lunedì 28 luglio 2008

Inaugurazione della dittatura


Di Ida Magli


Mercoledì 23 luglio 2008 il Senato della Repubblica Italiana ha approvato il trattato di Lisbona. Sarà votato insieme al “pacchetto sicurezza” senza che ai cittadini sia stata detta da parte del Governo, da parte dei politici e di quasi tutti i mezzi d’informazione, una sola parola non soltanto sulla sua approvazione ma neanche sul suo contenuto, sulle conseguenze che comporta.

Basterebbe questo silenzio, questa precisa volontà di passare sopra la testa dei cittadini in modo da non suscitare in loro neanche la minima curiosità, per testimoniare che non esiste democrazia al mondo che possa impedire ai detentori del potere di realizzare i propri scopi. E gli scopi di coloro che detengono il potere sono sempre gli stessi, in qualsiasi tempo, in qualsiasi luogo: aumentare il proprio potere.

Quando è impossibile farlo con le guerre, lo si fa con i trattati.

Col trattato di Lisbona i governanti portano finalmente a termine lo studiatissimo progetto di crearsi un vasto Impero eliminando i singoli Stati, i confini fra le singole Nazioni e unificando formalmente, a forza, i singoli popoli.

Questi, dopo essere stati costretti a perdere la sovranità monetaria con l’adozione di un’unica moneta e dopo essere stati bombardati per anni da tutti i più importanti pulpiti, inclusa la scuola, sulla “ bellezza” dell’unificazione europea, vengono adesso ufficialmente sottoposti alle medesime leggi, alle medesime autorità, ad una sola polizia, ad una sola Corte di giustizia, ad un solo casellario giudiziario che conterrà i loro dati biometrici ( foto scannerizzata del volto, impronte digitali, DNA).

E’ una direttiva europea, questa, infatti, che risale al 2004, non una improvvisa decisione del governo italiano.Vogliamo protestare perché non è mai stato chiesto in proposito il parere degli Italiani? Ebbene non è soltanto la mancanza di un referendum che fa paura, ma la esplicita volontà di tutti gli Stati di instaurare, con l’unione europea, la più assoluta dittatura.

E, con la dittatura, quello indispensabile stato di polizia che impedirà qualsiasi ribellione. Non è infatti soltanto il governo italiano a non aver mai voluto chiedere il parere dei cittadini, ma i governi di tutti i 27 Stati che formano oggi l’Unione europea. Il governo italiano si era furbescamente e proditoriamente garantito fin dall’inizio libertà d’azione collocando le operazioni europee nell’ambito della “politica estera”, in quanto questa è sottratta alla consultazione popolare da un apposito articolo della Costituzione.

Sono politica estera i soldi che abbiamo in tasca? E’ politica estera la celestiale bandiera con le stelle ( mariana o massonica: l’interpretazione è libera) che sventola ovunque e che pure non è citata nella Costituzione?

Sembra abbastanza improbabile, ma, malgrado tutto gli Italiani sono stati zitti.

Non ha mai protestato nessun Partito, neanche quelli abituati a dire sempre di No, e dunque come avrebbero potuto protestare i cittadini?

Ma, come dicevamo, nessun governo ha ratificato il trattato di Lisbona facendo ricorso al referendum. Perfino la Gran Bretagna – quella che un tempo era considerata la democrazia per antonomasia e che da oggi non lo è più – lo ha approvato quasi in segreto qualche giorno fa, “ovviamente” senza referendum dato che era ben noto che gli Inglesi, se chiamati ad esprimere la propria volontà, avrebbero detto di No.

L’unico Stato dove si è svolto un referendum ( obbligatorio per legge) è stata l’Irlanda, con risultato negativo.

Come potrebbe, infatti, un popolo essere così folle da voler perdere la libertà, l’indipendenza, la patria, il possesso della propria terra?

Rimane il fatto che nelle democrazie è molto facile realizzare dei colpi di Stato ( tale è infatti l’adozione del trattato di Lisbona) e togliere ai cittadini l’essenza della libertà, lasciandogli quella apparente.

Un tempo ci si organizzava in società segrete per ribellarsi alle dittature. Oggi, con la consegna del proprio corpo ( impronte digitali, DNA) si è tornati alla condizione di schiavi, anche se la catena al piede non si vede.

E nessuna società segreta, nessuna ribellione sarà possibile.

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Di Ida Magli


Mercoledì 23 luglio 2008 il Senato della Repubblica Italiana ha approvato il trattato di Lisbona. Sarà votato insieme al “pacchetto sicurezza” senza che ai cittadini sia stata detta da parte del Governo, da parte dei politici e di quasi tutti i mezzi d’informazione, una sola parola non soltanto sulla sua approvazione ma neanche sul suo contenuto, sulle conseguenze che comporta.

Basterebbe questo silenzio, questa precisa volontà di passare sopra la testa dei cittadini in modo da non suscitare in loro neanche la minima curiosità, per testimoniare che non esiste democrazia al mondo che possa impedire ai detentori del potere di realizzare i propri scopi. E gli scopi di coloro che detengono il potere sono sempre gli stessi, in qualsiasi tempo, in qualsiasi luogo: aumentare il proprio potere.

Quando è impossibile farlo con le guerre, lo si fa con i trattati.

Col trattato di Lisbona i governanti portano finalmente a termine lo studiatissimo progetto di crearsi un vasto Impero eliminando i singoli Stati, i confini fra le singole Nazioni e unificando formalmente, a forza, i singoli popoli.

Questi, dopo essere stati costretti a perdere la sovranità monetaria con l’adozione di un’unica moneta e dopo essere stati bombardati per anni da tutti i più importanti pulpiti, inclusa la scuola, sulla “ bellezza” dell’unificazione europea, vengono adesso ufficialmente sottoposti alle medesime leggi, alle medesime autorità, ad una sola polizia, ad una sola Corte di giustizia, ad un solo casellario giudiziario che conterrà i loro dati biometrici ( foto scannerizzata del volto, impronte digitali, DNA).

E’ una direttiva europea, questa, infatti, che risale al 2004, non una improvvisa decisione del governo italiano.Vogliamo protestare perché non è mai stato chiesto in proposito il parere degli Italiani? Ebbene non è soltanto la mancanza di un referendum che fa paura, ma la esplicita volontà di tutti gli Stati di instaurare, con l’unione europea, la più assoluta dittatura.

E, con la dittatura, quello indispensabile stato di polizia che impedirà qualsiasi ribellione. Non è infatti soltanto il governo italiano a non aver mai voluto chiedere il parere dei cittadini, ma i governi di tutti i 27 Stati che formano oggi l’Unione europea. Il governo italiano si era furbescamente e proditoriamente garantito fin dall’inizio libertà d’azione collocando le operazioni europee nell’ambito della “politica estera”, in quanto questa è sottratta alla consultazione popolare da un apposito articolo della Costituzione.

Sono politica estera i soldi che abbiamo in tasca? E’ politica estera la celestiale bandiera con le stelle ( mariana o massonica: l’interpretazione è libera) che sventola ovunque e che pure non è citata nella Costituzione?

Sembra abbastanza improbabile, ma, malgrado tutto gli Italiani sono stati zitti.

Non ha mai protestato nessun Partito, neanche quelli abituati a dire sempre di No, e dunque come avrebbero potuto protestare i cittadini?

Ma, come dicevamo, nessun governo ha ratificato il trattato di Lisbona facendo ricorso al referendum. Perfino la Gran Bretagna – quella che un tempo era considerata la democrazia per antonomasia e che da oggi non lo è più – lo ha approvato quasi in segreto qualche giorno fa, “ovviamente” senza referendum dato che era ben noto che gli Inglesi, se chiamati ad esprimere la propria volontà, avrebbero detto di No.

L’unico Stato dove si è svolto un referendum ( obbligatorio per legge) è stata l’Irlanda, con risultato negativo.

Come potrebbe, infatti, un popolo essere così folle da voler perdere la libertà, l’indipendenza, la patria, il possesso della propria terra?

Rimane il fatto che nelle democrazie è molto facile realizzare dei colpi di Stato ( tale è infatti l’adozione del trattato di Lisbona) e togliere ai cittadini l’essenza della libertà, lasciandogli quella apparente.

Un tempo ci si organizzava in società segrete per ribellarsi alle dittature. Oggi, con la consegna del proprio corpo ( impronte digitali, DNA) si è tornati alla condizione di schiavi, anche se la catena al piede non si vede.

E nessuna società segreta, nessuna ribellione sarà possibile.

domenica 20 luglio 2008

Belgio, re Alberto fa appello all'unità


BRUXELLES (Reuters) - Re Alberto del Belgio oggi ha lanciato un appello all'unità del suo paese in un messaggio tv, alla vigilia della festa nazionale, mentre i leader politici stanno tentando di risolvere la crisi che divide le regioni di lingua francese e fiamminga.

"Dobbiamo inventare nuovi modi di vivere insieme nel nostro paese", ha detto il sovrano in un discorso trasmesso in tv in vista della festività di domani.

"Come sapete bene, il nostro paese sta attraversando gravi difficoltà politiche, ma mi piacerebbe vedere che le difficoltà e le crisi sono anche un momento per reagire e sollevarsi", ha detto il re.

La scorsa settimana, il re ha respinto le dimissioni del primo ministro Yves Leterme, presentate dopo meno di quattro mesi di incarico e ha nominato un gruppo di saggi che aiuti il dialogo sulla divisione del potere tra le varie comunità linguistiche.

Leterme non è riuscito a raggiungere un accordo tra le due regioni alla scadenza di metà luglio, spingendo il paese in una nuova crisi politica.

I cristiano democratici fiamminghi di Leterme hanno nettamente vinto le elezioni federali del giugno 2007 sull'impegno a trasferire alcune poteri federali alle regioni. Sei belgi su dieci sono fiamminghi.

Le Fiandre -- in cui si parla fiammingo e che sono più ricche -- vogliono un maggior controllo regionale sulle tasse e la spesa del welfare.

La Vallonia -- in cui si parla francese ed è più povera -- è contraria a una devoluzione più spinta, temendo di poter perdere fondi.

Il re ha chiesto a due politici di lingua francese e al presidente della piccola comunità belga di lingua tedesca di pensare a modi per aprire i colloqui sulle riforme. Un rapporto è atteso entro la fine del mese.

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BRUXELLES (Reuters) - Re Alberto del Belgio oggi ha lanciato un appello all'unità del suo paese in un messaggio tv, alla vigilia della festa nazionale, mentre i leader politici stanno tentando di risolvere la crisi che divide le regioni di lingua francese e fiamminga.

"Dobbiamo inventare nuovi modi di vivere insieme nel nostro paese", ha detto il sovrano in un discorso trasmesso in tv in vista della festività di domani.

"Come sapete bene, il nostro paese sta attraversando gravi difficoltà politiche, ma mi piacerebbe vedere che le difficoltà e le crisi sono anche un momento per reagire e sollevarsi", ha detto il re.

La scorsa settimana, il re ha respinto le dimissioni del primo ministro Yves Leterme, presentate dopo meno di quattro mesi di incarico e ha nominato un gruppo di saggi che aiuti il dialogo sulla divisione del potere tra le varie comunità linguistiche.

Leterme non è riuscito a raggiungere un accordo tra le due regioni alla scadenza di metà luglio, spingendo il paese in una nuova crisi politica.

I cristiano democratici fiamminghi di Leterme hanno nettamente vinto le elezioni federali del giugno 2007 sull'impegno a trasferire alcune poteri federali alle regioni. Sei belgi su dieci sono fiamminghi.

Le Fiandre -- in cui si parla fiammingo e che sono più ricche -- vogliono un maggior controllo regionale sulle tasse e la spesa del welfare.

La Vallonia -- in cui si parla francese ed è più povera -- è contraria a una devoluzione più spinta, temendo di poter perdere fondi.

Il re ha chiesto a due politici di lingua francese e al presidente della piccola comunità belga di lingua tedesca di pensare a modi per aprire i colloqui sulle riforme. Un rapporto è atteso entro la fine del mese.

venerdì 18 luglio 2008

L'Unione Mediterranea di Sarkozy, minaccia di isolamento per la Sicilia


La progettata Unione Mediterranea di Sarkozy, paradossalmente, costituisce un'ulteriore minaccia di isolamento per la Sicilia. E' ora che politici, economisti, imprenditori, intellettuali della nostra terra, in una parola la "classe dirigente" (se ne abbiamo una) affrontino il problema, vitale per la nostra esistenza.

Infatti lo storico "scavalcamento" che le istituzioni statali italiane hanno fatto finora di ogni nostra prerogativa nel rappresentarci all'interno delle istituzioni europee, se appariva al limite accettabile nei rapporti con una realtà percepita come "lontana" (Bruxelles) diventa assurdo se dobbiamo essere "rappresentati" a casa nostra, nel Mediterraneo.

Cosa succederà in pratica? Che i paesi "forti" della sponda Nord del Mediterraneo (di cui facciamo parte solo nominalmente anche noi) si interfacceranno, si integreranno progressivamente con le economie, con le società dei paesi della sponda Sud. In questo creeranno rapporti diretti, infrastrutture, etc. che legheranno direttamente Parigi, Roma, Madrid, forse anche Lisbona, Milano ed Atene, alle grandi capitali del Sud: Il Cairo, Tunisi, Gerusalemme,...

Si badi che tutto ciò non ha molto a che vedere con l'integrazione "politica" europea, oggi oggetto di non pochi e giustificati ripensamenti. Si tratta, in fondo, di un'integrazione sociale ed economica, di fatto funzionalista, da guardare in modo molto più benevolo rispetto ai progetti di "superstato" europeo.

Ma dov'è la Sicilia in questo processo? Semplicemente non c'è! Né istituzionalmente, o politicamente, o economicamente o infrastrutturalmente. L'isola, sequestrata dal suo Mediterraneo è come "ibernata" al centro del Mar Glaciale Artico. Il Mediterraneo si avvia ad integrarsi "a ciambella" con un bel buco al suo centro che brilla per la sua assenza. E questa assenza è alla base politica per la mancanza di soggettualità politica propria della nostra isola (a dispetto di vaghe e vuote disposizioni della recente riforma del Titolo V che lascerebbero intendere che invece qualche manovra in tal senso sia possibile).

Per andare a parlare con i tunisini o con i libici dovremo passare da Roma, o addirittura dalla Malpensa!. Cioè saremo - in una parola - fuori dal Mediterraneo! Cioè fuori da casa nostra! Non ci riferiamo soltanto agli spostamenti logistici o agli snodi infrastrutturali, ma soprattutto ai centri decisionali. Se anche per caso (vedi metanodotti o reti di cablaggio) qualche infrastruttura dovesse passare da casa nostra per ovvi motivi geografici (la Sicilia E' al centro del Mediterraneo) i relativi centri decisionali e finanche le manutenzioni sarebbero decise e/o fatte da fuori. Un po' come la progettata "banca del mediterraneo" con sede a ...Napoli o le produzioni di "Raimed" progressivamente centralizzate...a Roma! Bisogna avere il coraggio di dirlo con chiarezza: la rappresentanza/mediazione italiana ci taglia fuori dal Mediterraneo, e questa volta per sempre o chissà per quanto tempo.

Se la Sicilia avesse soggettualità politica propria essa sarebbe sede naturale per tale tipo di pacifica integrazione. E infatti pare che non lo sarà. Il segretariato permanente che si andrà a costituire avrà sede a Malta (incredibile!) o a Tunisi.

Ma basta guardare una carta geografica qualunque del Mediterraneo per vedere che è la Sicilia il centro del Mediterraneo e non altri paesi e che in Sicilia, e in nessun altro posto, può aver luogo il baricentro di questa integrazione. Perché si cerca un "bersaglio" vicino al centro e si evita il centro stesso? Perché l'Italia non fa della Sicilia (che in teoria ne fa parte) la base per la propria politica di integrazione euromediterranea? E' amaro rispondere, ma la realtà sembra proprio essere che l'Italia non considera la Sicilia pienamente Italia, ma solo "appartenente" all'Italia.

Se la sentisse Italia la candiderebbe immediatamente a questo ruolo. Non lo fa. E tutto ciò fa pendant con affermazioni leggermente, e involontariamente, offensive come quelle del premier secondo cui con il "ponte" diventeremmo "italiani al 100 %", candida confessione di un'alterità percepita dallo stato italiano e della maggior parte della sua opinione pubblica nei confronti della propria più vasta regione.

Oggi Palermo, antica capitale della Sicilia, pur disponendo di un patrimonio culturale e umano di prim'ordine, e nonostante tutto di una certa "vivibilità" dovuta più all'attaccamento dei cittadini alla propria comunità che non ad una sciatta amministrazione comunale (almeno se confrontata ai drammi del napoletano e di altri grandi centri urbani del sud), sperimenta un vuoto di ruolo e un decadimento che ha pochi pari nel suo passato.

Palermo, naturale capitale della Sicilia e del Mediterraneo, oggi insidiata da altre città della stessa isola, pur esse in relativo declino, è l'unica che potrebbe "distribuire" i benefici di tale ubicazione a tutta l'isola senza mortificare i sentimenti di nessuno, anzi sviluppando diverse vocazioni nelle altre aree urbane della nostra terra che a questa principale resterebbero connesse. Mentre una scelta diversa (Siracusa? Catania? Mazara?) avrebbe il sapore di un definitivo declassamento quasi a carattere punitivo (chissà poi perché) della maggiore città siciliana, creando frustrazioni e lacerazioni poi difficilmente recuperabili.

Peraltro Palermo, e non altra città, è stata in passato teatro di uno dei più fecondi incontri tra le civiltà euromediterranee. Ci riferiamo ai fasti della corte normanna e sveva, il cui faro di luce si proietta ancora sull'attualità e su di un possibile futuro di convivenza. Perché no alla città di Federico II o dei Ruggeri e invece sì alla capitale tunisina o a uno "scoglio" in mezzo al mare come Malta che ha il solo merito di essersi "salvata" dal Risorgimento per mezzo della colonizzazione britannica? Il passato non torna ma può assumere valori simbolici elevati.

L'Unione Mediterranea potrebbe essere un'occasione unica per porre davvero (e non solo geograficamente) la Sicilia al centro del Mediterraneo e, con ciò, di avviare un percorso di riscatto della Sicilia da cui trarrebbe beneficio, nel medio termine, anche l'Italia meridionale e forse l'intero paese. Essa è forse l'ultimo treno per non avviare un percorso di sfaldamento dell'unità politica italiana che, viceversa, appare ineluttabile; e per di più a costo quasi nullo per le esauste finanze italiane. Essa sarebbe un modo per mettere finalmente in pace le legittime e secolari aspirazioni autonomistiche dei Siciliani, sancite nel loro ancora inapplicato Statuto, con una solidarietà, leale collaborazione, unità, con le istituzioni centrali italiane (ed europee) che potrebbe avviare solo un percorso virtuoso.

E invece non è così. E non si sentono grandi voci a sostegno di ciò né nella politica italiana (nemmeno da parte dei non pochi siciliani che in essa hanno ruoli di rilievo) né in quella siciliana. Ma non si vuol far torto a nessuno in particolare. Forse le emergenze meritano maggior attenzione. Ma di emergenza in emergenza si rischia di perdere di vista quelli che sono i nodi strategici per il nostro futuro.

La Sicilia pretenda, allora, in alternativa, due "sane" rivendicazioni: o di essere posta al centro delle istituzioni euromediterranee (con le ricadute infrastrutturali ed economiche che tutto ciò comporterà), o di partecipare con una "partenrship" separata a questo processo di integrazione, minacciando di saltare l'intermediazione italiana se questa si continuerà a rivelare "straniera in casa propria". Quest'ultima potrebbe sembrare un'idea strana ma non sarebbe poi la prima volta che un paese non completamente sovrano partecipa autonomamente ad una istituzione internazionale (senza andare troppo lontano, la Bielorussia e l'Ucraina facevano parte dell'ONU anche ai tempi dell'Unione Sovietica come stati a sé).

La storia insegna che i periodi luminosi della Sicilia sono stati quelli, e solo quelli, in cui il Mediterraneo è stato al centro del mondo e libero di essere navigato. Quando è diventato un muro e la Sicilia si è trovata al "capolinea" del mondo è stata decadenza. Lasciare il "muro" intorno a noi quando tutto intorno sta cadendo sarebbe un suicidio, anzi un "genocidio" di cui non vorremmo che proprio il sistema politico italiano si rendesse responsabile.

Dalla sensibilità dei politici siciliani, ma soprattutto dell'opinione pubblica qualificata su questo tema, dipende gran parte del nostro futuro.

Massimo Costa

L'Altra Sicilia - Antudo
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La progettata Unione Mediterranea di Sarkozy, paradossalmente, costituisce un'ulteriore minaccia di isolamento per la Sicilia. E' ora che politici, economisti, imprenditori, intellettuali della nostra terra, in una parola la "classe dirigente" (se ne abbiamo una) affrontino il problema, vitale per la nostra esistenza.

Infatti lo storico "scavalcamento" che le istituzioni statali italiane hanno fatto finora di ogni nostra prerogativa nel rappresentarci all'interno delle istituzioni europee, se appariva al limite accettabile nei rapporti con una realtà percepita come "lontana" (Bruxelles) diventa assurdo se dobbiamo essere "rappresentati" a casa nostra, nel Mediterraneo.

Cosa succederà in pratica? Che i paesi "forti" della sponda Nord del Mediterraneo (di cui facciamo parte solo nominalmente anche noi) si interfacceranno, si integreranno progressivamente con le economie, con le società dei paesi della sponda Sud. In questo creeranno rapporti diretti, infrastrutture, etc. che legheranno direttamente Parigi, Roma, Madrid, forse anche Lisbona, Milano ed Atene, alle grandi capitali del Sud: Il Cairo, Tunisi, Gerusalemme,...

Si badi che tutto ciò non ha molto a che vedere con l'integrazione "politica" europea, oggi oggetto di non pochi e giustificati ripensamenti. Si tratta, in fondo, di un'integrazione sociale ed economica, di fatto funzionalista, da guardare in modo molto più benevolo rispetto ai progetti di "superstato" europeo.

Ma dov'è la Sicilia in questo processo? Semplicemente non c'è! Né istituzionalmente, o politicamente, o economicamente o infrastrutturalmente. L'isola, sequestrata dal suo Mediterraneo è come "ibernata" al centro del Mar Glaciale Artico. Il Mediterraneo si avvia ad integrarsi "a ciambella" con un bel buco al suo centro che brilla per la sua assenza. E questa assenza è alla base politica per la mancanza di soggettualità politica propria della nostra isola (a dispetto di vaghe e vuote disposizioni della recente riforma del Titolo V che lascerebbero intendere che invece qualche manovra in tal senso sia possibile).

Per andare a parlare con i tunisini o con i libici dovremo passare da Roma, o addirittura dalla Malpensa!. Cioè saremo - in una parola - fuori dal Mediterraneo! Cioè fuori da casa nostra! Non ci riferiamo soltanto agli spostamenti logistici o agli snodi infrastrutturali, ma soprattutto ai centri decisionali. Se anche per caso (vedi metanodotti o reti di cablaggio) qualche infrastruttura dovesse passare da casa nostra per ovvi motivi geografici (la Sicilia E' al centro del Mediterraneo) i relativi centri decisionali e finanche le manutenzioni sarebbero decise e/o fatte da fuori. Un po' come la progettata "banca del mediterraneo" con sede a ...Napoli o le produzioni di "Raimed" progressivamente centralizzate...a Roma! Bisogna avere il coraggio di dirlo con chiarezza: la rappresentanza/mediazione italiana ci taglia fuori dal Mediterraneo, e questa volta per sempre o chissà per quanto tempo.

Se la Sicilia avesse soggettualità politica propria essa sarebbe sede naturale per tale tipo di pacifica integrazione. E infatti pare che non lo sarà. Il segretariato permanente che si andrà a costituire avrà sede a Malta (incredibile!) o a Tunisi.

Ma basta guardare una carta geografica qualunque del Mediterraneo per vedere che è la Sicilia il centro del Mediterraneo e non altri paesi e che in Sicilia, e in nessun altro posto, può aver luogo il baricentro di questa integrazione. Perché si cerca un "bersaglio" vicino al centro e si evita il centro stesso? Perché l'Italia non fa della Sicilia (che in teoria ne fa parte) la base per la propria politica di integrazione euromediterranea? E' amaro rispondere, ma la realtà sembra proprio essere che l'Italia non considera la Sicilia pienamente Italia, ma solo "appartenente" all'Italia.

Se la sentisse Italia la candiderebbe immediatamente a questo ruolo. Non lo fa. E tutto ciò fa pendant con affermazioni leggermente, e involontariamente, offensive come quelle del premier secondo cui con il "ponte" diventeremmo "italiani al 100 %", candida confessione di un'alterità percepita dallo stato italiano e della maggior parte della sua opinione pubblica nei confronti della propria più vasta regione.

Oggi Palermo, antica capitale della Sicilia, pur disponendo di un patrimonio culturale e umano di prim'ordine, e nonostante tutto di una certa "vivibilità" dovuta più all'attaccamento dei cittadini alla propria comunità che non ad una sciatta amministrazione comunale (almeno se confrontata ai drammi del napoletano e di altri grandi centri urbani del sud), sperimenta un vuoto di ruolo e un decadimento che ha pochi pari nel suo passato.

Palermo, naturale capitale della Sicilia e del Mediterraneo, oggi insidiata da altre città della stessa isola, pur esse in relativo declino, è l'unica che potrebbe "distribuire" i benefici di tale ubicazione a tutta l'isola senza mortificare i sentimenti di nessuno, anzi sviluppando diverse vocazioni nelle altre aree urbane della nostra terra che a questa principale resterebbero connesse. Mentre una scelta diversa (Siracusa? Catania? Mazara?) avrebbe il sapore di un definitivo declassamento quasi a carattere punitivo (chissà poi perché) della maggiore città siciliana, creando frustrazioni e lacerazioni poi difficilmente recuperabili.

Peraltro Palermo, e non altra città, è stata in passato teatro di uno dei più fecondi incontri tra le civiltà euromediterranee. Ci riferiamo ai fasti della corte normanna e sveva, il cui faro di luce si proietta ancora sull'attualità e su di un possibile futuro di convivenza. Perché no alla città di Federico II o dei Ruggeri e invece sì alla capitale tunisina o a uno "scoglio" in mezzo al mare come Malta che ha il solo merito di essersi "salvata" dal Risorgimento per mezzo della colonizzazione britannica? Il passato non torna ma può assumere valori simbolici elevati.

L'Unione Mediterranea potrebbe essere un'occasione unica per porre davvero (e non solo geograficamente) la Sicilia al centro del Mediterraneo e, con ciò, di avviare un percorso di riscatto della Sicilia da cui trarrebbe beneficio, nel medio termine, anche l'Italia meridionale e forse l'intero paese. Essa è forse l'ultimo treno per non avviare un percorso di sfaldamento dell'unità politica italiana che, viceversa, appare ineluttabile; e per di più a costo quasi nullo per le esauste finanze italiane. Essa sarebbe un modo per mettere finalmente in pace le legittime e secolari aspirazioni autonomistiche dei Siciliani, sancite nel loro ancora inapplicato Statuto, con una solidarietà, leale collaborazione, unità, con le istituzioni centrali italiane (ed europee) che potrebbe avviare solo un percorso virtuoso.

E invece non è così. E non si sentono grandi voci a sostegno di ciò né nella politica italiana (nemmeno da parte dei non pochi siciliani che in essa hanno ruoli di rilievo) né in quella siciliana. Ma non si vuol far torto a nessuno in particolare. Forse le emergenze meritano maggior attenzione. Ma di emergenza in emergenza si rischia di perdere di vista quelli che sono i nodi strategici per il nostro futuro.

La Sicilia pretenda, allora, in alternativa, due "sane" rivendicazioni: o di essere posta al centro delle istituzioni euromediterranee (con le ricadute infrastrutturali ed economiche che tutto ciò comporterà), o di partecipare con una "partenrship" separata a questo processo di integrazione, minacciando di saltare l'intermediazione italiana se questa si continuerà a rivelare "straniera in casa propria". Quest'ultima potrebbe sembrare un'idea strana ma non sarebbe poi la prima volta che un paese non completamente sovrano partecipa autonomamente ad una istituzione internazionale (senza andare troppo lontano, la Bielorussia e l'Ucraina facevano parte dell'ONU anche ai tempi dell'Unione Sovietica come stati a sé).

La storia insegna che i periodi luminosi della Sicilia sono stati quelli, e solo quelli, in cui il Mediterraneo è stato al centro del mondo e libero di essere navigato. Quando è diventato un muro e la Sicilia si è trovata al "capolinea" del mondo è stata decadenza. Lasciare il "muro" intorno a noi quando tutto intorno sta cadendo sarebbe un suicidio, anzi un "genocidio" di cui non vorremmo che proprio il sistema politico italiano si rendesse responsabile.

Dalla sensibilità dei politici siciliani, ma soprattutto dell'opinione pubblica qualificata su questo tema, dipende gran parte del nostro futuro.

Massimo Costa

L'Altra Sicilia - Antudo

giovedì 17 luglio 2008

Un referendum italiano sul Trattato di Lisbona?


Di Ida Magli


Perché non fare anche in Italia un referendum sulla questione del trattato di Lisbona? Diversi lettori giustamente ci interrogano su questo problema e alcuni addirittura, consapevoli del fatto che la Costituzione italiana lo vieta, pensano che sarebbe utile rivolgersi alla Corte di giustizia.Voglio tentare di esporre la situazione brevemente e nel modo più chiaro che mi sarà possibile.

La Lega Nord ha ventilato ogni tanto la possibilità di ricorrere a un referendum, ma in concreto non ha fatto neanche quelli che in apparenza sono i primi passi indispensabili, ossia la riforma della Costituzione laddove vieta il ricorso alla volontà popolare per quanto riguarda la politica estera.Ma non è già questo un fatto che non possiamo accettare? Come possiamo continuare a dichiararci dei totali imbecilli qualificando come “politica estera” la perdita della indipendenza, della sovranità, del territorio, del governo dei propri rappresentanti? Sono forse politica estera i soldi che abbiamo in tasca? Abbiamo forse perso la terza guerra mondiale e dobbiamo chinare il capo davanti a dei vincitori molto più spietati di tutti quei vincitori che pure abbiamo sperimentato tante volte nella tragica storia che abbiamo alle spalle? No, non spetta a noi, ai cittadini che sono stati sottoposti alla più macroscopica truffa, al peggiore dei tradimenti da parte dei governanti, avallare con una richiesta di referendum una simile menzogna, salvandoli così dalla ignominia anche davanti al giudizio della storia. E non soltanto salvandoli davanti alla storia, ma anche impedendo a noi stessi, quale che fosse il risultato del referendum, una qualsiasi ribellione futura.

L’ho già scritto molte volte, ma voglio ripeterlo qui in modo chiaro e sintetico: il Trattato di Lisbona è in realtà la Costituzione dell’Impero europeo (non sono soltanto io a definirlo così: con grande sconcerto dei giornalisti che lo ascoltavano, lo ha chiamato allegramente “Impero” quel tal Barroso, a noi perfettamente sconosciuto, che è l’attuale nostro Imperatore). Si è ripiegato sul nome più modesto di “Trattato” perché come “Costituzione” era stato bocciato con il referendum dai Francesi e dagli Olandesi. Tolto il nome, però, il testo è praticamente uguale (sono state inserite alcune piccole varianti al solo scopo appunto di aggirare il No francese e olandese). Adesso che è stato bocciato dal referendum degli Irlandesi, i governanti non si preoccupano più neanche di salvare la faccia: lo stanno ratificando così com’è, senza il parere dei Popoli e perfino il governo olandese lo ha già ratificato (manca soltanto la firma della Regina, ma sul tradimento delle Monarchie conto di poter tornare in altro articolo). In questo modo dimostrano però anche un’altra cosa: che i Trattati sono carta straccia quando non fanno comodo ai governanti in quanto, continuando a ratificare quello di Lisbona malgrado il No degli Irlandesi, vengono meno alla clausola vigente della necessità del voto unanime da parte di tutti gli Stati membri.

Come fare un referendum, poi, quando i Popoli sono stati tenuti così accuratamente all’oscuro di ciò che significava l’unione europea? E’ stato forse fatto qualche dibattito, qualche trasmissione televisiva di approfondimento, su uno qualsiasi dei temi dei Trattati? A stento sappiamo che con il trattato di Maastricht ci è stata tolta la sovranità monetaria e ci è stato imposto l’euro. Quello, però, sono stati obbligati a spiegarcelo perché dovevamo imparare ad adoperare la nuova moneta. Eppure non ci è stata detta una parola di più. Con Maastricht siamo diventati dipendenti da una istituzione privata – sì, privata – come la BCE, la Banca Centrale Europea, che non fa riferimento a nessuno degli Stati membri, ma che fa gli interessi dei propri azionisti (fra i quali l’Inghilterra che ne possiede il 15,98% e che astutamente non ne adopera la moneta). Cosa fanno, come passano il tempo questi Soloni installati con ricchissimi stipendi a Francoforte? Ci hanno forse avvertito del rischio di fallimento delle banche americane? Fanno gli interessi delle banche, non i nostri. Appena Tremonti ha accennato alla Robin Tax hanno alzato un coro di No: come ti permetti anche soltanto di pensare che si possa far pagare qualche cosa di più alle banche? In Italia esistono dei bravissimi monetaristi che da anni denunciano l’illecito arricchimento della Banca Centrale Europea, ma le loro parole non riescono a superare lo sbarramento di una informazione del tutto piegata davanti alla volontà dei governanti. La parola d’ordine è stata questa fin dall’inizio: SILENZIO (potrei raccontare a proposito di questo tabù quello che sembra un aneddoto. Nel 1996, quando ho pubblicato il libro Contro l’Europa, sono dovuta andare alla sede della Stampa Estera, dove il decano dei giornalisti stranieri mi ha accolto molto gentilmente, per poterne fare la presentazione: il titolo faceva paura).

I cittadini, quindi, non sanno quasi nulla. Non sanno che con il trattato di Lisbona tutto il potere decisionale passerà nelle mani dei 27 Commissari (i Ministri) eletti dai governi e non quindi rappresentanti dei popoli; nelle mani del Consiglio, anche questo formato da persone non elette, e nelle mani della Banca Centrale, di cui ho già parlato e, manco a dirlo, lontanissima dall’essere eletta. Questo potere supera, con l’entrata in vigore del trattato, quello delle singole nazioni. Il Parlamento europeo, d’altra parte, è stato inventato esclusivamente per ingannare i popoli e serve, come tutti sanno, a creare leggi patologiche (su questa paurosa patologia non posso soffermarmi in questo contesto, ma prego coloro che mi leggono di credere che non è per scherzo che parlo di patologia) e a sistemare schiere innumerevoli di adepti del governo europeo, superpagati e alienati dalla sbornia del potere.Dunque, poche decine di persone governeranno 500 milioni di sudditi. Di questi sudditi conosceranno tutto, compreso il DNA; potranno chiamarlo a rispondere dei suoi eventuali reati in uno qualsiasi dei paesi membri (può darsi che le prigioni della Romania siano migliori delle nostre); potranno inviarlo a combattere se uno degli Stati dell’Unione ne avesse bisogno e comunque per “missioni” offensive oltre che difensive.Mi fermo qui perché i temi di cui discutere sono troppi per poterli esaurire in un singolo articolo.

Chiedo, però, ai miei lettori: credete davvero che si possa mettere in gioco tutto questo con un referendum?

ItalianiLiberi.it
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Di Ida Magli


Perché non fare anche in Italia un referendum sulla questione del trattato di Lisbona? Diversi lettori giustamente ci interrogano su questo problema e alcuni addirittura, consapevoli del fatto che la Costituzione italiana lo vieta, pensano che sarebbe utile rivolgersi alla Corte di giustizia.Voglio tentare di esporre la situazione brevemente e nel modo più chiaro che mi sarà possibile.

La Lega Nord ha ventilato ogni tanto la possibilità di ricorrere a un referendum, ma in concreto non ha fatto neanche quelli che in apparenza sono i primi passi indispensabili, ossia la riforma della Costituzione laddove vieta il ricorso alla volontà popolare per quanto riguarda la politica estera.Ma non è già questo un fatto che non possiamo accettare? Come possiamo continuare a dichiararci dei totali imbecilli qualificando come “politica estera” la perdita della indipendenza, della sovranità, del territorio, del governo dei propri rappresentanti? Sono forse politica estera i soldi che abbiamo in tasca? Abbiamo forse perso la terza guerra mondiale e dobbiamo chinare il capo davanti a dei vincitori molto più spietati di tutti quei vincitori che pure abbiamo sperimentato tante volte nella tragica storia che abbiamo alle spalle? No, non spetta a noi, ai cittadini che sono stati sottoposti alla più macroscopica truffa, al peggiore dei tradimenti da parte dei governanti, avallare con una richiesta di referendum una simile menzogna, salvandoli così dalla ignominia anche davanti al giudizio della storia. E non soltanto salvandoli davanti alla storia, ma anche impedendo a noi stessi, quale che fosse il risultato del referendum, una qualsiasi ribellione futura.

L’ho già scritto molte volte, ma voglio ripeterlo qui in modo chiaro e sintetico: il Trattato di Lisbona è in realtà la Costituzione dell’Impero europeo (non sono soltanto io a definirlo così: con grande sconcerto dei giornalisti che lo ascoltavano, lo ha chiamato allegramente “Impero” quel tal Barroso, a noi perfettamente sconosciuto, che è l’attuale nostro Imperatore). Si è ripiegato sul nome più modesto di “Trattato” perché come “Costituzione” era stato bocciato con il referendum dai Francesi e dagli Olandesi. Tolto il nome, però, il testo è praticamente uguale (sono state inserite alcune piccole varianti al solo scopo appunto di aggirare il No francese e olandese). Adesso che è stato bocciato dal referendum degli Irlandesi, i governanti non si preoccupano più neanche di salvare la faccia: lo stanno ratificando così com’è, senza il parere dei Popoli e perfino il governo olandese lo ha già ratificato (manca soltanto la firma della Regina, ma sul tradimento delle Monarchie conto di poter tornare in altro articolo). In questo modo dimostrano però anche un’altra cosa: che i Trattati sono carta straccia quando non fanno comodo ai governanti in quanto, continuando a ratificare quello di Lisbona malgrado il No degli Irlandesi, vengono meno alla clausola vigente della necessità del voto unanime da parte di tutti gli Stati membri.

Come fare un referendum, poi, quando i Popoli sono stati tenuti così accuratamente all’oscuro di ciò che significava l’unione europea? E’ stato forse fatto qualche dibattito, qualche trasmissione televisiva di approfondimento, su uno qualsiasi dei temi dei Trattati? A stento sappiamo che con il trattato di Maastricht ci è stata tolta la sovranità monetaria e ci è stato imposto l’euro. Quello, però, sono stati obbligati a spiegarcelo perché dovevamo imparare ad adoperare la nuova moneta. Eppure non ci è stata detta una parola di più. Con Maastricht siamo diventati dipendenti da una istituzione privata – sì, privata – come la BCE, la Banca Centrale Europea, che non fa riferimento a nessuno degli Stati membri, ma che fa gli interessi dei propri azionisti (fra i quali l’Inghilterra che ne possiede il 15,98% e che astutamente non ne adopera la moneta). Cosa fanno, come passano il tempo questi Soloni installati con ricchissimi stipendi a Francoforte? Ci hanno forse avvertito del rischio di fallimento delle banche americane? Fanno gli interessi delle banche, non i nostri. Appena Tremonti ha accennato alla Robin Tax hanno alzato un coro di No: come ti permetti anche soltanto di pensare che si possa far pagare qualche cosa di più alle banche? In Italia esistono dei bravissimi monetaristi che da anni denunciano l’illecito arricchimento della Banca Centrale Europea, ma le loro parole non riescono a superare lo sbarramento di una informazione del tutto piegata davanti alla volontà dei governanti. La parola d’ordine è stata questa fin dall’inizio: SILENZIO (potrei raccontare a proposito di questo tabù quello che sembra un aneddoto. Nel 1996, quando ho pubblicato il libro Contro l’Europa, sono dovuta andare alla sede della Stampa Estera, dove il decano dei giornalisti stranieri mi ha accolto molto gentilmente, per poterne fare la presentazione: il titolo faceva paura).

I cittadini, quindi, non sanno quasi nulla. Non sanno che con il trattato di Lisbona tutto il potere decisionale passerà nelle mani dei 27 Commissari (i Ministri) eletti dai governi e non quindi rappresentanti dei popoli; nelle mani del Consiglio, anche questo formato da persone non elette, e nelle mani della Banca Centrale, di cui ho già parlato e, manco a dirlo, lontanissima dall’essere eletta. Questo potere supera, con l’entrata in vigore del trattato, quello delle singole nazioni. Il Parlamento europeo, d’altra parte, è stato inventato esclusivamente per ingannare i popoli e serve, come tutti sanno, a creare leggi patologiche (su questa paurosa patologia non posso soffermarmi in questo contesto, ma prego coloro che mi leggono di credere che non è per scherzo che parlo di patologia) e a sistemare schiere innumerevoli di adepti del governo europeo, superpagati e alienati dalla sbornia del potere.Dunque, poche decine di persone governeranno 500 milioni di sudditi. Di questi sudditi conosceranno tutto, compreso il DNA; potranno chiamarlo a rispondere dei suoi eventuali reati in uno qualsiasi dei paesi membri (può darsi che le prigioni della Romania siano migliori delle nostre); potranno inviarlo a combattere se uno degli Stati dell’Unione ne avesse bisogno e comunque per “missioni” offensive oltre che difensive.Mi fermo qui perché i temi di cui discutere sono troppi per poterli esaurire in un singolo articolo.

Chiedo, però, ai miei lettori: credete davvero che si possa mettere in gioco tutto questo con un referendum?

ItalianiLiberi.it

BELGIO,FINE DEL FALSO FEDERALISMO...


Yves Leterme getta la spugna e per il Belgio è di nuovo notte fonda.

Dopo il fallimento di un possibile accordo su una riforma delle istituzioni, ieri sera, il Primo ministro si è recato dal Re Alberto II per rassegnare le sue dimissioni.
Negli ultimi giorni, Leterme era impegnato in una corsa disperata contro il tempo per convincere i partiti francofoni e fiamminghi ad accettare il suo progetto di riforma delle istituzioni. Il successo dei negoziati tra le due comunità avrebbe consentito al Primo ministro di presentarsi oggi al Parlamento federale e chiedere la fiducia dei deputati sulla divisione dei poteri tra le Fiandre e la Vallonia. Di fronte all’impasse, Leterme ha preferito dimettersi.
Rimasto senza governo per oltre nove mesi, un record, nel marzo scorso il Belgio era riuscito a dotarsi di una squadra governativa incaricata di traghettare il Paese in un percorso di riforme istituzionali. Yves Leterme si era dato fino al 15 luglio per
riconciliare i fiamminghi (maggioritari) e i valloni, ormai ai ferri corti. Da anni, le Fiandre, la regione più ricca del Regno, chiede più autonomia nei confronti di un governo federale a cui i Valloni si aggrappano disperatamente per non sprofondare in una crisi economica irreversibile. Oltre alla possibilità di legiferare autonomamente sulla politica fiscale o la previdenza sociale, la richiesta fatta dai fiamminghi di separare il comune bilingue di Bruxelles-Hal-Vilvorde (BHV) dalla Regione mista di Bruxelles ha spinto i francofoni in trincea. Leterme, di origine fiamminga, sperava di ammorbidire le posizioni della sua comunità.
Lite di maggioranza. Il suo destino, e quello del Belgio, si sono giocati ieri sera nel corso delle riunioni che i due partiti partiti fiamminghi – CD&V (cristiano-democratico) e NVA (nazionalista) – hanno tenuto a porte chiuse. “Sapevamo che l’NVA, minoritario, avrebbe bocciato la proposta di Leterme” fa sapere a Panorama.it la redattrice del quotidiano fiammingo
De Morgen, Lisbeth Van Impe. Ma nessuno avrebbe immaginato che i sostenitori del CD&V facessero irruzione nella sala in cui si era riunita la leadership del partito di Leterme per convincere i loro deputati e sindaci di mandare a casa il Primo ministro. “Sono state ore drammatiche” sostiene Van Impe. “Purtroppo, il cartello che ha consentito a Leterme di vincere le elezioni nel 2007 ha abbandonato il Premier al proprio destino”.
Tocca al Re. Con le dimissioni della massima carica dello Stato, la patata bollente passa ora tra le mani del Re. In una nota diffusa stamane, si apprende che il sovrano “mantiene in sospeso la sua decisione”. Ma per chi sa districarsi nel labirinto politico belga, prevale la sensazione che Alberto II accetterà le dimissioni di Leterme. Una volta accettate, il Re dovrà andare alla ricerca di una “personalità” che possa convincere i partiti fiamminghi e francofoni di formare un nuovo governo. Una missione che molti esperti ritengono estremamente complessa, anche perché Alberto II ha già dimostrato nel passato i suoi limiti nel gestire le crisi. “L’altra possibilità” spiega Van Impe, “è che il Parlamento venga dissolto. In questo caso, ci vogliono un massimo di 40 giorni per organizzare le elezioni. Purtroppo siamo in piena estate, il che significa che non ci sono le condizioni per chiedere ai belgi di recarsi alle urne”. Insomma, lo spettro di una scissione definitiva tra fiamminghi e valloni è più che mai all’ordine del giorno.

http://blog.panorama.it/mondo/2008/07/15/belgio-il-paese-che-non-ce-piu/

****************************
BELGIO: LETERME SI DIMETTE, RE ALBERTO SI RISERVA DECISIONE
Bruxelles, 15 lug. - (Adnkronos) - Il primo ministro belga Yves Leterme si e' dimesso a quattro mesi dall'incarico e re Alberto II si e' riservato una decisione in merito. A riferire che "il re tiene in sospeso la sua decisione" e' una nota di palazzo reale emessa nella notte; questo puo' voler dire che il sovrano spera ancora di convincere il capo del governo cristiano-democratico a restare al suo posto, oppure che re Alberto vuole prendere tempo per le necessarie consultazioni che evitino una nuova crisi politica al Paese. In carica da fine marzo, il 48 enne Leterme ha gettato la spugna dopo il fallimento del tentativo di accordo su una riforma che darebbe piu' autonomia alle Fiandre. Ex leader della regione, Leterme aveva vinto le elezioni politiche del giugno 2007; il suo obiettivo era la riconciliazione sulle riforme costituzionali tra i fiamminghi, che rappresentano il 60% dei 10,5 milioni di abitanti del Belgio, e i francofoni (il 40%).
rarika
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Yves Leterme getta la spugna e per il Belgio è di nuovo notte fonda.

Dopo il fallimento di un possibile accordo su una riforma delle istituzioni, ieri sera, il Primo ministro si è recato dal Re Alberto II per rassegnare le sue dimissioni.
Negli ultimi giorni, Leterme era impegnato in una corsa disperata contro il tempo per convincere i partiti francofoni e fiamminghi ad accettare il suo progetto di riforma delle istituzioni. Il successo dei negoziati tra le due comunità avrebbe consentito al Primo ministro di presentarsi oggi al Parlamento federale e chiedere la fiducia dei deputati sulla divisione dei poteri tra le Fiandre e la Vallonia. Di fronte all’impasse, Leterme ha preferito dimettersi.
Rimasto senza governo per oltre nove mesi, un record, nel marzo scorso il Belgio era riuscito a dotarsi di una squadra governativa incaricata di traghettare il Paese in un percorso di riforme istituzionali. Yves Leterme si era dato fino al 15 luglio per
riconciliare i fiamminghi (maggioritari) e i valloni, ormai ai ferri corti. Da anni, le Fiandre, la regione più ricca del Regno, chiede più autonomia nei confronti di un governo federale a cui i Valloni si aggrappano disperatamente per non sprofondare in una crisi economica irreversibile. Oltre alla possibilità di legiferare autonomamente sulla politica fiscale o la previdenza sociale, la richiesta fatta dai fiamminghi di separare il comune bilingue di Bruxelles-Hal-Vilvorde (BHV) dalla Regione mista di Bruxelles ha spinto i francofoni in trincea. Leterme, di origine fiamminga, sperava di ammorbidire le posizioni della sua comunità.
Lite di maggioranza. Il suo destino, e quello del Belgio, si sono giocati ieri sera nel corso delle riunioni che i due partiti partiti fiamminghi – CD&V (cristiano-democratico) e NVA (nazionalista) – hanno tenuto a porte chiuse. “Sapevamo che l’NVA, minoritario, avrebbe bocciato la proposta di Leterme” fa sapere a Panorama.it la redattrice del quotidiano fiammingo
De Morgen, Lisbeth Van Impe. Ma nessuno avrebbe immaginato che i sostenitori del CD&V facessero irruzione nella sala in cui si era riunita la leadership del partito di Leterme per convincere i loro deputati e sindaci di mandare a casa il Primo ministro. “Sono state ore drammatiche” sostiene Van Impe. “Purtroppo, il cartello che ha consentito a Leterme di vincere le elezioni nel 2007 ha abbandonato il Premier al proprio destino”.
Tocca al Re. Con le dimissioni della massima carica dello Stato, la patata bollente passa ora tra le mani del Re. In una nota diffusa stamane, si apprende che il sovrano “mantiene in sospeso la sua decisione”. Ma per chi sa districarsi nel labirinto politico belga, prevale la sensazione che Alberto II accetterà le dimissioni di Leterme. Una volta accettate, il Re dovrà andare alla ricerca di una “personalità” che possa convincere i partiti fiamminghi e francofoni di formare un nuovo governo. Una missione che molti esperti ritengono estremamente complessa, anche perché Alberto II ha già dimostrato nel passato i suoi limiti nel gestire le crisi. “L’altra possibilità” spiega Van Impe, “è che il Parlamento venga dissolto. In questo caso, ci vogliono un massimo di 40 giorni per organizzare le elezioni. Purtroppo siamo in piena estate, il che significa che non ci sono le condizioni per chiedere ai belgi di recarsi alle urne”. Insomma, lo spettro di una scissione definitiva tra fiamminghi e valloni è più che mai all’ordine del giorno.

http://blog.panorama.it/mondo/2008/07/15/belgio-il-paese-che-non-ce-piu/

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BELGIO: LETERME SI DIMETTE, RE ALBERTO SI RISERVA DECISIONE
Bruxelles, 15 lug. - (Adnkronos) - Il primo ministro belga Yves Leterme si e' dimesso a quattro mesi dall'incarico e re Alberto II si e' riservato una decisione in merito. A riferire che "il re tiene in sospeso la sua decisione" e' una nota di palazzo reale emessa nella notte; questo puo' voler dire che il sovrano spera ancora di convincere il capo del governo cristiano-democratico a restare al suo posto, oppure che re Alberto vuole prendere tempo per le necessarie consultazioni che evitino una nuova crisi politica al Paese. In carica da fine marzo, il 48 enne Leterme ha gettato la spugna dopo il fallimento del tentativo di accordo su una riforma che darebbe piu' autonomia alle Fiandre. Ex leader della regione, Leterme aveva vinto le elezioni politiche del giugno 2007; il suo obiettivo era la riconciliazione sulle riforme costituzionali tra i fiamminghi, che rappresentano il 60% dei 10,5 milioni di abitanti del Belgio, e i francofoni (il 40%).
rarika

lunedì 7 luglio 2008

Contro la ratifica del Trattato di Lisbona


DI Ida Magli


Il giorno in cui il Governo avrà ratificato il Trattato di Lisbona non esisterà più l’Italia come Nazione. Gli Italiani non possederanno più una patria; così come, con la eliminazione dei confini, già non possiedono più un proprio territorio. La sovranità e l’indipendenza saranno soltanto un ricordo. “Breve ricordo” per un popolo che è stato dominato, occupato, governato da stranieri per la maggior parte della sua storia. Chi avrebbe mai potuto pensare che, dopo una guerra così tragica, combattuta per il folle sogno di Mussolini di essere alla pari con la Germania, ci saremmo ritrovati a voler essere ancora dominati, guidati dalla Germania?
Questo è infatti il vero motivo della costruzione europea: la Germania comanderà sull’Europa con la pace invece che con la guerra.
Gli Italiani non debbono mai dimenticare le terribili parole pronunciate dal Cancelliere Helmut Kohl per convincere i governanti dei maggiori Stati d’Europa della necessità di realizzare l’unificazione europea ( il termine “unificazione” è infatti l’unico appropriato): “Voi avrete sempre paura dei Tedeschi… soltanto se legherete la Germania come i Lillipuziani hanno legato Gulliver , vi sentirete al sicuro dalla sua forza… la Germania è il vostro destino”. Sono parole del 1995 che io avevo già messo in rilievo per la loro profonda significatività nel libro Contro l’Europa. E’ evidente che la metafora di Gulliver è truffaldina: nella fiaba i Lillipuziani hanno legato Gulliver, qui invece siamo legati tutti ed è la Germania a fornire le corde e a tenerne i capi nelle mani. In tutti gli anni che sono passati da allora gli alti e bassi dell’operazione unificazione europea sono stati dettati prevalentemente dalla determinazione indiscussa della Germania ad assumere la guida dell’Impero e contrastata strenuamente dalla Francia nel tentativo di prenderne il posto. Gli Italiani non sanno praticamente nulla delle lotte che si sono svolte fra Francia e Germania, e che tutti gli altri Stati hanno considerato “naturali”, per esempio al momento dell’adozione della moneta unica (quando Prodi e Ciampi brindavano con le lacrime agli occhi alla nascita dell’euro, felici di sottomettersi) per ottenere il controllo della Banca Centrale Europea. Manco a dirlo ha vinto la Germania. Qualcuno si è chiesto, forse, perché mai la sua sede debba trovarsi a Francoforte? Alla Francia è stato concesso il contentino di una sub-direzione attraverso quel tal Trichet che possiede come suo unico titolo di merito quello di essere francese. La battaglia fra Francia e Germania ovviamente continua. Sarkozy ha appena annunciato con toni imperiali quale sarà la grandeur del suo semestre a capo dell’Impero. Del resto può fare quello che vuole. Non ci sono né limiti né controlli a quello che fanno i vari capi e capetti nella splendida isola dell’UE. I soldi poi scorrono a fiumi fin dall’inizio. Se nel 1999 la Commissione Santer, della quale facevano parte anche i due benemeriti italiani che portano il nome di Monti e Bonino, fu costretta dimettersi in blocco “per frodi, sprechi e nepotismo” (come recita la Gazzetta Ufficiale), da allora la Corte dei Conti europea si rifiuta di firmare il bilancio che risulta incontrollabile non soltanto per le abituali frodi, sprechi e nepotismo, ma anche per la presenza della criminalità organizzata. Ci si potrebbe chiedere come mai nessun Di Pietro si metta in allarme davanti a simili reati, ma la risposta sarebbe sempre la stessa: l’Unione Europea è esclusivamente al servizio dei governanti e un profondo silenzio ne accompagna da sempre le operazioni. (Per una maggiore informazione in proposito si può vedere l’ampio servizio di Ivo Caizzi pubblicato dal Corriere Economia il 23 giugno 2008) .


Gli Italiani, dunque, fra pochi giorni dipenderanno da governanti che, non soltanto non sono stati eletti, ma di cui non conoscono neanche il nome (provi in questo momento qualcuno di coloro che mi stanno leggendo a ricordare i nomi degli attuali membri della Commissione). Essi sono però i Ministri, il Governo di noi tutti. Sotto il nome di “Commissione” è stato camuffato infatti il governo assoluto dell’Europa unificata per impedire ai 300 milioni di sudditi di comprendere quale fosse la realtà. E’ un governo assoluto in quanto anche il cosiddetto “parlamento”, che siamo chiamati ad eleggere, non è un parlamento. Si tratta di un’altra invenzione per ingannare i sudditi visto che non è un parlamento un organismo che non fa le leggi.Questo è il modo tenuto fin qui dai capi di Stato per realizzare il loro Impero con lo pseudo-consenso dei cittadini. Senza gli innumerevoli inganni con i quali il progetto è stato portato avanti, senza l’incredibile, totale complicità dei mezzi di informazione, senza il deliberato tradimento da parte di coloro che hanno giurato la loro fedeltà alla Nazione, senza la terribile vigliaccheria di quei capi di Stato che sono anche Re e nei quali perciò i sudditi ripongono una fiducia che supera i secoli (ci sono molte importanti monarchie nell’unione europea quali, per esempio, quella inglese, quella spagnola, quella belga, quella danese, quella svedese) l’UE non esisterebbe. Adesso, con la ratifica da parte dei governi del cosiddetto Trattato di Lisbona, si compirà l’ultimo atto di questa macroscopica truffa. Inutile dire che fin dall’inizio c’era la volontà di eliminare ogni strumento democratico in quanto è ovvio che non potrebbero camminare insieme tanti Stati diversi senza un governo assoluto. Il giorno del conflitto verrà. Per ora l’importante è non suscitare dubbi o opposizioni da parte dei sudditi. Nessun referendum, quindi, visto che le uniche volte che è stato attuato un referendum il risultato è stato sempre negativo. Gli Irlandesi hanno messo l’ultimo bastone fra le ruote? Vadano al diavolo! Noi ratifichiamo ugualmente e vadano al diavolo anche le regole che avevamo firmato sulla necessaria unanimità. A che pro conservare la faccia della democrazia? Ormai siamo giunti quasi al compimento di quel governo assoluto per il quale abbiamo tanto lavorato e non possiamo metterlo a rischio all’ultimo momento. Anche il governo italiano perciò ha dichiarato di essere sul punto di ratificare il Trattato di Lisbona.


Nel tentativo di suscitare almeno un minimo di informazione e di dibattito fra i cittadini prima che la ratifica avvenga, ho presentato ai membri della Commissione Affari Costituzionali della Camera un appello affinché venga verificata la compatibilità del Trattato con la Costituzione italiana. Nel pubblicarne il testo spero che i Lettori si rendano conto di quanto sia dubbia questa compatibilità e che esprimano anche soltanto con un nome il loro consenso all’iniziativa.


APPELLO DI IDA MAGLI

CONTRO LA RATIFICA DEL TRATTATO DI LISBONA,

PER IL DIRITTO, PER L'ITALIA,

PER LA COSTITUZIONE:

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DI Ida Magli


Il giorno in cui il Governo avrà ratificato il Trattato di Lisbona non esisterà più l’Italia come Nazione. Gli Italiani non possederanno più una patria; così come, con la eliminazione dei confini, già non possiedono più un proprio territorio. La sovranità e l’indipendenza saranno soltanto un ricordo. “Breve ricordo” per un popolo che è stato dominato, occupato, governato da stranieri per la maggior parte della sua storia. Chi avrebbe mai potuto pensare che, dopo una guerra così tragica, combattuta per il folle sogno di Mussolini di essere alla pari con la Germania, ci saremmo ritrovati a voler essere ancora dominati, guidati dalla Germania?
Questo è infatti il vero motivo della costruzione europea: la Germania comanderà sull’Europa con la pace invece che con la guerra.
Gli Italiani non debbono mai dimenticare le terribili parole pronunciate dal Cancelliere Helmut Kohl per convincere i governanti dei maggiori Stati d’Europa della necessità di realizzare l’unificazione europea ( il termine “unificazione” è infatti l’unico appropriato): “Voi avrete sempre paura dei Tedeschi… soltanto se legherete la Germania come i Lillipuziani hanno legato Gulliver , vi sentirete al sicuro dalla sua forza… la Germania è il vostro destino”. Sono parole del 1995 che io avevo già messo in rilievo per la loro profonda significatività nel libro Contro l’Europa. E’ evidente che la metafora di Gulliver è truffaldina: nella fiaba i Lillipuziani hanno legato Gulliver, qui invece siamo legati tutti ed è la Germania a fornire le corde e a tenerne i capi nelle mani. In tutti gli anni che sono passati da allora gli alti e bassi dell’operazione unificazione europea sono stati dettati prevalentemente dalla determinazione indiscussa della Germania ad assumere la guida dell’Impero e contrastata strenuamente dalla Francia nel tentativo di prenderne il posto. Gli Italiani non sanno praticamente nulla delle lotte che si sono svolte fra Francia e Germania, e che tutti gli altri Stati hanno considerato “naturali”, per esempio al momento dell’adozione della moneta unica (quando Prodi e Ciampi brindavano con le lacrime agli occhi alla nascita dell’euro, felici di sottomettersi) per ottenere il controllo della Banca Centrale Europea. Manco a dirlo ha vinto la Germania. Qualcuno si è chiesto, forse, perché mai la sua sede debba trovarsi a Francoforte? Alla Francia è stato concesso il contentino di una sub-direzione attraverso quel tal Trichet che possiede come suo unico titolo di merito quello di essere francese. La battaglia fra Francia e Germania ovviamente continua. Sarkozy ha appena annunciato con toni imperiali quale sarà la grandeur del suo semestre a capo dell’Impero. Del resto può fare quello che vuole. Non ci sono né limiti né controlli a quello che fanno i vari capi e capetti nella splendida isola dell’UE. I soldi poi scorrono a fiumi fin dall’inizio. Se nel 1999 la Commissione Santer, della quale facevano parte anche i due benemeriti italiani che portano il nome di Monti e Bonino, fu costretta dimettersi in blocco “per frodi, sprechi e nepotismo” (come recita la Gazzetta Ufficiale), da allora la Corte dei Conti europea si rifiuta di firmare il bilancio che risulta incontrollabile non soltanto per le abituali frodi, sprechi e nepotismo, ma anche per la presenza della criminalità organizzata. Ci si potrebbe chiedere come mai nessun Di Pietro si metta in allarme davanti a simili reati, ma la risposta sarebbe sempre la stessa: l’Unione Europea è esclusivamente al servizio dei governanti e un profondo silenzio ne accompagna da sempre le operazioni. (Per una maggiore informazione in proposito si può vedere l’ampio servizio di Ivo Caizzi pubblicato dal Corriere Economia il 23 giugno 2008) .


Gli Italiani, dunque, fra pochi giorni dipenderanno da governanti che, non soltanto non sono stati eletti, ma di cui non conoscono neanche il nome (provi in questo momento qualcuno di coloro che mi stanno leggendo a ricordare i nomi degli attuali membri della Commissione). Essi sono però i Ministri, il Governo di noi tutti. Sotto il nome di “Commissione” è stato camuffato infatti il governo assoluto dell’Europa unificata per impedire ai 300 milioni di sudditi di comprendere quale fosse la realtà. E’ un governo assoluto in quanto anche il cosiddetto “parlamento”, che siamo chiamati ad eleggere, non è un parlamento. Si tratta di un’altra invenzione per ingannare i sudditi visto che non è un parlamento un organismo che non fa le leggi.Questo è il modo tenuto fin qui dai capi di Stato per realizzare il loro Impero con lo pseudo-consenso dei cittadini. Senza gli innumerevoli inganni con i quali il progetto è stato portato avanti, senza l’incredibile, totale complicità dei mezzi di informazione, senza il deliberato tradimento da parte di coloro che hanno giurato la loro fedeltà alla Nazione, senza la terribile vigliaccheria di quei capi di Stato che sono anche Re e nei quali perciò i sudditi ripongono una fiducia che supera i secoli (ci sono molte importanti monarchie nell’unione europea quali, per esempio, quella inglese, quella spagnola, quella belga, quella danese, quella svedese) l’UE non esisterebbe. Adesso, con la ratifica da parte dei governi del cosiddetto Trattato di Lisbona, si compirà l’ultimo atto di questa macroscopica truffa. Inutile dire che fin dall’inizio c’era la volontà di eliminare ogni strumento democratico in quanto è ovvio che non potrebbero camminare insieme tanti Stati diversi senza un governo assoluto. Il giorno del conflitto verrà. Per ora l’importante è non suscitare dubbi o opposizioni da parte dei sudditi. Nessun referendum, quindi, visto che le uniche volte che è stato attuato un referendum il risultato è stato sempre negativo. Gli Irlandesi hanno messo l’ultimo bastone fra le ruote? Vadano al diavolo! Noi ratifichiamo ugualmente e vadano al diavolo anche le regole che avevamo firmato sulla necessaria unanimità. A che pro conservare la faccia della democrazia? Ormai siamo giunti quasi al compimento di quel governo assoluto per il quale abbiamo tanto lavorato e non possiamo metterlo a rischio all’ultimo momento. Anche il governo italiano perciò ha dichiarato di essere sul punto di ratificare il Trattato di Lisbona.


Nel tentativo di suscitare almeno un minimo di informazione e di dibattito fra i cittadini prima che la ratifica avvenga, ho presentato ai membri della Commissione Affari Costituzionali della Camera un appello affinché venga verificata la compatibilità del Trattato con la Costituzione italiana. Nel pubblicarne il testo spero che i Lettori si rendano conto di quanto sia dubbia questa compatibilità e che esprimano anche soltanto con un nome il loro consenso all’iniziativa.


APPELLO DI IDA MAGLI

CONTRO LA RATIFICA DEL TRATTATO DI LISBONA,

PER IL DIRITTO, PER L'ITALIA,

PER LA COSTITUZIONE:

venerdì 27 giugno 2008

CATALOGNA:LA DETERMINAZIONE DI ESSERCI


STORIA DELLLA CATALOGNA
La Catalogna è un Paese europeo piccolo, diverso, antico.

Una delle nazioni più antiche d'Europa ubicato nel Nordest della Penisola Iberica, con una superficie di 32.000 Km2 e una popolazione di 6 milioni di abitanti.Questa terra è stata profondamente romanizzata, e ciò le ha conferito un marcato carattere latino. La mescolanza dei popoli autoctoni con la civiltà che giunse da Roma diede origine alla lingua catalana e al popolo catalano, che da allora diventerà un costante ricettore di popoli e culture. La Catalogna nacque politicamente più di mille anni fa, terra libera fra gli arabi della Penisola Iberica e i Franchi del Nord.Nel Medio Evo la Catalogna si consolida come nazione, fungendo da ponte fra due civiltà: l'Islam e il Cristianesimo. La sua espansione giunge all'Occitania, fino alla Provenza a nord, l'Aragona a ovest, le Baleari, la Sardegna e la Corsica a est, Valenza al sud, e più in là, la Sicilia, Napoli, il Nord Africa e l'Oriente. È un'epoca di potenza economica e culturale. Il commercio catalano domina il Mediterraneo e sviluppa leggi e tecniche. La poesia, la filosofia, l'arte romanica e quella gotica conoscono in Catalogna momenti di splendore universale. La Catalogna diede impulso al sistema federale e democratico, e le sue istituzioni medievali furono le antesignare delle moderne democrazie.Nel Rinascimento la dinstia catalana non ebbe discendenza e una nuova dinastia reale, proveniente dalla Castiglia, sali al trono, benché la Catalogna conservasse l'independenza politica. La Catalogna non partecipò con Castiglia alla conquista dell'America, e poco a poco perse importanza nel Medterraneo. Nel 1640 la Catalogna divenne la vittima della guerra fra la Castiglia e la Francia, fra le quali fu spartita; essa conservò le sue constituzioni e i suoi diritti ma entrò in decadenza, mentre nel frattempo il Portogallo raggiungeva l'indipendenza. Il centralismo e lo spirito colonizzatore della Castiglia nei confronti della Catalogna si intensificarono fino a che, nel 1714, durante la Guerra di Successione, la Castiglia e la Francia, alleate, sconfissero la Catalogna, l'Inghilterra e l'Austria. La Castiglia si impadroni di tutti i suoi territori per diritto di conquista. Tutti i diritti catalani furono aboliti, venne bandita la lingua catalan e la disfattta nazionale e culturale fu completa.Ma mentre la Spagna viveva della rendita delle colonie, la Catalogna, con il suo spirito intraprendente, divenne la zona più industrializzata e ricca della Peninsola Iberica.Per più de 100 anni la Catalogna cercò di recuperare i propi tratti differenziali. A partire dalla metà del socolo scorso, la Catalogna si organizza poco a poco. Il catalnismo politico accompagna il crescente sviluppo economico della fine del XIX secolo e la Catalogna torna a vivere uno splendore culturale fino al primo terzo del XX secolo. Il Modernismo, il Novecentismo o l'Avanguardismo di pittori, letterati e architetti colllocano la Catalogna di nuovo alla testa dei movimenti europei più avanzati.Ciò avviene parallelamente anche nell'organizzazione politica del Paese, che recupera le sue istituzioni politiche fino a che la sciagurata Guerra Civile del 1936 conduce a 40 anni di dittatura e la Catalogna viene di nuovo annichilata. La Catalogna venne di nuovo annichilata, la sua lingua venne proibita e la sua cultura perseguitata. Venne avviato un brutale processo di repressione che portò persino al fucilamento del Presidente della Generalitat dell'epoca.
LA CATALOGNA, VOLONTÀ DI ESSERE
La Catalogna è, soprattutto il risultato di una volontà di essere. La logica della storia sembrava condurre la realtà nazionale catalana a una posizione di pura rappresentanza o addrittura alla sua scomparsa. Ma la forza, la volontà e il patriottismo dei catalani hanno reso possibile la sopravvivenza della Catalogna come nazione, malgrado la nostra debolezza demografica e malgrado i tentativi, nel corso dei secoli, della Spagna e della Francia di farci scomparire come popolo. Ed è oggi, nel quadro della futura unione politica europea, che noi catalani vogliamo prendervi parte direttamente, senza intermediari, come un popolo libero fra altri popoli liberi d'Europa. Ed è per questo che chiediamo per la Catalogna lo stesso diritto di altre nazioni del continente; il diritto a essere, il diritto a decidere liberamente e democraticamente, attraverso l'esercizio del diritto all'autodeterminazione, il nostro futuro.L'Europa sappia che mentre c'è anche un solo catalano vivo, la realtà nazionale catalana esisterà, e che noi catalani ci rifiutiamo di accettare che siano la fatalità della storia e la volontà del più forte a decidere quali popoli abbiano diritto ad esistere pienamente e quali no.
LA CATALOGNA OGGI
La Catalogna si trova situata nella zona nord-ovest della penisola Iberica. Il territorio comprende un triangolo di 32.000 Km2 con una popolazione di 6 milioni di abitanti.In termini strettamente economici, la popolazione attiva catalana equivale ad un 15,9% del totale spagnolo. Il reddito per abitante è più alto della media spagnola di un 24% e genera approssimativamente un 20% del prodotto interno lordo.La lingua propria della Catalogna è il catalano, e gode, allo stesso modo ed insieme allo spagnolo castigliano, della categoria di lingua ufficiale di questa comunità autonoma. Le altre zone geografiche che compartono quella catalana come lingua e cultura propria sono la comunità di Valencia, le isole Baleari, la frangia orientale della comunità di Aragona, il Principato di Andorra, il nord della Catalogna (che appartiene alla Francia dal 1659) e la città di Alghero, in Sardegna. Questo territorio comprende una popolazione complessiva di 10 milioni di abitanti.Barcellona, la capitale della Catalogna, è anche una importante città europea. Situata tra il mare e la montagna, ha una storia che risale a circa 2000 anni di antichità e dispone di uno dei più importanti porti del Mediterraneo.Barcellona fu la sede dei giochi olimpici del 1992.
LA DETERMINAZIONE DI ESISTERE
Noi catalani vogliamo affermare la nostra volontà di partecipare direttamente e senza intermediazioni nel contesto della futura unione politica europea, come una qualunque nazione europea. È per questo, quindi, che vogliamo reclamare per la Catalogna gli stessi diritti delle altre nazioni del continente europeo: il diritto di esistere ed il diritto di decidere del nostro futuro, per mezzo dell'esercizio dell'autogoverno libero e democratico.
http://rarika-radice.blogspot.com/
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STORIA DELLLA CATALOGNA
La Catalogna è un Paese europeo piccolo, diverso, antico.

Una delle nazioni più antiche d'Europa ubicato nel Nordest della Penisola Iberica, con una superficie di 32.000 Km2 e una popolazione di 6 milioni di abitanti.Questa terra è stata profondamente romanizzata, e ciò le ha conferito un marcato carattere latino. La mescolanza dei popoli autoctoni con la civiltà che giunse da Roma diede origine alla lingua catalana e al popolo catalano, che da allora diventerà un costante ricettore di popoli e culture. La Catalogna nacque politicamente più di mille anni fa, terra libera fra gli arabi della Penisola Iberica e i Franchi del Nord.Nel Medio Evo la Catalogna si consolida come nazione, fungendo da ponte fra due civiltà: l'Islam e il Cristianesimo. La sua espansione giunge all'Occitania, fino alla Provenza a nord, l'Aragona a ovest, le Baleari, la Sardegna e la Corsica a est, Valenza al sud, e più in là, la Sicilia, Napoli, il Nord Africa e l'Oriente. È un'epoca di potenza economica e culturale. Il commercio catalano domina il Mediterraneo e sviluppa leggi e tecniche. La poesia, la filosofia, l'arte romanica e quella gotica conoscono in Catalogna momenti di splendore universale. La Catalogna diede impulso al sistema federale e democratico, e le sue istituzioni medievali furono le antesignare delle moderne democrazie.Nel Rinascimento la dinstia catalana non ebbe discendenza e una nuova dinastia reale, proveniente dalla Castiglia, sali al trono, benché la Catalogna conservasse l'independenza politica. La Catalogna non partecipò con Castiglia alla conquista dell'America, e poco a poco perse importanza nel Medterraneo. Nel 1640 la Catalogna divenne la vittima della guerra fra la Castiglia e la Francia, fra le quali fu spartita; essa conservò le sue constituzioni e i suoi diritti ma entrò in decadenza, mentre nel frattempo il Portogallo raggiungeva l'indipendenza. Il centralismo e lo spirito colonizzatore della Castiglia nei confronti della Catalogna si intensificarono fino a che, nel 1714, durante la Guerra di Successione, la Castiglia e la Francia, alleate, sconfissero la Catalogna, l'Inghilterra e l'Austria. La Castiglia si impadroni di tutti i suoi territori per diritto di conquista. Tutti i diritti catalani furono aboliti, venne bandita la lingua catalan e la disfattta nazionale e culturale fu completa.Ma mentre la Spagna viveva della rendita delle colonie, la Catalogna, con il suo spirito intraprendente, divenne la zona più industrializzata e ricca della Peninsola Iberica.Per più de 100 anni la Catalogna cercò di recuperare i propi tratti differenziali. A partire dalla metà del socolo scorso, la Catalogna si organizza poco a poco. Il catalnismo politico accompagna il crescente sviluppo economico della fine del XIX secolo e la Catalogna torna a vivere uno splendore culturale fino al primo terzo del XX secolo. Il Modernismo, il Novecentismo o l'Avanguardismo di pittori, letterati e architetti colllocano la Catalogna di nuovo alla testa dei movimenti europei più avanzati.Ciò avviene parallelamente anche nell'organizzazione politica del Paese, che recupera le sue istituzioni politiche fino a che la sciagurata Guerra Civile del 1936 conduce a 40 anni di dittatura e la Catalogna viene di nuovo annichilata. La Catalogna venne di nuovo annichilata, la sua lingua venne proibita e la sua cultura perseguitata. Venne avviato un brutale processo di repressione che portò persino al fucilamento del Presidente della Generalitat dell'epoca.
LA CATALOGNA, VOLONTÀ DI ESSERE
La Catalogna è, soprattutto il risultato di una volontà di essere. La logica della storia sembrava condurre la realtà nazionale catalana a una posizione di pura rappresentanza o addrittura alla sua scomparsa. Ma la forza, la volontà e il patriottismo dei catalani hanno reso possibile la sopravvivenza della Catalogna come nazione, malgrado la nostra debolezza demografica e malgrado i tentativi, nel corso dei secoli, della Spagna e della Francia di farci scomparire come popolo. Ed è oggi, nel quadro della futura unione politica europea, che noi catalani vogliamo prendervi parte direttamente, senza intermediari, come un popolo libero fra altri popoli liberi d'Europa. Ed è per questo che chiediamo per la Catalogna lo stesso diritto di altre nazioni del continente; il diritto a essere, il diritto a decidere liberamente e democraticamente, attraverso l'esercizio del diritto all'autodeterminazione, il nostro futuro.L'Europa sappia che mentre c'è anche un solo catalano vivo, la realtà nazionale catalana esisterà, e che noi catalani ci rifiutiamo di accettare che siano la fatalità della storia e la volontà del più forte a decidere quali popoli abbiano diritto ad esistere pienamente e quali no.
LA CATALOGNA OGGI
La Catalogna si trova situata nella zona nord-ovest della penisola Iberica. Il territorio comprende un triangolo di 32.000 Km2 con una popolazione di 6 milioni di abitanti.In termini strettamente economici, la popolazione attiva catalana equivale ad un 15,9% del totale spagnolo. Il reddito per abitante è più alto della media spagnola di un 24% e genera approssimativamente un 20% del prodotto interno lordo.La lingua propria della Catalogna è il catalano, e gode, allo stesso modo ed insieme allo spagnolo castigliano, della categoria di lingua ufficiale di questa comunità autonoma. Le altre zone geografiche che compartono quella catalana come lingua e cultura propria sono la comunità di Valencia, le isole Baleari, la frangia orientale della comunità di Aragona, il Principato di Andorra, il nord della Catalogna (che appartiene alla Francia dal 1659) e la città di Alghero, in Sardegna. Questo territorio comprende una popolazione complessiva di 10 milioni di abitanti.Barcellona, la capitale della Catalogna, è anche una importante città europea. Situata tra il mare e la montagna, ha una storia che risale a circa 2000 anni di antichità e dispone di uno dei più importanti porti del Mediterraneo.Barcellona fu la sede dei giochi olimpici del 1992.
LA DETERMINAZIONE DI ESISTERE
Noi catalani vogliamo affermare la nostra volontà di partecipare direttamente e senza intermediazioni nel contesto della futura unione politica europea, come una qualunque nazione europea. È per questo, quindi, che vogliamo reclamare per la Catalogna gli stessi diritti delle altre nazioni del continente europeo: il diritto di esistere ed il diritto di decidere del nostro futuro, per mezzo dell'esercizio dell'autogoverno libero e democratico.
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giovedì 26 giugno 2008

SABATO 28/06/2008 A VERONA


Ringraziamo per le preziose segnalazioni,Orazio Vasta:
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Ringraziamo per le preziose segnalazioni,Orazio Vasta:

Una battaglia in sintesi


Di Ida Magli


La mia battaglia contro l’unione europea è cominciata molti anni fa; per essere più precisi è cominciata da quando è stato firmato il trattato di Maastricht. Mi resi conto, studiandolo, della volontà dei governanti di ridurre all’uguaglianza i costumi, i valori, la cultura, la “personalità di base” dei cittadini d’Europa attraverso il condizionamento di uguali programmi scolastici e di uguali leggi. Feci allora molte cose: giri di conferenze nelle città e nei paesi dal sud al nord d’Italia; contatti con i più importanti esponenti politici sia italiani che stranieri; scrissi il libro Contro l’Europa nel quale indicavo i maggiori pericoli insiti nella realizzazione del progetto di Maastricht; cercai la collaborazione con i movimenti esistenti all’estero contro l’unione europea. Questi movimenti venivano chiamati, con sovrana irrisione, “euroscettici” in quanto si poteva accettare che qualcuno avesse dei dubbi sulla fattibilità del progetto ma era ritenuto impensabile, o meglio nefando e inammissibile, che qualcuno si dichiarasse “contro”. Mi era rimasta soltanto una persona da interpellare e dalla quale ricevere l’ennesimo no: il Presidente della Repubblica. Scrissi allora una lettera a Scalfaro. Mi rispose subito molto gentilmente che non avevo motivo di preoccuparmi perché “l’Europa è ormai nel sangue degli italiani ”.Sono passati oltre dieci anni. Diversi presidenti della Repubblica si sono succeduti da allora. Ma la loro convinzione che l’Europa sia nel sangue degli Italiani è rimasta sempre la stessa.Il dubbio che si potesse o si dovesse chiederne agli Italiani la conferma, non li ha mai sfiorati.


LETTERA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICAOSCAR LUIGI SCALFARO
Roma, 2 Aprile 1998

Gentile Presidente,
se mi rivolgo a lei con una semplice lettera da cittadino italiano al Presidente della Repubblica, è perché non posso e non voglio lasciare nulla di intentato, davanti alla mia coscienza e alla sua, davanti ai miei concittadini di oggi e davanti a quelli di domani e alla Storia. Lei è il custode della Costituzione ma anche un magistrato. Dunque sa, e può capire meglio di molti altri, quale dialettica ci sia fra forma e contenuto, lettera e spirito, nell’amministrazione della giustizia nella verità, e che è la “finzione” il loro maggiore pericolo. Il trattato di Maastricht è questa finzione . Non “politica estera” ma trasformazione radicale dell’assetto di vita degli italiani, ossia il tradimento della Costituzione. La perdita di tutti i punti fermi politici dai quali i cittadini credono, attraverso la Costituzione, di essere tutelati e ai quali obbediscono. La perdita della libertà, della democrazia, del territorio, della patria, della lingua… In altri paesi dell’Unione si stanno presentando eccezioni alle Corti Costituzionali. Io ho fatto, viceversa, parlando, incontrando gran parte di coloro che dirigono il nostro paese, un’esperienza terribile, dalla quale ho tratto questa conclusione: in Italia c’è oggi lo stesso muro di silenzio, di ottusità, di esaltazione di simboli privi di realtà che ha fatto dire ai tedeschi, dopo la guerra, che essi “ non sapevano”. Per questo le scrivo questa lettera: perché nessuno possa dire domani che “non sapeva”.

Grazie
Ida Magli
Roma, 2 Aprile 1998

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Di Ida Magli


La mia battaglia contro l’unione europea è cominciata molti anni fa; per essere più precisi è cominciata da quando è stato firmato il trattato di Maastricht. Mi resi conto, studiandolo, della volontà dei governanti di ridurre all’uguaglianza i costumi, i valori, la cultura, la “personalità di base” dei cittadini d’Europa attraverso il condizionamento di uguali programmi scolastici e di uguali leggi. Feci allora molte cose: giri di conferenze nelle città e nei paesi dal sud al nord d’Italia; contatti con i più importanti esponenti politici sia italiani che stranieri; scrissi il libro Contro l’Europa nel quale indicavo i maggiori pericoli insiti nella realizzazione del progetto di Maastricht; cercai la collaborazione con i movimenti esistenti all’estero contro l’unione europea. Questi movimenti venivano chiamati, con sovrana irrisione, “euroscettici” in quanto si poteva accettare che qualcuno avesse dei dubbi sulla fattibilità del progetto ma era ritenuto impensabile, o meglio nefando e inammissibile, che qualcuno si dichiarasse “contro”. Mi era rimasta soltanto una persona da interpellare e dalla quale ricevere l’ennesimo no: il Presidente della Repubblica. Scrissi allora una lettera a Scalfaro. Mi rispose subito molto gentilmente che non avevo motivo di preoccuparmi perché “l’Europa è ormai nel sangue degli italiani ”.Sono passati oltre dieci anni. Diversi presidenti della Repubblica si sono succeduti da allora. Ma la loro convinzione che l’Europa sia nel sangue degli Italiani è rimasta sempre la stessa.Il dubbio che si potesse o si dovesse chiederne agli Italiani la conferma, non li ha mai sfiorati.


LETTERA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICAOSCAR LUIGI SCALFARO
Roma, 2 Aprile 1998

Gentile Presidente,
se mi rivolgo a lei con una semplice lettera da cittadino italiano al Presidente della Repubblica, è perché non posso e non voglio lasciare nulla di intentato, davanti alla mia coscienza e alla sua, davanti ai miei concittadini di oggi e davanti a quelli di domani e alla Storia. Lei è il custode della Costituzione ma anche un magistrato. Dunque sa, e può capire meglio di molti altri, quale dialettica ci sia fra forma e contenuto, lettera e spirito, nell’amministrazione della giustizia nella verità, e che è la “finzione” il loro maggiore pericolo. Il trattato di Maastricht è questa finzione . Non “politica estera” ma trasformazione radicale dell’assetto di vita degli italiani, ossia il tradimento della Costituzione. La perdita di tutti i punti fermi politici dai quali i cittadini credono, attraverso la Costituzione, di essere tutelati e ai quali obbediscono. La perdita della libertà, della democrazia, del territorio, della patria, della lingua… In altri paesi dell’Unione si stanno presentando eccezioni alle Corti Costituzionali. Io ho fatto, viceversa, parlando, incontrando gran parte di coloro che dirigono il nostro paese, un’esperienza terribile, dalla quale ho tratto questa conclusione: in Italia c’è oggi lo stesso muro di silenzio, di ottusità, di esaltazione di simboli privi di realtà che ha fatto dire ai tedeschi, dopo la guerra, che essi “ non sapevano”. Per questo le scrivo questa lettera: perché nessuno possa dire domani che “non sapeva”.

Grazie
Ida Magli
Roma, 2 Aprile 1998

lunedì 23 giugno 2008

Ue: finita la commedia degli inganni


Di Ida Magli


Le reazioni a caldo dei politici al No degli Irlandesi sono state talmente “rivelatrici” del loro vissuto più vero e più profondo che è assolutamente doveroso soffermarsi ad analizzarle. Vorrei possedere la competenza dei commentatori del calcio e la loro sicurezza di essere, oltre che capiti, anche intuiti dai lettori, per spiegare con efficacia i reali retroscena - psicologici prima che politici - della commedia degli inganni che si sta svolgendo sul palcoscenico della costruzione europea. Il concetto di “biscotto” (a me ignoto e adoperato dal collega De Bellis nel descrivere il complesso stato d’animo che gli Italiani stanno vivendo per l’ultima partita dei campionati europei) mi ha illuminato e non esito ad applicarlo al complesso gioco nel quale si stanno dibattendo i governanti dei vari Stati dell’unione per vincere l’ultima partita del macroscopico campionato giocato contro i popoli d’Europa.Questa è infatti la verità: il linguaggio ermetico, la sovrapposizione di innumerevoli burocrazie, la dosatissima e ingannevole informazione, la lentezza prudenziale con la quale sono stati compiuti i vari passaggi per giungere a proclamare il Superstato europeo, sono tutti strumenti accuratamente studiati e messi in atto per portare i cittadini a combattere contro se stessi, contro ciò che possiedono e che più amano. Si è trattato di una battaglia difficilissima perché volta ad eliminare i singoli Stati, le patrie, le identità nazionali; quelle identità che è impossibile non riconoscere in Verdi o in Petrarca come italiane e in Bach o in Goethe come tedesche. E’ vero che i governanti hanno affermato che era sufficiente definirle “europee” e di essere in grado, contro qualsiasi sistema logico, di poter effettuare il miracolo di garantire la diversità nell’uguaglianza. Ma non era operazione da poco. Quando hanno visto che si levavano soltanto deboli proteste contro la forza magica del potere, hanno fatto un altro passo e hanno tolto i confini. Certo, i cittadini si sono spaventati dell’enorme afflusso di immigrati che ne è conseguito, ma, dato che sembrava che non si fossero accorti di quale fosse il vero significato di questo atto, la perdita del territorio, i governanti ne hanno tratto la conclusione che non c’era più nulla da temere. Godiamoci il nostro impero – si sono detti - e via.Ecco, però, che quando credevano di avercela fatta, è sopraggiunto il no degli Irlandesi. L’immediato scatto di rabbia dei politici non avrebbe potuto essere più eloquente. Addio prudenza, addio sacrosanto rispetto per la volontà popolare, addio regole dell’unanimità: siamo noi che comandiamo; avanti con le ratifiche; chi non ci vuole stare buttiamolo fuori; non saranno quei quattro gatti di Irlandesi a fermarci; gli abbiamo dato un sacco di soldi… Il “vadano al diavolo” non è stato pronunciato ad alta voce ma è rimbombato nell’aria più forte di un tuono. Gli Irlandesi (ma insieme a loro tutti noi) hanno subito avuto la prova così di aver avuto ragione a votare no visto che uno dei motivi che li hanno spinti a non aderire al trattato è stato proprio il timore di non poter contare nulla nel consesso europeo a causa del loro piccolo numero.Non era ancora sbollito il primo impeto di rabbia, che è cominciata subito da parte dei governanti l’operazione di recupero, mentendo spudoratamente nel far sapere quali erano a loro giudizio le cause del voto negativo. La patria, l’indipendenza, sono parole tabù che nessuno ha pronunciato. Meglio i temi di attualità: la paura dell’immigrazione, il maledetto caro petrolio. E poi, è colpa del primo ministro irlandese che non ha saputo spiegare bene il contenuto del trattato; anzi, riconosciamolo, per quanto riguarda l’Europa, siamo tutti poco capaci di comunicare, dobbiamo imparare ad esaltare la democrazia… Questa la facciata. In realtà sono già all’opera per fingere che la via d’uscita, da lungo tempo prevista, come afferma il Daily Telegraph in un articolo(da noi postato pochi giorni fa..PdSUD) dedicato al Trattato come al “più audace colpo di stato di tutti i tempi”, consista in un doloroso e inevitabile ripiego.C’è però un’altra ricaduta del voto irlandese che ancora nessuno ha recepito: la curiosità, la voglia di sapere, la passione che ad un tratto ha colpito l’opinione pubblica italiana. Ma insomma che cos’è questo trattato di Lisbona? Perché noi non ne abbiamo saputo nulla? Domande su domande piovono sui poveri cultori di una materia tanto noiosa e negletta quanto l’unione europea. Per giunta il fatto che gli unici che siano stati chiamati a esprimere la propria volontà abbiano detto di no suscita nell’animo degli Italiani la voglia di schierarsi, la passione per la lotta, scoprendo così che forse non è giusto essere stati lasciati fuori dalla mischia. Che il problema riguardi la patria, l’indipendenza, l’essere italiani, l’hanno intuito subito, con la sicurezza del malato quando gli si tiene nascosto il cancro. E mai come adesso gli Italiani hanno sentito che possedere l’Italia è un grandissimo bene. Difficile spiegare loro che il trattato di Lisbona contiene tutte le norme per la creazione e per il funzionamento del Superstato europeo e che, dal momento della sua ratifica, sarà il Superstato a governare, a giudicare. Mi hanno chiesto: come può essere “politica estera” tutto questo?

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Di Ida Magli


Le reazioni a caldo dei politici al No degli Irlandesi sono state talmente “rivelatrici” del loro vissuto più vero e più profondo che è assolutamente doveroso soffermarsi ad analizzarle. Vorrei possedere la competenza dei commentatori del calcio e la loro sicurezza di essere, oltre che capiti, anche intuiti dai lettori, per spiegare con efficacia i reali retroscena - psicologici prima che politici - della commedia degli inganni che si sta svolgendo sul palcoscenico della costruzione europea. Il concetto di “biscotto” (a me ignoto e adoperato dal collega De Bellis nel descrivere il complesso stato d’animo che gli Italiani stanno vivendo per l’ultima partita dei campionati europei) mi ha illuminato e non esito ad applicarlo al complesso gioco nel quale si stanno dibattendo i governanti dei vari Stati dell’unione per vincere l’ultima partita del macroscopico campionato giocato contro i popoli d’Europa.Questa è infatti la verità: il linguaggio ermetico, la sovrapposizione di innumerevoli burocrazie, la dosatissima e ingannevole informazione, la lentezza prudenziale con la quale sono stati compiuti i vari passaggi per giungere a proclamare il Superstato europeo, sono tutti strumenti accuratamente studiati e messi in atto per portare i cittadini a combattere contro se stessi, contro ciò che possiedono e che più amano. Si è trattato di una battaglia difficilissima perché volta ad eliminare i singoli Stati, le patrie, le identità nazionali; quelle identità che è impossibile non riconoscere in Verdi o in Petrarca come italiane e in Bach o in Goethe come tedesche. E’ vero che i governanti hanno affermato che era sufficiente definirle “europee” e di essere in grado, contro qualsiasi sistema logico, di poter effettuare il miracolo di garantire la diversità nell’uguaglianza. Ma non era operazione da poco. Quando hanno visto che si levavano soltanto deboli proteste contro la forza magica del potere, hanno fatto un altro passo e hanno tolto i confini. Certo, i cittadini si sono spaventati dell’enorme afflusso di immigrati che ne è conseguito, ma, dato che sembrava che non si fossero accorti di quale fosse il vero significato di questo atto, la perdita del territorio, i governanti ne hanno tratto la conclusione che non c’era più nulla da temere. Godiamoci il nostro impero – si sono detti - e via.Ecco, però, che quando credevano di avercela fatta, è sopraggiunto il no degli Irlandesi. L’immediato scatto di rabbia dei politici non avrebbe potuto essere più eloquente. Addio prudenza, addio sacrosanto rispetto per la volontà popolare, addio regole dell’unanimità: siamo noi che comandiamo; avanti con le ratifiche; chi non ci vuole stare buttiamolo fuori; non saranno quei quattro gatti di Irlandesi a fermarci; gli abbiamo dato un sacco di soldi… Il “vadano al diavolo” non è stato pronunciato ad alta voce ma è rimbombato nell’aria più forte di un tuono. Gli Irlandesi (ma insieme a loro tutti noi) hanno subito avuto la prova così di aver avuto ragione a votare no visto che uno dei motivi che li hanno spinti a non aderire al trattato è stato proprio il timore di non poter contare nulla nel consesso europeo a causa del loro piccolo numero.Non era ancora sbollito il primo impeto di rabbia, che è cominciata subito da parte dei governanti l’operazione di recupero, mentendo spudoratamente nel far sapere quali erano a loro giudizio le cause del voto negativo. La patria, l’indipendenza, sono parole tabù che nessuno ha pronunciato. Meglio i temi di attualità: la paura dell’immigrazione, il maledetto caro petrolio. E poi, è colpa del primo ministro irlandese che non ha saputo spiegare bene il contenuto del trattato; anzi, riconosciamolo, per quanto riguarda l’Europa, siamo tutti poco capaci di comunicare, dobbiamo imparare ad esaltare la democrazia… Questa la facciata. In realtà sono già all’opera per fingere che la via d’uscita, da lungo tempo prevista, come afferma il Daily Telegraph in un articolo(da noi postato pochi giorni fa..PdSUD) dedicato al Trattato come al “più audace colpo di stato di tutti i tempi”, consista in un doloroso e inevitabile ripiego.C’è però un’altra ricaduta del voto irlandese che ancora nessuno ha recepito: la curiosità, la voglia di sapere, la passione che ad un tratto ha colpito l’opinione pubblica italiana. Ma insomma che cos’è questo trattato di Lisbona? Perché noi non ne abbiamo saputo nulla? Domande su domande piovono sui poveri cultori di una materia tanto noiosa e negletta quanto l’unione europea. Per giunta il fatto che gli unici che siano stati chiamati a esprimere la propria volontà abbiano detto di no suscita nell’animo degli Italiani la voglia di schierarsi, la passione per la lotta, scoprendo così che forse non è giusto essere stati lasciati fuori dalla mischia. Che il problema riguardi la patria, l’indipendenza, l’essere italiani, l’hanno intuito subito, con la sicurezza del malato quando gli si tiene nascosto il cancro. E mai come adesso gli Italiani hanno sentito che possedere l’Italia è un grandissimo bene. Difficile spiegare loro che il trattato di Lisbona contiene tutte le norme per la creazione e per il funzionamento del Superstato europeo e che, dal momento della sua ratifica, sarà il Superstato a governare, a giudicare. Mi hanno chiesto: come può essere “politica estera” tutto questo?

mercoledì 18 giugno 2008

Dopo il referendum irlandese sul Trattato di Lisbona



di Christopher Booker

Daily Telegraph 15 Giugno 2008


L'esito sensazionale del referendum irlandese ha smascherato uno dei più vergognosi inganni mai attuati nella storia della politica.Sette anni fa i leader europei decisero che, come compimento del loro grande "progetto", avrebbero redatto una Costituzione per l'Europa.Dopo aver allargato progressivamente il proprio potere per quasi 50 anni, spesso con il sotterfugio e l'inganno, l'Unione europea era pronta a emergere sul palcoscenico del mondo nelle sue vere vesti, di onnipotente governo sovranazionale. Con la Dichiarazione di Laeken del 2002, piena di riferimenti alla "democrazia" e alla necessità di portare "l'Europa più vicina alla sua gente", fu allestita una convenzione, che per 18 mesi si dedicò a redigere la costituzione, strettamente sorvegliata in ogni suo punto dal presidente, Valéry Giscard d'Estaing. Per altri 18 mesi ne furono raffinati i dettagli, per poi mandarla alla ratifica da parte di compiacenti parlamenti nazionali o dei referendum che alcuni governi erano stati costretti loro malgrado a concedere. Poi venne quel momento scioccante del 2005 in cui la Costituzione fu rigettata dagli elettori di Francia e Olanda. I leader dell'UE, attoniti, non sapevano più che pesci pigliare.Allora, l'estate scorsa, intrapresero un piano audacissimo. Avrebbero riorganizzato i contenuti della costituzione in modo da renderla praticamente incomprensibile, omettendo ogni riferimento al concetto di costituzione, e l'avrebbero imposta ai vari parlamenti evitando accuratamente di passare per altri referendum - tranne che nell'unico paese la cui stessa costituzione lo prevedeva tassativamente: l'Irlanda.Almeno la maggior parte dei leader dell'UE sono stati abbastanza onesti da ammettere che il nuovo trattato e la vecchia costituzione erano esattamente la stessa cosa. Solo il Primo Ministro britannico Gordon Brown, per giustificare l'aver tradito la promessa elettorale di tenere un referendum, ha fatto finta che i due documenti fossero in qualche modo molto diversi. Era così deciso a ottenere la ratifica del trattato che non ha nemmeno concesso al Parlamento il tempo necessario di discuterne sul serio.

Poi è venuto il referendum irlandese, l'unico dettaglio che i politici dell'UE non erano riusciti a sistemare. Così, all'ultimo momento, una piccolissima parte dei popoli d'Europa ha avuto ancora una volta la possibilità di farsi sentire, cosa negata a tutti gli altri. E ancora una volta i leader sono rimasti attoniti - ma questa volta si erano preparati.Nei prossimi giorni assisteremo allo spettacolo degradante dei politici intenti a proclamare delle formule predisposte in anticipo al fine di ignorare il verdetto irlandese e imporre comunque agli europei la loro costituzione-comunque-la-si-chiami. Così il progetto europeo si rivelerà per quello che è sempre stato: un possente sistema di potere statalista, gestito dall'alto, con grande disprezzo dei popoli che governa.Ma almeno potremo ricordare questo voto da parte della gente d'Irlanda, ultimo glorioso gesto della morente democrazia europea, prima che sia stata cancellata del tutto ad opera del più sottile e audace colpo di stato si sia mai attuato nella storia.

The Daily Telegraphhttp://www.telegraph.co.uk/opinion/main.jhtml?xml=/opinion/2008/06/15/do1502.xml
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di Christopher Booker

Daily Telegraph 15 Giugno 2008


L'esito sensazionale del referendum irlandese ha smascherato uno dei più vergognosi inganni mai attuati nella storia della politica.Sette anni fa i leader europei decisero che, come compimento del loro grande "progetto", avrebbero redatto una Costituzione per l'Europa.Dopo aver allargato progressivamente il proprio potere per quasi 50 anni, spesso con il sotterfugio e l'inganno, l'Unione europea era pronta a emergere sul palcoscenico del mondo nelle sue vere vesti, di onnipotente governo sovranazionale. Con la Dichiarazione di Laeken del 2002, piena di riferimenti alla "democrazia" e alla necessità di portare "l'Europa più vicina alla sua gente", fu allestita una convenzione, che per 18 mesi si dedicò a redigere la costituzione, strettamente sorvegliata in ogni suo punto dal presidente, Valéry Giscard d'Estaing. Per altri 18 mesi ne furono raffinati i dettagli, per poi mandarla alla ratifica da parte di compiacenti parlamenti nazionali o dei referendum che alcuni governi erano stati costretti loro malgrado a concedere. Poi venne quel momento scioccante del 2005 in cui la Costituzione fu rigettata dagli elettori di Francia e Olanda. I leader dell'UE, attoniti, non sapevano più che pesci pigliare.Allora, l'estate scorsa, intrapresero un piano audacissimo. Avrebbero riorganizzato i contenuti della costituzione in modo da renderla praticamente incomprensibile, omettendo ogni riferimento al concetto di costituzione, e l'avrebbero imposta ai vari parlamenti evitando accuratamente di passare per altri referendum - tranne che nell'unico paese la cui stessa costituzione lo prevedeva tassativamente: l'Irlanda.Almeno la maggior parte dei leader dell'UE sono stati abbastanza onesti da ammettere che il nuovo trattato e la vecchia costituzione erano esattamente la stessa cosa. Solo il Primo Ministro britannico Gordon Brown, per giustificare l'aver tradito la promessa elettorale di tenere un referendum, ha fatto finta che i due documenti fossero in qualche modo molto diversi. Era così deciso a ottenere la ratifica del trattato che non ha nemmeno concesso al Parlamento il tempo necessario di discuterne sul serio.

Poi è venuto il referendum irlandese, l'unico dettaglio che i politici dell'UE non erano riusciti a sistemare. Così, all'ultimo momento, una piccolissima parte dei popoli d'Europa ha avuto ancora una volta la possibilità di farsi sentire, cosa negata a tutti gli altri. E ancora una volta i leader sono rimasti attoniti - ma questa volta si erano preparati.Nei prossimi giorni assisteremo allo spettacolo degradante dei politici intenti a proclamare delle formule predisposte in anticipo al fine di ignorare il verdetto irlandese e imporre comunque agli europei la loro costituzione-comunque-la-si-chiami. Così il progetto europeo si rivelerà per quello che è sempre stato: un possente sistema di potere statalista, gestito dall'alto, con grande disprezzo dei popoli che governa.Ma almeno potremo ricordare questo voto da parte della gente d'Irlanda, ultimo glorioso gesto della morente democrazia europea, prima che sia stata cancellata del tutto ad opera del più sottile e audace colpo di stato si sia mai attuato nella storia.

The Daily Telegraphhttp://www.telegraph.co.uk/opinion/main.jhtml?xml=/opinion/2008/06/15/do1502.xml

venerdì 13 giugno 2008

Thank You IRELAND

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lunedì 9 giugno 2008

Perché no al trattato di Lisbona


Di Ida Magli

In questi giorni, con la ratifica da parte del Parlamento italiano del cosiddetto Trattato di Lisbona, si porrà fine definitivamente all'esistenza delle Nazione Italia. E mano a mano si porrà fine all'esistenza di quasi tutte le altre nazioni in Europa. Non bisogna sorprendersi del silenzio che accompagna l'atto più importante che sia mai stato compiuto dal 1870 con il Regno d'Italia. È un silenzio che non è dovuto soltanto al volere dei governanti, ben sicuri fin dall'inizio dell'operazione “Unione europea“ che bisognava tenerne all'oscuro il più possibile i cittadini, ma anche alla obiettiva difficoltà per i giornalisti di fornire informazioni e tanto meno spiegazioni di un progetto che esula da qualsiasi concetto di «politica“.
Il Trattato di Lisbona è infatti una «visione del mondo» universale, una teologia dogmatica con le sue applicazioni pratiche, la forma più assoluta di totalitarismo che sia mai stata messa in atto. Come potrebbero i giornalisti istruire con poche parole milioni di persone sulla metafisica di Kant? Eppure c'è quasi tutto Kant, inclusa la sua proposta per la Pace Perpetua, nel progetto dell'Unione europea. Ma c'è anche molto Rousseau, molto Voltaire, molto Marx, con in più quello che Tremonti definisce «mercatismo»: l'assolutizzazione del mercato. La falsificazione dei significati linguistici accompagna fin dall'inizio l'operazione europea: quello che viene firmato non è affatto un Trattato e non è neanche una «Costituzione», come era stato chiamato prima che i referendum popolari lo bocciassero. È la proclamazione di una religione universale, accompagnata in tutti i dettagli dagli strumenti coercitivi verso i popoli e verso le singole persone per realizzarla. È il passo fondamentale, dopo averlo costituito in Europa, per giungere alla meta prefissata: il governo mondiale. Posso indicare in questo breve spazio soltanto alcuni degli strumenti preordinati: A) Il sincretismo fra le varie religioni e fra i vari costumi culturali. Un sincretismo che verrà raggiunto con lo spostamento di milioni di persone e smussando tutte le differenze attraverso il «dialogo». Discendono da questa precisa volontà dei governanti le ondate immigratorie che stanno soffocando l'Europa d'occidente. Si tratta di decisioni di forza, prese a tavolino: se nasceranno reazioni o conflitti, come di fatto sono già nati, provvederanno le schedature biometriche, la polizia e il tribunale europeo a eliminarli. B) Il governo concentrato in poche persone, quasi sconosciute ai cittadini, mentre diventano sempre più pleonastici i parlamenti nazionali. Il parlamento europeo, infatti, tanto perché nessuno possa obiettare in seguito che non aveva capito, è stato istituito fin dall'inizio privo di potere legislativo. Pura finzione al fine di gettare polvere negli occhi ai cittadini e tenere buoni con ricche poltrone i residui pretendenti al potere nell'impero fittizio. C) Nella sua qualità di fase di passaggio verso il governo mondiale, l'Europa deve essere debolissima, come infatti sta diventando. Per ora qualcuno lo nota a proposito dell'economia e della ricerca (ricerca significa intelligenza), ma presto sarà chiaro a tutti l'impoverimento intellettuale e affettivo di popoli costretti a perdere la propria identità, la propria «forma» in ogni settore della vita. In Italia la perdita è più grave per il semplice motivo che gli italiani sono i più ricchi di creatività. Di fronte al vuoto di qualsiasi ideale e di qualsiasi futuro, i giovani si battono per quelli vecchi inesistenti, oppure «si annoiano». Vi si aggiungono con uguale impoverimento i milioni di immigrati, anch'essi sradicati dalla loro identità e gettati nel crogiolo della non-forma. Si tratta di conseguenze ovvie, perseguite con ostinazione durante il passare degli anni sia dai fanatici credenti nella religione universale che da coloro che se ne servono per assolutizzare il proprio potere. Ci troviamo di fronte a quello che i poeti tedeschi individuavano chiaramente durante il nazismo come « il generale naufragio dello spirito ». Seppellire le nazioni per paura del nazionalismo significa provocare di nuovo il generale naufragio dello spirito. Significa che alla fine Hitler ha vinto. http://www.italianiliberi.it

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Di Ida Magli

In questi giorni, con la ratifica da parte del Parlamento italiano del cosiddetto Trattato di Lisbona, si porrà fine definitivamente all'esistenza delle Nazione Italia. E mano a mano si porrà fine all'esistenza di quasi tutte le altre nazioni in Europa. Non bisogna sorprendersi del silenzio che accompagna l'atto più importante che sia mai stato compiuto dal 1870 con il Regno d'Italia. È un silenzio che non è dovuto soltanto al volere dei governanti, ben sicuri fin dall'inizio dell'operazione “Unione europea“ che bisognava tenerne all'oscuro il più possibile i cittadini, ma anche alla obiettiva difficoltà per i giornalisti di fornire informazioni e tanto meno spiegazioni di un progetto che esula da qualsiasi concetto di «politica“.
Il Trattato di Lisbona è infatti una «visione del mondo» universale, una teologia dogmatica con le sue applicazioni pratiche, la forma più assoluta di totalitarismo che sia mai stata messa in atto. Come potrebbero i giornalisti istruire con poche parole milioni di persone sulla metafisica di Kant? Eppure c'è quasi tutto Kant, inclusa la sua proposta per la Pace Perpetua, nel progetto dell'Unione europea. Ma c'è anche molto Rousseau, molto Voltaire, molto Marx, con in più quello che Tremonti definisce «mercatismo»: l'assolutizzazione del mercato. La falsificazione dei significati linguistici accompagna fin dall'inizio l'operazione europea: quello che viene firmato non è affatto un Trattato e non è neanche una «Costituzione», come era stato chiamato prima che i referendum popolari lo bocciassero. È la proclamazione di una religione universale, accompagnata in tutti i dettagli dagli strumenti coercitivi verso i popoli e verso le singole persone per realizzarla. È il passo fondamentale, dopo averlo costituito in Europa, per giungere alla meta prefissata: il governo mondiale. Posso indicare in questo breve spazio soltanto alcuni degli strumenti preordinati: A) Il sincretismo fra le varie religioni e fra i vari costumi culturali. Un sincretismo che verrà raggiunto con lo spostamento di milioni di persone e smussando tutte le differenze attraverso il «dialogo». Discendono da questa precisa volontà dei governanti le ondate immigratorie che stanno soffocando l'Europa d'occidente. Si tratta di decisioni di forza, prese a tavolino: se nasceranno reazioni o conflitti, come di fatto sono già nati, provvederanno le schedature biometriche, la polizia e il tribunale europeo a eliminarli. B) Il governo concentrato in poche persone, quasi sconosciute ai cittadini, mentre diventano sempre più pleonastici i parlamenti nazionali. Il parlamento europeo, infatti, tanto perché nessuno possa obiettare in seguito che non aveva capito, è stato istituito fin dall'inizio privo di potere legislativo. Pura finzione al fine di gettare polvere negli occhi ai cittadini e tenere buoni con ricche poltrone i residui pretendenti al potere nell'impero fittizio. C) Nella sua qualità di fase di passaggio verso il governo mondiale, l'Europa deve essere debolissima, come infatti sta diventando. Per ora qualcuno lo nota a proposito dell'economia e della ricerca (ricerca significa intelligenza), ma presto sarà chiaro a tutti l'impoverimento intellettuale e affettivo di popoli costretti a perdere la propria identità, la propria «forma» in ogni settore della vita. In Italia la perdita è più grave per il semplice motivo che gli italiani sono i più ricchi di creatività. Di fronte al vuoto di qualsiasi ideale e di qualsiasi futuro, i giovani si battono per quelli vecchi inesistenti, oppure «si annoiano». Vi si aggiungono con uguale impoverimento i milioni di immigrati, anch'essi sradicati dalla loro identità e gettati nel crogiolo della non-forma. Si tratta di conseguenze ovvie, perseguite con ostinazione durante il passare degli anni sia dai fanatici credenti nella religione universale che da coloro che se ne servono per assolutizzare il proprio potere. Ci troviamo di fronte a quello che i poeti tedeschi individuavano chiaramente durante il nazismo come « il generale naufragio dello spirito ». Seppellire le nazioni per paura del nazionalismo significa provocare di nuovo il generale naufragio dello spirito. Significa che alla fine Hitler ha vinto. http://www.italianiliberi.it

venerdì 4 aprile 2008

Il Partito del Sud apre "relazioni diplomatiche" con il Kosovo


Ricevo e posto:


Giro in rete questo scambio di cortesie tra il blog del fratello Orazio Vasta ed il sito web WWW.RADIOKOSOVAELIRE.COM -sito della Radio indipendentista kosovara. Di fatto questo segna l'avvio di "relazioni diplomatiche" tra la nazione siciliana e meridionale con il Kosovo indipendente. Rispettando in pieno uno degli scopi sanciti nello statuto del Partito del Sud laddove è scritto: "svolgere la più ampia attività di studio, di ricerca, di promozione e/o di documentazione nel campo culturale, artistico, sociale ed economico, sia storico che attuale, riferita prioritariamente ai popoli ed ai territori dell'ex Stato delle Due Sicilie ma anche alla Storia e alla condizione socio-economica dei "Sud" del mondo, sia direttamente, sia organizzando per terzi, sia infine, favorendo riunioni, convegni, seminari;"
In effetti solo stabilendo relazioni internazionali con le quali DARE SOSTEGNO agli altri SUD del mondo, attiviamo i necessari meccanismi di scambio e di reciprocità, che potrebbero consentirci di raggiungere più facilmente gli obiettivi primari fissati.
Un grazie all'amico Orazio Vasta e ai fratelli di Sicilia
Francesco Laricchia


giovedì 3 aprile 2008
IL PARTITO DEL SUD A FIANCO DEL POPOLO DELLA KOSOVA INDIPENDENTE Appena due mesi fa,si metteva in modo nella KOSOVA l'ultimo passaggio politico per giungere,da parte del leggittimo Parlamento di Pristina,all'autoproclamazione, il 17 febbraio,con il sostegno di gran parte della comunità internazionale, dell'INDIPENDENZA della REPUBBLICA DELLA KOSOVA! Il PARTITO DEL SUD, che si ispira al DIRITTO INTERNAZIONALE che sancisce l'AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI, esprime, "senza se e senza ma", il pieno sostegno all'Indipendenza del Popolo della Kosova,auspigando un futuro di pace,nella democrazia e nella giustizia,a tutta la martoriata regione dei Balcani .Dal testo della p
roclamazione dell'Indipendenza (Fonte: RARIKA-RADICE.BLOGSPOT.COM ): "La Kosova indipendente è consacrata alla pace e alla stabilità..."."La Nazione della Kosova sarà creata sulla base del piano Ahtisaari..."-aggiunge il documento in 12 punti varato dal Parlamento. Il piano, elaborato dall'inviato speciale dell'Onu per la Kosova,piano che i prevede per l'ex colonia serba una "supervisione internazionale"-"La Kosova è una società democratica, laica e multietnica, che accoglierà la presenza internazionale civile e militare... Con l'indipendenza, la Kosova si assume le responsabilità internazionali, assicura la sicurezza delle frontiere con i paesi vicini, e vieta l'uso della violenza per risolvere le differenze... La volontà della Kosova è di avere buone relazioni con i suoi vicini...Una Kosova indipendente garantisce la (protezione) dell'eredità culturale e religiosa...". L'Ufficio relazioni Sicilia-Kosova del Partito del Sud e-mail: trecastagni.pdsud@libero.it
Catania, 3 aprile 2008
**********
Partsè sè Jugut-Aleanca Mesdhetare-Partito del Sud-Alleanza Meridionale
Dal sito web WWW.RADIOKOSOVAELIRE.COM -sito della Radio indipendentista kosovara- riprendiamo,in lingua albanese,il comunicato stampa inviato dall'"Ufficio relazioni Sicilia-Kosova del PdSud" in sostegno alla Repubblica indipendente della Kosova,a quasi due mesi dall'autoproclamazione dell'Indipendenza da parte del Parlamento di Pristina. Alla fine un commento della RKL sul PdSUd...che, ci fa capire come i patrioti kosovari hanno interpretato il PdSud. Con la speranza,che anche i "nostri" Popoli possano avere,al più presto,questa stessa capacità di sintesi...Orazio Vasta **********************
QUESTO E' IL TESTO TRADOTTO E RIPORTATO SUL SITO DEL KOSOVO:
"Komunikatë nga Partia e Jugut Aleanca Mesdhetare, në mbështetje të pavarësisë së Kosovës
Shërbimi për relacionet Sicili Kosovë, i Partisë së Jugut, "Aleanca Mesdhetare" ka publikuar një komunikatë për shtyp ku thuhet se rreth dy muaj më parë bashkësia ndërkombëtare gjeti një mënyrë për ta përmbyllur statusin e Kosovës, që pasoi me shpalljen e deklaratës kushtetuese nga Kuvendi më 17 shkurt dhe me mbështetje të një pjese të madhe të faktorit ndërkombëtar për shpalljen e Pavarësisë së Republikës së Kosovës. Partia e Jugut e cila inspirohet nga e Drejta ndërkombëtare e popujve për Vetëvendosje shpreh pa hezitim mbështetjen për popullin e Kosovës duke i dëshiruar një të ardhme paqësore me demokraci dhe drejtësi në tërë rajonin e Ballkanit. Kjo parti mbështetet në përmbajtjen e tekstit të proklamuar në (Fonte:
RARIKA-RADICE.BLOGSPOT.COM) ku thuhet:Kosova e pavarur do të sjellë paqe e stabilitet. Kosova është krijuar në bazë të planit të Ahtisarit, në dokumentin prej 12 pikave të miratur në Kuvend. Ky plan parasheh një mbikëqyrje ndërkombëtare. Kosova është një shoqëri demokratike, laike dhe multietnike e cila do të mbështetet nga prania ndërkombëtare politike dhe ushtarake.Me aktin e shpalljes së pavarësisë, Kosova merr përsipër përgjegjësi ndërkombëtare për të siguruar paqe me fqinjët dhe për të mos përdorur kurrfarë dhune. Kosova shpreh vullnet për bashkëpunim të mirë me fqinjët. Një Kosovë e lirë dhe e pavarur garanton liritë fetare dhe kulturore të të gjithë qytetarëve. (L'Ufficio relazioni Sicilia-Kosova del Partito del Sud) (e-mail: trecastagni.pdsud@libero.it)
QUESTA E' LA NOTA DI COMMENTO SUL SITO:
".Partia e Jugut Aleanca Mesdhetare është formuar para disa muajve. Është një parti demokratike dhe paqesore, antimafioze dhe antikolonialiste, një parti e të rinjëve, që buron nga rrënjët antike... ".
(Traduzione:Il Partito del Sud Alleanza Meridionale esiste da pochi mesi.E' un partito democratico e nonviolento,anitmafioso e anticolonialista,un partito nuovo,ma dalle antiche radici...).
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Giro in rete questo scambio di cortesie tra il blog del fratello Orazio Vasta ed il sito web WWW.RADIOKOSOVAELIRE.COM -sito della Radio indipendentista kosovara. Di fatto questo segna l'avvio di "relazioni diplomatiche" tra la nazione siciliana e meridionale con il Kosovo indipendente. Rispettando in pieno uno degli scopi sanciti nello statuto del Partito del Sud laddove è scritto: "svolgere la più ampia attività di studio, di ricerca, di promozione e/o di documentazione nel campo culturale, artistico, sociale ed economico, sia storico che attuale, riferita prioritariamente ai popoli ed ai territori dell'ex Stato delle Due Sicilie ma anche alla Storia e alla condizione socio-economica dei "Sud" del mondo, sia direttamente, sia organizzando per terzi, sia infine, favorendo riunioni, convegni, seminari;"
In effetti solo stabilendo relazioni internazionali con le quali DARE SOSTEGNO agli altri SUD del mondo, attiviamo i necessari meccanismi di scambio e di reciprocità, che potrebbero consentirci di raggiungere più facilmente gli obiettivi primari fissati.
Un grazie all'amico Orazio Vasta e ai fratelli di Sicilia
Francesco Laricchia


giovedì 3 aprile 2008
IL PARTITO DEL SUD A FIANCO DEL POPOLO DELLA KOSOVA INDIPENDENTE Appena due mesi fa,si metteva in modo nella KOSOVA l'ultimo passaggio politico per giungere,da parte del leggittimo Parlamento di Pristina,all'autoproclamazione, il 17 febbraio,con il sostegno di gran parte della comunità internazionale, dell'INDIPENDENZA della REPUBBLICA DELLA KOSOVA! Il PARTITO DEL SUD, che si ispira al DIRITTO INTERNAZIONALE che sancisce l'AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI, esprime, "senza se e senza ma", il pieno sostegno all'Indipendenza del Popolo della Kosova,auspigando un futuro di pace,nella democrazia e nella giustizia,a tutta la martoriata regione dei Balcani .Dal testo della p
roclamazione dell'Indipendenza (Fonte: RARIKA-RADICE.BLOGSPOT.COM ): "La Kosova indipendente è consacrata alla pace e alla stabilità..."."La Nazione della Kosova sarà creata sulla base del piano Ahtisaari..."-aggiunge il documento in 12 punti varato dal Parlamento. Il piano, elaborato dall'inviato speciale dell'Onu per la Kosova,piano che i prevede per l'ex colonia serba una "supervisione internazionale"-"La Kosova è una società democratica, laica e multietnica, che accoglierà la presenza internazionale civile e militare... Con l'indipendenza, la Kosova si assume le responsabilità internazionali, assicura la sicurezza delle frontiere con i paesi vicini, e vieta l'uso della violenza per risolvere le differenze... La volontà della Kosova è di avere buone relazioni con i suoi vicini...Una Kosova indipendente garantisce la (protezione) dell'eredità culturale e religiosa...". L'Ufficio relazioni Sicilia-Kosova del Partito del Sud e-mail: trecastagni.pdsud@libero.it
Catania, 3 aprile 2008
**********
Partsè sè Jugut-Aleanca Mesdhetare-Partito del Sud-Alleanza Meridionale
Dal sito web WWW.RADIOKOSOVAELIRE.COM -sito della Radio indipendentista kosovara- riprendiamo,in lingua albanese,il comunicato stampa inviato dall'"Ufficio relazioni Sicilia-Kosova del PdSud" in sostegno alla Repubblica indipendente della Kosova,a quasi due mesi dall'autoproclamazione dell'Indipendenza da parte del Parlamento di Pristina. Alla fine un commento della RKL sul PdSUd...che, ci fa capire come i patrioti kosovari hanno interpretato il PdSud. Con la speranza,che anche i "nostri" Popoli possano avere,al più presto,questa stessa capacità di sintesi...Orazio Vasta **********************
QUESTO E' IL TESTO TRADOTTO E RIPORTATO SUL SITO DEL KOSOVO:
"Komunikatë nga Partia e Jugut Aleanca Mesdhetare, në mbështetje të pavarësisë së Kosovës
Shërbimi për relacionet Sicili Kosovë, i Partisë së Jugut, "Aleanca Mesdhetare" ka publikuar një komunikatë për shtyp ku thuhet se rreth dy muaj më parë bashkësia ndërkombëtare gjeti një mënyrë për ta përmbyllur statusin e Kosovës, që pasoi me shpalljen e deklaratës kushtetuese nga Kuvendi më 17 shkurt dhe me mbështetje të një pjese të madhe të faktorit ndërkombëtar për shpalljen e Pavarësisë së Republikës së Kosovës. Partia e Jugut e cila inspirohet nga e Drejta ndërkombëtare e popujve për Vetëvendosje shpreh pa hezitim mbështetjen për popullin e Kosovës duke i dëshiruar një të ardhme paqësore me demokraci dhe drejtësi në tërë rajonin e Ballkanit. Kjo parti mbështetet në përmbajtjen e tekstit të proklamuar në (Fonte:
RARIKA-RADICE.BLOGSPOT.COM) ku thuhet:Kosova e pavarur do të sjellë paqe e stabilitet. Kosova është krijuar në bazë të planit të Ahtisarit, në dokumentin prej 12 pikave të miratur në Kuvend. Ky plan parasheh një mbikëqyrje ndërkombëtare. Kosova është një shoqëri demokratike, laike dhe multietnike e cila do të mbështetet nga prania ndërkombëtare politike dhe ushtarake.Me aktin e shpalljes së pavarësisë, Kosova merr përsipër përgjegjësi ndërkombëtare për të siguruar paqe me fqinjët dhe për të mos përdorur kurrfarë dhune. Kosova shpreh vullnet për bashkëpunim të mirë me fqinjët. Një Kosovë e lirë dhe e pavarur garanton liritë fetare dhe kulturore të të gjithë qytetarëve. (L'Ufficio relazioni Sicilia-Kosova del Partito del Sud) (e-mail: trecastagni.pdsud@libero.it)
QUESTA E' LA NOTA DI COMMENTO SUL SITO:
".Partia e Jugut Aleanca Mesdhetare është formuar para disa muajve. Është një parti demokratike dhe paqesore, antimafioze dhe antikolonialiste, një parti e të rinjëve, që buron nga rrënjët antike... ".
(Traduzione:Il Partito del Sud Alleanza Meridionale esiste da pochi mesi.E' un partito democratico e nonviolento,anitmafioso e anticolonialista,un partito nuovo,ma dalle antiche radici...).

 
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