriti a usare pennello e pittura blu per i loro manifesti col «leòn», che magari “magna el teròn”, altro slogan di quegli anni. Su qualche cavalcavia autostradale compare la scritta «Forza Etna», inconsapevole, ruspante e razzista antesignana di altri «Forza» di là da venire, mentre un nuovo manifesto recita: «Fora dal Veneto i bastardi figli di venete e meridionali» (chi scrive lo ricorda bene: ha la mamma veneziana e il papà tarantino).".....



CUI PRODEST ?



Di Natale Cuccurese

Dopo la nostra decisa presa di posizione sulla vicenda degli 'arresti in Veneto' , notiamo con piacere che anche altri movimenti dell'area meridionalista prendono una posizione simile alla nostra.
Altri invece, anche quelli che alle ultime elezioni comunali di Napoli appoggiarono direttamente o indirettamente l'uomo di Berlusconi e di Cosentino, come lui stesso si definì, e cioè Lettieri, manifestano totale solidarietà agli arrestati. Altri semplicemente tacciono, forse in attesa di capire bene da che parte soffia il vento....

Sia ben chiaro che il Partito del Sud nulla ha contro i veneti o altri popoli, anzi ai popoli di qualsiasi colore e latitudine e alla loro autodeterminazione va da sempre la nostra totale solidarietà e simpatia, purché le cose si svolgano secondo regole democratiche e partecipare e non con scorciatoie estremistiche, violente, guittesche o razziste.
Quindi il Partito del Sud prosegue sulla sua strada fatta di coerenza e come sempre di opposizione senza se e senza ma alla lega e alle sue becere posizioni e sponde.

Ma la vera domanda da porsi in tutta questa vicenda e' Cui Prodest , a chi giova tutto ciò ?
Non a caso infatti chi ora beneficera' di tutto questo polverone e' proprio la stessa lega che in vista delle elezioni europee riceve questa provvidenziale e inaspettata (?) ciambella di salvataggio e già cavalca la protesta, rispolverando un separatismo ormai sepolto da anni, passando in poche ore nei sondaggi dal 3.5 al 5%, con una soglia di sbarramento elettorale europeo al 4%; per loro sicuramente una fortunata combinazione.

L'altra domanda da porsi e': ora che Cosentino e' stato arrestato,mentre si preparava in vista delle elezioni europee a lanciare a sud la lista 'Forza Campania' anche per far sponda alla lega al fine di superare lo sbarramento elettorale, chi raccoglierà la fiaccola dell'ascarismo..?

Vedremo nei prossimi giorni, ma siamo sicuri che ci sarà chi sta già sgomitando...


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Di Natale Cuccurese

Dopo la nostra decisa presa di posizione sulla vicenda degli 'arresti in Veneto' , notiamo con piacere che anche altri movimenti dell'area meridionalista prendono una posizione simile alla nostra.
Altri invece, anche quelli che alle ultime elezioni comunali di Napoli appoggiarono direttamente o indirettamente l'uomo di Berlusconi e di Cosentino, come lui stesso si definì, e cioè Lettieri, manifestano totale solidarietà agli arrestati. Altri semplicemente tacciono, forse in attesa di capire bene da che parte soffia il vento....

Sia ben chiaro che il Partito del Sud nulla ha contro i veneti o altri popoli, anzi ai popoli di qualsiasi colore e latitudine e alla loro autodeterminazione va da sempre la nostra totale solidarietà e simpatia, purché le cose si svolgano secondo regole democratiche e partecipare e non con scorciatoie estremistiche, violente, guittesche o razziste.
Quindi il Partito del Sud prosegue sulla sua strada fatta di coerenza e come sempre di opposizione senza se e senza ma alla lega e alle sue becere posizioni e sponde.

Ma la vera domanda da porsi in tutta questa vicenda e' Cui Prodest , a chi giova tutto ciò ?
Non a caso infatti chi ora beneficera' di tutto questo polverone e' proprio la stessa lega che in vista delle elezioni europee riceve questa provvidenziale e inaspettata (?) ciambella di salvataggio e già cavalca la protesta, rispolverando un separatismo ormai sepolto da anni, passando in poche ore nei sondaggi dal 3.5 al 5%, con una soglia di sbarramento elettorale europeo al 4%; per loro sicuramente una fortunata combinazione.

L'altra domanda da porsi e': ora che Cosentino e' stato arrestato,mentre si preparava in vista delle elezioni europee a lanciare a sud la lista 'Forza Campania' anche per far sponda alla lega al fine di superare lo sbarramento elettorale, chi raccoglierà la fiaccola dell'ascarismo..?

Vedremo nei prossimi giorni, ma siamo sicuri che ci sarà chi sta già sgomitando...


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venerdì 21 marzo 2014

Con il Sud si riparte! Il dibattito, su Macroregione e Politiche da Sud, dopo il 15 febbraio, è già ripartito.

Poco più di un mese fa a bari noi del Partito del Sud con Michele Emiliano, Sindaco di Bari e ottimo ospite, e Luigi de Magistris, presentavamo il nostro libro bianco “Con il Sud si riparte ! idee, progetti, programmi per il rilancio del Paese”. In quella giornata, in cui il dibattito fu molto appassionato, venne fuori un sud orgoglioso di essere sud e un sud consapevole del fatto che, per contribuire al cambiamento, doveva far emergere politiche da sud, senza più cappelli in mano, e con la richiesta forte di applicazione dei diritti e dei doveri stabiliti dalla nostra Costituzione Repubblicana su tutto il territorio nazionale.

Fu in quella occasione che fu ribadita l’importanza di creare una rete e un coordinamento, tra le varie entità amministrative del sud, comuni, aree metropolitane e regioni del sud, tanto è vero che proprio Emiliano e  De Magistris annunciarono una maggiore collaborazione tra le due città metropolitane più importanti del sud continentale. Fu proprio in quell’occasione che noi del Partito del Sud ribadimmo l’importanza di portare alla ribalta nazionale il tema delle Macroregioni, o della Macroregione Sud, del quale il nostro partito è fautore fin dal 2007.

Dopo, Bari, sia pure sia passato poco più di un mese, di cose ne sono successe. In primis il documento del Partito Democratico del sud presentato al premier nonché segretario nazionale del partito Matteo Renzi ad opera di Michele Emiliano e degli amministratori ed esponenti del sud di quel partito nel quale riconosciamo, e ne siamo contenti, molti di quei temi che ci stanno a cuore e che riportiamo nel nostro libro bianco e nelle nostre proposte politiche tutti i giorni, come riportato correttamente da Simona Brandolini sul Corrieredel Mezzogiorno della Campania in uno dei suoi articoli dei giorni scorsi.

Dopo Bari c’è stato Napoli, con il nostro appoggio alla candidatura di Michele Emiliano al Parlamento Europeo quale capolista nella circoscrizione meridionale per il Partito Democratico. Il 15 marzo scorso a Napoli, proprio Michele Emiliano, diceva che di “macroregione” si deve parlare e che le istituzioni del sud devono parlare tra di loro per coordinare le politiche da sud per il sud. Noi, avendo sottoscritto questa idea nei nostri programmi non possiamo che sostenere con forza questo sforzo che Michele Emiliano sta sostenendo portando i partiti e i movimenti dell’area progressista a riflettere su questi temi e a mettere il sud al centro del dibattito e, soprattutto, dell’azione politica. Nelle ultime settimane il tema sud ha sfondato su giornali, tv, internet, media in generale.

Alcuni cominciano a rendersi conto dell’importanza che il sud ha nell’economia del Paese e dell’Europa, altri sono terrorizzati da questo e provano a relegare questo successo del meridionalismo come mero “sudismo” o “leghismo del sud”. Chi è onesto intellettualmente sa che non è così.

E’ di oggi la presa di posizione chiara per un coordinamento tra regioni, per lavorare a una Macroregione, anche del presidente della Regione Basilicata Marcello Pittella, siamo felicissimi anche di questa presa di posizione. Insomma se il mondo progressista, o parte di esso, si è svegliato e punta la sua bussola politica a sud non può che essere un bene per il Paese, e non può che riempirci di soddisfazione dopo tanti anni di vuoto pneumatico attorno al tema sud.

Il Partito del Sud, piccolo e consapevole di esserlo, è riuscito ad essere la scintilla di un grande fuoco meridionalista che grazie all’impegno di uomini come Michele Emiliano e tanti altri sta bruciando le tappe dell’agenda politica nazionale ed europea.

Siamo contenti, come Partito del Sud, che questo fuoco abbia anche sbarrato la strada a un separatismo folle e a velleitari e farneticanti proclami di ritorno a chissà cosa.
Sicuramente siamo grati, come sud, alla nostra storia e alle nostre origini che non datano 1861, ma a molti secoli prima, siamo coscienti del nostro presente, orgogliosi del futuro che insieme potremo costruire per noi e per i nostri figli.


Questo è un sud che sta imparando a diventare grande. Questo è il sud che ci piace !

Segreteria Nazionale del Partito del Sud
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Poco più di un mese fa a bari noi del Partito del Sud con Michele Emiliano, Sindaco di Bari e ottimo ospite, e Luigi de Magistris, presentavamo il nostro libro bianco “Con il Sud si riparte ! idee, progetti, programmi per il rilancio del Paese”. In quella giornata, in cui il dibattito fu molto appassionato, venne fuori un sud orgoglioso di essere sud e un sud consapevole del fatto che, per contribuire al cambiamento, doveva far emergere politiche da sud, senza più cappelli in mano, e con la richiesta forte di applicazione dei diritti e dei doveri stabiliti dalla nostra Costituzione Repubblicana su tutto il territorio nazionale.

Fu in quella occasione che fu ribadita l’importanza di creare una rete e un coordinamento, tra le varie entità amministrative del sud, comuni, aree metropolitane e regioni del sud, tanto è vero che proprio Emiliano e  De Magistris annunciarono una maggiore collaborazione tra le due città metropolitane più importanti del sud continentale. Fu proprio in quell’occasione che noi del Partito del Sud ribadimmo l’importanza di portare alla ribalta nazionale il tema delle Macroregioni, o della Macroregione Sud, del quale il nostro partito è fautore fin dal 2007.

Dopo, Bari, sia pure sia passato poco più di un mese, di cose ne sono successe. In primis il documento del Partito Democratico del sud presentato al premier nonché segretario nazionale del partito Matteo Renzi ad opera di Michele Emiliano e degli amministratori ed esponenti del sud di quel partito nel quale riconosciamo, e ne siamo contenti, molti di quei temi che ci stanno a cuore e che riportiamo nel nostro libro bianco e nelle nostre proposte politiche tutti i giorni, come riportato correttamente da Simona Brandolini sul Corrieredel Mezzogiorno della Campania in uno dei suoi articoli dei giorni scorsi.

Dopo Bari c’è stato Napoli, con il nostro appoggio alla candidatura di Michele Emiliano al Parlamento Europeo quale capolista nella circoscrizione meridionale per il Partito Democratico. Il 15 marzo scorso a Napoli, proprio Michele Emiliano, diceva che di “macroregione” si deve parlare e che le istituzioni del sud devono parlare tra di loro per coordinare le politiche da sud per il sud. Noi, avendo sottoscritto questa idea nei nostri programmi non possiamo che sostenere con forza questo sforzo che Michele Emiliano sta sostenendo portando i partiti e i movimenti dell’area progressista a riflettere su questi temi e a mettere il sud al centro del dibattito e, soprattutto, dell’azione politica. Nelle ultime settimane il tema sud ha sfondato su giornali, tv, internet, media in generale.

Alcuni cominciano a rendersi conto dell’importanza che il sud ha nell’economia del Paese e dell’Europa, altri sono terrorizzati da questo e provano a relegare questo successo del meridionalismo come mero “sudismo” o “leghismo del sud”. Chi è onesto intellettualmente sa che non è così.

E’ di oggi la presa di posizione chiara per un coordinamento tra regioni, per lavorare a una Macroregione, anche del presidente della Regione Basilicata Marcello Pittella, siamo felicissimi anche di questa presa di posizione. Insomma se il mondo progressista, o parte di esso, si è svegliato e punta la sua bussola politica a sud non può che essere un bene per il Paese, e non può che riempirci di soddisfazione dopo tanti anni di vuoto pneumatico attorno al tema sud.

Il Partito del Sud, piccolo e consapevole di esserlo, è riuscito ad essere la scintilla di un grande fuoco meridionalista che grazie all’impegno di uomini come Michele Emiliano e tanti altri sta bruciando le tappe dell’agenda politica nazionale ed europea.

Siamo contenti, come Partito del Sud, che questo fuoco abbia anche sbarrato la strada a un separatismo folle e a velleitari e farneticanti proclami di ritorno a chissà cosa.
Sicuramente siamo grati, come sud, alla nostra storia e alle nostre origini che non datano 1861, ma a molti secoli prima, siamo coscienti del nostro presente, orgogliosi del futuro che insieme potremo costruire per noi e per i nostri figli.


Questo è un sud che sta imparando a diventare grande. Questo è il sud che ci piace !

Segreteria Nazionale del Partito del Sud

lunedì 4 novembre 2013

IL PARTITO DEL SUD incontra FRANCESCO SAVERIO NITTI

Di Bruno Pappalardo

INCIPIT:
"Due cose sono oramai fuori di dubbio: la prima è che il regime unitario, il quale ha prodotto grandi benefizi, non li ha prodotti egualmente nel Nord e nel Sud d'Italia; la seconda è che lo sviluppo dell'Italia settentrionale non è dovuto solo alle sue forze, ma anche ai sacrifizi in grandissima misura sopportati dal Mezzogiorno. Quando per la prima volta sollevai la questione del Nord e del Sud e cercai farla passare dal campo delle affermazioni vaghe, in quello della ricerca obbiettiva, non trovai che diffidenze. Molti degli stessi meridionali ritenevan pericolosa la discussione e non la desideravano” (Napoli e la Questione Meridionale, p. 108)





Presidente Nitti, grazie per la Sua disponibilità. I Suoi doveri di Presidente dei Ministri sono tali che rendono questa brevissima intervista, unica,… visto che difficilmente si concede al piacere del consenso. Il Suo interlocutore questa volta è il Partito del Sud e , in breve, poi, le domande sono solo due, vediamo:


PARTITO DEL SUD: il Partito del Sud persegue da sempre la soluzione della oramai celebrata e odiata Questione Meridionale. Cerca, tuttavia, di incuneare i propri appelli e sforzi all’interno delle istituzioni in cui anche Lei, presidente, lavora. Crediamo sia la strada giusta,…non crediamo esista un “altrimenti”.  
Lei è stato tra i primi meridionalisti del periodo post-unitario ma è stato anche un alto esponente del preesistente Partito Radicale Italiano di fine dell’800 di Ettore Sacchi. Nel 1903 scrive “ Napoli e la Questione meridionale”e nel 1904 rifonda il Partito Radicale Italiano.
Riusciva a far conciliare le due proposizioni? Per meglio dire, il suo meridionalismo si armonizzava con le parti della politica (sia di sinistra estrema o di destra o altro) partitica?

NITTI: In vero, meridionalista era naturale che lo fossi.e non perché lucano. Il Partito Radicale, infatti, da quel 1904 iniziò un nuovo cammino rispetto a quella sua matrice post-unitaria di estrema sinistra, di Felice Cavallotti. Bisognava allinearsi ai nuovi disegni di fine secolo e i primi anni del ‘900. Le necessità era, da un lato rafforzare le politiche di industrializzazione di tutto il Paese (e dunque anche del Sud) e dall’altro avviare una alfabetizzazione di massa. Annullare, quindi, le derivanti ineguaglianze all’interno della società già forti tra Nord e Sud, evidenti già da subito dopo la raggiunta Unità. C’era anche la necessità di governare un paese con una doverosa maggioranza non facile da formare. Il Partito, però, pur affiancandosi ad altre forze, rimaneva praticamente sempre all’opposizione anche se talvolta doveva assecondare brutte sponde. Si seguiva il pensiero e l'azione di Carlo Cattaneo. Credevamo, appunto, al pieno distacco dalla Chiesa e uno Stato definitivamente autonomo e laico, non più centralista e gestore esclusivo del potere. Volevamo liberare così il meridione dal bacchettoneria clericale ma chiedevamo anche il decentramento amministrativo come quello d’origine comunale.
Questo punto già apriva dei varchi interessanti per un meridionalismo possibilmente autonomo.
Il credere agli Stati Uniti d’Europa mazziniani mutuati dal Cattaneo, significava negare il nazionalismo,  l’imperialismo e il colonialismo. Il Paese, pensavamo, non poteva lasciare una parte di sé indietro (Sud) come colonia come già avevano palesato le prime leggi varate dopo l’Unità? Insomma manifestavamo la voglia di federare. Volevamo, ad esempio, la totale indipendenza della magistratura dal potere politico, quindi, massima garanzia di equità sociale; Il Sud poteva chiedere l’equanimità politica e giuridica. Sapevamo, eccome, del fenomeno le ragioni del “brigantaggio” e, quindi, come non chiedere l’abolizione della pena di morte che poteva ancora ricadere sul Sud?
La lotta all’istruzione pubblica, gratuita e obbligatoria era ancora un’altra nostro principio Non si poteva immaginare un pezzo di territorio istruito e l’altro zotico e ignorantone; (per le genti più povere)
Era una scelta anche strategica. L’Italia non avrebbe avuto alcun futuro perché costretta a rallentare se non venivano date gambe veloci al Sud mediante una forte crescita culturale.
E, poi, la questione della donna. Chiedevamo parità anche occupazionale. Se si riusciva al Sud, avevamo fatto il colpaccio! Avremmo chiesto infrastrutture essendoci forte mano d’opera, quindi, più lavoro, più entrate.  La disoccupazione era già troppo progredente e bisognava livellare. Mi sembra d’aver risposto!
Non potevamo prosperare e soprattutto perfezionarci se tutte le parti del proprio corpo (sociale) non agivano in sincronia con il resto degli altri pezzi anatomici. Non era difficile essere meridionalista. Era però difficile resistere! Avevo testimonianza di atteggiamento astiosi dagli stessi amici deputati. Essere meridionalista, ai miei tempi era essere sovversivo!

PARTITO DEL SUDCerto! …Ma le politiche? Lei come si è posto davanti alle soluzioni? 

NITTI: ho scritto e fatto tante cose: la nascita dell’Ente Volturno per l’energia elettrica, l’Ilva di Bagnoli, come l’INA, ma in monopolio statale per le assicurazione sulla vita. Ho avviato politiche per una maggiore formazione del commercio dei prodotti agricoli (Sud) migliorando così lo sviluppo regionale a fronte di  interessi volti soprattutto ai lavori pubblici . Ma attenzione!Quando si sta al governo bisogna inevitabilmente pensare al Paese tutto ed ecco, senza credere a infidi tradimenti, si è macchinalmente costretti a ridurre il potenziale ideologico meridionalista.
Una sola cosa, una sola formula poteva e potrebbe, al contrario, interporsi tra questa bizzarra e fastidiosa dualità: le regioni federate! Ma a questa, essendo un convinto assertore dell’Unità nazionale a poco credo!
Beh, bisogna che vada, …buona fortuna e, …credetemi , ce ne vuole tantissima!!  

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Di Bruno Pappalardo

INCIPIT:
"Due cose sono oramai fuori di dubbio: la prima è che il regime unitario, il quale ha prodotto grandi benefizi, non li ha prodotti egualmente nel Nord e nel Sud d'Italia; la seconda è che lo sviluppo dell'Italia settentrionale non è dovuto solo alle sue forze, ma anche ai sacrifizi in grandissima misura sopportati dal Mezzogiorno. Quando per la prima volta sollevai la questione del Nord e del Sud e cercai farla passare dal campo delle affermazioni vaghe, in quello della ricerca obbiettiva, non trovai che diffidenze. Molti degli stessi meridionali ritenevan pericolosa la discussione e non la desideravano” (Napoli e la Questione Meridionale, p. 108)





Presidente Nitti, grazie per la Sua disponibilità. I Suoi doveri di Presidente dei Ministri sono tali che rendono questa brevissima intervista, unica,… visto che difficilmente si concede al piacere del consenso. Il Suo interlocutore questa volta è il Partito del Sud e , in breve, poi, le domande sono solo due, vediamo:


PARTITO DEL SUD: il Partito del Sud persegue da sempre la soluzione della oramai celebrata e odiata Questione Meridionale. Cerca, tuttavia, di incuneare i propri appelli e sforzi all’interno delle istituzioni in cui anche Lei, presidente, lavora. Crediamo sia la strada giusta,…non crediamo esista un “altrimenti”.  
Lei è stato tra i primi meridionalisti del periodo post-unitario ma è stato anche un alto esponente del preesistente Partito Radicale Italiano di fine dell’800 di Ettore Sacchi. Nel 1903 scrive “ Napoli e la Questione meridionale”e nel 1904 rifonda il Partito Radicale Italiano.
Riusciva a far conciliare le due proposizioni? Per meglio dire, il suo meridionalismo si armonizzava con le parti della politica (sia di sinistra estrema o di destra o altro) partitica?

NITTI: In vero, meridionalista era naturale che lo fossi.e non perché lucano. Il Partito Radicale, infatti, da quel 1904 iniziò un nuovo cammino rispetto a quella sua matrice post-unitaria di estrema sinistra, di Felice Cavallotti. Bisognava allinearsi ai nuovi disegni di fine secolo e i primi anni del ‘900. Le necessità era, da un lato rafforzare le politiche di industrializzazione di tutto il Paese (e dunque anche del Sud) e dall’altro avviare una alfabetizzazione di massa. Annullare, quindi, le derivanti ineguaglianze all’interno della società già forti tra Nord e Sud, evidenti già da subito dopo la raggiunta Unità. C’era anche la necessità di governare un paese con una doverosa maggioranza non facile da formare. Il Partito, però, pur affiancandosi ad altre forze, rimaneva praticamente sempre all’opposizione anche se talvolta doveva assecondare brutte sponde. Si seguiva il pensiero e l'azione di Carlo Cattaneo. Credevamo, appunto, al pieno distacco dalla Chiesa e uno Stato definitivamente autonomo e laico, non più centralista e gestore esclusivo del potere. Volevamo liberare così il meridione dal bacchettoneria clericale ma chiedevamo anche il decentramento amministrativo come quello d’origine comunale.
Questo punto già apriva dei varchi interessanti per un meridionalismo possibilmente autonomo.
Il credere agli Stati Uniti d’Europa mazziniani mutuati dal Cattaneo, significava negare il nazionalismo,  l’imperialismo e il colonialismo. Il Paese, pensavamo, non poteva lasciare una parte di sé indietro (Sud) come colonia come già avevano palesato le prime leggi varate dopo l’Unità? Insomma manifestavamo la voglia di federare. Volevamo, ad esempio, la totale indipendenza della magistratura dal potere politico, quindi, massima garanzia di equità sociale; Il Sud poteva chiedere l’equanimità politica e giuridica. Sapevamo, eccome, del fenomeno le ragioni del “brigantaggio” e, quindi, come non chiedere l’abolizione della pena di morte che poteva ancora ricadere sul Sud?
La lotta all’istruzione pubblica, gratuita e obbligatoria era ancora un’altra nostro principio Non si poteva immaginare un pezzo di territorio istruito e l’altro zotico e ignorantone; (per le genti più povere)
Era una scelta anche strategica. L’Italia non avrebbe avuto alcun futuro perché costretta a rallentare se non venivano date gambe veloci al Sud mediante una forte crescita culturale.
E, poi, la questione della donna. Chiedevamo parità anche occupazionale. Se si riusciva al Sud, avevamo fatto il colpaccio! Avremmo chiesto infrastrutture essendoci forte mano d’opera, quindi, più lavoro, più entrate.  La disoccupazione era già troppo progredente e bisognava livellare. Mi sembra d’aver risposto!
Non potevamo prosperare e soprattutto perfezionarci se tutte le parti del proprio corpo (sociale) non agivano in sincronia con il resto degli altri pezzi anatomici. Non era difficile essere meridionalista. Era però difficile resistere! Avevo testimonianza di atteggiamento astiosi dagli stessi amici deputati. Essere meridionalista, ai miei tempi era essere sovversivo!

PARTITO DEL SUDCerto! …Ma le politiche? Lei come si è posto davanti alle soluzioni? 

NITTI: ho scritto e fatto tante cose: la nascita dell’Ente Volturno per l’energia elettrica, l’Ilva di Bagnoli, come l’INA, ma in monopolio statale per le assicurazione sulla vita. Ho avviato politiche per una maggiore formazione del commercio dei prodotti agricoli (Sud) migliorando così lo sviluppo regionale a fronte di  interessi volti soprattutto ai lavori pubblici . Ma attenzione!Quando si sta al governo bisogna inevitabilmente pensare al Paese tutto ed ecco, senza credere a infidi tradimenti, si è macchinalmente costretti a ridurre il potenziale ideologico meridionalista.
Una sola cosa, una sola formula poteva e potrebbe, al contrario, interporsi tra questa bizzarra e fastidiosa dualità: le regioni federate! Ma a questa, essendo un convinto assertore dell’Unità nazionale a poco credo!
Beh, bisogna che vada, …buona fortuna e, …credetemi , ce ne vuole tantissima!!  

 
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