lunedì 7 novembre 2016

Partito del Sud, Questione e Meridionalismo Europei

Il Partito del Sud fa da apripista al 'meridionalismo europeo' e alla 'questione' che da meridionale si fa 'internazionale'

Partito Sud Barletta3
Il Partito del Sud sceglie la cornice del Castello Svevo di Barletta e della sua originale "Sala Rossa" per l’incontro dibattito “Per un’Europa migliore”. Parterre internazionale per discutere del rilancio dell’Italia e dell’Europa, spinto dal Sud e da una forte accelerazione al cambiamento delle politiche, proveniente dai Paesi dell’Europa meridionale e del Mediterraneo.

Da Natale Cuccurese, Presidente del Partito del Sud, a Michele dell’Edera e Andrea Balia, entrambi Vice Presidenti del Partito
, insieme al Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, a Argiris Panagopoulos, Membro del Dipartimento di Politica Europea di Syriza, a Fernando Martinez De Carnero - Podemos Italia, e Andrea Del Monaco, Esperto Fondi Europei, opinionista della Gazzetta Del Mezzogiorno.
 
partito Sud Barletta2
Nomi di spessore per una sfida di primaria importanza: ripartire dal Sud dell’Italia e dal Sud dell’Europa, per creare un’Europa diversa, migliore e più giusta. “Un’Europa che sia più solidale e che diventi un’Europa dei Popoli”, ha dichiarato Natale Cuccurese, sottolineando che “il Sud Italia non può oltremodo essere colonia di una colonia, di un’Italia cioè essa stessa colonia di questa Europa tecnocratica”.

Sviluppo sostenibile e meridionalismo europeo nel discorso d'apertura di Michele Dell’Edera che, oltre ad essere Vice Presidente Nazionale del Partito del Sud, ne è anche il Coordinatore della Regione Puglia. Dell’Edera ha ricordando alla platea che, già nel 2014, era stata lanciata con Michele Emiliano, a Bari, l’idea che 'Con il Sud si riparte' (tratta dal libro con medesimo titolo, ndr), secondo cui tutta l’Italia potrà ripartire se a ripartire sarà proprio il suo Sud.

“Ripartire grazie ad uno sviluppo sostenibile - ha precisato Dell’Edera - e con la consapevolezza che le popolazioni del Mediterraneo, da sempre contaminate le une dalle altre nella loro storia millenaria, meritano rispetto e fiducia per quella che è la loro diversità plurale. Una diversità che non è un problema da risolvere, ma una risorsa dal valore inestimabile, portatrice sana di tolleranza e capacità di integrazione”.

“Oggi siamo qui per dare vita ad un Progetto per il Sud, per l’Italia e per l’Europa, perché l’Europa deve assolutamente ripartire dal suo mare principale, dal Mediterraneo, culla di civiltà straordinarie", ha sottolineato con convinzione Dell'Edera, "Siamo qui per impegnarci a far sì che ci sia un’attenzione nuova da parte dell’Europa a quello che è l’unico sviluppo dignitoso a cui il Partito del Sud può pensare, uno sviluppo cioè rispettoso del lavoro, della salute e dell’ambiente".

"Crediamo che il diritto al lavoro e alla salute non debbano essere mai essere toccati", ha proseguito, "Il lavoro è fonte di vita e non può essere fonte di morte e qui mi riferisco soprattutto alle vicende di Taranto, a quelle della Terra dei Fuochi e a tutte quelle che hanno tristemente campeggiato sulle prime pagine dei nostri quotidiani e contribuito negli ultimi decenni ad un danno ambientale irreparabile. Uno sviluppo insomma che, mai e poi mai, prescinda dai valori della nostra Costituzione, un capolavoro di pensiero democratico e lungimirante, la cui applicazione, alla lettera, crediamo e ribadiamo ancora una volta, come già due anni fa e già nel nostro libro “Con il Sud si riparte”, sia quanto mai urgente e necessaria. Già solo questo basterebbe ad arginare quelle che sono le annose problematiche che affliggono la nostra Regione e l’intero Sud Italia. In quest’ottica, credo che tra regioni vicine bisognerebbe aiutarsi l’una con l’altra senza divisioni, fare rete, collaborare per il bene reciproco e comune. E credo anche che le regioni dovrebbero essere in diretto contatto con l’Europa. C’è un bellissimo organo a livello europeo, il Comitato delle Regioni, uno spazio dove le Regioni possono intervenire sulle politiche europee, presentando in maniera diretta esigenze territoriali”.

Michele Dell’Edera ha concluso, rinnovando appoggio e la stima reciproca con Michele Emiliano e auspicando per il futuro la nascita di un meridionalismo europeo, grazie al quale i paesi del Sud Europa e del Mediterraneo possano sentirsi coinvolti in proposte e modelli nuovi di sviluppo, aiutando in tal modo l’Europa ad uscire dagli egoismi e dall’intolleranza di cui in certi casi ha dato prova anche alle urne.

Partito Sud Barletta
 
Attesissimo e alquanto lusinghiero, per gli organizzatori dell’evento, l’intervento di Michele Emiliano, Presidente della Regione Puglia che ha esordito dichiarando di avere una particolare attenzione nei confronti del Partito del Sud: “Direi una passione, da subito, perché io sento molto nei vostri interventi, e nel vostro modo di fare politica, la mia storia personale politica. Mi riferisco soprattutto al metodo riformista e al rifiuto del populismo meridionale, un populismo che mira a strumentalizzare le paure delle persone per creare consenso”.

"In questo scenario - ha precisato Emiliano - il Partito del Sud ha il merito di non guardare al passato, perché al contrario di molti partiti e movimenti meridionalisti si sforza di guardare al futuro, di costruire ipotesi economiche, sociali e politiche in cui ovviamente ci sia 'il riscatto' da chi nella storia è stato trascurato, qualche volta anche con responsabilità proprie”.

"Perché esiste una scienza - ha spiegato il Presidente della Regione Puglia - la vittimologia, secondo cui le vittime hanno un ruolo nel male che viene loro fatto. Inavvertitamente e spesso, pare,  le vittime pongono in essere atteggiamenti e comportamenti di cui un avversario può avvalersi. E oggi l’avversario è il detentore del capitale ed è molto più sofisticato di un tempo, e ricatta chiunque: potentissime multinazionali, banche, governi".

Partito Sud emiliano
 
"Figuriamoci i molto più indifesi Sud del mondo, i quali però, attenzione, al pari di chi non ha nulla, un asso nella manica ce lo hanno ed è il potere di dire NO, di riuscire con un gesto politico a non dare valore alle regole che l’avversario costruisce con lo scopo di annientarlo. Quando noi riusciremo a ritornare ad un modello economico nel quale produrre beni e servizi sarà più importante, a livello qualitativo, e parlo di qualità della vita, della rendita che da questi beni e servizi si potrà ricavare in termini puramente monetizzabili, avremo restituito al Sud la sua libertà”.

A fargli eco dalle frontiere internazionali Fernando Martinez De Carnero di Podemos, il cui fil rouge dell'intervento è stato dipanato sull’immaginario del Sud, tutto da ricostruire nell'ottica giusta, e non falsata, da quella che resta l’ideologia imperialista di un capitalismo schiacciante: “In questa sede parliamo di Sud a livello globale ed è questo che va ripensato e addirittura reinventato in toto, così come il concetto di “patria”, che è stato per troppo tempo strumentalizzato e lasciato nelle mani delle destre e dei nazionalismi”.

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Per l’esponente di Podemos oggi siamo in un periodo di grande crisi di rappresentanza e di “rappresentazione”,anche, dell’identità comune, e la responsabilità di questa crisi ricade - spesso - sulle stesse sinistre, emerse negli ultimi anni, che non hanno resistito al fascino di un’espansione neoliberista senza precedenti, con la conseguente frammentazione della cosiddetta lotta sociale, che non poteva che sfociare in uno sfaldamento della solidarietà con conseguente agonia dell’individuo.

“La priorità è dunque - per Martinez De Carnero - ricostruire un’alternativa politica, progressista, che parta dal basso, che obbliga ad una riflessione storica e ad una ridefinizione del concetto di nazione che, se non vuole essere un concetto vuoto, non può prescindere dal suo popolo, da quelle che sono cioè le necessità vere di chi in quelle nazioni ci vive e al loro governo deve senza dubbio partecipare”.

Argiris Panagopoulos, Membro del Dipartimento di Politica Europea di Syriza, non ha dubbi: "Fare politica, oggi, significa concentrarsi sui problemi reali della gente, gente colpita pesantemente dalla crisi, a cui bisogna parlare con un linguaggio semplice e non con l’incomprensibile politichese, che mira solo a raccattare voti per costruire poteri personali".

"Fare politica, oggi - ripete - significa fare un grande lavoro sociale, significa risolvere grandi e piccoli problemi quotidianamente. Fare politica oggi significa fare grandi alleanze con chiunque decida di scendere in campo contro i poteri forti, i colossi della finanza e gli interessi di una oligarchia manipolatrice, per legittima difesa".
Argiris Panagopoulos
 
“Ecco perché ho accettato immediatamente il vostro invito a questo dibattito", ha ribadito Panagopoulos, "perché credo che popoli con una cultura e una sapienza millenaria, popoli che hanno fatto da sempre dell’accoglienza e della tolleranza i propri principi basilari, popoli che della democrazia sono stati i padri, non possano che tentare di arginare con tutte le proprie energie questa deriva egoistica e addirittura estremista di un’Europa, che dovrebbe aiutare e non ostacolare il progresso di ciascuno degli stati membri con ricatti e ultimatum vergognosi".

"Chiunque attenti ai diritti costituzionali dei popoli, al suo sistema sanitario, alla dignità dei più deboli, deve essere fermato", ha avvertito, "Molte cose uniscono la Grecia all’Italia: l’arte, la filosofia, discipline ed eventi storici che in questa sede è forse superfluo ricordare. Ma una su tutte è sicuramente il Mediterraneo e il suo andirivieni di genti e di pensiero. Chi avrebbe immaginato mai che il Mediterraneo sarebbe diventato un mare di cadaveri?”.

“In pochi mesi sono passati dalla Grecia un milione e duecentomila persone", ha ricordato il leader di Syriza, "E sapete cosa? Noi non abbiamo cacciato nessuno. I più poveri dei poveri hanno aperto le loro case e hanno accolto con amicizia e come da imperativo morale queste persone in fuga dall’orrore della guerra. Sulle spiagge di Lesbo e di Lampedusa gli esempi di grande umanità non si contano e oggi, più dei millenni di storia, ad unirci è questo. Questa umanità che pochi possono vantare di avere, presi come sono dalla burocrazia, da conti economici che non tornano e dai tagli obbligatori che devono diminuire i debiti pubblici di cui non i popoli, ma ben altri, sono responsabili”.

PARITITO SUD logonuovo
 
Infine Panagopoulos ha segnalato che per imporsi all’attenzione dell’Europa non bisogna partire in grande stile.Syriza aveva un piccolo 4,7% in Parlamento, ma è sceso per 4 anni nelle piazze dicendo “Siamo condannati a vincere” e “sebbene avessimo tutti contro, stampa e giornali greci compresi, così come succede in Italia”, abbiamo vinto due elezioni e ci siamo imposti all’attenzione internazionale come non capitava ad un partito politico da anni, con grande favore e appoggio popolare”.

Porti strategici, unificazione della dorsali tirrenica e adriatica e “costruzione di città policentriche” sono stati i tre punti cruciali indicati da Andrea Del Monaco, Esperto Fondi Europei, opinionista della Gazzetta Del Mezzogiorno. Che ha illustrato in anteprima alla platea del Convegno il suo libro “Sud, colonia tedesca? La questione meridionale oggi”, per spiegare il perché ad oggi non si è ancora mai data al Sud Italia e al Sud Europa la possibilità di un concreto sviluppo. Numeri alla mano, numeri forti, ed esempi eclatanti di mancata programmazione nazionale ed europea di investimenti infrastrutturali, su cui i soldi dovrebbero essere spesi.

“Gioia Tauro, Taranto e Crotone sono porti che servono quasi tutti i mercati", ha evidenziato Del Monaco, "Dovrebbero essere messi in competizione con porti del Baltico che, insieme ai retroporti creerebbe un bacino produttivo nel Mezzogiorno. Ma questo a chi darebbe fastidio? Sicuramente perderebbero di importanza i porti di Rottendam e di Amburgo. E questo la dice lunga sulla subalternità della Confindustria italiana a quelle degli olandesi, dei tedeschi e dei nordeuropei in generale. E questo è un punto politico e di sovranità democratica, a mio parere, fondamentale”.

Del Monaco Andrea
 
"Seconda questione, per Del Monaco: "Grazie alla unificazione della dorsale ferroviaria tirrenica e della dorsale ferroviaria adriatica, passando per Potenza e Matera, noi uniremmo l’Adriatico e il Tirreno, cosa che al momento non esiste.“Perché se io da Torno a Venezia in treno ci impiego quattro ore, per andare invece da Bari a Reggio Calabria ce ne metto nove. Ciò non può che penalizzare le aziende del Sud, costrette ad armare pulmini, o comunque trasporti su gomma, per portare le proprie merci nelle città della stessa regione o delle regioni attigue.

E di Matera, capitale della Cultura Europea nel 2019, che non ha una stazione ferroviaria che dire? Che forse le società che detengono gli autobus avrebbero un calo? Ma uno Stato serio fa una stazione, non è che si fa influenzare dalle compagnie di trasporto su gomma”.

Il terzo punto su cui si dovrebbe investire, secondo Del Monaco, riguarda sicuramente la costruzione di città policentriche, ovvero aree geografiche abbastanza ampie nelle regioni del Sud, nelle quali, riattivando le reti ferroviarie locali, le aziende avrebbero la possibilità di dialogare, collaborare e spostare le merci in poco tempo.

Andrea Balia, Vice Presidente del Partito del Sud, riallacciandosi alle parole di Michele Emiliano si è soffermato su una precisazione ideologica e una presa di posizione politica, che non è mai inutile ribadire per un partito che, in tempi non sospetti, ha deciso coraggiosamente di mettere nel suo nome la parola Sud: “Il Partito del Sud è un partito meridionalista progressista riformista. Un partito che, come ha sottolineato il Presidente Emiliano in apertura, non ha come suo obiettivo la mera rivendicazione storica di un passato che, sebbene glorioso, non può essere anteposto a quelle che sono le priorità odierne: dare al Sud le stesse opportunità e gli stessi diritti come da Costituzione Repubblicana, articoli 3 e 4 per chi volesse andare a vedere cosa c’è scritto dal 1946, e fare del Sud un motore propulsore di sviluppo per tutto il Paese. Perché “Con il Sud si riparte” non è uno slogan da campagna elettorale, ma una nostra ferrea convinzione: se si dà al Sud il modo di ripartire, a ripartire sarà tutta l’Italia e finalmente sarà un’Italia unita non solo sulla carta, ma nei fatti”.

Balia fa sostanzialmente una distinzione tra meridionalismo progressista, quello del Partito di cui è Vice Presidente, e “sudismo”, che poi è un po’ quello che il Presidente della Regione Puglia ha definito populismo meridionale: “Meridionalismo è un concetto che ha una sua etimologia precisa, una sua storia, suoi padri fondatori. Per il Sud, per la difesa dei Sud, bisogna essere partigiani, di parte, di resistenza”, tiene a sottolineare Balia. “Il sudismo è generico: sui suoi temi e sulla necessità di una verità storica, siamo tutti d’accordo, ci mancherebbe, ma senza un’analisi e una storia politica di riferimento, senza un vigoroso tendere al futuro, e non al passato, secondo noi, non è pagante”. Il Sud Italia ha bisogno di poter mettere a frutto le proprie potenzialità, nel rispetto delle sue radici e delle sue peculiarità. Deve poter recuperare mestieri e competenze autoctone, la “terra” come simbolo e sapienza, anche agricola. E, per dare valore ai frutti di questa terra, dovranno essere messi a punto, concordati e sviluppati, con grande cautela meccanismi virtuosi di scambi commerciali”.

"In più, ovviamente, non si può non pensare all’esigenza di dover rivalorizzarequella che è la punta di diamante non solo del Sud Italia, ma di tutto il Sud Europa: cultura e turismo. A tal fine, il Sud dell’Europa - secondo Balia - può essere una realtà federale ben definita, con al suo interno applicato lo stesso concetto federativo tra i vari paesi, nel rispetto delle reciproche autonomie economiche, amministrative e gestionali”.

La “questione meridionale”, infine, da questione nazionale irrisolta, diventa “questione internazionale” nell'intervento di chiusura - dopo una giornata molto intensa e proficua - di Natale Cuccurese, Presidente Nazionale del Partito del Sud, che, con tipico accento emiliano (è nato nel Sud, ma vive da molti anni a Reggio Emilia, ndr), non può che ricordare ogni volta a chiunque lo ascolti parlare di diritti del Mezzogiorno d’Italia, che la questione meridionale va ben oltre gli interessi particolaristici di una zona del Paese e che, al contrario, riguarda l’Italia nella sua interezza, considerando anche che al nord risiedono 14 milioni di cittadini di origine meridionale.

“Stiamo lottando da anni per il rilancio del Sud, che per noi è anche rilancio del Paese, perché se metà del Paese non è messo in condizione di competere in modo produttivo a quella che è l’economia del Paese, è chiaro che l’Italia non potrà riprendersi. Solo con il Sud si riparte!”

Facendo riferimento all’analisi di alcuni dati macroeconomici recenti, la situazione del Sud Italia, per Cuccurese, non è solo preoccupante, ma è devastante, e senza futuro se non si interviene rapidamente: “L’emigrazione dal Sud Italia, che è cominciata con l’Unità di Italia, perché prima non esisteva, ed è continuata con dimensioni bibliche per 155 anni, continua ancora oggi. Parliamo di oltre 100.000 unità ogni anno. Negli ultimi due-tre anni c’è una novità che non ci conforta: si inizia ad emigrare anche dal Nord, perché con le politiche di austerità europea, la crisi, che magari non è cruenta come al Sud, ha investito in pieno anche il Nord del Paese. Ad emigrare sono persone, spesso giovani, che, in generale, con enormi sacrifici e costi non irrilevanti da parte delle rispettive famiglie, hanno studiato".

"Persone che per trovare lavoro vanno in Paesi dove con molta probabilità si costruiranno una famiglia e da cui difficilmente torneranno nei territori di nascita”. E mentre al Sud la disoccupazione giovanile è oggi al 58%, è di una settimana fa il dato che invece vede in Germania un record storico di “occupazione”, un dato che non era mai stato così alto dai tempi della riunificazione delle due Germanie. C’è dunque qualcosa che in questa Europa effettivamente non funziona”. La conseguenza è che al Sud Italia c’è un doppio svantaggio. “Siamo nei fatti colonia di una colonia”, ha dichiarato Cuccurese. “L’Italia, che con la sua Confindustria non si oppone ai potentati nordeuropei è nei fatti colonia. E il Sud è, quindi, a sua volta colonia di una colonia e questo è storicamente sempre più evidente”.

Scenari altrettanto cupi dipingono, secondo Cuccurese, i dati sulla denatalità che, al Sud, al contrario che in passato, è oggi più alta che al Nord: "Questo sostanzialmente significa che, tra quindici/vent’anni, il Sud sarà spopolato e abitato da una popolazione certo non giovanissima che avrà necessità dettate dall’invecchiamento e porterà con sé una serie di problematiche che non possono essere sottovalutate già oggi, dato l’abbattimento progressivo del welfare di cui siamo tutti testimoni, i continui tagli alla Sanità pubblica e il problema delle pensioni. Allarmante per il Presidente del Partito anche la questione povertà, “se pensiamo che nei centri Caritas per la prima volta gli italiani superano gli extra comunitari”.

"Detto questo, parlare di lotta di classe oggi è sicuramente bollato come demodé.Ciò non significa che questa lotta non sia tuttora in corso e che a vincere, anzi a stravincere, contro le classi popolari siano i poteri che definiamo forti. Anche perché i media, televisioni e giornali, lottano insieme a loro. L’Italia, per chi non lo sapesse è al 77º posto per libertà di stampa nel mondo. Una stampa che spesso, tranne qualche meritoria eccezione, non solo discrimina i meridionali, con l’obiettivo di tenerci in uno stato di sudditanza, ma che rappresenta anche un problema per quella che dovrebbe essere una corretta, esaustiva e indipendente informazione su tematiche di interesse pubblico e che inevitabilmente si ripercuote sulle scelte politiche, apparentemente libere ma in realtà condizionate, che gli italiani sono chiamati a fare nelle cabine elettorali; dove alla rabbia e al disgusto per la politica, si aggiunge una sempre maggiore disinformazione di regime, pericolosa per lo stato della democrazia reale nel nostro paese. Quello che auspico dunque è un’Europa meno tecnocratica, un’Europa dei popoli e solidale".

"Un cambio di rotta significativo che porti tutti i suoi Sud a contare quanto i suoi Nord e che porti il Sud Italia a divenire volano della ripresa economica del Paese. Ed è per questo motivo che la questione meridionale non può che diventare, da questione nazionale irrisolta, “questione internazionale” e unirsi in tal modo alle lotte degli altri Sud d’Europa".

(gelormini@affaritaliani.it)




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Il Partito del Sud fa da apripista al 'meridionalismo europeo' e alla 'questione' che da meridionale si fa 'internazionale'

Partito Sud Barletta3
Il Partito del Sud sceglie la cornice del Castello Svevo di Barletta e della sua originale "Sala Rossa" per l’incontro dibattito “Per un’Europa migliore”. Parterre internazionale per discutere del rilancio dell’Italia e dell’Europa, spinto dal Sud e da una forte accelerazione al cambiamento delle politiche, proveniente dai Paesi dell’Europa meridionale e del Mediterraneo.

Da Natale Cuccurese, Presidente del Partito del Sud, a Michele dell’Edera e Andrea Balia, entrambi Vice Presidenti del Partito
, insieme al Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, a Argiris Panagopoulos, Membro del Dipartimento di Politica Europea di Syriza, a Fernando Martinez De Carnero - Podemos Italia, e Andrea Del Monaco, Esperto Fondi Europei, opinionista della Gazzetta Del Mezzogiorno.
 
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Nomi di spessore per una sfida di primaria importanza: ripartire dal Sud dell’Italia e dal Sud dell’Europa, per creare un’Europa diversa, migliore e più giusta. “Un’Europa che sia più solidale e che diventi un’Europa dei Popoli”, ha dichiarato Natale Cuccurese, sottolineando che “il Sud Italia non può oltremodo essere colonia di una colonia, di un’Italia cioè essa stessa colonia di questa Europa tecnocratica”.

Sviluppo sostenibile e meridionalismo europeo nel discorso d'apertura di Michele Dell’Edera che, oltre ad essere Vice Presidente Nazionale del Partito del Sud, ne è anche il Coordinatore della Regione Puglia. Dell’Edera ha ricordando alla platea che, già nel 2014, era stata lanciata con Michele Emiliano, a Bari, l’idea che 'Con il Sud si riparte' (tratta dal libro con medesimo titolo, ndr), secondo cui tutta l’Italia potrà ripartire se a ripartire sarà proprio il suo Sud.

“Ripartire grazie ad uno sviluppo sostenibile - ha precisato Dell’Edera - e con la consapevolezza che le popolazioni del Mediterraneo, da sempre contaminate le une dalle altre nella loro storia millenaria, meritano rispetto e fiducia per quella che è la loro diversità plurale. Una diversità che non è un problema da risolvere, ma una risorsa dal valore inestimabile, portatrice sana di tolleranza e capacità di integrazione”.

“Oggi siamo qui per dare vita ad un Progetto per il Sud, per l’Italia e per l’Europa, perché l’Europa deve assolutamente ripartire dal suo mare principale, dal Mediterraneo, culla di civiltà straordinarie", ha sottolineato con convinzione Dell'Edera, "Siamo qui per impegnarci a far sì che ci sia un’attenzione nuova da parte dell’Europa a quello che è l’unico sviluppo dignitoso a cui il Partito del Sud può pensare, uno sviluppo cioè rispettoso del lavoro, della salute e dell’ambiente".

"Crediamo che il diritto al lavoro e alla salute non debbano essere mai essere toccati", ha proseguito, "Il lavoro è fonte di vita e non può essere fonte di morte e qui mi riferisco soprattutto alle vicende di Taranto, a quelle della Terra dei Fuochi e a tutte quelle che hanno tristemente campeggiato sulle prime pagine dei nostri quotidiani e contribuito negli ultimi decenni ad un danno ambientale irreparabile. Uno sviluppo insomma che, mai e poi mai, prescinda dai valori della nostra Costituzione, un capolavoro di pensiero democratico e lungimirante, la cui applicazione, alla lettera, crediamo e ribadiamo ancora una volta, come già due anni fa e già nel nostro libro “Con il Sud si riparte”, sia quanto mai urgente e necessaria. Già solo questo basterebbe ad arginare quelle che sono le annose problematiche che affliggono la nostra Regione e l’intero Sud Italia. In quest’ottica, credo che tra regioni vicine bisognerebbe aiutarsi l’una con l’altra senza divisioni, fare rete, collaborare per il bene reciproco e comune. E credo anche che le regioni dovrebbero essere in diretto contatto con l’Europa. C’è un bellissimo organo a livello europeo, il Comitato delle Regioni, uno spazio dove le Regioni possono intervenire sulle politiche europee, presentando in maniera diretta esigenze territoriali”.

Michele Dell’Edera ha concluso, rinnovando appoggio e la stima reciproca con Michele Emiliano e auspicando per il futuro la nascita di un meridionalismo europeo, grazie al quale i paesi del Sud Europa e del Mediterraneo possano sentirsi coinvolti in proposte e modelli nuovi di sviluppo, aiutando in tal modo l’Europa ad uscire dagli egoismi e dall’intolleranza di cui in certi casi ha dato prova anche alle urne.

Partito Sud Barletta
 
Attesissimo e alquanto lusinghiero, per gli organizzatori dell’evento, l’intervento di Michele Emiliano, Presidente della Regione Puglia che ha esordito dichiarando di avere una particolare attenzione nei confronti del Partito del Sud: “Direi una passione, da subito, perché io sento molto nei vostri interventi, e nel vostro modo di fare politica, la mia storia personale politica. Mi riferisco soprattutto al metodo riformista e al rifiuto del populismo meridionale, un populismo che mira a strumentalizzare le paure delle persone per creare consenso”.

"In questo scenario - ha precisato Emiliano - il Partito del Sud ha il merito di non guardare al passato, perché al contrario di molti partiti e movimenti meridionalisti si sforza di guardare al futuro, di costruire ipotesi economiche, sociali e politiche in cui ovviamente ci sia 'il riscatto' da chi nella storia è stato trascurato, qualche volta anche con responsabilità proprie”.

"Perché esiste una scienza - ha spiegato il Presidente della Regione Puglia - la vittimologia, secondo cui le vittime hanno un ruolo nel male che viene loro fatto. Inavvertitamente e spesso, pare,  le vittime pongono in essere atteggiamenti e comportamenti di cui un avversario può avvalersi. E oggi l’avversario è il detentore del capitale ed è molto più sofisticato di un tempo, e ricatta chiunque: potentissime multinazionali, banche, governi".

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"Figuriamoci i molto più indifesi Sud del mondo, i quali però, attenzione, al pari di chi non ha nulla, un asso nella manica ce lo hanno ed è il potere di dire NO, di riuscire con un gesto politico a non dare valore alle regole che l’avversario costruisce con lo scopo di annientarlo. Quando noi riusciremo a ritornare ad un modello economico nel quale produrre beni e servizi sarà più importante, a livello qualitativo, e parlo di qualità della vita, della rendita che da questi beni e servizi si potrà ricavare in termini puramente monetizzabili, avremo restituito al Sud la sua libertà”.

A fargli eco dalle frontiere internazionali Fernando Martinez De Carnero di Podemos, il cui fil rouge dell'intervento è stato dipanato sull’immaginario del Sud, tutto da ricostruire nell'ottica giusta, e non falsata, da quella che resta l’ideologia imperialista di un capitalismo schiacciante: “In questa sede parliamo di Sud a livello globale ed è questo che va ripensato e addirittura reinventato in toto, così come il concetto di “patria”, che è stato per troppo tempo strumentalizzato e lasciato nelle mani delle destre e dei nazionalismi”.

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Per l’esponente di Podemos oggi siamo in un periodo di grande crisi di rappresentanza e di “rappresentazione”,anche, dell’identità comune, e la responsabilità di questa crisi ricade - spesso - sulle stesse sinistre, emerse negli ultimi anni, che non hanno resistito al fascino di un’espansione neoliberista senza precedenti, con la conseguente frammentazione della cosiddetta lotta sociale, che non poteva che sfociare in uno sfaldamento della solidarietà con conseguente agonia dell’individuo.

“La priorità è dunque - per Martinez De Carnero - ricostruire un’alternativa politica, progressista, che parta dal basso, che obbliga ad una riflessione storica e ad una ridefinizione del concetto di nazione che, se non vuole essere un concetto vuoto, non può prescindere dal suo popolo, da quelle che sono cioè le necessità vere di chi in quelle nazioni ci vive e al loro governo deve senza dubbio partecipare”.

Argiris Panagopoulos, Membro del Dipartimento di Politica Europea di Syriza, non ha dubbi: "Fare politica, oggi, significa concentrarsi sui problemi reali della gente, gente colpita pesantemente dalla crisi, a cui bisogna parlare con un linguaggio semplice e non con l’incomprensibile politichese, che mira solo a raccattare voti per costruire poteri personali".

"Fare politica, oggi - ripete - significa fare un grande lavoro sociale, significa risolvere grandi e piccoli problemi quotidianamente. Fare politica oggi significa fare grandi alleanze con chiunque decida di scendere in campo contro i poteri forti, i colossi della finanza e gli interessi di una oligarchia manipolatrice, per legittima difesa".
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“Ecco perché ho accettato immediatamente il vostro invito a questo dibattito", ha ribadito Panagopoulos, "perché credo che popoli con una cultura e una sapienza millenaria, popoli che hanno fatto da sempre dell’accoglienza e della tolleranza i propri principi basilari, popoli che della democrazia sono stati i padri, non possano che tentare di arginare con tutte le proprie energie questa deriva egoistica e addirittura estremista di un’Europa, che dovrebbe aiutare e non ostacolare il progresso di ciascuno degli stati membri con ricatti e ultimatum vergognosi".

"Chiunque attenti ai diritti costituzionali dei popoli, al suo sistema sanitario, alla dignità dei più deboli, deve essere fermato", ha avvertito, "Molte cose uniscono la Grecia all’Italia: l’arte, la filosofia, discipline ed eventi storici che in questa sede è forse superfluo ricordare. Ma una su tutte è sicuramente il Mediterraneo e il suo andirivieni di genti e di pensiero. Chi avrebbe immaginato mai che il Mediterraneo sarebbe diventato un mare di cadaveri?”.

“In pochi mesi sono passati dalla Grecia un milione e duecentomila persone", ha ricordato il leader di Syriza, "E sapete cosa? Noi non abbiamo cacciato nessuno. I più poveri dei poveri hanno aperto le loro case e hanno accolto con amicizia e come da imperativo morale queste persone in fuga dall’orrore della guerra. Sulle spiagge di Lesbo e di Lampedusa gli esempi di grande umanità non si contano e oggi, più dei millenni di storia, ad unirci è questo. Questa umanità che pochi possono vantare di avere, presi come sono dalla burocrazia, da conti economici che non tornano e dai tagli obbligatori che devono diminuire i debiti pubblici di cui non i popoli, ma ben altri, sono responsabili”.

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Infine Panagopoulos ha segnalato che per imporsi all’attenzione dell’Europa non bisogna partire in grande stile.Syriza aveva un piccolo 4,7% in Parlamento, ma è sceso per 4 anni nelle piazze dicendo “Siamo condannati a vincere” e “sebbene avessimo tutti contro, stampa e giornali greci compresi, così come succede in Italia”, abbiamo vinto due elezioni e ci siamo imposti all’attenzione internazionale come non capitava ad un partito politico da anni, con grande favore e appoggio popolare”.

Porti strategici, unificazione della dorsali tirrenica e adriatica e “costruzione di città policentriche” sono stati i tre punti cruciali indicati da Andrea Del Monaco, Esperto Fondi Europei, opinionista della Gazzetta Del Mezzogiorno. Che ha illustrato in anteprima alla platea del Convegno il suo libro “Sud, colonia tedesca? La questione meridionale oggi”, per spiegare il perché ad oggi non si è ancora mai data al Sud Italia e al Sud Europa la possibilità di un concreto sviluppo. Numeri alla mano, numeri forti, ed esempi eclatanti di mancata programmazione nazionale ed europea di investimenti infrastrutturali, su cui i soldi dovrebbero essere spesi.

“Gioia Tauro, Taranto e Crotone sono porti che servono quasi tutti i mercati", ha evidenziato Del Monaco, "Dovrebbero essere messi in competizione con porti del Baltico che, insieme ai retroporti creerebbe un bacino produttivo nel Mezzogiorno. Ma questo a chi darebbe fastidio? Sicuramente perderebbero di importanza i porti di Rottendam e di Amburgo. E questo la dice lunga sulla subalternità della Confindustria italiana a quelle degli olandesi, dei tedeschi e dei nordeuropei in generale. E questo è un punto politico e di sovranità democratica, a mio parere, fondamentale”.

Del Monaco Andrea
 
"Seconda questione, per Del Monaco: "Grazie alla unificazione della dorsale ferroviaria tirrenica e della dorsale ferroviaria adriatica, passando per Potenza e Matera, noi uniremmo l’Adriatico e il Tirreno, cosa che al momento non esiste.“Perché se io da Torno a Venezia in treno ci impiego quattro ore, per andare invece da Bari a Reggio Calabria ce ne metto nove. Ciò non può che penalizzare le aziende del Sud, costrette ad armare pulmini, o comunque trasporti su gomma, per portare le proprie merci nelle città della stessa regione o delle regioni attigue.

E di Matera, capitale della Cultura Europea nel 2019, che non ha una stazione ferroviaria che dire? Che forse le società che detengono gli autobus avrebbero un calo? Ma uno Stato serio fa una stazione, non è che si fa influenzare dalle compagnie di trasporto su gomma”.

Il terzo punto su cui si dovrebbe investire, secondo Del Monaco, riguarda sicuramente la costruzione di città policentriche, ovvero aree geografiche abbastanza ampie nelle regioni del Sud, nelle quali, riattivando le reti ferroviarie locali, le aziende avrebbero la possibilità di dialogare, collaborare e spostare le merci in poco tempo.

Andrea Balia, Vice Presidente del Partito del Sud, riallacciandosi alle parole di Michele Emiliano si è soffermato su una precisazione ideologica e una presa di posizione politica, che non è mai inutile ribadire per un partito che, in tempi non sospetti, ha deciso coraggiosamente di mettere nel suo nome la parola Sud: “Il Partito del Sud è un partito meridionalista progressista riformista. Un partito che, come ha sottolineato il Presidente Emiliano in apertura, non ha come suo obiettivo la mera rivendicazione storica di un passato che, sebbene glorioso, non può essere anteposto a quelle che sono le priorità odierne: dare al Sud le stesse opportunità e gli stessi diritti come da Costituzione Repubblicana, articoli 3 e 4 per chi volesse andare a vedere cosa c’è scritto dal 1946, e fare del Sud un motore propulsore di sviluppo per tutto il Paese. Perché “Con il Sud si riparte” non è uno slogan da campagna elettorale, ma una nostra ferrea convinzione: se si dà al Sud il modo di ripartire, a ripartire sarà tutta l’Italia e finalmente sarà un’Italia unita non solo sulla carta, ma nei fatti”.

Balia fa sostanzialmente una distinzione tra meridionalismo progressista, quello del Partito di cui è Vice Presidente, e “sudismo”, che poi è un po’ quello che il Presidente della Regione Puglia ha definito populismo meridionale: “Meridionalismo è un concetto che ha una sua etimologia precisa, una sua storia, suoi padri fondatori. Per il Sud, per la difesa dei Sud, bisogna essere partigiani, di parte, di resistenza”, tiene a sottolineare Balia. “Il sudismo è generico: sui suoi temi e sulla necessità di una verità storica, siamo tutti d’accordo, ci mancherebbe, ma senza un’analisi e una storia politica di riferimento, senza un vigoroso tendere al futuro, e non al passato, secondo noi, non è pagante”. Il Sud Italia ha bisogno di poter mettere a frutto le proprie potenzialità, nel rispetto delle sue radici e delle sue peculiarità. Deve poter recuperare mestieri e competenze autoctone, la “terra” come simbolo e sapienza, anche agricola. E, per dare valore ai frutti di questa terra, dovranno essere messi a punto, concordati e sviluppati, con grande cautela meccanismi virtuosi di scambi commerciali”.

"In più, ovviamente, non si può non pensare all’esigenza di dover rivalorizzarequella che è la punta di diamante non solo del Sud Italia, ma di tutto il Sud Europa: cultura e turismo. A tal fine, il Sud dell’Europa - secondo Balia - può essere una realtà federale ben definita, con al suo interno applicato lo stesso concetto federativo tra i vari paesi, nel rispetto delle reciproche autonomie economiche, amministrative e gestionali”.

La “questione meridionale”, infine, da questione nazionale irrisolta, diventa “questione internazionale” nell'intervento di chiusura - dopo una giornata molto intensa e proficua - di Natale Cuccurese, Presidente Nazionale del Partito del Sud, che, con tipico accento emiliano (è nato nel Sud, ma vive da molti anni a Reggio Emilia, ndr), non può che ricordare ogni volta a chiunque lo ascolti parlare di diritti del Mezzogiorno d’Italia, che la questione meridionale va ben oltre gli interessi particolaristici di una zona del Paese e che, al contrario, riguarda l’Italia nella sua interezza, considerando anche che al nord risiedono 14 milioni di cittadini di origine meridionale.

“Stiamo lottando da anni per il rilancio del Sud, che per noi è anche rilancio del Paese, perché se metà del Paese non è messo in condizione di competere in modo produttivo a quella che è l’economia del Paese, è chiaro che l’Italia non potrà riprendersi. Solo con il Sud si riparte!”

Facendo riferimento all’analisi di alcuni dati macroeconomici recenti, la situazione del Sud Italia, per Cuccurese, non è solo preoccupante, ma è devastante, e senza futuro se non si interviene rapidamente: “L’emigrazione dal Sud Italia, che è cominciata con l’Unità di Italia, perché prima non esisteva, ed è continuata con dimensioni bibliche per 155 anni, continua ancora oggi. Parliamo di oltre 100.000 unità ogni anno. Negli ultimi due-tre anni c’è una novità che non ci conforta: si inizia ad emigrare anche dal Nord, perché con le politiche di austerità europea, la crisi, che magari non è cruenta come al Sud, ha investito in pieno anche il Nord del Paese. Ad emigrare sono persone, spesso giovani, che, in generale, con enormi sacrifici e costi non irrilevanti da parte delle rispettive famiglie, hanno studiato".

"Persone che per trovare lavoro vanno in Paesi dove con molta probabilità si costruiranno una famiglia e da cui difficilmente torneranno nei territori di nascita”. E mentre al Sud la disoccupazione giovanile è oggi al 58%, è di una settimana fa il dato che invece vede in Germania un record storico di “occupazione”, un dato che non era mai stato così alto dai tempi della riunificazione delle due Germanie. C’è dunque qualcosa che in questa Europa effettivamente non funziona”. La conseguenza è che al Sud Italia c’è un doppio svantaggio. “Siamo nei fatti colonia di una colonia”, ha dichiarato Cuccurese. “L’Italia, che con la sua Confindustria non si oppone ai potentati nordeuropei è nei fatti colonia. E il Sud è, quindi, a sua volta colonia di una colonia e questo è storicamente sempre più evidente”.

Scenari altrettanto cupi dipingono, secondo Cuccurese, i dati sulla denatalità che, al Sud, al contrario che in passato, è oggi più alta che al Nord: "Questo sostanzialmente significa che, tra quindici/vent’anni, il Sud sarà spopolato e abitato da una popolazione certo non giovanissima che avrà necessità dettate dall’invecchiamento e porterà con sé una serie di problematiche che non possono essere sottovalutate già oggi, dato l’abbattimento progressivo del welfare di cui siamo tutti testimoni, i continui tagli alla Sanità pubblica e il problema delle pensioni. Allarmante per il Presidente del Partito anche la questione povertà, “se pensiamo che nei centri Caritas per la prima volta gli italiani superano gli extra comunitari”.

"Detto questo, parlare di lotta di classe oggi è sicuramente bollato come demodé.Ciò non significa che questa lotta non sia tuttora in corso e che a vincere, anzi a stravincere, contro le classi popolari siano i poteri che definiamo forti. Anche perché i media, televisioni e giornali, lottano insieme a loro. L’Italia, per chi non lo sapesse è al 77º posto per libertà di stampa nel mondo. Una stampa che spesso, tranne qualche meritoria eccezione, non solo discrimina i meridionali, con l’obiettivo di tenerci in uno stato di sudditanza, ma che rappresenta anche un problema per quella che dovrebbe essere una corretta, esaustiva e indipendente informazione su tematiche di interesse pubblico e che inevitabilmente si ripercuote sulle scelte politiche, apparentemente libere ma in realtà condizionate, che gli italiani sono chiamati a fare nelle cabine elettorali; dove alla rabbia e al disgusto per la politica, si aggiunge una sempre maggiore disinformazione di regime, pericolosa per lo stato della democrazia reale nel nostro paese. Quello che auspico dunque è un’Europa meno tecnocratica, un’Europa dei popoli e solidale".

"Un cambio di rotta significativo che porti tutti i suoi Sud a contare quanto i suoi Nord e che porti il Sud Italia a divenire volano della ripresa economica del Paese. Ed è per questo motivo che la questione meridionale non può che diventare, da questione nazionale irrisolta, “questione internazionale” e unirsi in tal modo alle lotte degli altri Sud d’Europa".

(gelormini@affaritaliani.it)




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lunedì 31 ottobre 2016

In vista dell’appuntamento del 4 novembre a Barletta - Un progetto per il Sud del Paese: intervista a Sabrina Di Carlo, coordinatrice del Partito del SUD - San Severo




DI CARLO: "La nostra idea è quella di un Meridione nuovo che ha voglia di proporre, un Meridione di eccellenze, di legalità, di lotta al malaffare. Il Meridione degli onesti che desidera affermare con forza la propria dignità e giocare il ruolo che gli compete in ambito nazionale ed internazionale....".

di Piero Mastroiorio 

E’ possibile che un progetto di rilancio del Paese e dell’Europa parta proprio dal rilancio del Sud e da una forte spinta al cambiamento delle politiche che venga dai Paesi dell’Europa meridionale e del Mediterraneo?
E’ questa la sfida che vuole cogliere e lanciare il convegno organizzato dal Partito del Sud il 4 novembre 2016 e che vede tra gli ospiti il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. 

Nel 2014 il “Partito del Sud” lanciò la sfida di pensare a un’Italia che riparta da Sud, ne hanno fatto un progetto e un libro lavorando sul concetto di “Con il Sud si Riparte”. 

Da allora ad oggi di strada ne è stata fatta, tanta che il prossimo 4 novembre 2016, a Barletta, gli esponenti del PdelSUD aggiungeranno un altro tassello: la possibilità che siano i Sud d’Europa a far cambiare visione e politiche a un’Europa e a Governi che antepongono sempre più il dato finanziario, di bilancio e di produzione industriale all’attenzione alle persone, all’ambiente in cui vivono, alla loro salute, alla dignità che genera il lavoro, alla forza della partecipazione aperta e democratica alle decisioni da parte dei cittadini, alle sfide che impongono le migrazioni e il mutamento della società.

Nell’appuntamento del 4 novembre a Barletta gli esponenti del PdelSUD proveranno ad entrare nel merito delle questioni, tirando fuori dai contributi dei singoli relatori e dai lavori: un Progetto per il Sud, il Paese, l’Europa. Lo faranno con un’ottica di grande fiducia nei confronti delle capacità dei popoli che abitano le terre del Sud e alla loro diversità che è sempre risorsa e ricchezza da valorizzare e non problema da risolvere, nonché, con l’aiuto di esperti di fondi europei, con chi si occupa di sociale da sempre, con i greci di Syriza e gli spagnoli di Podemos, con gli uomini e le donne del Partito del Sud. 

 In attesa dell’appuntamento del 4 novembre a Barletta, abbiamo posto alcune domande a Sabrina Di Carlo, coordinatrice del Partito del Sud - San Severo Città Ribelle: 

Perché nato il Partito del SUD? 
Da troppo tempo il sud non si è dato una rappresentanza politica ed è ormai una necessità avvertita da tutti coloro che hanno a cuore le sorti del sud. Su questo vuoto politico molti se ne approfittano. Occorre mobilitarsi per battere antiche e nuove umiliazioni, I saccheggi, le disoccupazioni e le miserie della precarietà che si profilano all’orizzonte.

Qual'è l’obiettivo prioritario del Partito del SUD? 
L’obiettivo prioritario del Partito del Sud è quello della difesa e promozione dell’identità, delle istanze e degli interessi del Sud e della comunità meridionale, in Italia e nel mondo.

Come si colloca il Partito del Sud nello scenario politico italiano? 
Dalla sua nascita ad oggi la linea politica del partito si è andata sempre più definendosi fino all’attuale Meridionalisti e Progressisti. Il Partito del Sud si ispira ai grandi artefici del pensiero meridionalista storico: Antonio Gramsci, Guido Dorso, Gaetano Salvemini e, consequenzialmente, un posizionamento naturale a sinistra, o comunque nell’area del centrosinistra.

Quali sono i vostri punti cardine per cambiare la politica italiana? 
La nostra idea è quella di un Meridione nuovo che ha voglia di proporre, un Meridione di eccellenze, di legalità, di lotta al malaffare. Il Meridione degli onesti che desidera affermare con forza la propria dignità e giocare il ruolo che gli compete in ambito nazionale, europeo e internazionale.

Se vi si desse la possibilità di cambiare oltre al Senato, Camera, Regioni e Province? Eventualmente quali organi potrebbero essere eliminati e perché? 
 La rinascita del Sud parte dal rispetto dell’attuale Costituzione e dalla sua applicazione. Il Partito del Sud si propone di affermare in Italia una riforma costituzionale che consenta alle identità territoriali di promuovere uno sviluppo autodeterminato e sostenibile coerente con la propria storia e vocazione. Sottolineando che l’articolo 5 della Costituzione Repubblicana Italiana rispetta le autonomie locali, e quindi il movimento persegue una riforma che consenta una gestione la più autonoma possibile. Noi votiamo NO alla riforma costituzionale di Renzi perché centralista e restringe la partecipazione dei cittadini che non eleggerebbero più i senatori. Noi vogliamo un Senato eletto direttamente dai cittadini, un Senato federale con compiti specifici e di bilancio. Già nel programma di Michele Emiliano per le elezioni regionali, il Partito del Sud ha proposto che la Regione Puglia si facesse promotrice di un coordinamento tra le regioni del Sud. Il Presidente della Regione Puglia lo ha proposto e riproposto più volte ai Governatori del Sud, una proposta ancora valida, ed è questa un’altra ragione del nostro No al Referendum Costituzionale.

“Un Progetto per il Sud, il Paese, l’Europa” è l’incontro-dibattito promosso dal Partito del Sud, il 4 novembre a Barletta. Quale progetto per il Sud? 
Con il convegno, organizzato dal Partito del Sud il 4 novembre e che vede tra gli ospiti il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, si vuole entrare nel merito delle questioni e lo faremo con l’aiuto di esperti di fondi europei, con chi si occupa di sociale da sempre, con gli amici greci di Syriza e spagnoli di Podemos e con gli uomini e le donne del Partito del Sud. La sfida che il Partito vuole lanciare è quella di un progetto di rilancio del Paese, dell’Europa che parta proprio dal rilancio del Sud e da una forte spinta al cambiamento delle politiche che venga dai Paesi dell’Europa Meridionale e del Mediterraneo. “Con il Sud si riparte”, nostro progetto e anche un libro, il 4 novembre il lavoro continua: la possibilità che siano i Sud d’Europa a far cambiare visione e politiche a un’Europa e a Governi che antepongono sempre il dato finanziario, di bilancio e di produzione industriale all’attenzione delle persone, all’ambiente in cui vivono, alla loro salute, alla dignità che genera lavoro, alla forza della partecipazione aperta e democratica, alle decisioni da parte dei cittadini, alle sfide che ci impongono le migrazioni il mutamento delle società.

L’evento è aperto a tutti i cittadini e movimenti che vogliono assistere ai lavori e magari dare il loro contributo. Ci vediamo il 4 novembre alle ore 17 presso la Sala Rossa del Castello Svevo di Barletta




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DI CARLO: "La nostra idea è quella di un Meridione nuovo che ha voglia di proporre, un Meridione di eccellenze, di legalità, di lotta al malaffare. Il Meridione degli onesti che desidera affermare con forza la propria dignità e giocare il ruolo che gli compete in ambito nazionale ed internazionale....".

di Piero Mastroiorio 

E’ possibile che un progetto di rilancio del Paese e dell’Europa parta proprio dal rilancio del Sud e da una forte spinta al cambiamento delle politiche che venga dai Paesi dell’Europa meridionale e del Mediterraneo?
E’ questa la sfida che vuole cogliere e lanciare il convegno organizzato dal Partito del Sud il 4 novembre 2016 e che vede tra gli ospiti il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. 

Nel 2014 il “Partito del Sud” lanciò la sfida di pensare a un’Italia che riparta da Sud, ne hanno fatto un progetto e un libro lavorando sul concetto di “Con il Sud si Riparte”. 

Da allora ad oggi di strada ne è stata fatta, tanta che il prossimo 4 novembre 2016, a Barletta, gli esponenti del PdelSUD aggiungeranno un altro tassello: la possibilità che siano i Sud d’Europa a far cambiare visione e politiche a un’Europa e a Governi che antepongono sempre più il dato finanziario, di bilancio e di produzione industriale all’attenzione alle persone, all’ambiente in cui vivono, alla loro salute, alla dignità che genera il lavoro, alla forza della partecipazione aperta e democratica alle decisioni da parte dei cittadini, alle sfide che impongono le migrazioni e il mutamento della società.

Nell’appuntamento del 4 novembre a Barletta gli esponenti del PdelSUD proveranno ad entrare nel merito delle questioni, tirando fuori dai contributi dei singoli relatori e dai lavori: un Progetto per il Sud, il Paese, l’Europa. Lo faranno con un’ottica di grande fiducia nei confronti delle capacità dei popoli che abitano le terre del Sud e alla loro diversità che è sempre risorsa e ricchezza da valorizzare e non problema da risolvere, nonché, con l’aiuto di esperti di fondi europei, con chi si occupa di sociale da sempre, con i greci di Syriza e gli spagnoli di Podemos, con gli uomini e le donne del Partito del Sud. 

 In attesa dell’appuntamento del 4 novembre a Barletta, abbiamo posto alcune domande a Sabrina Di Carlo, coordinatrice del Partito del Sud - San Severo Città Ribelle: 

Perché nato il Partito del SUD? 
Da troppo tempo il sud non si è dato una rappresentanza politica ed è ormai una necessità avvertita da tutti coloro che hanno a cuore le sorti del sud. Su questo vuoto politico molti se ne approfittano. Occorre mobilitarsi per battere antiche e nuove umiliazioni, I saccheggi, le disoccupazioni e le miserie della precarietà che si profilano all’orizzonte.

Qual'è l’obiettivo prioritario del Partito del SUD? 
L’obiettivo prioritario del Partito del Sud è quello della difesa e promozione dell’identità, delle istanze e degli interessi del Sud e della comunità meridionale, in Italia e nel mondo.

Come si colloca il Partito del Sud nello scenario politico italiano? 
Dalla sua nascita ad oggi la linea politica del partito si è andata sempre più definendosi fino all’attuale Meridionalisti e Progressisti. Il Partito del Sud si ispira ai grandi artefici del pensiero meridionalista storico: Antonio Gramsci, Guido Dorso, Gaetano Salvemini e, consequenzialmente, un posizionamento naturale a sinistra, o comunque nell’area del centrosinistra.

Quali sono i vostri punti cardine per cambiare la politica italiana? 
La nostra idea è quella di un Meridione nuovo che ha voglia di proporre, un Meridione di eccellenze, di legalità, di lotta al malaffare. Il Meridione degli onesti che desidera affermare con forza la propria dignità e giocare il ruolo che gli compete in ambito nazionale, europeo e internazionale.

Se vi si desse la possibilità di cambiare oltre al Senato, Camera, Regioni e Province? Eventualmente quali organi potrebbero essere eliminati e perché? 
 La rinascita del Sud parte dal rispetto dell’attuale Costituzione e dalla sua applicazione. Il Partito del Sud si propone di affermare in Italia una riforma costituzionale che consenta alle identità territoriali di promuovere uno sviluppo autodeterminato e sostenibile coerente con la propria storia e vocazione. Sottolineando che l’articolo 5 della Costituzione Repubblicana Italiana rispetta le autonomie locali, e quindi il movimento persegue una riforma che consenta una gestione la più autonoma possibile. Noi votiamo NO alla riforma costituzionale di Renzi perché centralista e restringe la partecipazione dei cittadini che non eleggerebbero più i senatori. Noi vogliamo un Senato eletto direttamente dai cittadini, un Senato federale con compiti specifici e di bilancio. Già nel programma di Michele Emiliano per le elezioni regionali, il Partito del Sud ha proposto che la Regione Puglia si facesse promotrice di un coordinamento tra le regioni del Sud. Il Presidente della Regione Puglia lo ha proposto e riproposto più volte ai Governatori del Sud, una proposta ancora valida, ed è questa un’altra ragione del nostro No al Referendum Costituzionale.

“Un Progetto per il Sud, il Paese, l’Europa” è l’incontro-dibattito promosso dal Partito del Sud, il 4 novembre a Barletta. Quale progetto per il Sud? 
Con il convegno, organizzato dal Partito del Sud il 4 novembre e che vede tra gli ospiti il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, si vuole entrare nel merito delle questioni e lo faremo con l’aiuto di esperti di fondi europei, con chi si occupa di sociale da sempre, con gli amici greci di Syriza e spagnoli di Podemos e con gli uomini e le donne del Partito del Sud. La sfida che il Partito vuole lanciare è quella di un progetto di rilancio del Paese, dell’Europa che parta proprio dal rilancio del Sud e da una forte spinta al cambiamento delle politiche che venga dai Paesi dell’Europa Meridionale e del Mediterraneo. “Con il Sud si riparte”, nostro progetto e anche un libro, il 4 novembre il lavoro continua: la possibilità che siano i Sud d’Europa a far cambiare visione e politiche a un’Europa e a Governi che antepongono sempre il dato finanziario, di bilancio e di produzione industriale all’attenzione delle persone, all’ambiente in cui vivono, alla loro salute, alla dignità che genera lavoro, alla forza della partecipazione aperta e democratica, alle decisioni da parte dei cittadini, alle sfide che ci impongono le migrazioni il mutamento delle società.

L’evento è aperto a tutti i cittadini e movimenti che vogliono assistere ai lavori e magari dare il loro contributo. Ci vediamo il 4 novembre alle ore 17 presso la Sala Rossa del Castello Svevo di Barletta




venerdì 24 giugno 2016

Lo Zapatismo di Napoli....di Enzo Riccio

Da un'intervista ad Enzo Riccio del Direttivo nazionale del PdSUD sul Giornale online pugliese TerlizziNews , nella sua nuova rubrica di spazio meridionalista....


Come nasce questa vittoria e cosa ha di particolare?
E’ la domanda che rivolgiamo ad Enzo Riccio nostro blogger collaboratore della pagina “Noi Meridionali”.
“Beh se i vari sapientoni in tv o sui giornali oltre a provare (spesso inutilmente ma con insistenza) ad infangarla in vari modi, provassero ad ascoltare la città, sarebbe facile capire che a Napoli il Sindaco è amato     da gran parte sia della borghesia che degli strati popolari della città, i motivi?
Perché è onesto, perché ascolta, perché promuove la democrazia dal basso, perché si oppone al dogma neoliberista dell’austerità e della crescita delle diseguaglianze, perché non si inginocchia né va col cappello in mano dai partiti tradizionali del belpaese tutti a guida, interessi e trazione “tosco-padana”, che quindi vogliono continuare a mantenere Napoli a livello di colonia e non al ruolo che le compete di capitale europea, perché ha liberato Napoli dalla monnezza che arrivava ai secondi piani, perché non ha mai fatto accordi con quella zona grigia di mafia, camorra e collusioni.
Insomma i motivi sono davvero tanti, ma si potrebbero sintetizzare in onestà, solidarietà e orgoglio. Ecco quell’orgoglio napoletano che i servi di regime che provano ad interpretare dal di fuori ma non capiranno mai, semplicemente perché non amano questa città, sotto sotto in molti specie tra i principali giornalisti che si vedono sulle TV nazionali non l’hanno mai amata ed hanno sempre preferito speculare e vendere al resto del paese solo la sua parte peggiore, sottolineare le sue ombre e nascondere le sue tante luci.
De Magistris nei quartieri più borghesi di Napoli vince ancora più nettamente di quelli popolari, in più riesce ad avere consenso anche nei quartieri popolari perché espressione di una sinistra popolare e che ascolta, molto diversa da quella “radical chic” che oramai attanaglia il maggior partito di presunta sinistra che è il PD, che ha oramai abbandonato colpevolmente ogni idea di giustizia sociale.
Altra cosa, le accuse di “neoborbonismo”, sempre fatte giocando sui termini senza spiegare e approfondire cosa si intende, un po’ così come piace al giornalismo all’italiana delle etichette, allora diciamo che se per “borbonico” si intende riscoprire e rispettare la nostra vera storia che male c’è?
Finalmente, anche grazie all’impegno di alcuni meridionalisti come noi, è stata sdoganata la questione meridionale che ha le sue radici in un’unità d’Italia fatta male e c’è tutto un filone storico importante da Gramsci a Salvemini che certe cose le ha dette in modo chiaro, non per creare divisioni o mettere in discussione l’unità di ieri e di oggi ma per un futuro diverso da paese realmente unito e non diviso e profondamente diseguale come è oggi.
Paradossale poi infine l’accusa di voler costruire un “leghismo del Sud”, sia De Magistris sia i meridionalisti che lo sostengono sono chiaramente posizionati a sinistra, antifascisti e antirazzisti, quindi ovviamente un progetto politico che si pone giusto agli antipodi della Lega Nord, del lepenismo e di tutti i movimenti europei razzisti e xenofobi. Per la verità se cerca una sponda la cerca per un ruolo nuovo, unendo le città ribelli sul Mediterraneo, per far si che il Sud torni ad essere ponte e faro di culture così come lo è stato in diversi periodi della sua civiltà fin dal tempo della Magna Grecia.
Il vero dato sta nello schiacciante 66% su chi ha votato, vuol dire circa il 23% del totale dei voti dei napoletani e quindi più di 180.000 voti (più di quelli presi già al primo turno), da un lato bisogna riconquistare una parte del voto di astensione e dall’altra fa pensare che chi ne ha meno della metà come il candidato del centro-destra Lettieri, sconfitto per la seconda volta, o peggio ancora il PD napoletano sta messo di certo molto peggio.
E’ ovvio che in un periodo come questo, con forti pulsioni di antipolitica e un tripolarismo che si va delineando ovunque nel belpaese, prendere voti per un non allineato, senza giornali o grandi sponsor economici, come De Magistris è davvero dura ma come si fa a non parlare di trionfo per chi vince al ballottaggio e al secondo mandato col 66% dei voti?
Noi continuiamo a credere in un progetto di Napoli ribelle che si autogoverna e che esce dallo schema colonialista e neo-liberista, un progetto che nelle sue intenzioni possa diffondersi nel resto del Sud della penisola che diventa Sud ribelle trovando altre esperienza amministrative entusiasmanti (che ci sono anche al Sud a dispetto delle solite narrazioni) e magari trova sponde anche in altre città mediterranee come Barcellona (dove il Sindaco Ada Colauha salutato con entusiasmo la vittoria di De Magistris e si è detta pronta a collaborare per una rete di città mediterranee) o Atene, città storicamente legata al Sud Italia.
Un progetto e un “quarto polo” nuovo per costruire un paese e anche un’Europa diversa, aperta, solidale, antirazzista e antifascista, che spezzi le catene dell’austerità e che costruisca una rete di tipo europeo per diminuire le diseguaglianze economiche e sociali tra i territori e tra i cittadini dei singoli territori, disuguaglianze terribili che invece quest’Europa sta producendo. Un movimento che guardi più al benessere dei tanti che a quello dei pochi oggi al vertice di banche, grandi società multinazionali, media, finanza etc.
Un movimento per i meridionalisti progressisti per liquidare definitivamente più di 150 anni di colonialismo subiti dal Sud e per costruire un nuovo modello di società non basata sulle paure e sulle chiusure ma sulla frontiera aperta del Mediterraneo, il Mare Nostrum che diventi di nuovo luogo di scambio, piuttosto che cimitero di disperati o mare da presidiare con navi da guerra”.
“Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene si fa così” (Pericle, Discorso agli Ateniesi 431 A.C.)
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Da un'intervista ad Enzo Riccio del Direttivo nazionale del PdSUD sul Giornale online pugliese TerlizziNews , nella sua nuova rubrica di spazio meridionalista....


Come nasce questa vittoria e cosa ha di particolare?
E’ la domanda che rivolgiamo ad Enzo Riccio nostro blogger collaboratore della pagina “Noi Meridionali”.
“Beh se i vari sapientoni in tv o sui giornali oltre a provare (spesso inutilmente ma con insistenza) ad infangarla in vari modi, provassero ad ascoltare la città, sarebbe facile capire che a Napoli il Sindaco è amato     da gran parte sia della borghesia che degli strati popolari della città, i motivi?
Perché è onesto, perché ascolta, perché promuove la democrazia dal basso, perché si oppone al dogma neoliberista dell’austerità e della crescita delle diseguaglianze, perché non si inginocchia né va col cappello in mano dai partiti tradizionali del belpaese tutti a guida, interessi e trazione “tosco-padana”, che quindi vogliono continuare a mantenere Napoli a livello di colonia e non al ruolo che le compete di capitale europea, perché ha liberato Napoli dalla monnezza che arrivava ai secondi piani, perché non ha mai fatto accordi con quella zona grigia di mafia, camorra e collusioni.
Insomma i motivi sono davvero tanti, ma si potrebbero sintetizzare in onestà, solidarietà e orgoglio. Ecco quell’orgoglio napoletano che i servi di regime che provano ad interpretare dal di fuori ma non capiranno mai, semplicemente perché non amano questa città, sotto sotto in molti specie tra i principali giornalisti che si vedono sulle TV nazionali non l’hanno mai amata ed hanno sempre preferito speculare e vendere al resto del paese solo la sua parte peggiore, sottolineare le sue ombre e nascondere le sue tante luci.
De Magistris nei quartieri più borghesi di Napoli vince ancora più nettamente di quelli popolari, in più riesce ad avere consenso anche nei quartieri popolari perché espressione di una sinistra popolare e che ascolta, molto diversa da quella “radical chic” che oramai attanaglia il maggior partito di presunta sinistra che è il PD, che ha oramai abbandonato colpevolmente ogni idea di giustizia sociale.
Altra cosa, le accuse di “neoborbonismo”, sempre fatte giocando sui termini senza spiegare e approfondire cosa si intende, un po’ così come piace al giornalismo all’italiana delle etichette, allora diciamo che se per “borbonico” si intende riscoprire e rispettare la nostra vera storia che male c’è?
Finalmente, anche grazie all’impegno di alcuni meridionalisti come noi, è stata sdoganata la questione meridionale che ha le sue radici in un’unità d’Italia fatta male e c’è tutto un filone storico importante da Gramsci a Salvemini che certe cose le ha dette in modo chiaro, non per creare divisioni o mettere in discussione l’unità di ieri e di oggi ma per un futuro diverso da paese realmente unito e non diviso e profondamente diseguale come è oggi.
Paradossale poi infine l’accusa di voler costruire un “leghismo del Sud”, sia De Magistris sia i meridionalisti che lo sostengono sono chiaramente posizionati a sinistra, antifascisti e antirazzisti, quindi ovviamente un progetto politico che si pone giusto agli antipodi della Lega Nord, del lepenismo e di tutti i movimenti europei razzisti e xenofobi. Per la verità se cerca una sponda la cerca per un ruolo nuovo, unendo le città ribelli sul Mediterraneo, per far si che il Sud torni ad essere ponte e faro di culture così come lo è stato in diversi periodi della sua civiltà fin dal tempo della Magna Grecia.
Il vero dato sta nello schiacciante 66% su chi ha votato, vuol dire circa il 23% del totale dei voti dei napoletani e quindi più di 180.000 voti (più di quelli presi già al primo turno), da un lato bisogna riconquistare una parte del voto di astensione e dall’altra fa pensare che chi ne ha meno della metà come il candidato del centro-destra Lettieri, sconfitto per la seconda volta, o peggio ancora il PD napoletano sta messo di certo molto peggio.
E’ ovvio che in un periodo come questo, con forti pulsioni di antipolitica e un tripolarismo che si va delineando ovunque nel belpaese, prendere voti per un non allineato, senza giornali o grandi sponsor economici, come De Magistris è davvero dura ma come si fa a non parlare di trionfo per chi vince al ballottaggio e al secondo mandato col 66% dei voti?
Noi continuiamo a credere in un progetto di Napoli ribelle che si autogoverna e che esce dallo schema colonialista e neo-liberista, un progetto che nelle sue intenzioni possa diffondersi nel resto del Sud della penisola che diventa Sud ribelle trovando altre esperienza amministrative entusiasmanti (che ci sono anche al Sud a dispetto delle solite narrazioni) e magari trova sponde anche in altre città mediterranee come Barcellona (dove il Sindaco Ada Colauha salutato con entusiasmo la vittoria di De Magistris e si è detta pronta a collaborare per una rete di città mediterranee) o Atene, città storicamente legata al Sud Italia.
Un progetto e un “quarto polo” nuovo per costruire un paese e anche un’Europa diversa, aperta, solidale, antirazzista e antifascista, che spezzi le catene dell’austerità e che costruisca una rete di tipo europeo per diminuire le diseguaglianze economiche e sociali tra i territori e tra i cittadini dei singoli territori, disuguaglianze terribili che invece quest’Europa sta producendo. Un movimento che guardi più al benessere dei tanti che a quello dei pochi oggi al vertice di banche, grandi società multinazionali, media, finanza etc.
Un movimento per i meridionalisti progressisti per liquidare definitivamente più di 150 anni di colonialismo subiti dal Sud e per costruire un nuovo modello di società non basata sulle paure e sulle chiusure ma sulla frontiera aperta del Mediterraneo, il Mare Nostrum che diventi di nuovo luogo di scambio, piuttosto che cimitero di disperati o mare da presidiare con navi da guerra”.
“Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene si fa così” (Pericle, Discorso agli Ateniesi 431 A.C.)

sabato 4 febbraio 2012

Grecia, morire di lunedì o di morte lenta?


Di Margherita Dean

Fonte: E- IlMensile.it

Come nella favola di Esopo.

Puntuale, ogni fine settimana, da mesi e mesi, sembra essere quello cruciale, quello della svolta, quello della salvezza o perdizione. A seconda di come vanno trattative, incontri, ricatti, minacce. Poi viene il momento in cui la crisi del 2 percento del Pil europeo, di una Grecia piccola diventata importante per la maldestra politica europea e per la criminale gestione economica nazionale di due decenni, si trasforma in un brusio di sottofondo. Noioso, antipatico e marginale, fors’anche da abbandonare a se stesso: anche il lunedì che verrà, potrebbe essere l’ultimo della Grecia nell’area euro, addirittura nell’Ue.

Tra oggi o domani, il primo ministro, Loukàs Papadimos, incontrerà i tre capi dei partiti che sostengono il suo governo. Si tratta di carpire il consenso del Parlamento alle misure che verranno, le misure più pesanti da che, in Grecia, si parla solo e ossessivamente di crisi economica.

I tempi sono serratissimi: l’orizzonte era costituito da lunedì 6 febbraio e dalla riunione dell’Eurogruppo, prevista per quella data. È di poco fa la notizia, confermata da Jean-Claude Juncker, che la riunione è rimandata a quando Atene sarà pronta. Alla riunione, quando ci sarà, Papadimos dovrà presentare l’accordo del governo con la troika dei creditori pubblici, come ultimamente sono definiti Fmi, Ue e Bce da una parte, con i creditori privati dall’altra (Private sector involvement nella ristrutturazione l debito, Psi+).

Stando che quest’ultimo pare essere definito nelle sue linee principali, il vero problema, in queste ore, è la troika. O meglio, le misure che essa richiede perché possa avviarsi il programma di salvataggio deciso a Bruxelles il 27 ottobre.
Al licenziamento di statali entro il 2015, agli ennesimi tagli alle pensioni, alle privatizzazioni, all’ulteriore riduzione delle spese per la salute, alla completa liberalizzazione delle professioni, al tipo di azioni che saranno concesse alle banche greche da ricapitalizzare dopo la ristrutturazione dei titoli di stato, si aggiunge quello che somiglia al colpo di grazia per l’economia nazionale e per la vita dei lavoratori greci: riduzione dello stipendio minimo garantito (660 euro) e sostanziale abolizione della tredicesima e quattordicesima.
Le parti sociali, sindacati, Confindustria e Confcommercio sono d’accordo: se ciò dovesse avvenire l’economia nazionale ne soffrirebbe irrimediabilmente. Il Ministro del Lavoro ha presentato, invano, studi in cui si dimostra come la non competitività delle imprese greche non deriva dai costi salariali.
Eppure, la troika insiste, ribattendo che i salari ellenici sono superiori a quelli spagnoli o portoghesi. Non rimane, pertanto, che tagliare.

Proprio su questo punto, il governo incontra le difficoltà maggiori, difficoltà che si incentrano sul partito di centro-destra Nea Dimocratia, guidato da Antonis Samaràs. Questi ha più volte ripetuto che i minimi salariali non devono essere toccati e, nelle ultime ore, tace i suoi intenti in vista dell’incontro, che ci sarà oggi o domani, tra il Primo Ministro e i capi dei partiti della coalizione governativa.

Solo se Papadimos avrà il via libera dalle forze politiche di governo, potrà annunciare che seguirà i diktat della troika e, pertanto, ottenere il prestito di cui la Grecia ha bisogno entro il 20 marzo.

Tutto sembrerebbe appeso a un filo, Papadimos minaccia di restituire al Presidente della Repubblica il suo mandato ma Antonis Samaràs forse non ha nessuna voglia di sostenere il peso che deriverebbe da un tale sviluppo. Si dovrebbe parlare, allora, dell’ ‘ultimo atto’ della Grecia nelle tormento del debito. Il sito skai.gr, infatti, ha pubblicato la notizia che fonti del Fmi lasciano trapelare che, nel caso la Grecia non si sottomettesse pienamente ai diktat, l’evento sarà interpretato, automaticamente, come una dichiarazione politica di abbandono della zona euro e dell’Ue. E, come che sia, il fallimento del Paese sarebbe dichiarato ufficialmente.

Fonte: E- IlMensile.it


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Di Margherita Dean

Fonte: E- IlMensile.it

Come nella favola di Esopo.

Puntuale, ogni fine settimana, da mesi e mesi, sembra essere quello cruciale, quello della svolta, quello della salvezza o perdizione. A seconda di come vanno trattative, incontri, ricatti, minacce. Poi viene il momento in cui la crisi del 2 percento del Pil europeo, di una Grecia piccola diventata importante per la maldestra politica europea e per la criminale gestione economica nazionale di due decenni, si trasforma in un brusio di sottofondo. Noioso, antipatico e marginale, fors’anche da abbandonare a se stesso: anche il lunedì che verrà, potrebbe essere l’ultimo della Grecia nell’area euro, addirittura nell’Ue.

Tra oggi o domani, il primo ministro, Loukàs Papadimos, incontrerà i tre capi dei partiti che sostengono il suo governo. Si tratta di carpire il consenso del Parlamento alle misure che verranno, le misure più pesanti da che, in Grecia, si parla solo e ossessivamente di crisi economica.

I tempi sono serratissimi: l’orizzonte era costituito da lunedì 6 febbraio e dalla riunione dell’Eurogruppo, prevista per quella data. È di poco fa la notizia, confermata da Jean-Claude Juncker, che la riunione è rimandata a quando Atene sarà pronta. Alla riunione, quando ci sarà, Papadimos dovrà presentare l’accordo del governo con la troika dei creditori pubblici, come ultimamente sono definiti Fmi, Ue e Bce da una parte, con i creditori privati dall’altra (Private sector involvement nella ristrutturazione l debito, Psi+).

Stando che quest’ultimo pare essere definito nelle sue linee principali, il vero problema, in queste ore, è la troika. O meglio, le misure che essa richiede perché possa avviarsi il programma di salvataggio deciso a Bruxelles il 27 ottobre.
Al licenziamento di statali entro il 2015, agli ennesimi tagli alle pensioni, alle privatizzazioni, all’ulteriore riduzione delle spese per la salute, alla completa liberalizzazione delle professioni, al tipo di azioni che saranno concesse alle banche greche da ricapitalizzare dopo la ristrutturazione dei titoli di stato, si aggiunge quello che somiglia al colpo di grazia per l’economia nazionale e per la vita dei lavoratori greci: riduzione dello stipendio minimo garantito (660 euro) e sostanziale abolizione della tredicesima e quattordicesima.
Le parti sociali, sindacati, Confindustria e Confcommercio sono d’accordo: se ciò dovesse avvenire l’economia nazionale ne soffrirebbe irrimediabilmente. Il Ministro del Lavoro ha presentato, invano, studi in cui si dimostra come la non competitività delle imprese greche non deriva dai costi salariali.
Eppure, la troika insiste, ribattendo che i salari ellenici sono superiori a quelli spagnoli o portoghesi. Non rimane, pertanto, che tagliare.

Proprio su questo punto, il governo incontra le difficoltà maggiori, difficoltà che si incentrano sul partito di centro-destra Nea Dimocratia, guidato da Antonis Samaràs. Questi ha più volte ripetuto che i minimi salariali non devono essere toccati e, nelle ultime ore, tace i suoi intenti in vista dell’incontro, che ci sarà oggi o domani, tra il Primo Ministro e i capi dei partiti della coalizione governativa.

Solo se Papadimos avrà il via libera dalle forze politiche di governo, potrà annunciare che seguirà i diktat della troika e, pertanto, ottenere il prestito di cui la Grecia ha bisogno entro il 20 marzo.

Tutto sembrerebbe appeso a un filo, Papadimos minaccia di restituire al Presidente della Repubblica il suo mandato ma Antonis Samaràs forse non ha nessuna voglia di sostenere il peso che deriverebbe da un tale sviluppo. Si dovrebbe parlare, allora, dell’ ‘ultimo atto’ della Grecia nelle tormento del debito. Il sito skai.gr, infatti, ha pubblicato la notizia che fonti del Fmi lasciano trapelare che, nel caso la Grecia non si sottomettesse pienamente ai diktat, l’evento sarà interpretato, automaticamente, come una dichiarazione politica di abbandono della zona euro e dell’Ue. E, come che sia, il fallimento del Paese sarebbe dichiarato ufficialmente.

Fonte: E- IlMensile.it


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martedì 7 dicembre 2010

Brevetti, arriva lo schiaffo della Ue sarà esclusa la lingua italiana

Roma e Madrid isolate. Sì a inglese, francese e tedesco. Aggirato il veto con una lettera che sarà firmata da 15 Paesi. Messaggio di Zapatero e Berlusconi

di ANDREA BONANNISULLA battaglia per il brevetto europeo sta per calare il sipario dell'ultimo atto, con l'esclusione definitiva dell'Italia. Già oggi la Commissione dovrebbe ricevere la lettera firmata da una quindicina di Paesi in cui si fa richiesta formale di avviare una "cooperazione rafforzata" sulla materia, in base al progetto che prevede la facoltà di brevettare in una delle tre lingue: inglese, francese e tedesco.

L'avvio della cooperazione rafforzata potrebbe essere deciso al prossimo consiglio competitività, venerdì. Il sistema trilingue, proposto dalla Commissione e sostenuto dalla presidenza belga del Consiglio Ue, è duramente osteggiato dall'Italia e dalla Spagna. E proprio per aggirare il veto di Roma e di Madrid (in tema linguistico le decisioni devono essere prese all'unanimità), gli altri Paesi hanno deciso di ricorrere alla cooperazione rafforzata, prevista dal nuovo Trattato di Lisbona. Grazie a questo sistema, il brevetto europeo potrà essere adottato dai Paesi che condividono la proposta della Commissione, escludendo quanti non sono d'accordo.

Finora la proposta di cooperazione rafforzata ha ottenuto l'adesione di Gran Bretagna, Olanda, Irlanda, Svezia, Slovena, a cui si sono successivamente aggiunte Germania, Estonia e Francia. Domani dovrebbero arrivare le firme di Austria e Lussemburgo superando così il numero di nove Paesi che è il minimo indispensabile secondo il Trattato. Ma si calcola che almeno una quindicina di Paesi sottoscriveranno la richiesta e che, qualora la procedura
fosse lanciata, otterrebbe il consenso di tutti, tranne appunto l'Italia e la Spagna che resterebbero così completamente isolate.

La Commissione, per bocca del commissario responsabile, il francese Michel Barnier, ha già fatto sapere che darà parere favorevole alla proposta: "Siamo in grado di procedere molto rapidamente. La discussione finora è andata avanti troppo a lungo e ogni possibile via di compromesso è stata esplorata senza risultato", ha dichiarato la sua portavoce.

Per l'Italia, la battaglia ha una doppia valenza: politica ed economica. L'adozione del trilinguismo nella disciplina dei brevetti infatti sancirebbe ufficialmente l'esistenza, mai formalmente riconosciuta, di tre lingue principali all'interno della Ue. Oggi inglese, francese e tedesco sono le tre lingue usate dall'ufficio europeo dei brevetti, che però non è una istituzione comunitaria. L'adesione di 20-25 Paesi al sistema trilingue sarebbe dunque un pesante schiaffo politico al nostro Paese. Inoltre, la possibilità di fare registrare i propri prodotti in una delle tre lingue costituirebbe un vantaggio competitivo indebito per le aziende tedesche, francesi e britanniche a scapito di quelle, come le italiane, che dovrebbero chiedere una traduzione in una lingua diversa dalla propria.

L'Italia aveva proposto un sistema basato unicamente sull'inglese. Ma si è scontrata con il veto della Francia e della Germania. Un veto non superabile con una cooperazione rafforzata: oggi metà dei 68 mila brevetti registrati in Europa proviene proprio da Germania e Francia. Per evitare la disfatta, sembra che Berlusconi e Zapatero si preparino a inviare una lettera al Consiglio europeo chiedendo che la questione venga portata al prossimo vertice di dicembre. Ma, anche se la loro richiesta venisse accolta, Italia e Spagna hanno poche speranze di far prevalere le loro ragioni.

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Roma e Madrid isolate. Sì a inglese, francese e tedesco. Aggirato il veto con una lettera che sarà firmata da 15 Paesi. Messaggio di Zapatero e Berlusconi

di ANDREA BONANNISULLA battaglia per il brevetto europeo sta per calare il sipario dell'ultimo atto, con l'esclusione definitiva dell'Italia. Già oggi la Commissione dovrebbe ricevere la lettera firmata da una quindicina di Paesi in cui si fa richiesta formale di avviare una "cooperazione rafforzata" sulla materia, in base al progetto che prevede la facoltà di brevettare in una delle tre lingue: inglese, francese e tedesco.

L'avvio della cooperazione rafforzata potrebbe essere deciso al prossimo consiglio competitività, venerdì. Il sistema trilingue, proposto dalla Commissione e sostenuto dalla presidenza belga del Consiglio Ue, è duramente osteggiato dall'Italia e dalla Spagna. E proprio per aggirare il veto di Roma e di Madrid (in tema linguistico le decisioni devono essere prese all'unanimità), gli altri Paesi hanno deciso di ricorrere alla cooperazione rafforzata, prevista dal nuovo Trattato di Lisbona. Grazie a questo sistema, il brevetto europeo potrà essere adottato dai Paesi che condividono la proposta della Commissione, escludendo quanti non sono d'accordo.

Finora la proposta di cooperazione rafforzata ha ottenuto l'adesione di Gran Bretagna, Olanda, Irlanda, Svezia, Slovena, a cui si sono successivamente aggiunte Germania, Estonia e Francia. Domani dovrebbero arrivare le firme di Austria e Lussemburgo superando così il numero di nove Paesi che è il minimo indispensabile secondo il Trattato. Ma si calcola che almeno una quindicina di Paesi sottoscriveranno la richiesta e che, qualora la procedura
fosse lanciata, otterrebbe il consenso di tutti, tranne appunto l'Italia e la Spagna che resterebbero così completamente isolate.

La Commissione, per bocca del commissario responsabile, il francese Michel Barnier, ha già fatto sapere che darà parere favorevole alla proposta: "Siamo in grado di procedere molto rapidamente. La discussione finora è andata avanti troppo a lungo e ogni possibile via di compromesso è stata esplorata senza risultato", ha dichiarato la sua portavoce.

Per l'Italia, la battaglia ha una doppia valenza: politica ed economica. L'adozione del trilinguismo nella disciplina dei brevetti infatti sancirebbe ufficialmente l'esistenza, mai formalmente riconosciuta, di tre lingue principali all'interno della Ue. Oggi inglese, francese e tedesco sono le tre lingue usate dall'ufficio europeo dei brevetti, che però non è una istituzione comunitaria. L'adesione di 20-25 Paesi al sistema trilingue sarebbe dunque un pesante schiaffo politico al nostro Paese. Inoltre, la possibilità di fare registrare i propri prodotti in una delle tre lingue costituirebbe un vantaggio competitivo indebito per le aziende tedesche, francesi e britanniche a scapito di quelle, come le italiane, che dovrebbero chiedere una traduzione in una lingua diversa dalla propria.

L'Italia aveva proposto un sistema basato unicamente sull'inglese. Ma si è scontrata con il veto della Francia e della Germania. Un veto non superabile con una cooperazione rafforzata: oggi metà dei 68 mila brevetti registrati in Europa proviene proprio da Germania e Francia. Per evitare la disfatta, sembra che Berlusconi e Zapatero si preparino a inviare una lettera al Consiglio europeo chiedendo che la questione venga portata al prossimo vertice di dicembre. Ma, anche se la loro richiesta venisse accolta, Italia e Spagna hanno poche speranze di far prevalere le loro ragioni.

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sabato 9 ottobre 2010

Il piu' Grande Crimine (parte 3)


http://www.youtube.com/watch?v=JzVT5-6P1kI


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http://www.youtube.com/watch?v=JzVT5-6P1kI


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domenica 30 agosto 2009

TRATTATO DI LISBONA IN PILLOLE



Trattato di Lisbona & Nuovo Ordine Internazionale:http://www.disinformazione.it/trattat...Trattato di Lisbona integrale in italiano (287pagine).www.consilium.europa.eu/uedocs/cmsUpload /cg00014.it07.pdf

LE QUINTE DELLA STORIA: L'UNIONE, IL TRATTATO DI LISBONA E L'INGANNO EUROPEISTAdi Antonio Perrottahttp://www.signoraggio.com/signoraggi...

La pena di morte nel Trattato di Lisbona?http://etleboro.blogspot.com/2008/07/...

ANCORA SUL TRATTATO DI LISBONA E LA PENA DI MORTEhttp://www.giuliettochiesa.it/modules...

Il Trattato di Lisbona deve essere respintohttp://www.movisol.org/08news117.htm

Ratificato il trattato di Lisbona che modifica il Trattato sull'Unione europea e il Trattato che istituisce la Comunità europea.http://www.altalex.com/index.php?idno...

3.Le disposizioni dell'articolo 2 della Carta corrispondono a quelle degli articoli summenzionati della CEDU e del protocollo addizionale e, ai sensi dellarticolo 52, paragrafo 3 della Carta, hanno significato e portata identici. Pertanto le definizioni «negative» che figurano nella CEDU devono essere considerate come presenti anche nella Carta:a) articolo 2, paragrafo 2 della CEDU:«La morte non si considera cagionata in violazione del presente articolo se è il risultato di un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario:a) per garantire la difesa di ogni persona contro la violenza illegale;b) per eseguire un arresto regolare o per impedire levasione di una persona regolarmente detenuta;c) per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o uninsurrezione.»;b)articolo 2 del protocollo n. 6 della CEDU:«Uno Stato può prevedere nella propria legislazione la pena di morte per atti commessi in tempo di guerra o in caso di pericolo imminente di guerra; tale pena sarà applicata solo nei casi previsti da tale legislazione e conformemente alle sue disposizioni ...».http://eur-lex.europa.eu/it/treaties/...

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Trattato di Lisbona & Nuovo Ordine Internazionale:http://www.disinformazione.it/trattat...Trattato di Lisbona integrale in italiano (287pagine).www.consilium.europa.eu/uedocs/cmsUpload /cg00014.it07.pdf

LE QUINTE DELLA STORIA: L'UNIONE, IL TRATTATO DI LISBONA E L'INGANNO EUROPEISTAdi Antonio Perrottahttp://www.signoraggio.com/signoraggi...

La pena di morte nel Trattato di Lisbona?http://etleboro.blogspot.com/2008/07/...

ANCORA SUL TRATTATO DI LISBONA E LA PENA DI MORTEhttp://www.giuliettochiesa.it/modules...

Il Trattato di Lisbona deve essere respintohttp://www.movisol.org/08news117.htm

Ratificato il trattato di Lisbona che modifica il Trattato sull'Unione europea e il Trattato che istituisce la Comunità europea.http://www.altalex.com/index.php?idno...

3.Le disposizioni dell'articolo 2 della Carta corrispondono a quelle degli articoli summenzionati della CEDU e del protocollo addizionale e, ai sensi dellarticolo 52, paragrafo 3 della Carta, hanno significato e portata identici. Pertanto le definizioni «negative» che figurano nella CEDU devono essere considerate come presenti anche nella Carta:a) articolo 2, paragrafo 2 della CEDU:«La morte non si considera cagionata in violazione del presente articolo se è il risultato di un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario:a) per garantire la difesa di ogni persona contro la violenza illegale;b) per eseguire un arresto regolare o per impedire levasione di una persona regolarmente detenuta;c) per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o uninsurrezione.»;b)articolo 2 del protocollo n. 6 della CEDU:«Uno Stato può prevedere nella propria legislazione la pena di morte per atti commessi in tempo di guerra o in caso di pericolo imminente di guerra; tale pena sarà applicata solo nei casi previsti da tale legislazione e conformemente alle sue disposizioni ...».http://eur-lex.europa.eu/it/treaties/...

venerdì 19 dicembre 2008

Islanda: noi, popolo di ipotecati


Di Raffaele Oriani


Li chiamano già «i vecchi tempi». Negli anni migliori c’erano più Range Rover qui che in tutta la Scandinavia.
E per i compleanni dei vichinghi - come avevano ribattezzato gli yuppie delle grandi banche - il regalo preferito era Elton John che intonava happy birthday. Fino a due mesi fa l’unico problema era il rumore dei jet privati in decollo dall’aeroporto cittadino.
L’unica preoccupazione una casa più grande, un Suv più potente, il prossimo week end a Parigi. Ora che le gru sono ferme, le casse vuote e c’è la coda per scappare in Europa, verrebbe da dire che se la sono cercata. Se non fosse che il freddo, l’aria e la neve bianca di Reykjavik sembrano una garanzia di innocenza.
Come il sorriso di Gudny Magnusdottir che ha trentadue anni, cinque figli, è senza lavoro e si è messa in coda anche lei. Invece di lamentarsi va ogni mattina all’ufficio di collocamento, e mentre aspetta il suo turno offre a tutti biscotti alla cannella, cioccolata calda e musica natalizia con lo stereo che ha portato da casa: «Mi hanno licenziata, sono piena di debiti e il prossimo mese dovrò restituire la Skoda Oktavia che ho comprato l’altr’anno». Prende il thermos, versa una tazza anche a noi: «È un momento difficile, ma la mia vita è bella, e non ho paura di niente».

La vita è bella in Islanda. Anche in quest’inverno con quattro ore di luce e un buco da novanta miliardi di euro. Il 6 ottobre scorso il primo ministro Geir Haarde compare in televisione per annunciare che la festa è finita. Peccato: è stato bello spingersi fino a Copenaghen per issare la bandiera dell’isola sui Magasin du nord e l’Hotel d’Angleterre, le due perle commerciali degli ex colonizzatori danesi. Ed è stato bello pensare che i tycoon dei ghiacci potessero mangiarsi i consumatori inglesi della catena di giocattoli Hamleys, dei grandi magazzini Oasis, o addirittura dei supermercati Woolworth: «Per noi è sempre stato vitale muoverci, conoscere nuovi paesi e conquistare nuovi mercati» ci dice lo scrittore Einar Már Gudmundsson. «Basti pensare che nella nostra lingua stupido si dice heimskur, letteralmente “chi resta a casa”».

Peccato: sembrava un viaggio e invece erano debiti, fuffa, illusioni, un volo finanziario che si schianta tra le pernacchie del mondo. La festa è finita, le Range Rover sono ribattezzate game over, gli ultimi bar di lusso «fanno molto 2007» e Ólöf Sigfúsdóttir, antropologa dell’Accademia di Reykjavik, sintetizza con durezza il pensiero di tanti: «Per arricchirsi i nostri banchieri hanno ipotecato il popolo». Non resta che tornare a terra: cent’anni fa erano pareti di legno, tetti di torba e menù di patate. Oggi sono una montagna di debiti che travolgono i trecentomila abitanti dell’isola: «Ho comprato casa un anno fa» ci dice la giornalista Kolfinna Baldvinsdóttir in un italiano impeccabile. «Metà l’ho pagata in contanti, metà con un mutuo. Ad agosto dovevo alla banca dodici milioni di corone, tre mesi dopo sono diventati ventotto». C’è chi la chiama tempesta perfetta, chi terremoto finanziario, Kolfinna preferisce parlare di truffa legalizzata: «Dov’erano le autorità di controllo? Che faceva il nostro governo? Perché non hanno fermato il delirio dei banchieri?». Nell’agosto 2007 Jon Heidar, trasportatore ventinovenne, si compra un furgone con un mutuo di un milione e duecentomila corone: «Un anno dopo si sono ripresi il furgone, ho perso il lavoro, ma il mio debito è cresciuto a un milione e settecentomila corone». Un incubo: la corona perde terreno, ma i debiti sono in euro, dollari e yen. E così più paghi e più devi, più aumenta il valore del mutuo e meno vale il bene per cui ti sei indebitato. Il regista Jon Gustafsson racconta di un amico che sta per vendere casa pur di liberarsi delle ipoteche sul suo Toyota Land Cruiser: «Sono stati anni folli. Io ho studiato in Canada, e quando sono rientrato nel 2005 non ci potevo credere: in città si parlava solo di cilindrate, metri quadri e investimenti azionari». Sarà vero che la vita è bella in Islanda?

Qualcosa non andava già prima. E Björk, il geniale folletto che da Reykjavik ha conquistato le platee più esigenti del mondo, il 28 giugno fa un concerto a cui assiste un islandese su dieci: lo chiama Náttúra perché vuole protestare contro la costruzione di due megaimpianti di produzione di alluminio, e ricordare che c’è anche uno sviluppo diverso, con meno profitto, meno inquinamento, più qualità e più rispetto per l’ambiente dell’isola. Oggi a Io donna dice che la crisi è una chance: «Noi islandesi siamo pochi, e quando finiamo contro il muro ci finiamo tutti assieme. Ma siamo molto determinati, e sappiamo riprenderci in fretta. Spero che useremo questo momento durissimo per mostrare a tutti che si può lavorare diversamente ». Fa male la caduta, ma quel volo andava comunque fermato… «L’Islanda» continua Björk «è stata una colonia danese per oltre seicento anni. Dopo l’indipendenza del 1944 siamo cresciuti in fretta e con troppa ingordigia. Ora è il momento di essere umili e di tornare alle cose più autenticamente islandesi». Molto naturali, supertecnologiche.

Come le coltivazioni molecolari di Orf, azienda leader nella produzione di proteine che dalla crisi di questi mesi ha tutto da guadagnare: «Finalmente anche noi potremo assumere i migliori» ci dice il Ceo Björn Orvar. «Negli ultimi cinque anni i ragazzi più promettenti correvano tutti in banca». O come il Suv di Rósa Halldórsdóttir che invece di arrancare come i gemelli di città tra un caffè e una lezione di yoga corre sulle piste innevate che dal porticciolo di Höfn puntano al Vatnajokull, il ghiacciaio più esteso d’Europa. Qui la vita d’Islanda è bella davvero, a ogni curva tocca spalancare la bocca come bambini incantati, e a ogni sosta incontriamo tipi che farebbero felice Björk: pescatori contenti perché il paese ha di nuovo bisogno di loro («il crollo delle banche è la vendetta del pesce» ci dice un omome che ha appena venduto mille tonnellate d’aringhe), contadini che immaginano lussuose spa e alberghi di nicchia dove oggi l’ultima lingua del ghiacciaio incontra la prima sorgente d’acqua termale («ci vogliono due milioni di euro, ma vedrà che li troviamo»). In compagnia del suo Mitsubishi e dei suoi tre cani siberiani, Rósa Halldórsdóttir perlustra il deserto ghiacciato, mette in rete voci di terra e di mare, promuove progetti per il mercato dell’alimentazione e del turismo. Chissà se intendeva questo Björk quando ci ha detto:
«Sento che possiamo cambiare. Se ci crediamo tutti ce la facciamo di sicuro».

A cambiare pensa anche Kristin Petursdottir, che a Reykjavik è diventata una star perché guida Audur, uno dei pochi istituti finanziari sopravvissuti al ciclone:
«In realtà lavoravo in una delle grandi banche che sono fallite ad ottobre, ma due anni fa mi sono detta che non era per me: come donna non potevo accettare tanta opacità, tanta voglia di bonus e quell’ossessione per i profitti di trimestre in trimestre». Come donna? «Oh, sì. Sono convinta che c’è un modo femminile di stare sul mercato: ai nostri clienti consigliamo di investire in aziende con un futuro, ci siamo sempre tenuti alla larga dai prodotti di pura speculazione». Chissà se intendeva questo Björk dicendo che «quest’emergenza è una notte piena di luci di speranza». Ma intanto sarà notte un bel po’, e bisogna decidere con chi è meglio passarla. La piccola folla che si raduna ogni sabato davanti al Parlamento non ne vuole sapere di tenersi i leader che hanno sfasciato il paese. A guidarli è Hördur Torfason, celebre chansonnier che ha alle spalle trent’anni di scontri per i diritti dei gay d’Islanda. Gli chiediamo se è più dura ora o quando fece il suo clamoroso outing nell’agosto del ‘75. Ci risponde che allora erano una minoranza, oggi sono in piazza per tutti. La folla arriva, ascolta, applaude, si disperde in silenzio nei bar del centro. Lo slogan più gettonato è splendidamente laconico: «Noi protestiamo tutti». Il freddo, l’aria e la neve di Reykjavik sembrano una garanzia che tutti finiranno per rimettersi in piedi.
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Di Raffaele Oriani


Li chiamano già «i vecchi tempi». Negli anni migliori c’erano più Range Rover qui che in tutta la Scandinavia.
E per i compleanni dei vichinghi - come avevano ribattezzato gli yuppie delle grandi banche - il regalo preferito era Elton John che intonava happy birthday. Fino a due mesi fa l’unico problema era il rumore dei jet privati in decollo dall’aeroporto cittadino.
L’unica preoccupazione una casa più grande, un Suv più potente, il prossimo week end a Parigi. Ora che le gru sono ferme, le casse vuote e c’è la coda per scappare in Europa, verrebbe da dire che se la sono cercata. Se non fosse che il freddo, l’aria e la neve bianca di Reykjavik sembrano una garanzia di innocenza.
Come il sorriso di Gudny Magnusdottir che ha trentadue anni, cinque figli, è senza lavoro e si è messa in coda anche lei. Invece di lamentarsi va ogni mattina all’ufficio di collocamento, e mentre aspetta il suo turno offre a tutti biscotti alla cannella, cioccolata calda e musica natalizia con lo stereo che ha portato da casa: «Mi hanno licenziata, sono piena di debiti e il prossimo mese dovrò restituire la Skoda Oktavia che ho comprato l’altr’anno». Prende il thermos, versa una tazza anche a noi: «È un momento difficile, ma la mia vita è bella, e non ho paura di niente».

La vita è bella in Islanda. Anche in quest’inverno con quattro ore di luce e un buco da novanta miliardi di euro. Il 6 ottobre scorso il primo ministro Geir Haarde compare in televisione per annunciare che la festa è finita. Peccato: è stato bello spingersi fino a Copenaghen per issare la bandiera dell’isola sui Magasin du nord e l’Hotel d’Angleterre, le due perle commerciali degli ex colonizzatori danesi. Ed è stato bello pensare che i tycoon dei ghiacci potessero mangiarsi i consumatori inglesi della catena di giocattoli Hamleys, dei grandi magazzini Oasis, o addirittura dei supermercati Woolworth: «Per noi è sempre stato vitale muoverci, conoscere nuovi paesi e conquistare nuovi mercati» ci dice lo scrittore Einar Már Gudmundsson. «Basti pensare che nella nostra lingua stupido si dice heimskur, letteralmente “chi resta a casa”».

Peccato: sembrava un viaggio e invece erano debiti, fuffa, illusioni, un volo finanziario che si schianta tra le pernacchie del mondo. La festa è finita, le Range Rover sono ribattezzate game over, gli ultimi bar di lusso «fanno molto 2007» e Ólöf Sigfúsdóttir, antropologa dell’Accademia di Reykjavik, sintetizza con durezza il pensiero di tanti: «Per arricchirsi i nostri banchieri hanno ipotecato il popolo». Non resta che tornare a terra: cent’anni fa erano pareti di legno, tetti di torba e menù di patate. Oggi sono una montagna di debiti che travolgono i trecentomila abitanti dell’isola: «Ho comprato casa un anno fa» ci dice la giornalista Kolfinna Baldvinsdóttir in un italiano impeccabile. «Metà l’ho pagata in contanti, metà con un mutuo. Ad agosto dovevo alla banca dodici milioni di corone, tre mesi dopo sono diventati ventotto». C’è chi la chiama tempesta perfetta, chi terremoto finanziario, Kolfinna preferisce parlare di truffa legalizzata: «Dov’erano le autorità di controllo? Che faceva il nostro governo? Perché non hanno fermato il delirio dei banchieri?». Nell’agosto 2007 Jon Heidar, trasportatore ventinovenne, si compra un furgone con un mutuo di un milione e duecentomila corone: «Un anno dopo si sono ripresi il furgone, ho perso il lavoro, ma il mio debito è cresciuto a un milione e settecentomila corone». Un incubo: la corona perde terreno, ma i debiti sono in euro, dollari e yen. E così più paghi e più devi, più aumenta il valore del mutuo e meno vale il bene per cui ti sei indebitato. Il regista Jon Gustafsson racconta di un amico che sta per vendere casa pur di liberarsi delle ipoteche sul suo Toyota Land Cruiser: «Sono stati anni folli. Io ho studiato in Canada, e quando sono rientrato nel 2005 non ci potevo credere: in città si parlava solo di cilindrate, metri quadri e investimenti azionari». Sarà vero che la vita è bella in Islanda?

Qualcosa non andava già prima. E Björk, il geniale folletto che da Reykjavik ha conquistato le platee più esigenti del mondo, il 28 giugno fa un concerto a cui assiste un islandese su dieci: lo chiama Náttúra perché vuole protestare contro la costruzione di due megaimpianti di produzione di alluminio, e ricordare che c’è anche uno sviluppo diverso, con meno profitto, meno inquinamento, più qualità e più rispetto per l’ambiente dell’isola. Oggi a Io donna dice che la crisi è una chance: «Noi islandesi siamo pochi, e quando finiamo contro il muro ci finiamo tutti assieme. Ma siamo molto determinati, e sappiamo riprenderci in fretta. Spero che useremo questo momento durissimo per mostrare a tutti che si può lavorare diversamente ». Fa male la caduta, ma quel volo andava comunque fermato… «L’Islanda» continua Björk «è stata una colonia danese per oltre seicento anni. Dopo l’indipendenza del 1944 siamo cresciuti in fretta e con troppa ingordigia. Ora è il momento di essere umili e di tornare alle cose più autenticamente islandesi». Molto naturali, supertecnologiche.

Come le coltivazioni molecolari di Orf, azienda leader nella produzione di proteine che dalla crisi di questi mesi ha tutto da guadagnare: «Finalmente anche noi potremo assumere i migliori» ci dice il Ceo Björn Orvar. «Negli ultimi cinque anni i ragazzi più promettenti correvano tutti in banca». O come il Suv di Rósa Halldórsdóttir che invece di arrancare come i gemelli di città tra un caffè e una lezione di yoga corre sulle piste innevate che dal porticciolo di Höfn puntano al Vatnajokull, il ghiacciaio più esteso d’Europa. Qui la vita d’Islanda è bella davvero, a ogni curva tocca spalancare la bocca come bambini incantati, e a ogni sosta incontriamo tipi che farebbero felice Björk: pescatori contenti perché il paese ha di nuovo bisogno di loro («il crollo delle banche è la vendetta del pesce» ci dice un omome che ha appena venduto mille tonnellate d’aringhe), contadini che immaginano lussuose spa e alberghi di nicchia dove oggi l’ultima lingua del ghiacciaio incontra la prima sorgente d’acqua termale («ci vogliono due milioni di euro, ma vedrà che li troviamo»). In compagnia del suo Mitsubishi e dei suoi tre cani siberiani, Rósa Halldórsdóttir perlustra il deserto ghiacciato, mette in rete voci di terra e di mare, promuove progetti per il mercato dell’alimentazione e del turismo. Chissà se intendeva questo Björk quando ci ha detto:
«Sento che possiamo cambiare. Se ci crediamo tutti ce la facciamo di sicuro».

A cambiare pensa anche Kristin Petursdottir, che a Reykjavik è diventata una star perché guida Audur, uno dei pochi istituti finanziari sopravvissuti al ciclone:
«In realtà lavoravo in una delle grandi banche che sono fallite ad ottobre, ma due anni fa mi sono detta che non era per me: come donna non potevo accettare tanta opacità, tanta voglia di bonus e quell’ossessione per i profitti di trimestre in trimestre». Come donna? «Oh, sì. Sono convinta che c’è un modo femminile di stare sul mercato: ai nostri clienti consigliamo di investire in aziende con un futuro, ci siamo sempre tenuti alla larga dai prodotti di pura speculazione». Chissà se intendeva questo Björk dicendo che «quest’emergenza è una notte piena di luci di speranza». Ma intanto sarà notte un bel po’, e bisogna decidere con chi è meglio passarla. La piccola folla che si raduna ogni sabato davanti al Parlamento non ne vuole sapere di tenersi i leader che hanno sfasciato il paese. A guidarli è Hördur Torfason, celebre chansonnier che ha alle spalle trent’anni di scontri per i diritti dei gay d’Islanda. Gli chiediamo se è più dura ora o quando fece il suo clamoroso outing nell’agosto del ‘75. Ci risponde che allora erano una minoranza, oggi sono in piazza per tutti. La folla arriva, ascolta, applaude, si disperde in silenzio nei bar del centro. Lo slogan più gettonato è splendidamente laconico: «Noi protestiamo tutti». Il freddo, l’aria e la neve di Reykjavik sembrano una garanzia che tutti finiranno per rimettersi in piedi.

lunedì 15 dicembre 2008

La distruzione delle Nazioni




Di Ida Magli


Colgo l’occasione della lettera inviatami da un simpatico amico del nostro sito (pubblicata qui accanto) per chiarire a tutti, e prima di tutto ovviamente ai membri del movimento del Prof. Auriti, quale sia l’effettiva situazione dell’Italia, ma prima ancora di tutta l’Europa, ridotta alla ”recessione”.
Un termine, quello di recessione, che si addice perfettamente, non soltanto al sistema economico, ma a tutti gli aspetti della sua vita.

Dividerò in diverse parti questa analisi, cercando di renderla il più esaustiva possibile, e sarò costretta perciò, data la sua lunghezza, a scriverla a puntate. Dirò subito, tuttavia, per rispondere alle proposte del nostro lettore, che, mentre ritengo quanto mai utile, anzi indispensabile, riunire tutti i vari movimenti che, per un motivo o per l’altro, si oppongono alla costruzione europea, dando così un po’ più di forza alla nostra voce, considero invece quasi del tutto inutile se non addirittura negativa l’idea di organizzare un referendum contro la moneta unica. Occorrerebbero, infatti, molti soldi per far conoscere la situazione agli Italiani, tanto più che l’argomento del “signoraggio”, del valore delle monete, della struttura della banca centrale europea, ecc. è molto difficile da comprendere e non si presta a facili slogan. Dove si trovano questi soldi? Io so, in base alla lunga esperienza degli anni trascorsi dall’inizio della mia battaglia contro l’unione europea, ossia dalla firma del trattato di Maastricht, che soldi per salvare l’Italia non se ne trovano.

I Radicali, cui accenna il nostro lettore, sono stati sempre riccamente sovvenzionati per organizzare referendum, anzi è ben noto che li indicono proprio per ricevere denaro, ma mai lo farebbero contro l’Europa. Emma Bonino è stata uno dei Commissari, nominata dal Governo Berlusconi, della famigerata Commissione Santer, Commissione che è stata costretta alle dimissioni dallo stesso Parlamento Europeo “a causa degli ammanchi e delle truffe di bilancio” (motivazione che si può leggere nella Gazzetta Ufficiale), e, ciò malgrado, ha continuato e continua ad attendere altri importanti incarichi in quella specie di Eldorado che è l’Impero Europeo per i fortunati che vi accedono. Bisogna rendersi conto, proprio per la facilità con la quale i delitti politici ed economici che si compiono nelle strutture di Bruxelles, vengono attutiti o del tutto accantonati dai mezzi d’informazione, che nessuno ci aiuterebbe a propagandare i motivi del referendum, ma anzi avremmo tutti contro.

Inoltre, ammesso che si riesca ad organizzarlo, si può essere quasi certi che, o mancherebbe il quorum, oppure darebbe esito negativo. In tutti i casi, il parlamento e le forze politiche se ne servirebbero per confermare l’idea che gli Italiani sono entusiasti dell’Europa e non terrebbero conto, come hanno fatto in molte altre occasioni, neanche di un risultato positivo perché avrebbe di sicuro una maggioranza scarsissima. Dobbiamo guardare in faccia la realtà: gli Italiani non hanno protestato neanche al momento dell’adozione dell’euro, malgrado l’improvviso impoverimento che ha comportato insieme alla difficoltà di adattamento mentale ai nuovi valori numerici. I governanti, spalleggiati dalla complicità dei mezzi d’informazione, hanno truffato i cittadini facendo brillare ai loro lo splendore delle nuove monete come se si trattasse di quel famoso “tesoro” che è nascosto da secoli nell’inconscio mitico di ogni essere umano.

Né c’è da sperare nell’aiuto della Lega, cosa alla quale nei primi anni mi sono aggrappata anch’io (andai a parlare con Bossi supplicandolo di tenere l’Italia fuori dalla moneta unica). Bossi è un politico astuto e si barcamena, ingannando di volta in volta o i propri elettori che sperano nella secessione dall’Italia per non pagare più le tasse per il Sud, oppure gli Italiani che vedono con favore la limitazione della presenza musulmana e la interpretano come un segnale di “italianità”. Di fatto a Bossi l’Unione Europea conviene, come del resto a tutti gli altri movimenti autonomisti, perché non avrà bisogno di fare la secessione: le Nazioni e gli Stati vengono eliminati di fatto con il Trattato di Lisbona e sarà perciò facilissimo per il Lombardo-Veneto diventare semplicemente una “regione” d’Europa. Bisogna ammettere che Bossi l’ha capito in ritardo che non gli conveniva combattere, come faceva i primi tempi, contro Bruxelles, ma l’ha capito. Per questo si è unito a Berlusconi, così come sta facendo Fini con la sua Alleanza Nazionale: si stanno preparando tutti, armi e bagagli, a trasferirsi nell’Impero Europeo e “cara Italia, addio!” (scrivevo questo già nel 1997, nel libro “Contro l’Europa”, ma allora, così come adesso, nessuno mi ha creduto).

E’ urgente, però, per tutti i piccoli gruppi ostili all’Unione Europea, decidere qualche cosa prima delle prossime votazioni per il Parlamento Europeo: una possibilità sarebbe quella di formare una sola lista per le elezioni con l’unico scopo di combattere contro il processo di unificazione europea e di eliminazione dello Stato Italiano ben chiaro nel nome. Sarebbe la prima volta che succede in Italia (gli altri Paesi hanno sempre avuto nel parlamento uno o più piccoli partiti contrari all’Europa) e riuscirebbe così, ad ottenere l’attenzione dei giornalisti, se non altro per la sua novità, anche prescindendo dagli obblighi di legge.
La domanda, però, è sempre la stessa: dove si trovano le forze e i soldi per organizzarsi?

Il momento attuale
Nei giorni scorsi la Svezia ha ratificato per via parlamentare la Costituzione europea, il cui nome è stato cambiato, con i soliti metodi truffaldini di cui è costellata la costruzione dell’UE, in “Trattato di Lisbona” per farla accettare a quei popoli che, come “Costituzione”, l’avevano bocciata. Anche se non ci sono state le maggioranze assolute che accompagnano di solito le questioni europee, tuttavia i politici svedesi hanno approvato con notevole entusiasmo la rinuncia alla sovranità e all’indipendenza del proprio Stato: 243 “sì”, 39 “no”, 13 astensioni e 54 parlamentari assenti. Due piccolissimi partiti di opposizione, quello della Sinistra (i Comunisti) e quello dei Verdi, avevano tentato di far rinviare di un anno la ratifica; ma le quattro formazioni della coalizione governativa di centro-destra insieme al principale partito di opposizione, quello socialdemocratico, si sono uniti nel sostenere con tutte le loro forze i benefici di una immediata approvazione e l’hanno avuta vinta.

Dobbiamo dunque prendere atto, per l’ennesima volta, che la costruzione dell’impero europeo sta a cuore in modo talmente esorbitante ai politici di ognuno degli Stati chiamati a farne parte, da non ammettere neanche una minima pausa di riflessione, tanto meno una pausa che insinui una qualsiasi perplessità nei cittadini, neanche laddove vige un perfetto regime socialista come in Svezia. Il fatto è che i parlamentari svedesi non dimenticano che sono stati i cittadini, votando “No” tutte le volte che si è fatto un referendum, a impedire l’adesione della Svezia alla moneta unica, e dunque sapevano bene che, se avessero potuto, gli Svedesi si sarebbero opposti anche alla Costituzione.

Dobbiamo tenere sempre bene a mente questa constatazione perché uno dei punti più importanti dell’esame che faremo sarà proprio questo: l’Impero europeo è stato ideato in modo misterioso, segreto, da qualcuno fra i massimi detentori del potere il cui nome ci è sempre stato tenuto nascosto, ed è stato realizzato a poco dai governanti dei singoli Stati tenendo il più possibile all’oscuro i cittadini degli scopi da raggiungere. Una oscurità che si è protratta per anni, con il consenso dei mezzi di informazione, in quanto tutti, politici e giornalisti, erano consapevoli che si trattava di una operazione contraria ai sentimenti e agli interessi dei popoli. Quale popolo, infatti, sarebbe così stolto da voler rinunciare a possedere un proprio territorio, una patria? Quale popolo potrebbe desiderare di non essere libero, di non conoscere neanche la lingua di coloro che lo governano, insomma di dipendere da stranieri sui quali non può incidere in nessun modo?

Il Parlamento europeo è pura finzione, come i politici sanno bene, in quanto non ha alcun potere reale sulla volontà della Banca Centrale, dei Capi di governo e dei Commissari, i quali sono tenuti, in base al trattato di Maastricht, a “non sollecitare e a non accettare istruzioni da alcun Governo né da alcun organismo”(Art.157). Nessuno, perciò, ha il diritto di affermare che in Europa vige la democrazia. La costruzione dell’Unione Europea è semmai la prova irrefutabile di come si possa, con innumerevoli sotterfugi, astuzie e stratagemmi formali, ingannare l’opinione pubblica ed esautorare qualsiasi presidio democratico. Del resto se ne è avuta l’ennesima conferma proprio in questi giorni: dall’ultima ricerca svolta sul gradimento dell’Unione fra le popolazioni d’Europa è risultato che soltanto il 35% degli Italiani è favorevole. Importa forse qualcosa ai governanti che la maggioranza dei cittadini non voglia l’unificazione?

Vanno avanti allegramente a programmarsi le votazioni per il Parlamento europeo, assegnando i posti, riccamente retribuiti, ai candidati che vogliono togliersi di torno perché difficilmente collocabili in Italia a causa della loro ignobile condotta politica (come è noto si è fatto il nome di Bassolino e della Jervolino) tanto è sicuro che così non potranno più disporre di nessun potere: il parlamento europeo e il nulla si equivalgono. Scriveva nel 1997 Enrico Letta in un volume di incitamento all’accettazione dell’euro intitolato “Euro sì”, che “sarebbe necessario che cambiasse l’idea che l’approdo a Bruxelles debba seguire la sconfitta in qualche scontro interno di partito o sia l’anticamera del pensionamento rispetto a lunghe carriere politiche nazionali”. Sono passati undici anni, l’Europa imperversa, ma i criteri di scelta dei parlamentari sono rimasti gli stessi, per il semplice motivo che oggi come allora il parlamento europeo è esclusivamente un comodo sedile a disposizione dei partiti.

La cosa più grave, però, è che i governanti non si sono fermati a riflettere sul fallimento del Progetto neanche di fronte all’attuale crisi economica, al crollo delle Banche e delle Borse, fenomeni che segnano il punto culminante del disastro del Progetto stesso, il segnale che tutto l’edificio sta per crollare. Non si può sbagliare, infatti, davanti all’evidenza: non sono le corruzioni, i furti, le truffe, gli errori dei singoli operatori e dei singoli amministratori delegati delle grandi industrie ad aver provocato la catastrofe, ma l’Idea che ne è stata all’origine e che per la sua stessa natura permette o addirittura provoca questi comportamenti.

Quale era questa Idea? Creare un mondo tutto uguale, in funzione del dogma della globalizzazione, senza frontiere, senza dazi, senza confini, senza Stati, senza distinzioni di popoli, di culture, di razze, di territori, di lingue, di costumi, di leggi, di religioni, di governi, di monete: un immenso, unico mare di “uguali” sul quale il Dio Mercato potesse navigare in assoluta libertà. L’Unione Europea (non si è voluto, infatti, che si chiamasse “Stati Uniti d’Europa” in quanto gli Stati non debbono sussistere) doveva esserne il perfetto prototipo, la realizzazione esemplare, quella che il resto del mondo avrebbe dovuto ammirare ed imitare per raggiungere la felicità. Non dimentichiamoci che è questo che promette ai popoli la costituzione europea: la felicità, commisurata al PIL, al prodotto nazionale lordo.

Un'idea del tutto folle, naturalmente, come la situazione attuale ha dimostrato e sta ancora dimostrando. Nessuno aveva mai pensato in precedenza che si potessero mettere in funzione dei “sistemi” privi di qualsiasi interruttore, di una qualsiasi valvola o chiusura di sicurezza; nessuno aveva mai ritenuto che gli uomini fossero “oggetto dei bisogni del mercato” invece che soggetto agente dei propri bisogni. E’ in base a questi principi che il crollo delle Borse ha contagiato tutto il mondo: era stato eliminato, in nome della libertà del mercato e della sua capacità di autoregolarsi, ogni forma di controllo. Ed è in base a questi stessi principi che i governanti oggi, invece di chiedersi in che cosa il sistema fosse sbagliato e cominciare a cambiarlo, insistono nell’esortare i cittadini a spendere in funzione del mercato, annientando così perfino quel buon senso che di solito guida l’uomo intuitivamente verso la salvezza prima di cadere nell’abisso. La formula: “dato che non avete soldi e prevedete che domani ne avrete ancora di meno, spendete più che potete” apparirebbe, come di fatto è, quella di suicidi sul punto di spararsi se non fossero i governanti a proclamarla. Ma l’aspetto più terribile di questa situazione è che siamo costretti a presupporre che una parte almeno dei governanti sia in buona fede, e che non si accorga che i “fondamentalismi” dell’Occidente sono altrettanto distruttivi quanto quelli del terrorismo orientale. E’ infatti fondamentalismo allo stato puro la certezza dei governanti d’Europa che le leggi sulle quali si fonda il Mercato siano inamovibili, identiche a quelle della Fisica, e che gli uomini, identificati esclusivamente come “consumatori”, debbano necessariamente piegarvisi. La verità è, invece, che la legge: consumare sempre più merci per produrre sempre più merci, annienta l’Uomo. Il pensiero, l’anima, il sentimento, il valore, tutto ciò che fa dell’uomo l’Uomo

Fonte: Italiani Liberi
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Di Ida Magli


Colgo l’occasione della lettera inviatami da un simpatico amico del nostro sito (pubblicata qui accanto) per chiarire a tutti, e prima di tutto ovviamente ai membri del movimento del Prof. Auriti, quale sia l’effettiva situazione dell’Italia, ma prima ancora di tutta l’Europa, ridotta alla ”recessione”.
Un termine, quello di recessione, che si addice perfettamente, non soltanto al sistema economico, ma a tutti gli aspetti della sua vita.

Dividerò in diverse parti questa analisi, cercando di renderla il più esaustiva possibile, e sarò costretta perciò, data la sua lunghezza, a scriverla a puntate. Dirò subito, tuttavia, per rispondere alle proposte del nostro lettore, che, mentre ritengo quanto mai utile, anzi indispensabile, riunire tutti i vari movimenti che, per un motivo o per l’altro, si oppongono alla costruzione europea, dando così un po’ più di forza alla nostra voce, considero invece quasi del tutto inutile se non addirittura negativa l’idea di organizzare un referendum contro la moneta unica. Occorrerebbero, infatti, molti soldi per far conoscere la situazione agli Italiani, tanto più che l’argomento del “signoraggio”, del valore delle monete, della struttura della banca centrale europea, ecc. è molto difficile da comprendere e non si presta a facili slogan. Dove si trovano questi soldi? Io so, in base alla lunga esperienza degli anni trascorsi dall’inizio della mia battaglia contro l’unione europea, ossia dalla firma del trattato di Maastricht, che soldi per salvare l’Italia non se ne trovano.

I Radicali, cui accenna il nostro lettore, sono stati sempre riccamente sovvenzionati per organizzare referendum, anzi è ben noto che li indicono proprio per ricevere denaro, ma mai lo farebbero contro l’Europa. Emma Bonino è stata uno dei Commissari, nominata dal Governo Berlusconi, della famigerata Commissione Santer, Commissione che è stata costretta alle dimissioni dallo stesso Parlamento Europeo “a causa degli ammanchi e delle truffe di bilancio” (motivazione che si può leggere nella Gazzetta Ufficiale), e, ciò malgrado, ha continuato e continua ad attendere altri importanti incarichi in quella specie di Eldorado che è l’Impero Europeo per i fortunati che vi accedono. Bisogna rendersi conto, proprio per la facilità con la quale i delitti politici ed economici che si compiono nelle strutture di Bruxelles, vengono attutiti o del tutto accantonati dai mezzi d’informazione, che nessuno ci aiuterebbe a propagandare i motivi del referendum, ma anzi avremmo tutti contro.

Inoltre, ammesso che si riesca ad organizzarlo, si può essere quasi certi che, o mancherebbe il quorum, oppure darebbe esito negativo. In tutti i casi, il parlamento e le forze politiche se ne servirebbero per confermare l’idea che gli Italiani sono entusiasti dell’Europa e non terrebbero conto, come hanno fatto in molte altre occasioni, neanche di un risultato positivo perché avrebbe di sicuro una maggioranza scarsissima. Dobbiamo guardare in faccia la realtà: gli Italiani non hanno protestato neanche al momento dell’adozione dell’euro, malgrado l’improvviso impoverimento che ha comportato insieme alla difficoltà di adattamento mentale ai nuovi valori numerici. I governanti, spalleggiati dalla complicità dei mezzi d’informazione, hanno truffato i cittadini facendo brillare ai loro lo splendore delle nuove monete come se si trattasse di quel famoso “tesoro” che è nascosto da secoli nell’inconscio mitico di ogni essere umano.

Né c’è da sperare nell’aiuto della Lega, cosa alla quale nei primi anni mi sono aggrappata anch’io (andai a parlare con Bossi supplicandolo di tenere l’Italia fuori dalla moneta unica). Bossi è un politico astuto e si barcamena, ingannando di volta in volta o i propri elettori che sperano nella secessione dall’Italia per non pagare più le tasse per il Sud, oppure gli Italiani che vedono con favore la limitazione della presenza musulmana e la interpretano come un segnale di “italianità”. Di fatto a Bossi l’Unione Europea conviene, come del resto a tutti gli altri movimenti autonomisti, perché non avrà bisogno di fare la secessione: le Nazioni e gli Stati vengono eliminati di fatto con il Trattato di Lisbona e sarà perciò facilissimo per il Lombardo-Veneto diventare semplicemente una “regione” d’Europa. Bisogna ammettere che Bossi l’ha capito in ritardo che non gli conveniva combattere, come faceva i primi tempi, contro Bruxelles, ma l’ha capito. Per questo si è unito a Berlusconi, così come sta facendo Fini con la sua Alleanza Nazionale: si stanno preparando tutti, armi e bagagli, a trasferirsi nell’Impero Europeo e “cara Italia, addio!” (scrivevo questo già nel 1997, nel libro “Contro l’Europa”, ma allora, così come adesso, nessuno mi ha creduto).

E’ urgente, però, per tutti i piccoli gruppi ostili all’Unione Europea, decidere qualche cosa prima delle prossime votazioni per il Parlamento Europeo: una possibilità sarebbe quella di formare una sola lista per le elezioni con l’unico scopo di combattere contro il processo di unificazione europea e di eliminazione dello Stato Italiano ben chiaro nel nome. Sarebbe la prima volta che succede in Italia (gli altri Paesi hanno sempre avuto nel parlamento uno o più piccoli partiti contrari all’Europa) e riuscirebbe così, ad ottenere l’attenzione dei giornalisti, se non altro per la sua novità, anche prescindendo dagli obblighi di legge.
La domanda, però, è sempre la stessa: dove si trovano le forze e i soldi per organizzarsi?

Il momento attuale
Nei giorni scorsi la Svezia ha ratificato per via parlamentare la Costituzione europea, il cui nome è stato cambiato, con i soliti metodi truffaldini di cui è costellata la costruzione dell’UE, in “Trattato di Lisbona” per farla accettare a quei popoli che, come “Costituzione”, l’avevano bocciata. Anche se non ci sono state le maggioranze assolute che accompagnano di solito le questioni europee, tuttavia i politici svedesi hanno approvato con notevole entusiasmo la rinuncia alla sovranità e all’indipendenza del proprio Stato: 243 “sì”, 39 “no”, 13 astensioni e 54 parlamentari assenti. Due piccolissimi partiti di opposizione, quello della Sinistra (i Comunisti) e quello dei Verdi, avevano tentato di far rinviare di un anno la ratifica; ma le quattro formazioni della coalizione governativa di centro-destra insieme al principale partito di opposizione, quello socialdemocratico, si sono uniti nel sostenere con tutte le loro forze i benefici di una immediata approvazione e l’hanno avuta vinta.

Dobbiamo dunque prendere atto, per l’ennesima volta, che la costruzione dell’impero europeo sta a cuore in modo talmente esorbitante ai politici di ognuno degli Stati chiamati a farne parte, da non ammettere neanche una minima pausa di riflessione, tanto meno una pausa che insinui una qualsiasi perplessità nei cittadini, neanche laddove vige un perfetto regime socialista come in Svezia. Il fatto è che i parlamentari svedesi non dimenticano che sono stati i cittadini, votando “No” tutte le volte che si è fatto un referendum, a impedire l’adesione della Svezia alla moneta unica, e dunque sapevano bene che, se avessero potuto, gli Svedesi si sarebbero opposti anche alla Costituzione.

Dobbiamo tenere sempre bene a mente questa constatazione perché uno dei punti più importanti dell’esame che faremo sarà proprio questo: l’Impero europeo è stato ideato in modo misterioso, segreto, da qualcuno fra i massimi detentori del potere il cui nome ci è sempre stato tenuto nascosto, ed è stato realizzato a poco dai governanti dei singoli Stati tenendo il più possibile all’oscuro i cittadini degli scopi da raggiungere. Una oscurità che si è protratta per anni, con il consenso dei mezzi di informazione, in quanto tutti, politici e giornalisti, erano consapevoli che si trattava di una operazione contraria ai sentimenti e agli interessi dei popoli. Quale popolo, infatti, sarebbe così stolto da voler rinunciare a possedere un proprio territorio, una patria? Quale popolo potrebbe desiderare di non essere libero, di non conoscere neanche la lingua di coloro che lo governano, insomma di dipendere da stranieri sui quali non può incidere in nessun modo?

Il Parlamento europeo è pura finzione, come i politici sanno bene, in quanto non ha alcun potere reale sulla volontà della Banca Centrale, dei Capi di governo e dei Commissari, i quali sono tenuti, in base al trattato di Maastricht, a “non sollecitare e a non accettare istruzioni da alcun Governo né da alcun organismo”(Art.157). Nessuno, perciò, ha il diritto di affermare che in Europa vige la democrazia. La costruzione dell’Unione Europea è semmai la prova irrefutabile di come si possa, con innumerevoli sotterfugi, astuzie e stratagemmi formali, ingannare l’opinione pubblica ed esautorare qualsiasi presidio democratico. Del resto se ne è avuta l’ennesima conferma proprio in questi giorni: dall’ultima ricerca svolta sul gradimento dell’Unione fra le popolazioni d’Europa è risultato che soltanto il 35% degli Italiani è favorevole. Importa forse qualcosa ai governanti che la maggioranza dei cittadini non voglia l’unificazione?

Vanno avanti allegramente a programmarsi le votazioni per il Parlamento europeo, assegnando i posti, riccamente retribuiti, ai candidati che vogliono togliersi di torno perché difficilmente collocabili in Italia a causa della loro ignobile condotta politica (come è noto si è fatto il nome di Bassolino e della Jervolino) tanto è sicuro che così non potranno più disporre di nessun potere: il parlamento europeo e il nulla si equivalgono. Scriveva nel 1997 Enrico Letta in un volume di incitamento all’accettazione dell’euro intitolato “Euro sì”, che “sarebbe necessario che cambiasse l’idea che l’approdo a Bruxelles debba seguire la sconfitta in qualche scontro interno di partito o sia l’anticamera del pensionamento rispetto a lunghe carriere politiche nazionali”. Sono passati undici anni, l’Europa imperversa, ma i criteri di scelta dei parlamentari sono rimasti gli stessi, per il semplice motivo che oggi come allora il parlamento europeo è esclusivamente un comodo sedile a disposizione dei partiti.

La cosa più grave, però, è che i governanti non si sono fermati a riflettere sul fallimento del Progetto neanche di fronte all’attuale crisi economica, al crollo delle Banche e delle Borse, fenomeni che segnano il punto culminante del disastro del Progetto stesso, il segnale che tutto l’edificio sta per crollare. Non si può sbagliare, infatti, davanti all’evidenza: non sono le corruzioni, i furti, le truffe, gli errori dei singoli operatori e dei singoli amministratori delegati delle grandi industrie ad aver provocato la catastrofe, ma l’Idea che ne è stata all’origine e che per la sua stessa natura permette o addirittura provoca questi comportamenti.

Quale era questa Idea? Creare un mondo tutto uguale, in funzione del dogma della globalizzazione, senza frontiere, senza dazi, senza confini, senza Stati, senza distinzioni di popoli, di culture, di razze, di territori, di lingue, di costumi, di leggi, di religioni, di governi, di monete: un immenso, unico mare di “uguali” sul quale il Dio Mercato potesse navigare in assoluta libertà. L’Unione Europea (non si è voluto, infatti, che si chiamasse “Stati Uniti d’Europa” in quanto gli Stati non debbono sussistere) doveva esserne il perfetto prototipo, la realizzazione esemplare, quella che il resto del mondo avrebbe dovuto ammirare ed imitare per raggiungere la felicità. Non dimentichiamoci che è questo che promette ai popoli la costituzione europea: la felicità, commisurata al PIL, al prodotto nazionale lordo.

Un'idea del tutto folle, naturalmente, come la situazione attuale ha dimostrato e sta ancora dimostrando. Nessuno aveva mai pensato in precedenza che si potessero mettere in funzione dei “sistemi” privi di qualsiasi interruttore, di una qualsiasi valvola o chiusura di sicurezza; nessuno aveva mai ritenuto che gli uomini fossero “oggetto dei bisogni del mercato” invece che soggetto agente dei propri bisogni. E’ in base a questi principi che il crollo delle Borse ha contagiato tutto il mondo: era stato eliminato, in nome della libertà del mercato e della sua capacità di autoregolarsi, ogni forma di controllo. Ed è in base a questi stessi principi che i governanti oggi, invece di chiedersi in che cosa il sistema fosse sbagliato e cominciare a cambiarlo, insistono nell’esortare i cittadini a spendere in funzione del mercato, annientando così perfino quel buon senso che di solito guida l’uomo intuitivamente verso la salvezza prima di cadere nell’abisso. La formula: “dato che non avete soldi e prevedete che domani ne avrete ancora di meno, spendete più che potete” apparirebbe, come di fatto è, quella di suicidi sul punto di spararsi se non fossero i governanti a proclamarla. Ma l’aspetto più terribile di questa situazione è che siamo costretti a presupporre che una parte almeno dei governanti sia in buona fede, e che non si accorga che i “fondamentalismi” dell’Occidente sono altrettanto distruttivi quanto quelli del terrorismo orientale. E’ infatti fondamentalismo allo stato puro la certezza dei governanti d’Europa che le leggi sulle quali si fonda il Mercato siano inamovibili, identiche a quelle della Fisica, e che gli uomini, identificati esclusivamente come “consumatori”, debbano necessariamente piegarvisi. La verità è, invece, che la legge: consumare sempre più merci per produrre sempre più merci, annienta l’Uomo. Il pensiero, l’anima, il sentimento, il valore, tutto ciò che fa dell’uomo l’Uomo

Fonte: Italiani Liberi

lunedì 3 novembre 2008

“Mr Brown, non siamo terroristi”- (siamo alle solite...)


Islanda: i cittadini protestano contro la decisione del governo britannico di sfruttare la legge antiterrorismo per congelare i debiti islandesi.

Islanda. Non ci crede nemmeno Google.
Se digitate “Islanda terrorismo”, vi compare la scritta “forse cercavi: irlanda terrorismo”. Eppure il problema è serio e ha fatto infuriare i solitamente compassati cittadini di Islanda.Tutto è iniziato lo scorso 8 ottobre, quando il governo britannico ha deciso di sfruttare la legge antiterrorismo del 2001 per congelare gli asset finanziari britannici della Landsbanki, la prima banca islandese che è stata nazionalizzata a causa delle pesanti perdite.Questo ha provocato la dura reazione del governo islandese e di seguito dei suoi cittadini che hanno aperto un sito apposito, in nove lingue, per protestare contro la decisione del governo britannico. Per chi protesta, “le azioni intraprese dal governo britannico danneggiano indiscriminatamente gli interessi islandesi in ogni parte del mondo, con tremende ripercussioni sulle famiglie in Islanda e nel Regno Unito.
Tali azioni diminuiscono il valore di quei beni che potrebbero essere utilizzati per rimborsare i correntisti delle banche islandesi nel Regno Unito e in Islanda. Invocando la legge Antiterrorismo, il governo britannico ha provocato un completo collasso del sistema bancario islandese, rendendo di fatto impossibile il trasferimento di fondi tra l’Islanda e il resto del mondo”. In effetti, il danno non è piccolo, “Più di un quarto del principale prodotto islandese, il pesce, continua ad essere esportato verso il Regno Unito ma la legge Antiterrorismo ha bloccato i pagamenti verso l’Islanda.
Senza valuta estera l’Islanda rischia di ritrovarsi senza alimenti e medicine”. Senza contare che in Gran Bretagna non si fanno affari con chi è bollato come “terrorista”. La situazione è seria, ma ha sfiorato il ridicolo quando il sito del Tesoro britannico ha aggiornato la lista delle organizzazioni e stati sottoposti a sanzioni, inserendo la Lansbanki insieme ad Al Qaeda, la Birmania e la Nord Corea (Vedi immagine a fianco). A seguito delle proteste la pagina è stata modificata, ma questo non ha calmato gli animi.Al momento il sito indefence.is ha già raccolto 73.000 firme per chiedere che il governo britannico torni su sui passi. Nei primi due giorni sono state raccolte oltre 40.000 firme, ovvero, oltre il 12% dell’intera popolazione islandese.Le autorità britanniche sostengono che la decisione di sfruttare la legge antiterrorismo per bloccare gli assett di Landsbanki sia successiva ad una dichiarazione del governo islandese in cui si sosteneva che i debiti non sarebbero stati sanati.
Le autorità islandesi, però, smentiscono di aver mai dichiarato qualcosa di simile. Così mentre i due governi cercano una soluzione, donne, uomini e bambini d’Islanda si fanno fotografare sostenendo cartelli in cui dichiarano esplicitamente di non essere terroristi.
Se la situazione non fosse gravissima, ci sarebbe da ridere.
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Islanda: i cittadini protestano contro la decisione del governo britannico di sfruttare la legge antiterrorismo per congelare i debiti islandesi.

Islanda. Non ci crede nemmeno Google.
Se digitate “Islanda terrorismo”, vi compare la scritta “forse cercavi: irlanda terrorismo”. Eppure il problema è serio e ha fatto infuriare i solitamente compassati cittadini di Islanda.Tutto è iniziato lo scorso 8 ottobre, quando il governo britannico ha deciso di sfruttare la legge antiterrorismo del 2001 per congelare gli asset finanziari britannici della Landsbanki, la prima banca islandese che è stata nazionalizzata a causa delle pesanti perdite.Questo ha provocato la dura reazione del governo islandese e di seguito dei suoi cittadini che hanno aperto un sito apposito, in nove lingue, per protestare contro la decisione del governo britannico. Per chi protesta, “le azioni intraprese dal governo britannico danneggiano indiscriminatamente gli interessi islandesi in ogni parte del mondo, con tremende ripercussioni sulle famiglie in Islanda e nel Regno Unito.
Tali azioni diminuiscono il valore di quei beni che potrebbero essere utilizzati per rimborsare i correntisti delle banche islandesi nel Regno Unito e in Islanda. Invocando la legge Antiterrorismo, il governo britannico ha provocato un completo collasso del sistema bancario islandese, rendendo di fatto impossibile il trasferimento di fondi tra l’Islanda e il resto del mondo”. In effetti, il danno non è piccolo, “Più di un quarto del principale prodotto islandese, il pesce, continua ad essere esportato verso il Regno Unito ma la legge Antiterrorismo ha bloccato i pagamenti verso l’Islanda.
Senza valuta estera l’Islanda rischia di ritrovarsi senza alimenti e medicine”. Senza contare che in Gran Bretagna non si fanno affari con chi è bollato come “terrorista”. La situazione è seria, ma ha sfiorato il ridicolo quando il sito del Tesoro britannico ha aggiornato la lista delle organizzazioni e stati sottoposti a sanzioni, inserendo la Lansbanki insieme ad Al Qaeda, la Birmania e la Nord Corea (Vedi immagine a fianco). A seguito delle proteste la pagina è stata modificata, ma questo non ha calmato gli animi.Al momento il sito indefence.is ha già raccolto 73.000 firme per chiedere che il governo britannico torni su sui passi. Nei primi due giorni sono state raccolte oltre 40.000 firme, ovvero, oltre il 12% dell’intera popolazione islandese.Le autorità britanniche sostengono che la decisione di sfruttare la legge antiterrorismo per bloccare gli assett di Landsbanki sia successiva ad una dichiarazione del governo islandese in cui si sosteneva che i debiti non sarebbero stati sanati.
Le autorità islandesi, però, smentiscono di aver mai dichiarato qualcosa di simile. Così mentre i due governi cercano una soluzione, donne, uomini e bambini d’Islanda si fanno fotografare sostenendo cartelli in cui dichiarano esplicitamente di non essere terroristi.
Se la situazione non fosse gravissima, ci sarebbe da ridere.

giovedì 18 settembre 2008

L'occhio implacabile del Potere


di Raffaello Volpe


A chi si è chiesto quali obiettivi, grazie al trattato di Schengen, si sarebbero raggiunti con l’abolizione dei confini territoriali e il libero ingresso di stranieri in Italia è facile rispondere.
Da un lato consegnare l’Italia nelle mani degli stranieri e dall’altro, grazie all’inevitabile aumento della criminalità (il maggior numero di crimini in Italia è commesso da stranieri), giustificare l’instaurazione di un esasperato controllo sull’individuo.
Tutto questo ha comportato un vantaggio enorme per i detentori del potere.
La paura può essere utilizzata.
Il non voler ripristinare il controllo delle frontiere e l’approvazione dell’indulto non sono stati solo atti di barbarie e dispregio assoluti nei confronti degli Italiani, ma deliberate azioni tese a giustificare le norme che successivamente sono state adottate.
Con la ratifica del trattato di Lisbona il Popolo Italiano invece ha perso definitivamente la propria sovranità territoriale e giurisdizionale.
D’ora in poi un qualsiasi magistrato di uno dei Paesi aderenti al trattato può indagare su ogni singolo cittadino dell’unione europea, Italiani compresi; può trarlo in arresto dal Paese di origine nel Paese da cui parte l’”indagine” — così che per l’accusato, non conoscendo la lingua, sia più difficile difendersi — e la pena si sconterà in prigioni non italiane.
La confisca dei beni e il blocco del conto corrente renderanno difficile il pagamento della difesa legale.
Le patrie galere, infine, nel tempo rese “insufficienti” rispetto alle reali necessità giustificheranno l’uso delle prigioni degli altri 26 Paesi aderenti al trattato.
Resta una domanda su cui soffermarsi e cioè su chi siano i veri criminali da perseguire.
Agli occhi della maggioranza degli Italiani l’aumento verticale della criminalità giustificherebbe l’aumento dei controlli polizieschi per evidenti motivi di sicurezza.
Agli occhi del Potere le cose cambiano: se i soldi assegnati alle nostre forze di polizia sono stati ulteriormente diminuiti, invece le spese relative all’installazione di sistemi automatici di videosorveglianza su tutto il territorio nazionale, in particolare lungo le autostrade e nelle città, sono aumentate vertiginosamente.
Non si tratta solo di sistemi elettronici sofisticati ma anche di impianti dotati di fibre ottiche, che riducono al minimo le interferenze sul segnale e garantiscono un’ alta definizione dell’immagine. Il costo delle fibre ottiche è altissimo.
Si pensi che se si volesse realizzare l’impianto video di sicurezza in una caserma la spesa sarebbe pari al costo necessario per costruire ex novo la stessa caserma. In realtà l’uso di sistemi di videosorveglianza è così diffuso da lasciare perplessi.
Perché si preferisce spendere di più in tecnologia e investire di meno nella sicurezza ordinaria, dando più denaro a carabinieri e polizia?
Forse anche perché fra non molto carabinieri e polizia saranno sostituiti dalla "polizia europea"?
Dalle banche alle gelaterie, dai supermercati alle autostrade, dai parchi (vedi i bellissimi giardini dell’Eur a Roma) alle tabaccherie, gli Italiani accettano di farsi controllare ovunque. Il successo televisivo di trasmissioni come il “Grande Fratello” o “L’isola dei famosi” ne hanno fatto addirittura un costume sociale. Ma se il cinema rappresenta la realtà, attribuendovi un senso che può essere vitale, al contrario le telecamere disposte ovunque, nel riprendere il vissuto quotidiano lo svuotano di senso rendendolo “morto”.
Il senso di morte che percepiamo ogniqualvolta osserviamo le sequenze di una rapina in banca o a un supermercato nasce da quella paura profonda.
La onnipresenza delle telecamere assume cioè una doppia valenza sul piano dei significati.
Se da un lato l’essere ripresi rassicura, facendo credere all’individuo di “esistere”, dall’altro determina inquietudine: chi non ha mai pensato di poter essere controllato da qualcuno che non si vede e con quali fini?
Antica reminiscenza dell’insegnamento: Dio ti vede.
Ma siamo anche convinti, in un contesto in cui la religione non aiuta più a superare l’idea della morte, che l’interruzione fotografica del tempo possa salvarci. Si esiste solo attraverso l’immagine, non importa se fotografica o televisiva.
La psicosi di gruppo consiste proprio in questo: che una determinata realtà (la criminalità diffusa = minaccia di morte) possa cambiare allucinatoriamente grazie a un qualcosa di potente, in questo caso le telecamere disposte ovunque.
Per smentire qualsiasi certezza sulla riuscita tecnica dell’uso delle videocamere, solo il 40% delle riprese di rapine in banca permette di risalire ai colpevoli.
Resta la domanda: che farsene allora di tutto questo, se serve molto meno di quanto dovrebbe?
Non è importante che le telecamere “funzionino”, ma è importante che il Potere faccia sapere ai cittadini che è lì per controllarli.
Esiste la possibilità che vi sia un’unica volontà dietro l’installazione di questi sistemi.
I veri criminali da perseguire “siamo noi”.
Questa sottintesa ma evidente azione “preventiva” su tutti, non solo sui criminali, è il vero obiettivo.
Si è a un passo dal perseguire il crimine che potrebbe essere commesso e non l’azione compiuta, perché “prevenire” per “rieducare” è meglio che stabilire a fatti avvenuti.
In realtà è l’aver ridotto l’Uomo, la sua umanità, alla sola condizione di semplice organismo vivente la prova di una patologia di gruppo.
Il controllo ossessivo e costante su ogni individuo ne annulla qualsiasi altra dimensione perché ne considera solo la “corporeità”.
La ricchezza del pensiero non conta più nulla.
Anche l’ideologia comunista, nell’affermare che l’uomo esiste solo in virtù di una combinazione fra principi economici e istinti primordiali riduce sotto tutti gli aspetti il suo potenziale esistenziale: da quello della capacità di differenziazione a quello della creatività.
Le banche che stanno dietro la BCE ( Banca centrale europea), ben nascoste dietro l’inviolabile facciata dell’unione europea, detengono il controllo delle aziende produttrici di sistemi elettronici di sicurezza.
Sono gli stessi che attraverso migliaia di telecamere quotidianamente ci riprendono, ci sorvegliano, pronti a denunciare come negativo qualsiasi nostro comportamento.
Siamo oggetti di odio.
Non resta che fare due più due uguale quattro e aspettare che l’unione europea, temibile occhio vendicativo di Dio, istituisca, in nome dell’odio, il “Ministero dell’Amore” descritto in modo davvero profetico da George Orwell nel suo “1984”. Qui i “psicocriminali”, ossia i criminali potenziali, una volta catturati, vengono torturati e privati di qualsiasi umanità prima di essere “vaporizzati”.
Possiamo chiederci ancora una volta che differenza vi sia fra l’essere sradicati dalla nostra umanità e l’essere “vaporizzati”, sapendo però che è solo questione di tempo: ci convinceremo, anzi, forse ci stiamo già convincendo, che due-più-due è uguale a cinque, proprio in questo attimo che stiamo vivendo, in Italia e in Europa, prima che il nostro mondo venga del tutto invaso e soppresso.

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di Raffaello Volpe


A chi si è chiesto quali obiettivi, grazie al trattato di Schengen, si sarebbero raggiunti con l’abolizione dei confini territoriali e il libero ingresso di stranieri in Italia è facile rispondere.
Da un lato consegnare l’Italia nelle mani degli stranieri e dall’altro, grazie all’inevitabile aumento della criminalità (il maggior numero di crimini in Italia è commesso da stranieri), giustificare l’instaurazione di un esasperato controllo sull’individuo.
Tutto questo ha comportato un vantaggio enorme per i detentori del potere.
La paura può essere utilizzata.
Il non voler ripristinare il controllo delle frontiere e l’approvazione dell’indulto non sono stati solo atti di barbarie e dispregio assoluti nei confronti degli Italiani, ma deliberate azioni tese a giustificare le norme che successivamente sono state adottate.
Con la ratifica del trattato di Lisbona il Popolo Italiano invece ha perso definitivamente la propria sovranità territoriale e giurisdizionale.
D’ora in poi un qualsiasi magistrato di uno dei Paesi aderenti al trattato può indagare su ogni singolo cittadino dell’unione europea, Italiani compresi; può trarlo in arresto dal Paese di origine nel Paese da cui parte l’”indagine” — così che per l’accusato, non conoscendo la lingua, sia più difficile difendersi — e la pena si sconterà in prigioni non italiane.
La confisca dei beni e il blocco del conto corrente renderanno difficile il pagamento della difesa legale.
Le patrie galere, infine, nel tempo rese “insufficienti” rispetto alle reali necessità giustificheranno l’uso delle prigioni degli altri 26 Paesi aderenti al trattato.
Resta una domanda su cui soffermarsi e cioè su chi siano i veri criminali da perseguire.
Agli occhi della maggioranza degli Italiani l’aumento verticale della criminalità giustificherebbe l’aumento dei controlli polizieschi per evidenti motivi di sicurezza.
Agli occhi del Potere le cose cambiano: se i soldi assegnati alle nostre forze di polizia sono stati ulteriormente diminuiti, invece le spese relative all’installazione di sistemi automatici di videosorveglianza su tutto il territorio nazionale, in particolare lungo le autostrade e nelle città, sono aumentate vertiginosamente.
Non si tratta solo di sistemi elettronici sofisticati ma anche di impianti dotati di fibre ottiche, che riducono al minimo le interferenze sul segnale e garantiscono un’ alta definizione dell’immagine. Il costo delle fibre ottiche è altissimo.
Si pensi che se si volesse realizzare l’impianto video di sicurezza in una caserma la spesa sarebbe pari al costo necessario per costruire ex novo la stessa caserma. In realtà l’uso di sistemi di videosorveglianza è così diffuso da lasciare perplessi.
Perché si preferisce spendere di più in tecnologia e investire di meno nella sicurezza ordinaria, dando più denaro a carabinieri e polizia?
Forse anche perché fra non molto carabinieri e polizia saranno sostituiti dalla "polizia europea"?
Dalle banche alle gelaterie, dai supermercati alle autostrade, dai parchi (vedi i bellissimi giardini dell’Eur a Roma) alle tabaccherie, gli Italiani accettano di farsi controllare ovunque. Il successo televisivo di trasmissioni come il “Grande Fratello” o “L’isola dei famosi” ne hanno fatto addirittura un costume sociale. Ma se il cinema rappresenta la realtà, attribuendovi un senso che può essere vitale, al contrario le telecamere disposte ovunque, nel riprendere il vissuto quotidiano lo svuotano di senso rendendolo “morto”.
Il senso di morte che percepiamo ogniqualvolta osserviamo le sequenze di una rapina in banca o a un supermercato nasce da quella paura profonda.
La onnipresenza delle telecamere assume cioè una doppia valenza sul piano dei significati.
Se da un lato l’essere ripresi rassicura, facendo credere all’individuo di “esistere”, dall’altro determina inquietudine: chi non ha mai pensato di poter essere controllato da qualcuno che non si vede e con quali fini?
Antica reminiscenza dell’insegnamento: Dio ti vede.
Ma siamo anche convinti, in un contesto in cui la religione non aiuta più a superare l’idea della morte, che l’interruzione fotografica del tempo possa salvarci. Si esiste solo attraverso l’immagine, non importa se fotografica o televisiva.
La psicosi di gruppo consiste proprio in questo: che una determinata realtà (la criminalità diffusa = minaccia di morte) possa cambiare allucinatoriamente grazie a un qualcosa di potente, in questo caso le telecamere disposte ovunque.
Per smentire qualsiasi certezza sulla riuscita tecnica dell’uso delle videocamere, solo il 40% delle riprese di rapine in banca permette di risalire ai colpevoli.
Resta la domanda: che farsene allora di tutto questo, se serve molto meno di quanto dovrebbe?
Non è importante che le telecamere “funzionino”, ma è importante che il Potere faccia sapere ai cittadini che è lì per controllarli.
Esiste la possibilità che vi sia un’unica volontà dietro l’installazione di questi sistemi.
I veri criminali da perseguire “siamo noi”.
Questa sottintesa ma evidente azione “preventiva” su tutti, non solo sui criminali, è il vero obiettivo.
Si è a un passo dal perseguire il crimine che potrebbe essere commesso e non l’azione compiuta, perché “prevenire” per “rieducare” è meglio che stabilire a fatti avvenuti.
In realtà è l’aver ridotto l’Uomo, la sua umanità, alla sola condizione di semplice organismo vivente la prova di una patologia di gruppo.
Il controllo ossessivo e costante su ogni individuo ne annulla qualsiasi altra dimensione perché ne considera solo la “corporeità”.
La ricchezza del pensiero non conta più nulla.
Anche l’ideologia comunista, nell’affermare che l’uomo esiste solo in virtù di una combinazione fra principi economici e istinti primordiali riduce sotto tutti gli aspetti il suo potenziale esistenziale: da quello della capacità di differenziazione a quello della creatività.
Le banche che stanno dietro la BCE ( Banca centrale europea), ben nascoste dietro l’inviolabile facciata dell’unione europea, detengono il controllo delle aziende produttrici di sistemi elettronici di sicurezza.
Sono gli stessi che attraverso migliaia di telecamere quotidianamente ci riprendono, ci sorvegliano, pronti a denunciare come negativo qualsiasi nostro comportamento.
Siamo oggetti di odio.
Non resta che fare due più due uguale quattro e aspettare che l’unione europea, temibile occhio vendicativo di Dio, istituisca, in nome dell’odio, il “Ministero dell’Amore” descritto in modo davvero profetico da George Orwell nel suo “1984”. Qui i “psicocriminali”, ossia i criminali potenziali, una volta catturati, vengono torturati e privati di qualsiasi umanità prima di essere “vaporizzati”.
Possiamo chiederci ancora una volta che differenza vi sia fra l’essere sradicati dalla nostra umanità e l’essere “vaporizzati”, sapendo però che è solo questione di tempo: ci convinceremo, anzi, forse ci stiamo già convincendo, che due-più-due è uguale a cinque, proprio in questo attimo che stiamo vivendo, in Italia e in Europa, prima che il nostro mondo venga del tutto invaso e soppresso.

 
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