sabato 31 ottobre 2015

Parte finalmente la realizzazione di un'opera ferroviaria lungamente attesa al Sud, l'alta velocità Napoli-Bari.


Di Natale Cuccurese

Grazie soprattutto all'impegno di Michele Emiliano parte finalmente la realizzazione di un'opera ferroviaria lungamente attesa al Sud, l'alta velocità Napoli-Bari.
Per noi del Partito del Sud e' un'ottima notizia, anche per le cadute occupazionali che quest'opera avrà sicuramente nei territori interessati. Un 'opera complessa che richiederà i dovuti tempi di realizzazione, non apparteniamo a chi critica o si lamenta a prescindere e non riteniamo nemmeno che un'opera del genere possa essere realizzata dall'oggi al domani con un semplice colpo di bacchetta magica, inoltre questa realizzazione servirà da sprone ed esempio anche agli altri Governatori delle Regioni del Sud, anche per far pressione sul Governo nazionale affinché l'alta velocità sia portata al più presto nei loro territori.
Infine nelle parole del Governatore Michele Emiliano, che riporto in calce, i sensi della vicinanza con Napoli, argomenti già toccati alla presenza del Sindaco Luigi de Magistris nel Convegno da noi organizzato con Michele Emiliano"Con il Sud si Riparte" del febbraio 2014 a Bari. Infine la soddisfazione di vedere che i nostri punti del programma per "Sindaco di Puglia" continuano ad essere al centro dell'attenta e coerente azione del Governatore Michele Emiliano che prosegue nella realizzazione del suo Programma elettorale. Nulla avviene per caso. Anche di questo noi del Partito del Sud lo ringraziamo.

"Ad Acerra per l’apertura di tre nuovi cantieri sulla tratta dell’Alta Velocità Napoli-Bari, il governatore pugliese Michele Emiliano sfoggia in pubblico una penna con lo stemma dei Borbone. "A testimonianza - ricorda – degli antichi legami tra due terre, Campania e Puglia, che un tempo facevano parte dello stesso regno. C'è stato sempre un legame meraviglioso con Napoli, dove i nostri giovani studiavano nella prima facoltà di economia d’Europa e le classi dirigenti pugliesi si istruivano nell’arte del governo". "Da parte nostra – ha proseguito Emiliano – l'anelito a ricongiungerci con Napoli è fortissimo. Perciò la Puglia ha voluto fortemente questa tratta persino in tempi in cui, mi riferisco alla precedente amministrazione, tutto questo desiderio in Campania non c'era perche l’Alta Velocità a Napoli arriva già e si pensava che questa tratta servisse solo alla Puglia."

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Elia (Fs): l'Alta capacità


Napoli-Bari tra 10 anni



ACERRA  – La linea dell’Alta Capacità Napoli-Bari dovrebbe essere pienamente operativa nel giro di dieci anni, tra il 2024 e il 2025, con alcune tratte significative pronte anche prima.

A indicare il "timing" della grande opera infrastrutturale che ridurrà i tempi di percorrenza tra Campania e Puglia è il commissario straordinario di governo per la Napoli-Bari, nonchè ad di Fs, Michele Elia.

 "Non c'è uno slittamento dei tempi – ha precisato Elia a margine del convegno in cui sono stati illustrati i nuovi cantieri al via ad Acerra (Napoli) – ma alcune opere sono più semplici e altre più complicate, come la galleria tra Apice e Orsara. E poi c'è la parte orografica da sistemare, le zone a rischio frana. Diciamo che da oggi servono dieci anni per completarla tutta".

"Stiamo definendo al meglio i progetti – ha concluso Elia – anche per quanto concerne le opere più semplici in termini di cantierizzazione".


DE LUCA: QUALCOSA STA CAMBIANDO PER IL SUD – "Le liturgie non mi sono mai piaciute, specie nei rapporti tra il governo e il Sud quando alla solidarietà non seguiva mai un euro. Ora mi sembra che le cose stiano cambiando e che quella stagione si è chiusa". Il presidente della Campania Vincenzo De Luca saluta con soddisfazione l’apertura di tre nuovi cantieri per opere civili in Campania sulla linea dell’Alta Velocità Napoli-Bari. Seduto al fianco del ministro Delrio, che ha ringraziato "per la sua costante presenza in Campania, segno di attenzione", De Luca ha messo in guardia l’esecutivo dagli intoppi burocratici che potrebbero ostacolare l’opera nel suo prosieguo. "Mi vengono i brividi addosso – ha detto il governatore – ogni volta che un’opera giunge al Cipe. Magari l’approvano e poi passa un anno per avere un timbro della Corte dei Conti. L’appello che faccio al governo è ad avere una concentrazione straordinaria su quei nodi amministrativi che ci fanno perdere tempo prezioso. Ad ogni modo – ha concluso – oggi siamo qui a registrare che siamo in movimento e che possiamo vincere la sfida per avvicinare la Puglia alla Campania".


EMILIANO: ANCHE CAMPANIA HA CAPITO IMPORTANZA BARI-NAPOLI -  Ad Acerra per l’apertura di tre nuovi cantieri sulla tratta dell’Alta Velocità Napoli-Bari, il governatore pugliese Michele Emiliano sfoggia in pubblico una penna con lo stemma dei Borbone. "A testimonianza - ricorda – degli antichi legami tra due terre, Campania e Puglia, che un tempo facevano parte dello stesso regno. C'è stato sempre un legame meraviglioso con Napoli, dove i nostri giovani studiavano nella prima facoltà di economia d’Europa e le classi dirigenti pugliesi si istruivano nell’arte del governo". "Da parte nostra – ha proseguito Emiliano – l'anelito a ricongiungerci con Napoli è fortissimo. Perciò la Puglia ha voluto fortemente questa tratta persino in tempi in cui, mi riferisco alla precedente amministrazione, tutto questo desiderio in Campania non c'era perche l’Alta Velocità a Napoli arriva già e si pensava che questa tratta servisse solo alla Puglia. Ora invece si è compreso – e a sentire le parole di De Luca mi si è riempito il cuore – che il collegamento tra le due zone più attive del Mezzogiorno continentale è utile anche alla Campania e che quell'anelito di ricongiungimento – ha concluso Emiliano – è stato recepito".

DECARO: BARI CITTA' PIU' MODERNA - "Ci vorranno 10 anni affinchè Bari sia collegata a Napoli e a Roma con treni più veloci e linee dirette. Questo intervento renderà Bari un centro più moderno e collegato alle altre grandi città del centro e del sud Italia garantendo un sistema di trasporto con tempi e percorsi certi". Lo afferma il sindaco di Bari, Antonio Decaro.
"Anche se non si tratta – dice – di una linea ferroviaria ad alta velocità siamo consapevoli che questo è comunque un intervento strutturale fondamentale per la crescita del nostro territorio che aspettavamo da tempo. Dal rispetto del diritto alla mobilità efficace ed efficiente passa anche la crescita sociale di un territorio e delle sue popolazioni".




Fonte:Gazzetta del Mezzogiorno
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Di Natale Cuccurese

Grazie soprattutto all'impegno di Michele Emiliano parte finalmente la realizzazione di un'opera ferroviaria lungamente attesa al Sud, l'alta velocità Napoli-Bari.
Per noi del Partito del Sud e' un'ottima notizia, anche per le cadute occupazionali che quest'opera avrà sicuramente nei territori interessati. Un 'opera complessa che richiederà i dovuti tempi di realizzazione, non apparteniamo a chi critica o si lamenta a prescindere e non riteniamo nemmeno che un'opera del genere possa essere realizzata dall'oggi al domani con un semplice colpo di bacchetta magica, inoltre questa realizzazione servirà da sprone ed esempio anche agli altri Governatori delle Regioni del Sud, anche per far pressione sul Governo nazionale affinché l'alta velocità sia portata al più presto nei loro territori.
Infine nelle parole del Governatore Michele Emiliano, che riporto in calce, i sensi della vicinanza con Napoli, argomenti già toccati alla presenza del Sindaco Luigi de Magistris nel Convegno da noi organizzato con Michele Emiliano"Con il Sud si Riparte" del febbraio 2014 a Bari. Infine la soddisfazione di vedere che i nostri punti del programma per "Sindaco di Puglia" continuano ad essere al centro dell'attenta e coerente azione del Governatore Michele Emiliano che prosegue nella realizzazione del suo Programma elettorale. Nulla avviene per caso. Anche di questo noi del Partito del Sud lo ringraziamo.

"Ad Acerra per l’apertura di tre nuovi cantieri sulla tratta dell’Alta Velocità Napoli-Bari, il governatore pugliese Michele Emiliano sfoggia in pubblico una penna con lo stemma dei Borbone. "A testimonianza - ricorda – degli antichi legami tra due terre, Campania e Puglia, che un tempo facevano parte dello stesso regno. C'è stato sempre un legame meraviglioso con Napoli, dove i nostri giovani studiavano nella prima facoltà di economia d’Europa e le classi dirigenti pugliesi si istruivano nell’arte del governo". "Da parte nostra – ha proseguito Emiliano – l'anelito a ricongiungerci con Napoli è fortissimo. Perciò la Puglia ha voluto fortemente questa tratta persino in tempi in cui, mi riferisco alla precedente amministrazione, tutto questo desiderio in Campania non c'era perche l’Alta Velocità a Napoli arriva già e si pensava che questa tratta servisse solo alla Puglia."

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Elia (Fs): l'Alta capacità


Napoli-Bari tra 10 anni



ACERRA  – La linea dell’Alta Capacità Napoli-Bari dovrebbe essere pienamente operativa nel giro di dieci anni, tra il 2024 e il 2025, con alcune tratte significative pronte anche prima.

A indicare il "timing" della grande opera infrastrutturale che ridurrà i tempi di percorrenza tra Campania e Puglia è il commissario straordinario di governo per la Napoli-Bari, nonchè ad di Fs, Michele Elia.

 "Non c'è uno slittamento dei tempi – ha precisato Elia a margine del convegno in cui sono stati illustrati i nuovi cantieri al via ad Acerra (Napoli) – ma alcune opere sono più semplici e altre più complicate, come la galleria tra Apice e Orsara. E poi c'è la parte orografica da sistemare, le zone a rischio frana. Diciamo che da oggi servono dieci anni per completarla tutta".

"Stiamo definendo al meglio i progetti – ha concluso Elia – anche per quanto concerne le opere più semplici in termini di cantierizzazione".


DE LUCA: QUALCOSA STA CAMBIANDO PER IL SUD – "Le liturgie non mi sono mai piaciute, specie nei rapporti tra il governo e il Sud quando alla solidarietà non seguiva mai un euro. Ora mi sembra che le cose stiano cambiando e che quella stagione si è chiusa". Il presidente della Campania Vincenzo De Luca saluta con soddisfazione l’apertura di tre nuovi cantieri per opere civili in Campania sulla linea dell’Alta Velocità Napoli-Bari. Seduto al fianco del ministro Delrio, che ha ringraziato "per la sua costante presenza in Campania, segno di attenzione", De Luca ha messo in guardia l’esecutivo dagli intoppi burocratici che potrebbero ostacolare l’opera nel suo prosieguo. "Mi vengono i brividi addosso – ha detto il governatore – ogni volta che un’opera giunge al Cipe. Magari l’approvano e poi passa un anno per avere un timbro della Corte dei Conti. L’appello che faccio al governo è ad avere una concentrazione straordinaria su quei nodi amministrativi che ci fanno perdere tempo prezioso. Ad ogni modo – ha concluso – oggi siamo qui a registrare che siamo in movimento e che possiamo vincere la sfida per avvicinare la Puglia alla Campania".


EMILIANO: ANCHE CAMPANIA HA CAPITO IMPORTANZA BARI-NAPOLI -  Ad Acerra per l’apertura di tre nuovi cantieri sulla tratta dell’Alta Velocità Napoli-Bari, il governatore pugliese Michele Emiliano sfoggia in pubblico una penna con lo stemma dei Borbone. "A testimonianza - ricorda – degli antichi legami tra due terre, Campania e Puglia, che un tempo facevano parte dello stesso regno. C'è stato sempre un legame meraviglioso con Napoli, dove i nostri giovani studiavano nella prima facoltà di economia d’Europa e le classi dirigenti pugliesi si istruivano nell’arte del governo". "Da parte nostra – ha proseguito Emiliano – l'anelito a ricongiungerci con Napoli è fortissimo. Perciò la Puglia ha voluto fortemente questa tratta persino in tempi in cui, mi riferisco alla precedente amministrazione, tutto questo desiderio in Campania non c'era perche l’Alta Velocità a Napoli arriva già e si pensava che questa tratta servisse solo alla Puglia. Ora invece si è compreso – e a sentire le parole di De Luca mi si è riempito il cuore – che il collegamento tra le due zone più attive del Mezzogiorno continentale è utile anche alla Campania e che quell'anelito di ricongiungimento – ha concluso Emiliano – è stato recepito".

DECARO: BARI CITTA' PIU' MODERNA - "Ci vorranno 10 anni affinchè Bari sia collegata a Napoli e a Roma con treni più veloci e linee dirette. Questo intervento renderà Bari un centro più moderno e collegato alle altre grandi città del centro e del sud Italia garantendo un sistema di trasporto con tempi e percorsi certi". Lo afferma il sindaco di Bari, Antonio Decaro.
"Anche se non si tratta – dice – di una linea ferroviaria ad alta velocità siamo consapevoli che questo è comunque un intervento strutturale fondamentale per la crescita del nostro territorio che aspettavamo da tempo. Dal rispetto del diritto alla mobilità efficace ed efficiente passa anche la crescita sociale di un territorio e delle sue popolazioni".




Fonte:Gazzetta del Mezzogiorno

venerdì 16 ottobre 2015

I fatti parlano sempre di più delle parole



Di Michele Dell'Edera
Fonte: Italiatoday



Si è fatto un gran parlare, soprattutto ad agosto, di questo famoso “piano per il sud” che il Governo con enfasi aveva annunciato per settembre. Diciamo che questa enfasi comunicativa era venuta fuori più perché, con le anticipazioni catastrofiche dello SVIMEZ, gli appelli di Saviano e i movimenti dei Governatori come Michele Emiliano e gli altri delle regioni del Sud, il Governo aveva bisogno di far vedere che la “partita sud” l’avrebbe giocata da protagonista non delegandola alla periferia.

Poi si è andati avanti con scaramucce e battaglie tra Governatori e Presidente del Consiglio che, dimostrando il suo grande attaccamento al mezzogiorno, preferì andare a vedere una partita di tennis (giocata da tenniste pugliesi, quindi del sud) piuttosto che aprire la Fiera del Levante e dare una risposta alle istituzioni locali meridionali là radunate.

Oggi forse si capisce di più di quella assenza. Il Presidente del Consiglio non venne a Bari perché sul sud allora come oggi non aveva nulla da dire. Le belle parole di ieri, quelle di agosto, sono state sostituite dai fatti di oggi e cioè l’assoluta assenza di qualsiasi “piano per il sud” e la presenza di tre slide, dico tre, nella presentazione della legge di stabilità presentata ancora con enfasi ieri.

Le famose tre slide cosa ci dicono: 1) che il Governo metterà ancora fondi sull’ILVA a Taranto (non si capisce dalle slide se per tutelare la produzione, la salute o tutte e due le cose). 2) Che si completerà la Salerno-Reggio Calabria, ma questo è un totem che da quasi mezzo secolo mettono in mostra tutti i Governi. 3) Che per la “terra dei fuochi” ci sono 450 milioni di euro diventati 150 in un Comunicato Stampa di Palazzo Chigi.

E’ chiaro che questo non è un piano per il Sud. E’ un “citare il sud” per liberarsi la coscienza. Ma il Governo non ha mente nulla di strategico per il sud. O meglio non ha proprio in mente il sud.
Oppure ci faccia capire.

Purtroppo ancora una volta le parole per la politica italiana sono una cosa i fatti un’altra. Renzi come gli altri sul Sud ha fatto parole… perché obbligato dalla sua voglia di comunicare sempre e comunque.

Il Sud dovrà fare da solo ripartendo da regioni e città.


Fonte: Italiatoday


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Di Michele Dell'Edera
Fonte: Italiatoday



Si è fatto un gran parlare, soprattutto ad agosto, di questo famoso “piano per il sud” che il Governo con enfasi aveva annunciato per settembre. Diciamo che questa enfasi comunicativa era venuta fuori più perché, con le anticipazioni catastrofiche dello SVIMEZ, gli appelli di Saviano e i movimenti dei Governatori come Michele Emiliano e gli altri delle regioni del Sud, il Governo aveva bisogno di far vedere che la “partita sud” l’avrebbe giocata da protagonista non delegandola alla periferia.

Poi si è andati avanti con scaramucce e battaglie tra Governatori e Presidente del Consiglio che, dimostrando il suo grande attaccamento al mezzogiorno, preferì andare a vedere una partita di tennis (giocata da tenniste pugliesi, quindi del sud) piuttosto che aprire la Fiera del Levante e dare una risposta alle istituzioni locali meridionali là radunate.

Oggi forse si capisce di più di quella assenza. Il Presidente del Consiglio non venne a Bari perché sul sud allora come oggi non aveva nulla da dire. Le belle parole di ieri, quelle di agosto, sono state sostituite dai fatti di oggi e cioè l’assoluta assenza di qualsiasi “piano per il sud” e la presenza di tre slide, dico tre, nella presentazione della legge di stabilità presentata ancora con enfasi ieri.

Le famose tre slide cosa ci dicono: 1) che il Governo metterà ancora fondi sull’ILVA a Taranto (non si capisce dalle slide se per tutelare la produzione, la salute o tutte e due le cose). 2) Che si completerà la Salerno-Reggio Calabria, ma questo è un totem che da quasi mezzo secolo mettono in mostra tutti i Governi. 3) Che per la “terra dei fuochi” ci sono 450 milioni di euro diventati 150 in un Comunicato Stampa di Palazzo Chigi.

E’ chiaro che questo non è un piano per il Sud. E’ un “citare il sud” per liberarsi la coscienza. Ma il Governo non ha mente nulla di strategico per il sud. O meglio non ha proprio in mente il sud.
Oppure ci faccia capire.

Purtroppo ancora una volta le parole per la politica italiana sono una cosa i fatti un’altra. Renzi come gli altri sul Sud ha fatto parole… perché obbligato dalla sua voglia di comunicare sempre e comunque.

Il Sud dovrà fare da solo ripartendo da regioni e città.


Fonte: Italiatoday


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TERRA DEI FUOCHI E LEGGE DI STABILITA', ESATTAMENTE IL CONTRARIO DI QUANTO SCRITTO.




Di Michele Ammendola

Leggere questo titolone dovrebbe far ben sperare.
Finalmente le nostre battaglie hanno trovato un interlocutore sensibile, un governo attento che cambia marcia e invece.......
NULLA È CAMBIATO 
Cerchiamo di capire.....

Innanzitutto sono 150 milioni di euro all'anno per tre anni che non si occupano di Terra dei fuochi per come la intendiamo noi (a quanto si capisce dalle prime indiscrezioni).
E si perché si occuperanno di terra dei fuochi per come la intende il Governatore della Campania De Luca il quale sin dal primo giorno ha identificato il problema della terra dei fuochi con le "ECOBALLE", che non sono esattamente TERRA DEI FUOCHI.

Sin dal primo giorno infatti lo sceriffo di Salerno ha tuonato che bisognava rimuovere le ECOBALLE e risolvere il problema. Come?
E che ce vo', BRUCIAMMELE.


Si avete capito bene, il governo ci fa credere di chiudere definitivamente il dramma del BIOCIDIO mettendogli addosso una nuova veste e semplicemente dandogli fuoco.


Le Ecoballe (di Bassoliniana memoria) di Taverna del Re sono un problema importante da risolvere ma sicuramente non sono il primo intervento da fare. A differenza dell'intombamento dei rifiuti e del fenomeno dei roghi tossici che SICURAMENTE provocano CANCRO, le ECOBALLE (forse) non provocano direttamente CANCRO ma sicuramente provocano direttamente SANZIONI UE.


Allora io mi chiedo: "ma vuoi vedere che al governo interessa più sanare i conti pubblici (in stile Caldoro) che sanare la salute dei cittadini campani?".


So solo una cosa. Non riesco a considerarlo un passo in avanti perché lo considero solo uno sporco slogan elettorale.







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Di Michele Ammendola

Leggere questo titolone dovrebbe far ben sperare.
Finalmente le nostre battaglie hanno trovato un interlocutore sensibile, un governo attento che cambia marcia e invece.......
NULLA È CAMBIATO 
Cerchiamo di capire.....

Innanzitutto sono 150 milioni di euro all'anno per tre anni che non si occupano di Terra dei fuochi per come la intendiamo noi (a quanto si capisce dalle prime indiscrezioni).
E si perché si occuperanno di terra dei fuochi per come la intende il Governatore della Campania De Luca il quale sin dal primo giorno ha identificato il problema della terra dei fuochi con le "ECOBALLE", che non sono esattamente TERRA DEI FUOCHI.

Sin dal primo giorno infatti lo sceriffo di Salerno ha tuonato che bisognava rimuovere le ECOBALLE e risolvere il problema. Come?
E che ce vo', BRUCIAMMELE.


Si avete capito bene, il governo ci fa credere di chiudere definitivamente il dramma del BIOCIDIO mettendogli addosso una nuova veste e semplicemente dandogli fuoco.


Le Ecoballe (di Bassoliniana memoria) di Taverna del Re sono un problema importante da risolvere ma sicuramente non sono il primo intervento da fare. A differenza dell'intombamento dei rifiuti e del fenomeno dei roghi tossici che SICURAMENTE provocano CANCRO, le ECOBALLE (forse) non provocano direttamente CANCRO ma sicuramente provocano direttamente SANZIONI UE.


Allora io mi chiedo: "ma vuoi vedere che al governo interessa più sanare i conti pubblici (in stile Caldoro) che sanare la salute dei cittadini campani?".


So solo una cosa. Non riesco a considerarlo un passo in avanti perché lo considero solo uno sporco slogan elettorale.







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LEGGE DI STABILITA', SENZA SOLDI NON SI CANTANO MESSE


Di Natale Cuccurese

Una manovra che fa capire semplicemente che "i soldi non ci sono".
Nella Legge di Stabilità c'è in realtà ben poco a favore di aziende e lavoratori. Quasi tutta la manovra da 27 miliardi consiste nell'evitare l'aumento delle clausole di salvaguardia, ovvero l'aumento automatico di Iva e accise in copertura a spese fatte in passato (17 miliardi) e l'abolizione della tassa sulla prima casa e dell'Imu agricola (circa 5 miliardi, comunque una boccata d'ossigeno per gli agricoltori).
Poi ci sono tante piccole misure, da poche centinaia di milioni di euro e quindi dalla dubbia efficacia, per stimolare la crescita o per l'equità sociale. Per il resto degli annunciati 10 miliardi di tagli si riuscirà forse ad arrivare alla metà, con tagli lineari ai ministeri e sulla spesa sanitaria - e quindi alle Regioni.
A pag 13, 14 e 15 le slide con le "risposte" per il sud, concentrate su ILVA, Salerno- Reggio Calabria e Terra dei fuochi (450 milioni). Come detto una parte interessante sull'agricoltura, comunque rivolta a tutto il paese. Riduttive quindi, a dir poco, le risorse messe in campo per il Sud, ma qualcosa dovevano pur dire dopo gli annunci governativi di agosto.

A queste considerazioni va poi legato il fatto che con l'introduzione del "regionalismo differenziato"sarà possibile grazie alle modifiche costituzionali agli articoli 116 e 117 estendere forme di autonomia, a partire dalle politiche sociali e di organizzazione e spesa sanitaria, a quelle Regioni a statuto ordinario in condizioni di equilibrio finanziario, cioè in prevalenza quelle del nord. In pratica a conti fatti le regioni del nord avranno maggiore autonomia di spesa e di intervento diretto rispetto a quelle del sud, che dipenderanno sempre più da Roma, e passerà in secondo piano l'aspetto perequativo presente in Costituzione.

 In poche parole proseguono gli scenari negativi per il sud a cui servirebbe una maggiore autonomia, come andiamo ripetendo da tempo.


Le slide presentate dal Governo



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Di Natale Cuccurese

Una manovra che fa capire semplicemente che "i soldi non ci sono".
Nella Legge di Stabilità c'è in realtà ben poco a favore di aziende e lavoratori. Quasi tutta la manovra da 27 miliardi consiste nell'evitare l'aumento delle clausole di salvaguardia, ovvero l'aumento automatico di Iva e accise in copertura a spese fatte in passato (17 miliardi) e l'abolizione della tassa sulla prima casa e dell'Imu agricola (circa 5 miliardi, comunque una boccata d'ossigeno per gli agricoltori).
Poi ci sono tante piccole misure, da poche centinaia di milioni di euro e quindi dalla dubbia efficacia, per stimolare la crescita o per l'equità sociale. Per il resto degli annunciati 10 miliardi di tagli si riuscirà forse ad arrivare alla metà, con tagli lineari ai ministeri e sulla spesa sanitaria - e quindi alle Regioni.
A pag 13, 14 e 15 le slide con le "risposte" per il sud, concentrate su ILVA, Salerno- Reggio Calabria e Terra dei fuochi (450 milioni). Come detto una parte interessante sull'agricoltura, comunque rivolta a tutto il paese. Riduttive quindi, a dir poco, le risorse messe in campo per il Sud, ma qualcosa dovevano pur dire dopo gli annunci governativi di agosto.

A queste considerazioni va poi legato il fatto che con l'introduzione del "regionalismo differenziato"sarà possibile grazie alle modifiche costituzionali agli articoli 116 e 117 estendere forme di autonomia, a partire dalle politiche sociali e di organizzazione e spesa sanitaria, a quelle Regioni a statuto ordinario in condizioni di equilibrio finanziario, cioè in prevalenza quelle del nord. In pratica a conti fatti le regioni del nord avranno maggiore autonomia di spesa e di intervento diretto rispetto a quelle del sud, che dipenderanno sempre più da Roma, e passerà in secondo piano l'aspetto perequativo presente in Costituzione.

 In poche parole proseguono gli scenari negativi per il sud a cui servirebbe una maggiore autonomia, come andiamo ripetendo da tempo.


Le slide presentate dal Governo



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venerdì 9 ottobre 2015

Manifestazione per riassunzione dipendenti Edenlandia. Noi del PdelSUD c'eravamo...



Grande manifestazione in via Toledo a Napoli a sostegno dei dipendenti Edenlandia licenziati ma da riassumere come da impegno della nuova proprietà.
Partecipazione di pubblico notevole fortemente interessato alla problematica che investe tante famiglie napoletane. Presenza di politici, stampa, Rai ..tra girotondi, corteo di bambini con maglietta e musica.
Noi del Partito del Sud c'eravamo a dare il nostro sostegno.

Partito del Sud - Napoli 






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Grande manifestazione in via Toledo a Napoli a sostegno dei dipendenti Edenlandia licenziati ma da riassumere come da impegno della nuova proprietà.
Partecipazione di pubblico notevole fortemente interessato alla problematica che investe tante famiglie napoletane. Presenza di politici, stampa, Rai ..tra girotondi, corteo di bambini con maglietta e musica.
Noi del Partito del Sud c'eravamo a dare il nostro sostegno.

Partito del Sud - Napoli 






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venerdì 2 ottobre 2015

NULLA AVVIENE PER CASO: DAL REFERENDUM NO TRIV LA SPERANZA DI RIPARTENZA PER IL SUD


Di Natale Cuccurese

Grazie all’iniziativa di 10 Consigli Regionali (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto) che hanno presentato in Cassazione ben sei quesiti referendari, i cittadini italiani potranno scegliere in prima persona, con il voto referendario, il futuro energetico del Paese. Sarà infatti possibile abrogare l'articolo 35 del Decreto Sviluppo e parti dell'articolo 38 del Decreto Sblocca Italia. La Lombardia invece ha impugnato l'articolo 38, mentre l’Emilia Romagna non ha aderito, pur se il Governatore Bonaccini ha detto che approva la “carta anti trivelle di Termoli”.

In questi due articoli si trova insita la possibilità alle multinazionali dell'energia di permettere ricerca ed estrazione quasi illimitata di idrocarburi liquidi e gassosi, senza che la popolazione e la politica locale dei territori interessati abbiano voce in capitolo.
Sarebbero bastate solo cinque deliberazioni a favore del referendum, a norma dell’articolo 75 della Costituzione, il fatto che siano state in dieci Regioni a deliberarlo è un fatto estremamente significativo.

Altrettanto importante è che tutte le Regioni del Sud continentale si siano espresse in modo concorde a favore del referendum e contro le trivellazioni. Unica nota dolente la Regione Sicilia. 
La Regione Puglia ha addirittura già previsto dei fondi per la comunicazione.
Il prossimo appuntamento sarà il 9 ottobre a Pescara con nuovo summit di quasi tutti i Governatori del Sud per valutare i passi successivi, come sempre in maniera congiunta. Si tratta del terzo incontro dopo quelli di Termoli e Bari, in quelle che noi del Partito del Sud auspichiamo come prove tecniche di Macroregione Sud.

Con questo passo i Governatori hanno deliberato di concentrare la strategia di difesa non solo ecologica, ma anche economica ed occupazionale, su settori importanti per lo sviluppo dei territori quali prodotti vitivinicoli, doc e dop, pesca e turismo su tutti, senza dimenticare la salvaguardia dei mari, dei territori e della salute delle popolazioni, affinché mari e territori non vengano devastati e la loro economia stravolta.

Capofila dell’iniziativa, che recepisce anche l'intuizione del Coord. Nazionale No Triv e di altre 200 Associazioni, è la Basilicata, con il Presidente Pino Lacorazza che chiede «che siano ripristinati i poteri delle Regioni».Secondo Lacorazza un altro dei punti sul tappeto è quello del diritto di proprietà privata, perché «un articolo dello `Sblocca Italia´ prevede che per 12 anni sia concesso il permesso di ricerca sui terreni privati alle società estrattrici» Il presidente lucana ribadisce che non si tratta di un caso di «nimby» («non in my back yard», non nel mio cortile): in Basilicata «abbiamo già la presenza di 70 impianti di trivellazione» - spiega: «non vogliamo “non sporcare il nostro giardino” e spostare il problema in quello degli altri, ma crediamo che la politica energetica dell’Italia debba raccordarsi con l’Unione europea, che non può soltanto occuparsi di moneta e burocrazia».

La Consulta ora valuterà l'ammissibilità dei quesiti referendari, che intervengono per dire un netto no alle trivelle in mare e in terra, oltre che per riaffermare il ruolo delle Regioni e degli enti locali nelle procedure che li riguardano.


La proposta referendaria che arriva in Cassazione si articola in cinque quesiti sulle disposizioni del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133 (Sblocca Italia), del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5 (sulle semplificazioni) e della legge 23 agosto 2004, n. 239 (riordino del settore energetico).

Il primo quesito chiede l’abrogazione del comma 1 dell’art. 38, del decreto Sblocca Italia che estende il vincolo all’esproprio dei terreni anche nella “fase di ricerca” e non solo alle attività di estrazione.

Il secondo quesito chiede l’abrogazione del comma 1 dell’art. 38, comma 1-bis, sempre del decreto Sblocca Italia, che riguarda il cosiddetto Piano delle aree con cui viene organizzata le attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi. Scopo dell’abrogazione referendaria è fare esprimere la Conferenza delle Regioni sul Piano delle aree non solo per le attività di ricerca sula terraferma ma anche in mare e di evitare che, in caso di mancato raggiungimento dell’intesa, si ricorra all’esercizio del potere sostitutivo da parte del Governo. Il quesito, infine, si pone l’obbiettivo che non possano essere rilasciati nuovi titoli per le attività di ricerca e di coltivazione degli idrocarburi fino a quando non sarà adottato il Piano delle aree.

Il terzo quesito riguarda la durata delle attività. L’art. 38 dello Sblocca Italia, infatti, ha tacitamente abrogato la previsione legislativa dei permessi e delle concessioni. Con il quesito si chiede intervenire sulla durata dei titoli concessori unici.

Il quarto quesito è relativo all’art. 57 del decreto-legge n. 5 del 2012 sulle semplificazioni,
la proposta referendaria mira ad abrogare la possibilità che per le infrastrutture,gli insediamenti strategici, le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi e le opere strumentali allo sfruttamento degli idrocarburi, si possa esercitare il potere sostitutivo. Il quinto quesito completa logicamente il secondo e il quarto, dal punto di vista della partecipazione degli Enti territoriali e mira a far sì che l’intesa sul rilascio dei titoli minerari torni un “atto a struttura necessariamente bilaterale”, e cioè “superabile” dallo Stato solo a seguito di effettiva “trattativa” con le Regioni interessate. La normativa nazionale che si vuole abrogare mira a spossessare le Regioni dei poteri sulle attività estrattive, in questo caso quelle in mare.

Secondo i proponenti i referendum “È un atto arrogante di un governo che decide senza sentire gli enti locali e le Regioni, un regalo alle industrie petrolifere fatto proprio nel momento in cui emergono nuove fonti energetiche ben più ecologiche”.

Il referendum è l’unica possibilità che resta agli italiani per rimettere in discussione la Strategia Energetica Nazionale impostata dall'ultimo Governo Berlusconi, accettata dagli esecutivi successivi e rilanciata dal Governo Renzi.

Come Partito del Sud non possiamo che apprezzare l'azione dei Governatori che hanno supportato l’iniziativa referendaria a cominciare dal Governatore della Puglia Michele Emiliano che prosegue con convinzione e coerenza nell'applicazione del suo Programma, proprio come da noi del Partito del Sud proposto su questi punti a febbraio ed inserito nel Programma di Emiliano Sindaco di Puglia( http://sagra.micheleemiliano.it/la-puglia-traino-del-sud-e-dellintero-paese-con-michele-emiliano-presidente-2/ ), opponendosi così a qualsiasi progetto inquinante, o con relativo pericolo di inquinamento, avendo come riferimento principale rispetto a qualsiasi progetto economico la tutela dell’ambiente e la salute dei cittadini.

Nulla avviene per caso.
Grazie Presidente Emiliano, ed avanti così.


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Di Natale Cuccurese

Grazie all’iniziativa di 10 Consigli Regionali (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto) che hanno presentato in Cassazione ben sei quesiti referendari, i cittadini italiani potranno scegliere in prima persona, con il voto referendario, il futuro energetico del Paese. Sarà infatti possibile abrogare l'articolo 35 del Decreto Sviluppo e parti dell'articolo 38 del Decreto Sblocca Italia. La Lombardia invece ha impugnato l'articolo 38, mentre l’Emilia Romagna non ha aderito, pur se il Governatore Bonaccini ha detto che approva la “carta anti trivelle di Termoli”.

In questi due articoli si trova insita la possibilità alle multinazionali dell'energia di permettere ricerca ed estrazione quasi illimitata di idrocarburi liquidi e gassosi, senza che la popolazione e la politica locale dei territori interessati abbiano voce in capitolo.
Sarebbero bastate solo cinque deliberazioni a favore del referendum, a norma dell’articolo 75 della Costituzione, il fatto che siano state in dieci Regioni a deliberarlo è un fatto estremamente significativo.

Altrettanto importante è che tutte le Regioni del Sud continentale si siano espresse in modo concorde a favore del referendum e contro le trivellazioni. Unica nota dolente la Regione Sicilia. 
La Regione Puglia ha addirittura già previsto dei fondi per la comunicazione.
Il prossimo appuntamento sarà il 9 ottobre a Pescara con nuovo summit di quasi tutti i Governatori del Sud per valutare i passi successivi, come sempre in maniera congiunta. Si tratta del terzo incontro dopo quelli di Termoli e Bari, in quelle che noi del Partito del Sud auspichiamo come prove tecniche di Macroregione Sud.

Con questo passo i Governatori hanno deliberato di concentrare la strategia di difesa non solo ecologica, ma anche economica ed occupazionale, su settori importanti per lo sviluppo dei territori quali prodotti vitivinicoli, doc e dop, pesca e turismo su tutti, senza dimenticare la salvaguardia dei mari, dei territori e della salute delle popolazioni, affinché mari e territori non vengano devastati e la loro economia stravolta.

Capofila dell’iniziativa, che recepisce anche l'intuizione del Coord. Nazionale No Triv e di altre 200 Associazioni, è la Basilicata, con il Presidente Pino Lacorazza che chiede «che siano ripristinati i poteri delle Regioni».Secondo Lacorazza un altro dei punti sul tappeto è quello del diritto di proprietà privata, perché «un articolo dello `Sblocca Italia´ prevede che per 12 anni sia concesso il permesso di ricerca sui terreni privati alle società estrattrici» Il presidente lucana ribadisce che non si tratta di un caso di «nimby» («non in my back yard», non nel mio cortile): in Basilicata «abbiamo già la presenza di 70 impianti di trivellazione» - spiega: «non vogliamo “non sporcare il nostro giardino” e spostare il problema in quello degli altri, ma crediamo che la politica energetica dell’Italia debba raccordarsi con l’Unione europea, che non può soltanto occuparsi di moneta e burocrazia».

La Consulta ora valuterà l'ammissibilità dei quesiti referendari, che intervengono per dire un netto no alle trivelle in mare e in terra, oltre che per riaffermare il ruolo delle Regioni e degli enti locali nelle procedure che li riguardano.


La proposta referendaria che arriva in Cassazione si articola in cinque quesiti sulle disposizioni del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133 (Sblocca Italia), del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5 (sulle semplificazioni) e della legge 23 agosto 2004, n. 239 (riordino del settore energetico).

Il primo quesito chiede l’abrogazione del comma 1 dell’art. 38, del decreto Sblocca Italia che estende il vincolo all’esproprio dei terreni anche nella “fase di ricerca” e non solo alle attività di estrazione.

Il secondo quesito chiede l’abrogazione del comma 1 dell’art. 38, comma 1-bis, sempre del decreto Sblocca Italia, che riguarda il cosiddetto Piano delle aree con cui viene organizzata le attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi. Scopo dell’abrogazione referendaria è fare esprimere la Conferenza delle Regioni sul Piano delle aree non solo per le attività di ricerca sula terraferma ma anche in mare e di evitare che, in caso di mancato raggiungimento dell’intesa, si ricorra all’esercizio del potere sostitutivo da parte del Governo. Il quesito, infine, si pone l’obbiettivo che non possano essere rilasciati nuovi titoli per le attività di ricerca e di coltivazione degli idrocarburi fino a quando non sarà adottato il Piano delle aree.

Il terzo quesito riguarda la durata delle attività. L’art. 38 dello Sblocca Italia, infatti, ha tacitamente abrogato la previsione legislativa dei permessi e delle concessioni. Con il quesito si chiede intervenire sulla durata dei titoli concessori unici.

Il quarto quesito è relativo all’art. 57 del decreto-legge n. 5 del 2012 sulle semplificazioni,
la proposta referendaria mira ad abrogare la possibilità che per le infrastrutture,gli insediamenti strategici, le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi e le opere strumentali allo sfruttamento degli idrocarburi, si possa esercitare il potere sostitutivo. Il quinto quesito completa logicamente il secondo e il quarto, dal punto di vista della partecipazione degli Enti territoriali e mira a far sì che l’intesa sul rilascio dei titoli minerari torni un “atto a struttura necessariamente bilaterale”, e cioè “superabile” dallo Stato solo a seguito di effettiva “trattativa” con le Regioni interessate. La normativa nazionale che si vuole abrogare mira a spossessare le Regioni dei poteri sulle attività estrattive, in questo caso quelle in mare.

Secondo i proponenti i referendum “È un atto arrogante di un governo che decide senza sentire gli enti locali e le Regioni, un regalo alle industrie petrolifere fatto proprio nel momento in cui emergono nuove fonti energetiche ben più ecologiche”.

Il referendum è l’unica possibilità che resta agli italiani per rimettere in discussione la Strategia Energetica Nazionale impostata dall'ultimo Governo Berlusconi, accettata dagli esecutivi successivi e rilanciata dal Governo Renzi.

Come Partito del Sud non possiamo che apprezzare l'azione dei Governatori che hanno supportato l’iniziativa referendaria a cominciare dal Governatore della Puglia Michele Emiliano che prosegue con convinzione e coerenza nell'applicazione del suo Programma, proprio come da noi del Partito del Sud proposto su questi punti a febbraio ed inserito nel Programma di Emiliano Sindaco di Puglia( http://sagra.micheleemiliano.it/la-puglia-traino-del-sud-e-dellintero-paese-con-michele-emiliano-presidente-2/ ), opponendosi così a qualsiasi progetto inquinante, o con relativo pericolo di inquinamento, avendo come riferimento principale rispetto a qualsiasi progetto economico la tutela dell’ambiente e la salute dei cittadini.

Nulla avviene per caso.
Grazie Presidente Emiliano, ed avanti così.


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martedì 22 settembre 2015

Il Consiglio Regionale Pugliese approva la richiesta di referendum #NoTriv


E’ lo stesso presidente della Regione Puglia Michele Emiliano ad annunciare  con soddisfazione la delibera di Consiglio Regionale a favore della richiesta di referendum contro la norma Sblocca Italia rispetto al tema delle trivellazione in mare. Ecco le parole del Presidente Emiliano:
“È una giornata felice oggi per i pugliesi e per il nostro Consiglio regionale. Abbiamo appena approvato in aula, all’unanimità, la delibera con la quale faremo ricorso al referendum contro le norme dello Sblocca Italia che consentono le trivellazioni nel nostro mare Adriatico e Ionio. Insieme alla Puglia stanno votando altre otto regioni italiane.
Credo sia la prima volta che si realizza una simile unità di intenti, che non nasce in polemica col governo, ma in una dialettica determinata dalla normale applicazione delle norme. Non abbiamo impugnato l’insieme dello Sblocca Italia, ma solo quella parte che facilita le ricerche di idrocarburi.
Non ho mai visto una popolazione minuta arricchirsi grazie al petrolio, di solito ne traggono vantaggio solo le multinazionali non lasciando nulla sul territorio se non inquinamento. Oggi si diventa “ricchi”, nel senso che si vive in equilibrio, se si tutelano la propria identità e la bellezza del territorio, se si attraggono investimenti legati ad attività non impattanti. In una regione come la nostra, che il National Geographic ha definito la più bella del mondo, è chiaro che piazzare piattaforme petrolifere davanti a San Nicola, alle spiagge del Salento o nel golfo di Taranto, non crea affatto ricchezza, ma solo smarrimento e distacco dalle istituzioni.
Oggi abbiamo dato vita ad un evento politico molto importante che ha come obiettivo la tutela della nostra terra ma anche la ricostruzione di un rapporto di fiducia con i cittadini.”


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E’ lo stesso presidente della Regione Puglia Michele Emiliano ad annunciare  con soddisfazione la delibera di Consiglio Regionale a favore della richiesta di referendum contro la norma Sblocca Italia rispetto al tema delle trivellazione in mare. Ecco le parole del Presidente Emiliano:
“È una giornata felice oggi per i pugliesi e per il nostro Consiglio regionale. Abbiamo appena approvato in aula, all’unanimità, la delibera con la quale faremo ricorso al referendum contro le norme dello Sblocca Italia che consentono le trivellazioni nel nostro mare Adriatico e Ionio. Insieme alla Puglia stanno votando altre otto regioni italiane.
Credo sia la prima volta che si realizza una simile unità di intenti, che non nasce in polemica col governo, ma in una dialettica determinata dalla normale applicazione delle norme. Non abbiamo impugnato l’insieme dello Sblocca Italia, ma solo quella parte che facilita le ricerche di idrocarburi.
Non ho mai visto una popolazione minuta arricchirsi grazie al petrolio, di solito ne traggono vantaggio solo le multinazionali non lasciando nulla sul territorio se non inquinamento. Oggi si diventa “ricchi”, nel senso che si vive in equilibrio, se si tutelano la propria identità e la bellezza del territorio, se si attraggono investimenti legati ad attività non impattanti. In una regione come la nostra, che il National Geographic ha definito la più bella del mondo, è chiaro che piazzare piattaforme petrolifere davanti a San Nicola, alle spiagge del Salento o nel golfo di Taranto, non crea affatto ricchezza, ma solo smarrimento e distacco dalle istituzioni.
Oggi abbiamo dato vita ad un evento politico molto importante che ha come obiettivo la tutela della nostra terra ma anche la ricostruzione di un rapporto di fiducia con i cittadini.”


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domenica 6 settembre 2015

Puglia: Siamo Seri ! Stiamo parlando di due coppie di “Freccia Rossa”, non della rinascita del sud

E’ vero, siamo seri ! Stiamo parlando di due coppie di “Freccia Rossa” che porteranno da Milano a Bari e da Bari a Milano. Fino al 2008 in Puglia ne viagggiavano 6 di coppie dello stesso treno.
Quindi ad oggi ce ne hanno restituito due, fino a Bari, tra l’altro.
Il dibattito politico e giornalistico che però ne è venuto fuori nei giorni successivi e dura ancora in questi giorni, si è concentrato sul fatto che questi treni si fermino a Bari e non raggiungano Lecce. Rivendicazione sacrosanta da parte del Salento, ma dimentichiamo che si è passata tutta l’estate a dibattere sul ritardo del Sud (rapporto SVIMEZ) e sui motivi di tanta arretratezza.
Ora se ci può far piacere che i ci siano due treni in più che superano “il confine”dell’Italia centrale (Ancona) e si “spingono” fino a Bari, dobbiamo dire con altrettanta nettezza che non è questo che fa ripartire il sud.
Non dimentichiamoci che tra Termoli e San Severo ci sono ancora 32 km a “un binario”, si avete capito bene, a “un binario” e che quindi anche il “Freccia Rossa” non dovrà sgarrare di un minuto per non trovarsi costretto ad aspettare l’incrocio con altri convogli, o far aspettare altri convogli per gli stessi motivi.
Il Sud manca di infrastrutture e di strategie degne di questo nome. Rispetto alle strategie promesse dal Governo e di cui siamo in trepida attesa, discutere di due “Freccia Rossa” come se fosse la madre di tutte le battaglie è come discutere della filosofia di Kant partendo dalla carta del libro utilizzato. In pratica si discute del nulla. Si è letto di foggiani contenti e salentini scontenti, di fermata a Foggia come se fosse la più grande innovazione mai ricevuta dalla città che, ricordiamo, in tempi passati era un grande snodo ferroviario e oggi rischia di vedersi bypassata nella tratta Napoli – Bari.
Se questo “masterplan” verrà speriamo. sia il benvenuto, e che sia qualcosa di più serio del “… però vi abbiamo dato… i freccia rossa… ecc. ecc.” e forse sarebbe anche opportuno che qualche politico da sud si chieda come mai si sia persa traccia, come scriveva anche ieri Lugi Vicinanza su “L’Espresso”, degli “Stati Generali del Sud” promessi dal Premier. Per carità, fidiamoci, ma non è che pure stavolta tutto finisce in una bolla di sapone per “il paradiso abitato da poveri diavoli” ? 

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E’ vero, siamo seri ! Stiamo parlando di due coppie di “Freccia Rossa” che porteranno da Milano a Bari e da Bari a Milano. Fino al 2008 in Puglia ne viagggiavano 6 di coppie dello stesso treno.
Quindi ad oggi ce ne hanno restituito due, fino a Bari, tra l’altro.
Il dibattito politico e giornalistico che però ne è venuto fuori nei giorni successivi e dura ancora in questi giorni, si è concentrato sul fatto che questi treni si fermino a Bari e non raggiungano Lecce. Rivendicazione sacrosanta da parte del Salento, ma dimentichiamo che si è passata tutta l’estate a dibattere sul ritardo del Sud (rapporto SVIMEZ) e sui motivi di tanta arretratezza.
Ora se ci può far piacere che i ci siano due treni in più che superano “il confine”dell’Italia centrale (Ancona) e si “spingono” fino a Bari, dobbiamo dire con altrettanta nettezza che non è questo che fa ripartire il sud.
Non dimentichiamoci che tra Termoli e San Severo ci sono ancora 32 km a “un binario”, si avete capito bene, a “un binario” e che quindi anche il “Freccia Rossa” non dovrà sgarrare di un minuto per non trovarsi costretto ad aspettare l’incrocio con altri convogli, o far aspettare altri convogli per gli stessi motivi.
Il Sud manca di infrastrutture e di strategie degne di questo nome. Rispetto alle strategie promesse dal Governo e di cui siamo in trepida attesa, discutere di due “Freccia Rossa” come se fosse la madre di tutte le battaglie è come discutere della filosofia di Kant partendo dalla carta del libro utilizzato. In pratica si discute del nulla. Si è letto di foggiani contenti e salentini scontenti, di fermata a Foggia come se fosse la più grande innovazione mai ricevuta dalla città che, ricordiamo, in tempi passati era un grande snodo ferroviario e oggi rischia di vedersi bypassata nella tratta Napoli – Bari.
Se questo “masterplan” verrà speriamo. sia il benvenuto, e che sia qualcosa di più serio del “… però vi abbiamo dato… i freccia rossa… ecc. ecc.” e forse sarebbe anche opportuno che qualche politico da sud si chieda come mai si sia persa traccia, come scriveva anche ieri Lugi Vicinanza su “L’Espresso”, degli “Stati Generali del Sud” promessi dal Premier. Per carità, fidiamoci, ma non è che pure stavolta tutto finisce in una bolla di sapone per “il paradiso abitato da poveri diavoli” ? 

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venerdì 28 agosto 2015

L’industria italiana che va

Di Antonio Rosato

PIL, Spred, taglio dei tassi, costo del denaro e tante altre belle parole legate all’economia ascoltiamo o leggiamo ogni giorno. Spesso sono parole legate alla crisi o alla disoccupazione o alla ripresa italiana. Molte volte sono parole che hanno il sapore del peccato originale, a cui serve l’acqua Santa del battesimo per togliere la macchia che le lega alla disoccupazione piuttosto che al crollo delle borse o ad altre disgrazie economiche.
Ad aprire un giornale o ascoltare un telegiornale sembrerebbe proprio che siamo messi malino. Ma non sempre è tutto marcio o tutto negativo. C’è un’industria italiana che va. Sembra strano vero? Eppure è così. 
Starete pensando all’industria del made in italy o dei grandi marchi del lusso. Si il lusso non è in crisi verissimo, ma ci sono altre industrie che fanno bei fatturati di cui nessuno ne parla. Con un po’ di critico e leggero sarcasmo ne scegliamo due che sono sotto gli occhi di tutti ma che fatturano grandissime somme passando quasi inosservate.

Il Calcio è tra le top ten ad esempio. Si proprio il calcio è tra le prime industrie del nostro paese. Ogni anno muove circa 10 miliardi di euro, si capito benissimo 10 miliardi di euro, spicciolo più, spicciolo meno. Da lavoro a mezzo milione di persone in Italia e versa allo stato italiano un contributo fiscale che sfiora il miliardo e mezzo all’anno. Numeri da paura, che se poi li sommiamo all’indotto ci ritroviamo un giro d’affari pari al 5,7% del Prodotto Interno Lordo (PIL) del paese. 
Se ci fermiamo a riflettere un attimo e non pensiamo solo a Juve, Napoli, Milan, Roma eccetera eccetera, ma scendiamo alla retta pagata alla scuola calcio del nostro piccolo paesello, o del quartiere della nostra metropoli, iniziamo a capire meglio di cosa parliamo. Se aggiungiamo le scommesse, il merchandising , diritti televisivi e qualche volta anche quote azionarie di grosse società quotate in borsa non si fa più fatica a comprendere quei grandi numeri citati prima. 
Un’industria che non da segni di flessioni e che ogni anno si conferma come tra le prime grande industrie del nostro bel paese.
Ma c’è ancora un’altra industria che ha le vele gonfie e graziata anche del vento favorevole e viaggia bene. Anche questa non è qualcosa di nascosto, anzi e sotto gli occhi di tutti, ma per quanto visibile sembra quasi un’industria ombra, fastidiosa forse, di cui meglio non vantarsi e quindi taciuta.

E’ l’industria delle armi e delle munizioni. E si, anche questa viaggia alla grande, e come se viaggia. Un made in italy di altissima qualità che non conosce crisi, anzi il paradosso che proprio la dove la crisi e più nera lei fa affari. Solo nel 2014 ha esportato nel nord Africa (dati dell’istituto “Archivio Disarmo”) circa 30 milioni di euro in armi leggere. Sebbene i più grandi clienti sono nel nord America  ed Europa, a me preoccupa soprattutto questo mercato senza controllo verso paesi come Libia (solo per citarne uno), armi vendute con assoluta disinvoltura alla faccia di Talebani o ISIS che sia.

La cosa che mi fa rabbrividire e che si paventa un’intervento armato a guida presumibilmente italiana in questo paese. E pensare che un operaio della Val Trompia che lavora per la costruzione di una carabina o una granata che potrebbe uccidere il suo vicino di casa, o suo figlio arruolatosi ed impegnato in quell’area a me fa accapponare la pelle. Si perché questo rischio non è ipotetico, ma reale e crudele allo stesso tempo. 

Allora mi domando e dico: “ come può il governo italiano o l’Europa permettere una vendita di armi da guerra, munizionamento o granate senza interessarsi nelle mani di chi vanno a finire?”. Solo per il fatturato? Solo per dare un colpo al PIL? Pensiamo che i dati parlano di quasi mezzo miliardo di euro legati alla sola esportazioni di armi leggere. 

Come Partito del Sud abbiamo radicato nel DNA e nello Statuto, così come da Costituzione italiana, il no alla guerra pur sapendo che la battaglia politica e culturale per questa nostra convinzione è impari e molto difficile da conseguire. Ed e facile dire no senza fare proposte o trovare soluzioni. Ma noi non siamo il partito dei no, noi diciamo la nostra opinione, facciamo proposte concrete e denunce. 

Chiediamo al Governo italiano di vietare esportazioni di armi e munizioni destinati a quei paesi dove i diritti umani vengono violati, dove infuriano guerre, dove ci sono gruppi terroristici riconosciuti internazionalmente come tali, divieto di esportazione verso quei paesi europei in fase di conflitto o tensioni etniche (es.Balcani e Ucraina), divieto di esportazione in quei paesi dove e prevista la pena di morte o torture, divieto la dove queste armi possano essere impiegate come strumento di offesa e non difesa. 
Chiediamo al governo Italiano che si faccia promotore per cambiare anche le normative internazionali sulla vendita libera di armi, e farsi promotore della formazione di uno strumento/organo internazionale/neutrale  adibito al controllo, alla verifica e il rispetto di quelle  normative dai contenuti sopracitati , per le esportazioni di armi ed esplosivi da noi. Non possiamo sentirci responsabili della morte di innocenti nel mondo, e non possiamo tollerare che armi italiane possano essere puntate contro i nostri cittadini e soldati sparsi nel mondo. 

Non è quel Made in italy di cui noi andiamo orgogliosi e fieri, ma se non possiamo sopprimere questa industria per ovvi motivi, almeno possiamo e vogliamo limitarne i danni.

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Di Antonio Rosato

PIL, Spred, taglio dei tassi, costo del denaro e tante altre belle parole legate all’economia ascoltiamo o leggiamo ogni giorno. Spesso sono parole legate alla crisi o alla disoccupazione o alla ripresa italiana. Molte volte sono parole che hanno il sapore del peccato originale, a cui serve l’acqua Santa del battesimo per togliere la macchia che le lega alla disoccupazione piuttosto che al crollo delle borse o ad altre disgrazie economiche.
Ad aprire un giornale o ascoltare un telegiornale sembrerebbe proprio che siamo messi malino. Ma non sempre è tutto marcio o tutto negativo. C’è un’industria italiana che va. Sembra strano vero? Eppure è così. 
Starete pensando all’industria del made in italy o dei grandi marchi del lusso. Si il lusso non è in crisi verissimo, ma ci sono altre industrie che fanno bei fatturati di cui nessuno ne parla. Con un po’ di critico e leggero sarcasmo ne scegliamo due che sono sotto gli occhi di tutti ma che fatturano grandissime somme passando quasi inosservate.

Il Calcio è tra le top ten ad esempio. Si proprio il calcio è tra le prime industrie del nostro paese. Ogni anno muove circa 10 miliardi di euro, si capito benissimo 10 miliardi di euro, spicciolo più, spicciolo meno. Da lavoro a mezzo milione di persone in Italia e versa allo stato italiano un contributo fiscale che sfiora il miliardo e mezzo all’anno. Numeri da paura, che se poi li sommiamo all’indotto ci ritroviamo un giro d’affari pari al 5,7% del Prodotto Interno Lordo (PIL) del paese. 
Se ci fermiamo a riflettere un attimo e non pensiamo solo a Juve, Napoli, Milan, Roma eccetera eccetera, ma scendiamo alla retta pagata alla scuola calcio del nostro piccolo paesello, o del quartiere della nostra metropoli, iniziamo a capire meglio di cosa parliamo. Se aggiungiamo le scommesse, il merchandising , diritti televisivi e qualche volta anche quote azionarie di grosse società quotate in borsa non si fa più fatica a comprendere quei grandi numeri citati prima. 
Un’industria che non da segni di flessioni e che ogni anno si conferma come tra le prime grande industrie del nostro bel paese.
Ma c’è ancora un’altra industria che ha le vele gonfie e graziata anche del vento favorevole e viaggia bene. Anche questa non è qualcosa di nascosto, anzi e sotto gli occhi di tutti, ma per quanto visibile sembra quasi un’industria ombra, fastidiosa forse, di cui meglio non vantarsi e quindi taciuta.

E’ l’industria delle armi e delle munizioni. E si, anche questa viaggia alla grande, e come se viaggia. Un made in italy di altissima qualità che non conosce crisi, anzi il paradosso che proprio la dove la crisi e più nera lei fa affari. Solo nel 2014 ha esportato nel nord Africa (dati dell’istituto “Archivio Disarmo”) circa 30 milioni di euro in armi leggere. Sebbene i più grandi clienti sono nel nord America  ed Europa, a me preoccupa soprattutto questo mercato senza controllo verso paesi come Libia (solo per citarne uno), armi vendute con assoluta disinvoltura alla faccia di Talebani o ISIS che sia.

La cosa che mi fa rabbrividire e che si paventa un’intervento armato a guida presumibilmente italiana in questo paese. E pensare che un operaio della Val Trompia che lavora per la costruzione di una carabina o una granata che potrebbe uccidere il suo vicino di casa, o suo figlio arruolatosi ed impegnato in quell’area a me fa accapponare la pelle. Si perché questo rischio non è ipotetico, ma reale e crudele allo stesso tempo. 

Allora mi domando e dico: “ come può il governo italiano o l’Europa permettere una vendita di armi da guerra, munizionamento o granate senza interessarsi nelle mani di chi vanno a finire?”. Solo per il fatturato? Solo per dare un colpo al PIL? Pensiamo che i dati parlano di quasi mezzo miliardo di euro legati alla sola esportazioni di armi leggere. 

Come Partito del Sud abbiamo radicato nel DNA e nello Statuto, così come da Costituzione italiana, il no alla guerra pur sapendo che la battaglia politica e culturale per questa nostra convinzione è impari e molto difficile da conseguire. Ed e facile dire no senza fare proposte o trovare soluzioni. Ma noi non siamo il partito dei no, noi diciamo la nostra opinione, facciamo proposte concrete e denunce. 

Chiediamo al Governo italiano di vietare esportazioni di armi e munizioni destinati a quei paesi dove i diritti umani vengono violati, dove infuriano guerre, dove ci sono gruppi terroristici riconosciuti internazionalmente come tali, divieto di esportazione verso quei paesi europei in fase di conflitto o tensioni etniche (es.Balcani e Ucraina), divieto di esportazione in quei paesi dove e prevista la pena di morte o torture, divieto la dove queste armi possano essere impiegate come strumento di offesa e non difesa. 
Chiediamo al governo Italiano che si faccia promotore per cambiare anche le normative internazionali sulla vendita libera di armi, e farsi promotore della formazione di uno strumento/organo internazionale/neutrale  adibito al controllo, alla verifica e il rispetto di quelle  normative dai contenuti sopracitati , per le esportazioni di armi ed esplosivi da noi. Non possiamo sentirci responsabili della morte di innocenti nel mondo, e non possiamo tollerare che armi italiane possano essere puntate contro i nostri cittadini e soldati sparsi nel mondo. 

Non è quel Made in italy di cui noi andiamo orgogliosi e fieri, ma se non possiamo sopprimere questa industria per ovvi motivi, almeno possiamo e vogliamo limitarne i danni.

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lunedì 17 agosto 2015

Scateneremo l’inferno, piaccia o non piaccia, lo faremo.

Una riflessione della collega Myrta Merlino di LA7, su un episodio molto increscioso e quasi incredibile capitatogli in Sicilia, mi ha portato a postargli alcune riflessioni sulla sua pagina che condivido volentieri qui.
Stazione di Matera – Città Europea della Cultura 2019

“Al sud nonostante una miriade di episodi come questo pensiamo di farcela. crediamo in noi stessi e crediamo che chi resta e vuole restare può fare molto. Crediamo anche che i fondi pubblici li prenda anche Trenord (quelli per intenderci che rallentavano le corse dei treni a posta per prendere gli straordinari ricordate ?), li hanno presi le cliniche che impiantavano cuori artificiali difettati (ricordate ?), li prende anche il Mose ecc. ecc. Se vogliamo affrontare il problema del sud parlando solo dei disservizi (del sud) allora siamo finiti… è vero non c’è speranza. Ma chi governa ha il dovere di progettare lo sviluppo in tutto il Paese… (senza immaginarlo con locomotive e vagoni) L’episodio va bene, ma non è sufficiente, anche se gli episodi fossero migliaia. Perché non è possibile non avere un progetto di Paese volto al Mediterraneo, e alle infrastrutture di chi c’è in questo Mediterraneo. Il Paese, questa è la verità, non ha mai pensato di avere un progetto a sud e per il sud, le linee di comunicazione si sviluppano per direttrici (come nelle colonie dove è necessario portare le merci e non favorire gli scambi) e non per reti (come in tutti i luoghi sviluppati). L’episodio va bene è gravissimo, necessita sanzioni sono il primo a dirlo, ma non è quello il sud. Il sud è una terra che fino a ieri è stata considerata di serie B e che oggi è in grado e ha voglia di “scatenare l’inferno” come dice Michele Emiliano bisognerà farsene una ragione, piaccia o non piaccia, la Costituzione va applicata. “
di Michele Dell’Edera


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Una riflessione della collega Myrta Merlino di LA7, su un episodio molto increscioso e quasi incredibile capitatogli in Sicilia, mi ha portato a postargli alcune riflessioni sulla sua pagina che condivido volentieri qui.
Stazione di Matera – Città Europea della Cultura 2019

“Al sud nonostante una miriade di episodi come questo pensiamo di farcela. crediamo in noi stessi e crediamo che chi resta e vuole restare può fare molto. Crediamo anche che i fondi pubblici li prenda anche Trenord (quelli per intenderci che rallentavano le corse dei treni a posta per prendere gli straordinari ricordate ?), li hanno presi le cliniche che impiantavano cuori artificiali difettati (ricordate ?), li prende anche il Mose ecc. ecc. Se vogliamo affrontare il problema del sud parlando solo dei disservizi (del sud) allora siamo finiti… è vero non c’è speranza. Ma chi governa ha il dovere di progettare lo sviluppo in tutto il Paese… (senza immaginarlo con locomotive e vagoni) L’episodio va bene, ma non è sufficiente, anche se gli episodi fossero migliaia. Perché non è possibile non avere un progetto di Paese volto al Mediterraneo, e alle infrastrutture di chi c’è in questo Mediterraneo. Il Paese, questa è la verità, non ha mai pensato di avere un progetto a sud e per il sud, le linee di comunicazione si sviluppano per direttrici (come nelle colonie dove è necessario portare le merci e non favorire gli scambi) e non per reti (come in tutti i luoghi sviluppati). L’episodio va bene è gravissimo, necessita sanzioni sono il primo a dirlo, ma non è quello il sud. Il sud è una terra che fino a ieri è stata considerata di serie B e che oggi è in grado e ha voglia di “scatenare l’inferno” come dice Michele Emiliano bisognerà farsene una ragione, piaccia o non piaccia, la Costituzione va applicata. “
di Michele Dell’Edera


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domenica 9 agosto 2015

Eppur si muove. Dal turismo culturale ed enogastronomico le chiavi per la ripartenza. ‪#‎conilsudsiriparte‬


Di Natale Cuccurese
Dagli ultimi dati dell'Insee il turismo in Francia produce il 6,5% dell'intero Pil e impiega l'8,3 % di tutti i dipendenti a tempo pieno del Paese. Con 85 milioni di turisti registrati nel 2014, la Francia è il paese più visitato del mondo. Il motore di tutto è la cultura, le città d'arte, fra cui ovviamente emerge come attrattiva Parigi, e il sistema di trasporto pubblico efficiente e a prezzi contenuti.
Chi ha detto che con la cultura non si mangia ?
La stessa cosa potrebbe accadere in Italia e nel Sud in modo particolare, anzi in parte già accade se consideriamo che nei primi sei mesi del 2015 i visitatori dei musei del Sud sono cresciuti del 7,5% ( + 17,4% gli introiti) come sottolineato ieri dal Ministro Franceschini. In altre parole al Sud ci sono grandi opportunità di ulteriore crescita in ambito culturale e turistico. Questo a maggior ragione se poi consideriamo un aspetto spesso trascurato e cioè che in Italia come attrattiva turistica l'enogastronomia batte addirittura l'arte, visto che, come afferma la Coldiretti, "due turisti su tre vengono in Italia per la buona tavola, al punto che l'Italia è leader mondiale del turismo enogastronomico con 4.886 prodotti tradizionali, 272 Dop/Ipg e 21mila agriturismi."
Di oggi anche i dati dell' Osservatorio Confesercenti che dicono che "Nel secondo trimestre del 2015 tornano ad aumentare le imprese del turismo e della somministrazione.
A crescere piu' velocemente sono il Sud e le Isole, che mettono a segno un aumento medio del 2,5% del numero di imprese, contro l'1,8% del centro-nord.
La regione che mostra la maggiore vitalita' e' la Puglia, dove il numero di imprese del settore cresce del 9.8%, seguita da Lazio (+6,7%) e Sicilia (+5,8%).
Per la Puglia si tratta di una conferma dell'alta attrattivita' turistica della regione, che registra il piu' alto afflusso in Italia di turisti estivi. Analizzando le macro-regioni, l'aumento di alberghi e hotel appare piu' rilevante nel Mezzogiorno e nelle Isole (+3,9%) rispetto al centro-nord (+2,3%)."
In altre parole l'Italia nel suo complesso ed il Sud in particolare avrebbero in questi settori un'occasione unica di rilancio e ripresa economica che potrebbero finalmente portare il Sud a diventare quella "California mediterranea" come da tempo si vagheggia.
Per far questo bisognerebbe iniziare a sciogliere i tanti nodi che bloccano il nostro sviluppo. Ad esempio iniziare col dotare e migliorare i trasporti al Sud, come diciamo da tempo, per permettere l'arrivo di turisti, proteggere i nostri prodotti tipici, potenziare addetti, offerta e orari dei musei e soprattutto non pensare di deturpare i nostri meravigliosi mari con trivellazioni pericolose per l'ecosistema.
Bisognerebbe insomma iniziare a capire che solo #conilsudsiriparte


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Di Natale Cuccurese
Dagli ultimi dati dell'Insee il turismo in Francia produce il 6,5% dell'intero Pil e impiega l'8,3 % di tutti i dipendenti a tempo pieno del Paese. Con 85 milioni di turisti registrati nel 2014, la Francia è il paese più visitato del mondo. Il motore di tutto è la cultura, le città d'arte, fra cui ovviamente emerge come attrattiva Parigi, e il sistema di trasporto pubblico efficiente e a prezzi contenuti.
Chi ha detto che con la cultura non si mangia ?
La stessa cosa potrebbe accadere in Italia e nel Sud in modo particolare, anzi in parte già accade se consideriamo che nei primi sei mesi del 2015 i visitatori dei musei del Sud sono cresciuti del 7,5% ( + 17,4% gli introiti) come sottolineato ieri dal Ministro Franceschini. In altre parole al Sud ci sono grandi opportunità di ulteriore crescita in ambito culturale e turistico. Questo a maggior ragione se poi consideriamo un aspetto spesso trascurato e cioè che in Italia come attrattiva turistica l'enogastronomia batte addirittura l'arte, visto che, come afferma la Coldiretti, "due turisti su tre vengono in Italia per la buona tavola, al punto che l'Italia è leader mondiale del turismo enogastronomico con 4.886 prodotti tradizionali, 272 Dop/Ipg e 21mila agriturismi."
Di oggi anche i dati dell' Osservatorio Confesercenti che dicono che "Nel secondo trimestre del 2015 tornano ad aumentare le imprese del turismo e della somministrazione.
A crescere piu' velocemente sono il Sud e le Isole, che mettono a segno un aumento medio del 2,5% del numero di imprese, contro l'1,8% del centro-nord.
La regione che mostra la maggiore vitalita' e' la Puglia, dove il numero di imprese del settore cresce del 9.8%, seguita da Lazio (+6,7%) e Sicilia (+5,8%).
Per la Puglia si tratta di una conferma dell'alta attrattivita' turistica della regione, che registra il piu' alto afflusso in Italia di turisti estivi. Analizzando le macro-regioni, l'aumento di alberghi e hotel appare piu' rilevante nel Mezzogiorno e nelle Isole (+3,9%) rispetto al centro-nord (+2,3%)."
In altre parole l'Italia nel suo complesso ed il Sud in particolare avrebbero in questi settori un'occasione unica di rilancio e ripresa economica che potrebbero finalmente portare il Sud a diventare quella "California mediterranea" come da tempo si vagheggia.
Per far questo bisognerebbe iniziare a sciogliere i tanti nodi che bloccano il nostro sviluppo. Ad esempio iniziare col dotare e migliorare i trasporti al Sud, come diciamo da tempo, per permettere l'arrivo di turisti, proteggere i nostri prodotti tipici, potenziare addetti, offerta e orari dei musei e soprattutto non pensare di deturpare i nostri meravigliosi mari con trivellazioni pericolose per l'ecosistema.
Bisognerebbe insomma iniziare a capire che solo #conilsudsiriparte


sabato 8 agosto 2015

Raddoppia Canale di Suez ma i porti del Sud sono dimenticati. Solo ‪#‎conilsudsiriparte‬

Di Natale Cuccurese

Il raddoppio del Canale di Suez potrebbe essere una grande opportunità per i porti del Sud, penalizzati però da collegamenti stradali e ferroviari insufficienti.
In questa ottica la riforma degli scali, attesa da 21 anni, potrebbe rappresentare una importante chance per il Sud. Peccato però che al momento si parli, per risorse insufficienti ( 10 miliardi disponibili contro i 150 totali che servirebbero per 375 progetti totali ), di dare spazio solo ai progetti dei porti "core" previsti dalle reti logistiche europee e cioè La Spezia, Livorno, Ancona e Trieste.
A Taranto il gruppo Evergreen di Taiwan aveva investito ma ha dovuto ritirarsi per le solite inefficienze nazionali.
Resta attivo per i grandi containers solo Gioia Tauro in Calabria, che però non serve il territorio ma è utilizzato solo per sbarcare i contenitori e reimbarcarli su altre navi minori per distribuirli in altri scali.

Una enorme possibilità di guadagno e sviluppo per tutta l'Italia che viene persa perché il Sud, posto al centro del Mediterraneo, sconta le storiche politiche nazionali che lo penalizzano da sempre bloccandone lo sviluppo. Solo ‪#‎conilsudsiriparte‬



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Di Natale Cuccurese

Il raddoppio del Canale di Suez potrebbe essere una grande opportunità per i porti del Sud, penalizzati però da collegamenti stradali e ferroviari insufficienti.
In questa ottica la riforma degli scali, attesa da 21 anni, potrebbe rappresentare una importante chance per il Sud. Peccato però che al momento si parli, per risorse insufficienti ( 10 miliardi disponibili contro i 150 totali che servirebbero per 375 progetti totali ), di dare spazio solo ai progetti dei porti "core" previsti dalle reti logistiche europee e cioè La Spezia, Livorno, Ancona e Trieste.
A Taranto il gruppo Evergreen di Taiwan aveva investito ma ha dovuto ritirarsi per le solite inefficienze nazionali.
Resta attivo per i grandi containers solo Gioia Tauro in Calabria, che però non serve il territorio ma è utilizzato solo per sbarcare i contenitori e reimbarcarli su altre navi minori per distribuirli in altri scali.

Una enorme possibilità di guadagno e sviluppo per tutta l'Italia che viene persa perché il Sud, posto al centro del Mediterraneo, sconta le storiche politiche nazionali che lo penalizzano da sempre bloccandone lo sviluppo. Solo ‪#‎conilsudsiriparte‬



venerdì 31 luglio 2015

Natale Cuccurese, Partito del Sud: “Dopo drammatico rapporto SVIMEZ, c’è bisogno di azione politica da Sud per il Sud”

natalecuccurese1Il Rapporto sul Sud reso noto dallo SVIMEZ, che condanna dati alla mano il Sud a un sottosviluppo permanente e con un tasso di crescità metà della Grecia rende necessaria una risposta politica forte e radicale rispetto alle stanche politiche verso il sud che nei decenni, forse da sempre, si sono ripetute. Il Partito del Sud lancia un allarme e un appello forte per bocca del suo presidente nazionale Natale Cuccurese:
“Il Rapporto Svimez che dice che “Il Mezzogiorno si avvia verso un sottosviluppo permanente” era ampiamente previsto – dice Cuccurese- e inevitabile viste soprattutto le politiche dei Governi degli ultimi vent’anni. Un motivo in più come Partito del Sud per accelerare l’azione politica da Sud e per il Sud, ricercando o consolidando quella collaborazione già in atto da tempo con alcuni uomini politici del meridione, pochi ma buoni, che le suddette grandi battaglie per lo sviluppo e il riscatto del Sud le affrontano con coraggio e spesso buoni esiti.
In un Paese diviso e diseguale, dove il Sud scivola sempre più nell’arretramento  è necessario fare qualcosa, il Partito del Sud  vuole impegnarsi in questa ottica. Non è possibile che, nel 2014, per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno sia ancora negativo (-1,3%), il divario di Pil pro capite sia tornato ai livelli di 15 anni fa. Pensate che negli anni di crisi 2008-2014 i consumi delle famiglie meridionali sono crollati quasi del 13% e gli investimenti nell’industria in senso stretto addirittura del 59% . Come detto, tutto questo non è più accettabile.”


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natalecuccurese1Il Rapporto sul Sud reso noto dallo SVIMEZ, che condanna dati alla mano il Sud a un sottosviluppo permanente e con un tasso di crescità metà della Grecia rende necessaria una risposta politica forte e radicale rispetto alle stanche politiche verso il sud che nei decenni, forse da sempre, si sono ripetute. Il Partito del Sud lancia un allarme e un appello forte per bocca del suo presidente nazionale Natale Cuccurese:
“Il Rapporto Svimez che dice che “Il Mezzogiorno si avvia verso un sottosviluppo permanente” era ampiamente previsto – dice Cuccurese- e inevitabile viste soprattutto le politiche dei Governi degli ultimi vent’anni. Un motivo in più come Partito del Sud per accelerare l’azione politica da Sud e per il Sud, ricercando o consolidando quella collaborazione già in atto da tempo con alcuni uomini politici del meridione, pochi ma buoni, che le suddette grandi battaglie per lo sviluppo e il riscatto del Sud le affrontano con coraggio e spesso buoni esiti.
In un Paese diviso e diseguale, dove il Sud scivola sempre più nell’arretramento  è necessario fare qualcosa, il Partito del Sud  vuole impegnarsi in questa ottica. Non è possibile che, nel 2014, per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno sia ancora negativo (-1,3%), il divario di Pil pro capite sia tornato ai livelli di 15 anni fa. Pensate che negli anni di crisi 2008-2014 i consumi delle famiglie meridionali sono crollati quasi del 13% e gli investimenti nell’industria in senso stretto addirittura del 59% . Come detto, tutto questo non è più accettabile.”


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martedì 28 luglio 2015

Dopo i (solo annunciati) tagli alle tasse arrivano i tagli (concreti) alla sanità.

Di Natale Cuccurese

Dopo i pesanti tagli agli enti locali il Governo pensa di fare altrettanto con la sanità. La spending review sarà anche necessaria per reperire risorse che serviranno però, malgrado il ministro Lorenzin ( favorevole alla "razionalizzazione"...) chieda di reinvestire nel Servizio Sanitario Nazionale, anche a disinnescare la mina di un maxi-aumento di Iva e accise da oltre 16 miliardi, eredità sotto forma di clausole di salvaguardia del governo Letta e dell’ultima legge di Stabilità.
L'intervento che interesserà maggiormente i cittadini è il taglio delle prestazioni specialistiche non necessarie. Una sforbiciata poderosa a visite, esami strumentali e esami di laboratorio, oltre agli acquisti di beni e servizi e l’appropriatezza delle prescrizioni.
Il tutto senza fare parola sui circa 30 miliardi di euro già sottratti negli ultimi 5 anni ad un Sistema Sanitario Nazionale già in profonda sofferenza, soprattutto al Sud, spesso con i pronto soccorso al collasso, così come le corsie degli ospedali. Senza dimenticare la mancanza di personale e le condizioni di lavoro spesso inaccettabili per gli operatori.
Possibile che il sistema sanitario con questi tagli indiscriminati collassi rapidamente.In tal caso pagheranno come sempre i malati e i meno abbienti e c'è da essere certi che si aprirà la strada ad una rapida privatizzazione a favore dei soliti noti.


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Di Natale Cuccurese

Dopo i pesanti tagli agli enti locali il Governo pensa di fare altrettanto con la sanità. La spending review sarà anche necessaria per reperire risorse che serviranno però, malgrado il ministro Lorenzin ( favorevole alla "razionalizzazione"...) chieda di reinvestire nel Servizio Sanitario Nazionale, anche a disinnescare la mina di un maxi-aumento di Iva e accise da oltre 16 miliardi, eredità sotto forma di clausole di salvaguardia del governo Letta e dell’ultima legge di Stabilità.
L'intervento che interesserà maggiormente i cittadini è il taglio delle prestazioni specialistiche non necessarie. Una sforbiciata poderosa a visite, esami strumentali e esami di laboratorio, oltre agli acquisti di beni e servizi e l’appropriatezza delle prescrizioni.
Il tutto senza fare parola sui circa 30 miliardi di euro già sottratti negli ultimi 5 anni ad un Sistema Sanitario Nazionale già in profonda sofferenza, soprattutto al Sud, spesso con i pronto soccorso al collasso, così come le corsie degli ospedali. Senza dimenticare la mancanza di personale e le condizioni di lavoro spesso inaccettabili per gli operatori.
Possibile che il sistema sanitario con questi tagli indiscriminati collassi rapidamente.In tal caso pagheranno come sempre i malati e i meno abbienti e c'è da essere certi che si aprirà la strada ad una rapida privatizzazione a favore dei soliti noti.


martedì 21 luglio 2015

Crolla l’export pugliese verso la Grecia. Le politiche contro Atene non giovano a nessuno

Bari – Crolla l’export pugliese verso la Grecia. Per la prima volta, si ribalta la bilancia commerciale: importiamo più di quanto esportiamo.
La crisi ellenica sta penalizzando le aziende della Puglia più di quelle greche. Tant’è che nel primo trimestre di quest’anno le esportazioni si sono ridotte del 34 per cento rispetto al primo trimestre del 2014 (da 67 a 44 milioni), mentre le importazioni sono addirittura cresciute del 200 per cento (da 28 a 85 milioni).
Il saldo commerciale è negativo per 41 milioni.
E’ quanto rileva il Centro Studi di Confartigianato Imprese Puglia che ha elaborato gli ultimi dati Istat. Senza dubbio, la più volte minacciata «Grexit» e le discussioni delle ultime settimane che hanno visto protagonista Alexis Tsipras e l’Unione Europea hanno contribuito a questa sorprendente inversione.
Basti pensare che nel 2007 l’export pugliese verso la Grecia valeva ben 386 milioni di euro; ancor di più l’anno dopo, quando si raggiunse l’apice di 394 milioni. Al contempo, la Puglia importava prodotti per un valore complessivo inferiore ai cento milioni.
Nel 2009, a causa della grande crisi finanziaria mondiale, le esportazioni si fermarono a 274 milioni, pari ad un tasso negativo del 30 per cento. L’anno successivo si registrò un importante recupero del 34 per cento, tornando sopra i 360 milioni. Parallelamente, le importazioni dalla Grecia salirono a 133 milioni, per un saldo commerciale di 234 milioni.
Nel 2011, l’export scese a 317 milioni (-14 per cento), mentre l’import raggiunse i 194 milioni (+46 per cento). Il saldo si ridusse, così, a 123 milioni. L’anno dopo, le esportazioni crollarono del 27 per cento (a 232 milioni). Valori negativi anche per le importazioni, diminuite del 23 per cento (148 milioni). Il saldo commerciale scendeva ancora nel 2013 a 73 milioni. In quell’anno l’export valeva 230 milioni, mentre l’import 158.
L’anno scorso le esportazioni sono salite del 9 per cento (251 milioni), mentre le importazioni del 15 per cento (181 milioni). Comunque, il saldo era ancora positivo per la Puglia per 70 milioni. Quest’anno, invece, la situazione è diametralmente opposta: importiamo beni più di quanto ne esportiamo.
Certamente, la caduta del Pil greco, sceso finora del 25 per cento rispetto all’inizio della crisi, ha tolto potere d’acquisto ai cittadini ellenici, facendo crollare le esportazioni pugliesi. Dal 2009 in poi le cose sono costantemente peggiorate.
Nel frattempo, però, l’import pugliese dalla Grecia ha continuato a crescere, con la sola eccezione del 2008 e del 2012 (rispettivamente -12,5 per cento e -23 per cento). In dettaglio, +6 per cento nel 2009, 35 per cento l’anno dopo, 46 nel 2011, 6 nel 2013 e 15 nel 2014. E purtroppo nel 2015, con l’entrata della Grecia in un nuovo tunnel, le cose sono peggiorate a vista d’occhio. Non c’è dubbio: anche la Puglia ha sofferto e soffre per la crisi greca.
Le nostre imprese, oltre ad imprimere forti crescite dell’export nel corso dei primi anni del nuovo secolo, erano arrivate in loco aprendo delle filiali o comprando delle partecipazioni di controllo sull’onda del boom economico del dopo-ingresso nell’euro. Oggi lo scenario è completamente diverso e si è innescata la marcia indietro, perché continua il trend discendente.
La Grecia era un buon acquirente di beni di consumo dall’Italia: ai primi posti prodotti alimentari e bevande, sostanze chimiche e farmaceutiche, abbigliamento e meccanica. Noi importiamo, soprattutto, prodotti petroliferi raffinati, metalli non ferrosi, olio e prodotti da pesca.
Riguardo al turismo, dopo l’annuncio del referendum, si sono registrate alcune cancellazioni e cambi di meta, oltre al rallentamento delle prenotazioni, ma nella realtà non ci sono scenari apocalittici. I turisti, infatti, non hanno limitazioni nei prelievi bancomat.
«Da sempre la nostra regione ha un rapporto privilegiato con la Grecia – commenta Francesco Sgherza, presidente di Confartigianato Imprese Puglia. Per ragioni di prossimità geografica ma anche per i legami culturali che risalgono alla notte dei tempi, la Puglia è senza dubbio la regione italiana più influenzata dalle vicende della penisola ellenica.
Proprio per questi motivi dovevamo aspettarci che l’economia locale non passasse indenne gli eventi degli ultimi mesi. Eppure i dati elaborati dal nostro Centro Studi sorprendono ugualmente per ordine di grandezza. Le esportazioni pugliesi sono crollate da 394 a soli 44 milioni di euro nel giro di pochi anni: una caduta pesante e ripidissima.
Le ultime vicende hanno addirittura condotto al capovolgimento della bilancia commerciale: una situazione mai verificatasi prima, su cui ha pesato anche l’ affidabilità finanziaria del sistema produttivo ellenico, ridotta al punto da essere considerata un rischio per gli scambi.
Insomma, non solo i nostri imprenditori hanno perso un mercato di riferimento ma hanno purtroppo guadagnato la concorrenza di un agguerrito competitor, perlomeno in alcuni settori produttivi, in forza della svalutazione dei beni prodotti ad Atene. Dopo la restrizione delle esportazioni in Russia – conclude il presidente – è questa un’altra circostanza estremamente negativa di cui le imprese pugliesi, specie con un mercato interno ancora stagnante, avrebbero fatto volentieri a meno».

Fonte: Con il Sud si Riparte

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Bari – Crolla l’export pugliese verso la Grecia. Per la prima volta, si ribalta la bilancia commerciale: importiamo più di quanto esportiamo.
La crisi ellenica sta penalizzando le aziende della Puglia più di quelle greche. Tant’è che nel primo trimestre di quest’anno le esportazioni si sono ridotte del 34 per cento rispetto al primo trimestre del 2014 (da 67 a 44 milioni), mentre le importazioni sono addirittura cresciute del 200 per cento (da 28 a 85 milioni).
Il saldo commerciale è negativo per 41 milioni.
E’ quanto rileva il Centro Studi di Confartigianato Imprese Puglia che ha elaborato gli ultimi dati Istat. Senza dubbio, la più volte minacciata «Grexit» e le discussioni delle ultime settimane che hanno visto protagonista Alexis Tsipras e l’Unione Europea hanno contribuito a questa sorprendente inversione.
Basti pensare che nel 2007 l’export pugliese verso la Grecia valeva ben 386 milioni di euro; ancor di più l’anno dopo, quando si raggiunse l’apice di 394 milioni. Al contempo, la Puglia importava prodotti per un valore complessivo inferiore ai cento milioni.
Nel 2009, a causa della grande crisi finanziaria mondiale, le esportazioni si fermarono a 274 milioni, pari ad un tasso negativo del 30 per cento. L’anno successivo si registrò un importante recupero del 34 per cento, tornando sopra i 360 milioni. Parallelamente, le importazioni dalla Grecia salirono a 133 milioni, per un saldo commerciale di 234 milioni.
Nel 2011, l’export scese a 317 milioni (-14 per cento), mentre l’import raggiunse i 194 milioni (+46 per cento). Il saldo si ridusse, così, a 123 milioni. L’anno dopo, le esportazioni crollarono del 27 per cento (a 232 milioni). Valori negativi anche per le importazioni, diminuite del 23 per cento (148 milioni). Il saldo commerciale scendeva ancora nel 2013 a 73 milioni. In quell’anno l’export valeva 230 milioni, mentre l’import 158.
L’anno scorso le esportazioni sono salite del 9 per cento (251 milioni), mentre le importazioni del 15 per cento (181 milioni). Comunque, il saldo era ancora positivo per la Puglia per 70 milioni. Quest’anno, invece, la situazione è diametralmente opposta: importiamo beni più di quanto ne esportiamo.
Certamente, la caduta del Pil greco, sceso finora del 25 per cento rispetto all’inizio della crisi, ha tolto potere d’acquisto ai cittadini ellenici, facendo crollare le esportazioni pugliesi. Dal 2009 in poi le cose sono costantemente peggiorate.
Nel frattempo, però, l’import pugliese dalla Grecia ha continuato a crescere, con la sola eccezione del 2008 e del 2012 (rispettivamente -12,5 per cento e -23 per cento). In dettaglio, +6 per cento nel 2009, 35 per cento l’anno dopo, 46 nel 2011, 6 nel 2013 e 15 nel 2014. E purtroppo nel 2015, con l’entrata della Grecia in un nuovo tunnel, le cose sono peggiorate a vista d’occhio. Non c’è dubbio: anche la Puglia ha sofferto e soffre per la crisi greca.
Le nostre imprese, oltre ad imprimere forti crescite dell’export nel corso dei primi anni del nuovo secolo, erano arrivate in loco aprendo delle filiali o comprando delle partecipazioni di controllo sull’onda del boom economico del dopo-ingresso nell’euro. Oggi lo scenario è completamente diverso e si è innescata la marcia indietro, perché continua il trend discendente.
La Grecia era un buon acquirente di beni di consumo dall’Italia: ai primi posti prodotti alimentari e bevande, sostanze chimiche e farmaceutiche, abbigliamento e meccanica. Noi importiamo, soprattutto, prodotti petroliferi raffinati, metalli non ferrosi, olio e prodotti da pesca.
Riguardo al turismo, dopo l’annuncio del referendum, si sono registrate alcune cancellazioni e cambi di meta, oltre al rallentamento delle prenotazioni, ma nella realtà non ci sono scenari apocalittici. I turisti, infatti, non hanno limitazioni nei prelievi bancomat.
«Da sempre la nostra regione ha un rapporto privilegiato con la Grecia – commenta Francesco Sgherza, presidente di Confartigianato Imprese Puglia. Per ragioni di prossimità geografica ma anche per i legami culturali che risalgono alla notte dei tempi, la Puglia è senza dubbio la regione italiana più influenzata dalle vicende della penisola ellenica.
Proprio per questi motivi dovevamo aspettarci che l’economia locale non passasse indenne gli eventi degli ultimi mesi. Eppure i dati elaborati dal nostro Centro Studi sorprendono ugualmente per ordine di grandezza. Le esportazioni pugliesi sono crollate da 394 a soli 44 milioni di euro nel giro di pochi anni: una caduta pesante e ripidissima.
Le ultime vicende hanno addirittura condotto al capovolgimento della bilancia commerciale: una situazione mai verificatasi prima, su cui ha pesato anche l’ affidabilità finanziaria del sistema produttivo ellenico, ridotta al punto da essere considerata un rischio per gli scambi.
Insomma, non solo i nostri imprenditori hanno perso un mercato di riferimento ma hanno purtroppo guadagnato la concorrenza di un agguerrito competitor, perlomeno in alcuni settori produttivi, in forza della svalutazione dei beni prodotti ad Atene. Dopo la restrizione delle esportazioni in Russia – conclude il presidente – è questa un’altra circostanza estremamente negativa di cui le imprese pugliesi, specie con un mercato interno ancora stagnante, avrebbero fatto volentieri a meno».

Fonte: Con il Sud si Riparte

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domenica 12 luglio 2015

EUROFARSA

Riceviamo e postiamo:

Di Antonio Rosato

Chi sta seguendo la crescita costante del Partito del Sud, sa che questo è merito o conseguenza se preferite, dei risultati ottenuti sul territorio nazionale e dell’offerta politica che esso mette a disposizione del cittadino. Offerta che ovviamente non è confinata al solo mezzogiorno dello stivale, e non solo su battaglie o recriminazioni storiche seppur nel DNA di ogni uno di noi. Ma il successo di tale progresso è dovuto alla credibilità di scelte maturate e di contenuti non populisti tangibili che guardano al territorio nazionale ma non solo. 
Sulla situazione europea tanto abbiamo scritto e detto. Adesso siamo nel dopo Referendum Greco, e tutti si chiedono che ne sarà della Grecia, dell’euro e di questa Europa nata male e vissuta peggio fino a queste ore. E' vero che i greci hanno fatto i furbetti falsando i conti. Un pò come le famose vacche di Mussolini. E un pò così ha fatto la Grecia per entrare in Europa. Ha gonfiato i conti. 
Ha pagato un dazio importante, e adesso come tutti sanno è nella situazione della bancarotta. Ma nessuno mi venga dire che o a farci credere che non si sapeva nulla . Germania, Francia e gli altri paesi sapevano tutto, ma hanno chiuso gli occhi per comodità speculativa. 
Alexis TSIPRAS, poi, arriva buon ultimo come erede d’una situazione preesistente creata da altri.. Preferibile spostare l’attenzione su altro. Su quello che nessuno dice pur essendo sotto il naso di tutti. Giornalisti colpevolmente compresi ovviamente, sintetizzando quanto più possibile per non dilungarsi troppo. Si sa che per l’entrata nell’euro e nell’eurozona molti paesi hanno pagato a caro prezzo questa decisione. Non solo la Grecia , ma Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia sono tra i paesi che più sono stati colpiti economicamente dall’euro. Speculazioni? Forse si, ma ci vorrebbe un giorno per disquisire su tale argomento, che potrebbe risultare anche noioso ai più. Se andiamo sul sito dell’Unione europea troviamo l’elenco dei paesi dell’area Euro. Diamo un occhiata. Austria, Belgio, Francia, Italia………….. e poi Lettonia, Lituania, Cipro, Slovacchia, Slovenia Estonia. 

La domanda sorge spontanea. Ma questi paesi hanno pagato dazio come noi e la Grecia, o per loro e stato diversa l’entrata nell’area euro? In più sul sito ufficiale dell’Unione europea non è citato il Kosovo. Si il Kosovo avete letto bene. In Kosovo la moneta ufficiale e l’euro. Kosovo? Ma è una nazione il Kosovo? Andiamo a fare qualche ricerca. Il Kosovo ufficialmente non è neanche una nazione. E’ ufficialmente ancora territorio della SERBIA. Come possibile che una non nazione usi la moneta che manda a gambe all’aria la Grecia? Chi ha autorizzato il Kosovo ad usare l’euro? Che conti ha presentato il Kosovo per entrare nella moneta unica europea? Ma se uno si fa un giro a Pristina piuttosto che a Pec scopre che tutte le banche ed assicurazioni sono tedesche. E gestiscono capitali immensi provenienti da quell’Europa e non solo, che in teoria servirebbero alla ricostruzione del paese. La Merkel fa fallire la Grecia e mette mano su capitali immensi che partono dall’Unione Europea, finiscono a banche e assicurazioni tedesche in Kosovo che fanno fruttare questi inaspettati denari e tornano in Germania con gli interessi?  Allora se per il Kosovo cosi funziona, forse per i paesi Baltici che fanno anche la voce grossa con le quote immigrati, che non vogliono a casa loro,  forse qualcosa di strano c’è? Complottisti qualcuno sta pensando. Ma è la pura realtà nuda e cruda. Inoltre c’è la Russia sanzionata che, almeno da un punto di vista strettamente legato al controllo del Mediterraneo in un’ottica occidentale e filo americana, incute paura. 
Anche perchè se la Germania ha messo le mani sulla parte economica nei balcani gli americani non si sono fatti scappare quella legata ai petroliferi. Ovvio , mi pare equo anche. Tu banche e io petroliferi, con un contentino anche ai turchi sul controllo di aereoporti, centrali elettriche, e comunicazioni. Si, perchè anche i turchi devono essere accontentati… in fondo sono parte strategicamente indispensabile della NATO. 

Ma allora che EUROPA è? Germania e Francia dettano regole di comportamento e austerità su paesi che molto hanno pagato, spred e parametri o quote e chi più ne ha più ne metta, e ci ritroviamo paesi Paltici e dell’est, con chiaro stampo pericolosamente nazionalista tra l’altro, che entrano dalla porta sul retro e si siedono a tavola senza neanche pulirsi le scarpe prima di entrare. 

Strana Europa questa. Come dice TSIPRAS questa è l’Europa delle banche e dell’alta finanza speculativa, non è mai nata l’Europa dei popoli. Vi lascio con una domanda: “ è questa l’Europa che vogliamo?” 





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Riceviamo e postiamo:

Di Antonio Rosato

Chi sta seguendo la crescita costante del Partito del Sud, sa che questo è merito o conseguenza se preferite, dei risultati ottenuti sul territorio nazionale e dell’offerta politica che esso mette a disposizione del cittadino. Offerta che ovviamente non è confinata al solo mezzogiorno dello stivale, e non solo su battaglie o recriminazioni storiche seppur nel DNA di ogni uno di noi. Ma il successo di tale progresso è dovuto alla credibilità di scelte maturate e di contenuti non populisti tangibili che guardano al territorio nazionale ma non solo. 
Sulla situazione europea tanto abbiamo scritto e detto. Adesso siamo nel dopo Referendum Greco, e tutti si chiedono che ne sarà della Grecia, dell’euro e di questa Europa nata male e vissuta peggio fino a queste ore. E' vero che i greci hanno fatto i furbetti falsando i conti. Un pò come le famose vacche di Mussolini. E un pò così ha fatto la Grecia per entrare in Europa. Ha gonfiato i conti. 
Ha pagato un dazio importante, e adesso come tutti sanno è nella situazione della bancarotta. Ma nessuno mi venga dire che o a farci credere che non si sapeva nulla . Germania, Francia e gli altri paesi sapevano tutto, ma hanno chiuso gli occhi per comodità speculativa. 
Alexis TSIPRAS, poi, arriva buon ultimo come erede d’una situazione preesistente creata da altri.. Preferibile spostare l’attenzione su altro. Su quello che nessuno dice pur essendo sotto il naso di tutti. Giornalisti colpevolmente compresi ovviamente, sintetizzando quanto più possibile per non dilungarsi troppo. Si sa che per l’entrata nell’euro e nell’eurozona molti paesi hanno pagato a caro prezzo questa decisione. Non solo la Grecia , ma Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia sono tra i paesi che più sono stati colpiti economicamente dall’euro. Speculazioni? Forse si, ma ci vorrebbe un giorno per disquisire su tale argomento, che potrebbe risultare anche noioso ai più. Se andiamo sul sito dell’Unione europea troviamo l’elenco dei paesi dell’area Euro. Diamo un occhiata. Austria, Belgio, Francia, Italia………….. e poi Lettonia, Lituania, Cipro, Slovacchia, Slovenia Estonia. 

La domanda sorge spontanea. Ma questi paesi hanno pagato dazio come noi e la Grecia, o per loro e stato diversa l’entrata nell’area euro? In più sul sito ufficiale dell’Unione europea non è citato il Kosovo. Si il Kosovo avete letto bene. In Kosovo la moneta ufficiale e l’euro. Kosovo? Ma è una nazione il Kosovo? Andiamo a fare qualche ricerca. Il Kosovo ufficialmente non è neanche una nazione. E’ ufficialmente ancora territorio della SERBIA. Come possibile che una non nazione usi la moneta che manda a gambe all’aria la Grecia? Chi ha autorizzato il Kosovo ad usare l’euro? Che conti ha presentato il Kosovo per entrare nella moneta unica europea? Ma se uno si fa un giro a Pristina piuttosto che a Pec scopre che tutte le banche ed assicurazioni sono tedesche. E gestiscono capitali immensi provenienti da quell’Europa e non solo, che in teoria servirebbero alla ricostruzione del paese. La Merkel fa fallire la Grecia e mette mano su capitali immensi che partono dall’Unione Europea, finiscono a banche e assicurazioni tedesche in Kosovo che fanno fruttare questi inaspettati denari e tornano in Germania con gli interessi?  Allora se per il Kosovo cosi funziona, forse per i paesi Baltici che fanno anche la voce grossa con le quote immigrati, che non vogliono a casa loro,  forse qualcosa di strano c’è? Complottisti qualcuno sta pensando. Ma è la pura realtà nuda e cruda. Inoltre c’è la Russia sanzionata che, almeno da un punto di vista strettamente legato al controllo del Mediterraneo in un’ottica occidentale e filo americana, incute paura. 
Anche perchè se la Germania ha messo le mani sulla parte economica nei balcani gli americani non si sono fatti scappare quella legata ai petroliferi. Ovvio , mi pare equo anche. Tu banche e io petroliferi, con un contentino anche ai turchi sul controllo di aereoporti, centrali elettriche, e comunicazioni. Si, perchè anche i turchi devono essere accontentati… in fondo sono parte strategicamente indispensabile della NATO. 

Ma allora che EUROPA è? Germania e Francia dettano regole di comportamento e austerità su paesi che molto hanno pagato, spred e parametri o quote e chi più ne ha più ne metta, e ci ritroviamo paesi Paltici e dell’est, con chiaro stampo pericolosamente nazionalista tra l’altro, che entrano dalla porta sul retro e si siedono a tavola senza neanche pulirsi le scarpe prima di entrare. 

Strana Europa questa. Come dice TSIPRAS questa è l’Europa delle banche e dell’alta finanza speculativa, non è mai nata l’Europa dei popoli. Vi lascio con una domanda: “ è questa l’Europa che vogliamo?” 





lunedì 6 luglio 2015

Michele Emiliano:”Ilva, ennesimo decreto non accettabile per chi abbia a cuore i valori costituzionali e in generale l’armonia tra le istituzioni”.

ilva_taranto 3Rispetto all’ennesimo Decreto Legge del Governo sull’Ilva, questa volta per impedire il sequestro preventivo dell’Altoforno 2, ecco quanto dichiarato dal Presidente della Regione Michele Emiliano al Direttore Responsabile di Studio100TV Walter Baldacconi per l’edizione del TG delle 14.00 del 4/7/2015.
“Si è consumata in queste ore devo dire nel silenzio assordante dei media nazionali una vicenda molto grave soprattutto per chi come me ha un legame particolare con la Costituzione, con le Istituzioni, con il Governo, con la magistratura.
Nelle ore precedenti il decreto vi è stato un tentativo molto intenso da parte degli avvocati dell’Ilva di convincere i Pubblici Ministeri della necessità che l’attività dell’altoforno 2 non si interrompesse per evitare il blocco complessivo dello stabilimento.
Questa attività difensiva, pur nella fase delle indagini preliminari di un gravissimo fatto che ha comportato la morte di un operaio, evidentemente non si è compiuta nel senso auspicato dai difensori ed il dissequestro non è stato concesso.
Il governo mantenendo una impostazione che è sempre la stessa da molti anni, ha ritenuto che la prosecuzione dell’attività produttiva della fabbrica avesse priorità su qualunque altro bene della vita e comunque su qualunque altro diritto.
È una scelta fortissima, non c’è dubbio, ed è chiaro che se il governo ha adottato un provvedimento del genere con riferimento ad uno specifico fatto che è appunto quello di Taranto, nessuno che abbia a cuore i valori costituzionali e in generale l’armonia tra le istituzioni può essere contento.
È evidente che stiamo rischiando di entrare in un meccanismo nel quale il governo è convinto che i magistrati non comprendano le esigenze che il governo presenta e, viceversa probabilmente, i magistrati temono che l’intento di far funzionare la fabbrica induca il governo a passare sopra le esigenze prioritarie della tutela della salute e in questo caso, non legate alla vicenda ambientale ma legate ad una specifica vicenda tecnica delittuosa che, è appunto, un’ipotesi di omicidio colposo con riferimento alla morte di un operaio qualche settimana fa.
È dunque io che sono il Presidente della Regione e che quindi sono in mezzo a questa dialettica con il compito di dovere orientare innanzitutto l’opinione dei pugliesi non posso tacere in una situazione come questa. Devo parlare. E invitare , nel limite delle rispettive prerogative, tutti a recuperare un clima di fiducia perché è inimmaginabile che le istituzioni trovino la soluzione giusta ad una situazione così complicata e drammatica senza fidarsi l’una dell’altra.
Altro allo stato non mi sento di dire, devo però comunque far presente che il Governo ha deciso. Questa decisione , ripeto, è al limite della compatibilità costituzionale, nel senso che ha sottoposto lo strumento del decreto-legge al massimo stress possibile.
Bisognerà attendere, ammesso che qualcuno rinvii questo decreto davanti alla Corte Costituzionale, per verificare se questo tentativo, ripeto coerente con tutti gli altri decreti-legge precedenti, abbia oltrepassato o meno il limite della costituzionalità.”



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ilva_taranto 3Rispetto all’ennesimo Decreto Legge del Governo sull’Ilva, questa volta per impedire il sequestro preventivo dell’Altoforno 2, ecco quanto dichiarato dal Presidente della Regione Michele Emiliano al Direttore Responsabile di Studio100TV Walter Baldacconi per l’edizione del TG delle 14.00 del 4/7/2015.
“Si è consumata in queste ore devo dire nel silenzio assordante dei media nazionali una vicenda molto grave soprattutto per chi come me ha un legame particolare con la Costituzione, con le Istituzioni, con il Governo, con la magistratura.
Nelle ore precedenti il decreto vi è stato un tentativo molto intenso da parte degli avvocati dell’Ilva di convincere i Pubblici Ministeri della necessità che l’attività dell’altoforno 2 non si interrompesse per evitare il blocco complessivo dello stabilimento.
Questa attività difensiva, pur nella fase delle indagini preliminari di un gravissimo fatto che ha comportato la morte di un operaio, evidentemente non si è compiuta nel senso auspicato dai difensori ed il dissequestro non è stato concesso.
Il governo mantenendo una impostazione che è sempre la stessa da molti anni, ha ritenuto che la prosecuzione dell’attività produttiva della fabbrica avesse priorità su qualunque altro bene della vita e comunque su qualunque altro diritto.
È una scelta fortissima, non c’è dubbio, ed è chiaro che se il governo ha adottato un provvedimento del genere con riferimento ad uno specifico fatto che è appunto quello di Taranto, nessuno che abbia a cuore i valori costituzionali e in generale l’armonia tra le istituzioni può essere contento.
È evidente che stiamo rischiando di entrare in un meccanismo nel quale il governo è convinto che i magistrati non comprendano le esigenze che il governo presenta e, viceversa probabilmente, i magistrati temono che l’intento di far funzionare la fabbrica induca il governo a passare sopra le esigenze prioritarie della tutela della salute e in questo caso, non legate alla vicenda ambientale ma legate ad una specifica vicenda tecnica delittuosa che, è appunto, un’ipotesi di omicidio colposo con riferimento alla morte di un operaio qualche settimana fa.
È dunque io che sono il Presidente della Regione e che quindi sono in mezzo a questa dialettica con il compito di dovere orientare innanzitutto l’opinione dei pugliesi non posso tacere in una situazione come questa. Devo parlare. E invitare , nel limite delle rispettive prerogative, tutti a recuperare un clima di fiducia perché è inimmaginabile che le istituzioni trovino la soluzione giusta ad una situazione così complicata e drammatica senza fidarsi l’una dell’altra.
Altro allo stato non mi sento di dire, devo però comunque far presente che il Governo ha deciso. Questa decisione , ripeto, è al limite della compatibilità costituzionale, nel senso che ha sottoposto lo strumento del decreto-legge al massimo stress possibile.
Bisognerà attendere, ammesso che qualcuno rinvii questo decreto davanti alla Corte Costituzionale, per verificare se questo tentativo, ripeto coerente con tutti gli altri decreti-legge precedenti, abbia oltrepassato o meno il limite della costituzionalità.”



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mercoledì 8 aprile 2015

Tagliare sempre alle periferie e alle istituzioni locali è un grave errore strategico

IMG_20150328_101422Ho partecipato, lo scorso 28 marzo a Foggia, allaSagra del Programma di Michele Emiliano e in particolare al tavolo “le Puglie 1″ dove si è ragionato di riforme istituzionali, regione, Città metropolitane, Aree vaste, Comuni.
Ho avuto la fortuna e il privilegio di partecipare a “un tavolo” al quale erano seduti amministratori ed ex amministratori di Comuni grandi come Foggia, ma anche di comuni piccoli come quelli dei Monti Dauni.
Uno dei disagi che gli amministratori hanno subito tirato fuori è la mancanza di contatto, dopo l’abolizione delle province, con un ente di livello superiore in grado di dare chiarimenti e supporto alle decisioni e alle interpretazioni di legge che poi si vanno a prendere in periferia. Si sente dire, sempre da più parti, a cominciare dalle parti del Governo, anzi dei Governi, visto che da sempre si taglia in periferia e in particolare al Sud e nei piccoli comuni, che è necessario tagliare, risparmiare negli enti locali.
Possiamo dire e formulare tutte le visioni politiche che vogliamo, ma l’Italia è il Paese degli oltre 8000 comuni con i quali il cittadino è da secoli abituato a interfacciarsi,non per capriccio, ma per morfologia e storia del nostro Paese e il tutto (questo modo di vivere) non può essere “tagliato” e abolito per legge. I Sindaci, gli uffici e i servizi comunali e territoriali svolgono un ruolo fondamentale tra cittadini e Stato, ruolo che è folle andare a cancellare o andare a tarpare attraverso tagli percentuali e lineari senza alcuna logica e conoscenza delle singole realtà.
Il Def che il Governo sta varando in queste ore, ancora una volta, dice di non voler aumentare le tasse, ma nella realtà taglia sempre più i servizi e i “collegamenti” con i territori rendendoli sempre più isole da desertificare a favore della fuga verso i grandi centri, follia per un Paese come l’Italia e follia anche per le Città Metropolitane che, a loro volta, vedranno tagliati i loro fondi e quindi non in grado né di gestire l’esistente né di gestire ulteriori flussi di possibili nuovi cittadini nelle aree urbane.
Eppure i piccoli comuni stanno dimostrando in Puglia e non solo in Puglia (ho visto comuni del Cilento o della Calabria fare miracoli con pochissimo, con nulla, anzi con molto entusiasmo) grande vitalità, una voglia di essere linfa vitale e non di sopravvivere con una nuova generazione di amministratori che sta dando tra mille difficoltà una svolta innovativa e costruttiva nel modo di amministrare.
Per concludere posso dire che i numeri dicono che i tagli maggiori colpiranno ancora una volta il Sud, NON E’ POSSIBILE ! 
Si sente poi parlare di “fabbisogni standard”, c’è da preoccuparsi. Perché, se significa portare tutto il territorio nazionale alla pari e cioè favorire la crescita delle zone “deboli” e i servizi relativi per portarle tutti agli stessi standard di qualità va bene, ma se significa che fatta la foto ad oggi la Calabria deve rimanere così com’è e quindi accontentarsi di 5 e la Lombardia o altri di 20, allora dico che non ci sto, non ci possiamo stare.
Questo modo di procedere con il machete come in una giungla, è una vergogna e una provocazione al tempo stesso. Mi auguro intanto che la Puglia che nascerà dopo il 31 maggio possa essere in grado di far sentire “forte” la sua voce a Roma e indurre le altre regioni del Sud a fare altrettanto. Ogni rinvio o delega in bianco a governi miopi di qualsiasi colore è impossibile ormai.
Spero inoltre che la richiesta degli amministratori locali, di avere una sorta di Ufficio di contatto in regione con diramazioni territoriali per tenere in rete la periferia con il centro della regione, venga accolta perché è una richiesta molto intelligente e lungimirante. Noi come Partito del Sud, nell’ambito delle nostre possibilità, ce ne faremo carico.




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IMG_20150328_101422Ho partecipato, lo scorso 28 marzo a Foggia, allaSagra del Programma di Michele Emiliano e in particolare al tavolo “le Puglie 1″ dove si è ragionato di riforme istituzionali, regione, Città metropolitane, Aree vaste, Comuni.
Ho avuto la fortuna e il privilegio di partecipare a “un tavolo” al quale erano seduti amministratori ed ex amministratori di Comuni grandi come Foggia, ma anche di comuni piccoli come quelli dei Monti Dauni.
Uno dei disagi che gli amministratori hanno subito tirato fuori è la mancanza di contatto, dopo l’abolizione delle province, con un ente di livello superiore in grado di dare chiarimenti e supporto alle decisioni e alle interpretazioni di legge che poi si vanno a prendere in periferia. Si sente dire, sempre da più parti, a cominciare dalle parti del Governo, anzi dei Governi, visto che da sempre si taglia in periferia e in particolare al Sud e nei piccoli comuni, che è necessario tagliare, risparmiare negli enti locali.
Possiamo dire e formulare tutte le visioni politiche che vogliamo, ma l’Italia è il Paese degli oltre 8000 comuni con i quali il cittadino è da secoli abituato a interfacciarsi,non per capriccio, ma per morfologia e storia del nostro Paese e il tutto (questo modo di vivere) non può essere “tagliato” e abolito per legge. I Sindaci, gli uffici e i servizi comunali e territoriali svolgono un ruolo fondamentale tra cittadini e Stato, ruolo che è folle andare a cancellare o andare a tarpare attraverso tagli percentuali e lineari senza alcuna logica e conoscenza delle singole realtà.
Il Def che il Governo sta varando in queste ore, ancora una volta, dice di non voler aumentare le tasse, ma nella realtà taglia sempre più i servizi e i “collegamenti” con i territori rendendoli sempre più isole da desertificare a favore della fuga verso i grandi centri, follia per un Paese come l’Italia e follia anche per le Città Metropolitane che, a loro volta, vedranno tagliati i loro fondi e quindi non in grado né di gestire l’esistente né di gestire ulteriori flussi di possibili nuovi cittadini nelle aree urbane.
Eppure i piccoli comuni stanno dimostrando in Puglia e non solo in Puglia (ho visto comuni del Cilento o della Calabria fare miracoli con pochissimo, con nulla, anzi con molto entusiasmo) grande vitalità, una voglia di essere linfa vitale e non di sopravvivere con una nuova generazione di amministratori che sta dando tra mille difficoltà una svolta innovativa e costruttiva nel modo di amministrare.
Per concludere posso dire che i numeri dicono che i tagli maggiori colpiranno ancora una volta il Sud, NON E’ POSSIBILE ! 
Si sente poi parlare di “fabbisogni standard”, c’è da preoccuparsi. Perché, se significa portare tutto il territorio nazionale alla pari e cioè favorire la crescita delle zone “deboli” e i servizi relativi per portarle tutti agli stessi standard di qualità va bene, ma se significa che fatta la foto ad oggi la Calabria deve rimanere così com’è e quindi accontentarsi di 5 e la Lombardia o altri di 20, allora dico che non ci sto, non ci possiamo stare.
Questo modo di procedere con il machete come in una giungla, è una vergogna e una provocazione al tempo stesso. Mi auguro intanto che la Puglia che nascerà dopo il 31 maggio possa essere in grado di far sentire “forte” la sua voce a Roma e indurre le altre regioni del Sud a fare altrettanto. Ogni rinvio o delega in bianco a governi miopi di qualsiasi colore è impossibile ormai.
Spero inoltre che la richiesta degli amministratori locali, di avere una sorta di Ufficio di contatto in regione con diramazioni territoriali per tenere in rete la periferia con il centro della regione, venga accolta perché è una richiesta molto intelligente e lungimirante. Noi come Partito del Sud, nell’ambito delle nostre possibilità, ce ne faremo carico.




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